Ultima Ispirazione

Un tuffo nel passato, ecco cosa avrei fatto quest’oggi, rileggendo i vecchi post di una volta, sul vecchio diario, ora che dopo la notte di ieri mi ritorna lei, il suo volto, il suo sorriso, e tutte le ragazze di una volta… Andra e il suo volto come una rosa, lei e quei suoi occhi sempre così tristi, il suo volto con quelle lentiggini, che la rendevano più amabile, le decine di volte che andavo da lei, ai tempi della scuola serale, quell’anno là al Pasolini, lei che mi serviva sempre con le sue dolci labbra, là tra i cespugli, o in macchina, vicino al boschetto, il suo dolce servirmi, la sua dolce pelle, che godo ancora al ricordo, come quando mi serviva là in mezzo al boschetto, e godevo nel toccarle le gambe, il culo, che lei mostrava con quei suoi mini pantaloncini, delle gambe non perfette, ma sensuali, già un po’ sfilacciate dal tempo, ma dalle curve di un erotismo senza fine, e quando lei si inginocchiava, di fronte a me, e dolcemente mi chiedeva se stavo per venire o no, lei che continuava a succhiare e a succhiare, come una dannata, fino a farmi venire ogni volta dentro la sua bocca, come il più dolce dei ricordi e delle estasi e delle voluttà, lei, quella ragazza romena che mi ricordava il mio viaggio nel suo paese, anni prima, quando c’era Irina che saliva in macchina con me, per lasciarsi andare, ma allora non facevo niente, e mi sarei rifatto anni dopo, come quando Luisa la bionda mi serviva anche lei dietro i cespugli, noi, un po’ esibizionisti, e a volta mi lasciava lì così, con il cazzo ancora in tiro, senza poterle venire in bocca, o quando ci perdevamo in macchina e mi perdevo a toccarla di dietro, ovunque, sfiorarle la figa, e tutte le volte che me la scopavo, così come mi scopavo Andra una volta, l’ultima volta, prima che se ne andasse via, là nel boschetto, ai tempi della quinta superiore, quando l’immagine di Olimpia di Manet mi ricordava solo lei e la sua bellezza, le infinite canzoni manele di Denisa, che lei diceva che erano canzoni vecchie, già allora, eppure con lei si godeva, sognavo di farla mia, quando mi sarebbe piaciuto uscire con lei a bere qualcosa, lei che ogni tanto si fermava al bar là vicino al bosco, per prendersi qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, e quelle volte che la riaccompagnavo in stazione, quando a volte la vedevo passeggiare di lì, tra i boschetti, e ogni volta era una dolce visione, una dolce fantasia, che si risolveva sempre nella sua voce dolce, nelle sue poche parole italiane, ma che mi faceva sempre godere con le sue labbra, che al ricordo godo ancora adesso, come una videoclip porno di infinita voluttà, eppure tutto quello era vero, ed è ancora vero nei ricordi, i suoi lunghi capelli rossi, a volte raccolti in chignon, i suoi capelli leggermente ricci, lunghi e increspati, e le infinite volte là a città satellite, godendo come non mai…

E le notti, le altre notti quando c’era Diana la russa, lei che diceva che si era anche sposata con un italiano, un cliente, e avevano avuto un figlio, e la Mercedes, e poi i soldi erano finiti, e si erano lasciati, lei che succhiava dannatamente, di un arte selvatica, inima salbatica, e quando godevo quelle notti poi con quelle canzoni russe, con quella vodka che bevevo, e sognavo l’università, dove avrei imparato la sua lingua, mentre da solo la studiavo per i fatti miei, e sognavo e sognavo, sognavo Mosca, le sue ragazze, belle come lei, come Diana, dalla bellezza sopraffina, lei che mi diceva che non avrei avuto problemi ad avere figli, visto quanta sborra facevo ogni volta, lei che mi scopava ogni tanto, là dove allora c’era anche a volte quella ragazza kazakha, orientale, come una cinese dalle forme abbondanti, ma aggraziate, quella scopata dove vedevo la fine del mondo, e l’estasi senza fine, di un orientalismo erotico che non conosceva confini, Diana e quella ragazza kazakha, l’erotismo nella sua più alta visione, ai tempi di allora, quando una volta rivedevo anche Katia, dopo un anno o di più, lei che era ancora lì, diceva, e non era un buon segno se era ancora lì, lei che ormai aveva già altri accompagnatori, quell’unica sera con lei che mi diceva che ero ingrassato, che mi ero fatto crescere la barba, eppure anche lei succhiava da dio, con quel suo corpo da favola, come un vero porno dove l’attrice ragazzina è una russa atomica, una figa atomica, come lo era lei, e quando scambiava i soldi con la sua amica, là vicino, perché non aveva il resto, e godevo senza fine con lei, come una volta, nel periodo d’oro, gli inizi di tutte quelle puttane che ora non ricordo neanche più, avvolto da tutto l’erotismo senza fine, quante ragazze romene, quante ragazze russe, in mezzo alle vie, godendo come non mai…

E poi iniziava l’università, forse c’era ancora Andra in quel periodo, e poi facevo conoscenza con Eugenia in università, e mi sembrava che lei sarebbe potuta diventare la mia ragazza, lei che al tempo era entusiasta della lingua russa, io che ero entusiasta della lingua romena e della lingua russa, che sentivo nelle manele, che ascoltavo alla radio, mentre mi perdevo nei melodrammi russi che lei mi consigliava di vedere, e imparavo sempre di più la lingua russa, e mi sembrava di poter raggiungere il mio sogno, parlare in romeno, capire il romeno, capire il russo, ed Eugenia sembrava la ragazza promessa di sempre, quel tipico amore universitario che chissà in che cosa sarebbe fiorito… e passava un anno, così, il primo anno di università, tra studi che mi ispiravano, sogni ad occhi aperti, visioni, e prima del secondo anno andavo in Repubblica Ceca, dove scoprivo giovani che della religione, a differenza di me, se ne fregavano, che si dicevano tutti non religiosi, e Tereza, l’ebrea ceca, mi consigliava di scrivere 750 parole al giorno, come diceva un sito, una sorta di gara di scrittura, una sfida con sé stessi, e in quei quindici giorni potevo recuperare la lingua inglese, che parlavo con la romena Veronica, le ceche Tereza e Lucie, il turco Soner, i giapponesi Satoshi e Yusuke, la coreana Kim, e la tedesca Lea, quindici giorni da sogno, altrove, lontano da casa, con il solito fantasma del bordello ceco, come quella ragazza ceca che mi facevo quando avevo 17 anni, in un altro campo di volontariato, lei che apriva la strada a tutta la sessualità e all’erotismo, lei puttana più grande di me, bionda, che lavorava in Germania, che si prostituiva anche qui, in Italia, per pagarsi le sue spese, ed era là che conoscevo l’amore libero, il sesso libero, e la sua ispirazione anni dopo mi mandava appunto in Repubblica Ceca, dove non avevo però bisogno di bordelli, perché la compagnia che c’era là in quel gruppo bastava, e la cultura di una città di Praga, con il suo cimitero ebraico, il suo ponte sulla Moldova, il castello kafkiano, vincevano su ogni puro desiderio di erotismo, che potevo soddisfare tranquillamente quando sarei tornato da me, sempre là, ai soliti posti, dove una volta c’era Katia, dove c’era Andra, dove c’erano tutte quelle, sempre quelle, che con la loro magia dell’est invocavano altre lingue, altre culture, il passato da sogno di un mondo comunista perfetto, senza la smania dei soldi, di farsi vedere, di apparire, ma con l’idea della fratellanza di tutti i popoli dell’est, le infinite lingue da imparare, la cultura senza fine, il sogno d’amore… ed era già strano incontrarsi con un’ebrea in Repubblica Ceca, la mia identità disfatta si rendeva conto che io non ero ebreo, e che il mondo poteva andare avanti tranquillamente anche senza religione, anche se lì nel campo a volte lavoravamo per il prete ceco cattolico, che ci dava qualcosa da fare, ma non era importante, così come non era importante parlare di altre cose, solo rendermi conto di quanto mi ero affezionato alla musica, alla musica di Denisa e di Gigi Finizio, che a volte ascoltavo là in biblioteca, accanto a dove dormivamo, e chattavo a distanza con Eugenia, sognando di farla mia un anno dopo, l’anno dopo in università, quando avevo paura che lei non continuasse lo studio del russo, e l’avrei persa di vista…

E finiva quell’estate, cominciava il secondo anno di università, poco alla volta avrei perso di vista i miei amici italiani, perché mi perdevo sempre di più nelle classi di russo con Eugenia, sognando chissà quali rapporti con lei, che diventavano sempre più amichevoli, fatti di sorrisi, di sguardi, di allusioni, e insieme si frequentavano i corsi, ci si dava una mano per studiare, così come anche con Alice, quel corso fantastico di cultura angloamericana, dove studiavamo la fantascienza e l’horror, generi che sto recuperando in questo periodo, e che mi affascinano sempre di più, Alice che anche lei si era data all’Est in quel tempo, con quel suo ragazzo ucraino, in Crimea, prima che succedesse tutto il casino della guerra, che lei andava a trovare, mentre a volte lei sembrava provarci con me, ma non avevo nessuna intenzione, io ero votato ad altre ragazze, le ragazze della notte, e scoprivo allora sempre di più le estasi alcoliche, erotiche e musicali, dopo quel viaggio in Repubblica Ceca, dove si beveva tanto, e anch’io cominciavo a bere tanto…

E chissà poi come, stare in mezzo a tutte quelle ragazze, in università, gli ormoni impazzivano, la voglia di loro, il desiderio, e la notte scoprivo lei, scoprivo Xhuliana, ragazza albanese dai capelli corvini e dal viso dalle belle fattezze, un corpo che ricordava quello di Katia, solo più formoso, le infinite nottate e luna con lei, sotto la luna, sotto le stelle, quando mi perdevo nella poesia con lei, con le sue parole piene di energia, come solo le ragazze albanesi sanno fare, lei e le sue infinite cavalcate su di me, quelle scopate che non finivano mai, il suo servirmi con le labbra che non conosceva confini, quella notte che di davamo ad un’orgia a tre, con un’altra sua amica romena, mentre lo facevamo nei sedili di dietro, con Xhuliana, e l’amica romena ci diceva come eravamo belli, mentre lei si toccava lì, e godevo con Xhuliana, che l’avrei voluta baciare, fare mia, mentre lei mi cavalcava e mi guardava con gli occhi vitrei, di un nero corvino senza fine, come i suoi capelli, e quante cavalcate, quante scopate senza fine, che lei a volte smetteva quando cominciava a bagnarsi troppo, e mi finiva con le labbra, con la sua vera arte da puttana… e in quel periodo, periodo dalle emozioni più profonde del mondo, con Eugenia che sembrava poter diventare davvero la mia ragazza, Xhuliana che mi stregava sempre di più, e io che mi perdevo nella musica malinconica e neomelodica di Gigi Finizio, canzoni profonde, e scoprivo allora anche la musica albanese, dalla radio, quella musica un po’ orientale, ancora più orientale delle manele, e ricordo ancora quella notte, quando tornavo dopo essermi scopato Lorita, altra ragazza albanese che ce l’aveva con la polizia, che mi faceva gli sconti, mi ricordo ancora come suonava dentro di me per la prima volta la musica albanese, che mischiava il mio amore per l’Est, non solo più Romania e Russia, ma anche Albania… sì, mi ricordo ancora quando mi scopavo Lorita, lei, a pecorina, come diceva, o quell’altra ungherese bionda, di una sola notte, quando non c’era Xhuliana e non so perché, e tutto lo strascico di quelle emozioni, di quella voluttà, tra alcol, sigarette e musica e puttane e ragazze di università, un’ondata di sensazioni senza fine, mentre in casa aleggiava aria di morte, la morte di mia nonna, orami in convalescenza, morte che sarebbe arrivata da lì a poco, in aprile, il più crudele dei mesi… e mi ricordo come il giorno del funerale mi perdevo nella visione della campagna di Mantova e provincia, dove compariva mia cugina Morena, ex modella, modella come Eugenia, ma più formosa, che mi parlava un po’ in italiano e un po’ in dialetto, e c’era il silenzio poi, le parole basse, il pranzo abbondante con mio zio Elia e mia zia Maria, il pranzo che sembrava per un attimo scacciare tutto il peso di quei sentimenti, il mio desiderio per Eugenia, la mia voglia di Xhuliana, il mio sogno di lingua russa, i sentimenti più profondi e voluttuosi del mondo, e mi perdevo in quel mondo di amore e di morte, come la sera del funerale, che mi davo a Xhuliana un’altra volta, un’ultima sua cavalcata, una delle ultime, quando la riaccompagnavo anche a casa, e lei era sempre forte e sorridente, sempre pronta a tirarmi su con le sue parole, a farmi sentire speciale, come quando mi diceva che non dovevo parlarle del tempo, come tutti gli altri, come quando mi diceva che lei preferiva la musica kosovara a quella albanese, e la notte la riaccompagnavo là, pieno di energia, anche dopo il funerale, e l’amore e la morte si intrecciavano, nel giorno e nella notte, sotto il chiaro di luna, sotto tutti quel labirinto di sentimenti che era fatto di musica e di Eugenia, di Xhuliana, di Lorita, di tutte quelle ragazze che scoprivo, e mi dicevo che solo l’amore per una ragazza può salvare, al di là di tutto, e tutto il resto è inganno, mentre studiavo ancora, un po’ a memoria, convinto che il trucco stesse nel fatto di leggere e ripetere, imparare una parte da recitare ai professori, e non mi chiedevo a cosa sarebbe servito lo studio, studiavo solo per il piacere, mentre intervallavo il piacere delle lettere a quello delle ragazze, in un’ondata di voluttà senza fine, che ancora adesso mi sembra di sentire e vedere, negli occhi neri di Xhuliana, nei suoi capelli corvini, nella sua pelle di cui godevo e che toccava, con quel suo vestito nero e la gonna corta, quel suo sapere ogni volta di sigarette tabacco e liquidi del corpo, un odore strano, un profumo strano che aveva lei, sulfureo, che si liberava in tutto l’erotismo e la voluttà con lei, fino a quando, una notte, non ci davano la multa, la polizia in borghese, ma ce ne fregavamo, lei protestava e diceva che manco per scherzo avrebbe pagato quella multa, io che non mi preoccupavo più di tanto, e dopo che la polizia se ne andava la ricaricavo su, e me la facevo l’ultima volta, la solita cavalcata, e quando tentavo di baciarla lei spostava il suo volto, e mi lasciava solo la guancia, e sapevo che quella storia sarebbe finita lì… non l’avrei più rivista, sarei passato soltanto un’altra sera, e lì al suo posto trovavo un’altra, che mi diceva che lei era partita, in Albania, chissà dove, e non c’era più, non c’era più, non c’era più quella voluttà durata due o tre stagioni, e l’estate, per pura coincidenza, sarei andato in Albania una settimana…

Che strano era sentire il muezzin cinque volte al giorno, là in spiaggia, sentire la musica albanese che allora sentivo solo alla radio, mentre là veniva fuori sempre dagli speaker dei locali sulla spiaggia, fare il bagno sotto le stesse notte che mi avevano ispirato tutta la voluttà del mondo, quelle note che sentivo quella notte con Lorita, e parlare inglese, stare con i miei genitori, e non pensare più alla perdita di Xhuliana, alla perdita di mia nonna, mentre anche quell’estate chattavo con Eugenia, che ora si trovava in Russia, a Mosca, con gli altri compagni e compagne di corso, mentre io ero in Albania, la provincia una volta dell’impero sovietico, e tutto era fatto di magia, tra Eugenia e Xhuliana, quel mondo albanese che sognavo dai tempi di quell’amico delle medie, Dorian, che raccontava del suo paese, e già allora faceva nascere in me tutto l’immaginario dell’Est… e stare per una settimana di fianco ai miei genitori, a parlare, a parlare con mio padre, che di solito non parla mai, a non pensare più al lutto della scomparsa sua madre, stare lì in spiaggia, tra gli albanesi che parlavano italiano, e io che sognavo di rivedere Xhuliana, da qualche parte, non so dove, lei che diceva che era di Valona, e si lamentava che in Italia il mare è troppo lontano, che doveva essere più vicino, come in Albania… e là a Ksamil conoscevo Rudina, ragazzina albanese che faceva la receptionist in quell’albergo, quella notte che con lei parlavamo di Shakespeare, di libri, di romanzi, di canzoni, in inglese, in inglese, come non lo parlavo più dall’anno prima, quando ero stato in Repubblica Ceca, e ogni giorno scrivevo, scrivevo e scrivevo per liberare l’anima, sognando sempre l’amore con Eugenia, facendo poesia di quelle nottate con Xhuliana, di quel lutto, di quell’erotismo, di quella voluttà, di quel labirinto dei sentimenti…

Tornavo in Italia e sapevo che una nuova ondata sarebbe cominciata, là dove ormai i luoghi dell’anima dell’ultimo impero avevano fatto strada dentro di me, l’ultimo impero sovietico, l’Est Europa e le sue ragazze, l’impero ottomano con quel muezzin che cantava sempre in Albania, quella volta che quasi non mi intrufolavo in quella piccola moschea a Ksamil, non so perché, forse per ricordare tutto il mio sviamento per Katia anni prima, quando un delirio holliwoodiano portava con sé tutte le lingue e le culture del mondo, ma in fondo io ero sempre legato all’Est, al mito sovietico, la fratellanza tra i popoli, voler imparare le lingue dell’Est, la lingua di Katia, la lingua di Eugenia, la lingua di Xhuliana e di tutte le altre… tornavo in Italia e cominciava il terzo anno di università e la notte, sì, la notte, avrei conosciuto lei, Alina, la ragazza ucraina… nuova ondata di sentimenti, di sensazioni, dopo il lutto, dopo la voluttà senza fine con Xhuliana, c’era lei, Alina, che mi parlava in russo, e anch’io con lei in russo parlavo, dei diari dei vampiri, delle canzoni romene, russe, albanesi, che mi sembrava finalmente di aver trovato la ragazza dei sogni, scopare come non mai, parlare in russo, godere della musica dell’Est, lei che diceva che senza musica stava male, lei che mi parlava della sua figlia in Ucraina, lei che mi parlava dei diari dei vampiri, che allora cominciavo a vedere in russo, per avere qualcosa da dire a lei, e che profondità, che voluttà, quale erotismo, quali altre nottate e luna con lei, che sembravano non finire mai, godere sempre, ubriacarsi sempre, andare sempre da lei, la notte, come un disperato, un disperato d’amore, perché con Eugenia più che parlare e sorridersi non c’era di più, e io che mi perdevo nella lingua russa, nelle sue canzoni, quell’anno che cominciava tutto il casino con la Crimea, Maidan, la guerra, la situazione ucraina, io che in università una volta facevo una specie di lezione sull’Ucraina, come una specie di esame, una lezione intera, e nei mie sogni sempre lei, nei miei desideri, sempre lei, Alina, Alina, Alina, la ragazza dai capelli corvini lunghi, dal corpo slanciato, dai fianchi abbondanti, dall’erotismo oltre ogni confine, dalla bellezza e dallo sguardo che ad ogni istante ed ogni volta cambiavano, per farmi godere della notte, dell’alcol, della musica, degli studi, mentre la mia vena poetica non conosceva limiti, e si librava nella notte, estasiata da lei, dalla musica d’amore dell’est, da quell’alcol, vodka e birra, che scorrevano a fiumi, e già le dicevo che forse non sapevo come avrei fatto dopo di lei, dopo che lei se ne sarebbe andata, e lei scherzava, diceva che era meglio non amare, che lei conosceva meglio di tutti come funzionano queste cose, che ne averi trovata un’altra, che l’amore sarebbe arrivato da sé, mentre meno me l’aspettavo, e con Eugenia non sapevo più che fare, lei che mi diceva di andare nella sua chiesa, la sua chiesa avventista, e Alina che mi diceva di lasciare stare, che se volevo andare in chiesa dovevo andare in una chiesa normale, come tutti, e lasciare a loro la loro fede… lei che mi diceva anche di non legarmi a niente, di non legarmi a nessuno, che era meglio essere liberi, liberi come la notte e le stelle e la luna che ci vedevano ogni notte parlare in russo, fare l’amore, sorridere e ridere e a volte quasi piangere, tra le nostre difficoltà, i nostri umori sballati, il nostro gettarci ai margini di una via, come due reietti, due disperati nel mondo, lei che mi diceva di smetterla di bere quando andavo da lei, di bere dopo, dopo che la poesia dell’anima e il labirinto dei sentimenti toccava il suo vertice, con quelle canzoni, con lei che a volte si metteva la parrucca bionda, e io scherzavo con lei perché ora assomigliava a Caroline della serie tv, ora assomigliava a Elena, e non sapevo più chi stavo amando, chi amavo, se la ragazza della serie tv su cui proiettavo tutto l’amore per Alina o se stavo amando Eugenia ma non capivo più perché dovevo andare in chiesa da lei, io che ormai ero sempre più convinto che solo l’amore e la passione per una ragazza potevano salvare, ed Eugenia che mi diceva che l’amore di Dio è più grande ancora, ma non ero affatto convinto…

E così non so per quanto tempo, due anni forse, tra il terzo anno e il primo anno di specialistica, forse di più, c’era ancora Alina, e io volevo sempre di più da lei, non solo sesso, ma parole, discorsi, una qualche uscita, un numero di telefono, e impazzivo, bevevo sempre di più, ascoltare la musica era arrivato ad un punto morto, le estasi erotiche, alcoliche e musicali non bastavano più, come era tutto iniziato ai tempi di Xhuliana, lei che mi dicevano aveva fatto un casino dell’anima come non poche, e Alina ancora di più, sempre di più, che una sera alla fine si scocciava e mi diceva: “Senti! Sto lavorando!”, e non c’era più niente, mi dicevo basta, basta con la musica, l’alcol, questa follia con Alina e scoprivo lei, Leida… Leida, ragazza albanese bionda, carica di erotismo, carica di energia, ancora più che Xhuliana ai suoi tempi, ragazza dal corpo dalle curve più sensuali di questo mondo, la nuova Katia, puro erotismo e voluttà, lei e le mie canzoni albanesi che le dicevo, lei che diceva che non amava troppo la musica albanese, preferiva la musica inglese, anche se non la capiva, e cercavo di dimenticare Alina, andando da Leida, e cercavo di smettere di bere, iscrivendomi a Taekwondo e cercando di fare una vita più sana, più equilibrata, con un po’ di fitness, per riprendermi dall’ubriacatura dei sensi con Alina, dall’abisso e dal labirinto di sentimenti, e cominciavo a perdermi senza di lei, senza Alina… ed era utopia erotica, utopia e desiderio senza fine con Leida, scaricare tutta l’energia su di lei, le tante scopate, le tante nottate con lei, lei e quel suo volto affilato, quella sua voce sensuale e suadente, quel suo modo di scherzare e di darmi energia per la vita, facendomi dimenticare i troppi studi, i troppi cavilli e rimuginazioni dell’anima nate da una storia con Alina che ormai non decollava più, che aveva raggiunto un punto morto, anche al di là dei diari dei vampiri, della musica, delle canzoni, delle suggestioni dell’Est… Leida, Leida, Leida, e maledetta quella notte che prendevo una multa con lei, e per un po’ non l’avrei rivista, e mi decidevo, come non mai, ad andare in chiesa avventista, da lei, da Eugenia, sul finire del corso di taekwondo, verso l’estate, e mi sforzavo di non bere più, di non ascoltare più troppa musica albanese, di cercare di evitare estasi alcoliche, erotiche e musicali, e credevo di rifarmi una vita, pentendomi, stando da Eugenia e dagli altri giovani avventisti, a sentire le loro parole, a parlare di Bibbia, di salute, di fitness, come se dovessi ricominciare un’altra vita, un’altra vita che però non iniziava, perché Eugenia non era più la ragazza di prima, la ragazza libera di prima, si era estremizzata, era diventata fondamentalista, e con lei non si poteva più scherzare e ammiccare come un volta, si era perso l’affiatamento, lei che aveva lasciato l’università, al terzo anno, dopo la laurea, io che invece l’avevo voluta continuare, sempre in nome di quella lingua russa che ormai avevo sognato e imparato a parlare con Alina, ora che quel sogno di una ragazza dell’Est, anche se non mi accorgevo, era stato quasi completato, il sogno russo d’amore… sì, Eugenia e la chiesa avventista, imbambolato, incantato da lei, convinto di poter continuare l’amore là dove era finito con Alina, lei, Eugenia che metteva troppi paletti all’anima, non bere, non fumare, stare a dieta, fare esercizio fisico, studiare le scritture, non perdersi nella scienza, nella filosofia, lei, sempre più estrema e io sempre più ritratto in me stesso, in quelle parole, in quei regolamenti, e poi, una notte, il ritorno di lei, la rivolta, il sogno di Leida e dell’erotismo, la cacciata dal paradiso e l’inizio dell’inferno, dei deliri antireligiosi, l’utopia erotica con Leida, che riprendevo a vedere, a frequentare, mentre lasciavo Eugenia e la sua chiesa avventista, per incompatibilità di vedute del mondo e di stili di vita, per non essere ipocrita, e infine per essere libero…

E poi non ricordo più bene, cominciava il tira e molla infinito, le battaglie dell’anima, contro il sesso, contro Leida, contro le sigarette, contro l’alcol, la botta di depressione che arrivava perché con Alina ormai non c’era più niente, e l’ultimo anno di università, quello dove dovevo preparare la tesi, una tesi di cultura russa… e la depressione mi devastava, e i deliri per Leida, che non ricordo neanche più, e le nottate con lei, come quel mio trentesimo compleanno, scoparmela, e così il mio trentunesimo compleanno, scoparmela ancora, mentre passavano così due anni con lei, e neanche me ne accorgevo, tra un tira e molla continuo, lo stile di vita che volevo cambiare, le estasi erotiche alcoliche e musicali che non erano più con me, come ormai non erano più con me né Alina né Eugenia, l’ultimo anno di università, quando la lingua russa era oramai diventata la normalità, tra quelle aule di università, non c’era più magia, né in quella lingua, in quella cultura, in quelle canzoni, Alina aveva portato via tutto, lei e il suo erotismo, la sua arte erotica, le sue parole e la sua voce suadente, la sua bellezza, il suo vampirismo, e cominciava quell’epoca difficile, quella che già presentivo, dopo di lei, dopo Alina… e qui la memoria mi fa difetto, cala la tenebra e si innalza l’oro dei capelli di Leida, della sua bellezza da farmi impazzire, il suo volto affilato, la sua energia che niente avevano a che vedere con il vampirismo di Alina, e non capivo più niente, mentre pensavo di riesumare la magia della lingua russa dandomi ad altre lingue, albanese, tedesco, olandese, come se potessi rivivere di nuovo tutti questi ultimi anni, quasi un decennio, il sogno russo che si era frantumato con il finire della storia con Alina, lo sfumare del sogno d’amore con Eugenia che si dava alla religione, e non mi rimaneva più nessuna, più nessuno, neanche nei nuovi compagni di università, nelle nuove compagne, tutto non era più come prima e neanche me ne accorgevo, avevo perso qualcosa, e non me ne rendevo conto, il sogno d’amore russo di una volta, durato così a lungo, aveva perso tutto il suo fascino e la sua profondità, e nella superficie delirante si muovevano ora parole tedesche, olandesi, albanesi, da far impazzire… un periodo così, di voglia di Leida e di non voglia di nessuna, la depressione per Alina, quella tesi di cultura russa che spostava i cardini del mondo, tra quella figura di Stalin che crollava in me, per gli orrori, e la lingua tedesca e albanese e olandese che volevano essere il fronte anti russo, solo perché con Alina tutto era andato a male, solo perché Eugenia aveva abbandonato anche lei la lingua russa, un disorientamento totale, un continuo gioco tra tenebre e lucentezze dorate allucinanti dell’anima, e sempre Leida, l’unica mia guida in tutto questo caos… l’esaltazione, il perdersi di nuovo, la depressione e lo sviamento, le parole che non bastavano più, neanche le 750 parole di sempre, la poesia che non c’era più, dopo Alina, dopo Eugenia, e l’utopia erotica con Leida che faceva acqua da tutte le parti, e tanta confusione, tanti deliri…

Arrivava alla fine il periodo della laurea, dicembre 2016, e la facevo finita una volta e per tutte con la Russia, ci mettevo una pietra sopra…

Rivedevo Alina, a dicembre, poco dopo, e si spostava l’asse del mondo, tutta l’emozione di una volta ritornava, l’amore, il sogno d’amore russo… il 32esimo complenno, quella notte non con Leida, come gli altri due compleanni, gli altri due inverni, ma a chattare con Marina, ragazza russa conosciuta in università, e augurarle il buon natale, creder di poter riesumare il sogno d’amore russo con un’altra ragazza, una ragazza russa…

E il resto sta qui in queste pagine, da gennaio 2017, l’avventura con Marina, il ritorno di Alina, non più ritorno d’amore, il caos dell’anima con Manuela, la fine dell’università e la fine della depressione, le scopate con Anna la ragazzina romena, unica che mi faceva ancora godere dopo le giornate con Marina, che di amore non aveva niente, tutto l’erotismo con Leida, le nottate erotiche, il desiderio per lei, il mio rimuginare su scuola e lavoro, le frustrazioni, i momenti spensierati, gli apici del desiderio e della voluttà, e sempre lei, sempre Leida, unica costante in questi ultimi tre anni, l’amore, il scettro dell’amore che ormai va a lei, Leida, amore, e il resto è qui, è dentro di me, oltre questo prologo di dieci anni, il resto sta nella sua figura, nella sua forza, nella sua bellezza, nell’erotismo che mi sa dare, nelle sue parole, nel suo ricordo, al di là di tutto e di tutte, ora che forse sta per finire, non si sa, le altre pagine lo diranno, oltre questo prologo…

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