Pensieri liberi, Sogni

E potrà cominciare la giornata…

Risveglio come sempre, i diecimila pensieri che non avevano voglia di trasformarsi in raccoglimenti, visualizzare dentro di sé l’aquila rosso nera, e decidere di andare deciso verso il bar, Miryam mandata a quel paese, l’albanese che viveva in me che non aveva voglia di caffè per comprare sogni al suo cospetto, il suo incanto, altre illusioni, e poi il caffè l’avevo già bevuto, dalla macchinetta, in casa, e bastava e avanzava… stare per entrare nel bar e sentire una voce che diceva: “Dai te li riporto!”, qualcuno che chiedeva soldi, qualche cliente con qualche debito, pensavo, e invece era un trentenne o giù di lì che chiedeva l’elemosina con la scusa di dover tornare a casa, forse un drogato, non si sa, e compravo le mie sigarette, specificando a Paolo: “Niente caffè!”, escludendo volontariamente Miryam, che eppure era lì, e quel mendicante chiedeva anche a me i soldi, non poco, cinque euro addirittura, e visualizzavo ancora l’aquila e l’albanese che è in me, come in mille altri casi, e me ne sbarazzavo, anche dopo essermi fatto dare il resto di dieci euro da Paolo, e nessuno voleva dare i soldi a quello, prima che poi si prenda l’abitudine di disturbare al bar…

Me ne andavo e lasciavo perdere raccoglimenti di divinità lontane, che sono solo paranoie, giri assurdi dell’anima, e pensavo quasi di ripristinare qualche oggetto magico, se solo non mi ricordassi di tutte le follie, se solo il pensiero del pomeriggio di ieri, sognando Ana, non mi permette di giocare ancora con i simboli, e me ne tornavo a casa con l’idea di continuare a guardare Evangelion, dopo che il Barresi me lo consigliava… Barresi… che lo sentivo ieri pomeriggio al telefono dopo un pomeriggio passato ad impazzire, per un caffè di troppo, per un gelato di troppo, e dovevo prendere 5 mg di olanzapina per far passare i deliri, le idee omicide, l’irritabilità, le idee strane, che neanche finire di leggere “New life” di Orhan Pamuk bastava, neanche la gente che stava lì in piazza, chi giocava con i bambini, altri anziani, coppiette varie, anche se l’immagine della vita basta, ora che ci penso, così come di solito basta l’immagine della vita che vedo ogni mattina al bar, gente sveglia, gente viva… e lasiavo perdere gli incubi ricorrenti di questa mattina: ritornare alle superiori, essere arrestato… che questi due sono davvero i sogni più ricorrenti che faccio, ambientati sempre in luoghi diversi, diversi dalla realtà e dai ricordi vissuti, ma sono forse due dei più grandi shock della mia vita: essere stato arrestato a 17 anni e aver interrotto gli studi… che era da tanto che non sognavo così, e ormai non ci faccio più caso, so che questi incubi e sogni fanno parte di me, e a volte ritornano, come i deliri religiosi, come i deliri su quelle ragazze, fanno parte di me…

E non so che farmene di questa mattina, dove l’unica idea è davvero quella di guardare Evangelion, forse giocare a Final Fantasy, probabilmente uscire con i miei a pranzo, per festeggiare, e non mi va di raccogliermi, di pensare, di andare a pescare cose lontane, e quell’iniezione di vitalità con Miryam stamattina, pur senza vederla, mi è già bastata a darmi la carica, e stati sognanti non mi prendono più, e gli unici sogni sono le virtualità di qualche videogioco, o i disegni di un cartone animato giapponese… e comincerò allora a guardare qualche episodio, in inglese, per fare risciacquo linguistico, per concentrarmi su altre parole, e la giornata andrà avanti da sé, senza le troppe paranoie di ieri, senza pensieri in tilt, senza estremismi, fondamentalismi, paure inesistenti, e ricorderò la semplice chiacchierata con Barresi, con Larisa e Stas ieri sera, quello stare bene in mezzo agli altri che è sempre segno che in fondo va tutto bene, se solo certi pensieri di sottofondo ogni tanto non si manifestessero, ma, come per gli incubi ricorrenti, sono anche ormai abituato al mio vivere a volte con pensieri strani in sottofondo, e basta non ascoltarli più, e andare avanti, e potrà cominciare la giornata…

Advertisements
Prosa Poetica, Visioni

E un sogno che è una chimera…

I libri, i film, le notizie, internet, i videogiochi, le sigarette, l’alcol… ma io voglio solo lei… che non mi basta più niente di niente, e mi perdo… e sono qui in questo parco, dove gli adolescenti ascoltano la sua musica, il rap italiano… e non so più cosa farmene di quelle letture, di quei videogiochi di altri film da guardare, di lavori da cercare, lavori da fare, e mi sembra di avere la vista stanca in questa primavera, e la sua arte erotica non mi basta più, e chissà io cosa vorrei da lei, vorrei forse la luna… ma non so da dove iniziare, e tutto inizia e finisce allo stesso tempo, aprendo le porte sull’infinito… e mi sembrava quasi di impazzire, in quell’abitazione, in quell’altro parco ieri, a Milano, e quella strana mania di videogiochi che ieri mi distruggeva… la notte, forse troppo alcol, la musica che faceva casino, uscire la notte solo per vederla là, come sempre, e impazzire, che solo musica new age e l’immagine di un Buddha poteva mettere fine alla scia di parole e immagini… il sonno, il risveglio nella notte, dormire e non dormire più, il sonno strano, una mattina fatta di niente, la mente e la sua vacuità, e la ricerca di qualcosa che vada al di là della luna… che non mi basta più, e non so cosa e chi cerco… e vedo solo lei, la ragazza vuota, Ana… che non so che farmene della gente che incrociavo ieri e l’altroieri a Milano, o il Gesù Cristo al negozio di videogiochi, la russa che incrociavo nel parco, lo spacciatore nero, l’americano che mi chiedeva dov’era il Carrefour, e altre polacche, altra gente, che non mi oriento più e vorrei qualcosa al di là della luna… e non ne posso più dei soliti luoghi, delle solite persone, dei soliti discorsi, e qualcosa mi trascende e trascende tutto ciò che è stato finora…

E i ragazzi con la musica se ne vanno e rimane il silenzio del parco, il rumore delle macchine che passano, il sole sulla tavola del parco dove scrivo, e il verde della natura, il vento e un senso di vuoto… è scoppiata la primavera, e ogni desiderio con lei, e non so più cosa fare… sono lontani quei giorni di università, sono lontane quelle notti con Alina, Xhuliana e  non so cosa vorrei da Ana, e parlare con nessuno è la mia sola salvezza, e il silenzio dove rinasce l’anima… e mi viene in mente quando leggevo che la fedeltà è anche un istinto della specie, per assicurarsi la prole, mentre l’amore libero con lei danna e benedice allo stesso tempo… non so cosa farmene dei ricordi dell’anno scorso con Marina, anche lei che diceva che è l’età giusta per sposarsi, ma trovare l’amore non è mai stato così chimerico… mi sbarazzo in questo pomeriggio dell’abitazione che a volte mi possiede, il lavoro, il pc, i videogiochi, internet, le lingue, la musica, i libri, i social, i contatti inesistenti, gli amici che più di tanto non danno, e sogno lei, solo lei, di un sogno chimerico… non capisco neanche più cosa mi faceva e mi fa raccogliere, per non trovare neanche le parole di chi vorrebbe renderti illuminato, neanche preghiere angeliche, tutto si risolve nel sogno di lei, che però più di tanto non può dare, e sogno un amore che non c’è… le dicevo che sarei voluto andaremene in Romania, a cercare il niente, ed eccomi qui, in questo pomeriggio, in questo parco, a vedere dissolvere tutti i miei desideri e pensieri, i miei passatempi, e non rimane più niente, solo il sogno di lei, una chimera… e sogno davvero dieci giorni in Romania, per dimenticare ogni cosa, ogni automatismo dell’anima, e non so quando andrò, se andrò, e rimane lei, il suo desiderio, e un sogno che è una chimera… e vedere coppiette, e chiedersi perché, perché, non anch’io, non anche noi, e vederle sfilare tutte, nei miei ricordi, e non sapere più perché… e questo pomeriggio non mi basta più, e nessuna storia, niente… è solo il sogno di lei, una chimera…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Lei, la musica e l’infinito…

Musica turceasca… il suo sguardo… io che la desideravo, lei che mi diceva che mi dovevo sposare, è vero, forse sbuffavo, come tutti gli italiani quando queste straniere e questi stranieri ti chiedono quando ti sposi, quando ti dicono che ti devi sposare… sposare… forse no… semplicemente trovare, trovare la ragazza giusta, è difficile, le dicevo, lo so, è difficile, diceva lei, e si guardava il vuoto davanti a noi, o forse ci si guardava solo con la paura di guardarsi, per non innamorarsi… il suo sguardo, la sua voce, che la notte e le stelle e la luna chiamavano lei, dopo che mi raccoglievo, per perdere le visioni del giorno, le parole altrui del giorno, le loro apparenze fenomeniche che si erano stagliate nella mia coscienza, andare oltre… andare oltre e trovare il vuoto, il nulla, l’assenza di immagini e la luce e la mia voce… non voglio computer, non voglio, celluare, musica, televisione, non voglio più niente, le dicevo, che bello, diceva, e ci si guardava, lei e i suoi capelli rossi, quasi viola, il suo volto di cui scorgevo i tratti, un’altra volta, lei che non era più Inna, lei che non era più Elvisa, lei che era solo lei, Ana… le sue labbra e il suo mettersi il rossetto, come un rossetto abbandonato in mezzo alla strada, le sue labbra… ero lì, non a pensare, ero lì a non volere più niente, neanche i discorsi con gli amici che ti dicevano cose senza senso, neanche i consigli di quelli sul lavoro, neanche le immagini andate in tilt di collegamenti che non esistevano, collegamenti in tilt dell’anima sempre pronti a impazzire… e la notte, e il giorno passare di lì solo per andare a un ristorante in mezzo alla via, i soliti cinesi che ti servono con indifferenza, quelle immagini al muro di cinesine, con lo sfondo bianco, candido, un’icona appesa al muro, e qualche ideogramma di “Diecimila cose e il senso della vittoria”, oppure, meglio: 万事胜意 may everything be better than you wish; all the best 萬事勝意, tutto il meglio di questa vita… “Che vita di merda”, diceva lei, invece, davvero, ci pensavo oggi, dicevo io, che vita di merda, la via non può fare così schifo, il lavoro, i soliti discorsi di politica, di lavoro, i soliti amici e i soliti discorsi, dicevo, e pensavo, niente che ti elevi, niente che vada oltre, quando l’oltre era davanti a me, era solo lei… “Volevo andare in Romania”, dicevo, “E vai…”, diceva lei, “Sei stato?”, “Sì, sono stato una vita fa, ’99, 2000, non mi ricordo, Iasi, con mio padre e un suo amico che poi si doveva sposare una romena, poi hanno divorziato… ma voglio tornare, non so, non a maggio, forse quest’estate…”, “Anch’io voglio andare quest’estate…”… e la fantasia… la fantasia… “Ascolti ancora quella musica?” “Sì, ogni tanto…”, diceva lei, la musica, che poi ci perdevamo davanti alla musica, con il suo cellulare su YouTube, la sua musica, i suoi cantanti preferiti, i suoi video che diceva che tutti stanno guardando, video stupidi, lei che rispondeva a sua sorella, la richiamava dopo, diceva, e la musica, cosa ascolto io, musica albanese, no, diceva lei, albanese no, neanche musica turceasca, internazionale, rap italiano, inglese, e via, musica su musica… che capitava quel video di quella canzone, “Mi ghenà”, canzone israeliana, remake di Super Sako, lei diceva che le piaceva, l’originale, di Maitre Gims, e su quel suo cantare “mi ghenà ghenà ghenà…”, e quel mio intonare “mi ghenà ghenà ghenà…” con quel nostro stupido intonare si dischiudeva l’infinito, l’infinito… musica isrealiana, che tutta la divinità si liberava e mi portavo la mano sugli occhi, come in preghiera, e l’infinito, l’infinito, lei e la musica… e lei e la lingua inglese, che diceva quando era stata in Spagna alcuni non sapevano, e li mandava a quel paese, lei che chiedeva informazioni, lei che diceva che l’inglese l’aveva studiato un po’ a scuola, e basta, quel giusto che basta per farsi capire e capire, e la musica inglese, e lei, e l’infinito e la musica… che non c’era fine a quella serata, cosa fai adesso? Vai in giro?, mi diceva, non lo so, dormirò in macchina, le dicevo, perché?, mi diceva, ascolta la musica, a me mi rilassa, stai a casa e ascolta la musica… la musica, e le sue parole, e perdersi nell’infinito… ritornare indietro, indovina cosa farò adesso, quale canzone ascolterò per prima? Non lo so, diceva, maitre gim, no? E sorrideva, e rideva, in una notte così, dove diceva che era arrivata tardi, e che non si sa mai, bacio, le dicevo, un semplice bacio, la buona serata che ci si augurava, e disperdermi…

La notte, la musica, il sonno, il mondo di visioni, sognare di suonare il piano, di fare musica, non so per chi, svegliarsi nel mezzo della notte, con la musica che andava ancora, all’infinito, e le cuffie gettate lì, e svegliarsi solo dal fresco, dal fresco primaverile, chiudere ogni cosa e tornare a dormire, a sognare, forse, dormire, nel ricordo di lei, nel suo incanto… e svegliarsi così, la mattina, ancora perso nel ricordo di lei, nella sua magia, girare di qua e di là, senza più bisogno di niente, di nessuno, neanche dei miei stessi pensieri, e c’era solo lei, solo lei, l’infinito e la musica… giornata lavorativa breve, poche cose, di questo venerdì, finire già nel primo pomeriggio, qualche tilt dell’anima di persone che non volevo sentire, e ritrovarsi solo in un salmodiare che richiamava ancora il canto, per liberarmi, e camminare, camminare altrove, fare un giro in paese per riconsegnare quei dvd, e ritornare indietro, e qualcuno su Instagram apriva una diretta, qualche adolescente albanese che metteva su della musica turca, musica turceasca… e ritornava lei, l’infinito e la musica… che camminavo ancora verso quel parchetto con la musica a tutto volume, senza curarmi minimamente di chi passava, perché lei, la musica e l’infinito riempivano l’anima e il mondo ed ogni cosa, ogni albero, ogni filo d’erba, ogni sorriso di quelle bambine che giocavano, e la voce di quella madre, e quegli altri adolescenti che passavano di lì, e gli anziani, e i padri di famiglia e la moglie e i figli, e ogni cosa andava verso l’infinito, verso il tempio, verso lei, sotto l’incanto di quella musica, musica turceasca che riempiva l’anima e la svuotava per lasciare spazio all’infinito e le parole si precedevano alle parole e le parole alle immagini dentro l’anima e non c’era più un singolo oggetto di pensiero perché tutto si dissolveva nel fluire delle note e del canto e della musica, e l’immaginavo forse con quelle parole mai dette, quegli sguardi accennati, tutto ciò che c’era e non c’è e ci sarà, e l’infinito mi prendeva, e la musica e il canto, e lei, lei, l’infinito e la musica… che non sapevo più quanto tempo passavo lì, un pomeriggio infinito, e andavo via solo per trovare l’ispirazione infinita, e dimenticare la mia follia, la mia follia che sa di una amore folle, là dove le parole non bastano più, dove si disperdono nel canto e nella musica, e le immagini e le parole si disperdono nell’infinito di una luce senza fine, dove compare lei, e rimane solo lei, la musica e l’infinito…

Ispirazioni, Poesie, Visioni

Nell’eco dell’anima…

La sura della luce
là dove appaiono loro
nel loro splendore
solo per poi svanire
luce su luce!
An noor
il canto che si perde nella notte
oltre la luna
oltre le stelle
nel blu infinito
oltre quel vestito di lei
da possedere
spossessato
ed evanescente
desiderio
di qualcosa che va al di là
di irraggiungibile
e inconoscibile
svanisce l’antica musica
di cantanti che parlano
di desideri terreni
non risuonano
più
in questa notte
e loro mi appaiono disanti
al di là della strada
non come quella
che per caso
vedevo
l’altro giorno
a camminare
lei
dal velo in testa
in macchina con il padre
visione di sguardi
da niente
io e il mio nero vestire
da ripentimento
la sfilata e la scia
di tutte quelle
e lei che non c’entrava niente
dall’infinita distanza
tra quella via da camminare
e lei in macchina
sulla strada
ad andare chissà dove
passaggio
cittadino
che nascondeva l’infinito
al contrario di lei
che cela
il marcio
di un tatuaggio che dice
prima di tutto me stessa
in arabo
una lingua che non può essere sporcata
dopo la sura della luce
visione che si perde
dopo immagini
di racconti e parole
di una guerra che nessuno si ricorda
tra la Russia e l’Islam
tra terrorismo spirituale
e autoritarismo statale
metafore di non si sa cosa
di visioni
dove la logica maschile
si lascia sedurre
da una femminilità infinita
che va oltre ogni desiderio
la quiete dopo gli eccessi
lo spirito che nasce dalla carne
come diceva quel vangelo
non ufficiale
eterno ritorno
di non si sa cosa
a cui forse non credo neanche più
e si perde l’immagine di lei
che si confonde con la sorella
e con l’altra
di cui ricordo l’immagine
come un paesaggio
di montagne
dove risuona il canto
per perdersi nell’eco dell’anima
nell’eco dell’anima…
e vagamente ricordo
immagini
di fantasie finali
dove alla realtà
si sostituiva una realtà virtuale
che sapeva pure di arte
di immagini inesistenti
al di là di tutto ciò
che la mente può subire
nei giorni nei mesi
nelle settimane
e in ogni quando
immaginando
là dove non c’è più niente da immaginare
perdendosi nell’eco delle parole
che non si dettano più
come riflessioni
là dove tutto sfuma
nella quiete della notte
della luce e delle stelle
e scie e regole
ed entità culturali e statali
e storie
del mondo
si dissolvono
per lasciare spazio
ad una ricerca infinita
là dove l’inconoscibile
desidera ancora
essere raggiunto
senza mai arrivare
ad una fine
vaghi pensieri
che si dissolvono da sé
nell’eco dell’anima
per ritrovarsi forse un giorno
alla costante ricerca
come di un giudizio finale
che non finisce mai
alla ricerca
di quella ragazza che sarà
non più da escludere
come tante e infinite altre
per trovare me
lei
e la divinità
oltre noi
verso l’infinito
ispirazione infinita
che si perde
nell’eco dell’anima
tutto diventa bianco evanescente
pura luce
e si dissolvono
le immagini e le parole
e tutto si fa canto
nell’eco dell’anima
là dove neanche la musica basta più
a sritmare i pensieri
e le visioni
tutto si dissolve
luce su luce
nell’eco dell’anima…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

Tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…

Non so se è stato mio fratello, se sono stati i miei nipoti, se è stata Sissi e il suo tipo che giocava a Final Fantasy XV, non so sono stati i miei amici, che dicevano di giocare ancora, ogni tanto, ma mi è proprio ripresa la scimmia dei videogiochi, in particolare, di Final Fantasy… così che ieri pomeriggio ci giocavo per tutto il tempo, a Final Fantasy X-2, e anche stamattina, e poi, e poi mi prendeva la scimmia di recuperare su Ebay Final Fantasy X, per la PS2, e seguivo quella scimmia, quell’acquisto compulsivo, e ordinavo il gioco online… soldi da niente, neanche più di 35 euro, che non è neanche un potlatch dell’anima, che anche se il gioco arriverà in condizioni obbrobriose non mi interesserà più di tanto, tanto più  che i soldi li ha spesi mio padre con la sua carta di credito, e se penso che qui al giorno vanno via una media di 40 euro al giorno, tra sigarette e caffè e pranzi di lavoro, non me ne frega niente… e che strano, passare dalla poesia delle tipe ai soldi e a videogiochi, che questo blog non si riconosce neanche più, sembra quello di un’altra persona, che pensa ai soldi, ai videogiochi, agli acquisti compulsivi, a scaricare le guide di questi giochi infiniti che sono i “Final Fantasy”, come per comprarsi un tempo indefinito, interminabile, quello che serve per stare dietro a questi videogiochi, ma ora come ora avevo forse bisogno di tempo, di tempo davanti a me, di un’immagine del tempo che si estendesse a limiti infiniti, e “Final Fantasy” è per eccellenza un gioco dai tempi infiniti, e mi sembra così di aver acquistato un tempo interminabile… o forse sono solo corso ai ripari da una spesa che non farei mai: 400 euro e passa per una PS4 solo per recuperare i nuovi “Final Fantasy”, e quelli vecchi, una spesa, questa, che invece avrei sentito di certo di più… e così mi metto al riparo, dalla scimmia che mi ha trasmesso mio fratello: “Và che lo zio adesso si prende bene con la PS4 e se la compra anche lui!”, diceva mio fratello ai suoi due figli, 10 e 11 anni, i miei nipoti, e io che dicevo: “Ormai ai videogiochi non ci gioco più!”… non ci gioco più… così dicevo… da allora, dal 2008, da quando Katia aveva portato la tempesta dentro di me, quando mi aveva sconvolto, lei, Katia, e poi Amalia, Julia, e tutte le altre, da impazzire, da finire in manicomio, da dimenticare una vita adolescenziale spazzata via dall’erotismo, spazzati via i videogiochi ed ogni cosa, dieci anni… dieci anni che non mi mettevo lì davvero a giocare… e mi dicevo: “Ma com’è possibile che i miei amici e mio fratello, più grande di me, si mettano ancora a giocare? E’ ancora lecito dopo i vent’anni?”… pensavo fosse diventato illecito, come una qualche ingiunzione esistenziale, eppure era strano vedere mio fratello che giocava con la play, oppure che si strippava con il drone che si era comprato, e mi dicevo: “Ma è ancora lecito giocare a una certa età?”… “Non uccidiamo il bambino in noi”, mi dicevano, e io che forse l’avevo voluto uccidere, o cercavo sempre di ucciderlo, con storie religiose apocalittiche dove, dopo ogni apocalisse, le regole diventavano sempre più fondamentaliste, no all’alcol, no ai giochi, no alle sigarette, no alla musica, no al pc, no al tablet, no al cellulare, no ai social, no ai film, no! No! No! No! No dappertutto… non si viveva più… non potevo continuare a vivere in funzione di quelle ragazze, ogni volta tutto era rivolto a loro, era il solo fine, la sola ragione di vita, l’estasi erotica e poetica, a volte alcolica, a volte i deliri, sempre queste estasi che cercavo dappertutto, ogni volta in loro, o nella loro musica: albanese, russa, romena… o nelle loro lingue, poesie e notizie… le lingue… le ragazze… la musica… che ieri delle lingue cercavo di farne un vanto di me stesso, inviando quelle famose mail che dovevo inviare da tempo, presentando il mio portfolio di traduzioni dall’albanese, russo, romeno, inglese, francese, spagnolo, tedesco, progetto megalomanico, nato chissà dove, chissà quando, senza sapere poi davvero bene queste lingue, a parte negli articoli che piacciono o piacevano più a me… tante mail, un giorno prima di questa festa della liberazione, dove forse nessuno lavora, e una sola mail di risposta, per ora, da parte di un’agenzia di traduzioni di Bergamo, “Valuteremo attentamente una sua collaborazione, ci dica le sue tariffe…”… le mie tariffe?! Controllare su quei gruppi di Facebook che mi aveva inviato Anna Maria, “Interpreti e traduttori”, chiedere delle tariffe e dir loro quanto avevo chiesto io, “E’ una miseria”, mi dicevano, “Non ci campi e rovini il mercato!”, non ci campo e rovino il mercato?! Ma se non ho ancora neanche iniziato a lavorare! Non so neanche se mi prenderanno, e poi mi accorgevo… mi accorgevo… mi accorgevo che avevo svolto dei lavori da 100 euro l’uno, tutte quelle traduzioni, che solo 10 articoli valevano 1.000 euro, e io mi ero messo a tradurli così, per puro divertimento, piacere, un’altra scimmia? E se non ci fosse alcuna differenza tra la mania per i videogiochi e la mania delle lingue, delle notizie online, dei social? Se non ci fosse davvero nessuna differenza tra perdersi di fronte ad un pc con notizie d’altrove in 8 lingue diverse e stare lì incollati alla televisione davanti ad un videogioco? Mi chiedo: “Sono forse finito in un mondo virtuale? Vivo forse una finzione e non una realtà?”, come tutte quelle storie immaginarie con quelle tipe, quei brevi incontri che davano l’estasi, e poi l’estasi della musica, internet, ancora una volta, musica trovata su internet, lingue trovate su internet, videogiochi davanti ad uno schermo, e poi il cellulare, il tablet e il pc, e la televisione, ovunque, ovunque, sempre un monitor, uno schermo, sempre una realtà virtuale, ma dov’è la realtà? Dov’è?… e mi sembra tutto fittizio, tranne ieri sera, quando mi mettevo a fare la mia solita passeggiata di un’ora, avanti e indietro lungo quel percorso pedonale, a pensare, a rilassarmi da tutti quei monitor, videogiochi, traduzioni, social dai commenti infiniti, lontano dal mondo virtuale, e la sera nasceva da sé un canto coranico, una sensazione di liberazione dalla tecnologia, e mi sentivo spogliato di tutto, di ogni virtualità, di ogni finzione, anche di quella finzione che nasce dopo quelle ragazze, la mistificazione poetica, e ricordavo le parole di chi mi diceva che quelle ragazze non bastavano più… e non lo so, ancora non lo so, cerco sempre di stare più lontano da queste finzioni, da questo mondo che è diventato finzione: film al pc, videogiochi alla televisione, musica dal cellulare, notizie dal tablet, basta con questi schermi! Basta! Dov’è la realtà? Che fine ha fatto la realtà? Che fine hanno fatto le mie amicizie, i miei amori, le ore intere passate a chiacchierare, a ridere e scherzare, i momenti erotici, dov’è il piacere? Dov’è la realtà? E se anche i libri fossero delle altre mistificazioni? Se non ci fosse davvero differenza tra libri e monitor? Dov’è la realtà? Dove sono le relazioni vere? Dov’è la vita? E diventa tutto come un grande velo di Maya che si sta per dissolvere, me ne rendo conto, eppure non riuscirei a vivere senza le finzioni, di ogni genere, ho già provato qualche settimana fa, vivere di vestiti neri da penitenza e lutto, senza alcuna finzione, vivere solo d’aria e di nessuna concentrazione in niente, e cosa trovavo? Follia… deliri… è assurdo, ma non si può vivere non impegnati in qualcosa, e poco importa se è un film, un libro, delle notizie, della musica, dei videogiochi, servono… servono eccome, per non spegnere quell’interesse che ti tiene in vita, e la vera utopia era pensare di vivere solo d’amore ed erotismo… non è così, c’è la vita, il lavoro, le amicizie, lo svago, il relax, la fiction, ogni cosa, ogni cosa nella giusta misura, e i progetti di lavoro, altri progetti, e così all’infinito, tra un’attività e un’altra, tra un interesse e un altro, che una vita di solo amore, solo amicizia, solo erotismo, solo lavoro, solo svago, solo relax, una sola cosa alla volta non è possibile, la vita è differenziata come la giornata, come la settimana, ed ogni cosa ha bisogno della sua giusta misura… e dentro di me vive un lettore, un appassionato di film, uno che senza quelle ragazze non può vivere, un estasiato di musica e canto orientali, un operaio che ce la mette tutta, un filosofo/traduttore/poeta che senza parole proprio non ce la fa, e anche un mistico che a volte fa a meno di tutto, e tutto questo sono io, sono io in quest’ultimo periodo, dove riscoprio anche il videogiocatore in me, e si tormenta di meno d’amore e di erotismo e di religiosità, non pensiamoci troppo, non divaghiamo troppo, non restiamo con le idee fisse, e viviamo la vita, gli amori, il tempo libero, il lavoro, il relax, i giochi, e il dolce far niente, e ogni cosa andrà avanti da sé, ogni cosa a suo tempo, e potrò forse vivere ancora, vivere ancora e, tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E ti sembra di vivere una primavera dell’anima…

La cassiera che ti parla di Chuang Tsu che aveva letto su una rivista, i ricordi di quel film di Kim Kiduk, “Dream”, rivederlo la notte, dopo aver dormito tutta la serata, canzoni manele, pensieri sparsi, film d’amore, che fino all’ultima scena si lascia desiderare, l’atmosfera un po’ folle e malata e depressa, e la scena finale con quel “sogno di Chuang Tsu” che si avvera, pensare di dire due cose la prossima volta alla cassiera, pur pensando sempre ogni volta a quanto Manuela mi aveva portato via in quei giorni… svegliarsi con dei sogni particolarissimi, io e Bejan che ci ritrovavamo nella sua scuola superiore, ad una specie di festa scolastica, lui che non ritornava a scuola da una vita, lui che mi presentava le compagne, e mi innamoravo di quelle diciottenni, e si stava tutti quanti assieme, come in una vera e propria compagnia di scuola, e si presentavano vari personaggi, il rapper della scuola, quello bocciato infinite volte, che ormai viveva lì, le tipe che ci provavano con me, le altre che ridevano, io che finivo abbracciato con una tipa e volevo baciarla, ma lei si tirava indietro, per mettermi alla prova, per farmi attendere, per far nascere il desiderio, io e Bejan che giravamo per la città su una specie di slitta tra le vie e i calli in salita e in discesa, e tornavamo nella scuola solo perché avevamo dimenticato lì lo zaino con le nostre cose, i cellulari, i libri e altro, e si viveva un’atmosfera vivace, viva, vera, piena di energia primaverile o da prima estate, come quando finisce la scuola, e tutta la scuola fa festa e si prepara alle vacanze… dimenticavo il sogno di quella banda di russi che mi rubava uno straccio nero, un vestito forse, mi accorgevo di loro e della loro banda, mi parlavano in russo, e quando rispondevo loro in russo cominciavano a rispettarmi, loro e le loro facce buie, da criminali, e mi lasciavano stare, e ricordo altri incubi, altri sogni, un’attività onirica senza fine, che non mi va neanche di scrivere… e mi svegliavo da quei sogni la mattina, senza sapere come sarà la giornata, se continuerò quelle traduzioni per quel progetto di lavorare in qualche studio, in qualche agenzia stampa, vivere di traduzioni, e non più di officine, e mi svegliavo solo per bermi il caffè della macchinetta e accorgermi di aver finito le sigarette per andare al solito bar dove non si sentono le bestemmie, ma dove c’è vita… e là incrociavo per caso due ragazze italiane, quelle che si farebbe Fizi, che incontravo l’altro sabato insieme a Barre, l’altroieri, di domenica, nel nostro giro a Milano, pieno di parole e discussioni, la gente che si sa vendere sul mercato del lavoro, la sfacciataggine, i nostri coetanei ormai tutti sposati e con figli, il valore dei soldi e del lavoro, i discorsi politici, a volte filosofici, rapportarsi con le tipe, il modo di vivere, Barre che è l’esempio di come si può finire chiusi nel proprio mondo, davanti ad un monitor, soli con le proprie idee, la propria visione del mondo che si vorrebbe imporre agli altri, la presunzione di una verità assoluta che in realtà non è verità sul mondo, ma è solo verità di te stesso, chi tu sei, e niente di più, e la molteplicità del mondo con il quale ci si confronta, e il lavoro e le tipe che ti aprono la mente, ti rivelano più cose di mille riflessioni e letture senza vita, e la vita invece va avanti, si libera, si dischiude… di domenica e mangiare insieme ai miei e a Stas e Larisa, fare una grigliata di carne “all’ucraina”, quella mayonese dappertutto che dà gusto, e a volte nausea quando è troppa, lasciarsi andare a una coca cola zero, a qualche dolce, non vivere più di divieti e ingiunzioni, di mille critiche verso se stessi, di raccoglimenti, di paranoie e pensieri in tilt, liberarsi e vivere questo assaggio d’estate in primavera, e progettare il lavoro, e vagheggiare di tipe da conoscere, le tipe e il lavoro, le grandi questioni di questo mio stralcio di vita… svegliarsi e non sapere di cosa sarà fatta la giornata, non pensarci neanche, vivere così, più leggeri, rendendosi conto che forse il vero me stesso è quello che parla con gli amici, quello che può sentirsi libero di dire tutto, che sta al di sopra di tutto me stesso, la giusta voce che tutto commenta con ironia, e si accorge di tante cose, come quella follia del Barresi per quella tipa, follia comune a tutti noi, a chiunque sarà capitato di finire in dimensioni parallele, poi si ritorna alla realtà… e la vita va e la vita viene, piena di sogni, di incubi, di realtà, di vita nella sua pura forma, e i pensieri si confondono con i sogni e gli incubi, e anche con la realtà, che c’è un continuo fluire di idee e sensazioni, e l’anima si purifica, libera un sacco di modi d’essere che prima erano andati in tilt, si erano come bloccati, e sembra di vivere una primavera dell’anima, che non ti importa più molto di tutto, ed esci dagli schemi, e abbracci il nuovo vivere così, sperando di trovare quello che cerchi, sperando di dimenticare ciò che ti tormentava, e si vive così, in questo periodo di passaggio, passaggio eterno che è la vita, e ti sembra di vivere una primavera dell’anima…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

E non so più di che materia è fatta la giornata…

Gli amici, la sera, dopo qualche settimana, le parole di noi trentenni che non sono più come quelle di una volta, più calma, più tranquillità, le risate, certo, si scherza, ma si diventa più pacati, si continua a disprezzare una certa mediocrità, l’insulsaggine, la gente in giro, come dicevo una volta, ma ce ne si fa una ragione, si parla di film, di mostre, di arte, di tipe andate, di algoritmi improbabili, di uomini che vanno a Lugano una volta ogni due mesi, i soldi, come si fa a guadagnarli, i soliti discorsi del Barre e la sua impossibilità a fare le cose, le sue idee, i suoi film, la sua arte, Fizi e le mostre, le tipe di una volta, il giro al cinema, a Milano, nel weekend, gli spettacoli teatrali, la voce pacata, dopo che la sera mi ascoltavo il meglio di Beethoven e ritrovavo la voce in me, quella che aveva pianto per Alesia, quella che non sa più di lei, quella che rivedevo giocando, come un ragazzino, a quel videogioco, “Final Fantasy”, nella protagonista, per un attimo, poi il gioco mi riprendeva, come quando avevo quell’età, giocare tutto il giorno, non avere voglia di libri, di film, giocare e giocare, lasciarsi andare alla musica, alle immagini, non pensare più al bar, che neanche adesso mi accorgo dell’abisso tra le parole con gli amici e le parole di quelli del bar, che senso ha andare ancora? E giocherei di nuovo, tutto il giorno, se un senso del dovere non mi prendesse, voler tradurre, fare un portfolio online, ma forse la domenica non è la giornata giusta… e immergersi nella musica, fin da prima mattina, per non sentire più le parole di ieri sera, quella voce tra gli amici, quell’altro amico di una volta che incontravamo per caso nel locale, lui che era con una tipa e molto probabilmente faceva finta di non vederci, chissà perché, e lo si prendeva in giro al nostro tavolo, e ce se ne fregava… la lingua albanese delle canzoni, la mattina, la lingua inglese, l’atmosfera di una volta, i pensieri che vanno liberi, che non hanno bisogno di raccoglimenti, libero parlare che è un libero pensare, come se fossi sempre in mezzo agli amici, come ieri, quando giocavo e mi rilassavo per tutto il giorno, non più cavilli, e dei pensieri che filavano lisci, senza troppi “ma” e “però”, gli amici di una volta, quelli con cui giocavo, con cui uscivo, i discorsi, sentirmi me stesso, sfiorare vagamente il ricordo di Ana e delle ultime, quelle di sempre, una strana malinconia che vincevo parlando con gli altri, tante paranoie che andavano via, troppi libri scaricati ultimamente che erano dei pugni nello stomaco, sto meglio senza, come ieri, solo a giocare e a lasciare andare liberi i pensieri, facendoli svanire, giocare come vedevo fare mio fratello, con il drone, con GT, come mio padre al pc, come i miei amici davanti a videogiochi, allora si può ancora giocare anche se si è adulti?! Mi domandavo, ogni tanto sì, a quanto pare, rilassa, distende, non fa pensare più, svaga e ti fa ritrovare la voce giusta dei pensieri… non so quando mi tornerà la voglia di Alesia, di Ana, o forse solo di Ana, o solo di Alesia, che vedevo l’altra notte, lei che sembrava vestita come un personaggio dei videogiochi fantasy, un sogno, una visione, di una ragazza che a malapena sa l’italiano, tutta apparenza e bellezza, la lingua romena che avrei potuto leggere nelle poesie, eppure non la leggevo, mi davo ai giochi, per far svanire ogni cosa, sabato differente di chi, dopo un anno e più, vuole prendersi una pausa da troppi libri, troppi film, troppo studio, per rigenerarsi, prendersi una pausa da tutto senza bisogno di andare in vacanza chissà dove per una settimana… e rigenerasi così, già in un giorno, quasi, che oggi tradurrei, leggerei, mi perderei nelle loro lingue, nella loro musica, e non so perché, e non mi va di saperlo, e la giornata non si sa come sarà, forse giocherò ancora, mi torneranno in mente idee, sprazzi di pensieri, forse tornerà l’ispirazione, prima di interrompere il ritmo, spezzare la routine, un’altra giornata, uno stacco per rigenerarsi, ci voleva, tra amici e videogiochi, ricordi e musica, routine che mandavano in delirio, e tutto sfuma via, si dissolve davvero, e vivo in un sogno, in una fantasia finale, dove vedo lei, e sua sorella, e la loro bellezza sa di poesia, anche a distanza, e si sfuocano nella notte con le stelle e la luna, di un canto mediorentale che si dissolve così, e arriva il giorno, l’alba e il suo chiarore, senza voglia di raccogliersi, ma di dimenticare, di far sfumare i pensieri, di farli svanire, e una fantasia finale ancora mi aspetta, e questa voce in me, e i sogni, e la loro lingua, e la loro bellezza, e la loro musica e l’ispirazione infinita, mentre discorsi con gli amici mi ridanno la voce, amici di una volta, amici di sempre, e si confondono i piani dell’esistenza, si sovrappongono per svanire, e non so più di che materia è fatta la giornata…

Pensieri liberi, Visioni

Aprile, dolce dormire…

Schizofrenia totale, sentire Marina e non aver voglia di sentirla, andare al bar e non aver più voglia di vedere Miryam, paranoie, cambiare abitudini, al diavolo le sigarette e il caffè la mattina, i raccoglimenti che non servono a niente, mille libri, mille idee, e questo far niente che fa male a volte, che lascia pensare troppo, chiedere a Marina se è libera domenica, senza aver voglia neanche di uscire, un principio di depressione che mi coglie, il disorientamento, non sapere cosa fare, perdere i punti di riferimento, attendere la sua risposta, di lei, solo per cambiare idea, non aver voglia di parlarle, di vederla, non aver voglia di lavorare, avere solo tanta voglia di dormire, come ieri, per non pensare più, fregarsene di tutto, di quello che dico, di quello che faccio, non controllare più ogni mio passo, ogni cosa, ogni collegamento che non c’è, liberarsi, fregarsene di tutto, non sapere cosa fare la mattina, il pomeriggio, la sera, non avere più regole, lasciarsi andare a questo aprile dove ogni anno scoppio, perdo i riferimenti, mi perdo, e mi passa la voglia di far tutto, non aver nessuno con cui parlare, meglio così del resto, uscirebbero solo rimuginazioni inutili, liberarsi dalle troppe regole, riposare un po’ di più, dormire la mattina, la sera, fregarsene, lasciar perdere gli stili di vita altrui, non imitarli più, non essere più ispirato da loro, lasciar perdere figure religiose che mi potrebbero ispirare, lasciar perdere tutto, e aver voglia solo di dormire e riposare e non fare più niente, dormire, dormire, dormire, aprile, dolce dormire… cambiare giri, basta quel bar la mattina, le sigarette, i caffè, che era diventato un loop senza fine, prendersela più comoda, cambiare abitudini, stare più libero, senza troppe regole e superstizioni, magari uscire per scambiare due parole, forse perdendo me stesso, forse ritrovandomi, questi libri che non riesco più a leggere, quei film che non mi dicono più niente, quella stanza, quei bar, quella biblioteca, quelle officine, sempre le stesse cose, come se fosse il giorno della marmotta, break the spell! Break the routine! Scrivevo tempo fa, e ritorna di nuovo, interrompere il ritmo, la routine, cercare una via d’uscita, che si risolve nel niente, non in qualcosa, e aver solo voglia di dormire, dormire, dormire, aprile, dolce dormire… lasciar perdere ogni cosa, un’amica è sempre un’amica, non volersi impegnare, voler rimanere libero, pensare di meno, essere più libero, lasciar perdere ogni cosa, e vivere come se si fosse in un sogno o nel sonno, aprile, dolce dormire…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Svegliarsi così, con i pensieri nell’abisso, e ricordare i sogni e gli incubi della notte, mio padre che compariva in giardino insieme al suo amico che si gettava sulla sua ex moglie romena, e mio padre che si contorceva in preda alle convulsioni, tutti che ridevano, perché pensavano che fosse uno scherzo, mio fratello, mia madre, gli altri parenti, che erano lì per una qualche grigliata in famiglia, e io che mi preoccupavo, perché sapevo che la sua vita stava per finire, e gridavo: “Non è uno scherzo! Chiamate il pronto soccorso!” e vedevo mio padre che continuava a contorcersi in convulsioni, fin quando spirava, e come il film di Tarkovskij “Andrej Rublyov”, mi gettavo per terra gridando: “Papa!”… e finiva l’incubo, e mi svegliavo di notte solo per fumarmi una sigaretta, andare oltre quell’incubo e non pensare neanche più alle immagini dell’incubo di prima, dove ero finito in una Sicilia mafiosa, dove i vicini e tutti quanti erano contro di me, tramavano contro di me in una qualche consipirazione, e mi gettavano sul mare, su una specie di piattaforma galleggiante sulla quale ponevano del catrame per farmi rimanere incollato, e restare lì fino a quando non eseguivo i loro ordini, confessando qualcosa perché mi portassero via tutto con qualche inganno mafioso legalistico, e dovevo solo svegliarmi, da quegli incubi…

Tornavo a dormire senza pensarci troppo, dopo che vedevo mia madre che era sveglia anche lei di notte, non so perché, e negli altri sogni della notte doveva comparire Xhuliana… lei era là, in qualche specie di centro di accoglienza per immigrati, una sorta di scuola pubblica di notte dove si rifugiavano un sacco di migranti in via di passaggio, e lei era lì a dormire, a stare lì, posteggiata lì dopo che tornava dalla sua funzione erotica la notte, ed ero innamorato di lei, la abbracciavo, la stringevo a me, e anche lei mi abbracciava, mi baciava, come quella notte avrei voluto tanto baciarla, anni fa, in quel periodo di passione tra amore e morte, e le chiedevo quando l’avrebbero dimessa da lì, quando sarebbe stata libera di lasciare quel centro e salire su a Milano, vicino a me, lei che era confinata in Emilia, forse, nel sogno, e mi diceva che non lo sapeva, e rimanevamo lì, la notte, vicino ad un tavolo dove lei aveva lasciato le sue carte, i suoi disegni, i suoi dipinti che faceva per vincere quel senso di confinamento, e desideravo tanto averla mia, starle vicino, che lei stesse vicino a me, e ci abbracciavamo, come due veri amanti e innamorati e pieni di passione, e guardavamo al triste destino che ci aveva separati… e la notte, in quello strano centro, vagavo per i corridoi e per i capannoni, e ad un certo punto qualcuno mi accusava perché non seguivo la bibbia, era una specie di centro religioso, forse, e mi sembrava di essere finito in seno alla santa inquisizione, e mi ritrovavo a galleggiare nell’aria mentre chi mi accusava tirava fuori una bibbia che galleggiava anche lei nell’aria e perdeva poco a poco le sue pagine, e in quel sogno di distacco da Xhuliana continuavo a sognare, in una malinconia infinita, il ritorno di lei, che lei mi stesse vicino, e il suo volto dai capelli corvini, il suo ovale del volto, il suo corpo dalle belle curve mi davano conforto, e desideravo lei con nostalgia, malinconia, con amore, per quella separazione che non avrei mai saputo quando sarebbe potuta finire…

Mi svegliavo la mattina non con la mente fresca, ma piena di questi turbamenti da sogni e da incubi, e controvoglia andavo al solito bar, per vedere Paolo e Miryam e gli altri che erano lì, solo per sentire le loro parole e i loro discorsi leggeri, da mente fresca, lontani anni luce dai turbamenti che avevo in me, e mi dicevo che in fondo andare lì la mattina non è male, è una specie di cartina tornasole per vedere come sto, quali frasi direi, quali parole assurde, e mi accorgevo di essere nell’abisso, e solo sentendo le loro voci mi riprendevo un attimo, ritrovando quasi la voglia di scherzare e di dire due parole, mentre però ero come esiliato nel mio mutismo, senza voglia di dire niente, forse solo di raccogliermi un attimo e trovare il giusto umore per cominciare bene la mattinata e la giornata, senza pensare a quei sogni, a quegli incubi, e avevo voglia solo di scrivere di Xhuliana, di ricordare lei, l’ultima ispirazione, ed ogni cosa, e il sogno d’amore, e dimenticare l’incubo della morte… e ancora Xhuliana mi ispira in questa mattinata, dove non devo stravolgere la mia vita, cambiare bar o chissà che cosa, solo ricordare che la giornata comunque comincerà, se non con le parole scambiate con Paolo e Miryam almeno con le parole scambiate con gli altri, o con quelle di quando mi raccolgo per trovare la giusta voce dentro di me, e la giornata andrà avanti, con o senza il pensiero di dover tradurre, scrivere, o sentire dottori per dire che va tutto bene, e mi va solo di ricordare il sogno d’amore di Xhuliana, di quanto avrei bisogno ora di una relazione così, di quell’abbraccio di lei, del suo volto, delle sue parole, del suo amore, dei suoi baci che mi visitavano nel sogno…

Lascio perdere i film di ieri che guardavo, “The post” e “Secret window”, il primo film sulla storia del Washington Post e degli scandali del governo americano sulla guerra del Vietnam, gli hippie e quelli che protestavano, gente che allora aveva troppa fiducia nei governi e da un giorno all’altro trovava un senso alla vita dandosi alla contestazione, alla ribellione, in compagnia, con tutta quella carica utopica anni ’70, quei movimenti di liberazione che oggi farebbero sorridere, visto il risvolto individualista ed edonista del XXI secolo, che quei movimenti oggi sarebbero impensabili, anche per la quantità esagerata di notizie, dove si dice tutto di tutti, e non rimane più nienta da contestare, tra pregi e difetti dei governanti, tra mille fake news e in un mondo che ormai è diventato liquido, e non c’è più niente a cui contrapporsi, perché tutto ormai è il contrario di tutto, si naviga nel relativismo, e tutto si dissolve e tutto diventa digitale, e ognuno coltiva le proprie idee e il proprio modo di essere con internet, cercando solo quello che gli interessa, e si costruisce da solo il proprio mondo, la propria contestazione individualistica, che movimenti così ormai, come negli anni ’70, sono solo un ricordo…

Rispolveravo un po’ di inglese, così, con quel film, e guardavo anche “Secret window” di Stephen King, la storia di quel divorzio, di quella follia, di quella mania di raccontare e scrivere, che per un attimo non veniva anche a me in mente una storia con Alina, con l’Ucraina, questi ucraini che ospitiamo in casa, strane storie tra l’horror e l’onirico, dove fantasmi di una Ligeia si ripresentano, sotto le fattezze di Alina, e l’Ucraina che ormai non significa più solo lei, e le lingue dell’Est, e il sogno di Xhuliana stanotte, che forse, più avanti, qualcosa scriverò, se troverò l’ispirazione, quasi alla Edgar Allan Poe, e non so più neanch’io…

E rimango così, in questa mattinata, con il ricordo del sogno d’amore di Xhuliana, le strane suggestioni di Alina e quel film del mistero sul divorzio, sull’amore, strani altri incubi sono dimenticati, me ne frego della mente non fresca, perché se la mia anima va verso quei ricordi vuol dire che è giusto così, e continuo a sognare, forse per trovare ancora ispirazione, anche adesso, quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

E l’anima si libera in un canto…

Amore… amore… amore… la musica paradisiaca, al risveglio, camminando per le vie, facendo i soliti giri, la notte che mi riportava alla memoria Manuela, quel parlare con gli sguardi senza parole, guardarsi negli occhi e aprire le porte del paradiso, quel desiderio d’amore che non faceva uscire nessuna parola, quel guardarsi negli occhi che era un canto paradisiaco e angelicato, là dove le parole non bastano più… perdersi nella musica, ieri notte, a cantare sotto la musica, e vedere il paradiso, “Io senza di lei non ce la faccio!”, come mi dicevo stamattina, dopo tutti i giri dell’anima l’amore che spalanca le porte del paradiso, tra le parole con Ana e lo sguardo senza fine con Manuela, che stamattina passare al Carrefour e vedere le altre cassiere erano le porte del paradiso che si dischiudevano, quella Lieta che mi ricorda ogni volta Xhuliana, tutto l’amore e la passione per lei, la musica che suonava tra gli scaffali, e dentro di me altra musica, musica paradisiaca, di canzoni albanesi vagamente orientali, e tutto il canto dell’anima si liberava, per lasciare aperte le porte del paradiso… non dimenticherò mai Manuela, quello sguardo, il sorriso e le parole di Ana, che tutto era dovuto per loro, l’amore non di qualche divinità lontana, ma di tutte quelle ragazze che ispirano l’amore e fanno non aver più bisogno di niente, liberare l’anima in un canto… che la primavera arriva senza bisogno di divinità passeggere, di istinti da soddisfare, ma tutto rimane un’ispirazione infinita che non ha più bisogno di niente se non invocare sempre se stessa, al di là di ogni comprensione e di ogni parola, e l’anima si libera in un canto… che camminavo qua e là, scambiavo due parole con l’altra cassiera, scambiavo gli sguardi, di chi sa di quanto per Manuela ero andato fuori di testa, lei che le ultime volte mi passava affianco, come per ricordarmi di lei, a San Valentino, quando la rivedevo e tutte mi passavano davanti, l’altra volta, quando, come lei fa sempre, mi stuzzicava parlando con le sue colleghe, e quello sguardo, quella musica, quel canto, il volto di lei, la sua voce e la voce e il sorriso di Ana mi ispirano più di mille storie malate di amici che non sanno fin dove può arrivare il paradiso d’amore che queste ragazze invocano come un’ispirazione infinita, e potrei vivere ancora così, con il solo ultimo ricordo, e tutta l’ispirazione che vive dentro me… e se solo potessi scrivere qualche canzone, inventare qualche canto, cercando tutta la magia di quelle note orientali, se solo potessi dedicarmi alla musica cercherei una melodia che fa volare l’anima, e dedicare a loro tutto l’amore che sento, al di là di ogni regola, di ogni parola e discorso… e mi sveglio così, come in paradiso, sotto le lettere di quel libro d’amore che fa volare l’anima, nel ricordo di loro, che mi perdo, e mi sembra di realizzare la profezia di quella filosofa bionda: “Il romantico innamorato dell’amore…”… che vivo così, con leggerezza, con il canto dell’anima che si libera in me, e non ho più bisogno di niente, tutto si volatilizza e si trasforma in canto e sembra che le porte del paradiso siano state aperte dalle sue parole e dal suo sguardo, di Ana, dalle parole di quella dottoressa che mi capiva, che mi faceva provare dei discorsi che non so neanch’io quando potrò rifare ad una ragazza che mi piace davvero, liberando l’anima, ma il ricordo di Ana basta, e la musica e il canto, e il ricordo di lei, di Manuela, e di quello sguardo senza parole, con la musica dell’anima angelica, e si spalancano le porte del paradiso… che non so che farmene di questa giornata, di questa settimana, del tempo e dei pensieri, di ogni cosa, e l’anima sa come questa giornata di primavera, dal cielo terso, il sole leggero, che riscalda quel giusto che basta, e tutta la luce della primavera si irradia in me, lasciando spazio al paradiso, alla sua musica, al suo canto, che non mi curo più di niente, solo di far volare l’anima ricordando chi mi diceva: “So che hai la sguinzica…”… Ana… Manuela… che le altre si dissolvono, e tutto diventa etereo, evanescente, si libera nell’ispirazione infinita della musica e del canto innamorato dell’amore, e così, senza fine… ispirazione infinita… e non so chi sarà ancora, chi sarà ancora, quando Manuela ricomparirà, quando Ana ricomparirà, quando qualcun’altra comparirà, e dentro di me l’amore, come una preghiera, come un canto, si liberano nell’atmosfera eterea primaverile, e l’ispirazione è infinita, e sono mai come prima innamorato dell’amore, e di Ana, e di Manuela, e di chi ancora ispira e ispira il canto dell’anima che si disperde in musica, al di là delle parole, e l’anima si libera in un canto…