Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Doppia visione pornografica senza fine…

Pomeriggio di grigliata, con Stas e i miei genitori, ieri, Stas che mi faceva desistere dallo scappare via di fronte al cibo non dietetico, i divieti estremi degli avventisti e di Eugenia che mi tornavano in mente, troppo forti, “Non ti fa niente mangiare così, resta qui…”, diceva Stas, il giusto sentire, stare in compagnia, non fare l’asociale, non buttarsi in letture afinalistiche solo per sentirsi male… stare bene, nel pomeriggio, a pranzare assieme, i famosi spiedini alla russa, le costine, le bistecche, mangiare per tre, ma almeno la domenica ci si può permettere di fare uno sgarro alla dieta… più tardi tornava anche Larisa, distrutta dal lavoro, anche di domenica, e un senso di profondità infinita mi prendeva, di pesantezza, che non sapevo neanch’io se quella fosse una sensazione giusta o sbagliata, una misericordia infinita, e uno strano sentirsi bene, forse troppo profondo… la musica manele non mi piaceva più nel pomeriggio, non mi faceva sognare né Ana, Andra, Larisa, Eugenia, la romena senza nome, nessuna, forse mi venivano in mente le parole di Alexia, che quella musica la ascoltano i contadini, i paesani, e che non è il massimo della musica… e mi veniva voglia di leggere qualcosa in romeno, qualche articolo, e mi perdevo un po’ così nel pomeriggio, con quella giusta ispirazione linguistica, nata dalle poche frasi di Stas con Larisa, con Silvia, con Dima, e mi accorgevo della profondità di quel sentire, della Romania, che mi ricordava appunto quei pranzi a Iasi in famiglia, dove una sensazione di cristianità ti avvolge, di povertà, di misericordia, dove non c’è niente da dire, dove è difficile parlare, superare la barriera linguistica, la diffidenza dell’estraneità, e dove poi alla fine si sta bene, si ride un po’, si scherza, e c’è pace e c’è requie, senza bisogno di quelle sofisticatezze che avrei cercato buttandomi a capofitto in degli studi che mi avrebbero fatto sentire solo più depresso, una depressione maligna, che non si fida più di nessuno, che maledice il mondo, ogni cosa, ed era un bene passare il pomeriggio così, come anche mi dicevo due settimane fa, in un’altra grigliata, almeno un po’ di compagnia, uno stare assieme in comunione, senza sentirsi superiore o inferiore, senza sofisticatezze, la semplicità tutta cristiana di questo mondo… e il pomeriggio andava avanti così, tra parole romene trovate in rete, la mia voglia di scoprire parole nuove che rinasceva, l’attenzione alle parole, alla ricerca di parole nuove, l’attenzione nel cercare di capire, e mi sentivo me stesso, dopo tanto tempo, perso in quell’Est, che se io non vado, viene da me, sensazioni di profondità infinita… e poi passavo alla lingua russa, la lingua russa del romanzo di Pelevin, senza capire molto quelle pagine difficili, ma ritrovando il piacere e l’esaltazione di un’altra lingua, l’Est, ancora una volta, che mi tornava anche voglia di sentire Marina, solo per rinnegare in un messaggio tutto ciò che avevo scritto nell’ultimo, il caos dell’anima, i sentimenti impazziti, l’irrazionalità pura… provavo anche a chiamarla, ma non rispondeva, e non sapevo più se quella profondità tra il malefico e il divino fosse cosa giusta, e alla fine mi arrendevo, senza neanche preoccuparmi più di tanto di Marina, che, come altre volte, provoca solo sentimenti negativi, che non so più a cosa siano dovuti, alla Russia, a quella lingua, o forse solo al mio stato d’animo, che ogni volta vede in cose diverse le cause dei suoi male, quando il male è nell’occhio di chi osserva… e mi ritornava la voglia, la voglia erotica, la voglia pornografica, dopo quel pomeriggio, e per rilassarmi da quel caffè di troppo ascoltavo un po’ di musica dance russa, quella musica che tenevo salvata lì nel pc, e mi mettevo ad ascoltare la musica, andando oltre Alina, oltre Katia, oltre tutte, e sognavo solo di una nottata erotica, che mi potesse ridare il piacere e la voluttà, dopo che per un attimo combattevo con quel sentire cristiano, troppo profondo, che toglie ogni voluttà… e uscivo la sera in macchina, per cercare non so chi, sapevo che Ana non ci sarebbe stata, Isabela non mi andava, le altre neppure, e alla fine decidevo per Aleksia, dopo un po’ di tempo, lei, vestita di rosso e nero, con tutta la sua sensualità… e avevo proprio voglia di guardarmi un porno, per scacciare forse quell’ansia, quel male sentire, inspiegabile, e mi eccitavo guardando quella teenager come serviva quell’uomo, che ancora adesso al solo pensiero godo ancora, e ritrovavo tutta la libertà dei sensi, e il piacere… facevo qualche giro di qua e di là, alla ricerca di lei, e alla fine mi fermavo da lei, da Aleksia, lei e i suoi capelli biondi, il suo viso dalla strana bellezza, il suo corpo da favola, i suoi vestiti sexy, che ancora adesso al pensiero, godo ancora… ci fermavamo là, in mezzo forse a della spazzatura, che lei poi diceva che era peggio della Romania, peggio dei campi degli zingari, dicevo io, ma c’era quella libertà, quella libertà oscura della notte, che ci invadeva… e lei cominciava a servirmi, a servirmi, che ad un certo punto volevo godere ancora di più, e mentre lei mi serviva riaprivo il cellulare, la pornografia, e godevo di quel sogno doppio, tra lei che mi serviva e io che godevo davanti a lei e a quella videoclip, e godevo come non mai, in quella trasgressione, in quella libertà, che non dovevo più pensare a sentimenti negativi, e godevo di quel porno e di lei, in quel mio desiderio di guardare ancora quelle videoclip, trasgredire ai miei comandi, essere più libero, godere di più… e la Romania mi salva e mi salvava ancora, Aleksia, questa volta, che mi rassicurava, mi diceva che a volte capita di aver bisogno di qualche porno, che succede, sopratutto quando si è un po’ giù, ma godevo e godo ancora di quell’istante nella notte, con la doppia visione pornografica, in tutta libertà… e solo la notte doveva portarmi via quel piacere, quando l’ansia di quel caffè troppo forte si faceva risentire, e avevo bisogno di qualche goccia di Valium per dormire, per scacciare troppi pensieri negativi, mentre ora mi rendo conto di aver goduto come non mai, in quella doppia visione erotica, che mi dà ancora la carica e l’energia che per un attimo pensavo perdute, ho trent’anni, ho ancora voglia di erotismo, ho ancora voglia di sensazioni trasgressive, ho ancora voglia di libertà, e non sarà nessuna ragazza che non mi piace a imporre il suo giogo su di me, finché ci sono ragazze come Aleksia, finché ci sono ragazze come la romena senza nome, finché ci sono ragazze giovani come Ana, pronte a servirti, che non c’è da scervellarsi troppo, e andare in paranoia, quando tutto l’erotismo e l’amore delle sue parole, delle parole di Aleksia, nell’erotismo e nella sensualità, possono salvare, che ancora godo di lei e di quella trasgressione, in tutta libertà, in tutta la libido che torna e fa piazza pulita di pensieri e parole negative… ah, se non ci fossero le puttane! Se non ci fossero sarebbe tutto davvero monotono e troppo profondo, troppo artificialmente profondo, una profondità forzata, un sentimento troppo religioso che fa male, mentre tutta l’energia erotica si risveglia in me, in quella libertà, in quella trasgressione, con la doppia visione pornografica senza fine, e il senso della Romania, della bellezza e della trasgressione, con il ricordo della ragazza romena senza nome, di Aleksia, doppia visione pornografica senza fine che si staglia ancora nella libertà di ogni giorno e di ogni notte…

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Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

Pomeriggio al parco, dopo la camminata, la musica, la musica, la musica, albanese, da perdersi in un sogno, nel parchetto qua vicino, dove da bambini si giocava a calcio, dove da adolescenti si fumavano le prime sigarette, con la compagnia, si fumavano le prime canne, là dove da bambini i parchetti erano malfamati per la gente che si drogava, eroina, fine anni ’90, ora, tutto cambiato, da una decina d’anni ormai, i parchetti di una volta non ci sono più, c’è il circolino degli anziani, il campo da calcio è stato riempito di alberi, là dove una volta c’era la rotonda, dove si imparava ad andare in bicicletta, c’è ora l’area per i bambini e qualche panchina… pomeriggio al parchetto, con la musica albanese, che tirava via ogni pensiero, ogni nervosismo di fine settimana lavorativa, ogni nevrosi, con una dose di caffè inferiore rispetto al solito, e quella musica che mi ricordava Katia, che mi ricordava Manuela, quella sera al Carrefour, alla cassa, quando ci guardavamo negli occhi, conversavamo solo con gli sguardi, sguardi persi, d’amore, al ricordo d’Alina che trasportavo su di lei, gli umori sbagliati, tra quelli giusti, il nostro perderci nello sguardo, più mio che suo, che sapeva già come andava la storia, il caos di allora, Leida, le sue parole, la musica albanese che lei prendeva in giro, il mio primo triangolo d’amore alle medie, con Silvia, la ragazzina bionda che stava sempre seduta vicino a Dorian, il compagno albanese, il più simpatico della classe, l’Albania, cos’era e cos’è l’Albania? Ancora mi chiedo, cos’è? E’ forse sogno d’amore, è forse innamoramento, cos’è? Che quando mi presentavo a Elena, la mia prima ragazza, dicevo di essere albanese, e poi lei mi diceva che non era possibile che un albanese sapesse così bene l’italiano, così bene l’inglese, l’Albania, cos’è l’Albania? Il rosso e il nero dell’anima, quella musica orientale ipnotica, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e sognare ancora tutto il rosso e il nero dell’anima, la musica orientale e il canto orientale, ipnotico, da perdersi, da inventarsi una fiaba gotica dove un cantante e un musicista decide di rinchiudersi nella sua villa sperduta nella natura, per perdersi solo nel canto e nella musica e nei ricordi d’amore, per inventarsi la prossima melodia, la prossima canzone, solo perché alla fine i suoi amici e colleghi lo trovino impazzito, andato fuori di testa, fino alla follia, perso nei suoi ricordi e nella sua fantasia, imbevuto di immagini d’amore e di canto, da perdere l’uso delle parole, della ragione, da non riuscire più a parlare, ma solo a muoversi come su un palco e a parlare come se stesse cantando, non riuscendo più a emettere parole, ma solo tanti vocalizzi dalle infinite note, fino alla follia, fino alla follia… quel racconto gotico che in me si ispirava al sentire la musica, al sentirmi ipnotizzato dal canto, dalle note, fino a perdermi, perdermi completamente, nell’immagine di me stesso rossa e nera, come settimana scorsa al parco, a cercare di evocare quelle sensazioni che non riuscivo ad evocare, quando mi scambiavano per un pusher, e quanti ultimamente mi stanno scambiando per persone che non sono, losing my identity, diceva una canzone, e la sto perdendo ancora, di nuovo, dopo aver rivisto Manuela l’altra domenica per caso alla cassa, gente che oggi al Carrefour mi scambiava per un commesso, quasi mi chiedevano dov’erano certi prodotti, una ragazza convinta mi chiedeva dove erano le casse, e non so se è per quel vestire rosso nero, che sembra una divisa, pantaloni neri, felpa rossa con una scritta bianca della ditta automotive, non so se è per quello, o per quel mio modo d’essere in questi giorni, in questo pomeriggio, con il ricordo dello sguardo d’amore di Manuela, e il mio rivedere di fronte a lei tutte le ragazze dell’ultimo periodo, da sentirmi quasi un mostro, una belva insaziabile di sensualità ed erotismo, se non che quegli appetiti si perdono nello sguardo di lei, nel ricordo di lei, nella sua voce, nella mia voce quando vorrebbe cantare quelle canzoni impossibili da cantare, impossibile azzeccare tutte quelle parole albanesi, quasi monosillabi, ognuno dall’accento e dalla nota diversa, dalle combinazioni di parole impossibili, ma che fanno volare l’anima con il canto… oggi che mi scambiavano anche per un commesso da Bershka, al mio comprare una felpa rossa, un’altra felpa rossa, senza scritte automotive, una semplice felpa rossa, da indossare sui jeans neri, se non che mi perdevo prima in meditazioni sul senso del consumismo, su meditazioni sui soldi e sugli acquisti compulsivi, sul servire o no i clienti, sul lavoro di Manuela, e mi perdevo e mi divertivo, quando mi scambiavano, così come quando a volte mi scambiavano per uno straniero, per un mezzo albanese, per un mezzo italiano, o per quando mi scambiavano per un prete, anni e anni fa, in chiesa, durante il periodo delle confessioni, gente che mi scambia sempre per qualcos’altro, per qualcun’altro e non so più neanch’io, a momenti, chi sono, losing my identity, come diceva quella canzone d’amore… che non so neanch’io perché poi la gente su Facebook, la gente che mette i like ai miei post è tutta gente dell’Est, non lo so perché, forse perché con loro il mio atteggiamento è diverso, mi pongo in maniera differente, e forse risulto più affabile, più simpatico, più umano di quando non devo trattare con gli italiani e le italiane, come ieri da quei gommisti e meccanici, l’odio che mi sale e non so neanch’io perché, e come la prima volta che vedevo Manuela pensavo che fosse russa, dell’Est… e forse qui avviene il passaggio, o forse non avviene niente, so solo che mi perdevo nel mio stesso sguardo, davanti allo specchio in quel camerino, dove non vedevo me come un narciso, ma vedevo me quando guardavo Manuela negli occhi, e vedevo lei riflessa, e tutte le ragazze di sempre, e non so più neanch’io chi sono, chi sono veramente, quale dei miei eterni ritorni di umori sono quelli giusti, quale delle mie personalità è giusta, e so solo che al sentire quella musica, immerso nella natura, oggi e l’altra settimana, mi sentivo come in paradiso, al ricordare tutte le ragazze, al sognare e ricordare Manuela, a ricordare le parole buone di Leida, e lasciando perdere i divieti di ascoltare musica che ogni tanto mi sono stati detti da certe ragazze, perché nella musica mi perdo e mi trovo, anche nell’ipnosi senza fine di quei suoni, e la mia anima vola e si calma, comincia a sognare e sopporta tutta, diventa più affabile, non si lascia indisporre dal male del mondo, delle persone, anche quando andavo al bar dei mille, e Paolo il cinese mi serviva il caffè, mentre Bruna e Miryam parlavano tra loro, lasciando perdere i vari musulmani che incrociavo sul cammino, se non che quel canto orientale deriva in parte dagli ottomani di una volta in Albania, e c’è sempre questa ipnosi orientale di musica e canto, che poi si perde in tutte le ragazze, in un viaggio spirituale e d’estasi musicale che non ha fine, estasi d’amore e di sogni, di lingue lontane e sconosciute, incomprensibili, sogni d’amore senza fine, l’Est e il canto e la musica e l’Oriente, dove perdermi per sempre, nel ricordo delle ragazze e nell’ispirazione senza fine, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e mi perderei, se solo fossi capace, a descrivere il sogno d’amore tra le note e il canto orientale, l’estasi musicale, l’estasi d’amore, l’ispirazione, la voglia che ci sarebbe di esprimere questo mio sentire attraverso il canto e la voce e i suoni, attraverso la musica, che quasi davvero mi verrebbe da scrivere quel breve racconto della follia sul canto, sull’amore, sulla musica, se solo avessi voglia di un altro racconto gotico, invece la mia anima si perde solo nel sogno di lei, di Manuela, dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

Notte terribile, al messaggio di risposta di Marina, l’inferno che si scatenava, la Russia, le parole russe, il rigetto, messaggi chilometrici di ripudio, della lingua russa, dell’università, delle lauree, delle lingue, del lavoro in Inghilterra e in Russia, l’odio, il disprezzo, nessun sentimento positivo verso di lei, dopo che la giornata era già iniziata male con Stas che si intrometteva tra i miei ricordi, di giorno, al risveglio, a pranzo, nonostante il mangiare cibo russo, la tranquillità, quelle parole mezze russe e mezze romene, il ricordo di Alina, nero come la pece… il ricordo di Alina nero come la pece… e il caos di giorno, passare al Carrefour e andare ancora in tilt per delle frasi delle guardie, al sentire nominare il nome del mio paese, il nome di Manuela, o Manuele, non capivo, la psicosi che iniziava, di nuovo, quasi, se non mi calmavo durante il pomeriggio… andare a fare quattro passi, non mi salvava, fare la doccia non mi ristorava più di tanto, solo la televisione olandese mi portava via, dopo cena, con quella lingua incomprensibile ma bella da ascoltare, quell’accento, quell’altro mondo, un mondo lontano da casa, dai miei, dalle solite facce, dai soliti luoghi, evadere così, fino a quando anche la lingua olandese non valeva più niente, e diventava disturbo… spegnere la tv, buttarsi sul letto e non pensare più, cercare ristoro e sonno sotto la musica classica alla radio olandese, il sonno che arrivava, il relax, i sogni erotici… svegliarsi, per prendere le medicine, per fumarsi una sigaretta, e andare a dormire con tutta la tranquillità del mondo, senza pensare troppo alla mattina dopo e a dover andare fino a Como per fare la revisione della macchina, dopo che ieri pomeriggio la portavo a lavare, dentro e fuori… e poi, quel messaggio, di Marina, nel fondo della notte, quando di solito la gente va a dormire, e lei invece accende VK e FB, quando mai le ho scritto, ieri, preso per un attimo ancora dall’ondata russa, che mi faceva guardare la tv di stato, trovare qualche film, pensare ancora di avere la voglia di lingua russa, che non c’era… le maledizioni, le imprecazioni, l’odio, il rigetto, il nessun piacere, nessuna follia come con Manuela, solo una grande rottura di scatole, un peso sull’anima, il nero di pece d’Alina che si impossessava di me, e il ricordo di quei giorni terribili con Marina, perdere un’ora nella notte fonda per risponderle, dirle di non sentirci più, io che maledicevo i social, i messaggi, le notifiche e ogni cazzata di questo mondo, dirle di non sentirci più, che dopo Alina la Russia ha solo un significato negativo, pessimo, e che il nero dell’anima mi avvolge al solo ricordo, al solo ritornare a sforzarmi su quella lingua, altro che la bellezza delle lingue che mi ha sempre accompagnato, altro che la mia passione per le lingue più forte di ogni lavoro, mi sentivo annullato, senza passione per il lavoro, senza la passione per le lingue, senza nessuna voglia di niente, e il nero dell’anima si impossessava di me, e mi auguravo che Marina non rispondesse mai, mai più… la notte, l’insonnia, il rivoltarsi nel letto, le maledizioni e tutto il solito giro di pensieri, scappare, andare via, trovare altri lavori, trovare altre lingue, trovare altro, e alla fine il pensiero che mi salvava, che salvava la notte e salvava l’anima: Ana…

Ana, che mi addormentavo nel ricordo di lei, di quei momenti erotici con lei, rubati alla notte, e la notte portava anche dei sogni incantati, lei che si trovava in qualche fabbrica abbandonata costretta a girare dei video pornografici, in qualche posizione d’acrobata, e io che mi trovavo lì, tra quegli uomini che se la volevano e se la dovevano fare, e mi ritrovavo con i pantaloni giù, nel sogno, e quel momento di farmela che non arrivava mai, la gente intorno a me che aveva la precedenza, i commenti insani, la logica del lavoro dei video pornografici, in un ambiente colorato di blu e di nero, e di tinte scure, come la notte, il suo sguardo debole e disperso, abbandonato a se stesso, la sua bellezza della notte… e la scena ora cambiava, mi ritrovavo di nuovo in una città asettica, come quella di sogni precedenti, una città senza macchine, senza persone, solo fatta di vie e di case, di angoli di strada dove lei stava insieme ad una sua amica che sussurrava come una sirena: “Scopami… scopami…”, lei vestita di bianco e di nero, come una vera modella uscita dalla scena, e loro due stavano in quell’angolo della via asettica, vista dall’alto, di una città di notte senza traffico, senza luci delle case, senza rumori di persone e televisioni o diavolerie elettroniche, una città asettica, epurata da ogni cosa, solo le linee delle vie e delle case, come un quadro di DeChirico, e io mi avvicinavo di nuovo a lei, ad Ana, per consumare ancora, per godere con lei, e lei si apprestava, si lasciava andare, così, per strada, in quell’angolo della strada, senza dire niente, e mi apprestavo a godere con lei quando ricomparivano quegli uomini che la possedevano, quelli del video pornografico, che parlavano tra loro, come in un dialetto meridionale, e si decidevano ad escludermi, guardandomi male, indicando la mia vera destinazione, un furgoncino Volkswagen, quello degli hippie, colorato di arancione e di scritte da murales di infino ordine, mi indicavano quel furgoncino e mi dicevano di andare con quella gente lì, e aprivo lo sguardo, forzato ad andare via, e tra i giovani che popolavano quel furgoncino rivedevo Marinotto, e altri ragazzi e ragazze di chiesa, che mi guardavano dicendo: “Cosa ci fai lì?”….

Mi risvegliavo, solo per ritrovare la carica erotica ancora sveglia in me, e la liberazione dei sensi, dopo tutto, nel sogno, mi riprendevo, forse mi fumavo un’altra sigaretta, e poi tornavo a dormire, questa volta solo per sognare un altro ambiente fantasy, di una buca enorme in una cava, dal cerchio perfetto, dove stavano buttati lì dentro, in un ammasso enorme, un centinaio di libroni dalla rilegatura marrone, come i libri di una volta, libri classici, buttati via, che si potevano prendere su liberamente, e c’era come una potenza oscura che vegliava su quei libri, che voleva impossessarsene, e solo in pochi tra di noi cercavano di salvare quei libri, di rubarli, e vedevo Fabio C., antico compagno di università, che con la sua barba e i suoi occhiali salvava il libro di Marx, “Il capitale”, e se lo portava via, parlando di quel libro come se fosse un libro sacro, che aveva tratto in salvo, mentre io riuscivo a trafugare qualche libro, ma quello che volevo mi sfuggiva, veniva portato via dal dilagare infernale di quella buca perfettamente rotonda, che veniva schiacciata via come da una forza superiore, come quella di una scavatrice, che tutto distrugge…

Sogni, ancora sogni nella notte, di programmi televisivi pieni di conduttrici e concorrenti froci e lesbiche, una sala che sembrava la sala d’aspetto del pronto soccorso, solo più scura, dove stavano anche dei bambini e delle bambine che aspettavano l’inizio della campanella, in una scuola attigua a quello studio televisivo che sembrava però una sala d’aspetto del pronto soccorso, e concorrenti e politici radical chic, froci e lesbiche, cadevano come dal piano di sopra, come da una buca con un tubo al centro, come quello dei vigili del fuoco, e Gerry Scotti diceva che una volta, negli anni ’70, erano in pochi i concorrenti e i presentatori e i politici froci o lesbiche, se ne contava forse uno, due, delle rare eccezioni, e compariva Emma Bonino che raccontava l’emancipazione dal vecchio mondo, mentre ora, oggi, era tutto un brulicare di trans, froci e lesbiche, e la prossima che attendeva di raccontare la sua storia, di fare la comparsa in studio al di là della stanza era Carmen Russo, che stava lì seduta a pensare tra sé e sé, ad aspettare, mentre un altro personaggio come DiMaio se ne usciva dalla scena, avendo compiuto il suo intervento, ed Emma Bonino guardava da lontano, come supervisore, e Gerry Scotti continuava a presentare, e si sentiva la sua voce di sottofondo, quando tutto si colorava d’arcobaleno, e mi svegliavo…

Il risveglio erotico, del ricordo di Ana, il sogno più bello della notte, un sogno blu e nero, il risveglio presto, alle sei, per andare a fare la revisione, e fregarsene del messaggio infernale della notte prima, di Marina, e ricordare solo Isabela, Ana, la romena senza nome, questo mio dilagare di immagini e segni che ricordano la Romania, e tutta la salvezza stava là, nel ricordo di Ana e nel sogno erotico, che non c’era più niente da pensare, da scrivere, da elaborare, da scervellarsi, tutta la salvezza stava nel sogno erotico di Ana, che desideravo una di queste notti, se solo lei non fosse in Romania per fare la patente… mi svegliavo, bevevo il mio Nescafé e cercavo solo di imprimermi nella mente quei sogni, da ricordare, per poterli riscrivere una volta tornato dalla revisione, li ripetevo mentalmente, li rivisualizzavo, e trovavo tutta la pace in quei sogni, che non c’era nient’altro, anche quando andavo al bar dei mille a prendere il mio caffè della mattina, a comprare le sigarette, e poi partivo verso Como, un po’ in ansia per la strada che mi avevano spiegato, ma non avevo mai fatto, l’ansia del viaggio, di arrivare in tempo, di trovarmi davanti delle persone abbastanza sgradevoli, il mondo del lavoro, le officine, il mio incubo, quasi più dei messaggi con Marina, e in tutto il tragitto pensare solo alla mia macchina, alla mia stessa macchina versione tuning del cugino di Ana, in Romania, l’unica salvezza anche quando alla fine, senza troppe difficoltà, arrivavo là in anticipo di una ventina di minuti, e mi appostavo nel parcheggio, guardando la mia macchina pulita, e nel buio della mattina ricordare il buio della notte con Ana, e sognarla e desiderarla ancora ad occhi aperti, che non c’era più niente da volere…

Aprivano alle otto, mi appostavo lì in parcheggio e dicevo chi ero, mi dicevano di sì, ma mi squadravano, mi guardavano male, come un povero barbone, come se non ci fosse niente da guadagnare in me, e già mi saliva il nervoso, di quella gente che ha solo il suo lavoro, e i suoi soldi, che mi veniva in mente tutto l’Ottocento marxista e la critica ai borghesi, e anche l’esaltazione spudorata del capitalismo di Ayn Rand, quel meccanico di un grande gruppo petrolifero, e combattevo questi pensieri e quelle sensazioni di disprezzo nei miei confronti, la sfiducia nei loro sguardi, e l’incapacità di immaginare un mondo diverso, fatto di lingue, quando la notte prima avevo rinnegato tutto davanti a Marina, e solo il pensiero di Ana mi salvava, se non fosse stato per tutta l’ansia di quella strada, di quella gente, di quelle persone, di quel mondo del lavoro che non fa per me, come non fa per me parlare in altre lingue, scappare in Inghilterra o scappare in Russia, e mi dicevo solo che me ne dovevo fottere, me ne dovevo fregare, di evocare un po’ di più l’albanese in me… momenti in ufficio, il malinteso sul pagamento, chiamare mio padre al telefono, alla fine optare per pagare con un bonifico, la donna italiana e la giovane ragazza italiana, della mia età, che disprezzavo come non mai, che maledicevo, come loro guardavano male me, come se fossi un buono a niente, il disprezzo altrui di altri dell’officina, l’essere trattato come niente, il “Si figuri!” falso e studiato della giovane figlia di capitalisti alla Ayn Rand, il potere malefico del capitale e dei soldi che schiacciava ogni rapporto umano, l’ignoranza e il demone dei soldi e del lavoro che si manifestava, come solo si può manifestare in questi paesini del nord Italia, il senso di ribrezzo, di schifo, di ripudio, in una parola: l’odio…

E non era finita lì, mi dicevano che la macchina perdeva olio, di farla guardare, io che facevo finta di niente, facevo lo gnorry, non me ne sono mai accorto, dicevo, il fatto è che non me ne sono mai fregato, della macchina, un po’ come Hank Moody in Californication, lui e la sua Porsche, da buttare via, da spaccare e basta, solo per scrivere e lasciarsi andare all’erotismo, e tutto il resto non conta, la macchina che serve solo per trovare ragazze come Ana, e niente di più, lo sguardo torvo dei lavoratori, l’odio che lasciavo alle mie spalle, solo per immergermi ancora di più nell’ansia della strada del ritorno, di capire come fare ad aggiustare la macchina, se mi avrebbe abbandonato nella mattina sulla strada al rientro, l’ansia e l’odio, e il pensiero di Ana nel sottofondo, che ora non mi salvava più…

Tornare a casa con l’ansia a mille, per la revisione ancora da pagare, per l’olio e la macchia d’olio che in effetti vedevo in garage, mio padre che come al solito posticipava tutti gli interventi da fare, io che quando voglio una cosa a posto la voglio subito, senza aspettare, per togliermi via subito le preoccupazioni, per non pensarci più, l’atmosfera nervosa, Marco che arrivava e mi chiedeva, come se mi avesse mandato dai suoi fratelli e compagni, io che quella gente la odiavo, quella che mi diceva che Marco era a posto, aveva già pagato, io che me la prendevo perché le cose non sono mai chiare, come si paga, come non si paga, come si mettono d’accordo, perché non dicono mai niente, l’olio e i soldi per l’olio, per riparare la macchina, le bestemmie di mio padre di non preoccuparmi, le mie bestemmie verso di lui per la macchina, unica mia salvezza per scappare da qui, la notte, il giorno, il fine settimana, in ogni caso e sempre… alla fine estorcere cinquanta euro per andare a farsi mettere l’olio nella macchina, in quell’altro benzinaio dove mi guardavano male anche lì, quando passavo con solo 15 euro in tasca, quando tornavo la donna si scusava, la sorella di chi mi aveva guardato male, “Scusami, ma mio fratello non sapeva che eri passato di qui anche ieri…”, come per dire, scusa, ma pensavamo che eri un barbone che voleva cambiare l’olio a gratis, non sapevamo che ieri avevi pagato pure anticipato per farti lavare la macchina, il demone dell’odio, dei soldi, del capitale, i soldi che senza soldi non conti davvero niente, la gente che ti guarda male, la gente che pensa di essere superiore solo perché ha un lavoro, il demone dei soldi e del capitale, come nel sogno incubo della notte… farsi cambiare alla fine l’olio, da quei due benzinai napoletani che pensavano di avermi fregato cinquanta euro, parlando tra di loro, facendo un po’ di sceneggiata, a me non me ne fregava, avevo bisogno di quell’olio per mettere a posto la macchina, per starmene più sicuro, per potere sognare ancora Ana e la notte e Isabela e le ragazze come loro, e la fuga da qui, da questa altra abitazione a volte impossessata dal demonio…

La tranquillità… decidere di non lavorare quest’oggi, non c’era niente da fare in officina, mio padre e Marco si perdevano in dei lavori inutili, dove io non potevo fare niente, l’odio, l’ansia, lo stress del fine settimana, mio padre che diceva che alla macchina ci pensava lui più avanti, adesso era indaffarato, mollare giù tutto, fregarsene di ogni cosa, salire in casa per pranzare, in un attimo, e poi fregarsene e buttarsi giù sul letto, per recuperare le ore di sonno perdute, per dimenticare il mio impaccio davanti a quelle segretarie, le parole che mi uscivano scoordinate dalla bocca, in una pronuncia che non era né olandese, né russa, ma neanche italiana, l’odio di loro nei miei confronti, l’odio reciproco, l’odio nei confronti dei benzinai, l’odio da sterminio di tutta la razza italiana, la sua lingua, il suo popolo, tutto il nord, classici miei deliri da nervosismo esagerato, quel mondo che non mi piace, l’odio, il disprezzo, i soldi, i demoni…

Svegliarsi, nel primo pomeriggio, rilassato, senza pensarci più, lasciando perdere ogni cosa negativa, ogni pensiero, non pensarci più, una buona volte per tutte, là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Sogni, Visioni

Con tutta la naturalezza del mondo…

“A che ora finisci?” “Alla una” “Alla una, no, alla uno…”, parlavano così la guardia e la cassiera, ieri, alla uno, là dove mi avevano chiamato, dopo che una signora mi diceva che potevo andare anche senza aspettare la chiamata, “Ah! Si può già andare? Non lo sapevo!”, dicevo, non tanto convinto di quello che diceva la signora, che infatti veniva redarguita dalla cassiera più grande, che le diceva di aspettare… tornavo in coda solo per poi essere chiamato alla uno, già dove mi stavo dirigendo, senza chiamata, e recitavo quel personaggio che pensa solo a fare la spesa, a porre gli oggetti sul rullo, a porgere la tessera, a pagare, a mettere la roba nella borsa, e prendere l’eventuale resto, non una parola di più, niente… quel niente che la sera mi faceva sembrare di essere tornato ad essere un cyborg, un uomo senz’anima, senza voglia di scambiare parole con nessuno, forse solo un uomo stanco, mi rendo conto adesso, e non tanto “chiuso” come mi diceva Leida, come Maria Teresa mi diceva, non negativo come mi diceva Maria Teresa e Dario e Leida, ma semplicemente un uomo stanco, un uomo stufo, di ogni cosa, di questi inganni della mente, che se smetto di essere chiuso lascio via libera alla ‘paroliferazione’ di cavolate, di cose da dire agli altri, fuori luogo, cercando una simpatia che non c’è, e se il destino è quello di essere chiuso dentro di me va bene anche così, nessuno mi obbliga a parlare e fare l’estroverso, quando tutte queste cose non le sento come mie, non fanno parte del mio carattere, non fanno parte di me, e sono stufo di ingiunzioni superegoiche che mi dicono di fare il superuomo, che provoca solo stress, esaurimento, personalità che non sono mie, e sono stufo dei pensieri sul bar, sul supermercato, sulle prostitute, sulle letture forzate, sul dover essere, sugli ideali… no, sono stanco, sono stufo, e non mi interessa se dopo pranzo ho voglia di dormire, se alla sera, come ieri, non riesco a finire di vedere un film e mi butto sul letto per riflettere e pensare e rilassarmi, nessuno mi obbliga a niente, è un periodo così, un periodo stanco, e accetto con più naturalezza quello che sono, non sforzandomi di essere ciò che non sono, per non perdere la mia identità… il lavoro che in questa settimana ancora non è davvero iniziato, e non mi interessa, meglio riposare un po’, ci saranno altri momenti per lavorare, altri momenti per essere più attivo, e non me ne faccio più un pensiero, pensando di scappare altrove, di essere superattivo, di sentirmi importante o indispensabile, non mi interessa, va bene anche così, lavorare poco, ma essere almeno rilassato, e non seguire gli ideali irraggiungibili di una vita frenetica, fatta di lavoro, di film, musica, libri, ragazze, divertimento, adrenalina, energia, no! Se in questo periodo sono stanco va bene così, e non ho depressioni da temere, ho solo da temere eccessivi sforzi intellettuali per essere ciò che non sono, eccessivi sforzi che mi farebbero andare solo in nevrosi, e preferisco essere rilassato e anche un po’ senza energia, l’energia, quando vorrà, ritornerà, nel giusto equilibrio… e il pomeriggio in biblioteca, dopo la mia camminata quotidiana, mi rilassavo a leggere quella rivista Bahaì in biblioteca, che spiegava i fondamenti lapalissiani di quella religione, cose appunto scontate, ma non per questo da dimenticare o da negare, e ogni tanto anche il ripasso delle cose ovvie fa bene… mi prendevo due dvd, quando mi accorgevo che non avevo concentrazione per leggere altri libri, quando ero stufo di leggere, e la sera mi guardavo “East of Eden” con James Dean e l’altra attrice Julie, e mi perdevo in quel film… guardavo la prima parte verso sera, dopo cena, e a metà del film mi spegnevo, pensando a Manuela, al supermercato, al mio essere chiuso, al mio non parlare più con la gente, e mi spegnevo, mi spegnevo… mi addormentavo e facevo strani sogni erotici, dove una certa Vicky, giovane ragazza, del ’92, compariva e si  presentava, in un sogno che sembrava uscito da un film di fantascienza, un sogno che non ricordo neanche più, ricordo solo l’eccitazione per quella ragazza, e come mi svegliavo… mi svegliavo per prendere la mia medicina, che poi invece dimenticavo, e tornavo a dormire solo per risvegliarmi all’una di notte, per prendere la medicina, per finire di vedere quella seconda parte del film… il ragazzo discolo che cerca la madre, il conflitto con il padre, che freudianamente impone la legge della moralità, l’amore del fratello più omologato, che alla fine si perde per il sentimento verso la madre e decide di andare a combattere in Europa, la ragazza di lui che si innamora del fratello più ribelle, ma anche più intraprendente, quando decide di mettere su un business che frutta, e alla fine del film la riconciliazione, con il padre morente, sul letto di morte, e l’amore di quella ragazza… l’amore di quella ragazza, che in lei non vedevo nessun’altra tranne Eugenia, sì, Eugenia, il cui pensiero attraversava tutta la notte, l’amore che era stato per lei, e che forse è ancora, il vero amore, non le follie e l’innamoramento e le psicosi e l’erotismo, ma il vero e proprio amore che me la facevano desiderare come per sempre, al di là della sua bigotteria, al di là della sua bellezza da pubblicità di saponette, e nella notte c’era solo lei, lei che passava attraverso quell’attrice, l’amore di una volta, il vero amore che non ha niente a che fare con le artificialità moderne, l’amore che forse poteva vivere solo in un’altra epoca, non in questa… e davo un’occhiata al suo profilo Facebook, aveva condiviso quell’articolo sui grandi della Sylicon Valley che si stanno disconnettendo da internet per fare una vita più autentica, e mi veniva da sorridere, mentre pensavo alle foto della natura di cui mi sono cosparso, natura che ricordava Eugenia e quel parco, il suo amore per la natura, quella camminata nel verde ogni sera vicino al cimitero, quella naturalezza della quale sono alla ricerca, quella naturalezza al di là di tutte le artificiosità, e nel fondo della notte pensare e visualizzare solo lei, solo Eugenia, per dimenticarmi di tutte le opinioni e le parole di tutti, perché, in fondo alla mia anima, come scrivevo anche nel prologo, c’è solo lei, l’unica ragazza, la romena senza nome che vive in me, che ora ha un nome, Eugenia, l’unica ragazza che mi dava quella tranquillità e quella pace e quel giusto sentire, anche se a volte forse troppo fatto di divieti, che mi portava avanti, e se solo quei mesi d’estate fossero stati adesso mi sarei fatto un’idea più giusta di quei divieti, di quei consigli, e avrei accettato di più la pace dell’anima senza cercare eccessi, come allora cercavo con Leida, dopo Alina, e mi sarei messo in pace, e mi sarei arreso alla naturalezza dei sensi, senza cercare adrenalina ed estasi ed eccitazioni dell’anima, che una volta finita l’ubriacatura dei sensi, non ti lasciano più niente… ma quell’estate è passata, lei è ora in Malesia, andare dagli avventisti ora non ha senso, rischierei dei lavaggi del cervello e uno squilibrio che è già abbastanza forte così com’è, e senza lei, senza Eugenia, non avrebbe senso, mi bastava vederla sorridente e libera in Malesia, insieme ad altri giovani, a fare gli infermieri, le suore e i monaci laici, se questi termini si possono applicare a degli avventisti, e la lascio libera, la lascio libera e cerco di non dimenticarla da me, cerco solo di vivere così come sono, con più naturalezza, senza ideologie e forzature dell’anima, “Sia più naturale…” mi dicevano, ed è giunta l’ora davvero di dire basta ad ingiunzioni e ideali irraggiungibili, modi di vivere da pubblicità o da film thriller e d’azione, basta con le storture intellettualistiche e gli ideali superomistici, voglio solo stare più rilassato, essere più naturale, e non essere fregato ogni volta da quelli che mi dicono di fare di più, di essere così o cosà, di non essere ciò che sono, ora come ora voglio essere solo ciò che sono, con più naturalezza, e voglio lasciar perdere chi di me non capisce niente, e il ricordo va solo a lei, va solo a Eugenia, che si perdeva nell’attrice di quel film, e la lascio libera, ci lasciamo liberi, e con tutta la naturalezza del mondo, che va avanti da sé…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Che non rimane più niente…

Nel sogno, la notte, Leida, i suoi capelli biondi, il ricordo e il desiderio sperduto, nel fondo della notte, sognare qualcuno che suonava al campanello di casa, l’uomo nero delle paure infantili, qualcuno che entrava in casa, lungo il corridoio, avere ancora l’impressione di stare dormendo con il letto orientato verso Est, come quando ero piccolo, il senso di paura, di smarrimento, la paura che quell’uomo nero potesse fare del male a noi, la paura di qualche rumore, di qualcuno, svegliarsi… non c’era niente, non c’era nessuno, mi stupivo solo di aver dormito come quando ero piccolo, di aver avuto la stessa paura, la stessa sensazione di quiete e di paura, era la una di notte, e avevo dimenticato la mia medicina, la prendevo, dopo che ieri sera andavo a dormire senza voglia di niente, di nessuno, con il vago pensiero di Manuela che scivolava via, tornare a dormire dopo una sigaretta, forse, non mi ricordo più… e sognare di una ragazza albanese, trentenne, non molto bella, un po’ come Tania, un po’ come quell’altra ragazza che vedevo l’altro giorno, trentenne, quando stavo ascoltando la musica di Lyric Master, lei che mi parlava di università, di quel corso Stranimedia, per gli stranieri e le straniere che vogliono imparare l’italiano, e mi faceva delle domande sulla lingua italiana, mentre mi mostrava lo schermo di un computer dove erano schedate tutte le straniere, con i loro difetti, i loro pregi, schedatura da parte delle professoresse, per capire meglio come insegnare l’italiano, sogni di un’Albania in macerie, forse il Kosovo, e sognare come il medico di una volta, il dottor R., compariva davanti a me e mi diceva che quella ragazza mi aveva fatto andare di volta il cervello, e mi spiegava le lacune, la furbizia di lei, di quella ragazza e di altre straniere, stando davanti al monitor del pc, in piedi, mentre quella ragazza si sentiva presa in contropiede, lei che non aveva più il coraggio di parlare, che si sentiva offesa, forse irritata, una ragazza mai vista, una ragazza che esiste solo nel mondo dei sogni… e sognare forse di altre feste, come capodanno, mia madre che mi chiedeva con chi uscivo, il sogno di un pub, di una festa, non so dove, l’atmosfera fredda, natalizia, che preannunciava neve, un sogno che si sperdeva tra gli altri, nella notte o forse nella mattinata…

Svegliarsi la mattina, le solite cose, la colazione, il bar dei mille, incrociare Stas che accompagnava Dmitrij alla stazione del treno, mentre mi fumavo la mia sigaretta dopo aver bevuto il mio caffè al bar, organizzarsi per capire come mettere assieme le commissioni della mattina, aspettare i soldi, per benzina, tintoria, supermercato, non fai in tempo a svegliarti che c’è già da fare, da andare, da spostarsi, non avere voglia di leggere niente, non avere voglia di lavorare, di cercare ragazze, di pensare a Manuela, non avere voglia di niente, neanche di pensare al colesterolo alto, alla dieta, ad ogni cosa, mettersi come punto fermo, come meta, quella di stare in pace, di stare tranquillo, di stare rilassato e spensierato, che mi sembra di trovare qui il senso della vita: la salute psico-fisica, niente di più…

E i sogni mi turbano ancora, mi devo ancora come svegliare, passare forse ad altri sogni, scritti nei libri, per non buttare via la mattinata, la giornata, senza avere più il demone dello studio ad ogni costo, le lingue straniere che ormai ho quasi dimenticato, che non mi attizzano più, il caos del pc, dello schermo, di combinazioni di lettere strane, come una follia che passa, cercare solo la quiete in questo periodo, niente più assalti dell’anima e degli umori, cercare solo di stare in pace senza neanche pensare al lavoro, senza pensare a niente, che non ci sarebbe più niente da scrivere, se non che alla prossima visita mi piacerebbe dire soltanto che sono più rilassato e spensierato, che non ho voglia di riassumere le mie ultime settimane, che non ho niente da dire, lasciarsi andare così, alla stanchezza, al non desiderare quasi più niente, se non alla quiete dell’anima…

Non so come sarà la giornata e non mi importa, non mi prefiguro niente, non mi va più di pensare e immaginare, non sento più il demone dei doveri impellenti, mondi artificiali, idee fisse, ideologie personali mancate, lo sforzo di dover per forza sapere, di diventare quasi un professore, il senso di solitudine, di lasciare andare tutto, e di non farsi più ingannare da me stesso con i miei stessi pensieri, che non rimane più niente…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Manuela e quell’istante dove mi passavano davanti tutte…

C’è Manuela, pensavo passando di fianco agli scaffali perpendicolari rispetto a tutta la fila di casse, la nuova disposizione del Carrefour, con la chiamata automatica alle casse, senza più poter scegliere liberamente da chi fermarsi, strano, domenica pomeriggio, che passavo di lì solo per degli yogurt magri, che la dottoressa mi ha detto che posso mangiare liberamente, Muller, fate l’amore con il sapore, tutta la tranquillità, chissà che cosa vorrà la fortuna, andrò alla cassa di lei o alla cassa di Albina? Mi chiedevo, e mi fermavo lì, per aspettare il mio turno, e dopo qualche minuto chiamavano la cassa numero sei, la cassa di Manuela… facevo due passi ed ero già lì, vedevo lei che serviva due clienti con una torta con la panna montata, una delizia che non mi posso permettere, ma gli altri sì, e Manuela si alzava, se ne andava all’altra cassa, da Albina, non so per che cosa, forse per la moneta, per dei ticket, a chiederle qualcosa del lavoro, e diceva: “Albi…”…. Albi, Albania, Albert, come mi chiamava lei quella volta, pensava che mi chiamassi Albert, confondeva il mio nome, Aldo, le dicevo, Aldo… che ora a scrivere questo mio nome qualcosa in me si muove, mi fa chiedere chi io sia, per un attimo mi fa perdere, forse mi fa ritrovare, scompaiono le immagini dentro di me, il mondo dei sogni e delle suggestioni, della fantasia, e vedo il mio volto, mi vedo, e scompare la fantasia, scompaiono i ricordi… Manuela… che alla fine era il mio turno, posavo la confezione di yogurt sul rullo, e le porgevo la tessera, la passava sul codice a barre e me la riponeva subito, con lo stesso gesto della mia mano, la tessera tra le due dita, tra indice e anulare, in un attimo, senza neanche capire, dirsi ciao a vicenda, e in quell’attimo vedere il mondo, mentre mi tornava ancora quasi il coraggio di guardarla, senza desiderarla, senza impazzire, sì, la guardavo di nuovo e vedevo la sua bellezza, e dietro di lei questa volta non c’era Leida e i suoi incantesimi, non c’era solo lei, c’era Marina, Ana, Leida, Alina, Olimpia e la ragazza romena senza nome, e mi chiedevo quanto tempo era passato da quella sera, quando le dicevo che non riuscivo a togliermela dalla testa, anche se dovevo uscire con una, con Marina, il suo nome non glielo dicevo, ma non era importante, ciò che più mi colpiva era quell’attimo, quel muoversi della coscienza, rivedere tutte quelle ragazze dentro di me, da quando lei c’è, da quando mi sono accorto che forse di lei, almeno un po’, mi sono innamorato, o comunque ho di certo trasposto su di lei tutto ciò che nelle altre non riesco a trovare, forse perché la sogno, la fantastico, mi perdo nel suo volto, senza conoscerla, mi perdo nella sua voce, so che non è disponibile, so che è barrata, lei già fidanzata e convivente, il suo tipo geloso, eppure in quell’attimo, in quell’attimo mi passavano davanti tutte, e per un attimo, ancora, mi sentivo uno stupido, un folle, uno che non si sazia mai, con tutte queste ragazze, e solo lei, per un attimo, sembrava darmi quella pace, quella tranquillità, quel tutto che non c’è e cerco in una ragazza, quell’attimo dove mi passavano davanti tutte… “Sacchetto?” “No… fa niente…” e prendevo la mia confezione di yogurt Muller, fate l’amore con il sapore, contavo la mia moneta da darle, tre euro e zero nove, posavo la moneta sullo sportellino di plexiglas, e aspettavo il resto, un centesimo, e due scontrini, “Ciao” “Ciao” “Buona giornata” buona giornata… che penserò sempre a te e a quell’istante, altro che buona giornata, o forse buona giornata davvero? Come altre volte la buona serata, come… come… come non mai… come non mai… e andare via, senza dire niente, guardandola solo con la coda dell’occhio, dopo averla riguardata mentre tendeva la mano verso gli scontrini che uscivano dal registratore di cassa, con quella coda dell’occhio che notava i suoi lineamenti, i suoi capelli biondi, il suo viso, forse l’archetipo di quel primo amore delle medie, la biondina Silvia, che rivedevo forse ancora l’altro giorno in una bambina biondina, la bellezza illuminata non d’oro, ma di una luce che non so definire, non una luce allucinata questa volta, una luce quasi spirituale, o al di là dello spirituale, una luce senza aggettivi, di tutta la sua femminilità, di tutta la sua bellezza, una luce di bellezza e di coscienza in quell’attimo, in quell’istante… e tutte per un attimo andavano via, e rimaneva solo lei, Manuela…

Il pomeriggio, dopo un vasetto di quegli yogurt, i dieci chili che ho perso da quando forse impazzivo per lei e per la dieta e per le malattie e per Leida e tutto il casino di quei primi mesi di primavera, o gli ultimi dell’inverno, non ricordo, Muller, fate l’amore con il sapore, Carrefour, ti adoro, con il simbolo di un cuoricino… simboli, associazioni mentali libere senza significato ormai, che una volta sarebbero diventati sintomi psicotici, sincretismi di simboli e parole, niente di tutto questo, il pomeriggio… perdere la voglia di finire quel poliziesco a tutti i costi, perdere il mordente, il senso del thriller, trovare la quiete, trovare la pace, ritrovare il sogno, Manuela, che per un attimo avevo ancora paura di stare lì ad impazzire, a psicotizzare, come i mesi precedenti, buona giornata, davvero buona giornata che mi passava anche quasi la voglia di fumare, e mi dicevo e mi dico: “Ho già smesso”, anche se fumo ancora, anche se fumo di meno, Manuela, quell’istante, la sua bellezza, quell’attimo dove mi passavano davanti tutte, e quasi stendersi sul letto e non voler pensare più a niente, tutta la musica che perdeva di significato, così i libri, le poesie, i ricordi di Alina, il nero dell’anima, la psicosi, la fame, la sete, il tabacco, il senso di dover per forza studiare e leggere, di non dover buttare via il fine settimana, il demone dello studio e dei libri, del lavoro, le mistiche religiose, le esagerazioni razionali, gli automatismi e le compulsioni, ogni cosa svaniva, smetteva di avere importanza, senso e peso, e rimaneva solo lei e quell’istante, Manuela e quell’istante dove mi passavano davanti tutte… Che lei diventava la Norvegia e la Svezia, i capelli biondi, la Russia, l’Albania, l’Ucraina, la Romania, lei diventava tutto, tutto il resto, tutt’altro, tutta l’America, tutto l’altrove, le altre lingue, l’altra musica, diventava tutto e poco alla volta canzoni che pensavo dimenticate per sempre cominciavano a riaffiorare in me, canzoni italiane, forse un po’ stupide, Gigi D’Alessio e quel cd che regalavo ad Amalia dieci anni fa, le sue canzoni, anche lei bionda, lei che mi tornava in mente quando psicotizzavo davanti a lei alla cassa, Amalia e i protettori e i carabinieri e il pugno in faccia e Amalia che mi diceva: “Ma ti sei guardato allo specchio?!!”… guardarsi allo specchio, io, un ragazzo come tanti, niente più, niente meno, dimagrito in questi sette mesi, dalla capigliatura che non dice niente, gli occhiali fuori moda ma comunque passabili, la barba non da hipster, ma neanche il volto sbarbato, il mio sguardo, solo il mio sguardo, me stesso, Aldo, davanti a lei, davanti a Manuela, che si chiederanno qualcosa o si chiederanno niente quelli del Carrefour poco importa, diranno forse che sono un folle, che sono innamorato, che sono un po’ strano, che sono un rompiscatole, che forse non diranno niente, semplicemente mi ignoreranno, come mi ignoravano la notte prima a comprare quella bottiglia di Vodka solo per avere l’aquila di Katia in me, ma che senso aveva? Che senso aveva quando tutto l’alcol del mondo è stato bevuto per Alina e solo per Alina? Manuela… che portava via il nero dell’anima, il nero di Alina, quell’attimo dove mi passavano davanti tutte… le parole tra di noi che non ci sono e forse ci sarebbero, non ascoltarle, non immaginarle, lasciarle perdere, perdersi nelle canzoni che ora andavano a Gigi Finizio e ai suoi lamenti, ai suoi tormenti, alle sue vocalizzazioni, musica già migliore rispetto a Gigi D’Alessio, musica italiana, italiana come lei, come Manuela, che se chiodo scaccia chiodo questa volta il chiodo non l’ha scacciato un’altra di quelle, una straniera, ma un’italiana come Manuela, e la musica risuonava in me, e l’immagine di lei, senza desiderarla di nuovo, una domenica pomeriggio così, alla sua insegna, anche mentre camminavo nel solito giro del cimitero, anche quando me ne tornavo da me, senza troppa voglia di leggere, di ascoltare musica, di niente, insomma, di niente, solo la quiete, l’immagine di lei, senza psicotizzare, la quiete, la quiete e il sogno d’amore, Manuela e quell’istante dove mi passavano davanti tutte…

La sera, la cena sobria, la lettura leggera, qualche sigaretta, non di troppo, la musica di Denisa che non aveva più la magia di una volta, il sonno, l’abbandonare ogni lettura, ogni concentrazione, ogni cosa, lasciarsi andare, lasciarsi andare al sonno, lasciar perdere tutto, nella quiete, nel sogno d’amore, e quell’istante dove mi passavano davanti tutte…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Alina e le lacrime…

Ascoltare RMC Italia
perché?
Musica nuova
suoni nuovi
stanco delle solite cantilene albanesi
cambia musica
ogni tanto fa bene
e il nero dell’anima
Alina
ancora
le lacrime
era solo lei
anche ieri notte
quando svuotavo in giardino
la bottiglia di vodka
che non contava niente
se non il ricordo
di tutto il sentire estatico di quando c’era lei
Alina
le lacrime
ancora
smettono di vivere i pensieri
cala di nuovo il nero dell’anima
come i suoi capelli nero corvini
dalle punte rosse
il rosso e il nero dell’anima
che si confonde con il blu e il nero dell’anima
i suoi colori
della notte
della notte rubata alle stelle a alla luna
nel ricordo di lei
Alina
le lacrime
e smetto quasi di volere
di giocare con i simboli di amanti perdute
l’incantesimo primigenio
delle tre russe
trinità erotica
Katia, Amalia e Julia
si disperde
e ricomincia il tempo là dove una volta iniziava

dopo
Katia Amalia Julia
il tempo che ricomincia
dopo la nuova ondata
dopo l’ultimo impero
dopo l’ultima ispirazione
ispirazione infinita
che non erano loro
e nemmeno lei
e il suo simbolo mistico
non rimane più niente
rimane solo il ricordo di lei
Alina
e le lacrime
e la musica nuova che non dice niente
se non che cancella i soliti suoni
venuti a noia
venuti a loop
non so che farmene di queste canzoni
non so che farmene della lingua russa
parlata con lei
ora che lei non c’è più
ma era sempre dietro a tutto
all’alcol e alle estasi
davanti a Manuela
e al mio psicotizzare
rimasto senza parole
a parlare con lo sguardo
di quell’amore finito
lei
la ragazza ucraina
Alina
con una figlia là
che era solo l’amore perduto
a farmi impazzire
e già glielo dicevo
a lei
come farò dopo di te?
Non ce l’ho più fatta in effetti
non ce la faccio più
che me ne faccio di quella bottiglia di vodka
senza sentimenti
svuotati come l’alcol in giardino
sperduti per sempre nel ricordo di lei
Alina
e le lacrime
che torno ad essere davvero io
senza mistificazioni poetiche pseudoreligiose
senza ideologie di erotismo e voluttà
di onirismo
di massimi sistemi filosofici
e libri che danno dipendenza
più di una droga
polizieschi da leggere
alla costante ricerca della verità che non si trova mai
come i libri di filosofia e religione
parole su parole
senza fine
ammasso di pagine
che non portano a niente
là dove finiscono le parole
là dove le parole non bastano più
là dove c’è solo la voce del silenzio
e l’immagine di lei
Alina
e le lacrime
i capelli corvini di lei
e quella sua voce sperduta per sempre
quelle sue parole
quella voce perduta che dentro di me
sussurrava come un angelo
davanti a Manuela
quando le dicevo
che non ci capivo più niente
eppure lei sembrava già aver capito
sapeva già la storia
come succede
perdere l’amore
e le conseguenze della follia
e di incasinare l’anima
cercando di rappezzare le perdite
con particolari periferici
che sapevano di lei
Marina la russa
recuperare di lei la sua lingua
Leida e l’erotismo
recuperare di lei l’erotismo
Ana la ragazzina romena
recuperare di lei un’altra parte della sua lingua
il luogo dove lei stava
la notte rubata alla luna
e non bastava mai
non basta mai ricercarla in altre
mi dicevano che chiodo scaccia chiodo
ma questa volta hanno inchiodato me
che mi perderei ancora in metafore religiose
per cercare un significato
e mi perderei solo per non ammettere
che di lei
Alina
e le lacrime
ero innamorato
fino alla morte
e ancora forse ancora adesso
come ieri quella bambina che mi passava affianco alla cassa
tutta piena di vita
una volta e due
fino a quando lanciavo una sguardo alla madre
Carolina vieni qui!
Bambina
come la figlia di Alina
in Ucraina
mai vista
non si sa
e non è nessun mistero della fede
è il mistero dell’amore
che fa impazzire
che fa andare fuori di testa
come troppe canzoni da quattro soldi
a volte cantano
Alina
e le lacrime
ancora una volta
che il tempo inizia e finisce qui
al di là di prologhi
e ultime ispirazioni
che non riescono mai a ritrovare lei
non riescono mai a ritrovarla
neanche in Eugenia e quelle sue regole
di buona salute
diventate tiranniche se ascoltate con la sua voce
digiuno se penso a lei
Alina
e le lacrime
la cosa più naturale
quando non hai più voglia di
mangiare
bere
fumare
trovare altre come lei
come per ritrovarla
e non ritrovarla mai
alla continua ricerca di lei
che non tornerà mai
Alina
e le lacrime
e mi passava una bambina affianco
e la vodka comprata era solo il segno
di un ricordo dimenticato
le estasi erotiche alcoliche e musicali
con lei
gli stessi gusti di musica
di film e telefilm
lo stesso sentire
la stessa anarchia dei sensi
e la voglia di amore
e sapere che dopo l’amore
c’è solo la follia
un’altra follia
questa volta
una follia nera
come i capelli corvini di Alina
Alina
e le lacrime
che non c’è più poesia
non c’è più poema
arte o religione di ogni genere
discorso o consolazione o spiegazione
si perdono le parole
una volta e per tutte
si perde la voglia
di bere
mangiare
fumare
trovare altre come lei
Alina
e le lacrime
in questo sogno blu e nero
rimane solo la natura
come consolazione
la sua contemplazione
nella sua quiete indifferente
là dove lei diceva
che c’era solo passata
la Romania
là dove finisce il mondo
e tutto si disperde nella musica
in parole che non hanno più niente
se non la forza di far sfumare
la ragione impazzita ed esaltata di sé
che non può più niente
ammutolita
silente
e il mondo si colora di nero e di blu
come la notte rubata alle stelle e alla luna
dove lei c’era
Alina
e le lacrime
ora che non c’è più
la follia che si spegne
per ritrovare solo
il silenzio dell’anima
amore perduto
si perdono le parole
Alina
e le lacrime

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Sensazioni dionisiache…

Film russo, la lingua più bella, di una volta, la sera, la voglia di riesumare tutti i ricordi, del piacere infinito, l’alcol, Katia, l’amicizia dionisiaca con Bejan, gli anni della scuola di russo, tutto il corteggiamento di una volta con Eugenia, le nottate con Diana, e poi Diana la moldava, l’atmosfera dionisiaca in quella scuola serale, e tutte le nottate russe con Alina, il piacere delle ragazze dell’Est, i sogni, la musica russa, la musica albanese, riesumare dallo scantinato dei ricordi quell’aquila rosso nera, cucita sulla borsetta di Katia, visione di pura bellezza, di puro erotismo, di estasi dei sensi, dionisiaco dell’anima… la voglia di bere, la sete sconfinata, il cervello che andava in estasi, quasi in craving alcolico, dopo tutta la giornata passata a leggere quel romanzo norvegese, quel poliziesco, incollato alle sue pagine come un drogato di lettura, di gialli, di suspence, l’eccitazione cerebrale, stare al parco nel pomeriggio, leggere ancora un po’ dopo essere passato in biblioteca, per prendere in prestito l’altro libro, andare via, troppa gente in biblioteca, spazi troppo vicini, aula grande inutilizzabile per via di iniziative per bambini, stare al parco, non troppo distante dalle vecchiette ucraine, dagli adolescenti e dalle adolescenti impazziti poco più in là, sulle panchine, e leggere, fumarsi una sigaretta, incollarsi a quel libro poliziesco, ricordandosi della notte prima a chiamare i carabinieri, riferire di quelle due macchine che erano passate due volte, il transit rosso, la toyota yaris blu, che mi chiedevano di non so chi, forse di qualche spacciatore, chi lo sa, riferire alla polizia questo, la notte dopo, quando ormai l’effetto dell’alcol era svanito, e il ricordo della giornata prima, non l’estasi dell’ultima ragazza romena, perdersi in un mondo poliziesco… non farcela più, ad un certo punto, a continuare a leggere, vedere un negretto che correva nel parco, che voglia, che energia, io è già tanto che a volte mi metto a camminare, e così mi mettevo a camminare, per un’ora, intorno al parco e fuori, nel paesino, tra le sue vie, le sue salite e le sue discese, in quegli angoli del paesino che mi ricordavano la mia primissima adolescenza scema e folle, i compagni e gli amici di una volta, ai parchetti, per le vie, l’età della stupidera e della trasgressione, tutta l’energia di una volta, le scenette comiche, a vent’anni quasi di distanza, la vita da ragazzini, quella casa abitata ancora dalla madre di Nicolosi, il compagno di lei, pensare alla loro figlia, Rachele, chissà quanti anni avrà adesso, sarà già una ragazzina, e chissà Nicolosi, sarà forse ancora in Inghilterra, in Irlanda, chi lo sa, andare oltre… pomeriggio poliziesco, al parco, lì attorno, qualche sigaretta di troppo, tutta l’energia del mondo, e la sera, la sera a guardarsi quel film russo solo per sentire il craving dell’alcol, e la voglia matta di comprarsi una vodka, non per berla, ma per riesumare la bottiglia con l’aquila che mi ricordava il piacere infinito di una volta, la voluttà e l’estasi, per avere il piacere di fronte a me, in questa stanza priva di adrenalina, per riesumare il ricordo del piacere di tutti questi anni, e non farne più un dimenticatoio, un oblio, per ridare vita ai miei sensi addormentati dell’ultimo periodo, e il pensiero fisso, di quello che sembrava l’inizio di un romanzo giallo, io là, ubriaco, nel luogo che una volta era di Andra, e forse ora era di spacciatori, quelle due macchine sospette, quei carabinieri che mi chiedevano se avevo visto viavai di gente, il dubbio, il sospetto, le supposizioni, incipit di un romanzo giallo che non sarà mai, lo spaccio, l’alcol, i carabinieri, la droga, la prostituzione, il degrado, l’estasi dei sensi, l’anarchia dell’anima… e andare al supermercato per comprarsi quella bottiglia, lasciar perdere il cassiere che parlava di lavoro duro, di 11 ore che ti ammazzano, che dipende come te le fanno lavorare, poi, dipende dal lavoro, gente che parlava, una bambina che mi passava davanti, mentre compravo la vodka, lì alla cassa, per due volte, una bambina iperattiva, la madre che la sgridava, che le diceva di non allontanarsi da lei, comprare la vodka e vedere lo sguardo della guardia, attento, lo so anch’io, pensavo, lo so anch’io, ma mi serve solo la bottiglia con l’aquila russa, nel ricordo di Katia e di tutta la voluttà di sempre, del piacere, vero stimolante per vivere, vera adrenalina… tornare a casa e vuotare la bottiglia di vodka in giardino, vuotarla così, in un attimo, potlach dell’anima, gesto dionisiaco, tornare in stanza e non riuscire più a guardare quel film russo, troppa la concentrazione di ieri, troppo caffè, anche quello che bevevo alla fine del mio giro intorno al paese, intorno al parco, quel caffè di troppo, quella mente troppo sforzata a leggere, troppo concentrata, lasciare perdere quel film russo, archiviare ancora quei simboli adrenalinici, prendersi una ventina di gocce di valium e cercare il sonno, forzato, il sabato sera impazzito, la febbre del sabato sera…

La notte, un sogno dove mi squagliavo, dove le mie braccia e le mie gambe andavano squagliandosi, una sensazione stranissima, da effetti collaterali del valium, chi lo sa, un incubo, un sogno strano, nel pieno della notte, un sogno inquietante, e continuare a dormire… e poi mi trovavo in una specie di fabbrica, dove vedevo operai che altro non erano che compagni delle superiori, dell’ITIS, che stavano in quella fabbrica a lavorare non so che cosa, fabbrica metallica, e arrivava anche un albanese, un imprenditore albanese, che faceva le domande, agli operai, e con lei a tradurre c’era Rudina, mentre qualcuno o qualcosa mi svelava il senso di cognomi antichi, di ragazze e donne, il mistero dei nomi di Maria e di Maddalena, nascosti in altre etimologie di nomi, e l’imprenditore albanese si girava attorno, nella fabbrica, mentre tutti gli operai erano attorno a noi, in cerchio, a guardare e ascoltare, fino a quando Rudina non mi passava davanti, sorridendo, e uno degli operai diceva: “Cazzarola!”, e mi veniva in mente una canzone: kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua… e l’imprenditore albanese si esaltava, lasciava perdere il lavoro, e chiamava Rudina a sé, lei, sempre più sorridente, che si avvicinava a noi come esaltata, e in tre ci mettevamo in cerchio, a saltare, tenendoci per le mani, neanche fosse un matrimonio, una festa di matrimonio, una festa, come se fossimo estasiati di alcol e di musica, e cantavamo lei, i suoi capelli ricci, i capelli di lei, di Rudina, kacurrelat e tua, kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua, e godevamo di quella canzone, di quella lingua, di quel canto, della bellezza di lei, dell’estasi dionisiaca, nella fabbrica, nei sensi e nella danza estatica, e Rudina sorrideva, sorrideva come una vera innamorata, come esultante della festa, e tutti si dimenticavano del lavoro, della fabbrica, di ogni cosa… mi svegliavo, nel pieno della notte, con quell’estasi dei sensi, quel sentire dionisiaco, pieno di energia erotica, pieno di estasi, nel ricordo di Rudina, di quel sogno, di quella bellezza, di tutta l’energia di una volta, tutta l’estasi, e riesumavo quegli oggetti, quell’aquila, fonte di ispirazione infinita, di quei ricordi, e ricordavo quel sogno, quel sogno dionisiaco e quel sentire dionisiaco, e mi accendevo una sigaretta, e cercavo di non dimenticare il sogno, il sentire dionisiaco, e la notte acquistava un senso, là dove l’avevo perduto arrendendomi di fronte al film russo, di fronte ai soliti pensieri indeboliti dalle parole altrui, dovevo reagire, essere davvero me stesso, con tutta la mia energia, ricaricarmi, riprendermi, trovare la forza, l’energia, e non l’abbandono delle forze, rimanere positivo, ricordare tutta l’estasi del sogno e del sentire, sensazioni dionisiache, l’energia, la vita, il sogno, i ricordi, il desiderio, la voglia di vivere, sensazioni dionisiache nel fondo della notte, la vita che ricomincia, non più la rinuncia…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Nel sogno azzurro…

E mi trovavo in un bosco incantato, incantato di azzurro, tra le vie e i sentieri, a camminare verso una meta, insieme ad altri compagni di una volta, Dorian, Andrea A., quello che si è sposato con una russa e si è trasferito in Russia, e altri, mi trovavo in quel bosco incantato di azzurro e ricordavo Katia, che riappariva nel sogno come estatica visione di un passato lontano, ma con la sua magia sempre presente, e dicevo che in quel bosco c’ero stato, anni e anni fa, ai tempi di Katia, e ora, forse, la potevo rivedere… vagavamo per il bosco fino a quando non entravamo in una specie di tempio abbandonato, in rovina, un tempio del mondo antico, vicino al quale c’era una città medievale con mura e castelli, e ci perdevamo un po’ tra quelle vie, in quel borgo medievale, fino a quando, là dove sorgeva il tempio, tutto si trasformava in una specie di aula di biblioteca medievale, dove si tenevano corsi per una ventina, tra ragazzi e ragazze… erano corso di scienze politiche, scienze politiche applicate per la precisione, e tutti i compagni parlavano e discutevano, mentre io dicevo che già in università avevo seguito quei corsi, e si cominciava a discutere, mentre più in là apparivano personaggi delle alte sfere politiche, governanti del mondo, tra cui Trump, e anche la famiglia reggente di qualche stato arabo, e c’era un ragazzino pakistano, figlio di alti rappresentanti del potere… si discuteva di politica e in sostanza quella classe doveva promuovere idee e progetti da presentare all’alta politica, e si cominciava a discutere, su mappe, su una lavagna luminosa, e ad un certo punto il bambino pakistano mi prendeva per mano, parlando un italiano dal forte accento, e mi indicava i vari problemi, con precisione, più di tutti gli studenti e studentesse, e si lamentava, e a un certo punto mi mostrava la mappa della California, e mi diceva che il problema era da risolvere lì, tutto girava intorno ad una piccola regione della California, e se fossimo riusciti a risolvere quel problema tutto si sarebbe risolto… e mi scervellavo, per un attimo, fino a quando non compariva Alessio Fiorello Romano, l’antico compagno della scuola serale, lui, che si riteneva esperto di geografia, cominciava a sciorinare il suo sapere e faceva colpo su una ragazzina che era lì, che gli sorrideva, e insieme sorridevano e si capivano… la stanza cominciava a fluttuare, lei e il suo legno di cui era fatta, si spostavano assi di legno e colonne, su e giù, a destra e a sinistra, come se fosse una bolla di sapone, e lo spazio si contorceva, si distorceva, e Alessio ora compariva sul soffitto, e altri dentro il pavimento, e tutto era in metamorfosi, e vedevo ancora altri compagni, come Andrea A. che parlava di politica, e anche Dorian che proponeva le sue idee, e mi sembrava di essere stato escluso da quel convegno di parole, mentre la prof italiana di russo, la prof C., con tutta la sua intraprendenza si metteva a parlare alle studentesse e agli studenti che le stavano dietro, e mi sentivo sempre più escluso, io che ero diventato tutt’uno con il pavimento di legno, incavato e infossato, senza possibilità di uscire, schiacciato dal loro chiacchierare, dalla loro intraprendenza, e la metamorfosi mi stava facendo diventare come una parte del pavimento di legno… e lo scenario cambiava, mi trovavo in una specie di discoteca, addobbata per Halloween, era già Halloween, mi dicevo, ma dentro quella discoteca c’era un altro spazio, una piccola stanza separata dalla discoteca, da dove pure si vedevano i giovani danzare e conversare, era una specie di stanza come una bolla trasparente, dove stavano i miei due genitori, a mangiare, mia madre e mio padre, che mi dicevano che Halloween era già arrivato, e perché non festeggiavo, mi chiedevano, dicevo che non avevo voglia, e quella piccola stanza mi ricordava il bilocale di mia nonna, quando ad Halloween si prendeva la pizza giù nella via dove abitava lei, quando i camerieri e le cameriere erano vestiti da mostri e vampiri, e consegnavo nel sogno qualcosa da mangiare, qualcosa da offrire, e nel caos della discoteca quella stanza trasparente come una bolla di sapone era il mio rifugio, la tavola e i miei genitori, la cena assieme, mentre pensavo: “E’ già Halloween…”…

E mi risvegliavo solo con tutta la magia del sogno, il ricordo erotico della presenza lontana di Katia, un azzurro senza fine, un sogno azzurro, come i suoi occhi, i suoi vestiti di una volta, e c’era tutto l’erotismo che mi ricordava l’ultima ragazza romena senza nome, e mi sentivo libero di svegliarmi, di fare colazione, cercando di non dimenticare le immagini dei sogni, la voglia di scrivere, dopo che ieri mi mettevo a leggere con tutta la concentrazione del mondo quei libri, con l’umore giusto, le idee chiare, il ricordo avvolgente e inebriante dell’ultima romena, e tutto l’erotismo viveva in me per scacciare pensieri fumosi e non chiari, e anche la razionalità e l’attenzione ai pensieri, dopo che la mattina mi svegliavo in uno stato d’ansia esagerato, per il troppo alcol bevuto il giorno prima, e solo con trenta gocce di valium trovavo quella pace, e con del buon riposo dopo pranzo, dove al risveglio ancora le immagini erotiche della ragazza romena mi salvavano e mi davano l’energia… un sacco di pensieri che se ne andavano via, modi sbagliati di pensare, complessi di ogni sorta, automatismi, e quell’estasi alcolica erotica e musicale aveva fatto più di qualsiasi terapia, facendomi andare al fondo dei miei pensieri, dei miei modi di sentire, facendo resettare l’anima e ripulendola di modi d’operare in eccesso, artificiali, inutili e dannosi… la giornata di ieri, un piacere e una leggerezza immensi, la chiarezza dei pensieri, che questa mattina il solo caos era dato dalle parole di quelli al bar, così attivi e svegli, a parlare di calcio, come tutti gli italiani medi, e poco importa se a parlare con loro erano una marocchina calabrese e un cinese italianizzato, la gente comune, il loro parlare che disturbava i miei pensieri del sogno azzurro, del ricordo di Katia, e mi dovevo sforzare per tenere in mente quelle immagini incantate, e la certezza del mio erotismo che si lanciava sul ricordo dell’ultima romena, come al risveglio del sogno, del sogno azzurro…

E ora quel sogno vive in me, un modo di sentire, di ricordare, un inizio che può essere fatto solo risalire al tempo di Katia, una specie di età mitica di amore e di erotismo e di piacere, e di estasi dei sensi, un sogno sperduto, che poi si sarebbe perso nella follia, ma quel sogno azzurro per quanto tempo aveva continuato a vivere in me, come un’epoca da riconquistare, da rivivere, un assetto dell’anima e del sentire, una condizione di estasi e quiete e bellezza, il sogno di Katia, il sogno azzurro che ancora vive in me, che tutto il resto era spazzatura dei pensieri, pensieri che andavano alla deriva, alla periferia, al confine con la follia, e quel sogno azzurro continua a vivere in me, come un’epoca passata, una condizione dell’anima, un sentire che non so mai se ritroverò, se non nei sogni, un sogno azzurro come la rilegatura della mia tesi sulla Russia, l’azzurro degli occhi di Katia, il suo azzurro vestire, qualcosa di stupendo della Russia, che pensavo di aver perso per sempre, e che invece ritornava nel sogno, in questo sabato che sa di fine settimana, senza lavoro, solo dedicato alle mie letture e ai miei studi, qualcosa che mi fa sentire davvero bene quando i pensieri e il sentire sono chiari, quando c’è tutto il piacere di aver trovato ancora una ragazza che fa sognare, come quella romena, come il ricordo di Katia, che posso escludere anche tutte le altre comparse nella mia vita, e dedicarmi solo al pensiero del sogno azzurro, che ancora mi invade e sa di tutto quel piacere onirico e fantastico che mi anima l’anima, che non c’è più niente da inseguire, niente da riflettere, ora che il pensiero è limpido e pulito, e si accorge di tanti modi di pensare sbagliati, e non c’è nient’altro in cui perdersi, se non nel sogno azzurro, nel ricordo di Katia, condizione dell’anima perduta e ritrovata…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica

Musica… puttane… alcol…

Puttane, alcol, musica, vita scapigliata, fermarsi dalla romena senza nome, la macchina dietro di me che suonava, che cazzo vuoi? Fermarsi nel parcheggio, scendere a piedi, “Andiamo?” “Eh?” “Andiamo?” “Eh?” “Andiamo?” “A piedi o in macchina?” “In macchina…” “Va bene…”, la puttana romena senza nome, pomeriggio bruciato, dandosi all’alcol, alla musica, alle puttane, passare venti minuti con lei, la figa, la sua bellezza, la voglia di scopare, la voglia di godere e farselo succhiare, la sua arte erotica, lei che muoveva la testa su e giù, a destra e a sinistra, come un vero porno, godere di lei, e di quelle sue calze a rete, del suo corpo, della sua bellezza, “Con me eri già stato?” “Sì, settimana scorsa, giovedì…” “Giovedì scorso…” “Sì, giovedì…”, lei insieme all’altra amica chiatta, lei che non stava più sotto l’albero, ma che stava là a mostrare la sua bellezza, bellezza dalla pelle olivastra, come Andra, dalla bellezza trentenne, lentiggini sul volto, volto dall’ovale che ricordava vagamente Licia, la pelle più scura, il godimento, il piacere, la voluttà, dimenticarsi di tutto, tranne del piacere, le casse di frutta che avevano lasciato lì, in quel parcheggio, “Che cazzo hanno messo qui?” “Casse di frutta…”, “Mi dai uno di questi?”, cerchi di metallo per tenere le chiavi, “Dopo…”, un dono, che non gli davo niente, alla fine, godere solo di lei, della sua bocca, del suo sorriso, del suo volto e della sua arte, anche quando finiva con la bocca, che me ne fottevo di tutto, della settimana, del lavoro, dello studio, sentimento anarchico albanese, di un pomeriggio che doveva soltanto fottere le regole, lasciarsi andare così al piacere, senza freni, al godere con lei, con la ragazza romena senza nome, andare via senza quel dono, senza quell’anello di metallo che teneva le chiavi, e andare via fregandosene dei cartelli, della zona controllata dalla polizia, dalle macchine che suonavano dietro, dalle notti con Ana che chissà quando rivedrò, visto che tra pochi giorni deve tornare in Romania a fare la patente, e dimenticarsi di lei e di tutte, e di tutto, anche di quei libri, della biblioteca, di tutto, del lavoro, della settimana, degli studi, del lavoro, dimenticarsi di tutto…

E vagare per le strade alla ricerca della voluttà, con quell’ansia che mi rodeva, che non riuscivo a scacciare, vagare di qua e di là anche nel bosco là vicino a dove stava Andra, là dove, vicino alla discoteca di liscio, c’era gente che lavorava sulle vecchie giostre del parco giochi, cercare un altrove, per fumarsi una sigaretta, là, in mezzo ai cespugli, in mezzo alla strada, andare oltre e fermarsi là, dove una volta stavo con Andra qualche volte in macchina, là, tra i cespugli e tra le strade sterrate di gente che faceva il giro del parco, a piedi, in bicicletta, tutta gente salutista, tutta gente che ci tiene alla salute, al fitness, vaffanculo! Ci voleva una trasgressione, di quelle serie, una volta ogni tanto, per terminare tutta l’ipocrisia di sempre, andare al bar e prendersi una Ceres, strong ale, 7,7 gradi d’alcol, bersela lì, al di là del furgoncino rosso che arrivava e chiedeva di qualcuno, che cazzo ne so io, non lo so, lasciatemi godere la natura e questa birra, e il ricordo dell’ultima puttana, e l’addio ad ogni spiritualità che sa solo di ipocrisia, basta! Lasciatemi godere l’anarchia dei sensi, che l’unico simbolo della vita è quell’aquila dionisiaca rossa e nera che si innalza di nuovo nella vita, tra la musica, il sesso, e l’alcol, e basta con i discorsi e il modo di sentire frenato di Eugenia, che fa solo male, lasciatemi libero, dottori, preti e gente religiosa, lasciatemi di godere fino alla morte, perché la vita è una, e ha bisogno di eccessi e di godimento, e non delle vostre prediche!

Godere di una birra e riprendere la macchina e andarsene via, a cercare altra birra, al supermercato, tre bottiglie con cui ubriacarsi e dimenticarsi il mondo, andare là, guidare la macchina come un disperato e ritornare nel bosco, godere ancora e godere della musica che usciva dal tablet, musica albanese, e dimenticarsi di ogni cosa, straniamento cognitivo, dei soliti luoghi, dei soliti pensieri, dei soliti automatismi, di quella stanza posseduta dal demonio, di quella casa, di quella officina, liberare l’anima, e sognare di altrove che non esistono, la bella vita, quella che faccio, con queste puttane, con questa musica, con questo alcol, che l’albanese in me riviveva e rinasceva, e se ne fotteva di tutto, di tutta l’ansia, di tutta la sete di perfezione, l’uomo perfetto che non esiste, la perfezione, tra sigarette, dieta e puttane, alcol che non c’è, relazioni, musica, sogni d’altrove, lavoro e studio, la perfezione che non c’è, e tutta la voluttà del mondo, vita scapigliata…

“Buongiorno!”, lo sapevo che dovevano arrivare, carabinieri o polizia, lo sapevo già, era già due o tre volte che li incrociavo per le vie, girando di qua e di là, cazzo me ne fotte, dicvevo, e spegnevo la musica dal tablet, la musica albanese… “Di dove sei?” “Di “Lim***e”, “Ah, hai un documento?” “Carta di identità va bene?” “Meglio la patente” “La patente è qui…” gli porgevo la patente, scendendo dalla macchina dove stavo sdraiato con le gambe per aria sulla portiera, dopo che quel carabiniere mi chiedeva come stavo, “Tutto bene”, gli dicevo, “Mi stavo rilassando, bevendo, ascoltando la musica…” che cazzo volete da me? “Non metterti alla guida se bevi” “Sì, sì, infatti…” controlli generali, se avevo stupefacenti, “Non dirmi di no che poi se li trovo è peggio…” “Non li uso… uso solo l’alcol…” e quel carabiniere cercava in macchina, mi diceva di vuotare le tasche, “Non li uso, gliel’ho già detto…” vita al di là della legge, vita da albanese, altro che “Di Lim***te” come gli dicevo, “Shqiperia”, avrei dovuto dirgli, la patria dell’anima, il caos, il piacere, la voluttà, oltre ogni senso, il caos e l’anarchia dei sensi…. ma sapevo che quel controllo da carabinieri non avrebbe portato da nessuna parte, avrebbe solo interrotto il pomeriggio alcolico ed erotico senza grandi conseguenze, gli porgevo, patente, carta di identità, documento della macchina, “La macchina è di suo padre?” “Sì…” “Ha precedenti?” “Che precedenti?” “E’ stato mai fermato?” “Sì… per dei controlli…” e mi passava davanti la vita, l’arresto da minorenne, le puttane dei ventiquattro anni, la follia, l’ultima volta fermato con Leida, quella volta che non avevo la patente lì a S***go”, controlli… che per poco non mi fermavano anche mentre andavo al Carrefour, quest’oggi, senza cintura, mezzo ubriaco, che cazzo me ne frego, Albania dell’anima, liberiamoci, togliamo i freni, chi cazzo se ne frega, e anche se ero mezzo ubriaco davanti ai carabinieri sapevo che non mi potevano fare niente, legalmente era tutto a posto… già c’è la polizia che rompe i coglioni, è ora di togliere anche la polizia dell’anima… “Stia pure lì seduto in macchina…” e si mettevano in macchina loro a controllare documenti, a parlare con non so chi, controllare se tutto era a posto, e me ne stavo lì, pensando solo a come continuare il pomeriggio ascoltando la musica, bevendo, e mi accendevo una sigaretta, e quelli lì continuavano a controllare i documenti, controllate pure, che cazzo me ne frega, non troverete niente… e finivo la sigaretta e quelli lì mi dicevano “Va bene”, abbassando il finestrino, “Tutto a posto?” “Tutto a posto!” “Va bene!” “Arrivederci!” Salve!”, lasciatemi qui, in pace, a rilassarmi, a godermi la mia Heineken e a fumarmi le mie Chesterfield rosse, ripensando e godendo ancora con la ragazza romena senza nome, lasciatemi godere ancora di lei, della visione della sua figa, della sua arte erotica, della sua bellezza, dell’anarchia di questo pomeriggio, e lasciatemi godere ancora del pomeriggio senza pensare più a scappare in Russia, in Albania, in Inghilterra, e lasciatemi godere solo di questo pomeriggio alcolico ed erotico e musicale, e non lasciatemi più pensare, il lavoro sarà un altro giorno, così lo studio, lasciatemi godere di questo pomeriggio e chi se ne fotte… i carabinieri se ne andavano, non avevano niente da dire, tutto a posto, e ritornavo ad ascoltare la musica, a pensare a lei, a ricordare Andra, a come questo periodo della vita mi ricorda il periodo con Andra, finita la follia, ricominciata la mania religiosa, il controllo di sé, la ricerca di piacere, l’attesa di un futuro pieno di vita, che allora trovavo nella scuola serale, nell’università, quel futuro che stento a vedere, quel futuro che non riesco a immaginare, regno di passaggio, come il periodo con Andra, senza quella voluttà languorosa con Xhuliana, senza tutto l’amore con Alina, senza la lascivia senza fine con Leida, senza i sogni ad occhi aperti con Marina e Ana, senza quel caos, regno di passaggio, regno di voluttà, di piacere, di regole che vanno a farsi fottere, anarchia dei sensi e Albania dentro di me…

E la musica continuava a inondarmi, così come l’alcol, la birra Heineken, fottendomene della dieta, della religione, di credenze strane, di medicina e salute e perfezione, e tutta l’anarchia dei sensi mi invadeva, e me ne fottevo di tutto, dei carabinieri, del controllo, degli stati su Facebook, di condividere chissà che cosa, me ne fottevo, e la musica continuava e continuava, e così l’alcol, e così il piacere e la dimenticanza di ogni cosa, e solo il piacere mi inondava, là tra i cespugli, nel bosco, nella radura, che me ne fottevo anche di quella Toyota blu che passava di lì, con uno scemo al volante, che mi chiedeva se qualcuno era passato di lì, chissà, forse uno spacciatore, chissà, e anche l’altro furgoncino rosso che passava, un altro che chiedeva di chissà chi, chi lo sa, e tutto si collegava, il controllo dei carabinieri, la gente in cerca di droga, là in quel posto sacro perché una volta c’era Andra, là in quel bosco, quasi al degrado, tra quella gente salutista e io che mi davo a musica albanese e a ricordi erotici, libero, dandomi all’alcol, fottendomene di tutto, altro che spiritualità, divinità, religione, perfezione, e tutto il resto, solo il ricordo di lei, dell’ultima romena senza nome mi riempiva, e il piacere, e la musica e l’alcol, e me ne fottevo di tutto…

Musica… alcol… puttane… che non ne potevo più di quei discorsi moralisti di certa gente, e altre cazzate, e altri freni dell’anima, e altre visioni dei soliti luoghi, dei soliti posti, e la poesia scapigliata viveva dentro di me, senza essere letta, perché aveva solo bisogno di musica albanese per rilasciarsi nella fantasia e nel mondo del piacere e della voluttà, senza freni, sentire anarchico dell’anima… musica… puttane… alcol…