E le visioni sfumano via…

Marina nelle foto
Più bella che dal vero
Sentirla la notte
Dopo la giornata no
Del rendersi conto di non sapere parlare inglese
Dirle che il colloquio era andato male
Lo sapevo già
Manda curriculum
Mi diceva
Continua
Anche se quella sua domanda feriva
Ma come? Hai studiato inglese!
So leggere ascoltare e scrivere
Ma non parlare
Lasciatemi tradurre
Mille pagine scritte
Ma non chiedetemi di parlare
Già in italiano
Non è il mio forte
Non ho niente da raccontarvi
Delle mie esperienze all’estero
Che neanche ricordo più
E come reazione
Tuffarsi ora quasi
In infinite traduzioni
Scritte
Da un sacco di lingue
All’italiano
Traduzioni da mandare in studi vari
In qualche redazione di giornale
E vedere
I pensieri religiosi andavano via
Dopo la chiamata a Marina
Anche se il pomeriggio era fatto
Di studio di icone
Ma almeno la chiamata di Marina
Mi faceva capire che quello non fa per me
Ci tengo ancora troppo alle ragazze
Come nella notte
Il sogno arrivava
Del ricordo sbiadito e diafano di Leida
Nel profondo della notte
Voglia erotica
Che sbiancava anche l’ultima
Con la ragazzina romena
E almeno andavano via
Pensieri suicidiari
Di rinchiudersi
In monastero
In seminario
In un ospedale psichiatrico
La mattina era dolce
Senza voglia di alcunché
Solo forse la voglia di smettere di fumare
Che fumerei all’infinito
Ora
Reazione psicologica
Di non so cosa
Non contare più i giorni
Che mancano alla visita
Alla prossima uscita con Marina
Con chissà quale altra ragazza
Perdersi ieri nella notte
Nelle canzoni maneliste
E stamattina gustare il silenzio
Per ora non mi va di cominciare a tradurre
Da chissà quale lingua
E nemmeno di pensare
A cosa puntare in questa vita
Due cose sono escluse ora
Una volta e per tutte
L’inglese parlato
E le lingue parlate
E le autofficine
Visioni infernali
Che ieri riempivano l’anima
L’importante è sapere
Ciò che non si vuole
E solo andando per esclusione
Troverò forse qualcosa che fa per me
Forse aiuterò ancora in laboratorio
Marco e mio padre
Per guadagnare quel minimo
Per uscire ogni tanto
Niente di più
Lavoro di riserva
In questa vita
Votata alla scrittura alla lettura
All’ascolto
Alla cultura
Che ancora non mi lascia
Al di là
Di parole e lingue che non riesco a parlare
Mi sento già meglio
Sollevato
Ora che riesco a capire
Ciò che non voglio
Rimane solo da capire
Ciò che può fare per me
E la giornata sembra ora lunga
Senza attese e aspettative
Di lungo o breve termine
Una giornata che sa di vuotezza
O forse di distensione
Ora che quei libri lì in prestito
Sembrano non dirmi più niente
Come se fosse stata un’altra persona
Ad interessarsi
Di quegli argomenti
Non so neanch’io in cosa mi perderò
Come rifarò la giornata
Ora che anche la musica
Non mi attraversa più
Dopo il brevissimo excursus
Di musica raeggeton
Che distruggeva i timpani
Excursus di ieri
Mi darò forse alle notizie
In chissà quali lingue
Per non pensare più
Per liberarmi dai soliti interessi e pensieri
Per divagare da ogni punto centrale
E forse per ritrovarmi
Ora che so
Cosa non voglio
E ancora altri giorni
Mi diranno ed escluderanno altre cose
Fin quando non troverò
Qualcosa che fa per me
Non so neanche se Marina
Faccia per me
Dopo che il sogno erotico russo
Si risvegliava ieri
Su quell’altra ragazza
Su quella romena
Su quella adolescente
Schemi mentali
Che sono difficili da estirpare dopo anni
Che neanche mi accorgo
Di star frequentando una ragazza russa
Come se dessi
Tutto per scontato
O come se
Non contasse niente
Non ho voglia di pensarci
Tutto va e viene
Anche rendersi conto di se stesso
Dei propri limiti e delle proprie capacità
Si va avanti per esclusione
E il tempo
Diventa ora un fattore
Imprevedibile
Senza termini ultimi
Senza scadenze
Rimane
Tutto aperto
Mentre altre cose
Si chiudono da sé
È l’ora della divagazione
Lo sento
Allontanarsi dagli ultimi temi
Dagli ultimi pensieri
Dalle ultime aspettative
Gli schemi saltano di nuovo
Lavori in corso
Nell’anima
Vecchi modi di pensare
Che saltano
Che solo il tempo
Farà sedimentare alcune cose
Come aver lasciato Leida
Una volta per tutte
Lei e quel desiderio erotico
Sconfinato
La notte ogni tanto
Ne sento la mancanza
Eppure qui è tutto più opaco
Che mal si distinguono le visioni
La quiete dopo le tempeste
Si va per esclusione
È già tanto sapere
Ciò che non fa per me
E le visioni sfumano via

Nella musica infinita d’altrove…

Aspettare nella sala d’attesa
Macchinette automatiche
Nemici compagni di sventura
Per un colloquio
Parole a casaccio
Per rompere il ghiaccio
Da dove vieni?
Si può arrivare qui in macchina?
Voglio andare in India
Faccio Yoga
Mi sono appassionato dell’India
Io sono dello Sri Lanka
Il mare in India non è il massimo
Mi hai distrutto i sogni in cinque minuti
Altri impiegati più in là
Sulla lunga tavola
Luogo di pause pranzo
E pause cena
Un negro
Una sudamericana
Un’altra
Le ragazzine brutte italiane
Che avevo sentito
Parlare
Nel bar
Qualche ora prima
Chiamate in inglese
Per alberghi
Fidanzati in Svezia
Come fanno ragazze così brutte ad avere un ragazzo
Mi chiedevo
La gente deve essere proprio messa male
E quasi quasi
Rivalutavo Marina
L’ansia che saliva
Chi è capace di parlare in inglese?
Altro che imitare
Le pronunce di Stanlio e Onlio
O di Sherlock Holmes
O di Harry Potter
Come dicevano gli altri due lì
Ansia a mille
Che si calmava solo quando arrivava lei
La ragazza russa
Dai capelli biondi
Nella sala d’attesa
Della pausa pranzo
Lei e quel suo cellulare
Che chissà cosa guardava
Il suo volto tipicamente slavo
I lunghi capelli biondi
Che chissà dove avevo visto
Già
Ma non stavo uscendo anch’io con una ragazza russa?
Marina?
Eppure lei di quella bellezza non ha niente
Anche se la russa del lavoro
Aveva quei pantaloncini un po’ corti
Neri
Che lasciavano vedere le gambe
Cellulite qua e là
Non troppo magre
Guadagnerebbe poco
Se facesse il mestiere
Una ragazza da niente
Ma con l’ovale del volto perfetto
Gli occhi azzurri
Da perdersi per una notte
O per una vita
Sogni antichi e passati
Ispirazione che dava però la calma
E la voglia di sognare
Anche quando quell’HR
Chiamava per il colloquio
Che già sapevo sarebbe morto lì
Facciamo quello modesto
E simpatico
Che tanto qui non c’è da guadagnare niente
Salviamo il salvabile
E mi sentivo solo di benedire quella ragazza
Che andava via
Quando arrivava l’HR
E seguire lui
Era esattamente come seguire lei
Fino alla sua postazione
Passando per altre cabine di call center
Dove una ragazzina romena
Parlava nella sua lingua
Pace dell’anima
E quiete
Di ascoltare lingue altrui
Capirle
Ma non parlarle
Questa è la mia sorte che capivo
Solo alla fine del colloquio
Con l’ansia a mille
Altro che C1
Se vogliamo essere tecnici
Quel mio discorso in inglese
Non valeva neanche un A1
E non mi importava
Era già tanto riuscire a salvare
Il salvabile
Dicendo semplicemente
Che il mio punto forte era ascoltare gli altri
Il mio punto debole
L’ansia o il panico
Come dicono in gergo
Tanti sono passati di lì
Tante
E non vedevo l’ora di andarmene via
Per fumarmi la mia sigaretta
Di troppo
Bermi il mio caffè lungo al bar
E salvare della giornata
Solo la ragazza russa
E quella romena
E quel discorso al bar
Di quel cameriere che andava in Albania
Con la sua ragazza al mare
Saranda
Valona
Ksamil
Il ricordo di quel luogo che neanche citavo
Nei miei ricordi “abroad”
Che me ne importava
E me ne andavo via
Senza neanche aver voglia
Di chiamare Marina
E condividere con lei
Quei momenti
Quell’after job interview
Una ragazza russa
Che non è come quella del call center
Che non è neanche Katia
E liberarsi del demone
Delle lingue da parlare
Una volta per tutte
Squadrando ogni autofficina
Che vedevo per il viale e per le vie
Se l’assistenza tecnica non fa per me
Non fa neanche per me
Parlare quelle lingue
Che so leggere ed ascoltare
Forse anche scrivere
Ma non parlare
E chi è mai stato capace di parlare?
Le parole umane non le ho mai capite
E liberarsi di quei demoni
E sognare di pensare a qualcos’altro
Ancora da capire
Qualcos’altro da fare e su cui puntare
La filosofia
La scrittura
Testi scientifici
Altro
Di certo non parlare
Di certo non desiderare Marina
Quando su quella lunga via
Rivedevo tutte loro
E l’energia erotica si stagliava solo
Su una ragazzina adolescente
Sul bus
Che ricordava le ultime notti
E il sorriso di lei
Ragazzina romena
Per la quale mi sono perso
Che l’idea di Marina neanche regge
E il vecchio sogno derelitto
Di una ragazza russa
E della sua lingua
E delle altre lingue
Lasciamole vivere nelle canzoni
Nelle parole altrui
Nei testi e nei libri
Nelle poesie
Ma qui di parlare non ne posso fare un lavoro
E anche tutta l’ansia
Si scacciava solo con loro
Ragazza russa
Ragazza romena
E le mie semplici parole italiane
Come un povero prete spretato
Semplicità cristiana
Oltre ogni cosa
Altro che Yoga e India
Pronunce britanniche o texane
Altro che serie tv
Da imitare la voce
E la pronuncia
La mia è una pura conoscenza
Da linguista dei poveracci
Senza alcuna voglia
Di fare discorsi
Non c’è niente da dire e raccontare
In questo mare di opinioni e di vite
Le troppe parole
Lasciamole alle ragazze
Sempre così
“Talkative”
I miei doni sono altri
Mi accorgevo
Lo spirito e la tranquillità
L’ispirazione infinita
Della bellezza femminile
E di lingue e voci altrui
Come le canzoni e la musica
Accorgiamoci di questo
E rendiamocene conto
Una buona volta per tutte
Io
Le lingue straniere
Non le parlo
Le leggo e le ascolto
Forse le scrivo
Ma di parlare non mi va
Non c’è niente da raccontare
A voce
Per me
Lasciatemi scrivere
Lasciatemi leggere e ragionare
Filosofare
Ma non sarò io a raccontarvi della mia vita
Con parole a voce
In altre lingue
O nella mia stessa
Lo spirito ha altri doni
E i sogni d’amore sono altro
La ragazza russa
La ragazza romena
L’adolescente ragazzina sul bus
Che chiamava
Il suo amore
Ma ogni tanto mi lanciava un’occhiata
L’ultima notte da sogno
Con la ragazzina romena
Il suo sorriso
La sua bellezza
Estasi erotica
E musicale
E dei sensi
Non chiedetemi di parlare
Non chiedetemi di intraprendere storie
Impegnate
Con una ragazza russa
Che si vuole solo sposare
Che di quella bellezza
Niente non ha
Non lo so neanch’io cosa ci facevo lì
Forse solo per capire
Che il mio mondo non è lì
E neanche nelle autofficine
Qualcos’altro forse sarà
Sarà da vedere
Ma ora non mi va di pensare
Lasciatemi sognare
La ragazza russa
La ragazza romena
L’adolescente giovane sul bus
La ragazzina romena della notte
E lasciatemi perdere
Nella musica infinita
D’altrove…

Mentre qui tutto continua a fluire…

Canzoni maneliste
Che ancora riempiono l’anima
Risciacquo di parole
Dopo il sogno di un’Inghilterra
Della consistenza
Di qualche voce alla radio
Di serie tv
Che liberavano l’anima
Dopo il nero
Che piombava su di me
Ieri pomeriggio
Il senso di prigione
Di quest’abitazione
Di questo lavoro che non ti lascia mai
Sotto casa
La prigione
Librarsi nelle voci altrui
E sognare un’Inghilterra
Dove passare i giorni
Pieno di parole altre
Inglesi
Che fluivano in me
Con naturalezza
Trovare la forza e l’energia
Che pensavo sperdute
E il nero d’Alina
Si colorava invece di immagini
Diari dei vampiri
Non più dalla pesante lingua russa
Ma dalla più leggera e fluida
Lingua inglese
Tutto fluiva
Tutto fluisce
E non c’è più l’incombenza nera di chissà
Quale compito
Scivola via così il sentire
E i colori dei diari dei vampiri
Vincono i ricordi anneriti e pesanti
Del passato
Si va oltre Alina
E si vive di positività
Da invocare ogni istante
Per non lasciarsi andare
Agli sbalzi d’umore imprevedibili
Sarebbe anche ora
Di smettere d’annotare
Ogni cambio d’umore in me
E l’ultima notte
E i suoi colori vivono in me
Come per darmi
Ispirazione infinita
Non forzerò i pensieri per Marina
Ragazza che va e che viene
Nei miei pensieri
Non di più che i sogni della notte
E della mattina
E temo quasi di scrivere
Per paura di sprofondare
In ricordi che non devono essere più rievocati
Pena l’oscurità dell’anima
Dovrei imparare a vivere più leggero
E senza rimorsi
Un mondo è ancora possibile
Al di là dei sogni inglesi
Che si disperdevano
Nei colori e nelle immagini delle serie tv
Delle parole inglesi della radio
L’Inghilterra dell’anima
Era solo una cornice linguistica
Di altre parole che non opprimevano più
Di pensieri ripetitivi
Di parole
Sempre le stesse
Prigione di parole e pensieri
Dai quali uscivo
Solo facendo viaggiare la mia anima all’estero
Non so cosa mi attende
E non mi importa neanche
Farò un giro in città
Cercando di essere il più naturale e leggero possibile
Anche se la pressione forse qualche parola
E pensiero
Macchierà
Ma non importa
È il gioco della vita
Che ora come non mai
Vorrei vivere
Senza più sogni di erudizione
E di ambizioni accademiche
Imparare a vivere la vita
Nella sua leggerezza
Con la visione di un futuro ancora aperto
Senza false premesse
Prese per vere
Che occludono solo le possibilità
E le virtualità del mondo
Premesse depressive
Prese per verità
Che conducono solo nell’abisso
Usciamo dagli anfratti del baratro
E riempiamoci di luce ancora viva
Di questa vita
Dove non c’è niente da perdere
E tutto da guadagnare
Alors, dans l’ère succesive
Il faut tenter de vivre
Bisogna tentare di vivere
Oltre il cimitero marino dell’anima
Oltre il tempo passato
E le sue epoche
Al di là dei ricordi sperduti
Che a volte affiorano
Come per farsi inchiostro monumentale
E monolitico
Mentre qui è tutto come l’acqua
Di un fiume
Che scorre senza fine
E in questa visione liquida
Della realtà
Mi disperdo nella corrente
Che va avanti e ancora avanti
Senza fermarsi
Senza sapere
Quando tutto sfocerà
In chissà quale mare o oceano
La luce e la libertà
Sono ancora possibili
Non sono vecchi sogni smorti
Di uno studentello nevrotico
Che nega ogni vitalità
Annegato e annerito dalle troppe scritte
Dalle troppe pagine dai troppi libri
Dove tutto è il contrario di tutti
Contraddizioni insolvibili
Di una mente andata in tilt
I pensieri non si odono più
Scivolano via
Impossibile afferrare
Qualche x e y dell’anima
Tutto è indefinito
E sfuma via
Rimane solo il teatro dei sogni
Che è la vita
Con le sue infinite scene e parole
Che si susseguono senza sosta
In un continuo aprirsi e chiudersi
Di un palco
Che ospita infinite visioni
Passate presenti e future
Con la linearità
Della propria storia
Che si disperde come in una galassia
Ispirazione infinita
E non c’è da programmare giorni
Da trovare le regole divine
Da seguire
Per vivere la vita
Ogni cosa ritorna
Ogni cosa cambia
E non c’è legge eterna
Per definire il tempo e la storia e l’anima
Tutto fluisce
Liberamente
E non c’è modo di fermare
Questo flusso
Pena la statica e monolitica
Nerezza
Che fa sprofondare
Negli abissi
Dai quali ci si risveglia
Per accogliere ancora la vita
Ere passate sono andate
Non è possibile che era future non ci saranno
Per quanto incalcolabili
E imprevedibili
Il tempo si staglia ancora
Nelle sue divisioni
Che forse un giorno malamente saranno
Mentre qui tutto continua a fluire

I colori di Marina e la ragazzina romena…

E non posso lasciar vincere i ricordi passati per Alina, il nero dell’anima, l’ispirazione poetica che rasenta la depressione, non posso lasciar vincere il nero quando ancora nella mia memoria ci sono i ricordi freschi della giornata al lago con Marina, i colori sgargianti del suo vestito, i suoi occhi illuminati di felicità, i suoi occhi azzurri, la sua vitalità, la sua contentezza a bagnarsi le gambe sulla riva del lago, non posso lasciar vincere quei ricordi e quella mania passata di trovare l’ispirazione finale nel nero dell’anima, non me lo posso permettere… domani ho un colloquio, e sarebbe meglio se cominciassi a guardare almeno il sito dell’azienda, come mi diceva Federica, quella dell’agenzia del lavoro, ma una strana ansia mista a depressione mi prendeva stamattina, già da ieri sera, quando il libro sulle icone, invece di darmi la tranquillità dell’altro giorno, mi faceva sprofondare nel ricordo di Alina… devo ricordare quei brevi istanti, nelle chiese lì a Como, con Marina, dove lei mi chiedeva se andavo in chiesa, ogni tanto le dicevo, ma di solito no, quegli attimi fuggenti dove non ci si lascia travolgere dalla spiritualità nera, dal sentore di morte e di passato, e di ricordi oscuri, devo ancora ricordare il suo volto, raggiante di gioia, i colori dei suoi vestiti, e non pensare a dover scrivere troppo… e allora guarderò un attimo il sito dell’azienda, cercherò di concentrarmi sul raccontare a Marina ciò che ne sarà di domani, e dei giorni dopo, e non mi farò prendere dal demone dei ricordi, dai demoni alla ricerca dell’unico pensiero e ricordo e sensazione che può salvare, devo lasciare aperta la visione del futuro, anche prossimo, e ricordare la lucentezza e la leggerezza del volto di Marina, senza sprofondare giù… “E’ così pesante la tua vita?”, mi chiedeva, forse la sto appesantendo troppo, sto sprofondando troppo, quando imparerò ad essere più leggero? Ricordiamo i colori di lei, di Marina, di quella splendida giornata al lago, e lasciamo perdere il passato e le poesie ispirate, fonte di ansia e depressione, lasciamole perdere, impariamo ad alleggerirci e a rilassarci, e lasciamo il passato seppellire il passato, non tuffiamoci in tunnel neri, anche al di là del volto raggiante di Eugenia, lasciamo il passato seppellire il passato… in fondo basta ricordare tutta la lucentezza di questo sabato appena passato, la luce di Marina, i suoi colori, e tutto andrà avanti da sé, senza appesantimenti, viviamo più leggeri, la poesia è già stata scritta, e non merita di essere imparata a memoria, accordiamo l’anima a gusti più leggeri, la mia vita non è così pesante, sono solo io che l’appesantisco, liberiamoci dai mali e non tuffiamoci più nel passato, in fondo, bastano tutti i colori e la lucentezza di Marina, e di più non ho bisogno, viviamo più leggeri… pensiamo un attimo al lavoro e non facciamoci travolgere dalla vita, una vita che può continuare anche così, tra il dolce ricordo della ragazzina romena, e le semplici e leggere parole con Marina, per ora va bene così, non sprofondiamo… sì, i colori di Marina e la ragazzina romena…

E i ricordi oscuri non possono vincere sul piacere degli ultimi giorni…

Questi ricordi
Mi intralciano la vita
Il nero corvino dei suoi capelli
Il nero dei suoi occhi
Il nero delle sue vesti
Quella maglietta nera e attillata
Che lasciava vedere le sue forme
Quella minigonna scura
Che sfilava ogni volta
Per donarmi piacere
Quei lunghi stivali scuri
Alzati per aria
Il suo volto
Dagli occhi chiusi
Lei che giaceva
Distesa sul sedile
A gustare l’amore
I suoi “Aspetta”
Le sue attese
I nostri tempi
L’amplesso
Le canzoni che mi avvolgevano
Nel fare l’amore con lei
Questi ricordi
Ora riaffiorano
Come quando le chiedevo
Se si ricordava
Che amavo una prostituta
“Mi ricordo”
Lei diceva
Mi sono innamorato di una prostituta
E sbattevo la fronte
Sul volante
Non può essere vero
L’asse del mondo
Si spostava
E il nero calava su di me
Una volta per tutte
A chiudere gli abissi
Una volta e per sempre
Labirinto di sentimenti
Perché hanno inventato
L’amore?
Sarebbe nata solo la follia
Per sconfiggere il nero
E quei ricordi
Vette deliranti
Di passione erotica
Che cancellavano lei
E tutte le altre
Pena la follia
Se dimenticavo l’amore
Ora questi ricordi riaffiorano
E si intromettono nel nuovo
Nei colori di mille tonalità di Marina
Lei che di lei
Ha solo la lingua russa
Niente di più
Una passione che non riesce a involarsi
O forse un vero amore
Che non conosce più
Profondità e abissi
Non so da quale anfratto dell’anima
Queste canzoni ritornano
E il nero del ricordo di lei
Sono cristiana
Diceva
Ortodossa?

Forse scherzando
La passione e la discesa agli inferi
In questi ricordi
Le canzoni di una volta
Mentre dal nero dovrei farne uscire
Tutti i colori
Delle parole di Marina
Ma non riesco
Forse perché lei
Alina
Diceva che l’inglese
È la lingua più importante
Altro che canzoni e suoni
D’oriente
Ucraina e Romania
Passioni oscure
Non introduciamoci
In questi ricordi oscuri
Lasciamo il passato seppellire
Il passato
Si va avanti nella vita
Non può sempre andare tutto bene
Sempre andare
Tutto male
Male e bene che si alternano
Nel corso dei giorni
Ma non poter dimenticare il proprio
Passato
Fare tabula rasa qui
È impossibile
Sarebbe solo deleterio
E i nuovi demoni che mi infestano
Dovrebbero imparare a dissolversi
E a stare silenti
Mi ricordo
Diceva
Parla in russo
Per non dimenticarlo
Diceva
Lei e le sue dolci parole italiane
La sua dolce voce
Dolcezza infinita
Che ancora ispira
Il crollo e la rinascita del tempo
In questa fuga di ricordi
E sentimenti
In questo labirinto bizantino
Di ricordi
E sensazioni
Non so più quale posto
Dare a lei
Alina
Che con il suo corvino dell’anima
Infesta ancora giornate
Colorate e solari
Nel profondo dell’anima
Come un’eterna penitenza
Di non si sa quale dolore
Sfoglierò forse ancore le pagine nere
Piene di icone
E non penserò più
A quanto sia importante l’inglese
Forse per costruirsi una vita
Là dove la vita non c’è
E non sembra esserci futuro
Ma solo un tuffo nei ricordi
E nel passato oscuro
Ma in questo labirinto di sentimenti
Una via d’uscita forse c’è
L’ultima volta
Con lei
La ragazzina romena
L’amplesso
Dopo una giornata dai mille colori
Non tuffiamoci nel passato lontano
Delimitiamo il tempo
Alla bellezza degli ultimi giorni
Non lasciamo il nero invadere tutto
C’è ancora un chiarore
Pronto ad attendermi
E la tranquillità oscura
Non può dettare
Il mio costante e incostante umore
Che non sa più
A cosa accordarsi
Riecheggiano queste canzoni
Queste ispirazioni di una volta
È come se non avessi musica per il presente
È come se tutto fosse rivivere il passato
E riesumarlo e farlo riaffiorare
Per cercare una calma oscura
Che forse non c’è mai stata
Smettiamola con questi abissi
Con questo nero dell’anima
Ma neanche lanciamoci in elettriche
E deliranti luci
Impazzite
Piene di parole
E ideali
Difficile trovare l’accordo
Dei ricordi
Dell’anima
Degli umori
Il passato mi infesta
Non so come uscirne
E queste canzoni fanno solo peggio
Che siano solo dei ricordi
Sbagliati
Di una vita che non c’è più
Il corvino dei suoi capelli
E il rosso
Mi hanno vampirizzato l’anima
C’ forse ancora la quiete
Meglio non amare
Diceva
Si sta male
Già
Meglio non amare
Si sprofonda negli abissi
Con questi amori
C’è ancora una luce!
L’ultima notte
L’ultima giornata
I mille colori del giorno
Le tinte eteree della notte
La ragazza russa
E la ragazzina romena
Le canzoni d’amore
Lo spirito
E la quiete
E i ricordi oscuri
Non possono vincere sul piacere
Degli ultimi giorni

Destino spirituale ed erotico dell’anima…

Destino spirituale ed erotico dell’anima
Manuela che diventa un’icona dorata
Lei e la luce del suo volto
Amalia
Riaffiorata
Dall’abisso dei ricordi
Come una cantante manelista
Denisa
Che invade ogni angolo dello spirito
Con il suo canto
Sette anni e di più
Che riaffioravano
Nel nero della notte
Abisso oscuro
Come i capelli corvini di Alina
Colorati di quel rosso
Fuoco infernale
O passione d’amore senza fine?
Impossibile da comprendere
Come quell’aquila rosso nera
Che per troppo tempo
Mi ha accompagnato
Dai tempi
Di Xhuliana
E le nottate ‘e luna con lei
Vera estasi erotica e sensuale
Poetica e alcolica
Di sempre
Vitalità e languore senza fine
Prima di atterrare nel paese delle aquile
Dopo un funerale diurno
Che di notte si colorava di erotismo
Passione senza fine
Quella notte indimenticabile con Xhuliana
Il paese delle aquile
Idolo che mi avrebbe quasi portato via
Se Alina non fosse venuta
Con la sua carica vampiresca di passione
A portarmi via
Nelle estasi dell’Est, passione senza fine
Lingua russa di una sacralità
Senza confini
Parole che scivolavano via nella notte
Tra gli amplessi
Nelle estasi di canzoni e di alcol
Come dei fiori del male
Risorti nell’anima
Lei e quella sua figlia in Ucraina
Lei che con la sua arte
Ricordava lo sguardo
Spirituale di Andra
Altra ragazza con un figlio in Romania
Là nel boschetto
Quanti giorni
Ai tempi
Quanti amplessi e quanta voluttà
Oriente dell’anima
Destino spirituale ed erotico
Estasi dell’Est
Passione senza fine
E tutti questi ricordi e questo sentire
Riviveva in me
Al ricordo della luce alla fine del tunnel
Il volto candido di Eugenia
Ragazzina romena avventista
Che solo con il suo sorriso e il suo sguardo
Ridavano pace all’anima
La facevano risorgere
Tra i ricordi erotici e spirituali
Facendomi uscire da quegli inferi
Come in una sacra icona
Dopo che il rosso e il nero
Del paese delle aquile
Privato di ogni spiritualità
Mi avrebbe inghiottito come non mai
Sviando l’oro dello spirito
In una doratura idolatrica
Di biblica memoria
L’attaccamento e la possessività
Di Leida
Le sue parole oscure
E infrante di nero
E di nevrosi
Di lavoro
E di un destino segnato
Dal male
Oscurità cremisi dell’anima
Inferi
Dai quali solo un paesaggio transilvano
Liberato dall’antica maledizione vampiresca
Poteva ridonare la spiritualità erotica
Di un panorama che svaniva
Sul volto e sulle curve leggere e dolci
Del suo corpo
Bellezza erotica e spirituale
Di una ragazzina romena
Che spezzava l’incantesimo
Di quella strega
Del paese delle aquile
Una volta per tutte
E i colori elettrizzati e deliranti
Dell’anima
Dove Manuela riappariva
Solo per disperdersi
Tra il volto di Amalia
Di Denisa
Di Leida
Di non so più chi
Doratura elettrica impazzita dell’anima
Solo quei paesaggi potevano salvarmi
E la spiritualità erotica di lei
Romania Ortodossa dell’anima
Canti spirituali
E d’amore
Passione dell’Est
Senza fine
Tra gli abissi e le vette
Nel suo spettro di rosso e di nero
Di azzurro blu e celeste
Di nero e di dorato
Di bianco e d’oro
Colori dell’anima
Che si illuminano nella notte
Nelle mie visioni
Solo per lasciare poi spazio al nero
E alla luce alla fine del tunnel
Il volto candido di Eugenia
Sette anni mi passavano davanti
E poi di più
Tutta la vita
Tutti gli amori
Tutte le estasi
Ritrovando dell’anima il suo oriente
Destino spirituale ed erotico
Nell’ultima notte
Che dà ancora la quiete ed il languore
Ragazzina romena
Che si disperdeva
Nei colori della giornata
Tra la natura di un lago e delle montagne
Tra i colori sgargianti
Di Marina
Ragazza russa che non può far riaffiorare
Tutta l’estasi dei sensi
E la spiritualità funerea ed erotica
Di un Est
Che è l’oriente dell’anima
Tra i suoi paesaggi
E le sue figlie
Visioni di rara bellezza
Languore e piacere
E spiritualità
Si dissolvono così
Tutti gli ultimi anni
Tra ricordi riaffiorati
E viaggi nello spirito
Saltano tutti gli schemi
Le narrazioni
I desideri
Che passeggiando per le vie
Della città
Viaggiando
Ogni rimando
Ad Ucraina e Romania
È come lo spirito risorto
Nel destino erotico e spirituale
E il nero della lingua d’Alina
Si smacchia
Tra i colori vivi delle vesti di Marina
E l’azzurro celestiale delle notti
Di infinita voluttà
Tra le nottate ‘e luna
E quelle di languori senza fine
Rimane il ricordo nero dell’abisso
Da cui l’anima
Si può solo colorare
Di paesaggi spirituali ed erotici
E la luce alla fine del tunnel
Riaffiora e scompare
Mentre l’oro di un’icona
Vince sull’oscurità
Degli abissi
Destino spirituale ed erotico dell’anima

Estasi e amori dell’Est, passione senza fine…

Guardare le icone russe con la loro descrizione su quel libro e ad un certo punto spegnersi, vedere il nero calare su di me, il ricordo di Alina che spazzava via tutto, la giornata scorsa con Marina, i suoi colori, del suo vestito, del lago, delle montagne, un’ondata di nero mi attraversava e il senso della croce, come quella canzone di Marco Masini, voglio volare da te, crocifissione, un senso di nerezza che invadeva l’anima, e le lacrime, e la voglia di abbandonare tutto, mentre nell’icona della discesa negli inferi vedevo me stesso, i miei ultimi giorni di quel 2016, i primi giorni del 2017, con la speranza di ritornare a vedere Alina, di recuperarla, dopo il viaggio dell’anima nell’oltretomba, e tutto il mio amore per lei, finito nel mondo degli abissi… e il nero mi avvolgeva, mi saturava, e chiudevo quel libro, dove non ce la facevo più a vedere e leggere altre icone, e ogni colore e dipinto dell’anima, ogni immaginazione che si colora nella mente svaniva, solo per lasciare spazio ad una sigaretta funerea che fumavo là in giardino, lontano dall’aria fresca della stanza, con l’aria condizionata che innaturalmente saturava questo luglio… un’ondata di nero… e mi buttavo giù, sul letto, chiudevo le persiane, l’aria, ogni dispositivo virtuale, e mi lasciavo andare a quell’ondata di depressione e di nessuna voglia di vivere, e anche le pagine del Vangelo in inglese mi sembravano fonte di mostri, dicerie, storie, senza alcun senso, e il male oscuro mi invadeva… e nei ricordi cercavo di recuperare l’altra notte con la ragazzina romena, unico sogno di pura bellezza, che ancora infondeva l’anima di tranquillità e pace, e sognavo quei paesaggi romeni, tra i monti transilvani, le foreste verdeggianti, il cielo grigio, o forse il cielo colorato di un tramonto, e quel paesaggio era la visione finale dopo la bellezza del corpo e del volto di lei, come una madonna munchiana che si trasformava nell’erotismo, e nella trasfigurazione di tutto il piacere, dopo gli attimi con lei e le curve del suo corpo, quei suoi fianchi aggraziati e quella sua arte erotica, quel suo corpo dai seni abbondanti, nei quali immergevo il volto, e che accarezzavo con la lingua, sui capezzoli, per godere della visione e del piacere definitivo, mentre lei ancora mi serviva con le labbra, mentre la sua voce accendeva di passione eterea ed erotica quegli attimi, prima che lei si donasse a me, con la sua arte erotica, le sue parole, prima che la voluttà di farla mia si perdesse nel suo volto che mi lanciava uno sguardo, prima di iniziare l’amplesso, quei suoi occhi che lei chiudeva, quel suo sguardo acceso e comprensivo, contento, di una ragazzina che sa trovare il bello nella notte, nel suo destino, e le sue braccia, alzate come al vento, libere, si confondevano con la figura del suo corpo, che mi si dava, e la notte aveva quel ricordo, quella voluttà, che cancellava via ogni nerezza dell’anima, in quella visione blu e celeste come la notte, che donava tutto il piacere della bellezza di lei, della ragazzina romena… e godevo anche delle sue parole, con quell’aria fresca che non funzionava, ma che invocavamo, in quella giornata dal caldo estremo, lei che si rivestiva, mostrandomi ancora tutte le curve gentili del suo corpo, dei suoi seni, delle sue gambe, quel suo volto che la fa assomigliare ad una ragazzina d’altrove, esotica, di rara bellezza, e le sue leggere e dolci parole si perdevano nella notte, mentre si puliva, si rivestiva, cercava il verso giusto dei suoi vestiti, i lacci giusti delle sue scarpette con il tacco, e per un attimo la luce interna della macchina illuminava quel paesaggio d’oro, come la luce di sante icone, che richiamavano ancora quell’ortodossia dell’anima che si lascia andare ai piaceri d’amore, là dove tutta la spiritualità si diffonde nell’erotismo, ed era la visione finale, dal piacere immenso, mentre dentro l’anima canzoni maneliste d’amore continuavano a suonare, a riemergere dal profondo, come ai tempi dolci di Andra, come ai tempi di voluttà di Alina, e il passato e tutti i suoi spettri, i suoi ricordi e le sue sensazioni mi riempivano l’anima, mentre quella notte sapeva di voluttà e languore, e di piacere intenso, e di una spiritualità erotica che non lasciava parole, ma solo il canto dell’anima… si ripartiva per tornare indietro e lei, con le sue soffici parole, mi parlava di quel suo cugino e di quella macchina che avevo anch’io, la sua stessa, una macchina sportiva nera, rielaborata in tuning, con l’alettone dietro, foto che lei ritrovava sul suo cellulare, dopo che con la sua soffice voce parlava in romeno con la sua amica, e quella voce e quella lingua coloravano l’anima di colori tersi e celestiali, che si disperdevano nel blu della notte, in un’eterea visione di spiritualità erotica, e quel suo sorriso sapeva di serenità e leggerezza, quelle sue parole, e la notte poteva finire così, con le mie parole che si disperdevano nell’eccitazione del piacere, a ricordare i canti manelisti denisiani, e a rivedere per l’ultima volta la bellezza del suo volto, del suo corpo, del suo sorriso e del suo sguardo, che solo una madonna spirituale ed erotica di piacere mi sa dare, quella ragazzina romena che risvegliava il piacere e la voluttà dal nero della notte… e mi riprendevo da quel ricordo, e non sognavo neanche più la luce diafana del ricordo di Eugenia, le sue parole e il suo sorriso avventista, pieno di luce spirituale, privata di erotismo, e non era più nemmeno lei la luce alla fine del tunnel, come mi sembrava poco prima, perché il ricordo di lei si disperdeva nelle immagini di piacere intenso che una volta c’erano per Andra, e che ora c’erano per la ragazzina romena, e nessuna nerezza mi avvolgeva più, nessuna luce alla fine del tunnel, con il volto comprensivo di Eugenia, con il volto di casta spiritualità, si andava oltre, nel piacere intenso degli attimi di amplesso, e i paesaggi romeni, e le sue chiese e i suoi monasteri si disperdevano in quel sogno, in quel ricordo dell’ultima ragazza, che mi dava ancora l’energia e il piacere là dove ci sembrava ci fosse solo morte e digiuno e penitenza dell’anima, il mio alter ego nero e oscuro, dai capelli e la barba lunga, dal lungo vestito nero, come un pope o un monaco ortodosso, e della voluttà ne facevo un anelito, un ricordo, insieme a quella ragazzina romena che mi invadeva l’anima e mi liberava dal nero e da luci spirituali alla fine del tunnel, dove ormai Eugenia non poteva più niente, lei e i desideri per lei, spariti ormai nell’anticamera dei ricordi… tutti questi anni si mischiavano, questi ultimi sette anni, dai tempi di Andra attraverso gli anni di università, quei giorni di rara felicità e illusione ai tempi di Eugenia, quando tra i corridoi e le aule di università ci si desiderava, si scherzava, si rideva, parlando di Romania e Russia, di ragazze e religione e matrimoni e fidanzamenti e di ogni cosa del mondo, e quei ricordi che avevo dimenticato riaffioravano, facendomi capire che quegli anni di università erano stati dedicati tutti a lei, ad Eugenia, al sogno per lei, che si sarebbe poi disperso quando lei se ne sarebbe andata in Inghilterra, a studiare in una scuola evangelica ed avventista, mentre io la notte cominciavo a conoscere l’ebbrezza erotica come non mai, ai tempi di Xhuliana, di Lorita, passione erotica senza fine, che faceva sfumare il nero e l’azzurro dell’anima, in un rosso fuoco di passione, e di estasi erotica, alcolica e musicale, e poetica, come solo una volta potevo provare, l’estasi dei sensi in tutto me stesso, l’estasi di ogni ragazza dell’est che mi portava via, facendomi godere e sognare, e dentro di me sempre il ricordo principe di quei lontani giorni in Romania, ancora adolescente, al vedere quella ragazzina romena che mi si voleva dare, quell’altra giovane donna che Ruggero si sposava, quella chiesa ortodossa piena di icone, libera da panchine, libera, come per inchinarsi una volta per tutte, e arrendersi, come diceva Eugenia, all’amore, alla passione, alla morte per amore, e accettare il destino spirituale ed erotico dell’anima… avrei perso Eugenia e neanche me ne rendevo conto, quando avrei trovato Alina, e tutta l’illusione delle sue parole russe, delle nostre parole russe, che ricordavano sempre e quasi i diari dei vampiri, lei, vera vampira dai capelli corvini tinti nelle punte di rosso, un sogno di voluttà infinita, un piacere senza confini, dall’abisso del piacere e del languore, quanti giorni e quante notti ubriaco di canzoni dell’est e di vodka e di birra mi avrebbero portato via, e d’erotismo per lei, per Alina, che ogni volta l’anima si riempiva fino al suo fondo, fino all’abisso, e la voluttà mi avvolgeva in ogni dove, fino a desiderare sempre di più, che lei fosse davvero mia, che io fossi soltanto suo, che un’amicizia poteva nascere, qualcosa di più, condividere un destino, lei che come Andra aveva un figlio, anzi, una figlia, lei, in Ucraina, non in Romania, e lei, Alina, che parlava anche romeno, con me, una volta, lingua di chissà quali chiese sperdute, di chissà quali valli vampiresche transilvane, e la notte si colorava anche di canzoni russe, albanesi, le mie preferite, le nostre preferite, lei che diceva che senza musica stava male, canzoni dell’est, amori ed estasi dell’Est… e si sarebbe dispersa anche lei, nell’anticamera dei ricordi e dei desideri, quando ormai le estasi alcoliche, erotiche e musicali non bastavano più, quando l’amore aveva raggiunto l’apice e la follia, quando avrebbe voluto qualcosa di più, quando l’estasi più non bastava, quando il ricordo di Eugenia ormai si disperdeva, e con lei quella luce spirituale del suo sorriso che solo lei sapeva comunicare, e l’estasi erotica alcolica e musicale doveva solo disperdersi in un’utopia di pura sensualità e vette senza abissi, esaltazione dell’anima con Leida, che mi elettrizzava l’anima e il corpo, tutti i sensi, mentre cercavo di dimenticare la vampiresca Alina, il suo nero, le sue estasi, solo per trovare piacere erotico senza confini, i salti dell’anima, i passaggi dell’anima, le sue stazioni, le sue fasi e i suoi ritmi… due anni passati così, quasi tre, con lei, rivedendo Eugenia per un breve periodo, rivedendo per due notti Alina, là dove l’asse del mondo si spostava, e dove il baratro che era iniziato dalle vette elettriche con Leida si sarebbe aperto, facendomi sprofondare in quegli inferi che solo un’icona possono trascrivere, con tutti quei ricordi di vita, deliri storici, passioni dell’anima, vette e abissi, là dove solo Alina mi poteva far sprofondare, senza più la luce di Eugenia, con tutte le estasi e gli amori dell’Est, le sue ragazze, la sua musica, le sue lingue… estasi e amori dell’Est, passione senza fine… e mi sarei perso così, dopo l’abisso, avendo quasi dimenticato tutte e tutto, tutti quei ricordi di università, con Eugenia, l’amore vero per Andra, l’antico amore, mi sarei perso, nel ricordo di Alina, e sarei uscito dall’abisso solo impazzendo del volto dorato di Manuela, e poi di Leida, e poi nelle parole russe con Marina, come per cercare di sovrascrivere l’estasi e gli abissi con Alina, quando tutto doveva ritornare, dopo il viaggio negli inferi rosso e neri per Leida, per spazzare via tutto, dall’anima, e ritrovare solo il ricordo paradisiaco primigenio, quei paesaggi romeni e quella chiesa ortodossa, quelle icone, quegli sguardi spirituali di quelle ragazze romene, Andra, lo sguardo d’amore di Alina, tutto si doveva spazzare via, ogni costruzione psichica impazzita, fatta solo di erotismo e materialità, edonismo e vita votata agli istinti e all’ignoranza, idoli di antiche aquile di sogni quasi pornografici con Leida, del ricordo impazzito di Katia, di quelle tre prime ragazze russe assurte a divinità dei ricordi, tutto si doveva spazzare via mentre l’estasi spirituale ed erotica mi riportava dalle ragazzine romene, le sole che danno quella ispirazione infinita che spazza via ogni costruzione dell’anima astratta e artificiale, solo per rimanere così, sospeso tra il nero d’Alina e i paesaggi dell’anima eterei, dimenticati gli inferi rossi e neri, e i ricordi di luci diafane come ai tempi di Andra, come la luce alla fine del tunnel nel sorriso di Eugenia, Romania dell’anima, oriente dell’anima… estasi e amori dell’Est, passione senza fine…

E tutto si dissolve nella musica e nel canto…

Le foto di Eugenia
Avventista modella in Malesia
In missione
Bellezza acqua e sapone
Dal sorriso e dallo sguardo illuminato
Gli anni sono passati
E ancora il suo fascino si fa sentire
Gioco di opposti e di estremi
Lei e le sue regole avventiste
Io e la mia antica passione diabolica per Leida
Gioco di estremi
Che mi avrebbe distrutto
Alina e il rosso e il nero dell’anima
Quasi due anni dopo
La depressione
E il risveglio
L’asse del mondo che si spostava
La passione per lei
Che ora non so più cosa ci faccio
In questo pomeriggio
A guardare foto di Eugenia
Come per rinnovare l’antico senso di Romania
Che anche lei aveva
Quando l’unica Romania che mi rimane
È quella della notte
Con Anna
La ragazzina romena
Che con i suoi colori perlacei ed azzurri
Dava quiete all’anima impazzita
Dove solo la spiritualità erotica
Può portare
Lei e il suo sguardo
Il suo sorriso
Una Romania dell’anima ritrovata
Che ora non ha senso guardare ancora icone russe
Dopo le decorazioni delle chiese di ieri
Sul lago di Como
Con Marina
Esagerazione di immagini sacre
Che non regge più
Come non reggeva il mio andare in chiesa
E non regge
Neanche il monaco nero e oscuro dell’anima
Mio alter ego
Che vorrebbe combattere
Contro quel vizio del fumo
Gli eccessi
Ed ogni piacere
Come un digiuno senza fine
Si vive così nel mondo
E non si vive di sola aria
Neanche quella respirata ieri
La fresca aria di montagna con Marina
Che neanche delle sue foto
Non so cosa farmene
E delle vite altrui spiate nelle pagine
Dei mondi virtuali
Si rimane senza letture
In questo pomeriggio
Di luglio
Dove nessuno stimolo sembra raggiungermi
A parte
Le infinite canzoni maneliste
Di Denisa
Che si spegnevano dopo il pranzo
Nella visione dorata
Dei capelli suoi
Di una cantante
Che si sovrapponeva
All’immagine di Amalia
E di Manuela
Sogno dorato
Nel quale perdersi per sempre
In un mondo onirico
Dove vivono solo musica canto e visioni
E la visione si perdeva così
Nel sonno che avrei voluto quasi
Fosse infinito
Non rimane niente
Per scardinare l’anima
Da questa quiete
Ogni cosa diventa di troppo
I ricordi e le ragazze
Il mondo della mia vita e dei miei ricordi
Che nella loro molteplicità
Si disperdono
In un nulla
Insieme alle altre compagne di una volta
Spiate sui mondi virtuali
Ragazze che non mi possono dare niente
Mentre il sogno di Manuela e Denisa
Era un sogno
Di quel qualcosa di più
Che non riesco neanche a trovare con Marina
E non so più chi voglio
Cosa voglio
Ancora una volta
E mi disperdo
Senza sapere più
Cosa posso dare
A chi posso dare
E non rimane niente
Una scia di sensazioni
Come una musica senza fine
Un canto interrotto
E un anelito
Che si disperde nell’atmosfera
Mentre già temo
La settimana che incomincerà
La sua frenesia
I suoi lavori
Quella pesantezza della vita
Che ieri Marina mi contestava
Dalle mie parole
Troppo oppresse
Liberatesi solo nella notte
Insieme all’erotismo e alla bellezza della romena
Che tutto per Eugenia
Era un’illusione
E un’utopia
Di un mondo religioso
Che non mi appartiene
Inutile illudersi ancora di utopie paradisiache
Che strizzano solo l’anima
Facendola impazzire
E morire
Si ritrova la vita così
Nella sua assenza di schemi
Tutti gli schemi saltano
E tutto si dissolve così
Come un canto
Come la musica
E non resta più niente
Solo piacere e languore
Nella musica d’amore senza fine
Dove si disperdono i sogni e le visioni
I ricordi di ragazze passate
Gli schemi di storie passate
Di intrecci e colpi di scena dell’anima
Di alti e bassi
Vertiginosi
Si riaccorda
La mia anima
Solo nell’oro di un sogno per Manuela e Denisa e Amalia
Come un’icona
Che lascia spazio solo
Al sentire sereno
Senza tempeste dell’anima
E tutto si dissolve
Come musica
In un canto
Senza tornare indietro nei ricordi
Tutto convive
Ogni sensazione
E l’unica quiete è l’estasi spirituale erotica
Che fa quasi dimenticare
L’utopia di amore e di storie
Del giorno passato
Si vive così
Con gli schemi che saltano e si dissolvono
Ed una lunga scia di voluttà piacere e languore
Mi avvolge
Per sentire la leggerezza
Librarsi in me
Volare
A spirale
Come l’aquila delle montagne
Nell’azzurro del cielo
Nel verde intenso della natura
Nel blu della notte
Che sapeva soltanto
Di estasi spirituale erotica
Là dove
Le parole e le visioni non bastano più
E tutto si dissolve nella musica
E nel canto

La spiritualità erotica dopo i colori neri, vivaci e allucinati…

E un pope ortodosso vestito di nero, dai capelli lunghi e la barba folta, giovane, il mio alter ego, mi seguiva ieri mentre andavo per Milano a prendere il treno che mi avrebbe portato al lago di Como… c’era la tranquillità dell’anima, canzoni russe e romene che risuonavano in me, come se ogni tensione fosse risolta, come se non ci fosse più niente da leggere, da sapere, ma c’era tutto da cercare nell’anima, che non vedeva l’ora di appacificare lo spirito con le visioni della natura, le montagne, il lago, il verde intenso di quei colori che riempiono l’anima di tranquillità, e camminavo tra le persone strisciando il passo, canticchiando tra me motivetti, senza saper bene le parole, le note, che dimenticavo, e non me ne facevo un pensiero… e camminavo di qua e di là per la stazione, con le mie vesti nere, jeans neri, scarpe nere Levi’s, una maglietta intima nera, come a riflettere l’alter ego della mia anima, quel pope ortodosso che mi osservava, che mi dava la tranquillità, dopo che la sera prima guardavo Andrej Rublyov di Tarkovskij e l’anima si riempiva di quiete e pace, fino all’ultima scena, l’icona santa dorata, dopo la follia dello skomorok, dopo la festa di Ivan Kupala, dopo il giudizio universale, la chiesa distrutta dall’orda di tartari, il ricordo del padre dimenticato, mentre una campana suonava per smuovere l’anima, per ricordare la fine del tutto, e la rinascita, di quelle parole di quegli italiani nel film: “Guarda quella ragazza come è bella! Dio mio…”… dio mio, che mi ricordava tutte le volte che assaporavo il piacere con quelle ragazze, l’estasi dell’anima, la distensione e la dimenticanza di ogni problema, l’oblio nella voluttà e nel languore, e la fine di ogni pensiero, ogni riflessione, che si disperdevano su quel mondo di parole da dimenticare, il male del mondo, le opinioni, gli odi, le invidie, le divisioni, e tutto si disperdeva così, tra quelle canzoni recuperate di Denisa manelista, quelle canzoni d’amore e di lasciarsi, amori finiti male, parole semplici, musica che allevia l’anima, un canto dell’anima che risuonava in me nella stazione di Milano, nel viaggiare, ovunque nell’anima… e salivo sul treno, dicendo a Marina che ci saremmo visti sull’ultimo vagone, per andare a Como, e trovavo posto là, vicino alle scale sul piano superiore del treno, vicino a due donne romene, non molto più grandi di me, che parlavano tra di loro, un po’ in italiano, un po’ in romeno, e la loro voce era musica quasi angelica, la loro pronuncia, le loro parole a volte incomprensibili, che acquietavano l’anima… e avrei rivisto Marina qualche minuto dopo, sul treno, quando lei arrivava tutta vestita sgargiante, dai mille colori, estivi, come solo certe ragazze russe sanno fare, loro e i loro colori sgargianti, come per esorcizzare una volta per tutte quel ricordo dei colori sovietici, così sobri, spenti, monocromatici, come a indicare la via della libertà e di tutti i colori, dopo troppo grigio di decenni di regime… ma non era visione paradisiaca, la sua, e neanche la voce, per tutta la giornata non mi sarebbe uscita una sola frase in russo, neanche a lei, solo qualche interferenza, qua e là, e per tutto il tempo si sarebbe parlato in italiano, frasi brevi, ricordi, accenni, per finire poi là, sul lago, con il caldo più forte degli ultimi mesi, una giornata così, improvvisata, che doveva sapere invece della mostra di Kandinskij, che saltava all’ultimo minuto, perché mi dovevo rifare gli occhi nella natura di quei di Como… e avremmo passato il pomeriggio là, lassù, prendendo la funicolare, camminando per i sentieri ripidi e affaticanti di quei di Brunate, tra chiesette e santuari, e fonti d’acqua, in mezzo ad altri, sparsi qua e là, italiani, russi, romeni, arabi, jugoslavi, c’è di tutto ormai nel mondo, anche nei luoghi turistici a due passi, e ci saremmo affaticati come non mai, tra quei sentieri, a furia di camminare, di stancarmi, a pensare di smettere di fumare, a non vedere più, poco alla volta, il monaco nero che mi seguiva come un’ombra, per perdermi nei colori e nella vitalità di parlare con Marina, inondazione di luci e di colori, che stemperavano il nero dell’anima, e facevano dimenticare i discorsi della vita… lassù, in cima, in quel piccolo locale, con la terrazza sul panorama del lago, dall’alto, visione di sublime bellezza, che neanche i fiordi norvegesi sarebbero bastati, la vista dall’alto, al fresco, nella quiete, nel silenzio, il verde delle montagne leggermente colorato di grigio, dalla foschia, dal caldo, l’azzurro del lago e del cielo, i traghetti che si muovevano lenti sulla superficie del lago, la città e le sue case sparse, i verdi boschi e gli alberi, immersi nella natura, senza nessun rumore a disturbarci, che ci sarebbe venuta voglia per un attimo di parlare di noi, ma il monaco nero dell’anima, il nero dell’anima ancora me lo impediva, quel ricordo di Alina che non riuscivo a decifrare, quella passione sperduta, quelle frasi in russo semplici, che mi comandavano cosa fare, cosa non fare, cosa dire, cosa non dire, i freni dell’anima per una ragazza come Marina, con la quale mi trovo bene, ma che non riesco a desiderare, perché l’anima è ancora altrove e forse vi rimarrà ancora per tempo… le foto, i paesaggi, i sorrisi, le risa, i commenti, Medvedev che si prende in giro della Russia, mentre dice a tutti di continuare a lavorare che tanto le cose si metteranno a posto da sé,. lui e le sue scarpe da tennis sgargianti, i suoi vestiti casual, mentre passa una giornata nella sua villa in Toscana, nonchalant, e gli altri russi che si lamentano, sgargiante anche lui, come tutti loro, e i russi miliardari, gli oligarchi, i troppi immigrati, in Italia e in Russia, la presunta identità che si perde, chi fa figli, loro, tanti, gli italiani nessuno, lei e le sue foto della sua amica venticinquenne, bruttina, che si sposa con un italiano, trentaduenne, l’età giusta per sposarsi, diceva, non ero convinto a guardare quella foto, prigione dell’anima… lei e i suoi “Games of thrones”, i miei “Vampire diaries” e “Prison break”, la compagna di università che andava a San Pietroburgo e Mosca per fare la guida turistica, agli italiani, per tre mesi, l’invidia che andava via, cosa me ne importa della Russia? Ieri che neanche dicevo una parola, mentre pensavo ad essere più vivo, più spento, a cercare di illuminare il nero dell’anima, con tutti quei colori del vestito di Marina, con i colori che lei rievocava nelle sue parole, nelle mie, la vitalità, la vita, la gioia… e il lavoro, la carriera, i soldi, le relazioni, si dimenticavano per un attimo lassù, in cima alla montagna, sulla vista del lago, e con sforzo cercavo di seguire quelle parole di lei, “Perché monocolore? Nero, grigio, bianco? Perché non così sgargianti, io sono russa, e allora mi vesto come una russa, tutta sgargiante”, le sue parole italiane, mentre un’altra coppietta, un italiano che sembrava Lenny Krevitz più alto e più magro, e una russa che sembrava un’ucraina, insieme parlavano, si desideravano, si vedeva dai loro occhi, dal loro sguardo, e parlavano inglese, ci si posavano davanti, dopo la funicolare, dopo anche aver passeggiato sul lungo lago, desiderio di una ragazza, desiderio intenso da me, come non succede mai con Marina, dove tutto è più chiaro, limpido, ma spento, le fattezze del suo corpo che non accendono, le sue spigolosità, i suoi capelli lunghi lasciati così, un po’ crespi, tra il castano e il biondo, il suo volto ovale, dai tratti vagamente angolosi, ma il suo sguardo di pura luce, il suo sorriso, quasi della delicatezza di una bambina, che poi spegne quando parla male degli arabi, degli immigrati, del lavoro, di certe abitudini italiane a cui non avevo mai pensato, gli italiani che hanno paura di nuotare nel lago e nel fiume, gli italiani che viziano i bambini e non li crescono bene, l’educazione dei figli, il matrimonio, i soliti discorsi che uccidono il desiderio, mentre anche le sue fattezze non aiutano… una giornata che sapeva di amicizia che avrebbe voluto sfociare in qualcosa di più, ma si arrestava su quelle onde del lago, dove lei si bagnava i piedi, le gambe, sorrideva, rideva, nel verde intenso della natura, del lago, del paesaggio, il lungolago e stare là a guardare la natura, quell’aquila che volava a spirale su nel cielo, su in montagna, più su, più su e sempre più su, fino a disperdersi nelle altezze, e quell’aquila sul lago che planava sulla sua superficie, per catturare la sua preda, come se tutto fosse perfettamente calcolato, la perfezione della natura, degli istinti, e poi lei che si posava là sulla torre, a gustare il suo pasto, la sua cena… e la sera che arrivava, il sole che si nascondeva dietro le montagne, dopo una giornata troppo intensa, “Queste camminate è meglio farle in primavera, in autunno, non quando fa così caldo, ci si strema…”, ma la soddisfazione di aver percorso quelle viette, assieme, senza parlare molto, e ci si distendeva di più solo una volta sul treno, al ritorno, in tutta pace e tranquillità, quando la fame mi si faceva sentire, una fame vorace, che avrebbe spezzato tutte le regole di una dieta, di un digiuno, come quello a cui pensavo all’inizio del pomeriggio, quando il monaco nero dell’anima ancora mi inseguiva, tutti i colori del mondo, e la parole a casaccio, programmi televisivi, ninnananne, lullaby, kolobilnaya, come si dice in italiano? Ninna nanna, i discorsi così, liberi, i sorrisi, gli sguardi, ma ancora quella strana sensazione che l’erotismo non si può scatenare, tornare a Milano la sera, fare due passi nello squallido suo quartiere, dopo l’immersione nella natura, l’afa e il grigio, l’aria pesante e calda, le foto da spedirci, due baci sulla guancia, ci si sentirà in settimana, Kandinskij può essere dimenticato, anche tutti i discorsi un po’ intellettuali, impegnati, seri, dispersi in quella sua rivista, “Oggi”, che diceva che voleva leggere, io che in russo non so mai cosa leggere, tutti articoli troppo seri, e della Russia e del suo mondo quasi non mi interessava più niente, avevo avuto le mie visioni, della natura, del verde, delle montagne e del lago, mi rifacevo l’anima e lo spirito e la vista, e mi perdevo in quel verde e quel blu…

La sera, la notte, la voracità, un tramezzino schifo in stazione, l’acqua, le sigarette il treno, scendere alla stazione e fiondarsi nella pizzeria kebab, menù completo con patatine e coca cola, il nero dell’anima e i colori sgargianti e vivi del giorno si stavano trasformando in colori allucinati, fosforescenti, dorati di una luce psicotica, esausta e impazzita, divorare quella cena, fumare come un ossesso e tornare a casa solo per farmi una doccia e partire poi subito al Carrefour, per fare la spesa, di sabato sera, magari solo per rivedere Manuela, rifarmi la vista, ritrovare la follia psicotica e delirante di una volta, o forse tenerla sotto controllo, indeciso tra il nero, i colori vivi e i colori allucinati… lei che non c’era, la spesa che l’avrei lasciata lì, ma volevo togliermi di dosso l’incombenza del supermercato, liberare l’anima, togliermi di dosso ogni compito, dopo la gita al lago, dopo la cena fuori dalle regole, la spesa e l’addio alla giornata, nel fresco di un’abitazione fatta d’aria condizionata, dopo il troppo sudore e fatica di quei percorsi al lago e tra le montagne… tornare dal supermercato e cercare un’impossibile quiete ed estasi con quelle canzoni maneliste di Denisa, con quelle nuove canzoni un po’ da tutte le parti, e invece il nero, i colori vivi e allucinati lottavano ancora tra di loro, e non c’era pace, non c’era soddisfazione, c’era qualcosa che non andava, l’estasi erotica che non si svegliava, e che solo si perdeva alla visione di altre ragazze durante la giornata, quella russa che sembrava ucraina, quelle specie di madonne vergini e adolescenti con i veli da musulmane, ragazzine così, altre voci in tutte le lingue, tutti gli immigrati e le immigrate, come delle voci angeliche, le visioni di una giornata così, e non trovare il punto fermo…

E uscire la notte, incurante della stanchezza, della gioia del giorno, alla ricerca di lei, della ragazzina romena, passando per le vie che nascondevano le altre, disperse chissà dove, e ritrovare lei, la ragazzina romena, ora che non c’era più niente da dire, ora che i colori allucinati della notte si trasformavano in una poesia di colori notturna, alla sua vista, alla sua voce, al suo sguardo illuminato di piacere e quel suo sorriso pieno di luce diafana e intensa, che illumina l’anima di paesaggi della natura che è la visione di lei e del suo corpo, vero paesaggio dell’anima, che mi si mostrava negli attimi d’amplesso, di piacere, oltre il caldo, l’assenza di musica, le sue parole al telefono con la sua amica romena, godere di quegli attimi e liberarsi di tutti i colori dell’anima, di tutti i ricordi, per godere con lei, del suo corpo di pura voluttà, ed essere immerso nelle canzoni d’amore di Denisa, che risuonavano la notte, come la vera voluttà del giorno, quella ragazza romena, la cui voce mi rimandava alle due donne sul treno, all’inizio del pomeriggio, voci angeliche, parole dette così, quel suo cugino con la mia stessa macchina, versione sportiva, nera, l’estasi dei sensi dopo tutta una giornata, la libertà di vivere così, di godere della vita, e tutto l’acme del piacere, liberato nella voluttà…

Le visioni della notte, la voluttà di quella ragazzina romena, la vera quiete dell’anima, l’estasi erotica, che si addormentava tra quelle canzoni notturne, senza più curarmi delle foto che Marina mi mandava, del paesaggio, sarà forse meglio lasciarla, se lei mi stringe così l’anima e non la fa liberare, come solo quella ragazzina romena sa fare, perché forzare le cose? Perché obbligarmi a farmi piacere una ragazza che non mi piace, perché continuare a illudersi? A illudere, le foto tra di noi, dei nostri due volti, che non ci sono, la vergogna, il non sentirsi a proprio agio, la forzature, e quel sorriso invece di quella ragazzina romena, tra parole mie che si disperdevano ricordando una canzone di Denisa, “Pa, pa, iubire!”, il suo sorriso, di lei, della ragazzina romena, che ha risvegliato tutti i paesaggi dell’anima, la musica e le lacrime, voluttà senza fine, nella notte, al fresco di un’aria condizionata che avvolgeva la stanza, il fresco e il piacere, dopo la stanchezza, dopo l’orgia di colori dell’anima, dal nero, ai colori vivaci e allucinati, al dolce azzurrino della notte e dei suoi vestiti, delle sue curve, di lei, della ragazzina romena, la visione dei suoi seni di pura bellezza, come una Madonna di Munch, l’estasi erotica e la visione di pura bellezza, che faceva sfiorire le immagini del giorno, rifarsi la vista, rifarsi l’anima, nella notte, che sfumava via tutti i colori, nel dolce blu di un paesaggio notturno, nell’estasi erotica come non succedeva dai tempi di Alina, le parole che non contavano più, e neanche i pensieri, solo musica ed estasi erotica, con la ragazzina romena, che non c’è più niente da pensare, c’è solo da perdersi nella musica, e nella visione di lei…

E questa visione mi avvolge ancora, che la giornata di ieri non è niente, se non fossero quei paesaggi della natura che rievocano la bellezza di lei, della ragazzina romena, i canti spirituali, le canzoni maneliste d’amore, il suo sorriso, il suo sguardo, di pura spiritualità erotica, che non era niente ripassare ancora al supermercato e incrociare Manuela, lei e il suo volto un po’ arrabbiato e serio, come quello di una volta di Amalia, i suoi capelli biondi e la sua luce dorata che non dicevano più niente, che si dissolvevano in tutte quelle icone dorate che richiamavano la Russia, la Romania dell’anima, i paesaggi della natura, la visione del corpo di lei, di quella ragazzina romena, estasi erotica dell’anima, spiritualità erotica della fine del giorno e della notte e della settimana, e tutto si disperde, rimane solo la visione dei paesaggi, della natura e dell’estasi erotica e musicale, non rimane più niente, solo lei, inutile sforzarsi di cercare un amore là dove non c’è, la spiritualità erotica che vince ogni color nero, vivace e allucinato, la ragazzina romena e le canzoni d’amore maneliste…

The light of conscience after the diziness of freedom…

Get out!
Get out!
Unworldly spirit!
Just let my soul travel
Far away from my slavery
Let me see the landscape
Which leads me to other shores
Of my life
Get out of me
Unworldly spirit!
And I saw common people
And nasty places
Travelling
All around the zone
Headed to the centre of squalor
While I dreamt of protective fantasies
Enclosed in a black monastery
To give up life
And live only in the realm of spirit
I travelled fast
And my memories went blank
Little by little
The unworldly spirit
Was leaving me
Second after second
I was coming out of my Egypt of the soul
While common people chatted and talked
With their ugliness
Their simplicity
Their diversity and multiplicity
That I realized that there wasn’t only me in this world
And my memories and fantasies
And the realm of spirits inside me
There was a world beyond me
Made of things
Taken for granted
And I was no less than them
I was just another
Another traveler in this life
Getting under the tubes
Underworld
Of the city
Like entering a realm of shadows and ghosts
Leaving my past behind
And all my obsessions
Pharaoh of the spirit
Still screaming to me
“Get to work! Slave!”
I couldn’t take it anymore
And I travelled again
Above the underground
In the city
There I saw other’s lives
Other jobs
Other activities
People talking business
Discussing about life
Playing outside the pub
Like true friends
Men and women walking side by side
With no ambiguous intention
Just a common day of work
There
In the city
And I stop in front of that skyscraper
In the shade
Smoking a cigarette which was never enough
Getting a little bottle of water
To refresh my spirit
Leaving a coffee for another day
Another time
And there I waited
And other visions
Invaded me
I was getting out of the prison
Of my soul
The same places
The same faces
That dream of a monastery
Which was no better than staying in prison
That prison which is my bedroom
My house
The work just under my home
The same old people
With no education
Impolite
Rough
Hell on earth
And I wasn’t one of them
Anymore
During this travel of the soul
I lost my affected self
Which was trying in every way
To fit in a world
Which doesn’t belong to me
I’ve never belonged to it
And I was getting out
Of my individual Egypt
There the sea broke open
And I saw other people
Other lives
Other jobs
Other areas
Where to live
And I forgot the prison and the monastery
Of my soul
And I started to dream
Dream of a place
Far away from home
From the same faces
The same places
Dreaming of a country
Where another language is spoken
Younger people
Educated and polite people
Other jobs
Which had nothing to do with
Mechanics and electronics
Something I wished for
Long ago
To escape
From my slavery
And to find freedom
The land of the free
Imaginary place
Among other people
Not fearing anymore to be myself
To cover my personality under
The impersonal and destabilizing ambience
Around me
Just to pretend that I could fit in
In hell
Away!
Away from there!
And the dream of another place
Other people
Other voices
Filled me with freedom
And then I was there
Once again at home
Feeling all other sounds and words
Liberated
From my jailers of the spirit
My demons
And I flew free into other speeches
Where they offered me to help
Refugees
And needy people
The light of the conscience
After the dizziness of freedom
And I found myself again
Having visions of good and evil
The eternal struggle
In me
With those voices and those faces
That could only be forgiven
For their ignorance
Those faces I need to leave
Once and for all
To find my way in life
Now that I can try to escape my past
And my old destiny
Of slavery
I wanted out
I needed freedom
And fantasies helped me:
A monastery
A possessed place to escape from
A country to flee
New people
A new language
New sensations and feelings
I deserve what’s good for me
And I can’t old habits
Incarcerate me
Again
Living no room for my individual freedom
Of the mind
Of the body
Of the soul
Let my spirit
Roam free
In this new world of mine
There were exits
Outside hell
And they were so close
Only
I couldn’t see them
Away from academic fantasies
From countries far away
Old dream of a Russian bitch
Hell of languages
Delirious ideas of erudition
They were no places for me
They were not the right people for me
There’s another world
Another life
Ahead of me
I mustn’t give up
Looking for it