L’insignificanza del tutto e il deserto dell’anima…

Andare a Milano, alla ricerca di qualche fantomatica antologia di racconti di fantascienza in inglese, fermarsi alla libreria americana, avere il miraggio di una qualche raccolta, diceva la libraria, e me ne andavo a passeggiare per il parco Sempione, nell’attesa che la libreria riaprisse, un’ora dopo… il parco, la gente che camminava, le voci in diverse lingue, tedesco, inglese, russo, le coppiette, ricordarmi di quel camminare di fianco a Marina qualche mese fa, sempre lì, a parco Sempione, e il non senso del tutto… le coppiette con la loro scorta di illusioni, gli adulti e il loro chiacchierare di lavoro, la gente che faceva jogging, i gruppetti di adolescenti, i bambini che giocavano a pallone, gli artisti da quattro soldi che chiedevano l’elemosina, qualche gruppo di extracomunitari, in famiglia, al parco, non stia al parco a contare le foglie, mi dicevano, eppure ero lì, non a contare le foglie, ma a vedere la banalità dell’umanità milanese, e di tutto il mondo, un sabato pomeriggio stanco, senza senso, tra turisti di ogni sorta e gente comune, senza nessuno scopo nella vita, solo godersi un sabato pomeriggio, o chissà le coppiette sognare attimi d’amore, futuri matrimoni, figli, e qualche coppietta ancora con i loro piccoli sul passeggino, e sentirmi al di fuori di tutto questo, di quel mondo, io che a Milano c’ero andato solo per il miraggio di quel libro, e anche, inconsciamente, per rivivere dall’esterno quelle passeggiate al parco, con Marina, che ora non significavano più niente, il deserto nell’anima, c’era prima e c’era ancora adesso, il non senso del tutto, l’insignificanza, la mancanza di stimoli, di prospettive, di piacere, il deserto dell’anima… bersi un caffè lungo giusto per non addormentarmi seduto su quella panchina, la solita sigaretta di troppo, l’illusione di poter passare il pomeriggio lì, seduto sulla panchina, a leggere il mio bramato libro di fantascienza in inglese, e invece poi non se ne faceva niente, in quella libreria avevano solo i soliti, Dick, Asimov, Bradbury, Clarke, niente di eccezionale, niente di che, cosa ci facevo lì? Cosa mi aspettavo di trovare? Solo l’immagine del deserto dell’anima, quel parco senza senso, come le camminate tra me e Marina, le parole e i discorsi che non andavano da nessuna parte, i soliti libri che erano davvero i soliti sugli scaffali di quella libreria, i discorsi con Marina che non decollavano mai, cercare di immedesimarsi nella ricerca di qualcuno o qualcuna con cui parlare, di libri, letteratura, filosofia, cultura, non c’è nessuno, e forse non ci sarà neanche al centro culturale, sabato e domenica prossimi, anche dopo che mio padre mi spronava a cercare qualcosa così, dopo che mi diceva che al lavoro da lui è meglio se non ci vado, essere sommerso da possibili letture, senza poter scambiare una parola con nessuno, chiuso nel mio mondo di lettere, canzoni e film, come anche la mattina, quel romanzo italiano-persiano, i comunisti contro lo shah, il partito negli anni settanta, il terrorismo, storie politiche italiane che si mischiano con il medio oriente, storie italiane, che spezzavano l’incanto di quella Miryam barista del bar, non c’era niente da dirle, niente di cui parlare, anche quando le dicevo che in università c’erano ragazze che volevano parlare arabo, ma non trovavano nessuno con cui parlare, lei, le solite cose, tanti dialetti, è per quello che è difficile, niente di più, la mia solita crisi di ipersocialità, quando non c’è più nessuno con cui parlare, con cui discutere, quando anche una libreria al centro di Milano ti sembra scontata, niente di nuovo sotto il sole, niente di approfondito, sempre le solite cose, niente di più, e perdersi d’animo, nel deserto dell’anima, perdere l’animo di trovare davvero stimoli da altre persone, io, murato nei miei libri e nelle mie letture e nei miei interessi, senza nessuno, davvero nessuno, deserto dell’anima e assenza di ogni sentimento e pathos ed emozione, un grigiume totale, un’assenza di visioni di un qualche luogo che non c’è, dove scambiare opinioni, gusti, interessi, non c’è niente, non c’è niente, deserto dell’anima… e tornare a casa solo per trovare con due click qualche bramata raccolta di fantascienza in inglese, non serviva andare a Milano, era tutto qui, a distanza di due click, come la lingua tedesca, la lingua russa, e tutto il resto, tranne che quando le sentivo parlare a Milano, dai turisti, mi veniva d’istinto di non ascoltare, di non parlarle, mi mancava la voglia di andare verso gli altri, gli altri stranieri, le altre straniere, chiusura dell’anima e deserto, che cosa diavolo me ne faccio delle lingue se non ho voglia di parlarle? Cosa diavolo mi metto lì a propormi come volontario se le uniche parole che voglio sentire sono il silenzio, quando vorrei solo parlare di cultura, di gusti, di interessi, ma non in lingue strane e straniere, io che queste lingue quasi quasi non ce la faccio più a masticarle, ora che ho penso l’istinto, la voglia, la motivazione, chi me lo fa di parlare così? In quei modi strani? Dovrò forse solo riprendere l’abitudine? Iscrivermi a qualche corso di lingua, sciogliere la lingua oltre le notizie, i libri, i film? Ricordarmi che forse ancora c’è qualcosa da dire? E non solo da ascoltare, leggere e commentare? Dove trovare la forza e la motivazione in questo deserto dell’anima? Dove? E ancora una volta i piani altrui di stare in mezzo alla gente, provare a parlare russo, inglese, tutto questo non mi convince, non ho voglia, non mi va, e l’unica cosa che davvero farei tutto il giorno sarebbe dormire e solo dormire, se solo poi la notte, come ieri notte, non mi fottesse il cervello e mi impedisse di dormire, da dover ricorrere a venti gocce di valium, una specie di spuntino di mezzanotte, un paio di bicchieri di vino e la musica soporifera e pesante di Wagner, e non più le note e il canto stupido che sentivo anche questa mattina da una macchina che passava, una macchina che suonava musica albanese pop, e dov’era il multiculturalismo? La musica pop inglese e americana del bar? I cinesi e le marocchine, e le musulmane giovani dell’università, e la politica del bar di Benito, e la cultura tra i libri della biblioteca, e miei studi di fantascienza e horror tra un film di Alien e l’altro e antichi racconti di vecchie antologie, e l’interesse per il medio oriente e l’Italia, in quel libro persiano-italiano, e dov’era la voglia di notizie in tedesco, russo, albanese, inglese? Dov’erano i quotidiani in italiano che ti tengono aggiornato e ti ricordano che non sei nessuno, che sei solo uno dei tanti, come quei tanti che oggi vedevo al parco Sempione, che vedevo sul treno, andare e venire, gente come tanta altra gente, senza arte né parte, niente di che, e io in mezzo a loro, non meno diverso da loro, solo con la vaga idea di combinare qualcosa con la cultura e le lettere, ma poi tutto fumo e niente arrosto, nessuna voglia di scrivere, di pensare a delle storie, di analizzare e studiare chissà che cosa, nessuna voglia di parlare, né in italiano, né tanto meno in altre lingue, la stupida insignificanza del tutto e il deserto dell’anima… rimaneva una sigaretta in macchina, la sigaretta che mi aveva offerto Leida e che io avevo lasciato cadere, per sbaglio, sotto il sedile, lei che l’altra notte mi disfaceva l’anima, e il giorno dopo perso tra canzoni senza fine di Lyric Master, solo per addormentarsi dopo pranzo e sentirsi più rincoglionito che mai, al risveglio, che neanche i caffè bastavano, e neanche il film di Alien, e le strane voci, e tutti i racconti e i libri del mondo, un mondo senza senso, senza scopo, senza fine, perso come lo sono ora come lo ero negli anni del Gadda, l’unica differenza? Ora sono laureato e ora potrei davvero capire e scrivere qualcosa, ma tutto mi passa davanti, con insignificanza, e rimane solo il niente, la voglia di non far niente, di non proporre niente, il senso di smarrimento nel perdersi di fronte all’infinito dell’arte da consumo, libri, film, canzoni, lingue, una goccia nell’oceano, l’insignificanza del tutto, e il deserto dell’anima… in mezzo agli altri, uno tra i tanti, al parco Sempione, in mezzo a coppiette e turisti e gente d’ogni tipo, i miei sogni letterari che sono solo una goccia nel mare, l’insignificanza del tutto disperso tra centinaia di sconosciuti, e non riuscire a trovare un senso, uno scopo, un obiettivo, una meta, uno stimolo, niente di niente, sentirsi annullato, insignificante, con una laurea che vale come quando non eri neanche diplomato, l’insignificanza del tutto e il deserto dell’anima…

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E tutto mi sembra un miraggio… 

Caos sonnolento in testa, sognare di un incontro tra i grandi capi del mondo, là dove c’era Putin e il Sultano d’Arabia Saudita, io e un’altra decina di ragazzi e ragazze che sentivamo le sure del Corano, e poi ci dicevano di pregare, a noi occidentali, e io che cadevo come in uno stato di trance, e pregavo, con le lacrime agli occhi, come diceva quella sura, che quando si ascolta il Corano si piange e si cade supini a terra, io che mi risvegliavo dalla preghiera, e ci dovevano premiare, a noi occidentali per aver pregato, e andavamo a ricevere una specie di certificato dalle mani di Putin, che se ne stava seduto sulla sua scrivania, insieme ad un’altra decina di capi di governo, e quando mi avvicinavo a lui mi chiedeva: “Как молиться? Умееть молиться это лучше…”, e me ne andavo, assorto nei miei pensieri, dopo che ricevevo il diploma, neanche fosse una cerimonia di laurea, o una qualche premiazione per un certificato in lingua russa…

E mi svegliavo, con il mal di testa, i pensieri confusi, senza sapere cosa fare questa mattina, dopo che il consiglio del dottore di “andare in Russia” mi ha gettato nel caos, dopo che mio padre ha detto che non potrei neanche lavorare da loro, per via di questioni burocratiche, e avevo tutta la mattina e la giornata libera, come tutta questa settimana, del resto, e non sapevo che fare, se ascoltare Putin o seguire lo sguardo del Sultano, che ci diceva di pregare, che sarebbe servito, mentre Putin sembrava sottointendere che è meglio lasciare perdere, non sapere più a che santo rivolgersi, a quale religione più o meno apocalittica, e prendere i soldi e andare al bar, per bersi un caffè, per comprare le sigarette, come ogni mattina, là al bancone Miryam, che parlava con altri clienti, che salutava, ma io ero troppo perso in me per dirle di come in università certi amici cercavano di imparare l’arabo, ma non trovavano mai persone che parlassero l’arabo che loro studiavano in università, lasciavo perdere questo discorso, ero troppo assonnato… e anche il caffè non bastava, anche tornare a casa e cercare di immergersi nella preghiera, per trovare risposta a cosa poter fare quest’oggi, tradurre articoli dal russo, continuare ad aspettare il sabato e la domenica di settimana prossima, per andare all’associazione culturale russa italiana, per sentire i loro discorsi, per capire se iscrivermi o no a qualche corso, per capire o no se propormi come un volontario, o lì, o al centro russo, e ricordarsi di come la voce di Miryam quasi cantava a dire: “Lei è là?”, Leila, come la notte, come il sogno della notte, dove rivedevo Leida, così come la rivedevo ieri sera, senza fermarmi, la sua bellezza sfiorita, e i sogni di Alina in un qualche luogo medievale, come un castello sotterraneo, un castello di vampiri, e il sogno della notte che mi portava via, come infinita poesia… e svegliarsi così, con le idee tutte confuse, che ancora adesso non capisco cosa devo fare, far finta di aiutare mio padre e Marco, no, non posso, andare al centro diurno, tradurre articoli, continuare a leggere Pelevin, Follett, guardare le notizie russe, darsi ad altre letture, continuare con quel progetto di traduzione di articoli, cercare il coraggio e la fiducia di propormi come volontario all’associazione culturale, la fiducia che non ho… “Dovrebbe spostare la fiducia dal mondo esterno al mondo interno…”, quale fiducia? In me stesso? Sono solo un ex studente di russo e inglese, niente di più, senza grande conoscenza, che non può aiutare in niente, che non ha voglia di servire e di proporsi in niente, e anche leggere e tradurre in russo mi sembra tempo perso, a che pro? Con la prospettiva di fantasmi? Non aver voglia di lavorare, di leggere, tradurre, studiare, essere sempre più immerso nei propri fantasmi, nelle proprie idee e parole, che girano in testa come l’infinito dei pensieri e delle immagini, senza alcun senso… non riuscire più a trovare l’ispirazione, non riuscire più a trovare un qualcosa di preciso, un obiettivo, e quasi arrendersi alla propria follia, al proprio non senso, e andare al centro diurno per stare vicino ai miei simili: i malati di mente…

Non riesco a svegliarmi, ecco il tutto, non riuscire a capire cosa posso fare, le educatrici che non vogliono più parlare con me, catena di rifiuti, non avere più nessuno con cui parlare, per orientarmi, il rifiuto di mio padre di farmi lavorare, il rifiuto delle educatrici di chiarirmi la via, il rifiuto che sarà di qualsiasi centro culturale di prendermi come volontario, la sorte di fare ancora lo studente ab aeterno, solo leggere e studiare, niente di più, nessuno sbocco lavorativo, nessuna prospettiva, la voglia di quelle ragazze che non c’è più, e la confusione in testa, la scia di fantasmi e parole senza senso, il sonno della ragione, i film di Alien che mi sembrano una metamorfosi kafkiana di me stesso, io contagiato da qualche mostro senza riuscire a trovare via d’uscita, il non senso…

Situazione difficile, difficile capire cosa fare e cosa voler fare, cosa poter fare, come organizzare la giornata, tutto lasciato al caso dei miei pensieri, del caos in me, dei miei sogni, di dove va lo spirito, senza meta, che vaga nell’infinito dei pensieri, da perdersi e da perdere la testa, altro che andare in Russia, rivedere i sogni e il viaggio della mente di quei mesi depressivi nei mesi della laurea, superare quei fantasmi, non superare ancora il ricordo di Katia, Alina e Marina, anche se non hanno senso, in me, queste ragazze, cercare di capire il telegiornale russo, non essere più motivato, neanche a parlare, neanche a leggere libri e notizie, non c’è più niente che mi piace, che mi ispiri, non saper dove sbattere la testa e trovare nella lingua tedesca un barlume di Anti-Russia per non cader preda dei miei fantasmi impazziti, cercare di risvegliare la razionalità, là dove non c’è più razionalità, ma solo caos e pensieri e fantasmi infiniti…

Cosa fare? Cosa poter fare? Dove sbattere la testa? Come non impazzire? Come svegliarsi una buona volta per tutte? La lingua russa che assonna la mente, gorgoglio di voci e parole senza senso, altro che andare in Russia e proporsi come volontario, non me la sento, non mi va, sarà già tanto se andrò a quell’open day, per cercare di capire, di orientarmi, là dove l’orientamento non c’è più, i curriculum mandati che non trovano risposta, i lavori possibili come cameriere, receptionist, porter, lavapiatti, qui e altrove, che non mi interessano, le aspirazioni culturali che non mi allettano più, il sonno della ragione, la perdita di se stessi, che dormire per sempre mi sembrerebbe la soluzione più giusta, là dove la razionalità e la chiarezza non ci sono più, cosa fare di quest’oggi, di questa vita, di questa laurea, di questi studi? Nessuno che mi aiuta, nessuno che può indirizzarmi veramente verso qualcosa, e non struggersi neanche più, non tormentarsi, ma gettare la spugna e lasciare tutto al caso, a quell’incontro all’open day, o al centro di lingua russa, miraggi, miraggi, miraggi… nessuno ha bisogno di me, non valgo niente, sono solo un ex studente, come tanti, niente di più, neanche troppo bravo e neanche troppo invogliato a parlare in lingua, non le ho mai parlate, in effetti, e non mi va di parlarle, altro che cultura, non so niente, basta aprire il quotidiano della domenica per capire che la mia conoscenza è una goccia nel mare, sentirsi rimpicciolito, una nullità, niente, nessuno, senza arte né parte, senza interessi, senza prospettive, senza ambizioni, il dottore mi diceva che non è vero che la gente soffoca le tue passioni, eppure le sento soffocare, e tutto mi sembra un miraggio… 

Ultima visione

Noi due al parapetto del pozzo
troviamo che è molto profondo
si getta la pietra e quel che odo
è il tuo sguardo, che è il mio mondo

Fernando Pessoa

Versi che sapevano di inondate giornate
di nero nulla
quei giorni sul finire dell’avventura
quei mesi oscuri
che le scritte di dieci anni
hanno cancellato
trovare nei versi
il fiume dei miei pensieri
che non avevano il coraggio di essere scritti
nell’Averno mai vissuto prima
di uscire dalle tenebre
era nel profondo nulla che vagavo
come un’anima sperduta
là dove non c’erano luoghi
se non il carcere di un’abitazione
e una mansarda che sembrava poter
spostare
l’anima verso altri luoghi
e un giardino
dove quel ragazzino autistico giocava
e la madre e il suo compagno
si davano da fare per guadagnare il pane
e la fiducia
mesi oscuri di intromissioni estranee
ed esterne
che disturbavano il quieto e sublimato ricordo
di una Russia non veramente mai esistita
se non nella fantasia smodata della mia anima
giorni terribili
ore oscure
che si ricucivano in quelle parole scritte
che sembravano uscite dall’abisso
e nel ricordo di quei giorni funesti
come questi
ricordare ancora lei
che dagli anfratti dei ricordi ancora mi infestava
con le onomatopee dell’anima
che sembravano colpi di martello
su un metallo sordo e annerito
cascava l’anima
come alla vista di sacre icone
nei mesi passati
e una lacrima quasi scendeva all’unico ricordo di lei
e del suo sguardo
che poneva fine al mondo
e ogni girovagare dell’anima
solo lei nei ricordi e la sua voce
e quell’amore che non corrisposto
distribuiva all’anima
ogni impensabile delirio
tra gli abissi e le vette
e mille coabitanti personalità
dentro di me
come un teatro di personaggi
inventati e da vivere
solo per perdere l’identità
si rarefacevano mille pensieri e mille maschere
solo per trovare me stesso in lei
e quel suo consiglio
di non tenere tutto dentro
e rimanere chiuso in un me stesso
che sapeva di nulla e negava ogni immagine e persona e cosa
del mondo
aprirsi agli altri e al mondo
dopo la caduta abissale
che mi faceva sfracellare a terra l’anima
solo per trovare
altro nulla
meglio non amare
non legarsi
non essere coinvolti
ma come non rimanere coinvolti
quando la sua voce era ed è l’unica guida?
Lei che colorava d’oro
il grigio pomeriggio di pioggia cadente
come solo settembre finalmente
sa ridare
quel suo sguardo
il mio mondo
occhi tristi e sguardo che si frantuma al suolo
sguardo opaco e cristallino
di chi troppe lacrime ha versato
eppure il suo sorriso
inutile sorriso
all’evocar canzoni che dell’amore
ancora ne fanno respiro
c’erano gli ultimi tre anni
in quei versi
e in quei ricordi
che ancora una volta il mondo là finiva
dove iniziava il ricordo omniavvolgente
di lei
e ancora una volta mi arrendo
al dramma della mia anima
là dove l’amore
ha fatto
naufragio
verso quei mari che avrei voluto salpare
alla ricerca di quali inusitati e lontani porti
che invece ogni volta
portano a lei
senza che ci sia un luogo preciso
se non quel porto delle sirene
dal quale mille volte ho salpato
solo per naufragare di nuovo e di nuovo
al loro canto
ogni volta una sirena diversa
ma questa volta è lei che avvolge tutto
e non c’è più spazio nell’anima per altro
che sembra tutto superfluo
anche l’aver esposto me stesso
con l’ultima delle maschere create
per cercare di dare una parvenza di senso al mondo
lo stare in mezzo agli altri
per non impazzire nel morso
di quelle parole e pensieri
che si avvoltolano e ruotano su di sé
solo per poi inabissarsi
in cantilene e musiche
sempre uguali
che sfiorano il delirio
rimane il suo sguardo e il timbro incantato
della sua voce
non mi rimangono altri versi da leggere
che solo dieci anni fa
mai avrei inteso e intuito
è la storia del crescere
inabissarsi di versi
una volta esoterici
ora fin troppo tristemente e abissalmente evidenti
come delle scritte
rubate all’Averno
nel nero di quelle mura che tutto oscuravano
delle lettere bianche dal mondo dei morti
unica luce fatta di parole arcane
che erano rimaste incise in me
solo per riaffiorare
nell’immagine del suo volto e del suo sguardo
amanti avvolti dalla notte
e dalla luna senza parole
vissuti e nati e morti e rinati
dall’abisso
una cortina nera
ci separa
dal resto del mondo degli amanti
dottrina oscura
di amori sognati e mai visti
solo provati
nelle tenebre della notte
ai margini di vie
si sconquassano tutte le categorie
e rimane l’afflato che toglie il concetto
si inabissa l’abisso
e si scolora il tempo
e il senso
e ogni significato
sa di afflato delle immagini e delle parole di lei
del suo destino
che non posso disegnare
solo con un viaggio
che vorrei fare
se non avessi paura di partire
per non essere più come quando si voleva restare
ignota è ora la destinazione
ed è già tanto aver trovato
il porto di partenza
che è arrivo
e come centro di un mandala
disegnato dall’architetto arciere dell’anima
che ha scoccato frecce d’amore nere
solo per rinascere nel rosso
di ogni passione
sanguinante
dolore e voluttà
e grigio dell’anima
si rimane invischiati in questo sentire
con l’immagine e il timbro di lei
e del suo sguardo ne faccio
ultima visione

Le ragazze nel sogno…

Ancora in sogno, lei, Katia, che mi aspettava come ai margini di una via, mentre stavo con lei a parlare, a parlare di noi, dopo tanto tempo, e le dicevo che mi sarebbe piaciuto rivederci, il giorno dopo, diceva lei, no, le dicevo, devo vedermi con un’altra, e quell’altra era Elena, che non vedevo da tanto tempo, e allora lei, per gelosia, lasciava al tempo decidere, un tempo indefinito, fatto di migliaia di altri giorni, e nel sogno sentivo di perderla, di perdere lei, che nel sogno ora si confondeva con Marina, perdere una ragazza con cui stare assieme e parlare, e in quella via, dove dormivo all’addiaccio, compariva una schiera di altre ragazze, altre ragazze russe, come quella Svetlana K. dell’università, e altre ancora, e mi trovavo in uno strano luogo, di notte, come sulla cima di un monte dell’India, a rimirare il cielo stellato con altre persone, un gruppo di giovani, forse una specie di raduno per giovani universitari, un viaggio alla ricerca di sé stessi, e nel sogno il cielo stellato era pieno di costellazioni, visibili ad occhio nudo, distinguibili, come neanche nel più preciso osservatorio astronomico e commentavo: “Non è possibile che si vedano così bene tutte le costellazioni!”, e qualcun’altra mi rispondeva, che era normale lì vedere tutte quelle stelle, e poi mi trovavo in mezzo ad un gruppo di giovani, tutti seduti a gambe incrociate, su delle stoffe, e mi trovavo davanti ad una persona con una macchina fotografica, e mi avvicinavo a quella ragazza dell’Est, forse polacca, forse ucraina, e ci stringevamo assieme nella foto, come due affezionati l’uno all’altra, e sorridevamo con tranquillità davanti a quell’obiettivo, e suggellavamo la nostra amicizia, e poi il sogno cambiava ancora scenario, mi trovavo in un altro luogo, forse all’Havana, forse in qualche isola sperduta, e avevo una collezione di pacchetti di sigarette da contrabbando, e appariva Leo, l’amico cinese di una volta, che mi chiedeva qualche pacchetto di sigarette da vendere a dei suoi amici cinesi più grandi, e cominciavo a frugare tra quei pacchetti da collezione, con le scritte che il fumo fa male in diverse lingue sconosciute, e non riuscivamo a deciderci sulla marca di sigarette, ora mancava quella, ora quell’altra, o erano troppo leggere, e non andavano bene, e alla fine l’affare non si concludeva, e rialzavo lo sguardo da quella collezione di pacchetti di sigarette, e nella lontananza vedevo Katia, o forse Marina, che mi guardavano, come ad aspettarsi qualcosa da me, una frase, un complimento, delle parole, e invece lei stava lontana, intenta a guardarmi, con un’aria di chi se ne vuole andare via, pronta a prendere la sua strada verso non so dove, la sua unica strada verso se stessa, e in quell’attimo capivo che il tempo era passato, era passato anche il momento di rivedermi con Elena, che forse rivedevo in quel villaggio sulle montagne in India, dopo dieci anni e di più, di cose da dirci, e volevo dire a Marina o a Katia che si trattava tutto di un errore, che ero confuso, che non volevo farle del male, perché l’avevo tradita con il mio passato, e non sapevo più se sentirmi libero o se sentirmi in colpa, conscio o meno di aver perso una ragazza che forse non ritroverò più, come ai tempi avevo perso Elena, e il sogno si disfaceva, si disperdeva, e nell’immagine di Katia, o forse di Marina, mi svegliavo…

Non riuscivo ancora a ricordare il sogno, ero travolto, come ogni mattina, da quel pensiero fisso sull’Albania, su Leida, e cercavo di scacciare quei pensieri, e riattuavo quel rituale di ogni mattina, caffè, sigaretta, bar, le solite parole alle bariste, i soliti pensieri ossessivi, la solita doratura dell’anima impazzita, e non ricordavo più il sogno fino a quando non mettevo l’anima in pace e ricordavo tutto, senza sapere perché quel sogno fosse nato in me, da quali anfratti della memoria ricomparivano Elena, Katia e Marina, e non c’era motivo, non c’era spiegazione, sapevo solo che dovevo mettermi l’anima in pace e cercare di dimenticare Leida, e di dimenticare anche Marta, e tutte le altre, e fare come diceva Leida, non elevare le ragazze a unico mio obiettivo, ad unica mia ragione di vita, a unico mio confronto con il mondo esterno, e liberavo l’anima da idee ossessive, e mi tranquillizzavo cosciente che in questi due o tre giorni potrò ancora riposare, senza chiudermi in me stesso, senza elevare le ragazze a sommo bene, e liberare la mia anima da troppe idee ossessive…

Cenere

munch-ceneri-1894

Leida
scherzo impestato dell’anima
una canzone
che sappia di lei
lamentazioni nel canto
nuk ka dashni
per nj kurv si ti
non c’è amore
per una puttana come te
eppure
l’anima si smuove
da impazzire
lasciar libri funesti tempestare
l’anima
per poi liberarsene
là dove le parole scritte
non bastano più
cosa me ne faccio
di tutta la sapienza
del mondo
se non ho con chi condividerla?
E penso a lei
cosa starà facendo adesso
perduta nel suo mondo
dove diceva di perdersi davanti
ad un pc
o al bar
o dal parrucchiere
o a contare i soldi per
liberarsi della sua schiavitù
l’ondata oscura mi travolge
l’ondata grigia come la pioggia
e invano mi perderei nella sua
lingua cercando il mistero che
dischiude la soluzione
non so più che farmene di queste
parole da non poter dire
e rimugino la mia debolezza
perché venti minuti o tutta una
vita non basterebbero a levarla
dalla mia anima
Leida
ragazza che mi ha stregato
e che mi strega ancora
cercare l’amore là dove il sesso
si vende
impresa impossibile e titanica
destinata da sempre al fallimento
destinato a morire roso dai corvi
come Prometeo
che il fuoco della sapienza voleva
rubare
resto così incarcerato nel mio sentire
e non c’è via d’uscita da questi
venti metri quadrati
riascolto canzoni che sapevano di depressione
e scardino i ricordi e il tempo
solo per rimanere senza niente
spogliato di tutto
se non il nero della mia anima
dove i colori non fioriscono più
e un’ondata di suoni che vorrebbero farsi lingue
si disperdono nella musica
lasciatemi perdere nelle cantilene tristi
che raccontano un amore
troppo tempo negato
la causa e l’origine e la fonte
di ogni stato dell’anima
lei
Leida
che mi ha sconfitto e trafitto e seppellito
troppe volte
per troppe volte
farmi rinascere
e rimorire di nuovo
cercherei lettere che non si possono trovare
parole e racconti
che sappiano parlare di noi
ma sarebbe una vana ricerca
perché l’unica anima scritta è la mia
che non trova le parole
abisso senza fine
ho l’anima fottuta
come non mai
e non c’è modo di disfare i sentimenti
vorrei di più da lei
vorrei ore minuti giorni settimane
l’eternità del tempo
e invece tutto crolla riarso in
una visione macerata di nero
inutile viaggiare anche per dimenticare
non c’è luogo
utopia
terra dei balocchi
i ricordi e i sentimenti mi seguono ovunque
e c’è lei e la musica
che sa di lei
s’ka dashni per nj kurv si ti
dove si rarefano le parole
i racconti e le storie non bastano più
si disfano
nella lingua della rinata anima
di inferno oscuro e senza fiamme
ma piena di ceneri del passato
e il futuro non ha immagine
cortina nera sull’esistenza
e cenere

Ispirazione infinita…

Telegiornale albanese
senza capire
una scia di suoni
dolci
troppi caffè
al bar
Miryam
sbaglio o hai un tatuaggio
in arabo
qui?

e cosa c’è scritto?
Me stessa prima di tutto…
e da chi l’hai fatto tradurre?
Uno sguardo che si abbassava
si riempiva di luce
i miei genitori sono marocchini
ma io non parlo l’arabo
i miei sì
Miryam…
beh, un nome arabo…
non si sa
alcuni dicono arabo
altri dicono
Maria
la Madonna

ognuno ha la sua interpretazione
Miryam
si usa anche in Italia…
Me stesso prima!
Scherzava Paolo
l’italo-cinese
che scemo…
troppi caffè
caos in testa
dopo i suoni delle canzoni albanesi
e il canto
le parole che ritrovavano l’intonazione
la sicurezza
dopo quelle ore
nel palazzo dei folli
discorsi comuni
tra quotidiani e mensa e sigarette
una coppia di malati
quarantenni
l’amore che c’è anche tra le mura della follia
difficile da capire
ho notato che te riesci a imparare le lingue
anche da autodidatta
mi dicevano
l’energia
l’Albania
la voglia di tornare là
visitare Tirana
immergermi nel paese che mi dà la musica
come quando un pazzo
intonava canzoni occidentali
alla chitarra
un suono più orientale
mi invadeva
Ermal
il cantante
un po’ turceasco
la musica albanese
l’intonazione
ogni sillaba
una nota diversa
l’estasi musicale
anche oltre tutte le tipe
il casino che aveva fatto
in questi ultimi mesi
e alla fine lei
la vincitrice
che lasciava lo scettro
a lei
la giovane marocchina barista
avevo capito dal tuo accento
che eri di giù
ma non pensavo
marocchina
quella sua accento un po’ siciliana
un po’ calabrese
lei un po’ abbronzata
dopo la vacanza al mare
ogni tanto ci vuole
eh sì
ci vuole
come oggi le parole lette
non ci sono
forse ci saranno quelle da tradurre
è così che iniziano
le start-up
notizie d’altrove online
dover tradurre
non so cosa
per lasciare andare come una valanga
queste parole
come un uragano
lasciar andare tutta l’energia
accumulata
senza dormire
dopo pranzo
il sonno della ragione
che crea mostri
l’esaltazione della ragione
che crea schizzi di pensieri e di parole
insalata di lingue
che testimonia
genio e follia
non saper che farsene di queste parole
senza la visione del volto di lei
ragazzina marocchina
dallo sguardo di Giovane Madonna
lo spirito che nasce
dalle parole vergini
le parole
le parole
le parole
e l’intonazione
e la musica e le canzoni
ispirazione infinita
non erano del corano quelle scritte arabe
di un tatuaggio
io
prima di tutto
lasciando perdere
sogni d’amore e sogni di lavori
della vita
possono aspettare
come le altre parole scambiate
con altre ex compagne
che non si sa ancora perché
continuo a sentirle
voler andare in Albania
per ballare e cantare la musica
per sentire quella lingua
che ieri si manifestava nel dialetto
sconosciuto
di quella ragazzina albanese
voce suadente
come quella di Leida
dopo che per un attimo mi sembrava di vederla
in quella sirena
del telefilm di vampiri
che stregava gli uomini
e il ricordo nero di lei
che non c’è più
Alina
il nero e l’esaltazione
questo continuo sconvolgersi
di umori
senza fine
senza sosta
continuum di emozioni
e di ispirazioni
la lingua albanese continua a fluire
dal telegiornale
non importa il significato
importa solo
la suadente voce femminile
che fa cantare i significati
non so cosa significa
Albania
mai lo spiegherò
come quel simbolo
che era come il reminder
di una collana
mai regalata
simbolo mitico
che ora cercherei
di portare sempre al dito
come l’anello
di un mafioso
che è passato tra l’inferno e il paradiso
dell’amore e della sua perdita
e della follia
come simbolo di un viaggio dell’anima
che non finisce mai
non so se potrò o vorrò ancora
camminare per le vie di quella città
la capitale
alla ricerca di non so cosa
forse di me stesso
una prova del tempo che cresce
un rito di passaggio
tra l’essere stato un giovane studente
ed essere diventato adulto
dopo il nero pece dell’inferno e le fiamme
e la rinascita
senza cieli da mirare
ma solo lo spirito
che si disperde nelle lingue
e nella musica
e nelle canzoni
impossibile visualizzare una sola e unica ragazza
è un gioco a scatole cinesi
dove ogni volto
richiama l’altro
dove ogni lingua richiama l’altra
e non c’è fine
ispirazione infinita
e non so se quella capitale mi attende
o se io attendo lei
come per dirmi
che alla fine mi sono svegliato
Non pensare solo alla ragazza!
C’è un mondo al di là!
Diceva lei
non essere monotono
che noia
la vita va avanti
non essere chiuso
puoi ancora sorridere
se sapessi
quello che ha passato questa ragazza…
la vita va avanti
nell’ispirazione infinita
tra volti di ragazze
canzoni e canti
e intonazioni e lingue
e parole
e sguardi
ispirazione infinita

E la scia di emozioni e di donne mi travolge ancora…

Le donne, le donne, questo mistero che si svelava stamattina, altro che le notizie in russo di vesti.ru, la chiamata a Marina che non rispondeva, ma quella semplice Larisa che ritornava qua per far lavorare sua madre al ferro da stiro, Larisa che mi parlava della difficoltà di rinnovare il permesso di soggiorno, i contratti di tre mesi e tre mesi che le davano a Niguarda, e il permesso di soggiorno che alla fine riusciva ad avere, che durava due anni… e poi le sue parole, le parole su Denisa, quella cantante di cui avevo la foto sul muro, mi diceva, sì, Denisa, che quando la nominava, senza nominarla, mi tornava in mente Anna e quando parlavo con lei di Denisa, che era morta, dopo aver goduto di attimi erotici con lei, e Leida, e quella foto che ora è di Era Istrefi, ancora viva, e non sapevo più a chi pensare mentre Larisa mi stava davanti sulla soglia della mia stanza, che nei suoi occhi azzurri vedevo Marina, vedevo Katia, vedevo Anna, vedevo Leida, vedevo Alina, mentre le sue parole si scioglievano, e ricordavano il canto di Denisa, e la sua voce più dolce, come solo certe ragazze romene hanno, vinceva sulla voce poco musicale di Marina, e quell’ondata di sensazioni mi travolgeva, e mi faceva dire che solo le donne sono la chiave di tutti i miei deliri, i miei pensieri, i miei sentimenti e le emozioni, e la musica e le canzoni… le donne, le donne, che stamattina già mi sentivo meglio a chiamare Maria Teresa e ad accordare un incontro con lei mercoledì, che non c’era niente da temere, e che anche quel viaggio in Russia che sognavo non era niente, così come quel viaggio in Albania, che nascondeva Rudina, e le immagini di quei viaggi si disperdevano nel breve ricordo delle parole di Larisa e nell’ondata di ragazze dell’ultimo periodo, da quando forse Larisa non era più stata qui, l’anno scorso ormai, quando i demoni depressivi mi mandavano in un suicidio virtuale di pagine scritte, scritte troppo e troppo per Alina che avevo perduto, per Leida che mi aveva fatto stare male, e non so più chi, e quanti deliri, e quanto star male per quella Russia che non era più la patria dei sogni, ma quella degli incubi di Stalin, e delle tragedie di Larisa e del suo figlio autistico, e della vita da working class di Stas, e di altezze e di parole alate non ce n’erano più… e me ne andavo a fare la mia passeggiata attorno al camposanto pensando alle donne e a Larisa, all’ondata di ragazze dell’ultimo periodo, al casino dei sentimenti e mi rendevo conto che non amavo nessuna più di un’altra, e che l’epoca dove ci sarà una sola ragazza per me da amare deve ancora arrivare, mentre tutte mi inondavano l’anima, Olimpia, Marina, Larisa, Leida, Anna, Alina, e mi facevo travolgere da quell’ondata femminile e tornavo a casa solo per mangiare, solo per addormentarmi e svegliarmi con l’immagine di una ragazza che avrei voluto non esistesse, Jessica, lei e quel suo lavoro su LinkedIN, al Sole24Ore, lei e i soldi e il lavoro, i soldi come lo sterco del diavolo, i soldi come la merda, il suo sorriso pieno di vita e di stupidità, la sua voce senza toni, senza melodia, che faceva stonare il ricordo della voce di Larisa, e della voce di Leida, e la mia anima era spostata di nuovo ad Est, come ultimamente non mi ricordavo più, e mi svegliavo solo per non soccombere a quel minimo attacco di depressione, che per un attimo faceva sparire Larisa, e mi mangiavo un gelato di troppo, con i miei genitori, solo per prendere poi la macchina e andare via da qui, e andare a bere un caffè all’altro bar, di altri cinesi, e aspettare che la biblioteca aprisse… e là un’altra voce mi travolgeva, una ragazzina che non capivo che lingua parlasse, non era romeno, cos’era, quella sua voce melodiosa, lei e quella sua madre che aspettavano davanti allo sportello per stranieri, e quella ragazzina sapeva di voce angelicata, lei che parlava al cellulare come solo Anna mi ricordava, ed entravo in biblioteca poco dopo, anche se ero ancora attratto da quella sua voce, e salivo nella sala studi e non sapevo che fare, cosa leggere, a cosa darmi, e tornavo giù solo per sentire lei parlare e capire che quello era solo un dialetto albanese, non era quello delle canzoni kosovare, non era albanese letterario, era un dialetto chissà di dove, e quando stavo trovando la forza per chiederglielo lei se ne andava via, con la madre, con il fratello, perché l’ufficio stranieri ormai non apriva più… la lingua albanese, la lingua albanese, che mi sentivo male per non avere avuto il coraggio di rivolgerle la parola, e mi tuffavo nelle notizie in albanese sul tablet, con quelle voci dalla lingua più pulita, e quell’incanto delle giornaliste che con la loro voce e il loro accento dolce mi ricordavano Leida e tutto l’erotismo e la dolcezza, e le mie parole non sapevano più a chi rivolgersi, in quel canto angelicato, ed era un coro di voci, di sonorità e melodia che scendevo al piano di sotto solo per parlare poi con l’altra bibliotecaria, dirle due parole su quel libro del post partito, le nuove telecomunicazioni come hanno cambiato il modo di fare politica, e lei stava in silenzio, in quelle mie dieci o quindici parole ben pesate, niente di più, dopo un viavai continuo di gente, e concludeva solo con un ahimè su Berlusconi, Grillo e Renzi, di cui si parlava nel libro… e poi mi tuffavo in quelle letture che non pensavo mi avrebbero più preso ormai, in quello strano sentire ipersociale in me, e invece mi perdevo nelle note malinconiche dell’ultimo libro di Borgna, e mi rilassavo, e pensavo ancora alle donne, alla loro voce, alla loro melodia, a Larisa, e in quelle parole su Berlusconi, Grillo e Renzi ogni interesse politico svaniva, ogni delirio storico e mediatico e politico, e mi concentravo solo sull’anima e sulle emozioni fragili, e sulla vera vita di sentimenti tra uomini e donne, le relazioni, gli affetti, e ricordavo ancora tutta la scia di donne che stamattina Larisa mi scatenava… e non potevo lasciarmi andare, agli attacchi di depressione, di nostalgia, e decidevo di andare a cercare un paio di jeans rossi, per trovare quel completo rosso e nero di quell’aquila albanese che sa di tutte le donne del mio vivere, e mi perdevo di qua e di là, nei vari negozi, alla fine raccattando un paio di jeans grigi e una camicia rossa, dopo che passavo anche nel negozio di capi firmati di lusso, dove una coppia senz’anima diceva che un prezzo alle stelle era un prezzo “onesto”, e mi si scatenava lo Stalin e l’anarchico in me, la voglia di fucilarla tutta quella gente piena di soldi e senz’anima, e il comunista staliniano in me si confondeva con l’anarchico rivoluzionario da plotone di esecuzione, e me ne andavo in negozi più working class, raccattando due capi che sapevano ancora di rosso e nero e di tutte le donne del mio vivere… e tornavo a casa solo per cenare e per cercare di capire come mai Marina, Marta, Elena e Rudina non avessero risposto ai miei messaggi, e ci doveva essere per forza un errore in quel programmino maledetto, perché Marina nel frattempo mi aveva richiamato, mentre ero in giro a trovare i vestiti, ma non l’avevo sentita, e provavo a richiamarla, ma anche stavolta non rispondeva, e cenavo… e provavo a risentire Elena, Marta, e Rudina, chissà, magari risponderanno nei prossimi giorni, e il non aver sentito Marina per un po’ quante donne ha scatenato in me, che i conti non quadrano più, non posso e non potevo e non voglio vedere solo lei, ma voglio anche le altre e non voglio nessuna, voglio solo quest’ondata di donne, e l’anarchia dei sensi, che mi facevo fotografare come un giovane rapper kosovaro nel giardino, pensieroso come un filosofo e malinconico come un artista, solo per rinnovare l’immagine di me sul mondo virtuale, dove poi in effetti Elena rispondeva, lei che ora forse è in Polonia, a studiare polacco, e chissà perché, come chissà perché io mi metto a studiare l’albanese, e non volevo ripetermi in quei messaggi, e Anna Maria e Olimpia mettevano dei like su quella foto, e anche un altro russo su VK, e mi perdevo nella lettura di quel saggio filosofico sul cristianesimo, solo per trovare l’interpretazione della follia di Platone, la follia che va di pari passo con l’erotismo, e ancora l’ondata di donne mi travolgeva, e gli amori, e le passioni e la follia, e la nostalgia, e il senso di poesia, e la voglia di musica, da perdersi, e perdersi ancora in quelle pagine, nella libera filosofia, nel sentirmi finalmente liberato dalla religione, là dove solo le donne possono arrivare, tra emozioni e follia, un’ondata di sensazioni e ricordi, e l’anarchia dell’anima si liberava, così come un pomeriggio dove liberare l’anima in biblioteca, e la sera con un libro che parla di libertà, erotismo e follia, nel ricordo della scia di donne ed emozioni, che ora leggere non è più un ostacolo, non è più un murarsi vivo, e la scia di emozioni e di donne mi travolge ancora…

Come se lei fosse l’ultima scena di un film…

Come in quel giallo
l’ispettore che si fa di psicofarmaci
e non ha superato ancora
la morte della moglie
così sentirsi
davanti a quel film
senza sapere
chi sia quella che mi ha abbandonato
forse Alina
forse Leida
quella moglie che non c’è
e mi sembra mi abbia lasciato
per sempre
aver perso una voce
con cui comunicare
ed essersi perso in se stesso
cercando di stordirsi
troppe volte
con musica
donne
altre amicizie
nella speranza
che quel periodo paradisiaco ritornasse
rivedere nel nemico classico del film
certi deliri
di vendetta
come solo i cattivi di film
da poco
possono rappresentare
e il finale
il solito finale holliwoodiano
che nella vita non c’è
loro che si baciano e si abbracciano
chi era quella immagine?
Quell’ultima immagine del film?
La tua stanza parla per te
diceva l’attrice
e la mia stanza
in effetti parla per me
dove l’aquila albanese
non potrà ancora essere spostata
non si sa per quando
quando la foto di Era Istrefi
vorrebbe solo ricordare la foto di lei
Leida
e quelle sigarette
talismano rimasto dal viaggio in Albania
parla ancora la sua lingua
che ogni mattina ascolto
dai telegiornali d’altrove
la mia stanza parla per me
con le foto e i ricordi della moglie perduta
e degli psicofarmaci
che vorrebbero calmare la mia follia
e ora risuona ancora la musica del suo paese
per non sentirla più nell’anima
ripetere le stesse parole
sei negativo
sei monotono
sei chiuso
ripeti sempre le stesse cose
non è tutto la ragazza
è destino
ci sono anche gli amici
c’è anche la compagnia
parla con la gente
sorridi
sapessi quante cose
passo io eppure sorrido
hai una casa
hai la famiglia
hai lavoro
hai i nipoti
io qua non ho nessuno
devo pagare l’affitto
non so se i soldi basteranno
per fare i documenti
e ti lamenti
ognuno ha i suoi problemi
ma non si parla solo di problemi
anche
ma non solo
liberati
un po’
e ritornare alle altre parole di lei
che avevo paura di vedere
per quel suo mondo radical chic
e cattolico
che non capivo
che contrastavo
forse stavolta tornerò da lei
senza far più saltare
le solite valvole di sfogo
impazzite
e monotone
che ripetono sempre gli stessi lamenti
lamentazioni
che non giungono più neppure alla divinità
e cercare di trovare nuove voci in sé
per parlare con gli altri
e raccontarmi altre cose
che non i soliti dilemmi
immergersi nella musica
per far scomparire i soliti deliri
e cercare l’elevazione
in quei libri
di cui con nessuno
non si può parlare
se non con la speranza di trovare qualcuno
là dove lei non può arrivare
forse
fille publique
che forse sa più di te
ma non lo sai
che forse i tuoi studi
ti hanno murato più
che l’ignoranza
ma almeno ti puoi orientare nel mondo
e non credere a tutto
se solo non fosse
che ormai non credi più a niente
a nessuno
e l’assenza c’è
in te stesso
di te stesso
e degli altri
in questo caos dell’anima
che non sai come risolvere
se con una voce al di sopra di tutte
che sappia ancora regolare l’anima
e guidarla
è un continuo andirvieni
di apertura e chisura
di caos e di quiete
di parole su di sé
sul mondo
sugli altri e per gli altri
e degli altri verso te
il continuo passaggio
di momenti di studiosa solitudine
e di spensierata
comunione
con gli altri
non si vive solo di socialità
non si vive solo di studio individuale
questa ricerca dell’equilibrio
che non riesco mai a definire
e gli estremi
e la perdita di controllo
e il caos
e l’anarchia dell’anima
se solo potessi
dormire sempre
mi dico
sognare tutto il giorno
ad occhi aperti
come una volta
ero capace di fare
ora
più spesso
gli incubi arrivano
e quel desiderio di starle sempre affianco
di sentire le sue parole
la sua voce
quella compagnia che non c’è
e che cerco disperatamente in altri
in altre
e non trovo mai
quella compagnia che non c’è
e quello studio individuale estremo
che impazzisce
dov’è l’equilibrio?
Dov’è Leida
ancora
mi chiedo
sperando di trovare in lei
tutto quello che non trovo altrove
utopia di parole e voci
e discorsi
che forse non esisteranno mai
quel qualcosa di più
che non si riesce mai a definire
e anche i libri
e i film
e la cultura
sembra ripetere sempre gli stessi temi
senza più nessuna novità
e scoperta
tutto sembra già detto
ma non ancora condiviso con gli altri
e sognare di vacanze altrove
dove trovare parole da dire
quel viaggio che forse mai sarà
o forse sarà solo per dimenticarla
non si sa
ma impossibile dimenticarla
senza impazzire
e ora la musica mi invade
come mai
e la sua lingua
le sue parole tornano a me
come se lei fosse davvero l’unica rimasta
come se lei fosse
l’ultima scena di un film

E le sue parole ancora mi guidano nel mondo e lo studio…

Chiuso in me stesso
riprovare a uscire
solo per trovare una valvola di sfogo
che straborda
in deliri ipersociali
non c’è modo di raccontare tutto
di esporre l’anima
allo scoperto
senza il rischio di ripetere
i soliti dilemmi
si diventa monotoni
come diceva lei
che ripeteva
le parole dell’altra
sei sempre più chiuso a riccio
ripeti le stesse cose
e sei negativo
che noia
cercare di uscire dal guscio
solo per trovare
altri commedianti
in biblioteca
stracolmo di libri il mio zaino
neanche dovessi dare
esami universitari
eppure al rileggere quelle righe
raccogliere i pensieri
e accontentarsi di quelle due parole
di quei sorrisi
della barista
della bibliotecaria
per sapere
che è la sorte comune
impazzire di sé
nella propria mente
murando se stessi al mondo
cercando improbabili dialoghi
con una divinità
che è solo follia e depressione
se parli troppo con gli dèi
dimenticherai di come si parla alle persone
non arrocchiamoci
sul giro
impazzito di se stessi
che si morde la coda
ed emana sempre le stesse storie
le parole con gli altri sono ancora possibili
basterà non cercare le profondità
degli abissi
lasciate nel fondo della notte
con la ragazza che ancora ti può capire
fille publique
che si lamenta anche lei
ma che trova la forza ancora di sorridere
come diceva
se sopporta lei tutto questo e di più
il male del vivere
non capisco perché io non dovrei imparare
a sopportarlo
non muriamoci più almeno
in identità
alienate
che non comunicano con gli altri
anche se gli altri
sono ancora tutti da scegliere
visto le parole impazzite
di quegli amici che non sono più
rimane ancora la voglia di conoscere
di sapere
per non morire della propria stessa monotonia
dei propri deliri
e si apre il mondo
verso gli altri ancora
nella superficie dei pensieri
e delle parole
che forse recita il personaggio più vero
quello che in sostanza non esiste
ma si disperde per fortuna
nella chiacchiera
quotidiana
cercare di condividere abissi
è forse stato il desiderio più alto
e più profondo mai cercato
non c’è nessuno e nessuna
con cui condivedere
forse è rimasto solo il demonio
e allora lasciamo
sfuggire
questo canterino impazzito
dell’anima
e guardiamoci attorno
e dei libri facciamone tesoro
ultimo barlume di elevazione
rimasto
al di sopra degli abissi
al di fuori di sé
in comunione con gli altri
elevato ai pensieri
ultramondani
in quegli angoli e momenti di riflessione
per non disorientarsi nella trama del mondo
sarà ancora possibile un dialogo
senza far saltare le valvole
che contengono la follia
è ancora possibile un dialogo
è ancora possibile riflettere
in questo delirio impazzito
tra chiusura e apertura
e le sue parole risuonano ancora
sei chiuso in te stesso
apriti
sorridi
e il mondo ti sorriderà
eppure voler ancora custodire
quel me stesso che negli altri
e nella chiacchiera
non si vuole confondere
ultimo baluardo di me stesso
contro la chiacchiera del mondo
non posso perdere me stesso
alienandomi negli altri
non posso perdere me stesso
murandomi agli altri
si deve cercare un compromesso
una via di mezzo
che per un istante mi sembra di trovare
e le sue parole ancora
mi guidano
nel mondo
e lo studio

La bionda del delirio…

Un libro di filosofia
il sacro e l’irrazionalità
la follia e la poesia
l’invenzione artistica
tanti nomi di filosofi e poeti tedeschi
non era forse la Germania
ma era “quella di domani”
la prof di filosofia
la bionda
e la follia
ripercorrere la genesi di quell’anno
che mi avrebbe portato in psichiatria
l’estasi erotica ricercata
con lei
solo per trovare la follia
e troppe ragazze russe
romene
estoni
e di altrove
per quell’esperienza
che sempre
mancava
la genesi del desiderio
quando ancora tutto era sconosciuto
la bellezza bionda
che non era solo Leida
a questo punto
ma tutta la filosofia del mondo
e della vita
gli dèi che sono solo arte
e fantasia
il disincanto del mondo
nel dare un’unica etichetta a quel sentire
follia
irrazionalità
innamoramenti come mini psicosi
il primo delirio non si scorda mai
la bionda prof di filosofia
che ancora mi tiene qui a leggere libri
a pensare e ragionare
a distanza di dieci anni
che in quella foto della bionda c’è tutto
c’è lei
c’è Leida
c’è tutta la filosofia e la follia del mondo
e l’arte
che ancora nutre l’immaginazione
il disincanto dal sacro
per trovare la follia dell’arte
e quel desiderio di filosofia
che veniva negato da Marina
“Che fai?! Della filosofia?!”
Frase peggiore mai sentita
in vita mia
che subito me la faceva scartare
se dovessi trovare una ragazza
sarà forse una laureata in filosofia
se il destino
come diceva Leida
vorrà
la mia mania delle lingue
che è forse solo
un’infatuazione per
the linguistic turn
o forse tutto questo è già superato
e non si può spiegare
ritorna
l’immagine di lei
l’antica bionda prof
giovane
sensuale
come Madonna
la cantante bionda
come quella cantante bionda
che ora decora di follia e arte
la stanza
non c’entrava niente la politica
l’arte
la filosofia e la fantasia
era tutto un grande delirio
il primo amore
che si trasformava in arte
un artista impazzito
e le ragazze sempre dietro
ad attimi e periodi irrazionali
e impazziti
vagamente sfioranti le religioni
e tutte le ideologie
e dietro c’è sempre lei
la prof di filosofia
bionda come Madonna
come Laura
come Beatrice
come Era Istrefi
come Leida
come Manuela
come Liana
le bionde della follia
non so che farmene ora di quel libro
o di queste scritte
ora che la verità si palesa
tanta e tanta follia
che voleva e vorrebbe farsi arte
conoscenza
poesia
ma non trova l’ispirazione
ispirazione infinita
il sigillo di lei
quell’estasi erotica di sempre
quando vagavo per le strade di Milano
tra autobus e metrò
solo per lanciarmi con la fantasia
verso troppe donne e ragazze
sviamento antico
prima di conoscere
l’estasi erotica e musicale
i deliri holliwoodiani religiosi e artistici
e dietro c’era sempre una ragazza
al di là di tutte le parole e le immagini
di questo mondo
la follia delirante d’amore
che ancora vivo
a sprazzi ogni tanto
come in questo periodo
periodo che si ripete
senza un perché
preciso
il solito pattern
di irrazionalità ricca di contenuti
e razionalità
che tutto mette a posto e conosce di più
il solito giro dell’anima
per prevenire
curare
conoscere
razionalizzare
che farmene di Leida ora?
Quando le sue parole non erano né più stupide
né più intelligenti
di chi dice ti dovrebbe edcuare
educare a che cosa?
Ognuno la vita la impara da sé
e i suoi deliri ricchi di vita
non possono essere soffocati
da regole e consigli
che tagliano l’anima
che barricano l’anima
e la fantasia
e il conoscere
lasciatemi ancora perdere
come stamattina
in infinite parole albanesi
alla televisione
oltre il nero di mafie invisibili
che sono solo
il terrore inconscio dell’anima
iniettato da tanti falsi simulacri e chiacchiere
non saprei che fare in Albania
questo è certo
ma viaggiare nell’anima
ha riportato ciò che dieci anni fa
era incontrollabile
mentre ora il suo giro
comincio a conoscerlo di più
giro ciclico dell’anima
che si manifesta sempre
in questa linearità del tempo
che non si sa dove porti
e rimango estasiato ancora
dal primo abbaglio
dal primo delirio
che ogni volta
vince sempre lei
la prof di filosofia
una Madonna
una Laura
una Beatrice
ispiratrice di ogni canto e ogni poesia
e ogni conoscere
la bionda del delirio
ogni volta
mi ci vorrebbe proprio
una giovane biondina
laureata in filosofia
mi verrebbe da dire
se solo le donne fossero così
intercambiabili
come degli algoritmi
da siti di incontri
non funziona così l’amore e l’attrazione
e a distanza di dieci anni
c’è Leida che tiene i fili dell’anima
là dove Manuela e Marina
non hanno portato niente
e neppure bastavano i sogni
mielensi di Anna ed Eugenia
e la Romania
e le sue icone
e là dove ogni volta finisce il mondo
solo per rinascere
nell’estasi erotica alcolica e musicale
di piaceri infiniti
e ispirazioni infinite
nell’anima c’è ancora la sua vaga imago
la bionda del delirio