Category: Visioni

Libertinaggio dell’anima senza fine…

Ho rifatto le tette
ti piacciono?
mi fa male qui
c’è il taglio
ma poi passa
sì sono belle
e perdersi nel suo seno
con il volto
con le mani
con la lingua sui capezzoli
a giocare con il suo corpo
toccarla ovunque
nel desiderio impazzito della notte
dopo la voglia di Manuela
che ridava vita
a quella giornata fatta di nero e di depressione
di pensieri suicidi
la voglia erotica dorata
l’esaltazione e l’estasi
erotica
perdersi nei suoi seni e toccarla
ovunque
lasciando liberi tutti i pensieri
che mi vorrebbero fermare
di insanità altrui oppressive
liberarsi nella notte
nel godimento di lei
di Isabella
quel suo volto ovale
e rotondo come quello di una bambina
che mi perderei ancora in notti con lei senza fine
lei e i suoi gemiti d’amore
le mie sporche e dolci parole
i miei stessi gemiti
il mio godere
senza confini
la sua merce abbondante
che ancora adesso godo di lei
come la più bella e deliziosa ragazzina romena
lei e le sue labbra
d’arte erotica
i suoi seni strafatti di voluttà
la mia lingua sui suoi capezzoli
come un bacio all’erotismo
che da solo dà la vita
come la visione di Manuela
ieri sera
che tutto rivitalizzava
l’addio a quei film noiosi
con Marina
che non smuoverebbero neanche
il più pietrificato degli uomini
l’abisso nero e le vette dorate
tra un ricordo lontano di Leida
e un desiderio di celestialità erotica notturna
desiderio senza fine
piacere immenso
nei nostri gemiti
nelle nostre parole senza significato profondo
la sua giovinezza
prelibata
l’addio ad ogni pensiero e idea oppressiva
l’estasi dorata di Manuela
e del ricordo lontano di Leida
goduria dei sensi libertinati
e perdersi sul corpo prelibato di lei
di Isabella
toccandola dappertutto
desiderio che si disperde nella notte stanca
e rivive nell’estasi del giorno
quasi cambiando tutti i colori
dell’anima e del mondo
un campo d’azzurro e di verde
nel paesaggio romeno dell’anima
dove compare solo lei
e la sua amica romena
ragazzina anche lei
come quel ricordo lontano
in macchina
noi due ragazzini
dove allora non avevo avuto il coraggio di non fare niente
ripescare quel ricordo sperduto e d’amore
e farlo rivivere nella notte erotica
dopo ere passate senza sosta
il cristallino azzurro della notte
e dei suoi vestiti
e la luce azzurra dell’angolo sperduto della via
sotto una luna diafana che non c’è
il suo sguardo pieno di vita
di leggerezza e dolcezza
le sue parole senza significato
come una cantante che non sa neanche lei
cosa canta
cosa dice
cosa pensa
puro estetismo erotico
e di piacere
senza rimorsi e oltrepensieri
libertà pura della notte
e desiderio erotico
dopo le allucinanti dorature dell’anima
di una bionda che troppe volte
mi ha mandato in tilt
estasi senza fine
libertinaggio dei sensi
senza confini
toccarla dapperutto
i suoi gemiti di piacere
le nostre voci addolcite e senza profondità
l’estasi della notte
Isabella
toccarla dappertutto
i sensi che si liberano
e il libertinaggio dell’anima senza fine

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Oltre il nero e l’oro dell’anima…

La sera, la notte, il rumore della pioggia, quanto mi mancava, dopo tutta la giornata a leggere racconti horror e di fantascienza, la mente piena di influssi e suggestioni, e accogliere la notte nella sua carica nera e grigia settembrina, il suono dei tuoni, il dolce fruscio della pioggia, il fresco che penetrava la stanza, settembre, il mio mese preferito, andare a dormire con tutta la calma del mondo, un leggero sentore di morte, e di chiudersi in sé, mentre i ricordi dell’ultima notte con Leida sembravano un sogno, delle scene e delle parole da non dimenticare, e tanti pensieri se ne andavano via, come esiliati nell’infinita categoria di “pensieri altri”, cose che non mi appartengono, voci e idee di persone altrui, la vastità del mondo e delle sue idee, delle persone con diversi punti di vista, filosofie altrui, altri modi di pensare e vivere, che non corrispondevano a me, Fizi e le sue idee radical chic, Barre e le sue idee da ventenne all’avventura, mai cresciuto, preso nelle sue fantasie da artista fallito, che non cresce mai, i dottori e gli educatori che si fanno certe idee su di me, che non corrispondono a verità, il loro mondo un po’ intellettuale, come se da me si aspettassero chissà che cosa, le mie idee che non erano di me stesso, ma erano solo riflessioni su idee altrui, il fantasma sempre forte di chi sul lavoro giustamente mi criticava, per il mio fare un po’ spensierato, pieno di illusioni, nato come dalle pagine di “La Repubblica”, idee un po’ fantasiose, radical chic, intellettuali, quel mondo di favole che non corrispondeva più, chiuso una volta e per tutte sul nero che calava, sul ricordo di Leida e le sue vesti nere, le sue sigarette dal pacchetto nero dorato, la porta della fantasia che si chiudeva, delle divagazioni, di possibili avventure londinesi, di improbabili collaborazioni in centri culturali, di posizioni politiche sinistrorse all’occidentale, un mondo di lassismo, di licenziosità, un eccesso di pensieri di sinistra occidentale, tante storie e favole sulla realtà, un mondo che si chiudeva nel fondo della notte, con il ricordo di Leida….

E svegliarsi la mattina ancora mezzo rintronato, con un messaggio che bastava a colorare di nero e di depressione e di voglia di morire e di non far niente, un messaggio da Marina, che scriveva di una settimana fatta di film russo in qualche cinema d’autore a Milano, no! Mi dicevo, lasciatemi stare, voi e la vostra Russia, i vostri film, quella lingua, quella ragazza, come si permette di farsi sentire ancora quando ormai era tutto finito? Quando il capitolo era chiuso una volta e per tutte, messaggio che bastava a farmi andare a male la mattina, senza quel caffè al bar che mi poteva risvegliare, e fare la spesa che ero ancora annerito nei pensieri, troppi stanchi, troppo oppressi da troppi racconti, da troppe parole, ancora la scia di coda di quei consigli che non portano da nessuna parte, la scia di coda della frustrazione, liberata solo dal ricordo di Leida, dell’ultima notte…

Il primo pomeriggio e il sonno dopo pranzo che non arrivava, la bulimia di racconti del giorno prima che mi impediva di leggere ancora, i soldi che non arrivavano, cercare sonno là dove non c’era, appesantito nell’anima, indeciso se andare a trovare o no gli amici cinesi al bar, se andare a quella presentazione dei corsi di cultura e lingua russa, Marina che non riuscivo a togliermela dalla testa, risponderle o no? Mandarla a quel paese? Ignorarla? Oppure ancora cambiare i libri in biblioteca, sceglierne di nuovi, preparare nuove letture, niente di tutto questo… mi addormentavo per un attimo solo per svegliarmi, con le tenebre nell’anima, e il pomeriggio sarebbe stato una noia mortale, dovendo aiutare neanche troppo mio padre e Marco che cercavano, inutilmente, di cambiare il citofono di casa, non c’era soluzione, neanche a fine giornata, quel citofono è spiritato da anni, ed è inutile provare a metterlo a posto, che chiamino dei tecnici professionisti, apposta per questi lavori, e lascino perdere di fare le cose da sé, un pomeriggio dove l’unica idea alta che mi veniva era quella di farla finita, di buttarmi giù da qualche altezza incommensurabile, e schiantarmi a terra una buona volta per tutte, e farla finita, la sola idea del suicidio mi salvava, e la noia e il nero e la pesantezza erano mortali…

Arrivava il pomeriggio tardi, arrivavano i soldi, quelli necessari per uscire chissà quando, chissà con chi, e dentro di me maledicevo mio padre e Marco, per avermi fatto buttare via un sabato pomeriggio così, a stare di guardia al cancello, a passare attrezzi, a cercare di capire i rudimenti dell’elettricità, mentre avrei potuto espandere la mia conoscenza, buttarmi a capofitto in racconti da leggere e da scrivere, in lettere senza fine, ma l’arrivo dei soldi e la fine della giornata bastavano a farmi sentire più libero, meno oppresso da quei pensieri, e pregustavo già la domenica, vera giornata libera…

Prendevo i soldi e andavo al Carrefour, erano le sette e mezza passate, Manuela avrebbe iniziato solo alle otto e qualcosa, e il pensiero che lei non ci fosse mi calmava, mi diceva di non avere alcuna paura, la dimenticavo, la barravo dai pensieri, immerso come ero in quella noia e in quel nero mortale… alle casse c’era un po’ di traffico, tutta la gente che faceva la spesa del sabato, del sabato sera, ed era un groviglio di persone, di tutti i tipi, italiani e stranieri, uomini e donne, chi pagava con il bancomat, chi con i buoni pasto, chi faceva la spesa e chi, come il giovane dietro di me, che si comprava una cassa di Heineken, una quindicina, chissà da bere con chi, mi dicevo, in quale occasione, e pensavo a quanto avrei voluto anch’io bermi fino all’impossibile quelle birre, per sognare ancora, per aprire le porte della percezione, per sondare altri mondi, altri modi di pensare, per sognare ad occhi aperti, eppure ricordavo le infinite estasi alcoliche erotiche e musicali ai tempi di Alina, e a come tutto ad un certo punto si era trasformato in inferno, e mi dicevo, per motivi di salute e di dieta, che l’alcol era meglio lasciarlo lì, senza tirare in ballo divieti religiosi, consigli di Eugenia, storie campate per aria, elucubrazioni, la risposta era semplice, era meglio non bere solo per un discorso di dieta, tutto qui, e già mi bastava l’ultima estasi alcolica erotica e musicale, l’ultima notte con Leida, e il ricordo dell’ultima ispirazione perduta… e le due ragazze davanti a me pagavano con i buoni pasto, ma non so che cosa, le linee intasate, diceva il cassiere, la nuova legge che prevede al massimo otto bollini, non so che cosa impediva loro di pagare così, e alla fine se ne andavano pagando con il bancomat… e toccava a me, il mio turno, le mie quattro cose da prendere, una spesa da pochi soldi, mentre già ero contento di cambiare quella grossa banconota, per avere soldi più comodi da spendere altrove, chissà dove, chissà quando, chissà con chi… e stavo per mettere a posto gli articoli nella borsa, il solito rituale della cassa, gli oggetti che passavano sul lettore del codice a barre, il solito suono, e di fianco a me vedevo avvicinarsi qualcuno, che diceva con voce spigliata e scherzosa: “Ma che spesa è questa?! Cosa mi ha detto Elena?!”, ed era lei, visione accecata di luce dorata, l’oro dei suoi capelli, la sua figura non slanciata e i suoi prosperosi fianchi e cosce, vestita di jeans e della solita maglietta blu degli impiegati del Carrefour, era lei con la sua voce dolce e piena di scherzosità, di felice inganno, era lei, era Manuela… andavo in tilt per un attimo, per quella solita bionda, non sapevo se farla passare o farla spostare, e mi muovevo un po’ a destra e un po’ a sinistra, in un attimo, in un attimo in tilt, estasiato da quella visione allucinata dorata del biondo dei suoi capelli, e in quell’attimo mi venivano in mente tutte, Marina e come le avevo parlato di lei, a Manuela, della mia uscita, mi veniva in mente quel messaggio maledetto che Marina mi aveva lasciato la mattina, quello del cinema russo, cercavo di sovrapporre l’oro dei capelli di Manuela con l’oro dei capelli di Leida, e quella visione allucinata ritornava a immergersi in altre visioni dal più lungo respiro, visioni lontane, fatte di nero e di argento delle nottate con lei, con Leida, e mi ricordavo delle ultime volte che avevo visto Manuela alla cassa, senza impazzire più, conscio che dietro di lei c’era solo tutto lo sviamento per Leida, e in quell’attimo, in quell’attimo dove tutti questi pensieri e visioni passavano mi decidevo a dirle: “Devi passare?”, “Scusami”, rispondeva, “Niente…”, le dicevo, e mi mettevo di lato, in quello spazio angusto tra le casse, e la lasciavo passare alla sua postazione alla cassa dietro di me, visione dorata e allucinata, voglia di vivere che improvvisamente ritornava, il pensiero del suicidio che se ne andava via, la voglia di farla finita, il nero dell’anima, e ricordavo quei mesi che ero impazzito per lei, e per Leida, tutto l’erotismo e la follia del mondo, con dei pensieri che sembravano usciti da canzoni pop che raccontano tutto il delirio d’amore e di erotismo, tra insonnie, sogni erotici, nottate di voluttà con Leida, le altre giornate e le altre nottate con Marina e Anna, tutto il caos di questi mesi, e la visione dorata e allucinata di Manuela mi ridava vita, una vita sull’orlo della follia, e cercavo, per non far ricominciare quelle visioni, di guardare il display dei soldi della cassa, il resto dovuto, quanto avevo speso, e mi chiedevo cosa pensasse di me e di lei quel cassiere, che della mia follia per Manuela sapeva qualcosa, visto che quei giorni là mi prendeva un po’ in giro, come facevano i suoi colleghi, e mi dicevo che in fondo mi ero comportato razionalmente, in quel momento, dicendo a Manuela solo tre parole, e che era anche ora di non cascarci più in quella visione allucinata, e allora prendevo la borsa, con gli oggetti sistemati, contavo il resto, giusto, e me ne andavo senza dire niente, guardando solo di sfuggita, con la coda dell’occhio, Manuela, senza osare più guardarla negli occhi come quell’altra sera di tempo fa…

Ero stufo del nero dell’anima, dei pensieri suicidiari, ma anche delle voluttà estetiche allucinate, dei sogni ad occhi aperti, dell’oro che pervade la mente e l’immaginazione, la voglia di vivere era tornata, e me ne fregavo anche se volevo andarmi a bere un caffè al bar nella prima serata, comprare le sigarette, spendere ancora… non avevo voglia di passare dai cinesi, andavo al solito bar, quello del vecchio bestemmiatore berlusconiano, ma là al bancone c’era suo figlio, quarantenne o giù di lì, forse di più, sposato con una negra e con un figlio di qualche anno, forse da asilo o elementari, e c’era lui, al bancone, e chiedevo un pacchetto di Chesterfield rosse, un caffè, e nei miei pensieri, anche di fronte alla televisione accesa su qualche stupido programma dove di guadagnano soldi rispondendo a delle domande improbabili, pensavo a Manuela, quell’oro dell’anima che mi invadeva, dopo tutto il nero della giornata, e sapevo che forse quel caffè mi avrebbe fregato, dandomi l’insonnia, l’irrequietezza dei pensieri, ma me ne fregavo, mi godevo quel caffè e me ne tornavo a casa, con l’energia dorata dell’anima, e il pensiero di Manuela…

E me ne stavo lì, per un po’, nella mia stanza, ad ascoltare musica eccitante albanese, e cercavo di non uscire di senno, come altre volte avevo fatto, cercavo di chiudere la visione allucinata, che era sull’orlo di infestarmi l’anima, e la chioma bionda di Manuela si confondeva con l’immagine appesa al muro di quella cantante kosovara, Era Istrefi, la stessa allucinazione, insieme al volto e ai capelli di Leida, e me ne stavo lì, ad ascoltare musica, concentrato nel non fare esplodere i pensieri, cercando di convincermi di non cadere ancora negli scherzi di Manuela, che mi mandano in tilt, lasciando perdere una nottata alcolica fatta di birra, da comprare al supermercato, ripassando da lei, da Manuela, e mi mettevo lì, nel buio della stanza, a concentrarmi sul nero, mentre l’oro mi invadeva…

E stavo lì per un po’, pensando quasi di non cenare, di stare a digiuno, ma poi la musica stancava, l’effetto dorato di Manuela passava, grazie anche a quella pasticca, e mi mangiavo qualcosa di leggero, convinto solo di andare a dormire, e di lasciare perdere ogni uscita di sabato sera, e mi sdraiavo, convinto di poter rievocare la sensazione di perdizione sotto il suono della pioggia, che ancora cadeva ieri sera, e lasciare andare via una giornata così, senza il minimo cenno di letture, senza il minimo ricordo delle lettere, senza aver fatto niente, se non essere passati dal nero depressivo dell’anima all’oro delle allucinazioni… e me ne stavo lì, sdraiato sul letto, a cercare un sonno che non sarebbe arrivato mai, ed era inutile, come una volta, cercare di capire per chi fossi impazzito nei mesi scorsi, Leida, Manuela, Marina, Anna, Eugenia, Alina, non c’era un senso, e chiudevo quei pensieri, e quella “paroliferazione”, non mi lasciavo incantare dai miei stessi discorsi, dalle mie stesse parole, anche quelle che si erano incantate sulle quattro parole con Manuela, e pensavo che in fondo lei si diverte a vedere andare in tilt certi ragazzi, a mandarli fuori con le sue parole insidiose alla cassa, e pensavo solo che lei in fondo è a posto, convive, ha già il tipo, e ognuna di quelle parole deve essere soltanto un modo per farle passare meglio la serata, lì al Carrefour, per non morire di noia, per divertirsi a prendere un po’ in giro i ragazzi che passano di lì, e la lasciavo stare, e la visione allucinata si colorava di nero, e l’ultima visione di ciò che mi riportava alla realtà, al di là della stregoneria di Manuela, era il pensiero di Alina, di quell’ucraina che tanto mi aveva e mi ha fatto soffrire di amore, di passione, di sconforto, ma anche di estasi dell’anima, e ricordavo la serie dei diari dei vampiri, quel nero che si impadroniva di nuovo di me, la sensazione pesante del vivere, e ritornavo alla realtà pensando all’unica ucraina che aveva attraversato la mia stanza, Larisa, la ragazza delle pulizie, e quando assieme parlavamo della bionda cantante Denisa, morta per cancro, cantante romena dalle canzoni d’amore malinconiche, a volte un po’ mielense, e l’allucinazione d’amore ritornava alla realtà pensando a suo figlio autistico, di dieci anni, al suo vivere facendo le pulizie o altri lavori da badante o infermiera, e mi veniva in mente la banalità della vita, la sua semplicità e scontatezza, il suo lungo fluire nell’arco di tutta la giornata, di tutte le settimane, e non di quell’attimo alla cassa che manda sempre fuori di testa, e la visione di tempi più lunghi, la visione di una vita intera, lei e quel suo figlio, quel suo compagno, la sorte d’Alina e del mio soffrire mandavano via visioni impazzite d’oro, e tutto si colorava di nero, e di argento, e di una luce diafana, e tutto il segreto della fine della follia stava in quella ragazza ucraina, nella timida visione della realtà e delle sue sofferenze, e niente di più, e alla fine di tutto vinceva lei, l’ucraina…

La notte, la notte inoltrata, dove due bicchieri di vino non bastavano, dove non volevo ubriacarmi, dove non volevo fumare troppo, dove quel racconto in inglese non mi soddisfaceva, dove l’insonnia si faceva sentire, e l’unico modo per scacciarla era cercare di rievocare pensieri erotici e voluttuosi, senza tutta quella pesantezza, senza tutte quelle allucinazioni o inizi di visioni accecate, e mi sdraiavo lì, sognando ancora visioni erotiche, eccitandomi, chiedendomi se Anna fosse già tornata dalla Romania, chiedendomi come mai nell’ultimo periodo non vedevo più Isabella là per strada, ed ero stufo dell’abisso nero e delle vette dorate, e decidevo di fare un salto là fuori, per strada, nella notte, con la macchina, con i soldi, alla ricerca di non so chi, per non pensare più, per falciare di un solo colpo la notte e la sua insonnia, con la voluttà erotica di sempre…

Ed era la notte, e la strada, fermarsi di qua e di là, fare i giri in macchina, Anna non era ancora tornata, Leida non c’era, e vedevo solo Isabella dentro la sua macchina, che mi abbagliava con i fari, un segno, un segno che per un attimo lasciavo stare lì, non pensandoci troppo, e facevo un altro giro, di notte, solo per poi ritornare da lei, con il cuore all’impazzata, fermarmi da lei e vederla scendere con quel suo bel volto arrotondato, giovane, di una ragazza neanche ventenne, lei che mi chiamava subito: “Amore…”, con quel fare gentile, dolce, leggero, che già godevo al vederla camminare verso di me, con quei suoi fianchi e quelle sue gambe abbondanti, ma pieno di fascino, con quelle sue calze nere a metà coscia, che la rendevano più sexy, e quei suoi seni che sembravano essersi ingigantiti di colpo, dei seni dove perderci le mani, il volto, la lingua, che già godevo di quella mia passione di toccarla tutta, di toccare un corpo femminile pieno di erotismo e di voluttà, e lei camminava verso di me e saliva in macchina…

“Madò che pioggia, che freddo, meno male che hai acceso il riscaldamento, bravo!”, diceva con quel suo fare cantilenato e leggero, quel suo volto dallo sguardo pieno di luce, quel suo volto ovale e arrotondato, come quello di una bambina cresciuta, quel suo volto da bella ragazzina romena, che vagamente ora mi ricorda Andra e Larisa, o qualcosa al di là di loro, Isabella, la pura bellezza, il puro erotismo, la pura voluttà, che la facevo salire in macchina e già pregustavo tutto il piacere del mondo… “Hai visto? Ho cambiato macchina, l’altra me l’hanno spaccata, che cattivi… adesso ho preso questa che nessuno me la rompe”, ah, sì, avevi la golf azzurra, sì, azzurra poi rossa, e l’assicurazione? Niente, non c’era, e ci fermavamo là vicino, in un angolo della via, non al solito posto in fondo alla via, e già gustavo quegli attimi… mi perdevo nello sguardo dei suoi seni, così abbondanti come non mai, hai visto? Ho rifatto le tette, ti piacciono? Sì, mi piacciono tanto, sono belle, e affondavo le mani là dentro, la sopra, mentre lei si scopriva i seni, lasciandomi vedere quelle tette così grandi da perderci la testa, da toccare, da leccare i capezzoli, da perderci dentro, e mi lanciavo su di lei, a toccarla, le gambe, la figa, il culo, le tette, e godevo di quella sua merce abbondante e godevo sempre di più, sempre di più, a perdermi in lei, e lei mi diceva di spogliarmi, e mi spogliavo, tutto eccitato, e cominciava a servirmi con la bocca, mentre faceva dei gemiti d’amore e di voluttà, e io mi lasciavo andare a parole sporche e zozze, contento di insultarla, di godere, mentre anch’io mi lasciavo andare a gemiti, come non mai, per cambiare un po’ i soliti discorsi, il solito sentire, per lasciarsi andare ad una notte lasciva, mentre ancora godevo di lei, del suo corpo, dei suoi seni, e la sua arte continuava per un po’, senza fine, e alla fine godevo in lei, nella sua bocca, mentre mi perdevo in parole e nel toccarla, liberando tutte me stesso, liberando il nero e l’oro dell’anima, per lasciare una notte fatta d’argento e di azzurro della notte, dei suo vestiti sexy, dei quali godevo, e non c’era estasi più grande, godimento più grandi di quelli, che ancora tutta la visione di piacere si riversa su di lei, e godo ancora al solo pensiero, e mi dicevo che la giornata non poteva finire nel migliore dei modi, e la mattina iniziare così, con il più voluttuoso dei ricordi, le sue gambe, i suoi collant sexy, il suo corpo abbondante, i suoi seni da perderci dentro, e il suo sguardo giovane e pieno di luce, la sua voce dolce e leggera, e non c’era più niente da desiderare, tranne perdersi in lei ancora infinite volte…

E le chiedevo di Anna, quando tornava, e dell’altra ragazza che stava assieme a lei in macchina, non sapeva niente, e non mi importava, mi spillava altri soldi perché mi ero messo “a toccarla tutta”, e con il sorriso e con il piacere le davo quei soldi, estasiato, da lei, dal suo volto, dal suo sorriso, dal suo corpo, e la notte poteva finire così, con tutta l’estasi del mondo, con la mia voglia di giocare con il suo corpo che si era realizzata, e la notte sapeva della mia lingua sui suoi capezzoli, del mio toccarla dappertutto, nel mio perdersi nei suoi seni, che ancora godo al solo ricordo, e non ci sarebbe più niente da scrivere, da desiderare, da ricordare, se non quei momenti senza fine, quell’eccitazione e quella voluttà, quell’andare oltre le regole e i pensieri, oltre il nero e l’oro dell’anima, nel cristallino della notte e nell’argento del suo sguardo, visione di voluttà infinità…

Un sogno moldavo…

E mi trovavo in un luogo sperduto, grigio, ai margini della periferia, con il cielo pieno di pioggia, tra appartamenti e casermoni che sembravano usciti da un film sovietico, nella città di Chisinau, e mi mettevo a camminare su delle lunghe scalinate, che salivano verso non so quale altezza, di fianco ad un palazzo, e la salita era difficoltosa, io, con il fiato corto, che cercavo di star dietro alle persone che salivano su quell’altura, e non sapevo più chi ci fosse a farmi compagnia, se Marina, Diana la moldava, o la prof ucraina di russo, Liana, e mi trovavo come a sorvolare quel palazzo, quelle scalinate, la scalinata interna di quel palazzo che ospitava diverse famiglie, e ad un certo punto, da quei balconi grigi compariva Pyotr Poroshenko, che arrivava in quel palazzo come salvatore, solo per atterrare su un largo balcone dove l’aspettavano un gruppo di mafiosi russi, pronti a fargliele vedere, a riempirlo di botte, e la visione terminava lì, con Pyotr Poroshenko che si sdraiava a terra e le decine di mafiosi russi lo cirondavano… la visione cambiava e continuavo il mio viaggio sulle rampe di quelle scale interne, e nel sogno la visione del volto di Diana la moldava mi guidava, io, alla ricerca di non so cosa, non so chi, e mi vedevo scendere quella scalinata di fianco al palazzo, solo per ritrovarmi su un lungo viale lastricato di grosse pietre, un altro viale che scendeva e poi risaliva, verso una scuola, e camminavo a lunghi passi verso quella scuola, su quella strada di pietre, e ad un certo punto vedevo comparire dalla scuola Liana, che camminava a lunghi passi decisi verso di me, e diceva: “Lo so anch’io…”, e non sapevo a cosa si riferisse, e mi passava di fianco, mentre mi sembrava di essere ora accanto a Diana la moldava, che mi voleva guidare in quel mondo grigio post-sovietico…

E mi svegliavo così, l’altra mattina, pronto ad affrontare una nuova giornata di lavoro, visto che ormai tutt’altro non c’è, tutte le altre cose sono barrate, lasciate nel dimenticatoio del tempo libero, e non c’è più da inventarsi niente, cosa fare, cosa non fare, non più scervellarsi per far valere quella laurea, lasciarla libera così, per leggere e al massimo per scrivere, il giorno che sarà, qualche racconto, mentre il sogno di emigrare in Inghilterra si scontra sempre con la sorte di cameriere o facchino che mi toccherebbe, e tutte le altre cose sono barrate, lasciate libere di scorrere solo nel tempo libero, tra una lettura e l’altra, senza scervellarsi più sul cosa fare…

E mi torna in mente Leida, in questi momenti, l’ultima volta che potrebbe essere stata davvero l’ultima volta, dopo tre anni, una sorta di liberazione, con il suo sguardo e il suo volto e la sua immagine mentre le davo quei suoi due pacchetti di Marlboro Touch, che la storia può anche finire, e si può essere liberi di concentrarsi sul lavoro, investire veramente in questo, e non disperdersi più…

E così comincia la mattinata, che vorrebbe essere fatta di racconti di fantascienza o di orrore, di notizie d’altrove, o di non so cosa, nel più puro piacere del tempo libero, e ancora una volta devo dare torto a Barre, che qui non ha niente da perdere, io sì, e le sue idee giovanili di scappare non stanno né in cielo né in terra, e ora come ora solo il pensiero del lavoro e dei soldi mi fa stare in riga, divide il tempo del dovere da quello del piacere, in una visione semplificata della giornata e dell’esistenza, dove almeno c’è la sicurezza del lavoro, e la sicurezza del tempo libero da investire come meglio credo, e il tempo libero è sempre meglio che sia scarso, per non perdermi troppo in letture e visioni che mi fanno andare a pescare i pensieri e i ragionamenti più strani del mondo…

Non so se questa domenica e questo sabato uscirò con gli amici cinesi, o con quelli italiani, per ora non ne ho voglia, non vorrei farmi portare via da discorsi altrui, dopo l’equilibrio che finalmente ho trovato, e non mi va di disperdermi ancora, e così comincia forse la mattinata, la giornata, pieno di voglia di sfruttare quel poco tempo libero che ho, senza sognare più mondi e lavori utopici, le lettere sono ancora mie compagne, a tempo perso, e neanche l’accettazione di amicizia su LinkedIN della relatrice giovane e bionda di russo riescono a distogliermi da questo nuovo equilibrio, va bene così, con il lavoro, con il tempo libero, e la giornata può anche iniziare…

Prologo…

Un tuffo nel passato, ecco cosa avrei fatto quest’oggi, rileggendo i vecchi post di una volta, sul vecchio diario, ora che dopo la notte di ieri mi ritorna lei, il suo volto, il suo sorriso, e tutte le ragazze di una volta… Andra e il suo volto come una rosa, lei e quei suoi occhi sempre così tristi, il suo volto con quelle lentiggini, che la rendevano più amabile, le decine di volte che andavo da lei, ai tempi della scuola serale, quell’anno là al Pasolini, lei che mi serviva sempre con le sue dolci labbra, là tra i cespugli, o in macchina, vicino al boschetto, il suo dolce servirmi, la sua dolce pelle, che godo ancora al ricordo, come quando mi serviva là in mezzo al boschetto, e godevo nel toccarle le gambe, il culo, che lei mostrava con quei suoi mini pantaloncini, delle gambe non perfette, ma sensuali, già un po’ sfilacciate dal tempo, ma dalle curve di un erotismo senza fine, e quando lei si inginocchiava, di fronte a me, e dolcemente mi chiedeva se stavo per venire o no, lei che continuava a succhiare e a succhiare, come una dannata, fino a farmi venire ogni volta dentro la sua bocca, come il più dolce dei ricordi e delle estasi e delle voluttà, lei, quella ragazza romena che mi ricordava il mio viaggio nel suo paese, anni prima, quando c’era Irina che saliva in macchina con me, per lasciarsi andare, ma allora non facevo niente, e mi sarei rifatto anni dopo, come quando Luisa la bionda mi serviva anche lei dietro i cespugli, noi, un po’ esibizionisti, e a volta mi lasciava lì così, con il cazzo ancora in tiro, senza poterle venire in bocca, o quando ci perdevamo in macchina e mi perdevo a toccarla di dietro, ovunque, sfiorarle la figa, e tutte le volte che me la scopavo, così come mi scopavo Andra una volta, l’ultima volta, prima che se ne andasse via, là nel boschetto, ai tempi della quinta superiore, quando l’immagine di Olimpia di Manet mi ricordava solo lei e la sua bellezza, le infinite canzoni manele di Denisa, che lei diceva che erano canzoni vecchie, già allora, eppure con lei si godeva, sognavo di farla mia, quando mi sarebbe piaciuto uscire con lei a bere qualcosa, lei che ogni tanto si fermava al bar là vicino al bosco, per prendersi qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, e quelle volte che la riaccompagnavo in stazione, quando a volte la vedevo passeggiare di lì, tra i boschetti, e ogni volta era una dolce visione, una dolce fantasia, che si risolveva sempre nella sua voce dolce, nelle sue poche parole italiane, ma che mi faceva sempre godere con le sue labbra, che al ricordo godo ancora adesso, come una videoclip porno di infinita voluttà, eppure tutto quello era vero, ed è ancora vero nei ricordi, i suoi lunghi capelli rossi, a volte raccolti in chignon, i suoi capelli leggermente ricci, lunghi e increspati, e le infinite volte là a città satellite, godendo come non mai…

E le notti, le altre notti quando c’era Diana la russa, lei che diceva che si era anche sposata con un italiano, un cliente, e avevano avuto un figlio, e la Mercedes, e poi i soldi erano finiti, e si erano lasciati, lei che succhiava dannatamente, di un arte selvatica, inima salbatica, e quando godevo quelle notti poi con quelle canzoni russe, con quella vodka che bevevo, e sognavo l’università, dove avrei imparato la sua lingua, mentre da solo la studiavo per i fatti miei, e sognavo e sognavo, sognavo Mosca, le sue ragazze, belle come lei, come Diana, dalla bellezza sopraffina, lei che mi diceva che non avrei avuto problemi ad avere figli, visto quanta sborra facevo ogni volta, lei che mi scopava ogni tanto, là dove allora c’era anche a volte quella ragazza kazakha, orientale, come una cinese dalle forme abbondanti, ma aggraziate, quella scopata dove vedevo la fine del mondo, e l’estasi senza fine, di un orientalismo erotico che non conosceva confini, Diana e quella ragazza kazakha, l’erotismo nella sua più alta visione, ai tempi di allora, quando una volta rivedevo anche Katia, dopo un anno o di più, lei che era ancora lì, diceva, e non era un buon segno se era ancora lì, lei che ormai aveva già altri accompagnatori, quell’unica sera con lei che mi diceva che ero ingrassato, che mi ero fatto crescere la barba, eppure anche lei succhiava da dio, con quel suo corpo da favola, come un vero porno dove l’attrice ragazzina è una russa atomica, una figa atomica, come lo era lei, e quando scambiava i soldi con la sua amica, là vicino, perché non aveva il resto, e godevo senza fine con lei, come una volta, nel periodo d’oro, gli inizi di tutte quelle puttane che ora non ricordo neanche più, avvolto da tutto l’erotismo senza fine, quante ragazze romene, quante ragazze russe, in mezzo alle vie, godendo come non mai…

E poi iniziava l’università, forse c’era ancora Andra in quel periodo, e poi facevo conoscenza con Eugenia in università, e mi sembrava che lei sarebbe potuta diventare la mia ragazza, lei che al tempo era entusiasta della lingua russa, io che ero entusiasta della lingua romena e della lingua russa, che sentivo nelle manele, che ascoltavo alla radio, mentre mi perdevo nei melodrammi russi che lei mi consigliava di vedere, e imparavo sempre di più la lingua russa, e mi sembrava di poter raggiungere il mio sogno, parlare in romeno, capire il romeno, capire il russo, ed Eugenia sembrava la ragazza promessa di sempre, quel tipico amore universitario che chissà in che cosa sarebbe fiorito… e passava un anno, così, il primo anno di università, tra studi che mi ispiravano, sogni ad occhi aperti, visioni, e prima del secondo anno andavo in Repubblica Ceca, dove scoprivo giovani che della religione, a differenza di me, se ne fregavano, che si dicevano tutti non religiosi, e Tereza, l’ebrea ceca, mi consigliava di scrivere 750 parole al giorno, come diceva un sito, una sorta di gara di scrittura, una sfida con sé stessi, e in quei quindici giorni potevo recuperare la lingua inglese, che parlavo con la romena Veronica, le ceche Tereza e Lucie, il turco Soner, i giapponesi Satoshi e Yusuke, la coreana Kim, e la tedesca Lea, quindici giorni da sogno, altrove, lontano da casa, con il solito fantasma del bordello ceco, come quella ragazza ceca che mi facevo quando avevo 17 anni, in un altro campo di volontariato, lei che apriva la strada a tutta la sessualità e all’erotismo, lei puttana più grande di me, bionda, che lavorava in Germania, che si prostituiva anche qui, in Italia, per pagarsi le sue spese, ed era là che conoscevo l’amore libero, il sesso libero, e la sua ispirazione anni dopo mi mandava appunto in Repubblica Ceca, dove non avevo però bisogno di bordelli, perché la compagnia che c’era là in quel gruppo bastava, e la cultura di una città di Praga, con il suo cimitero ebraico, il suo ponte sulla Moldova, il castello kafkiano, vincevano su ogni puro desiderio di erotismo, che potevo soddisfare tranquillamente quando sarei tornato da me, sempre là, ai soliti posti, dove una volta c’era Katia, dove c’era Andra, dove c’erano tutte quelle, sempre quelle, che con la loro magia dell’est invocavano altre lingue, altre culture, il passato da sogno di un mondo comunista perfetto, senza la smania dei soldi, di farsi vedere, di apparire, ma con l’idea della fratellanza di tutti i popoli dell’est, le infinite lingue da imparare, la cultura senza fine, il sogno d’amore… ed era già strano incontrarsi con un’ebrea in Repubblica Ceca, la mia identità disfatta si rendeva conto che io non ero ebreo, e che il mondo poteva andare avanti tranquillamente anche senza religione, anche se lì nel campo a volte lavoravamo per il prete ceco cattolico, che ci dava qualcosa da fare, ma non era importante, così come non era importante parlare di altre cose, solo rendermi conto di quanto mi ero affezionato alla musica, alla musica di Denisa e di Gigi Finizio, che a volte ascoltavo là in biblioteca, accanto a dove dormivamo, e chattavo a distanza con Eugenia, sognando di farla mia un anno dopo, l’anno dopo in università, quando avevo paura che lei non continuasse lo studio del russo, e l’avrei persa di vista…

E finiva quell’estate, cominciava il secondo anno di università, poco alla volta avrei perso di vista i miei amici italiani, perché mi perdevo sempre di più nelle classi di russo con Eugenia, sognando chissà quali rapporti con lei, che diventavano sempre più amichevoli, fatti di sorrisi, di sguardi, di allusioni, e insieme si frequentavano i corsi, ci si dava una mano per studiare, così come anche con Alice, quel corso fantastico di cultura angloamericana, dove studiavamo la fantascienza e l’horror, generi che sto recuperando in questo periodo, e che mi affascinano sempre di più, Alice che anche lei si era data all’Est in quel tempo, con quel suo ragazzo ucraino, in Crimea, prima che succedesse tutto il casino della guerra, che lei andava a trovare, mentre a volte lei sembrava provarci con me, ma non avevo nessuna intenzione, io ero votato ad altre ragazze, le ragazze della notte, e scoprivo allora sempre di più le estasi alcoliche, erotiche e musicali, dopo quel viaggio in Repubblica Ceca, dove si beveva tanto, e anch’io cominciavo a bere tanto…

E chissà poi come, stare in mezzo a tutte quelle ragazze, in università, gli ormoni impazzivano, la voglia di loro, il desiderio, e la notte scoprivo lei, scoprivo Xhuliana, ragazza albanese dai capelli corvini e dal viso dalle belle fattezze, un corpo che ricordava quello di Katia, solo più formoso, le infinite nottate e luna con lei, sotto la luna, sotto le stelle, quando mi perdevo nella poesia con lei, con le sue parole piene di energia, come solo le ragazze albanesi sanno fare, lei e le sue infinite cavalcate su di me, quelle scopate che non finivano mai, il suo servirmi con le labbra che non conosceva confini, quella notte che di davamo ad un’orgia a tre, con un’altra sua amica romena, mentre lo facevamo nei sedili di dietro, con Xhuliana, e l’amica romena ci diceva come eravamo belli, mentre lei si toccava lì, e godevo con Xhuliana, che l’avrei voluta baciare, fare mia, mentre lei mi cavalcava e mi guardava con gli occhi vitrei, di un nero corvino senza fine, come i suoi capelli, e quante cavalcate, quante scopate senza fine, che lei a volte smetteva quando cominciava a bagnarsi troppo, e mi finiva con le labbra, con la sua vera arte da puttana… e in quel periodo, periodo dalle emozioni più profonde del mondo, con Eugenia che sembrava poter diventare davvero la mia ragazza, Xhuliana che mi stregava sempre di più, e io che mi perdevo nella musica malinconica e neomelodica di Gigi Finizio, canzoni profonde, e scoprivo allora anche la musica albanese, dalla radio, quella musica un po’ orientale, ancora più orientale delle manele, e ricordo ancora quella notte, quando tornavo dopo essermi scopato Lorita, altra ragazza albanese che ce l’aveva con la polizia, che mi faceva gli sconti, mi ricordo ancora come suonava dentro di me per la prima volta la musica albanese, che mischiava il mio amore per l’Est, non solo più Romania e Russia, ma anche Albania… sì, mi ricordo ancora quando mi scopavo Lorita, lei, a pecorina, come diceva, o quell’altra ungherese bionda, di una sola notte, quando non c’era Xhuliana e non so perché, e tutto lo strascico di quelle emozioni, di quella voluttà, tra alcol, sigarette e musica e puttane e ragazze di università, un’ondata di sensazioni senza fine, mentre in casa aleggiava aria di morte, la morte di mia nonna, orami in convalescenza, morte che sarebbe arrivata da lì a poco, in aprile, il più crudele dei mesi… e mi ricordo come il giorno del funerale mi perdevo nella visione della campagna di Mantova e provincia, dove compariva mia cugina Morena, ex modella, modella come Eugenia, ma più formosa, che mi parlava un po’ in italiano e un po’ in dialetto, e c’era il silenzio poi, le parole basse, il pranzo abbondante con mio zio Elia e mia zia Maria, il pranzo che sembrava per un attimo scacciare tutto il peso di quei sentimenti, il mio desiderio per Eugenia, la mia voglia di Xhuliana, il mio sogno di lingua russa, i sentimenti più profondi e voluttuosi del mondo, e mi perdevo in quel mondo di amore e di morte, come la sera del funerale, che mi davo a Xhuliana un’altra volta, un’ultima sua cavalcata, una delle ultime, quando la riaccompagnavo anche a casa, e lei era sempre forte e sorridente, sempre pronta a tirarmi su con le sue parole, a farmi sentire speciale, come quando mi diceva che non dovevo parlarle del tempo, come tutti gli altri, come quando mi diceva che lei preferiva la musica kosovara a quella albanese, e la notte la riaccompagnavo là, pieno di energia, anche dopo il funerale, e l’amore e la morte si intrecciavano, nel giorno e nella notte, sotto il chiaro di luna, sotto tutti quel labirinto di sentimenti che era fatto di musica e di Eugenia, di Xhuliana, di Lorita, di tutte quelle ragazze che scoprivo, e mi dicevo che solo l’amore per una ragazza può salvare, al di là di tutto, e tutto il resto è inganno, mentre studiavo ancora, un po’ a memoria, convinto che il trucco stesse nel fatto di leggere e ripetere, imparare una parte da recitare ai professori, e non mi chiedevo a cosa sarebbe servito lo studio, studiavo solo per il piacere, mentre intervallavo il piacere delle lettere a quello delle ragazze, in un’ondata di voluttà senza fine, che ancora adesso mi sembra di sentire e vedere, negli occhi neri di Xhuliana, nei suoi capelli corvini, nella sua pelle di cui godevo e che toccava, con quel suo vestito nero e la gonna corta, quel suo sapere ogni volta di sigarette tabacco e liquidi del corpo, un odore strano, un profumo strano che aveva lei, sulfureo, che si liberava in tutto l’erotismo e la voluttà con lei, fino a quando, una notte, non ci davano la multa, la polizia in borghese, ma ce ne fregavamo, lei protestava e diceva che manco per scherzo avrebbe pagato quella multa, io che non mi preoccupavo più di tanto, e dopo che la polizia se ne andava la ricaricavo su, e me la facevo l’ultima volta, la solita cavalcata, e quando tentavo di baciarla lei spostava il suo volto, e mi lasciava solo la guancia, e sapevo che quella storia sarebbe finita lì… non l’avrei più rivista, sarei passato soltanto un’altra sera, e lì al suo posto trovavo un’altra, che mi diceva che lei era partita, in Albania, chissà dove, e non c’era più, non c’era più, non c’era più quella voluttà durata due o tre stagioni, e l’estate, per pura coincidenza, sarei andato in Albania una settimana…

Che strano era sentire il muezzin cinque volte al giorno, là in spiaggia, sentire la musica albanese che allora sentivo solo alla radio, mentre là veniva fuori sempre dagli speaker dei locali sulla spiaggia, fare il bagno sotto le stesse notte che mi avevano ispirato tutta la voluttà del mondo, quelle note che sentivo quella notte con Lorita, e parlare inglese, stare con i miei genitori, e non pensare più alla perdita di Xhuliana, alla perdita di mia nonna, mentre anche quell’estate chattavo con Eugenia, che ora si trovava in Russia, a Mosca, con gli altri compagni e compagne di corso, mentre io ero in Albania, la provincia una volta dell’impero sovietico, e tutto era fatto di magia, tra Eugenia e Xhuliana, quel mondo albanese che sognavo dai tempi di quell’amico delle medie, Dorian, che raccontava del suo paese, e già allora faceva nascere in me tutto l’immaginario dell’Est… e stare per una settimana di fianco ai miei genitori, a parlare, a parlare con mio padre, che di solito non parla mai, a non pensare più al lutto della scomparsa sua madre, stare lì in spiaggia, tra gli albanesi che parlavano italiano, e io che sognavo di rivedere Xhuliana, da qualche parte, non so dove, lei che diceva che era di Valona, e si lamentava che in Italia il mare è troppo lontano, che doveva essere più vicino, come in Albania… e là a Ksamil conoscevo Rudina, ragazzina albanese che faceva la receptionist in quell’albergo, quella notte che con lei parlavamo di Shakespeare, di libri, di romanzi, di canzoni, in inglese, in inglese, come non lo parlavo più dall’anno prima, quando ero stato in Repubblica Ceca, e ogni giorno scrivevo, scrivevo e scrivevo per liberare l’anima, sognando sempre l’amore con Eugenia, facendo poesia di quelle nottate con Xhuliana, di quel lutto, di quell’erotismo, di quella voluttà, di quel labirinto dei sentimenti…

Tornavo in Italia e sapevo che una nuova ondata sarebbe cominciata, là dove ormai i luoghi dell’anima dell’ultimo impero avevano fatto strada dentro di me, l’ultimo impero sovietico, l’Est Europa e le sue ragazze, l’impero ottomano con quel muezzin che cantava sempre in Albania, quella volta che quasi non mi intrufolavo in quella piccola moschea a Ksamil, non so perché, forse per ricordare tutto il mio sviamento per Katia anni prima, quando un delirio holliwoodiano portava con sé tutte le lingue e le culture del mondo, ma in fondo io ero sempre legato all’Est, al mito sovietico, la fratellanza tra i popoli, voler imparare le lingue dell’Est, la lingua di Katia, la lingua di Eugenia, la lingua di Xhuliana e di tutte le altre… tornavo in Italia e cominciava il terzo anno di università e la notte, sì, la notte, avrei conosciuto lei, Alina, la ragazza ucraina… nuova ondata di sentimenti, di sensazioni, dopo il lutto, dopo la voluttà senza fine con Xhuliana, c’era lei, Alina, che mi parlava in russo, e anch’io con lei in russo parlavo, dei diari dei vampiri, delle canzoni romene, russe, albanesi, che mi sembrava finalmente di aver trovato la ragazza dei sogni, scopare come non mai, parlare in russo, godere della musica dell’Est, lei che diceva che senza musica stava male, lei che mi parlava della sua figlia in Ucraina, lei che mi parlava dei diari dei vampiri, che allora cominciavo a vedere in russo, per avere qualcosa da dire a lei, e che profondità, che voluttà, quale erotismo, quali altre nottate e luna con lei, che sembravano non finire mai, godere sempre, ubriacarsi sempre, andare sempre da lei, la notte, come un disperato, un disperato d’amore, perché con Eugenia più che parlare e sorridersi non c’era di più, e io che mi perdevo nella lingua russa, nelle sue canzoni, quell’anno che cominciava tutto il casino con la Crimea, Maidan, la guerra, la situazione ucraina, io che in università una volta facevo una specie di lezione sull’Ucraina, come una specie di esame, una lezione intera, e nei mie sogni sempre lei, nei miei desideri, sempre lei, Alina, Alina, Alina, la ragazza dai capelli corvini lunghi, dal corpo slanciato, dai fianchi abbondanti, dall’erotismo oltre ogni confine, dalla bellezza e dallo sguardo che ad ogni istante ed ogni volta cambiavano, per farmi godere della notte, dell’alcol, della musica, degli studi, mentre la mia vena poetica non conosceva limiti, e si librava nella notte, estasiata da lei, dalla musica d’amore dell’est, da quell’alcol, vodka e birra, che scorrevano a fiumi, e già le dicevo che forse non sapevo come avrei fatto dopo di lei, dopo che lei se ne sarebbe andata, e lei scherzava, diceva che era meglio non amare, che lei conosceva meglio di tutti come funzionano queste cose, che ne averi trovata un’altra, che l’amore sarebbe arrivato da sé, mentre meno me l’aspettavo, e con Eugenia non sapevo più che fare, lei che mi diceva di andare nella sua chiesa, la sua chiesa avventista, e Alina che mi diceva di lasciare stare, che se volevo andare in chiesa dovevo andare in una chiesa normale, come tutti, e lasciare a loro la loro fede… lei che mi diceva anche di non legarmi a niente, di non legarmi a nessuno, che era meglio essere liberi, liberi come la notte e le stelle e la luna che ci vedevano ogni notte parlare in russo, fare l’amore, sorridere e ridere e a volte quasi piangere, tra le nostre difficoltà, i nostri umori sballati, il nostro gettarci ai margini di una via, come due reietti, due disperati nel mondo, lei che mi diceva di smetterla di bere quando andavo da lei, di bere dopo, dopo che la poesia dell’anima e il labirinto dei sentimenti toccava il suo vertice, con quelle canzoni, con lei che a volte si metteva la parrucca bionda, e io scherzavo con lei perché ora assomigliava a Caroline della serie tv, ora assomigliava a Elena, e non sapevo più chi stavo amando, chi amavo, se la ragazza della serie tv su cui proiettavo tutto l’amore per Alina o se stavo amando Eugenia ma non capivo più perché dovevo andare in chiesa da lei, io che ormai ero sempre più convinto che solo l’amore e la passione per una ragazza potevano salvare, ed Eugenia che mi diceva che l’amore di Dio è più grande ancora, ma non ero affatto convinto…

E così non so per quanto tempo, due anni forse, tra il terzo anno e il primo anno di specialistica, forse di più, c’era ancora Alina, e io volevo sempre di più da lei, non solo sesso, ma parole, discorsi, una qualche uscita, un numero di telefono, e impazzivo, bevevo sempre di più, ascoltare la musica era arrivato ad un punto morto, le estasi erotiche, alcoliche e musicali non bastavano più, come era tutto iniziato ai tempi di Xhuliana, lei che mi dicevano aveva fatto un casino dell’anima come non poche, e Alina ancora di più, sempre di più, che una sera alla fine si scocciava e mi diceva: “Senti! Sto lavorando!”, e non c’era più niente, mi dicevo basta, basta con la musica, l’alcol, questa follia con Alina e scoprivo lei, Leida… Leida, ragazza albanese bionda, carica di erotismo, carica di energia, ancora più che Xhuliana ai suoi tempi, ragazza dal corpo dalle curve più sensuali di questo mondo, la nuova Katia, puro erotismo e voluttà, lei e le mie canzoni albanesi che le dicevo, lei che diceva che non amava troppo la musica albanese, preferiva la musica inglese, anche se non la capiva, e cercavo di dimenticare Alina, andando da Leida, e cercavo di smettere di bere, iscrivendomi a Taekwondo e cercando di fare una vita più sana, più equilibrata, con un po’ di fitness, per riprendermi dall’ubriacatura dei sensi con Alina, dall’abisso e dal labirinto di sentimenti, e cominciavo a perdermi senza di lei, senza Alina… ed era utopia erotica, utopia e desiderio senza fine con Leida, scaricare tutta l’energia su di lei, le tante scopate, le tante nottate con lei, lei e quel suo volto affilato, quella sua voce sensuale e suadente, quel suo modo di scherzare e di darmi energia per la vita, facendomi dimenticare i troppi studi, i troppi cavilli e rimuginazioni dell’anima nate da una storia con Alina che ormai non decollava più, che aveva raggiunto un punto morto, anche al di là dei diari dei vampiri, della musica, delle canzoni, delle suggestioni dell’Est… Leida, Leida, Leida, e maledetta quella notte che prendevo una multa con lei, e per un po’ non l’avrei rivista, e mi decidevo, come non mai, ad andare in chiesa avventista, da lei, da Eugenia, sul finire del corso di taekwondo, verso l’estate, e mi sforzavo di non bere più, di non ascoltare più troppa musica albanese, di cercare di evitare estasi alcoliche, erotiche e musicali, e credevo di rifarmi una vita, pentendomi, stando da Eugenia e dagli altri giovani avventisti, a sentire le loro parole, a parlare di Bibbia, di salute, di fitness, come se dovessi ricominciare un’altra vita, un’altra vita che però non iniziava, perché Eugenia non era più la ragazza di prima, la ragazza libera di prima, si era estremizzata, era diventata fondamentalista, e con lei non si poteva più scherzare e ammiccare come un volta, si era perso l’affiatamento, lei che aveva lasciato l’università, al terzo anno, dopo la laurea, io che invece l’avevo voluta continuare, sempre in nome di quella lingua russa che ormai avevo sognato e imparato a parlare con Alina, ora che quel sogno di una ragazza dell’Est, anche se non mi accorgevo, era stato quasi completato, il sogno russo d’amore… sì, Eugenia e la chiesa avventista, imbambolato, incantato da lei, convinto di poter continuare l’amore là dove era finito con Alina, lei, Eugenia che metteva troppi paletti all’anima, non bere, non fumare, stare a dieta, fare esercizio fisico, studiare le scritture, non perdersi nella scienza, nella filosofia, lei, sempre più estrema e io sempre più ritratto in me stesso, in quelle parole, in quei regolamenti, e poi, una notte, il ritorno di lei, la rivolta, il sogno di Leida e dell’erotismo, la cacciata dal paradiso e l’inizio dell’inferno, dei deliri antireligiosi, l’utopia erotica con Leida, che riprendevo a vedere, a frequentare, mentre lasciavo Eugenia e la sua chiesa avventista, per incompatibilità di vedute del mondo e di stili di vita, per non essere ipocrita, e infine per essere libero…

E poi non ricordo più bene, cominciava il tira e molla infinito, le battaglie dell’anima, contro il sesso, contro Leida, contro le sigarette, contro l’alcol, la botta di depressione che arrivava perché con Alina ormai non c’era più niente, e l’ultimo anno di università, quello dove dovevo preparare la tesi, una tesi di cultura russa… e la depressione mi devastava, e i deliri per Leida, che non ricordo neanche più, e le nottate con lei, come quel mio trentesimo compleanno, scoparmela, e così il mio trentunesimo compleanno, scoparmela ancora, mentre passavano così due anni con lei, e neanche me ne accorgevo, tra un tira e molla continuo, lo stile di vita che volevo cambiare, le estasi erotiche alcoliche e musicali che non erano più con me, come ormai non erano più con me né Alina né Eugenia, l’ultimo anno di università, quando la lingua russa era oramai diventata la normalità, tra quelle aule di università, non c’era più magia, né in quella lingua, in quella cultura, in quelle canzoni, Alina aveva portato via tutto, lei e il suo erotismo, la sua arte erotica, le sue parole e la sua voce suadente, la sua bellezza, il suo vampirismo, e cominciava quell’epoca difficile, quella che già presentivo, dopo di lei, dopo Alina… e qui la memoria mi fa difetto, cala la tenebra e si innalza l’oro dei capelli di Leida, della sua bellezza da farmi impazzire, il suo volto affilato, la sua energia che niente avevano a che vedere con il vampirismo di Alina, e non capivo più niente, mentre pensavo di riesumare la magia della lingua russa dandomi ad altre lingue, albanese, tedesco, olandese, come se potessi rivivere di nuovo tutti questi ultimi anni, quasi un decennio, il sogno russo che si era frantumato con il finire della storia con Alina, lo sfumare del sogno d’amore con Eugenia che si dava alla religione, e non mi rimaneva più nessuna, più nessuno, neanche nei nuovi compagni di università, nelle nuove compagne, tutto non era più come prima e neanche me ne accorgevo, avevo perso qualcosa, e non me ne rendevo conto, il sogno d’amore russo di una volta, durato così a lungo, aveva perso tutto il suo fascino e la sua profondità, e nella superficie delirante si muovevano ora parole tedesche, olandesi, albanesi, da far impazzire… un periodo così, di voglia di Leida e di non voglia di nessuna, la depressione per Alina, quella tesi di cultura russa che spostava i cardini del mondo, tra quella figura di Stalin che crollava in me, per gli orrori, e la lingua tedesca e albanese e olandese che volevano essere il fronte anti russo, solo perché con Alina tutto era andato a male, solo perché Eugenia aveva abbandonato anche lei la lingua russa, un disorientamento totale, un continuo gioco tra tenebre e lucentezze dorate allucinanti dell’anima, e sempre Leida, l’unica mia guida in tutto questo caos… l’esaltazione, il perdersi di nuovo, la depressione e lo sviamento, le parole che non bastavano più, neanche le 750 parole di sempre, la poesia che non c’era più, dopo Alina, dopo Eugenia, e l’utopia erotica con Leida che faceva acqua da tutte le parti, e tanta confusione, tanti deliri…

Arrivava alla fine il periodo della laurea, dicembre 2016, e la facevo finita una volta e per tutte con la Russia, ci mettevo una pietra sopra…

Rivedevo Alina, a dicembre, poco dopo, e si spostava l’asse del mondo, tutta l’emozione di una volta ritornava, l’amore, il sogno d’amore russo… il 32esimo complenno, quella notte non con Leida, come gli altri due compleanni, gli altri due inverni, ma a chattare con Marina, ragazza russa conosciuta in università, e augurarle il buon natale, creder di poter riesumare il sogno d’amore russo con un’altra ragazza, una ragazza russa…

E il resto sta qui in queste pagine, da gennaio 2017, l’avventura con Marina, il ritorno di Alina, non più ritorno d’amore, il caos dell’anima con Manuela, la fine dell’università e la fine della depressione, le scopate con Anna la ragazzina romena, unica che mi faceva ancora godere dopo le giornate con Marina, che di amore non aveva niente, tutto l’erotismo con Leida, le nottate erotiche, il desiderio per lei, il mio rimuginare su scuola e lavoro, le frustrazioni, i momenti spensierati, gli apici del desiderio e della voluttà, e sempre lei, sempre Leida, unica costante in questi ultimi tre anni, l’amore, il scettro dell’amore che ormai va a lei, Leida, amore, e il resto è qui, è dentro di me, oltre questo prologo di dieci anni, il resto sta nella sua figura, nella sua forza, nella sua bellezza, nell’erotismo che mi sa dare, nelle sue parole, nel suo ricordo, al di là di tutto e di tutte, ora che forse sta per finire, non si sa, le altre pagine lo diranno, oltre questo prologo…

E sognarla ancora nel buio infinito…

Estasi alcolica e musicale
come era una volta
ecco che ritorna il ricordo
la stessa sensazione
che non era relegata a qualche pagina virtuale
sperduta
era solo tutta l’estasi
di amicizie disperse
di parole piene di energia
di discorsi immaginari
che ti danno la carica
come una volta
il ritorno dell’energia
quando allo studio e alle frustrazioni
dici basta
quando non ne puoi più di te stesso
quando solo la voluttà dell’alcol
e della musica ti possono portare via
come una festa orgiastica
e dionisiaca
che scardina il tempo e i pensieri
e la voglia di lei
sempre di lei
che ritornava
come l’unico e ultimo desiderio
coronare l’estasi alcolica e musicale
con l’estasi erotica
e così era
tra un pacchetto di sigarette
sbagliato e l’altro
un suo dolce sorriso
il suo tenero sguardo
che la facevano sembrare più desiderabile di sempre
sempre lei
oltre i miei sensi di colpa
e le mie redenzioni
ancora la voglia di lei
che la notte non finirebbe mai
comprandosi le emozioni
con la musica l’alcol le sigarette e l’erotismo
che non c’è più bisogno di nient’altro
se non una vita spensierata
e votata con fiducia al lavoro
senza farsi più mille problemi
le parole con lei
la voglia oltre ogni dove
e la voluttà senza fine
che la notte dovrebbe essere infinita
e sapere ancora di musica
nel ricordo di lei
schiacciando con il suo nome
immagini suggestive
che mi portavano male
disegnate sui pacchetti di sigarette
altro che “deve succedere qualcosa per smettere”
bastava lei
il suo nome
il ricordo di lei
a vincere ogni cosa
e ancora la sua immagine mi assale
mi si para davanti
come l’unica bellezza notturna
l’ultimo sogno
l’ultima visione
prima di prendere congedo dalla notte
e sognarla ancora
nel buio infinito

Estasi alcolica, erotica e musicale, Leida…

Estasi alcolica, dopo infinito tempo, “Parla forte!”, mi diceva una volta quell’amico cinese, e dentro di me parlavo forte, sotto l’influsso della musica, pieno di energia, dopo la giornata stupida in quell’agenzia, ritrovare l’energia di parlare con quegli amici, quegli amici cinesi che una volta mi riempivano di vita, al di là di tutti i pensieri deboli, fragili, fatti di preghiere e di paure, nate dalle parole con Eugenia, e il loro coro di avventisti vari, religioni alternative, e altre cazzate… altro che dedicarsi alla cultura, qui c’è da lavorare, e come diceva sempre il medico anche Italo Svevo faceva il bancario, eppure poi scriveva, ed ero pieno di energia, sotto l’influsso della musica, che scorreva come non mai, come ai tempi folli di Alina, l’energia e l’estasi musicale, che niente si può comparare, liberati i pensieri, come una giornata in cui dai l’esame, prendi il tuo voto, e non devi pensare più a studiare… sì, perché quei racconti di fantascienza avevano anche rotto le scatole, e solo l’energia di parlare con mio padre, con Marco, decidere di lavorare con loro, una buona volta per tutte, liberato da tutti i pensieri intellettuali, mi salvava, e mi liberava, senza più frustrazioni… e l’estasi musicale continuava, pieno di parole dentro di me, di musica, e non ci voleva più niente che dimenticarsi tutto, quel periodo terribile della tesi, e tutte le sue frustrazioni e depressioni, non se ne poteva più, e ritrovavo la forza cercando di immaginare discorsi con quegli amici cinesi, altro che amici italiani, un radical chic e un altro che si crede un artista incompreso, un genio, e poi si vanta della sua presunta setta, dove esalta l’autoerotismo, dovresti passare alla prostituzione, gli dicevo, ma lui neanche sentiva, perso nel suo mondo, come nella sua cameretta e nei suoi progetti, e a quel punto non me ne fregava più niente di loro, e immaginavo solo discorsi con quegli amici ritrovati, che forse questo sabato visiterò, e non ci pensavo più, pensavo solo al lavoro, alla fine degli studi, alla libertà, all’essermi liberato di agenzia inglese e di centro culturale in due o tre giorni, e come Leida mi diceva di essere forte, così mi ricordavo dei cinesi di parlare forte, come mi diceva Alex… forte! Forte! Forte! Che non dovevo più lamentarmi se dovevo andare da Leida, basta lamentarsi, mi dicevo, e sognavo già dialoghi con lei, mentre la musica e tre bottigliette di birra mi portavano via, e tutto quello che avevo pensato di aver perduto, tra le pagine di quei diari dimenticati, si risolveva nell’estasi alcolica e musicale che riprovavo stasera, altro che divieti dell’alcol e dell’estasi, dovevo uscire dagli schemi, liberarmi, essere libero ancora, e tutta l’estasi alcolica e musicale si faceva risentire di nuovo riesumando e facendomi comprendere certe mie sensazioni del passato… e tornava la voglia, la voglia di lei, di parlarle, di stare assieme, la voglia di Leida… e prendevo soldi e mi vestivo, chiudevo la musica, che continuava a risuonare in me, e mi precipitavo in macchina da lei… non c’era, all’inizio, e mi fermavo a metà strada là in quel campo, come una volta facevano i contadini, nell’Ottocento, completamente libero, indiavolato come non mai, e pensavo a tutto l’istinto che certi contadini ancora conservano, alle mie origini, a me stesso, all’energia vitale del mondo, che esplodeva… e mi rimettevo in macchina, solo per tornare a casa e riprendere i soldi necessari per fare benzina, e al ritorno la rivedevo, rivedevo lei, Leida, appostata là dove una volta c’era Katia… mi lavavo le mani, mi pulivo, mi liberavo ancora di più, prendevo i soldi necessari e andavo a fare benzina, non il solito benzinaio, che era chiuso, il self service non andava, e allora andavo a quell’altro, sempre sulla via, e mi riempivo di benzina, e di profumo di senza piombo… e mi precipitavo di nuovo da lei, da Leida… e lei era là, già che mi sorrideva al vedermi passare, al vedermi fermarmi, fare il giro nello spiazzo, mentre io da dietro osservavo le curve del suo corpo, delle sue gambe, dei suoi fianchi, che non erano mai stati così desiderabili… mi fermavo da lei, e mi chiedeva subito: “Hai la tessera?” “Che tessera?” “Per prendere le sigarette” “Sì” “Va bene dai allora andiamo” “Dov’è?” “Laggiù in fondo, dopo il cavalcavia” “Va bene”, e già sapevo che sarebbe stata una serata diversa… e chiamava subito il suo amico Albi e gli diceva “No guarda Albi lascia perdere vado da sola” Albi… “Chi è? Il tuo accompagnatore?” “Sì, mi accompagnava tre mesi fa, adesso era andato al Carrefour, diceva, si fa i cazzi suoi” “Sì, qua ognuno si fa i cazzi suoi, è così…”, e facevo il giro del semaforo, mi fermavo lì allo stop, vicino al distributore di sigarette, “No, non fermarti qui, non si può, passano le macchine, entra dentro” “Ah, si può entrare?” “Sì”, e mi muovevo con la macchina sul piccolo piazzale che dava al distributore di sigarette, “Ce li hai i soldi?” “Sì, ho dieci euro, compra due pacchetti” “Quali sigarette?” “Marlboro touch, le solite”, “Va bene”, e dentro di me sentivo l’energia salire… scendevo dalla macchina e pensavo che sarebbe andata lei a comprarsi le sigarette, e invece andavo io, al distributore, quali sigarette, fa vedere un po’, ecco, marlboro touch ’20, devono essere queste pensavo, e inserivo la tessera, la toglievo, inserivo la banconota spiegazzata di Leida, e compravo quei due pacchetti di sigarette, convinto di aver fatto giusto… tornavo in macchina e come Leida vedeva i pacchetti le calava la tenebra sul viso “Nooo”, diceva, “Cos’è?!! Non sono quelle?” “Nooo, perché non sono scesa io, erano quelle nere, non queste! Io quando vado al bar mi danno sempre quelle nere, che cazzo di sigarette sono queste?” “Ah, ho sbagliato, mi dispiace, vabbè fuma queste, tanto le sigarette sono tutte uguali, o senò vendile a qualcuno, non hai altri dieci euro?” “No, avevo solo dieci e un altro venti, fa’ provare queste sigarette…” e se ne accendeva una, e faceva la faccia schifata, “No, queste non mi piacciono! Mi dà fastidio aver speso dieci euro, cazzo, io non ho soldi!” “E vabbè fuma un po’ queste, fattele cambiare, vendile a qualcuno!” “Cazzo!”, e vabbè, tornavamo indietro, e mi sentivo in colpa, timoroso per aver sbagliato, per averla delusa, ma più di tanto non ci pensavo, cosa me ne può fottere di una puttana, pensavo… e tornavamo indietro, al solito posto, al solito luogo, “Cos’è? Qua a destra?” “Sì” e poi a sinistra e poi più in là, lontani dalle macchine, non proprio sempre al solito posto… e poi le dicevo come andava, come non andava, o forse glielo dicevo prima, prima di andare a comprare le sigarette sbagliate, ho risentito i miei amici cinesi, mezzi mafiosi, che hanno un bar, ah, diceva lei, buono, dai, e poi sono andato in agenzia per andare in Inghilterra, ma chi c’ha voglia di fare il barista, di fare il facchino in albergo? E vai in Inghilterra, così trovi lavoro! Macché lavoro! Guadagno di più da mio padre e dal suo collega! Ah! Allora va bene così… e ci mettevamo lì, al parcheggio, mentre lei mi diceva che stasera non aveva voglia, che al massimo a mezzanotte e mezza se ne andava, come Cenerentola… e non vedevo l’ora di toccarla, di toccare il suo corpo, le sue gambe, mentre il desiderio impazzito in me voleva solo lei, solo lei, solo Leida… e mi toglievo gli occhiali, spegnevo il motore e appoggiavo la mia mano sulla sua gamba, le davo i soliti soldi, e mi dimenticavo di quelle sigarette sbagliate, e lei faceva finta di niente… “Dai, spogliati!” “Non lo so, non ho voglia…” “Dici sempre così poi hai sempre voglia di questo” “Non lo so neanch’io cosa voglio…” e intanto mi spogliavo, e cominciavo a palparle il seno, dentro il reggipetto, la maglietta, e godevo di già alla prospettiva di godere, sentivo tutta l’energia liberarsi in me, mentre lei si posizionava per mostrare il suo di dietro, le sue gambe e i suoi fianchi… e cominciava a servirmi, con le labbra, con la testa, con la bocca, con quel suo andare su e giù, e io mi perdevo con le mani nei suoi pantaloni, nelle sue mutandine, nel suo di dietro, e osservavo le perfette curve del suo corpo, mentre lei mi serviva e mi serviva, mentre le accarezzavo i capelli biondi, ed era visione erotica e pornografica, estasi erotica dopo l’estasi musicale ed erotica, e me ne fregavo di Albi, delle sigarette, di ogni cosa, del lavoro, dei soldi, di ogni cosa, e mi godevo come non mai quegli istanti, dimenticavo i discorsi immaginari con gli amici cinesi, con gli amici italiani, al lavoro, in agenzia, ad ogni centro culturale, dimenticavo tutto, e godevo solo di quell’istante, mentre la serata aveva un colore diverso, con quella piccola tappa a comprare le sigarette, come due amici che si conoscono da tanto tempo, come lei che sapeva già che avevo voglia di quello, e aveva già intuito tutto, quando mi diceva: “Massì che hai voglia!”… e godevo e godevo, e le sfioravo i capelli, e le sfioravo la figa, le gambe, i fianchi, e godevo di lei, godevo di lei e le venivo in bocca, con un piacere intenso che non provavo da tempo… e finiva lì, mentre ero ancora eccitato quando lei finiva, in estasi, come non mai, e mi porgeva il solito fazzoletto, mi pulivo, lei si rimetteva a posto, dopo che si era sfilata i pantaloni mentre io mi perdevo con le mani sui suoi fianchi, eppure l’eccitazione non finiva lì… e mi diceva che aveva voglia di andare via subito, che appunto stasera non aveva voglia, lei, di stare lì, e mi chiedeva se volevo una sigaretta, no, grazie, sto già fumando troppo in questo periodo, e mi diceva di andare, e ce ne andavamo, la solita storia dei documenti, a fine mese, e non all’inizio come pensavo, e i soldi che mancano, i soldi… che sembra non contino niente, le dicevo, e lei diceva macché non contano niente, senza soldi non fai niente in questo mondo… e la riportavo indietro, e la lasciavo lì al suo posto, mentre le dicevo che mi dispiaceva per le sigarette, e lei diceva che non importava, andava bene così, fa niente… e la salutavo, pensando chi se ne frega, tanto è solo una puttana, e non ci ho neanche parlato, detto chissà che cosa, le sono solo venuto in bocca come altre volte le ero venuto dentro altrove, e chi se ne frega, ero libero, me ne fottevo, volevo essere forte, sembrare forte, pensare e parlare forte, e me ne fregavo… e me ne andavo dopo averla lasciata lì… e sulla strada del ritorno mi veniva in mente, come un flash, come fare per ovviare a quel mio errore: prendere altri soldi, comprare le sigarette al bar e portagliele lì… e così facevo, tutto di fretta, tornavo a casa, aprivo l’ufficio, rubato i soldi, riprendevo la macchina e passavo al bar, Marlboro touch nere, sottolineavo con la voce, nere, e le compravo, e ripartivo subito in macchina, a cento all’ora, pensando che lei se ne sarebbe andata, visto che ormai era mezzanotte e qualcosa, e correvo in macchina per arrivare da lei, neanche fosse, correvo a cento all’ora per trovare la bimba mia, e la trovavo là, ancora al suo posto, e mi fermavo… “Cos’è successo?” mi guardava un po’ preoccupata, un po’ impaurita, e non dicevo niente, prendevo solo i due pacchetti di Marlboro touch dal cruscotto e le dicevo: “Sono queste? Marlboro touch nere?” “Sì… ma io non ho detto niente… non dovevi…” e mi guardava un po’ sorpresa, un po’ sorridente, e un po’ contenta, e mi diceva se volevo qualcosa, no, le dicevo, lascia stare, ti dò l’altro pacchetto, quello che ho aperto, l’altro vedo se riesco a cambiarlo, ma non dovevi, massì, lascia perdere, e ci scambiavamo i pacchetti, i due pacchetti giusti e quel pacchetto aperto, che lei non avrebbe mai fumato, mi sentivo in colpa, le dicevo, macché, lei mi diceva, lascia perdere, e finiva tutto così, in un attimo, dove fotografavo il suo sorriso, la sua voce melodiosa, la sua semplicità, la sua contentezza, e dentro l’anima sentivo di essermi tolto un peso, di essermi tolto una colpa, di aver fatto la cosa giusta, e mi sembrava quasi di voler bene a quella ragazza, a quella Leida… e non c’era più niente da dire, per non mischiarsi più in faccende di cuore, per non approfondire cose che è meglio non approfondire, sopratutto a qualche mese che lei se ne va via, a qualche settimana, non si sa se poi è vero, non si sa… e me ne andavo via, lasciandole i pacchetti, prendendo quel suo pacchetto, che neanche guardavo, e non vedevo davvero l’ora di fumarmi una sigaretta, là al deserto d’asfalto…

E arrivavo là al deserto d’asfalto, là dove decine di volte tornavo dopo essere stato con Alina, dopo tutte le estasi alcoliche, erotiche e musicali di una volta, e avevo la stessa identica sensazione, la stessa sensazione di quando c’era Alina, ma questa volta era per Leida… e non era la poesia, la lingua russa, i diari dei vampiri, no, era la voluttà, l’estasi musicale, l’erotismo, il calore, la vicinanza, l’amore, in una parola, l’amore che mi mancava a farmi sentire così, anche senza storie universitarie, senza altre compagne, senza niente, era solo la voluttà della notte, le estasi alcoliche erotiche e musicali, il senso di aver fatto la cosa giusta con Leida che mi faceva sentire così e aprivo quel pacchetto di sigarette di Leida, quello con le immagini stupide che a volte suggestionano, e mi fumavo quella sigaretta, quella strana Marlboro touch, là, nel deserto d’asfalto, dove tutte le sensazioni ritornavano… e mi fumavo quella sigaretta, e riprendevo la macchina e facevo il giro, dopo aver sistemato le sigarette nel mio portatabacchi rosso, e lanciavo il pacchetto dal finestrino della macchina, facevo il giro della rotonda e lo schiacciavo sull’altro lato della strada e andavo a parcheggiare là al Carrefour, dove piantavo la macchina davanti all’Aumai e mi sdraiavo lì, in macchina senza pensare più a niente, solo pensando a Leida, al pacchetto di sigarette, alle stupide immagini, e l’immagine di Leida vinceva ogni possibile orrore, ogni cosa, ogni pensiero, ogni preghiera, ogni discorso debole e avvizzito, lei vinceva ogni cosa, dopo tre anni, dopo tre anni ancora, e l’estasi alcolica erotica e musicale ancora regnava in me… e mi mettevo lì, a perdermi nella sua immagine, nelle sue parole, nel piacere intenso e non c’era più storia, non c’era più niente, e l’anima era liberata in quell’estasi alcolica erotica e musicale, come non era da tempo…

Per quelli che non sanno come funziona il mondo…

E bastava solo una notte per rendersi definitivamente conto dell’irrealizzabilità di quell’idea nata da educatori e compagnia bella, non esiste nessun centro culturale dove fare il volontario, perché il mondo non funziona così… prima di tutto una laurea ce l’hanno tutti al giorno d’oggi, ed è dagli anni ’60 che il titolo di laurea si è svalutato, con l’università che si faceva di massa, aperta a tutti, pronta a soddisfare tutte le esigenze di quei giovani sognatori che avevano ancora voglia di prolungare il mondo scolastico, una sola laurea al giorno d’oggi non conta niente… e inoltre non me la sento e non me la sentivo, e vivo invece questa liberazione dalla Russia come manna dal cielo, come un’entrata nella terra promessa che mi libera dal faraone che per troppo tempo mi aveva tenuto nelle sue grinfie: il mondo russo… e mi sveglio così, pieno di vita e di libertà, consapevole del fatto che non ci sarà nessuna risposta, che quel progetto non nato neanche da me era solo un castello nell’aria di chi queste cose non le comprende, chi sono io per propormi come volontario, quando ci sono centinaia di studenti e studentesse più bravi e volenterose di me? Perché chiedere di andare in Russia quando non ho neanche i soldi, non ho neanche la voglia di confrontarmi con altri giovani russi e russe, quando già Marina ha affossato ogni mio sogno, una volta e per tutte? Altro che la delusione per Alina, certo, anche questo c’entra, ma non è tutto, la sola idea di ritornare tra libri russi, in quella cultura, in quell’ambiente universitario mi soffoca, e mi ha già fatto rivivere in piccolo gli incubi durati tutta la fine dell’anno scorso, prima della laurea, non vedevo l’ora di liberarmi dalla Russia, da quella tesi, da quel mondo, e me ne sono accorto ieri notte, quando ho rivissuto in piccolo tutti i miei pensieri di allora, guai a ritornare nella mania russa! Altro che iscriversi o prepararsi al dottorato! Chi riuscirebbe a seguire un progetto, un’ipotesi, qualcosa da seguire sette giorni su sette, otto ore al giorno o di più? Sono stufo della Russia, delle idee fisse, e quella gente proprio non vuole capire che ormai con la Russia c’è il disamore, e inutilmente continuano a dirmi: “Segui qualcosa che ti piace, vai in un centro culturale, vai a fare volontariato all’università della terza età, a insegnare cultura russa!”, ma in che mondo vivono?!! Innanzitutto la Russia non mi piace più, la lingua russa la parlo a stento, e oltre le conoscenze degli anni di università di quella cultura non so niente, in Russia non ci sono mai stato, e non ho intenzione di andarci, e chi sarei io per propormi come volontario? Nessuno, o forse solo uno dei tanti ex studenti, e questo la prof lo sa bene, come saprà bene come tanti studenti a volte avranno delle crisi di nostalgia e vorranno ritornare sui propri passi universitari, solo per rendersi conto che quel ritorno al tempo perduto è un errore… e a questo punto non andrò nemmeno a quell’open day, dove in fondo l’unica cosa che propongono, alla fine dei conti, sono solo corsi in lingua russa, corsi di conversazione, che non portano da nessuna parte, ti fanno spendere dei soldi e assomigliano tanto alla scia di coda dell’università, di chi ancora non si è arreso e non si è reso conto che con un po’ di cultura così e una lingua conosciuta scolasticamente non portano comunque da nessuna parte… è finito il fascino del comunismo, il comunismo come la fine dei tempi, il mondo messianico, è finita l’illusione di parlare con una ragazza russa, di avere una storia con lei, di parlare in russo, per questo c’è già stata Alina, e riesumare quelle sensazioni con Marina non è servito a niente, tutto nasceva da un’attrazione erotica sperduta per quella ragazza russa di una volta, Katia, ma questa scia ha ormai fatto il suo corso… e sono così libero, libero dalla Russia, dalle incombenze da studente e da laureato, dalla mania russa, e mi sento finalmente libero di perdermi e ritrovarmi in altre lingue, in altre culture, in altri libri, in altri film, come puro consumo culturale e di intrattenimento, senza dover niente a nessuno, senza dover scrivere saggi o research papers per nessuno, dopo gli anni di studio torno ad essere un semplice consumatore di prodotti culturali, e niente di più che questo… e sono stufo di sentirmi dire che ho finito bene gli studi, che meriterei qualcosa di più, che dovrei far crescere i miei studi e i miei interessi, le mie passioni, no! E’ un po’ come ieri sera quando mi allenavo, puoi essere convinto di star facendo bene ginnastica, di far esercizi difficili, ma rimani comunque rinchiuso in casa tua, convinto di essere chissà chi, quando sei solo una rana che non è mai uscita dal pozzo, che non gli va di confrontarsi con gli altri perché saprebbe che in fine dei conti sei solo una specie di nerd di libri, lingue e film, e sai bene che è tutto solo un modo per passare il tempo, per divertirsi, per svagarsi, e che da queste cose non nasce niente… basta aprire il quotidiano della domenica, l’inserto culturale, per capire quanto è vasto e complesso il mondo, che la tua laurea non vale niente, neanche i tuoi sogni di una volta di scrittorucolo, che non riuscirà mai ad aprire una vera e propria storia, e finirla, perché non ha niente da dire, e tanto meno saprebbe come dire qualcosa, anche se avesse un’idea… e alla fine è tutto politica, anche la letteratura, i film, la cultura, è tutto un ambiente che si muove sotto messaggi ideologici, culturali, politici, e te non hai la voglia, né hai la stoffa di metterti in gioco, servirebbe una mentalità un po’ ottusa, fissata con le proprie idee, convinta di poter dire qualcosa, che ci crede alle proprie illusioni, ma te sai che è tutto un’illusione e il mondo della cultura, così come quello della politica, è solo arte dell’inganno e delle menzogne, a cui troppa gente ancora crede… non mi va più di entusiasmarmi per niente, solo per poi scoprire che era tutto una visione cristallizzata, immobile, che pensava di poter spiegare tutto, mentre era solo uno dei tanti sogni che costellano la mente, una delle tante illusioni, una delle tante fiction dell’anima che non porta da nessuna parte, e dopo l’apocalisse di dicembre-gennaio sono stufo di questi ritorni di fiamma verso le illusioni… cosa rimane? Rimane ancora la voglia di perdersi in consumo culturale, tutto qui, per non far incancrenire la mente, per tenersi aggiornato, ma sono lontano dal proporre qualcosa io stesso, da commentare e criticare gli altri, da conoscere bene le altre cose del mondo, no! Sono libero ora di perdermi dove meglio credo, senza capi, senza obiettivi, senza scopo, così come viene, in pura libertà, senza dover niente a nessuno, senza dover spiegare niente a nessuno, la cultura come puro consumo, tutto qui… e non mi interessa neanche leggere quegli articoli dove dicono che bisogna saper bene le lingue, che ai colloqui di lavoro ti possono tranciare la carriera se le sai male, altri articoli che ti dicono che bisogna scappare dall’Italia, che altrove c’è lavoro, e tutte queste cose, e gli intellettuali, e la cultura e il lavoro, non mi interessa! Lasciatemi fuori dai giochi, che io non ho intenzione di entrarvi, né voi avete intenzione di farmi entrare, lasciatemi così, vivere la mia vita senza di voi, senza macchiarmi di giochi di potere e di influenze, di visioni culturali, di servire altri parlando altre lingue, di conoscere il mondo, di studiarlo come vorreste voi, no! Non fa per me, mi tolgo dai giochi così come voi mi avete tolto dai giochi, non mi va di servire nessuno, non mi va più di credere alle vostre narrazioni, che si deve lavorare, fare un lavoretto saltuario e seguire le proprie passioni, i propri interessi, qui è passata l’apocalisse, dove altre volte era già passata, e nessuna idea può portarmi via, ormai non credo più a niente, non credo più ai vostri discorsi, non ci credo più, e sono stufo anche di sentire gente che a certi discorsi ci crede, e vorrebbe consigliarti di finire nel mondo delle illusioni, il mondo non funziona così, nessuno ha bisogno di volontari, io non ho bisogno di loro, la laurea non vale niente, le lingue non le so bene perché in fondo non le ho mai volute parlare, il mio rimane solo una questione estetica e di piacere, di svago: leggere in altre lingue, stop… non cercate di ingannarmi ancora, di ingannarvi anche voi, avevo già intuito come andava il mondo, e quella mail di ieri è solo servita a confermare le mie intuizioni, e sarò solo contento di dire ad educatori e gente varia che loro si sbagliavano e avevo ragione io: le tue passioni non valgono niente, la gente te le soffoco, e anche se sapessi qualcosa tutto questo è solo una goccia nell’oceano, e non c’è via d’uscita, se non la via della libertà, di liberarsi da quei vecchi sogni, da quelle vecchie passioni, e se ne esce solo dopo un’apocalisse dell’anima, dove finalmente ti risvegli al mondo, come un illuminato, e ti rendi conto della falsità del tutto, dei tuoi sogni, di ogni mondo che ti eri creato e nel quale vivevi, dell’inconsistenza delle tue passioni e dei tuoi interessi, e non c’è discorso che possa salvare, anche quelli sinuosi e suadenti di chi ti sprona ancora a credere in te stesso, nei tuoi studi, quando non c’è assolutamente niente da fare… sì, l’università è stata un bel periodo di inganni ed illusioni, un nutrimento infinito di sogni, che sono crollati su se stessi di fronte alla realtà del mondo, e questo l’hai capito nei tuoi viaggi infernali, nel mondo dei morti, nel nero della depressione, che però alla fine ti ha risvegliato e ti ha fatto comprendere quel mondo che hai sempre detestato, e che continui a detestare, per studiare servono soldi, convinzione, una qualche specie di mania e idea fissa, ci vuole ambizione, così come nel mondo del lavoro, bisogna saper proporsi, sapersi vendere, avere la faccia tosta, entrare nei meccanismi del mondo che hai sempre rifiutato, e tutto questo non fa per te… e allora me ne frego, continuerò a vivere così come viene, finché si potrà, lavorando ogni tanto con mio padre, con Marco, l’ultima spiaggia, il mondo vero, quello dei più, dei reietti, degli sconfitti, di chi non ha la faccia tosta come in quel mondo di intellettuali, studiosi, mezzi politicanti, professori, è un mondo che non fa per me, un mondo che vende sogni e illusioni, che non ti permette di passare dalla loro parte anche quando vorresti, non sono organizzazioni di beneficenza, e lì le logiche di mercato più le logiche politiche escludono tanta gente, e ti fanno vedere come va il mondo, non stiamo qui a prenderci in giro, per favore, il mondo non va così come pensano quegli educatori e gente varia, e avevo solo bisogno di una conferma, una conferma che arriverà proprio perché non ci sarà risposta, alla fine avevo ragione io, e sarò contento di dirglielo, a quella gente lì, che si sbagliava, su di me e sul mondo, e che l’unica via non è neanche chissà quale regolamentazione del lavoro, del mio lavoro, delle mie occupazioni, scappare chissà dove, far fruttare la laurea, no, l’unica via è la libertà da quel mondo che mi sono lasciato alle spalle, libero di perdermi nel consumo culturale, senza aspettative ed obiettivi, con la cultura non si campa, dicevano, è vero, ma almeno serve ad orientarti nella vita, e non mi interessa di lavoro regolamentato, paesi stranieri dove fuggire, lingue da parlare, crediti pensionistici, aspirazioni accademiche, no, lasciatemi vivere libero, e non intralciatemi più con le vostre visioni che non sanno come funziona il mondo…

NO! IO NON VOGLIO!

Vaffanculo! Chi me l’ha fatto fare di ricontattare la relatrice della tesi di russo per sapere di collaborazioni, viaggi in Russia, dottorati, vaffanculo! Lei, la Russia e tutta quella gente che mi dice di ridarmi alle “mie passioni”, ai “miei interessi”… da un anno ormai, e forse di più, la Russia non mi dice più niente, e non ne posso più, così come non ne potevo più già un anno fa, e non so come non siano riusciti ad accorgersi di questo mio odio viscerale per questo paese, nonostante Alina, nonostante Marina, nonostante la tesi, nonostante oggi mi mettessi a leggere il romanzo di Pelevin in russo… vaffanculo! Quando mai ho mandato quella mail alla prof, che spero proprio non risponderà, così come è giusto, cosa diavolo vuole uno studente mezzo rincoglionito? Che si cerchi la sua strada, con o senza Russia, la nostra non è un’organizzazione di beneficenza o un’associazione che aiuta i malati di mente, che quello studente si faccia i fatti suoi, e sarà meglio appunto che neanche mi rispondano… sono stufo, stufo di essere tirato di qua e di là dai consigli altrui, dalle parole altrui, che mi mandano sempre fuori pista, stavo così bene nelle mie letture di puro piacere, nella mia ricerca senza scopo di lettere e storie, e ora ci mancava solo questa, che mi mettessi a ricontattare i prof di una volta, come per rievocare un passato che non c’è più, che era bello solo finché c’era Alina, finché c’era Eugenia, ma poi, dopo anche il ricordo sbiadito di Katia, non c’era assolutamente più niente… ed è giusto così, forse, mandare questa mail per farla finita una volta per tutte… mi ha scaricato Leida, mi ha scaricato Marina, mi hanno scaricato quelli del centro diurno e del cps, mi ha scaricato la barista marocchina, mi ha scaricato Rudina, e mi ha scaricato a prima vista Manuela, e non ci sono parole che mi possono confortare, neanche quelle del CD e del Cps, che mi dicono di seguire le mie passioni, quali passioni?!! Quali passioni?!! Se tutte le passioni di una volta sono morte, sono morte così come è morto il mio vecchio blog, tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo, rivedendo Alina, dopo un anno, e capendo che tutto era un’illusione, i miei studi, le mie passioni, e ci mancava questa gente che si introducesse nella mia anima intima per farmi perdere la strada, e ora sto più male di prima, altro che gente che deve aiutare e curare! IO NON VOGLIO! NON VOGLIO ritornare a occuparmi di Russia, a scervellarmi per parlare in inglese e in russo, IO NON VOGLIO! Non vedevo l’ora che finisse l’università e finalmente è finita e ora cosa mi consigliano? Ritornare tra le grinfie di chi mi aveva affossato l’anima con quegli studi?!! Non se ne parla proprio! Sono stufo anche di questo mio stato d’animo, tra il depressivo e il frustrato, e magari fossi depresso! Potrei dormire tutto il giorno, senza fare niente, ciondolarmi nei miei pensieri suicidiari, e mandare a quel paese il mondo intero, e togliermi dalla vita una volta per tutte, dalle sue preoccupazioni e dai suoi inganni, e invece eccomi qui, ad aspettare una qualche mail, una qualche visita a qualche open day di lingua russa, qualche chiacchiera a chissà quale centro per farmi dire che l’unica cosa che dovrei fare è andare in Russia a mie spese e continuare a studiare, con quali soldi? E perché poi la Russia quando tutto era nato da quella ragazza, Katia, che di danni all’anima ne ha già fatti troppi, così come Alina e Leida, e non rimane più niente, non rimane più niente, IO NON VOGLIO parlare le lingue, non voglio più occuparmi di cultura e storia e lingue, IO NON VOGLIO!!! E chi mi consiglia che cosa?!! Che cosa?!! Ritornare all’inferno?!! Che ci vadano loro in Russia! Che vadano loro a fare i volontari non pagati per qualche centro culturale! Mi ero acquistato la libertà con la fine dell’università e dovrei forse tornare in prigionia? Come gli ebrei fuori dal deserto che rimpiangevano la schiavitù? Non scherziamo! Non scherziamo! E’ già bastata questa mail a farmi capire tutto, questa mail che non avrà risposta, così come non ci sarà nessuna mia partecipazione all’open day di quell’associazione, non ci sarà perché la strada per la Russia, nella mia anima, è sbarrata per sempre! Dopo l’inferno di dicembre dell’anno scorso, dopo la fine, che già questa mattina nei miei incubi vedevo di cose da imparare a memoria, parti e fogli come un esame universitario, da imparare a memoria e recitare! Incubo! Incubo! Incubo! Non se ne parla proprio di tornare all’inferno! Non se ne parla proprio! IO NON VOGLIO! Lasciatemi vivere così, la mia vita, senza intromettervi, voi e i vostri consigli per quelle ragazze, voi che vi immaginate passioni che non sono mie, nonostante l’apparenza e gli studi, io con la Russia ho chiuso! Una volta e per tutte, e così con le lingue! Rimane solo la voglia di leggere un libro in lingua, vedere un film in lingua, una volta ogni tanto, per pura distrazione e divertimento, ma non chiedetemi di lavorare o fare il volontario in queste cose, non fa per me, e non è da me che nasce questo desiderio, impostomi da altri! IO NON VOGLIO! E la giornata va ormai avanti così, con questa pioggia che forse mi toglierà la voglia di fare la mia camminata serale, questi libri che sono diventati pesanti e illeggibili, questa musica che non mi dice più niente, Leida che oramai non mi eccita più e non mi dice più niente, tutti mi hanno scaricato, e forse è quello che volevo, sotto sotto, essere libero, perché IO NON VOGLIO più avere a che fare con quel mondo che mi sono lasciato alle spalle, e non saranno discorsi altrui, di chi non mi capisce, a rispedirmi all’inferno! NO! IO NON VOGLIO!

E tutto mi sembra un miraggio… 

Caos sonnolento in testa, sognare di un incontro tra i grandi capi del mondo, là dove c’era Putin e il Sultano d’Arabia Saudita, io e un’altra decina di ragazzi e ragazze che sentivamo le sure del Corano, e poi ci dicevano di pregare, a noi occidentali, e io che cadevo come in uno stato di trance, e pregavo, con le lacrime agli occhi, come diceva quella sura, che quando si ascolta il Corano si piange e si cade supini a terra, io che mi risvegliavo dalla preghiera, e ci dovevano premiare, a noi occidentali per aver pregato, e andavamo a ricevere una specie di certificato dalle mani di Putin, che se ne stava seduto sulla sua scrivania, insieme ad un’altra decina di capi di governo, e quando mi avvicinavo a lui mi chiedeva: “Как молиться? Умееть молиться это лучше…”, e me ne andavo, assorto nei miei pensieri, dopo che ricevevo il diploma, neanche fosse una cerimonia di laurea, o una qualche premiazione per un certificato in lingua russa…

E mi svegliavo, con il mal di testa, i pensieri confusi, senza sapere cosa fare questa mattina, dopo che il consiglio del dottore di “andare in Russia” mi ha gettato nel caos, dopo che mio padre ha detto che non potrei neanche lavorare da loro, per via di questioni burocratiche, e avevo tutta la mattina e la giornata libera, come tutta questa settimana, del resto, e non sapevo che fare, se ascoltare Putin o seguire lo sguardo del Sultano, che ci diceva di pregare, che sarebbe servito, mentre Putin sembrava sottointendere che è meglio lasciare perdere, non sapere più a che santo rivolgersi, a quale religione più o meno apocalittica, e prendere i soldi e andare al bar, per bersi un caffè, per comprare le sigarette, come ogni mattina, là al bancone Miryam, che parlava con altri clienti, che salutava, ma io ero troppo perso in me per dirle di come in università certi amici cercavano di imparare l’arabo, ma non trovavano mai persone che parlassero l’arabo che loro studiavano in università, lasciavo perdere questo discorso, ero troppo assonnato… e anche il caffè non bastava, anche tornare a casa e cercare di immergersi nella preghiera, per trovare risposta a cosa poter fare quest’oggi, tradurre articoli dal russo, continuare ad aspettare il sabato e la domenica di settimana prossima, per andare all’associazione culturale russa italiana, per sentire i loro discorsi, per capire se iscrivermi o no a qualche corso, per capire o no se propormi come un volontario, o lì, o al centro russo, e ricordarsi di come la voce di Miryam quasi cantava a dire: “Lei è là?”, Leila, come la notte, come il sogno della notte, dove rivedevo Leida, così come la rivedevo ieri sera, senza fermarmi, la sua bellezza sfiorita, e i sogni di Alina in un qualche luogo medievale, come un castello sotterraneo, un castello di vampiri, e il sogno della notte che mi portava via, come infinita poesia… e svegliarsi così, con le idee tutte confuse, che ancora adesso non capisco cosa devo fare, far finta di aiutare mio padre e Marco, no, non posso, andare al centro diurno, tradurre articoli, continuare a leggere Pelevin, Follett, guardare le notizie russe, darsi ad altre letture, continuare con quel progetto di traduzione di articoli, cercare il coraggio e la fiducia di propormi come volontario all’associazione culturale, la fiducia che non ho… “Dovrebbe spostare la fiducia dal mondo esterno al mondo interno…”, quale fiducia? In me stesso? Sono solo un ex studente di russo e inglese, niente di più, senza grande conoscenza, che non può aiutare in niente, che non ha voglia di servire e di proporsi in niente, e anche leggere e tradurre in russo mi sembra tempo perso, a che pro? Con la prospettiva di fantasmi? Non aver voglia di lavorare, di leggere, tradurre, studiare, essere sempre più immerso nei propri fantasmi, nelle proprie idee e parole, che girano in testa come l’infinito dei pensieri e delle immagini, senza alcun senso… non riuscire più a trovare l’ispirazione, non riuscire più a trovare un qualcosa di preciso, un obiettivo, e quasi arrendersi alla propria follia, al proprio non senso, e andare al centro diurno per stare vicino ai miei simili: i malati di mente…

Non riesco a svegliarmi, ecco il tutto, non riuscire a capire cosa posso fare, le educatrici che non vogliono più parlare con me, catena di rifiuti, non avere più nessuno con cui parlare, per orientarmi, il rifiuto di mio padre di farmi lavorare, il rifiuto delle educatrici di chiarirmi la via, il rifiuto che sarà di qualsiasi centro culturale di prendermi come volontario, la sorte di fare ancora lo studente ab aeterno, solo leggere e studiare, niente di più, nessuno sbocco lavorativo, nessuna prospettiva, la voglia di quelle ragazze che non c’è più, e la confusione in testa, la scia di fantasmi e parole senza senso, il sonno della ragione, i film di Alien che mi sembrano una metamorfosi kafkiana di me stesso, io contagiato da qualche mostro senza riuscire a trovare via d’uscita, il non senso…

Situazione difficile, difficile capire cosa fare e cosa voler fare, cosa poter fare, come organizzare la giornata, tutto lasciato al caso dei miei pensieri, del caos in me, dei miei sogni, di dove va lo spirito, senza meta, che vaga nell’infinito dei pensieri, da perdersi e da perdere la testa, altro che andare in Russia, rivedere i sogni e il viaggio della mente di quei mesi depressivi nei mesi della laurea, superare quei fantasmi, non superare ancora il ricordo di Katia, Alina e Marina, anche se non hanno senso, in me, queste ragazze, cercare di capire il telegiornale russo, non essere più motivato, neanche a parlare, neanche a leggere libri e notizie, non c’è più niente che mi piace, che mi ispiri, non saper dove sbattere la testa e trovare nella lingua tedesca un barlume di Anti-Russia per non cader preda dei miei fantasmi impazziti, cercare di risvegliare la razionalità, là dove non c’è più razionalità, ma solo caos e pensieri e fantasmi infiniti…

Cosa fare? Cosa poter fare? Dove sbattere la testa? Come non impazzire? Come svegliarsi una buona volta per tutte? La lingua russa che assonna la mente, gorgoglio di voci e parole senza senso, altro che andare in Russia e proporsi come volontario, non me la sento, non mi va, sarà già tanto se andrò a quell’open day, per cercare di capire, di orientarmi, là dove l’orientamento non c’è più, i curriculum mandati che non trovano risposta, i lavori possibili come cameriere, receptionist, porter, lavapiatti, qui e altrove, che non mi interessano, le aspirazioni culturali che non mi allettano più, il sonno della ragione, la perdita di se stessi, che dormire per sempre mi sembrerebbe la soluzione più giusta, là dove la razionalità e la chiarezza non ci sono più, cosa fare di quest’oggi, di questa vita, di questa laurea, di questi studi? Nessuno che mi aiuta, nessuno che può indirizzarmi veramente verso qualcosa, e non struggersi neanche più, non tormentarsi, ma gettare la spugna e lasciare tutto al caso, a quell’incontro all’open day, o al centro di lingua russa, miraggi, miraggi, miraggi… nessuno ha bisogno di me, non valgo niente, sono solo un ex studente, come tanti, niente di più, neanche troppo bravo e neanche troppo invogliato a parlare in lingua, non le ho mai parlate, in effetti, e non mi va di parlarle, altro che cultura, non so niente, basta aprire il quotidiano della domenica per capire che la mia conoscenza è una goccia nel mare, sentirsi rimpicciolito, una nullità, niente, nessuno, senza arte né parte, senza interessi, senza prospettive, senza ambizioni, il dottore mi diceva che non è vero che la gente soffoca le tue passioni, eppure le sento soffocare, e tutto mi sembra un miraggio… 

Ultima visione

Noi due al parapetto del pozzo
troviamo che è molto profondo
si getta la pietra e quel che odo
è il tuo sguardo, che è il mio mondo

Fernando Pessoa

Versi che sapevano di inondate giornate
di nero nulla
quei giorni sul finire dell’avventura
quei mesi oscuri
che le scritte di dieci anni
hanno cancellato
trovare nei versi
il fiume dei miei pensieri
che non avevano il coraggio di essere scritti
nell’Averno mai vissuto prima
di uscire dalle tenebre
era nel profondo nulla che vagavo
come un’anima sperduta
là dove non c’erano luoghi
se non il carcere di un’abitazione
e una mansarda che sembrava poter
spostare
l’anima verso altri luoghi
e un giardino
dove quel ragazzino autistico giocava
e la madre e il suo compagno
si davano da fare per guadagnare il pane
e la fiducia
mesi oscuri di intromissioni estranee
ed esterne
che disturbavano il quieto e sublimato ricordo
di una Russia non veramente mai esistita
se non nella fantasia smodata della mia anima
giorni terribili
ore oscure
che si ricucivano in quelle parole scritte
che sembravano uscite dall’abisso
e nel ricordo di quei giorni funesti
come questi
ricordare ancora lei
che dagli anfratti dei ricordi ancora mi infestava
con le onomatopee dell’anima
che sembravano colpi di martello
su un metallo sordo e annerito
cascava l’anima
come alla vista di sacre icone
nei mesi passati
e una lacrima quasi scendeva all’unico ricordo di lei
e del suo sguardo
che poneva fine al mondo
e ogni girovagare dell’anima
solo lei nei ricordi e la sua voce
e quell’amore che non corrisposto
distribuiva all’anima
ogni impensabile delirio
tra gli abissi e le vette
e mille coabitanti personalità
dentro di me
come un teatro di personaggi
inventati e da vivere
solo per perdere l’identità
si rarefacevano mille pensieri e mille maschere
solo per trovare me stesso in lei
e quel suo consiglio
di non tenere tutto dentro
e rimanere chiuso in un me stesso
che sapeva di nulla e negava ogni immagine e persona e cosa
del mondo
aprirsi agli altri e al mondo
dopo la caduta abissale
che mi faceva sfracellare a terra l’anima
solo per trovare
altro nulla
meglio non amare
non legarsi
non essere coinvolti
ma come non rimanere coinvolti
quando la sua voce era ed è l’unica guida?
Lei che colorava d’oro
il grigio pomeriggio di pioggia cadente
come solo settembre finalmente
sa ridare
quel suo sguardo
il mio mondo
occhi tristi e sguardo che si frantuma al suolo
sguardo opaco e cristallino
di chi troppe lacrime ha versato
eppure il suo sorriso
inutile sorriso
all’evocar canzoni che dell’amore
ancora ne fanno respiro
c’erano gli ultimi tre anni
in quei versi
e in quei ricordi
che ancora una volta il mondo là finiva
dove iniziava il ricordo omniavvolgente
di lei
e ancora una volta mi arrendo
al dramma della mia anima
là dove l’amore
ha fatto
naufragio
verso quei mari che avrei voluto salpare
alla ricerca di quali inusitati e lontani porti
che invece ogni volta
portano a lei
senza che ci sia un luogo preciso
se non quel porto delle sirene
dal quale mille volte ho salpato
solo per naufragare di nuovo e di nuovo
al loro canto
ogni volta una sirena diversa
ma questa volta è lei che avvolge tutto
e non c’è più spazio nell’anima per altro
che sembra tutto superfluo
anche l’aver esposto me stesso
con l’ultima delle maschere create
per cercare di dare una parvenza di senso al mondo
lo stare in mezzo agli altri
per non impazzire nel morso
di quelle parole e pensieri
che si avvoltolano e ruotano su di sé
solo per poi inabissarsi
in cantilene e musiche
sempre uguali
che sfiorano il delirio
rimane il suo sguardo e il timbro incantato
della sua voce
non mi rimangono altri versi da leggere
che solo dieci anni fa
mai avrei inteso e intuito
è la storia del crescere
inabissarsi di versi
una volta esoterici
ora fin troppo tristemente e abissalmente evidenti
come delle scritte
rubate all’Averno
nel nero di quelle mura che tutto oscuravano
delle lettere bianche dal mondo dei morti
unica luce fatta di parole arcane
che erano rimaste incise in me
solo per riaffiorare
nell’immagine del suo volto e del suo sguardo
amanti avvolti dalla notte
e dalla luna senza parole
vissuti e nati e morti e rinati
dall’abisso
una cortina nera
ci separa
dal resto del mondo degli amanti
dottrina oscura
di amori sognati e mai visti
solo provati
nelle tenebre della notte
ai margini di vie
si sconquassano tutte le categorie
e rimane l’afflato che toglie il concetto
si inabissa l’abisso
e si scolora il tempo
e il senso
e ogni significato
sa di afflato delle immagini e delle parole di lei
del suo destino
che non posso disegnare
solo con un viaggio
che vorrei fare
se non avessi paura di partire
per non essere più come quando si voleva restare
ignota è ora la destinazione
ed è già tanto aver trovato
il porto di partenza
che è arrivo
e come centro di un mandala
disegnato dall’architetto arciere dell’anima
che ha scoccato frecce d’amore nere
solo per rinascere nel rosso
di ogni passione
sanguinante
dolore e voluttà
e grigio dell’anima
si rimane invischiati in questo sentire
con l’immagine e il timbro di lei
e del suo sguardo ne faccio
ultima visione