Questa scura pesantezza…

“Non mi ricordo come lo vuoi, normale o lungo?” “Cosa?” rispondevo senza aver capito bene cosa sussurrava la barista, Bruna, quella più grande di qualche anno, sempre vestita di nero, “Il caffè…”, “Non lo so, è uguale…” “Ah, come viene…” rispondeva mezza sorridente lei, e dopo qualche secondo mi porgeva la tazzina sul bancone del bar… non avevo voglia di scrivere, di rimettere assieme i pensieri, dopo che ieri mi guardavo l’ultimo film di Cristian Mungiu: “Baccalauéreat”… film romeno dove solo in Romania la gente può parlare così, che sembra che strascichi le parole, che sia troppo stanca per parlare, tutti mezzi spenti, che quando parlano sembra che piangono, come diceva un’amica ucraina una volta… film che dipingeva i mille difetti degli uomini, delle donne, delle ragazzine, con quel padre troppo preoccupato per la maturità della figlia, pronto a spedirla in un’università inglese pur di farla scappare dal nulla rappresentato dalla Romania, dalla mancanza di prospettive… la figlia che il giorno prima della prima giornata di esami viene assaltata da uno che cerca di stuprarla, ma non ce la fa, il che non lascia la giovanissima priva di emozioni negative, a dover combattere lo shock… il padre che ha una relazione segreta con una trent’enne, già con un figlio di sei o sette anni, divorziata, la moglie di lui che ormai non partecipa più attivamente alla relazione, che si preoccupa solo della figlia, lavora stanca in una biblioteca e continua a fumare sigarette… la polizia corrotta che suggerisce al padre Aldea in questione di truccare gli esami della figlia rivolgendosi a persone di dubbia reputazione, e cominciano i guai… la figlia che non vuole truccare gli esami, lei che ad un certo punto vorrebbe anche non andarsene in Inghilterra, ma rimanere in Romania, vicina al suo ragazzo Marius, il quale il giorno dell’aggressione passava proprio di lì, davanti a lei, vedeva ciò che stava per succedere ma tirava avanti, senza neanche completare la chiamata alla polizia… un mondo dove ognuno pensa per sé, un mondo senza prospettive, l’inganno degli anni ’90, dove Aldea e la moglie tornavano al proprio paese convinti di poter cambiare le cose, di poter ripartire dopo la caduta del comunismo, e invece le solite magagne, la solita corruzione, la solita povertà e disonestà, e nessuno più che pensa agli altri un minimo, un mondo di puro individualismo, in un paese povero senza risorse… tutta la raffigurazione di una Romania di quella gente che cerca di sopravvivere lavorando onestamente, Aldea, dottore, ma di certo non upper class, visto l’appartamento lugubre in un quartiere da niente dove vive, storie di giovani che vendono macchine rubate dalla Germania, lo stupratore che non viene preso, la polizia che più di tanto non può fare, se non scoprire ad un certo punto i contatti malati di Aldea, che viene anche indagato… un film che dipinge quel mondo depresso romeno che vedevo ormai una quindicina di anni fa, forse di più, dove davvero non c’è niente, non c’è una borghesia che dia l’esempio, non ci sono risorse economiche, ognuno cerca di andare via da lì, c’è diffidenza, e si sogna solo l’Occidente, come anche si vedeva bene in uno dei primi film di Cristian Mungiu: “Occident”, appunto… le critiche sparse anche alla chiesa, ai pope, che più che superstizioni e gente a cui fare ultimo appello non sembrano essere, come veniva ampiamente descritto in “Dupa dealuri”, penultimo film di Mungiu… sì, non c’era davvero niente, non una nota di solarità, di vivacità, di positività nel film, forse solo nell’ultima scena, dove la ragazzina alla fine chiede al padre di farle una foto insieme ai suoi compagni, il giorno della premiazione della maturità, a scuola, il suo sorriso, il sorriso di questa adolescente che si avvia all’età adulta, e dove in tre quattro giorni di esami ha visto tutto quello che può essere la vita adulta, la fine dell’età dell’innocenza, il padre con una relazione segreta, il matrimonio che si sgretola, l’indifferenza per la nonna che sta morendo di una malattia al cuore, lei che consigliava di farla stare lì la nipote che tanto in Romania si cambierà quello che si può cambiare, poco alla volta, senza farsi prendere dalla smania di arrivare, di arrivare in Inghilterra, là dove la figlia non vuole più andare, un mondo fatto di individualismo e dell’ognuno pensa per sé, l’egoismo dell’amante trentenne che vuole saldare quella storia segreta, quella trentenne che ormai ha in mente solo il figlioletto, e questo padre che si preoccupa troppo, fa di tutto per cambiare le cose, ma alla fine sembra solo commettere errori, incapace davvero di dare un corso alle cose, se non in peggio, se non capendo che alla fine è davvero difficile far cambiare il mondo e le cose attorno a te…

Film che mi rimaneva così, in testa, pensando alla Romania, all’ultima ragazza, a quel mondo senza prospettive, a come anche lei avrà deciso di venire qui, come anche una volta avrà potuto decidere Alina, lei con una figlia in Ucraina, qui a vendersi, che tanto là non c’è davvero niente, non c’è lavoro, non ci sono prospettive, gli uomini si ubriacano e delinquono, ognuno pensa a scappare, ad andare via, perché non c’è niente, come anche vedevo quindici anni fa o di più, là a Iasi, in Romania, con quella donna, Oana, che pur di venire qui sposava forse un po’ di comodo un italiano, per sistemarsi, avere la nazionalità, e ricominciare qualcosa che là proprio non si può avere… ah, queste donne dell’Est, questo mondo dell’Est, che è a volte davvero la mia ispirazione infinita, e non mi sembrava neanche di camminare per le vie della mia periferia italiana ieri sera, se non fosse stato per le persone piene di sorriso, ancora, che mi circondavano, quella gente che portava a spasso le nipotine, che giocavano, andavano sui roller blade, un giovane marito e una moglie con figlio che giravano anche loro attorno al cimitero, lui correndo, lei e il figlio in bicicletta, per qualche motivo di salute forse, o forse solo per benessere, una foto di una giovane famiglia come tante, e le macchine che passavano, belle macchine, di chi forse ha un lavoro decente, il lavoro che in confronto alla Romania qua ce n’è, visto anche i tanti romeni e romene che vengono qui a lavorare, una parvenza, una speranza di futuro, dopotutto non siamo in Romania, e anche le voci, le parole italiane erano più vive, meno spente, meno sussurrate, che non quelle del film, e di molti romeni o romene che ogni tanto sento parlare qua attorno…

Me ne andavo a dormire così, senza pensarci troppo, senza esagerare con il computer e la sua roba, quella serie televisiva che ricominciavo a guardare in inglese, “The vampire diaries”, che non mi faceva più sprofondare nel ricordo nero di Alina, serie che riuscivo a guardare, in inglese, anche dopo quel colloquio andato male, io che se adesso penso al lavoro non saprei da che parte voltarmi, con quell’agenzia che mi aveva chiamato, ma poi non si è fatta più risentire, anche se diceva che avrebbe richiamato, io che non rispondevo per noncuranza… e quella sera dove dovevo darmi al bere per vincere la prigione che mi sembrava di sentire, sempre la stessa casa, la stessa gente, quei lavori da meccanici, di mio padre, di Marco, del vicino, quell’alcol che bevevo forzatamente, mentre mi tornavano alla mente tutti i deliri antialcolici, dai musulmani che passavano, ai Bahaì dentro di me, agli avventisti come Eugenia, l’altra ragazza romena a cui pensavo in questi giorni, lei ormai sperduta in Malesia, in un “health center”, quell’alcol che proprio non mi andava giù, mentre ieri scoprivo che Romania, Ucraina e Russia sono tra i primi paesi più alcolizzati del mondo, l’alcol, la droga dei poveri, dei poveracci, quelli che bevono per disperazione, come anche una volta a me succedeva, e che dicono che bevono sia per disperazione, ma anche per fare festa, non si sa, l’alcol che provoca liti famigliari, percosse, violenza, come anche da me una volta succedeva, con mio padre, l’alcol, la Romania, il lavoro…

E non pensavo più di tanto al lavoro quest’oggi, mi bastava stare così, a casa, a leggere qualche articolo in tedesco, dopo che Marina mi si rifiutava l’ultima volta, domenica scorsa, rifiutava di uscire, e avevo quasi la voglia di sentirla, ma non mi posso far sentire sempre io, pensavo, lasciamo perdere, lasciamola perdere, e leggevo svogliatamente in tedesco, senza neanche capirci troppo, e magari mi sarebbe piaciuto passare al russo, a quel libro sulla Russofobia, di Guy de Mettan, in russo, ma lasciavo tutto al risveglio dopo pranzo…

E mi stavo per addormentare, stavo per finire nel mondo dei sogni, nel silenzio, senza musica, quando sentivo suonare il cellulare, chi era, mi chiedevo, qualche agenzia che sta per chiamare? Non avrei neanche voglia di rispondere, ma rispondevo, ed era Marina… come va, come non va, lei che era stata all’opera sabato scorso, lei e la Bohème, le lunghe pause di mezz’ora tra gli atti, lei che andrà a vedere il balletto di “Sogno di una notte di mezza estate”, domani, e poi lunedì per quattro giorni al mare, a Rimini, con una sua amica… niente, non vediamoci questo fine settimana, le dicevo, visto che lunedì devi partire, e poi lei che mi diceva di una fantomatica spiaggia sul lago di Como, mi diceva anche il nome, ma mi dimenticavo, io che le proponevo di andare in gita a Mantova, un giorno di questi, più avanti, quando ci sarà meno caldo, io che non speravo neanche più di sentirla lei, ormai quasi dimenticata, lei e le nostre parole in italiano, quel russo che si sta per dimenticare, quel lavoro di call center in doppia lingua, inglese e russo, al quale anche lei faceva domanda, il lavoro, quello che lei mi diceva che ho con mio padre, almeno, che ho una casa, che sono al mio paese, che qualcosa troverò, il mio silenzio infinito e la mia preoccupazione senza sosta sul futuro, visione nera, mi preoccupo troppo, per ora ho questo lavoro, poi non si sa, non ti preoccupare mi diceva, ma non ci credevo più di tanto, quando la nerezza ti invade… e la salutavo, ci si sentirà più avanti, chissà, settimana prossima, non si sa, e me ne tornavo in casa, a dormire, dopo essermi fumato una sigaretta di troppo, e mi abbandonavo al sonno pesante e all’aria condizionata, al silenzio, all’assenza di musica, all’assenza di rumori dell’officina, di macchine, furgoni e altro, e mi tuffavo nel mondo onirico…

E là vedevo una Russia immaginaria, grigia, dai territori sconfinati, dai palazzi e gli appartamenti tutti uguali, khrushovki, non tanto differentemente dal film di ieri sulla Romania, un territorio della provincia russa inoltrata, la depressione, la mancanza di soldi, di lavoro, e mi sembrava di essere nel 2018, anno dei mondiali di calcio in Russia, ma io non ero là per il calcio, e neanche per il lavoro, ero forse là insieme a Marina per le vie della periferia, a non so che fare, e sentivo tutto il mondo diventare più pesante, più lento, tutte le sensazioni inoltrarsi nel nero, come prima di addormentarmi, con la consapevolezza che Marina si era fatta sentire, mi aveva chiamato, e non sapevo più a che cosa pensare, se questa storia andrà avanti, come andrà avanti, cosa c’è tra noi due, e tutto si appesantiva, rallentava, diventava più profondo, andava a scavare un abisso dove non ci sono parole, e mi sembrava di dormire di un sonno senza fine, profondo, che sfiora la morte, il futuro e la morte, la fine del lavoro, che non so se ci sarà, la mancanza di soldi, la mancanza di prospettive, di poter cambiare davvero la vita, il mondo qua attorno, l’assenza di carriera, lo stress per altri lavori che non voglio più provare, e allo stesso tempo neanche la depressione del lavoro con mio padre e Marco, e non so cosa sentivo, non so cosa sento, so solo che quel sonno era dei più pesanti mai sentiti, dopo la chiamata di Marina, e nel sogno compariva forse solo una luce, dopo che il paesaggio di Mantova, città da cui proviene mio padre, si mischiava alla Russia del sogno, di Marina, e nel sogno la sala si riempiva di quella luce bianca, diafana, dalla porta da dove entrava mio padre, mentre io ero lì, in piedi, ad aspettare non so cosa, forse un’altra chiamata di Marina, nel sogno, portarla là, nella città mitica dei miei famigliari paterni, Mantova, e riscrivere la storia di quell’affetto con lei, con Marina, una ragazza russa, e mischiare il dialetto dei miei con la lingua di lei, giocare all’affetto del padre, del futuro, del lavoro, con il futuro di una vita legata alla Russia, o se non una vita, attimi del futuro, e tutto si mischiava, in quel nero, la Romania, quei giorni in Romania insieme a mio padre, io, da ragazzino, senza mia madre, il sogno delle ragazze dell’Est, la povertà, la miseria, il futuro che manca, il lavoro, le relazioni con le ragazze, quella chiesa ortodossa, la morte, il futuro, le relazioni, il lavoro, la morte, i sogni, la pesantezza, i mondi onirici, là dove non bastano più le parole, e il risveglio dal sogno, la pesantezza, mio padre che ancora pranzava in cucina, io che cercavo il secondo caffè della giornata, in ufficio, il lavoro che oggi non c’era, Marco che era via, i soldi che bastavano per la spesa, i soldi di domani forse da mettere da parte, a questo punto, per uscire un giorno con Marina, il risveglio e la carica erotica che sta per tornare, ma più di tanto non mi interessa, un desiderio erotico romeno, o non si sa, un altro caffè, un’altra sigaretta, dei sogni profondi, la pesantezza, l’assenza di sogni ad occhi aperti, la pesantezza, un caffè e un’altra sigaretta, non mi va di scrivere e di pensarci più, non preoccupiamoci troppo, per ora ho un lavoro, una casa, vivo nel mio paese, non preoccupiamoci troppo, come diceva Marina, questa scura pesantezza…

E rimane solo la notte…

Non c’è niente da decidere
tanto con quella ragazza
non è legato affettivamente
forse da parte mia
forse mi sono affezionato
Leida
quando mi mandava fuori di testa
e Marina
lasci libera la porta
verso quelle
è comune
e poi deciderà se con quella ragazza
continuare
oppure lasciarla lì
o restare amici
condividere momenti
non c’è niente da decidere
e sentirsi libero
libero come le nuvole della notte
che si fondono con il dorato
del chiaro di luna
immergersi in quelle sensazioni notturne
in quella voluttà
non fatemi sentire voci umane
di quei tre amici
che si insediavano
nel deserto d’asfalto
nella via chiusa
che apriva le porte della percezione
Olimpia era dimenticata
di lei rimaneva solo
la sua nazionalità
quella Romania
dove ogni volta
finisce il mondo
nell’estasi di piacere
e antichi simboli e schemi
saltavano
nella pura voluttà della notte
e anche di Marina
non mi interessava più niente
là dove non c’è desiderio erotico
è inutile continuare
diventa una tortura
una forzatura
una messa in scena
che forse anche lei ha capito troppo bene
queste ragazze dell’Est
che si vogliono sposare
o fanno il mestiere
o fanno tutte e due le cose messe assieme
lasciamo Marina
ai suoi pensieri sull’opera
ieri sera
alla sua musica
da teatro
un mondo che non è mio
lei che può comprarsi queste emozioni
senza lavorare
e lasciamo anche perdere Olimpia
e quelle sue foto
tra le sue amiche fotomodelle
un po’ povere
tra Armani e Versace
serate di piacere con le amiche
che non reggerei mai
lasciatemi stare
non voglio sentire le vostre
voci
i vostri discorsi
di gente ancora troppo legata alla vita
alle uscite serali
alle amicizie
ai mondi di contatti virtuali
e di apparenze
di mostrarsi agli altri
interessati
io e la mia macchina sportiva nera
mezza scassata
come una Porsche
di Hank Moody
in Californication
io e la mia voglia di vita
nella voluttà della notte
che mi riempiva
come non succedeva dai tempi di Alina
scacciato una volta per tutte
l’incantesimo malefico
di Leida
e godere così della notte
e non sapere più che farsene
di quelle parole inglesi
russe
tedesche
compiti che mi ponevo
nella mia ex identità di studente universitario
affascinato dalle lingue
solo come sentire della musica
parlata da voci altrui
nella notte l’unica voce
era la sua
di quella ragazzina
che donava piacere
e ogni cosa si dissolveva
si disperdeva nell’oscuro della notte
teorie di amici sulle tipe
discorsi falsamente sofisticati e alti
che nascondono solo
un sacco di complessi e frustrazioni
meccanismi di difesa
per far fronte al mondo
e alle relazioni
non c’è niente da teorizzare
niente da raccontare
quando la voluttà vince su tutto
e delle regole della vita
non sai più che fartene
libertà della notte
saltavano e saltano tutti gli schemi
la messa in scena di provarci
con Marina
la messa in scena di uscire per parlare
ad un aperitivo
quando non ci sono cose da dire
quando non c’è feeling
non c’è affiatamento
e di lei ne avevo fatto un abbaglio
solo per quella sua lingua
quella sua nazionalità
che pensavo fosse magica
come Katia
come Alina
mentre non nascondeva niente
non c’era niente da cercare in lei
neanche nei libri e nelle notizie
vecchio abbaglio
che mi faceva confondere l’estasi dei sensi
con quella delle parole
la bellezza delle ragazze
con la loro lingua
che con Marina
non c’è niente da sognare
da sublimare
da perdersi
lei e i suoi discordi da ragazza comune
i discorsi preconfezionati
senza un minimo di riflessione
e di filosofia dietro
non un velo di artisticità
solo tanto senso comune e niente di più
che non si può desiderare
come si desidera la libertà
e il fuori dagli schemi
di una notte erotica
lasciatemi libero
e forse ancora cercherò lavoro
alla ricerca del piacere e della voluttà
ma non fatemi pensare
alla vita e ai suoi affanni
nel fine settimana
in questi due giorni
che vogliono solo piacere voluttà
e sogni onirici
di una profondità e di una leggerezza
senza limiti
la mente si espande e l’anima
le porte delle percezioni
si aprono
e si apre anche la mente
nella sola voluttà della notte
che ogni riflessione e ragionamento
non regge più
si va avanti con l’anima
dove ti porta l’anima
dove ti portano i sogni
là dove Marina non c’è mai
ed era tutta una forzatura
come quei messaggi
quella musica
quei libri e quell’arte
non ne ho bisogno finché
la notte mi avvolge
ancora nel giorno
con il suo ricordo di voluttà
e di sogni e piacere
là dove Marina non c’è mai
e rimane solo la notte

Parole da niente…

Silente
davanti alla giovane barista
non sapere cosa dire
ed essere immerso
nel proprio mondo interno
murato alla comunicazione
in attesa di una risposta
per una domenica
che non si sa come sarà
se assieme a Marina
o chi lo sa
aver esaurito le cose da dire
da pensare
essersi perso
in parole da niente
ieri con Elvisa
discorsi generali
senza alcun significato
e attendere vanamente
la risposta di Olimpia
cosa mi rimane in questa vita
dopo che le parole di una passione
facevano ricordare ancora
Alina
smuovendomi in lacrime
spostando per un attimo
ancora
l’asse del mondo?
E la notte non sapeva neanche di musica
dove sono finito?
Mi chiedevo
con quelle canzoni spazzatura
che non mi portavano più
a pensare e desiderare Leida
non sapevo più che farmene di quella musica
così come stamattina
non sapevo più che farmene
dei miei pensieri
e del mio mondo interno
mi sembra di aver perso le ali
di essere una persona vuota
e anche gli studi che ho fatto
sembrano arrivati al loro capolinea di dissolvenza
non c’è quasi nessuno e nessuna
con cui parlare
tutto sembra dimenticato
anche la sola capacità
di esprimere due parole
e a niente servivano
i sogni di un programma televisivo
dove Cacciari e Sgarbi
si scontravano
il filosofo e la bestia da televisione
che non c’è nessuno con cui parlare
di filosofia
di cultura
di altri temi
e mi sembra di essere rimasto
una volta per tutte
solo con la mia vita dell’anima
murato nel mio mondo interno
dove per non impazzire
i pensieri si fanno musica
e scivolano via
si dissolvono
nell’immenso mare di sensazioni
e percezioni
che la coscienza si svuota
e non rimane più niente
da rielaborare
mi sento vuoto
svuotato
dopo troppi mesi
lontano da quel luogo
che mi dava pane per il pensiero
quell’università
che non posso più frequentare
quegli impegni intellettuali
che
mi facevano crescere e sentire vivo
mi sto svuotando
tutto si sta dissolvendo
che non capisco più
i miei interessi di una volta
non rimane più parola
tutto è come una trasmissione
televisiva
dal segnale disturbato
una trasmissione
che non può andare in onda
nel palco della mia mente
e anche le persone
che una volta virtualmente
mi seguivano
si sono dileguate
dove trovare ancora qualcuno
con cui parlare
con cui condividere idee e pensieri?
Questa solitudine
sa di passione che si dissolve
non è possibile più esprimere
il mio potenziale
e questo esilio
mi sta solo svuotando
e facendomi diventare
come una persona da niente
senza arte né parte
e non credo più di trovare
interlocutori
nella vita
interessi
mi rimane solo la scala dei pensieri
che si dissolvono
per non continuare a parlare solo con me stesso
dov’è la vita?
Dove sono le persone?
Dov’è il pane per i miei denti
ormai non ho più niente da condividere con gli altri
e sono sempre più solo
in un mondo tutto mio
che per non impazzire di solipsismi
si sta dissolvendo
scardinando tutti gli schemi e le categorie
è forse l’effetto di Marina?
Una ragazza come tante
senza grande conoscenza
e idee
una ragazza comune
quando troverò invece la mia filosofa
la mia ragazza che fa andare in estasi
in tutti i sensi
del corpo dell’anima
delle parole?
E quasi dispererei di trovarla
se la speranza non fosse un compito
che mi sono dato
una scommessa della vita
anche queste semplici parole con Marina
e forse un giorno tornerò ad essere me stesso
o forse la metamorfosi chissà dove mi porterà
se a recuperare vecchi interessi
e a ritrovare quella stima di sé ormai
sepolta
dopo gli ultimi colloqui
dopo le vette e gli abissi
che mi hanno tolto la parola
in ogni lingua del mondo
non so più cosa farmene
di questi miei solipsismi
e per non murarmi in me
faccio tutto dissolvere nella musica
e non penso più
ogni percezione sa di nulla
di effimero
ogni oggetto della coscienza
e non ci sarebbe neanche più da scrivere
e spero solo
di trovare parole da niente
da scambiare con Marina
unica amicizia rimasta
che non so dove mi porterà
non ho più niente da condividere con gli altri
e lascio che ogni pensiero
si dissolva
per non impazzire

E le visioni sfumano via…

Marina nelle foto
Più bella che dal vero
Sentirla la notte
Dopo la giornata no
Del rendersi conto di non sapere parlare inglese
Dirle che il colloquio era andato male
Lo sapevo già
Manda curriculum
Mi diceva
Continua
Anche se quella sua domanda feriva
Ma come? Hai studiato inglese!
So leggere ascoltare e scrivere
Ma non parlare
Lasciatemi tradurre
Mille pagine scritte
Ma non chiedetemi di parlare
Già in italiano
Non è il mio forte
Non ho niente da raccontarvi
Delle mie esperienze all’estero
Che neanche ricordo più
E come reazione
Tuffarsi ora quasi
In infinite traduzioni
Scritte
Da un sacco di lingue
All’italiano
Traduzioni da mandare in studi vari
In qualche redazione di giornale
E vedere
I pensieri religiosi andavano via
Dopo la chiamata a Marina
Anche se il pomeriggio era fatto
Di studio di icone
Ma almeno la chiamata di Marina
Mi faceva capire che quello non fa per me
Ci tengo ancora troppo alle ragazze
Come nella notte
Il sogno arrivava
Del ricordo sbiadito e diafano di Leida
Nel profondo della notte
Voglia erotica
Che sbiancava anche l’ultima
Con la ragazzina romena
E almeno andavano via
Pensieri suicidiari
Di rinchiudersi
In monastero
In seminario
In un ospedale psichiatrico
La mattina era dolce
Senza voglia di alcunché
Solo forse la voglia di smettere di fumare
Che fumerei all’infinito
Ora
Reazione psicologica
Di non so cosa
Non contare più i giorni
Che mancano alla visita
Alla prossima uscita con Marina
Con chissà quale altra ragazza
Perdersi ieri nella notte
Nelle canzoni maneliste
E stamattina gustare il silenzio
Per ora non mi va di cominciare a tradurre
Da chissà quale lingua
E nemmeno di pensare
A cosa puntare in questa vita
Due cose sono escluse ora
Una volta e per tutte
L’inglese parlato
E le lingue parlate
E le autofficine
Visioni infernali
Che ieri riempivano l’anima
L’importante è sapere
Ciò che non si vuole
E solo andando per esclusione
Troverò forse qualcosa che fa per me
Forse aiuterò ancora in laboratorio
Marco e mio padre
Per guadagnare quel minimo
Per uscire ogni tanto
Niente di più
Lavoro di riserva
In questa vita
Votata alla scrittura alla lettura
All’ascolto
Alla cultura
Che ancora non mi lascia
Al di là
Di parole e lingue che non riesco a parlare
Mi sento già meglio
Sollevato
Ora che riesco a capire
Ciò che non voglio
Rimane solo da capire
Ciò che può fare per me
E la giornata sembra ora lunga
Senza attese e aspettative
Di lungo o breve termine
Una giornata che sa di vuotezza
O forse di distensione
Ora che quei libri lì in prestito
Sembrano non dirmi più niente
Come se fosse stata un’altra persona
Ad interessarsi
Di quegli argomenti
Non so neanch’io in cosa mi perderò
Come rifarò la giornata
Ora che anche la musica
Non mi attraversa più
Dopo il brevissimo excursus
Di musica raeggeton
Che distruggeva i timpani
Excursus di ieri
Mi darò forse alle notizie
In chissà quali lingue
Per non pensare più
Per liberarmi dai soliti interessi e pensieri
Per divagare da ogni punto centrale
E forse per ritrovarmi
Ora che so
Cosa non voglio
E ancora altri giorni
Mi diranno ed escluderanno altre cose
Fin quando non troverò
Qualcosa che fa per me
Non so neanche se Marina
Faccia per me
Dopo che il sogno erotico russo
Si risvegliava ieri
Su quell’altra ragazza
Su quella romena
Su quella adolescente
Schemi mentali
Che sono difficili da estirpare dopo anni
Che neanche mi accorgo
Di star frequentando una ragazza russa
Come se dessi
Tutto per scontato
O come se
Non contasse niente
Non ho voglia di pensarci
Tutto va e viene
Anche rendersi conto di se stesso
Dei propri limiti e delle proprie capacità
Si va avanti per esclusione
E il tempo
Diventa ora un fattore
Imprevedibile
Senza termini ultimi
Senza scadenze
Rimane
Tutto aperto
Mentre altre cose
Si chiudono da sé
È l’ora della divagazione
Lo sento
Allontanarsi dagli ultimi temi
Dagli ultimi pensieri
Dalle ultime aspettative
Gli schemi saltano di nuovo
Lavori in corso
Nell’anima
Vecchi modi di pensare
Che saltano
Che solo il tempo
Farà sedimentare alcune cose
Come aver lasciato Leida
Una volta per tutte
Lei e quel desiderio erotico
Sconfinato
La notte ogni tanto
Ne sento la mancanza
Eppure qui è tutto più opaco
Che mal si distinguono le visioni
La quiete dopo le tempeste
Si va per esclusione
È già tanto sapere
Ciò che non fa per me
E le visioni sfumano via

E tutto si dissolve nella musica e nel canto…

Le foto di Eugenia
Avventista modella in Malesia
In missione
Bellezza acqua e sapone
Dal sorriso e dallo sguardo illuminato
Gli anni sono passati
E ancora il suo fascino si fa sentire
Gioco di opposti e di estremi
Lei e le sue regole avventiste
Io e la mia antica passione diabolica per Leida
Gioco di estremi
Che mi avrebbe distrutto
Alina e il rosso e il nero dell’anima
Quasi due anni dopo
La depressione
E il risveglio
L’asse del mondo che si spostava
La passione per lei
Che ora non so più cosa ci faccio
In questo pomeriggio
A guardare foto di Eugenia
Come per rinnovare l’antico senso di Romania
Che anche lei aveva
Quando l’unica Romania che mi rimane
È quella della notte
Con Anna
La ragazzina romena
Che con i suoi colori perlacei ed azzurri
Dava quiete all’anima impazzita
Dove solo la spiritualità erotica
Può portare
Lei e il suo sguardo
Il suo sorriso
Una Romania dell’anima ritrovata
Che ora non ha senso guardare ancora icone russe
Dopo le decorazioni delle chiese di ieri
Sul lago di Como
Con Marina
Esagerazione di immagini sacre
Che non regge più
Come non reggeva il mio andare in chiesa
E non regge
Neanche il monaco nero e oscuro dell’anima
Mio alter ego
Che vorrebbe combattere
Contro quel vizio del fumo
Gli eccessi
Ed ogni piacere
Come un digiuno senza fine
Si vive così nel mondo
E non si vive di sola aria
Neanche quella respirata ieri
La fresca aria di montagna con Marina
Che neanche delle sue foto
Non so cosa farmene
E delle vite altrui spiate nelle pagine
Dei mondi virtuali
Si rimane senza letture
In questo pomeriggio
Di luglio
Dove nessuno stimolo sembra raggiungermi
A parte
Le infinite canzoni maneliste
Di Denisa
Che si spegnevano dopo il pranzo
Nella visione dorata
Dei capelli suoi
Di una cantante
Che si sovrapponeva
All’immagine di Amalia
E di Manuela
Sogno dorato
Nel quale perdersi per sempre
In un mondo onirico
Dove vivono solo musica canto e visioni
E la visione si perdeva così
Nel sonno che avrei voluto quasi
Fosse infinito
Non rimane niente
Per scardinare l’anima
Da questa quiete
Ogni cosa diventa di troppo
I ricordi e le ragazze
Il mondo della mia vita e dei miei ricordi
Che nella loro molteplicità
Si disperdono
In un nulla
Insieme alle altre compagne di una volta
Spiate sui mondi virtuali
Ragazze che non mi possono dare niente
Mentre il sogno di Manuela e Denisa
Era un sogno
Di quel qualcosa di più
Che non riesco neanche a trovare con Marina
E non so più chi voglio
Cosa voglio
Ancora una volta
E mi disperdo
Senza sapere più
Cosa posso dare
A chi posso dare
E non rimane niente
Una scia di sensazioni
Come una musica senza fine
Un canto interrotto
E un anelito
Che si disperde nell’atmosfera
Mentre già temo
La settimana che incomincerà
La sua frenesia
I suoi lavori
Quella pesantezza della vita
Che ieri Marina mi contestava
Dalle mie parole
Troppo oppresse
Liberatesi solo nella notte
Insieme all’erotismo e alla bellezza della romena
Che tutto per Eugenia
Era un’illusione
E un’utopia
Di un mondo religioso
Che non mi appartiene
Inutile illudersi ancora di utopie paradisiache
Che strizzano solo l’anima
Facendola impazzire
E morire
Si ritrova la vita così
Nella sua assenza di schemi
Tutti gli schemi saltano
E tutto si dissolve così
Come un canto
Come la musica
E non resta più niente
Solo piacere e languore
Nella musica d’amore senza fine
Dove si disperdono i sogni e le visioni
I ricordi di ragazze passate
Gli schemi di storie passate
Di intrecci e colpi di scena dell’anima
Di alti e bassi
Vertiginosi
Si riaccorda
La mia anima
Solo nell’oro di un sogno per Manuela e Denisa e Amalia
Come un’icona
Che lascia spazio solo
Al sentire sereno
Senza tempeste dell’anima
E tutto si dissolve
Come musica
In un canto
Senza tornare indietro nei ricordi
Tutto convive
Ogni sensazione
E l’unica quiete è l’estasi spirituale erotica
Che fa quasi dimenticare
L’utopia di amore e di storie
Del giorno passato
Si vive così
Con gli schemi che saltano e si dissolvono
Ed una lunga scia di voluttà piacere e languore
Mi avvolge
Per sentire la leggerezza
Librarsi in me
Volare
A spirale
Come l’aquila delle montagne
Nell’azzurro del cielo
Nel verde intenso della natura
Nel blu della notte
Che sapeva soltanto
Di estasi spirituale erotica
Là dove
Le parole e le visioni non bastano più
E tutto si dissolve nella musica
E nel canto

Oriente dell’anima…

Quella ragazzina romena
Al supermercato
Famiglia che faceva la spesa
La lingua romena
Parlata da chi non mi attrarrebbe
Quella ragazzina
Silente
Lo sguardo spirituale
Nel girare tra gli scaffali
Girare di qua e di là
Manuela stasera non ci sarà
Dicevo
Ed era invece alla cassa
Passare senza dire niente
Come se non ci fosse stato niente
Quando niente in effetti non c’è stato
Due sacchetti grazie
Vediamo se ho moneta
Hai un centesimo?
Ciao
Buona serata
Un attimo
Dove l’oro dei suoi capelli
Si infrangeva nella mia fantasia
Che ora si imbeveva di icone
Dallo sfondo dorato
La quiete dell’anima
Dopo troppi sussulti
Camminare la sera
Intorno al cimitero
Ripensando alla rivelazione della giornata
Giornata lavorativa
Umiliante
Come sempre
Nessuno che ha bisogno di me
I soliti scherzi
Tu si che vai bene!
Ma l’aiutante non lo addestri?
E tu non trovi lavoro…
Rendersene conto
Una volta e per tutte
Ma decidere questa volta
Senza farmi portare via
Dai sussulti dell’anima
Come l’altra notte
Al passare affianco a Leida
E sentire la sua voce
Sirena che troppe volte mi ha portato via
Con l’abbaglio dei soldi e del lavoro strumentale
Del piacere
Come una bestia da soma
Un asino
Al quale si mette
Del cibo davanti
La sellatura
Per farlo lavorare
Non si può continuare così
Non si possono buttare via sette anni di studi
E ritornare a punto e a capo
Forzatura
Che non sta né in cielo né in terra
Eppure ogni tanto serve
Lavorare
Per svagarsi
Per uscire dall’inferno di letture e musica
E lingue
Dai troppi compiti
Nati dalla noia del non far niente
Nessuno ha bisogno di me
In quel lavoro
E non mi ci vedo
L’eterna battaglia
Tra chi mi diceva
“Lavora con tuo padre!”
E chi mi diceva
“Ha una laurea e si butta giù così?”
Non mi trovo
In quel mondo
Non l’ho mai capito
Il mondo della autofficine
E di quella gente
E al contempo
Non mi ritrovo
In mondi di lavoro altrui
Management
Recruiting
Customer-oriented
Mi chiedo come parli la gente
Se non abbiano loro fottuto il cervello
Con queste retoriche
Da ufficio
E da HR
La lingua pulita e naturale
Sembra essere stata mangiata via
E mi chiedo dove la parole ancora
Possano stare
Cosa farmene
Di tutte quelle parole lette e studiate e inventate
Che l’unica soddisfazione di ieri
Era leggere in inglese
Scale turntable
Unico attimo di illuminazione
Nella noia mortale di un lavoro non mio
Nell’umiliazione
Che la sera l’unica consolazione
Era di nuovo aprire quel libro sulle icone
E sprofondare nella lettura
Prima che il sonno perduto della notte prima
Ubriaco di birra e di sviamento
Non fosse recuperato
La Romania
Ora mi avvolge
Con i suoi paesaggi dell’anima
L’antica fantasia
Di disperdersi in qualche monastero
In qualche chiesa
Ortodossa
Ma perché poi
Se alla vista di quella famiglia romena
Non poteva uscire neanche una parola
Da me
Nonostante le loro parole
Romene
Non mi fossero così estranee
La fede
E il lavoro
Quello da cercare
Non arrendersi
Come fa Marina
Anche lei cerca lavoro
E non lo trova
Eppure ci tenta sempre
Finalmente essere accomunato
Con qualcuno della mia età
Una sorte comune
Per non sentirmi solo
La sua conferma d’amicizia
Su VK
Che arrivava la notte
Alla mattina vederla
E dimenticare
Le troppe immagini di ragazze succinte
Che fottevano solo il cervello
Ripulisti di contatti
Che era anche pulizia dell’anima
In Cristo
Non facciamoci più travolgere
Da discorsi e parole idolatriche
E fuori pista
Ideologie mentali
Per sopravvivere e combattere
Un lavoro e uno stile di vita
Che non fanno per me
“Nessuno ti obbliga
Se questo lavoro non ti piace”
“Lei ha una grande fortuna
Suo padre ha un’attività
E ha anche una grande sfortuna
Suo padre ha un’attività”
E bastava pensare a sette anni di studi
Per capire
Che la mia anima vuole altro
Voglio altro
“Se io non facevo questo lavoro
Non sarebbe mai andata
Mio fratello era odontoiatra
Eppure…
Se segue le regole del mercato
Non troverà mai
Ma se non segue la sua vocazione
È perso
A lei piacciono le lingue
Non è che non le piace il lavoro di suo padre
È che a lei piacciono le lingue”
E non si può buttare via tutto così
Per l’abbaglio e l’illusione dei soldi
E di quelle ragazze in mezzo ad una via
E ci voleva la ragazza romena
La musica di Denisa manelista
Il ricordo di quei giorni in quella chiesa ortodossa
In Romania
Le icone
E i ricordi di Alina
E le lacrime
Per farmi tornare me stesso
Dopo il caos che quella ragazza albanese
E l’aquila e l’abbaglio
Avevano creato
Da qui non si fugge
Pena la follia
E il malessere
Potrò forse aiutare ancora
Ogni tanto
Se il tempo libero ci sarà
Ma è ora di trovare qualcos’altro
Senza bisogno di chiudersi in monastero
Non è quella la via
“Per sei giorni lavorerai
Ma il settimo giorno sarà dedicato
Al Signore”
Quei sei giorni impossibili da reggere
Così
E ogni giorno non può essere domenica
La via di fuga non è il monastero
È solo un altro lavoro
E nello spirito
Sempre il Risorto
E la sua immagine da icona ortodossa
Che scaccia via
L’impossibile da reggere croce
In delle immagini che raccontano più sentimenti
Di mille poesie libri e canzoni
Non era quella la mia via
Non è abbattendosi e insultando il mondo
Che si trova un’altra soluzione
Un modo ci deve essere per uscire
Da quella che mi sembrava un’impasse
Se Marina continua a cercare
Perché non posso cercare anch’io?
Cercare lavoro
Cercare qualcos’altro
Senza aver ancora capito
Cosa volere
Lo spirito rimarrà in me
Quello spirito di Romania
Che mi ha infuso l’anima
Spirito ortodosso
Pena perdere me stesso e la mia identità
E vivere in mondi che non sono i miei
Riaprirò di nuovo quel portale dei lavori
Allora
Senza farmi prendere
Dal demone dei colloqui
Da una mentalità di loro
Che non posso immaginare ogni volta
Più cattiva del Terzo Reich
Forse non è così
Era tutta
Suggestione
Pregiudizio
Ansia e paura
Rimaniamo noi stessi
Con lo spirito ritrovato
E lasciamoci andare anche a Marina
Così come viene
In una domenica che forse ci vedrà al lago
Anche con quel senso di colpa
Forse di non aver troppo lavorato
Ma non sono uno schiavo
E i miei studi sono stati una lotta
Per conquistare la libertà
E ora che ero uscito dal deserto
Non rischiavo forse di compiangere
Il tempo della schiavitù?
Il vitello d’oro
Che si disperde
Nell’icona dorata salvifica
E rinasce un mondo
Là dove finisce
Alfa e Omega
Dell’anima
Romania
Stato spirituale ed esistenziale
Khristos voskres!
Non sono quelli i miei mondi
Quelli di troppi social network
Di troppo sentire laico ed edonista
Di tante amicizie che non dicono niente
Di culture italiane e americane
Che non sento mie
La Santa Russia
Vince ancora in me
Dopo l’abbaglio di gioventù
Di un comunismo immaginario dell’anima
Rivolta contro il mondo
Idea assassina
Che fa solo delirare
Contro tutti e contro tutto
Invidia dell’anima
Idea materialista
Che produce solo bile e veleno
Ritrovo lo spirito
Là dove pensavo di averlo perduto
E dove il mondo finisce
Non c’è più posto per i deliri
E le ideologie
Confezionate su misura
Non c’è più la paura
Di quel mondo del lavoro
Che una volta demonizzavo
Mentre i veri demoni stavano
Nel vendersi ai soldi così come vengono
Vedendo il lavoro solo strumentale
Là dove però non c’è futuro
E troppe troppe parole altrui
Troppe volte
Mi hanno mandato a male
Io che ero indeciso sul da farsi
Ma sette anni di studi
Non possono essere buttati via così
E sognare nella notte
Un Medvedev che mi capiva
Un maestro immaginario di arti marziali
Che comprendeva
Il mio far finta di essere pazzo
Disadattato
Non nel mio ambiente
Ma che si accorgeva di quanto valevo
Almeno nei sogni
E nel ricordo di quella tesi che dovevo scrivere
Autostima spirituale ed intellettuale
Di me stesso che sentivo nel sogno
Vocazione di qualcos’altro
Che non fosse il lavoro nelle officine
Senza sapere ancora quale sia
La mia vera vocazione
Se non le lingue e gli studi
Che non potranno mai emergere
Nel rumore assordante di autofficine
Votate all’ignoranza
Non è il mio ambiente
E devo capirlo una volta e per tutte
Il mio dilemma di identità
E personalità
Capire chi sono
Una volta per tutte
E non sognare più di essere altro
Essere me stesso
Capire chi sono
E cosa posso volere e valere
Non era quello il mio mondo
E lo spirito ortodosso mi salva
Di nuovo
Marina e la ragazza romena
Oriente dell’anima

La ragazza romena, le manele ed Eugenia…

Sognare Eugenia, lei là, in Malesia, tra le vie della città del terzo mondo, insieme alle sue due sorelle, in una camminata in mezzo alla gente per diffondere il Vangelo, lei che mi parlava tramite Facebook, messaggi, sognare lei e vedere dentro di me l’ultima volta con la ragazza romena, quella così simile a Katia, nelle fattezze, nel corpo, nella giovinezza, ricordarsi dell’altro giorno, quando un pianto mi prendeva al rendermi conto di quanto amavo Eugenia, sotto quelle canzoni manele di Denisa che suonavano tutto il giorno, multe lacrimi de iubire, quella musica che non ascoltavo da tempo, quella musica che usciva dall’anima, a ripulire tutto quanto di sbagliato c’era in me, l’amore, l’amore vero, quello che provavo e forse provo ancora per Eugenia, quell’amore che si riversava sul corpo di quella romena ragazzina, trovare l’estasi e il piacere, l’estasi onirica dei sogni, essere imbevuto di canzoni d’amore manele di Denisa, come non succedeva da tempo, e liberare l’anima… perdersi ieri in quel romanzo giallo svedese, dopo le ultime pagine del libro su Munch, l’amore, l’erotismo, la follia, la vecchiaia, la morte, c’erano tutti i temi dell’anima inquieta, e godere di quelle pagine, di quelle letture così profonde, che tuttavia non mi facevano andare in delirio o in depressione come credevo, d’altronde, è solo un libro, che andava via da sé… leggere tutto il giorno e la sera andare al Carrefour, per rivedere Manuela, e non capire più niente un’altra volta, lei e quel suo volto che ricordano Amalia, quella ragazza russa di tanti anni fa, momenti erotici, ricordi erotici, anche di tutta quella passione con Leida, che non finiva più, ricordarsi le ultime volte con lei, pieni di energia… passare oltre alla cassa e andare da Giulio, che sbagliava a segnarmi la roba sullo scontrino, mi metteva una coca cola al posto dell’olio che compravo, mi andava bene, ma me ne accorgevo dopo, quando guardavo lo scontrino… avere una voglia matta di Manuela, di parlare con quei giovani, del lavoro, della vita, farmi conoscere, raccontare tutto a Manuela, parlarle, e invece ritornare là al Carrefour solo per dire a Giulio che si era sbagliato, con la vana speranza di parlare con Manuela, non le dicevo niente, ero troppo fuori di me, ancora una volta… e la notte rievocare Amalia, la sua bellezza magnetica russa, i suoi capelli biondi, visione erotica e pornografica come non succedeva da tempo che, se non fosse stato per il sogno di questa mattina per Eugenia, avrei creduto di dimenticare una volta e per sempre la romena dell’ultima volta, che invece ancora c’è, con la sua bellezza, la sua arte, il ricordo erotico e d’amore che mi sembra di ritrovare quei sentimenti che una volta provavo per Alina, tutta l’estasi d’amore, il piacere, la libertà dei sensi… svegliarsi un po’ così, fuori di sé, con tracce di pensieri deliranti che vorrebbero partire, e invece non vanno da nessuna parte, avere quasi la tentazione di andare al CD, per scambiare due parole, quelle due parole che avrei voluto scambiare ieri con Giulio e Manuela, lì alla cassa, ma si sa, il supermercato è un non-luogo, e non ci può essere scambio di parole, non ci può essere niente, sopratutto quando vado così fuori di testa, e tutto perché, non so come, dagli anfratti della memoria torna la visione di Amalia, pura sessualità ed erotismo, puro sogno erotico di una bionda perduta per sempre… e cercare di stare calmo, di non pensare troppo alla sessualità, all’erotismo, ma cercare di concentrarsi sull’amore, quello che avevo dato a Eugenia, quello che lei mi ridava indietro, prima che diventasse davvero estremista nella sua religione, nel suo essere missionaria, e sognare lei con il capo velato, come una vera ragazza ortodossa, e sognare invece quello che alcuni considerebbero peccato, l’ultima volta con la ragazza romena, che da sola mi dà la pace, con il suo sguardo, la sua arte, il suo modo di fare, la voglia di rivederla, di stare di nuovo assieme a lei, non so quando… questo sentire ortodosso che mi fa venire in mente anche Marina, che adesso è ritornata dalla Russia, e che non so quando e se rivedrò, se potremo andare a fare un giro a Como, sul lago, per parlare di noi e del suo viaggio in Russia, e chissà cosa ne sarà di noi, se qualcosa sarà… essere così impestato di pensieri sulle ragazze da non capire quasi più niente, cercare solo sollievo in qualche libro, per distrarmi, ora che è ormai da due settimane che non lavoro, e i pensieri vanno avanti per i fatti loro, mezzi deliri e ossessioni, quando non c’è niente a cui pensare, se non all’ultima volta con la romena, alla pace della notte e del giorno dopo, quell’estasi onirica e dei sensi che svelavano Eugenia dal fondo dell’anima, quelle lacrime, quel rendersi conto che l’amavo e l’ho perduta, e non so se riuscirò a trovare un’altra con la quale si poteva parlare di tutto, e credo solo di poterla ritrovare in una ragazza come Marina, senza troppi desideri esclusivamente erotici, ma così, nella pura tranquillità, queste ragazze che mi fanno ritrovare me stesso, che mi portano via dai deliri e dalle ossessioni, l’amore, l’amore nella sua forma più pura, quello che salva, come il volto di una Madonna… cercare di mettersi l’anima in pace, di non sentire più i demoni, di lasciare stare il ricordo pornografico sbiadito e sbandato di quell’Amalia che non c’è più, l’anima inquieta, tra ricordi e desideri, tra ragazze lasciate, come Leida, e ragazze perse, come Eugenia e Amalia, fare ordine nei sensi, dopo il disordine, e capire che non c’è bisogno di parlare con nessuno, troppi intimi questi argomenti, troppo profondi e dispersi nell’anima, come quelle canzoni manele de dragoste che resuscitavo due giorni fa, musica dall’anima, che la ripuliva… promettersi ogni volta di fumare di meno, per quelle stupide immagine che mi suggestionano, quelle immagini sui pacchetti, che di deliri e ossessioni ne hanno create anche troppe, lasciarle perdere, vivere la vita così, nel peccato, conscio che la forza dell’amore può vincere il peccato, può renderlo puro, come l’ultima volta con la ragazza romena, e non si scappa da qui, da questo ripulirsi dell’anima, dopo le ultime volte esaltate con Leida, lasciarla perdere, solo per ritrovare in me ancora una volta il desiderio di Amalia, del sesso senza amore, dell’anima impazzita di bellezza che sfiora le vette della follia, e tuttavia ritornare a sentirsi in pace, con tutto l’amore che Eugenia, la ragazza romena e Marina riescono a darmi, una luce bianca, diafana, quasi azzurra, come la figura santa di una Madonna, che lava il peccato, che lo purifica, per non delirare più… l’amore e l’erotismo e il sesso e i sogni e la musica e le ragazze, trama dell’anima che si disperde in un’invocazione, in un cielo terso e azzurro, dopo le nuvole, quietarsi con lo spirito, non è successo niente di irreparabile, è solo l’anima che si districa dei suoi vecchi meccanismi, dei suoi vecchi pensieri, delle sue vecchie passioni, e ora che Leida è lasciata è normale che la transizione porti con sé un po’ di turbamento, non l’avevo previsto, ora non lo tengo neanche in conto, perché tutto si purifica con l’ultima volta, con lei, con la romena, che richiamava Eugenia e Marina, quella visione quasi ortodossa dell’anima, purificata nelle lacrime e nell’amore… si va avanti così, in questa giornata, con l’anima che anela alla pace e all’amore, per una ragazza, un amore vero, quasi spirituale e carnale allo stesso tempo, in questi tempi duri di sviamento, di dubbio, di ossessioni, che si involano ora e svaniscono, lasciamoci del tempo per ritrovare noi stessi e lo spirito, per lasciare andare via vecchi meccanismi fissati, come l’orario per vedere Manuela, o Leida, quell’orologio che mi frega, quegli orari fissi, quelle troppe pagine da leggere, quei troppi doveri, quell’ansia che fa solo stare male, e che riesumava chissà da dove il ricordo erotico di Amalia, lasciamo perdere tutto questo e concentriamoci sullo spirito, sull’amore e sulla pace, su quell’erotismo puro che ha dei tratti comuni con il sentire di una volta per Alina, sì, la ragazza romena, le manele ed Eugenia…

Nel nulla e nella voluttà, nell’estasi onirica…

“Ormai le manele non le fanno più!” “Eh?” “Non ascolti musica spagnola?” “Ah! Da me! Sì, mi piace la musica spagnola, solo reaggeton però” “Fai ascoltare” “Ecco, questo è Archangel…” musica che risuonava, “Sembra musica albanese” “Non lo so”, il suo sguardo, amichevole, dopo l’amplesso, dimenticare tutto, fregarsene, riportarla là e andare via, mentre prendevamo in giro una macchina con la musica da discoteca a palla, che frenava e sgommava davanti a noi, “Quello è scemo!” “Eh sì, sono fuori di testa” “Però non ascolto tutta la sera, con la cuffia…” “Sì, senò diventi scema”, riportarla là, “Allora ciao! Ci vediamo!” e mi guardava negli occhi, come una vera amica, “Ciao!” e sorrideva e andava via… ah, la Romania, meno male che c’è lei, altro che Roma, la città eterna, le valli di verde della Romania, le case sparse, con i tetti di metallo, le strade distrutte, il verde e il cielo grigio, la foresta, la natura, che non c’era altro in quel viaggio di anni e anni fa, la semplice natura romena… e dimenticarsi di tutto, di Marina e di quel messaggio, di quel “Non buttiamoci giù” della telecronaca della nazionale di calcio, discorsi che tendevano sempre a scusare la squadra nazionale, a darle forza, discorsi piegati al favore della nazione, retorica stupidamente patriottica mascherata nel calcio… fregarsene del messaggio a Marina, non buttiamoci giù, proviamoci ancora, scriverle in italiano, senza attendersi una risposta, andare a dormire tra gli squarci di natura immaginaria norvegese, con il racconto in testa di quel libro su Munch, la passione emotiva, l’estasi emotiva, il ricovero, che cos’è la passione? Che cos’è l’amore? Vaghe riminiscenze del protestante in me, discorsi senza senso, ricordare la nottata passata là, al parcheggio della zona industriale, come ai tempi di Alina, come ai tempi di Xhuliana, tutta la voluttà e il languore che una volta seguivano, dopo l’amplesso, “Ho scopato…”, punto, non c’è altro da aggiungere, la passione e la voglia, le porte della mente che si aprivano, lontano da quei discorsi politici di vecchietti, la lega e il cattolicesimo, lontano da quella televisione e quei talk show politici che celebravano la vittoria del populismo, cosa me ne importa? E’ meglio un mondo senza regole, anarchico, senza ideali, senza identificazioni, senza desiderio di giustizia e giustizialismi, senza lavoro, così come va, come viene, nel profondo della notte, accesa da quelle foto da niente su VK, che anche se Marina lo sa io resto pur sempre un uomo e a volte ho bisogno di compagnia femminile, di voluttà, di languore… non sapere più che farmene di quei ricordi nevrastenici di quando c’era Leida, lei e le sue parole che mandavano a male, lei e il suo corpo che non rispondeva al piacere, ho scopato, con la romena, con la ventenne romena, e questo è tutto, non c’è nient’altro da aggiungere, che mi veniva in mente quella volta della mia adolescenza, davanti a quella ragazzina romena a Iasi, là in macchina, nel bagagliaio, lei che ci provava, io che ero troppo timido allora per fare qualcosa, visione primigenia dell’amore, di come tutto è senza regole, visione delle prime volte, con delle ragazze romene che neanche ricordavo più, tutta la passione, il languore, il lasciarsi andare alle emozioni, dimenticando la fredda ragione, la verità, la giustizia, lasciarsi andare, come nel libro su Munch, ad un’anima inquieta, alla bellezza della natura e dei corpi e delle anime che si avvinghiano, come delle visioni di pura voluttà… che bisogno c’era di riempirsi la testa di musica raegetton, inseguendo ciò che piace a lei? Bastava sapere un po’ i suoi gusti, la sua musica, e già bastava, senza volere di più, bastava condividere il nulla di cui siamo fatti, il vuoto che ci riempie, che a tratti mi ricordava le nottate con Alina, a condividere musica e voluttà, e niente di più, abbandonarsi alla vita, abbandonare gli ideali, le idee, ogni cosa, il dover essere di chi ti vorrebbe come un profilo di LinkedIN, o uno di Facebook, “Perché la realtà non è solo Facebook, Twitter e Instagram”, diceva ieri quel politico alla televisione, no, non è proprio per niente così la vita, simulacri sparsi dovunque, dover essere e assenza di libertà, invece l’anarchia della notte, la perdita di ogni regola, la voluttà tutto lambiva… e sognare di un’estasi alcolica, musicale, dopo quella erotica, e trovare invece un’estasi onirica, fatta di sogni dove ricompariva Andra, che forse si camuffava da Olimpia, nel sogno, lei che mi portava in qualche negozio di un centro commerciale dove c’erano delle riviste d’architettura scritte in romeno, sfogliarle, vedere che non c’era niente da vedere, era l’unica carta stampata in romeno che lei aveva trovato, fa niente se poi basterebbe aprire il tablet per leggere infinite parole romene, lei, Olimpia, o forse Andra, nella loro bellezza, del sogno, bellezze romene, dallo sguardo amichevole, senza pretese, con gli occhi pieni di vuoto, sognare di essere in macchina, con cinque tipe, cinque tipe da scegliere, Serena, Marina, Andra o forse Olimpia, non si sa, riportarle a casa la notte, senza desiderio erotico, ma solo una tempesta emotiva fatta di abisso e vuoto, di voluttà e languore, vedere lo sguardo geloso di loro, nel sogno, ognuna che voleva tutto per sé, io che languivo nel sogno primigenio dell’uomo, di una poligamia dell’anima, eppure desiderare solo Olimpia, o Andra, e trattarla come se ci fosse solo lei, lei e il suo sguardo, con quella lucentezza che sa quasi di lacrime, lei e i suoi lunghi capelli rossi, sul castano, un po’ arricciati, la lunga chioma di Andra di una volta, i pomeriggi nel bosco, la voluttà e il piacere, senza pretese, ricordi passati e la notte in macchina con lei, come una volta, a riportarla a casa, a voler uscire con lei e lei che diceva che se ne stava a casa, la notte, il sogno di vederla uscire con me in qualche centro commerciale, il bianco dei muri, i colori di tutti i negozi, un’impalcatura futuristica del centro commerciale, con degli altissimi tetti per riparare le macchine dalla pioggia nel parcheggio, la libertà di uscire e stare assieme senza pretese, tutto il languore del mondo… quest’oggi che forse pioverà, come è piovuto l’altro giorno, lei che diceva che se piove non c’è, lei con l’ombrello, in una nottata calda, lei e la sua bellezza, da Elvisa romena, da nuova Katia, da nessuna infine, da lei, lei che è, i colori della notte, l’azzurro, il blu, il colore della sua pelle, le sfumature dei momenti di voluttà, la voglia e l’abbandonarsi al piacere, al vuoto, al nulla, alla voluttà, la notte… che non so più cosa ci faccio sveglio, a cosa mi serve, dopo l’estasi onirica della notte, quel languore che c’è ancora, quella voglia di chi me lo fa fare di lavorare, di cercarmi un altro lavoro, i soliti discorsi, i soliti temi, usurati anche nel messaggio con Marina, cercare una relazione che non sta in piedi, giocare a tavolino con lei, senza sentimenti, senza pathos, che quasi, come nel sogno, mi verrebbe da sentire e trovare Olimpia, come una volta ci si diceva, così, in modo abbozzato, lei che io ricordo con quel suo volto raggiante di amore, quel suo sguardo, quel suo sorriso, quel suo saluto, quando già mi ricordava Andra ai tempi dell’università, la nuova Andra, che riappariva nel sogno, con tutti i ricordi di quella Romania piena di niente, senza bisogno di cercare chissà quali parole, chissà quali avventismi à la Eugenia, liberato dai fantasmi del protestante in me, come nel libro su Munch, la voluttà, il piacere e il nulla e il vuoto che vincono, in un’estasi onirica… chiedersi anche la notte cosa fare lì, nella zona industriale, a pochi metri da quel supermercato e quel fantasma dorato del volto di Manuela, che perdeva ogni significato, lasciarsi andare al languore, sentire una volta per tutte l’incantesimo di Leida che svaniva, lei, che come una Circe mi stava trasformando in un folle, lei, che con lei è finita, e ce ne saranno mille altre, senza bisogno di imporsi l’amore con Marina, o con Manuela, o con chiunque, liberato così dal languore, dalla voluttà, che non rimane niente da scrivere e pensare e dire, sensazione anarchica dei sentimenti, voluttà e nulla che sanno della mia anima dopo questa notte e l’estasi onirica… che farmene di questo giorno, dei sogni, delle sensazioni, delle pitture dell’anima come un’anima inquieta, forse ancora le parole dipinte sul libro su Munch, l’immaginario di una natura selvatica tra Norvegia e Romania e Germania, oppure chissà dove, il cielo grigio, il verde intenso, che sparisce ogni cosa del mondo, si dissolve nel nulla e nella voluttà, nell’estasi onirica…

Questa scia di emozioni e sensazioni, che forse svanirà da sé…

Ed ero sdraiato su un letto d’ospedale e compariva mio padre, più giovane, che mi diceva che anche lo zio Gianni era in ospedale, da un’altra parte, e mi diceva di trovare un pacchetto di Diana con la firma di un cantante americano, un pacchetto speciale, mentre nel sottofondo si sentivano le note e il canto di Adriano Celentano… e mi ritrovavo poi a camminare su una via sommersa d’acqua, ad altezza del capo, e trovavo Paola Barale che parcheggiava una macchina come si farebbe con una barca, una macchina che doveva mettere a posto mio zio Gianni, il carroziere… e poi mi vedevo camminare per delle vie di Milano, o della Brianza, e davanti a me c’era Paola Barale, che nel sogno sembrava dieci volte più figa, lei e quei suoi pantaloni attillati che lasciavano vedere tutte le forme, e c’era anche Lorella Cuccarini, più giovane di non so quanto, insieme a Paola, che mi camminavano davanti e io mi gustavo le loro forme, il loro volto, i loro capelli biondi, le loro parole, e poi vedevo mia zia Mariangela e mia cugina Simona, che aveva trovato il pacchetto di Diana Rosse edizione speciale, quelle con la firma di quel cantante famoso, e mi aprivo il pacchetto, ed erano delle sigarette senza filtro, che come le si prendevano in mano si sbriciolavano, mia cugina Simona diceva che aveva trovato quel pacchetto speciale su internet, e l’aveva comprato apposta per lo zio, dal quale alla fine arrivavamo, era stato dismesso dall’ospedale e davanti ad un citofono riceveva quel regalo, ed era contento, e di sottofondo si sentivano ancora le note e il canto di Adriano Celentano…

Mi svegliavo così la mattina, verso le sei, sentendomi strano per aver fatto un sogno così italiano, pieno di parenti materni e paterni che si mischiavano, cosa che non succede mai nella realtà, e sentivo questa strana sensazione di casa, di tranquillità, senza che elementi stranieri venissero a confondersi nel sogno, e dentro di me sentivo ancora le canzoni di Adriano, rilassanti, tranquille, e per un attimo non mi veniva da pensare che dietro quelle bionde, quel sogno italiano, non ci fosse il vago ricordo di Manuela, e che strano fare sogni italiani…

Tornavo a dormire, la mattina, e mi dicevo che non avevo niente da scrivere, niente da pensare, e mi rialzavo solo verso le nove, quando mio padre mi chiamava dall’ufficio con il telefono per dirmi di portare in casa l’insalata dell’orto che aveva lasciato Marco… mi facevo un nescafé, mia madre arrivava e mi dava i soldi per andare dal tabaccaio, il solito giro mattutino, e camminavo per le strade svogliato, stroncato dal sole e dal caldo, e mi trascinavo le gambe, per fare il solito giro al bar, caffè e sigarette, mentre Bruna mi serviva il caffè, dopo che la cinesina mi aveva dato le sigarette…

Me ne tornavo a casa, sempre strascicando i passi, pensando ancora vagamente a come smettere di fumare, e ogni volta che ci penso mi viene in mente la frase di Manuela, una di quelle notti quando ero proprio fuori, quando parlava apparentemente all’aria e diceva: “Ormai ho smesso di fumare, ho smesso domenica, ora solo caffè…”, ma ogni volta questo pensiero non basta, e mi ritrovo sempre a fumarmi qualche sigaretta…

E poi andavo insieme a mia madre a fare la spesa, come ogni sabato mattina, svogliato, senza pensare più alle solite ragazze, alle nuove canzoni di ieri sera, alle parole con rabbì C., e mi sentivo davvero svogliato, ma rilassato… facevo i soliti giri qua e là tra i corridoi del Carrefour e notavo come erano carine le varie ragazze che ci lavorano dentro, Lieta, l’altra della pescheria, e mi sembrava di volere bene a tutte, o forse mi ero solo affezionato a quel negozio e forse, anche alle sue ragazze… Lieta mi diceva qualcosa quando passavo là vicino ai frigor, mi diceva se doveva spostare la scala per farmi passare, “No vabbè, fa niente, tanto ormai…” e cercavo di non rivedere più in lei la ragazza che rivedevo sempre, ogni volta, al vedere Lieta, cercavo di non pensare a Xhuliana, alla quale ci assomiglia tanto, così come quella della pescheria ricorda vagamente Isabella, la ex di Nicolosi, così come Manuela a volte mi ricordava Amalia, cercavo di non vivere più di questi fantasmi, ma era difficile staccarmi dai ricordi, e dalle emozioni che queste ragazze mi evocavano… facevo il mio giro prendendo la roba varia scritta sulla lista e poi tornavo indietro dove mia madre stava ancora prendendo la verdura, e alla cassa d’accoglienza vedevo Alfredo, Albina e anche Manuela… un colpo al cuore, alla testa, che mi sentivo subito in ansia, si spostava ancora l’asse del mondo, e dovevo concentrarmi per non andare in tilt, o forse non concentrarmi, ma lasciare che quei pensieri andassero avanti da sé, quelle sensazioni e quelle emozioni… mi tranquillizzavo, come già ero calmo, non sapevo se salutarla o no, ma era meglio lasciar perdere, ci tenevo e ci tengo alla mia calma, e aiutavo mia madre a prendere le ultime robe che mancavano… passavo da un’altra parte e Manuela mi passava davanti, abbassavo lo sguardo, mi chiudevo per un attimo in me stesso, lasciando andare tutti i sentimenti e le emozioni, e poi rialzavo subito la vista, solo per guardarla in volto, negli occhi, e dirle semplicemente: “Ciao…”, e lei rispondeva con un altro semplice “Ciao”, nel quale non c’era niente e c’era tutto… mi lasciavo trasportare da quella valanga di sensazioni ed emozioni, riuscendo a tenerle dentro di me e a lasciarle correre, in tutta calma, non so cosa mi succede e non mi interessa, e mi passava davanti la voglia di fumarmi una sigaretta, di dire qualcosa a Manuela, come già le avevo detto, se lavorava o no di giorno ogni tanto, ma era meglio lasciar perdere, era più bello il silenzio, e l’ondata pacifica di sensazioni, e non mi facevo neanche problemi a salutare la zia di Barresi, che era davanti a me in fila alla cassa, un semplice saluto, e niente di più… come è piccolo il mio mondo, mi dicevo, le stesse persone, le stesse facce, affezionarmi e no, e di fianco mia madre, e gli altri, e non volevo fare strane figure parlando ora con questa ora con quella, non c’era bisogno di andare fuori di testa… e alla cassa mi accorgevo di pensieri strani, pensieri contro mia madre, la fretta di stare in coda, le parole di insulti che mio padre le rivolge, il suo fare un po’ nevrotico, e dovevo distogliere da me quel modo di fare, per non fare stupide figure davanti a Manuela, che cominciava a lavorare alla cassa affianco, cercavo di stare tranquillo, nonostante quell’ondata di emozioni… e alla cassa Albina mi diceva di andare a pesare le banane, “Ah, non le ha pesate?”, dicevo, “E’ il 5!”, “Sì, sì, il 5” dicevo, il tasto della bilancia, e andavo là pesavo le banane, tornavo alla cassa e guardavo con la coda dell’occhio dall’altra parte Manuela, ancora così emozionato, e rilassato allo stesso tempo, che tanto lei mi avrà visto come la guardavo, e non c’era niente di cui vergognarsi, ero solo emozionato e rilassato allo stesso tempo, mentre le cose sembravano normalizzarsi, ed era già tanto averla salutata, nonostante quel suo dirmi che aveva già un ragazzo geloso, con il quale convive, ed era bello così, sapere che tutte quelle ragazze sono già impegnate, che sono lì per lavorare, che non bisogna disturbarle più di tanto, trattarle da ragazze, ma neanche da amiche, neanche da colleghe, con quella giusta distanza che è il mio vero modo di fare, tra emozioni e rilassatezza… e mettevo a posto la roba nella borsa, lasciavo perdere di dire ancora qualcosa a Manuela, stava lavorando alla cassa, e non mi andava di disturbarla, di fermare la coda in questo sabato mattina che è l’ora più intasata di tutte, prendevo le borse, mi aggiustavo i pantaloni larghi e me ne andavo via, nel parcheggio, dove mia madre dava qualche soldo all’ambulante di colore, e io posavo la roba in macchina, e mi lasciavo ancora travolgere da quelle emozioni e quella rilassatezza, senza cercare più di capire cosa fosse quel colpo che ogni volta sento al rivedere Manuela, a rivedere le altre, mentre ripassavo le mie storie, in un attimo, le storie delle mie emozioni con le ragazze, e non c’era niente da dire, forse solo quel “Tanto ormai…”, tanto ormai non si capisce più niente, sono pieno di emozioni, di storie andate un po’ così, e chissà perché cercherei quel qualcosa di più tra quella gente del Carrefour, tra Manuela e le altre, che non c’è niente da capire, forse solo che cerco davvero qualcosa di più, e come uno stupido pensavo di trovarlo da Manuela, al Carrefour, che ho investito chissà di quale ruolo, come se fosse il nuovo luogo per socializzare, per affezionarsi, un nuovo luogo dopo l’università… e me ne andavo via guidando la macchina, pensando a come tutta questa ondata di sensazioni Marina non me la evoca, e non so perché, forse perché l’ambiente di quando esco con lei è più rilassato della frenesia del supermercato, della cassa, delle code, è anche più rilassato di quando esco la notte alla ricerca di Leida o quelle come lei, Alina o le altre, alle quali non mi va di pensare più di tanto, e l’ondata di Manuela solo adesso, poco alla volta, si spegne, tra quegli ambienti pieni di emozioni e quegli altri immaginati con Marina, dove alla fine non provo niente o quasi…

E lascio andare queste emozioni, queste sensazioni, e impressioni, le lascio svanire così, mentre della giornata non so che farmene, leggerò forse qualcosa, non penserò all’ultimo libro di Deleuze letto, e neanche al film che ho visto ieri sera, Trainspotting 2, film un po’ disturbante, ma dal bel finale, neanche alle cose di rabbì C., ma cercherò solo di godermi queste emozioni e sensazioni, e questa rilassatezza, mentre cosa mi fa sentire Manuela non lo capirò mai, e non è da capire, e rimango così, con questa scia di sensazioni e ragazze, tra Manuela, Lieta, Alina e Leida, Marina, questa scia di emozioni e sensazioni, che forse svanirà da sé…

Il sogno di una bionda e il languore…

Sognare la giovane prof bionda di filosofia
L’amore per il sapere
L’amore di una volta
Ritornare a fare l’esame
Da adulto
Da persona seria
Che il delirio aveva vinto
La razionalità languorosa
E rilassata
Di fronte a lei
Bionda
Che mi faceva impazzire
Come altre bionde
Nel corso dei miei altalenanti deliri
La bestia bionda
Che inseguivo sempre
Vincere nel sogno con il languore
Di una nottata passata con la giovane romena
Voluttà e piacere
Come non mai
Passare e andare oltre
Dalla negatività di quella ragazza
Con la quale tutto è finito
Leida
Ha fatto il suo tempo
Godere di languore e voluttà
Dopo una nottata così
Ad accarezzarla
A godere della sua visione
Come una Katia rediviva
Di rara bellezza
Godere come facevo una volta
La visione del piacere immenso
Ancora mi accompagna
Nel sogno vedere
Anche il prof di antropologia
Studi vari
Sui dialetti di Italia
Sulla cultura del mezzogiorno
Del nord
Tra veneti e terroni
Uno studio serio
In quei d’Italia
La razionalità languorosa e rilassata
Ritorna
Dopo quel libro di Deleuze
Finito di leggere ieri
Forse un giorno o l’altro farò un riassunto
Una recensione
Ora non ho voglia
Pascermi ancora nel ricordo dell’ultima notte
E dello sviamento
Della bionda
Che va via come un sogno
Dove recupero i sensi e la testa e il languore
Con la prof di filosofia
Non è successo niente
Con Manuela
Non è successo niente
Soltanto
Ogni tanto
Vado fuori di testa
E basta una nottata erotica a ritrovare il senno
Ma comunque
Non è successo niente
Discorsi e pensieri che ritornano
Solo per essere differenziati
Non ci si può ripetere in eterno
Non si può cercare uno schema che predica
Il futuro
Ogni volta è una cosa diversa
In questo amplesso di pensieri e sensazioni
E ricordi e rappresentazioni
Andare oltre i propri fantasmi
I propri pensieri
Alla ricerca di quel cambiamento
Di quella differenza
Che non può ripetere sempre
Gli stessi motivi
Si sfalda così la storia e la trama
E ci si avvia verso non si sa che cosa
Leggere svogliatamente
Quello “Stile Libero”
Cultura giovanile
Nella quale non mi ritrovo
Pensare di sentirsi un vecchietto
Un anziano
Con tutta un’altra cultura
Riesumare dalla concentrazione di se stessi
Invocazioni al Padre Eterno
Preghiere
Che non stavano né in cielo né in terra
Come a volte succede
Solo per non crederci più
Di fronte al mare di confusione
Del ricordo di quella bionda prof di filosofia
Che riappariva in sogno
Solo per essere vinto il suo fantasma
Il ricordo di quel delirio
Nel sogno di languore
Bellezza bionda delirante
Che svanisce così
Nel sentire erotico e languoroso
Non so se anche stasera
Allo scoccare delle otto
Ritornerà ancora quella delirante visione
Discorsi immaginari da fare con Manuela
False parole di me stesso
Di dovermi presentare e apparire
Di farmi conoscere
Di smettere di essere me stesso
Per seguire apparire un altro
Vince il languore
E la pace erotica dell’anima
Dove non c’è più parola o pensiero
Nessun discorso o parola da inventare
Manuela
L’unica a cui ieri pensavo
Al di là di Marina
Se non per recuperarle tutte
E tutti i pensieri
Infiniti
Nella preghiera
Senza sosta
Senza fine
Senza chiusure ai pensieri
Ispirazione infinita
Che cercava solo l’apice
Nel piacere intenso della notte
Che ogni ispirazione manda via
Per lasciare solo il languore
E sono lontani i tempi di passione profonda
Con Xhuliana
Con Alina
L’ultima volta con Leida
Ma va bene così
Il languore vince ogni intricatezza dell’anima
Non so se scoccherà di nuovo la bionda delirante passione
Alle otto stasera
Quando lei inizia a lavorare
Al supermercato
Il ricordo del sogno della bionda prof di filosofia
Vincerà
Non è successo niente
Non mi è mai successo
Dicevo
E invece era già successo altre volte
Nicoletta
Diana
Manuela
Le bionde che mi hanno fatto delirare
Nel sogno del languore finisce il delirio
E nella notte di erotismo e piacere
Che ci si sveglia con l’anima in pace
Rilassata
Senza più deliri escatologici e teologici
Compressioni sfalsate dell’anima
Mi libero così nel languore e nel piacere
Che la giornata non ha più importanza
Come se fosse una di quelle tante giornate
Che passavo in università
Dopo estasi alcoliche erotiche e musicali
Con Xhuliana
Con Alina
Senza pensare più a niente
Neanche ai libri
Alle lezioni
Alle compagne
Ma mi pascevo solo nel languore
E voglio ancora pascermi
Per dimenticare ogni astruseria
Da prof di filosofia
La razionalità si rivolta
E si perde in un sogno che fa sfumare
Ogni delirio
E si libera l’anima mia
Che non c’è quasi più parola
Traccia o pensiero
E tutto si perde in una nottata erotica
Che vince ogni delirio di una bionda
Il sogno di una bionda e il languore