Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nel velo di Maya, nella Grande Allucinazione di tutti i media…

Alienarsi con internet, di fronte al profilo perfetto, da vero postmoderno, di un ex collega di università, in Olanda, a lavorare per un’azienda chimica, sezione marketing e comunicazione, due master alle spalle, in Danimarca, in Olanda, lui che diceva voleva diventare giornalista, perdersi nel mondo dei media, dei social, fare comunicazione digitale, il sogno di tutti noi, quasi nativi digitali, invasati con l’inglese, con le lingue, e con internet, l’invidia… l’invidia da star male, ripensare ancora tutto, alienarsi nelle riviste, nei giornali, sul pc, di fronte ad altre lingue, il mondo della manipolazione che entra dentro di te, e più sei solo, più ti fai manipolare da tutto ciò che vedi e che leggi, e tutto sembra diventare una legge sacra, la legge sacra di essere costantemente aggiornato, di sapere tutto, tutte le lingue, tutte le storie di paesi lontani come Germania, Russia, Albania, Olanda, Inghilterra, sapere sempre tutto, essere costantemente aggiornati, ed alienarsi così tanto da voler quasi diventare giornalista te stesso, o almeno traduttore di notizie, diventare l’oggetto in cui ti perdi, non distinguendo più te stesso… che mi ricordava quella compagna di università, Berenice, con il lutto della madre alle spalle, sempre alienata nei quotidiani, nel mondo intellettuale, lei che voleva diventare giornalista, anche lei, ragazza sola, disturbata, alienata, che stavo facendo la sua stessa fine in questi ultimi giorni quando, al posto di stare in mezzo alla gente, mi volevo alienare sempre di più nel mondo fittizio delle immagini e della realtà mediata dai mezzi di comunicazione di massa, annullare me stesso nel mondo delle apparenze… ci voleva una domenica in compagnia con Stas, Larisa, Dmitrij, mio padre, mia madre, per uscire da quel mondo fittizio, che Viktor Pelevin racconta molto bene nel suo romanzo “Generation P”, il mondo fittizio, la televisione, le notizie studiate ad arte, il vendere patriottismo, sogni, ideologia, come un grandissimo velo di Maya sempre a nostra portata, in ogni istante, in ogni luogo, sul pc, sul cellulare, sul tablet, nel mondo della carta stampata, alla televisione, alla radio, immergersi completamente in questa realtà mediata, in questo velo di Maya, e diventare un inventore di notizie, di fattoidi, di fattacci, di tendenze politiche, diventare la mente dietro tutto questo mondo di apparenze, la mia perenne e antica allucinazione, il mondo delle apparenze, il velo di Maya da imporre, da controllare, da inventare, il mondo che avrei voluto scegliere come mio lavoro: inventare notizie, inventare storie, inventare il velo di Maya… e uscirne, uscirne solo con la vicinanza con altre persone, la lettura di qualche saggio filosofico esistenziale, la sapienza del Qohelet, icone dimenticate in me, la vicinanza con le persone dopo essere impazzito più volte, essere andato dai carabinieri per lamentarmi anch’io di non so cosa, loro che non potevano fare niente, perché non c’era niente da fare, niente che andasse contro la legge, solo sentire uno strano male alle parole Ucraina, alla vicinanza con gli ucraini, e rimettere a posto nei sentimenti la depressione di una volta per Alina, che si manifestava alla loro presenza, con strani sintomi, tutti dovuti ai sentimenti, alle emozioni, e la razionalità che sragionava continuando a lamentarsi di cose che non esistevano… il velo di Maya di questi mezzi di comunicazione, il velo dell’inganno, che ora che scrivo già mi accorgo di quell’altro virtuale che vorrebbe dettare le sue regole, dettarmi la sua visione del mondo, la sua ideologia, quando il trucco sta tutto nello staccare e nel distaccarsi da questi mondi fittizi fatti di immagini e parole e ideologie nascoste, e scopro dentro di me la mia spinta a studiare di sempre: immergersi nel velo di Maya per poter un giorno controllarlo da dietro le quinte, inventare programmi, inventare notizie, essere il capo della Grande Allucinazione… non era forse tutto qui la mia follia? Un mondo fatto di immagini, di inganni, di apparenze? E il mio profetismo altro non era che alienazione totale nel mondo fittizio, far diventare la propria vita come la storia che appare alla televisione, mania di tutti, di apparire, di essere sullo schermo, di comandare le storie, di inventare personaggi, di scrivere stando nell’ombra, di comandare, di manipolare gli altri, come se i mezzi di comunicazione di massa si rivolgessero a persone inermi e passive, che accolgono tutto senza critiche tutto ciò che gli viene propinato, come se potessi conquistare il mondo con l’inganno, inventando la Grande Allucinazione… mia follia di sempre, che ora riconosco, anche quando nel tempo libero ancora mi dò a letture e studi, ma non per fare di questa Grande Allucinazione il mio dovere, il mio compito, il mio lavoro, ma solo uno svago per non spegnere il cervello, senza che però tutta questa finzione diventi più vera della realtà… non mi chiedo più di diventare giornalista, dopo aver visto articoli su giornalisti uccisi dai poteri forti, dalle mafie, dopo aver visto un altro trentenne ieri in televisione, già giornalista, già anni di esperienza alle spalle, la sua parlantina di mondi fittizi, da televisione, mi accorgo solo della mania di tutti, apparire, apparire ovunque, non importa dove, alla televisione, su internet, diventare qualcuno, diventare un personaggio del mondo dello spettacolo, diventare un’immagine, un’icona, un personaggio della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, distorsione del mondo che inganna tutti, come quell’amico di una volta, genio incompreso, secondo lui, come quell’altro, che voleva scrivere, come l’altro che voleva diventare artista e musicista, tutti quanti presi nelle trame della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, i mezzi di comunicazione di massa… si ritorna alla realtà, così, stando in mezzo alla gente, diventando più concreti, diventando più umani, senza pretese di ogni sorta, senza aspirazioni diaboliche, senza superbie, ci si accorge dei propri limiti, e della propria umanità, stando insieme agli altri, di domenica, neanche fossero i tempi delle grandi domeniche con i parenti, ritorna però quel sentire, quel sentire che sa di vero, di realtà, e non più di alienazione nel mondo dei veli di Maya e delle Grandi Allucinazioni, che passa la voglia di alienarsi di nuovo, e viene invece voglia di guardare con più distacco tutto ciò che passa sul velo di Maya, come una semplice esercitazione per capire il mondo, per parlare con gli altri, per essere informato, ma trovo il nocciolo di tutta la mia follia: l’alienazione nel velo di Maya dei mezzi di comunicazione… e qui c’è tutto Pelevin e la sua “Generazione P”, tutto il suo buddhismo postmoderno, qui c’è tutta la mia follia, e la mia uscita dalla follia, qui c’è tutto, anche le brevi frasi di quel libro sulla manipolazione e sui media, che non costringono tanto, ma affascinano, come dei seduttori, in ogni campo, dalle notizie alla pubblicità, dai social, alla politica, e in ogni cosa, in ogni dove, che la realtà sta altrove, e la propria anima anche è solo dentro di me, non più trasmessa ad uno schermo, caricata nel mondo virtuale, rimangono le tracce dello stare male per Alina, le tracce della depressione, i ricordi, che poco alla volta stanno guarendo, rimangono i sogni di una Marta che stava seduta sui banchi di scuola, mentre la bionda prof di filosofia leggeva qualche brano come se fosse la sacerdotessa di dottrine esistenziali ed esoteriche allo stesso tempo, le immagini di un sogno tra l’onirico e l’esoterico, desideri d’amore sbiaditi e contraffatti dall’esistere nel sogno, come Marta, come la bionda prof di filosofia, nell’ambiente più rilassante del mondo per me, la scuola, là dove ancora l’umanità era a due passi, tra ragazze e ragazzi, senza lo stress del lavoro, di sapere, di diventare qualcuno, di dover apparire, di dover raggiungere per forza e subito il proprio traguardo di carriera, apparire, essere qualcuno, avere il potere di comandare e inventare tutto il velo di Maya e la Grande Allucinazione, solo nel sogno c’era ancora il ricordo di un amore e di parole vere, genuine, scaturite dalla voce di lei, la prof di filosofia, e dall’immagine di giovane bellezza di Marta, che mi visitava nel sogno, quasi a dirmi di nuovo di sentirla e vederla, se solo lei non fosse persa nelle sue regressioni tra vecchie donne di famiglia e affetti per gli animali domestici, e non si sa che cosa ancora, il solito periodo destabilizzante dopo l’università, dopo che tutto diventa qui e subito, lavorare, lavorare, lavorare, essere qualcuno, fare carriera, guadagnarsi un’identità lavorativa, diventare qualcuno, apparire, essere, diventare, qui e subito, qualcosa, qualcuno, non più rimandato ad un incerto “più in là dopo l’università”, quando tutte le pressioni del mondo si fanno sentire, e credi che tutti gli altri siano felici e realizzati, arrivati, quando ti confronti solo con chi è più in alto di te, quando ti confronti con i tuoi ideali di chi volevi diventare e chi volevi essere, sogni forse irraggiungibili, tanto vicini alla megalomania, ai deliri di onnipotenza, alla sete di potere e diventare, di essere, di apparire, la follia di sempre e di tutti in questo mondo tra il postmoderno e il virtuale… si esce così dall’inganno, e non te ne accorgi neanche, e non ti accorgerai neanche, se sbaglierai di nuovo, come ci entrerai di nuovo nel mondo delle finzioni, nel grande velo di Maya, nella grande allucinazione di tutti i mass media…

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Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Viaggio notturno, onirico ed erotico… 

Le tenebre, una luce blu, immaginaria, nella notte, una luce blu scura, I’ve got the blues, mi veniva da dire, e il pensiero che andava ad Alina, ora che non c’è più, ora che per lei ogni sopravvivenza d’amore non c’è più, le tenebre dell’anima e una luce blu, la stanchezza del giorno, abbandonarsi alle tenebre, e lasciarsi immergere dall’aurea oscura, per poi spegnersi… nel sogno, un sogno dorato, dove mi ritrovavo per vie nella notte, in macchina, su strade sconosciute, in mezzo ai campi, vicino a qualche stazione del treno, alla ricerca di Leida, il ricordo di lei, erotico, nella notte, il sogno erotico alla ricerca di lei, ora che anche lei non c’è più… fermarsi da una sua collega, che mi diceva: “Stai venendo troppe volte, lei è arrabbiata con te, sei andato troppe volte, devi darti una regolata…”, l’hybris, l’eccesso, trasgredire il limite umano, andare oltre il possibile, lo sguardo tecnico e religioso di un compagno delle superiori, dei tempi dell’ITIS, quando c’era ancora Luca, il suo sguardo che mi compativa, quasi, che già sapeva, del limite umano, trasgredito, il suo sguardo tecnico che mi diceva che il corpo umano non è una macchina, che ha costantemente bisogno di essere soddisfatta, ad ogni pulsione, l’erotomania, la sessomania, l’esagerazione, il suo sguardo che dava una prognosi: lo sguardo tecnico di chi comprende l’eccesso… “Devi darti una regolata, noi ci siamo dalle dieci alla undici, e nel pomeriggio dalla una in poi, fino alle cinque, non cercarci in altri orari, lei è arrabbiata con te, non ti vuole più…” Leida, il suo sguardo imbronciato, nel sogno, l’esagerazione e l’eccesso e il ricordo di lei, un desiderio spento, nostalgico, dopo la fine, la sopravvivenza di lei nel mondo onirico, nel mondo erotico dei sogni, un desiderio rimasto inappagato, il ricordo erotico di lei nei sogni, l’estasi erotica, l’eccesso erotico, e un sogno di voluttà… una colombiana che stava con me in un pomeriggio, a parlare, a sorridere, un’altra di quelle, il suo sorriso mentre le sciorinavo la mia vita, la mia relazione con Leida, lei che sembrava comprendermi, lontani da non so cosa, da non so chi, forse dalla presenza di Leida, in viaggio, fuori dalla macchina, su un campo come vicino ad un’autostrada, a parlare, per andare chissà dove, meta sconosciuta, in quel continuo viaggio notturno, onirico ed erotico…  svegliarsi così, con tutta la sensazione di aver perso la scia di Leida, di aver oltrepassato il limite, con quell’immagine di Aleksia che sembrava parlarmi, dicendomi di non oltrepassare più il limite, con il suo sguardo comrpensivo, come mi appariva prima del sogno, tra il ricordo di Alina e aver rivisto Ana e Aleksia per le strade di giorno, dove il desiderio non era più solo erotismo, ma bisogno di parola, di ascolto, di relazione, eppure non c’era niente, il silenzio della città, la città e il suo asfalto, il nulla che rimaneva dopo gli eccessi erotici, il nulla… non c’è niente al di fuori delle relazioni per le ragazze, dell’amore per loro, mi dicevo una volta, no, nessuno ti può amare tanto come Dio, diceva Eugenia, lasci perdere la filosofia, io non ci capisco niente di Freud e Lacan, è tutto una questione di figa, alla fine, diceva il dottore una volta, lasciar perdere al risveglio improbabili evocazioni divine fatte solo di nevrosi e gesti scaramantici, solite nenie ipocrite, giri dell’anima non in pace con sé, solo nel sogno e nel risveglio si manifestava la verità, la verità della perdita di Leida e dell’eccesso di tutto l’erotismo, pagare il fio di un hybris erotica che ora sfiora toni depressivi e malinconici, tra un ricordo delle tenebre di Alina e il viaggio onirico, erotico e notturno di una Leida che non c’è più… chiudere l’accesso a discorsi sempre uguali, a desideri senza fine ormai acquietati, la fame e la sete che non ci sono più, là dove le pulsioni si manifestano solo nel sogno, il mostro che mangerebbe infinite ragazze che si trasforma in un principe, la visione delle uniche ragazze rimaste, senza provar più smania, Ana, Aleksia, Manuela, Miryam, la giovane cameriera, cosa fa di ognuna di loro così speciale? Niente, ragazze pubbliche, tanto uguali l’una all’altra per la loro bellezza e per la loro interscambiabilità nel mare dei desideri, mostro assetato che si trasforma in una creatura mitologica sublime, sogno di bellezza, sogno di amore, là dove il solo erotismo ha ecceduto, nel sogno di Leida, di quelle ragazze, non lasciarsi andare a cavalli di Troia di pensieri che si infiltrano nell’anima per avvelenarla, una sigaretta che ricordava quell’ultima notte con lei, quel pacchetto di sigarette dalle immagini quasi da farsi suggestionare, se non fosse stato per lei, per Leida, per il piacere notturno, portarle altri due pacchetti, le sigarette giuste, l’ultima notte, l’ultimo sguardo, di una ragazza che cominciava a chiedere troppo da me, io troppo da lei, relazione portata all’eccesso, il ricordo nella notte, un desiderio inappagato, lo sguardo comprensivo e la voce comprensiva d’Aleksia, in macchina, “Non superare l’eccesso, vieni da noi meno spesso, non esagerare…”… le forze risucchiate fino al midollo, la giacenza di pensieri nelle tenebre di Alina, I’ve got the blues, in un sogno blu e nero che diventa dorato e mistico nella notte, comincio a essere stufo, ad essere stanco, a cercare qualcosa di più, là dove tutti i desideri sono stati esauditi fino al midollo, desiderio insaziabile che incontra il suo eccesso, per farsi strada solo nell’immagine di altre ragazze pubbliche che niente hanno da offrire se non la loro presenza, la loro immagine di bellezza che richiama ad un amore che mai sarà, e nel sogno, nel sogno del viaggio notturno, onirico ed erotico ritrovare lei, Leida, desiderio inconfessato, e svegliarsi con la coscienza dell’hybris, e il nulla, e la stanchezza di vivere…

Pensieri liberi, Sogni, Visioni

In tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…

Nel sogno, un tavolino del bar, di un bar all’aperto, un tavolino bianco rotondo, vicino al quale ero seduto io e, affianco a me, i miei genitori, il luogo all’aperto, tantissimi tavolini, tantissima gente, come un quadro impressionista… e vedevo arrivare una certa ragazza, Vincenza, mai vista prima, né nella vita, né nei sogni, completamente sconosciuta, una ragazzina, una teenager o poco più, che si lanciava verso di me e mi diceva: “Non mi riconosci? Aldo? Sono quella delle elementari!”, no, non ti riconosco, le dicevo, e le dicevo solo di sederci ad un altro tavolino, più in là, da soli, lontano dai miei genitori, che quando ci sono i miei genitori mi viene il blocco, non una parola mia devono sentire, e mi mettevo con lei a quel tavolino, mischiando nei sogni i ricordi di Eugenia e di Olimpia, le foto di Eugenia che avevo visto, lei, nel suo Health Center in mezzo alla natura selvaggia in Malesia, quando saltava, piena di gioia, sul letto, all’arrivo di sua sorella maggiore Veronica, ma su quel tavolino mi perdevo, forse in frasi d’amore, o frasi più ciniche, sotto come una musica classica che illuminava il pensiero e la ragione, e quegli occhi pieni di amore, di innamoramento, di eccitazione di quella ragazza nel sogno non mi dicevano niente, ed ero lì solo per negare l’amore di lei, ero lì solo per negare il legame con i miei genitori, per separarmi da tutto, ed essere me stesso…

Me stesso che mi sentivo ieri sera, quando le poesie di Mihai Eminescu diventavano troppo complicate, in romeno, per fare andare via tutta la visione folle di Aleksia, per portare la ragione dove c’è l’irrazionalità, quando mi accorgevo di aver studiato anche troppo ieri, con tutti quegli articoli in inglese, tutte quelle poesie in romeno, e decidevo di rilassarmi, di buttarmi giù, prima con della musica manele che non mi acquietava più, le solite canzoni, i soliti pensieri, la solita mania della Romania, che ad un certo punto non sopportavo più, anche se tutti i pensieri andavano al sogno d’amore con Aleksia, che incontravo ieri per strada, e mi mettevo sotto la musica classica della radi olandese, solo per trovare la razionalità in me, il vero me stesso, quello che si rivolge agli altri e alle altre come un uomo di trent’anni, come uno che ha studiato, come uno che tutte le fasi d’amore e di erotismo le ha vissute, in tutta libertà e coerenza, con i miei pensieri, e trovavo me stesso sotto quella musica classica che, priva di parole, permetteva alle mie parole vere di emergere, e di essere davvero me stesso…

Mi addormentavo, la sera, sul letto, solo per svegliarmi senza sonno e un po’ rincoglionito, pensieri da cestinare che ora affioravano, a cui non davo ascolto, e mi mettevo lì ancora una volta, di notte, a leggere le altre poesie in romeno, per usare un po’ quell’intelletto che non voglio che si spenga, che non voglio mi faccia andare verso regioni periferiche dell’anima, dove domina solo l’irrazionalità e la stupidità, e mi mettevo a posto, di notte, con quelle poesie, con quel sogno d’amore per Aleksia, che tutto il segreto dell’anima stava nell’amore e nella razionalità, impossibile da spiegare, ma la mia anima si sentiva giusta, e non voleva sbagliare più, in quella sensazione d’amore che mi invadeva, in quello stato d’animo che cerca l’amore…

I’m craving for love… cantava stamattina alla radio quella canzone, di fronte a Miryam, craving for love, ho desiderio infinito d’amore, mi veniva da pensare, anche quando Miryam stava davanti a me, e non le dicevo niente, cosa le dovevo dire? Che ieri ho incrociato sulla via Aleksia, una puttana che mi sono fatto domenica, e che ancora sto smaniando per lei, I’m craving for love, ecco la giusta traduzione, sto smaniando per l’amore… no, non le dicevo niente, a Miryam, cosa le dovevo dire, tra tutti i miei amori che si perdono tra Manuela e Ana, la romena senza nome, e Aleksia, cosa le dovevo dire di tutto questo casino, che non so più chi amo, amo tutte e non amo nessuna, e sono forse solo innamorato dell’amore, in questo sentire che mi fa sempre venire in mente in the mood for love… no, non le dicevo niente, per non lasciar partire frasi che non sono parte di me stesso, ma sono forzature per lanciarsi sugli altri in maniera sbagliata, frasi da cestinare, sentimenti e parole da cestinare, e mi perdevo solo al pensare al sogno di stamattina, amore puro e cinismo, di quella ragazza al tavolino di un bar, e non dicevo niente a Miryam, anche se era lei stavolta a salutarmi per prima, a stare in silenzio anche lei, con quel suo sguardo perso, che mi ricorda sempre come diceva che il suo nome è come quello della Madonna… ma lasciamo perdere le cose religiose, sarebbe ipocrisia, come diceva Olimpia, andare in chiesa, mettersi a pregare, nonostante i sogni, nonostante le visioni, cerchiamo di essere una persona normale, e non facciamo gli ipocriti, quando tutti i sogni vanno da Aleksia, quando tutto l’amore va per lei, e se c’è un modo per capire la mia anima basta seguire la scia dell’amore, dove va, da quale ragazza, da quali ragazze, fino a perdersi nell’infinito, nell’infinito davvero, dove non basta più nessuna musica, nessun libro, nessuna lingua, niente, nessuna arte, e mi perdo solo nel sogno di Aleksia, in quella visione di ieri al vederla camminare per le vie, diretta forse a quel negozio romeno, e sognare a come sarebbe stato il pomeriggio con lei, in mezzo ad altri romeni e romene, alienato forse da una lingua e da gente che non conosco, senza poter offrire niente a lei, se non il mio amore per tutte, che si risolve in amore per nessuna, è questa forse la sorte di noi puttanieri e puttane, amare tutte e non amare nessuna, aperti all’amore, ma soli dentro di noi, per scelta, aver scelto la libertà di non legarsi a nessuna in particolare, lasciare liberi i sentimenti di andare dove vogliono, senza forzature, senza niente, in tutta libertà…

E allora andavo via dal bar e non mi lasciavo andare a quella regressione e ipocrisia di passare in chiesa per tutti i santi, nonostante le visioni della notte prima, quando mi svegliavo da quel sonno sballato la notte, e mi dicevo solo che il sogno d’amore e il sogno di libertà sono parte di me stesso, e sotto una musica che non riconosco, una musica classica senza nazionalità, senza più fissazioni per chissà quali paesi o quali lingue, quali musiche, in tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica…

Nel sogno, un paesaggio immerso nella natura, in un tramonto, come quelle foto della natura incontaminata della Romania, le sfumature verde scuro, il cielo tra un rosso e un azzurro profondi, e una striscia azzurra che mi riconduceva agli occhi di Katia, la sua voce squillante, “Perché non fai le fotografie?”, e mi mettevo a scattare foto, in quel paesaggio immerso nel verde, che nell’immaginazione del sogno era vicino ad un mare ligure che si stagliava sulla costa con le sue onde, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, Katia, un altro sogno azzurro, di bellezza infinita, di ricordo senza fine dell’innamoramento con lei, il primo amore che non si scorda mai, il sogno azzurro di lei che ogni tanto la notte fa capolino, e mi invade l’anima con la sua bellezza… altri sogni d’altrove, in una specie di sgabuzzino dove erano presenti vari studenti e studentesse di mediazione, uno stanzino lugubre come un magazzino o una fabbrica abbandonata, intrappolati lì, senza poter fare niente per uscire, una giovane ragazza musulmana con il burka che quando dicevo “Allahu akbar”, non so perché si calmava e diceva, “Sì, lo so, non si può fare niente”, e l’immagine cambiava e mi trovavo per le strade di New York, sulla Hall of Fame, sotto dei portici maestosi di pietra, e parlavo ancora con Katia, nella ressa generale di persone che passavano, e dovevamo incontrarci con qualcuno, dei nostri amici, delle coppiette, e in quel sogno mi sembrava di vivere, mentre pensavo a chi dovevo incontrare, proprio come quando aspettavo Olimpia là a Milano, qualche settimana fa, e mi perdevo tra quegli sguardi e quella gente, e alla fine vedevo arrivare un gruppetto di persone, due o tre, e mi chiedevo se erano loro quelle ragazze da incontrare, quelle ragazze tutte sulle loro, un po’ chiuse, un po’ bigotte, e troppo brave, e il sogno si disperdeva in un’altra ambientazione, io che levitavo sopra il soffitto altissimo di una casa mai vista, e c’era Davide e sua madre Enza, che parlavano tra di loro e mi chiedevano come facevo ad atterrare sul pavimento, dove c’era un quotidiano aperto, e mi preparavo alla discesa, volando sopra il soffitto, inclinandomi come per atterrare come un’aquila sulla sua preda, e Davide mi diceva qualcosa, e poco alla volta il mio potere di volare svaniva e atterravo lentamente con i piedi per terra… c’era un tavolo con sopra tanti oggetti di pietra, fatti a mani, sculture di draghi, di saggi cinesi, di Confucio e altre cineserie di pietra, e mancava forse una statuetta, che qualcuno aveva rubato, per invidia, e io e Davide la cercavamo nella stanza, solo per trovare una statuetta con il volto di Confucio mezza rotta, qualcuno che l’aveva rubata e danneggiata, per dispetto, mentre mio padre vedeva come, quando volevo, ero in grado di creare statuette, di darmi all’arte, di darmi alla scultura, e creare immagini di un certo carisma, mentre io mi riempivo di orgoglio agli occhi di mio padre…

Che strani sogni, dopo che ieri sul lavoro mi rendevo più propositivo, più positivo, anche quando chiamavo quei corrieri per vedere l’ordine, anche quando cercavo di capire gli altri lavori, e mi sentivo soddisfatto a fine giornata, anche quando ritrovavo tutta la voglia di leggere in russo e in albanese, con tutta l’attenzione di cercare parole nuove, di leggere veloce e leggero, senza tempi lunghi e appesantimenti, e mi sentivo su di morale, pensando anche all’ultima nottata con Aleksia, alle ultime volte con la romena senza nome, e mi dicevo, d’ora in poi, di concentrarmi sulle cose positive, e di stare sempre sereno e di cercare di essere una persona normale, senza più quell’eccezionalità che pensavo fosse tutta mia, che invece non è, se non fosse per la mia smania e piacere infinito nello studiare le lingue… le lingue… che stamattina al bar cominciavo a sognare quando la cinesina diceva “Kafé lung?”, che sembrava una parola cinese, con quel suo accento così particolare, che mi sarei perso in infinite canzoni cinesi, dove ogni sillaba ha la sua nota diversa, se non fosse per la musica che suonava sotto, che per un attimo copriva quel sogno: I am wonderful, I am beautiful, I love my life, e il giusto senso di stare assieme agli altri e di parlare usciva dalla bocca di un cinquantenne lì al bancone con me, bevendo caffè, quando chiedeva alla cinesina se era da sola stamattina, se Paolo, Bruna e Miryam non c’erano, e lei rispondeva con un semplice: “Pulire”, e mi perdevo nel suo sguardo, nella sua esotica bellezza, in quella sua lingua che per un attimo parlava, non so con chi, che mi verrebbe ancora voglia di leggere in cinese, come tantissimo tempo fa, di ascoltare musica cinese, come tantissimo tempo fa, e di perdermi, mentre quella sua sillaba mi ricordava il drago cinese che i miei amici cinesi mi avevano regalato, quella statuina color bronzo, con il drago, e l’altra tartaruga, simboli imperiali di una volta, e mi ricordavo tutta la positività di quell’amicizia, le risate e le parole, l’amicizia, e il giusto sentire, che se quell’effetto del caffè non fosse stato così lento avrei cercato di dire almeno due frasi alla cinesina, che mi ispirava ancora, dopo il sogno di Katia, dopo quel sogno di statuine cinesi, e cominciavo a sognare, a sognare, a perdermi in me, in questa giornata che forse avrà tempi lunghi, perché mi pare non ci sia niente da fare per me, e voglio solo restare positivo, essere una persona normale, pur con questi sogni e questa ispirazione, che per un attimo, nel mio autismo letterario pensavo solo a dedicare una poesia a quella cinesina, mentre basterebbe ogni tanto dirle due parole, se solo non fossi così chiuso in me, così perso in me stesso a cercare collegamenti psicologici che non stanno in piedi, a combattere la mia sonnolenza mattutina, il mio caos addormentato di pensieri, e chissà quando tutte quelle parole impareranno ad uscire da me, a farmi smettere di essere così chiuso e autistico nel mondo delle parole e delle lingue e delle immagini in me, dei sogni, del mondo onirico, del mondo che pensa e riflette troppo, e mai dice una parola, se non quelle di circostanza e quando si è sul lavoro, e quanta concentrazione devo avere per cercare di essere sempre una persona normale, e non perdermi nei miei mondi metafisici e metapsicologici, metapsicopatici, se solo non fosse per tutta l’ispirazione del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica… e non so che farò, troverò piacere a leggere ancora tante cose, in non so che lingua, e troverò quel piacere che le altre persone non possono capire, quel piacere delle lingue che fa parte di me, che diventa il mio videogioco, il mio hobby, torna ad essere la mia passione, senza fissarmi troppo solo su inglese e russo, libero adesso, dopo l’università, di godere di ogni lingua che mi ha sempre affascinato, con tutta libertà, e trovare lì quel piacere che gli altri non trovano, ecco qui la mia particolarità, come quelle tre semplici sillabe della cinesina, che mi mandavano in un mondo fatto d’arte e di musica, di statuine cinesi e di arte imperiale, di un mondo fantastico come i wuxiapian, e volavo con l’anima, dopo il sogno azzurro con Katia, anche con la cinesina… e la giornata andrà avanti da sé, con o senza lavoro non importa, l’importante sarà stare svegli, stare attivi, stare positivi, e non perdere mai l’ultima ispirazione…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

Notte terribile, al messaggio di risposta di Marina, l’inferno che si scatenava, la Russia, le parole russe, il rigetto, messaggi chilometrici di ripudio, della lingua russa, dell’università, delle lauree, delle lingue, del lavoro in Inghilterra e in Russia, l’odio, il disprezzo, nessun sentimento positivo verso di lei, dopo che la giornata era già iniziata male con Stas che si intrometteva tra i miei ricordi, di giorno, al risveglio, a pranzo, nonostante il mangiare cibo russo, la tranquillità, quelle parole mezze russe e mezze romene, il ricordo di Alina, nero come la pece… il ricordo di Alina nero come la pece… e il caos di giorno, passare al Carrefour e andare ancora in tilt per delle frasi delle guardie, al sentire nominare il nome del mio paese, il nome di Manuela, o Manuele, non capivo, la psicosi che iniziava, di nuovo, quasi, se non mi calmavo durante il pomeriggio… andare a fare quattro passi, non mi salvava, fare la doccia non mi ristorava più di tanto, solo la televisione olandese mi portava via, dopo cena, con quella lingua incomprensibile ma bella da ascoltare, quell’accento, quell’altro mondo, un mondo lontano da casa, dai miei, dalle solite facce, dai soliti luoghi, evadere così, fino a quando anche la lingua olandese non valeva più niente, e diventava disturbo… spegnere la tv, buttarsi sul letto e non pensare più, cercare ristoro e sonno sotto la musica classica alla radio olandese, il sonno che arrivava, il relax, i sogni erotici… svegliarsi, per prendere le medicine, per fumarsi una sigaretta, e andare a dormire con tutta la tranquillità del mondo, senza pensare troppo alla mattina dopo e a dover andare fino a Como per fare la revisione della macchina, dopo che ieri pomeriggio la portavo a lavare, dentro e fuori… e poi, quel messaggio, di Marina, nel fondo della notte, quando di solito la gente va a dormire, e lei invece accende VK e FB, quando mai le ho scritto, ieri, preso per un attimo ancora dall’ondata russa, che mi faceva guardare la tv di stato, trovare qualche film, pensare ancora di avere la voglia di lingua russa, che non c’era… le maledizioni, le imprecazioni, l’odio, il rigetto, il nessun piacere, nessuna follia come con Manuela, solo una grande rottura di scatole, un peso sull’anima, il nero di pece d’Alina che si impossessava di me, e il ricordo di quei giorni terribili con Marina, perdere un’ora nella notte fonda per risponderle, dirle di non sentirci più, io che maledicevo i social, i messaggi, le notifiche e ogni cazzata di questo mondo, dirle di non sentirci più, che dopo Alina la Russia ha solo un significato negativo, pessimo, e che il nero dell’anima mi avvolge al solo ricordo, al solo ritornare a sforzarmi su quella lingua, altro che la bellezza delle lingue che mi ha sempre accompagnato, altro che la mia passione per le lingue più forte di ogni lavoro, mi sentivo annullato, senza passione per il lavoro, senza la passione per le lingue, senza nessuna voglia di niente, e il nero dell’anima si impossessava di me, e mi auguravo che Marina non rispondesse mai, mai più… la notte, l’insonnia, il rivoltarsi nel letto, le maledizioni e tutto il solito giro di pensieri, scappare, andare via, trovare altri lavori, trovare altre lingue, trovare altro, e alla fine il pensiero che mi salvava, che salvava la notte e salvava l’anima: Ana…

Ana, che mi addormentavo nel ricordo di lei, di quei momenti erotici con lei, rubati alla notte, e la notte portava anche dei sogni incantati, lei che si trovava in qualche fabbrica abbandonata costretta a girare dei video pornografici, in qualche posizione d’acrobata, e io che mi trovavo lì, tra quegli uomini che se la volevano e se la dovevano fare, e mi ritrovavo con i pantaloni giù, nel sogno, e quel momento di farmela che non arrivava mai, la gente intorno a me che aveva la precedenza, i commenti insani, la logica del lavoro dei video pornografici, in un ambiente colorato di blu e di nero, e di tinte scure, come la notte, il suo sguardo debole e disperso, abbandonato a se stesso, la sua bellezza della notte… e la scena ora cambiava, mi ritrovavo di nuovo in una città asettica, come quella di sogni precedenti, una città senza macchine, senza persone, solo fatta di vie e di case, di angoli di strada dove lei stava insieme ad una sua amica che sussurrava come una sirena: “Scopami… scopami…”, lei vestita di bianco e di nero, come una vera modella uscita dalla scena, e loro due stavano in quell’angolo della via asettica, vista dall’alto, di una città di notte senza traffico, senza luci delle case, senza rumori di persone e televisioni o diavolerie elettroniche, una città asettica, epurata da ogni cosa, solo le linee delle vie e delle case, come un quadro di DeChirico, e io mi avvicinavo di nuovo a lei, ad Ana, per consumare ancora, per godere con lei, e lei si apprestava, si lasciava andare, così, per strada, in quell’angolo della strada, senza dire niente, e mi apprestavo a godere con lei quando ricomparivano quegli uomini che la possedevano, quelli del video pornografico, che parlavano tra loro, come in un dialetto meridionale, e si decidevano ad escludermi, guardandomi male, indicando la mia vera destinazione, un furgoncino Volkswagen, quello degli hippie, colorato di arancione e di scritte da murales di infino ordine, mi indicavano quel furgoncino e mi dicevano di andare con quella gente lì, e aprivo lo sguardo, forzato ad andare via, e tra i giovani che popolavano quel furgoncino rivedevo Marinotto, e altri ragazzi e ragazze di chiesa, che mi guardavano dicendo: “Cosa ci fai lì?”….

Mi risvegliavo, solo per ritrovare la carica erotica ancora sveglia in me, e la liberazione dei sensi, dopo tutto, nel sogno, mi riprendevo, forse mi fumavo un’altra sigaretta, e poi tornavo a dormire, questa volta solo per sognare un altro ambiente fantasy, di una buca enorme in una cava, dal cerchio perfetto, dove stavano buttati lì dentro, in un ammasso enorme, un centinaio di libroni dalla rilegatura marrone, come i libri di una volta, libri classici, buttati via, che si potevano prendere su liberamente, e c’era come una potenza oscura che vegliava su quei libri, che voleva impossessarsene, e solo in pochi tra di noi cercavano di salvare quei libri, di rubarli, e vedevo Fabio C., antico compagno di università, che con la sua barba e i suoi occhiali salvava il libro di Marx, “Il capitale”, e se lo portava via, parlando di quel libro come se fosse un libro sacro, che aveva tratto in salvo, mentre io riuscivo a trafugare qualche libro, ma quello che volevo mi sfuggiva, veniva portato via dal dilagare infernale di quella buca perfettamente rotonda, che veniva schiacciata via come da una forza superiore, come quella di una scavatrice, che tutto distrugge…

Sogni, ancora sogni nella notte, di programmi televisivi pieni di conduttrici e concorrenti froci e lesbiche, una sala che sembrava la sala d’aspetto del pronto soccorso, solo più scura, dove stavano anche dei bambini e delle bambine che aspettavano l’inizio della campanella, in una scuola attigua a quello studio televisivo che sembrava però una sala d’aspetto del pronto soccorso, e concorrenti e politici radical chic, froci e lesbiche, cadevano come dal piano di sopra, come da una buca con un tubo al centro, come quello dei vigili del fuoco, e Gerry Scotti diceva che una volta, negli anni ’70, erano in pochi i concorrenti e i presentatori e i politici froci o lesbiche, se ne contava forse uno, due, delle rare eccezioni, e compariva Emma Bonino che raccontava l’emancipazione dal vecchio mondo, mentre ora, oggi, era tutto un brulicare di trans, froci e lesbiche, e la prossima che attendeva di raccontare la sua storia, di fare la comparsa in studio al di là della stanza era Carmen Russo, che stava lì seduta a pensare tra sé e sé, ad aspettare, mentre un altro personaggio come DiMaio se ne usciva dalla scena, avendo compiuto il suo intervento, ed Emma Bonino guardava da lontano, come supervisore, e Gerry Scotti continuava a presentare, e si sentiva la sua voce di sottofondo, quando tutto si colorava d’arcobaleno, e mi svegliavo…

Il risveglio erotico, del ricordo di Ana, il sogno più bello della notte, un sogno blu e nero, il risveglio presto, alle sei, per andare a fare la revisione, e fregarsene del messaggio infernale della notte prima, di Marina, e ricordare solo Isabela, Ana, la romena senza nome, questo mio dilagare di immagini e segni che ricordano la Romania, e tutta la salvezza stava là, nel ricordo di Ana e nel sogno erotico, che non c’era più niente da pensare, da scrivere, da elaborare, da scervellarsi, tutta la salvezza stava nel sogno erotico di Ana, che desideravo una di queste notti, se solo lei non fosse in Romania per fare la patente… mi svegliavo, bevevo il mio Nescafé e cercavo solo di imprimermi nella mente quei sogni, da ricordare, per poterli riscrivere una volta tornato dalla revisione, li ripetevo mentalmente, li rivisualizzavo, e trovavo tutta la pace in quei sogni, che non c’era nient’altro, anche quando andavo al bar dei mille a prendere il mio caffè della mattina, a comprare le sigarette, e poi partivo verso Como, un po’ in ansia per la strada che mi avevano spiegato, ma non avevo mai fatto, l’ansia del viaggio, di arrivare in tempo, di trovarmi davanti delle persone abbastanza sgradevoli, il mondo del lavoro, le officine, il mio incubo, quasi più dei messaggi con Marina, e in tutto il tragitto pensare solo alla mia macchina, alla mia stessa macchina versione tuning del cugino di Ana, in Romania, l’unica salvezza anche quando alla fine, senza troppe difficoltà, arrivavo là in anticipo di una ventina di minuti, e mi appostavo nel parcheggio, guardando la mia macchina pulita, e nel buio della mattina ricordare il buio della notte con Ana, e sognarla e desiderarla ancora ad occhi aperti, che non c’era più niente da volere…

Aprivano alle otto, mi appostavo lì in parcheggio e dicevo chi ero, mi dicevano di sì, ma mi squadravano, mi guardavano male, come un povero barbone, come se non ci fosse niente da guadagnare in me, e già mi saliva il nervoso, di quella gente che ha solo il suo lavoro, e i suoi soldi, che mi veniva in mente tutto l’Ottocento marxista e la critica ai borghesi, e anche l’esaltazione spudorata del capitalismo di Ayn Rand, quel meccanico di un grande gruppo petrolifero, e combattevo questi pensieri e quelle sensazioni di disprezzo nei miei confronti, la sfiducia nei loro sguardi, e l’incapacità di immaginare un mondo diverso, fatto di lingue, quando la notte prima avevo rinnegato tutto davanti a Marina, e solo il pensiero di Ana mi salvava, se non fosse stato per tutta l’ansia di quella strada, di quella gente, di quelle persone, di quel mondo del lavoro che non fa per me, come non fa per me parlare in altre lingue, scappare in Inghilterra o scappare in Russia, e mi dicevo solo che me ne dovevo fottere, me ne dovevo fregare, di evocare un po’ di più l’albanese in me… momenti in ufficio, il malinteso sul pagamento, chiamare mio padre al telefono, alla fine optare per pagare con un bonifico, la donna italiana e la giovane ragazza italiana, della mia età, che disprezzavo come non mai, che maledicevo, come loro guardavano male me, come se fossi un buono a niente, il disprezzo altrui di altri dell’officina, l’essere trattato come niente, il “Si figuri!” falso e studiato della giovane figlia di capitalisti alla Ayn Rand, il potere malefico del capitale e dei soldi che schiacciava ogni rapporto umano, l’ignoranza e il demone dei soldi e del lavoro che si manifestava, come solo si può manifestare in questi paesini del nord Italia, il senso di ribrezzo, di schifo, di ripudio, in una parola: l’odio…

E non era finita lì, mi dicevano che la macchina perdeva olio, di farla guardare, io che facevo finta di niente, facevo lo gnorry, non me ne sono mai accorto, dicevo, il fatto è che non me ne sono mai fregato, della macchina, un po’ come Hank Moody in Californication, lui e la sua Porsche, da buttare via, da spaccare e basta, solo per scrivere e lasciarsi andare all’erotismo, e tutto il resto non conta, la macchina che serve solo per trovare ragazze come Ana, e niente di più, lo sguardo torvo dei lavoratori, l’odio che lasciavo alle mie spalle, solo per immergermi ancora di più nell’ansia della strada del ritorno, di capire come fare ad aggiustare la macchina, se mi avrebbe abbandonato nella mattina sulla strada al rientro, l’ansia e l’odio, e il pensiero di Ana nel sottofondo, che ora non mi salvava più…

Tornare a casa con l’ansia a mille, per la revisione ancora da pagare, per l’olio e la macchia d’olio che in effetti vedevo in garage, mio padre che come al solito posticipava tutti gli interventi da fare, io che quando voglio una cosa a posto la voglio subito, senza aspettare, per togliermi via subito le preoccupazioni, per non pensarci più, l’atmosfera nervosa, Marco che arrivava e mi chiedeva, come se mi avesse mandato dai suoi fratelli e compagni, io che quella gente la odiavo, quella che mi diceva che Marco era a posto, aveva già pagato, io che me la prendevo perché le cose non sono mai chiare, come si paga, come non si paga, come si mettono d’accordo, perché non dicono mai niente, l’olio e i soldi per l’olio, per riparare la macchina, le bestemmie di mio padre di non preoccuparmi, le mie bestemmie verso di lui per la macchina, unica mia salvezza per scappare da qui, la notte, il giorno, il fine settimana, in ogni caso e sempre… alla fine estorcere cinquanta euro per andare a farsi mettere l’olio nella macchina, in quell’altro benzinaio dove mi guardavano male anche lì, quando passavo con solo 15 euro in tasca, quando tornavo la donna si scusava, la sorella di chi mi aveva guardato male, “Scusami, ma mio fratello non sapeva che eri passato di qui anche ieri…”, come per dire, scusa, ma pensavamo che eri un barbone che voleva cambiare l’olio a gratis, non sapevamo che ieri avevi pagato pure anticipato per farti lavare la macchina, il demone dell’odio, dei soldi, del capitale, i soldi che senza soldi non conti davvero niente, la gente che ti guarda male, la gente che pensa di essere superiore solo perché ha un lavoro, il demone dei soldi e del capitale, come nel sogno incubo della notte… farsi cambiare alla fine l’olio, da quei due benzinai napoletani che pensavano di avermi fregato cinquanta euro, parlando tra di loro, facendo un po’ di sceneggiata, a me non me ne fregava, avevo bisogno di quell’olio per mettere a posto la macchina, per starmene più sicuro, per potere sognare ancora Ana e la notte e Isabela e le ragazze come loro, e la fuga da qui, da questa altra abitazione a volte impossessata dal demonio…

La tranquillità… decidere di non lavorare quest’oggi, non c’era niente da fare in officina, mio padre e Marco si perdevano in dei lavori inutili, dove io non potevo fare niente, l’odio, l’ansia, lo stress del fine settimana, mio padre che diceva che alla macchina ci pensava lui più avanti, adesso era indaffarato, mollare giù tutto, fregarsene di ogni cosa, salire in casa per pranzare, in un attimo, e poi fregarsene e buttarsi giù sul letto, per recuperare le ore di sonno perdute, per dimenticare il mio impaccio davanti a quelle segretarie, le parole che mi uscivano scoordinate dalla bocca, in una pronuncia che non era né olandese, né russa, ma neanche italiana, l’odio di loro nei miei confronti, l’odio reciproco, l’odio nei confronti dei benzinai, l’odio da sterminio di tutta la razza italiana, la sua lingua, il suo popolo, tutto il nord, classici miei deliri da nervosismo esagerato, quel mondo che non mi piace, l’odio, il disprezzo, i soldi, i demoni…

Svegliarsi, nel primo pomeriggio, rilassato, senza pensarci più, lasciando perdere ogni cosa negativa, ogni pensiero, non pensarci più, una buona volte per tutte, là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Sogni, Visioni

Con tutta la naturalezza del mondo…

“A che ora finisci?” “Alla una” “Alla una, no, alla uno…”, parlavano così la guardia e la cassiera, ieri, alla uno, là dove mi avevano chiamato, dopo che una signora mi diceva che potevo andare anche senza aspettare la chiamata, “Ah! Si può già andare? Non lo sapevo!”, dicevo, non tanto convinto di quello che diceva la signora, che infatti veniva redarguita dalla cassiera più grande, che le diceva di aspettare… tornavo in coda solo per poi essere chiamato alla uno, già dove mi stavo dirigendo, senza chiamata, e recitavo quel personaggio che pensa solo a fare la spesa, a porre gli oggetti sul rullo, a porgere la tessera, a pagare, a mettere la roba nella borsa, e prendere l’eventuale resto, non una parola di più, niente… quel niente che la sera mi faceva sembrare di essere tornato ad essere un cyborg, un uomo senz’anima, senza voglia di scambiare parole con nessuno, forse solo un uomo stanco, mi rendo conto adesso, e non tanto “chiuso” come mi diceva Leida, come Maria Teresa mi diceva, non negativo come mi diceva Maria Teresa e Dario e Leida, ma semplicemente un uomo stanco, un uomo stufo, di ogni cosa, di questi inganni della mente, che se smetto di essere chiuso lascio via libera alla ‘paroliferazione’ di cavolate, di cose da dire agli altri, fuori luogo, cercando una simpatia che non c’è, e se il destino è quello di essere chiuso dentro di me va bene anche così, nessuno mi obbliga a parlare e fare l’estroverso, quando tutte queste cose non le sento come mie, non fanno parte del mio carattere, non fanno parte di me, e sono stufo di ingiunzioni superegoiche che mi dicono di fare il superuomo, che provoca solo stress, esaurimento, personalità che non sono mie, e sono stufo dei pensieri sul bar, sul supermercato, sulle prostitute, sulle letture forzate, sul dover essere, sugli ideali… no, sono stanco, sono stufo, e non mi interessa se dopo pranzo ho voglia di dormire, se alla sera, come ieri, non riesco a finire di vedere un film e mi butto sul letto per riflettere e pensare e rilassarmi, nessuno mi obbliga a niente, è un periodo così, un periodo stanco, e accetto con più naturalezza quello che sono, non sforzandomi di essere ciò che non sono, per non perdere la mia identità… il lavoro che in questa settimana ancora non è davvero iniziato, e non mi interessa, meglio riposare un po’, ci saranno altri momenti per lavorare, altri momenti per essere più attivo, e non me ne faccio più un pensiero, pensando di scappare altrove, di essere superattivo, di sentirmi importante o indispensabile, non mi interessa, va bene anche così, lavorare poco, ma essere almeno rilassato, e non seguire gli ideali irraggiungibili di una vita frenetica, fatta di lavoro, di film, musica, libri, ragazze, divertimento, adrenalina, energia, no! Se in questo periodo sono stanco va bene così, e non ho depressioni da temere, ho solo da temere eccessivi sforzi intellettuali per essere ciò che non sono, eccessivi sforzi che mi farebbero andare solo in nevrosi, e preferisco essere rilassato e anche un po’ senza energia, l’energia, quando vorrà, ritornerà, nel giusto equilibrio… e il pomeriggio in biblioteca, dopo la mia camminata quotidiana, mi rilassavo a leggere quella rivista Bahaì in biblioteca, che spiegava i fondamenti lapalissiani di quella religione, cose appunto scontate, ma non per questo da dimenticare o da negare, e ogni tanto anche il ripasso delle cose ovvie fa bene… mi prendevo due dvd, quando mi accorgevo che non avevo concentrazione per leggere altri libri, quando ero stufo di leggere, e la sera mi guardavo “East of Eden” con James Dean e l’altra attrice Julie, e mi perdevo in quel film… guardavo la prima parte verso sera, dopo cena, e a metà del film mi spegnevo, pensando a Manuela, al supermercato, al mio essere chiuso, al mio non parlare più con la gente, e mi spegnevo, mi spegnevo… mi addormentavo e facevo strani sogni erotici, dove una certa Vicky, giovane ragazza, del ’92, compariva e si  presentava, in un sogno che sembrava uscito da un film di fantascienza, un sogno che non ricordo neanche più, ricordo solo l’eccitazione per quella ragazza, e come mi svegliavo… mi svegliavo per prendere la mia medicina, che poi invece dimenticavo, e tornavo a dormire solo per risvegliarmi all’una di notte, per prendere la medicina, per finire di vedere quella seconda parte del film… il ragazzo discolo che cerca la madre, il conflitto con il padre, che freudianamente impone la legge della moralità, l’amore del fratello più omologato, che alla fine si perde per il sentimento verso la madre e decide di andare a combattere in Europa, la ragazza di lui che si innamora del fratello più ribelle, ma anche più intraprendente, quando decide di mettere su un business che frutta, e alla fine del film la riconciliazione, con il padre morente, sul letto di morte, e l’amore di quella ragazza… l’amore di quella ragazza, che in lei non vedevo nessun’altra tranne Eugenia, sì, Eugenia, il cui pensiero attraversava tutta la notte, l’amore che era stato per lei, e che forse è ancora, il vero amore, non le follie e l’innamoramento e le psicosi e l’erotismo, ma il vero e proprio amore che me la facevano desiderare come per sempre, al di là della sua bigotteria, al di là della sua bellezza da pubblicità di saponette, e nella notte c’era solo lei, lei che passava attraverso quell’attrice, l’amore di una volta, il vero amore che non ha niente a che fare con le artificialità moderne, l’amore che forse poteva vivere solo in un’altra epoca, non in questa… e davo un’occhiata al suo profilo Facebook, aveva condiviso quell’articolo sui grandi della Sylicon Valley che si stanno disconnettendo da internet per fare una vita più autentica, e mi veniva da sorridere, mentre pensavo alle foto della natura di cui mi sono cosparso, natura che ricordava Eugenia e quel parco, il suo amore per la natura, quella camminata nel verde ogni sera vicino al cimitero, quella naturalezza della quale sono alla ricerca, quella naturalezza al di là di tutte le artificiosità, e nel fondo della notte pensare e visualizzare solo lei, solo Eugenia, per dimenticarmi di tutte le opinioni e le parole di tutti, perché, in fondo alla mia anima, come scrivevo anche nel prologo, c’è solo lei, l’unica ragazza, la romena senza nome che vive in me, che ora ha un nome, Eugenia, l’unica ragazza che mi dava quella tranquillità e quella pace e quel giusto sentire, anche se a volte forse troppo fatto di divieti, che mi portava avanti, e se solo quei mesi d’estate fossero stati adesso mi sarei fatto un’idea più giusta di quei divieti, di quei consigli, e avrei accettato di più la pace dell’anima senza cercare eccessi, come allora cercavo con Leida, dopo Alina, e mi sarei messo in pace, e mi sarei arreso alla naturalezza dei sensi, senza cercare adrenalina ed estasi ed eccitazioni dell’anima, che una volta finita l’ubriacatura dei sensi, non ti lasciano più niente… ma quell’estate è passata, lei è ora in Malesia, andare dagli avventisti ora non ha senso, rischierei dei lavaggi del cervello e uno squilibrio che è già abbastanza forte così com’è, e senza lei, senza Eugenia, non avrebbe senso, mi bastava vederla sorridente e libera in Malesia, insieme ad altri giovani, a fare gli infermieri, le suore e i monaci laici, se questi termini si possono applicare a degli avventisti, e la lascio libera, la lascio libera e cerco di non dimenticarla da me, cerco solo di vivere così come sono, con più naturalezza, senza ideologie e forzature dell’anima, “Sia più naturale…” mi dicevano, ed è giunta l’ora davvero di dire basta ad ingiunzioni e ideali irraggiungibili, modi di vivere da pubblicità o da film thriller e d’azione, basta con le storture intellettualistiche e gli ideali superomistici, voglio solo stare più rilassato, essere più naturale, e non essere fregato ogni volta da quelli che mi dicono di fare di più, di essere così o cosà, di non essere ciò che sono, ora come ora voglio essere solo ciò che sono, con più naturalezza, e voglio lasciar perdere chi di me non capisce niente, e il ricordo va solo a lei, va solo a Eugenia, che si perdeva nell’attrice di quel film, e la lascio libera, ci lasciamo liberi, e con tutta la naturalezza del mondo, che va avanti da sé…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Che non rimane più niente…

Nel sogno, la notte, Leida, i suoi capelli biondi, il ricordo e il desiderio sperduto, nel fondo della notte, sognare qualcuno che suonava al campanello di casa, l’uomo nero delle paure infantili, qualcuno che entrava in casa, lungo il corridoio, avere ancora l’impressione di stare dormendo con il letto orientato verso Est, come quando ero piccolo, il senso di paura, di smarrimento, la paura che quell’uomo nero potesse fare del male a noi, la paura di qualche rumore, di qualcuno, svegliarsi… non c’era niente, non c’era nessuno, mi stupivo solo di aver dormito come quando ero piccolo, di aver avuto la stessa paura, la stessa sensazione di quiete e di paura, era la una di notte, e avevo dimenticato la mia medicina, la prendevo, dopo che ieri sera andavo a dormire senza voglia di niente, di nessuno, con il vago pensiero di Manuela che scivolava via, tornare a dormire dopo una sigaretta, forse, non mi ricordo più… e sognare di una ragazza albanese, trentenne, non molto bella, un po’ come Tania, un po’ come quell’altra ragazza che vedevo l’altro giorno, trentenne, quando stavo ascoltando la musica di Lyric Master, lei che mi parlava di università, di quel corso Stranimedia, per gli stranieri e le straniere che vogliono imparare l’italiano, e mi faceva delle domande sulla lingua italiana, mentre mi mostrava lo schermo di un computer dove erano schedate tutte le straniere, con i loro difetti, i loro pregi, schedatura da parte delle professoresse, per capire meglio come insegnare l’italiano, sogni di un’Albania in macerie, forse il Kosovo, e sognare come il medico di una volta, il dottor R., compariva davanti a me e mi diceva che quella ragazza mi aveva fatto andare di volta il cervello, e mi spiegava le lacune, la furbizia di lei, di quella ragazza e di altre straniere, stando davanti al monitor del pc, in piedi, mentre quella ragazza si sentiva presa in contropiede, lei che non aveva più il coraggio di parlare, che si sentiva offesa, forse irritata, una ragazza mai vista, una ragazza che esiste solo nel mondo dei sogni… e sognare forse di altre feste, come capodanno, mia madre che mi chiedeva con chi uscivo, il sogno di un pub, di una festa, non so dove, l’atmosfera fredda, natalizia, che preannunciava neve, un sogno che si sperdeva tra gli altri, nella notte o forse nella mattinata…

Svegliarsi la mattina, le solite cose, la colazione, il bar dei mille, incrociare Stas che accompagnava Dmitrij alla stazione del treno, mentre mi fumavo la mia sigaretta dopo aver bevuto il mio caffè al bar, organizzarsi per capire come mettere assieme le commissioni della mattina, aspettare i soldi, per benzina, tintoria, supermercato, non fai in tempo a svegliarti che c’è già da fare, da andare, da spostarsi, non avere voglia di leggere niente, non avere voglia di lavorare, di cercare ragazze, di pensare a Manuela, non avere voglia di niente, neanche di pensare al colesterolo alto, alla dieta, ad ogni cosa, mettersi come punto fermo, come meta, quella di stare in pace, di stare tranquillo, di stare rilassato e spensierato, che mi sembra di trovare qui il senso della vita: la salute psico-fisica, niente di più…

E i sogni mi turbano ancora, mi devo ancora come svegliare, passare forse ad altri sogni, scritti nei libri, per non buttare via la mattinata, la giornata, senza avere più il demone dello studio ad ogni costo, le lingue straniere che ormai ho quasi dimenticato, che non mi attizzano più, il caos del pc, dello schermo, di combinazioni di lettere strane, come una follia che passa, cercare solo la quiete in questo periodo, niente più assalti dell’anima e degli umori, cercare solo di stare in pace senza neanche pensare al lavoro, senza pensare a niente, che non ci sarebbe più niente da scrivere, se non che alla prossima visita mi piacerebbe dire soltanto che sono più rilassato e spensierato, che non ho voglia di riassumere le mie ultime settimane, che non ho niente da dire, lasciarsi andare così, alla stanchezza, al non desiderare quasi più niente, se non alla quiete dell’anima…

Non so come sarà la giornata e non mi importa, non mi prefiguro niente, non mi va più di pensare e immaginare, non sento più il demone dei doveri impellenti, mondi artificiali, idee fisse, ideologie personali mancate, lo sforzo di dover per forza sapere, di diventare quasi un professore, il senso di solitudine, di lasciare andare tutto, e di non farsi più ingannare da me stesso con i miei stessi pensieri, che non rimane più niente…

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Sensazioni dionisiache…

Film russo, la lingua più bella, di una volta, la sera, la voglia di riesumare tutti i ricordi, del piacere infinito, l’alcol, Katia, l’amicizia dionisiaca con Bejan, gli anni della scuola di russo, tutto il corteggiamento di una volta con Eugenia, le nottate con Diana, e poi Diana la moldava, l’atmosfera dionisiaca in quella scuola serale, e tutte le nottate russe con Alina, il piacere delle ragazze dell’Est, i sogni, la musica russa, la musica albanese, riesumare dallo scantinato dei ricordi quell’aquila rosso nera, cucita sulla borsetta di Katia, visione di pura bellezza, di puro erotismo, di estasi dei sensi, dionisiaco dell’anima… la voglia di bere, la sete sconfinata, il cervello che andava in estasi, quasi in craving alcolico, dopo tutta la giornata passata a leggere quel romanzo norvegese, quel poliziesco, incollato alle sue pagine come un drogato di lettura, di gialli, di suspence, l’eccitazione cerebrale, stare al parco nel pomeriggio, leggere ancora un po’ dopo essere passato in biblioteca, per prendere in prestito l’altro libro, andare via, troppa gente in biblioteca, spazi troppo vicini, aula grande inutilizzabile per via di iniziative per bambini, stare al parco, non troppo distante dalle vecchiette ucraine, dagli adolescenti e dalle adolescenti impazziti poco più in là, sulle panchine, e leggere, fumarsi una sigaretta, incollarsi a quel libro poliziesco, ricordandosi della notte prima a chiamare i carabinieri, riferire di quelle due macchine che erano passate due volte, il transit rosso, la toyota yaris blu, che mi chiedevano di non so chi, forse di qualche spacciatore, chi lo sa, riferire alla polizia questo, la notte dopo, quando ormai l’effetto dell’alcol era svanito, e il ricordo della giornata prima, non l’estasi dell’ultima ragazza romena, perdersi in un mondo poliziesco… non farcela più, ad un certo punto, a continuare a leggere, vedere un negretto che correva nel parco, che voglia, che energia, io è già tanto che a volte mi metto a camminare, e così mi mettevo a camminare, per un’ora, intorno al parco e fuori, nel paesino, tra le sue vie, le sue salite e le sue discese, in quegli angoli del paesino che mi ricordavano la mia primissima adolescenza scema e folle, i compagni e gli amici di una volta, ai parchetti, per le vie, l’età della stupidera e della trasgressione, tutta l’energia di una volta, le scenette comiche, a vent’anni quasi di distanza, la vita da ragazzini, quella casa abitata ancora dalla madre di Nicolosi, il compagno di lei, pensare alla loro figlia, Rachele, chissà quanti anni avrà adesso, sarà già una ragazzina, e chissà Nicolosi, sarà forse ancora in Inghilterra, in Irlanda, chi lo sa, andare oltre… pomeriggio poliziesco, al parco, lì attorno, qualche sigaretta di troppo, tutta l’energia del mondo, e la sera, la sera a guardarsi quel film russo solo per sentire il craving dell’alcol, e la voglia matta di comprarsi una vodka, non per berla, ma per riesumare la bottiglia con l’aquila che mi ricordava il piacere infinito di una volta, la voluttà e l’estasi, per avere il piacere di fronte a me, in questa stanza priva di adrenalina, per riesumare il ricordo del piacere di tutti questi anni, e non farne più un dimenticatoio, un oblio, per ridare vita ai miei sensi addormentati dell’ultimo periodo, e il pensiero fisso, di quello che sembrava l’inizio di un romanzo giallo, io là, ubriaco, nel luogo che una volta era di Andra, e forse ora era di spacciatori, quelle due macchine sospette, quei carabinieri che mi chiedevano se avevo visto viavai di gente, il dubbio, il sospetto, le supposizioni, incipit di un romanzo giallo che non sarà mai, lo spaccio, l’alcol, i carabinieri, la droga, la prostituzione, il degrado, l’estasi dei sensi, l’anarchia dell’anima… e andare al supermercato per comprarsi quella bottiglia, lasciar perdere il cassiere che parlava di lavoro duro, di 11 ore che ti ammazzano, che dipende come te le fanno lavorare, poi, dipende dal lavoro, gente che parlava, una bambina che mi passava davanti, mentre compravo la vodka, lì alla cassa, per due volte, una bambina iperattiva, la madre che la sgridava, che le diceva di non allontanarsi da lei, comprare la vodka e vedere lo sguardo della guardia, attento, lo so anch’io, pensavo, lo so anch’io, ma mi serve solo la bottiglia con l’aquila russa, nel ricordo di Katia e di tutta la voluttà di sempre, del piacere, vero stimolante per vivere, vera adrenalina… tornare a casa e vuotare la bottiglia di vodka in giardino, vuotarla così, in un attimo, potlach dell’anima, gesto dionisiaco, tornare in stanza e non riuscire più a guardare quel film russo, troppa la concentrazione di ieri, troppo caffè, anche quello che bevevo alla fine del mio giro intorno al paese, intorno al parco, quel caffè di troppo, quella mente troppo sforzata a leggere, troppo concentrata, lasciare perdere quel film russo, archiviare ancora quei simboli adrenalinici, prendersi una ventina di gocce di valium e cercare il sonno, forzato, il sabato sera impazzito, la febbre del sabato sera…

La notte, un sogno dove mi squagliavo, dove le mie braccia e le mie gambe andavano squagliandosi, una sensazione stranissima, da effetti collaterali del valium, chi lo sa, un incubo, un sogno strano, nel pieno della notte, un sogno inquietante, e continuare a dormire… e poi mi trovavo in una specie di fabbrica, dove vedevo operai che altro non erano che compagni delle superiori, dell’ITIS, che stavano in quella fabbrica a lavorare non so che cosa, fabbrica metallica, e arrivava anche un albanese, un imprenditore albanese, che faceva le domande, agli operai, e con lei a tradurre c’era Rudina, mentre qualcuno o qualcosa mi svelava il senso di cognomi antichi, di ragazze e donne, il mistero dei nomi di Maria e di Maddalena, nascosti in altre etimologie di nomi, e l’imprenditore albanese si girava attorno, nella fabbrica, mentre tutti gli operai erano attorno a noi, in cerchio, a guardare e ascoltare, fino a quando Rudina non mi passava davanti, sorridendo, e uno degli operai diceva: “Cazzarola!”, e mi veniva in mente una canzone: kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua… e l’imprenditore albanese si esaltava, lasciava perdere il lavoro, e chiamava Rudina a sé, lei, sempre più sorridente, che si avvicinava a noi come esaltata, e in tre ci mettevamo in cerchio, a saltare, tenendoci per le mani, neanche fosse un matrimonio, una festa di matrimonio, una festa, come se fossimo estasiati di alcol e di musica, e cantavamo lei, i suoi capelli ricci, i capelli di lei, di Rudina, kacurrelat e tua, kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua, e godevamo di quella canzone, di quella lingua, di quel canto, della bellezza di lei, dell’estasi dionisiaca, nella fabbrica, nei sensi e nella danza estatica, e Rudina sorrideva, sorrideva come una vera innamorata, come esultante della festa, e tutti si dimenticavano del lavoro, della fabbrica, di ogni cosa… mi svegliavo, nel pieno della notte, con quell’estasi dei sensi, quel sentire dionisiaco, pieno di energia erotica, pieno di estasi, nel ricordo di Rudina, di quel sogno, di quella bellezza, di tutta l’energia di una volta, tutta l’estasi, e riesumavo quegli oggetti, quell’aquila, fonte di ispirazione infinita, di quei ricordi, e ricordavo quel sogno, quel sogno dionisiaco e quel sentire dionisiaco, e mi accendevo una sigaretta, e cercavo di non dimenticare il sogno, il sentire dionisiaco, e la notte acquistava un senso, là dove l’avevo perduto arrendendomi di fronte al film russo, di fronte ai soliti pensieri indeboliti dalle parole altrui, dovevo reagire, essere davvero me stesso, con tutta la mia energia, ricaricarmi, riprendermi, trovare la forza, l’energia, e non l’abbandono delle forze, rimanere positivo, ricordare tutta l’estasi del sogno e del sentire, sensazioni dionisiache, l’energia, la vita, il sogno, i ricordi, il desiderio, la voglia di vivere, sensazioni dionisiache nel fondo della notte, la vita che ricomincia, non più la rinuncia…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Nel sogno azzurro…

E mi trovavo in un bosco incantato, incantato di azzurro, tra le vie e i sentieri, a camminare verso una meta, insieme ad altri compagni di una volta, Dorian, Andrea A., quello che si è sposato con una russa e si è trasferito in Russia, e altri, mi trovavo in quel bosco incantato di azzurro e ricordavo Katia, che riappariva nel sogno come estatica visione di un passato lontano, ma con la sua magia sempre presente, e dicevo che in quel bosco c’ero stato, anni e anni fa, ai tempi di Katia, e ora, forse, la potevo rivedere… vagavamo per il bosco fino a quando non entravamo in una specie di tempio abbandonato, in rovina, un tempio del mondo antico, vicino al quale c’era una città medievale con mura e castelli, e ci perdevamo un po’ tra quelle vie, in quel borgo medievale, fino a quando, là dove sorgeva il tempio, tutto si trasformava in una specie di aula di biblioteca medievale, dove si tenevano corsi per una ventina, tra ragazzi e ragazze… erano corso di scienze politiche, scienze politiche applicate per la precisione, e tutti i compagni parlavano e discutevano, mentre io dicevo che già in università avevo seguito quei corsi, e si cominciava a discutere, mentre più in là apparivano personaggi delle alte sfere politiche, governanti del mondo, tra cui Trump, e anche la famiglia reggente di qualche stato arabo, e c’era un ragazzino pakistano, figlio di alti rappresentanti del potere… si discuteva di politica e in sostanza quella classe doveva promuovere idee e progetti da presentare all’alta politica, e si cominciava a discutere, su mappe, su una lavagna luminosa, e ad un certo punto il bambino pakistano mi prendeva per mano, parlando un italiano dal forte accento, e mi indicava i vari problemi, con precisione, più di tutti gli studenti e studentesse, e si lamentava, e a un certo punto mi mostrava la mappa della California, e mi diceva che il problema era da risolvere lì, tutto girava intorno ad una piccola regione della California, e se fossimo riusciti a risolvere quel problema tutto si sarebbe risolto… e mi scervellavo, per un attimo, fino a quando non compariva Alessio Fiorello Romano, l’antico compagno della scuola serale, lui, che si riteneva esperto di geografia, cominciava a sciorinare il suo sapere e faceva colpo su una ragazzina che era lì, che gli sorrideva, e insieme sorridevano e si capivano… la stanza cominciava a fluttuare, lei e il suo legno di cui era fatta, si spostavano assi di legno e colonne, su e giù, a destra e a sinistra, come se fosse una bolla di sapone, e lo spazio si contorceva, si distorceva, e Alessio ora compariva sul soffitto, e altri dentro il pavimento, e tutto era in metamorfosi, e vedevo ancora altri compagni, come Andrea A. che parlava di politica, e anche Dorian che proponeva le sue idee, e mi sembrava di essere stato escluso da quel convegno di parole, mentre la prof italiana di russo, la prof C., con tutta la sua intraprendenza si metteva a parlare alle studentesse e agli studenti che le stavano dietro, e mi sentivo sempre più escluso, io che ero diventato tutt’uno con il pavimento di legno, incavato e infossato, senza possibilità di uscire, schiacciato dal loro chiacchierare, dalla loro intraprendenza, e la metamorfosi mi stava facendo diventare come una parte del pavimento di legno… e lo scenario cambiava, mi trovavo in una specie di discoteca, addobbata per Halloween, era già Halloween, mi dicevo, ma dentro quella discoteca c’era un altro spazio, una piccola stanza separata dalla discoteca, da dove pure si vedevano i giovani danzare e conversare, era una specie di stanza come una bolla trasparente, dove stavano i miei due genitori, a mangiare, mia madre e mio padre, che mi dicevano che Halloween era già arrivato, e perché non festeggiavo, mi chiedevano, dicevo che non avevo voglia, e quella piccola stanza mi ricordava il bilocale di mia nonna, quando ad Halloween si prendeva la pizza giù nella via dove abitava lei, quando i camerieri e le cameriere erano vestiti da mostri e vampiri, e consegnavo nel sogno qualcosa da mangiare, qualcosa da offrire, e nel caos della discoteca quella stanza trasparente come una bolla di sapone era il mio rifugio, la tavola e i miei genitori, la cena assieme, mentre pensavo: “E’ già Halloween…”…

E mi risvegliavo solo con tutta la magia del sogno, il ricordo erotico della presenza lontana di Katia, un azzurro senza fine, un sogno azzurro, come i suoi occhi, i suoi vestiti di una volta, e c’era tutto l’erotismo che mi ricordava l’ultima ragazza romena senza nome, e mi sentivo libero di svegliarmi, di fare colazione, cercando di non dimenticare le immagini dei sogni, la voglia di scrivere, dopo che ieri mi mettevo a leggere con tutta la concentrazione del mondo quei libri, con l’umore giusto, le idee chiare, il ricordo avvolgente e inebriante dell’ultima romena, e tutto l’erotismo viveva in me per scacciare pensieri fumosi e non chiari, e anche la razionalità e l’attenzione ai pensieri, dopo che la mattina mi svegliavo in uno stato d’ansia esagerato, per il troppo alcol bevuto il giorno prima, e solo con trenta gocce di valium trovavo quella pace, e con del buon riposo dopo pranzo, dove al risveglio ancora le immagini erotiche della ragazza romena mi salvavano e mi davano l’energia… un sacco di pensieri che se ne andavano via, modi sbagliati di pensare, complessi di ogni sorta, automatismi, e quell’estasi alcolica erotica e musicale aveva fatto più di qualsiasi terapia, facendomi andare al fondo dei miei pensieri, dei miei modi di sentire, facendo resettare l’anima e ripulendola di modi d’operare in eccesso, artificiali, inutili e dannosi… la giornata di ieri, un piacere e una leggerezza immensi, la chiarezza dei pensieri, che questa mattina il solo caos era dato dalle parole di quelli al bar, così attivi e svegli, a parlare di calcio, come tutti gli italiani medi, e poco importa se a parlare con loro erano una marocchina calabrese e un cinese italianizzato, la gente comune, il loro parlare che disturbava i miei pensieri del sogno azzurro, del ricordo di Katia, e mi dovevo sforzare per tenere in mente quelle immagini incantate, e la certezza del mio erotismo che si lanciava sul ricordo dell’ultima romena, come al risveglio del sogno, del sogno azzurro…

E ora quel sogno vive in me, un modo di sentire, di ricordare, un inizio che può essere fatto solo risalire al tempo di Katia, una specie di età mitica di amore e di erotismo e di piacere, e di estasi dei sensi, un sogno sperduto, che poi si sarebbe perso nella follia, ma quel sogno azzurro per quanto tempo aveva continuato a vivere in me, come un’epoca da riconquistare, da rivivere, un assetto dell’anima e del sentire, una condizione di estasi e quiete e bellezza, il sogno di Katia, il sogno azzurro che ancora vive in me, che tutto il resto era spazzatura dei pensieri, pensieri che andavano alla deriva, alla periferia, al confine con la follia, e quel sogno azzurro continua a vivere in me, come un’epoca passata, una condizione dell’anima, un sentire che non so mai se ritroverò, se non nei sogni, un sogno azzurro come la rilegatura della mia tesi sulla Russia, l’azzurro degli occhi di Katia, il suo azzurro vestire, qualcosa di stupendo della Russia, che pensavo di aver perso per sempre, e che invece ritornava nel sogno, in questo sabato che sa di fine settimana, senza lavoro, solo dedicato alle mie letture e ai miei studi, qualcosa che mi fa sentire davvero bene quando i pensieri e il sentire sono chiari, quando c’è tutto il piacere di aver trovato ancora una ragazza che fa sognare, come quella romena, come il ricordo di Katia, che posso escludere anche tutte le altre comparse nella mia vita, e dedicarmi solo al pensiero del sogno azzurro, che ancora mi invade e sa di tutto quel piacere onirico e fantastico che mi anima l’anima, che non c’è più niente da inseguire, niente da riflettere, ora che il pensiero è limpido e pulito, e si accorge di tanti modi di pensare sbagliati, e non c’è nient’altro in cui perdersi, se non nel sogno azzurro, nel ricordo di Katia, condizione dell’anima perduta e ritrovata…

Pensieri liberi, Sogni, Visioni

Dimenticando, ignorando, indifferente, nella leggerezza…

Ah, e finalmente il cellulare nuovo è arrivato, questa mattina, mentre quasi mi stavo addormentando, dopo una nottata fatta di musica e di sogni erotici mai visti, dove mi perdevo in città immaginarie, dove l’asfalto si scioglieva come neve per lasciare posto allo spazio stellare infinito, e mi perdevo nella città, alla ricerca della mia macchina, chissà dove parcheggiata, e cercavo un’unica ragazzina che si vendeva, nella città silente nella notte, quasi con il coprifuoco, una città disabitata e asettica, che mi ricordava quella via del paese vicino dove arrivo quando finisco la mia camminata e torno indietro, ed ero invaso da sogni erotici, che mi facevano vedere anche in una specie di cabina astronautica, io, rannicchiato lì dentro come a viaggiare nello spazio e nel mondo, e ricordavo varie ragazze, varie bellezze, e tutta la notte era un continuo sognare erotico e di paesi asettici e astratti come questo, mentre la musica albanese nuova continuava a risuonare dentro di me, dalle cuffie del pc, che mai e poi mai avrei voluto addormentarmi, ma solo perdermi in un mondo fatto di sola musica, di sole canzoni, di solo canto, un mondo dal canto erotico e dai sogni erotici, che non avrei mai smesso che la notte finisse lì…

Dicevo, il cellulare nuovo è arrivato, con il corriere, questa mattina, quando stavo per buttarmi giù sul letto per il sonno erotico ma disturbato della notte, ero già pieno di parole in lingua tedesca che guardavo dalla televisione DW, e già non ci capivo più niente, mi alienavo in quella visione, e non ne potevo più ad un certo punto, e il massimo modo per staccare era installare le nuove app, caricare il telefono, mangiare qualcosa senza pensare troppo alla dieta, e solo dopo pranzo, veramente buttarsi giù per recuperare le ore di sonno perdute, solo per risvegliarsi di nuovo, con l’energia erotica ancora attiva, senza però una ragazza precisa, senza sognare nessuna in particolare, come un sogno, come un mondo onirico, e ricevevo anche la prima chiamata su questo telefono, da parte di Maria Teresa…

Le dicevo le ultime, che alla fine avevo posto il sigillo sul mondo del lavoro, sulla Russia, sull’Inghilterra, e lei era tranquilla, leggera, accettava con semplicità la mia decisione, e mi liberava l’anima, anche quando mi diceva di passare qualche volta lì, senza troppi pensieri, senza troppe negatività e pesantezze, e mi sentivo leggero così da svegliarmi e andare a prendere un caffè al bar, cercando di stare più indifferente a certi temi che non smetto mai di indagare, mentre dovrei lasciarli più stare: le religioni, le lingue, la filosofia… i miei tre campi più grandi di studio, che sarebbe meglio davvero lasciare perdere per un po’, non pensarci più, vivere più leggero e più spensierato, come quando mi svegliavo per rispondere a Maria Teresa, come quando vivevo quei sogni erotici e anche un po’ fantascientifici questa notte, e voglio solo più leggerezza, e la cercherò anche in questa giornata, che ormai si rivela essere senza lavoro, senza sentire neanche più le parole di Saverio sul dover lavorare per forza, lasciatemi vivere, lasciatemi essere più spensierato, e viva la leggerezza…

Non so cosa farò, se mi perderò davanti ancora a questi dispositivi elettronici, se mi darò a qualche libro, se avrò ancora la voglia di vedere qualche televisione in qualche lingua straniera, ma mi devo anche emancipare dalla vecchia ingiunzione del dover studiare per forza, di dover fare l’intellettuale, il sapientone, e si possono vivere le giornata anche solo rilassandosi, sopratutto dopo la lunga e pesante giornata lavorativa di ieri, e per fortuna che oggi c’è più tempo libero…

E non so cosa farò, e non mi va di invocare grandi dottrine a cui rifarmi, grandi pensieri, qualcosa farò, per passare il tempo, senza perdermi e alienarmi troppo come ho fatto spesso nell’ultimo periodo, voglio uscire da questo mondo dove mi rinchiudo, dove scappo, dove mi alieno, e al posto dell’alienazione voglio solo più leggerezza, ed è già qui a portata di mano, senza perdersi troppo…

E va bene così, la giornata è leggera, il ricordo dei sogni erotici e dell’energia erotica mi danno quel leggero senso di piacere che ultimamente mancava alle giornata, e non mi va di appesantirmi, con niente, e la giornata potrà andare avanti così, dimenticando, ignorando, indifferente, nella leggerezza…