Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…

Giornata senza un attimo di tregua, ieri, dalla mattina a finire di leggere il saggio “Psyche e techne”, finalmente compreso, finalmente da ricordare, che finivo di leggere in biblioteca il pomeriggio, quando in casa non riuscivo più a starci, e rilassarsi in biblioteca poi davanti a qualche video della Deutsche Welle, sulle notizie, sulla situazione in Bosnia, tra tensioni etnico religiose… tornare a casa alle sei, quando era arrivato mio fratello, con i suoi figli, sua moglie, lui che cercava già di collegare la playstation 4, ma non c’era il cavo giusto… scherzare, sul mio sfrisare le macchine durante la manovra, come l’ultima volta a mia cugina, io che ero strafatto di caffè per cercare di stare in piedi durante la giornata, senza sentire più quel sonno estremo di questa settimana di ripresa del ritmo, quando un sonno indescrivibile mi prendeva dopo pranzo… ricordarsi delle parole con il dottore, che mi trovava bene, meglio di un sacco di altre volte, e darmi da fare in mezzo ai nipoti per tenere l’atmosfera gioviale e divertente, mentre poi provavano tutti i loro giochi e gli consegnavo anche Fifa18, dicendo che l’aveva scelto la befana, che io non sapevo cosa c’era in quel pacchetto regalo… i nipoti contenti, i ringraziamenti, la serata che andava avanti tra un gioco e l’altro, tra le chiacchiere di mio fratello, sua moglie e i miei, loro che mi dicevano di ordinare una pizza, al trancio, e ordinavo sette tranci formato maxi dal pizzotto, una bella spesa che mi permettevo con i soldi guadagnati con questa settimana di lavoro, una sorta di altro regalo… i giochi con i nipoti, Minecraft, GT, Fifa18, Star Wars Lego, i sorrisi, le risate, i commenti, i giochi, atmosfera piena di vita, e la mia strana tensione da troppi caffè, da neanche un attimo di pausa, dopo che la mattina invece ero molto malinconico, ascoltando nuove canzoni Reggaeton, perdendomi nel ricordo di Ana, e la sera non avevo già più voglia di quelle canzoni, dopo che i miei nipoti erano andati via, quella musica che non significava più niente, una sorta di altra gamma di emozioni, di sentimenti, che non avevano più bisogno di alcun erotismo, di niente, ma solo di un sacco di riposo e tranquillità… uscire la notte per fare un giro, vedere chi c’era, Isabela o la Meroni puttana, altre ragazze, che non avevo voglia di uscire, c’era anche Aleksia… io che per un attimo mi perdevo in foto di VK di belle ragazze, ma non c’era desiderio, troppi caffè, troppo tempo con i nipoti, tutta un’altra gamma di sentimenti, e la voglia che non c’era, anche di fronte a una mora con i pantaloni grigio metallizzati e le scarpe rosse su calze nere, una bellezza dai capelli neri, che per un attimo risvegliava il desiderio, rimandato a non si sa quando… tornare a casa la notte, facendo sfumare quei ricordi della serata con i nipoti, pensando che forse la sera avrei fatto meglio a uscire al frida, in qualche pub, scambiare delle parole con altri, degli amici che non c’erano, e fermarsi invece la notte un attimo davanti al Carrefour Market dell’altro paese più in là, dove giovani di ogni tipo uscivano la sera, a scherzare, a parlare, a bere e fumare, e altri più adulti andavano invece a fare la spesa, di notte, mentre la notte andava avanti, tra pub, puttane, centri massaggi, negozi aperti 24h su 24, e la vita in tutte le sue forme mi si presentava la notte, che avrebbe voluto essere fatta di socialità e parole, al di là dei sentimenti con i parenti, al di là delle puttane in mezzo alla strada, mentre dentro di me musica su musica si manifestava, facendo sfumare i pensieri e immettendomi in un mondo di suoni e canto, una sorta di paradiso stanco… e la notte, la notte sognare un’officina dove c’era il prof Spano, quello di economia, che mi chiedeva se sapevo il russo o no, io che gli parlavo in russo, nel sogno, non so cosa dicevo, non mi ricordo più, che non c’era molto da dire, molto da sapere, e anche lui attaccava, dopo che faceva finta di non capire, con qualche discorso in russo, e mi spiazzava… mi spiazzava anche là in officina quando mi chiedeva della ragazza, e sembrava offrirmi una sorta di puttana russa, voleva incastrarmi, tra il lavoro, le puttane e la lingua russa, e sognavo invece di una ragazza tutta mia, una ragazzina che stava lì ad aspettarmi, la mia ragazza che nel sogno baciavo, ci baciavamo di un bacio appassionato, e non so perché quella ragazza nel sogno era siciliana, come le tre siciliane dell’università, come Desirée di una volta, e c’era tutto l’amore e tutto l’erotismo in quel sogno, anche se poi lei si accasciava a terra, come morta, e io ero preso tra l’officina e Spano che commentava, che mi voleva incastrare con quella ragazza, non so come, e temevo per me, e per lei, dalla quale mi allontanavo, lei sdraiata a terra come morta, che poi invece si riprendeva, ancora viva, e ci ritrovavamo con lei in qualche ufficio per qualche pratica, non so bene cosa, e lei mi stava vicino, e sentivo che mi amava, e che era la mia ragazza, e che io avevo superato il tranello che Spano mi aveva teso, lasciando perdere qualche puttana russa per dedicarmi alla mia ragazza, alla mia ragazzina che mi voleva bene… sogni erotici, come la notte prima dove sognavo un mondo distopico dove dei giovani come noi erano stati rapiti da una sorta di SS cyberpunk, che ci trasportava in un mondo sotterraneo per schiavizzarci e metterci alla prova, un po’ come Hunger Games o quei film distopici che vanno molto di moda adesso, e nel sogno compariva Anna K., la ragazza ucraina avventista, che anche lei sembrava innamorata di me, e voleva servirmi, e si voleva dare a me, e nel sogno la desideravo, come nel sogno desideravo quella ragazzina di questa notte, come un sogno d’amore, queste ragazzine ventenni dei miei sogni… e il risveglio, il risveglio che sapeva delle solite ossessioni, non capire più se era domenica o un giorno lavorativo, non ricordare più le giornate passate, ma immergersi solo nei sogni delle ragazzine ventenni, dei sogni d’amore, e la musica ancora mi invadeva, di una sorta di paradiso dei suoni e del canto, e non pensavo più ai libri di filosofia, alla televisione, alle lingue, a nient’altro, salvo andare al bar per vedere Miryam, un’altra ventenne ragazzina che ispira i sogni, e che trovavo lì al bar, lei, tutta alle prese con il fare caffè e consegnare tazzine, e Paolo che era lì al solito posto, dietro il bancone, ad aspettare la mia solita ordinazione di due pacchetti di sigarette e un caffè… Miryam che preparava subito il mio caffè, tra la ressa dell’altra gente, e mi facevo strada tra di loro per andare al bancone, dove Miryam diceva: “E’ per lui!”, posando la tazzina sul bancone, la sua strana bellezza marocchina e medioorientale, i miei pensieri negativi che si dissolvevano, e io che mi bevevo il mio caffè… lei che mi portava via il piattino, pensando fosse di qualche altro caffè lasciato lì da altri, no, le dicevo, lei che si scusava, un saluto e un sorriso e via, Miryam che dava già luce alla giornata, a quel sogno d’amore ventenne che si inoltra nel mio mondo onirico, tra queste ragazzine ventenni che non riconosco più, nei sogni e nella realtà, e quelle semplici parole con Miryam bastavano a fare andare via un sacco di inutili pensieri, per liberarmi in un mondo di luce diafana e spirituale, dalla quale nascono sogni d’amore, come altre due ragazzine che vedevo ieri in biblioteca, con le quali incrociavo lo sguardo, ragazzine carine, dei sogni, queste ragazzine ventenni che ancora ispirano sogni d’amore… e la mattina sarebbe fatta ancora solo di musica, quest’oggi, senza libri, fatta solo dei sogni d’amore che vanno oltre anche quel dovere di zio nei confronti dei nipoti, quel mio essere fratello e figlio, e mi verrebbe davvero di pensare ai miei trent’anni, se ciò non avesse alcun senso, di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…

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Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Watching the infinite flow of thoughts…

And I was in a plane headed to Moscow, where the passengers cabin was full of people sit on their place, but there was something strange about this plane, there was no separated cabin for the pilot, who was commanding the aircraft from a normal place where people sit. And there was turbulence, as always, as some woman said, the same typical turbulence you get when you travel to Moscow, and there were thunders and lightnings in the atmosphere, and the sky was darkened by the night. “You’ll never get to Russia!”, I said to the captain, and he answered: “Look at how wise you are, you never get to Russia! That’s wisdom, man!”, and he started to talk with some other old men beside him, gossiping about some pop artist while reading a magazine, and there was a change in the pilot some minutes after, when a woman took command of the plane, as if it were possible to have a change in the air, in that dream made of science fiction. And I looked at the sky full of tempest, and I wondered how impossible it was to get to that land of dreams, Russia, and I lost myself into thinking about all those years spent to master the language, constantly dreaming of getting to that land, but nevere getting there, and now, even in a dream, it was impossible to reach that country of imagination, and visions of my teachers and other colleagues who, on the contrary, were used to go there, blurred my visions while another teacher told me: “Don’t worry! It always gets some trouble to get to Russia, most of the time because of horrible weather…”… and I saw airports terminal stuffed with people, passengers that waited an half life time, like an odissey, to get to Russia, and it was like a metaphysical trip, through the foulest of weather, to cross the air border between the West and Russia, and I lost myself into those visions…

And I didn’t get there in the end, there was no Russia in that dream, there was only a blue sky full of thunders, and a vague dream of some Russian woman who instead finally reach her mysterious country, and I looked around me to find myself in a sort of garden in front of a school, where I sit under a tree trying to find a power socket to connect my smartphone and listen to some songs, and I don’t know how there was a socket hidden in the trunk of that tree, and I lied there, under the tree, in front of a school, listening to some songs, and wondering how sooner or later my colleagues would enter that school early in the morning, to attend their lessons, and I was like an outsider, a man who attended school without getting stained by people and teachings that haunted that place, and I could take a step aside all that environment, where I felt I didn’t belong at all.

And then the vision changed again, I was trying to sing some absurd song, some black metal songs, in that kind of singing which was screaming and growling, and I tried to uttere some “Beautiful witch! Beautiful witch in the nightsky!” sung once by some favourite metal metal bands of mine, and I saw them, beyond the door of the corridor of the school, my favourite singers, who tried to teach me the secret of screaming and howling in the black of the night, and I kind of worshipped those long haired artists always dressed in black leather, and it was like an initiation towards a world which contained no hypnotic pop songs, no hypnotic singing that drives you in a land full of enchantment and wonder, where your brain doesn’t work anymore, utterly taken away by melodious songs and singing, like a thousand and one nights, while in that dream everything was made to wake me up from the slumber of reason and the hypnosis of pop songs, and I did wake up, in the end, with a vision of my adolescence, when those black metal artists were like my personal prophets, with remnants of their songs and screaming resounding in me…

And I woke up, still thinking about that dream, wanting to put it down on paper, and I disciplined myself to get back to that time where dreams were my constant preoccupation, as if I could find in them some transcendent meaning of my mind, but it wasn’t like that anymore, I just savoured the beauty of those dreams and I disciplined myself not to fall into that bad habit of creating some inner speech towards a deity which I don’t believe anymore, and I only looked into myself to find the right voice in me, the right vision, trying to understand what was happening in my mind, which I now feel is getting free from some bad ways of thinking… and I could swap all my thoughts into English, and I could say stop to automatic readings, to a lot of automatic bad habits that made everyday equal to any others, in a sort of hellish routine which couldn’t liberate me from obsessive thoughts and reasoning… and I just drank my coffee in the kitchen, a Nescafé, and then I got my espresso in the office, and I could wait to go to the bar to buy cigarettes, I still have all the time of the world, and I kind of put into practice that teaching that popped up in my mind yesterday: “Take your time and don’t hurry, you still have all the time of the world, and do as if the world and the things around you didn’t exist, just free your mind from old habits…”… and it worked, I was no more a slave of books, of the internet, of languages, of talismans and objects, I was no more a slave of a kind of yogi practice, which I thought could save me just by repeating over and over again the same mantra, the same gestures, the same old words to utter to a deity I don’t even know, and words and images in my mind started to change, and I had a different vision of time, of the day, of everything, and I was filled with imagination, and words, that now found all their time and space to live, without feeling pressed anymore by I don’t know what… and I still have all the time of the world, that I could shut down this portal of worlds, that I could spend my day doing completely nothing, just staring into the void inside and outside me, without getting distracted by every electrical pulse in my mind, driving me insane and crazy, and I could stay here all the day, watching the infinite flow of thoughts, doing nothing and contemplating all the time of the world…

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Perché l’ultima verità era solo nell’innamoramento e nel sogno di normalità…

Oh, finalmente un po’ di relax, sotto la musica albanese, che m’addormentavo anche stamattina, e nei sogni vedevo solo lei, solo Rudina, a cancellare visioni passate di conflitti dell’anima e non c’era più niente se non questa canzone… Ma more zemren e ma dogje fare, Ma more shpirtin e me le pa fjal – e, Ma more zemren ti moj lozonjare, Ma more shpirtin more ndjenjat m’le beqar… mi hai preso il cuore e mi hai bruciato del tutto, mi hai preso l’anima e mi hai lasciato senza parole, mi hai preso il cuore, mia birichina, mi hai preso il cuore e i sentimenti mi hanno lasciato da solo… musica leggera, musica di tranquillità, che l’ultima verità era solo nell’innamoramento e nel sogno… nel sogno di lei, ancora lontana, come sempre, come ogni estate, come ogni capodanno, da anni ormai, sognare una vita in Albania, tra gente della mia età, a parlare inglese, a passeggiare per Tirana, a passare via il tempo bighellonando per la città, spendendo soldi qua e là, nei caffè, nei pub, con tutto il tempo del mondo, senza dover far niente, nella più totale spensieratezza, nella più totale tranquillità, quel dolce far niente che sogno sempre quando penso di andare in Albania e rivedere lei, Rudina… Rudina che sentivo a capodanno almeno quest’anno, almeno si ricordava di me, almeno mi mandava qualche video dei concerti di Kida, gli auguri, e la sensazione di una vita normale, senza eccessi ascetici o all’opposto pieni di pulsioni… quella normalità che cercavo anche mettendo l’immagine della cantante Inna nella mia stanza, a cercare di ricordarmi di fare sempre il più possibile la persona normale, tra i giovani, tra le giovani, come ieri in biblioteca, come quando si esce con gli amici, senza quei conflitti nati al bar o sul posto di lavoro, cercare una via d’uscita in amicizie sognate e immaginarie, quella giusta amicizia che dà un sogno di normalità e innamoramento, tra amici e amiche, senza più riflessioni metafisiche e filosofiche e teologiche di stati d’animo alterati, cercando sempre di essere una persona normale in mezzo ad altra gente, che le tante domande irrisolte rimangono lì irrisolte, e questa volta indifferenti, impossibile dare una risposta, impossibile capire, meglio lasciar perdere di quale malattia mentale sono affetto, bipolarismo, schizofrenia, psicosi, disturbo della personalità, meglio lasciar perdere capire di quale religione sono, se sono di una religione, o se sono ateo o non lo so, meglio lasciare perdere di quale posizione politica sono, liberale, liberalista, comunista, o democratico, non lo so, basta, lasciamo perdere, non tormentiamoci più alla ricerca di risposte che non si troveranno mai, teniamo lì quei concetti solo come attrezzi di pensiero, per passare da un’idea all’altra, da un modo di pensare all’altro, per capire gli altri, per capire il mondo, perché per capire me diventa un’impresa impossibile, ed è anche meglio non pensare più troppo a me stesso, ma pensare magari a Rudina o a qualche ragazza normale, a qualche amicizia normale, e vivere così più spensierato, senza menate assurde, con il piacere ogni tanto di far andare il cervello leggendo qualcosa di bello, guardando qualche bel film, ascoltando qualche bella canzone, ma quel sogno di normalità e innamoramento sono davvero la via d’uscita da troppi pensieri che erano andati a puttane, e chi se ne frega se non mi voglio sposare, se non voglio storie serie, se ogni tanto vado da quelle là per trovare tutto il relax del giorno dopo, senza fare niente, lasciando trasportare via dalla musica, senza pensare più al lavoro, senza aver voglia di lavorare, e ci voleva davvero questa settimana lontano dal lavoro, lontano dall’influenza, non per capire, ma per non pensare più, e così, senza farlo apposta, cominciare a capire che tutta la normalità stava nel sogno d’innamoramento e di una vita normale, fatta di amicizie, di argomenti, di parole, di impressioni, di condivisione, e non solo di letture, lavoro e puttane in maniera ossessiva, ma là si può vivere meglio sognando un altrove, gente normale, una ragazza normale, amicizie normali, e il giusto equilibrio di tutte le cose, con la giusta leggerezza… e non so come andrà avanti questa giornata, forse sarà fatta ancora di musica, forse sarà fatta di qualche libro, qualche film, non lo so, e non mi interessa, perché l’ultima verità era solo nell’innamoramento e nel sogno di normalità…

Pensieri liberi, Sogni, Visioni

E vivere più leggero…

Sognare Diana nella notte, i suoi capelli biondi, la sua bellezza ragazzina quando la conoscevamo alla scuola serale anni e anni fa, il suo carattere terribile, davvero moldavo, la sua bellezza un po’ volgare, i suoi sogni che si sarebbero poi avverati, sposarsi, avere un figlio, andare in università, fare una palata di soldi, tipici sogni da ragazze est europee un po’ stupide, sogno erotico, sogno dalle mille una notte, tranne quando la vedevo nel mondo onirico camminare verso suo figlio, quell’Aleksander che camminava per la casa signorile di suo padre, una specie di magnate dell’alta cucina con ristoranti a non finire, e ricordarmi le parole di Bejan, che Diana si era sposata con uno ricco, tutte puttane, diceva, con rancore, eppure quel sogno si disperdeva nella mattina, prima ancora che sorgesse il sole, solo per trasportarmi in un altro mondo onirico dove ero finito in un luogo che sembrava uscito da final fantasy, o ero finito dentro un final fantasy mai visto, con un’altissima torre medievale imponente dai mattoncini rossi, e delle magie di ogni sorta che facevano i miei personaggi e le ragazze, in uno sciabordio di luci e suoni e magie che mi risvegliavano… un mal di testa assurdo, un male alla nuca indicibile, che quasi mi ricordava qualche giorno fa con la febbre a 39, domandarsi se la febbre fosse ritornata o no, svegliarsi, e nonostante il mal di testa e i sogni pieni di fantasia ed erotismo, fumarsi la prima sigaretta della giornata, come conviene sempre, ricordandomi delle parole dei dottori e delle dottoresse: “Fumi quanto vuole!”… il risveglio, la mattina, prepararsi un caffè solubile, bersene un altro alla macchinetta in ufficio, il giusto modo per cominciare la mattinata ricordando come ieri sera mi perdevo in quel film consigliatomi da Marina, “A street cat named Bob”, film divertente, interessante, che indaga la realtà dei barboni, degli accattoni, dei tossicodipendenti, questo tossico musicista che, dopo un pessimo rapporto con il padre, finisce per strada a mendicare, senza che la famiglia lo supporti minimamente, e finisce anche seguito dagli assistenti sociali che lo salvano da un’overdose… comincia per lui un programma di riabilitazione, che se non lo segue la prossima volta che si droga finisce morto stecchito, la droga, la mancanza di soldi, la vita da barboni e da tossici, altro che l’Inghilterra delle opportunità di cui parlano tutti, e pensare che questo film è basato proprio su una storia vera, una storia recentissima, e accorgersi che in fondo non sono messo così male, ho un lavoro, non sono un tossico, non ho dipendenze forti, e accorgersi di star bene, visto che i parenti non mi rifiutano così, e anche se sono seguito non sono in programmi di riabilitazione, e guardare il film, vedere come questo tossico alla fine si affeziona ad un gatto incontrato per caso, e diventa il suo fedele compagno, insieme alla vicina un po’ radical chic che lo sostiene, ed era anche bello vedere un rapporto tra uomo e donna così, senza per forza cadere nelle trame dell’erotismo, un film davvero interessante, che segue la parabola di uscita dalla dipendenza, l’uscita dal tunnel di questo tossico, che alla fine scrive anche un libro, aiutato dai suoi fan su youtube, che ammiravano lui a suonare la chitarra insieme al suo gatto sulle spalle, lui a vendere volantini con il suo gatto sulle spalle, e alla fine del film vedere proprio il vero protagonista, quello vero, quello a cui era ispirata la storia, e capire quanto gli affetti a volte possano davvero salvare da periodi bui, da tunnel, dai quali si può sempre uscire… un bel film, davvero, che non me lo aspettavo quando Marina me lo proponeva, mi sembrava un film sfigato, volevo qualcosa di più figo in quel periodo, qualcosa di più eccitante, e anche ieri, sarà perché a Natale siamo tutti più buoni, decidere di scrivere due parole a Marina, anche adesso che ho capito che di desiderio per lei non ce n’è, ma si può rimanere ancora amici di penna, così come Eugenia che provavo a sentire a distanza di quasi quattro mesi, senza aspettarmi per forza delle risposte immediate da loro due, dopo che ieri mattina rispondeva anche Ina e mi diceva di come era stata in quella discoteca dove si esibiva Kida, un casino assurdo diceva, e lei che mi augurava un buon anno nuovo, e anch’io altrettanto a lei, e così sentivo qua e là varie amiche, solo con l’idea dell’amicizia e di scambiare due parole, solo così, per pura amicizia, e andava bene così… perdersi poi ieri nella rilettura di quel libro filosofico di Galimberti, che ora può bastare, ora che mi sento bene, ora che ho recuperato ciò che mi serviva per capire alcune cose, e ora quasi esaltare la volontà a stare positivo, a stare bene, a sforzarsi di essere sempre positivo, a ridurre le sigarette, che è tutta questione di volontà ed è anche più facile pensarla così, l’idea di stare assieme ai nipoti alla Befana, di incontrarli quest’anno almeno al loro compleanno, ricordarmi almeno del loro compleanno, e non trascurarli più, e non trascurare più me stesso, cacciandomi da solo in un mondo di autodannazione, essere più propositivo, più positivo, come diceva Magnati, e continuare così… e perdersi anche in quel libro in inglese: “Genocidal organ”, gyakusatsu kikan, una lettura fantascientifica che ci voleva per ridarmi un po’ di vita dopo la noia di certi altri saggi o la noia di certi altri racconti sci-fi che non attecchivano, e avere qualcosa da leggere in questo periodo di riposo, qualcosa con cui distarmi, e pensare davvero di riposare fino all’8 di gennaio, per riprendermi bene dall’influenza e per riposarmi davvero un po’… fregarsene del lavoro e dei suoi abitanti, ricordarsi come in questo periodo è meglio studiare che cercare lavoro, visto che di lavoro ce n’è poco, e allora leggerò e studierò qualcosa in questo periodo, ritroverò i miei studi e me stesso, come in questo libro fantascientifico che mischia linguistica, relazioni internazionali, psicologia e filosofia e storia in modo fantastico, i miei temi preferiti, per i quali ho studiato, e recuperare poco alla volta la memoria di me stesso e dei miei studi, che quasi mi verrebbe da appendermi il certificato di laurea nella stanza, da incorniciare, per non dimenticare chi sono, cosa che succede ogni volta che entro nel mondo di quei lavoratori lì, ma per ora lasciar perdere di mandare altri cv in giro, nel periodo delle feste non è proprio il momento, e lasciar anche perdere idee di scrittura, o di studi approfonditi, o chissà di quali spiritualità alternative, l’importante è stare bene, essere positivi, non pensare troppo, distrarsi e divertirsi, lavorare ogni tanto, ogni tanto riposare, ogni tanto darsi ai piaceri senza esagerare, stare insieme agli altri, ridere e scherzare, e prendere tutto più alla leggera, e vivere più leggero…

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Ana, al di là di tutto il resto, al di là di tutte le altre…

“Quando era in Albania, forse…”, diceva così una donna stamattina al supermercato davanti al bancone della carne, “Quando era in Albania…”… viaggio dimenticato, passato, superato, quel ricordo che aveva fatto il suo tempo, ieri, che quella frase pronunciata stamattina da quella donna sembrava fatta apposta per me, mentre ero in fibrillazione per la nottata passata di ieri… “Maria…”, diceva un altro, un altro napoletano, e non potevo fare a meno di pensare ad Ana… il potlatch, spendere soldi a più non posso, il quotidiano, la carne, al supermercato, ieri un paio di scarpette nuove, da ginnastica, everlast, l’infinito, come l’ispirazione che mi segue, il potlatch, andare a Milano dopo essere passato da Ana, vedere scattarmi una foto dell’autovelox, là dove gli autovelox non c’erano mai, superare il limite di 10 km/h, una multarella, e chi se ne frega, potlatch, esaltazione di me stesso, “Devi pensare ai miliardi!”, mi diceva Rizzi, ed è così che ci si sente bene, non pensando sempre agli spiccioli, potlatch dell’anima, esaltazione, dopo aver buttato nel passato il ricordo di Leida, Katia, Xhuliana, Alina, esaltazione dell’anima dopo che mi rendevo conto che quella che mi smuove l’anima, che mi fa ancora innamorare è Ana… “Madò, che musica triste, prendo un rasoio e mi taglio le vene, perché non mettono qualcosa di più brioso?!”, Bruna, al bar, stamattina, “E’ la sua musica”, diceva lei, indicando Paolo il cinese-italiano giovane proprietario del bar, “Ma non c’era Disco Radio una volta?”, dicevo io, sì, mi diceva Bruna, e sorrideva, e dentro l’anima avevo ancora l’immagine di Ana in me, il suo volto, la sua bellezza, la sua giovane età, le mie parole per lei, il mio sentimento d’amore per lei, un nuovo innamoramento… e ancora ieri notte, al quartiere Isola, dopo essere passato da lei, tutta l’esaltazione di sempre, stare in mezzo ad altri giovani, ad altre giovani, là, al Frida, dove andavamo sempre con i miei amici di una volta, a parlare, a dire e ascoltare cazzate, ma ieri sera loro non c’erano, e vedevo gente normale, parlare, coppiette abbracciarsi, giovanissimi e meno giovani, un sabato sera in un locale di Milano, a bermi del tè verde al limone, in mezzo agli altri, estasiato ancora dalla nottata con Ana, e dal mio sentimento per lei… fare foto alle vie illuminate di Natale, le luminarie, il clima dicembrino, la musica di Denisa che mi partiva dalle cuffie del cellulare, un sentimento nuovo, che cancellava le mille uscite con Barre, Fizi e gli altri, là, da solo, per quelle vie, completamente libero, libero di essere me stesso, di fare un giro, e poco importa se presentivo che avrei preso una multa, come l’ho presa, qui c’è l’esaltazione e il potlatch dell’anima, sentirsi alle stelle, estasiato, dopo la notte con Ana… e camminavo di qua e di là, per le vie dell’Isola, a cercare segni, a cercare di spostare l’anima da quella stanza che troppi incantesimi di magia nera ha visto, dopo che ieri risestemavo la stanza, mentre mi guardavo “Narnia” e poi il nuovo film di Zvyagintsev, “Nelyubov'”, e la stanza prendeva il volo, liberando quell’aquila e quei Balcani che mi avevano fatto una magia nera, dai tempi di Leida, di Katia, di Alina, liberare la stanza e per un attimo mettere al muro l’immagine del Tempio sacro e dei suoi giardini, solo per andare poi a messa, per rilassarmi di sabato sera, e sentire Isaia, la fine dei tempi, quando tutto il male sarà sconfitto, quando arriverà il giorno del Signore, l’era messianica, quando tutti gli odi di questa terra saranno sconfitti, pensiero che mi ispirava l’anima, dopo lo stress del fine settimana lavorativa, in mezzo a discorsi d’odio e discorsi pesanti, di quei colleghi dalla mente ottusa e chiusa, e le parole di Isaia risuonavano davvero profetiche, così come l’anelito alla libertà, alla pace, all’amore… liberare la mente da pensieri che erano diventati di magia nera, là, davanti all’altare, la magia bianca dell’anima, liberare l’anima, e non pensare più a discorsi vagamente depressivi, che stamattina Bruna aveva davvero ragione, a cercare della musica più briosa, più gioiosa, più viva, e nel ricordo di Ana tutto questo si realizzava… prima il film di Narnia, nel quale mi era impossibile identificarmi, film per bambini, film di Natale per bambini, della Walt Disney, quei tempi sono passati ed era impossibile trovare quella stessa sensazione natalizia dell’infanzia, la storia non mi faceva più sognare, e non vedevo neanche la fine, visto che lo streaming si bloccava a venti minuti dalla fine, sarebbe stato un bel film vent’anni fa, in casa di mia zia a Milano, insieme con i miei parenti, dopo il pranzo di Natale, nel pomeriggio, per sognare, ieri non era più così, sarebbe potuto essere un film per i miei nipoti e le mie nipotine, ma non per me, e i tempi cambiano… che mi perdevo invece nel film nuovo di Zvyagintsev, “Nelyubov'”, non amore, si potrebbe tradurre, senza amore, questo film di questa coppia quarantenne in procinto di separarsi, con un figlio di dodici anni, loro due che hanno già rispettivamente lei il suo amante e lui la sua amante, scene d’erotismo sfilacciate dall’oscurità, dove l’amore sembra solo un lontano ricordo, parole d’amore che suonano di circostanza, parole false, e nel resto della giornata il mondo alienato tra lavoro, parrucchieri e centri benessere, la vita in giro sembra accompagnata dallo smartphone che porta un’altra realtà, la realtà virtuale in questa pellicola dal sapore di realismo, mentre la radio e la televisione danno notizie di improbabili santoni che proclamano la fine del mondo, o le solite diatribe in governo, o le solite notizie sulla ribelle Ucraina, la realtà che si sfasa tra la vita e il mondo dell informazioni… e in tutto questo questa coppia non si cura del figlio, chiuso nella sua stanzetta a fare i compiti, a dire che non ce la fa più, a non ricevere amore, la coppia che pensa solo lui al lavoro, lei a trovare l’uomo ideale, a farsi seducente con i discorsi con le amiche, a prendere in giro l’ortodossia del marito, e il figlio dimenticato a sé che si perde nei boschi, che andava con il suo amico nei posti abbandonati, tipico di tanti ragazzini di quella età, dove nelle macerie trovano la metafora della loro vita tra infanzia e adolescenza, macerie delle relazioni con i genitori, una volta forse avvolgenti, ora ridotte a macerie con il crescere… e la pellicola si divide poi in questi istanti, tra l’amore che non c’è per il figlio e neanche tra i genitori, alle prese con i loro nuovi partner, quando la pellicola si spezza e il figlio scompare… non si sa se sia scappato di casa, se sia stato rapito, non si sa, la polizia dice che statisticamente i figli che scappano di casa tornano dopo una decina di giorni, che non hanno i mezzi per cercare tutti i dispersi, per questo ci sono i volontari, che setacciano i boschi, i luoghi abbandonati, come suggeriva loro l’amico del ragazzino, ma senza trovare niente, mentre il rapporto tra i due quarantenni si spezza di più, anche quando vanno a casa della nonna del ragazzino, che vive da sola, che si lamenta e li manda a quel paese, e si comporta in tutt’altro modo rispetto a come quell’icona sacra calendario potrebbe far pensare, egoismo puro… e si cercan di qua e di là il figlio scomparso, ma non si trova, trovano solo un cadavere, la polizia, e i due provano anche a riconoscerlo, “Sarà forte”, dice il poliziotto, la visione della morte orrenda, un corpo straziato, le lacrime, l’orrore, “Non è lui!”, dice la madre, con le lacrime agli occhi e uno scatto d’odio contro il marito… non si trova, e non si troverà il ragazzino fine alla fine del film, dove lei vive con il suo nuovo uomo, dove lui vive con la sua nuova donna, il ragazzino dimenticato, di cui resta solo una foto sui tralicci della città, “Ragazzo scomparso”, nell’indifferenza generale, la polizia che più di tanto non può fare, i genitori che non sanno e si dimenticano di lui, alla fine, che importa, basta separarsi e stare con i nuovi compagni, non c’è amore, dov’è finito l’amore? Sembra dirci il regista, è sparito, come il ragazzino che non si trova più… pellicola dai toni grigi e scuri, la Russia e la società contemporanea, che non è più capace di amare, altre sono le occupazioni, quell’appartamento che alla fine del film viene anche venduto, l’immagine della stanza del ragazzino dove ora lavorano chi deve rifare l’appartamento nuovo, la vista sulla strada grigia di quell’appartamento in un palazzo come tanti, l’amore che non c’è, disperso come il ragazzino tra i boschi e i luoghi abbandonati, superbia delle immagini dai toni grigi, blu e scuri, un incanto per la vista, un incanto per le emozioni che riesce a trasmettere, l’amore che non c’è…

Finivo così la mia serata di ieri, e pensavo solo a liberarmi di me stesso, dopo la messa, dopo l’abolizione di quell’Albania in me che aveva fatto il suo tempo, ispirazione esaurita, e quel tempio sacro indicava solo la voglia di andare là fuori, di uscire, di liberarmi da quella stanza, e sognavo una serata a Milano, nel mio quartiere di sempre, tra pub e cafè e street food, e luci di Natale, senza i discorsi malati di quegli amici, libero, da solo, libero una buona volta per tutte… e uscivo con la macchina e passavo davanti a lei, davanti ad Ana, non mi volevo fermare, non volevo, ma una parte di me mi richiamava a lei, il Natale, il Natale, lei che tornerà al suo paese per le vacanze di Natale, la voglia di parlarle, di augarle buone feste, la sua bellezza, quella bellezza che mi faceva capire che l’unica ragazza che ora mi fa sognare è proprio lei, le altre non le nomino neanche più, perché non sono niente… fare un giro, arrivare quasi a Milano e tornare indietro, per fermarmi da lei, l’anima esaltata, piena di vita… fermarmi da lei, scambiare due parole, lei che andrà via e tornerà, lei che parlava in romeno con la sua amica, il suo cappellino di lana, il suo giubbottino di pelle nera, i suoi leggings neri, i suoi stivali neri, la bellezza della giovinezza e le mie parole d’amore che uscivano, i suoi sorrisi, la sua voce leggera, che sentivo l’anima muoversi di nuovo, verso la bellezza, verso il piacere, verso i sentimenti di gioia e di pace… starle affianco, quando pensavo di parlarle e basta, di scambiare gli auguri, ma poi la voglia si faceva sentire, la voglia della sua bellezza, del suo corpo di cui godere, della sua arte erotica, come un bacio che non possiamo darci, i suoi seni, le sue gambe, la sua schiena, godere con lei, con le sue parole brevi e la sua arte erotica, più bella di qualsiasi pornografia, la visione erotica e l’amore, l’esaltazione dell’anima e la voluttà, per liberarmi da quei sentimenti pesanti e opprimenti del giorno prima, liberare l’anima, liberare l’anima con Ana… che tornerà presto, diceva, verso febbraio, lei che dovrà fare la patente, diceva, così non starà più al freddo lì dove sta lei, le sue mani fredde, cercare di scaldarle, il riscaldamento della macchina che lei voleva ancora acceso, per riscaldarsi un po’, il suo consiglio di fare un salto a Milano, come le dicevo, anche senza i miei amici, ho litigato, che palle, davvero, ma si vive anche così, nella libertà della notte, con Ana… che cadevano mille pensieri appesantiti e opprimenti, l’anima si liberava, che non c’era più bisogno di talismani e di oggetti vagamenti spirituali in quella stanza che reclama solo la libertà di uscire, di vivere, di andare in giro, di vivere al di là di tutto, di non gettare l’ancora in un posto che troppe volte opprime, tra lavoro e studi, liberare l’anima uscendo, una stanza che non sa più di niente, ma solo della voglia di libertà e di uscire, nella libertà della notte con Ana… liberare l’anima, sapendo che ora lei per un po’ di tempo non ci sarà, e volere solo lei, volere solo lei, senza sforzarmi di farmi piacere ragazze che non mi piacciono, che non mi dicono niente, l’unica che mi smuove l’anima è lei, Ana, ed è così, solo in lei trovo la gioia, il piacere, la voluttà, le frasi carine e d’amore, i gesti d’amore, la sua leggerezza, la sua bellezza, che ancora mi perdo nel suo volto, dall’ovale particolare, il suo sguardo, il suo sorriso, le sue labbra, che ci si agurava un buon natale, con due baci, come ogni occasione, e un “ci vediamo” che non si sa quando sarà, che non ci penso più a volere altre ragazze per un po’, voglio solo lei, perché solo lei mi fa sentire vivo e gioioso, Ana…

La nottata tra le vie di Milano, con lei sempre nei pensieri e nell’anima, la libertà della notte, le canzoni maneliste, le vie di Milano a festa, potlatch ed esaltazione dell’anima nonostante la multa, il pensiero di Ana che dà tutta la gioia del mondo, i discorsi altrui pesanti che si dissolvono, la chiusura che si libera, una gabbia dell’anima sventrata dalla voglia di libertà, di pace e amore, dalla voglia per Ana, sognarla ancora, da sveglio, e non sognare più strani sogni, come stamattina, dove mi si presentava una ragazza mezza russa e mezza albanese, come diceva nel sogno, che mi sembrava già la donna della mia vita, mentre era solo il riflesso di una ragazza che vedevo passeggiare ieri sera a Milano, una ragazza albanese in mezzo ad altre ragazze albanesi, sue amiche, una mora dai capelli un po’ ricci, delle ragazze per niente affascinanti, che ritornavano però nel sogno, in un luogo che era una specie di ostello dove mi preparavano a chissà quale colloquio di lavoro, come nei miei antichi sogni inglesi, e compariva lei, che mi parlava un po’ in russo, un po’ in albanese, nel sogno, ora che libero l’anima anche nei sogni dove ad un tavolo di un’osteria notturna tra decina di persone compariva un personaggio da satira, che rispondeva con frasi fatte ad ogni domanda, ad ogni commento, senza dire niente in sostanza, senza poter aggiungere niente ai discorsi, un personaggio di completa povertà intellettuale, una satira nel sogno di quella gente che mi circonda, senza un’anima, e quel personaggio se ne andava via dalla tavolata dell’osteria non riuscendo a citare Woody Allen che neanche conosceva, solo per poi vedere io Berlusconi che stappava una bottiglia di rosso e prometteva che avrebbe messo un litro di vino all’osteria ad un euro per tutti, e tutti facevano baldoria, c’era il vino, c’era l’estasi della tavolata, e con quell’alcol che straripava dalla bottiglia mi svegliavo…

Solo lei, solo lei, solo Ana, che mi dà il brio, la gioia, la voglia di vivere, la leggerezza e la libertà, l’esaltazione dei sensi, che mi sento di nuovo vivo, tra Bruna e il bar, il supermercato e l’edicola, questi giorni che saranno, il Natale, il lavoro, i giri a Milano, la nottata passata a cercare di capire come funzionava Instagram per fare le foto, ma cosa me ne frega a me di Instagram? Cosa mi interessa di quella multa da pochi euro, cosa mi interessa di stare lì a contare i soldi, di pensare e strapensare, di fissarmi sui Balcani e sull’Albania e sulla Russia? Cosa me ne frega, potlatch ed esaltazione dell’anima, Ana e una nottata a Milano, libero dagli amici, da tutto, da tutti i pensieri, vivere la vita, viverla, andare in giro, liberare l’anima e dentro di me un unico sentimento che vuole e desidera e sa di Ana, al di là di tutto il resto, al di là di tutte le altre…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Quel sogno che sa di oltremare…

Perdersi in questo intonare le note, in questo canticchiare, e sognare ancora l’Albania, e Rudina, ancora una volta, queste note orientali, questo perdersi nei Balcani, che mai e poi mai potrò lasciar perdere tutta la magia di quell’aquila e di quel ricordo di lei, che ancora mi avvolge, che ogni volta una canzone che libera l’anima è il ricordo del primo amore, di quella Katia alla quale dedicavo tutte le canzoni di questo mondo, e da allora, da lei, sempre vince il sogno e il desiderio d’amore su tutte le altre ragazze, che ancora una volta mi trovo a sognare Rudina, e a desiderare un capodanno a Tirana, come ogni anno, non avendo mai il coraggio di rivederla, sognandola sempre, ma tenendola sempre a distanza, come il titolo che dà nome a questa canzone: “Amore proibito”… e mi perderei e mi perderei ancora in questa lingua che non è più criptica come sembrava all’inizio, mi dà piacere, mi dà l’ispirazione, e non potrò mai lasciarla perdere, ogni volta che si eleva il sogno, e queste parole non mi fanno più paura, sanno della melodia della voce di lei, ora che mi libero dai ricordi impestati di Leida, ora che lei non c’è più può vivere ancora il sogno di Rudina, una ragazza normale, di quel paese di cui mi informo sempre di più, come ieri sulla Deutsche Welle in inglese, quegli articoli su Albania e Kosovo, e la regione dei Balcani, che ho voglia di leggere ancora storie di laggiù, tra i racconti del Nobel Ivo Andric e storie brevi dei Balcani, da fine Ottocento a oggi, che trovo ancora ispirazione là dove pensavo di averla perduta… e anche oggi, come ieri, mi perderei in quelle notizie, solo per ascoltare altre voci, per sovrascrivere quelle voci insopportabili di certi programmi politici italiani, dalle voci dell’odio e dell’ignoranza, e trasferirei anima e mente laggiù, nei Balcani, in Albania per conoscere e conoscere e sognare, come quando scrivevo la prima laurea più ispirata del mondo, sull’Albania, e trovo la normalità in questo desiderio d’amore, in questi sogni, in questa ispirazione, che i pensieri religiosi si perdono nei millenni delle persecuzioni ebraiche e delle eresie in questo Occidente di cui leggo la storia sui libri degli ebrei erranti, e ogni volta perdersi in pensieri religiosi è ripercorrere la storia millenaria di incomprensioni ed eresie, quando tutto alla fine si risolve in voglia d’amore, in ispirazione infinita, che si illumina di una luce suadente dall’antico ricordo del primo amore, Katia, fino all’ultimo amore sognato, quella Rudina al di là del mare che mi fa cantare, mi fa imparare la sua lingua, che la maledizione della Russia scompare una buona volta per tutte, con pace per Marina e la sua voce che non evoca canto e sogni, con i suoi gusti che non si conciliano con i miei, e della Russia rimane solo quel ricordo lontano e sperduto di Katia, che si fa musica al ricordare la sua borsetta con l’aquila cucita, che da lì parte tutto il sogno, tutta la fantasia, tutto il desiderio, tutta la voglia d’amore e di canto, e di mille fotografie da scattare perdendosi per i pub di Tirana con lei, con Rudina, o a visitare la città, o a stare tra amici e amiche sognate, una vita che riesco solo a sognare al di là del mare, con lei, perché qui di ragazze che mi facciano sognare ormai non ne rimane più nessuna, e se il sogno sa di oltremare non posso farci niente, è solo così che mi metto in direzione della vita… e dimentico strani sogni della mattina, dove Aleksia compariva come tra i banchi di scuola, a cercare di dettarmi la lingua romena, come in un compito in classe e un lavoro a coppie, quelle parole sulle quali mi perdevo, che leggevo, in un ambiente scolastico grigio e nero, come disperso tra chissà quali montagne transilvane, là dove la selvaggia e oscura natura avvolgeva l’ambiente e la scuola dispersa in un villaggio in montagna, dove mi rivedevo anche con antichi compagni di classe, medie ed elementari, ed era una trasposizione oscura dei miei anni di infanzia, con gli stessi amici che si davano a pratiche oscure, magie nere fantascientifiche, solo per essere poi io bloccato dalle infermiere di non so quale compartimento, ed essere iniettato di non so quale calmante o sostanza, come per fermare quella specie di magia nera sotto forma di droga, quella strana via oscura che avevo percorso insieme ai miei compagni di classe di una volta, Dennis, Dorian e altri che nel sogno comparivano senza un motivo, se non a ricordo di quegli anni di transizione, anni bui, dall’infanzia all’adolescenza, in un sogno che sapeva di Romania transilvana e del ricordo di bellezza del volto di Aleksia, che mi incantava a voler farmi imparare la sua lingua… e mi svegliavo così, con il ricordo del sorriso di Larisa di ieri sera, quando si parlava del più e del meno anche con mia madre e Stas, e qualche parola romena emergeva, lanciandomi come in un mondo ortodosso che richiamava alla mente santi d’altrove, il silenzio dell’anima, il mondo dei morti, il silenzio e l’oscurità che ricomparivano poi nel sogno di Aleksia, che ridava vita con la sua bellezza, solo per perdermi nel sogno in quell’aquila che Dorian portava nell’oscurità dei sogni, che si illuminava poi al mattino, una volta sveglio, in questo canto infinito che ricorda Rudina, sotto la magia bianca e antica di Katia… e mi perderei sempre di più, ancora e sempre di più, in questi sogni che richiamano studi, di epoche passate e di luoghi d’altrove, di lingue d’altrove, che trovo qui e sempre l’ispirazione infinita, e mi passerebbe quasi voglia di lavorare, se solo potessi dedicarmi anima e spirito tutto il giorno a trasferire me stesso là, in quei luoghi dei sogni, per parlare in altro modo, per parlare come se fossero le parole magiche di canzoni e intonazioni di lingue d’altrove, che ritrovo sempre qui l’ispirazione infinita, e dimentico antichi comandi e antichi divieti, modi di pensare monolitici, dove non si scappava mai dalla gabbia o del russo o dell’inglese, mentre mi disperdo altrove, con l’anima, in altre parti d’Europa, a mitizzare e a sognare il passato, a sognare un futuro con Rudina, attimi di felicità, attimi di gioia, con la voglia di scherzare di non sapere bene parlare, se non qualche parola detta così, imparata da solo studiando qua e là, in nome dell’amore e dell’infinita ispirazione, voglia di lingue che non finirà mai, il mio vero compito, anche nei sogni, tra Aleksia e Dorian, tra Katia e Rudina, tra Larisa e tante altre ragazze, il sogno delle lingue e l’ispirazione infinita d’altri luoghi, altra gente, altri discorsi, la bellezza di sognare ad occhi aperti, il mondo che diventa poesia, canto, intonazione di altre parole, l’anima che si libera da sé, e la voglia di sognare, sognare, sognare un amore lontano, Rudina, ispirazione infinita, quel sogno che sa di oltremare, e disperdermi e perdermi sempre più a Est, ispirazione infinita…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Sogni, Visioni

E suoni e immagini di bellezza mi fanno ancora sognare…

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Perdersi in quel film kosovaro, ieri notte, il tempo della vendetta, così, per ascoltare un po’ di lingua albanese, per capire un po’, e qualcosa capivo, anche se il film era una tamarrata/terronata, tutto basato sulla vendetta di due famiglie mafiose, a una delle quali era stato ammazzato il padre, e la figlia, quindici anni dopo, si metteva all’opera per vendicarlo… la lingua albanese dall’accento kosovaro, con tutte quelle nasali, quello “a” che diventano “o”, in quel dialetto del nord, e una serie di belle immagini, dopo tutto, accompagnate da delle musiche onnipresenti da thriller e da telefilm poliziesco, divertirsi a capire un po’ la lingua albanese, qualche parola qua e là, anche queste sono soddisfazioni… e guardavo questo film dopo che la serata mi veniva a noia, non sopportavo più quei saggi noiosi che avevo con me, non mi andava neanche di guardare altri film, americani o francesi, dopo che per un attimo sfioravo l’idea di guardare una commedia francese stupida, mentre di me sentivo ancora tutto lo slancio di essere considerato da Rudina, oltre mare, e quel mio Instagram si riempiva sempre di più di stelle del mondo dello spettacolo albanesi, ragazze, che non so come mi arrivava anche una richiesta di amicizia da una trentenne kosovara, estremamente bella e affascinante, al volante della sua Mercedes, che controllavo poi e capivo che era una che si è trasferita a Parigi, una sorte di ragazza dei sogni, dal nome mezzo europeo orientale e mezzo turco, che mi perdevo nel sognare lei, quasi come certi amici si sono innamorati via Facebook, nel mondo virtuale… ma era più una contromossa di me stesso per vincere la tentazione di parlare ancora a distanza con Rudina, che alla fine non sentivo, mentre beccavo per un attimo Marina sulla chat, con quasi la voglia di scambiare due parole in russo, di cui mi pentivo subito, con i suoi gusti di film inguardabili e la sua cena che doveva consumare a base di carciofi, quando mai… e ci voleva davvero un po’ di Albania, un po’ di Kosovo, sopratutto adesso che Leida non c’è più, e il sogno di amore si rifà tutto su Rudina, o su ragazze come Alisa, la kosovara, o altre ancora, star del mondo dello spettacolo, che mi chiedo come anche solo potevo provarci con Marina, se nessuno di questi sogni si slanciava nell’immaginazione e nel desiderio, nel sogno d’amore… e la notte andava avanti così, con le solite troppe sigarette della domenica, l’indecisione del tempo libero, come occuparlo, la voglia e la non voglia di leggere notizie albanesi, dopo che guardavo il telegiornale e vedevo che al sud dell’Albania sono alle prese con delle forti alluvioni, ed era affascinante vedere quelle immagini a rallentatore dall’elicottero, con quei paesaggi immersi nell’acqua, quei paesaggi di montagne e di pianure, che sembrava un film post-apocalittico… e mi perdevo così nell’immaginario, tra tutte le mie artiste più belle, dalle canzoni pop e un po’ orientali, e sognavo e sognavo, e mi sembra ancora di sognare, avendo scoperto questo mondo di bellezza, di bellezza femminile che fa innamorare, la sola bellezza che salva il mondo, e nei miei sogni, forse tenuta lontana non so per quale motivo, c’era ancora l’ultima notte con Ana, di cui mi veniva voglia della lingua, di quella lingua romena, così disprezzata da molti italiani, così come la lingua albanese… e nell’odio e nel sentire comune che non dà niente a tutto questo trovare invece la bellezza e la poesia, che di quei due paesi lontani ma neanche troppo mi veniva voglia di perdermi, nel sentire le loro parlate, di ascoltare ciò che comunemente fa paura, per trovare invece la bellezza… forse la lingua romena non la toccherò, troppo bella la voce di Ana per mistificare i suoi suoni, per non perdermi in qualche delirio d’amore dove solo parlando o capendo la sua lingua un amore possa nascere, là dove è meglio non amare, come diceva Alina, e mi perderò invece ancora nella lingua albanese, come una volta voleva Rudina, parlando di quegli italiani che si innamorano dell’Albania e cominciano a imparare qualcosa… ma per ieri notte andava bene così, con quel film un po’ trash, quel telgiornale, un paio di notizie, e qualche canzone in una lingua che a volte faceva paura, quando veniva parlata da Leida, ed è meglio far sfumare i ricordi di lei con altre immagini, altre ragazze, altri suoni, e lasciar andare avanti il corso del tempo, mentre mi perdo in ritrovata bellezza… e sono lontano dalla pura razionalità che serviva per imparare il tedesco, per concentrarsi su quella lingua, qui si apre invece un mondo di irrazionalità, di immagini, di suoni, di sogni, di bellezza, che non si può spiegare per quale motivo io mi perda, ma va bene così, fa anche parte di questo vivere postmoderno, dove la finzione delle immagini si confonde con la realtà, o forse fa semplicemente parte di un sogno d’amore che non c’è, che c’è forse al di là del mare, da quella Rudina che vorrei rivedere ma che non rivedrò mai, e sogno solo momenti di normalità, tra amici e amiche, di cui ormai non rimane che un vago ricordo, e forse soffro solo di una solitudine malinconica e sognatrice, che proietta i suoi desideri su mondi di altrove, perché qui non vedo possibilità di sognare… e mi prometto questa volta di lasciar perdere Marina, è una completa perdita di tempo, una ragazza che non mi piace, fisicamente, esteticamente, la cui sola voce mi dà fastidio, quel suo tono per niente affascinante, e mi perdo invece nel ricordo della voce suadente di Rudina, del suo sorriso, delle sue parole brevi, che solo sognarla è già un piacere, e non c’è da filosofare e scrivere molto per capire che i miei sogni stanno ormai altrove che non in Russia… Rudina, sì, Rudina, quel suo fascino di una volta, quella sua semplicità, quella sua normalità che ha la sua bellezza, come una volta tra me e Elena, come quelle coppiette che vedevo ieri passeggiare al parco, gente normale, un po’ sognatrice, un po’ romantica, senza tutta la trasheria che immaginavo sempre con Leida, e che ritrovavo in parte in quel film assurdo di ieri notte, che però mi strappava e mi strappa ancora un sorriso, nel vedere i mille modi in cui si può declinare lo stare al mondo, i mille modi di essere, e la libertà di ognuno di essere come si vuole… sì, la libertà finalmente, non essere più obbligato a trovarmi una ragazza, a forzare quella relazione con Marina, solo perché secondo i calcoli potremmo essere compatibili, ma la razionalità è solo un’isola piccolissima nell’oceano dell’irrazionale, là dove lei non c’è, e trovo invece tutta la bellezza altrove… e così comincia questo lunedì, che è solo il continuo della nottata di ieri leggermente insonne, per la non stanchezza, per l’incanto di musica e immagini, per quel caffè di troppo, per quell’inondarmi di parole straniere dal fascino impossibile da cancellare, che voleva farmi perdere sempre di più, fino a non farmi dormire, e l’unico modo che conoscevo per far sfumare suoni e immagini era darmi alla musica, alle note infinite di Liszt, che mi accompagnavano nel sonno e nei sogni… nei sogni, sognare di essere in macchina con qualche amico albanese che non esiste, lui che sfotteva un turco maledetto, che ancora non se ne era andato dall’Albania, le mie risate, e sognare paesaggi Balcani, da primavera, e rivedere nel sogno lei, Alisa, con tutta la sua bellezza che fa innamorare, la bellezza che salva il mondo, quella bellezza nella quale mi perdo ancora, e tutto il resto sfuma via, pensieri concettuosi, pesanti, arroccati su di sé, forzature dell’anima, distorsioni, e mi sembra di vivere così, là dove le parole non bastano più, là dove tutto diventa musica e tutto si perde nelle immagini di bellezza, e riprendo a sognare, e mi sento di nuovo un sognatore, quasi un innamorato, di una ragazza lontana, impossibile da definire, innamorato forse dell’amore, innamorato forse della bellezza, e suoni e immagini di bellezza mi fanno ancora sognare…

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Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nel velo di Maya, nella Grande Allucinazione di tutti i media…

Alienarsi con internet, di fronte al profilo perfetto, da vero postmoderno, di un ex collega di università, in Olanda, a lavorare per un’azienda chimica, sezione marketing e comunicazione, due master alle spalle, in Danimarca, in Olanda, lui che diceva voleva diventare giornalista, perdersi nel mondo dei media, dei social, fare comunicazione digitale, il sogno di tutti noi, quasi nativi digitali, invasati con l’inglese, con le lingue, e con internet, l’invidia… l’invidia da star male, ripensare ancora tutto, alienarsi nelle riviste, nei giornali, sul pc, di fronte ad altre lingue, il mondo della manipolazione che entra dentro di te, e più sei solo, più ti fai manipolare da tutto ciò che vedi e che leggi, e tutto sembra diventare una legge sacra, la legge sacra di essere costantemente aggiornato, di sapere tutto, tutte le lingue, tutte le storie di paesi lontani come Germania, Russia, Albania, Olanda, Inghilterra, sapere sempre tutto, essere costantemente aggiornati, ed alienarsi così tanto da voler quasi diventare giornalista te stesso, o almeno traduttore di notizie, diventare l’oggetto in cui ti perdi, non distinguendo più te stesso… che mi ricordava quella compagna di università, Berenice, con il lutto della madre alle spalle, sempre alienata nei quotidiani, nel mondo intellettuale, lei che voleva diventare giornalista, anche lei, ragazza sola, disturbata, alienata, che stavo facendo la sua stessa fine in questi ultimi giorni quando, al posto di stare in mezzo alla gente, mi volevo alienare sempre di più nel mondo fittizio delle immagini e della realtà mediata dai mezzi di comunicazione di massa, annullare me stesso nel mondo delle apparenze… ci voleva una domenica in compagnia con Stas, Larisa, Dmitrij, mio padre, mia madre, per uscire da quel mondo fittizio, che Viktor Pelevin racconta molto bene nel suo romanzo “Generation P”, il mondo fittizio, la televisione, le notizie studiate ad arte, il vendere patriottismo, sogni, ideologia, come un grandissimo velo di Maya sempre a nostra portata, in ogni istante, in ogni luogo, sul pc, sul cellulare, sul tablet, nel mondo della carta stampata, alla televisione, alla radio, immergersi completamente in questa realtà mediata, in questo velo di Maya, e diventare un inventore di notizie, di fattoidi, di fattacci, di tendenze politiche, diventare la mente dietro tutto questo mondo di apparenze, la mia perenne e antica allucinazione, il mondo delle apparenze, il velo di Maya da imporre, da controllare, da inventare, il mondo che avrei voluto scegliere come mio lavoro: inventare notizie, inventare storie, inventare il velo di Maya… e uscirne, uscirne solo con la vicinanza con altre persone, la lettura di qualche saggio filosofico esistenziale, la sapienza del Qohelet, icone dimenticate in me, la vicinanza con le persone dopo essere impazzito più volte, essere andato dai carabinieri per lamentarmi anch’io di non so cosa, loro che non potevano fare niente, perché non c’era niente da fare, niente che andasse contro la legge, solo sentire uno strano male alle parole Ucraina, alla vicinanza con gli ucraini, e rimettere a posto nei sentimenti la depressione di una volta per Alina, che si manifestava alla loro presenza, con strani sintomi, tutti dovuti ai sentimenti, alle emozioni, e la razionalità che sragionava continuando a lamentarsi di cose che non esistevano… il velo di Maya di questi mezzi di comunicazione, il velo dell’inganno, che ora che scrivo già mi accorgo di quell’altro virtuale che vorrebbe dettare le sue regole, dettarmi la sua visione del mondo, la sua ideologia, quando il trucco sta tutto nello staccare e nel distaccarsi da questi mondi fittizi fatti di immagini e parole e ideologie nascoste, e scopro dentro di me la mia spinta a studiare di sempre: immergersi nel velo di Maya per poter un giorno controllarlo da dietro le quinte, inventare programmi, inventare notizie, essere il capo della Grande Allucinazione… non era forse tutto qui la mia follia? Un mondo fatto di immagini, di inganni, di apparenze? E il mio profetismo altro non era che alienazione totale nel mondo fittizio, far diventare la propria vita come la storia che appare alla televisione, mania di tutti, di apparire, di essere sullo schermo, di comandare le storie, di inventare personaggi, di scrivere stando nell’ombra, di comandare, di manipolare gli altri, come se i mezzi di comunicazione di massa si rivolgessero a persone inermi e passive, che accolgono tutto senza critiche tutto ciò che gli viene propinato, come se potessi conquistare il mondo con l’inganno, inventando la Grande Allucinazione… mia follia di sempre, che ora riconosco, anche quando nel tempo libero ancora mi dò a letture e studi, ma non per fare di questa Grande Allucinazione il mio dovere, il mio compito, il mio lavoro, ma solo uno svago per non spegnere il cervello, senza che però tutta questa finzione diventi più vera della realtà… non mi chiedo più di diventare giornalista, dopo aver visto articoli su giornalisti uccisi dai poteri forti, dalle mafie, dopo aver visto un altro trentenne ieri in televisione, già giornalista, già anni di esperienza alle spalle, la sua parlantina di mondi fittizi, da televisione, mi accorgo solo della mania di tutti, apparire, apparire ovunque, non importa dove, alla televisione, su internet, diventare qualcuno, diventare un personaggio del mondo dello spettacolo, diventare un’immagine, un’icona, un personaggio della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, distorsione del mondo che inganna tutti, come quell’amico di una volta, genio incompreso, secondo lui, come quell’altro, che voleva scrivere, come l’altro che voleva diventare artista e musicista, tutti quanti presi nelle trame della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, i mezzi di comunicazione di massa… si ritorna alla realtà, così, stando in mezzo alla gente, diventando più concreti, diventando più umani, senza pretese di ogni sorta, senza aspirazioni diaboliche, senza superbie, ci si accorge dei propri limiti, e della propria umanità, stando insieme agli altri, di domenica, neanche fossero i tempi delle grandi domeniche con i parenti, ritorna però quel sentire, quel sentire che sa di vero, di realtà, e non più di alienazione nel mondo dei veli di Maya e delle Grandi Allucinazioni, che passa la voglia di alienarsi di nuovo, e viene invece voglia di guardare con più distacco tutto ciò che passa sul velo di Maya, come una semplice esercitazione per capire il mondo, per parlare con gli altri, per essere informato, ma trovo il nocciolo di tutta la mia follia: l’alienazione nel velo di Maya dei mezzi di comunicazione… e qui c’è tutto Pelevin e la sua “Generazione P”, tutto il suo buddhismo postmoderno, qui c’è tutta la mia follia, e la mia uscita dalla follia, qui c’è tutto, anche le brevi frasi di quel libro sulla manipolazione e sui media, che non costringono tanto, ma affascinano, come dei seduttori, in ogni campo, dalle notizie alla pubblicità, dai social, alla politica, e in ogni cosa, in ogni dove, che la realtà sta altrove, e la propria anima anche è solo dentro di me, non più trasmessa ad uno schermo, caricata nel mondo virtuale, rimangono le tracce dello stare male per Alina, le tracce della depressione, i ricordi, che poco alla volta stanno guarendo, rimangono i sogni di una Marta che stava seduta sui banchi di scuola, mentre la bionda prof di filosofia leggeva qualche brano come se fosse la sacerdotessa di dottrine esistenziali ed esoteriche allo stesso tempo, le immagini di un sogno tra l’onirico e l’esoterico, desideri d’amore sbiaditi e contraffatti dall’esistere nel sogno, come Marta, come la bionda prof di filosofia, nell’ambiente più rilassante del mondo per me, la scuola, là dove ancora l’umanità era a due passi, tra ragazze e ragazzi, senza lo stress del lavoro, di sapere, di diventare qualcuno, di dover apparire, di dover raggiungere per forza e subito il proprio traguardo di carriera, apparire, essere qualcuno, avere il potere di comandare e inventare tutto il velo di Maya e la Grande Allucinazione, solo nel sogno c’era ancora il ricordo di un amore e di parole vere, genuine, scaturite dalla voce di lei, la prof di filosofia, e dall’immagine di giovane bellezza di Marta, che mi visitava nel sogno, quasi a dirmi di nuovo di sentirla e vederla, se solo lei non fosse persa nelle sue regressioni tra vecchie donne di famiglia e affetti per gli animali domestici, e non si sa che cosa ancora, il solito periodo destabilizzante dopo l’università, dopo che tutto diventa qui e subito, lavorare, lavorare, lavorare, essere qualcuno, fare carriera, guadagnarsi un’identità lavorativa, diventare qualcuno, apparire, essere, diventare, qui e subito, qualcosa, qualcuno, non più rimandato ad un incerto “più in là dopo l’università”, quando tutte le pressioni del mondo si fanno sentire, e credi che tutti gli altri siano felici e realizzati, arrivati, quando ti confronti solo con chi è più in alto di te, quando ti confronti con i tuoi ideali di chi volevi diventare e chi volevi essere, sogni forse irraggiungibili, tanto vicini alla megalomania, ai deliri di onnipotenza, alla sete di potere e diventare, di essere, di apparire, la follia di sempre e di tutti in questo mondo tra il postmoderno e il virtuale… si esce così dall’inganno, e non te ne accorgi neanche, e non ti accorgerai neanche, se sbaglierai di nuovo, come ci entrerai di nuovo nel mondo delle finzioni, nel grande velo di Maya, nella grande allucinazione di tutti i mass media…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Viaggio notturno, onirico ed erotico… 

Le tenebre, una luce blu, immaginaria, nella notte, una luce blu scura, I’ve got the blues, mi veniva da dire, e il pensiero che andava ad Alina, ora che non c’è più, ora che per lei ogni sopravvivenza d’amore non c’è più, le tenebre dell’anima e una luce blu, la stanchezza del giorno, abbandonarsi alle tenebre, e lasciarsi immergere dall’aurea oscura, per poi spegnersi… nel sogno, un sogno dorato, dove mi ritrovavo per vie nella notte, in macchina, su strade sconosciute, in mezzo ai campi, vicino a qualche stazione del treno, alla ricerca di Leida, il ricordo di lei, erotico, nella notte, il sogno erotico alla ricerca di lei, ora che anche lei non c’è più… fermarsi da una sua collega, che mi diceva: “Stai venendo troppe volte, lei è arrabbiata con te, sei andato troppe volte, devi darti una regolata…”, l’hybris, l’eccesso, trasgredire il limite umano, andare oltre il possibile, lo sguardo tecnico e religioso di un compagno delle superiori, dei tempi dell’ITIS, quando c’era ancora Luca, il suo sguardo che mi compativa, quasi, che già sapeva, del limite umano, trasgredito, il suo sguardo tecnico che mi diceva che il corpo umano non è una macchina, che ha costantemente bisogno di essere soddisfatta, ad ogni pulsione, l’erotomania, la sessomania, l’esagerazione, il suo sguardo che dava una prognosi: lo sguardo tecnico di chi comprende l’eccesso… “Devi darti una regolata, noi ci siamo dalle dieci alla undici, e nel pomeriggio dalla una in poi, fino alle cinque, non cercarci in altri orari, lei è arrabbiata con te, non ti vuole più…” Leida, il suo sguardo imbronciato, nel sogno, l’esagerazione e l’eccesso e il ricordo di lei, un desiderio spento, nostalgico, dopo la fine, la sopravvivenza di lei nel mondo onirico, nel mondo erotico dei sogni, un desiderio rimasto inappagato, il ricordo erotico di lei nei sogni, l’estasi erotica, l’eccesso erotico, e un sogno di voluttà… una colombiana che stava con me in un pomeriggio, a parlare, a sorridere, un’altra di quelle, il suo sorriso mentre le sciorinavo la mia vita, la mia relazione con Leida, lei che sembrava comprendermi, lontani da non so cosa, da non so chi, forse dalla presenza di Leida, in viaggio, fuori dalla macchina, su un campo come vicino ad un’autostrada, a parlare, per andare chissà dove, meta sconosciuta, in quel continuo viaggio notturno, onirico ed erotico…  svegliarsi così, con tutta la sensazione di aver perso la scia di Leida, di aver oltrepassato il limite, con quell’immagine di Aleksia che sembrava parlarmi, dicendomi di non oltrepassare più il limite, con il suo sguardo comrpensivo, come mi appariva prima del sogno, tra il ricordo di Alina e aver rivisto Ana e Aleksia per le strade di giorno, dove il desiderio non era più solo erotismo, ma bisogno di parola, di ascolto, di relazione, eppure non c’era niente, il silenzio della città, la città e il suo asfalto, il nulla che rimaneva dopo gli eccessi erotici, il nulla… non c’è niente al di fuori delle relazioni per le ragazze, dell’amore per loro, mi dicevo una volta, no, nessuno ti può amare tanto come Dio, diceva Eugenia, lasci perdere la filosofia, io non ci capisco niente di Freud e Lacan, è tutto una questione di figa, alla fine, diceva il dottore una volta, lasciar perdere al risveglio improbabili evocazioni divine fatte solo di nevrosi e gesti scaramantici, solite nenie ipocrite, giri dell’anima non in pace con sé, solo nel sogno e nel risveglio si manifestava la verità, la verità della perdita di Leida e dell’eccesso di tutto l’erotismo, pagare il fio di un hybris erotica che ora sfiora toni depressivi e malinconici, tra un ricordo delle tenebre di Alina e il viaggio onirico, erotico e notturno di una Leida che non c’è più… chiudere l’accesso a discorsi sempre uguali, a desideri senza fine ormai acquietati, la fame e la sete che non ci sono più, là dove le pulsioni si manifestano solo nel sogno, il mostro che mangerebbe infinite ragazze che si trasforma in un principe, la visione delle uniche ragazze rimaste, senza provar più smania, Ana, Aleksia, Manuela, Miryam, la giovane cameriera, cosa fa di ognuna di loro così speciale? Niente, ragazze pubbliche, tanto uguali l’una all’altra per la loro bellezza e per la loro interscambiabilità nel mare dei desideri, mostro assetato che si trasforma in una creatura mitologica sublime, sogno di bellezza, sogno di amore, là dove il solo erotismo ha ecceduto, nel sogno di Leida, di quelle ragazze, non lasciarsi andare a cavalli di Troia di pensieri che si infiltrano nell’anima per avvelenarla, una sigaretta che ricordava quell’ultima notte con lei, quel pacchetto di sigarette dalle immagini quasi da farsi suggestionare, se non fosse stato per lei, per Leida, per il piacere notturno, portarle altri due pacchetti, le sigarette giuste, l’ultima notte, l’ultimo sguardo, di una ragazza che cominciava a chiedere troppo da me, io troppo da lei, relazione portata all’eccesso, il ricordo nella notte, un desiderio inappagato, lo sguardo comprensivo e la voce comprensiva d’Aleksia, in macchina, “Non superare l’eccesso, vieni da noi meno spesso, non esagerare…”… le forze risucchiate fino al midollo, la giacenza di pensieri nelle tenebre di Alina, I’ve got the blues, in un sogno blu e nero che diventa dorato e mistico nella notte, comincio a essere stufo, ad essere stanco, a cercare qualcosa di più, là dove tutti i desideri sono stati esauditi fino al midollo, desiderio insaziabile che incontra il suo eccesso, per farsi strada solo nell’immagine di altre ragazze pubbliche che niente hanno da offrire se non la loro presenza, la loro immagine di bellezza che richiama ad un amore che mai sarà, e nel sogno, nel sogno del viaggio notturno, onirico ed erotico ritrovare lei, Leida, desiderio inconfessato, e svegliarsi con la coscienza dell’hybris, e il nulla, e la stanchezza di vivere…

Pensieri liberi, Sogni, Visioni

In tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…

Nel sogno, un tavolino del bar, di un bar all’aperto, un tavolino bianco rotondo, vicino al quale ero seduto io e, affianco a me, i miei genitori, il luogo all’aperto, tantissimi tavolini, tantissima gente, come un quadro impressionista… e vedevo arrivare una certa ragazza, Vincenza, mai vista prima, né nella vita, né nei sogni, completamente sconosciuta, una ragazzina, una teenager o poco più, che si lanciava verso di me e mi diceva: “Non mi riconosci? Aldo? Sono quella delle elementari!”, no, non ti riconosco, le dicevo, e le dicevo solo di sederci ad un altro tavolino, più in là, da soli, lontano dai miei genitori, che quando ci sono i miei genitori mi viene il blocco, non una parola mia devono sentire, e mi mettevo con lei a quel tavolino, mischiando nei sogni i ricordi di Eugenia e di Olimpia, le foto di Eugenia che avevo visto, lei, nel suo Health Center in mezzo alla natura selvaggia in Malesia, quando saltava, piena di gioia, sul letto, all’arrivo di sua sorella maggiore Veronica, ma su quel tavolino mi perdevo, forse in frasi d’amore, o frasi più ciniche, sotto come una musica classica che illuminava il pensiero e la ragione, e quegli occhi pieni di amore, di innamoramento, di eccitazione di quella ragazza nel sogno non mi dicevano niente, ed ero lì solo per negare l’amore di lei, ero lì solo per negare il legame con i miei genitori, per separarmi da tutto, ed essere me stesso…

Me stesso che mi sentivo ieri sera, quando le poesie di Mihai Eminescu diventavano troppo complicate, in romeno, per fare andare via tutta la visione folle di Aleksia, per portare la ragione dove c’è l’irrazionalità, quando mi accorgevo di aver studiato anche troppo ieri, con tutti quegli articoli in inglese, tutte quelle poesie in romeno, e decidevo di rilassarmi, di buttarmi giù, prima con della musica manele che non mi acquietava più, le solite canzoni, i soliti pensieri, la solita mania della Romania, che ad un certo punto non sopportavo più, anche se tutti i pensieri andavano al sogno d’amore con Aleksia, che incontravo ieri per strada, e mi mettevo sotto la musica classica della radi olandese, solo per trovare la razionalità in me, il vero me stesso, quello che si rivolge agli altri e alle altre come un uomo di trent’anni, come uno che ha studiato, come uno che tutte le fasi d’amore e di erotismo le ha vissute, in tutta libertà e coerenza, con i miei pensieri, e trovavo me stesso sotto quella musica classica che, priva di parole, permetteva alle mie parole vere di emergere, e di essere davvero me stesso…

Mi addormentavo, la sera, sul letto, solo per svegliarmi senza sonno e un po’ rincoglionito, pensieri da cestinare che ora affioravano, a cui non davo ascolto, e mi mettevo lì ancora una volta, di notte, a leggere le altre poesie in romeno, per usare un po’ quell’intelletto che non voglio che si spenga, che non voglio mi faccia andare verso regioni periferiche dell’anima, dove domina solo l’irrazionalità e la stupidità, e mi mettevo a posto, di notte, con quelle poesie, con quel sogno d’amore per Aleksia, che tutto il segreto dell’anima stava nell’amore e nella razionalità, impossibile da spiegare, ma la mia anima si sentiva giusta, e non voleva sbagliare più, in quella sensazione d’amore che mi invadeva, in quello stato d’animo che cerca l’amore…

I’m craving for love… cantava stamattina alla radio quella canzone, di fronte a Miryam, craving for love, ho desiderio infinito d’amore, mi veniva da pensare, anche quando Miryam stava davanti a me, e non le dicevo niente, cosa le dovevo dire? Che ieri ho incrociato sulla via Aleksia, una puttana che mi sono fatto domenica, e che ancora sto smaniando per lei, I’m craving for love, ecco la giusta traduzione, sto smaniando per l’amore… no, non le dicevo niente, a Miryam, cosa le dovevo dire, tra tutti i miei amori che si perdono tra Manuela e Ana, la romena senza nome, e Aleksia, cosa le dovevo dire di tutto questo casino, che non so più chi amo, amo tutte e non amo nessuna, e sono forse solo innamorato dell’amore, in questo sentire che mi fa sempre venire in mente in the mood for love… no, non le dicevo niente, per non lasciar partire frasi che non sono parte di me stesso, ma sono forzature per lanciarsi sugli altri in maniera sbagliata, frasi da cestinare, sentimenti e parole da cestinare, e mi perdevo solo al pensare al sogno di stamattina, amore puro e cinismo, di quella ragazza al tavolino di un bar, e non dicevo niente a Miryam, anche se era lei stavolta a salutarmi per prima, a stare in silenzio anche lei, con quel suo sguardo perso, che mi ricorda sempre come diceva che il suo nome è come quello della Madonna… ma lasciamo perdere le cose religiose, sarebbe ipocrisia, come diceva Olimpia, andare in chiesa, mettersi a pregare, nonostante i sogni, nonostante le visioni, cerchiamo di essere una persona normale, e non facciamo gli ipocriti, quando tutti i sogni vanno da Aleksia, quando tutto l’amore va per lei, e se c’è un modo per capire la mia anima basta seguire la scia dell’amore, dove va, da quale ragazza, da quali ragazze, fino a perdersi nell’infinito, nell’infinito davvero, dove non basta più nessuna musica, nessun libro, nessuna lingua, niente, nessuna arte, e mi perdo solo nel sogno di Aleksia, in quella visione di ieri al vederla camminare per le vie, diretta forse a quel negozio romeno, e sognare a come sarebbe stato il pomeriggio con lei, in mezzo ad altri romeni e romene, alienato forse da una lingua e da gente che non conosco, senza poter offrire niente a lei, se non il mio amore per tutte, che si risolve in amore per nessuna, è questa forse la sorte di noi puttanieri e puttane, amare tutte e non amare nessuna, aperti all’amore, ma soli dentro di noi, per scelta, aver scelto la libertà di non legarsi a nessuna in particolare, lasciare liberi i sentimenti di andare dove vogliono, senza forzature, senza niente, in tutta libertà…

E allora andavo via dal bar e non mi lasciavo andare a quella regressione e ipocrisia di passare in chiesa per tutti i santi, nonostante le visioni della notte prima, quando mi svegliavo da quel sonno sballato la notte, e mi dicevo solo che il sogno d’amore e il sogno di libertà sono parte di me stesso, e sotto una musica che non riconosco, una musica classica senza nazionalità, senza più fissazioni per chissà quali paesi o quali lingue, quali musiche, in tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…