Ispirazioni, Pensieri liberi, Sogni

Attendere la quiete senza fare niente, al di là del sogno di Sissi…

Ed esageri con il caffè, cerchi di stare sveglio e non addormentarti nel pomeriggio, dopo una mattinata di lavoro, dopo che il giorno prima filava tutto liscio, e nel pomeriggio invece ti perdi a sfogliare pagine su pagine di quel fumetto giapponese on line, cercando di andare oltre le pagine in russo che avevi letto di quel romanzo che non diceva niente, rimani incollato al tablet, non sai che fartene dei libri che riporti in biblioteca, di quel buddhismo che dovrebbe calmarti, invece in biblioteca leggi come uno che non ha niente da fare, e non sai che fartene della gente lì in biblioteca, torni a casa mezzo schizzato, con quelle sigarette elettroniche che fumi e ti fanno sentire isterico, non sai che fare e anche un episodio di black mirror non ti calma, mangi la tua cena in dieci minuti, non di più, un po’ di verdure, una fetta di carne impanata, e senti tutta la pulsione dentro di te di mangiare all’infinito, sei carico da matti, e per tranquillizzarti prendi la tua eucarestia chimica prima del tempo dovuto, smetti di guardare il film a metà, prendi e vai a camminare, convinto che ti possa rilassare, e sulla via incontri gente di ogni tipo, ragazzini, un’anoressica, l’altro kebabbaro turco che torna dal bar, e ti senti rincoglionito, con quella eucarestia chimica che comincia a fare troppo effetto, stordendoti ma non dandoti il sonno, torni a casa e bevi un nescafè per riprenderti, troppo, troppo forte, dopo cinque minuti il quinto caffè della giornata diventa anche troppo, e cominci a sentire ancora quei nervi fuori posto, che cominci a gridare come un disco dei “Theaters des vampires”, ascolti quella musica, sperando che ti calmi, e maledici la giornata perché non hai svolto qualche esercizio di karate e taekwondo, per sfogarti, cominci ad avercela con tutti, con tuo padre che bestemmiava quando ti versavi un bicchiere di vino rosso che poi buttavi via, alcol maledetto, maledici tua madre e la sua amica mezza psicopatica che pure la sera le faceva visita suonando al citofono, scleri da vampiro, da invasato, da camicia di forza, senti tutto te stesso andare fuori di nervi, senti un qualcosa che ti prende da dietro la nuca e ti fa gridare da camicia di forza, troppo carico, troppo energico, e la voglia di riposare, di dormire, che non c’è, e ricorri alle tue solite venti gocce di valium e poco più, ti sdrai sul letto, nel buio della notte che finalmente si avvicina, e non serve neanche più pensare ad Ana, ad Alice, a nessuna, e lasci che il nero della notte ti avvolga, e quello spegnersi di te stesso dopo le gocce di valium, e accogli la notte e il suo buio, la sua oscurità finalmente silenziosa…

Ti svegli la mattina con il sogno più bello della notte, Sissi, che era la tua ragazza, un sogno erotico, dove tu con lei passavi l’ultimo dell’anno assieme, a casa tua, in mansarda, o sul letto, mentre i tuoi guardavano, ma tu ti perdevi nei suoi occhi, nel suo sguardo, nel suo corpo, Sissi, la compagna cinesina dei tempi dell’università, che è un po’ di tempo che stai pensando di scriverle qualcosa, ma poi non scrivi perché tanto sai che il ragazzo lei ce l’ha già, un sardo dell’università che si erano innamorati in università, un sardo più ricco di te, più tranquillo, meno studioso che non si è neanche laureato e lavora alla rinascente, e allora non le scrivi, e ti ricordi solo il sogno della notte, quando rivedevi lei e il suo sguardo, la sua calma, che l’altro giorno quando passavi alla feltrinelli incrociavi una cinesina che le assomigliava, una cinesina bassa dal volto ovale e dai tratti leggeri, e invece era un’altra cinesina, in compagnia di un altro cinese, il suo tipo, e in quell’attimo ti saresti mangiato con gli occhi lei, la sosia di Sissi, che non era lei, che l’unica attrazione nella libreria era davvero lei, al di là dei libri che vedevi sulla religione, sull’antropologia, e che andavi oltre pensando al tuo libro sul sufismo, un libro che non è un libro, un po’ come quei libri zen sul buddhismo, trovare la verità al di là delle parole scritte, dei libri, e immaginavi un portale dalla luce bianca che andava oltre tutti quei libri, quelle scritte, e per un attimo ti sentivi salvo, se solo la voglia di Sissi non fosse scaturita dentro di te, non l’avessi mangiata con gli occhi, e ti perdevi, ti perdevi come nella notte il sogno di lei, di Sissi…

E stamattina non vai neanche al bar, per vedere Loena che fa il caffè, per comprare delle sigarette, di cui non hai bisogno, per verificare il tuo stato d’animo in mezzo agli altri, non hai voglia di andare al bar e non hai voglia di perderti in libri, in telegiornali in francese, oggi che è festa, festa dei lavoratori, e non c’è niente da fare, non sai se uscirai con gli amici questa sera, improbabile, ci si vedrà come ogni sabato sera, come l’ultimo sabato sera, dove si rideva e si scherzava, dove si stava bene, salvo poi tornare a casa di notte e strafarti di dolci, che quando mai, dicevi, il giorno dopo a correre, a stare a dieta, e anche oggi ti dici di stare a dieta, di caffè, di sigarette, di cibo, che cominci a dubitare che stai davvero bene, come dicevi a Saverio l’altro giorno, lì stavi bene perché eri sul lavoro, eri impegnato, non avevi mille grilli per la testa, questa tua mente che si disperde tra mille cose, libri, film, musica, lingue, quando non hai niente da fare, e vorresti qualcosa di preciso da fare, qualche occupazione, non del tempo libero che non sai come riempire, e lo riempi di caos impazzito e schizzato, e non vai al bar, che tanto un doppio caffè la mattina ti accorgi ormai che fa male, non ti preoccupi più degli oggetti nella stanza e del loro presunto significato simbolico, che tanto l’anima va oltre i simboli, quell’arte dell’anima che vive in te, quel programma audiovisivo incorporato in te che è la tua mente impazzita, e vorresti solo andare al di là di tutti i fenomeni, per rimanere con niente, trascendere il mondo di pulsioni e voglie di consumo, e quel libro della psicologia dei consumi ti aiuta a capire i meccanismi impazziti di questi oggetti simbolici da comprare, da disporre, e vai oltre trascendendo tutta questa economia simbolica, solo per rimanere con il nulla, per un attimo, e il sogno di Sissi nella notte che colora di immagini, di quel suo nero vestire, di quella sua pelle, e quei suoi occhi e capelli neri, che non sai più cosa fartene del mondo, degli oggetti, dei libri, dei film, delle canzoni, che rimane solo il sogno di lei, un sogno perduto che vorresti solo andare oltre scrivendole qualcosa che non le scriverai mai, e pensi che in fondo quel libro sul buddhismo, quel dizionarietto cinese con tutti gli ideogrammi del mondo possano bastare a trascendere questo tuo mondo dentro di te, e sogni solo il fana islamico sufico, il nirvana buddhista, approdare sulle soglie del niente per porre fine a questa energia e voglia di vivere che non trova sfogo, e sei stanco di sopprimere tutta questa energia, e non sai più come vivere, tra gli estremi dell’energia in eccesso, le soppressioni dell’anima, e le invasioni di nulla che aspetti, che il tuo stato d’animo è costantemente in ribollio, e non trova mai pace, eppure l’unica cosa che hai imparato è questa: attendere la quiete senza fare niente, al di là del sogno di Sissi…

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Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Tutta l’oscurità dell’anima…

Nero dell’anima, ancora una volta, ieri sera, al tornare dalla biblioteca, sdraiarsi sul letto e voler solo morire… i canti ortodossi che mi accompagnavano… gli amici che squillavano per uscire, io che non rispondevo, continuare a dormire, di un sonno depressivo, nero, l’oscurità della camera che era l’unica visione, le immagini e i pensieri della mente che sparivano, per lasciare spazio solo alle tenebre, e al silenzio… black metal dell’anima senza musica… addormentarsi di un sonno profondo… svegliarsi, nel sogno, sognare di stare barcollando, come l’altra volta quando sognavo Miryam, barcollare e le gambe che mi cedevano, nel sogno, capitombolare a terra con le gambe che non reggevano più, e sentirsi addosso una maglietta che era come una camicia di forza, squarciare a brandelli la maglietta bianca di karate nel sogno, strapparla via con forza, e liberarsi da quella prigione, sognare Ana, il mio desiderio per lei, sognare lei, e svegliarsi alle dieci di sera… Ana, nel sogno, il sonno depressivo, il sogno allucinato, il desiderio per lei, l’orario quasi di uscire con gli amici, alle dieci, chiamarli per vedere se uscivano veramente, sì, mi dicevano, ok, ci vediamo più tardi… svestirsi e rivestirsi di nero, con quella felpa che mi ricordava Ana, quella felpa nera, jeans neri, felpa nera, giubbottino nero, scarpe nere, i lunghi capelli, la mia magra figura, lo sguardo perso nel vuoto e nell’oscurità, andare da Ana o uscire con gli amici? Il nero dell’animo che mi invadeva, ricordarsi che l’altro giorno è morto Bonfanti, il collega di mio padre e Marco, schiacciato sotto un ponte sollevatore di automobili, incidente sul lavoro, un altro morto, dopo il suicidio del padre di Marco vent’anni fa, dopo il Lissoni e le sue troppe sigarette, adesso anche Bonfanti, un altro morto, nella schiera di quella gente più grande di me, lavoratori, disperati, ricordarsi vagamente le parole di Bonfanti, quando c’era: “Dai! Barista! Dai! Lavoratore! Su! Forza! Ci mancava anche Maometto adesso!”, andato, via, trapassato, sul lavoro… questo lavoro che sa di morte e noia mortale… “Ci potranno essere delle cadute, ma non resettano ogni cosa, lavori!”, diceva Saverio, impegnarsi ogni giorno ad andare alla stessa ora, stare sul lavoro, quel lavoro che non dà soddisfazioni… l’oscurità dell’anima e la mancanza di voglia di uscire con gli amici, l’oscurità e il ricordo di Ana, la pubblicità russa: “Иногда получается так… а иногда получается так…”, la sessualità e la sua maledizione, Ana, Alice, Aleksia, la negretta, le ultime avventure, disavventure… donne e motori, gioie e dolori, la macchina distrutta, la nuova macchina con la quale non mi trovo, il lavoro disastrato al bar, la barba lunga, i capelli lunghi, la mia magra figura, i vestiti neri, l’oscurità, la morte, l’amore, il sesso… senso di morte e di caduta dalla grazia, fallen from grace… black metal dell’anima… lasciar perdere, non uscire con gli amici, sarà per un’altra volta, fa niente se poi mi daranno del depresso e dello psicopatico, un po’ di tutto questo è anche vero… cambiarsi di nuovo, lasciar perdere le sigarette da evitare, il digiuno forzato, oscurità dell’anima che mi invadeva, risdraiarsi sul letto e sapere che per altre tre ore, fino alla una di notte non avrei dormito… era proprio così… lasciar scorrere i pensieri, le visioni, i collegamenti di pensieri senza nesso, aspettare che il sonno arrivasse da sé, e arrivava, nero, come l’oscurità… svegliarsi la mattina, un caffè, pesarsi, accorgersi di aver messo su chili, in questi ultimi due mesi, troppi pasticci, il nero dell’anima che mi invadeva… andare al bar, un caffè, senza parole, al diavolo le sigarette! Tornare a casa solo per raccogliersi, le solite richieste ad una divinità sempre più lontana: pochi caffè, poche sigarette, poco cibo, poche puttane, poco alcol, pochi miscugli di medicine, attività fisica… e poi? Cosa rimane a parte questa disciplina straziante dell’anima? Cosa rimane? Gli amici che non vuoi vedere, la gente con cui non vuoi parlare, Ana che ti deprime e basta, anche Alexia, anche Alice, non sapere che farsene dei due tre like di ieri su Instagram, Alice C., Noemi G., ex compagne di università, di russo, per una foto di una street art con un gatto diabolico, non sapere che farsene, black metal dell’anima… la musica che mi invadeva, sonorità depressive, l’assenza di parole e pensieri, la morte di Bonfanti, il desiderio per Ana che si mostra solo nella notte, nei sogni allucinati, e va bene, sì, rispetto a quando pesavo dieci chili di più, rispetto a quando mischiavo alcol, sigarette, caffè, valium, sì, va bene, ma è solo una base, e il resto della vita? Dell’esistenza? Cosa farmene quando non c’è nessuno con cui uscire? Nessuna? Lo schifo per Marina e la sua pancia gonfia, il ribrezzo, i suoi discorsi da russa per bene, senza un minimo di sentimento, il suo sguardo, il suo volto che non mi sono mai innamorato, solo Ana, solo Ana, solo Ana, lei che se ne andrà in Inghilterra, con il suo “cliente”, a “lavorare”, a fare altro, l’Inghilterra, i Cradle of Filth, Dracula e il Black Metal dell’anima, la Romania e l’Ortodossia, tutta l’oscurità dell’anima… leggere senza voglia “Fasciocomunista”, dopo che la sera scorsa guardavo “22 July” sul terrorista di destra Breivik, film in inglese, la morale? Se sei di estrema destra sei un mostro, sei da solo, se sei di sinistra e hai amici e una brava famiglia sei salvo, lo sconforto… non sentirsi né di destra né di sinistra, solo credente, di un credo oscuro, tutta l’oscurità dell’anima… leggere a vuoto e non sapere cosa fare, decidere di passare in chiesa per sentire la messa, la domenica del perdono, i mostri della Chiesa Cattolica che sono apparsi nelle ultime notizie, dimenticati, solo Cristo, non mi confesso con nessuno, non faccio l’Eucarestia, me ne frego degli altri in chiesa, guardo solo le icone, icone ortodosse, e cerco conforto là dove non ce n’è, Ortodossia dell’anima, tutta l’oscurità dell’anima, Ana… uscire dalla chiesa per niente sollevato, fumarsi una sigaretta che non dava piacere, tornar a casa e chiamare gli amici sul cellulare, “Lo sai che Aldo è mezzo psicopatico, è per quello che non è uscito!”, diceva l’amico un po’ maniaco, sempre perso nel mondo virtuale, h24 davanti al pc, a inseguire chimere di successo hoolliwodiano tramite le sue foto “artistiche” su Instagram, a sognare di scrivere sceneggiature e di fare film, di diventare, ricco, famoso, miliardario, con delle tipe tutte modelle… h24 davanti al pc, nessuna differenza per lui tra fantasia e realtà… ossessionato, maniaco di pornografia, uno psicopatico che dà dello psicopatico ad un altro psicopatico… psicopatico… come quei criminali nei libri di Jo Nesbo, Norvegia dell’anima, black metal dell’anima, tutta l’oscurità dell’anima… Ana che mi fa deprimere, il lavoro anche, i colleghi anche, la gente che muore, cercare di dimenticare la puttana cinese Alice con i poster del comunismo di Mao Zedong, il lavoro da Alex, il salto là tra quelle icone e quella gente, chiesa, la chiamano, decidere di andare all’Aumai a comprarsi una bilancia digitale, per tenere almeno il peso sotto controllo nei prossimi mesi, il digiuno, il mese di Bahà, la quaresima, l’apocalisse, là dove il tempo non esiste più, né sacerdoti, né santi, né niente, solo Cristo, e tutta l’oscurità dell’anima… i genitori che litigano, il lavoro che fa schifo, i colleghi pure, gli amici anche, l’altro amico che chiamavo che diceva anche lui che l’altro è sempre chiuso nella sua stanza, davanti al pc, vita alienata… la mia biblioteca, le mie officine, i miei telegiornali in cinque lingue diverse, la mia musica, i miei canti, la mia vita che non c’è, la compagnia che non c’è, le tipe che non voglio più, Alice che veniva sovrascritta da quella commessa cinese all’Aumai che mi passava la bilancia, “Vuoi un’altra?”, “Un’altra cosa?”, “La batteria c’è dentro”, “Ah, allora basta!”, la moglie di Alex, la moglie di Leo, il sole rosso, 红太阳, Mao Zedong, la tipa cinese, la commessa dell’Aumai, lo sviamento da ottobre, per quel dentista maledetto, l’alcol, i caffè, le puttane, Marina e lo schifo, l’altra barista cinese, la vodka, il valium, i mix chimici, il devasto, tutta l’oscurità dell’anima… il black metal dell’anima, le troppe sigarette stamattina, il peso da controllare, lo sport da fare, i libri da leggere, il lavoro, Saverio da vedere venerdì, il mese di Bahà, la Quaresima, l’Apocalisse, la morte, l’amore, il sesso, Ana che non voglio più vedere, l’altro che è morto, il tempo che non esiste più, il consumismo culturale, i soldi da mettere da parte, Marina che mi fa schifo al solo pensiero, gli amici che non c’è più niente da discutere, sì, quello lì è h24 nella sua stanza davanti al pc, mondo virtuale, altro che biblioteca, come diceva ieri un comunista lì alle bibliotecarie, mondo virtuale, l’oscurità dell’anima, l’assenza di pensieri, l’assenza di visioni, una schermata nera cala su di me, il silenzio, l’assenza di parole, tutta l’oscurità dell’anima, e un mondo che non ha più senso, il tempo non esiste più, Apocalisse dell’anima, la fine del mondo, tutta l’oscurità dell’anima…

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Sogni d’amori adolescenziali e di vivere altrove…

Nel sogno ecco che ricomparivano loro due, Carola e Serena, i due amori dei tempi delle superiori, ritrovarsi ancora a scuola, là con loro, nel sogno incubo di dover dare ancora la maturità, una seconda maturità, e io che chiedevo in segreteria lì a Paderno se era possibile legalmente essere in possesso di due maturità, solo perché volevo andare a scuola e sedermi tra i banchi, tra Serena e Carola… quello strano sentire adolescenziale che provavo per loro, come nel mondo dei sogni, per Carola, la biondina, e Serena, quella dai lunghi capelli castani, che ci ritrovavamo in una classe dove noi tre eravamo i più grandi, non di tanto, appena maggiorenni, in mezzo a tutti quegli adolescenti e quelle adolescenti, che ogni tanto mi capita di vedere quando vado in giro, i gruppetti al parco, le adolescenti sull’autobus l’altro giorno, quando tornavo da Bollate, e quella ragazzina che mi ricordava i tempi del Gadda, la scuola, e anche i video di instagram di quelle ragazzine in Albania, i sogni adolescenziali, gli amori adolescenziali, quelli con la testa costantemente tra le nuvole, e i puri sogni di bellezza di quelle ragazze, i sorrisi, le parolette, come quando si andava in Inghilterra in vacanza studio, e c’erano sia Carola che Serena, e anche Desirée, quei sogni adolescenziali che stamattina accompagnavano il risveglio, e questa canzone stanca, che solo lontanamente mi ricorda Xhuliana, con la voce di Kaltrina Selimi, o forse Aida, l’altra delle altre scuole superiori, quando frequentavo e avevo 24 anni, in mezzo alle diciottenni, non so come facevo, eppure quel sogno c’era ancora, forse, nel sottofondo, di avere ancora la testa tra le nuvole per quegli amori adolescenziali, pieni di fantasia e di visioni armoniche… e poi la stanchezza, la stanchezza di oggi, dopo l’allenamento di ieri pomeriggio, la stanchezza neanche avessi fatto due ore di palestra, due ore di taekwondo, e nessuna voglia di fumare, neanche dopo il caffè, e la fantasia di questo giorno senza lavoro che ritorna a scuola, tra gli autobus da prendere, le strade da fare, le classi, le parole alle fine delle lezioni, ricordi di amori adolescenti a scuola… che non so che farmene di  questo giorno dove l’unico pensiero va alla macchina nuova lunedì, al contratto che forse firmerò lunedì per mettermi a posto con il lavoro, l’ossessione del bar cinese che non c’è più, neanche la voglia di andare a bere un caffè da Miryam stamattina, le preghiere inutili, la sigaretta elettronica che anche quella è meglio non fumare, gli amici che non si sa se uscirò questa sera, un sabato dove non mi devo neanche allenare, ma solo riposare, e forse sarà fatto di biblioteca, andare là a piedi, tornare, buttare via un pomeriggio, forse andare dal kebabbaro stasera, ma ci sono già stato in settimana, e desiderare muoversi, andare di qua, di là, nelle scuole, che se non fosse per gli ulteriori esami da dare quasi quasi mi verrebbe da fare il professore nelle scuole superiori, solo per vedere quegli adolescenti e quelle adolescenti che vedo in giro, che vedo su instagram, che mi ricordano i miei anni al Gadda, i primi amori adolescenziali, in sogno, come Carola e Serena… ragazze italiane, che da allora non mi sono forse più innamorato di altre italiane, a parte forse vagamente Marta e Greta all’università, ma non erano già più amori adolescenziali, non c’era più la testa tra le nuvole, c’era la noia di uscire la sera a cena assieme, tra le altre idee, vivere assieme, come poi ha fatto Greta con il suo ragazzo, trovare lavoro, come Marta ha fatto trovandosi una scuola privata dove insegnare inglese, e di sogni adolescenziali, di amori adolescenziali non c’era più neanche traccia, forse solo nelle canzoni, nei ricordi, nei sogni come quelli di stanotte, nell’incubo sogno mio ricorrente di dover recuperare gli anni di scuola perduti… e altrove non c’è altro, altri lavori, altri bar, che ieri passavo da quel bar, bar XVIII, di cui mi parlava Alex, là, un altro cinese, un’altra cinese, come tanti, in un bar, a prendere le sigarette che non fumavo, le cartucce che non usavo, e quel bar un bar come tanti, come quello di Paolo, o di chissà chi, far sfumare la fissa del bar, delle sigarette, del lavoro con Alex, se non si trova nient’altro tanto vale mettermi in regola con l’officina di mio padre e Marco, mentre ieri avrei voluto continuare a vagare e vagare, senza meta, senza dover tornare più a casa, vagare senza meta, senza l’orientamento di casa mia, dei miei, cambiare casa, andare a vivere altrove, stare lontano dalla cucina, da questa sensazione di fame alterata, per le sigarette in meno, cambiare casa e non essere tutto concentrato lì in quella stanza, lavoro, casa, preghiera, studio, svago, avere duemila chilometri quadrati da qualche altra parte, una specie di villa e parco di Monza tutti per me, lontano da tutti, mentre Saverio mi faceva ricordare come il lavoro da Alex avrebbe potuto implicare cambiare abitazione, vivere altrove, lontano dai miei, e nei sogni infatti viaggiavo, mi muovevo, ero in moto, a scuola, un altrove dove stare, un altrove che non la solita stanza, la solita mansarda, la solita officina, vagare e muoversi, lontano dai miei, come mi faceva notare Saverio l’altra volta… che poi se non era per l’allenamento che mi disfaceva sarei impazzito in quelle mura, come una prigione, mentre ora tutta la stanchezza del taekwondo, karate e della corsa, non mi fanno sentire il bisogno di prendere e andare, camminare, vagare, perdermi, perdermi magari in una grande metropoli come Londra, o Sydney, o Berlino, solo per stare fuori dai soliti giri, soliti luoghi, solite persone, che non so più neanche quanto mi svaghino le uscite a Milano con i miei amici… mentre la maledizione della casa, come anche mi faceva intuire Alex, è presto trovata: lavoro in officina, casa dove c’è sempre mia madre, o mio padre, il frigo e la cucina dove poter sempre pasticciare, nonostante la dieta, le sigarette senza fine, la claustrofobia di una stanza dove libri, musica e film non bastano più, la mancanza vera di spazi dove sentirsi libero e da solo, non più pressato dal lavoro, dagli altri, e vivere davvero altrove che diventa un sogno, non di quelli notturni dove compaiono Carola e Serena, ma un sogno ad occhi aperti per avere spazi solo per me, e non dover più farmi di valium e olanzapina per sforzarmi di stare sul letto e riposare, dormire, per vincere la fame, la voglia di sigarette, il caos di musica e film, e ora come ora l’unica cosa che non mi fa sentire quella follia è la spossatezza dell’allenamento… non so quando si farà sentire Saverio, diceva presto, non so per che cosa, mandare via mia madre, andarmene via io, o se aspetterò lunedì, la commercialista, la macchina nuova, per far tornare tutto come prima o meglio, e dimenticarsi del sogno di vivere altrove, come diceva Alex, lavorare altrove, come diceva Alex, e non vivere più di sogni di amori adolescenziali, e di sogni di vivere altrove, di lavorare altrove, di essere indipendente, autonomo, con una mia vita solo mia, lontano da tutti e da tutte, come in questa prima mattina dove non c’è nessuno, ci sono solo io e i miei pensieri, ed è forse per questo che mi sveglio così presto, per avere un tempo tutto per me, ed essere lontano da tutti, mentre questi sogni di vivere altrove e questi sogni d’amori adolescenziali si manifestano in me, e vorrei solo un altrove…

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E si libera la prigione in me, Ana…

Voglio lei, voglio solo lei, è tutto il giorno che ci penso, per questo amore mi sono perso…

Delirio notturno da insonnia, pensieri folli senza nesso, rimanere chiuso in me stesso, nelle mie parole, diventate prigione, e non sapere come uscirne… e decidere di andare a fare un salto là, dove c’era lei, Ana, a vedere là vicino se c’era la massaggiatrice cinese, salto nell’inferno dopo la prigione delle parole… c’era una macchina, là dove c’era lei, e dentro una ragazza, che non si capiva chi era, forse una nuova? Non lo so… parcheggiavo più in là, indeciso o no se entrare o meno dalla massaggiatrice cinese, camminavo sulla lunga via, con il freddo di dicembre che pungeva l’anima… vedevo davanti a me camminare una famiglia di islamici, un uomo e due donne, e andavo oltre tutti quei pensieri religiosi, quella prigione di parole che mi ero creato, quella gabbia, e andavo anche oltre quel centro massaggi, volevo vedere chi c’era là in quella macchina, non la solita, quella di sua sorella Aleksia, un’altra macchina? Un’altra ragazza? Mi avvicinavo a piedi, e lei, era lì, seduta sul posto del passeggero, con una gamba appoggiata sul sedile, l’altra che la lanciava nello spazio del posto passeggeri, lei che era lì con il suo cellulare, lei, Ana, era lei, e la vedevo, vedevo il suo volto, l’ovale del suo volto, le sue curve, le sue linee, i suoi occhi, il suo sguardo, sentivo la sua voce, era lei, Ana, era tutto per colpa sua… “Ciao! Pensavo che eri andata via!”, “No! Vado via tra un anno!”, “Tra un anno! E io che pensavo che non c’eri più! Quando passavo non ti vedevo mai, ora sei sulla macchina!”, “Sì, ora soo sulla macchina!”, “Vabbè, quand’è che vai via allora?”, “A Pasqua!”, “A Pasqua! Allora c’è tempo!”, “C’è tempo…”, “Magari ci vediamo più avanti, adesso ti lascio lavorare…”, “Va bene, ciao!”, “Ciao…”, e rivedevo il suo volto, e la follia di questi mesi, lo star male, perché lei non c’era, era sparita, e rivedere il suo volto, risentire la sua voce mi ridava vita, riappariva la luce dell’anima, tutto si disfaceva, tutto quel castello di pensieri impazziti, e mi perdevo nel suo volto, nel suo sguardo, nei suoi occhi, nella sua voce, e la cinese smetteva di esistere, e rimanevano solo le mie parole che avrei potuto usare al bar se mai facessi il barista e mi rivolgessi a delle ragazze, là, al bar dei miei amici cinesi a Milano… la romena… come mi diceva anche Don Don, la romena… sì, la romena, Ana… che tutta la follia era solo per lei… e per chi mi aveva instillato il dubbio di non desiderarla davvero… maledetta gente… maledetta zizzania… e quel mio desiderio per lei che era impazzito… me ne tornavo verso la macchina, superando come niente quel centro massaggi, non pensando più ai musulmani che mi erano passati accanto quando avevo scambiato due battute con Ana, e sapevo che quella notte sarei riuscito a dormire… e l’incantesimo delle parole come gabbia si spezzavano, nella notte sognavo solo lei, continuavo a rivederla, a ripetere il suo nome, a sognare il suo viso, la sua voce, e il solo suo pensiero mi dava quella calma, quel sogno, quella luce che andava al di là della velocità del suono di parole e discorsi impazziti in me, tra Maitreya e divinità, nomi sacri, e teologie senza sosta, discorsi impazziti di un professorino ammattito, solo lei, solo lei, solo Ana mi ridava quel sonno che non conosco più da mesi ormai, da quando l’avevo persa per colpa di quell’operazione, di quel caos, da quando mi sono accorto che da lei voglio qualcosa di più che il suo corpo, qualcosa come la sua voce, il suo sguardo, la sua musica, il suo stare lì come una povera zingara romena la notte ad aspettare chissà chi, senza avere niente, spogliata di tutto, di ogni cosa, pura nudità della vita e delle parole, pura luce dei miei occhi, pura mia ispirazione infinita, Ana… e l’avrei sognata tutta la notte, che tutti quei libri, quei film, quei pensieri che erano una prigione si liberavano da me, e il sogno di lei mi faceva andare oltre ogni cosa, e mi perdevo in quella visione, nella visione di lei, e rimandavo il desiderio ad un giorno che sarà, ad una notte che sarà, ma intanto tutto veniva superato solo dal suo sguardo, dalla sua presenza, e mille angeli avevano solo il suo volto nei sogni la notte, solo lei, Ana…

Non so perché mi svegliavo come al solito alle sei di mattina, ormai l’abitudine è questa, e tutto smetteva di aver senso, la camminata al bar per il caffè, i libri, i miei pensieri prigione, le preghiere, le divinità, tutti quei testi, quei film, quei libri, e solo la musica mi invadeva, musica che avevo lasciato nell’armadio dei ricordi, dai tempi di Alina, forse, dai tempi di Xhuliana, e mi sarei perso, come i vicini innamorati napoletani, in musica su musica, dimenticando ogni cosa, e visualizzando solo lei, solo Ana, la mia voglia di lei, che forse ieri sera avrei fatto bene a fermarmi da lei, a scambiare due parole di più, perché di lei ho bisogno come non mai, non di amici, non di lavoro, non di dottrine e libri e film, ma solo di lei, della sua voce, del suo sguardo, delle sue curve di pura bellezza, della sua semplicità, e chissà perché mi ero perso così senza di lei, per colpa di quell’operazione che mi aveva fatto perdere la testa, solo perché ascoltavo le parole false, come al solito, degli altri, di chi mi diceva che avrei sentito un male della madonna, mentre invece non era vero… sarebbe bastato stare lì, mettersi calmo ed aspettare, non perdere Ana, non perdere la visione di lei, che non sarei impazzito… e invece… lei è ancora lì, sulla via del niente, Ana…

Non dormo ancora, ancora non dormo, ma tutte le cose degli altri giorni smettono di aver senso, e aveva ragione Mandzato quando diceva che tutto dipendeva dalle ragazze, e anche loro avevano ragione, tutto per colpa di una ragazza, che tutti i deliri e le gabbie dell’anima si risolvono sempre così, per una ragazza, e questa volta è lei, è Ana, c’è solo lei alla fine del tunnel, e non rimane nient’altro e nessun’altra… che ora sarà difficile passare una giornata così, dei giorni così, senza lei, a non sapere che farmene della giornata, dei libri, della musica, dei film, non saprò che farmene del tempo, senza lei, senza Ana, e solo attenderla potrà forse salvarmi, o forse niente, perché al di là di lei forse c’è il niente, ma almeno esco da quella gabbia di pensieri, e non impazzisco più per cose che non sono, era la follia, la follia per lei, per Ana, e ritrovo me stesso ritrovando lei, il suo volto, il suo sguardo, la sua voce, e si libera la prigione in me, Ana…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

E così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Nel sogno, la compagna di banco che avevo rimosso, una volta e per sempre, sogno erotico di lei, di quella Federica dai capelli mori, che viveva in un monolocale collocato sotto l’entrata di una scuola elementare, simile nei miei sogni alla mia scuola elementare, lei che viveva con il suo tipo, e sotto le scale di emergenza c’era questa specie di monolocale che si vedeva dal di fuori, perché le pareti erano di vetro, lei che viveva da commessa di un negozio di profumi, e lei che si lamentava che da poco le erano entrati i ladri in casa, scassinando l’entrata delle vetrate della scuola… lei che si confidava con il suo tipo, ma io che sentivo ancora nel sogno tutta quella carica erotica che ai tempi delle superiori scaricavo con Andra, eppure lei nel sogno emanava una freschezza di vita e una sensualità senza pari, una vitalità femminile dell’erotismo che si trasmetteva quando le stavo di fianco al banco, e sognavo e sognavo di farla mia, ma non so perché allora mi disciplinavo a non provarci con le compagne di classe, forse perché più piccole di me, forse per non creare casini dentro di me, forse perché allora ero fissato con l’ebraismo, con la fede, anche se non esitavo a vedermi con Andra, la ragazza romena che mi ispirava sogni e mi faceva godere, come il quadro dell’Olimpia di Manet… non so perché nei sogni tornava ancora lei, Federica, so soltanto che il sogno non aveva una linearità, si risolveva tutto nell’immagine di quel locale di vetro sotto le scale antincendio della scuola, ed era carico di energia erotica… mi svegliavo, mi svegliavo e notavo come tutto fosse diventato una fiction, le divinità, i film, quell’Indiana Jones che ieri guardavo in inglese, quelle immagini di calligrafie divine, quell’intera mattinata e primo pomeriggio di ieri passati ad ascoltare il corano, incantato come un serpente da quel canto e quel suono, nelle mie crisi di depressione e scoraggiamento, in vista dell’operazioe chirurgica, in vista di rivedere Marina non so quando, forse settimana prossima, scoraggiato perché non c’era da lavorare, mentre ora me ne rallegro, che più sto lontano da quei vecchi parafascisti meglio sto, loro e la loro politica, i loro discorsi e doppi sensi, la loro animalità, che trovo la verità nella fiction, sia che siano i fumetti vecchi e nuovi di Kenshiro, che siano i film di Indiana Jones, che sia la fiction delle storie delle divinità, e la mia anima si riapre e si riaccende in questo sciabordio di immagini e immaginazione, che niente di fisso rimane più, forse la voglia di rivedere gli amici, la voglia di uscire con Marina e le sue amiche a vedere il dramma di Pushkin, la serie televisiva russa storica su Sofia, la prima dinasta della Terza Roma, Mosca… che l’immaginario ora mi invade, oltre all’immaginale religioso, le due sfere si mescolano, immaginario filmico e immaginario onirico, immaginale religioso che dà un senso e una tranquillità alla vita, tra sogni dell’aldilà, di fantasmi e profeti che mi compaiono per confortarmi, di visioni dell’oltretomba, di storie di profeti che distruggevano gli idoli e venivano ispirati, mentre ora tutto l’immaginario e l’immaginale si confondono, per dare vita a una fiction dell’anima che mi ripara e mi salva dalla brutta realtà di quel lavoro che mai farà per me, tra quella gente ignorante e volgare, e  mi chiedo ancora cosa ho studiato a fare e cosa vivo a fare se poi mi devo ridurre a fare il manovale… ritorna ancora la voglia di lingue straniere, di fare risciacquo linguistico con nuove lingue, senza più fisse o idee di lingue sacre e superiori, quelle lingue che servono per dissipare i discorsi ignoranti e i doppi sensi elementari e le associazioni di parole di chi non sa che la propria lingua o il dialetto della propria stupida madre, gente ignorante… che anche ieri quando il vecchio amico di mio padre diceva “Vamos a matar los rojos”, citando la divisione di Francisco Franco, per un attimo la mia mente volava ancora alla storia, alle lingue, alle culture, mentre lo stupido operaio si risolveva a ritradurre in dialetto la frase spagnola, lui e quella puttana bergamasca di sua madre, sempre lì ritorna, lui e la sua amata Italia di cui sente parlare in quelle trasmissioni che anche mio padre la sera guarda, discorsi idioti su discorsi idioti, gente che riempie la propria ignoranza e il proprio vuoto con un regurgito di patriottismo postmoderno xenofobo… la xenofobia, la voglia di casa, di Blut und Heimat, come quell’altoatesino che in confronto agli altri è un professore di lingue e di storie, ma che anche lui è attaccato al territorio, gente anziana, un’altra generazione, gente che non può comprendersi con la mia generazione multiculturale e ricca di elementi esterni ed estranei, ed è normale che scatti lo scontro, il conflitto, tra due mentalità che non si possono capire, una legata alla terra e al territorio, l’altra deterritorializzata, che vive di immagini e immaginari altri, fatta di altre lingue, internazionale, multiculturale, giovane e nuova, mentre il vecchiume da dialetti e cimiteri e patriottismo velleitario fanno solo venire noia e depressione, scoraggiamento, nessuno davvero con cui parlare, e anzi lo stress a volte si fa sentire, perché quella gente non la puoi mandare a quel paese, o non puoi neanche parlare liberamente di altro, perché tanto non capirebbero, limitati come sono nei loro riferimenti culturali e di senso… ma è così, speravo di fare il mediatore linguistico e culturale con stranieri, russi e inglesi, altri, mentre invece ti ritrovi a farlo con una generazione italiana più vecchia, la cosa che detestavi di più, tu che sei nato per il multiculturalismo e la xenofilia… che mi passa la voglia di lavorare, in questo ambiente vecchio, non ci sono stimoli, è solo una specie di tortura, di tormento, che ricorda quasi i campi di lavoro forzati dell’Unione Sovietica, la rieducazione tramite il lavoro sembra, peccato che a volte sia più un campo di concentramento, e non per il lavoro, ma per l’ideologia che sta dietro a quelle persone… un vero campo di concentramento e di rieducazione tramite l’ignoranza… ma per fortuna c’è la televisione, c’è la Deutsche Welle, ci sono i film, la musica, le canzoni, altri immaginari, altre divinità, altre religioni, e nel mio piccolo, tra amici e amiche continuo la mia vita parallela, fatta di interessi e immaginari comuni, condivisi, se non del tutto almeno in parte, e la fantasia può ancora salvare da quella ignobile realtà… ricorderò sempre i sogni erotici di Federica, il ricordo della scuola, le mille discipline insegnate, i mille immaginari differenti, i ricordi delle ragazze passate, l’attesa di vedere Marina e lo spettacolo, le cavolate che si dicono con gli amici, i film di cui si parla, i libri, i fumetti, e così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Pensieri liberi, Ricordi, Sogni, Visioni

L’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…

Fiumi di alcol ieri, dopo la visita, musica shqip e tanta fantasia di ricordi di Alina che sembravano dare la pace da poeta maledetto, le sinestesie di suoni e immagini in me, la dannazione, e l’inconsistenza della chimica che non sarebbe servita a niente, l’immagine della bottiglia e altre solite immagini come a ricordarmi qualcosa che non serve ricordare o rievocare, stendersi sul letto dopo mezza bottiglia e ascoltare la passione di Bach, che risentivo l’altra sera dopo aver visto “The killing of a sacred deer” insieme ai miei amici al cinema, film diabolico lo definivano i presentatori, e pensare che io ci vedevo la divinità sacrificata, il figlio innocente sacrificato, con la chiusura del film con Herr, Unser Herrscher di Bach, e l’amico che mi diceva appunto che quella era davvero la giusta interpretazione… dolori vari, fisici e mentali, nel resto dei giorni, la chimica inefficace, ininfluente, che non serviva più a contenere i miei stati d’animo alterati, ritrovavo la pace grazie alla religione e alla filosofia, senza neanche più bisogno di leggere mille libri come stavo facendo ultimamente, evidentemente molto stressato da varie cose, che adesso mi chiedo cosa ci facciano in sospeso tutti quei libri, lo Zarathustra, Leopardi, il libro di Pelevin in russo, la filosofia delle immagini e il buddhismo, e un sacco d’altre cose che non hanno più senso… quella serata a vedere Pushkin al Piccolo Teatro che non s’ha da fare, perché Marina non rientra nei miei pensieri, nei miei desideri, per un po’ le donne è meglio lasciarle perdere, tutto stress e nessun piacere, nessuna felicità, anche dopo che questa mattina mi svegliavo con la bocca riarsa dalla pizza che fa sempre venire sete, dopo che sognavo Ana e Aleksia che incontravo a piedi nel sogno mentre loro andavano al lavoro, e si fermavano davanti alla cancellata di qualche ditta, che evidentemente nel sogno era d’accordo con loro, svegliarsi con il bel ricordo della sera prima, in pizzeria dai turchi a vedere Croazia-Spagna, la tranquililtà dopo una giornata alcolica e fatta di musica, la tranquillità dei turchi che rievocano sempre la tranquillità di quell’imam Sò che mi insegnava il sufismo, quella tranquillità che mi dice quasi di riportare tutti i libri in biblioteca, di non stressarmi più con quelle letture, di non bere più caffè per essere pronto a leggere chissà che cosa, come se fosse il mio lavoro stressarmi davanti ai libri, due parole sulla partita con i turchi, e poi tornarsene a casa solo per finire di vedere la partita e andare a dormire… incubi che se ne stanno andando via dopo le ultime nottate da fiori del male, le invocazioni, le preghiere, le visualizzazioni di mahdi e di luci bianche, le sure del corano, la pace dell’anima e nient’altro che possa influire sul mio umore, comportamento, le mie paure, le mie fobie, le mie ansie, tutte dimenticate, ora vive solo la tranquillità e nessun pensiero, nessun dovere, niente di niente, che non so neanche cosa avrò da dire quest’oggi a Saverio, e come mi dirà di trovarmi, lui che in fondo, giustamente, neanche ci fa caso ai miei sbalzi d’umore, alle mie follie, alle mie paure, e Alessandra dell’altra giornata che ha fatto il suo dovere di tranquillizzarmi, e io che mi risolvo in un evitare donne, evitare alcol, troppe sigarette, troppi libri, troppi caffè, e che mi rimetto tutto a stare solo tranquillo e rilassato, e il resto non conta neanche più di tanto, nemmeno la dieta ferrea, e gli allenamenti, interrotti per tre giorni per via di un dolore all’inguine, causato da quei posti troppo stretti del cinema, che mi facevano fare movimenti sbagliati… le uscite con gli amici che non so se saranno di nuovo questo fine settimana, forse non ce n’è bisogno, non ne sento il bisogno, i soldi che si stanno scialacquando in questo periodo, e più di tanto non mi pesa, la chiesa che non ha più bisogno di esistere, e i suoi insegnamenti, luogo destinato a vecchiette e vecchietti impauriti dalla morte e dalle malattie, e ligi a chissà quale tradizione, quell’islamico che vedevo quella volta uscire dall’oratorio, intonando qualche sura, il sufismo di quel libro che mi fregava quando parlava di donne e desiderio erotico, la puttana eva di sempre e il redentore che non corre dietro alle donne per non impazzire, vita vuota e tranquilla, vacua, assente di ogni pensiero ed eccesso di libri e scritture, la pace si trova senza niente, e non si può impazzire ogni volta per dare frenesia alla noia, non è questo il metodo per trovare pace, non è questo il metodo per vincere la noia, temere forse qualche parola perturbante di Saverio, che a volte ci sa davvero fare per metterti a disagio, questo dottore che quasi cambierei, per rivolgermi ad un altro da capo, che non mi conosce, per ripartire da zero e azzerare tutti i discorsi passati, inutili, cervellotici, fatti di troppi ingiunzioni e comandi, qua dove di comandi non ce ne sono più, dove non ci sono più neanche divieti, perché dove tutto diventa evanescente e vuoto smette anche di essere comando o divieto, semplicemente svaniscono i fatti, si perdono nel nulla, e rimane l’inconsistenza del vuoto e della tranquillità… una giornata che passerà senza passare quest’oggi, come i prossimi giorni, senza neanche attendere l’intervento, senza neanche pensare troppo alla salute, alle malattie, mio vero tallone d’Achille dell’ultimo periodo, che doveva risolversi in vero terrore ipocondriaco ormai passato, svanito, che non rimane più niente per andare al di là della noia, e non volere più neanche parlare con Saverio, non ascoltarlo più, non sentire più i suoi consigli che non aiutano, e quanto sarebbe bello tornare indietro nel tempo, quando tutto filava sempre liscio, ma poi è già così, fila liscio anche adesso, basta andare oltre certi miei incubi nati da attacchi d’ansia e schizofrenia, basta stare più tranquilli e vivere come un post-ricovero dove non si ha più voglia e motivo di rischiare di perdere la ragione un’altra volta… Ana e Aleksia e Marina dimenticate, anche l’altra Aleksia, al di là dei commenti maliziosi di certa gente sul lavoro, parole che non sopporto più e un laicismo al quale non mi darò, cultura antireligiosa del mondo che non conosce la pace, ma adora gli eccessi, sono stufo di tutto questo, è giunto il momento di una certa ieraticità, che visualizzo nei grandi maestri sufi sempre pronti a darti la calma, dall’aldilà,  bektashi immaginario di me stesso, al di là degli idoli e delle sovraeccitazioni, e degli abissi, via di mezzo tra le vette e gli abissi, visti a distanza, e un andare oltre tutto questo senza neanche bisogno di troppi libri o sure del corano, o versetti biblici, o chissà cos’altro ancora, non fare più niente, non lasciarsi fregare dalla mentalità di questo territore che dice sempre di fare qualcosa, che bisogna fare qualcosa, saper fare qualcosa, mentalità paesana che non conosce pace, e che si fonda tutta sul lavoro e sul fare, mentalità che mi ha sempre dato fastidio, insieme al suo sciovinismo, il suo essere ligio alla legge, alle regole, al buon costume, al buon pensierio, al moralismo, mentalità ottusa, chiusa e rigida di certe persone sul lavoro, che non sopporto più, anche le critiche al mio eccesso di spiritualismo, alla mia pace che posso trovare, alle battute che non mi va di fare, ai doppi sensi, alle cazzata che devo sentire, gente perduta, ignorante e volgare che non mi deve più influenzare, così come il mio cercare di essere come loro, che non voglio più, io sono altro dagli altri, lasciatemi nel mio spiritualismo e nella mia pace, e non infangatemi più con le vostre parole, misericordia su di voi e sulla vostra ignoranza, qua vince solo la ieraticità e il sufismo dell’anima, e niente più mi può scalfire, niente più mi deve sovraeccitare, non c’è bisogno di mille letture, film, canzoni, consumismo culturale fine a se stesso, che anzi fa solo male, sforzando e stressando la mente là dove non serve, che tanto non devo più fare lo studente o il professore, e voglio solo vivere in pace… bar dei perduti che non avrò più tanta voglia di visitare, quei caffè in eccesso, quella cartina tornasole dell’anima sfalsata, che anche con quella gente lì non c’è discorso, voglio solo un periodo di pace, serenità e tranquillità, un periodo indefinito, che non sappia neanche di donne e neanche di sofisticazioni intellettuali, di stralavoro, di eccitazioni di ogni sorta, di immagini da adorare, simboli occulti dell’anima, è l’ora della vacuità e della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza, e al diavolo ogni eccitazione o eccesso, sono davvero stufo… e che cosa farò ora, solita domanda di sempre, cosa fare, cosa fare, cosa fare, caos che nasce dalla noia, spinta solita di eccitarsi e darsi da fare, fare, fare, fare, la vera religione di questa gente qui attorno, incapace di stare lì e non fare niente, sempre frenetica, che ti sprona ogni volta a fare, ma perché non fare più niente? Stare lì e stare tranquilli, ed evitare eccessi, è così semplice vivere in pace, in serenità, nella vuotezza dell’anima, e non mi tormenterò più per vincere la noia ed eccitarmi, ed esaltarmi, stanco degli eccessi, è l’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

Dopo la follia dei fiori del male, chimica variata in eccesso da chi ne capisce, salto al luogo dei folli per parlare con lei, la sciamana della chimica e delle parole, con due frasi risolveva le infondate paure trasmessemi da amici e conoscenti fuori di testa, “Sa bene che le sue paure sono infondate…”, estasi stratosferica velenosa che inondava l’anima di follia da fiori del male, trovare il rimedio tramite la chimica e non solo, altro salto dai pizzaioli turchi dopo la seduta sciamanica chimica, bastava poco per riprendermi e non farmi sentire più in un loop di negatività senza fine, di memoria dimenticata dallo shock, riprendere quei libri e accorgersi di stare esagerando con le parole scritte da altri ultimamente, dover riprendere tutto da capo quando sarà il momento, ma non ci pensavo, entravo nella pizzeria per prendermi una vegetariana, come forse avrebbe preso Eugenia che adesso si è sposata con un asiatico, e ha lasciato il mondo virtuale, io che stamattina mi svegliavo con una visione di lei e la musica di un’osanna nell’alto dei cieli, passare per la chiesa ed evocare divinità con parole frenetiche impazzite, il sacerdote nero là sull’altare, l’altro laico che mi guardavano da lontano, invocare una divinità e tutte le divinità del mondo per salvarmi, ma c’era bisogno della sciamana della chimica per riprendermi, e potevo scambiare due parole con l’altro Mustafa, “Arrivederla, arrivederla, in un’altra vita!”, diceva, “Un’altra vita! Addirittura!”, gli dicevo, e ripensavo a quel libro di Orhan Pamuk, “La vita nuova”, nell’aldilà, dopo la visione della morte e dell’aldilà, di una luce alla fine del mondo, di un fantasma bianco immerso su uno sfondo nero, il mahdi, il messia, il salvatore del mondo degli inferi, l’aldilà che si rinnova solo in una nuova vita quando pensa all’amore di una ragazza che c’era non c’è più e c’è ancora in te, eterna resurrezione dell’anima tra follia e inferi… gustare la mia pizza e attendere che la nuova chimica facesse effetto, i soliti giri del sabato, tra spesa e bar, al supermercato dove incrociavo la quarantenne bionda cinese barista, una bella donna, ma non per me, la luce alla fine del mondo, le parole e la chimica, e un pomeriggio che sarebbe stato di un film apocalittico che non diceva niente, “The day after tomorrow”, film inutile, io che dicevo a mio padre che ero stato dalla sciamana della chimica e che tutto era risolto, lui che ieri sera mi consigliava di andare là per risolvere, ma non c’era nessuno, ieri sera, per fortuna stamattina sì… pomeriggio passato su quel film inutile in inglese, l’unica visione alla fine del mondo una crocifissione della trinità di Masaccio, una divinità padre che tutto comprende e ascolta, anche la mia maledizione da fiori del male, visioni pornografiche e maledette ed estasianti allo stesso tempo dell’ultima notta con quella cleptomane che sarà meglio lasciar perdere, lasciata nel dimenticatoio dell’anima per sempre… finire di vedere il film e cenare, prendere tutto e andare a fare quattro passi, la corsa sarà a domani, quattro passi sotto la musica albanese dal cellulare, musica vagamente islamica ed estatica, il ricordo di Alina di quando mi diceva: “Ascolti ancora musica albanese?”, lei che mi capiva, lei con la quale era tutto da condividere, dove ogni parola, ogni gesto, ogni movimento, ogni visione era pura poesia erotica, il ricordo di lei che salvava dagli inferi, l’estasi della musica, ancora una volta, e dell’amore erotico di una volta, il ricordo di Leida, che finché c’era tutto era estasi, dopo solo follia, con Ana, con Aleksia, con altre di passaggio, nella mia maledizione eterna che trovava sollievo solo nella musica, nella luce bianca di queste voci quasi spirituali albanesi, come un bektas estasiato e danzante su se stesso alla ricerca della divinità mentre intonva quella musica e quelle canzoni che risvegliavano l’anima… non parlare più mentalmente con lo sciamano dei divieti e delle critiche, stanco delle sue parole e dei suoi consigli, altri alleati come quelle sciamane donne sono meglio, e la visione da setta bektas dell’anima, con i nomi divini da invocare, nomi mistici che si risolvono nel ricordo e nell’immagine di lei, di Alina, di Leida, di Ana, trinità erotica in me che vince ogni altra antica divinità e prostituzione sacra ed estasi da fiori del male, musica senza fine di un paese non troppo lontano, tra Turchia, medioevo cattolico ed ortodosso, impero ottomano, impero sovietico, che ora mi guarderei un altro film di tempi andati, “The hunt for Red October”, per rifarmi la vista dopo essermi rifatto il senso dell’ascolto e dei suoni, setta bektas dell’anima estasiata dalla musica e dai ricordi erotici, che Marina solo lontanamente mi sfiora, anche dopo che ieri notte mi rispondeva che era stata fuori con degli ex colleghi a mangiare una pizza, e pensare che lei non è tanto più bella di Leida, anche se la sua carica erotica e seduttiva è lontana anni luce da Alina, Ana, Leida, e tante altre, che l’anima mia si invasa di ricordi e di luce su luce, di musica e di canzoni e di intonazioni d’altrove, che l’anima non vorrebbe ora mai spegnersi ed inondarsi di musica e di ricordi, alla ricerca di un nome divino che si risolve nell’amore erotico andato e in tutte le estasi e gli abissi dei fiori del male, aldilà degli esorcismi sciamanici e chimici di chi mi ha liberato da false voci di amici che non sono mai stati amici, solo conoscenti, gente con cui si esce assieme, ma che non può capirmi e che io non posso capire… spero solo di rifarmi una vita, un’altra vita, come diceva Mustafa, provando a uscire con Marina e con i suoi amici, le sue amiche, c’è un’altra vita che mi aspetta, e se non sarà lì l’altra vita sarà forse nella musica, nell’arte, nelle immagini, nei suoni e nelle parole, di libri e film da guardare una volta alla volta, senza strafarsi di nozioni e intrichi dell’anima, come mi diceva la sciamana, testi troppo impegnati che danno alla testa se non dosati, liberarsi e sognare con la musica, nei ricordi erotici di sempre, non persi, se non solo su carte perse come quei libri andati, ma l’estasi va oltre tutto questo, e si eleva l’anima nella musica e nei ricordi erotici, e la chimica sciamanica va oltre gli erebi di voci falsamente amiche sfalsate, andare oltre, al di là, ancora più in alto, sempre più su, in un estasi senza fine, sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

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Loop senza fine…

Estrarre il solito libro sufico tra immagini pervasive di un tempio, di un’aquila, di un buddha e delle tesi di laurea su Russia e Albania, la fame di una pizza dai turchi, altro che sufi e sufi! L’allenamento spossante di ieri, sotto la pioggia, e aver fame dopo aver controllato il consumo calorico e le calorie di una pizza… andare dai turchi e ordinare una margherita, sedermi al tavolo e aspettare la pizza, mentre alla tv c’era la Juve contro il Manchester, commentata in turco… stare lì e poco dopo arrivare la mia margherita, aspettavo che si raffreddasse mentre guardavo la partita e commentavo con Mustafa, di Pogba, la Juve, Higuain, la Champions, il Besiktas, Ozil e Calhanoglu, il Milan, i fascisti tedeschi contro Ozil, come diceva Mustafa, e il decoder di Sky, e altro, mentre mi gustavo la mia pizza, e all’altro tavole c’era solo una bambina con un suo padre… andare via, salutare, andare via e chiedermi se anche alla tv italiana c’era la Juve, stare in casa, soddisfatto nell’appetito e di aver scambiato due parole, la strana sensazione che si prova sempre con gli estranei, tanto più se stranieri… la Germania, la Turchia, l’islam, strane associazioni di immagini inquietanti, e per dimenticare guardarmi la partita su Rai1, a casa… togliere gli oggetti! Sì, togliere i soliti oggetti, loop di immagini che rieccheggiavano le parole di Leida di una volta: “Sposto gli oggetti nella stanza…”… guardare la partita e aspettare la risposta di Marina su Whatts’up, io che le dicevo che avevo comprato il biglietto di Evgenij Onegin per il teatro, lei che non so cosa doveva rispondere… la partita che finiva 2-1 per il Manchester, inaspettatamente, Mourinho che è il solito genio… c’era quasi da aspettarselo… Marina che rispondeva solo con una foto del suo biglietto, un ok, abbiamo i biglietti, adesso bisognerà vedere se andare o no allo spettacolo, e mentre scrivo mi chiedo: “Perché no?” Non lo so, notte movimentata di sogni e immagini erotiche, cercare Ana la notte, non c’era, sognare una antichissima compagna delle superiori, Stefania, l’amica di Carola, lei che faceva la porno attrice nel sogno, e amici juventini che mi volevano portare via, sogni erotici disturbati, un’altra pasticca chimica per dormire, troppi caffè ieri… svegliarmi intontito, presto, verso le sei, dopo che mi addormentavo alla una, con la chimica, la stanza finalmente priva di oggetti, muri bianchi, tabula rasa, un’altra volta… andare al bar per le sigarette, per il caffè, routine limbica… tornare a casa e provare a raccogliermi, niente… immagini e parole senza nessi, l’assenza di senso… rialzarmi e provare a leggere quei libri, “Filosofia delle immagini”, “Iconoclastia: contro le immagini”, riflessioni sulle immagini mentali, gli schemi, e l’arte, gli oggetti scaramantici, la visione limbica di quella stanza spoglia, libri da comprere, questi sulle immagini, quanti libri, tra buddhismo, immagini, Umberto Eco, Limes, ne ho per un bel po’… non farcela più a leggere, troppe sigarette, sigarette e caffè, sigarette e caffè, sigarette e caffè… attendere l’operaio, niente lavoro per oggi, via con mio padre, loro due, poter riprendere a leggere, in officina, attendere il corriere, lontano da qui muri bianchi sui quali disegnare sempra le stesse figure falsamente apotropaiche, idoli… un altro caffè, un’altra sigaretta, e ancora libri, il silenzio… l’officina, l’assenza di immagini, per uscire da questo limbo, io che vorrei ancora una pasticca chimica e il sonno, ma poi si rimane intorpiditi, l’officina, il silenzio, i libri, l’assenza di immagini, e sogni erotici dimenticati, serate che saranno, immagini e parole, in me, in questo stato dell’animo indescrivibile, le solite immagini, una divinità che non c’è, e nuove parole, gli stessi fenomeni, come serrato in una gabbia delle stesse cose, all’infinito, senza una via d’uscita se non muri bianchi, cantile, tabula rasa, l’assenza del tutto, con l’irrequietezza di chi non sa cosa fare, csa dire, cosa pensare, come decidersi, ci sono i libri, evadiamo dalle solite immagini, pensieri, abitudini, loop senza fine…

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Un’oscurità senza voce, il silenzio, e suoni d’altrove…

Aver quasi dimenticato come si scrive, quasi che torno a non credere più nell’alfabeto, la lingua cinese che ieri mattina si impossessava di me, come uno spirito demoniaco, dopo l’uscita al bar ed essere servito da Valeria, la lingua cantonese delle canzoni, i sogni e gli incubi, questo sentire cupo come il tempo che cambia, Rasputin dell’anima che si guardava le otto puntate della miniserie in russo, finalmente, riuscire a finirla senza pensare a Marina, ad Ana… e andare oltre, tra queste invocazioni perdute, levatacce mattutine che non ho più voglia di andare a dormire, caffè su caffè, che non mi fa niente, corse serali per scaricarsi, forse troppo, completamente stanchi, senza nessuna voglia di vivere, nessuna voglia di lavorare, guardare quei lavoratori e dirsi ancora: “Il lavoro aliena l’uomo”… girovagare con la mente qua e là durante il giorno, non aver voglia di aprire più una sola pagina, non importa in quale lingua, desideri politicanti dispersi, voglie andate, demoni che mi tormentano, Ana che non mi va più di vederla, forse neanche sua sorella, sogni erotici occulti dopo una dormita procurata con 5 mg di zolpeduar e l’ascolto del corano che ti mandava in un’altra dimensione, tra il grigiume di questo tempo e il mio stato d’animo sempre più nero, halloween davvero si avvicina e il sentire, vuoi o non vuoi, è proprio quello… quelle ragazze per un po’ lasciate lì, come dicevo l’ultima volta, quando c’era anche la ragazza spagnola, che solo per un giorno mi evocava canzoni dell’Ovest, del Sud America, piene di vita, di ballo, di passione, poi il niente, la lingua russa che tornava, la lingua cinese, le vodke bevute al bar, immergendosi in stati d’animo antecedenti, il ricordo di Alina, sentirla e vederla stamattina al bar, sotto quella canzone: “I believe you are the remedy…”, ma lei non c’è più, e anche se ci fosse niente cambierebbe… libri d’altrove, l’islam e il terzomondismo, Israele e lo stato per i soli ebrei, Baudolino e il regno d’Oriente che non c’è, film come “La dolce vita” e quel mostro, e quella statua di Gesù Cristo, e la ragazzina sorridente, film devastati di Wong Kar Wai, l’amore e la passione e l’autodistruzione, come le mie vodke al bar, quante sigarette… quanti caffè… quanto mangiare… che sarebbe ora di porre fine a questo circolo vizioso, a questo samsara caotico di vette e abissi, colori e oscurità, ma il nirvana, non so perché, sembra ancora lontano da raggiungere, sentirlo per un attimo come nel sonno, tra quel corano lontanissimo e il silenzio, e i sogni erotici che sembravano venuti dall’oltretomba, stato d’animo sempre più oscuro che non so se resisterà a quest’autunno… telefilm “Sofiya” da guardare, in russo, la caduta di Costantinopoli, Mosca terza Roma, il turco della pizzeria che diceva che il futuro è la Russia, la Cina, che la Turchia sta con la Russia, e che chissà cosa si sognava ancora in quelle parole, parole occulte, forse niente, e io che mi sono deciso a sospendere per un po’ Ana e Aleksia… questi ospedali mi stanno straziando, con tutti queste visite e appuntamenti, e ogni volta che si entra in quei luoghi il pensiero va a tutte le malattie, a tutte le morti, che ti verrebbe proprio di andare dal medico e farti prescrivere direttamente l’eutanasia in Svizzera, così, per farla finita una buona volta per tutte, e vorresti smettere di bere, mangiare, fumare, e vorresti solo dormire, neanche più leggere libri, guardare film, uscire con gli amici, lavorare, parlare con gli altri, chiuderti nella tua stanza, sdraiarti sul tuo letto e dormire, sognare, forse morire, essere o non essere? E non sai più neanche te come vai avanti, come vuoi andare avanti, a momenti alterni, che ti dimentichi pure come si fa a pensare, che i tuoi pensieri sono solo suoni e musica, e nient’altro, attacchi di sonno più forti di te, oscurità dell’anima che avanza… ed è già pomeriggio, primo pomeriggio, ora, che non ti va di andare al bar, berti un altro caffè, ascoltare musica, studiare chissà cosa, vedere quale film, uscire con l’amico per il regalo dell’altro amico, recuperare qualche libro, dedicarsi a qualcosa, e suonano lontanissime le frasi di tuo fratello: “Voglio sapere se hai ambizioni…”, o quelle dell’altro giovane dottore: “Hai quasi la mia stessa età, hai tutta la vita davanti, sei ancora giovanissimo…”, quale età? Quali ambizioni? Quale tutta la vita davanti? Per fortuna non so neanche più contare, ma mi sono già stancato di vivere e non mi va di immaginare nessun futuro, l’unico futuro che vedo è quello da monaco ormai privo di tutto, legato solo alla morte, con il mio saio nero, i miei lunghi capelli e la mia barba, perso nella regola del silenzio, senza consumare più niente, libri, film, musica, senza bisogno di scrivere, consumato dalla mia oscurità e dalla mia luce, senza possedere più niente, e non vedo altro, non vedo niente, non c’è voglia di vivere, di lavorare, di parlare, di fare discorsi, di mettere assieme parole, di imparare nuove parole da altre lingue, non c’è più voglia di credere a niente, è solo questa oscurità che avanza e porta via tutto, anche questo post, senza senso, e non rimangono neanche più le parole, i pensieri, le immagini, i sogni e gli incubi, i passatempi, gli interessi, attendo solo la fine, anche se è già la fine, apocalisse compiuta, è finito il tempo, è finito il racconto, sono finite le parole, è tutto finito, e niente ricomincerà, ma qui le parole smettono di aver senso, come questi schermi da cui si fa suono di segni creduti alfabeto, lingua, significato e senso, si va oltre tutto ciò e non rimane più niente, un’oscurità senza voce, il silenzio, e suoni d’altrove…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

E rimane solo il sogno della notte…

Il documentario sul ’68, in inglese, la liberazione individuale e la collettività che si perde, storie già sentite, quella parabola utopica che darà poi sull’individualismo, scrittori e filosofi vari, da tutto il mondo, la rivolta globale, il mondo di adesso… camminare la sera dopo aver sentito il Barre che mi diceva del regalo da comprare a Fizi per il suo compleanno, passare davanti al bar, dove si sentiva la voce di Miryam da fuori, i maghrebini che parlavano animatamente, il bar dei neri, dei terroni, dei cattolici, dei polentoni, dei vecchi e vecchie, degli albanesi e dei romeni, gestito da cinesi, bar multiculturale, dove mi ritrovo ogni volta, come l’altro giorno che passavo il pomeriggio più alcolico mai vissuto, quattro bicchieri di vodka dalle quattro del pomeriggio fino alle sette, con Miryam che ogni volta versava come se fosse la cosa più normale del mondo, perdermi nel suo sguardo, vedere quasi la divinità, perdermi nei miei pensieri e nei miei sogni, stando lì, seduto su quella sedia e vicino a quel tavolino che danno sulla strada, l’assenza di pensieri, il giro d’estasi dell’alcol, stare vicino a lei, a Miryam, e vedere il mondo dal suo punto di vista, la varia gente che mi passava affianco, chi scommetteva, chi si ubriacava, chi fumava, e io lì, seduto a contemplare l’infinito, senza sapere più perché stavo lì, forse perché ero innervosito da chi invade la casa, e lì in casa non ci potevo più stare, io che avrei voluto il silenzio, di tomba, per dormire, in quel primo pomeriggio dove il sonno si fa più sentire che la notte, perdermi in quell’alcol, in quella vodka come da tempo immemore, e gustare quell’estasi alcolica come non gustavo da tempo, grazie allo sguardo di Miryam e a lei che versava… camminare ieri sera, un po’ ancora stanco dagli allenamenti dell’ultimo periodo, il martedì, il sabato, mezz’ora di corsetta militare e mezz’ora di allenamento di taekwondo, karate, per scacciare i pensieri, per sentirmi vivo, ripassare l’altro giorno le forme grazie a video di youtube sul cellulare, camminare ieri sera pensando soltanto di tornare a casa la sera e ascoltarmi un po’ di musica pop giapponese da Kugou, che dopo dieci anni ho reinstallato, per sentire un po’ di musica diversa, le radio che ultimamente cambio sempre e che mi capita di sentire, discoradio, rtl 102.5, r101, la radio che mio padre ascolta sempre: radio24… le onde sonore, il sottofondo, Bruna che mi diceva che lei tiene sempre accesa in casa la televisione, per fare compagnia, per non sentire il silenzio, il silenzio di tomba, inquietante, diceva, lei che lascia sempre accesa la televisione, anche se non l’ascolta e non la guarda, e io, invece, il silenzio, il silenzio ovunque, che mi ricordava il silenzio della morte, il silenzio da cui scaturiscono le parole e le invocazioni a qualche divinità sperduta… e inondarsi così di musica anche quando non ce n’è bisogno, e del silenzio delle preghiere non sapere più che farsene quando la vera personalità è ora presente, unità di se stesso ritrovata, non andare più fuori di personalità quando c’è Miryam, o qualcun’altro, o qualcun’altra, sempre me stesso, anche con gli amici, in questo tempo che sa di noia e di calma, in ballo tra una cosa e l’altra… camminare la sera e tornare nella propria stanza ad ascoltare la musica J-Pop, quasi addormentarsi, e spegnere e chiudere tutto, e andare a dormire vestito, dopo quei suoni e quel canto pieno di vita ed energia, canzoni che non comunicano niente, se non proprio solo l’energia e la voglia di vivere, l’altezza dell’umore, e il niente… andare a letto vestito, dimenticando che oggi mi avrebbero fatto lavorare, mentre invece ho da vedere Saverio per raccontare le ultime vicende, e meglio così, riposarsi un po’, e lasciare anche andare via la vodka dell’altro giorno, che andando al bar l’altra mattina mi compariva la divinità al di là del bancone, di fronte a tutte le bottiglie di alcol, due parole con Bruna, con Paolo, e la mattinata poteva cominciare bene… non aver più quasi voglia di leggere niente, stanco delle solite geopolitiche che però te ne fanno sapere di più di chi vorrebbe spiegarti, e guardi la gente da lontano, come quei colleghi, quegli amici con i quali non c’è più molto in comune, loro e la loro musica, io e la mia musica, i miei amori, il mio mondo al di là di tutto, oltre le parole dei più, e accorgersi quasi di aver sempre vissuto in un mondo di interessi autonomi, di altre esperienze che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo rispetto agli altri, tra quel viaggio in Romania, quegli amici cinesi, quel maestro di Karatè musulmano e tutta la sua famiglia, la musica black metal, le ragazze dell’Est e la loro musica, quella bandiera albanese che è la mia vera bandiera, e dell’Italia non me ne è mai fregato niente, e continua a non fregarmene niente, anche dopo i discorsi con amici e colleghi, il mio mondo, me stesso, che niente ha da condividere con gli altri, con le altre, distante anni luce… quella letteratura contemporanea italiana che leggevo, la leggerezza, l’inutilità di quelle parole, quegli scrittori tutti di sinistra all’italiana, romanzi non miei ispirati da un’educatrice troppo, troppo italiana, non mi ritrovo e non mi sono mai ritrovato, e non mi piace per niente, vivo su altre note, su altri mondi, in un universo tutto mio, multiculturale, deterritorializzato, decentrato, che trovare qualcuno con i miei stessi interessi e gusti è impresa ardua, se non impossibile… e mi ritrovo così a essere me stesso, finalmente, in questa mia identità distante anni luce dagli altri, da tutto, e le parole quasi non mi escono più, le tengo per me, e non credo mai di trovare una persona con cui potermi aprire, tutto rimane sigillato, ermetico, distante anni luce… e quando credevi che Ana fosse dimenticata eccola riapparire in sogno, con la sua carica erotica, in un sogno dove lei viveva a casa mia, e alle 21:37 di sera non era ancora tornata, lei e la sua libera vita, lei che fumava sigarette e le buttava per terra nella mia stanza, in un viavai di gente e persone, come in un casino, vita completamente sbandata e libera, che l’email che diceva che quella spiritualità alternativa non mi interessava più era la via d’uscita da sensazioni passeggere e inutili, se non fosse per quando sei sul lavoro, e allora lì un po’ di disciplina dello spirito ti serve, per il resto no, forse solo per evitare i tilt dell’anima, gli alcolismi eccessivi, l’idolo dell’erotismo che nella notte e nel sogno si ripresentava, riportandomi alla memoria anche un’altra ragazza, quella Lorusso compagna di banco, la più figa tra tutte le ragazze, la più stupida, in un sogno erotico che quasi mi chiedo perché più di sette anni fa non ci provavo, non le dicevo niente, ma allora c’era Andra, ed era un’altra storia, io che forse mi dovevo ancora riprendere dal ricovero, dopo due anni, io che mi sentivo religioso ebraico, io che ancora l’orgia di sensazioni albanesi e dell’Est le dovevo ancora provare, Alina, Xhuliana, Leida, Ana, ancora non c’erano state, e ritornando indietro qualche parola in più l’avrei detta a Lorusso, che nel sogno mi appariva come una compagna, compagna erotica, compagna di relazioni, che allora anche non la volevo perché neanche maggiorenne, quinta superiore, e pensare che Franza mi chiedeva perché, che differenza fa l’età? Lei e il suo sguardo, il mio desiderarla a volte che il prof se ne accorgeva sempre, il tempo che è passato, il sogno che è passato, svegliarsi e ricordarsi che ormai ha da poco avuto un figlio, queste giovani delle classi popolari, così sexy, così genuine, sbandate, senza regole, e svegliarsi e ricordarsi ancora che nei sogni Marina non compare mai, con lei c’è la noia, l’oppressione, l’oppressione di un matrimonio, come sentivo ieri dire a Simone De Beauvoir in quel documentario sul ’68, lasciamo la sessualità libera, e non cerchiamo relazioni forzate e senza slanci vitali, dimentichiamo e ricordiamo invece la carica di quel sogno… svegliarsi e andare al bar, come ogni mattina, senza la voglia di dire niente, solo prendersi un caffè, comprarsi le sigarette, habitué, ormai, con il vuoto nell’anima e lo schifo e la forza dei sogni, non sapere cosa starò dicendo quest’oggi a Saverio, forse niente, forse tutto, cosa salterà fuori, che sarebbe stato meglio vederlo stamattina, levarselo di torno, che non so perché invece in questo periodo mi viene sempre più in mente lei, Lorusso, e quel prof di italiano, Franza, un po’ fascista, del Giornale, unico stimolo per provare ancora a leggere qualche romanzo italiano contemporaneo, dopo tutto anche se dell’Italia non me ne frega niente non sono albanese come quei lavoratori che vedevo ieri allo Sharm, che c’entro io con loro, altro che tesi e tesi sull’Albania, tra Albania e Italia, e me ne accorgo proprio stando lì al bar, tra maghrebini, neri, cinesi, meridionali, e di tutto e di più, cosa c’entro io ad andare a vedere le partite del Milan come l’altra volta, che c’entro io con Miryam, che è solo una con cui dire due parole, non parlarci come fa quel cinquantenne della security che anche lui è sempre lì, a scambiare parole con Miryam neanche fossero una compagnia di adolescenti, tra social e altro, personaggio che nessuna penna potrebbe inventare, il rudi della situazione, e io che c’entro? Io e i miei libri, i miei studi, le mie lingue che non mi va più di parlare, quasi neanche di leggere, e quanto vorrei davvero una relazione come quella di questo sogno, una relazione, anche devastata, come Ana che mi buttava le sigarette per terra nella mia stanza, e se ne andava, e non tornava, o quella Lorusso e la sua carica, e non di certo quello sguardo da finta madonna di Miryam, lei e il suo parlare calabrese, un po’ saudita, un po’ cattolico, che c’entra lei? Che c’entro io con lei, e quella vodka era solo segno che una volta mi ubriacavo bene, desiderando Alina, che non c’è più, e fa niente se ritornava in quell’estasi alcolica, con le sue canzoni dei Laskovij Maj, che se ne sono andate, non rimane più niente di allora, solo forse un’estasi alcolica ritrovata, in quest’ultimo periodo, lì al bar, tra gente che va e che viene, lontano dalla mia stanza che a volte sembra una prigione, a volte una cella monastica… uscire, uscire, uscire, come mi diceva Saverio, e fa niente se l’ultimo periodo ho visto di più il bar che l’officina, avevo voglia di stare lì, per vedere la gente comune, la nostra povertà, e i discorsi, più sensati a volte, nei loro sprazzi, di mille altri discorsi con gli amici, sempre tesi a dimostrare di essere superiori, alternativi, senza rendersi conto così di sembrare un po’ strani, al di fuori della norma, che invece incontri sempre al bar, nelle officine, la vera gente… che non so che farò stamattina, andrò forse in biblioteca a cercare un libro che non c’è? Mi perderò ancora sulla Deutsche Welle in inglese? Aprirò quel libro che non mi interessa più? L’islam e la sua storia? Geopolitica italiana? I pittori di una volta che non so neanche perché ho preso quei libri, temerò ancora di leggere combinazioni sbagliate di parole che accendono la miccia del tilt in sottofondo, sempre pronto a sfiammare l’anima e il cervello? Sono stufo di parole, di lingue, di politica, ci vorrebbe qualcos’altro, forse altra musica, e se ascoltassi ancora un po’ di musica asiatica pop? Ma la mattina non è meglio il silenzio? O c’è discoradio, o cosa c’è ancora? Non c’è niente, c’è forse solo il silenzio di una stanza, di un laboratorio, di un’officina, la voglia che non c’è di andare al bar, quel libro che sbaglierei a scegliere in biblioteca perché poi ogni volta dopo che vedo Saverio e parlo l’anima si smuove, sensazione di limbo, di stallo, in questo tempo del niente non so più cosa fare… e ricordo solo quel sogno, di una Lorusso, di una Ana, quel sogno di una relazione che non c’è, e cercherei riparo nella figura di quel prof, Franza, che tanto mi spingeva e mi dava coraggio e sicurezza, che scatterebbe davvero un qualche libro italiano, ma non so quale, non so neanche perché sognavo un’antologia che vendevano in edicola a 31 euro, piena di immagini e di hyperlink cartacei, come un manuale di letteratura delle superiori, non so perché mi perderei e lascerei al cimitero dell’anima tutte le altre lingue, ora che mi sono venute a noia, ora che non c’è più niente a cui interessarsi, e rimane solo il sogno della notte, Lorusso, Ana…