Prosa Poetica, Visioni, Sogni

Nel nulla che avanza…

Non li reggo più, non reggo più neanche i libri, neanche quelli del Dalai Lama che avrei voluto prendere in prestito, a che pro? Cercare la quiete e tutti i suoi modi quando la quiete c’è già? Non c’è bisogno di libri, neanche quelli dell’arte buddhista, dopo questa ondata di Estremo Oriente tra Paolo Sarpi e gli amici cinesi che rivedevo l’altro giorno… è già tanto se riesco a mettermi lì davanti a Final Fantasy e non pensare più a niente, e non mi va di riflettere e pensare ancora, come dicevo ad Alex, ora come ora: “Ho bisogno di dimenticare…”… dimenticare quelle ragazze, i giri dell’anima, le idee assurde su divinità fai da te, e non mi va più di leggere niente, è già tanto se leggevo quel libro leggero sulla Cina contemporanea, i cambiamenti dalla Cina antica, il maoismo, il comunismo, il consumismo, l’occidentalizzazione, libro di cultura alla fine, proprio come quelli leggeri dei tempi di Mediazione in Università… e non mi va di aprire romanzi nobel come Mo Yan o Pamuk, sono stufo, ho il rigetto, come mi dicevano le educatrici, il rigetto… che non mi va più di leggere niente, e se ho preso Vittorio Strada in biblioteca è solo per sfogliare quelle pagine che contengono sempre le stesse cose, come per fare un ripasso delle assurdità sulla Russia che sentivo in università, come per rinfrescare l’incubo, e ridipingerlo di bianco e di indifferenza, l’incubo della Russia… che non mi va neanche di star lì a guardare la televisione internazionale tedesca in inglese, le sue notizie di politica internazionale, le solite cose… ci vorrebbero solo più amici, parlare di più con loro, e il vero me stesso, i veri miei pensieri salterebbero fuori, mentre qui, nei recessi di me stesso, perso nella mia solitudine, si scatena solo l’inferno… e ogni tanto combatto con immagini della mente che vorrebbero ergersi a nuovi idoli da adorare, come aver trovato la pietra filosofale in qualche immagine, in qualche simbolo, mentre poi l’ondata del niente spazza via sempre tutto, e lo so bene, anche dopo l’ennesima ondata di Alina, che per fortuna è già passata… non so cosa farmene delle giornate, e a volte rischierei di diventare schizofrenico tra questo lavoro che c’è e non c’è, tra questi lavoratori che vanno e vengono dall’officina, e non sai quando hanno bisogno e quando no, e non sai neanche come organizzare la giornata… mi passa anche la voglia delle lingue straniere, di mettermi lì a imparare, a che pro? Perché tanto poi nessuno ti chiama, non hai voglia di parlare con nessuno, e non ti va proprio giù di metterti e imparare nuove lingue, senza che nessuno ti sostenga, ti insegni, e non sai più che fartene delle lingue imparate, né per il lavoro, né per la vita… ed è già tanto se non ti butti giù sul letto e dormi il giorno intero, come stamattina facevo, e poi dopo pranzo, solo per svegliarmi con un incubo di un disegno bianco di un leone colorato di azzurro, e lo sfondo marrone color terra, “Il mio ultimo disegno!”, dicevo nel sogno, io quattordicenne, “Il mio ultimo disegno!”, la mia parola finale, poi basta disegni, l’azzurro e il marrone, il cielo e la terra, e non riuscire a svegliarsi da quell’incubo sogno, e avere visioni del Cristo con la corona di spina, ed io che sembravo sul punto di morte in un letto di ospedale, con quella visione, e non riuscivo più a svegliarmi, e gridavo, nell’incubo: “Aiuto! Aiuto!”… mi svegliavo, poco dopo, intorpidito, intirizzito, svarionato dal troppo sonno, con la mente confusa, senza sapere più che fare, e la vita e la giornata e ogni cosa non avevano più obiettivi, non c’era più alcuno scopo, era il nulla totale, un nulla bianco che mi avvolgeva… e ciondolavo di qua e di là, prima di giocare un po’ a Final Fantasy, prima di leggere le prime pagine di quel libro orribile di Mo Yan, attratto com’ero dalla copertina con quei monaci, pensando che fosse un libro illuminante, mentre era il libro più terreno che potesse esistere, lo riportavo subito indietro… era arrivato “Impero e rivoluzione” in biblioteca, non lo leggerò neanche, mi sa, corteggiavo quel libricino del Dalai Lama invece, e lo lasciavo lì, “Nessun oggetto merita desiderio” diceva il Buddha una volta, a che pro leggere qualsiasi libro? Aprirlo? Sfogliare le pagine? Concentrarsi? Lo lasciavo lì, insieme a quell’altro sull’arte buddhista, e rovinavo la giornata con troppe sigarette, con il nulla che avanza e ti stritola il viso, un dio che riapre il suo paradiso nelle porte del nulla che mi avvolge, e non rimane più niente, forse solo la cantilena coranica di un “Audu billahi mina shaytani irrajeem”, lontano da ogni immagine, ogni parola, ogni visione, ogni desiderio, un nulla bianco che mi avvolge… non so neanche perché ieri sera provavo a cercare conforto in quelle canzoni pop di tarda epoca sovietica, i “Laskovij maj”, dalle sonorità anni ’80/’90, quelle sonorità che mi fanno venire in mente sempre delle overdose di eroina, e non mi andava più giù neanche quella musica, né nessuna altra canzone pop, né niente di niente, è il nulla bianco che avanza e mi avvolge, e non rimane più niente, più nessuno, più nessuna, e non ho neanche voglia della camminata serale, che di solito rilassa, e se la farò la farò solo per vizio/abitudine dopo cena, per silenziare ancora di più questo nulla bianco che mi avvolge, e poi non ci sarà più niente, proprio più niente, forse solo il sonno… e non mi va di far niente, sto bene così, in questa inessenza di ogni cosa, in questo rigetto, in questa stanchezza che non vuole più niente, più nessuno, più nessuna, e dormirei e basta, e mi disintossicherei da ogni cosa, e non vorrei proprio più niente, solo quei famosi quattordici giorni di vacanza che sognavo: dormire altrove, non parlare più con nessuno, alzarsi altrove, andare a dormire altrove, nel silenzio di una stanza, nella mia solitudine, lontano da tutti e da tutto e da tutte, nel nulla che avanza…

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Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Quella cinesina…

Dieci anni dopo, passare per di là, la stessa via, gli stessi ricordi, per andare a pranzare, il giorno della festa dei lavoratori… ero ancora immerso nel ricordo dell’aquila rosso nera a due teste, l’ortodossia, il cattolicesimo, l’islam, l’ateismo, il comunismo, e la libertà, e non si capisce più niente… passare per di là, la via dove vedevo sempre Alina, per andare al ristorante, gira a destra, dicevo a mio padre, il mondo celato dentro di me, i ricordi, Alina, là, vicino a quel ristorante, quella romena di una sera di infiniti anni fa, e là, dove stava e sta Ana, dove stava Alesia… lasciar perdere… entrare, lo sapevo bene, in un ristorante cinese dalla cucina italiana, cinese, giapponese, come va di moda adesso… i miei conflitti tra ricordi e mondi simbolici, l’aquila che non stentava a scomparire, il volto del signore… parole con mio padre, mia madre, Stas e Larisa, anche loro a mangiare con noi, ed entrare nel ristorante cinese, le foto delle cinesine appese ai muri, altre decorazioni rétro, francesi, Champagne e altro, una marea di gente, tutta attempata, a festeggiare fuori in un ristorante la festa dei lavoratori, il parcheggiatore albanese che ci lasciavamo alle spalle dopo essere entrati al ristorante, sedersi e attendere, stando ben attento a sedermi lontano, da mio padre, da mia madre, da Stas, da Larisa, l’angolo isolato della tavolata, di fronte a me nessuno, io e i miei vestiti di nero, da monaco ortodosso, forse da emo, forse da semidepresso, o vicino alla depressione, o non si sa che cosa, i pensieri che viaggiavano al cartone animato giapponese guardato la mattina: Evangelion… l’Oriente… la cinesina che serviva ai tavoli, in mezzo a mille altri camerieri e cameriere, italiani, cinesi, sudamericane, di tutti i generi, i negretti in cucina, di tutte le razze, la cinesina… che la guardavo per un attimo, dopo che tutti quanti noi sceglievamo attentamente cosa ordinare, tutti che optavano per la cucina italiana, a base di pesce, io no, per una volta che esco voglio la cucina cinese, mi dicevo, anche quella taroccata dei ristoranti, lo so bene che i cinesi non mangiano così, e mi ricordavo di quelle infinite giorante con i miei amici cinesi da adolescente, le ore e le giornate alla play, le uscite a Paolo Sarpi, l’amicizia, una settimana da loro a Torino, a dormire in sei in una stanza, l’amicizia che c’era, l’ultima volta che gli avevo visti a Milano, al loro bar, la vita dei cinesi immigrati, e la vita di quella cinesina? E calava il silenzio in me… cominciavo già a sognare, sognare soltanto che venisse lei a chiederci l’ordine, un po’ come quando sognavo Noemi all’altro ristorante, ma questa volta era qualcosa di più… il volto della cinesina che mi ricordava la visione di qualche notte passata, sotto quella musica new age e il volto del Buddha che mi compariva, e il suo volto, il volto di quella cinesina, che per un attimo sembrava il volto di Guanyin, la dèa della misericordia, solo per poi ricordarmi che era una semplice cinesina, che fa la cameriera, che fa la sua vita, che portava quella maglietta nera con la scritta in inglese: “Give me love…”… ed era lei ad arrivare lì, a chiederci cosa ordinare, per primo mio padre, e poi subito io, la cucina cinese, che era evidente di chi e che cosa avevo un certo languore, un certo desiderio, due portate e un antipasto, la voce di lei, pulita, italiano perfetto, senza accento, sarà nata forse qui, avrà fatto le scuole qui, eppure fa la semplice cameriera, la mia voce che già cambiava al parlarle, il modo di parlare, monosillabico e un po’ cantato, come quando provavo a imparare il cinese, messaggi di mille fenici che conversano fra loro per cercare le parole al di là del mondo, il suo sguardo, impassibile, il sorriso accennato… e si aspettava… si aspettava… le portate che non arrivavano più, la cinesina che continuavo a volere e quel cinese che mi portava l’antipasto, e poi il primo, il secondo altri camerieri, e i discorsi dei miei, di Stas e Larisa, niente da dire, niente di che, parole e parole, e io seduto su quel tavolo a giocare con le idee di suicidio, che già solo il pensiero salva, a volte, e continuare a guardare la cinesina, senza guardarla, sognando qualcosa che andasse al di là di Alina, al di là di Ana, e scomparivano loro come scompariva l’aquila albanese in me, e rimaneva solo quel drago rosso disegnato su quel piatto, e un sogno, un’altra chimera, ancora più forte, viveva in me… la cinesina… che non so perché a fine pasto ordinavo della panna cotta, per caso capitava lì lei, la cinesina, proprio lei, e ricordavo quei giorni in Repubblica Ceca, forse l’ultima volta che avevo mangiato della panna cotta, nel 2012, e ricordavo Tereza, l’ebrea ceca, che mi diceva: “Say it again! Panna cotta! We Czech don’t speak like this! I can hear the accent…”… panna cotta, c’è?, chiedevo alla cinesina, panna cotta… sì… e segnava quella stupida portata là sul foglietto… e mi ero già perso, il rimosso della lingua cinese tornava in me, gli amici cinesi, quella compagna di classe dell’università, Sissi, la cinesina, Paolo e Valeria, i miei amici cinesi, le volte che chattavo su QQ con gli altri amici, frasi e discorsi di amici, e la vita di una cameriera ventenne cinesina che sognavo, che mi figuravo, così intima e da tutti i giorni che vedevo il mondo intero come una linea infinita orizzontale, con le elevazioni non della mistica, ma di un amore sognato che non trova più distanze e separazioni, e la sua vita mi sembrava palese, di quella cinesina, che non c’era niente da scoprire e tutto il mondo da scoprire allo stesso tempo, lei vuole qualcosa di più, mi dicevano, e sognavo una storia, là dove Alina e Ana scomparivano, dove dieci anni mi passavano davanti, e un gioco del suicidio che giocava a volerla rivedere ancora, quella cinesina… ci si alzava dal tavolo, per andare via, dopo i caffè, mi alzavo, e lei era lì, che passava, e mi passava di fianco, io, come immobile per non sfiorarla, per vederla andare via, è andata via, mi dicevo, non la rivedrò forse mai più, ma lei, che il suo ambiente conosce bene, era già alla fine della sala dall’altra parte, e le passavo ancora di fianco, pan nà, diceva, allo stesso stupido modo che avevo detto io, con quel parlare che non ne vuole più sapere della musica italiana, e l’anima si smuoveva… e partivo in un’altra dimensione… final fantasy, i cartoni animati giapponesi, le ragazze asiatiche, quella ragazza asiatica, non da centri massaggi, quella cinesina che, quando le passavo affianco, mi tornava la voglia di baciare una ragazza dopo tempo immemore, quel qualcosa di più che davvero si risvegliava, e si riversava su di lei… quella cinesina… che non avevo più voglia di far niente una volta tornato a casa, forse solo dormire, forse solo scrivere, ascoltare quella canzone di dieci anni fa, 求佛, chiedendo al buddha, non so che cosa, di rivederci, come dice quella canzone, sognare di chiederle il cellulare, o non so che, sognare ancora, quella cinesina, o non sognare più niente, Sissi e il suo post di Facebook su Final Fantasy, i pomeriggi sognati passati a parlare, a conoscersi, a condividere la vita, quel qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e quella canzone, che avrei buttato via in nome di una forte tazzina di caffè, e tutte le altre che mi passavano davanti, e nessuna e tutte, e un qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e l’aquila che scompariva, ed Evangelion, e Final Fantasy, e ogni altra lingua, e solo un canto dell’anima orientale si risvegliava, il suicidio dell’anima che era qualcosa di più, la mistica cinese, tra numeri e sillabe, il delirio d’innamoramento, quella cinesina…

Pensieri liberi, Sogni

E potrà cominciare la giornata…

Risveglio come sempre, i diecimila pensieri che non avevano voglia di trasformarsi in raccoglimenti, visualizzare dentro di sé l’aquila rosso nera, e decidere di andare deciso verso il bar, Miryam mandata a quel paese, l’albanese che viveva in me che non aveva voglia di caffè per comprare sogni al suo cospetto, il suo incanto, altre illusioni, e poi il caffè l’avevo già bevuto, dalla macchinetta, in casa, e bastava e avanzava… stare per entrare nel bar e sentire una voce che diceva: “Dai te li riporto!”, qualcuno che chiedeva soldi, qualche cliente con qualche debito, pensavo, e invece era un trentenne o giù di lì che chiedeva l’elemosina con la scusa di dover tornare a casa, forse un drogato, non si sa, e compravo le mie sigarette, specificando a Paolo: “Niente caffè!”, escludendo volontariamente Miryam, che eppure era lì, e quel mendicante chiedeva anche a me i soldi, non poco, cinque euro addirittura, e visualizzavo ancora l’aquila e l’albanese che è in me, come in mille altri casi, e me ne sbarazzavo, anche dopo essermi fatto dare il resto di dieci euro da Paolo, e nessuno voleva dare i soldi a quello, prima che poi si prenda l’abitudine di disturbare al bar…

Me ne andavo e lasciavo perdere raccoglimenti di divinità lontane, che sono solo paranoie, giri assurdi dell’anima, e pensavo quasi di ripristinare qualche oggetto magico, se solo non mi ricordassi di tutte le follie, se solo il pensiero del pomeriggio di ieri, sognando Ana, non mi permette di giocare ancora con i simboli, e me ne tornavo a casa con l’idea di continuare a guardare Evangelion, dopo che il Barresi me lo consigliava… Barresi… che lo sentivo ieri pomeriggio al telefono dopo un pomeriggio passato ad impazzire, per un caffè di troppo, per un gelato di troppo, e dovevo prendere 5 mg di olanzapina per far passare i deliri, le idee omicide, l’irritabilità, le idee strane, che neanche finire di leggere “New life” di Orhan Pamuk bastava, neanche la gente che stava lì in piazza, chi giocava con i bambini, altri anziani, coppiette varie, anche se l’immagine della vita basta, ora che ci penso, così come di solito basta l’immagine della vita che vedo ogni mattina al bar, gente sveglia, gente viva… e lasiavo perdere gli incubi ricorrenti di questa mattina: ritornare alle superiori, essere arrestato… che questi due sono davvero i sogni più ricorrenti che faccio, ambientati sempre in luoghi diversi, diversi dalla realtà e dai ricordi vissuti, ma sono forse due dei più grandi shock della mia vita: essere stato arrestato a 17 anni e aver interrotto gli studi… che era da tanto che non sognavo così, e ormai non ci faccio più caso, so che questi incubi e sogni fanno parte di me, e a volte ritornano, come i deliri religiosi, come i deliri su quelle ragazze, fanno parte di me…

E non so che farmene di questa mattina, dove l’unica idea è davvero quella di guardare Evangelion, forse giocare a Final Fantasy, probabilmente uscire con i miei a pranzo, per festeggiare, e non mi va di raccogliermi, di pensare, di andare a pescare cose lontane, e quell’iniezione di vitalità con Miryam stamattina, pur senza vederla, mi è già bastata a darmi la carica, e stati sognanti non mi prendono più, e gli unici sogni sono le virtualità di qualche videogioco, o i disegni di un cartone animato giapponese… e comincerò allora a guardare qualche episodio, in inglese, per fare risciacquo linguistico, per concentrarmi su altre parole, e la giornata andrà avanti da sé, senza le troppe paranoie di ieri, senza pensieri in tilt, senza estremismi, fondamentalismi, paure inesistenti, e ricorderò la semplice chiacchierata con Barresi, con Larisa e Stas ieri sera, quello stare bene in mezzo agli altri che è sempre segno che in fondo va tutto bene, se solo certi pensieri di sottofondo ogni tanto non si manifestessero, ma, come per gli incubi ricorrenti, sono anche ormai abituato al mio vivere a volte con pensieri strani in sottofondo, e basta non ascoltarli più, e andare avanti, e potrà cominciare la giornata…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Lei, la musica e l’infinito…

Musica turceasca… il suo sguardo… io che la desideravo, lei che mi diceva che mi dovevo sposare, è vero, forse sbuffavo, come tutti gli italiani quando queste straniere e questi stranieri ti chiedono quando ti sposi, quando ti dicono che ti devi sposare… sposare… forse no… semplicemente trovare, trovare la ragazza giusta, è difficile, le dicevo, lo so, è difficile, diceva lei, e si guardava il vuoto davanti a noi, o forse ci si guardava solo con la paura di guardarsi, per non innamorarsi… il suo sguardo, la sua voce, che la notte e le stelle e la luna chiamavano lei, dopo che mi raccoglievo, per perdere le visioni del giorno, le parole altrui del giorno, le loro apparenze fenomeniche che si erano stagliate nella mia coscienza, andare oltre… andare oltre e trovare il vuoto, il nulla, l’assenza di immagini e la luce e la mia voce… non voglio computer, non voglio, celluare, musica, televisione, non voglio più niente, le dicevo, che bello, diceva, e ci si guardava, lei e i suoi capelli rossi, quasi viola, il suo volto di cui scorgevo i tratti, un’altra volta, lei che non era più Inna, lei che non era più Elvisa, lei che era solo lei, Ana… le sue labbra e il suo mettersi il rossetto, come un rossetto abbandonato in mezzo alla strada, le sue labbra… ero lì, non a pensare, ero lì a non volere più niente, neanche i discorsi con gli amici che ti dicevano cose senza senso, neanche i consigli di quelli sul lavoro, neanche le immagini andate in tilt di collegamenti che non esistevano, collegamenti in tilt dell’anima sempre pronti a impazzire… e la notte, e il giorno passare di lì solo per andare a un ristorante in mezzo alla via, i soliti cinesi che ti servono con indifferenza, quelle immagini al muro di cinesine, con lo sfondo bianco, candido, un’icona appesa al muro, e qualche ideogramma di “Diecimila cose e il senso della vittoria”, oppure, meglio: 万事胜意 may everything be better than you wish; all the best 萬事勝意, tutto il meglio di questa vita… “Che vita di merda”, diceva lei, invece, davvero, ci pensavo oggi, dicevo io, che vita di merda, la via non può fare così schifo, il lavoro, i soliti discorsi di politica, di lavoro, i soliti amici e i soliti discorsi, dicevo, e pensavo, niente che ti elevi, niente che vada oltre, quando l’oltre era davanti a me, era solo lei… “Volevo andare in Romania”, dicevo, “E vai…”, diceva lei, “Sei stato?”, “Sì, sono stato una vita fa, ’99, 2000, non mi ricordo, Iasi, con mio padre e un suo amico che poi si doveva sposare una romena, poi hanno divorziato… ma voglio tornare, non so, non a maggio, forse quest’estate…”, “Anch’io voglio andare quest’estate…”… e la fantasia… la fantasia… “Ascolti ancora quella musica?” “Sì, ogni tanto…”, diceva lei, la musica, che poi ci perdevamo davanti alla musica, con il suo cellulare su YouTube, la sua musica, i suoi cantanti preferiti, i suoi video che diceva che tutti stanno guardando, video stupidi, lei che rispondeva a sua sorella, la richiamava dopo, diceva, e la musica, cosa ascolto io, musica albanese, no, diceva lei, albanese no, neanche musica turceasca, internazionale, rap italiano, inglese, e via, musica su musica… che capitava quel video di quella canzone, “Mi ghenà”, canzone israeliana, remake di Super Sako, lei diceva che le piaceva, l’originale, di Maitre Gims, e su quel suo cantare “mi ghenà ghenà ghenà…”, e quel mio intonare “mi ghenà ghenà ghenà…” con quel nostro stupido intonare si dischiudeva l’infinito, l’infinito… musica isrealiana, che tutta la divinità si liberava e mi portavo la mano sugli occhi, come in preghiera, e l’infinito, l’infinito, lei e la musica… e lei e la lingua inglese, che diceva quando era stata in Spagna alcuni non sapevano, e li mandava a quel paese, lei che chiedeva informazioni, lei che diceva che l’inglese l’aveva studiato un po’ a scuola, e basta, quel giusto che basta per farsi capire e capire, e la musica inglese, e lei, e l’infinito e la musica… che non c’era fine a quella serata, cosa fai adesso? Vai in giro?, mi diceva, non lo so, dormirò in macchina, le dicevo, perché?, mi diceva, ascolta la musica, a me mi rilassa, stai a casa e ascolta la musica… la musica, e le sue parole, e perdersi nell’infinito… ritornare indietro, indovina cosa farò adesso, quale canzone ascolterò per prima? Non lo so, diceva, maitre gim, no? E sorrideva, e rideva, in una notte così, dove diceva che era arrivata tardi, e che non si sa mai, bacio, le dicevo, un semplice bacio, la buona serata che ci si augurava, e disperdermi…

La notte, la musica, il sonno, il mondo di visioni, sognare di suonare il piano, di fare musica, non so per chi, svegliarsi nel mezzo della notte, con la musica che andava ancora, all’infinito, e le cuffie gettate lì, e svegliarsi solo dal fresco, dal fresco primaverile, chiudere ogni cosa e tornare a dormire, a sognare, forse, dormire, nel ricordo di lei, nel suo incanto… e svegliarsi così, la mattina, ancora perso nel ricordo di lei, nella sua magia, girare di qua e di là, senza più bisogno di niente, di nessuno, neanche dei miei stessi pensieri, e c’era solo lei, solo lei, l’infinito e la musica… giornata lavorativa breve, poche cose, di questo venerdì, finire già nel primo pomeriggio, qualche tilt dell’anima di persone che non volevo sentire, e ritrovarsi solo in un salmodiare che richiamava ancora il canto, per liberarmi, e camminare, camminare altrove, fare un giro in paese per riconsegnare quei dvd, e ritornare indietro, e qualcuno su Instagram apriva una diretta, qualche adolescente albanese che metteva su della musica turca, musica turceasca… e ritornava lei, l’infinito e la musica… che camminavo ancora verso quel parchetto con la musica a tutto volume, senza curarmi minimamente di chi passava, perché lei, la musica e l’infinito riempivano l’anima e il mondo ed ogni cosa, ogni albero, ogni filo d’erba, ogni sorriso di quelle bambine che giocavano, e la voce di quella madre, e quegli altri adolescenti che passavano di lì, e gli anziani, e i padri di famiglia e la moglie e i figli, e ogni cosa andava verso l’infinito, verso il tempio, verso lei, sotto l’incanto di quella musica, musica turceasca che riempiva l’anima e la svuotava per lasciare spazio all’infinito e le parole si precedevano alle parole e le parole alle immagini dentro l’anima e non c’era più un singolo oggetto di pensiero perché tutto si dissolveva nel fluire delle note e del canto e della musica, e l’immaginavo forse con quelle parole mai dette, quegli sguardi accennati, tutto ciò che c’era e non c’è e ci sarà, e l’infinito mi prendeva, e la musica e il canto, e lei, lei, l’infinito e la musica… che non sapevo più quanto tempo passavo lì, un pomeriggio infinito, e andavo via solo per trovare l’ispirazione infinita, e dimenticare la mia follia, la mia follia che sa di una amore folle, là dove le parole non bastano più, dove si disperdono nel canto e nella musica, e le immagini e le parole si disperdono nell’infinito di una luce senza fine, dove compare lei, e rimane solo lei, la musica e l’infinito…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E ti sembra di vivere una primavera dell’anima…

La cassiera che ti parla di Chuang Tsu che aveva letto su una rivista, i ricordi di quel film di Kim Kiduk, “Dream”, rivederlo la notte, dopo aver dormito tutta la serata, canzoni manele, pensieri sparsi, film d’amore, che fino all’ultima scena si lascia desiderare, l’atmosfera un po’ folle e malata e depressa, e la scena finale con quel “sogno di Chuang Tsu” che si avvera, pensare di dire due cose la prossima volta alla cassiera, pur pensando sempre ogni volta a quanto Manuela mi aveva portato via in quei giorni… svegliarsi con dei sogni particolarissimi, io e Bejan che ci ritrovavamo nella sua scuola superiore, ad una specie di festa scolastica, lui che non ritornava a scuola da una vita, lui che mi presentava le compagne, e mi innamoravo di quelle diciottenni, e si stava tutti quanti assieme, come in una vera e propria compagnia di scuola, e si presentavano vari personaggi, il rapper della scuola, quello bocciato infinite volte, che ormai viveva lì, le tipe che ci provavano con me, le altre che ridevano, io che finivo abbracciato con una tipa e volevo baciarla, ma lei si tirava indietro, per mettermi alla prova, per farmi attendere, per far nascere il desiderio, io e Bejan che giravamo per la città su una specie di slitta tra le vie e i calli in salita e in discesa, e tornavamo nella scuola solo perché avevamo dimenticato lì lo zaino con le nostre cose, i cellulari, i libri e altro, e si viveva un’atmosfera vivace, viva, vera, piena di energia primaverile o da prima estate, come quando finisce la scuola, e tutta la scuola fa festa e si prepara alle vacanze… dimenticavo il sogno di quella banda di russi che mi rubava uno straccio nero, un vestito forse, mi accorgevo di loro e della loro banda, mi parlavano in russo, e quando rispondevo loro in russo cominciavano a rispettarmi, loro e le loro facce buie, da criminali, e mi lasciavano stare, e ricordo altri incubi, altri sogni, un’attività onirica senza fine, che non mi va neanche di scrivere… e mi svegliavo da quei sogni la mattina, senza sapere come sarà la giornata, se continuerò quelle traduzioni per quel progetto di lavorare in qualche studio, in qualche agenzia stampa, vivere di traduzioni, e non più di officine, e mi svegliavo solo per bermi il caffè della macchinetta e accorgermi di aver finito le sigarette per andare al solito bar dove non si sentono le bestemmie, ma dove c’è vita… e là incrociavo per caso due ragazze italiane, quelle che si farebbe Fizi, che incontravo l’altro sabato insieme a Barre, l’altroieri, di domenica, nel nostro giro a Milano, pieno di parole e discussioni, la gente che si sa vendere sul mercato del lavoro, la sfacciataggine, i nostri coetanei ormai tutti sposati e con figli, il valore dei soldi e del lavoro, i discorsi politici, a volte filosofici, rapportarsi con le tipe, il modo di vivere, Barre che è l’esempio di come si può finire chiusi nel proprio mondo, davanti ad un monitor, soli con le proprie idee, la propria visione del mondo che si vorrebbe imporre agli altri, la presunzione di una verità assoluta che in realtà non è verità sul mondo, ma è solo verità di te stesso, chi tu sei, e niente di più, e la molteplicità del mondo con il quale ci si confronta, e il lavoro e le tipe che ti aprono la mente, ti rivelano più cose di mille riflessioni e letture senza vita, e la vita invece va avanti, si libera, si dischiude… di domenica e mangiare insieme ai miei e a Stas e Larisa, fare una grigliata di carne “all’ucraina”, quella mayonese dappertutto che dà gusto, e a volte nausea quando è troppa, lasciarsi andare a una coca cola zero, a qualche dolce, non vivere più di divieti e ingiunzioni, di mille critiche verso se stessi, di raccoglimenti, di paranoie e pensieri in tilt, liberarsi e vivere questo assaggio d’estate in primavera, e progettare il lavoro, e vagheggiare di tipe da conoscere, le tipe e il lavoro, le grandi questioni di questo mio stralcio di vita… svegliarsi e non sapere di cosa sarà fatta la giornata, non pensarci neanche, vivere così, più leggeri, rendendosi conto che forse il vero me stesso è quello che parla con gli amici, quello che può sentirsi libero di dire tutto, che sta al di sopra di tutto me stesso, la giusta voce che tutto commenta con ironia, e si accorge di tante cose, come quella follia del Barresi per quella tipa, follia comune a tutti noi, a chiunque sarà capitato di finire in dimensioni parallele, poi si ritorna alla realtà… e la vita va e la vita viene, piena di sogni, di incubi, di realtà, di vita nella sua pura forma, e i pensieri si confondono con i sogni e gli incubi, e anche con la realtà, che c’è un continuo fluire di idee e sensazioni, e l’anima si purifica, libera un sacco di modi d’essere che prima erano andati in tilt, si erano come bloccati, e sembra di vivere una primavera dell’anima, che non ti importa più molto di tutto, ed esci dagli schemi, e abbracci il nuovo vivere così, sperando di trovare quello che cerchi, sperando di dimenticare ciò che ti tormentava, e si vive così, in questo periodo di passaggio, passaggio eterno che è la vita, e ti sembra di vivere una primavera dell’anima…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Svegliarsi così, con i pensieri nell’abisso, e ricordare i sogni e gli incubi della notte, mio padre che compariva in giardino insieme al suo amico che si gettava sulla sua ex moglie romena, e mio padre che si contorceva in preda alle convulsioni, tutti che ridevano, perché pensavano che fosse uno scherzo, mio fratello, mia madre, gli altri parenti, che erano lì per una qualche grigliata in famiglia, e io che mi preoccupavo, perché sapevo che la sua vita stava per finire, e gridavo: “Non è uno scherzo! Chiamate il pronto soccorso!” e vedevo mio padre che continuava a contorcersi in convulsioni, fin quando spirava, e come il film di Tarkovskij “Andrej Rublyov”, mi gettavo per terra gridando: “Papa!”… e finiva l’incubo, e mi svegliavo di notte solo per fumarmi una sigaretta, andare oltre quell’incubo e non pensare neanche più alle immagini dell’incubo di prima, dove ero finito in una Sicilia mafiosa, dove i vicini e tutti quanti erano contro di me, tramavano contro di me in una qualche consipirazione, e mi gettavano sul mare, su una specie di piattaforma galleggiante sulla quale ponevano del catrame per farmi rimanere incollato, e restare lì fino a quando non eseguivo i loro ordini, confessando qualcosa perché mi portassero via tutto con qualche inganno mafioso legalistico, e dovevo solo svegliarmi, da quegli incubi…

Tornavo a dormire senza pensarci troppo, dopo che vedevo mia madre che era sveglia anche lei di notte, non so perché, e negli altri sogni della notte doveva comparire Xhuliana… lei era là, in qualche specie di centro di accoglienza per immigrati, una sorta di scuola pubblica di notte dove si rifugiavano un sacco di migranti in via di passaggio, e lei era lì a dormire, a stare lì, posteggiata lì dopo che tornava dalla sua funzione erotica la notte, ed ero innamorato di lei, la abbracciavo, la stringevo a me, e anche lei mi abbracciava, mi baciava, come quella notte avrei voluto tanto baciarla, anni fa, in quel periodo di passione tra amore e morte, e le chiedevo quando l’avrebbero dimessa da lì, quando sarebbe stata libera di lasciare quel centro e salire su a Milano, vicino a me, lei che era confinata in Emilia, forse, nel sogno, e mi diceva che non lo sapeva, e rimanevamo lì, la notte, vicino ad un tavolo dove lei aveva lasciato le sue carte, i suoi disegni, i suoi dipinti che faceva per vincere quel senso di confinamento, e desideravo tanto averla mia, starle vicino, che lei stesse vicino a me, e ci abbracciavamo, come due veri amanti e innamorati e pieni di passione, e guardavamo al triste destino che ci aveva separati… e la notte, in quello strano centro, vagavo per i corridoi e per i capannoni, e ad un certo punto qualcuno mi accusava perché non seguivo la bibbia, era una specie di centro religioso, forse, e mi sembrava di essere finito in seno alla santa inquisizione, e mi ritrovavo a galleggiare nell’aria mentre chi mi accusava tirava fuori una bibbia che galleggiava anche lei nell’aria e perdeva poco a poco le sue pagine, e in quel sogno di distacco da Xhuliana continuavo a sognare, in una malinconia infinita, il ritorno di lei, che lei mi stesse vicino, e il suo volto dai capelli corvini, il suo ovale del volto, il suo corpo dalle belle curve mi davano conforto, e desideravo lei con nostalgia, malinconia, con amore, per quella separazione che non avrei mai saputo quando sarebbe potuta finire…

Mi svegliavo la mattina non con la mente fresca, ma piena di questi turbamenti da sogni e da incubi, e controvoglia andavo al solito bar, per vedere Paolo e Miryam e gli altri che erano lì, solo per sentire le loro parole e i loro discorsi leggeri, da mente fresca, lontani anni luce dai turbamenti che avevo in me, e mi dicevo che in fondo andare lì la mattina non è male, è una specie di cartina tornasole per vedere come sto, quali frasi direi, quali parole assurde, e mi accorgevo di essere nell’abisso, e solo sentendo le loro voci mi riprendevo un attimo, ritrovando quasi la voglia di scherzare e di dire due parole, mentre però ero come esiliato nel mio mutismo, senza voglia di dire niente, forse solo di raccogliermi un attimo e trovare il giusto umore per cominciare bene la mattinata e la giornata, senza pensare a quei sogni, a quegli incubi, e avevo voglia solo di scrivere di Xhuliana, di ricordare lei, l’ultima ispirazione, ed ogni cosa, e il sogno d’amore, e dimenticare l’incubo della morte… e ancora Xhuliana mi ispira in questa mattinata, dove non devo stravolgere la mia vita, cambiare bar o chissà che cosa, solo ricordare che la giornata comunque comincerà, se non con le parole scambiate con Paolo e Miryam almeno con le parole scambiate con gli altri, o con quelle di quando mi raccolgo per trovare la giusta voce dentro di me, e la giornata andrà avanti, con o senza il pensiero di dover tradurre, scrivere, o sentire dottori per dire che va tutto bene, e mi va solo di ricordare il sogno d’amore di Xhuliana, di quanto avrei bisogno ora di una relazione così, di quell’abbraccio di lei, del suo volto, delle sue parole, del suo amore, dei suoi baci che mi visitavano nel sogno…

Lascio perdere i film di ieri che guardavo, “The post” e “Secret window”, il primo film sulla storia del Washington Post e degli scandali del governo americano sulla guerra del Vietnam, gli hippie e quelli che protestavano, gente che allora aveva troppa fiducia nei governi e da un giorno all’altro trovava un senso alla vita dandosi alla contestazione, alla ribellione, in compagnia, con tutta quella carica utopica anni ’70, quei movimenti di liberazione che oggi farebbero sorridere, visto il risvolto individualista ed edonista del XXI secolo, che quei movimenti oggi sarebbero impensabili, anche per la quantità esagerata di notizie, dove si dice tutto di tutti, e non rimane più nienta da contestare, tra pregi e difetti dei governanti, tra mille fake news e in un mondo che ormai è diventato liquido, e non c’è più niente a cui contrapporsi, perché tutto ormai è il contrario di tutto, si naviga nel relativismo, e tutto si dissolve e tutto diventa digitale, e ognuno coltiva le proprie idee e il proprio modo di essere con internet, cercando solo quello che gli interessa, e si costruisce da solo il proprio mondo, la propria contestazione individualistica, che movimenti così ormai, come negli anni ’70, sono solo un ricordo…

Rispolveravo un po’ di inglese, così, con quel film, e guardavo anche “Secret window” di Stephen King, la storia di quel divorzio, di quella follia, di quella mania di raccontare e scrivere, che per un attimo non veniva anche a me in mente una storia con Alina, con l’Ucraina, questi ucraini che ospitiamo in casa, strane storie tra l’horror e l’onirico, dove fantasmi di una Ligeia si ripresentano, sotto le fattezze di Alina, e l’Ucraina che ormai non significa più solo lei, e le lingue dell’Est, e il sogno di Xhuliana stanotte, che forse, più avanti, qualcosa scriverò, se troverò l’ispirazione, quasi alla Edgar Allan Poe, e non so più neanch’io…

E rimango così, in questa mattinata, con il ricordo del sogno d’amore di Xhuliana, le strane suggestioni di Alina e quel film del mistero sul divorzio, sull’amore, strani altri incubi sono dimenticati, me ne frego della mente non fresca, perché se la mia anima va verso quei ricordi vuol dire che è giusto così, e continuo a sognare, forse per trovare ancora ispirazione, anche adesso, quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

In tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

Riposo di languore, ieri dopo pranzo, nel bianco delle nuove vesti, liberato, il languore e il senso di vuoto che mi invadeva, un bianco nulla in cui perdermi, la voglia di stare per giorni e giorni così, disteso sul letto, a contemplare la vuotezza, a riposare, a lasciarmi andare alla stanchezza, e all’assenza di pensieri, una strana voluttà, uno strano languore che non finivano più, e un senso di aurea mistica e spirituale, nella voluttà del nulla… alzarsi di nuovo, ricordando vagamente la breve giornata lavorativa, l’ispirazione della luce bianca e della sua vuotezza, bersi un Nescafé e far ricominciare il mondo, là dove era finito… ricordarsi ancora del tempio, e dell’ispirazione infinita di quell’aquila albanese, l’oriente a cui ispirarsi, e andare in biblioteca a prendere in prestito “Occultismo islamico”… non aver voglia di stare lì in biblioteca, tra ragazzini e madri in cerca di libri, a fare i compiti, giovani universitari che studiavano, e altra gente, voler stare in pace, nel languore del nulla a leggere quel libro sull’occultismo islamico, quel libro di filosofia che mi dava ispirazione, in una giornata vuota, una lettura altrettanto vuota, al di là delle estasi plotiniane, al di là degli altri riferimenti al taoismo, all’induismo, quel nulla da cui scaturiscono tutte le cose, e la voluttà della lettura… quel libro andava come niente, per tutto il pomeriggio, e mi sentivo rigenerato in quel languore, che la sera potevo anche cominciare a leggere Guénon, senza paura di occultismi che chissà dove mi avrebbero portato, lo stile leggero, la critica all’occidente sempre più materialista e razionalista, scientista, quell’utopia scientifica e tecnica che rende arida l’anima, la despiritualizza, la spoetizza, mentre l’oriente è ancora pieno di ispirazione infinita, gustarsi quelle pagine e veder dissolversi l’idolo dei pensieri scientisti in me che erano solo deliri e recuperare quella visione di un tempo, quella mistica orientale che va al di là del tempo, dello spazio, delle parole, di tutti i racconti che ci possiamo fare, e ogni discorso, ogni parola, ogni immaginazione si dissolveva come si dissolverebbe un racconto fantasy, una fiction, una fantasia e un film dell’anima, nell’infinito delle parole e delle immagini… la sera… guardare quel film di cui ho regalato il libro a mio nipote: “Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo”, bel film, quasi disneyano, pulito, che con una storia piacevole rievoca i miti greci, tra idre, meduse e mangiatori di loto, discese negli inferi, scontri tra dèi evitati, una bella visione, in un inglese semplice e pulito, la bellezza delle lingue straniere, della mitologia, dei film fatti bene e leggeri, un piacere senza fine e il ricordo di chiedere qualcosa a mio nipote quando magari ci si rivedrà, tra film e libro, così, per curiosità, ed essere contento di aver regalato quella storia, sempre su onde disneyane, ma al di là di Topolino, per crescere, le amicizie dell’adolescenza, gli scontri con i più grandi, la ragazza e l’amico, la voglia di combattere le meduse, le idre, le discese negli inferi, i mangiatori di loto, metafore antiche di religioni antiche, che sono tutte narrazioni di come a volte l’anima possa perdersi e riprendersi, e andare avanti… la notte… strani voci di sottofondo in me, esoterismi ritrovati che si lasciavano andare nel sottofondo, tra visioni personali e giochi di parole, giochi di voci, evocazioni di altri modi di vivere, degli strani giri dell’anima nel sottofondo, e voler uscire la notte alla ricerca di qualcuna, solo per uno sguardo, solo per non perdermi in me la notte… il giro in macchina, in tutta libertà, là fuori, nella libertà della notte, le ragazze che non c’erano, Ana e sua sorella, il vago pensiero di un venerdì santo da non ricordare, la libertà della notte, la vitalità, dopo tante sensazioni spente e degli abissi dell’ultimo periodo, la luce bianca dell’anima nella notte, e la lucidità… girare ancora e vedere la nuova shqiptare, bellezza da case popolari, lei, con quei pantaloncini jeans non più lunghi della vita, la maglietta nera, i suoi capelli biondi, visione di una Laura Nexha di tutti, e la voglia di lasciarla lì, in libertà, mentre mi fermavo a fare benzina, e un’altra macchina la riportava a casa… strana ispirazione notturna, che per non sentire più le mie strane voci di sottofondo, molto lontane, da un sonno che non voleva arrivare per la vitalità ritrovata, ascoltavo qualche canzone albanese, nella notte, e mi liberavo… la notte, nei sogni, il sogno erotico di Xhuliana, dispersa nel tempo e nello spazio, visione di puro erotismo, pura voluttà, puro ricordo, il sogno erotico di lei… svegliarsi, la mattina, con il ricordo di lei, Xhuliana, quel piacere infinito che una volta c’era, la visione della nuova shqiptare, altra vuotezza che mi avvolgeva, l’infinito dei pensieri e delle suggestioni, delle ispirazioni, in tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

Poesie, Sogni, Visioni

L’azzurro e la luce dell’anima…

Watching the dark
nell’oscurità
ieri notte
gettare quel vino rosso di estasi mancate
gli abissi oscuri dell’anima
che rimandavano
a quel cantare scritto
di vitalità balcaniche
anarchiche di una volta
l’energia dell’est
e la sua ispirazione
dove Laura Nexha
era in realtà
la nuova shqiptare
e viceversa
una luce nell’oscurità della notte
rimandata a non si sa quando
la penitenza
senza più bisogno di alcol
di sigarette
il coro ortodosso
che risuonava dalle cuffie
e quella stanza
che era diventata
la cella monastica
di un monaco ortodosso oscuro
il coro senza percussioni
pura voce e puro canto
che facevano risalire dall’abisso
le ultime notti
con le due sorelle romene
a spazzare via
il sentire ottuso
di quella avventista romena
Eugenia
che si è insidiata come un tiranno
suadente
nella mia anima
con i suoi consigli
i suoi divieti
a liberarmi una volta per tutte
da quella visione razionale
e logorroica
di una fede troppo
cerebrale
solo per immergermi
nell’infinito
dell’abisso
dell’oscurità
dell’assenza di idee e parole
solo per riemergere in una luce
dove compariva
la luce balcanica mediterranea
della nuova shqiptare
e nel sogno
lei
l’origine dell’anima
Katia
ritrovata in sogno
come il primo amore d’estasi
d’abisso
e di vette
come un paesaggio
di montagna
che si confonde
tra Balcani
e quei di Como
dove lei
nel sogno
abitava
a spazzare via
il sogno d’amore calcolato
dell’altra
che di sublimità
non aveva niente
e neppure la grazia e la voce
e la bellezza
e l’incanto di lei
che sfiorare anche solo con allusioni
il suo ricordo
il suo sogno
è sfregiare l’anima
e la sua origine
là dove lei appare
come un angelo
sterminatore
di oscurità e abissi
solo per farmi rinascere in una luce
che si confonde tra paesaggi
e suggestioni di altre ragazze
la nuova shqiptare
Katia nel sogno
gli abissi che diventavano luce
e paesaggi
il nero e il bianco
l’oscurità e la luce
la città e le montagne
i ricordi e i sogni
le ispirazioni
i pensieri e le idee inabissate
nell’oscurità
il coro
la luce azzurra e bianca
come i suoi occhi
il suo vestire
Katia
lei
un sogno
all’origine dell’anima
e l’oscurità e la luce
la nuova shqiptare
i paesaggi dell’anima
la sua origine
e così
all’infinito
all’infinito
tra sogno e veglia
tra sogni e realtà
tra desideri e ricordi
tra abissi e vette
tra paesaggi e volti di ragazze
e la bellezza
e le suggestioni
e penitenza e ascensioni
all’origine dell’anima
lei
Katia
immagine dell’eternità
e il collocarmi ancora nel tempo
la nuova shqiptare
oltre le due sorelle romene
immagini
di oscurità ortodosse monastiche
dalle quali emerge solo lei
Katia
nel sogno
a dare immagine e forma
a questo sentire
sconvolto
da digiuni perenni
sconvolgimenti simbolici
puntelli del tempo
che non si sa più se cessa di esistere
o se ricominci
un nuovo inizio
quell’inizio
dove c’è sempre lei
Katia
per spazzare via
lo sviamento senza fine
dell’anno scorso
tra Ana
Leida
e Marina
e Manuela
quel ricordo infinito
all’origine dell’anima
Katia
che prende forma un nuovo tempo
colorato di azzurro
e bianco
come i suoi occhi
nel sogno
e il paesaggio balcanico
rivive in me
come un paradiso ritrovato
dove infinite lingue si parlano
anche quelle rimosse
dall’anima
dove si innestavano le voci
dei parenti antichi
e il mio esistere
fatto di lingue diverse
coesistenza nell’anima
della molteplicità
e dell’ultima e prima e infinita
ispirazione
dove lei appare sempre nel sogno
a ridestare gli equilibri
tra luci e tenebre
la nuova shqiptare
immagine delle notti
e lei
dell’origine dell’anima
e quell’oscurità
nella quale mi immergevo
sa ora di luce
di paesaggi di montagne
celesti
e del sogno di lei
Katia
tra oscurità, luci e sogni
tra il nero e il bianco
tra il cristallino e l’azzurro
l’anima si colora
la nuova shqiptare
Katia
i paesaggi balcanici
il sogno di lei
le montagne e i laghi
l’azzurro e la luce dell’anima

Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

All’origine dell’anima…

Nel sogno, ancora lei, dal profondo dell’anima, il sogno di lei, azzurro come i suoi occhi, Katia, che mi vedevo a riguardare i contatti del cellulare e ritrovavo lei, riapparsa sulle applicazioni virtuali, la voglia di rivederla, non so quando, riguardare le sue foto, di pura bellezza, la sua grazia tutta femminile, leggera, il suo corpo aggraziato e snello, il suo volto dall’ovale perfetto, i suoi capelli castani, non più lunghi delle spalle, la sua voce dalle tonalità alte, acute, la sua grazia, la sua bellezza, Katia… che la richiamavo, e le dicevo se ci potevamo vedere, dopo tanto tempo, lei che mi diceva di sì, che abitava a Como, non più a Milano, che aveva tanto lavoro, tanti clienti, una vita libera, e la immaginavo in quei di Como, tra le sue foto di Instagram e Facebook, e sognavo già di farla mia, di recuperare il sogno di una volta, il sogno di lei, sperduto nell’anima, il sogno erotico dell’inizio, la sublimità, il piacere, il desiderio, l’estasi… e nel sogno ero convinto di potermi svegliare e riprendere il cellulare e chiamarla, vedere le sue foto, aspettarla, venerdì, mi diceva, ci saremmo dovuti vedere venerdì, il tempo di recuperare il senno e le forze, la voglia di lei, il sogno di Katia, e il risveglio, accorgersi che quello era solo un sogno, e che Katia era sperduta nei miei ricordi, all’inizio, all’origine dell’anima…

Ed era solo un sogno, solo un sogno che aveva più significato e importanza della realtà, la vera origine dell’anima, l’unica idea che mi poteva salvare, lei, Katia, e quel suo dire: “Rossiya! Rossiya!”, dopo che ieri sera leggevo quel libro su storia e utopia e parlava della Russia, della sua missione messianica, della sua idea, l’idea russa che salverà il mondo, e la notte era fatta di quelle parole, dopo che uscivo solo per rendermi conto che la nuova shqiptare può aspettare, dopo che la confondevo con Laura Nexha ancora una volta, e ricordavo la prima e l’ultima volta con lei, piacere intenso, estasi senza fine, e come settimana scorsa mi davo alla sorella di Ana, solo per vivere un’apocalisse questa settimana, fatta di monachesimo ortodosso, di libri di Cioran, e di una penitenza da vesti nere… la sera ero stremato, dopo che tutto il giorno mi ero perso a rileggere poesie in francese, francese, quella lingua rimossa che ritornava, che ritornava l’altro giorno, quando, andando al Carrefour a fare la spesa e comprare una torta per la festa del papà vedevo quella sbrisolona, di Mantova, le origini di mio padre, di mia nonna defunta, e ricordavo tutte le volte che sentivo parlare dialetto mantovano, e la lingua francese si innestava in me, che non sapevo se stavo più ascoltando il dialetto, cercando di capirlo, o se i pensieri, non so per quale motivo, si trasformavano in lingua francese, la lingua francese, il rimosso, le refoulé, che ritornava, e tutta la poesia del mondo, al di là dei poemetti di Pushkin dell’altro giorno, di quelle visioni di monti e paesaggi balcanici che non so più se mi riportavano alla nuova shqiptare o all’oramai andata Leida, o a quel viaggio in Albania dopo la morte di mia nonna, con le foto dei miei genitori in Grecia, e quel paesaggio mediterraneo albanese e greco che sapeva di paradiso, dopo il mondo dei morti… e quel paesaggio ancora mi invade l’anima, e i pensieri oscuri ieri sera diventavano evanescenza, mentre ascoltavo horul bisericii ortodoxe, e senza il battere della batteria di canzoni pop, solo quel canto celestiale e abissale allo stesso tempo dava quella quiete oscura nella quale mi immergevo, in un fare d’ascetismo ortodosso, osservando l’oscurità, lasciando perdere quel bicchiere di vino rosso, quella sigaretta Chesterfield, il cui pacchetto albanese, pirja e duhanit vret, ancora mi rimanda a ricordi antichi, ai paesaggi balcanici, alla nuova shqiptare, a Leida, a Rudina, e infine anche a Katia, lei e la sua borsetta con l’aquila albanese, lei e il suo dire: “Anche noi abbiamo quest’aquila, Rossiya! Rossiya!”… e il viaggio dell’anima, all’origine dell’anima, era compiuto solo nel sogno, dopo che tutta la notte dormivo ancora vestito, di nero, lasciandomi trasportare dalle evanescenze e dagli abissi dell’anima, che si perdevano nell’oscurità, e nel canto monacale, come ad espiare le ultime volte con Ana e Alesia, elevate a viaggio dell’anima, ragazze che non volevo più vedere, per un po’, ricordando le parole romene scritte in inglese, italiano, francese, di Cioran, mia guida in questo nuovo mondo sconvolto da nuovi capi politici, da una dieta a base di soli due caffè, e non tre o quattro, l’abbandono del Valium e dell’alcol, la quiete da esami del sangue andati bene, che non temo più di dover fare chissà quale dieta esagerata, dopo i ricordi della Romania che si confondeva con le parole ottuse di Eugenia e la sua bellezza ammaliante, che porta fuori strada, dopo quei ricordi e quel viaggio nell’abisso dove ritrovo Cioran, da leggere e rileggere, come a farmi da guida in questa oscurità nella quale mi immergo, in questa penitenza da vesti nere che porto, in questo mio continuo evocare un monachesimo ortodosso che va al di là delle feste di Pasqua, il primo aprile, l’otto aprile, il ventuno marzo, equinozio di primavera, queste feste religiose che ormai significano poco, perché il tempo è caduto, se non fosse che a data indefinita mi dico di fare penitenza, e di continuare a osservare l’oscurità, e a immergermi nelle mie vesti nere, non so fino a quando…

C’è solo una luce, una luce ancora, il paesaggio balcanico e la nuova shqiptare, Laura Nexha dell’anima, il suo canto, l’aquila albanese, il ricordo e il sogno di lei, di Katia, all’origine dell’anima, che spazza via tutte le altre ragazze russe, tutte, che non mi va neppure di nominarle, visto che rimane solo lei, solo Katia, all’origine dell’anima, e il paesaggio balcanico si disperde tra quell’aquila, un’invocazione alla Russia, il sogno e il ricordo di Katia oltre il tempo, che mi chiedo dove sia ora, e mi vengono in mente altri sogni di lei, in qualche appartamento affittato, mentre esce da casa, e vive libera, la sua vita, che mi accorgo che sono passati dieci anni da lei, eppure è come se lei fosse l’immagine dell’eternità, l’immagine della gioventù, l’immagine di sempre, all’origine dell’anima, che sognarla a Como era più forte di quel giro fatto là sul lago l’anno scorso con l’altra, che non dice niente, che due ragazze russe incrociate a caso l’altra settimana a Milano erano più forti, con la loro bellezza e sublimità, di qualsiasi stupida storia d’amore programmata, perché la sublimità non c’era, c’era solo in loro due, c’è solo in lei, in Katia, all’origine dell’anima, di tutti i sogni dove lei compariva, anche quando faceva da guida in qualche nuova fabbrica russa, la sua bellezza, il suo sogno, all’origine dell’anima, che all’oscurità nella quale mi immergevo ieri notte prende posto una luce azzurra e bianca, come i suoi occhi, il suo vestire, i suoi jeans, la luce di lei nell’anima, oltre anche l’oscurità della notte e della nuova shqiptare, oltre i paesaggi balcanici, oltre ogni ricordo, la sublimità, la luce, l’origine dell’anima, Katia, la Russia, ispirazione infinita…

E sono così combattuto tra l’oscurità e la luce dell’anima, tra l’origine dell’anima dove lei compare, tra queste vesti nere e il rosso e il bianco e l’azzurro che lei evoca, e mi sento ancora di dovermi immergere in questo sogno, in questa origine, sempre alla ricerca di lei, dimenticando parole e pensieri e idee, lasciandole svanire, e non si capisce più se la luce sia paradiso o ricordo d’origine, di un inizio perduto che cerco ogni volta di ritrovare, dove lei compare sempre, in sogno, a spazzare via ogni pensiero e idea di periferia dell’anima, che tutto si inabissa nell’oscurità, solo per risorgere nella luce, all’origine dell’anima, Katia…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E nel silenzio mi immergo, e nell’oscurità, là dove non c’è niente, là dove non c’è nessuno…

Canzoni stupide, vino rosso, pensieri da monastero, ispirazioni rasputiniane, niente di tutto questo stasera, forse solo il nero della stanza, l’oscurità, nessuna luce, neanche quella del monitor del pc, dello schermo del cellulare, del tablet, niente di tutto questo, i pensieri che vanno a Manuela, che oggi neanche mi accorgevo era all’altra cassa di là, dove andavo io, dove c’era Lieta, lei che le parlava, le diceva qualcosa, forse del lavoro, non mi andava neanche di sentire, chiudevo il senso dell’udito, e mi muovevo come vero automa che fa la spesa, spostando il carrello, mettendo la roba sul rullo, concentrandomi per non dire niente, non pensare a niente, far finta di niente… un inconveniente alla cassa, con Lieta che mi batteva anche una rivista di gossip femminile, “Ha battuto anche questo?”, “Era la tua spesa!”, “No!”, “Allora devi fare il reso!”, il silenzio, pausa, prendevo la rivista in mano, la alzavo come si alzerebbe un profilattico usato e la mostravo alla signora dietro di me, neanche troppo attempata, non mi andava neanche di parlare, di chiederle se mi pagava quella rivista che Lieta aveva battuto, e la signora capiva da sé, “Lo pago io!”, diceva, “Ecco, facciamo così, che facciamo prima…”, e con lo sguardo mi concentravo per non andare al di là della cassa e guardare Manuela, onde evitare visioni di tutte le ultime ragazze, di tutti gli ultimi ricordi, dell’anno passato, di Leida, Marina, Ana e sua sorella, e la nuova shqiptare, e la romena senza nome, non volevo più rivedere la schiera di ragazze e donne davanti a me, non volevo ripassare l’ultimo anno ancora in un millesimo di secondo, che poi c’era caos stamattina al supermercato, una fiumana di gente, sabato mattina, tutti a fare la spesa, e non mi andava né di interrompere Lieta, né di interrompere Manuela, che continuavano a fare clienti uno dopo l’altro, senza sosta, e l’umore nero, il mio, non aveva voglia di parole, dopo che ieri sera mi leggevo qualcosa di Cioran, o meglio, rileggevo, come stamattina, e l’unica visione che avevo stamattina era quella di finire di fare la spesa, tornarmene a casa, riposare, e poi magari il pomeriggio andare a recuperare qualche libro di Cioran non so dove, in biblioteca, o comprarlo alla Feltrinelli, “La caduta nel tempo”, non so perché quel titolo mi ispirava, dopo che la mattina finivo di rileggere “Lacrime e santi”, e non avevo voglia di niente, di nessuno, avevo voglia solo del silenzio, di quel silenzio e di quell’oscurità riscoperte nel nero della notte, della stanza disadorna, di due bicchieri di vino, di nessuna musica, e di niente di niente, forse solo l’immaginario di icone ortodosse, o la figura di Rasputin, o le mie avventure, la mia ipocrisia fatta di preghiere e di puttane, e non avevo voglia di niente… non mi salvava neanche la camminata mattutina con Larisa che incrociavo mentre lei andava al lavoro, lei che mi parlava di permessi di soggiorno, immigrati e sanatorie, orari di lavoro, e case popolari, e non mi ricordo più… stufo anche del bar, di Paolo e Valeria e Bruna, e l’altra sera di Miryam, con quel suo fare volgare e quell’accento calabrese che non riesco a sopportare, stufo del sabato senza soldi, senza un piano della giornata, a parte scappare di casa, dedicarmi alle letture, nonostante la notte mi avesse dato un sogno destabilizzante con rabbini immaginari che mi spiegavano chissà che cosa, e non avevo voglia di niente… me ne tornavo a casa, cercando di dimenticare Manuela, che era già dimenticata, me ne tornavo a casa solo per pranzare e buttarmi sul letto, e dormire, e lasciar scorrere via i pensieri, l’immagine di quelle scene al Carrefour, che mi svegliavo che era tutto dimenticato, e vedevo solo sul tablet le biblioteche che avevano i libri di Cioran, e il pomeriggio partivo nel paese qua accanto, a ritirare quel libro, “La caduta nel tempo”, senza stare lì a noleggiare l’intera opera omnia di Cioran, ci sarà tempo per quello, e poi me ne andavo alla biblioteca del mio paese, dove appena entravo c’era la solita Michela che mi diceva che il riscaldamento non andava, che era tutto da rifare, e non si sa quando tornerà a posto, burocrazia e tempi vari, e che l’aula studio su di sopra era inagibile, a mia discrezione, se volevo provare il freddo, e me ne andavo su, “Vado su a sentire la Siberia”, e ridevano, le due bibliotecarie… macinavo le prime cinquanta pagine di Cioran, letture che avevo assimilato da una vita, me ne rendevo conto, altre parti che acquistavano senso grazie ad altre letture, altre parti che acquistavano senso grazie alle esperienze degli ultimi anni, che non mi ricordo più quando leggevo Cioran, in che periodo ero, e alcune nuove frasi mi rimanevano impresse, come quella di non si sa quale scrittore russo che aveva detto: “La sola idea di essere letti può far impazzire”… e me ne tornavo giù, per fumarmi una sigaretta, e per dire che in fondo non faceva così freddo, anche se in realtà stavo con il giubbotto nell’aula studio, e non mi ricordavo neanche più che la mattina c’era mio fratello, che aveva portato telecamere e cd di vecchi computer, con vecchi programmi, e non mi andava di parlargli, di dirgli qualcosa, di dire dei nipoti, l’umore nero mi assaliva, così come quando incrociavo Stas, non avevo voglia di parlare, di evocare la Romania dell’anima, non avevo voglia di niente, di nessuno, e mi dimenticavo e mi concentravo sulla lettura e me ne tornavo in aula studio a leggere di nuovo, altre cinquanta pagine da macinare, e il freddo si faceva sentire, ora, l’umidità, alle gambe, riparate da dei semplici jeans neri, e me ne tornavo giù, dopo queste prime cento pagine, solo per vedere di noleggiare qualche dvd, visto che la connessione internet in casa non va, e non mi posso divertire su OpenLoad… prendevo due dvd, “Cristo si è fermato a Eboli”, “Mystic river”, e al bancone ammettevo che faceva freddo, e le bibliotecarie ridevano ancora, dandomi ragione, “Non è che vi vogliamo mandare via, è che fa freddo, questa biblioteca non è stata mai molto calorosa, ma adesso non si riesce più a stare”, e me ne andavo salutando, contento della giornata, delle cassiere la mattina, delle bibliotecarie il pomeriggio, delle mie letture… me ne tornavo a casa solo per essere disturbato da mio padre e da quella sua mania del lavoro del pc, e me ne andavo giù in officina neanche mezz’ora, a cercare di capire quei programmi, capivo come doveva andare, installavo il programma e lasciavo lì tutto, rimandato a lunedì, a non si sa quando, salutavo mio padre, Marco, mi dispiacevo forse di non aver salutato mio fratello, che in effetti la mattina mi aveva detto che ci saremmo visti dopo, nel pomeriggio, dopo che sarei ritornato dal fare la spesa, e invece tornavo e lui non c’era, come non c’era più la voglia di rivedere nipoti e giocare, al di là dei consigli di Leida e del suo parlare di una volta, e delle visioni delle ultime sere, esaltate da un po’ di alcol… cenavo… e me ne uscivo per la mia camminata serale, solo per accendermi la musica sul cellulare e rividere nei ricordi Manuela, quel nostro scambio di sguardi chissà quando, l’estate scorsa, forse, non mi ricordo, l’amore che poteva essere, l’amore immaginario, quello dove proietti tutto quello che non c’è, dove continui a immaginare e immaginare, quando poi non c’è niente, quando poi ci sarebbe solo delusione, e la musica non mi mandava in estasi, neanche il pensiero di Manuela, e mi sentivo ancora apatico, sempre più apatico, anche quando tornavo in casa e non avevo voglia ancora di niente, di nessuno, né della musica, dell’alcol, dei libri, dei film, di niente e di nessuno, e neanche l’idea del voto di domani mi smuoveva, e neanche il dovermi ricordare di fare gli auguri a Marina, non so neanch’io perché, che tanto è solo una frase su uno schermo e niente di più, tanto per ricambiare gli auguri che lei mi aveva fatto a gennaio, e non c’era più niente, non c’era più nessuno, forse solo il vago ricordo e l’immaginario di Manuela, e niente di più, le mie teorie tra disturbo degli umori, della personalità, dell’identità, delle filosofie, i soliti pensieri che non ascolto neanche più ultimamente, che lascio andare senza ascoltarli, come si ascolta una canzone che non ti smuove, e mi sentivo sempre più apatico, là dove non c’era niente, là dove non c’era nessuno… e mi lasciavo immergere dall’oscurità della stanza, dal nero dell’anima, e non mi andava più niente di niente, solo di provare quel torpore che si prova quando vuoi dormire, e niente di più, di addormentarsi e dimenticare tutto, di chiudere la giornata, di chiudere la serata, là dove non c’è niente, là dove non c’è nessuno… e non pensare neanche a chi posso essere simpatico, a chi antipatico, a come posso sembrare agli altri, a chi sono e chi non sono, a come sono e come non sono, senza strane idee, senza misticismi, senza vette e abissi, senza proliferazioni di parole, e nel silenzio mi immergo, e nell’oscurità, là dove non c’è niente, là dove non c’è nessuno…