Category: Sogni

Un sogno moldavo…

E mi trovavo in un luogo sperduto, grigio, ai margini della periferia, con il cielo pieno di pioggia, tra appartamenti e casermoni che sembravano usciti da un film sovietico, nella città di Chisinau, e mi mettevo a camminare su delle lunghe scalinate, che salivano verso non so quale altezza, di fianco ad un palazzo, e la salita era difficoltosa, io, con il fiato corto, che cercavo di star dietro alle persone che salivano su quell’altura, e non sapevo più chi ci fosse a farmi compagnia, se Marina, Diana la moldava, o la prof ucraina di russo, Liana, e mi trovavo come a sorvolare quel palazzo, quelle scalinate, la scalinata interna di quel palazzo che ospitava diverse famiglie, e ad un certo punto, da quei balconi grigi compariva Pyotr Poroshenko, che arrivava in quel palazzo come salvatore, solo per atterrare su un largo balcone dove l’aspettavano un gruppo di mafiosi russi, pronti a fargliele vedere, a riempirlo di botte, e la visione terminava lì, con Pyotr Poroshenko che si sdraiava a terra e le decine di mafiosi russi lo cirondavano… la visione cambiava e continuavo il mio viaggio sulle rampe di quelle scale interne, e nel sogno la visione del volto di Diana la moldava mi guidava, io, alla ricerca di non so cosa, non so chi, e mi vedevo scendere quella scalinata di fianco al palazzo, solo per ritrovarmi su un lungo viale lastricato di grosse pietre, un altro viale che scendeva e poi risaliva, verso una scuola, e camminavo a lunghi passi verso quella scuola, su quella strada di pietre, e ad un certo punto vedevo comparire dalla scuola Liana, che camminava a lunghi passi decisi verso di me, e diceva: “Lo so anch’io…”, e non sapevo a cosa si riferisse, e mi passava di fianco, mentre mi sembrava di essere ora accanto a Diana la moldava, che mi voleva guidare in quel mondo grigio post-sovietico…

E mi svegliavo così, l’altra mattina, pronto ad affrontare una nuova giornata di lavoro, visto che ormai tutt’altro non c’è, tutte le altre cose sono barrate, lasciate nel dimenticatoio del tempo libero, e non c’è più da inventarsi niente, cosa fare, cosa non fare, non più scervellarsi per far valere quella laurea, lasciarla libera così, per leggere e al massimo per scrivere, il giorno che sarà, qualche racconto, mentre il sogno di emigrare in Inghilterra si scontra sempre con la sorte di cameriere o facchino che mi toccherebbe, e tutte le altre cose sono barrate, lasciate libere di scorrere solo nel tempo libero, tra una lettura e l’altra, senza scervellarsi più sul cosa fare…

E mi torna in mente Leida, in questi momenti, l’ultima volta che potrebbe essere stata davvero l’ultima volta, dopo tre anni, una sorta di liberazione, con il suo sguardo e il suo volto e la sua immagine mentre le davo quei suoi due pacchetti di Marlboro Touch, che la storia può anche finire, e si può essere liberi di concentrarsi sul lavoro, investire veramente in questo, e non disperdersi più…

E così comincia la mattinata, che vorrebbe essere fatta di racconti di fantascienza o di orrore, di notizie d’altrove, o di non so cosa, nel più puro piacere del tempo libero, e ancora una volta devo dare torto a Barre, che qui non ha niente da perdere, io sì, e le sue idee giovanili di scappare non stanno né in cielo né in terra, e ora come ora solo il pensiero del lavoro e dei soldi mi fa stare in riga, divide il tempo del dovere da quello del piacere, in una visione semplificata della giornata e dell’esistenza, dove almeno c’è la sicurezza del lavoro, e la sicurezza del tempo libero da investire come meglio credo, e il tempo libero è sempre meglio che sia scarso, per non perdermi troppo in letture e visioni che mi fanno andare a pescare i pensieri e i ragionamenti più strani del mondo…

Non so se questa domenica e questo sabato uscirò con gli amici cinesi, o con quelli italiani, per ora non ne ho voglia, non vorrei farmi portare via da discorsi altrui, dopo l’equilibrio che finalmente ho trovato, e non mi va di disperdermi ancora, e così comincia forse la mattinata, la giornata, pieno di voglia di sfruttare quel poco tempo libero che ho, senza sognare più mondi e lavori utopici, le lettere sono ancora mie compagne, a tempo perso, e neanche l’accettazione di amicizia su LinkedIN della relatrice giovane e bionda di russo riescono a distogliermi da questo nuovo equilibrio, va bene così, con il lavoro, con il tempo libero, e la giornata può anche iniziare…

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E tutto mi sembra un miraggio… 

Caos sonnolento in testa, sognare di un incontro tra i grandi capi del mondo, là dove c’era Putin e il Sultano d’Arabia Saudita, io e un’altra decina di ragazzi e ragazze che sentivamo le sure del Corano, e poi ci dicevano di pregare, a noi occidentali, e io che cadevo come in uno stato di trance, e pregavo, con le lacrime agli occhi, come diceva quella sura, che quando si ascolta il Corano si piange e si cade supini a terra, io che mi risvegliavo dalla preghiera, e ci dovevano premiare, a noi occidentali per aver pregato, e andavamo a ricevere una specie di certificato dalle mani di Putin, che se ne stava seduto sulla sua scrivania, insieme ad un’altra decina di capi di governo, e quando mi avvicinavo a lui mi chiedeva: “Как молиться? Умееть молиться это лучше…”, e me ne andavo, assorto nei miei pensieri, dopo che ricevevo il diploma, neanche fosse una cerimonia di laurea, o una qualche premiazione per un certificato in lingua russa…

E mi svegliavo, con il mal di testa, i pensieri confusi, senza sapere cosa fare questa mattina, dopo che il consiglio del dottore di “andare in Russia” mi ha gettato nel caos, dopo che mio padre ha detto che non potrei neanche lavorare da loro, per via di questioni burocratiche, e avevo tutta la mattina e la giornata libera, come tutta questa settimana, del resto, e non sapevo che fare, se ascoltare Putin o seguire lo sguardo del Sultano, che ci diceva di pregare, che sarebbe servito, mentre Putin sembrava sottointendere che è meglio lasciare perdere, non sapere più a che santo rivolgersi, a quale religione più o meno apocalittica, e prendere i soldi e andare al bar, per bersi un caffè, per comprare le sigarette, come ogni mattina, là al bancone Miryam, che parlava con altri clienti, che salutava, ma io ero troppo perso in me per dirle di come in università certi amici cercavano di imparare l’arabo, ma non trovavano mai persone che parlassero l’arabo che loro studiavano in università, lasciavo perdere questo discorso, ero troppo assonnato… e anche il caffè non bastava, anche tornare a casa e cercare di immergersi nella preghiera, per trovare risposta a cosa poter fare quest’oggi, tradurre articoli dal russo, continuare ad aspettare il sabato e la domenica di settimana prossima, per andare all’associazione culturale russa italiana, per sentire i loro discorsi, per capire se iscrivermi o no a qualche corso, per capire o no se propormi come un volontario, o lì, o al centro russo, e ricordarsi di come la voce di Miryam quasi cantava a dire: “Lei è là?”, Leila, come la notte, come il sogno della notte, dove rivedevo Leida, così come la rivedevo ieri sera, senza fermarmi, la sua bellezza sfiorita, e i sogni di Alina in un qualche luogo medievale, come un castello sotterraneo, un castello di vampiri, e il sogno della notte che mi portava via, come infinita poesia… e svegliarsi così, con le idee tutte confuse, che ancora adesso non capisco cosa devo fare, far finta di aiutare mio padre e Marco, no, non posso, andare al centro diurno, tradurre articoli, continuare a leggere Pelevin, Follett, guardare le notizie russe, darsi ad altre letture, continuare con quel progetto di traduzione di articoli, cercare il coraggio e la fiducia di propormi come volontario all’associazione culturale, la fiducia che non ho… “Dovrebbe spostare la fiducia dal mondo esterno al mondo interno…”, quale fiducia? In me stesso? Sono solo un ex studente di russo e inglese, niente di più, senza grande conoscenza, che non può aiutare in niente, che non ha voglia di servire e di proporsi in niente, e anche leggere e tradurre in russo mi sembra tempo perso, a che pro? Con la prospettiva di fantasmi? Non aver voglia di lavorare, di leggere, tradurre, studiare, essere sempre più immerso nei propri fantasmi, nelle proprie idee e parole, che girano in testa come l’infinito dei pensieri e delle immagini, senza alcun senso… non riuscire più a trovare l’ispirazione, non riuscire più a trovare un qualcosa di preciso, un obiettivo, e quasi arrendersi alla propria follia, al proprio non senso, e andare al centro diurno per stare vicino ai miei simili: i malati di mente…

Non riesco a svegliarmi, ecco il tutto, non riuscire a capire cosa posso fare, le educatrici che non vogliono più parlare con me, catena di rifiuti, non avere più nessuno con cui parlare, per orientarmi, il rifiuto di mio padre di farmi lavorare, il rifiuto delle educatrici di chiarirmi la via, il rifiuto che sarà di qualsiasi centro culturale di prendermi come volontario, la sorte di fare ancora lo studente ab aeterno, solo leggere e studiare, niente di più, nessuno sbocco lavorativo, nessuna prospettiva, la voglia di quelle ragazze che non c’è più, e la confusione in testa, la scia di fantasmi e parole senza senso, il sonno della ragione, i film di Alien che mi sembrano una metamorfosi kafkiana di me stesso, io contagiato da qualche mostro senza riuscire a trovare via d’uscita, il non senso…

Situazione difficile, difficile capire cosa fare e cosa voler fare, cosa poter fare, come organizzare la giornata, tutto lasciato al caso dei miei pensieri, del caos in me, dei miei sogni, di dove va lo spirito, senza meta, che vaga nell’infinito dei pensieri, da perdersi e da perdere la testa, altro che andare in Russia, rivedere i sogni e il viaggio della mente di quei mesi depressivi nei mesi della laurea, superare quei fantasmi, non superare ancora il ricordo di Katia, Alina e Marina, anche se non hanno senso, in me, queste ragazze, cercare di capire il telegiornale russo, non essere più motivato, neanche a parlare, neanche a leggere libri e notizie, non c’è più niente che mi piace, che mi ispiri, non saper dove sbattere la testa e trovare nella lingua tedesca un barlume di Anti-Russia per non cader preda dei miei fantasmi impazziti, cercare di risvegliare la razionalità, là dove non c’è più razionalità, ma solo caos e pensieri e fantasmi infiniti…

Cosa fare? Cosa poter fare? Dove sbattere la testa? Come non impazzire? Come svegliarsi una buona volta per tutte? La lingua russa che assonna la mente, gorgoglio di voci e parole senza senso, altro che andare in Russia e proporsi come volontario, non me la sento, non mi va, sarà già tanto se andrò a quell’open day, per cercare di capire, di orientarmi, là dove l’orientamento non c’è più, i curriculum mandati che non trovano risposta, i lavori possibili come cameriere, receptionist, porter, lavapiatti, qui e altrove, che non mi interessano, le aspirazioni culturali che non mi allettano più, il sonno della ragione, la perdita di se stessi, che dormire per sempre mi sembrerebbe la soluzione più giusta, là dove la razionalità e la chiarezza non ci sono più, cosa fare di quest’oggi, di questa vita, di questa laurea, di questi studi? Nessuno che mi aiuta, nessuno che può indirizzarmi veramente verso qualcosa, e non struggersi neanche più, non tormentarsi, ma gettare la spugna e lasciare tutto al caso, a quell’incontro all’open day, o al centro di lingua russa, miraggi, miraggi, miraggi… nessuno ha bisogno di me, non valgo niente, sono solo un ex studente, come tanti, niente di più, neanche troppo bravo e neanche troppo invogliato a parlare in lingua, non le ho mai parlate, in effetti, e non mi va di parlarle, altro che cultura, non so niente, basta aprire il quotidiano della domenica per capire che la mia conoscenza è una goccia nel mare, sentirsi rimpicciolito, una nullità, niente, nessuno, senza arte né parte, senza interessi, senza prospettive, senza ambizioni, il dottore mi diceva che non è vero che la gente soffoca le tue passioni, eppure le sento soffocare, e tutto mi sembra un miraggio… 

Le ragazze nel sogno…

Ancora in sogno, lei, Katia, che mi aspettava come ai margini di una via, mentre stavo con lei a parlare, a parlare di noi, dopo tanto tempo, e le dicevo che mi sarebbe piaciuto rivederci, il giorno dopo, diceva lei, no, le dicevo, devo vedermi con un’altra, e quell’altra era Elena, che non vedevo da tanto tempo, e allora lei, per gelosia, lasciava al tempo decidere, un tempo indefinito, fatto di migliaia di altri giorni, e nel sogno sentivo di perderla, di perdere lei, che nel sogno ora si confondeva con Marina, perdere una ragazza con cui stare assieme e parlare, e in quella via, dove dormivo all’addiaccio, compariva una schiera di altre ragazze, altre ragazze russe, come quella Svetlana K. dell’università, e altre ancora, e mi trovavo in uno strano luogo, di notte, come sulla cima di un monte dell’India, a rimirare il cielo stellato con altre persone, un gruppo di giovani, forse una specie di raduno per giovani universitari, un viaggio alla ricerca di sé stessi, e nel sogno il cielo stellato era pieno di costellazioni, visibili ad occhio nudo, distinguibili, come neanche nel più preciso osservatorio astronomico e commentavo: “Non è possibile che si vedano così bene tutte le costellazioni!”, e qualcun’altra mi rispondeva, che era normale lì vedere tutte quelle stelle, e poi mi trovavo in mezzo ad un gruppo di giovani, tutti seduti a gambe incrociate, su delle stoffe, e mi trovavo davanti ad una persona con una macchina fotografica, e mi avvicinavo a quella ragazza dell’Est, forse polacca, forse ucraina, e ci stringevamo assieme nella foto, come due affezionati l’uno all’altra, e sorridevamo con tranquillità davanti a quell’obiettivo, e suggellavamo la nostra amicizia, e poi il sogno cambiava ancora scenario, mi trovavo in un altro luogo, forse all’Havana, forse in qualche isola sperduta, e avevo una collezione di pacchetti di sigarette da contrabbando, e appariva Leo, l’amico cinese di una volta, che mi chiedeva qualche pacchetto di sigarette da vendere a dei suoi amici cinesi più grandi, e cominciavo a frugare tra quei pacchetti da collezione, con le scritte che il fumo fa male in diverse lingue sconosciute, e non riuscivamo a deciderci sulla marca di sigarette, ora mancava quella, ora quell’altra, o erano troppo leggere, e non andavano bene, e alla fine l’affare non si concludeva, e rialzavo lo sguardo da quella collezione di pacchetti di sigarette, e nella lontananza vedevo Katia, o forse Marina, che mi guardavano, come ad aspettarsi qualcosa da me, una frase, un complimento, delle parole, e invece lei stava lontana, intenta a guardarmi, con un’aria di chi se ne vuole andare via, pronta a prendere la sua strada verso non so dove, la sua unica strada verso se stessa, e in quell’attimo capivo che il tempo era passato, era passato anche il momento di rivedermi con Elena, che forse rivedevo in quel villaggio sulle montagne in India, dopo dieci anni e di più, di cose da dirci, e volevo dire a Marina o a Katia che si trattava tutto di un errore, che ero confuso, che non volevo farle del male, perché l’avevo tradita con il mio passato, e non sapevo più se sentirmi libero o se sentirmi in colpa, conscio o meno di aver perso una ragazza che forse non ritroverò più, come ai tempi avevo perso Elena, e il sogno si disfaceva, si disperdeva, e nell’immagine di Katia, o forse di Marina, mi svegliavo…

Non riuscivo ancora a ricordare il sogno, ero travolto, come ogni mattina, da quel pensiero fisso sull’Albania, su Leida, e cercavo di scacciare quei pensieri, e riattuavo quel rituale di ogni mattina, caffè, sigaretta, bar, le solite parole alle bariste, i soliti pensieri ossessivi, la solita doratura dell’anima impazzita, e non ricordavo più il sogno fino a quando non mettevo l’anima in pace e ricordavo tutto, senza sapere perché quel sogno fosse nato in me, da quali anfratti della memoria ricomparivano Elena, Katia e Marina, e non c’era motivo, non c’era spiegazione, sapevo solo che dovevo mettermi l’anima in pace e cercare di dimenticare Leida, e di dimenticare anche Marta, e tutte le altre, e fare come diceva Leida, non elevare le ragazze a unico mio obiettivo, ad unica mia ragione di vita, a unico mio confronto con il mondo esterno, e liberavo l’anima da idee ossessive, e mi tranquillizzavo cosciente che in questi due o tre giorni potrò ancora riposare, senza chiudermi in me stesso, senza elevare le ragazze a sommo bene, e liberare la mia anima da troppe idee ossessive…

E non permettiamo ai demoni di uscire all’aperto…

Mezzo coma farmacologico, il sonno, la spossatezza, i libri che basta non ce la faccio più a leggere, le canzoni che sono come un verme nelle orecchie, le persone a cui aprirsi che aprono solo demoni in me, lasciatemi nel mio cantuccio che a lungo ho cercato, liberarsi dai libri e riprendere a lavorare, lasciando troppi pensieri dissolversi in quella stanza, fumare forse troppo ma chi se ne frega arriverà il tempo dove fumerò di meno, quella compagna di una volta che anche lei diceva di aver dimenticato il russo, per fortuna, l’ucraina che passava per la via mentre camminavo, lei al telefono con la voce uguale a quella di Alina, un tatuato in macchina che mi chiedeva la via per il Carrefour, adolescenti che giocavano o forse si fumavano le canne alla snia, un’altra strada da fare per camminare come ogni sera, la strada che mi portava sempre alla stazione per andare in università, i bei ricordi al ritornare, non il solito giro di tre giri intorno al camposanto, ricordi troppo vecchi che basta meglio non pensarci più, quella lunga via per la stazione del treno e i ricordi e il sentire di quiete di quegli anni di università, riminiscenze, il paroliere impazzito in me dalla mattina che non c’era più niente alla fine di quel paroliere, neanche nelle canzoni del vicino adolescente, lui e la sua musica al computer, non troppo differentemente da me, felice a los cuadros, raeggeton, come Anna, che sognavo l’altra notte in Romania, mentre ero andato a trovarla, lei con il suo cellulare e le sue amiche giovani, in una specie di centro di cartomanzia o di magia nera, il suo sorriso, il suo volto di bellezza, il mio desiderio per lei, il sogno, altro che la gelosia di Leida, che mi accorgevo mi dava gli stessi consigli di Maria Teresa, apriti con gli altri, parla, divertiti, non essere monotono, non essere negativo, non dire sempre le stesse cose, robe da farmi venire i complessi di dover parlare con tutti e con tutte, di liberare tutta la mia anima impazzita, mentre a volte è meglio che ci sia un qualche contenitore, un qualche tappo dell’anima, per non sforare, come stamattina stavo sforando solo per poi finire da solo quasi in coma farmacologico, buttarmi giù sul letto, per dormire, per non pensare più a niente, altro che leggere e leggere, ho già letto troppo in queste vacanze, ed esagerare con la lettura e le lingue fa sempre un po’ male esagerare, per fortuna che c’era il lavoro, aspettare ancora qualche decina di giorni prima di dire qualcosa alla visita, non prepararsi più neanche che cosa dire, pensare solo a rilassarsi e a non stressarsi, non obbligarsi a fare cose che non ho voglia di fare, ora come ora inseguo solo la quiete, che ora non so che farmene di quel romanzo di Ken Follett, di quella musica e quell’altra, del silenzio, di chissà che cosa, delle parole di Leida, di risentire Maria Teresa che era uno sbaglio, nato dalle parole di Leida dell’altra sera, che poi va bene così, ho una vita sessuale abbastanza attiva, non faccio la fame, sul lavoro, a parte qualche screzio, mi trovo bene, sono rilassato, coltivo i miei interessi, cosa voglio di più? Cosa chiedo? Non lamentiamoci troppo, si vorrebbe sempre di più, ma non si può avere tutto dalla vita, accontentiamoci così, e non mi va di stressarmi, come alcuni vorrebbero, alla ricerca del lavoro della vita, anche le notizie dopo un po’ girano troppo su stesse, come la musica, come le lingue, vermi e demoni nelle orecchie, sempre i soliti giri, che ora mi stenderei solo con la solita musica, o non penserei più a niente, mi rilasserei e basta, dormirei e basta, senza obbligarmi a stare sempre sveglio attento e attivo, d’altronde è l’ultima settimana di agosto, e se non mi riposo ora quando? E altro che andare in Albania a ottobre, cosa cerco? Cosa penso di trovare? Altro che sentire quei consigli di andare via, cosa penso di trovare in Albania a ottobre, forse solo incubi mafiosi come quelli di ieri notte, che alla fine si aprivano nel ricordo delle ragazze siciliane di università e non so neanch’io perché o alla voglia di rivedere Miryam la barista, che è ora in vacanza, e pezzi di parole in altre lingue, tutta fantasia, vermi e demoni che rodevano l’anima, altro che aprirsi, altro che, rimaniamo chiusi in noi stessi e non permettiamo ai demoni di uscire all’aperto…

In questo settembre che è come se fosse iniziato…

Andare a dormire stanco, stanco della televisione tedesca e di quel film tv che stavo guardando, stanco ma contento di cominciare a capire il tedesco, di cominciare a seguire le varie battute che gli attori e le attrici si scambiavano… e addormentarsi così, e sognare… sognare di essere in una specie di laboratorio in qualche città sperduta, che assomigliava a Silent Hill, solo che non era nebbia quella che mi circondava, ma il gelido vento di qualche posto polare, o siberiano, o un mondo distopico dove la temperatura della terra era scesa sotto livelli invivibili, e ci trovavamo lì, in quel laboratorio, io e altre persone a fare delle ricerche… e succedevano cose strane, alcuni colleghi che rimanevano là fuori oltre l’orario prestabilito, e cominciavano ad assiderarsi, e una specie di demone o mostro colpiva gli altri colleghi che, poco alla volta, si trovavano tutti morti, e solo qualcuno era salvato, in quel laboratorio siberiano… e mi svegliavo, svegliavo sdraiato sul letto, e avevo freddo, semplicemente freddo, e decidevo di mettermi le coperte, neanche fosse settembre inoltrato, dove il tempo comincia a diventare più fresco, e tornavo a dormire… e questa volta era un sogno strano, mi trovavo nella vietta dietro al Carrefour, in quella piccola zona industriale, e c’erano due pakistani che camminavano con i loro due figli, che giocavano a pallone, e tiravano la palla più in là, più lontano, verso quella via in discesa, e pensavo che il pallone sarebbe scivolato giù di lì, nella via, mentre invece anche l’altro ragazzino tirava un calcio all’altro pallone, e i due palloni seguivano il percorso della via, e scivolavano via verso l’altra traversa, e si salvavano dalla discesa… e mi trovavo con mio padre in un’officina, dove un negretto che lavorava aveva scoperto un nuovo metodo per usare quei macchinari strani, un macchinario che andava posizionato su un camper, per misurare i freni, o gli ammortizzatori, o non so che cosa, visto che era un attrezzo mai visto, inventato, presente solo nei sogni, che avvolgeva tutto quel camper, e il negretto spiegava agli altri lavoratori come far funzionare quello strumento, e io e mio padre eravamo grati a quell’operaio che aveva scoperto il nuovo metodo… alla fine del lavoro il negretto ci diceva qualcosa, e io e mio padre andavamo via e ci trovavamo per le vie di Tokyo, a cercare il piccolo albergo nel quale eravamo ospitati, e mia madre era ancora in giro, in una delle sue crisi deliranti di schizofrenia, e più di tanto non ci facevamo caso, io e mio padre, perché ormai eravamo abituati a quel suo star male, e lei dormiva in un’altra stanza dell’albergo, da sola, continuando a parlare da sola, mentre io e mio padre eravamo sistemati in una piccola stanza d’albergo, dove c’era spazio solo per cinque letti, e mio padre si stendeva sull’estrema sinistra, e io sul letto d’estrema destra, e potevamo dormire dopo la lunga ed estenuante giornata di lavoro… e mi svegliavo dal letto, e mio padre e mia madre erano scomparsi, c’erano dei miei amici giapponesi che mi dicevano che volevano fare qualcosa nell’albergo, stuprare una tipa, o picchiarla, per vendetta, come in una specie di yakuza per giovani, e anch’io mi dirigevo verso una stanza d’albergo, dove giacevano due ragazze, a dormire, una occidentale sul letto di destra, e Sissi, la cinesina, sul letto di sinistra, e sognavo di andare nel letto con lei, per svegliarla, per dirle qualcosa, forse solo per dormire affianco a lei, ma mi diceva qualcosa, che aveva il ragazzo, anche se non rifiutava il mio abbraccio… e poi gli amici giovani giapponesi, che ricordavano Satoshi e Yusuke mi chiamavano di fretta, c’era del lavoro da fare, e ci movimentavamo per le vie di Tokyo, alla ricerca di non so chi, di non so cosa, per compiere qualche azione criminale, tra bande, e mi perdevo nel fracasso della città, della metropoli, perso fra le mille persone, fra le mille pubblicità sui grattacieli, e mi disperdevo anche da Satoshi e Yusuke, mentre nel sogno era fissa quell’idea di aver bruciato i fumetti giapponesi di una volta, dove compariva solo la copertina di qualche manga anni ’80…

E mi svegliavo da questi strani sogni, mi svegliavo per scoprire che erano già le otto, c’erano cinquanta euro sul mio comodino, ed ero contento di avere la ricarica di quei soldi, il tempo di svegliarsi, di bere il nescafé, lasciar perdere raccoglimenti dell’anima, per andare subito al supermercato e al bar, a bere un caffè, a comprare le sigarette, e pensare al modo di salvare al meglio i soldi che mi sarebbero rimasti… e cominciavo a pensare in tedesco, in quell’andare via e venire, da un posto all’altro, e mi dicevo che era anche ora di impegnarsi seriamente sullo studio, nelle ore libere, di cercare di imparare davvero il tedesco, e di non spegnere troppo il cervello come negli scorsi giorni, anche quando dovrò lavorare… certo, forse ero un po’ teso e lo sono ancora, per via di riprendere a lavorare, per via che il tempo manca per imparare tutto quello che vorrei imparare, il tedesco, l’albanese, non dimenticare il russo, ma l’idea di guardare la televisione in lingua su internet mi salva ora dalle letture compulsive di articoli, e la televisione è un buon mezzo per distrarsi e imparare, e dovrò tenerne conto l’utilizzo o forse il consumo… e sono forse un po’ teso, di certo non rilassato, estasiato forse dalla lingua tedesca che ieri capivo, e mi perderei tutto il giorno nella televisione, nello studio, con tutta tranquillità, se solo non ci fosse da lavorare, da portare a casa i soldi, da staccare un attimo da questo studio ossessivo, che non so se mi dà l’energia per non spegnere il cervello o se è solo una strana mania… e devo calmarmi, rilassarmi, la televisione in lingua non scappa, così come anche gli articoli, e nessuno mi corre dietro, certo sarebbe bello fare tutto questo per soldi, altro che lavoro in mezzo a trogloditi ignoranti, ma al giorno d’oggi, come leggevo sul quotidiano ieri, il lavoro è un privilegio e non posso farmelo scappare… spero solo che questa settimana o settimana prossima quelli dell’Esselunga chiamino, per un altro colloquio, così magari di poter iniziare davvero a lavorare altrove, in maniera giusta, e liberarmi da questo tormento del lavoro di mio padre… intanto nei prossimi giorni riprenderò a cercare, parlerò con il dottore forse per capire quando sarà la prossima visita, e cosa sarebbe meglio che facessi per fare delle mie passioni linguistiche e culturali un qualche lavoro, oppure se continuare a coltivarle nel tempo libero, per non spegnere troppo il cervello, per staccare dal lavoro, e mi accorgo ancora che questo è davvero un periodo difficile, da quando è finita l’università, ed è davvero un tormento trovare un nuovo equilibrio tra vita privata, hobby e lavoro… devo soltanto non esaurirmi alla ricerca della ricetta definitiva, coltivare il tempo libero più spensieratamente, impegnarmi per imparare il tedesco, per godere di questa lingua così come dell’albanese, del russo, e non straziarmi troppo, non caricarmi di troppi pesi, ma neanche lasciarmi andare alla rilassatezza più estrema che si risolve sempre in visioni pseudospirituali che non portano da nessuna parte… e sì, settembre è come se fosse iniziato, riprendo con tutta l’energia del mondo, e ho tante cose da fare, in questo settembre che è come se fosse iniziato, dove non mi va più di scrivere romanzi, di scrivere poesie, non penso più alle migliaia di pagine scritte in questi dieci anni, si sono dissolte con la voglia di Alina, di Leida, con altri pensieri più importanti, e le ragazze che riempivano quelle pagine vivono ancora in me, non ho più voglia di scrivere, dopo aver letto quanto sia difficile sfondare, quanto molte persone siano nella stessa mia situazione, e usino instagram e altri social per pubblicizzarsi, il mondo è già strapieno di aspiranti scrittori e scrittrici, e uno in più o uno in meno non fa differenza… trovo la mia voglia di studiare, di capire il mondo, di filosofare, e i libri e i quotidiani e le notizie e la gente comune mi dà sempre lo spunto per capire di più il mondo dove vivo, e forse solo così, se avrò voglia, potrò scrivere davvero qualcosa, solo vivendo come fanno tanti altri… e ora posso anche cominciare a guardare un po’ di tv tedesca, perdermi nelle immagini, nelle parole, e conciliare lavoro e studi, di nuovo, un’altra volta, in questo settembre che è come se fosse iniziato…

Come in un sogno…

Essere sommerso dalla televisione tedesca, documentari su documentari, cercando di capire e di non capire, immagini su immagini di siti archeologici, documentari, la vita è troppo corta per imparare il tedesco, l’ispirazione della prof ucraina di russo, che parlava anche tedesco, la bellezza bionda, la bestia bionda, e nessun modo di capire quella lingua… la fantasia finale, di mondi di civiltà antiche, fantasia, la voglia di giocare di nuovo a Final Fantasy, forse regressione, il controller che non andava, lasciare lì quella playstation che ormai da anni non mi vedeva più giocare, ritornare a immergersi nella televisione, come mi avevano detto, guarda la televisione ogni tanto, e così facevo, stanco di leggere e di studiare, e fa niente se la lingua tedesca non la capivo, sognavo di fronte a quelle immagini di templi d’altrove, di antropologia mischiata ad archeologia e teologia, immagini d’altrove, una lingua che a sprazzi capivo, dopo che nel giorno mi ero immerso nelle notizie in albanese, altre immagini, altre lingue, come in quelle notizie russe, la Russia che una volta significava tutto, ora è solo un paese e una lingua come le altre, essere immerso da documentari tedeschi, nessuna voglia di leggere, nessuna voglia di fare la passeggiata serale, lasciarsi andare, distendersi, non vivere più la dieta in modo ottuso, concedersi un gelato, un po’ di pane, qualche cibo in più, una camminata in meno… andare a dormire con la coscienza di non avere i soldi per il giorno dopo, per le sigarette, fregarsene, sdraiarsi sul letto e non pensare più a niente, lasciare che le parole e le immagini si dissolvessero da sole, con l’eco di parole tedesche e di musica da documentari, l’identità unica e assoluta ricercata che si dissolveva, una sensazione da sogno, dove parole e immagini venivano e andavano a caso, senza connessione, la fine delle didascalie della psiche… nei sogni vedere il mondo dall’alto dei cieli, come da un elicottero, paesaggi di natura selvatica e di città sperdute, le vertigini dell’altezza suprema, con la paura di cadere da quel volo, da quella vista, e schiantarsi a terra sulle tante case della città, paesaggi abbandonati, enormi fabbriche abbandonate, un palazzo nobile, alla fine, enorme altissimo, come solo nei videogiochi fantasy potrebbe comparire, ritrovarsi la sopra, in un piano di quelli, come se fosse una fabbrica abbandonata, e sentire crollare su di me tutto quel palazzo, tutti quei piani, e le visioni di altri compagni, che erano con me in quel palazzo, il senso della fine, della morte, di venire schiacciato da quel palazzo che si sfracellava al suolo e crollava, e un vecchietto vestito di bianco, come il papa, che mi diceva di credere, che anche dopo la morte è possibile vivere… trovarsi in un ghetto americano, al risveglio, a fare il barbone, insieme ad un compagno delle medie, Simone L., essere lì in quel ghetto a chiedere l’elemosina, seduti su dei rifiuti, su degli stracci, l’ambiente grigio, il senso della pioggia, il senso di essere rinato dopo il crollo del palazzo nobiliare da final fantasy, stare lì e parlare, di sua moglie, di Simone L., la polizia che veniva a interrogarci, operazioni antiterrorismo in corso, dare informazioni sbagliate, sviare le indagini, loro, alla ricerca di chissà quale criminale, il senso di grigio, la pioggia, ritornare coi piedi per terra dopo il crollo del palazzo nobiliare, dopo la visione dall’alto della città, come in un sogno dove si può volare e dove si può visitare il mondo intero, tra le nuvole, nel cielo, volando… risvegliarsi così, stanco dei sogni, senza pensieri chiari in testa, immagini di divinità e pensieri di quiete della mente, di accordo della mente, che giravano in me, la coscienza di non aver soldi per le sigarette e il caffè la mattina, non capire neanche se era domenica o chissà quale giorno, la frustrazione di ricominciare domani a lavorare, in mezzo ai trogloditi, agli ottusi, perdendo le visioni… accovacciarsi solo per trovare il niente, e aspettare il padre che andasse a prelevare, mettersi lì ad ascoltare musica, Lyric Master, le uniche cantilene e canzoni che mi venivano in mente, una musica grigia, il ricordo di Leida, non pensare più a me, ma pensare a lei, cosa starà facendo adesso, cosa farà durante la giornata, sarà vero che smetterà di lavorare, chiedersi della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi desideri, dei suoi sogni, dopo l’ultimo discorso di lei, e incantarsi nella musica, nel canto, come un cantilena, come una ninna nanna e sognare solo lei, anche quando andavo alla fine al bar, il solito giro, sigarette e caffè, un caffè che non svegliava, la voglia solo di perdersi ancora in quelle canzoni, in quella musica, e pensare solo a lei, solo a Leida, e non più alla politica, agli studi, alle religioni, a me stesso, l’amore che vinceva ancora, il sogno di un amore, di qualcosa di più che le solite cose, il senso di star vivendo come in un sogno, dove le parole e le immagini scivolano via, senza connessione, libere, sono libero, mi dicevo, e pensavo a lei, e ricordavo ancora altre canzoni, Era Istrefi, Inna, il senso di averla tradita, Leida, il senso dell’amore libero, nell’attesa che il vero amore fermi una volta per tutte questo continuo vagare di sentimenti e sensazioni… come in un sogno… non sapere più se la ragazzina romena tornerà, se io tornerò da Leida, lasciare aperte le visioni, i desideri, essere disturbato da questa convivenza con i genitori, e sognare di luoghi dove scappare assieme con Leida, lontano, altrove, un altro mondo, un’altra vita, altri luoghi, altre parole, lei e le sue parole che conosco poco, il sogno di qualcosa di più mentre forse da lei non ci sarebbe da aspettarsi tanto, l’incanto della musica e del canto, un sogno ad occhi aperti, come in un sogno, dover forse ritornare con i piedi per terra, dopo i sogni della notte, dopo l’estasi musicale delle canzoni, ritornare ai bisogni di tutti i giorni, mangiare, lavorare, vivere, informarsi, le lingue che ormai non hanno più bisogno di essere parlate, i giornali che non hanno più bisogno di essere letti, i sogni di una volta e la falsa immaginazione di idee che contrasta solo con la visione della vita di lei, di Leida, che posso solo immaginare, e non avere, forse sarebbe solo un’esistenza buttata via, così, tra questi paesi di periferia, e come in un sogno ancora lei, come in un sogno…

L’immagine della coscienza, l’immagine dell’amore…

Risvegliare il puritano in me
quasi
all’alba
nel sogno
Eugenia
lei che giaceva addormentata
come in una fiaba
in una capanna
in un bosco
vestita di abiti semplici
dei lunghi e larghi pantaloni neri
quasi una gonna
una semplice camicetta
lei addormentata
con gli occhi chiusi
la sua bellezza virginale
all’aprire gli occhi
e a dire forse preghiere
frasi della Bibbia
il suo libro preferito
a dare consigli
il senso di colpa
quasi
per aver bevuto ieri notte
due bottiglie di birra
senza provare l’estasi alcolica
che una volta provavo
per Alina
tutta la passione era come esaurita
quasi
non c’era più quello slancio di una volta
non bevi più?
Meno male
diceva lei
Leida
che la gente ubriaca beve
e poi viene da me
non bevi più
meglio così
ma uno sgarro ogni tanto si può fare
solo per rendersi conto ancora di più
che quella legge divina
che cercavo
nelle religioni
forse non c’è
dipende da noi
da come ci parla la coscienza
per mettere delle nuove linee guida
nella nostra vita
non risveglio il puritano in me
allora
lascio la sensazione di misericordia
e perdono invadermi
conscio che ogni tanto
si può anche sbagliare
come quelle parole dentro di me
pieno d’odio stamattina
al bar
a vedere gente
bere alcol e caffè
giocare d’azzardo
mangiare brioche
darsi ai vizi
il bar
l’ambiente per eccellenza
dei vizi venali
che mi riprendevo
mi dicevo
niente zucchero nel caffè
meno sigarette
niente alcol al bar
senò poi sto male
non so che lavaggio del cervello
mi ha fatto Eugenia
però sento sempre i suoi consigli
in me
quando sbaglio adesso
e forse mi sveglio troppo intransigente
non più verso gli altri
ognuno è libero
ma verso di me
a me le mie regole per sentirmi bene
con la possibilità ogni tanto di sgarrare
non ci sono assoluti
mi dicevano
non ci sono assoluti
e quanto sarebbe bello
smettere di fumare
ma ogni volta
è sempre così
più tardi non fumo
aspetto un po’
smetterò domani
più tardi
in un altro periodo
e sono sempre lì
ad accendermi una sigaretta
svegliarsi così
con uno strano senso di aver sbagliato
i pensieri di ieri notte che neanche ricordavo più
tra quel po’ di birra bevuta
i soliti giri dell’anima
quelle emozioni così forti per Alina
che pensavo di ritrovare
bevendo
ma il tempo suo è passato
la passione si è spenta
l’unica passione che rimane
è quella che ogni tanto mi travolge
dalle lacrime
pensando alla sua sorte
ragazza madre prostituta
con una figlia
in Ucraina
e c’è ancora tutto l’amore del mondo
per lei
anche se lo sviamento così forte
come una volta
la tempesta di passione
è ora finita
e quanto sarebbe bello tornare a sentire
quella passione poetica
alcolica e musicale
di una volta
che mi faceva immaginare
di essere un nuovo
poeta maledetto
alla Edgar Allan Poe
ricco invece ero solo d’amore
e di estasi per Alina
quando tutto si sarebbe poi
dissolto
poco alla volta
nel corso di questi due anni
quasi lontano da lei
salvo rivederla ogni tanto
come quest’ultima settimana
l’amore che è per lei
e che era per lei
che non c’era modo di sostituirla
con Marina
con altre
e anche ieri
in quella chiesa
entravo solo
con le lacrime
al pensiero e al sentimento di Alina
dopo aver chiuso
con quella serie televisiva
sul papa giovane
dopo che mille pensieri politici
mi attraversavano
tra tutti quei libri
su leghisti
e anarchici
ed eresie libertarie
con il pensiero di ritrovare la lingua tedesca
nell’ispirazione
questa volta
depurata da fantasie erotiche morbose
per la prof ucraina di russo
così
me ne stavo in chiesa
in silenzio
e si mostrava tutta la mia povertà
la mia vita in questa stanza
quasi una cella monastica a volte
dove prendono forma le mie fantasie
i miei pensieri strani
dove mi perdo
nell’infinito di notizie e nozioni
su questo portale dei mondi
solo per trovare il nulla
e accorgermi che forse
non mi rimane quasi più nessuno con cui parlare
con cui discutere e condividere interessi
sono rimasto solo
con i miei pensieri
i miei interessi
le mie passioni
le mie ragazze da amare di sempre
che ritornano notte dopo notte
nei miei sogni
senza una logica
come questa mattina
mi svegliavo nel ricordo e nel sogno di Eugenia
la giusta coscienza
e non mi dirò che per una volta
posso anche sgarrare
sempre
perché è estate
e allora lasciamoci andare
a tutti i vizi e la passioni negative di questo mondo
no
lasciamo perdere
anche oggi
in mezzo agli altri
pranzo al ristorante con parenti e
nipotine
cercherò di essere morigerato e sobrio
di non lasciarmi andare
perché Eugenia mi guida ancora
e dopo Alina
mi dicevo
mi promettevo
basta alcol
così forse come dopo Leida
dopo questa storia
che non sta più in piedi
sarebbe anche ora di dire basta alle sigarette
e ad altri pensieri stupidi
al ritornare di intuizioni
che non sono intuizioni
ma pensieri a casaccio
che vorrebbero farsi storia
farsi significato
mentre è tutta solo
un’alchemia di pensieri che ogni tanto impazzisce
a casaccio
senza senso
e là dove pensavo di trovare la psicologia
c’era solo invece il delirio
e i mille modi diversi di delirare

oggi rivedrò parenti e nipotine
non ci sarà forse niente da dire
niente di cui parlare
forse mi stancherò anche di ascoltare
non ci sarà mio fratello e la sua famiglia
a fare da intrattenitore
e forse sarà noioso
difficile stare a tavola
e mi sembra già di star odiando questi momenti
quando già la mattina
mi svegliavo con l’odio per me stesso
per aver sgarrato un po’
di due birre
ieri notte
ma l’impurezza non viene
da ciò che assumiamo
ma da ciò
che facciamo uscire dallo spirito
e allora
basta odiare
ed essere intransigenti
misericordia
per una volta
si può anche sbagliare
alle prese con i rimorsi di coscienza
la giornata inizia così
non so come andrà avanti
vorrebbe iniziare
con qualche lettura
eresie o bibbia
notizie kosovare
albanesi
in albanese
così
per non spegnere il cervello
per fare qualcosa
là dove la voglia di musica
per ora non c’è
e di evasione
comincia così questa mattinata
dopo una nottata sbagliata
dopo il rendersi conto della solitudine
e di non poter quasi più fare discorsi
con nessuno
chissà se oggi ci sarà qualcosa da dire
qualcosa da sentire
in tutta pace
questa grigliata
non mi deve fregare
come l’ultima
alle prese con i fantasmi di Manuela
e di una Marina
dalle quali mi aspettavo
chissà che cosa
dalla paura della dieta
del cibo
dalle vaghe fantasie di conoscere
meglio il medio oriente
sogni di utopie religiose
fatte mondo
meglio non pensarci neanche
all’ultimo star male
dell’ultima grigliata
paura di chissà quali malattie
per la dieta
da allora
sono dimagrito un po’
e basta così
continuare così ancora
e tutto tornerà a posto
non so cosa dirò
lo spirito mi ispirerà
non c’è niente da prepararsi
non è un esame
dove ti impari la tua parte a memoria
e sono già stufo di pensare così tanto
a questa grigliata tra parenti
a queste linee guida
lasciamo perdere per un po’
anche questo post
che sarebbe meglio si autodistruggesse
post senza ispirazione
se non nel sogno lei
Eugenia
che mi guida ancora
e mi salva dai miei pensieri
fuori pista
Eugenia
l’immagine della coscienza
Alina
l’immagine dell’amore

 

Fantasia erotica…

Nel sogno, lei, che ritornava nei ricordi, il nasino di Leida che si confondeva con quello della prof Liana, ucraina bionda dei tempi dell’università, le sue parole sulla gerontofilia, la sua età, sui quaranta, giù di lì, ancora attraente, la musicalità della sua lingua russa, tutte le volte che mi si metteva davanti mentre io ero seduto sui banchi di università, perdermi nel guardare di fronte a me, non il suo volto, ma i suoi fianchi, sognare di vedere quella sua figa al di là dei pantaloni che portava, giocare con lei, anche quando mi chiedeva se avevo qualcuno con cui parlare sempre in russo, sì, le dicevo, c’era, era Alina, ucraina anche lei, e nel sogno lasciarsi andare alle fantasie, lei che mi si dava, come una visione pornografica dalla luce diafana, lei che si spogliava lasciando libero il suo di dietro, con quel buco con cui giocava con le sue dita, sognare di leccarle il culo, giocare con il suo corpo, un bacio di passione tra studente e professoressa, come non avveniva dai tempi della prof di filosofia alle superiori, un bacio di passione, l’Ucraina, la guerra con la Russia, lasciar perdere tutte queste considerazioni politiche, e lasciarmi travolgere dalla bellezza della sua voce, dal suo nasino, con il quale avrei giocato piazzando il mio cazzo sulla sua faccia, mentre lei leccava qua e là, ci giocava con le mani, accarezzando il mio membro, accarezzandomi le palle, e poi lei che mi serviva con le sue labbra, la sua bocca, con quelle sue guance che si deformavano mentre succhiava, giocare ancora con la fantasia di lei, di Liana, come molte volte giocavo con la fantasia di Leida, sognare di film dove lo studente e la professoressa si incontravano di sgamo, in qualche aula sperduta e dell’università, una di quelle aulette delle professoresse, come per ricevimento, io che la guardavo con desiderio mentre lei saliva e si metteva in una di quelle stanzette, lei, con le sue scarpette da ginnastica, come la prof di filosofia di una volta, lei che stava lì, in quell’aula e io in corridoio, nell’attesa di non so chi, non ricordo più, e sognare di entrare in quell’aula, chiudere la porta, e darmi a baci di passione con lei, a spogliarelli, a toccare quei suoi seni moderati, lei che mi accarazzeva l’uccello, dopo che lentamente mi sbottonava i pantaloni, per abbassarmeli e con il dolce movimento delle mani far uscire il mio membro dai boxer, per metterselo in bocca e cominciare a succhiare, lentamente, dolcemente, come per ripagarmi del voto più bello ricevuto, lei, avanti e indietro, con passione che mi succhiava il cazzo, il suo sguardo, i suoi occhi castani, la bestia bionda la chiamavo tempo fa, capelli biondi e occhi castani, la combinazione erotica che in me vince sempre, come Leida, come la prof di filosofia di una volta, quelle donne non più molto giovani, ma comunque attraenti, dalle belle forme, dalle belle curve, quei suoi fianchi che sempre desideravo, slacciarle i pantaloni, lanciarmi sulla sua figa e cominciare a leccare, giocare con le dita, con i suoi buchi, e lasciarsi andare alla lascivia, in una giornata di università che finisce, un intermezzo tra una lezione e l’altra, dimenticandosi della lingua russa, lei con quel suo strano accento e quella sua strana voce che parlano italiano, un po’ strano, lei che mi passava di fianco nel cortile dell’università, al telefono, lei dicendo: “Znayo”, “Lo so”, lo so che cosa? Che per un anno non avevo fatto altro che desiderarla? Sognando i suoi capelli biondi, spostando tutto l’amore per l’Ucraina che era per Alina su di lei, su quella prof bionda, che non potevo avere, ma che con la fantasia trovavo nel desiderio per Leida? Sì, c’era la bestia bionda, come la chiamavo, nei miei pensieri, era Liana, e tutto il desiderio sarebbe andato per Leida in quel tempo, in quell’anno, dove ormai Alina se ne era andata, per un po’… ritrovare tutta la fantasia erotica per lei, lei quando faceva quella lezione sulle parolacce russe, alcune, tra le tante, “il mio membro”, diceva che si traduceva in russo, e sognare lei e ricordare Alina in quelle sue parole, tutta la fantasia e il desiderio erotico, che già altre volte la evocavo in me, Liana, la prof biondina, altro che lanciarsi su Leida, quella lingua russa un po’ sporcata dall’accento ucraino suo, di Liana, il mio amore per Alina che si trascinava su di lei, ucraina, tutta la fantasia e l’erotismo, che si disperdeva nelle notti con Leida, altra biondina, altra dal corpicino delizioso, dalle giuste curve, non più ragazzina, ma donna ormai, trentenne, come quei due miei compleanni, trenta e trentuno, la notte con lei, con Leida, nel periodo che c’era anche Liana a fare lezioni, il desiderio erotico e la fantasia, Liana… che mi perdo ora in queste pagine di millenarismi anarchici, eresie medievali, e leggere sull’amore libero mi dà tutta questa fantasia erotica, questi ricordi, questa voglia e questo desiderio, senza nessun senso di colpa, ma lasciando libera la fantasia erotica di espandersi dentro di me, in questo periodo lontano dallo stress, libro che non riesco quasi più a leggere talmente vorrei rievocare Liana in me, continuare ad evocarla, a sognarla, a desiderarla, a lasciarmi andare alle fantasie più pornografiche, e la protagonista sempre lei, la biondina ucraina, Liana, che nei sogni si confondeva con Leida… e non mi fermo neanche più a pensare strani connessioni tra gerontofilia o perversioni, lasciamo libera la fantasia di andare, sapendo che appunto è solo fantasia che si trasforma in cattiva letteratura, fantasia erotica che si trasforma nel mio essere così tranquillo, in pace, rilassato, senza più dover cercare di stupire la prof con le mie risposte, Kant, Kantograd, cunt, la figa, la figa che mi si poneva davanti ogni volta a lezione, e io che andavo in fissa sui suoi fianchi, sulle curve del suo corpo, sognando, sognando, chi mi impediva e chi mi impedisce di sognare, tanto più che ora lei non c’è più nella mia vita, ora che lei ricomincerà a insegnare ad ottobre, e io non sono più suo studente, lei che diceva che era stanca dell’università, di insegnare, sempre in università, sempre in università, che sembrava la frase di una clip erotica, prima che lei prendesse tra le mani e in bocca “il mio membro”, che ora la fantasia mi infesta, mi fa eccitare, come mi faceva già eccitare allora questa prof, Liana, lei che diceva che avevo quasi trovato una traduzione quasi poetica, una volta, muku unyat’, alleviare la pena, porre fine al calvario, queste parole imparate una volta, dalle canzoni russe, ai tempi di Xhuliana, che musica russa ascolti? Mi diceva, Stas Pyekha, le dicevo, seksualnij kumir, diceva lei, e Valeria, la donna bionda più grande, le canzoni d’amore, le canzoni d’amore russe ai tempi di Alina, tutto l’alcol di una volta, tutta la passione, il desiderio, la voglia, la musica russa che si mischiava a quella albanese, a quella ucraina, ai tempi di Alina, il cambio con Leida, nel sogno di Liana, che forse avevo continuato a sognare per tutti gli anni di università, voglio arrivare in quinta di università perché alla fine ci sarà lei, la prof ucraina, la prof bionda, Liana, quando il desiderio si sarebbe spostato su di lei, su Leida, fino ad impazzire io quando ormai l’università non c’era più, e non c’era più neanche Liana, lei che le altre compagne le davano sempre della sballata, della fuori di testa, della stordita, quel giusto stordimento che la faceva apparire desiderabile, erotica, stupida e quasi indifesa, debole nella fantasia di fronte ad uno studente innamorato, innamorato dell’Est, della lingua russa, dell’Ucraina, di quella ucraina che è Alina, la fantasia erotica, la prof ucraina, Liana… che solo ora a scrivere queste cose la fantasia forse va via, .la voglia resta, forse ritorna, voglia e desiderio che evocherei, se non fosse che poi sarei costretto a cercare Leida per lavarmi della fantasia evocata, lasciamola lì, lì dov’è la fantasia, e sogniamo forse di film da amore libero, da amore un po’ fuori controllo, come la pianista di Jelinek, fantasia che ora sa solo di Liana che si confonde con Leida, la fantasia erotica, la bestia bionda, la prof ucraina, che di tutte le eresie faccio mia l’idea dell’amore libero, dell’assenza di peccato, del desiderio erotico senza freni, libero di espandersi e di espandere il piacere, forse la lingua russa ritornerà un giorno in me, senza bisogno di Marina, che non ha mai scatenato in me visoni erotiche, ancora legate a Liana e Leida, non potevo ucciderle così queste fantasie, se di loro sono ancora così innamorato, nella fantasia, e non ci posso far niente se quella prof mi ha conquistato più di qualsiasi altra parola di Marina, non ci posso far niente, questo sono io, che smanio e mi lascio andare alla fantasia di quella prof, Liana, che pure nei sogni si confonde con Leida, la bestia bionda, l’erotismo, la fantasia, la fantasia erotica di una prof che vince su una ragazza come tante come Marina, che un giorno sognerei di parlare ancora della Russia, dell’Ucraina, da studente, da esperto, e avere in cambio carezze e baci e labbra e pornografia erotica dalla luce diafana di quella prof, Liana, che ora la fantasia erotica mi invade, e sono libero di immaginare e di lasciare andare l’amore e l’erotismo là dove sono, senza forzarmi più con inutili teorie, amavo e amo ancora queste donne, e non c’è modo di forzare l’amore là dove la fantasia erotica va, Marina ha perso, come nel sogno dove Leida si confondeva con Liana, e vince e vive ancora la fantasia per loro, fantasia erotica…

Diafana visione…

Lei
vestita di bianco
un completo che lasciava scoperte
le sue gambe
che mostrava le curve
del suo corpo
pura bellezza erotica
il suo parlare
vincente
contro l’amore di chi non aveva vinto
altre tre ragazze
come una trinità
rubloviana
sedute su tre sedie
in una festa di paese
Elena, Marina e Sabrina
con le lacrime sul volto
lei che diceva che aveva vinto
Leida
la battaglia d’amore
dove solo lei nel sogno
era mia compagna
sogno d’amore
Leida
vestita di bianco
candida come diafana luce
anche nei momenti erotici
in quelle macchine
infestate in un parcheggio
sconfinato
dove l’erotismo coinvolgeva tutti e tutte
ma io ero solo con lei
con il suo volto e il suo corpo
la sua bellezza
Leida
che si disperdeva per un attimo
nel sogno
con il ricordo di Sabrina
eppure era lei
la vincitrice in amore
nel sogno
che del suo paese
ricordavo ieri
lo sviamento perduto
per Madre Teresa
e le sue preghiere
di allontanarsi da quella via
sogno di spiritualità utopica
che doveva solo infondersi
nell’erotismo
là dove l’amore vince ogni cosa
e quel sogno sapeva di musica
di visione
di pura bellezza
là dove altre immagini d’amore
non ci sono
o vengono abbagliate
e allucinate
da altre parole
da altri viaggi dell’anima
eppure quella luce diafana
nella quale compariva Leida
rimane ora la mia
visione d’amore
che mi guida nel giorno
diafana luce d’amore erotico
Leida
vestita di bianco
con i suoi capelli d’oro
ad adornarle il profilo
e lo sguardo
e le parole e
la sua voce
così calda e intensa
con quel suo parlare di parole
più leggere
che scivolano via
come in una canzone d’amore
albanese
dove ogni lettera
ha una leggerezza e un accento
così sensuali
da portarmi via
una volta per tutte
come nel sogno d’amore
nella visione di lei
quasi non ricordo più
lo sviamento spirituale
di ieri
revival di quando Giulia
mi si dava le prime volte
e Katia e Amalia
lo stesso sviamento
spirituale
che una volta mi faceva impazzire
di spiritualità
e sensualità
mentre ieri per non impazzire
si razionalizzava
tra nuove conoscenze e nuovi pensieri
là dove la ragione si elevava
doveva solo incontrare l’afflato
del sentimento
nella notte
nel sogno d’amore
perso di Marina
là dove le sue parole e il suo parlare
la sua voce
il suo corpo spigoloso
il suo sguardo di pura luce secolare
i suoi interessi tutti
provenienti dall’esterno
senza anima e sentimento
la sua idea del matrimonio
i suoi dover essere così
perché così è giusto
sembrano dirlo gli altri
non mi piacevano e non mi portavano via
là dove Elena
con le sue lacrime ventenni
si lasciava andare ad un amore
da giovani
prime esperienze erotiche
di una volta
là dove non potevo farla mia
per le sue idee
da bocconiana
da leghista
la sua chiusura
il suo essere ragazza del Nord
già a ventanni
tutta famiglia e lavoro
e vacanze al mare
con il tuo presunto amore
come Marina
non potevano portarmi all’altezza
delle estasi erotiche e d’amore
e le sue lacrime
sapevano anche di bruttezza
che Leida
imputava a lei
e alle altre due
là dove neanche Sabrina
bellezza slava
ma dalle idee
terra terra
volgari
non reggeva il confronto
con Leida del sogno d’amore
una Leida che forse esiste solo nei sogni
e nel mio sentire
mentre di lei non so niente
e non voglio più saper niente
se non l’ispirazione che ancora mi dà
della sua luce diafana
del suo portarmi via
con l’arte erotica
e con quel sogno d’amore
che né con Marina
Sabrina
ed Elena
prendeva il volo
forse ci siamo messi fuori gioco
dal sogno d’amore
Leida e quelle e quelli come noi
liberati dall’amore
dall’utopia
mentre mi lascio andare libero
alle notti con lei
con le tante altre
come diceva lei
che ci sono
quando la voglia chiama
liberati dai sogni d’amore
deludenti
di altre ragazze
come loro tre
nel sogno
sogno ancora il sogno di Leida
l’unica visione
e ispirazione
del giorno
la sua luce diafana
il suo vestito bianco
là dove penseresti che l’amore non c’è
eppure c’è
love is a mystery
diceva quella stupida canzone
e nella luce diafana di lei
mi perdo ancora
nel sogno d’amore
Leida
vestita di bianco
che andrei di nuovo dietro
ai fantasmi in me
all’arte dei colori in me
dei talismani
degli oggetti con qualche significato mistico
mi perderei ancora
dove ieri mi perdevo
nell’estasi erotica provata
nell’estasi musicale
nell’estasi spirituale
dove l’infinità si presentava
per poi sparire
diafana visione
d’amore
nel sogno
che non pensavo mai
di trovare lei
nell’onirico sentire
e tutto sa ora
di luce diafana
e del suo volto
delle sue parole
lei
la vittoria dell’amore
nel sogno
che sogno ancora di trovare sempre
nei sogni
come nella veglia
questa visione mi accompagna
e impazzirei di simboli
e oggetti e
colori
di arte e di parole
cercando di afferrare un sogno
che vive in me
un sogno inafferrabile
che sfugge
sempre
e che ogni volta
è difficile esprimere
visione di diafana luce
l’amore
nel sogno e nella veglia
ispirazione infinita

Sogno d’amore…

E nel sogno compariva lei, Leida, che stava al mio fianco, dove eravamo assieme in qualche sagra di paese, di notte, dove vendevano oggetti, dove era pieno di gente, dove c’erano dei premi in palio tipo tiro al bersaglio, o altri giochetti dove si vinceva qualcosa, mentre un intrattenitore si rivolgeva al pubblico dagli spalti, e giravamo i negozi, in mezzo alla gente, come una giovane coppia, che finalmente si dava all’amore, una giovane coppia che ad un certo punto si trovava in un parcheggio pieno di macchine, tipo quelli dei cinema all’aperto dei film americani, dove decine e decine di macchine parcheggiate sostavano, ma dai loro vetri si vedeva solo gente intenta a scopare, ragazzi e ragazze, in macchina, a darsi all’amplesso, al piacere dei sensi, e sognavo Leida, di farlo con lei, mentre eravamo assieme, e ci dicevamo parole dolci, quando nel sogno, ad un certo punto, al posto di Leida compariva Sabrina, e mi lasciavo andare a lei, ai suoi seni, alla sua bocca, e vedevo nel sogno quello sguardo perso e innamorato, e non capivo più se nel sogno c’era Leida o Sabrina… ma poi la scena cambiava, e Leida era seduta di fianco a me in mezzo alla festa, in mezzo alla piazza in festa, là, alla sagra, e di fronte a noi c’erano tre sedie, e tre ragazze, come una sorta di trinità passata, e su quelle sedie c’erano Marina, Sabrina ed Elena, ragazze passate, e Leida prendeva la parola e diceva che loro avevano perso, che la sua bellezza mi aveva conquistato, e se io non ero riuscito a stare assieme a quelle ragazze era perché in fondo non mi piacevano, e Leida diceva che anche se aveva il naso strano, più strano del mondo (e nel sogno il suo naso compariva diverso dalla realtà, come distorto) era comunque lei la vincitrice in amore, e non mi avrebbe mai lasciato, come io non l’avrei mai lasciata… e nel sogno quelle tre ragazze sembravano afflitte, pronte a piangere, e il viso di Elena si mostrava di nuovo, colpito, quasi in lacrime, e ricordavo quella storia di ormai più di dieci anni fa, e tutte e tre si sentivano lì, sconfitte, insieme alle lacrime di Sabrina, insieme al viso che pensava ad altro, ad altri, ormai, di Marina, e poi prendeva forma una visione fantascientifica, dove io e Leida ci incamminavamo tranquilli tra la folla, e il mondo ruotava dentro di noi, per poi aprirsi come uno zoom sulla galassia intera, dove la sfera del mondo ruotava, come incastrata in una specie di architettura futuristica, non più fatta di stelle, ma un’architettura che sembrava uscita da un film di fantascienza, una specie di navicella spaziale enorme, dentro la quale la Terra girava e si scontrava contro quelle pareti futuristiche, e il volto di Leida, e la sua voce, e la sua bellezza erano sempre al mio fianco, come se lei fosse desiderosa di starmi affianco, legata a me, e io a lei, e il sogno svaniva…

Non ricordavo neanche il sogno di questa notte al risveglio, mi perdevo invece nel ricordo di tutte le pagine di wikipedia lette ieri, tra cristianesimo politico e altre uscite dei vari papi, questo interesse che ritornava dopo che il pomeriggio crollavo nel ricordo di Alina, nel pensiero di lei, che raccoglie i due estremi del piacere e della compassione per la sua sorte, per la sorte di quelle come lei, e un altro viaggio spirituale mi prendeva, dove tutte le dottrine, le fedi e i pensieri si mischiavano, e potevo solo fare ordine documentandomi di più, aggiornando le mie conoscenze sulla fede, sulle religioni, sulla politica, interesse che sempre più mi prende, dopo gli ultimi libri prenotati sull’anarchia, sulla destra, sulla sinistra, e scoprivo l’anarchismo cristiano, che non si rifà al motto “No gods, no masters”, ma semplicemente riconosce l’unica autorità in Dio, e del mondo si disinteressa, e per un attimo ero attratto da quei concetti, che mi facevano desiderare ancora di più i libri in biblioteca, quelli del rapporto tra anarchia e cristianesimo, e poco alla volta lo sviamento spirituale tornava alla razionalità, alla conoscenza, e non delirava più dopo il viaggio spirituale fatto di lacrime… e la sera andava avanti così, tra quelle letture, e non ricordavo neanche più quanto di giorno mi ero perso in musica infinita, musica di ogni genere, che ricordava Alina, che ricordava Leida, dopo il viaggio nelle sensazioni erotiche, che richiamavano ancora solo lei, solo Leida, dopo l’estasi erotica di ieri… e mentre sono qui a ricordare di ieri ricordo ancora forse qualche sogno, dove l’erotismo si liberava ancora, nel ricordo di mia cugina Morena, in campagna, dove compariva mio zio Elia, e altri là in campagna, ma è un ricordo soffuso, dimenticato, di sogni, e ricordo solo qualche immagine, di quella pace che solo la natura può dare… e non so perché sognavo Leida, non c’è motivo, so solo che ancora dentro di me ogni tanto provo qualcosa per lei, provo l’attrazione, il sogno di un amore, come ben dimostrava il sogno di questa notte, anche se poi nella realtà non ho più intenzione di vederla, anche se mi attrae con la sua bellezza, con il legamento d’amore di tutta quella musica albanese, che ogni volta mi fa sognare, e mi fa raggiungere estasi musicali mai provate prima, e non so perché nei sogni ogni tanto lei ritorna, con la sua carica erotica, la sua bellezza e il suo fascino, che poi nella realtà non vorrei neanche ricordare e ritrovare, se non a tempo dovuto… e va avanti così questa giornata, cercando di interessarmi ancora ad altre cose sulla politica, la religione, la fede, tra i vari articoli che devo ancora leggere, eppure in questa veglia non posso dimenticare il sogno di lei, di Leida, il sogno di un amore che non è avvenuto né con Sabrina e Elena al suo tempo, né con Marina nell’ultimo periodo, perché in fondo ero e sono ancora attratto da Leida, e non si può comandare al cuore, ai sentimenti, alla passione, e forse il pensiero di Leida mi resterà nella mente, nei pensieri, nel cuore, anche oggi, durante il giorno, e penserò ancora a quell’amore da sognare, che nei sogni volevo con lei, nonostante i suoi difetti, il suo cattivo parlare ogni tanto, eppure nei sogni c’era lei, nei sogni, Leida, che è ancora il traguardo della bellezza e del sogno d’amore, e tra mille letture, mille canzoni, forse, anche oggi, mi ricorderò di lei…