Short Story

Trimurti e Nirvana…

shutterstock_362072633

I – Dopo l’Inghilterra

Aldo era tornato dall’Inghilterra ormai da due settimane, là a Londra non gli era andata molto bene, era rimasto tre mesi alla ricerca di una nuova vita, dopo che aveva finito l’università a 29 anni suonati senza aver mai lavorato tranne qualche intervallo nell’officina di suo padre come operaio generico, come aiutante dell’altro collega di suo padre. Erano passate ormai due settimane e rimaneva in casa a bighellonare, a riposarsi da quella esperienza durata tre mesi, lontano da amici, dalle ragazze di strada, dai suoi genitori, sempre vicino invece ai ragazzi e alle ragazze dell’ostello nel quale alloggiava, sempre incasinato tra colleghi di lavoro nell’infimo hotel dove faceva il facchino e gli insopportabili inquilini dell’ostello. E non ne poteva già più, dopo tre mesi, il piano di costruirsi una vita altrove era oramai affondato, e si godeva quei giorni di relax in casa, senza far niente, con quei pochi soldi avanzati da tre mesi di lavoro a Londra, passando le giornate ad ascoltare musica e a leggere notizie sul web.

Ma non ne poteva neanche più di quei quindici giorni passati senza far niente, e aveva voglia di rivedere i suoi amici, per fare quattro chiacchiere, per raccontare le sue esperienze, per condividere qualcosa da quando se ne era andato, anche se era ormai tanto tempo che i suoi amici non li vedeva più, forse un anno, da poco dopo che aveva finito l’università e, visto che i compagni e le compagne di università ormai erano un ricordo lontano, un ricordo di una vita che non gli apparteneva più, non gli rimanevano che i genitori e gli amici da ritrovare.

Con i genitori non si era messo a parlare molto di Londra, gli aveva solo fatto sapere quando era ancora là che non ce la faceva più, che era pronto a ritornare e che piuttosto si sarebbe messo a lavorare di nuovo nell’officina di suo padre, tempo un paio di settimane permettendo, giusto per riprendersi dall’esperienza inglese, e aveva espressamente detto che non ne voleva parlare, voleva dimenticare, e i suoi, ormai in età avanzata, non avevano fatto più di tante domande.

E se ne stava lì in camera sua, ad ascoltare la solita compilation di canzoni pop, lasciandosi andare a strane fantasticherie, ad un relax che aveva la forma di un sogno, lui sdraiato sul letto a cercare di non pensare più a niente, a cercare di dimenticare, e si addormentava con la musica a palla nella stanza.

Si svegliava solo nel primo pomeriggio, mezzo intirizzito da quel sonno fuori orario, il tempo di prendersi un caffè e capire dove stava al mondo, senza più gli incubi di svegliarsi in ostello in mezzo a quella gente più giovane di lui e più casinista, e si era detto: “Oggi vado a fare quattro chiacchiere da Dorian”.

Finiva di bere il suo caffè, Nescafè, era l’unica cosa che gli era rimasta di Londra, non più l’espresso italiano del bar, ma un semplice caffè solubile in una tazza all’americana, molto più comodo che andare al bar o stare lì a complicarsi la vita con capsule da inserire nella macchinetta del caffè, finiva di bere il suo caffè, prendeva la macchina e andava a trovare il suo amico Dorian.

“Uè! Aldo! Allora?”, gli dava il benvenuto Dorian, “Come va? Sei già tornato? Come è andata in Inghilterra? Racconta!”, lo accoglieva così in casa sua Dorian, che viveva da solo con la madre, mentre si accendeva una sigaretta e preparava il caffè della moka in quella specie di trilocale nelle case popolari. “Mah! Guarda! Un casino! Meno male che sono tornato, là era invivibile… otto ore di lavoro in hotel che ti sfiancano, il pensiero di tornare in ostello con gli altri che ti rompono le scatole, la stanchezza, non aver voglia di parlare con nessuno e, anzi, aver voglia solo di mandare tutti a quel paese e non poterlo fare… e poi, ti dico, l’inglese, altro che lingua della musica e lingua bella da parlare, sì, certo, l’ho studiata all’università nella facoltà di lingue, certo, ma non c’era quel piacere lì che hai quando ascolti la musica o guardi i film, sai, una cosa è l’arte, l’altra è stare in mezzo ad inglesi tutto il giorno a sentire una lingua che non è la tua, a dover parlare in una lingua che non è la tua… non ce la facevo più, meno male che sono tornato…”. “Ma quindi? Cos’è? Lavoravi? Hai guadagnato qualcosa almeno o no?”, “Tsk! Quattro spiccioli che  mi servivano solo per comprare le sigarette e mettere da parte qualcosa, ma poca roba, non mi saranno rimasti neanche 400 euro ora, dopo tre mesi, e stanno già per andare via…”. “Vabbè, ma quindi adesso che fai?”, “Mah, non lo so, settimana prossima provo a ritornare a lavorare da mio padre, dò una mano in officina che è molto più rilassante e più tranquillo, e al diavolo la lingua inglese e le lingue, altro che università! Quando mai! Era meglio se me ne andavo subito a lavorare con mio padre quando avevo vent’anni! Altro che studiare all’università!”. “Vabbè, dai, hai fatto la tua esperienza e hai visto com’è andata, no?” “Sì, sì, per quello sì… adesso capisco perché altri come Marcello e Roby erano tornati dall’Inghilterra, dall’Australia, dicevano davvero che dopo un po’ bisogna tornare, e adesso li capisco, lavoro duro, vita dura, e nessun divertimento, anzi, guarda, non vedo l’ora adesso di fare un salto da una di quelle, così da liberare l’anima…”. “Ahahaha, una di quelle! Giusto, ogni tanto ci vuole! Perché là con le tipe com’era messa la situazione?”, “Tsk! Ragazze d’ostello, una più rincoglionita dell’altra, un po’ francesi, spagnole, italiane, tante italiane, che tu sai che io non sopporto, e là erano ancora più insopportabili, con il loro inglese stentato e la loro idea di star facendo il salto di qualità del mondo, solo perché lavoravano come commesse o bariste in Inghilterra, tutta gente esaltata, piena di sé, che chissà cosa ancora voleva da Londra e dall’Inghilterra, gente pessima, che mille volte meglio sono le ragazze di strada…”. “Ahaha, vabbè…” “Te come va con Irene? Siete ancora assieme?”, “Sì, siamo ancora assieme, sono tre anni ormai, e le cose vanno avanti così, lo sai, continuo a fare l’operaio in quella fabbrica, lei la vedo soprattutto il fine settimana, anche lei lavora, lo sai no? Oggi è un miracolo che mi hai trovato in casa, di solito faccio il turno di giorno, ma oggi faccio la notte, e mi stavo rilassando in casa così, Irene l’ho sentita prima in pausa pranzo, diciamo che sì, va avanti così, adesso stavamo pensando di andare a vivere per i fatti nostri, ma è solo un’idea…”, “Dai, buono, mi fa piacere che bene o male le cose vanno avanti…” “Aahahahaha, sì…”.

E il pomeriggio andava avanti così, a casa di Dorian, a parlare del più e del meno, delle delusioni e della stanchezza di Aldo della sua impresa inglese, dei suoi sogni bruciati di università, delle lingue che ormai non sapeva più che cosa farsene, e parlavano di tipe, di film, di musica, delle vecchie amicizie di una volta, di come ormai si erano divisi tutti, e parlavano davvero come due amici che non si vedevano da una vita, e poi Aldo se ne tornava a casa, verso sera, per cenare.

Aveva ormai preso l’abitudine di cenare frugalmente, di stare a dieta, e si cucinava al microonde del pesce surgelato, con qualche verdura, e niente di più, e poi se ne andava a dormire, completamente esausto e sazio dalla giornata, che quasi non si ricordava più di essere mai stato in Inghilterra…

bahai qiblih 02

II – Bahaì

E la settimana dopo cominciava a lavorare in officina da suo padre, non che c’era molto da fare, ma gli piacevano quelle giornate dove non pensava a niente, vedeva scorrere davanti a sé la sua vita nei momenti morti del lavoro, dove non doveva armeggiare in magazzino e in officina, dove c’erano strani momenti di quiete dove l’unica cosa che sentiva era la musica dalla radio, e i suoi pensieri cessavano del tutto, e si lasciava andare. Qualche giorno prima era anche andato da una ragazza di quelle ed aveva goduto quel giusto che bastava per farlo sentire di buon umore e più rilassato, e dopo quasi tre mesi di astinenza quel piacere era davvero diventato infinito, che si crogiolava spesso al pensiero di quelle, finalmente ritrovate. Ci aveva pensato tanto prima di partire, non poter fermarsi da quelle, lui che era ormai una decina d’anni che si serviva di quelle per godere, e aveva avuto anche una cotta per una, una volta, una storia finita poi così, come tutte quelle, che vanno e che vengono sempre, senza alcun criterio. E aveva goduto di quella ragazza più che mai, e ora lavorare in officina era un piacere, era una sorta di relax, dopo i tre mesi di inferno in Inghilterra, e si lasciava andare così, alla musica, alla reverie, al relax, che non aveva più niente da volere.

E finiva anche quella prima settimana di lavoro e se ne tornava a casa la sera solo per cenare e non pensare più a niente.

Il sabato aveva deciso di andare in biblioteca, come per riesumare i begli anni passati in università, in mezzo a gente giovane, tante ragazze, con la speranza di ritrovare quel giusto piacere nella lettura di libri, che per tanto tempo l’aveva accompagnato. Entrava in biblioteca e cominciava a guardarsi attorno a casaccio, scaffali di dvd, scaffali di libri, scaffali di riviste, tutti nuovi arrivi e non sapeva più dove rigirarsi, talmente tanta era la scelta. Alla fine posava lo sguardo su una strana rivista: “Opinioni Bahaì” e, incuriosito dal titolo e dalla copertina che raffigurava una strana porta orientale, si metteva a leggere quella rivista. Era una rivista di religione, i bahaì dovevano essere una specie di setta nata dall’islam, da quanto capiva, e si divertiva a leggere quelle opinioni sul multiculturalismo, sull’accoglienza dei migranti, sull’amore e la pace universale. Spendeva una mezz’oretta così, seduto su un tavolo della biblioteca e, quando stava per rimettere la rivita a posto un giovane sulla trentina, come lui, gli diceva: “Ah! Leggi opinioni bahaì, lo sai, io mi sono convertito!”, “Ah! E cos’è? Un’altra religione? Sai non capivo molto da quello che c’era scritto”, “Sì, siamo una religione nata dall’islam, il nostro fondatore è Bahaullah, il mahdi tanto a lungo aspettato dalla shiismo musulmano, Bahaullah predicava la pace universale e l’unità di tutte le religioni nel corso dei tempi. Noi non adoriamo Bahaullah, adoriamo Dio, quello stesso dio che si è rivelato a Krishna, Zoroastro, Mosè, Buddha, Gesù e Maometto e mettiamo assieme tutti i loro principi!”, “Ah! Sembra interessante!”, diceva Aldo guardando quel trentenne dai capelli scapigliati, vestito un po’ casual, con la barbetta di qualche giorno, dallo sguardo come perso in un altro mondo, “Se vuoi possiamo discuterne”, “Con piacere”, in verità Aldo non era molto convinto di quella discussione, ma visto che non aveva niente di meglio da fare decideva di uscire fuori, accendersi una sigaretta e parlare con quello strano giovane. “Lo sai, sarebbe meglio non fumare, fa male…” “Lo so, ma non riesco a smettere”, e i due se ne stavano lì, fuori dalla biblioteca, sotto i portici della vecchia villa, circondati da altri studenti ventenni, ragazzi e ragazze, un gruppo di cinque persone, che se ne stava lì beatamente a chiacchierare di esami universitari. “Lo sai, noi preghiamo sempre verso Israele, è là il santuario della nostra fede, sono i giardini Bahaì di Akka, e ci rivolgiamo verso là una volta al giorno, quando la preghiera è obbligatoria”, “Aha… e quand’è che c’è una messa, non so, qualcosa?”, “No, non ci sono messe, il nostro giorno sacro è il venerdì, ma qui in Italia ci incontriamo sempre di sabato a Milano, là dove ci riuniamo e discutiamo i testi bahaì e delle altre religioni” “E qual è il vostro testo sacro, la bibbia? Il corano?”, “Non c’è testo sacro, abbiamo gli scritti di Bahaullah, che sono dei commenti di altre religioni, e c’è anche un testo di preghiere, un altro con tutte le norme divine da lui indicate, le studiamo e ne discutiamo. Spesso parliamo anche di educazione universale, pace nel mondo, di mondi perfetti da costruire, e scambiamo le nostre opinioni, non c’è un’autorità ben precisa, siamo tutti liberi di dire la nostra e non c’è alcun clero, nessun sacramento, niente, solo la fede in unico dio”. Questi discorsi gli sembravano un po’ affettati, pensava Aldo, cosa rimane di una religione se non c’è rito, non c’è clero, se si risolve in una discussione utopica di mondi futuri di armonia e di pace, di regole da seguire per stare bene, e gli sembrava il tipico fenomeno di cui aveva sentito parlare: una psicosetta, ma non esprimeva queste parole al giovane che alla fine si presentava anche, “Ah, comunque mi chiamo Dario, piacere”, “Piacere, Aldo… e te cos’è? Lavori? Studi? Che fai?”, “Lavoro come informatico, e te?”, “Ah, no, io sono laureato in lingue, ma lavoro da mio padre in officina, non riesco a trovare lavoro, sono anche tornato dall’Inghilterra da poco, ho lavorato lì per tre mesi, ma mi sono subito stancato”, “Ah, ho capito… lo sai che Bahaullah diceva che ci doveva essere una lingua mondiale che tutti avrebbero dovuto studiare e conoscere per facilitare la cooperazione tra le nazioni? Molte sue idee sono state copiate nei secoli dopo da vari politici, e tra gli uomini che più di tutti stimavano Bahaullah c’era Lev Tolstoj”, “Ah! Tolstoj! Pensa che io sono laureato in russo e non ho mai letto niente di Tolstoj, né in russo, né in italiano… ma quindi, Bahaullah è dell’800?”, “Sì, è una religione che è stata fondata nell’Ottocento, a fine Ottocento, in Persia, ma poi i bahaì sono stati perseguitati e sono scappati in Israele, quando ancora c’era l’impero ottomano, solo lì sono riusciti a salvarsi”, “Ho capito, ho capito, molto interessante, sembra davvero affascinante…”, Aldo non la pensava davvero così, ma non sapeva più che dire davanti a questo che continuava a sciorinare articoli della sua fede, come se stesse facendo pubblicità, o forse proselitismo, e non sapeva più che cosa dire, come scrollarsi di dosso un simile personaggio. Pensava solo alla religione, a quante volte si era perso a cercare di capirci qualcosa, dai suoi vecchi studi di filosofia e cultura medievale al liceo, ma poi lasciava sempre tutto quanto perdere ricordandosi di come si era innamorato, e non tanto platonicamente, della sua prof di filosofia, e aveva concluso che tutti quei ragionamenti fanno solo andare il cervello a puttane, e che alla fine quello che davvero conta sono solo le tipe. E così gli veniva da chiedere: “Eh, come si dice, sai, io non sono molto religioso, sono cattolico sulla carta, ma non sono per niente d’accordo sulla morale sessuale, su alcune posizioni politiche, mi sembrano cose arretrate…”, “No, da noi c’è armonia tra scienza e fede, non siamo su posizioni così estreme come i cattolici su questioni come eutanasia, aborto e altro, però anche da noi si predica l’astinenza sessuale fino al matrimonio”, “Aha, ho capito…” e pensava a come fosse possibile una cosa simile, forse che la riforma protestante non era nata proprio da questo punto controverso? Lutero che non ce la faceva più a contenersi e alla fine sposava una suora? Ma non diceva niente, lasciava perdere, e ora che non sapeva più cosa dire Dario gli diceva: “Vabbè, adesso devo andare”, e tirava fuori dalla tasca il suo cellulare e si metteva a scrivere qualcosa, “Però se vuoi possiamo ancora incontrarci per approfondire gli argomenti, mi sembri interessato, lo sai, qui in città siamo in tre noi bahaì, possiamo vederci quando vuoi, hai un cellulare?” “Sì”, quando mai, pensava Aldo, e i due si scambiavano numero di cellulare, e si salutavano, mentre Dario andava via e Aldo rimaneva lì di stucco, sotto i portici, davanti alla biblioteca, per quello strano incontro, e si accendeva un’altra sigaretta… sconsigliato fumare? Chi se ne frega!

Se ne tornava in biblioteca senza la più pallida idea di cosa potesse leggere, di cosa potesse fare, ancora depistato da quello strano incontro, da quelle strane parole, dalla convinzione cieca di quel giovane, e sperava soltanto che quel numero non si sarebbe mai fatto sentire, per non ascoltare più discorsi che sviano e portano via, e decideva così di salire al piano superiore della biblioteca, alla ricerca di qualche romanzo per non pensarci più. Ripensava anche all’ultima volta che era stato con quella ragazza di strada, a come la sera prima si era perso in elucubrazioni politiche, alla ricerca dell’attore migliore, come chiamava lui, da eleggere alle prossime elezioni, perché alla politica non ci credeva, pensava fosse solo un siparietto, un sorta di teatro venuto male, dove i politici altro non erano che attori che interpretavano il ruolo di qualche ideologia o di qualche modo di essere, ma che in fondo fossero tutti uguali, sarebbe cambiata solo la storia che le televisioni e i giornali e internet avrebbero trasmesso sugli schermi, ma niente davvero sarebbe cambiato. Pensava a come si era perso dietro tali considerazioni qualche notte prima, solo per poi sprofondare nel profondo della notte in una sorta di allucinazione e delirio politico, che si infrangeva solo quando si lasciava sommergere dai ricordi di tutte le ragazze avute, di tutto l’erotismo di sempre, delle ultime immagini accattivanti che aveva visto, e il delirio da politico si era trasformato in delirio erotico e proprio quella notte aveva deciso di ritornare da una di quelle, per liberare l’anima che ogni tanto gli andava in tilt proprio su quegli argomenti. E non aveva più niente da pensare, si diceva, nessuno dei libri lì attorno a lui in biblioteca gli diceva qualcosa, né la letteratura tedesca, né quella francese, né quella italiana, niente di niete, non trovava ispirazione nei libri e oramai capiva che cercare di riesumare la passione che aveva per i libri come quando andava in università era del tutto inutile. Prendeva, scendeva le scale, salutava e se ne andava via dalla biblioteca…

loft

III – Il loft

Il giorno dopo, di domenica, poteva concedersi un attimo di relax ancora, lontano dal lavoro, e si piazzava davanti al suo pc nella sua stanza per guardare qualche notizia in tedesco, una lingua che non aveva studiato all’università, ma di cui si ricordava qualcosa dai tempi del liceo linguistico, e provava a guardare il mondo attraverso quel canale di notizie in tedesco. Gli piaceva assaporare quella strana lingua, così complessa e a per certi versi disarmonica, ma il piacere di comprendere l’incomprensibile era sempre stato più forte di lui e non era un caso che si fosse iscritto a lingue in università, proprio per continuare quella sua passione, e si perdeva così per un’oretta o due di fronte a quel mondo di suoni e immagini, salvo poi spegnere la connessione.
E gli veniva in mente quel discorso fatto con quel bahaì in biblioteca, quel Dario, che gli veniva voglia di indagare quella religione su internet, per saperne di più, ma di più non trovava, di più di quanto non gli avesse detto Dario, qualche particolare, certo, ma niente di più, e da un link all’altro, come gli succedeva ai tempi dell’università, approdava, non sapeva neanche lui come, alle divinità indù. E lo affascinava quel concetto della Trimurti, delle tre divinità, creatrice, distruttrice e ricreatrice, che gli sembrava di vedere tutta la sua vita fino allora, divisa per epoche e per rinascite, come il tempo prima dell’università, il tempo dell’università, e il tempo dopo l’università, e poi ancora il tempo prima dell’Inghilterra, in Inghilterra e dopo l’Inghilterra, che gli sembrava davvero che il mondo fosse un susseguirsi di tempi e epche che si aprono e si chiudono e si riaprono, e si diceva davvero che nonostante tutto un minimo di verità c’è anche in queste religioni strane.
Ma era stufo, dopo quattro ore passate al pc, di stare ancora davanti allo schermo, a rincitrullirsi sempre di più di fronte a nozioni a casaccio, da un discorso all’altro, senza capo né coda e decideva di sentire un suo amico che non vedeva da tanto, un altro di quegli amici lasciati prima che andasse in Inghilterra, prendeva il cellulare e digitava sopra ‘Stefano’.

Stefano, l’ideatore di pubblicità, il grafico, il disegnatore, l’uomo delle immagini, il suo esatto opposto, che Aldo era l’uomo delle parole per eccellenza, l’uomo delle lingue, ed era sempre affascinato dal lavoro tutto fatto per immagini di quel suo amico, che si chiedeva spesso come facesse a vivere in un mondo fatto di immagini quel suo amico, lui che le immagini le aveva sempre tenute a bada, per una sorta di paura di cominciare a delirare, come quando certe ragazze lo mandavano in visibiglio, nella fantasia, nelle immagini, e l’unico sollievo che trovava in quei momenti era immaginare mondi nati solo dalle parole, parole per lo più straniere, ed era da una vita ormai che si dedicava alle parole…

Si metteva d’accordo con Stefano che si sarebbero incontrati nella suo loft in perifieria, dove Stefano aveva uno studio, dove lavorava davanti al pc, alle sue illustrazioni, nel suo studio fotografico, e si sarebbero bevuti qualcosa assieme parlando dei bei vecchi tempi andati.
E Aldo arrivava nel loft del suo amico pubblicitario sul tardo pomeriggio, solo per essere accolto nel più tradizionale dei modi di quel suo amico, con la giusta distanza, con il suo senso di superiorità per i suoi lavori, i suoi studi. Aldo raccontava un po’ dell’Inghilterra, del suo essere ritornato qui, della sua decisione di vivere una vita più tranquilla, senza grilli per la testa, senza inseguire più quelle passioni linguistiche che lo avevano fatto scappare in Inghilterra, e Stefano lo fermava subito. “No! Ti sbagli! Avresti dovuto rimanere là, in Inghilterra! A Londra! Qua non c’è niente! Qua è tutto morto! Lo vedo anch’io con i miei lavori! Dove gira il grano è là in Inghilterra, in America, in Francia, qui non c’è niente! Siamo una generazione che è stata privata del suo futuro! Non c’è niente da aspettarsi qui! E te che sai le lingue non capisco cosa ci fai ancora qui! Perché sei tornato? Se io sapessi le lingue come sai te me ne sarei già andato da un pezzo, e invece vado avanti a pubblicità e illustrazioni. Ho appena lavorato per Armani, per un cortometraggio, ho avuto delle modelle qui nel mio studio, per delle foto concettuali, di semi nudo, e avevo bisogno della mia amica Mara per comprendere queste modelle che parlavano inglese, se io solo riuscissi a sapere le lingue come sai te! Me ne sarei già andato in Inghilterra, dove mi avevano proposto un sacco di cose vari studi d’arte e fotografici, e invece niente, sono qui, in Italia, a fare la fame per Armani e qualche agenzia pubblicitaria, ma non c’è niente, fidati! Qui, la nostra generazione è stata privata del suo futuro!”. Ad Aldo quel discorso catastrofista non piaceva per niente, quella solita retorica nata dopo la crisi, quella dei giovani senza futuro, a lui non sembrava proprio così, Stefano stesso, dopo tutto, un lavoro ce l’aveva, e anche Aldo un lavoro più o meno sicuro con suo padre ce l’aveva, non era vero che non c’era futuro, al massimo non c’era più il sogno di immaginarsi un futuro, ma la situazione non era mai cambiata, né da prima, né da dopo la crisi, era cambiato solo il modo di raccontare la realtà.

“Mah! Sai com’è! E’ vero sono stato in Inghilterra, so le lingue, ma sai cosa me ne faccio! Va bene, so capire, so parlare, ma a parte questo? Mi hanno fatto fare il cameriere, il facchino! Niente di più! Cosa speri di poter fare in Inghilterra? Senza gente che condivide i tuoi interessi, senza donne, senza soldi, non credere che ci sia un futuro semplicemente andando all’estero, c’è forse di meno anzi, perché devi costruire una vita completamente da zero, anzi forse da sottozero, e non sai se arriverai mai nemmeno a uno. Sono stufo di questo mio sogno delle lingue, di parlare inglese, di capire, era una passione giovanile, nata dalla musica, nata dai film, dalle canzoni, da quei campi di volontariato internazionale che avevo fatto, dove si parlava inglese con altri giovani, ma va bene finché è un paio di settimane, ma quando cominciano ad essere tre mesi e non sai più nemmeno quando smetterai di vedere quella gente in ostello ti assicuro che diventa un inferno, altro che lingue! Altro che Inghilterra!”. “Ma no! No! No! Non è vero, dovevi adattarti, cercare un altro lavoro, con la laurea, cercare di sistemarti là, là c’è un futuro, c’è la possibilità di qualcosa, là c’è ancora l’avvenire, secondo me hai sbagliato a tornare qua, te ne pentirai, così come ti pentirai di aver lasciato perdere le lingue!”.
E Aldo stava lì ad ascoltare quei discorsi, quando già aveva vissuto tutto dentro di sé negli ultimi quindici giorni prima di tornare in Italia, tutte le considerazioni, tutti i pensieri che ormai sapeva a memoria, tutti i passi falsi, le lacune nel pensiero di quel suo amico, che si sognava una realtà che non c’è, troppo perso nel mondo delle immagini per distinguere la realtà dalla fantasia, ma più di tanto non gli diceva niente, lo lasciava parlare, guardava attorno il suo loft pieno di foto di modelle, di pubblicità, di immagini e lasciava perdere le opinioni altrui perché, come per quel Bahaì incontrato in biblioteca, ognuno è libero di esprimere la propria opinione, ma ognuno è anche libero di tenersi la sua…

Trimurti

IV – Trimurti e Nirvana

E passava un’altra settimana di lavoro, lavoro pesante, lavoro che lo stancava, ma che non lo stressava più almeno come in Inghilterra, tra quella gente, quella lingua, quei pochi soldi per niente, e si apriva un altro fine settimana, che era la semplice continuazione del tempo, senza stacchi di nessuna sorta.

Aldo apriva un attimo quel social network e si metteva a chattare con quella sua amica che aveva conosciuto l’anno prima, prima di andare in Inghilterra, quella ragazza russa di nome Marina con la quale era uscito tre volte, e si metteva a raccontare un po’ di sé, e lei un po’ del suo nuovo lavoro al call center di lingua russa.
Non si spiegava più come una volta avesse potuto innamorarsi di una lingua così, di una ragazza russa ormai passata negli anni, quella prima ragazza che aveva conosciuto, Katia, che l’aveva mandato in visibilio con la sua bellezza e sensualità. Non riusciva più a spiegarsi l’incantesimo russo che una volta l’aveva sottratto dal mondo, e anche chattare, dopo mesi, con Marina, in russo, non gli dava più alcuna soddisfazione, non gli dava più alcun piacere, era solo un discorso come tanti, e niente di più.
Anche lei insisteva ancora sulle lingue, sui suoi studi, su tanti punti, condivideva con lui alcune canzoni, alcuni film, ma ad Aldo non piaceva niente di lei, né la sua musica, né i suoi film, e a dire il vero neanche l’aspetto di lei e la sua voce, e pensava che ci stava chattando solo per cercare di riallacciare il tempo con il tempo passato, in quella sorta di dimensione spazio temporale di creazione, distruzione e ricreazione, come la trimurti indiana.

E si diceva che era proprio così, era come se il mondo fosse finito e fosse stato ricreato, e ora aveva su di sé solo dei resti di un mondo passato, ormai distrutto, e nuovi resti fossero ancora lì per ricostruire un mondo, là dove né Dorian, né Dario, né Stefano, né Marina avevano più valore, loro con le loro idee e opinioni e niente di più, lui con il suo tempo frantumato tra un prima e un dopo l’università, un prima e un dopo l’Inghilterra, e in quell’istante al compuer a chattare con lei gli sembrava che il tempo si fosse come spezzato, una volta e per sempre, per lasciarlo solo in una dimensione dove si evoca il niente e nient’altro che il niente.

Pensare che una volta si era perso in un’altra dimensione, sospinto da quel suo amico albanese, Niko, che gli aveva fatto il lavaggio del cervello, portandolo a provare cocaina, hashish, escort, night club, e ripensava anche a quella sua ‘epoca dell’oro’, piena di ragazze e di eccessi, una decina di anni prima, ma anche quel mondo si era ormai dischiuso, e l’unica cosa che gli era rimasta di quel mondo era la musica albanese che lui continuava ad ascoltare tra le sue cuffie, e niente di più, senza perdersi più in quei concerti di cantanti albanesi che una volta frequentava, dieci anni prima, per lasciarsi andare allo sballo, al divertimento, alle orge dell’anima. Anche quell’epoca era finita, rimasugli di un mondo passato, come quelle macerie di ricordi per quella ragazza albanese con la quale aveva avuto una sorta di relazione, una relazione inaugurata e conclusasi per la strada, su un marciapiede di fianco a delle rotaie di un tram, e tutta quella scarica erotica e orgiastica di una volta, quell’esaltazione e quell’utopia erotica si era ormai risolta ad un ciclico ritorno fisiologico di energia erotica da scaricare su non importa quale altra ragazza di strada, non tanto differente da lei, da quella Leida conosciuta e persa di vista, che una volta appunto gli diceva: “Come me ce ne sono tante…”.

E rimaneva così, chiusa la parentesi della chat con Marina, chiusi i ricordi dell’epoca dell’oro, davanti a quel monitor che apriva ad un portale di mondi, nella sua virtualità, nella sua virtualità che sembrava tanto virtuale quanto i ricordi di Aldo, delle sue epoche, dei suoi mondi creati, distrutti e rigenerati, e non c’era assolutamente più niente, né prima né dopo, né un quando né un dove, non rimaneva assolutamente più niente, nessuna vera amicizia, nessuna vera ragazza, nessuna vera relazione, nessun interesse più, nessuno slancio vitale, niente più da desiderare, rimeneva soltanto, quel muro davanti al quale c’era un monitor, ora privo di immagini, spento, delle casse prive di musica, dei libri come dalle pagine bianche, senza parole, il ricordo di quell’aquila a due teste rosso nera che faceva da talismano nel ricordare i suoi genitori e la sua vacanza in Albania, degli altri libri che ormai conosceva a memoria, e l’immagine di una cantante, Inna, con il suo ultimo album Nirvana, quella sorta di vacuità che rimaneva, dopo la creazione e distruzione dei mondi, quella vacuità silente nella quale Aldo ormai si ritrovava a vivere dopo lo sconquasso dei mondi…

INNA-Nirvana-CDQ

Advertisements
Short Story

La villa signorile in periferia…

womaninblack-960x539.jpg

Albert aveva da poco finito un grande lavoro per il mondo dello spettacolo, così mi raccontava qualche mese prima che si trasferisse in una grande villa signorile immersa nel verde, tanto che se dovevi arrivare sull’uscio di casa sua dovevi percorrere 7 minuti di orologio in macchina dalla grande cancellata che ti inoltrava nell’abitazione.
Se l’era scelta lui quella grande villa alla periferia della città, lontana dal centro, lontana dal chiasso della metropoli, perché diceva: “Così mi posso concentrare meglio, avere i miei spazi, dedicarmi completamente al mondo dell’arte e dello spettacolo, inventare personaggi, programmi, format, essere libero nella mia ispirazione…”. Così mi diceva qualche mese prima che si trasferisse, al termine di un duro lavoro che l’aveva allo stesso tempo esaltato, ma forse anche stressato, e il suo desiderio di staccare un po’, di cercare spazi per sé in una villa lontana, mi sembrava davvero un ottimo metodo, un ottimo modo di cambiare ili suo modo di lavorare e di vivere.
C’è da aggiungere però che c’era qualcosa che mi insospettiva, nell’ultimo periodo con la ragazza albanese, una biondina che aveva conosciuto al bar, nel quale lei faceva la cameriera, sembrava che le cose non andassero più nel verso giusto. Albert si lamentava che Leida, la ragazza del bar, ultimamente era diventata sempre più incontentabile, si lamentava spesso, pretendeva attenzioni da lui, voleva darsi ad una vita più agiata, visto le possibilità di Albert, mentre lui aveva scelto proprio una ragazza così per la sua semplicità, per la sua bellezza acqua e sapone, lontana dalla sofisticatezza delle ragazze del mondo dello spettacolo e della moda, ed erano ormai lontani i tempi in cui Albert mi raccontava della gioia di stare con Leida, degli attimi di passione e tenerezza, delle serate in pizzeria, delle uscite sul lungo lago, dell’intenzione di prendersi una quindicina di giorni di vacanza in Albania, magari a Butrinto, per osservare le mura archeologiche, la città antica, o anche, più semplicemente, per godersi il mare di Saranda e i paesaggi selvatici balcanici, bene descritti, mi diceva Albert, dal sommo poeta Lord Byron.
Non so se fosse una coincidenza la sua voglia di cambiare abitazione e la strana piega, appena accennata, che aveva preso la relazione tra Albert e Leida, sta di fatto, che erano ormai quattro mesi che di lui non sapevo più niente, né una telefonata, né un messaggio, né una conversazione sui social che usavamo tanto.
Avvenne per caso che un giorno, camminando io per le strade della città, nell’unico giorno libero infrasettimanale dal lavoro, e lavorare in una redazione di un quotidiano online può essere davvero, credetemi, stressante, fu per caso che un giorno incontrai sulla via che portava al negozio di alimentari dell’Est, Leida. “Allora, come va?” le chiesi, “Tutto bene, si tira avanti, e te?”, “Tutto bene, io, mentre Albert come sta? E’ da un po’ che non lo sento”, “Aah, Albert… non lo so neanch’io, l’ultima volta che ci siamo visti è stato qualche mese fa, poco prima che si trasferisse, in quella villa nuova, diceva che aveva bisogno di tempo per sé e per il lavoro, e anch’io ultimamente mi trovavo meglio da sola che con lui”, “Ah, ho capito, mi dispiace, te lavori ancora al bar dietro l’angolo?”, “Sì, sì, il lavoro non lo lascio, è una delle poche sicurezze che ho, altrove non troverei niente… adesso scusa, ma devo fare un salto al minimarket, che tra mezz’ora devo proprio essere al bar per iniziare”, “Ah, ho capito, vai al minimarket dell’Est?”, “Sì, lì trovo cose del mio paese, e costano pure poco, scusa, ma sono di fretta, devo proprio andare, ciao! Daniel!”, “Va bene, ciao, Leida, ci vediamo!”. Il suo modo di fare mi sembrava un po’ strano, più che una ragazza di fretta mi sembrava una ragazza alla ricerca di nascondere qualcosa, il suo sguardo continuava a fuggire, e i suoi occhi di ghiaccio sembravano volerti incantare per non farle più domande, per chiudere la conversazione al più presto possibile, ma non mi importava più di tanto, era la ragazza di Albert, non la mia, e mi preoccupava di più il silenzio assoluto che era calato su di lui da quattro mesi, ormai. Continuai la mia camminata per le vie della città senza incrociare più nessuno, smettendola anche di pensare alle ultime vicende che mi avevano tenuto incollato in redazione e finii la mia camminata sedendomi tranquillamente al parco fumandomi una sigaretta.

Fu due settimane più tardi che ebbi inaspettata notizia di Albert, mi aveva telefonato Walter, un suo collaboratore alla TV, che mi diceva che da una settimana Albert era irrintracciabile, al telefono, sul PC, ovunque. Walter mi chiese gentilmente di provare a sentirlo io, che ero il suo più vecchio fidato amico dai tempi delle medie, perché quel comportamento di Albert a lui appariva davvero strano. Gli dissi che avrei provato a sentirlo io, mentre Walter mi spiegava che stavano ormai lavorando da tre mesi ad un nuovo progetto molto importante, per una casa discografica e che si erano già incontrati diverse volte, nell’ultimo periodo,  nella villa di Albert, lui, Walter e la cantante Kinna, un astro nascente nel panorama della musica pop, e dovevano lavorare su testi, melodie e video, ma che da una settimana Albert era completamente irrintracciabile, non si sapeva più niente e i finanziatori del progetto gli stavano con il fiato addosso. Dissi a Walter che avrei fatto il possibile e glielo avrei comunicato e, dato che lui di Leida non aveva detto niente, non gli chiesi in merito.

Presi la macchina la sera stessa, visto che al telefono effettivamente Albert non rispondeva, tantomeno su Skype, e decisi di uscire fuori città e andarlo a trovare direttamente di persona alla sua nuova villa.
Kinna… pensavo, quella cantante che avevo visto l’altro giorno per sbaglio alla TV, girando i canali, quella ragazzina dalla pelle olivastra che, mi dicevano i colleghi di giornale, faceva tanto impazzire le giovani adolescenti di mezzo mondo, e ora in parte mi spiegavo l’assenza di notizie da parte di Albert: un progetto molto importante doveva essere, e mi chiedevo anche come avesse trovato nuova ispirazione le volte che lui e lei si erano visti nella sua nuova villa negli ultimi tre mesi.
Ci misi mezz’ora, tra le luci notturne della città, a uscire dal centro e ad arrivare in periferia alla villa di Albert, tra le strade poco trafficate della notte, che sembrava che le uniche macchine in giro fossero quelle che vedevo appostarsi di fianco alle prostitute qua e là per la città notturna, o qualche gruppo di giovani per uscire nel loro locale preferito durante la settimana.
Arrivai davanti all’enorme cancellata della villa di Albert verso le undici di sera, scesi dalla macchina e suonai al citofono, neanche troppo convinto di ottenere risposta, visto che quello che mi aveva detto Walter, eppure suonai…
“Ah! Ciao! Daniel! Cosa ci fai qui? E’ da un po’ che non ci si vede, vero?”, “Sì, Albert, ciao, ha telefonato Walter, il tuo collega, mi ha detto che sei sparito da una settimana, cosa succede con quel progetto su Kinna?”, “Guarda! Lascia perdere! Ho appena finito adesso di scrivere il progetto del video per Kinna e l’ho appena inviato a Walter, sai che fiato sul collo che mettono quei finanziatori! Comunque, vieni su, che facciamo quattro chiacchiere!”, “Va bene, arrivo…” e sentii e vidi la grande cancellata aprirsi, la grande cancellata della villa signorile in periferia…
Sette, sette minuti di orologio per arrivare, tra le piante, gli alberi, i grandi prati verdi sullo spiazzo di ghiaia che circondava la villa, dove trovavo la porta dell’uscio aperta. Scesi dalla macchina e mi avvicinai alla porta e da dentro sentivo una strana melodia pop e allo stesso tempo orientale, di una lingua che mi era sconosciuta e non riuscivo a decifrare e, con mia grande sorpresa, una volta entrato, vidi Albert e Leida seduti sul divano a bersi un drink sotto le note e la melodia orientale della musica. “Ciao! Daniel!” mi disse Leida, “Ciao! Che sorpresa vedervi qua! Assieme! Come va?”, “Tutto bene, tutto bene, alla grande” mi disse Albert aggiungendo “Ho appena finito di scrivere quel video e se non fosse stato per la splendida settimana con Leida non sarei mai riuscito a trovare le idee!” “Ah! Mi fa piacere, ecco perché eri sparito da una settimana!”, “Sì, sì, guarda, qua dentro c’è di tutto, una sala registrazioni, una sala prove, una sala cinematografica, ma senza Leida è come se non ci fosse niente! Me ne sono accorto dopo un po’, anche quando Kinna veniva a provare il canto, il video, ma non mi dava ispirazione, tutta l’ispirazione l’ho trovata lontano da tutti e solo con lei, con Leida…” e vedevo lo sguardo di lei illuminarsi, al sentire le sue parole, e mi venne spontaneamente da dire: “Vedo che allora le cose tra voi sono tornate a posto, no?”, “Sì…” disse Leida, “Abbiamo chiarito e da una settimana, diciamo così, ci siamo riavvicinati…”, “Bene, mi fa piacere!” dissi io, “Prendi! Daniel! Vuoi un drink anche tu? Raccontaci un po’ tu cosa hai combinato nell’ultimo periodo al giornale!”. Accolsi l’invito volentieri, mi presi un bicchierino di vodka e passammo tutta la serata a parlare di noi, del lavoro, della vita, del mondo dello spettacolo e di attualità e mai mi sembrava di aver visto Leida e Albert così felici assieme, così distesi e in sintonia, che quando finì la serata mi veniva quasi l’invidia per loro due, se non fosse che che il mio sentire per loro era pura amicizia.
Finimmo la serata verso la una di notte e ci mettemmo d’accordo per sentirci e vederci ancora, magari fuori, al vecchio pub del centro, per bere qualcos’altro.
Tornai a casa in macchina e la vita proseguì come sempre, tra le giornate in redazione, colleghi e colleghe, e passò un po’ di tempo prima che si sentissero di nuovo.

Avvenne circa una decina di giorni dopo, quando Walter e Leida si presentarono all’improvviso in casa mia allarmandomi: “Vai da Albert! Non so cosa gli è successo!” mi disse Leida tutta agitata e sconvolta “Deve aver esagerato con il lavoro! O con l’alcol, ma Albert sta male! Ha cominciato a delirare! Albert è andato come in trance! Non fa che ascoltare musica su musica, del mio paese! E non vuole smettere! Non vuole mettere piede fuori da quella villa e non fa entrare nessuno! Dice che sta lavorando a un progetto colossale, che cambierà la storia dei media, e che ha bisogno di ispirazione per completare il lavoro!”. “Musica? Che musica? Musica albanese?” chiesi io “Sì! Del mio paese! Gli avevo detto di non ascoltarla, che lo manda in una specie di stato di ipnosi, di trance, con tutte quelle melodie arabeggianti, me ne ero già accorta!”, “Ma non aveva finito con il progetto con Kinna?” “Sì, ma da allora è diventato sempre più strano, si era come invasato, infatuito per lei, mi aveva anche confessato che era stato a letto con lei, prima che decidesse di rivedermi, perché non trovava nessuna che le desse ispirazione come me! Ma da allora è strano!”, si agitava sempre di più Leida. “E cosa dovrei fare io?”, chiesi, “Non lo sappiamo! Tu sei il suo migliore amico dai tempi delle medie, magari con te ritrova il senno, chiamalo! Vallo a trovare! Non vogliamo che impazzisca per il lavoro! A noi due non risponde più!” mi disse Walter, che era anche lui, come Leida, visibilmente preoccupato, in agitazione, e mi stavano facendo temere per il peggio.
Decidemmo di prendere la macchina e andare tutti e tre direttamente alla sua villa, alla villa signorile in periferia.

In un attimo fummo là, attraversando la città, le vie, e ci trovammo di fronte alla grande cancellata che era però spalancata, e percorremmo subito la stradina tra il verde che portava alla villa, non sapevamo perché la cancellata fosse spalancata, e anche la porta della villa, si sentiva soltanto un frastuono immenso, le note orientali albanesi che invadevano l’aria, l’ambiente, il verde lì attorno, un frastuono tale provenire da dentro la villa, neanche fossimo al più caotico dei concerti.
Io, Walter e Leida ci precipitammo subito nell’abitazione e le nostre grida erano inudibili sotto quelle melodie allucinanti e ipnotiche, gridavamo il nome di Albert, ma non avevamo risposta, né nel nostre voci si udivano, né lui si vedeva, ovunque cercassimo. La melodia orientale era sempre più ipnotica e vedevo Leida con le lacrime agli occhi, impaurita, agitata, Walter correva dappertutto nella villa alla ricerca di Albert quando ad un tratto sentimmo la musica arrestarsi di colpo, il silenzio… il silenzio… “Albert! Dove diamine sei?!! Dannazione! Questa villa è immensa! Dove ti sei cacciato?!!” gridò Walter, mentre Leida ormai era scoppiata in pianto. Girammo ancora per tutta la villa, nella sala prove, nella sala di registrazione, ovunque, quando alla fine entrammo nella stanza matrimoniale con il letto a baldacchino rosso… là, appeso ad una trave del soffitto di legno trovammo appeso Albert, tra mille fogli di bozze di idee e di progetti per quel programma che stava studiando per rivoluzionare il mondo dei media…

Short Story

Giuditta e Oloferne

1200px-Caravaggio_-_Giuditta_che_taglia_la_testa_a_Oloferne_(1598-1599)

Albert stava seduto sulla panchina, nel parchetto davanti la chiesa avventista, teneva la sua Bibbia in mano, dopo aver sfogliato senza voglia qualche pagina, solo per cercare di imitare quei giovani ragazzi e ragazze che aveva conosciuto da poco, da qualche sabato, quando, prima del sermone, c’era un’ora di letture condivise e di commenti. Non sapeva che lettura gli sarebbe capitata questo sabato, quali versetti, e non sapeva nemmeno lui bene perché fosse in quel parchetto, ad aspettare l’arrivo degli altri giovani, sapeva soltanto che aveva voluto cominciare a frequentare quella chiesa su invito di una sua compagna di università, Eugenia, e ora gli si era presentato il momento, dopo una storia finita un po’ male con un’altra ragazza che frequentava, e andare in chiesa gli sembrava un ottimo modo per prendere quello che gli altri chiamavano un periodo di riflessione. Stava seduto sulla panchina, con la sua Bibbia in mano, chiusa, la sua Bibbia dalla rilegatura rossa, tascabile e cattolica, e guardava gli altri adulti che arrivavano, in chiesa, mentre si fumava la sua sigaretta nel parco. Secondo gli standard avventisti fumare era inconciliabile con gli insegnamenti impartiti che mi mischiavano teologia e numerose ingiunzioni salutiste, dalla dieta a tutta una serie di altre regole, da perdere davvero la testa, ma non sapeva nemmeno Albert bene perché volesse dare un taglio netto alla sua vita, sapeva solo che aveva bisogno di un periodo di astinenza dall’alcol, dalla musica, dai cibi spazzatura, dal sesso con quell’altra ragazza che lo aveva fatto andare fuori di testa, o così credeva lui, forse era solo perché era attratto da quella compagna di università, Eugenia, eppure continuava a fumare. Eugenia quel sabato non ci sarebbe stata, come era già così da un paio di sabati, era estate e lei si era presa una vacanza in Romania, il suo paese natale, ma Albert aveva deciso lo stesso di frequentare la chiesa per non sembrare ipocrita, per mascherare quella specie di sentimento che provava per Eugenia, o forse per convincersi di doversi dare una regolata nella vita, aveva quasi raggiunto i trent’anni e si ricordava di tanti discorsi sentiti da gente più grande: “A vent’anni mi disfacevo, mi distruggevo, poi più avanti mi sono calmato…”. Dove stava tutto quel discorso? Era un discorso che reggeva? Era arrivato anche per lui il momento di darsi una calmata? Non lo sapeva e cercava le risposte tra quei versetti biblici e quei giovani avventisti che ora gli apparivano come un nuovo modello di stile di vita. Era una giornata calda, irrespirabile, una giornata calda di agosto e per fortuna aveva scelto una panchina nel parchetto che stava all’ombra, per non sentire il caldo afoso di Milano, anche se la mattina presto risparmiava un po’ i milanesi per lo più tutti diretti chissà dove, con i loro voli low cost o le loro destinazioni esotiche, o più semplicemente al mare in qualche località fra le tante del Salento o di Rimini. Alle vacanze lui non ci pensava, pensava a Eugenia, quando sarebbe tornata, lei che gli raccontava della bellezza della natura romena, dell’incontaminatezza dei paesaggi, lei che tornava a casa da lei, dai suoi parenti, una famiglia di dieci persone, tra madre e padre, e figli e figlie, una famiglia così numerosa che non si sapeva nemmeno lui spiegare, anche perché Eugenia gli aveva detto che i suoi genitori erano pure separati, sua madre viveva in Danimarca e suo padre invece si trovava in Italia, come lei, del resto, tranne che per questo periodo estivo dove lei si era presa le vacanze. E infatti vedeva il padre di Eugenia arrivare, camminando sul marciapiede, e fermarsi anche lui nel parchetto, solo per parlare con altre due donne romene sulla quarantina che stavano anche loro aspettando l’inizio del sabato, e Adrian, il padre di Eugenia, guardava per un attimo con occhio torvo Albert, squadrandolo, ma continuava poi a parlare nella sua lingua con quelle due signore romene, probabilmente qualcosa legato alla chiesa. Non gli andava di salutare quell’uomo sulla cinquantina, dai capelli bianchi, dal fisico affusolato e dal completo grigio con camicia bianca, gli sembrava proprio il modello sobrio di un protestante di una volta, con in più un certo fanatismo, come gli era sembrato di vedere qualche sabato prima, dopo il sermone, mentre parlava con altre donne e uomini e continuava a ripetere, in ogni frase, “Dumnezeu…” “Dumnezeu…”, il Signore, il Signore…

Stavano per diventare le nove in punto e Albert guardava il suo orologio, stava per decidersi ad attraversare la strada e a entrare in chiesa, quando vedeva un giovane uomo, dall’entrata della chiesa, guardare verso di lui, alzando il braccio con un saluto ieratico, quasi come per benedirlo, e per invitarlo in chiesa. Albert capiva sempre di meno cosa ci facesse lì, di sabato, tra Adrian che non gli rivolgeva la parola e sconosciuti che sembravano benedirlo con uno sguardo magnetico incomprensibile, e si chiedeva soltanto quando sarebbe tornata dalle vacanze la sua amata compagna di università, Eugenia, che ora cominciava quasi a maledire.

Attraversava la strada e attraversava la soglia della chiesa, passando oltre quel corridoio spoglio che aveva solo come unico disegno le pagine di un vangelo aperto e i versetti di Giovanni:

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.”

Questi versi gli erano sempre sembrati misteriosi, ma erano bastati a convincerlo, sin da piccolo, che nelle parole ci fosse qualcosa di magico, di sovrannaturale, di divino, e forse era per questo che si era iscritto alla facoltà di lingue straniere all’università, dove, insieme a Eugenia, avevano completato gli studi del trienno, diplomandosi entrambi a pieni voti, solo che lui aveva continuato gli studi, mentre lei si era fermata, trovando tutta la sua ragione di esistenza nella chiesa avventista, dove ormai si dava anche a piccole occupazioni di evangelizzazione. Non riusciva proprio a capirla, una ragazza così, così affascinante, che aveva anche lavorato come modella, brillante negli studi, tanto che il prof di linguistica generale con il quale aveva scritto la tesi le aveva quasi prospettato una carriera universitaria, non riusciva proprio a capire come una ragazza così, che per anni era anche sembrata capace di flirtare con lui, si fosse data così tanto alla religione, e forse si trovava in quella chiesa proprio per capire il mistero.

E alla fine del corridoio c’era lei, la giovane e bella sudamericana ventenne, anche lei studentessa universitaria, in marketing, che lo aspettava e lo accoglieva, davanti ad un quadro che racchiudeva una tessitura con scritto: “Dio è amore”. “Ciao Angie!” “Ciao Albert! Ci sei anche oggi? Oggi non c’è quasi nessuno…” “Vabbè fa niente, sono venuto lo stesso” “Sono quasi tutti in vacanza, ma bravo che sei venuto anche quando non c’è Eugenia” “Sì, è meglio così…”. E i due salivano le scale che portavano allo spazio sopra la chiesa, dove si teneva la scuola del sabato, dove si recitavano versetti e li si commentavano, anche se Albert non commentava mai, da quei sabati da quando aveva cominciato a frequentare quel luogo, stava lì solo ad ascoltare e a riflettere, cercando la soluzione a tanti suoi dilemmi, cercando solo forse un modo per autoindottrinarsi a cambiare vita. Salivano assieme le scale, passando oltre il refettorio, e quella porta che conduceva alle fondamenta della chiesa, un luogo che aveva visitato la settimana prima, quando stavano per fare dei lavori di ristrutturazione, delle fondamenta della chiesa che gli erano parse più delle segrete di un castello medievale, con quell’umidità che trasudava dalle pareti, e quegli oggetti sacri abbandonati lì sotto, tra tavoli e sedie varie, e oggetti di ogni tipo. Ma questo sabato doveva solo stare lì sopra, sopra con gli altri giovani, a sentire le lezioni bibliche e poi sentire il sermone. Angie diceva ad Albert di sedersi tranquillamente su quelle panchine e di aspettare gli altri, che lei andava a chiamare alcune altre persone.

Albert stava seduto lì e vedeva i fedeli arrivare, da sopra la chiesa, da quello spazio ricavato sul fondo della chiesa, che dava la vista sul pulpito, vedeva arrivare una decina di persone, qualcuno che si salutava, altri che sistemavano il proiettore per far apparire immagini e parole delle canzoni di chiesa sul muro, e se ne stava lì, seduto ad aspettare gli altri giovani. Vedeva anche arrivare un giovane, che si metteva sul pianoforte, intonava delle note, e poi si metteva a parlare con Marco, il giovane un po’ obeso che spesso conduceva la scuola del sabato, lui e sua moglie giovane, anche lei un po’ grassoccia, e si mettevano a confabulare qualcosa, con quel giovane al pianoforte che una settimana prima aveva intonato delle canzoni con una voce effeminata, acuta, ma effeminata, che veniva da chiedersi davvero se quelle canzoni fossero dedicate all’amore per Gesù o a qualche amante più terreno. Li vedeva lì giù, a parlare, mentre di Angie aveva perso traccia, e se ne stava seduto in tutta tranquillità, cercando di non lasciarsi andare a troppi pensieri, chiedendosi soltanto quando sarebbe tornata dalle vacanze Eugenia.

E alla fine arrivava qualcuno, Dario, con il quale scambiava due parole, e ritornava anche Angie, e altri ragazzi e ragazze di cui non aveva ancora imparato il nome, e si mettevano lì in cerchio pronti a iniziare la scuola del sabato e, tutti assieme, si alzavano in piedi, si tenevano per mano e Albert sentiva soltanto quanto era soffice la pelle di Angie, quando la toccava, una pelle soffice come una pesca, nonostante quel suo colore caffè, e gli sembrava di aver ritrovato se stesso quando insieme agli altri si metteva a pregare, dimenticando per una volta quell’altra ragazza con la quale tutto era finito.

“Va bene, abbiamo accolto così il sabato, adesso raccontatemi un po’ la vostra settimana”, introduceva Marco la lezione, e ognuno raccontava di sé, della sua settimana, e quando veniva il suo turno Albert non aveva niente da dire, tranne che si era rilassato, aveva studiato un po’ per un esame che doveva dare a settembre, e che non era successo niente di particolare. Marco stava continuando a introdurre il sabato pregando per i malati quando arrivava dalle scale il giovane pianista, si avvicinava a Marco e gli sussurrava qualcosa, mentre anche Angie si avvicinava a loro due, e dopo qualche parola lei e il pianista andavano via. “Bene, possiamo cominciare!” diceva Marco, “Oggi leggiamo questo versetto:

“Quando Giuditta ebbe cessato di supplicare il Dio di Israele ed ebbe terminato di pronunziare tutte queste parole, si alzò dalla prostrazione, chiamò la sua ancella particolare e scese nella casa, dove usava passare i giorni dei sabati e le sue feste. Qui si tolse il sacco di cui era rivestita, depose le vesti di vedova, poi lavò con acqua il corpo e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista”

E cominciavano a commentare, Albert non riusciva a seguire loro, i loro commenti, il loro perdersi tra mille parole, tra mille idee, tra innumerevoli ripetizioni della parola “Dio”, infilata un po’ ovunque per chiarire qualcosa, per spiegare qualcosa, per aprire frasi su frasi, in un continuo parlare di niente, se non di parole su parole, senza che ci fosse un riferimento concreto a qualcosa di preciso, un vuoto parlare, che non riusciva a comprendere, e Albert si perdeva sempre di più dentro di sé, pensando a Eugenia, a quando sarebbe tornata, e si chiedeva cosa ci facesse lì, in quella chiesa, se forse non era meglio ricominciare a sentirsi con quell’altra ragazza che aveva deciso di lasciare, si sentiva sempre più confuso e si chiedeva davvero se aveva intenzione di cambiare vita, abitudini, vizi, se smettere di essere libero oppure infeudarsi a nuove regole che si spacciavano per divine, e si perdeva sempre di più in quell’ambiente che a tratti gli pareva dorato, a parte troppo intriso del colore del legno di quel pulpito, di quella croce, e cercava delle risposte a delle domande che non riusciva neanche più a porsi.

E Albert perdeva la nozione del tempo, la scuola del sabato continuava ma lui non diceva una sola parola, stava lì solo a sentire tutti e presto sarebbe iniziato il sermone del pastore, quando ad un tratto si sentiva un urlo provenire da sotto un urlo straziante, una donna che aveva emesso un grido di terrore, un grido agghiacciante, che stordiva tutta la congregazione. Un po’ tutti cominciavano a scalpitare, a muoversi, a chiedersi cosa fosse successo, e io e Dario ci alzavamo per capire qualcosa di più, “Sotto! Sotto! Sotto le scale! Oddio!” gridava una donna, e io e Dario ci dirigevamo giù, scendevamo le scale e trovavamo davanti alla porta che conduceva alle fondamenta Adrian, con il suo sguardo immobile, chiuso in se stesso, intransigente, senza dire una parola, senza dire una sola parola, come a fare da guardia a quello scantinato. E poi, la visione terribile, la visione terribile, Angie che saliva le scale, da sotto, nell’ombra, nella mano destra un machete, e in quella sinistra la testa del giovane pianista.