Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore…

“Oh, listen to them
The children of the night
What sweet music they make”
[From Bram Stoker’s “Dracula” (1897)]

May dreams be brought that I might reach…
The gentle strains of midnight speech
And frozen stars that gild the forest floor

Through the swirling snow
Volkh’s children come
To run with me, to hunt as one
To snatch the lambs of Christ
From where they fall…

From where they fall… to snatch the lamb of Christ… ancora, ancora una volta, tutta l’estasi di essere stato con Ana, la ragazzina romena che mi diceva che andrà in Inghilterra a settembre, che raccontava delle sue serie tv turche, quelle telenovela dove si amano, si ammazzano, finiscono in prigione, si lasciano… la Romania, l’Inghilterra, da romanzo ottocentesco, Dracula, il drago, il serpente, il demonio, quello che mi ha portato via nell’ultimo periodo, da quando decidevo di andare con sua sorella Alexia, e tutto il caos di impormi di non vederla più, Ana… Dracula, drac, che ora diventa drag, dragostea, amore, le sottili differenze di altre lingue, come quella canzone, dragostea din tei, amore dei gigli, m-amintesc ochii tai, mi ricordano i tuoi occhi, come Eugenia che è ritornata a farsi sentire su Facebook, su Instagram, lei che è scappata negli Stati Uniti a sposarsi come Oana era scappata in Italia, come Ana scapperà in Inghilterra, come quel film, Occident, di donne che prendono e lasciano tutto e scappano via, per sposarsi, per andare via dalla Romania, “In Romania si sta male”, diceva Ana una volta… e questa musica, che fa cortocircuito tra Ortodossia dell’anima e Black Metal inglese, la bandiera con la croce inglese, e la croce di Sant’Andrea, come l’altro fratello di Ana, di un anno, Andrei… tutto ritorna, il cerchio si chiude, dopo essere stato in un’altra dimensione da settembre a marzo, tra terrori chirurgici ed evasioni estremo orientali, ci voleva il volto di Ana, la sua bellezza, le sue parole, a farmi tornare a provare il piacere e il languore di essere con lei, l’erotismo e il languore… che tutto ora diventa un flusso di immagini e associazioni, come ogni volta capita dopo l’erotismo, quando il languore si impadronisce di te, e non sai più se ti stai facendo crescere i capelli per assomigliare a un cantante black metal e o ad un monaco ortodosso, quando non rimane più niente intorno a te, quando il mondo finisce e rimane solo l’amore per lei, come quando la vedevi seduta là nella macchina di sua sorella targata Romania, ad aspettare la fine della notte, nei suoi abiti da ragazza normale, quella draculità dell’anima che porti dentro, tra erotismo e languore, e sogni depressivi e neri, note black metal e canti ortodossi, quando ti vesti di nero perché non rimane più niente, neanche le icone ortodosse di quella chiesa dove cadevi in estasi, vent’anni fa, quando un’altra ragazzina romena ti si presentava davanti mentre tu stringevi il tuo dizionarietto di cinese italiano, come se fosse un grimoire esoterico da cui trarre le parole, e vent’anni dopo quel sogno si realizza nell’erotismo con lei, con Ana, che oggi al finire di leggere 1Q84 di Murakami vedevi in Aomame, lei, Ana, anche quando si suicidava, anche quando il protagonista Tengo andava al di là di suo padre, di sua madre, per cercare lei, chiunque lei sia, e qualcosa di più profondo del solo erotismo e del sole languore ti colpiva… quasi barcollare dall’estasi e dallo sviamento, dal languore, non sentire più bisogno di caffè che gli altri giorni ti facevano partire i nervi, insieme all’alcol, facendoti sentire dentro una canzone black metal, dove si urla come infestati dal demonio, e l’anima non ha pace, saltano tutti i nervi, e ogni connessione, solo per riprovare esperienze estatiche dove capivi che tutto era dovuto a quel demonio che ti infestava, anche le altre volte nei periodi dove stavi male, indipendentemente dalla notte, dalla strada, perché l’altro giorno altro non eri che al parco e in biblioteca, a farti, come un black metallaro, di alcol e caffè, senza riuscire a dormire come un barbone sulla panchina del parco, tra le piante, tra la natura, e il demonio si impossessava di te, come troppe volte nell’ultimo periodo… al di là del black metal, al di là dell’ortodossia dell’anima, c’era solo Ana e tutti i sentimenti e la carica erotica per lei, la ragazzina romena che ti ha sviato più di tutte nell’ultimo periodo, al di là di oggetti magici da posizionare attorno alla stanza che non è più tua, come dei cerchi magici, perché ora non c’è più luogo, tutto si apre come una primavera che sboccia, e non c’è più differenza tra giorno e notte, aperto e chiuso, e ti senti l’anima invasa di un languore che non sai definire, e ritrovi tutto il languore di un tempo, e non sai che fartene dei caffè, dell’alcol, della musica, e vivresti solo di queste sensazioni, perso per sempre tra le sue parole e quelle degli amici, e delle altre persone che ti sono passate affianco, e dei consigli altrui, e tutto era solo per lei, solo per lei, Ana, che fa rinascere il tempo e chiude il circolo indemoniato dell’ultimo periodo… non ti perderai come i tuoi amici dietro sogni e utopie di successo e fama e soldi, o di ragazze conosciute davanti ad uno schermo di un cellulare, a perderti inseguendo miraggi di puro ed esclusivo erotismo, ti perderai invece al confine tra un cantante black metal e un monaco ortodosso, dilaniato tra l’amore e il demonio, drac si dragoste… e perdi e riacquisti ancora la tua identità, dopo le ultime prove, gli ultimi giri nei mondi dei demoni, e rinasci a nuova vita in una domenica che non sai più neanche come chiamare, delle emozioni che non sai più come definire, e non scapperai più da te stesso alla ricerca di quieti d’altrove che non esistono, perché tutto era in te, per lei, Ana… e non saprai che fartene del pomeriggio, della notte, dei discorsi degli amici, di quelli con gli altri e dei tuoi genitori, andando oltre tutto, le parole parole della politica, gli stessi libri e le stesse altre dottrine, l’immaginario che scaturisce in te da questo languore, lo sviamento, la costruzione di divinità che diventavano idoli d’oro, oggetti magici, talismani, grimoire, quando in te vive solo l’amore per lei, e il demonio che si insidiava sempre sembra ora in esilio… con delle ali dorate su delle vesti nere cadi, from where they fall, cadi come un angelo caduto per sempre questa volta per lei, non per Alexia, non per Leida, non per Alina, e ti ricordi di allora, di quando c’era Katia, e non c’era la scuola, non c’era il lavoro, e le vertigini della libertà, delle giornate e delle settimane senza paletti, senza punti fissi, pura vertigine della libertà ti faceva provare lo stesso sviamento di oggi, tra litanie coraniche e canti ortodossi, deliri dell’anima e ricerche spasmodiche di sensi mistici, quando tutto era dovuto all’erotismo e al languore… ma non vorrai più perderti ora che hai trovato l’orientamento dell’anima, al di là di lei, dei periodi oscuri, del demonio che ti tormentava, e anche nelle vertigini della libertà sai ora trovare l’equilibrio… come quella gente che vedevi passeggiare ieri notte là a Milano tra le vie dell’Isola, coppiette varie, innamorati, non angeli caduti e perduti come me, disperati a volte di trovare un senso e una direzione in questa vita, capivi loro, il loro perdersi, il loro cadere, e il loro non perdersi più, tra le parole degli amici che scivolavano via, come insignificanti, appartenenti a mondi che non hanno conosciuto sviamenti, demoni sussurranti, abissi e vette, solo per rinascere insieme agli altri, alle altre nel ricordo di lei, in quel bicchiere di vino rosso che rifiutavi al Nord-Est, al di là di quell’altro barista dai capelli lunghi come Cristo che ti serviva la birra il giorno prima, al di là della stessa cameriera bionda, delle donne che vedevi stamattina al bar, del silenzio che fa parte di te, per non perderti e disorientarti tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore… che ti vengono in mente mille cose come fasci di luce e sinestesie musicali e linguistiche, tutto che fa parte del languore quando il demonio stessa si dissolve in un languore senza fine, e l’angelo caduto in te sembra tornare a sentire la divinità, tutto per lei, per l’erotismo per Ana, al di là di tutte quelle che ricordi, Andra, Xhuliana, Alina, Leida, Alexia, Katia… ti ricordi ancora le estasi dello sviamento, del languore, dell’estasi, sai dove va sempre la tua anima ogni volta, e questa volta si libera, sa di essere se stessa, sa che basterebbe pensare a lei, ad Ana, dove sarà, cosa farà, quando sarà, chi sarà, come, come ai tempi di Katia, lo sviamento in te e la sua realtà là fuori, chissà dove, la fantasia e i deliri senza limiti, i mondi paralleli, le cose che non esistono e la fine del mondo, della fantasia, dell’irrealtà, là dove cala un sipario nero e una luce bianca, tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore, perderti ancora e ritrovarti, in tutto il languore per lei, Ana…

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Tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

E ci voleva la giornata di ieri a Paolo Sarpi e zona Garibaldi per uscire dai soliti loop, andare a fare quattro passi con Barresi lì a Milano, forse esagerando di caffè, vedendo il tipo di gente che frequentava la Sozzani, con quella mostra di Fukase che però era chiusa, i libri strani di fotografia, tra il perverso e il commerciale, come quel libro su Kurt Cobain, il tipo di gente che era lì, camerieri del bar dai capelli lunghi biondi, e un hipster con la barba lunga a vendere libri, una ragazza milanese come tante che faceva presenza davanti all’entrata della mostra, i discorsi perversi di Barresi, la sua invidia per chi ha più soldi, i suoi discorsi di miliardarie che ospitano mostre private, lui e la sua mania della gente con i soldi, lui che vive nelle case popolari e lo stacco lo deve sentire più di chiunque altro, la frustrazione, il degrado, la differenza, come quando raccontava della sua battuta sulla merda tra Alba Parietti e un chitarrista famoso assieme ad una modella, che dopo quella battuta gli dava cinquanta euro, il denaro e la merda, associazione tipicamente freudiana, o, se vogliamo, come diceva Lutero, i soldi sono lo sterco del demonio… girare di qua e di là, con gente che non sapeva perché era in Corso Como, alla Sozzani, passanti vari, vicino a quel non-luogo che è Piazza Garibaldi, tra quei grattacieli finti e le vetrate dei nuovi edifici, un luogo che sembra un aeroporto senza arei, vuoto, artificiale, asettico, senza anima, puro luogo nato dalla razionalità geometrica, che per un attimo mi sembrava di camminare nel quartiere della finanza di Berlino, l’assoluta anonimità, l’assoluta artificialità di quel luogo… ed era catartico invece camminare poi per le vie di Paolo Sarpi, lasciando perdere il bar di Dong Dong, quello di Paolo, tra tutti quei negozi cinesi ed estremo orientali, i cinesi… le cinesi… sono tanti, tutti uguali, tutti indifferenti, anche le cinesine carine, che mi salvavano dal pensare sempre a Valeria, ad Alice, a GuanYin, alla cinese che serve alla Fabbrica dei Sapori, i cinesi, le cinesi, così tanti e così tante, anche loro anonimi, che per salvarmi dai soliti loop infernali basta pensare agli spazi aperti di Milano, di Paolo Sarpi, e non ai soliti loop prigione di quando sono qui, tra la biblioteca del mio paese, quella del paese vicino, la pizzeria dei turchi, il parco di Cesano, quello del mio paese, il Carrefour e i soliti luoghi, le solite persone, che ci voleva davvero uscire un attimo e cambiare giro, svagarsi e distrarsi, uscire dai soliti luoghi loop e prigione, e ricordare anche il Rasputin dell’anima, quando in quella galleria mi sentivo un pesce fuor d’acqua, un poveraccio, uno che non ci capiva niente di fotografia ed arte, anche quando lasciavo andare il ricordo di quando passavo con Marina lì, a Corso Como, e tutta l’ortodossia dell’anima la sentivo in quell’istante, lontano da tutti e da tutto, dai discorsi artistici del Barresi, dalla galleria, dalle sue fisse per Paolo Sarpi e per la Cina, e per i film cinesi e le mogli cinesi, e quant’altro, tutta quell’Ortodossia spirituale dell’anima che sentivo anche quando uscivo dal Piccolo Teatro nell’intervallo di Evgenij Onegin, quando andavo là con Marina, l’assenza di luoghi, di persone, di attaccamento, di volizione, e un puro spirito dell’anima senza parole, una pura mancanza di sigarette, interessi, caffè, attaccamenti dell’anima, fisse, pura spiritualità ortodossa che fa a meno di cibo, di astrazioni, di intellettualismi, di fissazioni, di competizione con gli altri, di mostrare chi è più intelligente, chi ne sa di più, quella continua smania che distrugge sempre Barresi, e lui a volte me con i suoi discorsi, e sentirsi come un monaco ortodosso camminare per quelle vie, per quei luoghi e tra quelle persone che non mi appartengono, liberarsi di se stessi e del mondo lì attorno con quella sensazione, privato di tutto, delle patacche in casa del Barresi, puro gusto popolare, lui e la sua abitazione, la sua macchina, io e la mia stanza con simboli para-religiosi, liberato da tutto e ogni cosa, dai libri, dai film, dalla musica, pura spiritualità ortodossa nera oltre i confini del sonno depressivo black metal, anche se il passaggio a volte tra i due stati d’animo è quasi impercettibile, Rasputin dell’anima che si aggira tra quei luoghi, tra quelle persone, tra quei mondi, senza alcun interesse, tirandosi fuori dai giochi, alienandosi nel suo nulla spirituale, non appartenere… e svegliarsi così, dopo un pomeriggio andato un po’ a male per colpa dei troppi caffè di ieri, che perdevo quella sensazione spirituale, per colpa della musica cinese, di quella lingua che una volta mi teneva incollato al computer, ai film, nel cercare di decifrarla, come quando andavo a Paolo Sarpi quando ero preadolescente, con Dong Dong, con Liao sui miei vent’anni, fissa cinese che si era insidiata in me da una vita, una volta che sentivo una speciale connessione tra me e la Cina, per via di Dong Dong, di Liao, e ora che le relazioni sono andate a farsi fottere per quell’esperienza del bar e quelle puttane, non sento più alcuna speciale connessione con i cinesi, anche il bar di Paolo è come se fosse solo un altro bar tra i tanti di quelli di Paolo Sarpi, un altro locale, e io con la Cina c’entro poco o niente, al di là dei miei studi, delle mie amicizie andate a male, e invece della Cina dovrò sempre ricordare quella sensazione di spiritualità ortodossa che mi rileva da ogni appartenenza, fissazione, interesse, che per liberarmi ieri mi sarei comprato anche due birre giapponesi, per uscire dalla Cina, mentre poi nel pomeriggio andavo al bar per comprarmi due Heineken e far fuori l’effetto di tutti quei caffè, al diavolo la musica cinese, mi dicevo, le cantanti cinesi, che mi ricordavo quando uscivo a Paolo Sarpi più di dieci anni fa, con gli amici e le amiche cinesi di Liao, a cercare di provarci con delle cinesi, che schifo, liberatemi da quella gente, già mi dicevo, e mi liberavo pensando a come all’università non sceglievo la lingua cinese, ma quella russa, anche per l’esperienza con Katia, che era uno spartiacque epocale della mia vita, al di là della scuola di giapponese, degli ideogrammi zen, e tutta l’ortodossia dell’anima era l’unica ricetta per uscire da quelle fissazioni, attaccamenti, manie estremo orientali, e tutta quest’ortodossia dell’anima la sento stamattina, dopo l’alcol di ieri per stemperare i caffè, al di là delle venti gocce di valium che altrimenti impazzivo, e per fortuna lunedì vedrò Saverio, non so perché, e di quel luogo, ora come ora, mi ricordo quella croce ortodossa che là resta appesa, nel palazzo dei folli, a indicare tutta quella spiritualità perduta tra quei negozi schifosi, quei centri massaggi, quei ristoranti, quelle facce asiatiche, quei miliardari di Corso Como e zona Garibaldi, e mi distacco da tutto, trovo la mia spiritualità e la mia evasione che mi salvano… e fa niente se ho bevuto un po’ e se sono dovuto ricorrere a venti gocce di Valium, è stato terribile ma era necessario, e almeno stamattina mi sento bene, senza colazione, senza troppi caffè, senza troppe sigarette, senza patacche nella stanza, senza notiziari in chissà quale lingua, canzoni di chissà quale tipo, libri, e congetture varie, l’assenza di ogni fissazione e mania e interesse mi salvano, con questa sensazione spirituale che sento partire da me stesso, queste mancanze che ti fanno sentire meglio di non aggiungere mille cose, avere mille idee e pensieri, come dice sempre il Barresi nel suo mondo perverso e artistico e maniacale, liberarsi da tutto, da quel me stesso che anch’io ero una volta come il Barresi, fissato con l’Estremo Oriente, con Paolo Sarpi, con quei suoi discorsi d’odio e di invidia e di senso di rivalsa, tra miliardari, cinesi stronzi, Estremo Oriente idealizzato, manie di ragazze orientali, fisse artistiche che non sono neanche artistiche, ma pura spazzatura dell’anima, e mi dissocio da quei mondi, da quei luoghi, da quelle persone, per trovare me stesso nella mancanza, nella spiritualità, nelle assenze, e non mi interessa più parlare cinese, sapere tutti gli ideogrammi, uscire con Marina in Corso Como, andare a vedere Fukase, fare amicizia con Paolo o chissà chi, con Valeria, ricucire i rapporti con Dong Dong e Liao, non mi interessa più, né di Ana, né di Alice, né di Aleksia, e ricordo solo quella città, aperta, quei negozi, quell’apertura al mondo, quella chiesa ortodossa lì, tra Alice e Ana, e tutta l’ortodossia dell’anima, che mi salva da ogni maniacalità estremo orientale di una volta, che Saverio sapeva riassumere in poche parole: “Lo sa che a Paolo Sarpi c’è un bar chiamato Cincin bar?”, vizi inutili, maniacalità inutili, e se c’è qualcosa che mi salva è questo svago e questa spiritualità dell’anima, queste mancanze, e lasciar perdere ogni interesse, ogni smania, ogni fissazione, e sentirsi sempre all’aperto, lontano da tutti e da tutti, lontano da ogni luogo e persona, lontano dal mondo e dalle sue logiche perverse, a parte, nel mio svagarmi e nella mia spiritualità, che non mi interessa più niente, più nessuno, nessuna cosa, nel mio svago e nella mia spiritualità…

Non so adesso cosa starò dicendo lunedì a Saverio, non è importante, so solo che là al palazzo dei folli là vicino si vede il campanile, si sentono la campane, c’è quella croce ortodossa là appesa, e tutto il Rasputin dell’anima che è in me vince su ogni cosa, sempre vestito di nero, barba non fatta, capelli lunghi, vesti nere, al confine tra l’ortodossia e il black metal dell’anima, non mi interessa niente, e continueranno solo questi esercizi spirituali, al di là di ogni cosa e fissazione, sempre esasiato dalle privazioni, lontano dai discorsi e la gente perversa, lontano da mille oggetti e patacche che fanno andare in tilt l’anima, tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

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E guardiamo avanti…

E ci voleva un pomeriggio al parco, anche solo due ore, per liberarsi da quel loop infinito dal quale non riuscivo ad uscire, da quel disorientamento di quando mi aggiravo per la biblioteca dell’altro paese qua affianco senza sapere neanche che libro prendere, dopo che vedevo disposti dei libri su Cina e Giappone, mia ultima ossessione di questo periodo, tra Valeria che dà le sigarette sbagliate, quelle con il pacchetto sbagliato, e l’ultima cinese che faceva schifo, insieme ad Ana, ad Alexia e tutte le altre, compresa Marina e la sua voce di merda, la sua lingua di merda… mi riprendevo dallo sviamento del valium, che avevo la testa che girava senza nessuna direzione, come un derviscio rotante che ha perso di vista il suo punto d’orientamento, giravo su me stesso, metafisicamente, senza trovare più una fine allo sciabordio di enti dell’anima che mi passavano in testa, senza trovare l’Essere e l’Io, me stesso, sovrano sopra tutto lo scorrere degli enti pensabili… ci voleva solo un tramonto, il sole, la fine della giornata, l’inizio di un’altra, la vigilia di Naw Ruz, per ritrovare me stesso, tra quei poveri barboni disoccupati che parlavano di Call Center e lavori precari in Polonia e in Inghilterra, anche per rendermi conto che in fondo sto abbastanza bene con questi lavori nelle officine, e non sono ridotto come loro, per ritrovare me stesso tra quei vecchietti che parlavano in dialetto, quella coppietta, negretto e italiana che cicalavano, quelle due madri un po’ rotonde che portavano il bambino nel passeggino, quella coppia di quarentenni che parlava di vacanze a Rimini, dove si annoiavano, e ci voleva quel silenzio, quando il parco era già chiuso, e non girava più nessuno, c’era solo il silenzio, me stesso e il tramonto, e l’immagine chiara di una luce bianca, di tutto il sufismo dell’anima, libro mio eterno compagno come quando ero in Germania, per ritrovare l’orientamento e me stesso, per fumarmi l’ultima sigaretta del parco e andare verso l’uscita… incontravo due anziani, due guardiani del parco, che mi dicevano che il parco era già chiuso da mezz’ora, e io che dicevo loro che aspettavo il disco di chiamata d’uscita, e avevo anche controllato l’orario su google, che mi diceva che il parco avrebbe chiuso alle 19:00, no, mi dicevano, è l’orario estivo quello, oggi chiudeva alle 17:00 e il disco è rotto… mi avviavo verso l’uscita, dove avevo la macchina parcheggiata, e mi dicevano che sarebbero arrivati dopo ad aprire… mi appostavo davanti al cancello d’uscita, dove c’era un gruppo di anziani pensionati che parlavano e scherzavano e sorridevano, uno con l’accento mantovano, gli altri brianzoli, forse emiliani, quattro anziani che parlavano di multe, di come si fa ad andare in camporella con la moto, delle loro mogli e di altri loro compagni ormai andati, sempre con il sorriso, con quello sguardo che sa tutto della vita, e scambiavo due parole con loro, e trovavo tutta la luce dell’anima, al di là di ogni sufismo e religione e luce trascendentale, forse perché quel vecchietto aveva l’accento mantovano, come molti miei parenti paterni… aspettavo lì una mezz’oretta, chiacchierando, uscendo dai miei loop, e poi arrivavano i guardiani che aprivano, che mi sconsigliavano di scavalcare, che dieci quindici minuti sono ammessi, ma non mezz’ora, ma comunque ci si salutava con il sorriso, e mi dicevano che con l’ora legale chiuderanno alle diciannove, erano le sei passate… e me ne tornavo a casa solo per scribacchiare quello sciabordio di pensieri senza nesso che scrivevo nello scorso post, e per trovare la fine di tutto nella luce, in questo pomeriggio inoltrato dove il sole è già tramontato e il Naw Ruz è ufficialmente iniziato, la primavera… che non faccio il conto e il bilancio dell’anno, archivio soltanto tutto quello che c’è stato fin qui: mix di alcol e chimica, puttane perse, lavori andati, e tutta la luce dell’anima dell’anno nuovo si confonde tra un’immagine di GuanYin bianca e una luce e i suoi raggi che ricordano il centesimo nome, e tutta la luce del sole… continuerò la dieta, proverò a passare alle sigarette elettroniche, non sarò più ossessionato da Valeria e le sue sigarette, il suo caffè, la sua lingua, il suo aspetto, non mi farò più fregare da mix chimici, che oggi mi facevano dormire troppo, mi facevano girare su me stesso, non ascolterò più le parole di Saverio, di mio fratello, di Alex, e di chissà chi, silenzierò le loro voci, i loro commenti, e aspetterò soltanto che la scia di pensieri se ne vada e raggiunga per nature il suo termine, là dove c’è il silenzio, la luce e il tramonto, come oggi al parco… lascerò perdere i disorientamenti virtuali di corsi di lingua cinese, giapponese, di vacanze in Svizzera in qualche campo internazionale di volontariato, vacanze in Norvegia d’estate, acquisti online, e l’unica immagine sarà sempre quella dei maestri sufi, là dove tutte le parole cessano e c’è solo luce e silenzio… mi andrà di iniziare l’anno primaverile così, con meno sigarette, meno caffè, meno cibo, meno puttane, meno pensieri sul lavoro e sullo studio, meno paranoie quando capitano giornate dove non si lavora, e mi ricorderò forse di quei discorsi schifosi di quelli oggi al parco, tra lavori precari, vite da madri rotondette, vecchietti dialettali, e quarantenni massificati, per distinguermi da loro, come mi distinguo da quegli altri nelle officine, e da quegli amici un po’ narcisisti, perversi e ipocondriaci, e poi dicono che sono io il folle della situazione, ma chiunque impazzirebbe, forse più di me, in queste condizioni, quando dalla mattina alla sera non si sa bene cosa c’è da fare, se c’è da fare, quando c’è da fare, cosa c’è da fare, ed infatti mi perdo sempre, per capire dove mangiare, a casa o fuori, se potermi dare a qualche libro, a qualche telegiornale, a qualche film, oppure dormire di giorno, che sarebbe meglio di no, riposare o darsi da fare, su che cosa poi non si sa, come oggi quando non avevo voglia di leggere alcun libro, neanche di riprendere la tetralogia di Yukio Mishima, “Il mare della fertilità”, anche se oggi in quella biblioteca vedevo tutti libri ispirati a Cina e Giappone… Cina e Giappone… le pornoattrici asiatiche, le puttane cinesi, GuanYin, Valeria, i cartoni animati, le foto artistiche di Barresi, gli ideogrammi, e via dicendo, brainstorming che non mi va di avviare, mi basta l’immagine bianca di GuanYin, ora come ora, Madonna ritrovata dopo lo sviamento erotico… non mi andrà di fare l’islamista estremo che toglie tutti gli oggetti dalla stanza, quello che andrebbe in camera del Barresi come in camera mia a togliere gli oggetti, i miei, i suoi, e di qualsiasi altra persona, come se fossero degli idoli da eliminare, neanche le nostre stanze fossero dei santuari, ho già il mio santuario privato, la mansarda, abbandonata a se stessa, quasi senza decorazioni, che mi serve da luogo di raccoglimento, e non mi va di fare della mia stessa stanza un altro santuario… non mi andrà di sentire le voci di tutti, le silenzierò quando servirà, continuerò a ripetermi: “Don’t listen to them! Don’t listen to them!” e quando la follia incalzerà saprò aspettare, aspettare e aspettare la luce e il silenzio, senza chiamare Saverio, senza scappare di qua e di là, senza farmi di Valium o di altro, e aspetterò che l’effetto follia vada via da sé… non mi preoccuperò più dei due chili messi su, due chili quasi, di pesarmi ogni mattina, di pesarmi solo ad una certa data, starò solo attento a mangiare alla fabbrica dei sapori, mi saprò contenere, così come saprò fare ginnastica e diminuire le sigarette, tutto con calma e senza forzature ed estremismi, e quando sarà il momento saprò anche dire basta e sapermi rilassare e svagare, come oggi al parco, tra quei vecchietti e quella gente… e mi ricorderò ancora di quello sviamento, che mi ha accompagnato da quest’estate, anche quando ero in Germania, sviamento da Zolpeduar, da Valium, dove non si capisce niente, ti gira la testa e non trovi niente su cui concentrarti, che ti sembra di essere un drogato, e non trovi più niente a cui dedicarti, e non c’è concentrazione, e i libri ti sembrano cartaccia dove ci sono macchie d’inchiostro incomprensibili, e i film sequenze di immagini con suoni e parole che non riesci a comprendere, e tutto è vago, indefinito, indifferenziato, e senti solo delle lagne cantilenate dentro la tua testa, e ti sembra di stare andando a pezzi, tu con il tuo cervello da buttare via, basta farsi di Zolpeduar e di Valium e di alcol e di Olanzapina, l’ho capito fin troppo bene dalla Germania, attraverso la mania paurosa e infondata per il dentista, l’eccesso di puttane, e il caos che c’era in quella settimana al bar, che se adesso ritornassi forse sarebbe diverso, adesso che sono più in me stesso, certo, dopo aver buttato via un’esperienza di lavoro, una macchina, tutti i dati di un pc, delle relazioni pericolose con delle puttane, ma anche certi conflitti sul lavoro e con gli amici, che c’è qualcosa che ho perso, ma anche qualcosa che ho guadagnato, più stabilità e più serenità e meno paranoie inutili, problemi inesistenti… che per assurdo vedevo me stesso in certe persone che incontravo per caso per le vie, tra quegli adolescenti che davano dei guardoni ai loro amici, chi diceva per scherzo di scopare di più, quell’adolescente musulmana che canticchiava fulminata le canzoni che sentiva dal suo mp3, quell’altra trentenne italiana che diceva l’Ave Maria al ciglio di un marciapiede, con una bottiglietta d’acqua in mano, quell’altro che camminava a passo così svelto da fare impressione, e poi si metteva a correre fumando, tutte versioni di me stesso quando nella mia stanza per esempio pregavo di non fumare, di non bere, ossessionato, quando cantavo fulminato canzoni albanesi, quando dicevo agli amici di andare più spesso a puttane, quando mi facevo d’acqua per non bere, quando camminavo e poi correvo e poi fumavo, ossessionato dalla dieta, dall’alcol, dalle sigarette, basta con tutte queste esagerazioni! Basta! Perché la perfezione quando diventa ossessione è peggio che dimenticarsi di cercarla… e allora andrò avanti così d’ora in poi, meno fanatico, meno ossessionato, più elastico e meno fiscale, e poi andrà come andrà, tra un lavoro e un altro, un’uscita o una chiamata con gli amici, qualche libro da leggere, qualche film da vedere, qualche notizia in lingua, un po’ di relax e un po’ di sport, un minimo di dieta senza essere ossessionati, e un po’ più di libertà, senza fare di tutto aurea sacrale inviolabile, accettando le minime cadute e certi minimi sbagli, è questo ciò che mi propongo con quest’inizio di primavera, che quando andavo in università questo era il periodo dove mi lasciavo più andare, abbandonavo i libri, le letture, e dormivo quasi tutto il giorno, preparavo solo gli esami per l’estate, e in università quasi non ci andavo più… ma quel periodo è passato, ora si lavora, si continua a studiare e interessarsi, e l’unica data lontana che per ora ho in mente è quando i miei capelli saranno lunghi come quelli di un black metallaro, come quando avevo 17 anni, è questa l’unica variabile del tempo che sposto in avanti, non più la laurea, non più quando troverò un lavoro, non più quando emigrerò all’estero, ma semplicemente quando tornerò ad avere i capelli lunghi come un tempo, ed è tempo indefinito e infinito, l’unico modo per uscire da quel mio continuo sguardo al passato che non torna più, o all’eterno presente, o ad un mondo senza tempo, apocalittico, che continua a rigirarsi su se stesso, sempre e completamente indefinito e indifferenziato, puro caos dal quale voglio uscire… me ne fregherò se a giorni avrò voglia di ascoltare musica pop inglese, albanese o di chissà dove, musica black metal o sinfonica, o classica, o ascoltare il silenzio o no, me ne fregherò delle lingue, di quello che capita, e la smetterò di cercare una legge indelebile a tutto, dalla quale non si può sgarrare, una sharia lapidaria dell’anima non la voglio più, più elasticità, meno fiscalità, più libertà, meno fanatismo, e forse imparerò a vivere meglio, senza falsi problemi… non mi andrà per un po’ di cercare tipe, puttane o no, me ne fregherò di Marina, Alice, Ana e Alexia, me ne fregherò, dimenticate per sempre con l’anno vecchio, e me ne fregherò degli amici e dei loro social vari, delle loro teorie sulle tipe, delle loro fisse e delle loro perversioni, vivrò bene così, per un po’, senza troppe troie attorno… e me ne fregherò delle parole da dire al bar, nelle officine, in biblioteca, o ovunque mi trovi, qualcosa di superiori mi indicherà cosa dire, cosa non dire, quando sorridere o no, me ne fregherò di chi mi vuole diverso, di chi mi dice che devo cambiare, che mi devo porre obiettivi, me ne fregherò di tante cose, di tante persone, e andrò avanti così come viene a me, per la mia strada… e tante altre cose ancora, che scriverò, penserò, non scriverò, dimenticherò, cancellerò e rivedrò, c’è tutta una vita ancora davanti, lasciamo perdere gli ultimi terribili sei mesi, e guardiamo avanti…

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Liberarsi in questo piacere delle mancanze…

Vista offuscata, dalla lettura dell’ennesimo Jo Nesbo’s Harry Hole, al parco, in biblioteca, cercare di levarsi di dosso le sigarette, fare qualche tiro dalla sigaretta elettronica, una volta ogni paio d’ore, stare in biblioteca e finire il libro, aggirarsi per le sale della biblioteca come un bulimico di parole e libri, vedere quel libro “Da Bisanzio a Instanbul”, le solite cose, icone e mosaici, mosche, un dizionario delle religioni del medio-oriente, sfogliare le pagine e accorgersi di sapere quasi tutto, ma poi oggi c’è wikipedia, e i dizionari tematici non servono più, un libro strano: “Ka”, tra induismo e buddhismo, lasciarlo perdere, aggirarsi nell’altra stanza e ricordarsi di quel libro sul sufismo, un libro che non è un libro da leggere, ma a cui ispirarsi, la spiritualità nella pratica, l’assenza di libri, i suoni e i canti del corano, un libro che non è un libro, un libro che elimina tutti i libri e tutte le parole scritte, la vista offuscata dalle lettere che andava via, pensare di comprarsi un corano in arabo, una bibbia in ebraico, un’altra in greco, da non sfogliare neanche, da tenere lì solo sulla mensola, libri che non sono libri, per vincere l’offuscamento da parole, lasciar perdere, basta quel libro sul sufismo… e tornare a casa dopo essere passato al supermercato per comprarsi qualcosa da mangiare quando il craving del cibo si fa forte, dei semplici yogurt bianco per fare colazione, e per non mischiare brioche e caffè come stamattina, vincere i craving, come voglio vincere questo craving di sigarette anche a costo di sentire il demone dell’altra sera, quello della fame che si mangerebbe l’intero all you can eat, ricordarsi che è falso, come un vero e falso, come una verifica, la voglia di fumare sigarette normali, che non è vero che ho così una forte dipendenza da nicotina, è tutto un gioco psicologico, e cercare di disciplinarsi adesso che stasera comincerà il mese di Bahà, il mese di digiuno, un mese di digiuno che sarà solo una porta verso un digiuno perenne, perché dopo l’apocalisse il tempo viene abolito, e non ce n’è più bisogno, un po’ come il display dell’orolgio in macchina che la notte non si illumina, e chi se ne frega, il tempo non esiste più… cercare di trovare qualcosa per fare passare il tempo questa sera, o leggersi quella monografia sulla Turchia di Erdogan o lasciarsi andare alla musica albanese, come ieri pomeriggio, lasciarsi andare… non aspettare la chiamata del Barresi questa sera, che diceva ieri stasera si sarebbe usciti, meglio così, non mi va di uscire stasera, forse neanche domani sera, e fregarsene del sabato e della domenica, i giorni peggiori, quando non c’è niente preciso da fare, e le letture non possono durare h24… ricordarsi di bersi meno caffè domani, meno cibo, meno roba in generale, meno roba c’è meglio si sta: il piacere delle mancanze… e non sapere che farsene di questa sera, di questo tardo pomeriggio, il fastidio che cominciano a provocarmi i cinque caffè di oggi, uno di troppo, stare attento domani e dopodomani, dopo le crisi esagerate dell’ultimo periodo, non ispirarsi più a Rasputin, ad Abdul Baha, a Gesù Cristo, all’archimandrita ortodosso, trovare un’ispirazione più razionale, più scientifica, il darsi delle regole un po’ ascetiche e continuare a grandi linee su questa strada, il piacere delle mancanze… dimenticare ormai Ana, dimenticarsi della pizzeria turca, dell’All you can eat almeno per i prossimi due giorni, essere abbastanza soddisfatti del lavoro, di questa settimana lavorativa, di queste regole che sono riuscito a tenere, continuare così, nel piacere delle mancanze… darsi forse alla musica, e lasciarsi andare, riposare e godere dei suoni, liberarsi in questo piacere delle mancanze…

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Sogni d’amori adolescenziali e di vivere altrove…

Nel sogno ecco che ricomparivano loro due, Carola e Serena, i due amori dei tempi delle superiori, ritrovarsi ancora a scuola, là con loro, nel sogno incubo di dover dare ancora la maturità, una seconda maturità, e io che chiedevo in segreteria lì a Paderno se era possibile legalmente essere in possesso di due maturità, solo perché volevo andare a scuola e sedermi tra i banchi, tra Serena e Carola… quello strano sentire adolescenziale che provavo per loro, come nel mondo dei sogni, per Carola, la biondina, e Serena, quella dai lunghi capelli castani, che ci ritrovavamo in una classe dove noi tre eravamo i più grandi, non di tanto, appena maggiorenni, in mezzo a tutti quegli adolescenti e quelle adolescenti, che ogni tanto mi capita di vedere quando vado in giro, i gruppetti al parco, le adolescenti sull’autobus l’altro giorno, quando tornavo da Bollate, e quella ragazzina che mi ricordava i tempi del Gadda, la scuola, e anche i video di instagram di quelle ragazzine in Albania, i sogni adolescenziali, gli amori adolescenziali, quelli con la testa costantemente tra le nuvole, e i puri sogni di bellezza di quelle ragazze, i sorrisi, le parolette, come quando si andava in Inghilterra in vacanza studio, e c’erano sia Carola che Serena, e anche Desirée, quei sogni adolescenziali che stamattina accompagnavano il risveglio, e questa canzone stanca, che solo lontanamente mi ricorda Xhuliana, con la voce di Kaltrina Selimi, o forse Aida, l’altra delle altre scuole superiori, quando frequentavo e avevo 24 anni, in mezzo alle diciottenni, non so come facevo, eppure quel sogno c’era ancora, forse, nel sottofondo, di avere ancora la testa tra le nuvole per quegli amori adolescenziali, pieni di fantasia e di visioni armoniche… e poi la stanchezza, la stanchezza di oggi, dopo l’allenamento di ieri pomeriggio, la stanchezza neanche avessi fatto due ore di palestra, due ore di taekwondo, e nessuna voglia di fumare, neanche dopo il caffè, e la fantasia di questo giorno senza lavoro che ritorna a scuola, tra gli autobus da prendere, le strade da fare, le classi, le parole alle fine delle lezioni, ricordi di amori adolescenti a scuola… che non so che farmene di  questo giorno dove l’unico pensiero va alla macchina nuova lunedì, al contratto che forse firmerò lunedì per mettermi a posto con il lavoro, l’ossessione del bar cinese che non c’è più, neanche la voglia di andare a bere un caffè da Miryam stamattina, le preghiere inutili, la sigaretta elettronica che anche quella è meglio non fumare, gli amici che non si sa se uscirò questa sera, un sabato dove non mi devo neanche allenare, ma solo riposare, e forse sarà fatto di biblioteca, andare là a piedi, tornare, buttare via un pomeriggio, forse andare dal kebabbaro stasera, ma ci sono già stato in settimana, e desiderare muoversi, andare di qua, di là, nelle scuole, che se non fosse per gli ulteriori esami da dare quasi quasi mi verrebbe da fare il professore nelle scuole superiori, solo per vedere quegli adolescenti e quelle adolescenti che vedo in giro, che vedo su instagram, che mi ricordano i miei anni al Gadda, i primi amori adolescenziali, in sogno, come Carola e Serena… ragazze italiane, che da allora non mi sono forse più innamorato di altre italiane, a parte forse vagamente Marta e Greta all’università, ma non erano già più amori adolescenziali, non c’era più la testa tra le nuvole, c’era la noia di uscire la sera a cena assieme, tra le altre idee, vivere assieme, come poi ha fatto Greta con il suo ragazzo, trovare lavoro, come Marta ha fatto trovandosi una scuola privata dove insegnare inglese, e di sogni adolescenziali, di amori adolescenziali non c’era più neanche traccia, forse solo nelle canzoni, nei ricordi, nei sogni come quelli di stanotte, nell’incubo sogno mio ricorrente di dover recuperare gli anni di scuola perduti… e altrove non c’è altro, altri lavori, altri bar, che ieri passavo da quel bar, bar XVIII, di cui mi parlava Alex, là, un altro cinese, un’altra cinese, come tanti, in un bar, a prendere le sigarette che non fumavo, le cartucce che non usavo, e quel bar un bar come tanti, come quello di Paolo, o di chissà chi, far sfumare la fissa del bar, delle sigarette, del lavoro con Alex, se non si trova nient’altro tanto vale mettermi in regola con l’officina di mio padre e Marco, mentre ieri avrei voluto continuare a vagare e vagare, senza meta, senza dover tornare più a casa, vagare senza meta, senza l’orientamento di casa mia, dei miei, cambiare casa, andare a vivere altrove, stare lontano dalla cucina, da questa sensazione di fame alterata, per le sigarette in meno, cambiare casa e non essere tutto concentrato lì in quella stanza, lavoro, casa, preghiera, studio, svago, avere duemila chilometri quadrati da qualche altra parte, una specie di villa e parco di Monza tutti per me, lontano da tutti, mentre Saverio mi faceva ricordare come il lavoro da Alex avrebbe potuto implicare cambiare abitazione, vivere altrove, lontano dai miei, e nei sogni infatti viaggiavo, mi muovevo, ero in moto, a scuola, un altrove dove stare, un altrove che non la solita stanza, la solita mansarda, la solita officina, vagare e muoversi, lontano dai miei, come mi faceva notare Saverio l’altra volta… che poi se non era per l’allenamento che mi disfaceva sarei impazzito in quelle mura, come una prigione, mentre ora tutta la stanchezza del taekwondo, karate e della corsa, non mi fanno sentire il bisogno di prendere e andare, camminare, vagare, perdermi, perdermi magari in una grande metropoli come Londra, o Sydney, o Berlino, solo per stare fuori dai soliti giri, soliti luoghi, solite persone, che non so più neanche quanto mi svaghino le uscite a Milano con i miei amici… mentre la maledizione della casa, come anche mi faceva intuire Alex, è presto trovata: lavoro in officina, casa dove c’è sempre mia madre, o mio padre, il frigo e la cucina dove poter sempre pasticciare, nonostante la dieta, le sigarette senza fine, la claustrofobia di una stanza dove libri, musica e film non bastano più, la mancanza vera di spazi dove sentirsi libero e da solo, non più pressato dal lavoro, dagli altri, e vivere davvero altrove che diventa un sogno, non di quelli notturni dove compaiono Carola e Serena, ma un sogno ad occhi aperti per avere spazi solo per me, e non dover più farmi di valium e olanzapina per sforzarmi di stare sul letto e riposare, dormire, per vincere la fame, la voglia di sigarette, il caos di musica e film, e ora come ora l’unica cosa che non mi fa sentire quella follia è la spossatezza dell’allenamento… non so quando si farà sentire Saverio, diceva presto, non so per che cosa, mandare via mia madre, andarmene via io, o se aspetterò lunedì, la commercialista, la macchina nuova, per far tornare tutto come prima o meglio, e dimenticarsi del sogno di vivere altrove, come diceva Alex, lavorare altrove, come diceva Alex, e non vivere più di sogni di amori adolescenziali, e di sogni di vivere altrove, di lavorare altrove, di essere indipendente, autonomo, con una mia vita solo mia, lontano da tutti e da tutte, come in questa prima mattina dove non c’è nessuno, ci sono solo io e i miei pensieri, ed è forse per questo che mi sveglio così presto, per avere un tempo tutto per me, ed essere lontano da tutti, mentre questi sogni di vivere altrove e questi sogni d’amori adolescenziali si manifestano in me, e vorrei solo un altrove…

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L’estasi della leggerezza e delle sottrazioni…

La leggerezza della mattina dopo il devasto, camminare per le fredde vie del paese, verso il bar, per bersi il secondo caffè della mattinata, visualizzare la divinità al mio fianco, per liberarmi dagli errori di ieri, gocce in eccesso, alcol, caffè senza fine, chimica e troppe sigarette, da uscire rimbambito la notte, e dover evocare Kaylani Lei per cercare un sonno che altrimenti non sarebbe mai arrivato… e sentire invece la leggerezza della mattina, il giogo leggero della divinità, dell’ascetismo, che si sta meglio senza niente, senza brioche, senza troppe sigarette, senza troppi caffè, letture, visioni di notizie, meno roba c’è meglio si sta, e tutta la leggerezza della mattina al bar bastava per cominciare bene questa giornata… so anch’io che lo spirito di gravità vorrebbe che mi facessi ancora di gocce, di non so che cosa, per sentire quella pesantezza che ti fa sentire pieno, profondo, di un altro mondo, ieratico, ma ora come ora preferisco solo la leggerezza di una mattina di una giornata che non si sa di cosa sarà fatta, come tutte le giornate, del resto, e lo spunto per stare bene è anche dovuto alla macchina che presto o tardi dovrò ritirare, indipendentemente da Ana e Aleksia, da loro e da ogni altra, e voglio solo che questa leggerezza mi accompagni anche quando Saverio si farà sentire, vero o no che sia, al di là dei discorsi dell’altro giorno, dello star male dei miei intrugli, delle condizioni ambientali dove vivo, tra mia madre, mio padre e Marco e ogni altra cosa, e spero solo che non si parli più di comunità o ricoveri per mia madre, o altre cose estreme, là dove tutto il male era nel mischiare intrugli, nei giochi inconsci che mi hanno fatto andare male sul lavoro, al continuo rimuginarci sopra, all’ossessione per le ragazze e il piacere, l’ossessione del piacere, che siano scariche erotiche, scariche psichiche nate dall’alcol, dalla chimica, come un drogato, ossessionato dalle estasi alcoliche, erotiche, musicali, e ultimamente anche chimiche, come se l’estasi fosse il fine di ogni cosa, non importa come… no, il giogo sarà ora più leggero, fatto di astinenze, di mancanze, di leggerezze, di accontentarsi così come si sta, anzi, il fine sarà proprio l’evitare di ricercare l’estasi con l’alcol, le sigarette, la chimica, il cibo, l’erotismo, i caffè, la ricerca dell’estasi avverrà ora per sottrazione, non per addizione, e quest’ascetismo, solo quest’ascetismo mi potrà salvare… e andava già bene la mattinata, con quel saluto a Olga, due sguardi con Antonio e Paolo, il silenzio e il fresco delle strade dei primi di febbraio, l’inverno che avanza, le poesie di Holderlin lette ieri notte, ancora lì sul comodino, l’assenza di cose che richiamino qualche estasi, l’estasi per sottrazione e la leggerezza saranno la nuova via da percorrere, e da qui non se ne esce, salvo impazzire di nuovo, stare male, cercare soluzioni magiche là dove la chiave di tutto sta nella sottrazione, nella mancanza, nella privazione, nell’ascetismo, e non nel ricercare di aggiungere, aggiungere e correggere, e togliere, e mischiare, e fare calcoli, e progettare tutto, calcolare tutto, no! Meglio non pensarci, lasciare andare avanti la giornata, fare a meno, e l’estasi, il piacere, lo stare bene avverranno solo con leggerezza e sottrazione, e di quest’ascetismo ne faccio leggerezza…

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E del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita…

Prendere i pacchetti di sigarette albanesi, ricaricati con le sigarette comprate in Italia, Chesterfield rosse, e spezzarle, buttarle via… settimana di transizione dalle sigarette normali a quella elettronica, settimana di transizione passata, domani è venerdì, ultimo giorno della settimana… bere quattro bicchieri di vino rosso, in ricordo dell’Ortodossia, al di là dei canti coranici che sento in me, che non andrebbero molto d’accordo con l’alcol, giornate tremende, queste di ieri e di oggi, tra decine di gocce di valium, olanzapina in eccesso, insonnia, miscugli e intrugli vari, discorsi con Saverio, crisi da panico, che ieri si parlava con Saverio sul fatto di andare via, andare in comunità, o ricoverare mia madre, rapporto difficile da sempre, lei che ultimamente sta male, e io neanche me ne ero accorto, so solo che ultimamente non la sopportavo più, discorsi istintivi, animali, di spazi, di distanze, come dicevo a Saverio, che l’altro giorno andavo in pizzeria proprio per stare lontano da casa, questa casa che ora non ospita più neanche una mia sigaretta che fumo da dieci anni, da quando quella sera, a casa di Luca, provavo la prima sigaretta, una Chesterfield rossa… basta… basta… basta… sorseggio ancora il quarto bicchiere di vino rosso, pensando all’ortodossia, ricordandomi di come stavo fumando quando quel monaco archimandrita ortodosso mi passava di fianco l’altra sera, alla serata ecumenica, che senso ha andare a messa cristiana e continuare a fumare? Continuare con i vizi? Non è un controsenso? E allora, come dicevo a Saverio, meglio concentrarsi sull’ascetismo, e smetterla con questi vizi da bar… vizi da bar… il bar… quello dove dovevo lavorare, quello dove ogni mattina mi sveglio per andare a bere il caffè, esagerando anche con i caffè, la mattina, un caffè alla macchinetta in casa, un altro al bar, un altro alla macchinetta dell’ufficio, quando non scatta anche un nescafè, basta… anche con i nescafè basta, anche con le macchinette in casa e in ufficio basta, gli unici caffè che mi permetterò saranno quelli del bar, del ristorante, e basta… nuove regole, nuovi orientamenti, per non uscire fuori di testa, come questi intrugli chimici tra psicofarmaci, caffè, sigarette, e-vaping, alcol, che mi dico sempre di darmi una regolata, e poi non riesco mai, circoli viziosi di umori alti e bassi, gioco da drogato, come diceva Saverio: “Fa come quelli che si prendono l’eroina per farsi passare l’effetto della cocaina”… drogato… chimica… addicted me, addicted Aldo… basta… basta… basta… che anche adesso, tra un sorso e l’altro di vino rosso, mi verrebbe da accendermi una sigaretta, e il bello è che non ci sono più, e la sigaretta e-vape non è proprio la stessa cosa… leggere libri sul misticismo, sulla new age, qualcosa di Paolo Coelho, senza trovarvi granché, lasciare nell’anticamera dei ricordi la divina commedia, quel libro sulla storia del nulla, qua solo l’ortodossia mi sembra salvarmi, e qualcosa tra avventisti e bahaì, nonostante questo errore del vino rosso, ma era per festeggiare l’aver buttato via le sigarette… basta… basta… basta… un altro sorso di vino rosso… l’icona cattolica di Gesù Cristo, nascosta chissà dove, quella che prendevo in pellegrinaggio a Caravaggio, simboli religiosi ovunque, attorno a me, l’unica icona vera nascosta, come la divinità che ama nascondersi… il sufismo che va al di là di tutto, che non c’è più bisogno di nessun libro, nessun film, niente, smetterla con i caffè in eccesso, basta macchinette, con le sigarette, con l’alcol, quando sarà il momento, tranne rare eccezioni, certo, bisogna anche essere elastici con le regole… fregarsene della nuova macchina che arriverà, una Citroen del 2006, C3, se non sbaglio, macchina da puttana, macchina grigia, come la punto grigia di Ana e Alexia, non puntare sulla Volkswagen Polo, marchio creato da Hitler, marchio che mi sta antipatico, neanche sulla Ford Fusion, troppo grande, va bene la Citroen, come già pensavo, una Citroen nuova, bianca, e invece avrò una Citroen vecchia, grigia, meglio così, più la macchina fa schifo meglio mi sento, è anche graffiata, usata, meglio così, alla macchina non ci tengo, e poi la Francia, Derrida e i filosofi francesi, la rivoluzione, la macchina che aveva anche quel mio amico, Francesco Gentile, che l’altro giorno mi faceva passare mentre attraversavo la strada, va bene così, una Citroen, va bene così, non importa quando arriverà definitivamente… lasciare perdere le puttane, e dietro a questi bicchieri di vino ci sta anche l’ortodossia e l’amore che provavo per Ana, come quando decidevo quella macchina, e pensavo solo a lei, magari rivederla, scambiare due parole, lei che l’ultima volta parlava di pasqua, di Romania, e mi ricordavo il Catapeteasma, la chiesa di Iasi, il monachesimo ortodosso, questo che sa del sapore di questo vino rosso… e me ne frego del lavoro che oggi non c’è, delle elucubrazioni che tutto si risolveva nel buttare via le sigarette, nel ricordare l’amore per Ana, dell’ortodossia, e per tutto il mondo, e tutte le fedi e le religioni, e gli ascetismi, e smetterla con intrugli di caffè, chimica e alcol e tabacco, basta… basta… basta… che fumerei due tiri di e-vaping, ma posso aspettare, guarderei il notiziario in romeno, non penserei alla comunità dove Saverio mi vorrebbe spedire, e che mi diceva che per uno come me non va bene, laureato, abbastanza razionale, non stupido, abbastanza da capire, come mi diceva, del perché mischiavo Valium e Olanzapina, perché? Per ritardare la prossima sigaretta, per dormire, per non vivere, per non leggere, e invece bastava buttare via le sigarette, e darsi a quattro bicchieri, quattro, numero della morte, quattro bicchieri di vino rosso… una sigaretta… no… basta… basta… basta… che oggi non mi allenerò, troppo provato da questa settimana di passaggio, di prove, di stati alterati della psiche, oggi non è giorno da correre, neanche da camminare, neanche da fare taekwondo, karatè, no, per questa settimana riposerò, o almeno per oggi, forse domani, non lo so, domenica, o sabato, non lo so, non ha importanza, continuiamo la dieta, continuiamo l’ascetismo… gli allenamenti ogni tanto possono essere saltati, come quando anche si va in palestra… una sigaretta… no… basta… basta… basta… del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita, della fine delle sigarette, di intrugli chimici e caffeinomani, di alterazioni degli stati mentali, basta con la mistica, con i libri, con la musica, con i pacchetti di sigarette albanesi, e del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita…

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Tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

Ricevere insulti online nei commenti, chi odia la Romania, delirio diffuso, e pensare che c’è sull’Espresso l’antiitaliano, Saviano, ma al di là della politica un mondo si apriva dopo che guardavo France24, dopo che cambiavo su Digi24, la tv online romena di notizie 24 ore su 24… il ricordo, il ricordo principe, da cui discende tutta la mia anima, ortodossia dell’anima compiuta, la chiesa di Iasi, catapeteasma… ieri le parole con Francesco, quello dello Sharm, il ristorante, le parole di Rizzi sulla politica, lavorare e fare l’inventario, passare il tempo in officina, farsi male da solo a cercare di non fumare, pensare a quando comincerò a lavorare al bar, tra altra gente, altre persone, tutt’altra cosa, e domani mattina che dovrò andare a parlare con Alex per capire quando cominciare… combattere contro il sonno, quel sonno profondo e depressivo che mi prende a cavallo tra mezzogiorno e il primo pomeriggio, sforzarsi di non buttarsi giù, prendere un caffè al di là dei due consentiti, tre, il numero perfetto… stare in piedi, ascoltare le notizie online solo per sentire la lingua romena, senza neanche stare attento e capire, un bel sottofondo, e nella visione dell’anima solo lei, lei che ha fatto più casino di ogni altra, questa volta, Ana… che era inutile ritornare a Eugenia, ad Alina, o forse ci ritornavo con i pensieri, con l’anima, senza farlo apposta, la mia anima vagava in tutto questo, anche quando pensavo a Noemi, e Cristina, le due cameriere dello Sharm che oramai se ne sono andate… e vedere ieri al ristorante una ragazzina, neanche diciottenne, le cui fattezze non erano tanto differenti da quelle di Ana, e provare un desiderio, un desiderio differito fino all’infinito, un desiderio che si elevava sopra i cieli, e un desiderio che mi faceva lasciare Ana come quando un uomo decide di farsi monaco ortodosso, per ritrovare l’anima perduta in sé… Ana… farò crescere questi capelli, questa zazzera, la barba sarà sempre la solita, i pensieri gli stessi, l’assenza di pensieri, ascoltare e parlare con tutti, sentire tutte le opinioni, tutte le lingue, senza appartenere a niente, come quell’aforisma di Cioran sulle ragazze pubbliche, quelle che ascoltano tutti senza appartenere a niente e nessuno,

“Philosophie et prostitution.”

” Le philosophe, revenu des systèmes et des superstitions, mais persévérant encore sur les chemins du monde, devrait imiter le pyrrhonisme de trottoir dont dont on fait montre la créature la moins dogmatique : la fille publique. Détachée de tout et ouverte à tout, épousant l’humeur et les idées du client, changeant de ton et de visage à chaque occasion ; prête à être triste ou gaie, étant indifférente ; prodiguant les soupires par souci commercial ; portant sur les ébats de son voisin superposé et sincère un regard éclairé et faux, – elle propose à l’esprit un modèle de comportement qui rivalise avec celui des sages. Être sans conviction à l’égard des hommes et de soi-même, tel est le haut enseignement de la prostitution, académie ambulante de lucidité, en marge de la société comme de la philosophie. “Tout ce que je sais je l’ai appris à l’école des filles”, devrait s’écrier le penseur qui accepte tout et refuse tout, quand à leur exemple, il s’est spécialisé dans le sourire fatigué, quand les hommes ne sont pour lui que des clients, et les trottoirs du monde le marché où il vend son amertume, comme ses compagnes, leur corps. “

Cioran,
“Précis de décomposition” (1949).
pp. 651 et 652.

Si risolve tutto in questo aforisma, il mio preferito di una volta, c’è solo una differenza, che in quel niente trovo quell’ortodossia dell’anima che prima mi mancava, quella che mi salva, quella che non mi lascia nelle mani della follia o dell’infinito indefinito dove tutto è uguale o indifferente, rimane solo l’ortodossia dell’anima, e le mille parole e convinzioni degli uomini e delle donne, che alla salvezza forse non sono mai pervenuti, privati di quelle apocalissi che da sole possono salvare l’anima… riparto daccapo, e finisco daccapo, l’Alfa e l’Omega sono completati, non rimane nient’altro, il tempo è finito, non esiste più, l’infinito si staglia in me e si fa persona, e non rimane più nient’altro, pensieri magici, follie da scienziato pazzo, da filosofo mago e stregone, alchimismi e altre magie, in quel niente dove ritrovo me stesso e l’infinito, tra Ana, Eugenia e Alina… si trovava tutto qui me stesso, e ora mille parole e lingue altrui possono tornare a scorrere, e niente cambierebbe, semplici opinioni altrui, calcoli matematici altrui fatti di parole e idee, ma là dove il mondo finisce e comincia solo l’ortodossia dell’anima niente può essere scalfito… quel monaco ortodosso che mi benediceva, allora, più di dieci anni fa, l’immagine di Rasputin, le icone ortodosse, e questo niente che sa di infinito dove si svela e scompare la sua immagine, Ana, nella notte prima della vigilia, è la fine del tempo e l’inizio dell’infinito… Hristos a inviat… non credo tornerò più da lei, neanche per parlare, non credo tornerò più da sua sorella Aleksia, neanche per parlare, perché in me vivono le loro immagini, Eugenia, Alina, Ana, e come le tre donne dei Vangeli finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e si apre l’infinito… ultima ispirazione… ispirazione infinita…

Non so di cosa starò parlando domani mattina con Alex, del bar, di servire ai tavoli o al bancone, alla cassa, non lo so, e poco mi importa, non mi importa del nuovo applicativo delle fatture online che vedevo ieri usare da mio padre, tutti quei numeri, quei numeri, e quel lavoro che vale come qualsiasi altro, io che l’altro giorno gli dicevo: “Non ho un motivo per vivere, quindi non trovo neanche un motivo per lavorare…”… e mi viene da dire che allora sia il lavoro per il lavoro, come una volta si diceva, l’arte per l’arte, un lavoro vale un altro, in officina, al bar, che differenza fa? Non mi va neanche più di maledire colleghi o persone o altri, no, non c’entra niente, erano solo movimenti dell’anima che andavano verso l’infinito, passaggi infernali, da cui si esce e si va oltre, oltre quel libro sullo zen, oltre quello stesso libro sullo Zarathustra che forse arriverà il giorno del mio compleanno, il 7 gennaio, craciun ortodoox pe stil vechi… finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e comincia l’infinito… non so più che farmene dei libri, degli stessi libri di Emil Cioran, rimane solo questo suo aforisma, e il ricordo della sua lotta contro l’ortodossia, che invece, a me, riesce a salvarmi… nel ricordo di Ana, Eugenia, Alina… e oltre… le parole con Alex, con Francesco, un altro mestiere da imparare, darsi da fare, essere se stessi, più naturali, come mi dicevano una volta, e tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia trovo me stesso… non so di cosa starò parlando domani con Alex, non so cosa starò facendo, se mi perderò ancora in crisi mistiche obbliate come il giorno di Natale, qui in casa da solo, a sentirmi parlare da solo dentro di me, in me stesso, quasi alla follia, mi poteva salvare solo un romanzo scritto in cinese, che risvegliava la mente, mi poteva solo salvare due o tre bicchieri di vino, dei notiziari, ma tutto questo è già passato, come è già passato quel regalo di mio fratello, l’orologio power band che conta calorie e un sacco di altre cavolate salutiste, da gente fissata, con la salute, con la tecnologia, deliri diffusi tra i nuovi, che vanno di moda, come le parole della moglie di mio fratello ai suoi figli, parole da donna serpente, che rimpiangevo Eugenia quando dava gli stessi consigli, ma con tutto un altro fare, lei e i suoi consigli salutisti, non i suoi ordini rigidi, della moglie di mio fratello con i suoi figli, i miei nipoti, che un giorno o l’altro di certo scoppieranno, tira la corda, tira la corda, e un giorno farai scoppiare il mondo… non sono fatti miei… qui si va avanti lo stesso, al di là dei consigli dei più anziani, di altri giovani della mia età, di altri delle officine, di voci e ricordi e suggestioni passate, di sogni e incubi notturni, come quelli di queste notti, si va avanti lo stesso, sperando che un giorno migliore arrivi, con la pazienza di chi aspetta un messia che è già arrivato, là dove c’è la salvezza, tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia… tutto passa in questo mondo, ogni cosa, e ora come ora le uniche regole semplici mi aiutano ad andare avanti, cercare di non dormire di giorno, bere al massimo tre caffè, fare un po’ di movimento ogni tanto, guardare i notiziari in altre lingue, aprirsi a tutte le opinioni del mondo, lasciarsi andare tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, là dove trovo solo Eugenia, Alina e Ana, e poi andare oltre a loro, per trovare me stesso, e il nulla, e l’infinito, e l’ortodossia… è tutto qui, non rimane nient’altro, forse altre parole e immagini della televisione mi accompagneranno, per non perdermi in deliri monologanti da crisi mistiche e oblii dell’anima, ci sarà da darsi da fare, probabilmente quei libri sul buddhismo e sullo zen non serviranno più, neanche i libri di Cioran, neanche il lavoro, le persone, gli amici, le tipe, la musica, i film, tra il niente, e l’infinito e l’ortodossia si aprono mondi dell’anima dove tutto convive e niente rimane permanente e certo, tutto si muove, tutto scorre, e ritrovo solo me stesso tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Riflessioni

In questa nuova estetica vacuità guerriera…

E ormai è un dato di fatto, mi sveglio alle quattro, alle cinque di mattina e non ho più bisogno di dormire, non mi va neanche di raccogliermi e raccontarmi le solite cose, che non servono a niente, stare calmo, diminuire sigarette e caffè, stare attento all’alcol, evitare intrugli chimici e le solite cose, non me le devo ripetere più ogni volta come un rituale, non serve a niente, me le devo solo ricordare durante il resto della giornata… al diavolo la massaggiatrice cinese, ci volevano delle belle immagini di sexy russia per farmi riprendere, e nonostate tutto il casino di ieri, tra chimica in eccesso e alcol e caffè alla fine mi sono ripreso, al di là di superuomini e divinità… ci voleva la musica dei Dimmu Borgir, i loro primi quattro dischi per stare lotnano da quei libri che mi avevano incantato e che volevo tenere su una mensola che stava per diventare un altare, un altare pesante di oggetti pesanti, tra quell’incenso di Avalokitesvara e quella strausata aquila albanese, ero e sono stufo di questi oggetti e dell’inconoscibile nome divino sulla parete, da oggi non mi dirò più che adotterò un’estetica islamica del niente, ma quella invece zen del wabi, la desolazione, la tristezza e il vuoto, senza oggetti a trasformarmi in un loop vivente, non ne potevo più, e un giorno dopo aver ordinato quel libro sullo zen su Amazon mi sento anche contento, che quel libro, pieno di caratteri cinesi e giapponesi è davvero una figata, e mi ricorda anche quando andavo a scuola di lingua giapponese, dieci anni fa, forse undici, e non ho niente da rinnegare, visto che la lingua cinese e giapponese me le ricordo quel poco che basta anche dopo dieci anni, e l’egemonia russa e inglese avevano rotto le scatole ultimamente, lingue dell’università, mentre ora mi perdo ogni tanto anche nei notiziari 24h in inglese, francese, romeno, albanese, tedesco, spagnolo, e voglio così espandere la mia mente, e andare al di là dei confini di Russia e Inghilterra e America, e dimenticare o comunque andare oltre gli anni di università e i suoi studi… sono anche stufo di stare nei soliti luoghi a leggere come un automa, un robot, un autistico, un cyborg, mi devo muovere ogni tanto, fare quattro chiacchiere con le altre persone, come succedeva ieri con Marco, mio padre, Rizzi e mia zia che veniva a trovarci, anche quando sono fuori di me, anche quando nel mio sottofondo c’è un caos infinito, stordimento totale, tra alcol e chimica in eccesso come ieri, che mi sembrava di essere ricoverato in psichiatria talmente ero fuori di me, salvo poi riprendermi la sera, e questa mattina appena mi svegliavo… e devo prendere un po’ dai jihadisti e dai samurai zen, devo essere più guerriero, nonostante gli sbagli, e meno religioso sempre pronto a farsi venire paranoie per una divinità indifferente, e combattere, combattere, combattere… interessante anche la serie televisiva “The man in the high castle”, che sto guardando in inglese, facendo un po’ di fatica a seguire, visto che la narrazione è lentissima, e spesso mi perdo tra una scena e l’altra in miei viaggi mentali, ma l’ambientazione di quella serie tv è davvero una figata per me, un mondo, un universo, una storia parallela, che fa riflettere su un sacco di cose, e mi perderei ancora nelle prossime puntate che devo guardare… e stamattina comincerò però con i notiziari, France24, e poi qualcos’altro, e lascerò perdere il raccoglimento, che non serve a niente, e anche il caffè e le sigarette alle 6:30 precise della mattina, là al bar della cinese, e se berrò un caffè e comprerò le sigarette sarà solo a metà mattinata, quel giusto caffè di mezza mattinata, prima dell’ultimo che mi concedo nel giorno, quello dopo pranzo… dovrò andare da Saverio oggi, raccontargli un po’ di cose e non raccontargli niente, forse accennargli a questa strana insonnia che mi fa svegliare presto la mattina, e poi non dormo più, forse è anche un modo per svegliarsi e non cominciare subito con il lavoro sotto casa, o con il bar, è un modo per aver tempo per me, la mattina, senza per forza leggere o guardare film, ma solo per rievocare quelle lingue straniere che sempre mi tengono compagnia, al di là delle divinità indù che in questo periodo mi avevano circondato, andare al di là… e per fortuna che ora con il dentista sono a posto, con tutti quei marocchini del bar che non vedo più e Miryam sarò meno estasiato dall’islam e dai suoi derivati, anche dall’ebraismo e quant’altro, e anche dalla musica pop che ultimamente suonava come una sirena che ti fa sviare, e davvero ieri c’era bisogno di un po’ di black metal dei Dimmu Borgir, quel giusto mix di cacofonia, accompagnamenti strumentali e chitarre e bassi elettrici, per andare oltre la soavità sirenante delle canzoni pop, che ero stufo mi incantessero come una medusa, e per fortuna che c’è ancora il black metal ogni tanto… non mi andrà più di fare mix chimici, sono stufo di star male, non mi andrà più di andare oltre l’estetica del wabi-sabi, 侘寂, tutto sarà transitorio, mujyou 無常, e non ci saranno trofei o oggetti simbolici da reinventare, rimarrà solo quel drago cinese e quella tartaruga, regalo di amici cinesi, a ricordarmi l’estremo oriente, e la sua estetica, e forse anche il ricordo di quei miei genitori che litigavano dallo psichiatra che aveva la stessa statuetta, il dottor Drago, ma non mi va di diventare psicanalitico, e i ricordi di infanzia li lascio nel passato e nella dimenticanza… e con calma ora mi lascerò a qualche libro, nei prossimi giorni, senza più quella pulsione alla lettura che mi stava facendo impazzire, quella mente impazzita di mille pulsioni, da disturbo multipolare, schizofrenia, ogni tanto bisogna davvero stare lì e non fare niente, non pensare a niente, che sia sdraiarsi e ascoltare la musica, o stare in piedi in officina e ascoltare la musica, quando c’è poco lavoro da fare o quando non ce n’è niente, e non posso essere sempre impegnato e stressato in qualcosa, che quando non leggo scrivo, o guardo la tv, o ascolto la musica, o vado ad allenarmi o chissà cos’altro, mi devo ricordare che cè anche la possibilità del niente, rilassarsi ogni tanto, staccare, e non essere sempre iperattivo, senza un attimo di sosta… e ci voleva un po’ di vuoto, di niente, per riprendermi dallo stress senza fine di tutti questi tre mesi tra dentisti e ospedali, e adesso che sono stato operato è tutto finito, anche se mi dispiace che nel frattempo è anche finita la storia con Ana, e quella con Marina, come se un capitolo si fosse chiuso, o anche di più di un capitolo… continuerò a lavorare, ogni tanto, quando serve, lascerò perdere Dong Dong e il suo invitarmi a lavorare nel suo bar, nella sua nuova ravioleria, non fa per me fare il barista, né tanto più lavorare da un cinese, anche se mio amico da una vita, si rovinerebbero i rapporti, e non voglio legami monetari con altre persone, tanto più vivere a Milano città e pagar loro un affitto, sarebbe più quello che ci perdo che quello che ci guadagno, e non fa per me… e allora niente, ecco ciò che mi sarei detto in un raccoglimento, mentre stavolta ho affidato tutte queste parole a questa specie di diario, e non c’è niente da aggiungere, ho già detto troppo, e non mi va di sprecare parole, mi godrò un’altra sigaretta e poi passerò ai notiziari in altre lingue, risciacqui linguistici per andare oltre le catene di questo pensare in italiano, e la mattinata inizierà comunque, al di là del lavoro e di Saverio nel pomeriggio, di sexy russia e la chimica, i caffè, i cinesi, i marocchini, gli amici, i libri e gli oggetti magici, gli altari e le estetiche, la musica pop e black metal, le divinità e i profeti, e mille altri pensieri, sempre gli stessi, e nessuno alla fine, in questa nuova estetica vacuità guerriera…

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Se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana…

Ortodoxie, ortodoxie, ortodoxie dell’anima, ancora una volta, dopo Ana che è andata via, fin quando c’era lei tutto andava per il verso giusto, avevo anche viaggiato, con il pensiero di lei, frastornato da cantari islamici salmodiati che sviavano, ma in me c’era sempre lei, l’azzurro del suo vestire, i momenti erotici e l’amore… perché poi mi sia perso per sua sorella, per l’altra Alexia, per quella negretta, e sud americana, e cinese, non lo so neanch’io, perduto, per causa sua, che ogni volta cercavo lei, ma lei non c’era, e mi perdevo con le altre, pensare all’altra notte, quando camminavo dove lei stava, là, vicino alla basilica ortodossa dalla cupola azzurra, la sua via, la sua strada, la sua vita, perché mi sono perso non lo so, per via della sua musica, per via che ricordavo sempre Marina quando rivedevo lei, Marina che mi aveva sviato, anche lei, con il suo amore materno, non corrisposto da me, anzi il ripudio, quel ripudio che doveva farmi impazzire di erotismo cinese l’altra sera al bar, dopo due o tre vodke, non ricordo neanche, e questi pensieri schizofrenici di questi ultimi giorni, quando divinità lontane apparivano, Shiva, Vishnu, Krishna, Brahma, come delle immagini pescate dalla schizofrenia dell’anima di quella fede bahaì che comprende troppi dèi, tutti e nessuno, schizofrenia dell’anima, idolatria, a riesumare anche dagli anfratti della mente quello Zarathustra di Nietzsche che è solo pura schizofrenia, come le canzoni di ieri senza fine su RTL 102.5, radio di tutti i bar, musica su musica che per lo meno scacciava la lettura compulsiva di non so più che cosa, fumetti giapponesi, scritti nicciani, il Pelevin buddhista e induista russo, per una lingua che non è mia, non sento mia, la lingua russa con Marina che è uno schifo, confronto a quello che sentivo per Alina, ma lei è ormai passata da una vita, e c’è una nuova ferita che sa di luce bianca eterea e azzurra alla fine del tunnel, le vesti azzurre di Ana, che se ne è andata, e con lei l’amore, le canzoni raeggeton, il rap italiano, i cori ortossi, il desiderio e l’amore, e l’addio ad ogni ragazza, che per colpa sua mi sono ferita d’Africa, di Sud America e di Cina, e ora non voglio desiderare più nessun altra, non voglio più strafarmi di caffè, di musica, di libri, di film, là dove non ce n’è bisogno, puro consumismo culturale schizofrenico, e l’ortodossia dell’anima la ritrovo quando mi raccolgo in preghiera, ed esprimo parole, e vedo lei, Ana, dal lontano dei ricordi, delle ultime nottate con lei, della sua voce, del suo sguardo, del suo sorridere, e della sua stizza, a modo suo, che ora torno ad essere monaco ortodosso, ortodoxie dell’anima, vesti nere, penitenza e chiarore della luce interna in me, che non penso neanche all’operazione di domani, tre denti da togliere, l’anestesia, non mi interessa, finché sarò vestito di nero, finché questi capelli continueranno a crescere come un vero monaco ortodosso, finché questa barba ci sarà, e finché continuerò a visualizzare la fine di tutti i miei deliri, quel vero monaco ortodosso che si inchinava baciando la terra e mi benediceva poi con tra le braccia un’icona ortodossa, al di là della crocifissione, ortodoxie dell’anima, icone, al di là dell’antico ricordo della Romania, più di quindici anni fa con mio padre e Ruggero, Oana e le sue icone, Ruggero che la sposava, Romania dell’anima che l’unica lingua che ora voglio sentire è quella dei canti ortodossi, pentru suflet, al di là di Larisa e Stas e Dmitrij che hanno convissuto con noi per più di un anno, al di là del mio sviarmi sempre da luci fantastiche e sfavillanti, stelle immaginarie, luci bianche coraniche o semi coraniche, bahaì, non è lì la salvezza, ma nel nero dell’anima dell’ortodossia, che si era perso per il colore nero di quella negretta con la quale avevo goduto, quel nero delle mie vesti estive, e queste mie vesti, che a volte sono solo rosse e nere, come il diavolo alla fine dell’apocalisse, la luce, il nero che diventa luce, e l’azzurro come l’azzurro del cielo, del giorno, della notte, che sono stufo di politica, religioni alternative, sviamenti dell’anima, ricerche di salvezze e redenzioni altre, tra buddhismi, induismi, bahaismi, babismi e islamismi, e sufismi, e cattolicesimi tutti sociali e per niente spirituali e interiori, ortodoxie dell’anima, ortodoxie dell’anima dove compare lei, Ana… ortodoxie dell’anima che si risvegliava a rivedere quell’altro ortodosso, non un monaco cristiano, ma un rabbino ortodosso, dalla barba caprina, dal cappello nero, dal corpo magro e slanciato, ortodoxie, mi dicevo, ortodoxie, di fianco a Marina, anche lei ortodossa, sulla carta, ma non nell’anima, fin troppo ragazza russa decristianizzata, laica, che quando lei mi diceva che della chiesa non le interessava già la etichettavo come ragazza non mia, senza contare il desiderio che non c’era, anzi il ripudio, che dovevo capire già da prima, che ortodossa forse era anche Leida, anche lei che non c’è più, ma il gioiello di quest’anno rimane lei, Ana, al di là di tutte le altre e tutto il resto, che già a fine mese sto facendo il conto di un anno, il bilancio, l’unica cosa che salvo, lei, Ana, e il mio sentire ortodosso, che si risveglia ora, e si permea di tutto me stesso, quella tranquillità profonda e abissale nera e oscura che da sola riesce a invadere tutto, senza luci e illuminazioni e canti schizofrenici, e parole a casaccio, e ripetizioni di troppe parole, e quant’altro, ortodoxie dell’anima senza una chiesa, senza una messa, senza gerarchie ecclesiastiche, libero di vivere la mia ortodossia dell’anima che si richiama a lei, ad Ana, che non c’è più, e quanto mi ha fatto impazzire la sua mancanza, quanto l’ho cercata, e quanto mi sono sviato, come quella canzone di Ozuna che si diceva egoista, e pensava di stare bene andando con un’altra, invece… invece… quanti errori, quanti sbagli, quanti sviamenti, e solo con l’ortodossia dell’anima potrò ancora capire e orientarmi ancora nel mondo nell’anno prossimo, nel prossimo periodo, che non vedo l’ora di Natale, Natale cattolico, Natale ortodosso, 25 dicembre e 7 gennaio, periodo sacro che più della nascita del messia penso all’ascetismo dell’anima, alla chiara luce oscura che vive in me, lontano da immagini esterne che esternano punti segreti dell’anima, solo per farla impazzire di pulsioni in contrasto tra loro, ortodoxie dell’anima, senza nessuna magica icona a salvarmi, se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana… che non saprò che farmene dello Zarathustra che forse mi arriverà dai miei amici a gennaio, giorno del mio compleanno, giorno del Natale ortodosso, solo forse l’immagine, l’immagine falsificata di un cristo che non è un Cristo, lo Zarathustra tra tutte le altre false divinità, Vishnu, Krishna, Brahma, Shiva, Bahaullah, Abdul Baha, e chissà chi altro ancora, pantheon impazzito e schizofrenico, che ci voleva solo Ana alla fine a salvarmi, l’unica cosa, l’unica persona che salvo di quest’anno, l’unico sentimento, l’unico mio sentire, sentire vero, sentire nero di una chiara luce eterea a celestiale in me, ortodoxie dell’anima… e anche se Ana non c’è più, se n’è andata, in me continua a vivere il sentimento per lei, ortodoxie dell’anima, Ana…