Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana…

Ortodoxie, ortodoxie, ortodoxie dell’anima, ancora una volta, dopo Ana che è andata via, fin quando c’era lei tutto andava per il verso giusto, avevo anche viaggiato, con il pensiero di lei, frastornato da cantari islamici salmodiati che sviavano, ma in me c’era sempre lei, l’azzurro del suo vestire, i momenti erotici e l’amore… perché poi mi sia perso per sua sorella, per l’altra Alexia, per quella negretta, e sud americana, e cinese, non lo so neanch’io, perduto, per causa sua, che ogni volta cercavo lei, ma lei non c’era, e mi perdevo con le altre, pensare all’altra notte, quando camminavo dove lei stava, là, vicino alla basilica ortodossa dalla cupola azzurra, la sua via, la sua strada, la sua vita, perché mi sono perso non lo so, per via della sua musica, per via che ricordavo sempre Marina quando rivedevo lei, Marina che mi aveva sviato, anche lei, con il suo amore materno, non corrisposto da me, anzi il ripudio, quel ripudio che doveva farmi impazzire di erotismo cinese l’altra sera al bar, dopo due o tre vodke, non ricordo neanche, e questi pensieri schizofrenici di questi ultimi giorni, quando divinità lontane apparivano, Shiva, Vishnu, Krishna, Brahma, come delle immagini pescate dalla schizofrenia dell’anima di quella fede bahaì che comprende troppi dèi, tutti e nessuno, schizofrenia dell’anima, idolatria, a riesumare anche dagli anfratti della mente quello Zarathustra di Nietzsche che è solo pura schizofrenia, come le canzoni di ieri senza fine su RTL 102.5, radio di tutti i bar, musica su musica che per lo meno scacciava la lettura compulsiva di non so più che cosa, fumetti giapponesi, scritti nicciani, il Pelevin buddhista e induista russo, per una lingua che non è mia, non sento mia, la lingua russa con Marina che è uno schifo, confronto a quello che sentivo per Alina, ma lei è ormai passata da una vita, e c’è una nuova ferita che sa di luce bianca eterea e azzurra alla fine del tunnel, le vesti azzurre di Ana, che se ne è andata, e con lei l’amore, le canzoni raeggeton, il rap italiano, i cori ortossi, il desiderio e l’amore, e l’addio ad ogni ragazza, che per colpa sua mi sono ferita d’Africa, di Sud America e di Cina, e ora non voglio desiderare più nessun altra, non voglio più strafarmi di caffè, di musica, di libri, di film, là dove non ce n’è bisogno, puro consumismo culturale schizofrenico, e l’ortodossia dell’anima la ritrovo quando mi raccolgo in preghiera, ed esprimo parole, e vedo lei, Ana, dal lontano dei ricordi, delle ultime nottate con lei, della sua voce, del suo sguardo, del suo sorridere, e della sua stizza, a modo suo, che ora torno ad essere monaco ortodosso, ortodoxie dell’anima, vesti nere, penitenza e chiarore della luce interna in me, che non penso neanche all’operazione di domani, tre denti da togliere, l’anestesia, non mi interessa, finché sarò vestito di nero, finché questi capelli continueranno a crescere come un vero monaco ortodosso, finché questa barba ci sarà, e finché continuerò a visualizzare la fine di tutti i miei deliri, quel vero monaco ortodosso che si inchinava baciando la terra e mi benediceva poi con tra le braccia un’icona ortodossa, al di là della crocifissione, ortodoxie dell’anima, icone, al di là dell’antico ricordo della Romania, più di quindici anni fa con mio padre e Ruggero, Oana e le sue icone, Ruggero che la sposava, Romania dell’anima che l’unica lingua che ora voglio sentire è quella dei canti ortodossi, pentru suflet, al di là di Larisa e Stas e Dmitrij che hanno convissuto con noi per più di un anno, al di là del mio sviarmi sempre da luci fantastiche e sfavillanti, stelle immaginarie, luci bianche coraniche o semi coraniche, bahaì, non è lì la salvezza, ma nel nero dell’anima dell’ortodossia, che si era perso per il colore nero di quella negretta con la quale avevo goduto, quel nero delle mie vesti estive, e queste mie vesti, che a volte sono solo rosse e nere, come il diavolo alla fine dell’apocalisse, la luce, il nero che diventa luce, e l’azzurro come l’azzurro del cielo, del giorno, della notte, che sono stufo di politica, religioni alternative, sviamenti dell’anima, ricerche di salvezze e redenzioni altre, tra buddhismi, induismi, bahaismi, babismi e islamismi, e sufismi, e cattolicesimi tutti sociali e per niente spirituali e interiori, ortodoxie dell’anima, ortodoxie dell’anima dove compare lei, Ana… ortodoxie dell’anima che si risvegliava a rivedere quell’altro ortodosso, non un monaco cristiano, ma un rabbino ortodosso, dalla barba caprina, dal cappello nero, dal corpo magro e slanciato, ortodoxie, mi dicevo, ortodoxie, di fianco a Marina, anche lei ortodossa, sulla carta, ma non nell’anima, fin troppo ragazza russa decristianizzata, laica, che quando lei mi diceva che della chiesa non le interessava già la etichettavo come ragazza non mia, senza contare il desiderio che non c’era, anzi il ripudio, che dovevo capire già da prima, che ortodossa forse era anche Leida, anche lei che non c’è più, ma il gioiello di quest’anno rimane lei, Ana, al di là di tutte le altre e tutto il resto, che già a fine mese sto facendo il conto di un anno, il bilancio, l’unica cosa che salvo, lei, Ana, e il mio sentire ortodosso, che si risveglia ora, e si permea di tutto me stesso, quella tranquillità profonda e abissale nera e oscura che da sola riesce a invadere tutto, senza luci e illuminazioni e canti schizofrenici, e parole a casaccio, e ripetizioni di troppe parole, e quant’altro, ortodoxie dell’anima senza una chiesa, senza una messa, senza gerarchie ecclesiastiche, libero di vivere la mia ortodossia dell’anima che si richiama a lei, ad Ana, che non c’è più, e quanto mi ha fatto impazzire la sua mancanza, quanto l’ho cercata, e quanto mi sono sviato, come quella canzone di Ozuna che si diceva egoista, e pensava di stare bene andando con un’altra, invece… invece… quanti errori, quanti sbagli, quanti sviamenti, e solo con l’ortodossia dell’anima potrò ancora capire e orientarmi ancora nel mondo nell’anno prossimo, nel prossimo periodo, che non vedo l’ora di Natale, Natale cattolico, Natale ortodosso, 25 dicembre e 7 gennaio, periodo sacro che più della nascita del messia penso all’ascetismo dell’anima, alla chiara luce oscura che vive in me, lontano da immagini esterne che esternano punti segreti dell’anima, solo per farla impazzire di pulsioni in contrasto tra loro, ortodoxie dell’anima, senza nessuna magica icona a salvarmi, se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana… che non saprò che farmene dello Zarathustra che forse mi arriverà dai miei amici a gennaio, giorno del mio compleanno, giorno del Natale ortodosso, solo forse l’immagine, l’immagine falsificata di un cristo che non è un Cristo, lo Zarathustra tra tutte le altre false divinità, Vishnu, Krishna, Brahma, Shiva, Bahaullah, Abdul Baha, e chissà chi altro ancora, pantheon impazzito e schizofrenico, che ci voleva solo Ana alla fine a salvarmi, l’unica cosa, l’unica persona che salvo di quest’anno, l’unico sentimento, l’unico mio sentire, sentire vero, sentire nero di una chiara luce eterea a celestiale in me, ortodoxie dell’anima… e anche se Ana non c’è più, se n’è andata, in me continua a vivere il sentimento per lei, ortodoxie dell’anima, Ana…

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Perché dagli errori ci si riprende! E si va avanti!

Tutto lo stress di questi denti da togliere, tre denti, tra cui due del giudizio, impazzire in questo periodo, abuso di caffè, ragazze russe che non mi piacciono, serate a teatro per degli spettacoli che non mi interessavano, barista cinese bionda che scatenava ogni genere di libido, pur di scappare dalle ragazze russe che non mi piacevano, caffè al nuovo bar London la mattina, tutta la carica erotica, e poi esagerare con i caffè nel corso della giornata, da diventare schizofrenico, Dong Dong, detto anche Alex, l’amico cinese, che chiamava per sapere se ero interessato a lavorare da barista con lui, se ne riparlerà a gennaio, gli dicevo, giovedì ho questa operazione chirurgica e per un po’ sarò impossibilitato anche solo a parlare, per il dolore, per il gonfiore, e chissà che cosa, questi cinesi che ritornano e fanno casino con le ragazze russe, peggio che le videoclip di xvideos con le orientali e le massaggiatrici cinesi che ti ricordano tutti gli insegnamenti tantrici, stare male e di conseguenza stare male anche con l’erotismo, le spogliarelliste russe su Vkontakte che mandano la testa fuori giri, pur di rifarsi gli occhi con le ragazze russe che non mi piacciono, alcol che ogni volta fa male, depressione, stati mentali alterati, ed è meglio evitare l’alcol, come dicevano gli avventisti, i bahaì e gli islamici, e anche i dottori, e anche, se vogliamo, lo Zarathustra di Nietzsche, the water drinker… sentire gli amici su whattsapp per farsi regalare per il 34esimo compleano lo Zarathustra in inglese, quello con la copertina che sembra Gesù Cristo, numerologie e cabbale tutte personali, 34, come il canto dell’inferno dantesco, il 34esimo compleanno che in realtà mi aprirà al mio 35 anno di vita, come diceva Saverio, si è sempre un anno in più… il 19 quando lo incontrerò, 19 come il numero di volte che per cinque fa 95, il numero delle volte che devi invocare la divinità come formula scaramantica, gli islamici e i bahaì che contano il rosario del nome divino contando sulle dita, come mi insegnava anche Haruna, l’africano che lavorava da noi… dare i numeri, certo, come l’8, che in Cina porta fortuna, il numero dell’arricchirsi, che alle 8 c’è sempre la barista bionda cinese figa, che porti fortuna? E 8 che in cinese si dice “ba”, “ba”, come padre, le teorie psicanalitiche sul padre, che non si capisce niente, la divinità padre, dell’ebraismo, del cristianesimo, che Dio nell’islam non è padre, tutti questi deliri, questo dare i numeri e quant’altro, quest’oggi, e basta con le numerologie, che già lo capivo quando stavo a Berlino dall 1/8 al 8/8, 88 heil hitler, per i tedeschi di una volta, 88, baba! in cinese, usato come byebye! per salutarsi nelle chat, numeri su numeri, dar di matto come quando vedevo il rabbino ortodosso alto e dalla barba caprina con il cappello nero, “Rabbì! Mi divorzierebbe da questa ragazza russa?”, gli avrei chiesto quella sera, basterà non sentire più Marina, lei e il suo amore materno, le mie parole russe che non scorrono, anzi, che non vogliono affatto essere dette, dimenticare il russo, dimenticare, dopo Alina, lei e il suo “Не привязываться ни к кому! Лучше не любить!”, “Non legarti a nessuno! Meglio non amare!”, che stamattina ritornava, dopo il caos di ieri sera tra spogliarelliste online, due bicchieri di vino di troppo, venti gocce di valium e 5 mg di zolpeduar, casino della mattina dopo, che la barista alle 6.30 della mattina non bastava, caos su caos, nella giornata, non voler lavorare, lasciarsi andare a deliri sul cristianesimo anarchico, dopo che sentivo su rtl 102.5 Salvini che parlava, per favore! Fatelo stare zitto! Ah, no, basta cambiare stazione radio, ritornare a credere senza credere, the higher man, come leggevo l’introduzione stamattina dello Zarathustra scaricato online in inglese, the higher man, un uomo superiore, sì, che va a troie, che guarda le videoclip, che fuma come un turco, che spera solo di rivedere la cinese, che si fa di pasticche e gocce chimiche, che abusa di caffè, che non ha voglia di lavorare, che ha paura di un’operazione chirurgica ai denti, che si disperde in mille identità, basta! Quale higher man sarebbe questo? Un forsennato, un folle, un mezzo schizofrenico! Basta! Che per calmarmi dai troppi caffè dovevo ricorrere alla pratica imparata quest’estate: gocce e pasticche chimiche, e l’ascolto del Corano per non pensare più a niente, sdraiato sul letto come uno schizofrenico ricoverato, la follia, la follia, la follia! Risvegliarsi, risvegliarsi solo per fare quattro passi, per comunicare all’amico che la vodka per il mio compleanno non la voglio più, regalatemi lo Zarathustra di Nietzsche in inglese, per Dio! E spero che arriverà, tra un mesetto, il 7 gennaio, quando in Russia festeggiano Natale, e io avrò il mio libro tedesco in inglese, con l’immagine di uno che sembra Gesù Cristo sulla copertina, un semplice disegno, numerologie, numerologie, numerologie, che aveva proprio ragione Saverio quando mi diceva che più sto lontano dal lavoro più pensieri strani affiorano, è difficile stare da soli, è davvero difficile, ci si perde su internet, tra mille pensieri e letture compulsive, era ora di dire basta! E l’uomo superiore, al di là del concetto di peccato, di redenzione, di salvezza, di ogni cosa, potrà vivere in me, anche quelle stupide monete che lasciavo in chiesa stasera perché questa settimana sono venuti a benedire la casa e mia madre non avevo un becco di un quattrino per ricambiare, ricambiare così, sedersi a terra e pregare come quando pregavo per l’amore per Ana, Ana che se ne è andata e ha fatto casino più che mai, più di quando c’era, lei che stamattina mi tornava in mente, quando vedevo la cinese bionda, le canzoni di Ozuna romantiche, lei che mi tornava in mente, Ana, che non c’è più e ha fatto più casino dei dentisti, delle gocce e delle pasticche chimiche, e dell’alcol, e di Marina  e le ragazze brutte che non voglio, e tutte le lingue, le divinità, e mille altri pensieri, quanto si stava meglio quando lavoravo più regolarmente, tutto questo sciabordio di pensieri e di casini non c’era, ma ci si riprende, si va avanti, si superano queste cose capendo i propri errori, imparando dai propri sbagli, ed errare è umano, perseverare è diabolico, ma che ci posso fare se questa mia schizofrenia congenita mi costringe ogni tanto a corregere con la chimica? Cosa ci posso fare? E’ la mia croce questa follia, ed è già tanto che riesco a gestirla, e vado avanti lo stesso, vado avanti lo stesso! And I’ve got new rules! Come la canzone di Dua Lipa, “New rules”, niente spogliarelliste, niente alcol, niente abuso di caffè, chimica nella giusta dose, senza fare casino, ragazze da desiderare sì, ma senza smaniare, come degli ossessi, e non c’è peccato, ci sono solo errori, sbagli, da cui si impara, come c’era scritto in quel libro sul buddhismo, che non concepisce peccati, ma solo ignoranza ed errori, e si va avanti così, con la giusta idea di un uomo superiore, a higher man, che vinca tutto questo sciabordio di errori e di casino, e andrò avanti, andrò avanti, andrò avanti! Non so di che film sarà fatta la serata, di quali libri, di che cosa, non lo so, voglio solo stare bene, e per ora l’immagine di quel libro che arriverà è la mia ispirazione, dopo il Corano, dopo l’immagine di Cristo che visualizzavo in me questo pomeriggio, nelle mie ore di riprendersi dai vari errori, perché dagli errori ci si riprende! E si va avanti!

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E liberare l’anima, e dire addio ad ogni casino in me…

Le canzoni di Indila, tra cori angelici in sottofondo e vocalizzi da far impazzire l’anima di spirito, il parcheggio del Carrefour, tra la gente che andava e veniva a fare acquisti per Natale, jingle bell in sottofondo, dal centro commerciale, e io che mi perdevo in quella musica, in quei vocalizzi, e desideravo il cielo, il mondo intero, gli spazi aperti, e non il chiuso di quella casa che in fine settimana diventa sempre una specie di cella di galera, tra quegli oggetti lasciati in mansarda, come quando finisce un’epoca, l’epoca di Ana… e non ci sarà Marina, non ci sarà, perché con lei è difficile parlare per me, in russo, capisco tutto quello che dice, in russo, ma io non riesco ad esprimermi liberamente, ed è una tortura, è masochismo uscire con lei e non poter parlare liberamente, senza contare che l’altra sera al bar volevo solo la cinese, per compensare al desiderio che lei mi fa rigettare… la cinese… che l’unico cinese rimasto a fare da tutore, è l’amico di una volta, Dong Dong, che ora lavora nel suo bar rinnovato a Milano, dove fa anche i ravioli al vapore, ed è una specie di fratello maggiore per me, come Mustafa il turco della pizzeria, tutti e due poco più grandi di me, sposati, con figli… altro che Barre e Fisi, il primo un segaiolo seriale invasato di immagini, l’altro un filosofo mancato, un raccontaballe seriale, un maniaco di Tinder, e un ipocondriaco, due amici che sono amici solo tra loro due, per me rimangono solo due con cui uscire, per parlare di film, e nient’altro… mai considerati veri amici, loro e le loro puttanate, gli altri amici sbandati, gli altri un po’ più stupidi, come quel Luca che metteva il mi piace su facebook all’immagine di Shiva, una divinità che sembra uscita dai fumetti a colori cinesi di una volta… Shiva… che vedere l’altra sera quell’alto rabbino ortodosso mi faceva ricordare tutto, e dimenticare quella divinità creata da me stesso come un vitello d’oro vero e proprio, che con la scusa del freddo smetterò anche di andare in mansarda a raccogliermi, che non ce n’è più bisogno, al di là dello Zarathustra di Nietzsche, al di là dei cori ortodossi, dell’ortodossia dell’anima, che altro non era che amore mancato per Ana, ora che lei non c’è più, e non c’è più nessuna… rimane solo il vago desiderio, il ricordo dell’ultima volta, quell’invocazione erotica di nome Kaylani Lei, l’attrice filippina… filippina come la nuova barista al bar di Dong Dong, anche lei filippina, che con il suo sguardo, il suo sorriso, bastava a liberarmi l’anima… e tornerò forse a scrivere, più spesso, e a raccogliermi di meno, che non ce n’è bisogno, come non c’è bisogno del Corano, e lontani sono tutti quei marocchini che vedevo sempre al bar di Paolo e Miryam, basta! Basta con quel bar e quei marocchini, non ne potevo più, andrò ora al bar London, là dove c’è la cinese bionda, e basta, ambiente più anonimo, più formale, più distaccato, dove non ci lascio l’anima, che non mi coinvolge, e solo a volte forse tornerò da Paolo, o da Benito, così per cambiare, così come oggi ho cambiato supermercato, basta anche con Manuela e il solito giro dei soliti prodotti, sempre la stessa spesa, sempre gli stessi giri e le stesse routine, da andare di matto, che oggi ciò che mi salvava era non leggere niente, riprendermi da tutta quella vodka bevuta ieri, ed esagerare un po’ con i caffè, ascoltare la musica pop israeliana, e incrociare per caso Francesco dello Charme lì nel parcheggio del centro commerciale, salutare, dopo aver finito di ascoltare Indila, e incrociare anche la cassiera Cinzia, la donna giunonica cassiera del Carrefour là nell’altra città, e dovevo proprio uscire dal loop, rimanere nello spazio aperto, e liberarmi di quell’immagine che faceva diventare la stanza una cella di prigione, rimane solo il regalo, il regalo di quella specie di fratello maggiore, Dong Dong, il drago cinese, il drago del Dottor Drago, di una volta, e non c’è più oggetto, idolo, immagine di ogni sorta, non c’è più niente, c’è la stanza vuota come quando sono fuori, in giro, per lavoro, per commissioni, per divertimento, per svago, nessuna immagine fissa, niente di più, e anche quel bar mi ricorda l’aperto, l’aperto del bar di Dong Dong dove c’è sempre viavai di gente, ed è un continuo andare e venire di persone, un mondo aperto, all’aperto, che non ne può più di loop e prigioni… senza contare che quell’immagine appesa era diventata come una specie di monitor sempre acceso con l’immagine fissa di una stella e un nome di una divinità che non voleva dire niente, robe troppo da marocchino, come direbbe Alex, e non ne potevo più… basta anche con quel libro sui sufi, sul sufismo, ora che Miryam non la posso più vedere, ora che quel caffè di quel bar faceva davvero schifo, così come tutta quella gente, ed era ora di dire basta, di dire basta e cambiare la routine, uscire dal loop… che sono già stanco stasera, che sono stufo di tutti questi caffè, che domani mattina ne berrò uno solo al bar, e lascerò perdere la macchinetta che ho in casa, il Nescafè, i quattro o cinque caffè al giorno, che mandano in tilt il cervello, e cercherò di stare più calmo, come mi faceva notare oggi quella cassiera del centro commerciale, “Non ti sto mandando via…”, “Eh… sono sempre di fretta…”, e non so neanch’io perché, dove corro, dove vado, da cosa scappo… basta con tutti quei caffè, quella chimica di medicine per compensare, tutto quell’alcol, e quel Corano, e quella musica, e quelle serie televisive che non mi piacciono, e la fissa di parlare in russo, e mille altre fisse, uscite strane dell’anima, che non ne potevo davvero più, insieme a quei calendari alternativi, ai giorni spostati al venerdì, al sabato, a dare i numeri, a cercare un’alterità che era costruzione di divinità fai da te, da impazzire… stufo, stanco, basta, non ne potevo più, aspetterò quest’operazione che mi attende con tranquillità, mi ricorderò forse di Berlino, dove ero sempre in giro, nonostante i trenta gradi e oltre, il caldo torrido, ma almeno ero sempre all’aperto, e non nella cella di una stanza a giocare con le immagini e gli oggetti, basta! Basta! Basta! Ana se ne è andata e la follia con lei, come le canzoni da adolescenti che sentivo quest’oggi lì vicino al parco, dove avevano installato una mini pista per pattinare sul ghiaccio, e le adolescenti e gli adolescenti erano tutti lì, passeggiare poi per l’altro centro commerciale, là dove ci sono le cineserie, i vestiti e di tutto e di più, una specie di Aumai, i cinesi e le cinesi, le antiche invocazioni, e gli amici cinesi a farmi da tutori alle mie manie… Gesù Cristo! Che casino, che casino, un casino che doveva scemare via così, con meno caffè, meno puttane, meno incasinamenti, tutto per dire addio ad Ana, che non c’è più, e neanche l’ortodossia immaginaria dell’anima, che era solo innamoramento e desiderio per lei, che era lei in fondo, era lei, e non Marina, di quell’altra giornata, non era lei, non era lei, e per rifarmi gli occhi immagino ora solo attrici giuste, e distolgo dalla mente chi non mi piace… perché me lo dicevano che se una ragazza così non mi piace è meglio mandarla via, mi dicevano che la religione è meglio lasciarla perdere, mi dicevano che tutto era frutto della mia mente impazzita, e ora non voglio più fare mix strani tra chimica, vocalizzi e salmi e musica, e idoli, e fisse dell’anima, che esco solo ancora più vivo e più forte da tutta questa follia dell’ultimo anno, durata anche troppo… Ana non c’è più, basta, ed è giusto che sia così… finalmente… e non so che farmene di questa sera dove non si uscirà con gli amici, e andrò forse a bermi una coca cola zero al bar di Benito, per stare all’aperto, per non chiudermi di fronte a questo monitor, per svagarmi ancora di più, per dimenticare l’alcol di ieri sera, per avere un po’ di fresco in me, e non pensare più a niente, e liberare l’anima, e dire addio ad ogni casino in me…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

E così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Nel sogno, la compagna di banco che avevo rimosso, una volta e per sempre, sogno erotico di lei, di quella Federica dai capelli mori, che viveva in un monolocale collocato sotto l’entrata di una scuola elementare, simile nei miei sogni alla mia scuola elementare, lei che viveva con il suo tipo, e sotto le scale di emergenza c’era questa specie di monolocale che si vedeva dal di fuori, perché le pareti erano di vetro, lei che viveva da commessa di un negozio di profumi, e lei che si lamentava che da poco le erano entrati i ladri in casa, scassinando l’entrata delle vetrate della scuola… lei che si confidava con il suo tipo, ma io che sentivo ancora nel sogno tutta quella carica erotica che ai tempi delle superiori scaricavo con Andra, eppure lei nel sogno emanava una freschezza di vita e una sensualità senza pari, una vitalità femminile dell’erotismo che si trasmetteva quando le stavo di fianco al banco, e sognavo e sognavo di farla mia, ma non so perché allora mi disciplinavo a non provarci con le compagne di classe, forse perché più piccole di me, forse per non creare casini dentro di me, forse perché allora ero fissato con l’ebraismo, con la fede, anche se non esitavo a vedermi con Andra, la ragazza romena che mi ispirava sogni e mi faceva godere, come il quadro dell’Olimpia di Manet… non so perché nei sogni tornava ancora lei, Federica, so soltanto che il sogno non aveva una linearità, si risolveva tutto nell’immagine di quel locale di vetro sotto le scale antincendio della scuola, ed era carico di energia erotica… mi svegliavo, mi svegliavo e notavo come tutto fosse diventato una fiction, le divinità, i film, quell’Indiana Jones che ieri guardavo in inglese, quelle immagini di calligrafie divine, quell’intera mattinata e primo pomeriggio di ieri passati ad ascoltare il corano, incantato come un serpente da quel canto e quel suono, nelle mie crisi di depressione e scoraggiamento, in vista dell’operazioe chirurgica, in vista di rivedere Marina non so quando, forse settimana prossima, scoraggiato perché non c’era da lavorare, mentre ora me ne rallegro, che più sto lontano da quei vecchi parafascisti meglio sto, loro e la loro politica, i loro discorsi e doppi sensi, la loro animalità, che trovo la verità nella fiction, sia che siano i fumetti vecchi e nuovi di Kenshiro, che siano i film di Indiana Jones, che sia la fiction delle storie delle divinità, e la mia anima si riapre e si riaccende in questo sciabordio di immagini e immaginazione, che niente di fisso rimane più, forse la voglia di rivedere gli amici, la voglia di uscire con Marina e le sue amiche a vedere il dramma di Pushkin, la serie televisiva russa storica su Sofia, la prima dinasta della Terza Roma, Mosca… che l’immaginario ora mi invade, oltre all’immaginale religioso, le due sfere si mescolano, immaginario filmico e immaginario onirico, immaginale religioso che dà un senso e una tranquillità alla vita, tra sogni dell’aldilà, di fantasmi e profeti che mi compaiono per confortarmi, di visioni dell’oltretomba, di storie di profeti che distruggevano gli idoli e venivano ispirati, mentre ora tutto l’immaginario e l’immaginale si confondono, per dare vita a una fiction dell’anima che mi ripara e mi salva dalla brutta realtà di quel lavoro che mai farà per me, tra quella gente ignorante e volgare, e  mi chiedo ancora cosa ho studiato a fare e cosa vivo a fare se poi mi devo ridurre a fare il manovale… ritorna ancora la voglia di lingue straniere, di fare risciacquo linguistico con nuove lingue, senza più fisse o idee di lingue sacre e superiori, quelle lingue che servono per dissipare i discorsi ignoranti e i doppi sensi elementari e le associazioni di parole di chi non sa che la propria lingua o il dialetto della propria stupida madre, gente ignorante… che anche ieri quando il vecchio amico di mio padre diceva “Vamos a matar los rojos”, citando la divisione di Francisco Franco, per un attimo la mia mente volava ancora alla storia, alle lingue, alle culture, mentre lo stupido operaio si risolveva a ritradurre in dialetto la frase spagnola, lui e quella puttana bergamasca di sua madre, sempre lì ritorna, lui e la sua amata Italia di cui sente parlare in quelle trasmissioni che anche mio padre la sera guarda, discorsi idioti su discorsi idioti, gente che riempie la propria ignoranza e il proprio vuoto con un regurgito di patriottismo postmoderno xenofobo… la xenofobia, la voglia di casa, di Blut und Heimat, come quell’altoatesino che in confronto agli altri è un professore di lingue e di storie, ma che anche lui è attaccato al territorio, gente anziana, un’altra generazione, gente che non può comprendersi con la mia generazione multiculturale e ricca di elementi esterni ed estranei, ed è normale che scatti lo scontro, il conflitto, tra due mentalità che non si possono capire, una legata alla terra e al territorio, l’altra deterritorializzata, che vive di immagini e immaginari altri, fatta di altre lingue, internazionale, multiculturale, giovane e nuova, mentre il vecchiume da dialetti e cimiteri e patriottismo velleitario fanno solo venire noia e depressione, scoraggiamento, nessuno davvero con cui parlare, e anzi lo stress a volte si fa sentire, perché quella gente non la puoi mandare a quel paese, o non puoi neanche parlare liberamente di altro, perché tanto non capirebbero, limitati come sono nei loro riferimenti culturali e di senso… ma è così, speravo di fare il mediatore linguistico e culturale con stranieri, russi e inglesi, altri, mentre invece ti ritrovi a farlo con una generazione italiana più vecchia, la cosa che detestavi di più, tu che sei nato per il multiculturalismo e la xenofilia… che mi passa la voglia di lavorare, in questo ambiente vecchio, non ci sono stimoli, è solo una specie di tortura, di tormento, che ricorda quasi i campi di lavoro forzati dell’Unione Sovietica, la rieducazione tramite il lavoro sembra, peccato che a volte sia più un campo di concentramento, e non per il lavoro, ma per l’ideologia che sta dietro a quelle persone… un vero campo di concentramento e di rieducazione tramite l’ignoranza… ma per fortuna c’è la televisione, c’è la Deutsche Welle, ci sono i film, la musica, le canzoni, altri immaginari, altre divinità, altre religioni, e nel mio piccolo, tra amici e amiche continuo la mia vita parallela, fatta di interessi e immaginari comuni, condivisi, se non del tutto almeno in parte, e la fantasia può ancora salvare da quella ignobile realtà… ricorderò sempre i sogni erotici di Federica, il ricordo della scuola, le mille discipline insegnate, i mille immaginari differenti, i ricordi delle ragazze passate, l’attesa di vedere Marina e lo spettacolo, le cavolate che si dicono con gli amici, i film di cui si parla, i libri, i fumetti, e così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

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Là, nella piana dei morenti, edificio maestoso, internato di bianco, poche figure, gente sparsa qua e là, edificio postmoderno che accoglie tutti, viventi e morenti, camminando qua e là, nell’attesa della propria visita, esame, operazione… attendere… attendere stando seduto su una panchina ai fianchi dei larghi spazi, e perdersi sul tablet sugli interni di templi bahaì e di moschee, spazi immensi, decorazioni arabescate, natura qua e là, fiori e rami, tappeti rossi, mihrab azzurri, colonne viola, arabeschi interni di moschee dove liberare l’anima, e non sapere che farsene di quel bianco del tempietto dell’ospedale dove un crocifisso che vinceva la morte sembrava una presa in giro all’estetica trascendentale, fantasmatica, di quegli altri templi, che il sublime lì non si trovava, si trovava soltanto la paura, la paura di sempre… morire… un morto crocifisso che vince la morte, e uno spazio infinitesimale confronto agli spazi di moschee e altri templi, alla loro sublimità di decorazioni astratte, che stando lì seduto l’unica figura dal bianco nulla che emergeva era quella del mahdi, che avrebbe potuto camminare lì solo per benedire e per dire che al di là di essere ancora vivi niente conta veramente, è tutta vanità, nel suo silenzio, nel suo camminare e nei suoi gesti ieratici, che non c’era più niente da desiderare, se non sentire le uniche parole che si trasformavano in un respiro, respiro ancora, il cuore batte ancora, il nome divino che è solo un soffio, e voci di dhikr islamici che cantilenavano la vita, al di là di ogni cosa, e i nomi divini… non c’era più niente da desiderare in quegli istanti, se non la vita stessa, e il sonno e la stanchezza di una mattina cominciata troppo presto voleva forse solo un buon caffè di quelli lunghi, per riprendere una parvenza di vita, che si sarebbe scoperta solo poi vanità da sovraeccitazione… stavo lì, andavo dove facevo i prelievi e dopo due ore d’attesa potevo bermi il mio agognato caffè al bancone del bar, carico di vita, troppo pieno tra nicotina e caffeina, all’ospedale, dall’ospedale scappare via per quelle visioni trascendenti dell’aldilà, e quelle visioni… andare via e tornare a casa, confuso, frastornato, non sapere da che parte rigirarmi, e lasciarsi andare a troppa nicotina, che quasi quasi metterei il cartello “vietato fumare” nella mia stanza, troppe sigarette, e l’ultimo rimedio: la pasticca chimica… accasciarsi sul letto e lasciarsi andare alle salmodiature coraniche, aspettando che la chimica facesse il suo effetto, e ad un certo punto sentire la breccia nella propria mente, tra quelle invocazioni coraniche e quella chimica che rilassavano la mente, la gettavano in un profondo stato di sonno, anestetizzato, sedato, mi addormentavo tra quelle salmodiature di sure coraniche, e la seconda metà della mattina se ne andava via così… mi svegliavo più rintontito di prima, come in un altro mondo, solo per mangiare e tornare a letto, non dando ascolto a quei pensieri di morte, a quella luce bianca, la luce perpetua, fantasmatica, dall’aldilà, senza dare ascolto a quei pensieri eppure ancora volere quella luce, e solo quella luce, dall’aldilà, quei salmi, non volere più niente, non pensare neanche a come mandare il messaggio a Marina che avevo comprato il biglietto del teatro per “Evgenij Onegin”, per andare con lei e qualche suo ex collega, non me ne importava più, volevo solo sedarmi ancora, non pensare più a niente, solo accogliere quella luce perpetua in me, eppure il sonno arrivava di nuovo, e mi riaddormentavo… altro sonno, che mi risvegliavo di nuovo ancora più rintontito di prima, e mi bevevo un caffè, solo per andare poi al bar e bermene un altro, e nel pomeriggio me ne sarei bevuto un altro ancora, prima di fare quel lavoro da niente in officina, dopo che mio padre e Marco se ne andavano in altre officine a fare assistenza, un lavoro da niente, pulire un macchinario, fare due o tre test di altri macchinari, e niente di che, un’ora neanche di lavoro, dopo essere stato al supermercato a prendere due cose, e la giornata di lavoro era già finita, senza pensare alle cose ultime, alla fine del lavoro, alla pensione che oggi accennavano quegli infermieri, alla fine di ogni cosa, delle cose ultime, la luce perpetua, il mahdi, l’aldilà e nient’altro… delle cose ultime, quando di fronte alla fine siamo finalmente tutti uguali, che non mi importa più di niente, mi accascerei di nuovo e dormirei di nuovo, dopo essermi sedato anche troppo stamattina, dopo l’alcol che è meglio non bere, dopo che quella chimica e quell’alcol mi hanno fatto capire che con gli stati mentali è meglio non scherzare… lavorare ed evitare i pensieri da cose ultime, finire di lavorare e andare a correre, allenarsi un po’ con esercizi di karatè, calci di taekwondo, anche sotto la lieve pioggia, anche superando correndo un altro che correva oggi in modo più costante di me, sentirmi stanco, eppure scattare alla fine, e superarlo, e poi allenarmi al parco sotto la pioggia, anche con quella ragazzina e quel ragazzino che stavano assieme sotto l’altalena per ripararsi, continuare ad allenarmi, e finire la mia ora di ginnastica correndo verso casa, con una sola idea: comprarmi un orologio usa e getta di quelli che trovi dai cinesi, per avere sott’occhio l’ora e non portarmi sempre dietro il cellulare, anche quando corro e mi alleno… tornare a casa, distrutto, docciarmi, prendere su e andare all’Aumai per quello stramaledetto orologio, rosso e nero, che quasi quasi mi veniva pure voglia di comprarmi il calendario del Milan che avevo visto al Carrefour, ma sarà per un’altra volta, o forse mai, comprare quell’orologio usa e getta e ritrovare i soliti colori, il rosso e il nero, il bianco della luce perpetua, le sure coraniche, la luce alla fine del mondo, il respiro, la vita, nelle preghiere, e fregarsene di Marina, di quell’amicizia, delle altre amicizie, delle partite del Milan che vedrò o non vedrò poco importa, al bar o dove, dello spettacolo di Evgenij Onegin, del regalo per l’altro amico, delle altre uscite con gli altri amici, non rimane più niente qui, solo la stanchezza di un allenamento che per un attimo mi aveva anche troppo esaltato, non rimane più niente qui, solo le riflessioni sulle cose ultime, la luce alla fine del mondo, un mahdi dall’aldilà, e parole e pensieri che si trasformano nell’unica cosa che c’è, quel respirare quel soffio vitale, che annulla tutte le immagini e le parole all’interno dell’anima, e non rimane più niente, solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

Nel sogno, ritrovarmi non so dove, in una specie di aeroporto, vestito di nero, con il cappello nero da rabbino ortodosso, camminare per quel non-luogo, vagare, e vedere passare davanti a me vetrine, negozi, luoghi di culto che non avevano differenza con quel dell’aeroporto, e una schiera di rabbini anziani mi seguiva, vestiti di nero, con le lunghe barbe bianche, la visione di una sinagoga, tra palazzi e castelli antichi, e quella facciata, e mille turisti, e le lacrime e il pianto giudaici, con quei rabbini nei quali mi confondevo, camminando per l’aeroporto, nel sogno, le lacrime e la sinagoga e i turisti e il ricordo vago di Berlino… mi ritrovavo nel corridoio di un hotel, perduto tra quei piani e quei corridoi, i tappeti rossi che davano sulle stanze, e in un corridoio c’erano ragazze che aspettavano fuori dalle porte, si sapeva che ragazze erano, e fermarmi da una di quelle, con tutta la carica erotica di questo mondo, e perdermi in lei come mi perdevo l’ultima volta da Aleksia, la sua bellezza, i suoi capelli biondi, il corpo e le curve dove perdersi, il piacere smisurato e infinito, e la bellezza di lei, un sogno, come Aleksia, ricordo e sogno erotico…

Mi svegliavo, nel fondo della notte, ancora in preda a quelle visioni, tra religiosità ed erotismi, al fresco della notte, riprendersi un attimo e uscire nel giardino di casa, a osservare il verde, e il blu della notte, ricordavo come la sera prima mi ero perso in canzoni albanesi, nel ricordo di Rudina, il desiderio per lei, quel vino rosso che si scioglieva in bocca, quella musica che mi esaltava, quel sogno di lei, di una vita, di un lavoro, di un matrimonio, un sogno e un desiderio di festa, che mi dava la carica, e perdersi in quei vocalizzi, come sempre, Ohrwurmen, earworms, tormentoni, solite note ripetute all’infinito, come quella musica che ascoltavo sul lavoro, l’estasi musicale, e la bellezza di Rudina, e il sogno di lei, un sogno di vita… mi addormentavo solo con le sure del Corano, per risciacquare suoni che davano alla testa, la visione della luce alla fine del mondo, e la scomparsa di visioni d’amore, di matrimonio, di vita, di carica dionisiaca e apollinea allo stesso tempo, mi perdevo in quelle sure, in quel salmodiare, e trovavo il sonno… il sonno, i sogni, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, che nella notte altri sogni si ritrovavano in me, come in una stanza rettangolare, piena di banchi, a ferro di cavallo, l’insegnante sconosciuta che chiedeva di chi fossero quelle foto, noi che avevamo fatto un compito di fotografia, vari album, e l’insegnante chiedeva di chi erano le foto di “Stalker”, e io indicavo il mio amico, quello che vorrebbe sempre fare la svolta nel mondo dell’arte, “Stalker”, dicevo, “E’ lui!”, e indicavo l’amico, che confermava all’insegnante, e lei gli diceva che quelle foto erano interessanti, e aveva contatti giusti per immetterlo nel mondo dell’arte, finalmente, il suo sogno poteva realizzarsi, in quel sogno, e poi faceva forse un altro nome, l’insegnante, forse una compagna, una compagna delle superiori, Paola, e mi perdevo in un sogno dove volavo su fabbriche abbandonate, tipo quell’enorme complesso abbandonato qua in periferia, tra ciminiere e capannoni dismessi, volavo sopra quel complesso che sembrava Chernobyl, o il film di Tarkosvskij “Stalker”, e vedevo a gruppi di persone che erano vestite in Cosplay, c’era come una fiera, una manifestazione, e ad ogni capannone sorvolato dall’alto c’era un gruppo di persone, vestite come Tekken, Final Fantasy, Gundam, Giappone dell’anima otaku che si ritrovava in quelle fabbriche dismesse, e al di sopra di tutto io volavo…

Finivano forse i sogni, per la notte, per il giorno, che mi svegliavo con la consapevolezza che un altro giorno di lavoro mi aspettava, che Dostoevskij letto ieri poteva anche aspettare, per un po’, la voglia di sentire la lingua albanese al telegiornale, i raccoglimenti mistici per ritrovare me stesso, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, il ricordo onirico dei sogni, il fascino della mistica e dell’onirico, infinita ispirazione, e mi ritrovavo a invocare i sogni, i ricordi, i desideri, e tutto si disperdeva nell’evanescenza, in quella spiritualità alternativa che sa come affrontare il mondo e la vita, e serbare, come un meccanismo di difesa, la propria personalità in mezzo a quelle persone e quel mondo, che a volte vorrebbero portarti via, come quel sogno del collega che mi chiedeva perché leggevo di Abdul Bahà, e non era per niente contro, diceva solo che sono le stesse cose della chiesa, e mi ritrovavo come in un oratorio, in mezzo alla gente, ognuno a vivere la religiosità come gli viene, a modo suo, così è la vita, così è anche la spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, e mi perdevo e mi perdevo, e mi perdo ancora, e non so più trovare un punto fermo, quando tutto diventa infinito, e Dostoevskij potrà aspettare, e gli altri libri, e gli altri film, e gli amici, e chi mi segue, ed ogni persona ed ogni cosa, in questo tempo che a volte si comprime solo per scatenare desideri più forti, e voglie, e interessi, il tempo rubato al piacere che si dà alla realtà, e la realtà che invoca il piacere, libri, musica, film, uscite, arte, spiritualità alternative, questo modo di vivere che fa parte di me…

E me ne andavo al bar, come sempre, ogni mattina, il solito caffè, le solite sigarette, incrociare persone, sentirle ridere, scherzare, parlare, la musica e il telegiornale alla televisione, la gente che fumava, il risveglio tra gli altri, che lasciavo perdere il caffè bevuto in ufficio o in casa, senza gente attorno a me, vivere assieme agli altri, e conservare se stessi, nella propria spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, ritrovare se stessi, come ieri quando pensavo a quell’aquila albanese che ricorda sempre l’eterna lotta tra Islam e crisianesimo, Vlad Tepes, Skanderbeu, medioevo dell’anima e ispirazione infinita, là dove trovo me stesso, e non mi perdo più se non nell’infinito, nell’ispirazione infinita, nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Il sonno, vagabondare e buttare via le giornate, in questa vuotezza alla base di tutto…

Riprendere il corso d’ebraico così per ripassare un po’, fare risciacquo linguistico dopo questi giorni di full immersion in inglese, il libro di Jo Nesbo, le serie di “The Originals”, i libri di Knut Hamsun, la Deutsche Welle in inglese… riprendere a leggere qualcosa dopo che la giornata di oggi era assonnata, persa tra quelle canzoni mizrahi che mi davano la rilassatezza necessaria, dopo lo sclero di ieri, quando non ne potevo più di stare in casa, in officina, in ufficio, prendere e andare ancora al parco, Parco Sempione… andare là e dimenticare tutto, dimenticarsi anche di quei cinquecento metri quadrati su tre piani, spazio ampio, di certo, ma non abbastanza per me quando vado fuori di testa e vado in tilt e sclero e ho bisogno di andare via, prendere e andare via… e mi fermavo alla solita pizzeria dei turchi, dove mi mangiavo una pizza, mentre c’era il corano di sottofondo, venerdì mattina, verso mezzogiorno, con il solito pizzaiolo e suo figlio di sei o sette anni, che alla fine si prendeva pure i cinque euro che gli dovevo per una pizza e per una bottiglietta d’acqua, che strano stare lì in quella pizzeria con il corano in sottofondo, cercando di fare ordine nella testa, in quel caos dentro di me, e dare quei cinque euro a quel bambino mi faceva ricordare delle donne, di sposarsi, avere figli, come i primi sonetti di Shakespeare, “Unless thou beget a son…”, le donne… e prendevo e andavo via, mi bevevo il mio caffè al bar lì di fianco e me ne andavo verso Milano, dopo che un vecchio che accompagnava una nera, non so chi fossero, mi chiedevo dov’era la fermata dell’autobus che porta ad una città qua vicino, là dove abitava Leida, là dove a volte i miei ricordi vanno in tilt… e me ne fregavo e andavo avanti, convinto di liberarmi della giornata, di ogni cosa, mentre pensavo dentro me che forse un giorno potrei davvero fare questo di mestiere, semplicemente vagabondare, con pochi soldi in tasca, e passare le giornate a non fare niente, semplicemente chiedere l’elemosina e liberarsi di tutti quegli stress del lavoro, degli amici, delle ragazze, degli studi, dei parenti e colleghi, e semplicemente vivere di niente, come un barbone, buttando via le giornate, rinunciando a tutto, lasciando anche perdere l’idea di trovare un buon lavoro in linea con i miei studi, e fregarmene una buona volta proprio di tutto… e arrivavo lì al parco, i soliti neri che facevano segno se volevo un po’ di hashish, un gruppetto di giovani che si fumava una canna, coppiette varie di giovani che parlavano seduti su una panchina, turisti francesi sparsi un po’ ovunque, e sotto il caldo, io, alla ricerca di un posto all’ombra dove dimenticare me, dimenticare il mondo, dimenticare ogni cosa… e trovavo un posto all’ombra, e combattevo contro il craving di una bottiglia di birra, per fermare il nervoso che sentivo in me, e solo alla fine decidevo di prendermi quella nuova pastiglietta che si scioglie in bocca, che m’ha dato il dottore, pastiglietta che finalmente mi mandava nel mondo dei sogni, io lì, sdraiato sull’erba, all’ombra, con solo il mio zaino pieno di roba ad accompagnarmi, senza più voglia di leggere niente, di vedere nessuno, solo e da solo in mezzo a non so quante migliaia di metri quadrati di parco, spazio abbastanza grande da non farmi venire la claustrofobia, da solo mi rilassavo e non pensavo più a niente, tutto svaniva, tutto si dissolveva… mi svegliavo forse due ore dopo, con la sola voglia di trasgredire un po’ la dieta ferrea, e mi permettevo una coca cola zero, e poi me ne stavo lì, ancora sull’erba, sdraiato, a non pensare a niente, a cuocere forse sotto il sole, e pensare che delle giornate così potrebbero essere anche quelle a Berlino tra qualche giorno, giornate spese al parco senza fare niente, giornate buttate via così, lontano da tutti e da tutto, riposo totale… e mi alzavo solo per andare a mangiare qualcosa, verso le sei del pomeriggio, orario in cui di solito mangio, ceno, e mi permettevo un hamburger di quelli strong al Burger King lì in stazione, solo per ritornare poi al parco, e accorgermi che ormai la giornata era andata via così… i turisti, le coppiette, i giovani, tutto nella norma, e già mi piaceva fare quel giro qua e là, vedendo facce nuove, sentendo lingue diverse, e vedendo anche forse il mio futuro possibile: quel barbone seduto sulla panchina che si gedeva il suo panino, mentre un altro in bicicletta poco prima passava e mi vedeva, e mi diceva, con accento italiano: “You can totally do it!”, do what? Mi chiedevo, prendere e andare via? Parlare inglese, prendere e decidere cosa fare di questa vita? Fare cosa? E non c’era risposta, segni che a volte il mondo mi manda, ma che smetto ormai di interpretare… e pensavo anche a quella specie di sogno che facevo, quando pensavo magari di aprire un negozio o un’attività con qualche soldo da parte, ma che cosa? Una libreria? Una fumetteria? Rilevare un’edicola? Ma chi legge e compra ancora il cartaceo? Anzi, chi legge ancora? E mi accorgevo che era un’idea che non aveva né capo né coda… e me ne tornavo a casa, con la giornata buttata via così, ma dove almeno mi ero rilassato una buona volta per tutte, e non mi sentivo più in tilt con me stesso… me ne tornavo, sul treno, con il caldo addosso, con la sola idea di tornare a casa e farmi una doccia rinfrescante, e sdraiarmi poi sotto l’aria condizionata in camera e non pensare più a niente, dimenticare il caldo, l’estate, ogni cosa… e chiamavano gli amici, la solita uscita serale, chiacchierare e fare quattro passi, e dimenticare ancora di più, dimenticare, dimenticare ogni cosa… e si usciva la sera, si rideva, si scherzava, si parlava, ci si confrontava, dicevo dei miei giorni che saranno in vacanza, a Berlino, altri giorni da buttare via che saranno, e non pensavo al domani, ad andare al battesimo di mia cugina, rivedere i parenti, sentire discorsi noiosi, dover parlare di me e altre cose che non mi fanno per niente piacere alla sola idea, e non ci pensavo, non ci volevo pensare, anche quando la sera tornavo e pensavo solo al fresco dell’aria condizionata, questo caldo che non ti permette di pensare, di fare niente, questo caldo che dà alla testa, e mi pascevo solo nel fresco della notte, al di là anche dell’eclissi di luna, e mi perdevo nelle immagini erotiche di quelle ragazze che da sole possono farmi scaricare dal nervoso, da ogni cosa, da ogni pensiero, e pensavo ancora ad altre giornate da buttare via, a non fare niente, a sperimentare l’assaggio di una vita da barbone, da vagabondo, senza neanche lavorare come fanno invece in quei romanzi di Hamsun i vari vagabondi, sempre che cercano lavoro, che cercano un modo per sopravvivere, mentre a me non interessa più niente ormai, mi andrebbe solo di vagabondare e buttare via i giorni, perché un senso qua non lo trovo più, lo trovo solo nel nonsenso generale di qualche religiosità che sa di nulla, di vuoto, di assenza, se non fosse per quel corano che sentivo dai turchi, quel bambino che vedevo, e quella madre a cui pensavo, ma poi mi eclissavo, mi eclissavo anch’io come la luna della notte di ieri, e volevo solo dormire… e dormivo… dormivo e mi svegliavo più rintronato di sempre, con le idee confuse, come ultimamente mi capita, che mi sveglio e non so più neanch’io perché mi sveglio, forse solo per invocare una qualche divinità che svuoti tutti i pensieri, solo per prendere e andare poi a fare il mio giro al bar la mattina, per le sigarette, e la solita camminata di un’oretta, forse il momento più bello di tutta la giornata, senza nessuno attorno a me con cui parlare, io da solo, a camminare, per i fatti miei, a prepararmi a vagabondare e a non fare più niente, non credere più a niente, non voler più vivere, solo vagabondare in eterno, senza una meta, senza uno scopo, dimenticando gli studi, ogni lingua, ogni cosa imparata, non dando più peso a niente, annullando tutto e tutti e vagabondare e solo vagabondare e non fare più niente, e buttare via le giornate… camminavo e camminavo solo per poi tornare in casa e decidere quest’oggi di riposare, aria condizionata, musica israeliana mizrahi, e nessuno, e niente, e accettare questi miseri cinquecento metri quadrati per tre piani di questa casa, come diceva l’amico delle case popolari della sera prima, che lui già sarebbe felice con così tanto spazio, a me sembra solo una prigione, una prigione molto spaziosa, e provavo ad accontentarmi di questo spazio, almeno per il fresco, e distendermi sul letto e dormire, e non pensare più a niente, trasportato via dalla musica, dai suoni, dal canto, fino al sonno, ennesimo sonno, che tra vagabondare e buttare via le giornate sono diventati le costanti di quest’ultimo periodo, e mi lasciavo trasportare dalla musica, da quella lingua strana che spezza i denti e spezza ogni ascolto, e mi perdevo nei miei misticismi linguistici, di una lingua originaria che non esiste, pura sonorità dalla quale scaturisce ogni lingua, ogni suono, ogni combinazione di parole, solo per trovare il nulla da cui ogni pensiero, ogni idea nasce, quel nulla fatto di suoni che ti permette di capire che tutto nel mondo è completa vuotezza di senso e significato, di scopo e meta, e mi perdevo in quei suoni, in quella musica, in quel canto… e andava via quasi metà mattinata e il primo pomeriggio, mi svegliavo solo per risciacquare ancora di più il suono e le lingue in me, solo per buttarmi in quel corso di ebraico per principianti, così, per annullare ogni idea, ogni pensiero, ogni lingua, ogni costruzione astratta, lo stato, una nazione, il popolo, una lingua nazionale, cose a cui non credevo più, filosofie di vita, ideologie che possano motivarti, filosofie d’ogni genere, niente, non rimaneva più niente, solo il sonno, la voglia di vagabondare e di buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente… in quella vuotezza generale, vuotezza su cui si fondano diecimila cose del mondo, nessuna vera, nessuna con alcuna consistenza, con nessuno scopo, e in quella vuotezza mi perdevo e mi perdo e c’è solo voglia di sonno, di vagabondare e buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente, in questa vuotezza che alla base del tutto…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Visioni

In questa noia bianca…

Può essere solo la primavera, è l’unica spiegazione che mi dò, andare in biblioteca e non aver voglia di leggere neanche un libro, neanche tra quelli in prestito, filosofia del nulla, teologie politiche islamiche, riletture, a dire il vero, nessuna voglia… lasciar perdere quel libro turco di Orhan Pamuk, dopo che stamattina quasi impazzivo a voler ritornare da quel barbiere turco con cui non si può neanche parlare, quello forse un po’ frocio, con la s sibilante, inquietante… e impazzire per tagliare o no quei capelli, e alla fine andare dal barbiere italiano, che quando mi vedeva all’entrata al bar mi dava un buffetto sulla spalla, e già mi riprendevo, che bisogno c’è di farsi tante paranoie sulla pettinatura? Ed entravo poco dopo, dopo un caffè, e mi diceva che sembravo un leone con quei capelli, un pazzo, e c’era davvero bisogno di un taglio… mi rapava ben bene, senza essere ora a zero, ma comunque un taglio quasi militare, e durante tutto il taglio si parlava male dei marocchini, degli albanesi, dei romeni, di questi qua che vengono a spacciare e a gestire la prostituzione, le carceri affollate, i carabinieri che non fanno niente, la politica che non si decide a fare il governo, ed era un puro parlare salviniano come tanti adesso, che va tanto di moda, un parlare vuoto che però mi portava via da quella sensazione di malessere che provavo al solo avvicinarmi al barbiere turco, e ringraziavo iddio che lì è meglio se non ci metto più piede… non so cosa mi spinge là certe volte, forse il ricordo di quel viaggio in Albania tre anni fa o di più, quando, prima di andare in Albania, passavo appunto da quel parrucchiere, e allora sembrava tutto magico, un altro paese, altre culture, altri modi di parlare, uscivo dalla storia con Xhuliana, la ragazza albanese, e allora era tutto incantato, tutto ciò che era estero era incantato, e non so, forse per qualche coazione a ripetere ogni tanto mi verrebbe da tornare lì, ma ora come ora fa solo sentire male, come quell’aquila albanese che non posso più vedere, come quella lingua russa che non posso più sentire, come tante cose straniere che non mi ispirano più, come la stessa Ana, la ragazzina romena, che non mi va più di vedere… e sembra quasi finire una stagione, una stagione tutta esterofila, xenofila, e non so cosa comincia, forse non comincia niente, e non mi capacito più di quell’Aldo che ero, e mi sento disperdermi, come prima in biblioteca, quando nessun libro più mi attraeva, come se non ce la facevo più a dedicarmi a niente, ai film, alla musica, ai libri, e può essere solo la primavera, mi dicevo, come quando in università verso aprile/maggio non ne potevo più di libri, e mi accontentavo di dare quegli esami scritti di lingua, facili, e mi preparavo solo alla sezione estiva, di tre o quattro esami, niente di più, e poi potevo dire dimentica l’università fino a ottobre… ma l’università non c’è più, non ci sono più nemmeno gli esami, non ci sono più letture obbligate, ma neanche letture d’evasione, di piacere, tutto mi stanca, tutto mi viene a noia, tutto si dissolve, e non so se è perché sto giocando troppo a Final Fantasy che non riesco più a concentrarmi, o proprio perché non riesco più a concentrarmi che gioco a Final Fantasy, ma sono stufo di tutto e di tutti, anche di Ana, anche di quel lavoro, che alla fine mi hanno detto di sentirmi libero di trovare altro, e non mi sento più legato a niente, si spalancano le porte del tempo, e non c’è niente da fare in queste lunghe giornate, e nonostante mi abbiano consigliato che adesso come adesso l’unica cosa che potrebbe farmi cambiare è trovare un nuovo lavoro e trovare una ragazza, una relazione stabile, nonostante tutto questo non ho voglia di niente, di nessuno, e passerei le mie giornate a oziare, a rilassarmi, a non fare niente, e mi sembra anche di veder dissolvere pensieri e religiosi, che prima mi orientavano, a parte semplici consigli sulla dieta, sul bere, sulla sessualità, e solo queste regole mi tengono in pista, regole ormai assimilate, ma per quanto riguarda tutto il resto sono completamente fuori di me, disorientato, libero e allo stesso tempo disorientato, e non so più cosa voglio… mi stanco dei libri, dei film, della musica, delle ragazze, degli amici, del lavoro, di Final Fantasy, delle mie ricerche, dei miei pensieri e non so più a cosa dedicarmi, ed è una noia bianca, una noia dove tutto si dissolve e non rimane niente, e vedo me stesso solo in preda ai libri come un quattordicenne sarebbe preda dei nuovi videogiochi da comprare, e non mi sembra di aver mosso un passo da quando ero anch’io quattordicenne, solo ho sostituito ai videogiochi prima i libri, poi le ragazze, poi i vestiti, poi altro ancora, forse i film, e tutto mi sembra una lunga parabola con varie variazioni, la parabola del consumismo, culturale, erotico, ludico, e niente di più, una grande voglia di consumare e niente di più, e ora mi sembra che non rimanga più niente, più nessuno… forse è solo la primavera, mi riprenderò forse trovando qualcosa a cui dedicarmi, se solo anche il lavoro non mi sembrasse un videogioco, un’impresa ludica e senza senso: stare davanti un monitor a inviare mail e cv, con la sola attesa di qualche risposta sparuta che non ti dice niente, rimanda o ti dice semplicemente che la gente non è interessata, e mi sembra davvero tutta un’esistenza virtuale, della stessa consistenza di un videogioco, e anche la mia conoscenza delle lingue sembra fittizia, quasi sempre passata attraverso fogli di carta, o schermi di computer e tablet, e non c’è niente di consistente, tutto è evanescente e virtuale, e tutto mi sembra finto, ogni mio studio, ogni mia conoscenza, che si risolve in nulla… e pensare che oggi la gente sulla virtualità fa i miliardi, quante app? Quanti social? Quanti blog e influencer e youtuber e quant’altro ancora? Tutto virtuale e niente di vero, e mi sembra di vivere una vita finta, virtuale, e mi sembra che non ci sia niente di concreto e tutto evapora, si dissolve, diventa evanescente… e non so neanche che farmene di questa giornata, di questi giorni e dei giorni che verranno, mi verrà voglia solo di giocare ancora a Final Fantasy per non pensare più, magari tornerò ad appassionarmi di qualche libro, di qualche film, ma tutto è ora privo di senso, senza scopo, ed è una noia bianca, un senza senso bianco, non di quelli depressivi dove dici: “Tutto è senza senso”, ma un “senza senso” che si salva da sé, in questo nulla che mi invade, in questa inanità totale, in questa infinita vanità del tutto, in questa noia bianca…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

Tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…

Non so se è stato mio fratello, se sono stati i miei nipoti, se è stata Sissi e il suo tipo che giocava a Final Fantasy XV, non so sono stati i miei amici, che dicevano di giocare ancora, ogni tanto, ma mi è proprio ripresa la scimmia dei videogiochi, in particolare, di Final Fantasy… così che ieri pomeriggio ci giocavo per tutto il tempo, a Final Fantasy X-2, e anche stamattina, e poi, e poi mi prendeva la scimmia di recuperare su Ebay Final Fantasy X, per la PS2, e seguivo quella scimmia, quell’acquisto compulsivo, e ordinavo il gioco online… soldi da niente, neanche più di 35 euro, che non è neanche un potlatch dell’anima, che anche se il gioco arriverà in condizioni obbrobriose non mi interesserà più di tanto, tanto più  che i soldi li ha spesi mio padre con la sua carta di credito, e se penso che qui al giorno vanno via una media di 40 euro al giorno, tra sigarette e caffè e pranzi di lavoro, non me ne frega niente… e che strano, passare dalla poesia delle tipe ai soldi e a videogiochi, che questo blog non si riconosce neanche più, sembra quello di un’altra persona, che pensa ai soldi, ai videogiochi, agli acquisti compulsivi, a scaricare le guide di questi giochi infiniti che sono i “Final Fantasy”, come per comprarsi un tempo indefinito, interminabile, quello che serve per stare dietro a questi videogiochi, ma ora come ora avevo forse bisogno di tempo, di tempo davanti a me, di un’immagine del tempo che si estendesse a limiti infiniti, e “Final Fantasy” è per eccellenza un gioco dai tempi infiniti, e mi sembra così di aver acquistato un tempo interminabile… o forse sono solo corso ai ripari da una spesa che non farei mai: 400 euro e passa per una PS4 solo per recuperare i nuovi “Final Fantasy”, e quelli vecchi, una spesa, questa, che invece avrei sentito di certo di più… e così mi metto al riparo, dalla scimmia che mi ha trasmesso mio fratello: “Và che lo zio adesso si prende bene con la PS4 e se la compra anche lui!”, diceva mio fratello ai suoi due figli, 10 e 11 anni, i miei nipoti, e io che dicevo: “Ormai ai videogiochi non ci gioco più!”… non ci gioco più… così dicevo… da allora, dal 2008, da quando Katia aveva portato la tempesta dentro di me, quando mi aveva sconvolto, lei, Katia, e poi Amalia, Julia, e tutte le altre, da impazzire, da finire in manicomio, da dimenticare una vita adolescenziale spazzata via dall’erotismo, spazzati via i videogiochi ed ogni cosa, dieci anni… dieci anni che non mi mettevo lì davvero a giocare… e mi dicevo: “Ma com’è possibile che i miei amici e mio fratello, più grande di me, si mettano ancora a giocare? E’ ancora lecito dopo i vent’anni?”… pensavo fosse diventato illecito, come una qualche ingiunzione esistenziale, eppure era strano vedere mio fratello che giocava con la play, oppure che si strippava con il drone che si era comprato, e mi dicevo: “Ma è ancora lecito giocare a una certa età?”… “Non uccidiamo il bambino in noi”, mi dicevano, e io che forse l’avevo voluto uccidere, o cercavo sempre di ucciderlo, con storie religiose apocalittiche dove, dopo ogni apocalisse, le regole diventavano sempre più fondamentaliste, no all’alcol, no ai giochi, no alle sigarette, no alla musica, no al pc, no al tablet, no al cellulare, no ai social, no ai film, no! No! No! No! No dappertutto… non si viveva più… non potevo continuare a vivere in funzione di quelle ragazze, ogni volta tutto era rivolto a loro, era il solo fine, la sola ragione di vita, l’estasi erotica e poetica, a volte alcolica, a volte i deliri, sempre queste estasi che cercavo dappertutto, ogni volta in loro, o nella loro musica: albanese, russa, romena… o nelle loro lingue, poesie e notizie… le lingue… le ragazze… la musica… che ieri delle lingue cercavo di farne un vanto di me stesso, inviando quelle famose mail che dovevo inviare da tempo, presentando il mio portfolio di traduzioni dall’albanese, russo, romeno, inglese, francese, spagnolo, tedesco, progetto megalomanico, nato chissà dove, chissà quando, senza sapere poi davvero bene queste lingue, a parte negli articoli che piacciono o piacevano più a me… tante mail, un giorno prima di questa festa della liberazione, dove forse nessuno lavora, e una sola mail di risposta, per ora, da parte di un’agenzia di traduzioni di Bergamo, “Valuteremo attentamente una sua collaborazione, ci dica le sue tariffe…”… le mie tariffe?! Controllare su quei gruppi di Facebook che mi aveva inviato Anna Maria, “Interpreti e traduttori”, chiedere delle tariffe e dir loro quanto avevo chiesto io, “E’ una miseria”, mi dicevano, “Non ci campi e rovini il mercato!”, non ci campo e rovino il mercato?! Ma se non ho ancora neanche iniziato a lavorare! Non so neanche se mi prenderanno, e poi mi accorgevo… mi accorgevo… mi accorgevo che avevo svolto dei lavori da 100 euro l’uno, tutte quelle traduzioni, che solo 10 articoli valevano 1.000 euro, e io mi ero messo a tradurli così, per puro divertimento, piacere, un’altra scimmia? E se non ci fosse alcuna differenza tra la mania per i videogiochi e la mania delle lingue, delle notizie online, dei social? Se non ci fosse davvero nessuna differenza tra perdersi di fronte ad un pc con notizie d’altrove in 8 lingue diverse e stare lì incollati alla televisione davanti ad un videogioco? Mi chiedo: “Sono forse finito in un mondo virtuale? Vivo forse una finzione e non una realtà?”, come tutte quelle storie immaginarie con quelle tipe, quei brevi incontri che davano l’estasi, e poi l’estasi della musica, internet, ancora una volta, musica trovata su internet, lingue trovate su internet, videogiochi davanti ad uno schermo, e poi il cellulare, il tablet e il pc, e la televisione, ovunque, ovunque, sempre un monitor, uno schermo, sempre una realtà virtuale, ma dov’è la realtà? Dov’è?… e mi sembra tutto fittizio, tranne ieri sera, quando mi mettevo a fare la mia solita passeggiata di un’ora, avanti e indietro lungo quel percorso pedonale, a pensare, a rilassarmi da tutti quei monitor, videogiochi, traduzioni, social dai commenti infiniti, lontano dal mondo virtuale, e la sera nasceva da sé un canto coranico, una sensazione di liberazione dalla tecnologia, e mi sentivo spogliato di tutto, di ogni virtualità, di ogni finzione, anche di quella finzione che nasce dopo quelle ragazze, la mistificazione poetica, e ricordavo le parole di chi mi diceva che quelle ragazze non bastavano più… e non lo so, ancora non lo so, cerco sempre di stare più lontano da queste finzioni, da questo mondo che è diventato finzione: film al pc, videogiochi alla televisione, musica dal cellulare, notizie dal tablet, basta con questi schermi! Basta! Dov’è la realtà? Che fine ha fatto la realtà? Che fine hanno fatto le mie amicizie, i miei amori, le ore intere passate a chiacchierare, a ridere e scherzare, i momenti erotici, dov’è il piacere? Dov’è la realtà? E se anche i libri fossero delle altre mistificazioni? Se non ci fosse davvero differenza tra libri e monitor? Dov’è la realtà? Dove sono le relazioni vere? Dov’è la vita? E diventa tutto come un grande velo di Maya che si sta per dissolvere, me ne rendo conto, eppure non riuscirei a vivere senza le finzioni, di ogni genere, ho già provato qualche settimana fa, vivere di vestiti neri da penitenza e lutto, senza alcuna finzione, vivere solo d’aria e di nessuna concentrazione in niente, e cosa trovavo? Follia… deliri… è assurdo, ma non si può vivere non impegnati in qualcosa, e poco importa se è un film, un libro, delle notizie, della musica, dei videogiochi, servono… servono eccome, per non spegnere quell’interesse che ti tiene in vita, e la vera utopia era pensare di vivere solo d’amore ed erotismo… non è così, c’è la vita, il lavoro, le amicizie, lo svago, il relax, la fiction, ogni cosa, ogni cosa nella giusta misura, e i progetti di lavoro, altri progetti, e così all’infinito, tra un’attività e un’altra, tra un interesse e un altro, che una vita di solo amore, solo amicizia, solo erotismo, solo lavoro, solo svago, solo relax, una sola cosa alla volta non è possibile, la vita è differenziata come la giornata, come la settimana, ed ogni cosa ha bisogno della sua giusta misura… e dentro di me vive un lettore, un appassionato di film, uno che senza quelle ragazze non può vivere, un estasiato di musica e canto orientali, un operaio che ce la mette tutta, un filosofo/traduttore/poeta che senza parole proprio non ce la fa, e anche un mistico che a volte fa a meno di tutto, e tutto questo sono io, sono io in quest’ultimo periodo, dove riscoprio anche il videogiocatore in me, e si tormenta di meno d’amore e di erotismo e di religiosità, non pensiamoci troppo, non divaghiamo troppo, non restiamo con le idee fisse, e viviamo la vita, gli amori, il tempo libero, il lavoro, il relax, i giochi, e il dolce far niente, e ogni cosa andrà avanti da sé, ogni cosa a suo tempo, e potrò forse vivere ancora, vivere ancora e, tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Svegliarsi così, con i pensieri nell’abisso, e ricordare i sogni e gli incubi della notte, mio padre che compariva in giardino insieme al suo amico che si gettava sulla sua ex moglie romena, e mio padre che si contorceva in preda alle convulsioni, tutti che ridevano, perché pensavano che fosse uno scherzo, mio fratello, mia madre, gli altri parenti, che erano lì per una qualche grigliata in famiglia, e io che mi preoccupavo, perché sapevo che la sua vita stava per finire, e gridavo: “Non è uno scherzo! Chiamate il pronto soccorso!” e vedevo mio padre che continuava a contorcersi in convulsioni, fin quando spirava, e come il film di Tarkovskij “Andrej Rublyov”, mi gettavo per terra gridando: “Papa!”… e finiva l’incubo, e mi svegliavo di notte solo per fumarmi una sigaretta, andare oltre quell’incubo e non pensare neanche più alle immagini dell’incubo di prima, dove ero finito in una Sicilia mafiosa, dove i vicini e tutti quanti erano contro di me, tramavano contro di me in una qualche consipirazione, e mi gettavano sul mare, su una specie di piattaforma galleggiante sulla quale ponevano del catrame per farmi rimanere incollato, e restare lì fino a quando non eseguivo i loro ordini, confessando qualcosa perché mi portassero via tutto con qualche inganno mafioso legalistico, e dovevo solo svegliarmi, da quegli incubi…

Tornavo a dormire senza pensarci troppo, dopo che vedevo mia madre che era sveglia anche lei di notte, non so perché, e negli altri sogni della notte doveva comparire Xhuliana… lei era là, in qualche specie di centro di accoglienza per immigrati, una sorta di scuola pubblica di notte dove si rifugiavano un sacco di migranti in via di passaggio, e lei era lì a dormire, a stare lì, posteggiata lì dopo che tornava dalla sua funzione erotica la notte, ed ero innamorato di lei, la abbracciavo, la stringevo a me, e anche lei mi abbracciava, mi baciava, come quella notte avrei voluto tanto baciarla, anni fa, in quel periodo di passione tra amore e morte, e le chiedevo quando l’avrebbero dimessa da lì, quando sarebbe stata libera di lasciare quel centro e salire su a Milano, vicino a me, lei che era confinata in Emilia, forse, nel sogno, e mi diceva che non lo sapeva, e rimanevamo lì, la notte, vicino ad un tavolo dove lei aveva lasciato le sue carte, i suoi disegni, i suoi dipinti che faceva per vincere quel senso di confinamento, e desideravo tanto averla mia, starle vicino, che lei stesse vicino a me, e ci abbracciavamo, come due veri amanti e innamorati e pieni di passione, e guardavamo al triste destino che ci aveva separati… e la notte, in quello strano centro, vagavo per i corridoi e per i capannoni, e ad un certo punto qualcuno mi accusava perché non seguivo la bibbia, era una specie di centro religioso, forse, e mi sembrava di essere finito in seno alla santa inquisizione, e mi ritrovavo a galleggiare nell’aria mentre chi mi accusava tirava fuori una bibbia che galleggiava anche lei nell’aria e perdeva poco a poco le sue pagine, e in quel sogno di distacco da Xhuliana continuavo a sognare, in una malinconia infinita, il ritorno di lei, che lei mi stesse vicino, e il suo volto dai capelli corvini, il suo ovale del volto, il suo corpo dalle belle curve mi davano conforto, e desideravo lei con nostalgia, malinconia, con amore, per quella separazione che non avrei mai saputo quando sarebbe potuta finire…

Mi svegliavo la mattina non con la mente fresca, ma piena di questi turbamenti da sogni e da incubi, e controvoglia andavo al solito bar, per vedere Paolo e Miryam e gli altri che erano lì, solo per sentire le loro parole e i loro discorsi leggeri, da mente fresca, lontani anni luce dai turbamenti che avevo in me, e mi dicevo che in fondo andare lì la mattina non è male, è una specie di cartina tornasole per vedere come sto, quali frasi direi, quali parole assurde, e mi accorgevo di essere nell’abisso, e solo sentendo le loro voci mi riprendevo un attimo, ritrovando quasi la voglia di scherzare e di dire due parole, mentre però ero come esiliato nel mio mutismo, senza voglia di dire niente, forse solo di raccogliermi un attimo e trovare il giusto umore per cominciare bene la mattinata e la giornata, senza pensare a quei sogni, a quegli incubi, e avevo voglia solo di scrivere di Xhuliana, di ricordare lei, l’ultima ispirazione, ed ogni cosa, e il sogno d’amore, e dimenticare l’incubo della morte… e ancora Xhuliana mi ispira in questa mattinata, dove non devo stravolgere la mia vita, cambiare bar o chissà che cosa, solo ricordare che la giornata comunque comincerà, se non con le parole scambiate con Paolo e Miryam almeno con le parole scambiate con gli altri, o con quelle di quando mi raccolgo per trovare la giusta voce dentro di me, e la giornata andrà avanti, con o senza il pensiero di dover tradurre, scrivere, o sentire dottori per dire che va tutto bene, e mi va solo di ricordare il sogno d’amore di Xhuliana, di quanto avrei bisogno ora di una relazione così, di quell’abbraccio di lei, del suo volto, delle sue parole, del suo amore, dei suoi baci che mi visitavano nel sogno…

Lascio perdere i film di ieri che guardavo, “The post” e “Secret window”, il primo film sulla storia del Washington Post e degli scandali del governo americano sulla guerra del Vietnam, gli hippie e quelli che protestavano, gente che allora aveva troppa fiducia nei governi e da un giorno all’altro trovava un senso alla vita dandosi alla contestazione, alla ribellione, in compagnia, con tutta quella carica utopica anni ’70, quei movimenti di liberazione che oggi farebbero sorridere, visto il risvolto individualista ed edonista del XXI secolo, che quei movimenti oggi sarebbero impensabili, anche per la quantità esagerata di notizie, dove si dice tutto di tutti, e non rimane più nienta da contestare, tra pregi e difetti dei governanti, tra mille fake news e in un mondo che ormai è diventato liquido, e non c’è più niente a cui contrapporsi, perché tutto ormai è il contrario di tutto, si naviga nel relativismo, e tutto si dissolve e tutto diventa digitale, e ognuno coltiva le proprie idee e il proprio modo di essere con internet, cercando solo quello che gli interessa, e si costruisce da solo il proprio mondo, la propria contestazione individualistica, che movimenti così ormai, come negli anni ’70, sono solo un ricordo…

Rispolveravo un po’ di inglese, così, con quel film, e guardavo anche “Secret window” di Stephen King, la storia di quel divorzio, di quella follia, di quella mania di raccontare e scrivere, che per un attimo non veniva anche a me in mente una storia con Alina, con l’Ucraina, questi ucraini che ospitiamo in casa, strane storie tra l’horror e l’onirico, dove fantasmi di una Ligeia si ripresentano, sotto le fattezze di Alina, e l’Ucraina che ormai non significa più solo lei, e le lingue dell’Est, e il sogno di Xhuliana stanotte, che forse, più avanti, qualcosa scriverò, se troverò l’ispirazione, quasi alla Edgar Allan Poe, e non so più neanch’io…

E rimango così, in questa mattinata, con il ricordo del sogno d’amore di Xhuliana, le strane suggestioni di Alina e quel film del mistero sul divorzio, sull’amore, strani altri incubi sono dimenticati, me ne frego della mente non fresca, perché se la mia anima va verso quei ricordi vuol dire che è giusto così, e continuo a sognare, forse per trovare ancora ispirazione, anche adesso, quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…