Nel ricordo delle notti erotiche e della musica…

E’ tutta qui la vita? Andare a fare un giro al bar, da Benito, questa volta, a prendermi un caffè, a comprarmi le sigarette, quattro parole, sul supermercato che devono costruire qui a fianco, non si sa quando sarà pronto, è da una ventina di giorni che sono fermi con i lavori, mancanza di soldi… il locale di fianco a lui, la pizzeria, che non si sa se rende oppure no, visto gli innumerevoli tentativi ogni volta di aprire un locale, piadineria, trattoria, e quanti altri se ne sono visti passare, non più di un anno duravano, e poi cambiava tutto, mistero della fede, diceva Benito, perché la vita è un mistero, io sono ateo, aggiungeva, ed è sempre colpa di Gesù e di tutti i suoi addetti… mi strappava un sorriso, il suo solito dire, e poi le elezioni che fino al 2018 non si sa, il tram che passa oppure no, anche quello un mistero, già, la vita che è un mistero… andare a fare un salto in chiesa, cercando di capire, capire o non capire, la mia fede o meno, il mio ateismo, la mia inquietudine, e non c’era risposta, recitavo una parte, anche quando andavo in oratorio, a vedere i ragazzini giocare a calcetto, e offrendo una sigaretta ad un’altra ragazzina, che mi chiedeva una sigaretta, la stessa che incontravo qualche settimana fa, forse un’animatrice dell’oratorio estivo, pensare di chiederle qualcosa, del suo fare l’animatrice, oppure no, io che mi perdevo nell’identità, a provarci con una ragazzina più piccola di me, come una specie di Lolita, all’oratorio, le vie del diavolo sono infinite… e lei e le sue amiche che parlavano di ragazzi, di relazioni, come solo le adolescenti sanno fare, davanti ai loro cellulari, che mi tornavano in mente Isabella e Anna, e Leida, ragazze da strada, anche loro sempre a parlare, sempre al cellulare, e mi tornava in mente la nottata di ieri sera, e le ultime nottate con lei, quei miei pensieri e ricordi non proprio da oratorio, io e la mia distanza siderale da quelle ragazzine, anche da quei ragazzini che poi arrivavano a far loro compagnia, storie di adolescenti, la vita che va avanti così, da sempre… e non c’era tanta differenza tra quelle ragazzine all’oratorio e quelle ragazzine in mezzo ad una via, sono solo le circostanze che hanno segnato destini diversi, ma le ragazzine sono sempre ragazzine, con la loro carica d’amore ed erotica, che i loro corpi e le loro voci, il loro modo di fare si confondevano con le giovanissime Isabella e Anna, le mie lolite… i miei pensieri, delle ultime notti, le canzoni manele che quasi ritornavano in me, a darmi la tranquillità e l’energia della vita, l’inquietudine che andava via, la ruota della vita, delle circostanze, l’eterno gioco tra ragazzi e ragazze, che mi sembrava di non essere mai cresciuto, mi chiedevo qual era la differenza tra avere trent’anni e averne venti, o neanche, quasi, e non c’era differenza, siamo sempre lì, a giocare con l’amore, con le relazioni, con la vita, questa vita che è un mistero… e provavo a darmi un tono nei miei pensieri pensando alla relazione con Marina, al dover lavorare, al dover leggere quel libro sul comunismo, o quell’altro sulla Russia, o quel romanzo giallo norvegese, letture adulte, impegnate, eppure non mi convinceva, non mi sembrava di avere trent’anni, gli unici trent’anni che sentivo erano nel ricordare gli ultimi dieci anni, con tutte quelle ragazze, da strada, le amicizie in università, le ragazzine che non è che cambino molto i loro discorsi, tra amiche, sia che siano all’oratorio, per strada, o all’università, siamo sempre lì, e non sembrava esserci via d’uscita, neanche pensando al lavoro, neanche pensando alla relazione da continuare con Marina, senza sapere che fine farò, e l’inquietudine mi colpiva ancora, ricordandomi quel quadro di Munch, malinconia sulla spiaggia, io lì, seduto su una panchina, con le braccia appoggiate sul tavolo, senza sapere più a cosa pensare… e mi accendevo un’altra sigaretta, gesto forse tra i più trasgressivi in un oratorio, insieme al pensiero di quella Lolita, di quella ragazzina che ricordava Isabella, e io che ricordavo Anna, la ragazzina romena, le ultime notti, senza un minimo di senso di responsabilità di crescere, di cercare di costruire qualcosa di serio con Marina, e l’amore che non ha età, e che siamo sempre lì, ai soliti giochi di sempre, e non importa il lavoro, l’istruzione, i soldi nel portafoglio, il conto in banca, i viaggi, le esperienze, il mistero dell’amore non ha età… e forse la dovrei smettere di pensare a questi trent’anni come qualcosa che cambiano la vita, a questa crisi che sto attraversando, da quando è finita l’università, lasciar perdere questa inquietudine e vivere più spensierato, più liberamente, cercando di non risolvere dilemmi eterni, come la fede o non la fede, l’ateismo o meno, so solo che in quei momenti, tra quelle ragazzine, gli unici pensieri andavano a Isabella, Anna e Marina, nella libertà del giorno e della notte, i miei pensieri andavano agli studi, ai libri seri, sulla Russia, sul comunismo, la mia formazione si faceva sentire, mi distaccava dagli altri così come le mie esperienze notturne, le infinite volte a bere per Alina, le nottate erotiche, e crescere forse vuol dire solo fare più esperienze, avere più ferite, e perdere poco alla volta quell’innocenza che non può più tornare, se non con l’illusione che solo una regressione nel passato può dare, non si torna indietro, anche se tutto è compresente… sì, le nottate erotiche con Anna, la ragazzina romena, che chissà se la sua patente la prenderà, che chissà quali altre storie simili a quelle ragazzine dell’oratorio aveva, solo in contesti e circostanze diverse, un mondo meno innocente, tutto lì, ma la sostanza del gioco della vita non cambia, e la mia innocenza era perduta, come la sua, tra quelle ragazzine, nel ricordo delle notti erotiche, della vita buttata per strada, del lavoro che per vivere devi mantenerti, delle illusioni e dei sogni della vita, delle gite con Marina, senza sapere perché, e mi accorgevo, in quell’innocenza perduta, in quell’inquietudine, non tanto differente da quando sto in mezzo ad altre persone, sul lavoro, nelle officine, in università, mi accorgevo che la mia vocazione era solo una proiezione di un mondo depurato da tutti i mali, un mondo che non può esistere, un sogno, un sogno di innocenza perduta, l’innocenza che non c’è più… e di quella innocenza perduta ne facevo un vanto, tuttavia, le ultime notti erotiche, l’aver tradito il sogno come su una riva di un lago con Marina, le parole tra di noi, la visione di Alina nel presente, alle prese con altri modi per guadagnare questa vita, in questa specie di inferno dove va tutto a puttane, dove non ci si orienta più, e accorgersi che l’amore e le relazioni serie sono anche degli impegni, delle responsabilità, che non mi voglio prendere, eternamente libero di godere della notte e della vita, eternamente libero di dire anche: “calmiamoci ad un certo punto, la vita è un mistero, e cercare di comprendere tutto non è possibile, rimane sempre una via aperta al nuovo che arriva, al divenire, alle nostre relazioni con gli altri e le altre, e tutto rimane aperto al caso e al gioco della vita, al suo mistero”…. e l’innocenza che non c’è più mi portava via, e suonava ancora di manele che cantano questa vita che vive ormai senza più alcuna innocenza, tutto disperso, tutto incomprensibile, tutto aperto ad ogni cosa, e non c’erano più oscuri monaci dell’anima a inseguirmi come ombre, non c’erano più inquietudini da far portare via con gesti un po’ scaramantici, o con spiegazioni psicologiche onnicomprensive, tutto si apriva così, alla vita, a questa innocenza che non c’è più, e tutto si disperdeva nel ricordo delle notti erotiche e della musica…

E’ ancora tutto aperto al divenire…

“Hai visto Anna Tatangelo? Adesso se la scopa Nino!” “Eh sì, lei è bella, ma con Gigi c’erano trent’anni di differenza, ha lasciato moglie e figli!” “Eh sì, le cose non possono funzionare, che poi lei è molto bella” “Eh sì”, così parlavano due napoletani con Bruna, la barista, stamattina al bar, trent’anni di differenza, Gigi e Anna, che mi ricordavo della notte passata con la ragazzina romena, gli attimi erotici, uscire dai pensieri di sempre, per un attimo, nella notte, là dove, nel parcheggio del Carrefour mi lasciavo prendere dalla profondità della notte, e ascoltavo le macchine passare sulla via, sulla strada, mentre un sonno incredibile mi disfaceva, mi lanciava in abissi mai visti, mai provati, e mi allontanavo dai soliti meccanismi, dal solito computer, dai soliti pensieri, e mi inabissavo… la nottata non era andata al massimo, come le ultime volte, ma avevo goduto lo stesso del suo corpo, delle sue gambe, dei suoi fianchi, del suo sesso, che osservavo dall’alto, quando decidevo di smettere di scopare, e mi si mostrava la sua vista, il suo corpo, le sue gambe divaricate, e il suo gentil sesso, di bellezza sopraffina, come una vera Madonna, e di lei mi rimanevano le sue parole, il suo volto, che mi incoraggiava, e mi finiva con una magia delle mani, mentre io godevo del suo corpo ancora, dei suoi seni, con cui giocavo, che palpavo e strizzavo, per fare di quella notte un ricordo erotico insieme agli altri delle altre volte, quando venivo in lei, e godevo… non so cosa mi fermava ieri notte, forse i troppi pensieri, il lavoro, il dover mettere da parte i soldi per vedere Marina, che si era fatta sentire durante la settimana, la sfiga che porta sempre Stas e Larisa e Dmitrij, quel mondo dell’Est che mi fa quasi smettere di sognare, quelle canzoni manele che non mi incantavano più, quasi la fine dell’incanto… ma la notte poi giravo ancora, dopo essere stato dalla ragazzina, quella che non ha trent’anni meno di me, ma solo una decina, eppure è tutto il regalo e la follia della notte, in me, e la rivedevo, là, in piedi, sull’angolo della via, e quando passavo mi sorrideva, vedevo il suo volto e la sua bellezza come la vedevo altre volte, una specie di madonna del piacere, dei sogni, come quel dipinto di Munch che non smette mai di affascinarmi, e passavo oltre, cercando di non farmi divorare da pensieri negativi, e ricordavo anche Isabella, quando mi diceva che non tutte le volte può andare bene, non tutte le volte può andare male, e l’ispirazione infinita mi dice che la prossima volta andrà meglio, senza stare così in ansia, senza pensarla troppo, senza essere divorato da pensieri esagerati, sul lavoro, sullo studio, sul cosa fare con Marina, pensieri che ieri mi spegnevano, insieme alla mia spiritualità ritrovata, che a volte è però di intralcio ai piaceri erotici… e giravo ancora la notte, e vedevo un’altra prelibatezza della natura, là, dal benzinaio dietro la via di Barresi, e mi dicevo che magari ad Agosto potrò fare un salto da lei, se avrò voglia, se questo calo fisiologico non si protrarrà ancora, anche perché Anna il 4 agosto andrà via, come diceva, per fare la patente in Romania, fino ai primi giorni di settembre, e chissà se mi verrà ancora voglia di ragazze così, se la rivedrò prima che lei partirà, o se questo periodo spirituale si protrarrà ancora… e non ci penso più di tanto, mi basta ricordare le ultime volte con lei, con Anna, la ragazzina romena, i sogni infiniti sotto la musica manele, la libertà dalle grinfie di Leida, la libertà anche da quella relazione un po’ forzata con Marina, da cui mi aspetto altro, lei che in fondo mi ha dato a volte alla testa, con quel desiderio erotico sempre più spiritualizzato, negli ultimi tempi, dopo aver rivisto Alina, all’inizio dell’anno, dopo la quasi scomparsa di desideri, se non si dimenticano quei mesi infernali dove ancora desideravo Leida, come un indemoniato, e ottenevo tutto il piacere del mondo, quello che ho ottenuto ieri notte, e le altre nottate insieme alla ragazzina romena… e non c’è molto da pensare, alla fine, non so se domani lavorerò, se davvero mi metteranno in regola, cosa potrò fare lavorando da mio padre, visto che negli altri lavori non si trova niente, visto che le uniche letture che davvero mi interessano ora sono quelle pagine sulla “Russofobia”, che finalmente tolgono via la cortina di tenebre calata sulla Russia dopo la tesi di quella megere di una Svetlana Aleksievic, lei che mi faceva perdere tutto l’amore per la Russia, mentre questo libro indaga i mille anni di diffidenza dell’Occidente con la Russia, e mi distacco dalle sensazioni negative che la Russia ha in me sempre provocato… c’è Marina, dopo tutto, che si è fatta sentire, che vuole uscire al lago, che ha detto che le piacerebbe andare a Mantova un giorno, a visitare la città, e con lei è tutto ancora da costruire, da vivere, e basta dare il tempo al tempo, non affrettare le cose, non prendere decisioni estreme, e lasciare tutto aperto al divenire delle cose… mi bastano i ricordi delle ultime nottate erotiche, delle giornate vissute con Marina, dei nostri discorsi, dei suoi sorrisi, come il sorriso di ieri notte della ragazzina romena, il senso di perdita nelle canzoni dell’Est, nelle manele, la spiritualità e l’erotismo ritrovati, una certa serenità d’animo, aver scoperto i miei punti deboli e i miei punti forti nello studio, non scervellarsi più per scrivere chissà che cosa, per andare a rileggere chissà quali voluttà passate, che vivono in me, anche se sulle pagine non ci sono più, ricordi di ragazze passate, lasciamoli perdere, è ancora tutto aperto al divenire delle cose, con ragazze come Marina, come Anna, con il lavoro, gli studi, l’erotismo e la spiritualità, la storia d’amicizia tra me e Marina, che non si sa dove porterà, questo mio periodo difficile, come anche mi dicevano, indeciso sul cosa fare di questa vita, del lavoro, i paletti che saltano, la cornice che non c’è più, una cornice precisa, e non mi devo far travolgere da pensieri negativi, è ancora tutto aperto al divenire…

Nella musica infinita d’altrove…

Aspettare nella sala d’attesa
Macchinette automatiche
Nemici compagni di sventura
Per un colloquio
Parole a casaccio
Per rompere il ghiaccio
Da dove vieni?
Si può arrivare qui in macchina?
Voglio andare in India
Faccio Yoga
Mi sono appassionato dell’India
Io sono dello Sri Lanka
Il mare in India non è il massimo
Mi hai distrutto i sogni in cinque minuti
Altri impiegati più in là
Sulla lunga tavola
Luogo di pause pranzo
E pause cena
Un negro
Una sudamericana
Un’altra
Le ragazzine brutte italiane
Che avevo sentito
Parlare
Nel bar
Qualche ora prima
Chiamate in inglese
Per alberghi
Fidanzati in Svezia
Come fanno ragazze così brutte ad avere un ragazzo
Mi chiedevo
La gente deve essere proprio messa male
E quasi quasi
Rivalutavo Marina
L’ansia che saliva
Chi è capace di parlare in inglese?
Altro che imitare
Le pronunce di Stanlio e Onlio
O di Sherlock Holmes
O di Harry Potter
Come dicevano gli altri due lì
Ansia a mille
Che si calmava solo quando arrivava lei
La ragazza russa
Dai capelli biondi
Nella sala d’attesa
Della pausa pranzo
Lei e quel suo cellulare
Che chissà cosa guardava
Il suo volto tipicamente slavo
I lunghi capelli biondi
Che chissà dove avevo visto
Già
Ma non stavo uscendo anch’io con una ragazza russa?
Marina?
Eppure lei di quella bellezza non ha niente
Anche se la russa del lavoro
Aveva quei pantaloncini un po’ corti
Neri
Che lasciavano vedere le gambe
Cellulite qua e là
Non troppo magre
Guadagnerebbe poco
Se facesse il mestiere
Una ragazza da niente
Ma con l’ovale del volto perfetto
Gli occhi azzurri
Da perdersi per una notte
O per una vita
Sogni antichi e passati
Ispirazione che dava però la calma
E la voglia di sognare
Anche quando quell’HR
Chiamava per il colloquio
Che già sapevo sarebbe morto lì
Facciamo quello modesto
E simpatico
Che tanto qui non c’è da guadagnare niente
Salviamo il salvabile
E mi sentivo solo di benedire quella ragazza
Che andava via
Quando arrivava l’HR
E seguire lui
Era esattamente come seguire lei
Fino alla sua postazione
Passando per altre cabine di call center
Dove una ragazzina romena
Parlava nella sua lingua
Pace dell’anima
E quiete
Di ascoltare lingue altrui
Capirle
Ma non parlarle
Questa è la mia sorte che capivo
Solo alla fine del colloquio
Con l’ansia a mille
Altro che C1
Se vogliamo essere tecnici
Quel mio discorso in inglese
Non valeva neanche un A1
E non mi importava
Era già tanto riuscire a salvare
Il salvabile
Dicendo semplicemente
Che il mio punto forte era ascoltare gli altri
Il mio punto debole
L’ansia o il panico
Come dicono in gergo
Tanti sono passati di lì
Tante
E non vedevo l’ora di andarmene via
Per fumarmi la mia sigaretta
Di troppo
Bermi il mio caffè lungo al bar
E salvare della giornata
Solo la ragazza russa
E quella romena
E quel discorso al bar
Di quel cameriere che andava in Albania
Con la sua ragazza al mare
Saranda
Valona
Ksamil
Il ricordo di quel luogo che neanche citavo
Nei miei ricordi “abroad”
Che me ne importava
E me ne andavo via
Senza neanche aver voglia
Di chiamare Marina
E condividere con lei
Quei momenti
Quell’after job interview
Una ragazza russa
Che non è come quella del call center
Che non è neanche Katia
E liberarsi del demone
Delle lingue da parlare
Una volta per tutte
Squadrando ogni autofficina
Che vedevo per il viale e per le vie
Se l’assistenza tecnica non fa per me
Non fa neanche per me
Parlare quelle lingue
Che so leggere ed ascoltare
Forse anche scrivere
Ma non parlare
E chi è mai stato capace di parlare?
Le parole umane non le ho mai capite
E liberarsi di quei demoni
E sognare di pensare a qualcos’altro
Ancora da capire
Qualcos’altro da fare e su cui puntare
La filosofia
La scrittura
Testi scientifici
Altro
Di certo non parlare
Di certo non desiderare Marina
Quando su quella lunga via
Rivedevo tutte loro
E l’energia erotica si stagliava solo
Su una ragazzina adolescente
Sul bus
Che ricordava le ultime notti
E il sorriso di lei
Ragazzina romena
Per la quale mi sono perso
Che l’idea di Marina neanche regge
E il vecchio sogno derelitto
Di una ragazza russa
E della sua lingua
E delle altre lingue
Lasciamole vivere nelle canzoni
Nelle parole altrui
Nei testi e nei libri
Nelle poesie
Ma qui di parlare non ne posso fare un lavoro
E anche tutta l’ansia
Si scacciava solo con loro
Ragazza russa
Ragazza romena
E le mie semplici parole italiane
Come un povero prete spretato
Semplicità cristiana
Oltre ogni cosa
Altro che Yoga e India
Pronunce britanniche o texane
Altro che serie tv
Da imitare la voce
E la pronuncia
La mia è una pura conoscenza
Da linguista dei poveracci
Senza alcuna voglia
Di fare discorsi
Non c’è niente da dire e raccontare
In questo mare di opinioni e di vite
Le troppe parole
Lasciamole alle ragazze
Sempre così
“Talkative”
I miei doni sono altri
Mi accorgevo
Lo spirito e la tranquillità
L’ispirazione infinita
Della bellezza femminile
E di lingue e voci altrui
Come le canzoni e la musica
Accorgiamoci di questo
E rendiamocene conto
Una buona volta per tutte
Io
Le lingue straniere
Non le parlo
Le leggo e le ascolto
Forse le scrivo
Ma di parlare non mi va
Non c’è niente da raccontare
A voce
Per me
Lasciatemi scrivere
Lasciatemi leggere e ragionare
Filosofare
Ma non sarò io a raccontarvi della mia vita
Con parole a voce
In altre lingue
O nella mia stessa
Lo spirito ha altri doni
E i sogni d’amore sono altro
La ragazza russa
La ragazza romena
L’adolescente ragazzina sul bus
Che chiamava
Il suo amore
Ma ogni tanto mi lanciava un’occhiata
L’ultima notte da sogno
Con la ragazzina romena
Il suo sorriso
La sua bellezza
Estasi erotica
E musicale
E dei sensi
Non chiedetemi di parlare
Non chiedetemi di intraprendere storie
Impegnate
Con una ragazza russa
Che si vuole solo sposare
Che di quella bellezza
Niente non ha
Non lo so neanch’io cosa ci facevo lì
Forse solo per capire
Che il mio mondo non è lì
E neanche nelle autofficine
Qualcos’altro forse sarà
Sarà da vedere
Ma ora non mi va di pensare
Lasciatemi sognare
La ragazza russa
La ragazza romena
L’adolescente giovane sul bus
La ragazzina romena della notte
E lasciatemi perdere
Nella musica infinita
D’altrove…

I colori di Marina e la ragazzina romena…

E non posso lasciar vincere i ricordi passati per Alina, il nero dell’anima, l’ispirazione poetica che rasenta la depressione, non posso lasciar vincere il nero quando ancora nella mia memoria ci sono i ricordi freschi della giornata al lago con Marina, i colori sgargianti del suo vestito, i suoi occhi illuminati di felicità, i suoi occhi azzurri, la sua vitalità, la sua contentezza a bagnarsi le gambe sulla riva del lago, non posso lasciar vincere quei ricordi e quella mania passata di trovare l’ispirazione finale nel nero dell’anima, non me lo posso permettere… domani ho un colloquio, e sarebbe meglio se cominciassi a guardare almeno il sito dell’azienda, come mi diceva Federica, quella dell’agenzia del lavoro, ma una strana ansia mista a depressione mi prendeva stamattina, già da ieri sera, quando il libro sulle icone, invece di darmi la tranquillità dell’altro giorno, mi faceva sprofondare nel ricordo di Alina… devo ricordare quei brevi istanti, nelle chiese lì a Como, con Marina, dove lei mi chiedeva se andavo in chiesa, ogni tanto le dicevo, ma di solito no, quegli attimi fuggenti dove non ci si lascia travolgere dalla spiritualità nera, dal sentore di morte e di passato, e di ricordi oscuri, devo ancora ricordare il suo volto, raggiante di gioia, i colori dei suoi vestiti, e non pensare a dover scrivere troppo… e allora guarderò un attimo il sito dell’azienda, cercherò di concentrarmi sul raccontare a Marina ciò che ne sarà di domani, e dei giorni dopo, e non mi farò prendere dal demone dei ricordi, dai demoni alla ricerca dell’unico pensiero e ricordo e sensazione che può salvare, devo lasciare aperta la visione del futuro, anche prossimo, e ricordare la lucentezza e la leggerezza del volto di Marina, senza sprofondare giù… “E’ così pesante la tua vita?”, mi chiedeva, forse la sto appesantendo troppo, sto sprofondando troppo, quando imparerò ad essere più leggero? Ricordiamo i colori di lei, di Marina, di quella splendida giornata al lago, e lasciamo perdere il passato e le poesie ispirate, fonte di ansia e depressione, lasciamole perdere, impariamo ad alleggerirci e a rilassarci, e lasciamo il passato seppellire il passato, non tuffiamoci in tunnel neri, anche al di là del volto raggiante di Eugenia, lasciamo il passato seppellire il passato… in fondo basta ricordare tutta la lucentezza di questo sabato appena passato, la luce di Marina, i suoi colori, e tutto andrà avanti da sé, senza appesantimenti, viviamo più leggeri, la poesia è già stata scritta, e non merita di essere imparata a memoria, accordiamo l’anima a gusti più leggeri, la mia vita non è così pesante, sono solo io che l’appesantisco, liberiamoci dai mali e non tuffiamoci più nel passato, in fondo, bastano tutti i colori e la lucentezza di Marina, e di più non ho bisogno, viviamo più leggeri… pensiamo un attimo al lavoro e non facciamoci travolgere dalla vita, una vita che può continuare anche così, tra il dolce ricordo della ragazzina romena, e le semplici e leggere parole con Marina, per ora va bene così, non sprofondiamo… sì, i colori di Marina e la ragazzina romena…

Norvegia immaginaria dell’anima…

Il rosso e il nero, colore che mi perseguita, una botta di depressione, scappare da questi colori, dalle frasi di Leida: “Devi essere forte! Sei un uomo!”, sensazioni negative, ossessive, liberiamoci da questo ricordo, viviamo più in tranquillità, con il verde immaginario della natura di un paesaggio norvegese, tra chiese e baite, nel silenzio, tra le montagne, un cielo grigio, le nuvole basse, e un po’ di fresco, lontano da questo caldo mediterraneo che stronca l’energia… pensare di andare a prendere qualche altro libro di Jo Nesbo, là in biblioteca, se oggi non si lavorerà, cercare la pace ancora là dove non la si trova, una pace grigia e argentea, quasi nera, nel verde immaginario della natura, è proprio vero che prima di morire mi promettevo di trasferirmi in Norvegia, tra quei paesaggi, tra quel silenzio, lontano dal fracasso della scuola e delle compagne, di quei giovani così pieni di vita, lontano da quelle officine e il loro rumore, gente bestiale, calendari mezzi pornografici, e un qualche crocifisso appeso là, tra gli altri poster di pubblicità dei pneumatici… e in testa mi gira una canzone stupida di Bebe Rexha “I just wanna dance with somebody, it could be anybody…”, segno che ancora la musica sinfonica norvegese non mi ha ancora del tutto conquistato, meglio così, c’è ancora un po’ di vita, al di là di quelle frasi di Leida: “Lavora con tuo padre!” “Devi essere forte!”, frasi con quella sua voce così negativa, lei e quel suo paese, quei ricordi, quella lingua, quelle sensazioni negative, che voglio abbandonare… cercare di diminuire di fumare, come diceva Eugenia: “E’ per il tuo bene…”, non è un divieto forte, sbagliato, non c’è l’ansia dei troppi divieti, ma la quiete di stare in pace, di andarci piano con il cibo, l’alcol, le sigarette, il sesso, tutto tanto stress che non porta da nessuna parte, e anche le parole di Manuela: “Ho smesso di fumare, ora solo caffè…”, Manuela che se la starà vivendo con il suo tipo e i loro amici, a che pro continuare ad andare là e romperle le scatole, è una ragazza come tante, niente di più, e chissà cosa ci vedevo in lei, trasportare tutta la mia voglia di qualcosa di più che il sesso con le ragazze su di lei, oltre le parole di Leida, oltre i suoi incantesimi, oltre quella follia che ora sta facendo il suo decorso… lasciare anche quasi perdere Marina, non aspettarla più, al suo rientro in Italia, non attendere più suoi messaggi, non credere più nell’incanto della lingua russa, in quella magia, visto che ogni volta che ritorna è una botta rosso e nera, come il ricordo di Alina, e non infestarmi più di altre religioni, orientalismi, miti di lingue straniere da imparare ad ogni costo, lasciamo perdere anche Marina, e non tormentiamoci più… mi voglio liberare da troppi pensieri fissi passati, dal solito giro dell’anima, voglio stare tranquillo, senza più seguire la punta della mente che si innalza verso vette estreme di qualche pensiero e ideologia che nasce dal profondo di me, le ideologie del lavoro a tutti i costi, delle ragazze, dello studio, e abbandono anche certi orientalismi di altre religioni, sono occidentale, sono cristiano, e il paesaggio norvegese ben rappresenta questa mia identità spogliata di elementi esterni intrusivi, eccentrici, fuori luogo, discorsi degli altri che non sono io, tilt dell’anima che perdeva se stessa… voglio stare in tranquillità, lavorare ogni tanto, leggere ogni tanto, non dimenticare le ragazze di strada, certo, come mi dicevano, ma neanche esserne ossessionato, come se la mia vera occupazione fosse andare da loro almeno una volta alla settimana, unico motivo che mi spingeva a lavorare: avere i soldi per andare da loro, non funziona così… smetterla anche con troppi pensieri trascendentali, che sono solo la maschera di stati d’animo e cambi d’umore, dovuti per lo più ai rapporti e alle relazioni con le ragazze, che mi fanno cambiare umore, portando con sé riflussi di ideologie e filosofie, come ieri su quel rosso e nero e bianco, delle forme di nazismo ancora più estreme, dove si voleva solo sterminare l’umanità intera, mentre dietro e tutto quello c’era solo il rendersi conto che con Manuela non ci sarà niente, che il mio era un puro gesto di disperazione per cercare di staccarmi una volta e per tutte da Leida… non pensiamoci più, a lei, lasciamo libere le canzoni albanesi di scorrere, ogni tanto la lingua albanese, ma senza elevarla a sommo vertice dei miei pensieri, tra tutte le lingue, le culture, e i pensieri possibili, si disperde ora tutto come in una landa grigia fatta di nebbia, nel verde intenso dei paesaggi e della natura, di una Norvegia immaginaria… e sento ora quasi salire l’eccitazione, il senso che oggi non si lavorerà, il senso che avrò tutto il tempo libero da dedicare a me e a i miei pensieri, alle mie fantasie, mondo interno solipsistico e autoreferenziale, dal quale scaturiscono ogni volta angeli e demoni deliranti, mentre sono stufo di questo giro degli umori e delle sensazioni, e voglio cercare qualcosa di saldo e preciso, che dia quella giusta tranquillità, senza più eccessi… forse nel pomeriggio sarò là in biblioteca, a scegliere un nuovo libro norvegese, a ritirare l’altro di Bauman, a riconsegnarne altri, ma non ci sarà niente di trascendentale in tutto questo, solo un giro in biblioteca, come altri, mentre spero oggi di non dover passare al supermercato, e se la giornata di lavoro sarà, spero che non sarà opprimente, in mezzo a quella gente, a quegli ambienti che proprio non mi piacciono, e anche se devo essere forte non devo essere ossessionato dal dover apparire un uomo cattivo, ma semplicemente devo essere me stesso… che qui quasi ripartirebbe il solito delirio sul lavoro, cercare qualcos’altro, e bypassae quella frase nevrotica di Leida: “Devo lavorare! Lunedì devo pagare l’affitto!”, come a esaltare il lavoro di mio padre sopra ogni cosa, per la sicurezza economica relativa, come per investire tutto me stesso in questo lavoro che non so neanche da dove iniziare… ed è strano vedere altri compagni e altra gente su LinkedIN, con i loro lavori da impiegati e impiegatucce, ma che almeno si sono staccati dalla linea paterna, dal lavoro dei genitori, e mi viene in mente quella scena di Trainspotting 2, dove il figlio del criminale dice di starsi dedicando allo studio di “Hotel management” e non segue le orme criminali del padre, il quale alla fine gli augura ogni bene, arrendendosi al fatto che il mondo cambia, e la sorte dei figli non può essere uguale a quella dei genitori, e questa è la mia eterna sfortuna e fortuna, come dice sempre Saverio: “Lei ha una grande fortuna, suo padre ha un attività, ma anche una grande sfortuna, suo padre ha un’attività”, che da questo rompicapo non ci esco mai, tra il sì e il no, tra l’attrazione e il rifiuto, e il giro dei sensi è sempre qui, tra negare e accettare, che non c’è mai via d’uscita… mi lascio ancora un po’ di tempo, attendo settembre, ottobre, quando il clima è più favorevole al pensiero, ora, il caldo dà alla testa, e cercherò di lavorare il minimo che serve per sentirmi con la coscienza a posto, per non andare più fuori dai pensieri, è certo che tutta l’energia nevrotica che sentivo durante quelle settimane con Leida non c’è più, ma non per questo mi sento debole o meno forte, è solo la rilassatezza, la chiarezza della mente che ritorna, e cercare di dare un senso a quest’esistenza, dopo essermi reso conto che una vita fatta solo di lavoro che non piace e non interessa, solo per pagarsi le puttane, non porta da nessuna parte… e a volte penso che avrei bisogno di compagnia, di gente della mia età, per scambiare opinioni e punti di vista, sentire come va il mondo, come stanno gli altri, cercare di parlare, ma quella compagnia non c’è, non ci sono più le compagnie di università, non c’è più una sorte comune, siamo tutti dispersi, ed era un’utopia cercare di fare amicizia con quei giovani commessi del Carrefour, loro hanno il loro lavoro, e se lo tengono stretto, loro che magari non hanno neanche la laurea ed è la gente più comune del mondo, che di certo non si è persa come me in altre lingue, culture, filosofie, altri studi, e poco ci sarebbe da condividere, così come poco c’era da condividere con gli amici stupidi di una volta… e l’idea di trovare compagnia a caso, come quella del CD, non mi alletta, anche lì non c’è gente con cui parlare, non ci sono interessi comuni, è gente malata, senza grandi idee e prospettive, e l’idea di andare lì, anche in mezzo alle educatrici, mi fa solo venire più depressione, perché significa che sono davvero alla frutta… e sento ora questa voce di Leida: “Devi essere forte! Sei un uomo! Devi lavorare anche se il lavoro non ti piace!”, che mi si innalza in me, richiamando ancora quell’energia demoniaca rosso e nera, che non so più se è una forza o una debolezza, un segno di esaurimento… di certo è che non posso condividere la mia vita relazionale con gli altri, con le altre, io e le mie storie di puttane, di ragazze così, che gli altri non capirebbero, non sanno il mio stile di vita, i miei pensieri, e le parole tutte innocentistiche e bambinesche delle educatrici servono solo a mistificare un mondo che ormai è andato a puttane, e lo stesso sarebbe anche se decidessi magari di tornare tra i giovani avventisti, anche lì parole mistificanti, stili di vita che niente c’entra con la mia realtà, ed è difficile trovare qualcuno o qualcuna con cui confrontarsi, visto il mio stile di vita che nessun altro può capire… non rimane più nessuno, non rimane più niente, rimango da solo con i miei soliti pensieri, e per non pensare devo solo fare qualcosa, leggere qualcosa nell’attesa che ci siano ore da lavorare, e tutti i pensieri e i soliti giri degli umori andranno e verranno, e basterà non ascoltarli, lasciarli fluire così, e andare avanti, senza ripiegarmi di nuovo su di loro, e la giornata può cominciare, in questa visione di paesaggi verdi e montagne e nuvole grigie, una Norvegia immaginaria dell’anima…

E’ tutto solo fantasia…

Non c’è niente
Al di fuori del testo
La solita giravolta di pensieri
Le utopie salvifiche
Di mondi liberati dal male
Escatologia cristiana
Ebraica
Islamica
E bahaì
Utopie religiose
Che si mescolano ad altrettante utopie
Comuniste
Cadere incantato da un mondo e un’anima che non c’è
Purificata da ogni male
Pura compressione dei pensieri
E della fantasia
Che alla fine esplodeva di nuovo
Nel desiderio di Leida
Ragazza che davvero
Mi ha stregato
E l’utopia erotica
Vinceva su ogni utopia messianica
Il solito giro dell’anima
Che ci sarei cascato di nuovo
In lunghe fasi di settimane e forse mesi
Se anche la fantasia erotica
Non si fosse stemperata
Nelle solite stupide canzoni pop
Dai testi mielensi
E dalle sonorità sdolcinate
In albanese
Inglese e spagnolo
Che nelle fantasie
Convivevano le romene
Leida
Le albanesi
E le russe
Di sempre
Che era inutile scambiare presunte icone
Appese al muro
Che niente c’è di consistente
Nello scambiare un’immagine
Del Cristo Salvatore
A quella di una cantante kosovara
Che rappresenta una e mille ragazze
Tutte e nessuna
Si è sempre nel mondo della fantasia
Anche quando le canzoni
Facevano sognare di incubi
Mondi albanesi inesistenti
Da film e romanzi trash
Leida in qualche festino in discoteca
Circondata da papponi e spacciatori
Gente che tirava su di cocaina
Che si faceva
Che si dava al sesso
Come il peggiore dei video di MTV
Immaginario collettivo della criminalità
Dal piacere sfrenato
Senza regole
La fantasia si aggiungeva a fantasia
Solo per disperdersi nell’inconsistenza
Di un libro trash
“La Caduta”
Stile Libero Einaudi
Che aveva la forza della catarsi
Di immaginari criminali ed iperedonistici
Da film trash
Da canzoni con video trash
Come le tante videoclip albanesi
Gioco di simulacri
Di immaginari collettivi
Di stereotipi
Di una criminalità albanese
Che se la spassa
Tra droga sesso e alcol e festini
Si stemperava la fantasia
E l’immaginario
Fatto solo di lettere
Di parole
Di senso comune stereotipato
La realtà andrà oltre queste fantasia
Anche se non mi è dato di conoscerla
E non c’era più differenza
Nella fantasia
Tra un mondo redento
Un’anima salvata
E una dannata
E un mondo allo scompiglio
Giochi di pura immaginazione
Senza nessuna consistenza
E tutto si risolve così
È tutta fantasia
Che non c’è da far crollare chissà quale idolo
Una cantante
Un’aquila bifronte
Di improbabili imperi e chiese ortodosse
Puri segni che rimandano ad altra fantasia
Religiosa
Erotica
Tragica
Storica
È tutta fantasia
Alla fine dei conti
E se si risolve così
Cambiamo allora immaginari e scenari
Liberiamoci dall’opprimente Russia
E dalla sua storia
Ultimamente troppo popolata
Tra telefilm di
Guerra e Pace
E Grigorij Rasputin
Incanto fantasioso di un mondo ortodosso
Che non esiste
Se non nelle anime di chi si fa prendere da tale scenario
E anche Eugenia
Infine
La ragazza romena avventista
Non è una credente
Ma è solo una che si è innamorata
Di un genere letterario
Le fantasie bibliche
E cerca di viverle e di imporle agli altri
Nel suo fare la missionaria
Liberiamoci dai mondi di fantasia
Scaturiti dai libri e dalle scritte
Dai segni e dal senso comune
Dall’immaginario collettivo
Tutto va oltre il testo
Quando tutto si risolve
In un “Non c’è niente al di fuori del testo”
Quanto tutto diventa pura fantasia
Cambiamo immaginari
Diamoci ad altri libri
Che non la solita Russia
La solita Albania
Il solito Est Europeo criminale immaginato
Prendiamo dei libri a casaccio
Come quelli che parlano di Norvegia
Che ormai dovrà andare al di là
Dei soliti sogni
Bucolici
Di campi e montagne verdi
Tra i fiordi e i laghi
Baite immaginarie
E chiese bruciate
In un cielo sempre grigio
E prono alla pioggia
Immaginario da primi dischi
Dei Dimmu Borgir
True Norwegian Black Metal
La Norvegia sarà anche altro
Così come altro era
L’Olanda trapassata attraverso gli articoli di giornale
E la Germania
E l’Albania
Mondi filtrati dalle parole
Dalle lettere e dall’immaginario comune
Non c’è niente al di fuori dei segni
Foresta di segni nei quali ci si perde
Cambiamo immaginario
Cambiamo fantasia
Che anche la cantante bionda
Rimanda solo vagamente
Al delirio per Manuela
Che i giochi della fantasia
Chissà da quanto tempo
Avrà già compreso
Non andiamo di nuovo in tilt
Tra desideri erotici per Leida
Che si riesuma dall’anima ebbra di piacere
Come già una volta aveva fatto
Cancellando ogni utopia cristiana avventista
Tutto è fantasia
Tutto è immaginario
Non c’è niente al di fuori dei testi
Che ci compongono
E in questa fiction dell’anima infinita
Cala solo un sipario nero

Quando il desiderio si smorza…

“Mi sono tagliata i capelli e non mi dice niente nessuno?”, se ne usciva così l’altra sera Manuela, parlando con il suo collega alla cassa, mentre io distoglievo lo sguardo da lei perché in effetti mi ero accorto che aveva accorciato i capelli, mentre passavo dalla cassa punto accoglienza, dove lei stava lavorando al pc… non le dicevo niente, anche se le avrei voluto dire qualcosa, potevo, ma avevo l’ansia a mille, avevo fretta perché mio padre mi aveva detto di andare a comprare le birre al supermercato, prima di salutare mia zia e il suo uomo, che erano venuti a farci visita per andare ad una festa di ballo liscio, all’oratorio… avevo l’ansia, la fretta, il senso di vergogna, e le parole non sarebbero mai uscite, e solo ora mi rendo conto che forse basterebbe dire due parole, a Manuela, senza tutta l’ansia del mondo, senza pensare alle cavolate da niente che ci sono state tra di noi, ma poi non so cosa dire, non so cosa inventarmi, non ho quella socievolezza che servirebbe per parlarle, ed ogni volta rimango senza parole… e che strano, passare dei giorni così, nei quali mi decidevo quasi a non scrivere più, dopo che rileggevo i post degli ultimi mesi, dall’inizio del blog, e mi accorgevo di tanti pensieri deliranti, di tanti pensieri senza capo né coda, che io stesso ero stufo di leggermi… e mi rilassavo solo un po’ l’altra sera, là all’oratorio, in mezzo alla folla, alla gente, dove mi annullavo, non pensavo più a me, pensavo al mondo, agli altri, anche se poi ognuno finisce per farsi i fatti suoi e agli altri nessuno ci pensa, ognuno vive da sé, chiuso nel suo mondo, nei suoi giri, nelle sue amicizie, nelle sue relazioni, è il trionfo dell’individualismo, non c’è niente da condividere… e anche ieri mi rilassavo al parco, dopo tutta la mattina e il pomeriggio passati a leggere il diario, e mi sdraiavo su quella panchina, all’ombra, e me ne fregavo delle coppiette con i figli piccoli, a giocare a pallone, a parlare, che mi chiedevo come si fa a costruire una cosa così, e non annoiarsi e non cambiare idea da un giorno all’altro… e mi pascevo nei ricordi delle ragazze romene, e mi rendevo conto, dopo aver riletto le mie pagine, di quante sensazioni negative mi comunica Leida, alla quale non pensavo più, e la lasciavo perdere, dopo anche che avevo sentito a Radio24 la storia di una ventiquattrenne, che si lamentava perché il suo ragazzo ad un certo punto era distante, si diceva stressato, impegnato sul lavoro, e lei decideva di lasciarlo per andare con il suo amico del cuore, con il quale si sentiva più rilassata, più libera, passavano due settimane di fuoco, ma poi tutto si spegneva, e quello stesso suo amico le diceva le stesse cose del ragazzo, il mal di testa, lo stress, il lavoro… ed era interessante il commento del giornalista, che diceva che oramai bisogna abituarsi a questi partner occasionali, al fatto che è da generazioni che le donne si nascondono dietro il mal di testa, e che ora anche gli uomini, finita la fase di passione, adducono motivi simili, lo stress, la famiglia, il lavoro, quando la passione si spegne, mentre commentava cinicamente anche il ruolo dell’amico del cuore, pronto a sbavare dietro a quella tipa fino all’ultimo, nell’attesa di attaccare quando non c’era più il ragazzo, ma anche lì, una volta finita la carica e la passione tutto diventava noia, stress, altri pensieri, altre cose, e non le ragazze… e mi ritrovavo in questa storiella, nelle figure dei due uomini alle prese con lo stress, che è la stessa cosa che sto sentendo per Leida, quando una relazione si avvicina alla fine, quando non c’è più niente, e la stessa cosa per Marina, che mi stressa, non mi dice più niente, anzi forse non mi ha mai detto niente, e riconsidero il mio approcciarmi a Manuela e a lei, come a fare l’amico che si apposta, in attesa di chissà cosa, e mi accorgo della banalità dei miei ultimi pensieri, quando il desiderio si smorza… e certo sarebbe bello avere delle cose da dire a Manuela, scambiare due parole, scherzare, sopratutto dopo che rileggendo il diario mi accorgevo che era tutto qualcosa vissuto dentro di me, e con lei non è che ci sia stato mai un gran parlare, e devo smetterla di guardare dentro me, e vedere le cose dal di fuori, dove in sostanza non è successo niente, e continuerà a non succedere niente, giusto, così, per rilassarmi… e ora dovrei forse scrivere qualcosa a Marina, ma non so che cosa, userò parole a caso, in russo, e non ci penserò più, senza pensarci troppo, e lascerò perdere un sacco di altre cose…

Un supplemento d’origine che non c’è…

E rileggendo Derrida, oltre alla filosofia delle tracce, ricordavo anche l’altro concetto importante che avevo dimenticato: il supplemento d’origine… ne parlava tirando fuori i miti e da lì mi veniva da pensare… quanti miti in me, Adamo ed Eva, prima di tutti, le parole della Bibbia, i testi che richiamano altri testi, che non hanno più alcun significato, se non parole che rimandano ad altre parole, e ricordavo quando cercavo di andare oltre la religione e fare l’errore dei filosofi del Novecento: idolatrare la Storia e sostituirla a Dio, oppure, come i comunisti sovietici, sostituire la Bibbia alla letteratura… ma erano discorsi ancora troppo filosofici, e ricordavo quando alla storia del mondo sostituivo la mia storia personale, e in essa cercavo un inizio, un supplemento d’origine… sì, idolatrare la propria vita dividendola in periodi, epoche, storie diverse, con dei diversi inizi ogni volta, e non potevo fare a meno di notare come una volta facevo tutto partire dal 2008, anno del ricovero, anno di Katia, Amalia e Julia, che funzionavano come un mito delle ragazze, dell’amore, della follia attraverso l’amore… e tutto il caos cominciava forse quando cercavo altri inizi, altri miti fondatori, il 2013 e l’anno di Xhuliana e Alina, l’anno del funerale, l’anno del viaggio in Albania… oppure come ieri, che cercavo un altro inizio nel 2017, con quella foto di Era Istrefi, che a tratti ricordava il mio delirio per Manuela, oppure la passione per Leida, o il provarci con Marina… dei nuovi inizi, ogni volta, come quando volevo far tutto cominciare dalla distruzione del blog precedente, come per dimenticare quasi dieci anni di blog dal 2008… alla ricerca dell’origine, di un inizio, non più nei miti, non più nella Storia, ma nella mia storia personale, che anche qui è il solito errore: cercare delle origini, un inizio, un nuovo inizio sul quale costruire tutto… ebbene questo inizio non c’è, è tutto mischiato nella vita, e sforzarsi per trovare un racconto lineare è impossibile, come quando rivedevo Alina inaspettatamente e scompigliava tutte le narrazioni su me stesso e sulla mia vita, che non c’è da pensarci più di tanto, non c’è da sforzarsi e capire e farsi film e storie, ma basta semplicemente vivere, con queste storie e vicende che si intersecano, senza cercare nuovi inizi… perché la dovrei smettere di fare lo storico della mia vita, di cercare un centro, un significato, delle ideologie, della narrazioni, dei miti, basta prendere tutto così, tra mille tracce e vicende, mille modi di sentire, e smetterla di raccontarmi storie… che alla fine Era Istrefi sta lì non per significare chissà quale cambiamento dei tempi, ma semplicemente perché a Dio preferisco le ragazze, qualsiasi ragazza sia, da incontrare o già incontrata, senza spremermi più le meningi sul capire chi io ami di più, se Leida, Alina, Manuela, Anna o Marina, che non c’è niente da capire, e niente da raccontarsi… e così Era Istrefi rimane lì, come una traccia, un ricordo di una ragazza, per non cadere in depressione, per cercare di essere sempre sveglio e attivo, un po’ romantico, rilassato, come quando si parla con una ragazza, senza bisogno di fare l’intellettuale, il brillante, il socievole, o chissà che cosa, ma prendere la vita così come viene, anche in rapporto alle ragazze… e c’è solo quell’aquila albanese, che una volta voleva solo dire 2008 e Katia, una sorta di segno dell’inizio, che alla fine non c’è, come ogni volta quest’aquila rimanda a cose e inizi diversi, e sono solo due segni lasciati così, due significanti simbolici dai significati infiniti, l’aquila e Era Istrefi, che a volte significano la musica, l’inizio, l’amore, la vita, non si sa, semplici tracce, come un gioco di significanti e significati, una sorta di ispirazione infinita, che non si può ridurre ad un racconto unico e monolitico, la storia che ha mille interpretazioni, un po’ come la tesi che mi suggeriva la relatrice, e non ci sono inizi da trovare, racconti da farsi, ma tutto si mescola in infinite parole, infiniti racconti, e quei segni rimangono lì solo a rappresentare l’infinito dei significati, rimangono lì solo per spronarmi alla riflessione, e a ricordare che ogni tanto ero andato un po’ fuori di testa, come con Manuela, come con Katia, e per il resto, invece, è tutto un grande racconto, una grande narrazione, senza inizio e senza fine, dai significati infiniti, come un’ispirazione infinita, e non c’è niente da saldare e da centrare, niente da elevare a mito originario, ad inizio, perché tutto è un supplemento d’origine che non c’è….

Le tracce prima delle parole…

Ah, e finalmente sono più rilassato, dopo che ieri non aprivo un libro, non aprivo internet, me ne stavo tutto il giorno ad ascoltare musica, senza aver paura di chissà quali influssi negativi del canto e delle note, e anche incrociare Annalisa e Monica non mi dava fastidio più di tanto, dicevano come al solito di fare un salto al CD, per giocare a tennis, ci salutavamo a distanza io e Maria Teresa e la cosa importante era che mi dicevano di andare al CD non per parlare, ma per svagarmi un po’, rompere la routine e giocare a tennis, e magari incontrare un po’ di gente nuova… all’inizio me la prendevo, perché ero molto chiuso in me, con quei soliti pensieri delle ragazze, ma poi me ne fregavo, lasciavo perdere il CD e pensavo solo alla musica, ripristinando l’idol di Era Istrefi nella stanza, la presenza di una ragazza virtuale, di una tipa, che può essere tutte e nessuna, e la giornata andava avanti così, senza libri sul comunismo, sulla Russia, e mi immergevo nella musica di ogni genere, di ogni nazionalità, pop e R&B, e la sera, dalla rilassatezza, cantavo anche un po’, così, per liberarmi… e mi veniva in mente il discorso di Rousseau sulle lingue emozionali, piene di accenti, e quelle prive di accenti e intonazione, e ricordavo vagamente la filosofia della traccia di Derrida, là dove le parole e i discorsi non bastano più, il parlare a se stessi, che leggevo anche nel commento di rabbì C. sulla Torah e che Mosè “si parlava” davanti al roveto ardente, mentre nella filosofia di Derrida tutta questa parte logorroica e della parola piena di sé non c’è, e c’è solo la traccia psichica che mette assieme le parole, le tracce che precedono le parole, e la smettevo di raccontarmi storie, e individuavo solo le ultime tracce psichiche, e non mi mettevo lì più a scrivere, a pensare, a parlare con me stesso, a diventare logorroico… e stamattina mi svegliavo più rilassato, con qualche voglia erotica lontana, un po’ spenta, e anche ieri notte mi dicevo di riposare un po’, di lasciar perdere quelle ragazze, e mi addormentavo tranquillamente, senza sensi di colpa di aver fatto poco durante la giornata, se non essere andato a lavorare per un paio d’ore la sera, e già mi rallegravo ieri perché sapevo che oggi non avrei lavorato, e non c’è niente di meglio di questo riposo per riprendermi da quella specie di esaurimento dell’ultimo periodo… anche stamattina passare al Carrefour era una passeggiata, canticchiavo tra me e me quelle canzoni di ieri, e non avevo problemi a passare due volte da Anna, la cassiera, a farmi domandare di mia madre, e tutto il resto, e non c’è miglior risveglio di quello di oggi, senza le solite paranoie e i soliti pensieri ossessivi… e quasi quasi mi verrebbe da leggere Derrida stamattina, là dove l’avevo lasciato non so quanto tempo fa, “Scrittura e differenza”, perché di leggere ancora sulla Russia, o leggere in tedesco, o non so in quale lingua non mi va, ma non so neanche se ho voglia di leggere Derrida, ora che mi torna in mente la sua filosofia della traccia oltre le parole, che ultimamente erano ebbre ed ubriache e stanche e logorroiche, e mi voglio liberare dagli ultimi pensieri, ricominciare non daccapo, ma da un altro punto, e recuperare pensieri e ricordi e fantasie che non so come si erano disperse nel corso dell’ultimo periodo… e la giornata comincia così e andrà avanti così, potendo riposare ancora per qualche giorno, senza dovermi preparare chissà quali discorsi per la visita di martedì, senza strapensare troppo alle ragazze, a me stesso che diventa un medico pazzo, uno scienziato pazzo, e prendo la giornata più alla leggera, ora che so che con Maria Teresa non c’è più discorso, per fortuna, ora che ho superato i demoni delle educatrici, che parlano tanto per parlare, e mi sento più di buon umore, come ieri sul lavoro, rilassato, a parlare del più e del meno, e dei discorsi altrui mi viene in mente solo una frase del Dalai Lama: “Non lasciare che il comportamento degli altri disturbi la tua pace interiore”, e delle filosofie e dei modi di pensare altrui me ne devo fregare, vado avanti per la mia strada, rilassato e contento, e non mi va più di diventare logorroico con me stesso, quando le tracce psichiche precedono i discorsi e le parole, e adesso posso anche leggere Derrida senza troppi problemi…

Oltre il rosso e il nero dell’anima…

Passare al Carrefour, la mattina, senza Manuela, dopo che ieri sera, mentre camminavo, la pensavo, e un bagliore di contentezza mi prendeva, passare la mattina al Carrefour, fare la spesa, incontrare alla cassa Elena, che tirava via cinque o sei birre da un cliente, perché non aveva la tessera, e quindi non aveva lo sconto, diceva poi che per le tessere possono anche essere licenziate, e mi veniva in mente Manuela, come magari le mie sceneggiate avessero potuto farle rischiare il posto di lavoro, ma poi mi veniva in mente una sua frase: “Non ti preoccupare!”, e non mi preoccupavo… tornavo a casa più contento, più leggero, non avevo neanche voglia di fermarmi al bar a comprare le sigarette e bere il caffè, l’avrei bevuto dalla macchinetta dell’ufficio, e mi rallegravo ancora di più perché mio padre e Marco erano già usciti assieme, il che significava che per oggi non avrei lavorato, meglio così, meglio un periodo di riposo e relax, dopo lo stress delle ultime settimane… non avevo neanche voglia di scrivere stamattina, quei sogni strani di stanotte, dove si sacrificava un toro con le corna, una specie di capro espiatorio, o di diavolo, insieme ad un mio amico dei tempi dell’ITIS, Alessandro D., con il quale assieme ascoltavamo musica black metal, ed era un sogno strano, dove c’era un macello, una specie di rituale satanico, quel toro che per un attimo prendevo a cavalcare, solo per andare a scontrarmi con il rosso, nel nero del sogno… il rosso e il nero, i colori ai quali pensavo ieri notte, quando la fantasia e l’immaginazione di Leida spariva, quando tornava il ricordo di Alina, come qualche notte fa, il nero della notte, e nessun sogno o immaginazione lucente, bianca, sulla quale si disegnavano fantasie e desideri, non rimaneva più niente da immaginare, guardavo solo il nero della notte, e dentro quel nero c’era una striscia di rosso, che non sapevo spiegare, i capelli rosso neri di Alina, o la passione per Leida, o le parole russe per Marina, alla quale scrivevo un messaggio su Facebook poco prima, senza neanche crederci troppo… non sono innamorato, ecco il punto, e per quanto mi sforzi di non crederci il colpo forte che mi ha dato Alina si sente ancora, ogni tanto, come quelle ultime due notti che sono passato di lì, e l’ho vista ancora per strada, un colpo che una volta causava depressione, mentre ora mi fa solo vedere il nero della notte, senza farmi più sognare e pensare, immaginare ad occhi aperti, e i sogni per Leida, Marina e Manuela svaniscono così, nel nero della notte, tutti i pensieri e le riflessioni e la fantasia, e rimane solo il rosso e il nero… per un po’ non mi va di vedere Leida, è già stata bella l’ultima volta, quell’inebriarsi di vino rosso e delle sue parole, della sua immagine, della sua voce, del suo dirmi che tra tre mesi non ci vedremo più, finalmente, forse, o purtroppo, non si sa, non ci voglio pensare, tanto più che a lei penso solo quando ho veramente voglia di quelle cose lì, e adesso non è il periodo, meglio così, capire che con Alina era tutto finito, che quell’immagine di lei che saliva e scendeva da una macchina all’altra, come una catena di montaggio, a prostituirsi, quell’immagine ha lasciato un solco profondo dentro di me, quando muore l’amore, una volta per tutte… ed era proprio un tentativo inutile cercare di recuperare le parole russe con Marina, come se l’amore che moriva per Alina potesse risorgere da un giorno all’altro con le parole di Marina, in russo, le mie e le sue, parole russe che scoprivo poi diventavano solo stress, e una grande quantità di emozioni negative legate alla Russia… i gulag, il comunismo, il sogno dell’URSS e l’utopia degli anni sessanta, il terrorismo rosso, gli anarchici, le politiche della rivolta e dell’utopia, sogni passati, fascinazioni passate per il comunismo, storia della seconda guerra mondiale elevata a narrazione sacra, con la vittoria comunista sopra il nazismo, narrazione metafisica, dove la Shoah sembra una sorta di crocifissione, o di apocalisse, l’apocalisse o la rivoluzione dell’anima dopo quella tesi sulla Russia, sulla storia, dopo il collasso per Alina, un insieme di cose dalle quali mi devo ancora riprendere, e quella specie di resurrezione che avveniva non per Marina, non per Leida, non per Alina, ma per quella cassiera, Manuela, che nel mio delirare depresso degli ultimi mesi prima e dopo la laurea lei sembrava una ragazza russa, nella mia fantasia, alla quale dedicare tutti i sentimenti positivi che rinascevano, e qui mi torna in mente una frase che mi avevano detto, una frase che sentivo oggi tra le casse: “Donne e buoi dei paesi tuoi…”, perché Manuela è italiana… e tuttavia l’interesse per la Russia ritorna, dopo l’ultimo romanzetto, dopo quei film che mi consigliava Marina, dopo quel romanzo che cominciavo ieri, di Ken Follett, letture leggere, “L’uomo di San Pietroburgo”, che parla dei primi del Novecento, ancora in epoca zarista, ed era bello leggere di quel personaggio semplice, anarchico, criminale, che mi sembrava di vedere me stesso, o certi miei pensieri negativi, mentre lì, in un romanzetto da niente, è rappresentato come l’antagonista, e i buoni sono invece i nobili inglesi e la loro famiglia, metà inglese, metà russa… e certo che era bello pensare a Marina tra quelle righe, sognarla, ricordare la sua bellezza, lontana, sperduta, un po’ come il ricordo di Katia, ma che strano era sentirsi giù, ritrovare tutto il nero dell’anima quando le scrivevo, quando mi accorgevo che in fondo di lei non me ne importa molto, è solo una ragazza come tante, una ragazza russa come tante, e ci vorrà del tempo perché le cose decantino, come dicevo l’altro giorno a Saverio, ci vorrà del tempo, non solo una settimana, o un mese, come mi dicevo, ed è inutile spremersi le meningi per capire, lo capirò solo vivendo, vedendo quante volte ancora mi tornerà la voglia di andare da Leida, cosa sentirò se passerò al Carrefour e incrocerò di nuovo Manuela, cosa risponderà Marina e se usciremo assieme, quando sarà tornata dalla Russia, non ci si può spremere le meningi su queste cose, non c’è decisione da prendere, come mi dicevano, c’è solo da far decantare le cose e vedere come si svilupperanno, non dipende tutto dal mio ragionare in questo caso, dipende dalla vita, dagli umori, dalle ragazze, dal destino… e oggi dovrebbero arrivare le educatrici a fare quattro chiacchiere con mia madre, nel primo pomeriggio, educatrici che non so se evitare andando via da casa o rimanere qui e scambiare due parole, anche se la prospettiva del terzo grado e delle loro proposte di iniziative al CD non mi allettano, ho anch’io una dignità, e non mi va di essere accomunato a gente che ha l’invalidità, che non è laureata, che è trattata come dei minorati mentali, dei bambini, e credo proprio allora che me ne andrò via, nel primo pomeriggio, al parco, per non sentire parole e proposte che mi fanno venire solo la depressione, e anche l’ansia di dover sviare cose su di me che non mi va di dire a loro, cose che non ho neanche capito neanch’io, e che non desidero capire, ma piuttosto dimenticare, o lasciar decantare, senza sforzarmi più, e su questo mi aiutano le parole di Saverio dell’altro giorno, che diceva di aver parlato con la Beretta ed era al corrente degli aggiornamenti, così che non devo più riassumere niente a lui, e neanche sforzarmi di creare un racconto razionale degli ultimi eventi fuori e dentro di me… e sarà rilassante andare al parco, forse continuare quel libro di Ken Follett, in italiano, sulla Russia, cercando di decondizionare i pensieri neri da quel paese, da quella tesi, da quella storia, cosa che riesce un po’ a Marina quando non la sento, quando la penso e basta, come se lei non mi dovesse più parlare o rispondere più, come se fosse una ragazza lasciata, ricordando anche le parole della Beretta: “E’ una cosa che può aprirsi a tutto, potete rimanere amici, si può sviluppare in altro modo, o può decidere di chiuderla lì, non ci sono decisioni da prendere, lasci aperte le possibilità…”… e va bene così, senza pensarci troppo, senza neanche pensare alle strane voci che sentivo ieri notte, in sottofondo, urla di voci di attori di quel film sovietico che ieri guardavo, “12 Stul’ev”, voci infernali, di quei film sovietici disumani, ideologici, e neanche le immagini di quel film russo contemporaneo “Poslednee leto”, che parlava di una banda di criminali giovani, alla quale si aggiunge uno studente ricco che odia il padre e i suoi compagni di università, che sceglie come altre vittime da derubare, per odio, per rabbia, non si sa, e il calarsi in quel film drammatico e criminale, in quelle parole russe lontane dalla lingua letteraria, il senso dell’amicizia che finisce in omicidio, il desiderio per una ragazza che finisce in galera, quell’immaginario nero non aiuta di certo a farmi una bella idea della Russia… la Russia, che evoca ultimamente solo emozioni negative, che non riesco a capire come quelle compagne di università ci vedano il paese dei sogni, il paese dei balocchi, anche quella lingua russa che non mi va più di parlare, è già tanto se mi sento soddisfatto a comprenderla quasi al cento per cento, e l’altra destinazione, l’Albania, quella di ripiego non è da meglio, anzi, se provo a pensare di continuare a sentire Leida, anche se lei, come dice, smetterà di fare quel lavoro, non mi aiuta, perché mi crea solo film mentali neri e oscuri, della mafia albanese che mi segue, di lei che chiede soldi, mi fa immaginare di finire in un film drammatico e criminale russo come quello che guardavo ieri pomeriggio, mentre l’ansia di sapere l’albanese è andata via con l’immagine passata di Rudina che mi consigliava di studiare questa lingua, ansia antica, passata, oramai quasi sepolta, anche se ora, ogni tanto, quando passo di fianco agli albanesi, al bar, in giro, comincio a captare qualche parola, così come mi succede per il romeno, lingue abbozzate e lasciate lì, senza approfondirle tanto come ho fatto per cinque anni e di più con il russo… e anche ieri, al leggere Ken Follett, per un attimo mi veniva voglia di leggerlo in inglese, e provavo a leggere in quella lingua, ma una strana sensazione mi prendeva, anche lì il nero dell’anima, un po’ come quando leggevo Ayn Rand o Yukio Mishima in inglese, una lingua che non mi piace più, se non per certi articoli e research papers di storia o di sociologia o di psichiatria, ma la lingua letteraria inglese comincia a darmi fastidio, ed è già tanto se la capisco quando la parlano nei film, sì, perché ora come ora quelle lingue le sopporto solo nei film, e l’idea di prendere in mano un libro letterario in qualsiasi lingua mi dà pensieri ed emozioni negative… non mi va neanche di aprire le notizie, non importa in quale lingua, in tedesco, come prima quasi mi sembrava di avere voglia, voglio riposare un po’ da troppo stress, troppe lingue, troppi compiti da fare, e leggere in italiano Ken Follett o quei libri sul Sessantotto mi aiutano a capire un sacco di cose, a far sparire tanti deliri e idee sbagliate passate, e ora come ora è terapeutico leggere qualcosa in italiano, qualcosa di leggero, e accorgersi di vivere nel 2017 in Italia, e non più nel ’68 francese, o nell’Ottocento decadente, o in altre epoche o in altri luoghi, e tutto ciò che mi ricollega al presente e alla vita normale è immaginare quella vita, che fa adesso Manuela, tra il Carrefour e la sua vita, ed è l’unico pensiero che mi dà ancora speranza e luce, oltre il rosso e il nero dell’anima… e continua questo periodo di allentamento di compiti e cose da fare, questo periodo di riposo, che voglio far durare a tempo non ben definito, e voglio lasciar decantare alcune cose, non pensarci più, e vivere di più nella semplice luce che il pensiero di Manuela mi dà, oltre il rosso e il nero dell’anima…