Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

Nel sogno, ritrovarmi non so dove, in una specie di aeroporto, vestito di nero, con il cappello nero da rabbino ortodosso, camminare per quel non-luogo, vagare, e vedere passare davanti a me vetrine, negozi, luoghi di culto che non avevano differenza con quel dell’aeroporto, e una schiera di rabbini anziani mi seguiva, vestiti di nero, con le lunghe barbe bianche, la visione di una sinagoga, tra palazzi e castelli antichi, e quella facciata, e mille turisti, e le lacrime e il pianto giudaici, con quei rabbini nei quali mi confondevo, camminando per l’aeroporto, nel sogno, le lacrime e la sinagoga e i turisti e il ricordo vago di Berlino… mi ritrovavo nel corridoio di un hotel, perduto tra quei piani e quei corridoi, i tappeti rossi che davano sulle stanze, e in un corridoio c’erano ragazze che aspettavano fuori dalle porte, si sapeva che ragazze erano, e fermarmi da una di quelle, con tutta la carica erotica di questo mondo, e perdermi in lei come mi perdevo l’ultima volta da Aleksia, la sua bellezza, i suoi capelli biondi, il corpo e le curve dove perdersi, il piacere smisurato e infinito, e la bellezza di lei, un sogno, come Aleksia, ricordo e sogno erotico…

Mi svegliavo, nel fondo della notte, ancora in preda a quelle visioni, tra religiosità ed erotismi, al fresco della notte, riprendersi un attimo e uscire nel giardino di casa, a osservare il verde, e il blu della notte, ricordavo come la sera prima mi ero perso in canzoni albanesi, nel ricordo di Rudina, il desiderio per lei, quel vino rosso che si scioglieva in bocca, quella musica che mi esaltava, quel sogno di lei, di una vita, di un lavoro, di un matrimonio, un sogno e un desiderio di festa, che mi dava la carica, e perdersi in quei vocalizzi, come sempre, Ohrwurmen, earworms, tormentoni, solite note ripetute all’infinito, come quella musica che ascoltavo sul lavoro, l’estasi musicale, e la bellezza di Rudina, e il sogno di lei, un sogno di vita… mi addormentavo solo con le sure del Corano, per risciacquare suoni che davano alla testa, la visione della luce alla fine del mondo, e la scomparsa di visioni d’amore, di matrimonio, di vita, di carica dionisiaca e apollinea allo stesso tempo, mi perdevo in quelle sure, in quel salmodiare, e trovavo il sonno… il sonno, i sogni, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, che nella notte altri sogni si ritrovavano in me, come in una stanza rettangolare, piena di banchi, a ferro di cavallo, l’insegnante sconosciuta che chiedeva di chi fossero quelle foto, noi che avevamo fatto un compito di fotografia, vari album, e l’insegnante chiedeva di chi erano le foto di “Stalker”, e io indicavo il mio amico, quello che vorrebbe sempre fare la svolta nel mondo dell’arte, “Stalker”, dicevo, “E’ lui!”, e indicavo l’amico, che confermava all’insegnante, e lei gli diceva che quelle foto erano interessanti, e aveva contatti giusti per immetterlo nel mondo dell’arte, finalmente, il suo sogno poteva realizzarsi, in quel sogno, e poi faceva forse un altro nome, l’insegnante, forse una compagna, una compagna delle superiori, Paola, e mi perdevo in un sogno dove volavo su fabbriche abbandonate, tipo quell’enorme complesso abbandonato qua in periferia, tra ciminiere e capannoni dismessi, volavo sopra quel complesso che sembrava Chernobyl, o il film di Tarkosvskij “Stalker”, e vedevo a gruppi di persone che erano vestite in Cosplay, c’era come una fiera, una manifestazione, e ad ogni capannone sorvolato dall’alto c’era un gruppo di persone, vestite come Tekken, Final Fantasy, Gundam, Giappone dell’anima otaku che si ritrovava in quelle fabbriche dismesse, e al di sopra di tutto io volavo…

Finivano forse i sogni, per la notte, per il giorno, che mi svegliavo con la consapevolezza che un altro giorno di lavoro mi aspettava, che Dostoevskij letto ieri poteva anche aspettare, per un po’, la voglia di sentire la lingua albanese al telegiornale, i raccoglimenti mistici per ritrovare me stesso, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, il ricordo onirico dei sogni, il fascino della mistica e dell’onirico, infinita ispirazione, e mi ritrovavo a invocare i sogni, i ricordi, i desideri, e tutto si disperdeva nell’evanescenza, in quella spiritualità alternativa che sa come affrontare il mondo e la vita, e serbare, come un meccanismo di difesa, la propria personalità in mezzo a quelle persone e quel mondo, che a volte vorrebbero portarti via, come quel sogno del collega che mi chiedeva perché leggevo di Abdul Bahà, e non era per niente contro, diceva solo che sono le stesse cose della chiesa, e mi ritrovavo come in un oratorio, in mezzo alla gente, ognuno a vivere la religiosità come gli viene, a modo suo, così è la vita, così è anche la spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, e mi perdevo e mi perdevo, e mi perdo ancora, e non so più trovare un punto fermo, quando tutto diventa infinito, e Dostoevskij potrà aspettare, e gli altri libri, e gli altri film, e gli amici, e chi mi segue, ed ogni persona ed ogni cosa, in questo tempo che a volte si comprime solo per scatenare desideri più forti, e voglie, e interessi, il tempo rubato al piacere che si dà alla realtà, e la realtà che invoca il piacere, libri, musica, film, uscite, arte, spiritualità alternative, questo modo di vivere che fa parte di me…

E me ne andavo al bar, come sempre, ogni mattina, il solito caffè, le solite sigarette, incrociare persone, sentirle ridere, scherzare, parlare, la musica e il telegiornale alla televisione, la gente che fumava, il risveglio tra gli altri, che lasciavo perdere il caffè bevuto in ufficio o in casa, senza gente attorno a me, vivere assieme agli altri, e conservare se stessi, nella propria spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, ritrovare se stessi, come ieri quando pensavo a quell’aquila albanese che ricorda sempre l’eterna lotta tra Islam e crisianesimo, Vlad Tepes, Skanderbeu, medioevo dell’anima e ispirazione infinita, là dove trovo me stesso, e non mi perdo più se non nell’infinito, nell’ispirazione infinita, nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Il sonno, vagabondare e buttare via le giornate, in questa vuotezza alla base di tutto…

Riprendere il corso d’ebraico così per ripassare un po’, fare risciacquo linguistico dopo questi giorni di full immersion in inglese, il libro di Jo Nesbo, le serie di “The Originals”, i libri di Knut Hamsun, la Deutsche Welle in inglese… riprendere a leggere qualcosa dopo che la giornata di oggi era assonnata, persa tra quelle canzoni mizrahi che mi davano la rilassatezza necessaria, dopo lo sclero di ieri, quando non ne potevo più di stare in casa, in officina, in ufficio, prendere e andare ancora al parco, Parco Sempione… andare là e dimenticare tutto, dimenticarsi anche di quei cinquecento metri quadrati su tre piani, spazio ampio, di certo, ma non abbastanza per me quando vado fuori di testa e vado in tilt e sclero e ho bisogno di andare via, prendere e andare via… e mi fermavo alla solita pizzeria dei turchi, dove mi mangiavo una pizza, mentre c’era il corano di sottofondo, venerdì mattina, verso mezzogiorno, con il solito pizzaiolo e suo figlio di sei o sette anni, che alla fine si prendeva pure i cinque euro che gli dovevo per una pizza e per una bottiglietta d’acqua, che strano stare lì in quella pizzeria con il corano in sottofondo, cercando di fare ordine nella testa, in quel caos dentro di me, e dare quei cinque euro a quel bambino mi faceva ricordare delle donne, di sposarsi, avere figli, come i primi sonetti di Shakespeare, “Unless thou beget a son…”, le donne… e prendevo e andavo via, mi bevevo il mio caffè al bar lì di fianco e me ne andavo verso Milano, dopo che un vecchio che accompagnava una nera, non so chi fossero, mi chiedevo dov’era la fermata dell’autobus che porta ad una città qua vicino, là dove abitava Leida, là dove a volte i miei ricordi vanno in tilt… e me ne fregavo e andavo avanti, convinto di liberarmi della giornata, di ogni cosa, mentre pensavo dentro me che forse un giorno potrei davvero fare questo di mestiere, semplicemente vagabondare, con pochi soldi in tasca, e passare le giornate a non fare niente, semplicemente chiedere l’elemosina e liberarsi di tutti quegli stress del lavoro, degli amici, delle ragazze, degli studi, dei parenti e colleghi, e semplicemente vivere di niente, come un barbone, buttando via le giornate, rinunciando a tutto, lasciando anche perdere l’idea di trovare un buon lavoro in linea con i miei studi, e fregarmene una buona volta proprio di tutto… e arrivavo lì al parco, i soliti neri che facevano segno se volevo un po’ di hashish, un gruppetto di giovani che si fumava una canna, coppiette varie di giovani che parlavano seduti su una panchina, turisti francesi sparsi un po’ ovunque, e sotto il caldo, io, alla ricerca di un posto all’ombra dove dimenticare me, dimenticare il mondo, dimenticare ogni cosa… e trovavo un posto all’ombra, e combattevo contro il craving di una bottiglia di birra, per fermare il nervoso che sentivo in me, e solo alla fine decidevo di prendermi quella nuova pastiglietta che si scioglie in bocca, che m’ha dato il dottore, pastiglietta che finalmente mi mandava nel mondo dei sogni, io lì, sdraiato sull’erba, all’ombra, con solo il mio zaino pieno di roba ad accompagnarmi, senza più voglia di leggere niente, di vedere nessuno, solo e da solo in mezzo a non so quante migliaia di metri quadrati di parco, spazio abbastanza grande da non farmi venire la claustrofobia, da solo mi rilassavo e non pensavo più a niente, tutto svaniva, tutto si dissolveva… mi svegliavo forse due ore dopo, con la sola voglia di trasgredire un po’ la dieta ferrea, e mi permettevo una coca cola zero, e poi me ne stavo lì, ancora sull’erba, sdraiato, a non pensare a niente, a cuocere forse sotto il sole, e pensare che delle giornate così potrebbero essere anche quelle a Berlino tra qualche giorno, giornate spese al parco senza fare niente, giornate buttate via così, lontano da tutti e da tutto, riposo totale… e mi alzavo solo per andare a mangiare qualcosa, verso le sei del pomeriggio, orario in cui di solito mangio, ceno, e mi permettevo un hamburger di quelli strong al Burger King lì in stazione, solo per ritornare poi al parco, e accorgermi che ormai la giornata era andata via così… i turisti, le coppiette, i giovani, tutto nella norma, e già mi piaceva fare quel giro qua e là, vedendo facce nuove, sentendo lingue diverse, e vedendo anche forse il mio futuro possibile: quel barbone seduto sulla panchina che si gedeva il suo panino, mentre un altro in bicicletta poco prima passava e mi vedeva, e mi diceva, con accento italiano: “You can totally do it!”, do what? Mi chiedevo, prendere e andare via? Parlare inglese, prendere e decidere cosa fare di questa vita? Fare cosa? E non c’era risposta, segni che a volte il mondo mi manda, ma che smetto ormai di interpretare… e pensavo anche a quella specie di sogno che facevo, quando pensavo magari di aprire un negozio o un’attività con qualche soldo da parte, ma che cosa? Una libreria? Una fumetteria? Rilevare un’edicola? Ma chi legge e compra ancora il cartaceo? Anzi, chi legge ancora? E mi accorgevo che era un’idea che non aveva né capo né coda… e me ne tornavo a casa, con la giornata buttata via così, ma dove almeno mi ero rilassato una buona volta per tutte, e non mi sentivo più in tilt con me stesso… me ne tornavo, sul treno, con il caldo addosso, con la sola idea di tornare a casa e farmi una doccia rinfrescante, e sdraiarmi poi sotto l’aria condizionata in camera e non pensare più a niente, dimenticare il caldo, l’estate, ogni cosa… e chiamavano gli amici, la solita uscita serale, chiacchierare e fare quattro passi, e dimenticare ancora di più, dimenticare, dimenticare ogni cosa… e si usciva la sera, si rideva, si scherzava, si parlava, ci si confrontava, dicevo dei miei giorni che saranno in vacanza, a Berlino, altri giorni da buttare via che saranno, e non pensavo al domani, ad andare al battesimo di mia cugina, rivedere i parenti, sentire discorsi noiosi, dover parlare di me e altre cose che non mi fanno per niente piacere alla sola idea, e non ci pensavo, non ci volevo pensare, anche quando la sera tornavo e pensavo solo al fresco dell’aria condizionata, questo caldo che non ti permette di pensare, di fare niente, questo caldo che dà alla testa, e mi pascevo solo nel fresco della notte, al di là anche dell’eclissi di luna, e mi perdevo nelle immagini erotiche di quelle ragazze che da sole possono farmi scaricare dal nervoso, da ogni cosa, da ogni pensiero, e pensavo ancora ad altre giornate da buttare via, a non fare niente, a sperimentare l’assaggio di una vita da barbone, da vagabondo, senza neanche lavorare come fanno invece in quei romanzi di Hamsun i vari vagabondi, sempre che cercano lavoro, che cercano un modo per sopravvivere, mentre a me non interessa più niente ormai, mi andrebbe solo di vagabondare e buttare via i giorni, perché un senso qua non lo trovo più, lo trovo solo nel nonsenso generale di qualche religiosità che sa di nulla, di vuoto, di assenza, se non fosse per quel corano che sentivo dai turchi, quel bambino che vedevo, e quella madre a cui pensavo, ma poi mi eclissavo, mi eclissavo anch’io come la luna della notte di ieri, e volevo solo dormire… e dormivo… dormivo e mi svegliavo più rintronato di sempre, con le idee confuse, come ultimamente mi capita, che mi sveglio e non so più neanch’io perché mi sveglio, forse solo per invocare una qualche divinità che svuoti tutti i pensieri, solo per prendere e andare poi a fare il mio giro al bar la mattina, per le sigarette, e la solita camminata di un’oretta, forse il momento più bello di tutta la giornata, senza nessuno attorno a me con cui parlare, io da solo, a camminare, per i fatti miei, a prepararmi a vagabondare e a non fare più niente, non credere più a niente, non voler più vivere, solo vagabondare in eterno, senza una meta, senza uno scopo, dimenticando gli studi, ogni lingua, ogni cosa imparata, non dando più peso a niente, annullando tutto e tutti e vagabondare e solo vagabondare e non fare più niente, e buttare via le giornate… camminavo e camminavo solo per poi tornare in casa e decidere quest’oggi di riposare, aria condizionata, musica israeliana mizrahi, e nessuno, e niente, e accettare questi miseri cinquecento metri quadrati per tre piani di questa casa, come diceva l’amico delle case popolari della sera prima, che lui già sarebbe felice con così tanto spazio, a me sembra solo una prigione, una prigione molto spaziosa, e provavo ad accontentarmi di questo spazio, almeno per il fresco, e distendermi sul letto e dormire, e non pensare più a niente, trasportato via dalla musica, dai suoni, dal canto, fino al sonno, ennesimo sonno, che tra vagabondare e buttare via le giornate sono diventati le costanti di quest’ultimo periodo, e mi lasciavo trasportare dalla musica, da quella lingua strana che spezza i denti e spezza ogni ascolto, e mi perdevo nei miei misticismi linguistici, di una lingua originaria che non esiste, pura sonorità dalla quale scaturisce ogni lingua, ogni suono, ogni combinazione di parole, solo per trovare il nulla da cui ogni pensiero, ogni idea nasce, quel nulla fatto di suoni che ti permette di capire che tutto nel mondo è completa vuotezza di senso e significato, di scopo e meta, e mi perdevo in quei suoni, in quella musica, in quel canto… e andava via quasi metà mattinata e il primo pomeriggio, mi svegliavo solo per risciacquare ancora di più il suono e le lingue in me, solo per buttarmi in quel corso di ebraico per principianti, così, per annullare ogni idea, ogni pensiero, ogni lingua, ogni costruzione astratta, lo stato, una nazione, il popolo, una lingua nazionale, cose a cui non credevo più, filosofie di vita, ideologie che possano motivarti, filosofie d’ogni genere, niente, non rimaneva più niente, solo il sonno, la voglia di vagabondare e di buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente… in quella vuotezza generale, vuotezza su cui si fondano diecimila cose del mondo, nessuna vera, nessuna con alcuna consistenza, con nessuno scopo, e in quella vuotezza mi perdevo e mi perdo e c’è solo voglia di sonno, di vagabondare e buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente, in questa vuotezza che alla base del tutto…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Visioni

In questa noia bianca…

Può essere solo la primavera, è l’unica spiegazione che mi dò, andare in biblioteca e non aver voglia di leggere neanche un libro, neanche tra quelli in prestito, filosofia del nulla, teologie politiche islamiche, riletture, a dire il vero, nessuna voglia… lasciar perdere quel libro turco di Orhan Pamuk, dopo che stamattina quasi impazzivo a voler ritornare da quel barbiere turco con cui non si può neanche parlare, quello forse un po’ frocio, con la s sibilante, inquietante… e impazzire per tagliare o no quei capelli, e alla fine andare dal barbiere italiano, che quando mi vedeva all’entrata al bar mi dava un buffetto sulla spalla, e già mi riprendevo, che bisogno c’è di farsi tante paranoie sulla pettinatura? Ed entravo poco dopo, dopo un caffè, e mi diceva che sembravo un leone con quei capelli, un pazzo, e c’era davvero bisogno di un taglio… mi rapava ben bene, senza essere ora a zero, ma comunque un taglio quasi militare, e durante tutto il taglio si parlava male dei marocchini, degli albanesi, dei romeni, di questi qua che vengono a spacciare e a gestire la prostituzione, le carceri affollate, i carabinieri che non fanno niente, la politica che non si decide a fare il governo, ed era un puro parlare salviniano come tanti adesso, che va tanto di moda, un parlare vuoto che però mi portava via da quella sensazione di malessere che provavo al solo avvicinarmi al barbiere turco, e ringraziavo iddio che lì è meglio se non ci metto più piede… non so cosa mi spinge là certe volte, forse il ricordo di quel viaggio in Albania tre anni fa o di più, quando, prima di andare in Albania, passavo appunto da quel parrucchiere, e allora sembrava tutto magico, un altro paese, altre culture, altri modi di parlare, uscivo dalla storia con Xhuliana, la ragazza albanese, e allora era tutto incantato, tutto ciò che era estero era incantato, e non so, forse per qualche coazione a ripetere ogni tanto mi verrebbe da tornare lì, ma ora come ora fa solo sentire male, come quell’aquila albanese che non posso più vedere, come quella lingua russa che non posso più sentire, come tante cose straniere che non mi ispirano più, come la stessa Ana, la ragazzina romena, che non mi va più di vedere… e sembra quasi finire una stagione, una stagione tutta esterofila, xenofila, e non so cosa comincia, forse non comincia niente, e non mi capacito più di quell’Aldo che ero, e mi sento disperdermi, come prima in biblioteca, quando nessun libro più mi attraeva, come se non ce la facevo più a dedicarmi a niente, ai film, alla musica, ai libri, e può essere solo la primavera, mi dicevo, come quando in università verso aprile/maggio non ne potevo più di libri, e mi accontentavo di dare quegli esami scritti di lingua, facili, e mi preparavo solo alla sezione estiva, di tre o quattro esami, niente di più, e poi potevo dire dimentica l’università fino a ottobre… ma l’università non c’è più, non ci sono più nemmeno gli esami, non ci sono più letture obbligate, ma neanche letture d’evasione, di piacere, tutto mi stanca, tutto mi viene a noia, tutto si dissolve, e non so se è perché sto giocando troppo a Final Fantasy che non riesco più a concentrarmi, o proprio perché non riesco più a concentrarmi che gioco a Final Fantasy, ma sono stufo di tutto e di tutti, anche di Ana, anche di quel lavoro, che alla fine mi hanno detto di sentirmi libero di trovare altro, e non mi sento più legato a niente, si spalancano le porte del tempo, e non c’è niente da fare in queste lunghe giornate, e nonostante mi abbiano consigliato che adesso come adesso l’unica cosa che potrebbe farmi cambiare è trovare un nuovo lavoro e trovare una ragazza, una relazione stabile, nonostante tutto questo non ho voglia di niente, di nessuno, e passerei le mie giornate a oziare, a rilassarmi, a non fare niente, e mi sembra anche di veder dissolvere pensieri e religiosi, che prima mi orientavano, a parte semplici consigli sulla dieta, sul bere, sulla sessualità, e solo queste regole mi tengono in pista, regole ormai assimilate, ma per quanto riguarda tutto il resto sono completamente fuori di me, disorientato, libero e allo stesso tempo disorientato, e non so più cosa voglio… mi stanco dei libri, dei film, della musica, delle ragazze, degli amici, del lavoro, di Final Fantasy, delle mie ricerche, dei miei pensieri e non so più a cosa dedicarmi, ed è una noia bianca, una noia dove tutto si dissolve e non rimane niente, e vedo me stesso solo in preda ai libri come un quattordicenne sarebbe preda dei nuovi videogiochi da comprare, e non mi sembra di aver mosso un passo da quando ero anch’io quattordicenne, solo ho sostituito ai videogiochi prima i libri, poi le ragazze, poi i vestiti, poi altro ancora, forse i film, e tutto mi sembra una lunga parabola con varie variazioni, la parabola del consumismo, culturale, erotico, ludico, e niente di più, una grande voglia di consumare e niente di più, e ora mi sembra che non rimanga più niente, più nessuno… forse è solo la primavera, mi riprenderò forse trovando qualcosa a cui dedicarmi, se solo anche il lavoro non mi sembrasse un videogioco, un’impresa ludica e senza senso: stare davanti un monitor a inviare mail e cv, con la sola attesa di qualche risposta sparuta che non ti dice niente, rimanda o ti dice semplicemente che la gente non è interessata, e mi sembra davvero tutta un’esistenza virtuale, della stessa consistenza di un videogioco, e anche la mia conoscenza delle lingue sembra fittizia, quasi sempre passata attraverso fogli di carta, o schermi di computer e tablet, e non c’è niente di consistente, tutto è evanescente e virtuale, e tutto mi sembra finto, ogni mio studio, ogni mia conoscenza, che si risolve in nulla… e pensare che oggi la gente sulla virtualità fa i miliardi, quante app? Quanti social? Quanti blog e influencer e youtuber e quant’altro ancora? Tutto virtuale e niente di vero, e mi sembra di vivere una vita finta, virtuale, e mi sembra che non ci sia niente di concreto e tutto evapora, si dissolve, diventa evanescente… e non so neanche che farmene di questa giornata, di questi giorni e dei giorni che verranno, mi verrà voglia solo di giocare ancora a Final Fantasy per non pensare più, magari tornerò ad appassionarmi di qualche libro, di qualche film, ma tutto è ora privo di senso, senza scopo, ed è una noia bianca, un senza senso bianco, non di quelli depressivi dove dici: “Tutto è senza senso”, ma un “senza senso” che si salva da sé, in questo nulla che mi invade, in questa inanità totale, in questa infinita vanità del tutto, in questa noia bianca…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

Tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…

Non so se è stato mio fratello, se sono stati i miei nipoti, se è stata Sissi e il suo tipo che giocava a Final Fantasy XV, non so sono stati i miei amici, che dicevano di giocare ancora, ogni tanto, ma mi è proprio ripresa la scimmia dei videogiochi, in particolare, di Final Fantasy… così che ieri pomeriggio ci giocavo per tutto il tempo, a Final Fantasy X-2, e anche stamattina, e poi, e poi mi prendeva la scimmia di recuperare su Ebay Final Fantasy X, per la PS2, e seguivo quella scimmia, quell’acquisto compulsivo, e ordinavo il gioco online… soldi da niente, neanche più di 35 euro, che non è neanche un potlatch dell’anima, che anche se il gioco arriverà in condizioni obbrobriose non mi interesserà più di tanto, tanto più  che i soldi li ha spesi mio padre con la sua carta di credito, e se penso che qui al giorno vanno via una media di 40 euro al giorno, tra sigarette e caffè e pranzi di lavoro, non me ne frega niente… e che strano, passare dalla poesia delle tipe ai soldi e a videogiochi, che questo blog non si riconosce neanche più, sembra quello di un’altra persona, che pensa ai soldi, ai videogiochi, agli acquisti compulsivi, a scaricare le guide di questi giochi infiniti che sono i “Final Fantasy”, come per comprarsi un tempo indefinito, interminabile, quello che serve per stare dietro a questi videogiochi, ma ora come ora avevo forse bisogno di tempo, di tempo davanti a me, di un’immagine del tempo che si estendesse a limiti infiniti, e “Final Fantasy” è per eccellenza un gioco dai tempi infiniti, e mi sembra così di aver acquistato un tempo interminabile… o forse sono solo corso ai ripari da una spesa che non farei mai: 400 euro e passa per una PS4 solo per recuperare i nuovi “Final Fantasy”, e quelli vecchi, una spesa, questa, che invece avrei sentito di certo di più… e così mi metto al riparo, dalla scimmia che mi ha trasmesso mio fratello: “Và che lo zio adesso si prende bene con la PS4 e se la compra anche lui!”, diceva mio fratello ai suoi due figli, 10 e 11 anni, i miei nipoti, e io che dicevo: “Ormai ai videogiochi non ci gioco più!”… non ci gioco più… così dicevo… da allora, dal 2008, da quando Katia aveva portato la tempesta dentro di me, quando mi aveva sconvolto, lei, Katia, e poi Amalia, Julia, e tutte le altre, da impazzire, da finire in manicomio, da dimenticare una vita adolescenziale spazzata via dall’erotismo, spazzati via i videogiochi ed ogni cosa, dieci anni… dieci anni che non mi mettevo lì davvero a giocare… e mi dicevo: “Ma com’è possibile che i miei amici e mio fratello, più grande di me, si mettano ancora a giocare? E’ ancora lecito dopo i vent’anni?”… pensavo fosse diventato illecito, come una qualche ingiunzione esistenziale, eppure era strano vedere mio fratello che giocava con la play, oppure che si strippava con il drone che si era comprato, e mi dicevo: “Ma è ancora lecito giocare a una certa età?”… “Non uccidiamo il bambino in noi”, mi dicevano, e io che forse l’avevo voluto uccidere, o cercavo sempre di ucciderlo, con storie religiose apocalittiche dove, dopo ogni apocalisse, le regole diventavano sempre più fondamentaliste, no all’alcol, no ai giochi, no alle sigarette, no alla musica, no al pc, no al tablet, no al cellulare, no ai social, no ai film, no! No! No! No! No dappertutto… non si viveva più… non potevo continuare a vivere in funzione di quelle ragazze, ogni volta tutto era rivolto a loro, era il solo fine, la sola ragione di vita, l’estasi erotica e poetica, a volte alcolica, a volte i deliri, sempre queste estasi che cercavo dappertutto, ogni volta in loro, o nella loro musica: albanese, russa, romena… o nelle loro lingue, poesie e notizie… le lingue… le ragazze… la musica… che ieri delle lingue cercavo di farne un vanto di me stesso, inviando quelle famose mail che dovevo inviare da tempo, presentando il mio portfolio di traduzioni dall’albanese, russo, romeno, inglese, francese, spagnolo, tedesco, progetto megalomanico, nato chissà dove, chissà quando, senza sapere poi davvero bene queste lingue, a parte negli articoli che piacciono o piacevano più a me… tante mail, un giorno prima di questa festa della liberazione, dove forse nessuno lavora, e una sola mail di risposta, per ora, da parte di un’agenzia di traduzioni di Bergamo, “Valuteremo attentamente una sua collaborazione, ci dica le sue tariffe…”… le mie tariffe?! Controllare su quei gruppi di Facebook che mi aveva inviato Anna Maria, “Interpreti e traduttori”, chiedere delle tariffe e dir loro quanto avevo chiesto io, “E’ una miseria”, mi dicevano, “Non ci campi e rovini il mercato!”, non ci campo e rovino il mercato?! Ma se non ho ancora neanche iniziato a lavorare! Non so neanche se mi prenderanno, e poi mi accorgevo… mi accorgevo… mi accorgevo che avevo svolto dei lavori da 100 euro l’uno, tutte quelle traduzioni, che solo 10 articoli valevano 1.000 euro, e io mi ero messo a tradurli così, per puro divertimento, piacere, un’altra scimmia? E se non ci fosse alcuna differenza tra la mania per i videogiochi e la mania delle lingue, delle notizie online, dei social? Se non ci fosse davvero nessuna differenza tra perdersi di fronte ad un pc con notizie d’altrove in 8 lingue diverse e stare lì incollati alla televisione davanti ad un videogioco? Mi chiedo: “Sono forse finito in un mondo virtuale? Vivo forse una finzione e non una realtà?”, come tutte quelle storie immaginarie con quelle tipe, quei brevi incontri che davano l’estasi, e poi l’estasi della musica, internet, ancora una volta, musica trovata su internet, lingue trovate su internet, videogiochi davanti ad uno schermo, e poi il cellulare, il tablet e il pc, e la televisione, ovunque, ovunque, sempre un monitor, uno schermo, sempre una realtà virtuale, ma dov’è la realtà? Dov’è?… e mi sembra tutto fittizio, tranne ieri sera, quando mi mettevo a fare la mia solita passeggiata di un’ora, avanti e indietro lungo quel percorso pedonale, a pensare, a rilassarmi da tutti quei monitor, videogiochi, traduzioni, social dai commenti infiniti, lontano dal mondo virtuale, e la sera nasceva da sé un canto coranico, una sensazione di liberazione dalla tecnologia, e mi sentivo spogliato di tutto, di ogni virtualità, di ogni finzione, anche di quella finzione che nasce dopo quelle ragazze, la mistificazione poetica, e ricordavo le parole di chi mi diceva che quelle ragazze non bastavano più… e non lo so, ancora non lo so, cerco sempre di stare più lontano da queste finzioni, da questo mondo che è diventato finzione: film al pc, videogiochi alla televisione, musica dal cellulare, notizie dal tablet, basta con questi schermi! Basta! Dov’è la realtà? Che fine ha fatto la realtà? Che fine hanno fatto le mie amicizie, i miei amori, le ore intere passate a chiacchierare, a ridere e scherzare, i momenti erotici, dov’è il piacere? Dov’è la realtà? E se anche i libri fossero delle altre mistificazioni? Se non ci fosse davvero differenza tra libri e monitor? Dov’è la realtà? Dove sono le relazioni vere? Dov’è la vita? E diventa tutto come un grande velo di Maya che si sta per dissolvere, me ne rendo conto, eppure non riuscirei a vivere senza le finzioni, di ogni genere, ho già provato qualche settimana fa, vivere di vestiti neri da penitenza e lutto, senza alcuna finzione, vivere solo d’aria e di nessuna concentrazione in niente, e cosa trovavo? Follia… deliri… è assurdo, ma non si può vivere non impegnati in qualcosa, e poco importa se è un film, un libro, delle notizie, della musica, dei videogiochi, servono… servono eccome, per non spegnere quell’interesse che ti tiene in vita, e la vera utopia era pensare di vivere solo d’amore ed erotismo… non è così, c’è la vita, il lavoro, le amicizie, lo svago, il relax, la fiction, ogni cosa, ogni cosa nella giusta misura, e i progetti di lavoro, altri progetti, e così all’infinito, tra un’attività e un’altra, tra un interesse e un altro, che una vita di solo amore, solo amicizia, solo erotismo, solo lavoro, solo svago, solo relax, una sola cosa alla volta non è possibile, la vita è differenziata come la giornata, come la settimana, ed ogni cosa ha bisogno della sua giusta misura… e dentro di me vive un lettore, un appassionato di film, uno che senza quelle ragazze non può vivere, un estasiato di musica e canto orientali, un operaio che ce la mette tutta, un filosofo/traduttore/poeta che senza parole proprio non ce la fa, e anche un mistico che a volte fa a meno di tutto, e tutto questo sono io, sono io in quest’ultimo periodo, dove riscoprio anche il videogiocatore in me, e si tormenta di meno d’amore e di erotismo e di religiosità, non pensiamoci troppo, non divaghiamo troppo, non restiamo con le idee fisse, e viviamo la vita, gli amori, il tempo libero, il lavoro, il relax, i giochi, e il dolce far niente, e ogni cosa andrà avanti da sé, ogni cosa a suo tempo, e potrò forse vivere ancora, vivere ancora e, tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Svegliarsi così, con i pensieri nell’abisso, e ricordare i sogni e gli incubi della notte, mio padre che compariva in giardino insieme al suo amico che si gettava sulla sua ex moglie romena, e mio padre che si contorceva in preda alle convulsioni, tutti che ridevano, perché pensavano che fosse uno scherzo, mio fratello, mia madre, gli altri parenti, che erano lì per una qualche grigliata in famiglia, e io che mi preoccupavo, perché sapevo che la sua vita stava per finire, e gridavo: “Non è uno scherzo! Chiamate il pronto soccorso!” e vedevo mio padre che continuava a contorcersi in convulsioni, fin quando spirava, e come il film di Tarkovskij “Andrej Rublyov”, mi gettavo per terra gridando: “Papa!”… e finiva l’incubo, e mi svegliavo di notte solo per fumarmi una sigaretta, andare oltre quell’incubo e non pensare neanche più alle immagini dell’incubo di prima, dove ero finito in una Sicilia mafiosa, dove i vicini e tutti quanti erano contro di me, tramavano contro di me in una qualche consipirazione, e mi gettavano sul mare, su una specie di piattaforma galleggiante sulla quale ponevano del catrame per farmi rimanere incollato, e restare lì fino a quando non eseguivo i loro ordini, confessando qualcosa perché mi portassero via tutto con qualche inganno mafioso legalistico, e dovevo solo svegliarmi, da quegli incubi…

Tornavo a dormire senza pensarci troppo, dopo che vedevo mia madre che era sveglia anche lei di notte, non so perché, e negli altri sogni della notte doveva comparire Xhuliana… lei era là, in qualche specie di centro di accoglienza per immigrati, una sorta di scuola pubblica di notte dove si rifugiavano un sacco di migranti in via di passaggio, e lei era lì a dormire, a stare lì, posteggiata lì dopo che tornava dalla sua funzione erotica la notte, ed ero innamorato di lei, la abbracciavo, la stringevo a me, e anche lei mi abbracciava, mi baciava, come quella notte avrei voluto tanto baciarla, anni fa, in quel periodo di passione tra amore e morte, e le chiedevo quando l’avrebbero dimessa da lì, quando sarebbe stata libera di lasciare quel centro e salire su a Milano, vicino a me, lei che era confinata in Emilia, forse, nel sogno, e mi diceva che non lo sapeva, e rimanevamo lì, la notte, vicino ad un tavolo dove lei aveva lasciato le sue carte, i suoi disegni, i suoi dipinti che faceva per vincere quel senso di confinamento, e desideravo tanto averla mia, starle vicino, che lei stesse vicino a me, e ci abbracciavamo, come due veri amanti e innamorati e pieni di passione, e guardavamo al triste destino che ci aveva separati… e la notte, in quello strano centro, vagavo per i corridoi e per i capannoni, e ad un certo punto qualcuno mi accusava perché non seguivo la bibbia, era una specie di centro religioso, forse, e mi sembrava di essere finito in seno alla santa inquisizione, e mi ritrovavo a galleggiare nell’aria mentre chi mi accusava tirava fuori una bibbia che galleggiava anche lei nell’aria e perdeva poco a poco le sue pagine, e in quel sogno di distacco da Xhuliana continuavo a sognare, in una malinconia infinita, il ritorno di lei, che lei mi stesse vicino, e il suo volto dai capelli corvini, il suo ovale del volto, il suo corpo dalle belle curve mi davano conforto, e desideravo lei con nostalgia, malinconia, con amore, per quella separazione che non avrei mai saputo quando sarebbe potuta finire…

Mi svegliavo la mattina non con la mente fresca, ma piena di questi turbamenti da sogni e da incubi, e controvoglia andavo al solito bar, per vedere Paolo e Miryam e gli altri che erano lì, solo per sentire le loro parole e i loro discorsi leggeri, da mente fresca, lontani anni luce dai turbamenti che avevo in me, e mi dicevo che in fondo andare lì la mattina non è male, è una specie di cartina tornasole per vedere come sto, quali frasi direi, quali parole assurde, e mi accorgevo di essere nell’abisso, e solo sentendo le loro voci mi riprendevo un attimo, ritrovando quasi la voglia di scherzare e di dire due parole, mentre però ero come esiliato nel mio mutismo, senza voglia di dire niente, forse solo di raccogliermi un attimo e trovare il giusto umore per cominciare bene la mattinata e la giornata, senza pensare a quei sogni, a quegli incubi, e avevo voglia solo di scrivere di Xhuliana, di ricordare lei, l’ultima ispirazione, ed ogni cosa, e il sogno d’amore, e dimenticare l’incubo della morte… e ancora Xhuliana mi ispira in questa mattinata, dove non devo stravolgere la mia vita, cambiare bar o chissà che cosa, solo ricordare che la giornata comunque comincerà, se non con le parole scambiate con Paolo e Miryam almeno con le parole scambiate con gli altri, o con quelle di quando mi raccolgo per trovare la giusta voce dentro di me, e la giornata andrà avanti, con o senza il pensiero di dover tradurre, scrivere, o sentire dottori per dire che va tutto bene, e mi va solo di ricordare il sogno d’amore di Xhuliana, di quanto avrei bisogno ora di una relazione così, di quell’abbraccio di lei, del suo volto, delle sue parole, del suo amore, dei suoi baci che mi visitavano nel sogno…

Lascio perdere i film di ieri che guardavo, “The post” e “Secret window”, il primo film sulla storia del Washington Post e degli scandali del governo americano sulla guerra del Vietnam, gli hippie e quelli che protestavano, gente che allora aveva troppa fiducia nei governi e da un giorno all’altro trovava un senso alla vita dandosi alla contestazione, alla ribellione, in compagnia, con tutta quella carica utopica anni ’70, quei movimenti di liberazione che oggi farebbero sorridere, visto il risvolto individualista ed edonista del XXI secolo, che quei movimenti oggi sarebbero impensabili, anche per la quantità esagerata di notizie, dove si dice tutto di tutti, e non rimane più nienta da contestare, tra pregi e difetti dei governanti, tra mille fake news e in un mondo che ormai è diventato liquido, e non c’è più niente a cui contrapporsi, perché tutto ormai è il contrario di tutto, si naviga nel relativismo, e tutto si dissolve e tutto diventa digitale, e ognuno coltiva le proprie idee e il proprio modo di essere con internet, cercando solo quello che gli interessa, e si costruisce da solo il proprio mondo, la propria contestazione individualistica, che movimenti così ormai, come negli anni ’70, sono solo un ricordo…

Rispolveravo un po’ di inglese, così, con quel film, e guardavo anche “Secret window” di Stephen King, la storia di quel divorzio, di quella follia, di quella mania di raccontare e scrivere, che per un attimo non veniva anche a me in mente una storia con Alina, con l’Ucraina, questi ucraini che ospitiamo in casa, strane storie tra l’horror e l’onirico, dove fantasmi di una Ligeia si ripresentano, sotto le fattezze di Alina, e l’Ucraina che ormai non significa più solo lei, e le lingue dell’Est, e il sogno di Xhuliana stanotte, che forse, più avanti, qualcosa scriverò, se troverò l’ispirazione, quasi alla Edgar Allan Poe, e non so più neanch’io…

E rimango così, in questa mattinata, con il ricordo del sogno d’amore di Xhuliana, le strane suggestioni di Alina e quel film del mistero sul divorzio, sull’amore, strani altri incubi sono dimenticati, me ne frego della mente non fresca, perché se la mia anima va verso quei ricordi vuol dire che è giusto così, e continuo a sognare, forse per trovare ancora ispirazione, anche adesso, quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

In tutta la luce dell’anima…

E con tutta la tranquillità del mondo svegliarsi la mattina e non essere più tormentato da idee esagerate, l’aquila mi guarda facendomi ricordare tutte le ragazze di sempre, e ricordandomi che ora tutto può andar bene nel bilancio positivo di dieci anni, e non c’è più molta differenza tra le ragazze che vedo in giro e le ragazze di sempre, che si dissolvono in una luce bianca dell’anima che invoca una qualche divinità sconosciuta, c’è la soddisfazione del lavoro e le paure di chi diceva cose sbagliate non mi tormenta più, salvo, invincibile, nella pace dell’anima che anche ieri sera ascoltava il Corano senza estremizzarsi, ma nella spossatezza della giornata che ha trovato pace, e stamattina andare al bar a bersi un caffè era il rito più semplice per cominciare bene una giornata, per essere pronti a lavorare questo pomeriggio, o a continuare stamattina quel libro turco che parla molto bene dello scontro tra laicismo forzato ed estremismo religioso, fonte infinita di ispirazione e di interesse per me… e continuerò il libro, con tutta la calma del mondo, e ricorderò sempre la giusta voce che appare dentro di me, la giusta razionalità spirituale che vive bene insieme agli altri e con se stesso, ed è pronta anche a parlare alla visita senza strane tangenti, senza strani estremismi, senza strani inserti di battute da poco conto per stupire chi mi sta di fronte… e voglio tenere questa voce, questo mio nuovo modo d’essere, con le giuste parole di chi spiegava il giusto modo di vivere la spiritualità dopo gli eccessi, in questa nuova vita che non fa più delle ragazze una mania, una compulsione, un obbligo, ma neanche un divieto, e vivo così tranquillo tra le mie letture, il mio lavoro, e il parlare con gli altri, i visi altrui, le parole semplici come quelle di Bruna stamattina al bar… e non c’è per forza bisogno di poesia, di lingue straniere, di politica, di lavoro come somari, di letture forzate e forsennate, di strani giri dell’anima, e va bene così, in tutta tranquillità e pace, con la giusta soddisfazione del lavoro, il giusto bilancio decennale, quel ricordo che non si può cancellare, che fonda il mio nuovo modo d’essere, quell’aquila che segna il tempo e racchiude tutto me stesso degli ultimi dieci anni, e strane escatologie autoreferenziali non hanno più bisogno di esistere, e tutto il mondo si apre ad altre letture, ad altri interessi, ad altre persone, rivedendo in me quella giusta religiosità e spiritualità che mi contraddistingue dagli altri, quel mio modo d’essere filosofico religioso che mi orienta sempre, al di là di scientismi e tecnicismi, dell’ossessione che ritrovo in quel libro turco, di essere occidentalista a tutti i costi, quello non sono io, che nell’adolescenza perduta leggevo sempre il “Paradiso Perduto” di Milton e molti mi definivano come un puritano, ecco, non sono puritano, sono abbastanza liberale, lo confermano i miei anni di tutte quelle ragazze, ma per questo non mi obbligo a una religiosità da “prostituzione sacra” che può solo fare impazzire, e ritrovo la giusta spiritualità in me, che non si tormenta più e vive di luce e di pace, con tutta la libertà di questo vivere… e le letture aiutano a tenermi impegnato, e anche il lavoro, e anche parlare con gli altri, ed essere più aperto al mondo, non più chiuso nel mio universo fatto di sole letture a tutti i costi, e anche altri lavori intellettuali di altro genere non mi ossessionano più, ora che il lavoro va bene e imparo a stare in mezzo agli altri… il bilancio è positivo, le ragazze sono state infinite, che chi mi guardasse da fuori potrebbe solo dirmi che non mi posso affatto lamentare, e quell’aquila mi ricorda sempre di me stesso, di tutti questi anni, di tutta la mia libertà e la mia spiritualità, e non c’è fine a questa ispirazione infinita, e l’ultima ispirazione mi salva sempre, insieme con quel giusto modo d’essere trovato, che finalmente mi fa essere me stesso, non più in contrasto tra un occidentalismo forzato e una spiritualità estremistica e altri infiniti poli di pensiero, tra tutti i modi di essere trovo finalmente me stesso e tutti i discorsi altri saranno lì solo per essere ascoltati e dimenticati, tra i mille modi d’essere cercare me stesso e la libertà… e vivo così, con queste canzoni orientali in sottofondo, il ricordo e la suggestioen di dieci anni di ragazze, tutta la mia ricchezza di fonti da cui trarre ancora ispirazione infinita, e andare avanti così, tra vita, lavoro, stare in mezzo agli altri, film, canzoni, musica, letture, spiritualità, riflessioni ed erotismi, in tutta la luce dell’anima…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

In tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

Riposo di languore, ieri dopo pranzo, nel bianco delle nuove vesti, liberato, il languore e il senso di vuoto che mi invadeva, un bianco nulla in cui perdermi, la voglia di stare per giorni e giorni così, disteso sul letto, a contemplare la vuotezza, a riposare, a lasciarmi andare alla stanchezza, e all’assenza di pensieri, una strana voluttà, uno strano languore che non finivano più, e un senso di aurea mistica e spirituale, nella voluttà del nulla… alzarsi di nuovo, ricordando vagamente la breve giornata lavorativa, l’ispirazione della luce bianca e della sua vuotezza, bersi un Nescafé e far ricominciare il mondo, là dove era finito… ricordarsi ancora del tempio, e dell’ispirazione infinita di quell’aquila albanese, l’oriente a cui ispirarsi, e andare in biblioteca a prendere in prestito “Occultismo islamico”… non aver voglia di stare lì in biblioteca, tra ragazzini e madri in cerca di libri, a fare i compiti, giovani universitari che studiavano, e altra gente, voler stare in pace, nel languore del nulla a leggere quel libro sull’occultismo islamico, quel libro di filosofia che mi dava ispirazione, in una giornata vuota, una lettura altrettanto vuota, al di là delle estasi plotiniane, al di là degli altri riferimenti al taoismo, all’induismo, quel nulla da cui scaturiscono tutte le cose, e la voluttà della lettura… quel libro andava come niente, per tutto il pomeriggio, e mi sentivo rigenerato in quel languore, che la sera potevo anche cominciare a leggere Guénon, senza paura di occultismi che chissà dove mi avrebbero portato, lo stile leggero, la critica all’occidente sempre più materialista e razionalista, scientista, quell’utopia scientifica e tecnica che rende arida l’anima, la despiritualizza, la spoetizza, mentre l’oriente è ancora pieno di ispirazione infinita, gustarsi quelle pagine e veder dissolversi l’idolo dei pensieri scientisti in me che erano solo deliri e recuperare quella visione di un tempo, quella mistica orientale che va al di là del tempo, dello spazio, delle parole, di tutti i racconti che ci possiamo fare, e ogni discorso, ogni parola, ogni immaginazione si dissolveva come si dissolverebbe un racconto fantasy, una fiction, una fantasia e un film dell’anima, nell’infinito delle parole e delle immagini… la sera… guardare quel film di cui ho regalato il libro a mio nipote: “Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo”, bel film, quasi disneyano, pulito, che con una storia piacevole rievoca i miti greci, tra idre, meduse e mangiatori di loto, discese negli inferi, scontri tra dèi evitati, una bella visione, in un inglese semplice e pulito, la bellezza delle lingue straniere, della mitologia, dei film fatti bene e leggeri, un piacere senza fine e il ricordo di chiedere qualcosa a mio nipote quando magari ci si rivedrà, tra film e libro, così, per curiosità, ed essere contento di aver regalato quella storia, sempre su onde disneyane, ma al di là di Topolino, per crescere, le amicizie dell’adolescenza, gli scontri con i più grandi, la ragazza e l’amico, la voglia di combattere le meduse, le idre, le discese negli inferi, i mangiatori di loto, metafore antiche di religioni antiche, che sono tutte narrazioni di come a volte l’anima possa perdersi e riprendersi, e andare avanti… la notte… strani voci di sottofondo in me, esoterismi ritrovati che si lasciavano andare nel sottofondo, tra visioni personali e giochi di parole, giochi di voci, evocazioni di altri modi di vivere, degli strani giri dell’anima nel sottofondo, e voler uscire la notte alla ricerca di qualcuna, solo per uno sguardo, solo per non perdermi in me la notte… il giro in macchina, in tutta libertà, là fuori, nella libertà della notte, le ragazze che non c’erano, Ana e sua sorella, il vago pensiero di un venerdì santo da non ricordare, la libertà della notte, la vitalità, dopo tante sensazioni spente e degli abissi dell’ultimo periodo, la luce bianca dell’anima nella notte, e la lucidità… girare ancora e vedere la nuova shqiptare, bellezza da case popolari, lei, con quei pantaloncini jeans non più lunghi della vita, la maglietta nera, i suoi capelli biondi, visione di una Laura Nexha di tutti, e la voglia di lasciarla lì, in libertà, mentre mi fermavo a fare benzina, e un’altra macchina la riportava a casa… strana ispirazione notturna, che per non sentire più le mie strane voci di sottofondo, molto lontane, da un sonno che non voleva arrivare per la vitalità ritrovata, ascoltavo qualche canzone albanese, nella notte, e mi liberavo… la notte, nei sogni, il sogno erotico di Xhuliana, dispersa nel tempo e nello spazio, visione di puro erotismo, pura voluttà, puro ricordo, il sogno erotico di lei… svegliarsi, la mattina, con il ricordo di lei, Xhuliana, quel piacere infinito che una volta c’era, la visione della nuova shqiptare, altra vuotezza che mi avvolgeva, l’infinito dei pensieri e delle suggestioni, delle ispirazioni, in tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

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Come ai tempi di Alina, inspiegabile, ora che c’è Ana…

Leggere Cioran, gli sbalzi d’umore, la mattinata a far benedire l’ulivo, per tradizione, senza capire più a cosa io stia credendo, ricordando la nascita della coscienza per la sorella di Ana, le lacrime, il senso di colpa, che poi Ana neanche si sente gelosa, lasciamo perdere le apocalissi private, se non che le preghiere a divinità artistiche oramai non servono più, demiurghi sbagliati di divinità fai da te, torna quasi tutto come ai tempi di Alina, la sensazione di star amando, forse Ana, forse anche la sorella, amare, di nuovo, dopo Alina, allo stesso modo, dal profondo dell’anima, amare in quella maniera libera che non lega nessuno, con le parole di Alina: “Non legarti a niente, non legarti a nessuno…”, l’insegnamento che si ripete sempre nelle pagine di Cioran: non credere a niente.. rimane il desiderio, e l’assenza di desiderio, la riflessione e la conoscenza, accorgersi di una vita poco all’avventura, troppo a volte relegata negli stessi luoghi, senza tanta adrenalina, gli sbalzi d’umore, per i colleghi, per i coinquilini, sbalzi d’umore che poi passano, sforzarsi di stare di buon umore, di stare calmo, vaga ispirazione di un messia che non si sa chi sia, eterno domandarsi sulla fede e sulla filosofia, dove vanno gli umori, dove vanno i pensieri, è così, e così sarà ancora per tutta la vita, ci si confronta ogni giorno, ogni momento con gli umori che vanno e vengono, con le arrabbiature, la serenità, i momenti no, i momenti sì, eterno ritorno degli umori, come chiamavo un tempo, si torna quasi ai tempi di Alina, allora come adesso, senza divinità fai da te, solo con la vaga sensazione che l’eros gioca strani scherzi, come qualcuno mi faceva notare, ma non si vive di solo amore, di solo erotismo, c’è anche il lavoro, la vita, gli amici, il tempo libero, le ore in silenzio a leggere, il tempo per guardare film o ascoltare canzoni, il tempo per lasciarsi andare ai ricordi o alla malinconia, il tempo per riflettere in pace e fare ordine… non aspetterò la pasqua, cattolica o ortodossa poco importa, mi bastava andare in chiesa stamattina per capire che le chiese non sono più il mio ambiente, mi sono bastate, la chiesa cattolica, quella avventista, la mia religione fai da te vagamente ispirata all’islam, ai bahaì, a Plotino, tutto si risolve ora in uno strana anima piena di Ana, altre da non desiderare, “Va sempre dalla stessa?”, una volta mi chiedevano, e non c’è di meglio che cercare sempre lei, solo una, per non cadere in poligamie dell’anima che fanno solo male, si ritorna come ai tempi di Alina, solo che non c’è più l’alcol, non c’è più l’università, non c’è più Eugenia e non ci sono più quelle mille compagne di corsi, è una situazione diversa, e non vivo più immerso nelle lingue straniere, nella poesia e nei corsi universitari, il mio ambiente naturale di una volta, e quanto mi piacerebbe dedicarmi ancora a tempo pieno alle lingue, alle culture, tradurre, leggere come stavo anche leggendo Mihai Eminescu in romeno, si ritorna come ai tempi di Alina, senza più quell’ingenuità di una volta, la conoscenza porta via un po’ di amore, vedevo scritto, ed è proprio così, ma intanto c’è sempre Ana, anche se ieri sera non la trovavo, né lei, né sua sorella, ma ci sarà, quando non si sa, delle semplici regole: non bere, fumare di meno, bere pochi caffè, lasciarsi del tempo tra una visita e l’altra di Ana, non esagerare, concentrarsi sul lavoro, stare in mezzo alla gente, non lasciarsi prendere dagli sbalzi d’umore e dai deliri, non incollarsi a libri e film e canzoni come l’ultima ancora di salvezza, in una parola: moderazione, e il ricordo di lei, e un messia senza nome al quale ispirarmi, per non andare fuori di me, per non perdere quell’identità vaga che mi dicono sempre che non ho, quella personalità che non si sa chi sia, vaga reminiscenza di scritte buddhiste lette nell’adolescenza dove non si può mai dire “io”, il dissolvimento di se stessi nel tutto, nell’infinito, dove si rischia di perdersi, il perdersi nell’Altro scrivevano gli psicanalisti come la metafora delle psicosi, stare attenti allora, stare attenti allora a non perdersi, a non dare ascolto sempre all’ultimo che parla, mi dicevano che sono una spugna, che assorbo tutto quello che gli altri dicono, cercare di essere me stesso, senza sapere però su cosa costruire me stesso, tra tutte queste filosofie, religioni, politiche, stati d’animo e umori, ragazze, esperienze, amicizie, eppure cercare l’equilibrio, cercare me, e non dimenticare i viaggi dell’anima per Ana, che mi sembra di tornare ai tempi di Alina, quando forse ero davvero me stesso, se non che mi perdevo nell’alcol, nelle poesie, nel languore e nella voluttà, e nei diari dei vampiri, e nelle parole di lei, e nella sua estasi… manca forse la stabilità di allora, troppe cose ogni tanto mi mandano fuori, questo lavoro che non sembra il mio, questi colleghi, questi coinquilini, le mie indecisioni, una vita più confortevole come ai tempi dell’università, ma intanto so una cosa, già una volta mi sentivo così, come ai tempi di Alina, e ora è per Ana… lasciamo perdere i momenti e le persone no, andiamo avanti, non lasciare che il comportamento degli altri rovini la tua pace interiore, vedevo scritto da qualche parte, Dalai Lama o qualche detto buddhista, non perdiamoci più in invocazioni di divinità che girano su stesse, create ad arte ogni volta che succedono apocalissi private, lacrime di sentimenti e sconvolgimenti dell’anima, basta con queste apocalissi private, andiamo oltre, e ricordiamoci che se in fondo mi sento come ai tempi di Alina va bene anche così, molto più semplicemente, mi dicevano, non è che di quella ragazza era innamorato? Così, come ai tempi di Alina, come ora con Ana… che non ricordo più neanche che ieri stavo da mio fratello a trovare i miei nipoti, a portare quel regalo a Marco, un libro da quattro soldi, di quei libri fantasy da cui traggono i film, cose commerciali, non meno commerciali dei Topolino che ancora legge, in prima media, pensare che smettevo già in quarta o quinta elementare, passando a Spiderman, a Dragon Ball, ad altra roba, non tutti evidentemente cresciamo allo stesso modo, e se non leggerà mio nipote poco importa, libertà, libertà nel crescere, non si può forzare niente, non si può forzare nessuno, siamo liberi, e se ora mi sento come ai tempi di Alina è proprio perché comincio a sentirmi più libero, anche se vorrei ancora l’università, le sue lezioni, le sue ragazze, le sue lingue, Eugenia con cui provarci, vivere di soli sentimenti e parole e lingue e arte, e non di un lavoro che non sembra fatto per me, con gente che non mi sta proprio simpatica, ma forse si tratta solo di tornare a non credere a niente, come allora, e lasciare la libertà di essere sia a me sia agli altri, è il bello di non credere a niente, forse neanche all’amore, se di amore si può parlare per delle ragazze così, mistero inspiegabile dell’anima e dei sentimenti, e non mi importa, se ora mi sento come ai tempi di Alina, ora che c’è Ana, e non so dove andrò a finire, se forse mi impegnerò a cercare studi di traduzione, a guardare quel gruppo di Anna Maria, di traduttori, buttarmi forse in qualcosa per cui ho studiato, qualcosa che ho nell’anima, la mia vera vocazione, come mi dicevano, o se imparerò altri lavori, e per ora non mi interessa, è domenica, e anche se non fosse domenica mi sentirei comunque così, come ai tempi di Alina, libero, “Non legarti a niente, non legarti a nessuno…”, mi diceva, “Sei gelosa di tua sorella?”, chiedevo ad Ana, “No…”, la libertà, le eresie libertare di cui leggevo, trovare me stesso in questo vuoto pieno di lei che sento, e quella sensazione, come allora, come ai tempi di Alina, inspiegabile, ora che c’è Ana…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

L’estasi d’amore, uscendo dal tempo…

E ci sono cascato, alla fine, ho fatto fotocopiare “La caduta nel tempo” di Emil Cioran, ad un prezzo che avrei potuto comprare il libro nuovo, ma fa niente, la rivelazione avveniva da sé, al tornare indietro dalla copisteria, in macchina, con un’altra macchina davanti a me, una macchina targata Romania… Romania, le macchine, i soldi, l’emigrazione, il tempo… che se è una caduta dal tempo è anche la fine dell’ossessione del tempo, di dover segnare sempre qualcosa, il tempo, su queste pagine, le epoche delle ragazze, e l’infame storia della mia tesi sulla Russia, perché, scriveva Cioran in altre pagine, non è importante la storia e il tempo, ma il rapporto con l’infinito e l’eternità… cade questo idolo, il tempo, e mi accorgo che tutto è come qualcuno mi insegnava, deriva tutto dall’eros, dalle estasi d’amore, e dietro questi libri ci sono ancora loro, le due sorelle romene, Eugenia e Veronica, e le altre due sorelle romene, Ana e Alesia… che la verità si manifesta qui, nell’amore, nelle estasi d’amore che fanno perdere la testa, in questi collegamenti simbolici e temporali che si annidiano in me, in questi libri, in queste lingue, che non avrebbe senso segnare ancora il tempo con altri acquisti, altri libri di Cioran, proprio lui che diceva che possedere dei libri, desiderare qualcosa, come diceva il Buddha, è impresa futile e vana… acquisti compulsivi, ossessioni, manie e depressioni, ansie, e Freud che diceva che tutto deriva da Eros e Thanatos, e questa volta l’amore mi sta facendo tutti gli scherzi possibili di questo mondo, e ne devo uscire, perché, anche ieri notte, era impossibile addormentarsi, pensando ancora ad Alesia e ad Ana, a rivedere altre foto di Eugenia e Veronica che non mi sembravano più così belle, e l’amore mi sta fregando un’altra volta, facendomi impazzire… acquisti pazzi, avrebbe fatto qualcuno, la follia che si manifesta in mille forme, la caduta nel tempo e l’immane desiderio di rivedere ancora lei, ancora Alesia, ancora Ana, non so chi, non so quando, l’ossessione del tempo, dei soldi, il tempo è denaro, il denaro è tempo, e l’amore fa strani scherzi… questo libro lo terrò come un ricordo anche degli amici che vedevo ieri a Milano, tra i mercatini dei libri e le librerie, là dove ancora guardavamo altri libri, Cioran, il Nietzsche di Heidegger, Deleuze, Fizi che una volta mi diceva che “La caduta nel tempo” è il libro meglio riuscito di Cioran, e mi ricordavo di questo, e c’era appunto un valore affettivo a questo titolo, un valore anche di amicizia, la solidarietà nella filosofia, i bei discorsi di ieri nelle varie bancarelle di libri, i discorsi filosofici, artistici, con Barresi, con Fizi, che trovare amici così non è facile, con cui sentirsi così bene, ed era anche divertente scambiare due parole con quel libraio ebreo che voleva vendere a Fizi una copia dei Protocolli di Sion del ’28 a 200 euro, i soldi, le psicosi collettive, le manie di persecuzione, lucrare sulla storia, la storia e la sua falsificazione, la storia collettiva e la storia personale, il tempo e i soldi, ancora una volta, come due droghe, come due estasianti, mentre tutto ciò che conta è il rapporto personale con l’infinito, con l’eternità, al di là del tempo e dello spazio, come mi dicevano, e l’amore, l’amore sopratutto, e le sue estasi infinite… avrò imparato da questo, dal tempo, dal tempo perduto delle pagine bruciate di questi diari, cancellate dal mondo virtuale, l’ossessione del tempo, dell’amore, delle relazioni, le attese di rivedere le persone più care, le attese tra una sigaretta e l’altra, tra una visita e l’altra, tra quegli esami del sangue che facevo stamattina dopo altri sei mesi, il tempo per capire gli intrichi dell’anima, per svelarli, la differenza come agente temporale che porta la lucidità solo ad effetto ritardato, i nodi che si sciolgono, l’ossesione del tempo e della storia, al di là della storia e del tempo, invece, l’amore… è questa la più grande verità, che tutte le ragazze vivono ancora dentro di me, al di là del tempo, al di là dello spazio, ed è solo l’anima il vero ricettacolo di tutte le impressioni, di tutti i ricordi, di tutte le visioni, e non c’è oggetto esterno che possa segnare il tempo, ridarti l’oggetto perduto, la persona perduta, le sensazioni perdute, le sensazioni ritornano da sé, sotto nuova forma, ogni volta, per delle ragazze diverse, per delle esperienze diverse, per nuove forme di vita, l’eterno divenire, l’eterno ritorno della differenza… e si scoprono ogni volta migliaia di cose racchiuse nell’anima, che si disciolgono, basta stare attenti, e sotto sotto, ogni volta, c’è sempre la presenza di qualche ragazza, dell’amore, e altre volte, il sentore della morte, ma quando c’è l’estasi tutto si elettrizza, tutto diventa magico, perdi i punti di riferimento, e faresti riferimento a qualsiasi cosa pur di salvare quell’impressione, pur di inciderla, pur di non dimenticarti, come tutte le volte che scrivevo poesie per quelle ragazze, per altre sensazioni vissute in università, e sono come alla ricerca di un tempo perduto, di pagine di diario perdute, di quelle sensazioni estatiche che pensavo relegate ad un passato, come se le sensazioni non si potessero ripetere, come il passato, mentre l’anima è un ricettacolo che ha sempre in sé tutto lo spettro delle emozioni del mondo, che vanno e vengono, vanno via e ritornano, ogni volta sotto forma diversa, l’eterno ritorno degli stati d’animo, scrivevo una volta… e ritornano, ritornano come non mai, anche i ricordi, come quando stamattina passavo di lì e ricordavo Andra e Luisa, altre due romene di tempi andati, e volevo avere qualcosa, qualcosa di materiale, di tangibile, di reale, da toccare, da avere con me, che ricordasse quelle sensazioni nate da ragazze romene, come quei ricordi lontanissimi e sperduti di quel viaggio in Romania quando avevo quindici anni, con mio padre, con il suo amico Ruggero, con quella ragazzina romena che ci provava con me, e mi perdo e mi perdo, e ogni oggetto, ogni forma d’arte, ogni ricordo partecipa di questo andare a ritrovare le sensazioni d’amore, il piacere, l’estasi, la voluttà, che ogni volta è sempre la ricerca della persona perduta, delle sensazioni perdute, che vorresti in qualche modo materializzare, mentre tutto questo non si può materializzare, sono solo sensazioni eteree, che non possono essere tracciate sulla linea del tempo, con oggetti o simboli o forme d’arte, ma vanno al di là del tempo, al di là dello spazio, come tutte le estasi d’amore… e quei libri staranno allora lì, relegati in quell’armadio dove l’icona della bogoroditsa fa smettere di esistere ogni storia, ogni caduta nel tempo, ogni materializzazione e simbolizzazione del tempo, delle sensazioni, dell’estasi d’amore… e ci sarebbe solo un modo per essere sempre nell’estasi, sempre nell’amore: riuscire a costruire una qualche relazione duratura, non destinata a infrangersi nel tempo, destinata a scomparire, destinata a ritornare nel nulla da cui era scaturita, questi eterni ritorni degli umori che portano con sé immagini, suoni, libri, canzoni, film, poesie, lingue, ricordi, visioni, sensazioni, scritte, questi umori nati dalle estasi d’amore che vogliono materializzarsi in qualcasa che non può esistere… ricordo l’insonnia della notte scorsa, non so più se per la paura degli esami del sangue o per il ricordo di Alesia, per quella musica manele che lei sapeva risvegliare in me, estasiandomi, sentendomi con lei avvinghiato nella musica e nell’estasi, in qualche trascendente spiritualità erotica, che si dissolveva nella musica… non avrei voluto dormire mai, avrei voluto essere per sempre in costante estasi, in costante contatto con quei suoni, quei canti, risvegliare quel ricordo sperduto delle valli e dei monti transilvani come un sogno d’amore puro che si rianimava dai ricordi, un sogno che sapeva di infinito, un’estasi di infinito, che ancora mi avvinghia… e non c’è fine, non c’è fine a questo continuo impazzire, a questo sostituire le due sorelle avventiste con le due sorelle della via, come due figure mitologiche ai lati di una strada che apre su delle porte mistiche, e la bellezza, l’estasi della bellezza e dell’amore e dei ricordi si eleva così e devo imparare a smettere di voler materializzare il tempo e le sue sensazioni, là dove sono evanescenti… eppure quel segno ci sarà, quel libro che mi ricorderà sempre di uscire dal tempo, di andare verso l’estasi di infinito, che sa di musica, che sa d’arte, che sa di ricordi, che sa di amore, e solo qui, allora solo qui, nell’estasi d’amore, da quel nulla da cui tutto scaturisce, troverò me stesso, al di là del tempo e dello spazio, l’estasi d’amore, uscendo dal tempo…

Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

E la rilassatezza dopo l’estasi e le periferie dell’anima nel ricordo della sorella di Ana…

Giro di pensieri e fantasia che si liberava nella mattinata, dopo le prime manele di una volta a risuonare in me, andare via dalla biblioteca e fare un salto in pizzeria, per una margherita, per una bottiglietta d’acqua, mangiare voracemente, senza dar peso agli immigrati turchi, ai muratori che passavano di lì per mangiarsi un panino, ritrovare le regole dell’anima in quel parcheggio che al massimo poteva durare un’ora, mentre l’anarchia dell’anima mi diceva che niente sarebbe successo, niente di niente contava, e passavo lì in pizzeria una mezzoretta, solo per poi prendermi un caffè al bar lì vicino, non al solito, le solite facce, il solito giro, che non ne potevo più, c’era l’altra cinese, più bella, più affascinante, anche se un po’ attempata per i miei gusti, ma comunque seducente, mi bevevo quel caffè e recuperavo me stesso, dopo le quaranta gocce di valium di ieri notte, che mi facevano dormire fino a metà mattinata, e ripartivo con la macchina alla ricerca di un luogo dove poter continuare a estasiarmi di musica manele, che però perdeva il suo mordente una volta arrivato là al parco dove una volta c’era Andra, e arrivavo lì solo per fumarmi una sigaretta e partire via subito, con la musica dell’anima che si faceva di nuovo albanese, più energia, più energia, dopo quel caffè e quella pizza che ci voleva… tornavo a casa da me, senza badare più alle periferie dell’anima, che mi dicevano di andare in qualche centro anarchico, in qualche centro ribelle, per non lavorare più, per fare l’artista, per fare del teatro, per scrivere dei dialoghi e delle scene immaginarie ispirate alla vita quotidiana, tra i reietti e gli ultimi, tra i primi e gli ultimi di questo mondo, e la periferia dell’anima svaniva, come svanivano i discorsi immaginari con chi troppe volte mi ha lodato, mi ha mandato fuori strada, quei discorsi con le educatrici, con gli amici cinesi, i primi discorsi del Barresi, le frasi del dottore, di seguire le mie passioni, come una volta diceva, e altre frasi ancora e altre periferie dell’anima incantate, fatte di vite da film d’artisti, vita da artisti, e giri dell’anima a non finire che sapevano ancora di lei, della sorella di Ana, della sua bellezza, dell’estasi erotica che mi sapeva dare, e che viaggiava in me già da come mi svegliavo stamattina e tutta l’estasi andava avanti per tutto il giorno, solo per sparire all’entrata di quell’altro parco, dove incrociavo la bibliotecaria cinica, che non salutavo, che non mi salutava, mantenendo quelle distanze che ci sono tra gente di una certa età, tra dipendente pubblica e cittadino, al di fuori dell’ambiente della biblioteca, e non ero più in ragazzino alla ricerca di libri come ai tempi delle medie, ero solo io, con i miei trentanni, ricco di immagini e visioni ed estasi della notte prima con la sorella di Ana, la romena, che mi ispirava paradisi erotici dentro di me e viaggi alle periferie dell’anima… me ne tornavo a casa solo per trascrivere la mia ultima ispirazione nata in quell’aula della biblioteca, libero da me stesso, dai luoghi, dagli oggetti, dalle visioni, dai simboli, da altri misticismi dell’anima che si risolvono sempre e solo ed ogni volta in erotismi, e la sorella di Ana mi invadeva ancora l’anima… e me ne stavo lì, solo per andare in officina dopo e trovare un ambiente tranquillo e cordiale, senza le paranoie del giorno prima, gli sbalzi di umore, dall’esaltato al depresso, alle paronoie, alle vette mistiche, non c’era più niente di tutto questo se non un parlare diretto e franco senza troppi giri di pensieri, e me ne stavo lì qualche ora, solo per sbrigare due faccende tra computer e posta elettronica tra internet e telefono che non andavano per qualche guasto che neanche al servizio clienti sapevano derimere, e me ne fregavo… mi bevevo forse un caffè di troppo, per gustare il sapore, quel sapore da dipendenza, da coffeinomane, solo per darmi la carica e leggere le ultime pagine di “The Snowman”, il solito pazzo nato da qualche semplificazione freudiana da letteratura davvero commerciale, le ultime pagine, gli ultimi capitoli, quelli pieni di azione e dove si svela alla fine la trama del tutto, come è tipico di tutti quei romanzi di Jo Nesbo, la solita pattern del romanzo, quelle ultime pagine che si divorano perché vuoi arrivare alla fine, alla soluzione, alla fine di tutte quelle elucubrazioni di personaggi prima, i vari sospettati, le varie teorie che crollano e ti trovi di fronte alla soluzione, e alla parte di azione finale, dove l’eroe vince sempre, tra intemperie varie, e puoi dire fine alla lettura, ti puoi finalmente rilassare, dopo pagine e pagine di thriller, un thriller che non ti dà niente, ma solo l’idea di certi tuoi pensieri che potrebbero essere appartenuti ai pazzi omicidi del libro, quelli come che tutte le donne sono puttane, anche la madre, e che tutti noi, come mi dicevano, soffriamo in qualche modo di disturbi della personalità, disturbi di umore, senza per forza diventare omicidi, folli o psicoterapeutizzati, anche farmacologicamente, e quelle varie rivelazioni qua e là bastavano a dire chiuso quel libro di Nesbo, tra vari altri spunti, personaggi negativi che mostrano i lati negativi della personalità e dei pensieri, quel qualcosa che si può imparare anche dai libri commerciali, e per un po’ andava bene così, senza più letture forzate, senza più niente… me ne uscivo a piedi per un attimo, per fare la mia camminata giornaliera, ma il freddo era troppo forte, troppo da neve, da aria gelida, che ti invade le ossa, e per evitare di prendere freddo non camminavo neanche venti minuti e me ne tornavo subito a casa, per stare rilassato, prendermi venti gocce di Valium e farmi una doccia, e non pensare più a niente, se non alla ragazza di ieri, alla sorella di Ana, senza musica, senza immagini, senza niente, ripulendo la mente da misticismi e automatismi, da regole senza elasticità di comportamenti, cancellazioni di persone e personaggi immaginari con cui parlare, senza la mania di nuovi libri, nuove letture, nuovi film, nuove lingue e aggiungere e aggiungere ancora, senza un attimo di tregua, senza neanche andare a pescare i pensieri che stavano alle periferie dell’anima, ripulendo i pensieri, i gesti, i riti, e semplificando tutto, avere un attimo di tregua, e ricordare solo l’ovale del volto di lei di ieri notte, della sorella di Ana, la romena, che mi veniva in mente anche sul pianerottolo, quando incrociavo Stas che stava andando a buttare la pattumiera, al di là dei suoi discorsi sul lavoro, degli albanesi che non vengono pagati, e a volte neanche lui, il lavoro nero e i ricatti di chi ti paga quando vuole, quel lavoro che a volte c’è a volte non c’è, precariato esistenziale, un po’ come il mio, che a volte si lavora, a volte non si lavora, e chi se ne frega a questo punto, lasciamo gli ideali ad altri tempi, ad altri luoghi, ad altre persone, di lavori burocratizzati perfetti, di vite tutte regolari e regolate, e l’anarchia dell’anima si risvegliava ancora, solo per avere semplice regole di condotta, con tutta quell’elasticità che serve per non andare in paranoia quando qualche regola viene bypassata, e ricordarsi di quel libro di antropologia che leggevo ai tempi della vera tesi, quell’Alì al di fuori della legge che ti dà tutta l’anarchia del vivere, e quella mentalità descrittiva sul mondo che ti fa diventare scettico, che non ti fa credere più a niente, se non alle cose che credono gli altri, solo per descriverle e annotarle mentalmente, non credendo più a niente, diventando scettico e un po’ nichilista allo stesso tempo, ma almeno attento a descrivere il mondo senza laccature, senza misticismi, senza strani sbalzi d’umore, con quel giusto cocktail di irrazionalità, periferie dell’anima, regole ed elasticità, anarchie e libertà e aperture mentali, e buon senso, e ribellione e trasgressione quando serve, e anche quella giusta dose di menefreghismo e privazione del senso di qualsiasi autorità, se non la tua voce che commenta e ragiona e comprende, e il piacere, e la rilassatezza, e le gocce di valium che facevano il loro effetto, al di là di chi diventa drogato, di chi si droga con il valium, e chi se ne frega, il mondo è pieno di drogati, e meglio un po’ di valium che ondate di caffeina, o all’opposto di eroina, e potersi riposare e pensare a tutto questo, alle periferie dell’anima, alle estasi e alle descrizioni, liberato da ogni cosa e persona, da un sacco di idee e persone e personaggi immaginari con cui dialogare o meglio non dialogare, e liberarsi di tutto, e stare tranquilli, senza più dover leggere, studiare, ascoltare musica, guardare film, lavorare, scrivere, invocare chissà chi o che cosa, perdersi in rimuginazioni, in metafisicismi, in astrazioni, senza più niente di niente, neanche le solite lezioni imparate a memoria di filosofie politiche o religiose o esistenziali, niente di niente, il sottofondo dei pensieri che svaniva, che si dissolveva, e la rilassatezza dopo l’estasi e le periferie dell’anima nel ricordo della sorella di Ana…