Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana…

Ortodoxie, ortodoxie, ortodoxie dell’anima, ancora una volta, dopo Ana che è andata via, fin quando c’era lei tutto andava per il verso giusto, avevo anche viaggiato, con il pensiero di lei, frastornato da cantari islamici salmodiati che sviavano, ma in me c’era sempre lei, l’azzurro del suo vestire, i momenti erotici e l’amore… perché poi mi sia perso per sua sorella, per l’altra Alexia, per quella negretta, e sud americana, e cinese, non lo so neanch’io, perduto, per causa sua, che ogni volta cercavo lei, ma lei non c’era, e mi perdevo con le altre, pensare all’altra notte, quando camminavo dove lei stava, là, vicino alla basilica ortodossa dalla cupola azzurra, la sua via, la sua strada, la sua vita, perché mi sono perso non lo so, per via della sua musica, per via che ricordavo sempre Marina quando rivedevo lei, Marina che mi aveva sviato, anche lei, con il suo amore materno, non corrisposto da me, anzi il ripudio, quel ripudio che doveva farmi impazzire di erotismo cinese l’altra sera al bar, dopo due o tre vodke, non ricordo neanche, e questi pensieri schizofrenici di questi ultimi giorni, quando divinità lontane apparivano, Shiva, Vishnu, Krishna, Brahma, come delle immagini pescate dalla schizofrenia dell’anima di quella fede bahaì che comprende troppi dèi, tutti e nessuno, schizofrenia dell’anima, idolatria, a riesumare anche dagli anfratti della mente quello Zarathustra di Nietzsche che è solo pura schizofrenia, come le canzoni di ieri senza fine su RTL 102.5, radio di tutti i bar, musica su musica che per lo meno scacciava la lettura compulsiva di non so più che cosa, fumetti giapponesi, scritti nicciani, il Pelevin buddhista e induista russo, per una lingua che non è mia, non sento mia, la lingua russa con Marina che è uno schifo, confronto a quello che sentivo per Alina, ma lei è ormai passata da una vita, e c’è una nuova ferita che sa di luce bianca eterea e azzurra alla fine del tunnel, le vesti azzurre di Ana, che se ne è andata, e con lei l’amore, le canzoni raeggeton, il rap italiano, i cori ortossi, il desiderio e l’amore, e l’addio ad ogni ragazza, che per colpa sua mi sono ferita d’Africa, di Sud America e di Cina, e ora non voglio desiderare più nessun altra, non voglio più strafarmi di caffè, di musica, di libri, di film, là dove non ce n’è bisogno, puro consumismo culturale schizofrenico, e l’ortodossia dell’anima la ritrovo quando mi raccolgo in preghiera, ed esprimo parole, e vedo lei, Ana, dal lontano dei ricordi, delle ultime nottate con lei, della sua voce, del suo sguardo, del suo sorridere, e della sua stizza, a modo suo, che ora torno ad essere monaco ortodosso, ortodoxie dell’anima, vesti nere, penitenza e chiarore della luce interna in me, che non penso neanche all’operazione di domani, tre denti da togliere, l’anestesia, non mi interessa, finché sarò vestito di nero, finché questi capelli continueranno a crescere come un vero monaco ortodosso, finché questa barba ci sarà, e finché continuerò a visualizzare la fine di tutti i miei deliri, quel vero monaco ortodosso che si inchinava baciando la terra e mi benediceva poi con tra le braccia un’icona ortodossa, al di là della crocifissione, ortodoxie dell’anima, icone, al di là dell’antico ricordo della Romania, più di quindici anni fa con mio padre e Ruggero, Oana e le sue icone, Ruggero che la sposava, Romania dell’anima che l’unica lingua che ora voglio sentire è quella dei canti ortodossi, pentru suflet, al di là di Larisa e Stas e Dmitrij che hanno convissuto con noi per più di un anno, al di là del mio sviarmi sempre da luci fantastiche e sfavillanti, stelle immaginarie, luci bianche coraniche o semi coraniche, bahaì, non è lì la salvezza, ma nel nero dell’anima dell’ortodossia, che si era perso per il colore nero di quella negretta con la quale avevo goduto, quel nero delle mie vesti estive, e queste mie vesti, che a volte sono solo rosse e nere, come il diavolo alla fine dell’apocalisse, la luce, il nero che diventa luce, e l’azzurro come l’azzurro del cielo, del giorno, della notte, che sono stufo di politica, religioni alternative, sviamenti dell’anima, ricerche di salvezze e redenzioni altre, tra buddhismi, induismi, bahaismi, babismi e islamismi, e sufismi, e cattolicesimi tutti sociali e per niente spirituali e interiori, ortodoxie dell’anima, ortodoxie dell’anima dove compare lei, Ana… ortodoxie dell’anima che si risvegliava a rivedere quell’altro ortodosso, non un monaco cristiano, ma un rabbino ortodosso, dalla barba caprina, dal cappello nero, dal corpo magro e slanciato, ortodoxie, mi dicevo, ortodoxie, di fianco a Marina, anche lei ortodossa, sulla carta, ma non nell’anima, fin troppo ragazza russa decristianizzata, laica, che quando lei mi diceva che della chiesa non le interessava già la etichettavo come ragazza non mia, senza contare il desiderio che non c’era, anzi il ripudio, che dovevo capire già da prima, che ortodossa forse era anche Leida, anche lei che non c’è più, ma il gioiello di quest’anno rimane lei, Ana, al di là di tutte le altre e tutto il resto, che già a fine mese sto facendo il conto di un anno, il bilancio, l’unica cosa che salvo, lei, Ana, e il mio sentire ortodosso, che si risveglia ora, e si permea di tutto me stesso, quella tranquillità profonda e abissale nera e oscura che da sola riesce a invadere tutto, senza luci e illuminazioni e canti schizofrenici, e parole a casaccio, e ripetizioni di troppe parole, e quant’altro, ortodoxie dell’anima senza una chiesa, senza una messa, senza gerarchie ecclesiastiche, libero di vivere la mia ortodossia dell’anima che si richiama a lei, ad Ana, che non c’è più, e quanto mi ha fatto impazzire la sua mancanza, quanto l’ho cercata, e quanto mi sono sviato, come quella canzone di Ozuna che si diceva egoista, e pensava di stare bene andando con un’altra, invece… invece… quanti errori, quanti sbagli, quanti sviamenti, e solo con l’ortodossia dell’anima potrò ancora capire e orientarmi ancora nel mondo nell’anno prossimo, nel prossimo periodo, che non vedo l’ora di Natale, Natale cattolico, Natale ortodosso, 25 dicembre e 7 gennaio, periodo sacro che più della nascita del messia penso all’ascetismo dell’anima, alla chiara luce oscura che vive in me, lontano da immagini esterne che esternano punti segreti dell’anima, solo per farla impazzire di pulsioni in contrasto tra loro, ortodoxie dell’anima, senza nessuna magica icona a salvarmi, se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana… che non saprò che farmene dello Zarathustra che forse mi arriverà dai miei amici a gennaio, giorno del mio compleanno, giorno del Natale ortodosso, solo forse l’immagine, l’immagine falsificata di un cristo che non è un Cristo, lo Zarathustra tra tutte le altre false divinità, Vishnu, Krishna, Brahma, Shiva, Bahaullah, Abdul Baha, e chissà chi altro ancora, pantheon impazzito e schizofrenico, che ci voleva solo Ana alla fine a salvarmi, l’unica cosa, l’unica persona che salvo di quest’anno, l’unico sentimento, l’unico mio sentire, sentire vero, sentire nero di una chiara luce eterea a celestiale in me, ortodoxie dell’anima… e anche se Ana non c’è più, se n’è andata, in me continua a vivere il sentimento per lei, ortodoxie dell’anima, Ana…

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Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

E così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Nel sogno, la compagna di banco che avevo rimosso, una volta e per sempre, sogno erotico di lei, di quella Federica dai capelli mori, che viveva in un monolocale collocato sotto l’entrata di una scuola elementare, simile nei miei sogni alla mia scuola elementare, lei che viveva con il suo tipo, e sotto le scale di emergenza c’era questa specie di monolocale che si vedeva dal di fuori, perché le pareti erano di vetro, lei che viveva da commessa di un negozio di profumi, e lei che si lamentava che da poco le erano entrati i ladri in casa, scassinando l’entrata delle vetrate della scuola… lei che si confidava con il suo tipo, ma io che sentivo ancora nel sogno tutta quella carica erotica che ai tempi delle superiori scaricavo con Andra, eppure lei nel sogno emanava una freschezza di vita e una sensualità senza pari, una vitalità femminile dell’erotismo che si trasmetteva quando le stavo di fianco al banco, e sognavo e sognavo di farla mia, ma non so perché allora mi disciplinavo a non provarci con le compagne di classe, forse perché più piccole di me, forse per non creare casini dentro di me, forse perché allora ero fissato con l’ebraismo, con la fede, anche se non esitavo a vedermi con Andra, la ragazza romena che mi ispirava sogni e mi faceva godere, come il quadro dell’Olimpia di Manet… non so perché nei sogni tornava ancora lei, Federica, so soltanto che il sogno non aveva una linearità, si risolveva tutto nell’immagine di quel locale di vetro sotto le scale antincendio della scuola, ed era carico di energia erotica… mi svegliavo, mi svegliavo e notavo come tutto fosse diventato una fiction, le divinità, i film, quell’Indiana Jones che ieri guardavo in inglese, quelle immagini di calligrafie divine, quell’intera mattinata e primo pomeriggio di ieri passati ad ascoltare il corano, incantato come un serpente da quel canto e quel suono, nelle mie crisi di depressione e scoraggiamento, in vista dell’operazioe chirurgica, in vista di rivedere Marina non so quando, forse settimana prossima, scoraggiato perché non c’era da lavorare, mentre ora me ne rallegro, che più sto lontano da quei vecchi parafascisti meglio sto, loro e la loro politica, i loro discorsi e doppi sensi, la loro animalità, che trovo la verità nella fiction, sia che siano i fumetti vecchi e nuovi di Kenshiro, che siano i film di Indiana Jones, che sia la fiction delle storie delle divinità, e la mia anima si riapre e si riaccende in questo sciabordio di immagini e immaginazione, che niente di fisso rimane più, forse la voglia di rivedere gli amici, la voglia di uscire con Marina e le sue amiche a vedere il dramma di Pushkin, la serie televisiva russa storica su Sofia, la prima dinasta della Terza Roma, Mosca… che l’immaginario ora mi invade, oltre all’immaginale religioso, le due sfere si mescolano, immaginario filmico e immaginario onirico, immaginale religioso che dà un senso e una tranquillità alla vita, tra sogni dell’aldilà, di fantasmi e profeti che mi compaiono per confortarmi, di visioni dell’oltretomba, di storie di profeti che distruggevano gli idoli e venivano ispirati, mentre ora tutto l’immaginario e l’immaginale si confondono, per dare vita a una fiction dell’anima che mi ripara e mi salva dalla brutta realtà di quel lavoro che mai farà per me, tra quella gente ignorante e volgare, e  mi chiedo ancora cosa ho studiato a fare e cosa vivo a fare se poi mi devo ridurre a fare il manovale… ritorna ancora la voglia di lingue straniere, di fare risciacquo linguistico con nuove lingue, senza più fisse o idee di lingue sacre e superiori, quelle lingue che servono per dissipare i discorsi ignoranti e i doppi sensi elementari e le associazioni di parole di chi non sa che la propria lingua o il dialetto della propria stupida madre, gente ignorante… che anche ieri quando il vecchio amico di mio padre diceva “Vamos a matar los rojos”, citando la divisione di Francisco Franco, per un attimo la mia mente volava ancora alla storia, alle lingue, alle culture, mentre lo stupido operaio si risolveva a ritradurre in dialetto la frase spagnola, lui e quella puttana bergamasca di sua madre, sempre lì ritorna, lui e la sua amata Italia di cui sente parlare in quelle trasmissioni che anche mio padre la sera guarda, discorsi idioti su discorsi idioti, gente che riempie la propria ignoranza e il proprio vuoto con un regurgito di patriottismo postmoderno xenofobo… la xenofobia, la voglia di casa, di Blut und Heimat, come quell’altoatesino che in confronto agli altri è un professore di lingue e di storie, ma che anche lui è attaccato al territorio, gente anziana, un’altra generazione, gente che non può comprendersi con la mia generazione multiculturale e ricca di elementi esterni ed estranei, ed è normale che scatti lo scontro, il conflitto, tra due mentalità che non si possono capire, una legata alla terra e al territorio, l’altra deterritorializzata, che vive di immagini e immaginari altri, fatta di altre lingue, internazionale, multiculturale, giovane e nuova, mentre il vecchiume da dialetti e cimiteri e patriottismo velleitario fanno solo venire noia e depressione, scoraggiamento, nessuno davvero con cui parlare, e anzi lo stress a volte si fa sentire, perché quella gente non la puoi mandare a quel paese, o non puoi neanche parlare liberamente di altro, perché tanto non capirebbero, limitati come sono nei loro riferimenti culturali e di senso… ma è così, speravo di fare il mediatore linguistico e culturale con stranieri, russi e inglesi, altri, mentre invece ti ritrovi a farlo con una generazione italiana più vecchia, la cosa che detestavi di più, tu che sei nato per il multiculturalismo e la xenofilia… che mi passa la voglia di lavorare, in questo ambiente vecchio, non ci sono stimoli, è solo una specie di tortura, di tormento, che ricorda quasi i campi di lavoro forzati dell’Unione Sovietica, la rieducazione tramite il lavoro sembra, peccato che a volte sia più un campo di concentramento, e non per il lavoro, ma per l’ideologia che sta dietro a quelle persone… un vero campo di concentramento e di rieducazione tramite l’ignoranza… ma per fortuna c’è la televisione, c’è la Deutsche Welle, ci sono i film, la musica, le canzoni, altri immaginari, altre divinità, altre religioni, e nel mio piccolo, tra amici e amiche continuo la mia vita parallela, fatta di interessi e immaginari comuni, condivisi, se non del tutto almeno in parte, e la fantasia può ancora salvare da quella ignobile realtà… ricorderò sempre i sogni erotici di Federica, il ricordo della scuola, le mille discipline insegnate, i mille immaginari differenti, i ricordi delle ragazze passate, l’attesa di vedere Marina e lo spettacolo, le cavolate che si dicono con gli amici, i film di cui si parla, i libri, i fumetti, e così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

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L’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…

Fiumi di alcol ieri, dopo la visita, musica shqip e tanta fantasia di ricordi di Alina che sembravano dare la pace da poeta maledetto, le sinestesie di suoni e immagini in me, la dannazione, e l’inconsistenza della chimica che non sarebbe servita a niente, l’immagine della bottiglia e altre solite immagini come a ricordarmi qualcosa che non serve ricordare o rievocare, stendersi sul letto dopo mezza bottiglia e ascoltare la passione di Bach, che risentivo l’altra sera dopo aver visto “The killing of a sacred deer” insieme ai miei amici al cinema, film diabolico lo definivano i presentatori, e pensare che io ci vedevo la divinità sacrificata, il figlio innocente sacrificato, con la chiusura del film con Herr, Unser Herrscher di Bach, e l’amico che mi diceva appunto che quella era davvero la giusta interpretazione… dolori vari, fisici e mentali, nel resto dei giorni, la chimica inefficace, ininfluente, che non serviva più a contenere i miei stati d’animo alterati, ritrovavo la pace grazie alla religione e alla filosofia, senza neanche più bisogno di leggere mille libri come stavo facendo ultimamente, evidentemente molto stressato da varie cose, che adesso mi chiedo cosa ci facciano in sospeso tutti quei libri, lo Zarathustra, Leopardi, il libro di Pelevin in russo, la filosofia delle immagini e il buddhismo, e un sacco d’altre cose che non hanno più senso… quella serata a vedere Pushkin al Piccolo Teatro che non s’ha da fare, perché Marina non rientra nei miei pensieri, nei miei desideri, per un po’ le donne è meglio lasciarle perdere, tutto stress e nessun piacere, nessuna felicità, anche dopo che questa mattina mi svegliavo con la bocca riarsa dalla pizza che fa sempre venire sete, dopo che sognavo Ana e Aleksia che incontravo a piedi nel sogno mentre loro andavano al lavoro, e si fermavano davanti alla cancellata di qualche ditta, che evidentemente nel sogno era d’accordo con loro, svegliarsi con il bel ricordo della sera prima, in pizzeria dai turchi a vedere Croazia-Spagna, la tranquililtà dopo una giornata alcolica e fatta di musica, la tranquillità dei turchi che rievocano sempre la tranquillità di quell’imam Sò che mi insegnava il sufismo, quella tranquillità che mi dice quasi di riportare tutti i libri in biblioteca, di non stressarmi più con quelle letture, di non bere più caffè per essere pronto a leggere chissà che cosa, come se fosse il mio lavoro stressarmi davanti ai libri, due parole sulla partita con i turchi, e poi tornarsene a casa solo per finire di vedere la partita e andare a dormire… incubi che se ne stanno andando via dopo le ultime nottate da fiori del male, le invocazioni, le preghiere, le visualizzazioni di mahdi e di luci bianche, le sure del corano, la pace dell’anima e nient’altro che possa influire sul mio umore, comportamento, le mie paure, le mie fobie, le mie ansie, tutte dimenticate, ora vive solo la tranquillità e nessun pensiero, nessun dovere, niente di niente, che non so neanche cosa avrò da dire quest’oggi a Saverio, e come mi dirà di trovarmi, lui che in fondo, giustamente, neanche ci fa caso ai miei sbalzi d’umore, alle mie follie, alle mie paure, e Alessandra dell’altra giornata che ha fatto il suo dovere di tranquillizzarmi, e io che mi risolvo in un evitare donne, evitare alcol, troppe sigarette, troppi libri, troppi caffè, e che mi rimetto tutto a stare solo tranquillo e rilassato, e il resto non conta neanche più di tanto, nemmeno la dieta ferrea, e gli allenamenti, interrotti per tre giorni per via di un dolore all’inguine, causato da quei posti troppo stretti del cinema, che mi facevano fare movimenti sbagliati… le uscite con gli amici che non so se saranno di nuovo questo fine settimana, forse non ce n’è bisogno, non ne sento il bisogno, i soldi che si stanno scialacquando in questo periodo, e più di tanto non mi pesa, la chiesa che non ha più bisogno di esistere, e i suoi insegnamenti, luogo destinato a vecchiette e vecchietti impauriti dalla morte e dalle malattie, e ligi a chissà quale tradizione, quell’islamico che vedevo quella volta uscire dall’oratorio, intonando qualche sura, il sufismo di quel libro che mi fregava quando parlava di donne e desiderio erotico, la puttana eva di sempre e il redentore che non corre dietro alle donne per non impazzire, vita vuota e tranquilla, vacua, assente di ogni pensiero ed eccesso di libri e scritture, la pace si trova senza niente, e non si può impazzire ogni volta per dare frenesia alla noia, non è questo il metodo per trovare pace, non è questo il metodo per vincere la noia, temere forse qualche parola perturbante di Saverio, che a volte ci sa davvero fare per metterti a disagio, questo dottore che quasi cambierei, per rivolgermi ad un altro da capo, che non mi conosce, per ripartire da zero e azzerare tutti i discorsi passati, inutili, cervellotici, fatti di troppi ingiunzioni e comandi, qua dove di comandi non ce ne sono più, dove non ci sono più neanche divieti, perché dove tutto diventa evanescente e vuoto smette anche di essere comando o divieto, semplicemente svaniscono i fatti, si perdono nel nulla, e rimane l’inconsistenza del vuoto e della tranquillità… una giornata che passerà senza passare quest’oggi, come i prossimi giorni, senza neanche attendere l’intervento, senza neanche pensare troppo alla salute, alle malattie, mio vero tallone d’Achille dell’ultimo periodo, che doveva risolversi in vero terrore ipocondriaco ormai passato, svanito, che non rimane più niente per andare al di là della noia, e non volere più neanche parlare con Saverio, non ascoltarlo più, non sentire più i suoi consigli che non aiutano, e quanto sarebbe bello tornare indietro nel tempo, quando tutto filava sempre liscio, ma poi è già così, fila liscio anche adesso, basta andare oltre certi miei incubi nati da attacchi d’ansia e schizofrenia, basta stare più tranquilli e vivere come un post-ricovero dove non si ha più voglia e motivo di rischiare di perdere la ragione un’altra volta… Ana e Aleksia e Marina dimenticate, anche l’altra Aleksia, al di là dei commenti maliziosi di certa gente sul lavoro, parole che non sopporto più e un laicismo al quale non mi darò, cultura antireligiosa del mondo che non conosce la pace, ma adora gli eccessi, sono stufo di tutto questo, è giunto il momento di una certa ieraticità, che visualizzo nei grandi maestri sufi sempre pronti a darti la calma, dall’aldilà,  bektashi immaginario di me stesso, al di là degli idoli e delle sovraeccitazioni, e degli abissi, via di mezzo tra le vette e gli abissi, visti a distanza, e un andare oltre tutto questo senza neanche bisogno di troppi libri o sure del corano, o versetti biblici, o chissà cos’altro ancora, non fare più niente, non lasciarsi fregare dalla mentalità di questo territore che dice sempre di fare qualcosa, che bisogna fare qualcosa, saper fare qualcosa, mentalità paesana che non conosce pace, e che si fonda tutta sul lavoro e sul fare, mentalità che mi ha sempre dato fastidio, insieme al suo sciovinismo, il suo essere ligio alla legge, alle regole, al buon costume, al buon pensierio, al moralismo, mentalità ottusa, chiusa e rigida di certe persone sul lavoro, che non sopporto più, anche le critiche al mio eccesso di spiritualismo, alla mia pace che posso trovare, alle battute che non mi va di fare, ai doppi sensi, alle cazzata che devo sentire, gente perduta, ignorante e volgare che non mi deve più influenzare, così come il mio cercare di essere come loro, che non voglio più, io sono altro dagli altri, lasciatemi nel mio spiritualismo e nella mia pace, e non infangatemi più con le vostre parole, misericordia su di voi e sulla vostra ignoranza, qua vince solo la ieraticità e il sufismo dell’anima, e niente più mi può scalfire, niente più mi deve sovraeccitare, non c’è bisogno di mille letture, film, canzoni, consumismo culturale fine a se stesso, che anzi fa solo male, sforzando e stressando la mente là dove non serve, che tanto non devo più fare lo studente o il professore, e voglio solo vivere in pace… bar dei perduti che non avrò più tanta voglia di visitare, quei caffè in eccesso, quella cartina tornasole dell’anima sfalsata, che anche con quella gente lì non c’è discorso, voglio solo un periodo di pace, serenità e tranquillità, un periodo indefinito, che non sappia neanche di donne e neanche di sofisticazioni intellettuali, di stralavoro, di eccitazioni di ogni sorta, di immagini da adorare, simboli occulti dell’anima, è l’ora della vacuità e della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza, e al diavolo ogni eccitazione o eccesso, sono davvero stufo… e che cosa farò ora, solita domanda di sempre, cosa fare, cosa fare, cosa fare, caos che nasce dalla noia, spinta solita di eccitarsi e darsi da fare, fare, fare, fare, la vera religione di questa gente qui attorno, incapace di stare lì e non fare niente, sempre frenetica, che ti sprona ogni volta a fare, ma perché non fare più niente? Stare lì e stare tranquilli, ed evitare eccessi, è così semplice vivere in pace, in serenità, nella vuotezza dell’anima, e non mi tormenterò più per vincere la noia ed eccitarmi, ed esaltarmi, stanco degli eccessi, è l’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…

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Sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

Dopo la follia dei fiori del male, chimica variata in eccesso da chi ne capisce, salto al luogo dei folli per parlare con lei, la sciamana della chimica e delle parole, con due frasi risolveva le infondate paure trasmessemi da amici e conoscenti fuori di testa, “Sa bene che le sue paure sono infondate…”, estasi stratosferica velenosa che inondava l’anima di follia da fiori del male, trovare il rimedio tramite la chimica e non solo, altro salto dai pizzaioli turchi dopo la seduta sciamanica chimica, bastava poco per riprendermi e non farmi sentire più in un loop di negatività senza fine, di memoria dimenticata dallo shock, riprendere quei libri e accorgersi di stare esagerando con le parole scritte da altri ultimamente, dover riprendere tutto da capo quando sarà il momento, ma non ci pensavo, entravo nella pizzeria per prendermi una vegetariana, come forse avrebbe preso Eugenia che adesso si è sposata con un asiatico, e ha lasciato il mondo virtuale, io che stamattina mi svegliavo con una visione di lei e la musica di un’osanna nell’alto dei cieli, passare per la chiesa ed evocare divinità con parole frenetiche impazzite, il sacerdote nero là sull’altare, l’altro laico che mi guardavano da lontano, invocare una divinità e tutte le divinità del mondo per salvarmi, ma c’era bisogno della sciamana della chimica per riprendermi, e potevo scambiare due parole con l’altro Mustafa, “Arrivederla, arrivederla, in un’altra vita!”, diceva, “Un’altra vita! Addirittura!”, gli dicevo, e ripensavo a quel libro di Orhan Pamuk, “La vita nuova”, nell’aldilà, dopo la visione della morte e dell’aldilà, di una luce alla fine del mondo, di un fantasma bianco immerso su uno sfondo nero, il mahdi, il messia, il salvatore del mondo degli inferi, l’aldilà che si rinnova solo in una nuova vita quando pensa all’amore di una ragazza che c’era non c’è più e c’è ancora in te, eterna resurrezione dell’anima tra follia e inferi… gustare la mia pizza e attendere che la nuova chimica facesse effetto, i soliti giri del sabato, tra spesa e bar, al supermercato dove incrociavo la quarantenne bionda cinese barista, una bella donna, ma non per me, la luce alla fine del mondo, le parole e la chimica, e un pomeriggio che sarebbe stato di un film apocalittico che non diceva niente, “The day after tomorrow”, film inutile, io che dicevo a mio padre che ero stato dalla sciamana della chimica e che tutto era risolto, lui che ieri sera mi consigliava di andare là per risolvere, ma non c’era nessuno, ieri sera, per fortuna stamattina sì… pomeriggio passato su quel film inutile in inglese, l’unica visione alla fine del mondo una crocifissione della trinità di Masaccio, una divinità padre che tutto comprende e ascolta, anche la mia maledizione da fiori del male, visioni pornografiche e maledette ed estasianti allo stesso tempo dell’ultima notta con quella cleptomane che sarà meglio lasciar perdere, lasciata nel dimenticatoio dell’anima per sempre… finire di vedere il film e cenare, prendere tutto e andare a fare quattro passi, la corsa sarà a domani, quattro passi sotto la musica albanese dal cellulare, musica vagamente islamica ed estatica, il ricordo di Alina di quando mi diceva: “Ascolti ancora musica albanese?”, lei che mi capiva, lei con la quale era tutto da condividere, dove ogni parola, ogni gesto, ogni movimento, ogni visione era pura poesia erotica, il ricordo di lei che salvava dagli inferi, l’estasi della musica, ancora una volta, e dell’amore erotico di una volta, il ricordo di Leida, che finché c’era tutto era estasi, dopo solo follia, con Ana, con Aleksia, con altre di passaggio, nella mia maledizione eterna che trovava sollievo solo nella musica, nella luce bianca di queste voci quasi spirituali albanesi, come un bektas estasiato e danzante su se stesso alla ricerca della divinità mentre intonva quella musica e quelle canzoni che risvegliavano l’anima… non parlare più mentalmente con lo sciamano dei divieti e delle critiche, stanco delle sue parole e dei suoi consigli, altri alleati come quelle sciamane donne sono meglio, e la visione da setta bektas dell’anima, con i nomi divini da invocare, nomi mistici che si risolvono nel ricordo e nell’immagine di lei, di Alina, di Leida, di Ana, trinità erotica in me che vince ogni altra antica divinità e prostituzione sacra ed estasi da fiori del male, musica senza fine di un paese non troppo lontano, tra Turchia, medioevo cattolico ed ortodosso, impero ottomano, impero sovietico, che ora mi guarderei un altro film di tempi andati, “The hunt for Red October”, per rifarmi la vista dopo essermi rifatto il senso dell’ascolto e dei suoni, setta bektas dell’anima estasiata dalla musica e dai ricordi erotici, che Marina solo lontanamente mi sfiora, anche dopo che ieri notte mi rispondeva che era stata fuori con degli ex colleghi a mangiare una pizza, e pensare che lei non è tanto più bella di Leida, anche se la sua carica erotica e seduttiva è lontana anni luce da Alina, Ana, Leida, e tante altre, che l’anima mia si invasa di ricordi e di luce su luce, di musica e di canzoni e di intonazioni d’altrove, che l’anima non vorrebbe ora mai spegnersi ed inondarsi di musica e di ricordi, alla ricerca di un nome divino che si risolve nell’amore erotico andato e in tutte le estasi e gli abissi dei fiori del male, aldilà degli esorcismi sciamanici e chimici di chi mi ha liberato da false voci di amici che non sono mai stati amici, solo conoscenti, gente con cui si esce assieme, ma che non può capirmi e che io non posso capire… spero solo di rifarmi una vita, un’altra vita, come diceva Mustafa, provando a uscire con Marina e con i suoi amici, le sue amiche, c’è un’altra vita che mi aspetta, e se non sarà lì l’altra vita sarà forse nella musica, nell’arte, nelle immagini, nei suoni e nelle parole, di libri e film da guardare una volta alla volta, senza strafarsi di nozioni e intrichi dell’anima, come mi diceva la sciamana, testi troppo impegnati che danno alla testa se non dosati, liberarsi e sognare con la musica, nei ricordi erotici di sempre, non persi, se non solo su carte perse come quei libri andati, ma l’estasi va oltre tutto questo, e si eleva l’anima nella musica e nei ricordi erotici, e la chimica sciamanica va oltre gli erebi di voci falsamente amiche sfalsate, andare oltre, al di là, ancora più in alto, sempre più su, in un estasi senza fine, sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Loop senza fine…

Estrarre il solito libro sufico tra immagini pervasive di un tempio, di un’aquila, di un buddha e delle tesi di laurea su Russia e Albania, la fame di una pizza dai turchi, altro che sufi e sufi! L’allenamento spossante di ieri, sotto la pioggia, e aver fame dopo aver controllato il consumo calorico e le calorie di una pizza… andare dai turchi e ordinare una margherita, sedermi al tavolo e aspettare la pizza, mentre alla tv c’era la Juve contro il Manchester, commentata in turco… stare lì e poco dopo arrivare la mia margherita, aspettavo che si raffreddasse mentre guardavo la partita e commentavo con Mustafa, di Pogba, la Juve, Higuain, la Champions, il Besiktas, Ozil e Calhanoglu, il Milan, i fascisti tedeschi contro Ozil, come diceva Mustafa, e il decoder di Sky, e altro, mentre mi gustavo la mia pizza, e all’altro tavole c’era solo una bambina con un suo padre… andare via, salutare, andare via e chiedermi se anche alla tv italiana c’era la Juve, stare in casa, soddisfatto nell’appetito e di aver scambiato due parole, la strana sensazione che si prova sempre con gli estranei, tanto più se stranieri… la Germania, la Turchia, l’islam, strane associazioni di immagini inquietanti, e per dimenticare guardarmi la partita su Rai1, a casa… togliere gli oggetti! Sì, togliere i soliti oggetti, loop di immagini che rieccheggiavano le parole di Leida di una volta: “Sposto gli oggetti nella stanza…”… guardare la partita e aspettare la risposta di Marina su Whatts’up, io che le dicevo che avevo comprato il biglietto di Evgenij Onegin per il teatro, lei che non so cosa doveva rispondere… la partita che finiva 2-1 per il Manchester, inaspettatamente, Mourinho che è il solito genio… c’era quasi da aspettarselo… Marina che rispondeva solo con una foto del suo biglietto, un ok, abbiamo i biglietti, adesso bisognerà vedere se andare o no allo spettacolo, e mentre scrivo mi chiedo: “Perché no?” Non lo so, notte movimentata di sogni e immagini erotiche, cercare Ana la notte, non c’era, sognare una antichissima compagna delle superiori, Stefania, l’amica di Carola, lei che faceva la porno attrice nel sogno, e amici juventini che mi volevano portare via, sogni erotici disturbati, un’altra pasticca chimica per dormire, troppi caffè ieri… svegliarmi intontito, presto, verso le sei, dopo che mi addormentavo alla una, con la chimica, la stanza finalmente priva di oggetti, muri bianchi, tabula rasa, un’altra volta… andare al bar per le sigarette, per il caffè, routine limbica… tornare a casa e provare a raccogliermi, niente… immagini e parole senza nessi, l’assenza di senso… rialzarmi e provare a leggere quei libri, “Filosofia delle immagini”, “Iconoclastia: contro le immagini”, riflessioni sulle immagini mentali, gli schemi, e l’arte, gli oggetti scaramantici, la visione limbica di quella stanza spoglia, libri da comprere, questi sulle immagini, quanti libri, tra buddhismo, immagini, Umberto Eco, Limes, ne ho per un bel po’… non farcela più a leggere, troppe sigarette, sigarette e caffè, sigarette e caffè, sigarette e caffè… attendere l’operaio, niente lavoro per oggi, via con mio padre, loro due, poter riprendere a leggere, in officina, attendere il corriere, lontano da qui muri bianchi sui quali disegnare sempra le stesse figure falsamente apotropaiche, idoli… un altro caffè, un’altra sigaretta, e ancora libri, il silenzio… l’officina, l’assenza di immagini, per uscire da questo limbo, io che vorrei ancora una pasticca chimica e il sonno, ma poi si rimane intorpiditi, l’officina, il silenzio, i libri, l’assenza di immagini, e sogni erotici dimenticati, serate che saranno, immagini e parole, in me, in questo stato dell’animo indescrivibile, le solite immagini, una divinità che non c’è, e nuove parole, gli stessi fenomeni, come serrato in una gabbia delle stesse cose, all’infinito, senza una via d’uscita se non muri bianchi, cantile, tabula rasa, l’assenza del tutto, con l’irrequietezza di chi non sa cosa fare, csa dire, cosa pensare, come decidersi, ci sono i libri, evadiamo dalle solite immagini, pensieri, abitudini, loop senza fine…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

E rimane solo il sogno della notte…

Il documentario sul ’68, in inglese, la liberazione individuale e la collettività che si perde, storie già sentite, quella parabola utopica che darà poi sull’individualismo, scrittori e filosofi vari, da tutto il mondo, la rivolta globale, il mondo di adesso… camminare la sera dopo aver sentito il Barre che mi diceva del regalo da comprare a Fizi per il suo compleanno, passare davanti al bar, dove si sentiva la voce di Miryam da fuori, i maghrebini che parlavano animatamente, il bar dei neri, dei terroni, dei cattolici, dei polentoni, dei vecchi e vecchie, degli albanesi e dei romeni, gestito da cinesi, bar multiculturale, dove mi ritrovo ogni volta, come l’altro giorno che passavo il pomeriggio più alcolico mai vissuto, quattro bicchieri di vodka dalle quattro del pomeriggio fino alle sette, con Miryam che ogni volta versava come se fosse la cosa più normale del mondo, perdermi nel suo sguardo, vedere quasi la divinità, perdermi nei miei pensieri e nei miei sogni, stando lì, seduto su quella sedia e vicino a quel tavolino che danno sulla strada, l’assenza di pensieri, il giro d’estasi dell’alcol, stare vicino a lei, a Miryam, e vedere il mondo dal suo punto di vista, la varia gente che mi passava affianco, chi scommetteva, chi si ubriacava, chi fumava, e io lì, seduto a contemplare l’infinito, senza sapere più perché stavo lì, forse perché ero innervosito da chi invade la casa, e lì in casa non ci potevo più stare, io che avrei voluto il silenzio, di tomba, per dormire, in quel primo pomeriggio dove il sonno si fa più sentire che la notte, perdermi in quell’alcol, in quella vodka come da tempo immemore, e gustare quell’estasi alcolica come non gustavo da tempo, grazie allo sguardo di Miryam e a lei che versava… camminare ieri sera, un po’ ancora stanco dagli allenamenti dell’ultimo periodo, il martedì, il sabato, mezz’ora di corsetta militare e mezz’ora di allenamento di taekwondo, karate, per scacciare i pensieri, per sentirmi vivo, ripassare l’altro giorno le forme grazie a video di youtube sul cellulare, camminare ieri sera pensando soltanto di tornare a casa la sera e ascoltarmi un po’ di musica pop giapponese da Kugou, che dopo dieci anni ho reinstallato, per sentire un po’ di musica diversa, le radio che ultimamente cambio sempre e che mi capita di sentire, discoradio, rtl 102.5, r101, la radio che mio padre ascolta sempre: radio24… le onde sonore, il sottofondo, Bruna che mi diceva che lei tiene sempre accesa in casa la televisione, per fare compagnia, per non sentire il silenzio, il silenzio di tomba, inquietante, diceva, lei che lascia sempre accesa la televisione, anche se non l’ascolta e non la guarda, e io, invece, il silenzio, il silenzio ovunque, che mi ricordava il silenzio della morte, il silenzio da cui scaturiscono le parole e le invocazioni a qualche divinità sperduta… e inondarsi così di musica anche quando non ce n’è bisogno, e del silenzio delle preghiere non sapere più che farsene quando la vera personalità è ora presente, unità di se stesso ritrovata, non andare più fuori di personalità quando c’è Miryam, o qualcun’altro, o qualcun’altra, sempre me stesso, anche con gli amici, in questo tempo che sa di noia e di calma, in ballo tra una cosa e l’altra… camminare la sera e tornare nella propria stanza ad ascoltare la musica J-Pop, quasi addormentarsi, e spegnere e chiudere tutto, e andare a dormire vestito, dopo quei suoni e quel canto pieno di vita ed energia, canzoni che non comunicano niente, se non proprio solo l’energia e la voglia di vivere, l’altezza dell’umore, e il niente… andare a letto vestito, dimenticando che oggi mi avrebbero fatto lavorare, mentre invece ho da vedere Saverio per raccontare le ultime vicende, e meglio così, riposarsi un po’, e lasciare anche andare via la vodka dell’altro giorno, che andando al bar l’altra mattina mi compariva la divinità al di là del bancone, di fronte a tutte le bottiglie di alcol, due parole con Bruna, con Paolo, e la mattinata poteva cominciare bene… non aver più quasi voglia di leggere niente, stanco delle solite geopolitiche che però te ne fanno sapere di più di chi vorrebbe spiegarti, e guardi la gente da lontano, come quei colleghi, quegli amici con i quali non c’è più molto in comune, loro e la loro musica, io e la mia musica, i miei amori, il mio mondo al di là di tutto, oltre le parole dei più, e accorgersi quasi di aver sempre vissuto in un mondo di interessi autonomi, di altre esperienze che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo rispetto agli altri, tra quel viaggio in Romania, quegli amici cinesi, quel maestro di Karatè musulmano e tutta la sua famiglia, la musica black metal, le ragazze dell’Est e la loro musica, quella bandiera albanese che è la mia vera bandiera, e dell’Italia non me ne è mai fregato niente, e continua a non fregarmene niente, anche dopo i discorsi con amici e colleghi, il mio mondo, me stesso, che niente ha da condividere con gli altri, con le altre, distante anni luce… quella letteratura contemporanea italiana che leggevo, la leggerezza, l’inutilità di quelle parole, quegli scrittori tutti di sinistra all’italiana, romanzi non miei ispirati da un’educatrice troppo, troppo italiana, non mi ritrovo e non mi sono mai ritrovato, e non mi piace per niente, vivo su altre note, su altri mondi, in un universo tutto mio, multiculturale, deterritorializzato, decentrato, che trovare qualcuno con i miei stessi interessi e gusti è impresa ardua, se non impossibile… e mi ritrovo così a essere me stesso, finalmente, in questa mia identità distante anni luce dagli altri, da tutto, e le parole quasi non mi escono più, le tengo per me, e non credo mai di trovare una persona con cui potermi aprire, tutto rimane sigillato, ermetico, distante anni luce… e quando credevi che Ana fosse dimenticata eccola riapparire in sogno, con la sua carica erotica, in un sogno dove lei viveva a casa mia, e alle 21:37 di sera non era ancora tornata, lei e la sua libera vita, lei che fumava sigarette e le buttava per terra nella mia stanza, in un viavai di gente e persone, come in un casino, vita completamente sbandata e libera, che l’email che diceva che quella spiritualità alternativa non mi interessava più era la via d’uscita da sensazioni passeggere e inutili, se non fosse per quando sei sul lavoro, e allora lì un po’ di disciplina dello spirito ti serve, per il resto no, forse solo per evitare i tilt dell’anima, gli alcolismi eccessivi, l’idolo dell’erotismo che nella notte e nel sogno si ripresentava, riportandomi alla memoria anche un’altra ragazza, quella Lorusso compagna di banco, la più figa tra tutte le ragazze, la più stupida, in un sogno erotico che quasi mi chiedo perché più di sette anni fa non ci provavo, non le dicevo niente, ma allora c’era Andra, ed era un’altra storia, io che forse mi dovevo ancora riprendere dal ricovero, dopo due anni, io che mi sentivo religioso ebraico, io che ancora l’orgia di sensazioni albanesi e dell’Est le dovevo ancora provare, Alina, Xhuliana, Leida, Ana, ancora non c’erano state, e ritornando indietro qualche parola in più l’avrei detta a Lorusso, che nel sogno mi appariva come una compagna, compagna erotica, compagna di relazioni, che allora anche non la volevo perché neanche maggiorenne, quinta superiore, e pensare che Franza mi chiedeva perché, che differenza fa l’età? Lei e il suo sguardo, il mio desiderarla a volte che il prof se ne accorgeva sempre, il tempo che è passato, il sogno che è passato, svegliarsi e ricordarsi che ormai ha da poco avuto un figlio, queste giovani delle classi popolari, così sexy, così genuine, sbandate, senza regole, e svegliarsi e ricordarsi ancora che nei sogni Marina non compare mai, con lei c’è la noia, l’oppressione, l’oppressione di un matrimonio, come sentivo ieri dire a Simone De Beauvoir in quel documentario sul ’68, lasciamo la sessualità libera, e non cerchiamo relazioni forzate e senza slanci vitali, dimentichiamo e ricordiamo invece la carica di quel sogno… svegliarsi e andare al bar, come ogni mattina, senza la voglia di dire niente, solo prendersi un caffè, comprarsi le sigarette, habitué, ormai, con il vuoto nell’anima e lo schifo e la forza dei sogni, non sapere cosa starò dicendo quest’oggi a Saverio, forse niente, forse tutto, cosa salterà fuori, che sarebbe stato meglio vederlo stamattina, levarselo di torno, che non so perché invece in questo periodo mi viene sempre più in mente lei, Lorusso, e quel prof di italiano, Franza, un po’ fascista, del Giornale, unico stimolo per provare ancora a leggere qualche romanzo italiano contemporaneo, dopo tutto anche se dell’Italia non me ne frega niente non sono albanese come quei lavoratori che vedevo ieri allo Sharm, che c’entro io con loro, altro che tesi e tesi sull’Albania, tra Albania e Italia, e me ne accorgo proprio stando lì al bar, tra maghrebini, neri, cinesi, meridionali, e di tutto e di più, cosa c’entro io ad andare a vedere le partite del Milan come l’altra volta, che c’entro io con Miryam, che è solo una con cui dire due parole, non parlarci come fa quel cinquantenne della security che anche lui è sempre lì, a scambiare parole con Miryam neanche fossero una compagnia di adolescenti, tra social e altro, personaggio che nessuna penna potrebbe inventare, il rudi della situazione, e io che c’entro? Io e i miei libri, i miei studi, le mie lingue che non mi va più di parlare, quasi neanche di leggere, e quanto vorrei davvero una relazione come quella di questo sogno, una relazione, anche devastata, come Ana che mi buttava le sigarette per terra nella mia stanza, e se ne andava, e non tornava, o quella Lorusso e la sua carica, e non di certo quello sguardo da finta madonna di Miryam, lei e il suo parlare calabrese, un po’ saudita, un po’ cattolico, che c’entra lei? Che c’entro io con lei, e quella vodka era solo segno che una volta mi ubriacavo bene, desiderando Alina, che non c’è più, e fa niente se ritornava in quell’estasi alcolica, con le sue canzoni dei Laskovij Maj, che se ne sono andate, non rimane più niente di allora, solo forse un’estasi alcolica ritrovata, in quest’ultimo periodo, lì al bar, tra gente che va e che viene, lontano dalla mia stanza che a volte sembra una prigione, a volte una cella monastica… uscire, uscire, uscire, come mi diceva Saverio, e fa niente se l’ultimo periodo ho visto di più il bar che l’officina, avevo voglia di stare lì, per vedere la gente comune, la nostra povertà, e i discorsi, più sensati a volte, nei loro sprazzi, di mille altri discorsi con gli amici, sempre tesi a dimostrare di essere superiori, alternativi, senza rendersi conto così di sembrare un po’ strani, al di fuori della norma, che invece incontri sempre al bar, nelle officine, la vera gente… che non so che farò stamattina, andrò forse in biblioteca a cercare un libro che non c’è? Mi perderò ancora sulla Deutsche Welle in inglese? Aprirò quel libro che non mi interessa più? L’islam e la sua storia? Geopolitica italiana? I pittori di una volta che non so neanche perché ho preso quei libri, temerò ancora di leggere combinazioni sbagliate di parole che accendono la miccia del tilt in sottofondo, sempre pronto a sfiammare l’anima e il cervello? Sono stufo di parole, di lingue, di politica, ci vorrebbe qualcos’altro, forse altra musica, e se ascoltassi ancora un po’ di musica asiatica pop? Ma la mattina non è meglio il silenzio? O c’è discoradio, o cosa c’è ancora? Non c’è niente, c’è forse solo il silenzio di una stanza, di un laboratorio, di un’officina, la voglia che non c’è di andare al bar, quel libro che sbaglierei a scegliere in biblioteca perché poi ogni volta dopo che vedo Saverio e parlo l’anima si smuove, sensazione di limbo, di stallo, in questo tempo del niente non so più cosa fare… e ricordo solo quel sogno, di una Lorusso, di una Ana, quel sogno di una relazione che non c’è, e cercherei riparo nella figura di quel prof, Franza, che tanto mi spingeva e mi dava coraggio e sicurezza, che scatterebbe davvero un qualche libro italiano, ma non so quale, non so neanche perché sognavo un’antologia che vendevano in edicola a 31 euro, piena di immagini e di hyperlink cartacei, come un manuale di letteratura delle superiori, non so perché mi perderei e lascerei al cimitero dell’anima tutte le altre lingue, ora che mi sono venute a noia, ora che non c’è più niente a cui interessarsi, e rimane solo il sogno della notte, Lorusso, Ana…

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In questa rapsodia tra follia e quiete…

Raccogliersi
per scacciare gli spiriti
l’assenza di amuleti
e la follia
bianca
terrore panico
al risveglio
dopo che la notte
riportava al ricordo primigenio
il ricordo di lei
di Katia
l’amore impossibile
di una volta
il vero primo amore
e la vera prima follia
desiderio erotico
di una lei
che si confondeva
con quella compagna di università
le stesse fattezze
le stesse curve
lo stesso sorriso
e il bel viso
adornato dei suoi capelli castani
forse un po’ rossi
la sua voce che sfiorava le altezze
e il sogno di una Russia
durato sette anni e di più
il periodo di tutti gli studi
dopo la follia
non si può dimenticare
tale periodo
vissuto nell’ispirazione infinita
di lei
che appare sempre
come il vero inizio
che dà la pagina
a questo scrivere virtuale
l’inizio
lei
Katia
che si sovrappone a tutte le ragazze di sempre
e a quella compagna
che lei mi ricordava
piena di vita
d’amore
di bellezza
che per gli scherzi del destino
non ha voluto
vederci assieme
histori na ndau
la storia ci ha separato
e quella bandiera che svettava nel sogno
aquila rosso nera
simbolo di un eterno ritorno
del sogno d’amore erotico
là dove il desiderio
fa valere la sua verità
di fronte all’anima che a volte si perde
sovreccitata di caffè
di lavoro
di alcol
di studi
di niente
di un niente che vorrebbe avanzare
e annichilirti
o votarti alla più insana
follia
l’estasi mistica bianca
non può più portarmi via
là dove nel sogno erotico
si perderebbe la ragione
e poi si deve tornare
alla vita di tutti i giorni
al di là dell’amore erotico
giornata che sarà
tra parenti e genitori
tra amici forse
tra conoscenti
con il ricordo di lei
certo
ma senza che invada l’anima
fino a farla impazzire
e gli amuleti della stanza
che vedono ogni giorno
e ogni notte
il mio risveglio e il mio addormentarmi
servono a sigillare
pensieri e visioni e parole
e immaginazione
che altrimenti mi invaserebbero
come un oracolo
fuori di testa
alla ricerca di una divinità
che faccia estasiare
e perdere la ragione
e svenire di follia
come il più perduto
degli ebbri
ubriachi
e febbrecitanti
d’amore
ho ancora il controllo delle parole
e di questa mia anima
che a volte va fuori di sé
non temerò
il confronto con chi mi segue
riportato alla normalità
dopo l’eterno mio girovagare
e impazzire di sensazioni
tra caffeina e alcol in eccesso
alternati
come l’anima s’alterna
a stati d’animo alterati
estremi
senza vie di mezzo
tra chimica e non chimica
psichedelica
che a volte salva
e più spesso
invece
danna
quella giusta via di mezzo
nel ricordo di ciò che è verità
di ciò che può salvare l’anima
come nei miei raccogliementi
dove si svela
il vero
al di là di tutti gli idoli
e le fantasie sovrannaturali
e mistiche
ed erotiche
Katia
rimane
nel lontano sottofondo
e tutte le ragazze con lei
lei
ricordo primigenio
l’inizio
di ogni follia
che spalanca le porte
all’infinito
che vive in me
in questo mondo dove il limite
è necessario
per non impazzire
s’invola così e si estasia
l’anima mia
pur restando saldo
alla terra
sono ancora qui
sono sempre io
sono sempre me stesso
con me e con gli altri
comincio a conoscermi anche troppo bene
e quanto vorrei e non vorrei
questo eterno ritorno
questo ciclo infinito
tra abissi ed estasi
tra piattume e terrore panico
tra tranquillità illuminata
e nervosismi
e sovraeccitazioni
e rabbia
e odio
e amore per il mondo intero
e solo per lei
ragazze che mi fanno sentire
vivo
e mi fanno dannare
ed estasiare
e perdere e ritrovare
là dove solo una luce bianca
ed un volto
un mahdi
figura di pura luce
che porta la tranquillità
là dove c’era la follia
eterno alternarsi di sensazioni
che mi travolgono
vivere la follia
ogni giorno
senza impazzire
eterno alternarsi di sensazioni
che mi dannano
e mi fanno sentire vivo
allo stesso tempo
non c’è quasi mai tregua
in questo sciabordìo
dell’anima
e a volte mi sembra
di essere appeso ad un filo
tra lo squilibrio
che si scatena
solo per poetare
o raccogliersi
unici momenti
dove la salvezza ancora mi visita
per darmi pace
e benedizioni
non c’è fine alla follia
al ricordo primigenio
Katia
il primo amore
la prima follia
e vivo con questo infinito
in me
in questa
rapsodia
tra follia e quiete

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

E sembra quasi settembre, sembra quasi tempo di tornare a scuola, come ormai quasi nove anni fa, quando tornavo alle superiori per recuperare gli anni persi, le compagne, i compagni… che la notte sognavo la compagna di banco, la più figa della classe, la mora e magrolina LoRusso, che mi eccitava sempre, con quel suo fare sbarazzino e stupido, coi lunghi capelli neri, pugliese, che solo il cognome era un programma, LoRusso, come una vera russa, come Katia, e poi Federica, il suo nome, tutta eccitazione, che mi ricordavo quelle volte che ero eccitato e il prof di italiano gridava: “Lorusso!”, forse perché lei se ne accorgeva, anche lui, non so, ma era rimasto un desiderio così, lontano, che nella notte si risvegliava, in un sogno da favola medievale… ero come su un largo ponte, sospeso nella foresta incantata, e sotto quel ponte c’era come un portone sacro, pieno di immagini e bassorilievi, e incatenata a quel portone c’era lei, che aspettava un incantesimo che la liberasse, non so perché mi gettavo in un piccolo lago lì vicino, e quando scendevo sott’acqua potevo respirare tranquillamente, anzi anche meglio che si fosse aria, era un lago magico… e mi perdevo tra quei fondali, nel sogno che era fatto di verde e blu scuro, nel fresco di settembre, e alla fine della prova, dell’incantesimo, c’era lei che si rivelava essere una creatura minuscola, non più grande del palmo della mia mano, e lì stava tutto l’incantesimo, l’avevo vinta, ma la sua maledizione era di rimanere una ragazza piccola, e io troppo grande per lei, la desideravo, come lei desiderava me, ma alla fine dell’incantesimo, per liberarmi da quel ponte, da quel lago, dovevo rivolgermi verso il portone incantato al di sotto del ponte… mi voltavo verso di esso e lasciavo perdere Federica e il suo incantesimo, e quel portale si schiudeva per lasciar spazio a raggi dorati e blu e argentati, dove compariva un altro mondo, tutti i compagni e le compagne, quella Jessica di una volta, anche poi compagna dell’università, e si apriva un mondo dove qualcuno mi parlava di cartine geografiche, storia, il corso del mondo, e compariva mio padre che diceva che Trump gli aveva lasciato un messaggio, chiedendogli dove mangiava quest’oggi, in quale ristorante, e lasciavo alle mie spalle l’incantesimo di Federica, del portale, del ponte, del bosco incantato, di tutte le fate come Jessica e Federica, e sognavo ancora delle fate e mi perdevo poi in quei fasci di luce bianca, argentata e blu…

Mi svegliavo, erano le sei di mattina, un orario decente per non tornare a dormire, e gustavo la luce dell’alba, e sognavo ancora l’incanto di lei, di Federica, della Lorusso, e dentro di me sentivo da lontano l’unica vera voce russa che mi ha mai ispirato in questi lunghi anni di studi russi: la voce acuta di Katia, la voce splendente di Katia, persa nei ricordi e negli anfratti della memoria… Lorusso, Katia… le due fatine dei miei sogni… e mi svegliavo, consapevole di doverla smettere con le troppe droghe di questo periodo che ho davvero esagerato, con i troppi caffè, le troppe sigarette, ma non ne facevo come al solito legge al di sopra di me stesso, non mi imponevo ideali irraggiungibili, mi dicevo solo che era meglio non pensarci, e vivere più liberamente, senza il peso di leggi inarrivabili che fanno solo stare male… ripensavo alle letture di ieri, quell’arte russa e quelle chiese ortodosse, ricordavo quando vedevo il prete passare davanti alla chiesa, con il suo saio nero, che ricordava quello di certi popi ortodossi visti in foto, ricordavo la follia di ieri mattina, che attribuivo a Miryam, ad un sacco di altre cose, mentre ogni volta può essere una cosa o una persona diversa, ma è solo la mia anima che va in tilt, che ogni volta dà colpa a cose e persone diverse, ricordavo le troppe droghe prese, che attundevano tutta la giornata, e non bastavano poi i caffè a recuperare, e altre droghe ancora per riprendersi dal caffè… ricordavo le due ore passate, nel pomeriggio, lì al bar, seduto su quella sedia là fuori, a guardare la gente che passava, a bermi la mia acqua e a fumarmi un paio di sigarette, tutto il relax, e la salvezza dell’anima che arrivava di giorni solo grazie alle sure del corano, che mi rilassavano, che davano efficacia alle droghe prese per non impazzire, e mi riprendevo pensando a come la sera ero ormai completamente uno straccio, solo il pensiero della divinità mi salvava, mentre una sensazione di morte e di follia mi prendeva, e mi sentivo come quando ero ricoverato, completamente perso e privo di riferimenti, e mi sdraiavo sul letto, come se non ci dovesse essere un domani, come se il domani fosse ancora in ospedale a tempo indefinito, e visualizzavo la figura bianca della divinità, alla quale mi rivolgevo per trovare il sonno, e la quiete dei sensi, e liberarmi dalla follia e dal male… la notte, appunto, la notte che portava i suoi sogni, un sogno erotico e di settembre, tra Katia e Federica, la voglia ancora di perdermi nell’arte  nella letteratura russa tradotte in italiano, il giusto sentire di una volta, il settembre e la voglia di studiare, di vivere tranquillamente, di avere ancora tutto il tempo del mondo, senza più sentirmi alle strette, il sollievo di non aver incontrato quegli amici e la pesantezza dei loro discorsi, le loro stupidaggini, e settembre si faceva sentire, nei sogni, nel tempo, nell’aria e nell’atmosfera, e nell’anima, che sembrava che il tempo ricominciasse daccapo, fino alla fine dei tempi, lo sguardo sul passato che cambiava, e i ricordi, e il futuro, e il presente, tutto prendeva un’altra forma, e mi sentivo me stesso, ritrovato, con i ricordi di quella sinagoga a Berlino, i ricordi del settembre al Pasolini, Federica, Jessica, le tante ragazze, la lingua e la cultura russa che allora desideravo tanto, rimandate sempre ad un’università a venire, il ritorno della Russia, la voce di Katia, la sua bellezza, il caos che si ritrovava, la leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica… 

Non so che farò quest’oggi, mi perderò forse nei libri, di nuovo, e non mi perderò, mi ritroverò, avrò ancora voglia di Russia, al di là dei commenti di chi non capisce, avrò ancora voglia di cultura e libri, e di stare bene, consapevole che i libri da soli non salvano, che c’è qualcosa al di là dei libri, al di là dello studio e del lavoro, delle amicizie e dei discorsi, qualcosa che trovo la mattina al risveglio, all’alba, invocando quella divinità che mi faccia trovare me stesso per tutta la giornata, e vorrei sempre vivere così, con questo sentire, con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Il sole, dopo le nuvole… Aleksia…

Ortodossia dell’anima
Aleksia
rivederla
stamattina
al bar
alle sei di mattina
a bere il caffè
seduta là
al tavolino
di fianco alla solita vecchia
un quadro impressionista
lei
sorridente
di quel sorriso di luce del sole
che sa che l’amore
è inganno
e allora tanto vale
amare tutti
e non amare nessuno
uno sguardo
sei proprio tu?
Il mio
e lei
un cenno
del capo
sono proprio io
come l’ultima notte
ho capito
le dicevo
con lo sguardo
tra clienti e prostitute
non si può parlare
al di fuori
del lavoro
nella vita
chiunque
potrebbe essere chiunque
e nessuno
Aleksia
che mi portavo alla cassa
del cinese più grande
quello sposato
con figli
troppo indaffarato
a preparare il bar
alle sei e mezza della mattina
allora
mi avvicinavo al bancone
per bere il mio caffè
arrivava Miryam…
caffè?

dopo che avevo pregato
come un monaco ortodosso la mattina
per non farmi andare fuori di testa
al mio fianco
lì c’era
Aleksia
che beveva il suo caffè
hai visto Miryam
con chi me la faccio?
Mi veniva da dirle
è lei e quelle come lei
il mio amore
come la notte prima
a capire che tutto
dipendeva
da Alina
come rivederla
l’altra notte
l’amore
le stelle
la luna
scapigliatura dell’anima
tra
ortodossia dell’anima
e follia
e sentimento
ritrovato
un sentimento
che si colora
di monasteri ortodossi
russi
non più dove entrare
ma semplicemente da guardare
come guardavo quei quadri
alla Neue Galerie
di Berlino
quei quadri di un monastero
dove perdermi…
Aleksia…
beveva il suo caffè
mormorava qualcosa
e prendeva il suo cellulare
e se ne andava via
di sfuggita
come una gatta
e mi lasciava lì da solo
con Miryam
che preparava il caffè
altro che islam
altro che…
Aleksia
che incasinava tutti i piani del giorno
di stare con la famiglia
ad una grigliata
che non faceva per me
tornavo a casa
e la musica manele
risuonava in me
come la notte prima
Aleksia
quell’altra
la sorella di Ana
siete tornate?

siamo state in Romania
ah, va bene
ci vediamo una di queste sere
il saluto
il suo volto
la Romania
là dove ogni volta finisce il mondo
per me
e ogni volta non lo capisco
quel ricordo
di quella chiesa ortodossa
l’iconostasi
che ritorna sempre in mente
quel viaggio di quando
avevo quattordici anni
con mio padre
e il suo amico
che si doveva sposare una romena
quella chiesa ortodossa
che ritorna sempre in mente
anche adesso con quel libro
sull’arte russa
tra icone e chiese
e monasteri
non lo so perché
non lo so…
che chiunque accusa sempre i romeni
e le romene
di ogni crimine e misfatto
i fiori del male…
i fiori del male…
i fiori del male…
ognuno
alberga
dentro di sé
un romeno
un albanese
un assassino
uno stupratore
un ladro
e chi si crede meglio di loro
solo perché è italiano
e non si dà ai crimini
e si sente migliore
quando nell’odio
li eguaglia e forse li supera
Христос!
Христос!
Христос!
Come dicevo quella notte
a lei
i martiri e il loro sangue
la vittima sacrificale
la violenza sacra
sui martiri
su di lui
la violenza sacra
come la festa del sacrificio islamica
di questi giorni
violenza sacra
l’omicidio
e i capi espiatori
la violenza
di chi odia il mondo
e vorrebbe sterminarlo
odia la gente
eppure qualcuno si offre come sacrificio
per redimere il male e la violenza
violenza sacra
Христос!
Христос!
Христос!
Che mi viene in mente quell’icona sacra
là in chiesa
quell’icona ortodossa
del battesimo di Cristo
e mille altri
Salvator Mundi
e
Rasputin
la sua dottrina
tra peccati innominabili
e redenzione
che da sola può
avvenire
dopo i crimini
violenza
e sesso
e redenzione
Aleksia
e ogni ortodossia dell’anima
che la musica manele
scorreva e scorreva
questa mattina
quando mi decidevo
a tradire i parenti
e andare al parco
immerso nella musica romena
manele
muzica turceasca
al diavolo
la grigliata
i discorsi da cinquantenni italiani
la mania del cibo
e dei vini
la musica manele
e Aleksia
vincevano su tutto
io una bambina
diceva
eppure vive lo stesso
nonostante
sia
l’ultima della società
disprezzata da tutti
puttana
con una figlia
come Alina
eppure il suo sorriso
di sole
ancora c’è
Aleksia
che il suo nome
riscrive
antichi mali dell’anima
con il sole del suo volto
dupa nori va rasari si soare…
Denisa
Aleksia
dell’anima
sorriso e volto raggiante
il sole
dopo le nuvole…
che non smetterei mai di cantarla
anche a fine giornata
qunado
stare là a Milano al parco
era un tormento
peggio che Berlino
per il caldo assurdo
e dormire dopo pranzo
su un prato che mi dava solo asfissia
e sudore
scappare
scappare da lì
quando ormai la musica
era finita
e cercare quel treno
con l’aria fresca…
tornare a casa…
la magia…
l’aria fresca…
le canzoni manele…
quattro bicchieri di vino rosso
e tutta l’ortodossia
dell’anima
in Aleksia…
che non c’era più altra relgione
l’amore che fallisce
e che vince
bisogna amare
basta amare
Alina
Aleksia
Ana
Romania dell’anima
manele
e vino rosso
e ortodossia…
non rimane più niente
indescrivibile
questo sentire
che mille libri e mille parole
non basterebbero
forse
delitto e castigo
e Sonya
e il suo biglietto giallo
il crimine
l’odio
la violenza
la prostituzione
la povertà
la redenzione
il sole del suo volto
Aleksia
e l’ortodossia
dell’anima…
non so perché
quella romena sulla via
mi chiamava
parinti…
monaco…
sarebbe
o quell’altro muratore romeno
diventa padre!
Mi diceva
e non so più
se sono un Rasputin
o solo un suo discepolo
tra le mie follie e i miei studi
so solo che
Dostoevskij
e l’arte
russa
mi terrà compagnia
ancora per parecchio
ortodossia dell’anima
sole dell’anima
Aleksia
e il suo volto
senza quasi desiderare
solo immaginare
che un giorno
anche lei
sarà cantata da qualche monaco
al suo funerale
nonostante la sua vita
al di là delle regole
prostituta
dal volto solare
e dalla voce
che sapeva di manele
ortodossia dell’anima
e amore…
bisogna amare…
Aleksia…
che non so che farmene
di questa giornata
i soldi buttati via
non rimane più niente
solo un caffè per domani mattina
non so che farmene
delle pagine da leggere
là dove le parole
ancora una volta
non bastano più
Alina
Aleksia
Ana
ortodossia dell’anima
e mi perderei
mi perderei
e mi metterei lì
davanti ad un monastero
ortodosso
a contemplare
la vita
l’amore
la morte
il desiderio
e l’inganno
e la redenzione
e così all’infinito
bisogna amare
ancora una volta
ortodossia
dell’anima
Alina
Aleksia
Ana
e non finirei più di scrivere
e intanto l’anima
è ebbra di amore
e di musica
e del volto di lei
il sole
dopo le nuvole
Aleksia…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Ricordi, Visioni

Maddalena dell’anima…

Regressione
estate 1999
tra medie e superiori
la musica di allora
lunapop
c’è qualcosa di grande tra di noi
la compagna della compagnia
dell’albero
la nostra
poco più che adolescenti
lei
Katia
e Dorian
i due innamorati
lei
la bionda
lui
l’albanese
lei
l’altra bionda
Silvia
e lui
Dorian
l’albanese
adolescenza da periferia
le puttane che sostavano sulla via
i giochi tra le strade
la musica
della compagnia
le litigate
per il fumo
con i musulmani
che facevano i gangsta
della situazione
la periferia semi-islamica
di allora
i primi odii
i primi amori
regressione
nella musica d’allora
per colpa della radio
che suonava quest’oggi

al palazzo dei folli
non sono di Milano
sono di qui
della periferia
e niente mi serviva
visitare
la tomba islamica
di quei parenti
del mio maestro di karate
ieri
tutto ritornava
come ritornava
quando andavo a visitare
la chiesa ortodossa
qua in periferia
religioni periferiche
canti di sottofondo
orientaleggianti
l’antichissima rivalità
tra cristianesimo e islam
irresolubile
Vlad Tepes
Cid Campeador
Skanderbeu
tutta la storia del mondo
qua
nella periferia
del 1999
che ancora vive in me
prendere in prestito un libro
di Russia
come le storie che raccontava
quella vecchia prof
alle medie
Russia che ritornava
dopo che ieri notte
rivedevo lei
Alina
e l’anima si sconquassava
un’altra volta
un semplice saluto
e mille nervi saltati
in nome dell’erotismo
ascoltare il corano
come una litania
nell’improbabile pratica ascetica
che apra le porte del paradiso
ora che non rimane più nessuna
lei di Milano
Alina
l’altra di qui
Aleksia
l’altra ancora
Ana
Romania dell’anima
che ora tutto il mondo e la storia
si concentrano qui
in quell’estate del 1999
e da lì sembra che io non mi sia mai mosso
sembra solo tutta una grande espansione
di un’estate
e una compagnia che non c’è più
sensazioni di una volta
che rinascono
grazie alla ricerca del tempo perduto
per colpa di una canzone
alla radio
maddalena dell’anima
la periferia cinese
la periferia
islamica
che mi sembra di ritrovare
ogni volta
in quel bar
l’estate 1999
gli amici cinesi
i nemici islamici
gli amici nemici albanesi
i compagni e le compagne italiane
la musica italiana di allora che risuona
effetto nostalgia
che quasi verrebbe da fare una
rievocazione
come diceva una volta
quell’amico
Taro
non torna più niente
tutto va a puttane
si confonde il tempo
e il tempo non inizia più
nell’altra città
dal nome paterno
ma comincia prima
qui dove sono ora
in periferia
non tanto differente
dalla periferia di Berlino
solo che là
non c’erano i miei ricordi
non c’era la mia vita
non c’erano i miei amori
come quando vedi i tuoi ritornare
al loro sperduto
paesino d’origine
i legami
di una vita
che si fanno sentire
è proprio vero
è difficile abbandonare
il proprio paese
c’è qualcosa che resta
anzi
c’è tutta la tua vita
viaggio nel passato
a causa di una canzone
italiana d’allora
c’era la mia adolescenza
e tutto me stesso
e tutta la mia vita
e tutti i miei amori
maddalena dell’anima
che ora non so
come avrò voglia di leggere ancora
un libro di Russia
dopo averla rivista
Alina
e cancellare questa maddalena dell’anima
con storie altrui
che non mi va neanche di leggere
scriverei l’intera mia biografia
e le parole non basterebbero
oltre Katia
prima di Katia
e oltre
tra le parole magiche
e le parole scientifiche
di film che rivedevo ieri sera
Stalker
dell’anima
alla ricerca della Zona
dentro di me
tutta la filosofia
e il modo di stare al mondo
ich denke
la rivoluzione copernicana
kantiana
la soggettività
da cui nasce tutto
una divinità sperduta
declinata in mille modi
India e Oriente dell’anima
e oltre e altrove
oltre il drago cinese
e i suoi antichi ricordi
di studi psichiatrici
dove i miei
dal dottor Drago
litigavano
filosofia atea
che quasi mi viene solo da credere
alla neuropsichiatria
se non fosse per questa
maddalena dell’anima
che rieleva tutti i ricordi
e l’essere di allora
e di sempre
a che pro leggere ancora
qualcosa?
A che pro
scrivere ancora qualcosa?
Non sono forse stufo delle storie mie
e delle storie altrui
ora che la versione di tutte le storie
sembra cambiare?
Mi dicevano che avevo
bisogno
di una terapia dell’anima
ma a che pro
sintonizzare bene una stazione radio
quando dentro la mia testa
è un continuo cambiare di frequenze
e non si riesce a sintonizzare
mai niente?
Caos brusio
e rumore
e musica
convivono in me
e non trovo pulizia
dell’anima
Alina sta là
Ana chissà dove
Aleksia chi lo sa
ma che importa?
Gli amici perduti
le ragazze andate
gli annate che si mischiano
per non rischiarare più niente
e vedere quegli amici delle mie cugine
che una continuità
là sembrava esserci
qui
è tutto frantumato
a pezzi
e non basta raccogliere i cocci
tutto si frantuma
in questa maddalena dell’anima
Alina
e la lingua russa
che leggere Dostoevskij
in russo
mi faceva male già stamattina
depressione
brutti ricordi
pesantezza
non so se avrò voglia di
Dostoevskij
in italiano
il libro sta lì
ma so già che non mi dirà niente
se c’è una chiave di volta
è in me
nel mio passato
nel mio presente
nel mio futuro
ich denke
soggettivismo
totale
che quasi esclude ogni divinità
studi dell’anima
che si disperdono per sempre
non si trova una soluzione
e per non pensare
ho solo due scelte
o l’incanto ipnotico
coranico
o quel libro russo
in italiano
non so dove andrò a finire di questo passo
se in manicomio ancora
o troverò
un luogo che mi appartiene
intanto la maddalena dell’anima
che è la musica
mi fa rivivere
tutto me stesso
dall’estate del 1999
all’infanzia e dopo
tutto qui
tutto qui attorno
come è piccolo questo mondo
come è piccola quest’anima
e smisurata
maddalena dell’anima…