Category: Ricordi

Prologo…

Un tuffo nel passato, ecco cosa avrei fatto quest’oggi, rileggendo i vecchi post di una volta, sul vecchio diario, ora che dopo la notte di ieri mi ritorna lei, il suo volto, il suo sorriso, e tutte le ragazze di una volta… Andra e il suo volto come una rosa, lei e quei suoi occhi sempre così tristi, il suo volto con quelle lentiggini, che la rendevano più amabile, le decine di volte che andavo da lei, ai tempi della scuola serale, quell’anno là al Pasolini, lei che mi serviva sempre con le sue dolci labbra, là tra i cespugli, o in macchina, vicino al boschetto, il suo dolce servirmi, la sua dolce pelle, che godo ancora al ricordo, come quando mi serviva là in mezzo al boschetto, e godevo nel toccarle le gambe, il culo, che lei mostrava con quei suoi mini pantaloncini, delle gambe non perfette, ma sensuali, già un po’ sfilacciate dal tempo, ma dalle curve di un erotismo senza fine, e quando lei si inginocchiava, di fronte a me, e dolcemente mi chiedeva se stavo per venire o no, lei che continuava a succhiare e a succhiare, come una dannata, fino a farmi venire ogni volta dentro la sua bocca, come il più dolce dei ricordi e delle estasi e delle voluttà, lei, quella ragazza romena che mi ricordava il mio viaggio nel suo paese, anni prima, quando c’era Irina che saliva in macchina con me, per lasciarsi andare, ma allora non facevo niente, e mi sarei rifatto anni dopo, come quando Luisa la bionda mi serviva anche lei dietro i cespugli, noi, un po’ esibizionisti, e a volta mi lasciava lì così, con il cazzo ancora in tiro, senza poterle venire in bocca, o quando ci perdevamo in macchina e mi perdevo a toccarla di dietro, ovunque, sfiorarle la figa, e tutte le volte che me la scopavo, così come mi scopavo Andra una volta, l’ultima volta, prima che se ne andasse via, là nel boschetto, ai tempi della quinta superiore, quando l’immagine di Olimpia di Manet mi ricordava solo lei e la sua bellezza, le infinite canzoni manele di Denisa, che lei diceva che erano canzoni vecchie, già allora, eppure con lei si godeva, sognavo di farla mia, quando mi sarebbe piaciuto uscire con lei a bere qualcosa, lei che ogni tanto si fermava al bar là vicino al bosco, per prendersi qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, e quelle volte che la riaccompagnavo in stazione, quando a volte la vedevo passeggiare di lì, tra i boschetti, e ogni volta era una dolce visione, una dolce fantasia, che si risolveva sempre nella sua voce dolce, nelle sue poche parole italiane, ma che mi faceva sempre godere con le sue labbra, che al ricordo godo ancora adesso, come una videoclip porno di infinita voluttà, eppure tutto quello era vero, ed è ancora vero nei ricordi, i suoi lunghi capelli rossi, a volte raccolti in chignon, i suoi capelli leggermente ricci, lunghi e increspati, e le infinite volte là a città satellite, godendo come non mai…

E le notti, le altre notti quando c’era Diana la russa, lei che diceva che si era anche sposata con un italiano, un cliente, e avevano avuto un figlio, e la Mercedes, e poi i soldi erano finiti, e si erano lasciati, lei che succhiava dannatamente, di un arte selvatica, inima salbatica, e quando godevo quelle notti poi con quelle canzoni russe, con quella vodka che bevevo, e sognavo l’università, dove avrei imparato la sua lingua, mentre da solo la studiavo per i fatti miei, e sognavo e sognavo, sognavo Mosca, le sue ragazze, belle come lei, come Diana, dalla bellezza sopraffina, lei che mi diceva che non avrei avuto problemi ad avere figli, visto quanta sborra facevo ogni volta, lei che mi scopava ogni tanto, là dove allora c’era anche a volte quella ragazza kazakha, orientale, come una cinese dalle forme abbondanti, ma aggraziate, quella scopata dove vedevo la fine del mondo, e l’estasi senza fine, di un orientalismo erotico che non conosceva confini, Diana e quella ragazza kazakha, l’erotismo nella sua più alta visione, ai tempi di allora, quando una volta rivedevo anche Katia, dopo un anno o di più, lei che era ancora lì, diceva, e non era un buon segno se era ancora lì, lei che ormai aveva già altri accompagnatori, quell’unica sera con lei che mi diceva che ero ingrassato, che mi ero fatto crescere la barba, eppure anche lei succhiava da dio, con quel suo corpo da favola, come un vero porno dove l’attrice ragazzina è una russa atomica, una figa atomica, come lo era lei, e quando scambiava i soldi con la sua amica, là vicino, perché non aveva il resto, e godevo senza fine con lei, come una volta, nel periodo d’oro, gli inizi di tutte quelle puttane che ora non ricordo neanche più, avvolto da tutto l’erotismo senza fine, quante ragazze romene, quante ragazze russe, in mezzo alle vie, godendo come non mai…

E poi iniziava l’università, forse c’era ancora Andra in quel periodo, e poi facevo conoscenza con Eugenia in università, e mi sembrava che lei sarebbe potuta diventare la mia ragazza, lei che al tempo era entusiasta della lingua russa, io che ero entusiasta della lingua romena e della lingua russa, che sentivo nelle manele, che ascoltavo alla radio, mentre mi perdevo nei melodrammi russi che lei mi consigliava di vedere, e imparavo sempre di più la lingua russa, e mi sembrava di poter raggiungere il mio sogno, parlare in romeno, capire il romeno, capire il russo, ed Eugenia sembrava la ragazza promessa di sempre, quel tipico amore universitario che chissà in che cosa sarebbe fiorito… e passava un anno, così, il primo anno di università, tra studi che mi ispiravano, sogni ad occhi aperti, visioni, e prima del secondo anno andavo in Repubblica Ceca, dove scoprivo giovani che della religione, a differenza di me, se ne fregavano, che si dicevano tutti non religiosi, e Tereza, l’ebrea ceca, mi consigliava di scrivere 750 parole al giorno, come diceva un sito, una sorta di gara di scrittura, una sfida con sé stessi, e in quei quindici giorni potevo recuperare la lingua inglese, che parlavo con la romena Veronica, le ceche Tereza e Lucie, il turco Soner, i giapponesi Satoshi e Yusuke, la coreana Kim, e la tedesca Lea, quindici giorni da sogno, altrove, lontano da casa, con il solito fantasma del bordello ceco, come quella ragazza ceca che mi facevo quando avevo 17 anni, in un altro campo di volontariato, lei che apriva la strada a tutta la sessualità e all’erotismo, lei puttana più grande di me, bionda, che lavorava in Germania, che si prostituiva anche qui, in Italia, per pagarsi le sue spese, ed era là che conoscevo l’amore libero, il sesso libero, e la sua ispirazione anni dopo mi mandava appunto in Repubblica Ceca, dove non avevo però bisogno di bordelli, perché la compagnia che c’era là in quel gruppo bastava, e la cultura di una città di Praga, con il suo cimitero ebraico, il suo ponte sulla Moldova, il castello kafkiano, vincevano su ogni puro desiderio di erotismo, che potevo soddisfare tranquillamente quando sarei tornato da me, sempre là, ai soliti posti, dove una volta c’era Katia, dove c’era Andra, dove c’erano tutte quelle, sempre quelle, che con la loro magia dell’est invocavano altre lingue, altre culture, il passato da sogno di un mondo comunista perfetto, senza la smania dei soldi, di farsi vedere, di apparire, ma con l’idea della fratellanza di tutti i popoli dell’est, le infinite lingue da imparare, la cultura senza fine, il sogno d’amore… ed era già strano incontrarsi con un’ebrea in Repubblica Ceca, la mia identità disfatta si rendeva conto che io non ero ebreo, e che il mondo poteva andare avanti tranquillamente anche senza religione, anche se lì nel campo a volte lavoravamo per il prete ceco cattolico, che ci dava qualcosa da fare, ma non era importante, così come non era importante parlare di altre cose, solo rendermi conto di quanto mi ero affezionato alla musica, alla musica di Denisa e di Gigi Finizio, che a volte ascoltavo là in biblioteca, accanto a dove dormivamo, e chattavo a distanza con Eugenia, sognando di farla mia un anno dopo, l’anno dopo in università, quando avevo paura che lei non continuasse lo studio del russo, e l’avrei persa di vista…

E finiva quell’estate, cominciava il secondo anno di università, poco alla volta avrei perso di vista i miei amici italiani, perché mi perdevo sempre di più nelle classi di russo con Eugenia, sognando chissà quali rapporti con lei, che diventavano sempre più amichevoli, fatti di sorrisi, di sguardi, di allusioni, e insieme si frequentavano i corsi, ci si dava una mano per studiare, così come anche con Alice, quel corso fantastico di cultura angloamericana, dove studiavamo la fantascienza e l’horror, generi che sto recuperando in questo periodo, e che mi affascinano sempre di più, Alice che anche lei si era data all’Est in quel tempo, con quel suo ragazzo ucraino, in Crimea, prima che succedesse tutto il casino della guerra, che lei andava a trovare, mentre a volte lei sembrava provarci con me, ma non avevo nessuna intenzione, io ero votato ad altre ragazze, le ragazze della notte, e scoprivo allora sempre di più le estasi alcoliche, erotiche e musicali, dopo quel viaggio in Repubblica Ceca, dove si beveva tanto, e anch’io cominciavo a bere tanto…

E chissà poi come, stare in mezzo a tutte quelle ragazze, in università, gli ormoni impazzivano, la voglia di loro, il desiderio, e la notte scoprivo lei, scoprivo Xhuliana, ragazza albanese dai capelli corvini e dal viso dalle belle fattezze, un corpo che ricordava quello di Katia, solo più formoso, le infinite nottate e luna con lei, sotto la luna, sotto le stelle, quando mi perdevo nella poesia con lei, con le sue parole piene di energia, come solo le ragazze albanesi sanno fare, lei e le sue infinite cavalcate su di me, quelle scopate che non finivano mai, il suo servirmi con le labbra che non conosceva confini, quella notte che di davamo ad un’orgia a tre, con un’altra sua amica romena, mentre lo facevamo nei sedili di dietro, con Xhuliana, e l’amica romena ci diceva come eravamo belli, mentre lei si toccava lì, e godevo con Xhuliana, che l’avrei voluta baciare, fare mia, mentre lei mi cavalcava e mi guardava con gli occhi vitrei, di un nero corvino senza fine, come i suoi capelli, e quante cavalcate, quante scopate senza fine, che lei a volte smetteva quando cominciava a bagnarsi troppo, e mi finiva con le labbra, con la sua vera arte da puttana… e in quel periodo, periodo dalle emozioni più profonde del mondo, con Eugenia che sembrava poter diventare davvero la mia ragazza, Xhuliana che mi stregava sempre di più, e io che mi perdevo nella musica malinconica e neomelodica di Gigi Finizio, canzoni profonde, e scoprivo allora anche la musica albanese, dalla radio, quella musica un po’ orientale, ancora più orientale delle manele, e ricordo ancora quella notte, quando tornavo dopo essermi scopato Lorita, altra ragazza albanese che ce l’aveva con la polizia, che mi faceva gli sconti, mi ricordo ancora come suonava dentro di me per la prima volta la musica albanese, che mischiava il mio amore per l’Est, non solo più Romania e Russia, ma anche Albania… sì, mi ricordo ancora quando mi scopavo Lorita, lei, a pecorina, come diceva, o quell’altra ungherese bionda, di una sola notte, quando non c’era Xhuliana e non so perché, e tutto lo strascico di quelle emozioni, di quella voluttà, tra alcol, sigarette e musica e puttane e ragazze di università, un’ondata di sensazioni senza fine, mentre in casa aleggiava aria di morte, la morte di mia nonna, orami in convalescenza, morte che sarebbe arrivata da lì a poco, in aprile, il più crudele dei mesi… e mi ricordo come il giorno del funerale mi perdevo nella visione della campagna di Mantova e provincia, dove compariva mia cugina Morena, ex modella, modella come Eugenia, ma più formosa, che mi parlava un po’ in italiano e un po’ in dialetto, e c’era il silenzio poi, le parole basse, il pranzo abbondante con mio zio Elia e mia zia Maria, il pranzo che sembrava per un attimo scacciare tutto il peso di quei sentimenti, il mio desiderio per Eugenia, la mia voglia di Xhuliana, il mio sogno di lingua russa, i sentimenti più profondi e voluttuosi del mondo, e mi perdevo in quel mondo di amore e di morte, come la sera del funerale, che mi davo a Xhuliana un’altra volta, un’ultima sua cavalcata, una delle ultime, quando la riaccompagnavo anche a casa, e lei era sempre forte e sorridente, sempre pronta a tirarmi su con le sue parole, a farmi sentire speciale, come quando mi diceva che non dovevo parlarle del tempo, come tutti gli altri, come quando mi diceva che lei preferiva la musica kosovara a quella albanese, e la notte la riaccompagnavo là, pieno di energia, anche dopo il funerale, e l’amore e la morte si intrecciavano, nel giorno e nella notte, sotto il chiaro di luna, sotto tutti quel labirinto di sentimenti che era fatto di musica e di Eugenia, di Xhuliana, di Lorita, di tutte quelle ragazze che scoprivo, e mi dicevo che solo l’amore per una ragazza può salvare, al di là di tutto, e tutto il resto è inganno, mentre studiavo ancora, un po’ a memoria, convinto che il trucco stesse nel fatto di leggere e ripetere, imparare una parte da recitare ai professori, e non mi chiedevo a cosa sarebbe servito lo studio, studiavo solo per il piacere, mentre intervallavo il piacere delle lettere a quello delle ragazze, in un’ondata di voluttà senza fine, che ancora adesso mi sembra di sentire e vedere, negli occhi neri di Xhuliana, nei suoi capelli corvini, nella sua pelle di cui godevo e che toccava, con quel suo vestito nero e la gonna corta, quel suo sapere ogni volta di sigarette tabacco e liquidi del corpo, un odore strano, un profumo strano che aveva lei, sulfureo, che si liberava in tutto l’erotismo e la voluttà con lei, fino a quando, una notte, non ci davano la multa, la polizia in borghese, ma ce ne fregavamo, lei protestava e diceva che manco per scherzo avrebbe pagato quella multa, io che non mi preoccupavo più di tanto, e dopo che la polizia se ne andava la ricaricavo su, e me la facevo l’ultima volta, la solita cavalcata, e quando tentavo di baciarla lei spostava il suo volto, e mi lasciava solo la guancia, e sapevo che quella storia sarebbe finita lì… non l’avrei più rivista, sarei passato soltanto un’altra sera, e lì al suo posto trovavo un’altra, che mi diceva che lei era partita, in Albania, chissà dove, e non c’era più, non c’era più, non c’era più quella voluttà durata due o tre stagioni, e l’estate, per pura coincidenza, sarei andato in Albania una settimana…

Che strano era sentire il muezzin cinque volte al giorno, là in spiaggia, sentire la musica albanese che allora sentivo solo alla radio, mentre là veniva fuori sempre dagli speaker dei locali sulla spiaggia, fare il bagno sotto le stesse notte che mi avevano ispirato tutta la voluttà del mondo, quelle note che sentivo quella notte con Lorita, e parlare inglese, stare con i miei genitori, e non pensare più alla perdita di Xhuliana, alla perdita di mia nonna, mentre anche quell’estate chattavo con Eugenia, che ora si trovava in Russia, a Mosca, con gli altri compagni e compagne di corso, mentre io ero in Albania, la provincia una volta dell’impero sovietico, e tutto era fatto di magia, tra Eugenia e Xhuliana, quel mondo albanese che sognavo dai tempi di quell’amico delle medie, Dorian, che raccontava del suo paese, e già allora faceva nascere in me tutto l’immaginario dell’Est… e stare per una settimana di fianco ai miei genitori, a parlare, a parlare con mio padre, che di solito non parla mai, a non pensare più al lutto della scomparsa sua madre, stare lì in spiaggia, tra gli albanesi che parlavano italiano, e io che sognavo di rivedere Xhuliana, da qualche parte, non so dove, lei che diceva che era di Valona, e si lamentava che in Italia il mare è troppo lontano, che doveva essere più vicino, come in Albania… e là a Ksamil conoscevo Rudina, ragazzina albanese che faceva la receptionist in quell’albergo, quella notte che con lei parlavamo di Shakespeare, di libri, di romanzi, di canzoni, in inglese, in inglese, come non lo parlavo più dall’anno prima, quando ero stato in Repubblica Ceca, e ogni giorno scrivevo, scrivevo e scrivevo per liberare l’anima, sognando sempre l’amore con Eugenia, facendo poesia di quelle nottate con Xhuliana, di quel lutto, di quell’erotismo, di quella voluttà, di quel labirinto dei sentimenti…

Tornavo in Italia e sapevo che una nuova ondata sarebbe cominciata, là dove ormai i luoghi dell’anima dell’ultimo impero avevano fatto strada dentro di me, l’ultimo impero sovietico, l’Est Europa e le sue ragazze, l’impero ottomano con quel muezzin che cantava sempre in Albania, quella volta che quasi non mi intrufolavo in quella piccola moschea a Ksamil, non so perché, forse per ricordare tutto il mio sviamento per Katia anni prima, quando un delirio holliwoodiano portava con sé tutte le lingue e le culture del mondo, ma in fondo io ero sempre legato all’Est, al mito sovietico, la fratellanza tra i popoli, voler imparare le lingue dell’Est, la lingua di Katia, la lingua di Eugenia, la lingua di Xhuliana e di tutte le altre… tornavo in Italia e cominciava il terzo anno di università e la notte, sì, la notte, avrei conosciuto lei, Alina, la ragazza ucraina… nuova ondata di sentimenti, di sensazioni, dopo il lutto, dopo la voluttà senza fine con Xhuliana, c’era lei, Alina, che mi parlava in russo, e anch’io con lei in russo parlavo, dei diari dei vampiri, delle canzoni romene, russe, albanesi, che mi sembrava finalmente di aver trovato la ragazza dei sogni, scopare come non mai, parlare in russo, godere della musica dell’Est, lei che diceva che senza musica stava male, lei che mi parlava della sua figlia in Ucraina, lei che mi parlava dei diari dei vampiri, che allora cominciavo a vedere in russo, per avere qualcosa da dire a lei, e che profondità, che voluttà, quale erotismo, quali altre nottate e luna con lei, che sembravano non finire mai, godere sempre, ubriacarsi sempre, andare sempre da lei, la notte, come un disperato, un disperato d’amore, perché con Eugenia più che parlare e sorridersi non c’era di più, e io che mi perdevo nella lingua russa, nelle sue canzoni, quell’anno che cominciava tutto il casino con la Crimea, Maidan, la guerra, la situazione ucraina, io che in università una volta facevo una specie di lezione sull’Ucraina, come una specie di esame, una lezione intera, e nei mie sogni sempre lei, nei miei desideri, sempre lei, Alina, Alina, Alina, la ragazza dai capelli corvini lunghi, dal corpo slanciato, dai fianchi abbondanti, dall’erotismo oltre ogni confine, dalla bellezza e dallo sguardo che ad ogni istante ed ogni volta cambiavano, per farmi godere della notte, dell’alcol, della musica, degli studi, mentre la mia vena poetica non conosceva limiti, e si librava nella notte, estasiata da lei, dalla musica d’amore dell’est, da quell’alcol, vodka e birra, che scorrevano a fiumi, e già le dicevo che forse non sapevo come avrei fatto dopo di lei, dopo che lei se ne sarebbe andata, e lei scherzava, diceva che era meglio non amare, che lei conosceva meglio di tutti come funzionano queste cose, che ne averi trovata un’altra, che l’amore sarebbe arrivato da sé, mentre meno me l’aspettavo, e con Eugenia non sapevo più che fare, lei che mi diceva di andare nella sua chiesa, la sua chiesa avventista, e Alina che mi diceva di lasciare stare, che se volevo andare in chiesa dovevo andare in una chiesa normale, come tutti, e lasciare a loro la loro fede… lei che mi diceva anche di non legarmi a niente, di non legarmi a nessuno, che era meglio essere liberi, liberi come la notte e le stelle e la luna che ci vedevano ogni notte parlare in russo, fare l’amore, sorridere e ridere e a volte quasi piangere, tra le nostre difficoltà, i nostri umori sballati, il nostro gettarci ai margini di una via, come due reietti, due disperati nel mondo, lei che mi diceva di smetterla di bere quando andavo da lei, di bere dopo, dopo che la poesia dell’anima e il labirinto dei sentimenti toccava il suo vertice, con quelle canzoni, con lei che a volte si metteva la parrucca bionda, e io scherzavo con lei perché ora assomigliava a Caroline della serie tv, ora assomigliava a Elena, e non sapevo più chi stavo amando, chi amavo, se la ragazza della serie tv su cui proiettavo tutto l’amore per Alina o se stavo amando Eugenia ma non capivo più perché dovevo andare in chiesa da lei, io che ormai ero sempre più convinto che solo l’amore e la passione per una ragazza potevano salvare, ed Eugenia che mi diceva che l’amore di Dio è più grande ancora, ma non ero affatto convinto…

E così non so per quanto tempo, due anni forse, tra il terzo anno e il primo anno di specialistica, forse di più, c’era ancora Alina, e io volevo sempre di più da lei, non solo sesso, ma parole, discorsi, una qualche uscita, un numero di telefono, e impazzivo, bevevo sempre di più, ascoltare la musica era arrivato ad un punto morto, le estasi erotiche, alcoliche e musicali non bastavano più, come era tutto iniziato ai tempi di Xhuliana, lei che mi dicevano aveva fatto un casino dell’anima come non poche, e Alina ancora di più, sempre di più, che una sera alla fine si scocciava e mi diceva: “Senti! Sto lavorando!”, e non c’era più niente, mi dicevo basta, basta con la musica, l’alcol, questa follia con Alina e scoprivo lei, Leida… Leida, ragazza albanese bionda, carica di erotismo, carica di energia, ancora più che Xhuliana ai suoi tempi, ragazza dal corpo dalle curve più sensuali di questo mondo, la nuova Katia, puro erotismo e voluttà, lei e le mie canzoni albanesi che le dicevo, lei che diceva che non amava troppo la musica albanese, preferiva la musica inglese, anche se non la capiva, e cercavo di dimenticare Alina, andando da Leida, e cercavo di smettere di bere, iscrivendomi a Taekwondo e cercando di fare una vita più sana, più equilibrata, con un po’ di fitness, per riprendermi dall’ubriacatura dei sensi con Alina, dall’abisso e dal labirinto di sentimenti, e cominciavo a perdermi senza di lei, senza Alina… ed era utopia erotica, utopia e desiderio senza fine con Leida, scaricare tutta l’energia su di lei, le tante scopate, le tante nottate con lei, lei e quel suo volto affilato, quella sua voce sensuale e suadente, quel suo modo di scherzare e di darmi energia per la vita, facendomi dimenticare i troppi studi, i troppi cavilli e rimuginazioni dell’anima nate da una storia con Alina che ormai non decollava più, che aveva raggiunto un punto morto, anche al di là dei diari dei vampiri, della musica, delle canzoni, delle suggestioni dell’Est… Leida, Leida, Leida, e maledetta quella notte che prendevo una multa con lei, e per un po’ non l’avrei rivista, e mi decidevo, come non mai, ad andare in chiesa avventista, da lei, da Eugenia, sul finire del corso di taekwondo, verso l’estate, e mi sforzavo di non bere più, di non ascoltare più troppa musica albanese, di cercare di evitare estasi alcoliche, erotiche e musicali, e credevo di rifarmi una vita, pentendomi, stando da Eugenia e dagli altri giovani avventisti, a sentire le loro parole, a parlare di Bibbia, di salute, di fitness, come se dovessi ricominciare un’altra vita, un’altra vita che però non iniziava, perché Eugenia non era più la ragazza di prima, la ragazza libera di prima, si era estremizzata, era diventata fondamentalista, e con lei non si poteva più scherzare e ammiccare come un volta, si era perso l’affiatamento, lei che aveva lasciato l’università, al terzo anno, dopo la laurea, io che invece l’avevo voluta continuare, sempre in nome di quella lingua russa che ormai avevo sognato e imparato a parlare con Alina, ora che quel sogno di una ragazza dell’Est, anche se non mi accorgevo, era stato quasi completato, il sogno russo d’amore… sì, Eugenia e la chiesa avventista, imbambolato, incantato da lei, convinto di poter continuare l’amore là dove era finito con Alina, lei, Eugenia che metteva troppi paletti all’anima, non bere, non fumare, stare a dieta, fare esercizio fisico, studiare le scritture, non perdersi nella scienza, nella filosofia, lei, sempre più estrema e io sempre più ritratto in me stesso, in quelle parole, in quei regolamenti, e poi, una notte, il ritorno di lei, la rivolta, il sogno di Leida e dell’erotismo, la cacciata dal paradiso e l’inizio dell’inferno, dei deliri antireligiosi, l’utopia erotica con Leida, che riprendevo a vedere, a frequentare, mentre lasciavo Eugenia e la sua chiesa avventista, per incompatibilità di vedute del mondo e di stili di vita, per non essere ipocrita, e infine per essere libero…

E poi non ricordo più bene, cominciava il tira e molla infinito, le battaglie dell’anima, contro il sesso, contro Leida, contro le sigarette, contro l’alcol, la botta di depressione che arrivava perché con Alina ormai non c’era più niente, e l’ultimo anno di università, quello dove dovevo preparare la tesi, una tesi di cultura russa… e la depressione mi devastava, e i deliri per Leida, che non ricordo neanche più, e le nottate con lei, come quel mio trentesimo compleanno, scoparmela, e così il mio trentunesimo compleanno, scoparmela ancora, mentre passavano così due anni con lei, e neanche me ne accorgevo, tra un tira e molla continuo, lo stile di vita che volevo cambiare, le estasi erotiche alcoliche e musicali che non erano più con me, come ormai non erano più con me né Alina né Eugenia, l’ultimo anno di università, quando la lingua russa era oramai diventata la normalità, tra quelle aule di università, non c’era più magia, né in quella lingua, in quella cultura, in quelle canzoni, Alina aveva portato via tutto, lei e il suo erotismo, la sua arte erotica, le sue parole e la sua voce suadente, la sua bellezza, il suo vampirismo, e cominciava quell’epoca difficile, quella che già presentivo, dopo di lei, dopo Alina… e qui la memoria mi fa difetto, cala la tenebra e si innalza l’oro dei capelli di Leida, della sua bellezza da farmi impazzire, il suo volto affilato, la sua energia che niente avevano a che vedere con il vampirismo di Alina, e non capivo più niente, mentre pensavo di riesumare la magia della lingua russa dandomi ad altre lingue, albanese, tedesco, olandese, come se potessi rivivere di nuovo tutti questi ultimi anni, quasi un decennio, il sogno russo che si era frantumato con il finire della storia con Alina, lo sfumare del sogno d’amore con Eugenia che si dava alla religione, e non mi rimaneva più nessuna, più nessuno, neanche nei nuovi compagni di università, nelle nuove compagne, tutto non era più come prima e neanche me ne accorgevo, avevo perso qualcosa, e non me ne rendevo conto, il sogno d’amore russo di una volta, durato così a lungo, aveva perso tutto il suo fascino e la sua profondità, e nella superficie delirante si muovevano ora parole tedesche, olandesi, albanesi, da far impazzire… un periodo così, di voglia di Leida e di non voglia di nessuna, la depressione per Alina, quella tesi di cultura russa che spostava i cardini del mondo, tra quella figura di Stalin che crollava in me, per gli orrori, e la lingua tedesca e albanese e olandese che volevano essere il fronte anti russo, solo perché con Alina tutto era andato a male, solo perché Eugenia aveva abbandonato anche lei la lingua russa, un disorientamento totale, un continuo gioco tra tenebre e lucentezze dorate allucinanti dell’anima, e sempre Leida, l’unica mia guida in tutto questo caos… l’esaltazione, il perdersi di nuovo, la depressione e lo sviamento, le parole che non bastavano più, neanche le 750 parole di sempre, la poesia che non c’era più, dopo Alina, dopo Eugenia, e l’utopia erotica con Leida che faceva acqua da tutte le parti, e tanta confusione, tanti deliri…

Arrivava alla fine il periodo della laurea, dicembre 2016, e la facevo finita una volta e per tutte con la Russia, ci mettevo una pietra sopra…

Rivedevo Alina, a dicembre, poco dopo, e si spostava l’asse del mondo, tutta l’emozione di una volta ritornava, l’amore, il sogno d’amore russo… il 32esimo complenno, quella notte non con Leida, come gli altri due compleanni, gli altri due inverni, ma a chattare con Marina, ragazza russa conosciuta in università, e augurarle il buon natale, creder di poter riesumare il sogno d’amore russo con un’altra ragazza, una ragazza russa…

E il resto sta qui in queste pagine, da gennaio 2017, l’avventura con Marina, il ritorno di Alina, non più ritorno d’amore, il caos dell’anima con Manuela, la fine dell’università e la fine della depressione, le scopate con Anna la ragazzina romena, unica che mi faceva ancora godere dopo le giornate con Marina, che di amore non aveva niente, tutto l’erotismo con Leida, le nottate erotiche, il desiderio per lei, il mio rimuginare su scuola e lavoro, le frustrazioni, i momenti spensierati, gli apici del desiderio e della voluttà, e sempre lei, sempre Leida, unica costante in questi ultimi tre anni, l’amore, il scettro dell’amore che ormai va a lei, Leida, amore, e il resto è qui, è dentro di me, oltre questo prologo di dieci anni, il resto sta nella sua figura, nella sua forza, nella sua bellezza, nell’erotismo che mi sa dare, nelle sue parole, nel suo ricordo, al di là di tutto e di tutte, ora che forse sta per finire, non si sa, le altre pagine lo diranno, oltre questo prologo…

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L’immagine della coscienza, l’immagine dell’amore…

Risvegliare il puritano in me
quasi
all’alba
nel sogno
Eugenia
lei che giaceva addormentata
come in una fiaba
in una capanna
in un bosco
vestita di abiti semplici
dei lunghi e larghi pantaloni neri
quasi una gonna
una semplice camicetta
lei addormentata
con gli occhi chiusi
la sua bellezza virginale
all’aprire gli occhi
e a dire forse preghiere
frasi della Bibbia
il suo libro preferito
a dare consigli
il senso di colpa
quasi
per aver bevuto ieri notte
due bottiglie di birra
senza provare l’estasi alcolica
che una volta provavo
per Alina
tutta la passione era come esaurita
quasi
non c’era più quello slancio di una volta
non bevi più?
Meno male
diceva lei
Leida
che la gente ubriaca beve
e poi viene da me
non bevi più
meglio così
ma uno sgarro ogni tanto si può fare
solo per rendersi conto ancora di più
che quella legge divina
che cercavo
nelle religioni
forse non c’è
dipende da noi
da come ci parla la coscienza
per mettere delle nuove linee guida
nella nostra vita
non risveglio il puritano in me
allora
lascio la sensazione di misericordia
e perdono invadermi
conscio che ogni tanto
si può anche sbagliare
come quelle parole dentro di me
pieno d’odio stamattina
al bar
a vedere gente
bere alcol e caffè
giocare d’azzardo
mangiare brioche
darsi ai vizi
il bar
l’ambiente per eccellenza
dei vizi venali
che mi riprendevo
mi dicevo
niente zucchero nel caffè
meno sigarette
niente alcol al bar
senò poi sto male
non so che lavaggio del cervello
mi ha fatto Eugenia
però sento sempre i suoi consigli
in me
quando sbaglio adesso
e forse mi sveglio troppo intransigente
non più verso gli altri
ognuno è libero
ma verso di me
a me le mie regole per sentirmi bene
con la possibilità ogni tanto di sgarrare
non ci sono assoluti
mi dicevano
non ci sono assoluti
e quanto sarebbe bello
smettere di fumare
ma ogni volta
è sempre così
più tardi non fumo
aspetto un po’
smetterò domani
più tardi
in un altro periodo
e sono sempre lì
ad accendermi una sigaretta
svegliarsi così
con uno strano senso di aver sbagliato
i pensieri di ieri notte che neanche ricordavo più
tra quel po’ di birra bevuta
i soliti giri dell’anima
quelle emozioni così forti per Alina
che pensavo di ritrovare
bevendo
ma il tempo suo è passato
la passione si è spenta
l’unica passione che rimane
è quella che ogni tanto mi travolge
dalle lacrime
pensando alla sua sorte
ragazza madre prostituta
con una figlia
in Ucraina
e c’è ancora tutto l’amore del mondo
per lei
anche se lo sviamento così forte
come una volta
la tempesta di passione
è ora finita
e quanto sarebbe bello tornare a sentire
quella passione poetica
alcolica e musicale
di una volta
che mi faceva immaginare
di essere un nuovo
poeta maledetto
alla Edgar Allan Poe
ricco invece ero solo d’amore
e di estasi per Alina
quando tutto si sarebbe poi
dissolto
poco alla volta
nel corso di questi due anni
quasi lontano da lei
salvo rivederla ogni tanto
come quest’ultima settimana
l’amore che è per lei
e che era per lei
che non c’era modo di sostituirla
con Marina
con altre
e anche ieri
in quella chiesa
entravo solo
con le lacrime
al pensiero e al sentimento di Alina
dopo aver chiuso
con quella serie televisiva
sul papa giovane
dopo che mille pensieri politici
mi attraversavano
tra tutti quei libri
su leghisti
e anarchici
ed eresie libertarie
con il pensiero di ritrovare la lingua tedesca
nell’ispirazione
questa volta
depurata da fantasie erotiche morbose
per la prof ucraina di russo
così
me ne stavo in chiesa
in silenzio
e si mostrava tutta la mia povertà
la mia vita in questa stanza
quasi una cella monastica a volte
dove prendono forma le mie fantasie
i miei pensieri strani
dove mi perdo
nell’infinito di notizie e nozioni
su questo portale dei mondi
solo per trovare il nulla
e accorgermi che forse
non mi rimane quasi più nessuno con cui parlare
con cui discutere e condividere interessi
sono rimasto solo
con i miei pensieri
i miei interessi
le mie passioni
le mie ragazze da amare di sempre
che ritornano notte dopo notte
nei miei sogni
senza una logica
come questa mattina
mi svegliavo nel ricordo e nel sogno di Eugenia
la giusta coscienza
e non mi dirò che per una volta
posso anche sgarrare
sempre
perché è estate
e allora lasciamoci andare
a tutti i vizi e la passioni negative di questo mondo
no
lasciamo perdere
anche oggi
in mezzo agli altri
pranzo al ristorante con parenti e
nipotine
cercherò di essere morigerato e sobrio
di non lasciarmi andare
perché Eugenia mi guida ancora
e dopo Alina
mi dicevo
mi promettevo
basta alcol
così forse come dopo Leida
dopo questa storia
che non sta più in piedi
sarebbe anche ora di dire basta alle sigarette
e ad altri pensieri stupidi
al ritornare di intuizioni
che non sono intuizioni
ma pensieri a casaccio
che vorrebbero farsi storia
farsi significato
mentre è tutta solo
un’alchemia di pensieri che ogni tanto impazzisce
a casaccio
senza senso
e là dove pensavo di trovare la psicologia
c’era solo invece il delirio
e i mille modi diversi di delirare

oggi rivedrò parenti e nipotine
non ci sarà forse niente da dire
niente di cui parlare
forse mi stancherò anche di ascoltare
non ci sarà mio fratello e la sua famiglia
a fare da intrattenitore
e forse sarà noioso
difficile stare a tavola
e mi sembra già di star odiando questi momenti
quando già la mattina
mi svegliavo con l’odio per me stesso
per aver sgarrato un po’
di due birre
ieri notte
ma l’impurezza non viene
da ciò che assumiamo
ma da ciò
che facciamo uscire dallo spirito
e allora
basta odiare
ed essere intransigenti
misericordia
per una volta
si può anche sbagliare
alle prese con i rimorsi di coscienza
la giornata inizia così
non so come andrà avanti
vorrebbe iniziare
con qualche lettura
eresie o bibbia
notizie kosovare
albanesi
in albanese
così
per non spegnere il cervello
per fare qualcosa
là dove la voglia di musica
per ora non c’è
e di evasione
comincia così questa mattinata
dopo una nottata sbagliata
dopo il rendersi conto della solitudine
e di non poter quasi più fare discorsi
con nessuno
chissà se oggi ci sarà qualcosa da dire
qualcosa da sentire
in tutta pace
questa grigliata
non mi deve fregare
come l’ultima
alle prese con i fantasmi di Manuela
e di una Marina
dalle quali mi aspettavo
chissà che cosa
dalla paura della dieta
del cibo
dalle vaghe fantasie di conoscere
meglio il medio oriente
sogni di utopie religiose
fatte mondo
meglio non pensarci neanche
all’ultimo star male
dell’ultima grigliata
paura di chissà quali malattie
per la dieta
da allora
sono dimagrito un po’
e basta così
continuare così ancora
e tutto tornerà a posto
non so cosa dirò
lo spirito mi ispirerà
non c’è niente da prepararsi
non è un esame
dove ti impari la tua parte a memoria
e sono già stufo di pensare così tanto
a questa grigliata tra parenti
a queste linee guida
lasciamo perdere per un po’
anche questo post
che sarebbe meglio si autodistruggesse
post senza ispirazione
se non nel sogno lei
Eugenia
che mi guida ancora
e mi salva dai miei pensieri
fuori pista
Eugenia
l’immagine della coscienza
Alina
l’immagine dell’amore

 

Là dove le parole non contano più…

Perdersi nella musica di Lyric Master, con quella canzone dimenticata, dell’anno scorso, si te harroj, e nella notte il ricordo di Leida ritornava, quanto mi sembrava di amarla, quanto mi sentivo libero dopo averla lasciata, lasciata perdere… e la mattina era uno strano risveglio, con il ricordo di quella anarchia albanese che era sempre la via d’uscita in me, gioco di parole che indicavano solo l’amore che provavo per Xhuliana ormai anni fa, eppure era stata lei ad aprire il varco, che solo ora mi sembra ritornare nella sua libertà, che se cerco altri libri sull’anarchia mi sento solo male, e devo aspettare, senza sovraccaricarmi di libri, di letture, per non impazzire come l’estate scorsa, e la storia non si può ripetere… il solito giro dell’anima, che si calma e poi impazzisce, come ieri, per un attimo, quando in chiesa mi chiedevano di leggere, ma il mio pensiero e il mio sentire andava solo verso Eugenia, unica vera ragazza che mi può guidare, con le sue parole, che tutto il resto è solo eccesso di pensieri, tra un’anarchia dell’anima che si trasforma in schizofrenia, come il libro dell’estate scorsa: “Capitalismo e schizofrenia”, che faceva più male che bene, in me… meglio non sovraccaricarsi di letture, di ogni genere, e sentirsi libero di sentire le cose come meglio credo, senza forzare i pensieri, le parole, e non farsi prendere dall’ansia e dall’agitazione… ho già lì i libri sulla nuova destra, sui nuovi populismi, e bastava leggere quel libro di ieri sulla politica odierna per rendermi conto che ormai la sinistra è diventata tutta radical chic, fatta di intellettuali e classe media, piccoli ricchi, con tutte le loro stranezze e sofisticatezze, mentre il popolo, per assurdo, sta ora a destra, ed è come se i poli si fossero invertiti negli ultimi vent’anni, la sinistra per i ricchi, la destra per il popolo, ed era una giusta illuminazione, che veniva da quel libro… ma io non mi schiero, cerco di essere il più imparziale possibile, e di non farmi prendere dalle emozioni, e cerco solo la quiete che viene dal pensiero di Eugenia, dalla libertà di aver lasciato Leida, dall’attesa di questo mese di transito, che mi porterà forse verso un sentire più libero e leggero, più rilassato, senza strane sofisticatezze… e per ora la musica continua a suonare, con i suoi toni e il suo canto, di questo cantante che dà un equilibrio di malinconia e tranquillità, che quasi non mi viene voglia di leggere quel bel libro di Ken Follett, e quell’altro sulla destra, ed è meglio fare una lettura alla volta, come ieri, senza sovraccaricarsi, in tutti gli ambiti, le lingue, il lavoro, la chiesa avventista e quella cattolica, i miei interessi, i libri e tutto il resto, come i pensieri che vanno a Eugenia, e devo solo aspettare, non sovraccaricarmi, e attendere le cose più avanti, senza forzarmi, senza esagerare… e forse la musica mi accompagnerà tutta la mattina, fin quando forse non mi tornerà la voglia di leggere, e smetterò anche di pensare a quel colloquio dell’Esselunga, i cui HR si faranno sentire solo a settembre, se si faranno sentire, a questo punto, e sono libero di gestire questo mese di vacanza, senza il timore di stare male come l’anno scorso, e posso trovare la quiete e la pace là dove l’anno scorso non le trovavo, perché avevo dimenticato Eugenia, e credevo che l’amore per Leida potesse salvare, mentre era solo inferno, inferno anarchico, quando il tempo con Xhuliana era in fondo intervallato dall’amore diurno per Eugenia, in università, e quel tempo, anche se non può tornare più, può ancora vivere in me, dandomi la pace e la tranquillità e la certezza che, a modo suo, Eugenia in qualche modo a me ci tiene, con i suoi consigli e il suo modo di capirmi, e anch’io tengo a lei, tutt’altro che il sentire per Marina, e in tutto questo trovo quella pace che non avrei mai pensato di trovare, e posso vivere così, più libero, senza esagerare, nel pensiero di Eugenia, e nel suo sentire, e del resto non mi interessa più, è solo un modo per passare il tempo, e come ieri notte tutti i pensieri e il troppo pensare si dissolvono nella musica e nel canto, là dove le parole non contano più, e rimane solo il sentire paradisiaco dell’amore ritrovato per Eugenia…

E può andare avanti così…

Gli amori estivi, ne sentivo ieri parlare alla radio, forse quell’amore che avrà provato Marina ad andare a Rimini per quattro giorni, un qualcuno che avrà conosciuto, gli amori banali e scontati del mare, quelli che non durano neanche un’estate, come me, al tempo di quel viaggio in Albania, con Rudina, dove per qualche mese dopo e ancora di più mi perdevo nel ricordo di lei, nel suo desiderio, gli amori che durano un’estate… e ieri sera riguardavo il suo profilo su Facebook, lei che ultimamente posta solo foto con le sue amiche, là in Albania, ragazze normali, niente di speciale, vita d’altrove, tra amiche e amichette, che io non ho niente a che fare, e neanche ci pensavo più… gli amori d’estate, che a pensarci neanche mi venivano in mente, solo Rudina appunto, ma ormai gli anni sono passati, e l’unica cosa che mi rimane di lei è il ricordo dell’Albania, di tutta la passione per Xhuliana, al tempo che fu, e le canzoni, e lo sviamento durato troppo per Leida, che ora che non c’è più tra i miei desideri sono anche più libero di ascoltare la musica di quel paese quando voglio, quella musica che ieri per un po’ mi portava via, ma poi stufava… non c’era spazio per la musica, finivo solo di leggere quel libro sulle icone, dopo che a fine serata continuavo a ripensare al film di Tarkovskij “Rublyov” e la mia anima si metteva in pace, tra tutte quelle scene, quell’icona finale, che non c’era più niente da pensare… il caldo era torrido e, dopo il lavoro, mi barricavo in casa con l’aria condizionata, per gustare almeno il fresco di una giornata d’estate fin troppo calda, e la musica e quel libro sulle icone facevano il resto, là dove non avevo più niente a cui pensare… c’era ancora e c’è ancora solo Eugenia nei pensieri miei, nel mio sentire, in ogni istante, in ogni momento, come stamattina al risveglio, dopo strani sogni di compagni delle medie bocciati, compagni dimenticati, che mi guidavano verso qualche spiaggia, di qualche isola sperduta, lì, sul mare, a fare il bagno, tra altre ragazze che mi volevano presentare, e un qualcosa di magico si intrometteva nel sogno, dove avevo strani poteri, e qualcosa di mostruoso anche appariva, come il volto di certi altri compagni che si collegava direttamente al busto, senza bocca, senza naso, come una visione onirica orrifica, e altri sogni mi infestavano, sogni che ormai non ricordo più… e oggi è anche venerdì, ormai ultimo giorno di lavoro, giorno nel quale la ragazzina romena torna in Romania, per un mesetto, o forse di più, e non ci sarà più voglia di vederla, per un po’, e mi sento liberato, libero di riposare anch’io da tutte quelle ragazze, da questo caldo torrido, e tutto è rimandato a settembre, mentre per questo mese e anche più avanti terrò sempre l’esempio di Eugenia, il suo pensiero, il suo sentire, dentro di me, uniche cose che possono guidarmi e darmi pace, e tutto il resto perde di consistenza e di importanza… andrò forse in biblioteca, quest’oggi, a ritirare quei due libri di politica, che analizzano la sinistra e la destra in questa congiuntura storica, fatta di neoliberalismo e crisi, e i pensieri potranno anche disperdersi per un attimo, alla ricerca della politica, che non eleverò più a chissà quale livello, ma terrò solo come interesse, per capire meglio il mondo… e oggi è anche venerdì, quando dovrei telefonare al supermercato per vedere se mi faranno fare un secondo colloquio, e forse nel pomeriggio telefonerò, oppure aspetterò settembre, perché anche il lavoro così com’è va bene, bastava solo cambiare atteggiamento, e l’unica che mi poteva far rinsavire e che mi fa rinsavire è ancora Eugenia… e così andrà avanti la giornata, andrà avanti anche la vacanza, lontano dal lavoro, per un altro paio di settimane, dove non avrò grandi pretese, grandi idee, e tutto andrà avanti da sé… ed è una liberazione, davvero, con la ragazzina romena che va in vacanza, Marina che non si fa più sentire e io che non la voglio più sentire, Olimpia che sarà rimandata a settembre, se avrò ancora voglia di vederla, quando farà più fresco, quando sarà più vivibile, e intanto, dentro me, c’è solo Eugenia, e il pensiero di lei, il suo sentire, il nostro sentire, che sbaglierei se andassi dagli avventisti uno di questi sabati, a confondermi le idee tra le loro parole, e allora è meglio continuare a sentire lei, Eugenia, a distanza, senza neanche contattarla, augurarle forse un buon sabato ogni tanto, e sentire il suo stesso sentire dentro di me, e tutto il resto non conta quasi più, se non come distrazione, se non come diversivo per non sprecare tutto il sentimento per Eugenia, e può andare avanti così…

Paradiso d’amore…

Fare il giro del parcheggio, alla ricerca di Leida, neanche tanto convinto, il ricordo erotico di lei che ritornava, nella notte, nel desiderio, pioggia di immagini impazzite, davanti a quel romanzo sulla Russia prerivoluzioaria, davanti a quel libro sulle icone, preghiere impazzite di erotismo e freni dell’anima, mi dicevo che per un mese potevo cercare di stare senza erotismo, per rimettere a posto l’anima, invece ero là, a passare di fianco a Leida, lei, vestita di bianco e d’azzurro, con i suoi capelli biondi, il suo lungo naso che quando le passavo di fianco mi sembrava di vedere un quadro espressionista, lei e la sua selvaticità, la mia voglia di sfogarmi parlando con lei, del lavoro, delle cose che non andavano con Marina, che non rispondeva, io che le passavo di fianco e lei che non saliva, non reagiva, stava distante, aprivo la portiera e le chiedevo: “C’è la polizia?” “E’ più in là, in fondo…” “Ah, va bene, passo dopo allora, ciao!” “Ciao!”, e me ne andavo più in là, convinto che ormai con lei era tutto finito, come già mi dicevo da tempo, e quella era solo la conferma… guidavo più in là, fino alla fine del viale, una macchina della polizia che controllava qualcuno, l’auto azzurra della polizia… tornavo indietro e mi dicevo che forse era meglio fermarsi dalla ragazzina romena… facevo un’altro giro e la tiravo su, lei, sorridente, dal volto splendente di bellezza, lei che si fumava una sigaretta, e quando saliva in macchina la buttava via, per terra, lasciandola accesa, lei che era vestita di pantaloncini neri come una minigonna, di scarpine con il tacco alto, come dei sandali rosa, e una maglietta nera, sopra la quale aveva la sua camicetta a scacchi bianco nera, per proteggersi dal fresco della sera… la sua bellezza, i suoi capelli castani scuri, raccolti in una corta coda di cavallo, le sue parole, i suoi sguardi, il suo volto così simile alla cantante Inna, la sua giovinezza, il suo splendore… ed ero ancora impestato di pensieri sul lavoro, il colloquio di lunedì, gli altri momenti sul lavoro non proprio propizi, eppure sentivo tutta la libertà con lei, e la gioia… “Allora?” dicevamo quasi assieme, l’uno all’altra, “Tutto bene! Te allora venerdì parti per la Romania?” “Sìììììì!” diceva con tutta la gioia del mondo, “Così poi fai la patente!” “Sì” “Ti vedi con le tue amiche qua invece?” “Eh? Sì sì” e non ricordo altre parole, so solo che la portavo lì, al solito posto, e le dicevo solo che le devo venti, che quella sera avevo più voglia di parlare, che di fare qualcosa… ma poi non era così… annegavo tra i suoi seni, tra le sue gambe, la toccavo dappertutto, mi perdevo nella sua bellezza, nei seni formosi e aggraziati, abbondanti, e godevo a leccarle i capezzoli, a perdere la mia testa nel suo seno, e godevo di quella visione, di quel toccarla senza sosta, di vedere le sue gambe e toccarle, pura delizia dei sensi, e mi eccitavo… non so per quanto tempo continuavo così, fino a quando non mi spogliavo anch’io, e lei cominciava a servirmi con le labbra, con la bocca, e tutta la mia fantasia andava a quei porno di una volta, dimenticati, che riaffioravano nella mente, come per scacciare i troppi pensieri repressivi dell’ultimo periodo, l’estasi non avveniva… allora lei cominciava a servirmi con la mano, e io a perdermi nei suoi seni, di nuovo, nel suo corpo, quel corpo femminile che donava pace ed estasi, delizia dei sensi, piacere senza confini, e con il sorriso sul volto lei continuava a servirmi… e la fantasia prendeva il volo, mentre continuavo a toccarle i seni, a giocare con la mia lingua sul suo capezzolo, come se potessi baciarla, farla mia, e godevo sempre di più… allora le dicevo di riprendere il suo servizio, con la bocca, con le labbra, e lei mi si posava sopra, con quella visione erotica mai avuta prima d’ora, se non le altre volte, le altre volte che godevo, e continuava a fare su e giù, su e giù con la testa, e godevo sempre di più… continuava così per un po’, e la mia fantasia toccava le stelle, non c’erano più quei pensieri a frenarmi, quelle preoccupazioni, e godevo di quella visione erotica e pornografica, che al pensarci godo ancora adesso, e le sfioravo i capelli, la sua coda di cavallo, i suoi capelli castano scuro, quasi neri, e godevo ancora nel vedere le sue sottili labbra, servirmi, i lineamenti delicati del suo volto, la ragazzina romena, come una Lolita, come tutto il desiderio per quelle altre ragazzine che vedevo all’oratorio, quella bellezza che accomuna lei, Isabella e quelle ragazzine, mentre lei, la ragazzina romena mi serviva ancora e infine le venivo in bocca, con un orgasmo di piacere senza confini, mentre godevo della visione di lei… e non so quanto tempo era andato via, quanto la mia anima avesse fatto il giro del mondo, dei pensieri, e mi dicevo che era finita lì, per un po’ di tempo, adesso che lei andrà in Romania settimana prossima, una vacanza dalle passioni, con il ricordo delle ultime volte, il paesaggio dell’anima che è il suo corpo, le valli e i monti, quel paesaggio di Romania che piaceva anche a Eugenia, e godevo di lei, e delle ultime volte, e mi mettevo l’anima in pace, l’anima in paradiso, assicurata per un po’ di tempo, e non pensavo più a niente, solo alla bellezza di lei, e alle parole ritrovate con l’altra romena, Eugenia… “Denisa… manelista… è morta alla fine!” le dicevo, un po’ colpito, deluso, triste, ma con un fare quasi scherzoso, e il suo volto invece mi colpiva, come se fosse veramente trafitta da quella disgrazia, il suo volto, il suo sguardo cambiavano d’aspetto, e mi sembrava di essere di fronte ad una ragazzina che è come se fosse presente ad un qualche funerale della chiesa ortodossa, e la mia anima crollava, per un istante, nell’abisso, in quelle canzoni che non saranno più come prima, quella musica che è diventata immortale ora che Denisa non c’è più, ora che non ci saranno più canzoni nuove di lei… ci risistemavamo, lei si puliva il seno dove avevo lasciato le mie impronte, quei seni formosi che tanto mi avevano fatto eccitare, quel suo corpicino da favola, la giovinezza, la prelibatezza della sua carne, della sua pelle, che gustavo in bocca, sulla lingua, sulle mie labbra, ci rimettevamo a posto e tornavamo indietro, io, cercando di dirle qualcosa sulla sua suoneria, non era Inna come mi sembrava, lei che si rimetteva sul suo cellulare, un amico diceva, lei che diceva “un’altra”, ad un certo punto, non so perché, “Alta…”, dicevo in romeno, un’altra, chi? Marina, no… Eugenia, forse, i miei pensieri che tornavano a lei, a quell’amore platonico che avevo dimenticato, quell’amore vero che mi riempiva ancora, adesso che è da qualche giorno che la sto sentendo di nuovo, solo lei che ha riavvolto la pellicola degli ultimi miei anni, d’università, di sempre, lei che è l’unica ragazza che forse ho amato, che forse amo, e con la quale mi trovo ancora bene a parlare, a distanza di anni, lontanissimi dai sentimenti quasi nulli per Marina, nella mia pellicola che riavvolgeva la vita c’era solo Eugenia, e ancora lei mi riempie l’anima… e riportavo indietro la ragazzina romena, lei che per un attimo mi sembrava facesse segno verso la sua amica, Isabella, e poi no, scherzava, riprendeva a parlare in romeno con qualche sua amichetta, e infine le auguravo una buona notte, un buon viaggio, e andavo via, con tutta l’anima piena di estasi… sì, sì, esultavo, ricordo e visione dell’anima riparate per sempre, l’addio a Leida, l’addio a Marina, quella ragazzina romena che riempiva l’anima, il sogno erotico, i desideri, e la voglia di sentire ancora Eugenia, a distanza, il pensiero del lavoro che andava via, del colloquio, e tutta l’anima si riempiva di musica, e avevo solo bisogno di musica, e di estasi… facevo il giro e la rivedevo forse per l’ultima volta, per un mese o di più che sarà, non si sa, lasciamoci riposare in questo mese, non pretendiamo troppo, non pensiamo troppo, lasciamoci portare dagli istinti, da dove va l’anima, dallo spirito, e rivedevo lei, la ragazzina romena, ancora là, vestita come sempre, sempre a parlare a bassa voce sul suo cellulare, e quella bellezza portava via la notte, non si sa per quanto o forse per sempre… arrivavo al Carrefour, magari per bere qualcosa, una coca cola zero, ma alla cassa lei non c’era, da dove vedevo, dal parcheggio, non c’era Manuela, fa niente, e anche nel parcheggio dove settimana scorsa mi accasciavo in un sonno profondo c’erano macchine, quattro o cinque, altre tre che forse si divertivano a fare le gare nel lungo e largo parcheggio quasi deserto, e me ne andavo via da lì, finendo nella via chiusa poco più in là, per fumarmi una sigaretta, e l’anima si liberava… avevo voglia solo di musica, musica di Denisa, musica d’altrove, e ricordavo ancora quello sguardo di lei, pieno di pathos, al mio dirle che Denisa era morta, uno sguardo spirituale, pieno di umanità, che non pensavo di trovare, quello sguardo che valeva più del mondo, che mi ricordava tutte le icone viste nell’ultimo periodo, tutta la spiritualità, il canto di Denisa, l’amore e la morte, la sofferenza, la rinascita nello spirito, l’eternità della musica e dell’arte, che il tempo smetteva di esistere, e la mia anima gioiva di un periodo che sarà, lontano per un po’ dalle passioni, forzate e non, dai desideri, lontano da quella passione infernale che era una volta per Leida, da quelle mie parole libere e automatiche per lei, libero anche da troppe repressioni, da troppi freni, da troppe ansie e paure, e la mia anima si liberava insieme con il tempo, che non aveva più scadenze, si liberava con il pensiero anche di Eugenia, sempre presente, seppur lontana, e quella sensazione di amore spirituale che lei mi dà, dalla sua lontana Malesia, dalle sue parole, che di Leida e Marina non mi mi interessava più niente, esistevano solo la ragazzina romena ed Eugenia, un sogno nell’anima che si disperdeva nell’infinito… e la notte non avrebbe mai avuto fine, con quelle canzoni di Denisa, che provenivano da un altro mondo, da un paradiso d’amore, dal canto dell’aldilà, musica eterna, ispirazione infinita, e attendevo solo con quiete i messaggi di Eugenia, che sarebbero arrivati il giorno dopo, la mattina, e durante la notte la mia anima tornava indietro nel tempo e recuperava tutto ciò che Leida nell’ultimo periodo aveva offuscato, e tutto l’inferno maledetto di sempre finiva, anche sotto quel vino rosso che accompagnava la notte infinita… e pensavo all’amore, come mai non avevo fatto, all’eros che diventa esasperazione, e che ritorna in sé grazie all’amore per Eugenia, agapè o philia non si sa, anche i termini non bastavano più, le parole e i concetti non bastavano più, e cercavo di capire chi amassi di più, cos’era l’amore e mi perdevo nel ricordo e nei sentimenti di tutte le ragazze… Anna Maria, a cui piaceva anche a lei quell’immagine e quel paesaggio romeno, la natura, quel paesaggio che è solo una metafora del corpo di delizia della ragazzina romena, della visione della vita di Eugenia, Anna Maria che forse mi vuole bene, mi segue su Facebook, si fa sentire, ma per lei è più che altro amicizia, simpatia, una ragazza che lavora sempre, che sa mille lingue, ma per cui più che ammirazione non provo… Olimpia, la sua amica, che per un attimo pensavo di poter sostituire così, dall’alto della ragione, con Andra, con la ragazzina romena, con Eugenia, ma per la quale non so cosa c’è, forse solo l’incanto della nuova musica romena, di quelle manele, quel ricordo sperduto di erotismo per Andra, la stessa bellezza, la solita magia romena, là dove finisce il mondo… Marina, che ho sempre più considerato come un’amica, una con la quale, parlando in russo, avrei potuto dimenticare Alina e la mia sofferenza per lei, per quell’amore non corrisposto andato male, quella passione senza fine, che nell’ultimo periodo si era trasformato in nerezza, eppure nella notte la celestialità e la luce di quella ragazzina romena, di quegli amplessi con lei, di quei momenti erotici, vincevano su Alina e sul nero per lei, e tutta la luce dell’anima inondava quei ricordi, solo per lasciarmi così, in un paradiso d’amore, dove Eugenia era la ragazza che stava dietro a tutto, dove l’eros per lei si liberava su quella ragazzina romena, sulla piccola Anna… e le parole e i concetti non bastavano più, tutte queste ragazze e quei ricordi ritornavano, anche Xhuliana e quelle nottate e luna piene di passione, quando ancora l’amore non mi aveva avvolto nelle vampiresche trame di Alina, quella passione che sfociava in una notte d’erotismo dopo il funerale di mia nonna, a Mantova, quel funerale che ora sembrava ritornare, nell’immaginario della morte di Denisa, un’altra morta, che quando dicevo: “E’ morta…” ritornava lei, ritornava Xhuliana, ritornava il ricordo del funerale, quel sentimento lugubre, quello sguardo triste che rivedevo in Anna, quella visione di quella notte, dove il silenzio davanti a Manuela e la follia faceva ritornare il silenzio della morte, e l’immagine di lei, che ora ritornava nel volto di Denisa, immortalato e immortale per sempre, nella sua morte, nelle sue canzoni d’amore, Denisa, morta di domenica, i funerali ortodossi, i canti spirituali ortodossi, la messa per l’eternità, l’amore e la morte, l’eros e la passione, l’amore paradisiaco per Eugenia, tutto si elevava, come una scala spirituale, e nella notte c’era solo un paradiso d’amore… non mi curavo del fatto che non potrei bere, per una notte si poteva lasciare anche così, in quell’estasi paradisiaca d’amore, dove attendevo solo Eugenia, i messaggi di lei, dove vedevo solo lei, l’unica rimasta nella pellicola di tutti i ricordi, pellicola che si riavvolgeva, tornava su di lei, e cancellava quegli oggetti magici e incantati di ricerche dell’anima impazzite, non c’era più niente, c’era solo l’amore, il paradiso, la natura, il ricordo di Eugenia, unica luce del passato, unica vera luce del passato, e ogni altro ricordo si spegneva, andava in ombra, annegato dalla luce di Eugenia e dalle ultime nottate erotiche con lei, con Anna, mi potevo prendere una vacanza dalle passioni, e vivere nel paradiso d’amore… mi addormentavo e mi svegliavo solo per essere un po’ frastornato, i tipici postumi della sbornia, non mi curavo di loro, dei sensi di colpa, del bere, dell’aver fatto qualche spuntino la notte, la morte non mi faceva più paura, le rigide regole e il freddo ragionare medico e scientifico sparivano, la clemenza di una qualche divinità sperduta vinceva sul suo continuo accusare e redarguire, e solo una passeggiata verso la chiesa, stare per qualche minuto là dentro, a fare mente locale, a ritrovare l’anima, mi aiutavano a rimettere a posto la mattina, dopo la notte di paradiso d’amore… avevo già letto i messaggi di Eugenia, la natura che ci fa accorgere che non possiamo creare niente, quei paesaggi selvatici delle sue foto, nella giungla, un mondo distante, una specie di paradiso terrestre tropicale, lei che cercava di immaginarsi il paradiso, quel luogo che ci è stato preparato, là dove immagini e parole umane non si sono mai viste e sentite, quel suo leggero essere attorniata da un’aureola di morte, l’attesa del paradiso, eppure la sua bellezza, le sue parole, la sua partecipazione, anche lei che diceva che a volte Milano soffoca, e che solo la natura può dare davvero pace, la natura, Dio, l’erotismo e l’amore con la ragazzina romena, una vacanza da queste passioni, una spiritualità vissuta in modo più leggero, più semplice, senza divieti e repressioni, senza troppe sofisticatezze, la leggerezza della mattina che ricordava l’estasi della notte, il paradiso d’amore, tutte le parole, gli attimi erotici, le canzoni, il canto, la morte e la risurrezione dell’anima, la luce che inondava ogni sentire, quel paradiso d’amore che è ancora Eugenia, che è ancora quella ragazzina romena, là dove il ragionare non funziona più, dove l’amore prende mille forme, sa di mille ragazze, quella pellicola della mia vita che si riavvolgeva, l’amore nella sua forma più spirituale e più vera, nella notte, la ragazzina romena, l’erotismo, la musica, Eugenia, al mattino, la spiritualità, la vacanza dalle passioni, il paradiso, paradiso d’amore…

Millenarismi…

Sono un esperto di millenarismi
quando arriverà il regno dei cieli
quando arriverà il messia
quando arriverà il mahdi
quando il comunismo regnerà sul mondo
quando un governo mondiale religioso
porterà pace alla terra
quando finirò l’università
quando troverò la ragazza dei miei sogni
quando comincerò a lavorare
quando troverò il lavoro della mia vita
quando andrò mi sposerò
quando avrò figli
quando andrò in pensione
quando…
un futuro…
un’epoca…
un mondo nuovo
un sentire nuovo
un nuovo scopo
un nuovo obiettivo
la rinascita dei sensi
il senso di libertà
la fine di ogni oppressione
sogni…
futuro…
millenarismi
attese quasi messianiche
speranze
si dissolvono così tutte le attese
tutte le aspirazioni
la vita va avanti senza storia
senza tempo
senza attese
la tranquillità dimora nell’istante
con queste varie promesse
non so più a quale di queste votarmi
forse ad una
forse a tutte
senza precisione
l’eterna danza degli umori
e delle emozioni
delle sensazioni
l’eterno gioco dell’estasi dei sensi
e della pace dei sensi
sentire ciclico
che ora si innesta
su una pace dell’anima
confrontando il mio sentire
con Eugenia
l’epoca destabilizzante
dei cambiamenti
come anche lei sentiva
come anche Marta
quando parlavamo assieme
il finire dell’università
le attese
siamo tutti esperti di millenarismi
siamo tutti impregnati
di attese e speranze
un giorno
un’epoca
un periodo che ci farà sentire
vivi pieni veri
contenti
soddisfatti
le attese
le speranze
il futuro
le utopie
molte di queste rimangono deluse
tutto che ruota intornoa alle attese
e alle delusioni
e alla rinascita di altre attese
va via una ragazza
se ne trova un’altra
si riesumano dal passato
vecchie conoscenze
intanto le strade e la vita ci hanno divisi
ognuno per sé
ognuno la sua strada nel mondo la trova
e altri destini forse si incrociano
e si incroceranno
l’eterna danza della vita
delle sue epoche e delle sue attese
ogni volta sembra che un messia
con le sue ispirazioni
sia arrivato
una nuova epoca
la definitiva
un nuovo sentire
che sembra possa durare in eterno
questa vita
che è un passaggio eterno
un continuo passaggio
sono un esperto
di millenarismi
e ci vivo ancora
sperando di trovare in lei
quello che non ho trovato in lei
ognuna poi è unica
a modo suo
al di là di provenienze
credo
stili di vita
carattere
apparenze
chissà il gioco delle emozioni
quando rinascerà
è ora periodo di quiete
vacanza dalle passioni
non so cosa mi aspetterà
nel frattempo attendo
come ho sempre fatto
senza frustrarmi più di tanto
la ricetta dell’avvenire e del presente
non ce l’ha in mano nessuno
si vive semplicemente
così come viene
è lontana l’epoca di sogni di rivoluzioni
del mondo
dell’anima
del sentire
del vivere
le rivoluzioni ingannano
utopie illusorie
stati d’animo alterati
che raccontano quello che non è
poi tutto ritorna
alla normalità
alla quiete di sempre
che a volte sembra roderci
come la noia
eppure
questa è la vita
benvenuti!
Sono esperto di millenarismi
vi sono sprofondato
da sempre
è questa la stoffa del mio essere
e non so più se credervi
o se arrendermi
a vivere in essi
con le speranze di un avvenire
che per sua natura
non viene mai
tutto passa
tutto scorre
ma non c’è come la quiete
dell’anima
che possa sopportare
e attendere ancora tutto
mi rimane il pensiero di lei
un’altra attesa
che possa rivoluzionare l’anima e il mondo
per ora si vive così
e mi allontano almeno
da catastrofismi e apocalissi
dell’anima
si attende ancora
speranze millenarie
tutto si risolverà da sé
qualunque cosa accada
perché preoccuparsi
se non c’è soluzione
se una soluzione comunque c’è e ci sarà
quiete dell’anima
attesa
sono un esperto di millenarismi
e nella quiete attendo
come tutti noi
quell’epoca che arriverà
mentre nel presente
domina
un’emozione
la pienezza dei sensi
che provavo per lei
che relegavo al passato
mia mania maledetta di dividere il tempo
della vita
di storicizzarlo
qui si va oltre gli schemi del tempo
le emozioni coesistono
anche i sentimenti
quelli passati
ancora più vivi e più forti del presente
e del suo fluttuare
e tutto fluttua
senza tempo
e di lei mi rimane l’anima ritrovata
il suo sentire
il suo pensiero
le sue parole
la sua bellezza
un sentire che ci accomuna
seppur ognuno per la sua strada
e di lei mi si riempie l’anima
non so come continuerò
gli umori si alterneranno
le passioni
perché qui
tutto fluttua
anche i pensieri
senza più cornici
tutte le categorie si sfaldano
e si aprono le porte del sentire
amore
eterna sensazione

Ma intanto rimane il ricordo vivo di lei, Eugenia…

Risentire Eugenia, lei, lontana, in Malesia, che dice che non è facile mollare tutto e andarsene, ma che è contenta, si mette in gioco, lei che ogni tanto, come me, pensa ancora agli anni di università, e poi gli amici, il lavoro… pensarla così, da ieri sera, lei che era la vera romena alla quale pensavo, la quale desideravo, che mi sarebbe piaciuto rivedere, per scambiare due parole, altro che Marina, per la quale non provo niente… e saltavano tutte le categorie di sempre, e mi sentivo liberato, lei, la ragazza russa, che speravo nascondesse tutta la magia che una volta c’era per Katia, ma non era così, la nazionalità non c’entrava niente, in quella sua nazionalità russa non si nascondeva nessuna magia… la magia non era neanche nella nazionalità romena di Anna, Isabella o altre, no, era tutta nel ricordo di Eugenia, l’amore di università, amore che non mi ha ancora lasciato, nonostante tutto, l’unico ricordo vero di quegli anni di università, insieme forse ai ricordi di Andra, Xhuliana e Alina, ragazze che amavo con passione, per liberare tutto l’amore che forse provavo per altre, in quei territori di scuola e università, immerso da ragazze… e rimane solo Eugenia, che non mi va più di pensare troppo all’erotismo, forzandomi di farmi piacere qualche ragazza, di desiderarla, l’epoca del desiderio va in vacanza, dopo aver lasciato Leida… e me ne devo fare una ragione, le categorie saltano, non era nelle nazionalità di quelle ragazze che si insidiava il trucco, erano solo i miei sentimenti per loro, e anche se non ci sono più quelle pagine che parlavano di quegli amori, quelle ragazze sono rimaste dentro di me, e ogni volta che guardo al passato non è per guardare alle scritte ormai perdute per loro, ma ai miei sentimenti ancora vivi, forse di nostalgia, per quelle ragazze che hanno segnato la mia vita finora… non ci sono più, come tutte le scritte per loro… madò, che errore è stato cancellare quelle pagine, avrei forse potuto rivivere i miei sentimenti per loro, ma la depressione e lo stare male cancellavano via quei ricordi… eppure si va avanti, come ieri sentivo anche Olimpia, che diceva ci saremmo sentiti più avanti, quando tornerà a Milano, in Italia, lei che ora si muove in Romania, il suo paese, dal quale tirava fuori una foto che mi ricordava quel tempo mitico a Iasi: delle case immerse nel verde, tra i monti, e su un rialzamento dei cavalli liberi nella selvaticità, vero ricordo di quando stavo a Iasi, davanti all’hotel, nella natura, nel villaggio, con mio padre e Ruggero, in mezzo alla selvaticità della natura, il silenzio la tranquillità, i cavalli e i cani, la vita tranquilla di un villaggio romeno… e forse mi sbaglio anche con lei, con Olimpia, a desiderarla lontanamente solo perché è romena, solo perché le sue foto su Facebook, i suoi post, me la fanno sognare, desiderare, forse perché mi aspetto quel qualcosa di più che Marina non è riuscita a darmi, quel qualcosa di più di cui parla sempre Saverio, quel qualcosa di più che avrei voluto da Alina, ma che invece si trasformava in cenere… eppure non è forse proprio periodo di amori, o di amore, è periodo più che altro di vacanza dai moti dell’anima, dalle passioni, devo solo riposarmi un po’ dal caos degli ultimi mesi, cercare di non forzare più i sentimenti e le uscite, con Marina, con altre, sono forse stremato dall’avventura con Leida, e le ultime settimane con la ragazzina romena erano solo forse il colpo di coda, o riversare su di lei la delusione per Marina, o un modo per far riemergere dall’anima l’unica vera romena: Eugenia… sì, non so cosa scriverle, in questa mattina intristita, dove mi svegliavo da un sonno che neanche pensavo di fare, ieri sera, quando mi sdraiavo dopo la camminata serale, mi dicevo che volevo riposare solo un po’, pensando e ricordando Eugenia, e poi mi addormentavo, fino a stamattina, senza rendermene conto, tra i sogni erotici e i sogni di poter volare, di poter camminare sull’aria delle strade del mio paese, mentre i suoi abitanti guardavano in modo stupito quell’uomo volante… Eugenia, che rischierei di farne un nuovo idolo dell’anima se non mi prendesse ancora nel profondo, lei che mi ha insegnato forse ad amare, senza che me ne rendessi conto, lei che mi ha insegnato a smettere di bere, a mangiare in modo più sano, lei che ancora non è riuscita a farmi smettere di fumare, lei, nella quale vedo forse una compagna di fede, là dove nel mondo di fedeli non ne vedo più, lei che in fondo mi dà quella pace dell’anima che nessuna mi sa dare, lei, la ragazza romena… e che strano era stamattina andare al bar, fare il solito giro, e pensare solo a lei, in una specie di dissolvenza dell’anima e dei pensieri, che non mi importava più di sentire gli altri, di vedere cosa dicevano, mi riprendevo solo un attimo nella vita quando sentivo parlare in albanese due uomini che stavano lì, e mi tornava quasi la voglia di leggere qualcosa in quella lingua, di guardare la televisione, ora che il demone per Leida è andato via, e rimane ancora la mia voglia di lingue, staccate dallo stress del lavoro, come ieri sera per un attimo mi tranquillizzavo ascoltando nuova musica romena… ma non c’è più il demone di una volta, quello che mi obbligava a riempirmi di lingue, come se non fosse già abbastanza tutto quello di cui mi sono riempito, senza il desiderio di dover essere chissà chi, di riempirmi di nuove parole, come per supplire ad una qualche mia mancanza, a qualche vuoto, perché ora tutto ciò che mi riempie l’anima è il ricordo e il pensiero di Eugenia… sì, saltano tutte le categorie, le nazionalità, i desideri di quelle ragazze, i ricordi, le mie passioni, i miei modi di pensare, come anche ieri mi succedeva leggendo quel libro sul comunismo in Europa nel XX secolo, tra Stalin, Hitler, gli ebrei, il fascismo, l’antifascismo, le utopie, il liberalismo, i miti e i personaggi di quella guerra, di quegli anni, e mi accorgevo di aver fatto una specie di religione di quella storia, che ora che approfondivo non poteva più dividersi in spiegazioni semplicistiche e schematiche, come una specie di dottrina mistica, e quel mito mi crollava, insieme a tutte le narrazioni, alle mie ideologie passate, che riflettevano solo i miei stati d’animo, le mie passioni, i miei pensieri, e tutte le narrazioni si disperdevano, tutte le ideologie, i pensieri, e in quel pensare debole la razionalità non arrivava più, con i suoi schemi, e tutto sapeva solo di pensieri sparsi, idee, emozioni, che ricordavano e pensavano Eugenia, l’unica vera ragazza romena… e mi mettevo l’anima in pace, saltavano le categorie del cercare lavoro, di implementare le lingue, di lavorare con Marco e mio padre, e mi dicevo che in fondo basta vivere così, lavorando quando si può, continuando a cercare altrove, non facendo di Marina o di altre ragazze in mezzo alla strada degli idoli, sentendomi ancora libero di provare a conoscere altre ragazze, come Olimpia, e non adorando più il piacere, l’estasi dei sensi, ma cercando di ricordarmi anche dell’amore, questo grande spettro degli ultimi anni, quell’amore che non si capisce più, tra tutte queste ragazze, esperienze, vissuti, e ora che sono saltate tutte le categorie si capisce ancora di meno… e tutto si dissolve ancora, sfuma via, non rimane niente di preciso a cui aggrapparsi, a cui credere, i pensieri e le idee vanno e vengono, e si dissolvono tutte le categorie, tutti i pensieri, tutte le idee, e non so più neanch’io cosa e chi rimane… chissà, forse conoscerò Olimpia, forse troverò in lei quel qualcosa che in Marina non riesco a trovare, forse troverò dell’altro, tutt’altro, o forse niente, non so che ne sarà di questo mio ricordo per Eugenia, non so ancora dove il gioco degli umori e dei ricordi mi porterà, ma vivrò più sereno, senza schemi e idee precise, idee fisse, narrazioni schematiche e un po’ ideologizzate della vita, e tutto forse si dissolverà di nuovo, mentre non so più verso cosa sto andando, ma intanto rimane il ricordo vivo di lei, Eugenia…

E la notte si liberava da sé…

Ah, quante volte l’ho scopata quella ragazzina romena, quanto piacere, quanta voluttà, anche ieri notte, quando per la troppa ansia non avevo voglia, ma mi bastava vederla, parlare un po’ con lei, che mi diceva semplicemente di stare più tranquillo, di non pensare troppo, di non farmi prendere da emozioni negative, mentre lei mi sorrideva, e si scherzava su, su quante troppe volte sono andato ultimamente… e il ricordo di Leida e quella notte che non capivo se ne andava via, mentre mi rendevo conto di non essere innamorato, di non essere preso dalla passione, ma solo da una certa voglia di stare con quelle ragazze, per qualche minuto, per darmi tutto il piacere dei sensi… e la notte prima era invece un delirio senza fine, tra quelle canzoni manele, quelle due birre che bevevo, solo per sentire da lontano il ricordo di Eugenia, del suo sorriso, delle sue parole, che mi dicevano ancora una volta di lasciar perdere l’alcol, e mi davo ad altra musica romena, più bella delle manele, quell’estate dopo che arriva, senza grandi differenze, solo la coscienza di essere più spensierato, di accorgermi che l’amore e la passione che una volta c’erano per Alina, per Xhuliana, non le sto più provando per altre ragazze, e almeno non c’è più il nero dell’anima, i pensieri oscuri, i fatalismi, i catastrofismi, e vivo più leggero, ogni tanto dando una mano in officina, quando capita, senza pensare troppo a futuri apocalittici, con la coscienza che anche con il sesso ad un certo punto bisogna dire: “E’ bastato così, me la sono scopato un po’ di volte, con tutto il piacere del mondo, e sono soddisfatto così, il sogno vince su ogni cosa, il sogno erotico, di piacere, di bellezza, e non si può ogni volta rievocare a piacimento quelle sensazioni, basterà attendere, senza pensarci troppo, alla prossima chiamata dell’anima che vorrà riversarsi su di lei…”… come ieri notte, tra i suoi seni, le se sue gambe, il suo volto e la sua voce, lei che parlava romeno con la sua amica al telefono, io che non volevo più pensare a Marina, lei che se ne sta in questi giorni a Rimini, mentre ieri sera sentivo alla televisione della vita notturna di quel posto commerciale di Italia… e l’anima veniva invasa invece dal ricordo apollineo di Eugenia, lei che mi acquietava l’anima, mentre lei prendeva forma nell’immagine dell’altra ragazzina romena, e tutto era salvato, non c’erano più deliranti desideri, manie di sesso ad ogni costo, e l’anima si acquietava e decideva di stare in pace non so ancora per quanto tempo, fino a quando la calma ritornerà da sé… e non mi preoccupavo troppo del troppo alcol della sera prima, avrò modo di rifarmi nei prossimi giorni, stando attento alla dieta, ricordando le dolci parole e il dolce sguardo di Eugenia, unica vera guida in questo nuovo mondo, ultimo vero ricordo di un passato che ritorna solo con la visione di lei, di quei giorni in università, in chiesa da lei, con le sue parole, le sue dolci e leggere parole che semplificano tutto… e quella nottata sbagliata con Leida è dimenticata, sovrascritta dall’ultima nottata quasi sbagliata, quella di ieri sera, di ieri notte, dove dovevo solo indagare l’anima, capire i suoi funzionamenti, e capire che il sesso non si può comandare con la ragione, ha bisogno dei suoi tempi, della passione, della voglia, e la mia era solo una voglia invece ieri sera di passare degli attimi con lei, con la ragazzina romena, senza pretendere troppo… e se la notte prima era infestata dai fumi dell’alcol, ma anche da quelle canzoni che davano la tranquillità, ma intreaba inima de ce nu am noroc in dragoste, pana vara viitoare, e striga, in quel senso di voluttà alcolica, la notte scorsa doveva essere solo invasa dal rendermi conto di non dover pensare troppo, di non farmi prendere da pensieri negativi, ed era uno stato d’animo dove non davo più ascolto ai contenuti dei pensieri, ma mi concentravo solo sul sentire, e sui pensieri sbagliati che sarebbero potuti nascere, e da vero medico mi prendevo solo 25 gocce di Diazepam, che funzionava come una vera e propria droga… che sogni, la notte, che rilassamento, sogni dove mi vedevo in procinto di partire per chissà dove, all’areoporto, e i sogni si coloravano di un mondo alla matrix, dove la realtà virtuale faceva vedere alle persone quello che vogliono vedere, con dei giochi di realtà costruite su misura al compuer, mentre una qualche organizzazione cercava di incastrare me e altre persone, una specie di sogno thriller, d’azione, dove però vedevo la realtà camuffata da quegli agenti, e la gente che ci credeva e ci cascava, e la notte sapeva solo di vacanza, di una vacanza in un aeroporto dove non capivo più come dovevo partire per andarmene via, e la notte, e la droga, e il sorriso di quella ragazzina romena spazzavano via i sentimenti negativi che mi portavo dietro da un’estate, da una vita, liberato dal demone forzato del sesso… e non so se erano le canzoni romene pubblicate qua e là su facebook, il post di Denisa morta, quelle altre canzoni a farmi ritrovare Eugenia a distanza, lei che mi mandava una richiesta d’amicizia su LinkedIN e non pensavo neanche più al lavoro, a chissà cosa, alla religione, ai demoni o a quant’altro, e mi dicevo solo di quanto mi sarebbe piaciuto rivederla, stare un po’ con lei, parlare, vedere il suo volto, sentire la sua voce, perdermi nella sua bellezza, e sognare in lei quella ragazzina romena che mi sono fatto un sacco di volte, nell’estasi e nei sogni di tutti i sensi… e così mi metto l’anima in pace, liberato dal demone del sesso, nato forse da troppi discorsi malati con Leida, dalla paura della polizia, da non so che cosa, e mi rendevo conto soltanto di non dovermi più far divorare dall’ansia, dalle paure, dai catostrofismi e dagli apocalittismi, e mi dicevo solo di vivere più serenamente, lontano dall’obbligo del sesso ogni due per tre, e mi dicevo solo che mi si apre uno spazio davanti, di non so quanti giorni, per stare tranquillo e stare in pace, senza essere più forzato, e il demone se ne andava via e rimaneva solo il sorriso di lei, e la sua voce, e il ricordo delle ultime volte dal piacere infinito, e di Marina non mi importava più di tanto, lasciavo aperta la porta a lei, senza volerla troppo, senza ripudiarla, le lasciavo perdere, lasciavo perdere un sacco di cose, di persone, e mi liberavo e mi lasciavo andare nelle mani della leggerezza, lontano dai demoni, nel ricordo di pura bellezza della ragazzina romena che sfumava via con il ricordo di Eugenia, e la notte si liberava da sé…

Il sorriso celestiale di lei, in questa musica dalla magia infinita…

E voglio ricordarla così, con dei momenti belli e sereni, ora che la mia cantante manelista preferita è morta: Denisa, oggi, di domenica, domenica 23 luglio 2017, e non ho parole… quante volte l’avevo ascoltata ai tempi di Andra, che non mi ricordo neanche più le infinite note e canti che uscivano dalle sue canzoni, Andra, Andra, Andra… e anche ai tempi di Eugenia, quando credevo ancora che ci potesse essere una qualche storia, che quell’amore platonico potesse portare a qualcosa, e mi avrebbe solo portato invece a smettere di bere, a smettere di credere di essere un superuomo, un filosofo, una persona distinta dalle altre per chissà quali assurde qualità… Andra, Eugenia, e ora anche Anna, con la quale avevamo scambiato due parole su Denisa che stava per morire, è morta, e mi piange l’anima, non sarà più la stessa cosa ascoltare ora le sue canzoni, non ci sarà più forse quella magia, che aveva contraddistinto le ultime settimane, insieme a lei, insieme ad Anna, quando non volevo pensare a quello che diceva Eugenia, Veronica, Iulia, di non ascoltare le manele, finché solo le manele riuscivano a darmi quella serenità con i loro motivetti incantati e ipnotici… è morta questa cantante, si spegne quasi il sogno di Anna, la magia, forse ritornerà, non si sa, mi rimane tutto l’oro di questa musica, tutti i sogni di allora per Eugenia, tutto il ricordo lontano della Romania, quelle valli, quei monti, quella chiesa ortodossa, quell’atmosfera che sapeva di umanità, nei bassifondi della vita trovare la speranza, quando tutto non è ancora perduto, quando ancora ci puoi credere che un futuro è possibile, che bisogna lottare, mettersi in pace, ma lottare… è morta questa cantante e muore anche una parte di me, dei miei ricordi, non so più come presentarmi il futuro, so solo che anche la morte è presente in questa vita, come quando moriva mia nonna nel 2013 e la notte tutta l’energia andava verso Xhuliana, in quelle notti piene di voluttà… c’è anche la morte, quella che mi fa paura, quella che mi fa chiedere che ne sarà di me tra qualche anno, se non avrò imparato a lavorare, se non sarò in grado di mantenermi, tutte le preoccupazioni di questo mondo, ma alla fine non è morto nessuno, è solo morta questa cantante, anche se la sua arte continuerà a vivere in eterno, e forse anche i ricordi di queste ragazze, che accompagnavano la sua musica nella mia fantasia: Andra, Eugenia, Anna… ed è una domenica strana, dove ho troppa paura del lunedì che arriverà, del lavoro, con quella carica che mi dava una volta Leida per lavorare, quella carica che non c’è più, sepolta forse dai troppi scherzi dei colleghi e di altri, è morta la mia cantante preferita, tra un po’ Anna tornerà in Romania, con Marina non so cosa ne sarà, così come non so cosa ne sarà del lavoro, della vita, degli studi… ricordo solo un post di una volta su Facebook, nell’account di Denisa: una bambina che baciava un’icona più grande di lei, lasciarsi andare alla fede, alla speranza, alla carità, anche là dove vedi che il mondo è fatto di persone cattive, dove la cattiveria a volte è dappertutto, non si perde la speranza di un giorno migliore, di un periodo migliore, questo sentire preoccupato potrà pure passare mi dico, e poco alla volta riconquisterò quella sicurezza che avevo negli anni di università… la vita va avanti, anche quando muore la tua cantante preferita, anche quando la notte non corrisponde esattamente ai tuoi sogni, anche quando gli studi non sono sufficienti per creare lavoro, cercherò lo stesso di darmi da fare, e guarderò al futuro, dove forse c’è Marina, per adesso, dove per adesso c’è un minimo di lavoro, c’è la voglia ancora di ragazze come Anna, che mi appare nella sua bellezza, con la sua musica piena di energia, la sua voluttà, il suo sorriso che illuminava la notte, coloravo il blu scuro del cielo nel celeste del giorno sereno e dei suoi vestiti, c’è anche chi sta peggio di me, non mi posso lamentare più di tanto, non pretendiamo troppo da questa vita, non può essere una costante salita, una costante ascesa, ci sono momenti e momenti, come la morte della mia cantante preferita, la magia di questa musica, i ricordi e i desideri inspiegabili a essa legati, e nella notte e nel giorno risplende ancora il sorriso celestiale di lei, e si disperde ancora in questa musica dalla magia infinita…

Tutto sa di celestialità…

Desiderio spirituale
le lacrime
la croce che porto
Alina
un amore erotico
finito nella nerezza dell’anima
non sapere se andare oltre
o fermarmi al ricordo di lei
la spiritualità che ritorna
che quasi non mi interessano più
le nottate erotiche
con quelle ragazze
se non fosse per il sogno
e il piacere
di quella ragazzina romena
che mi ha portato via
dal mondo infernale di Leida
il futuro che non si sa come sarà
le preoccupazioni
le voci rassicuranti di loro
Anna e Marina
qualcosa troverò
Isabella
che diceva che non può sempre andare bene
le nottate di piacere
con Aleksia
lo spirituale e l’erotico si infondono
in lacrime e sogni
e abissi onirici
come la notte
sdraiato in macchina su un parcheggio
ad ascoltare i suoni della strada
la libertà
di vivere fuori dai soliti schemi
l’abisso del sonno
e della spiritualità
e del lasciarsi andare
da ogni compito
con le troppe parole russe
che ieri infestavano la mente
sforzo intellettuale
che toglieva energia
all’erotismo
guadagnato di notte
il piacere dell’amplesso
dei giochi di lei
con le labbra
con la mani
il suo dolce corpo
nel quale affondavo
tra i suoi seni
baciandoli
accarezzandoli
sprofondando nella sua bellezza
anche quando la spiritualità
sembrava avvolgermi di più
dell’erotismo
la cappa nera del futuro
il lavoro
la relazione con Marina
i soldi
le gite e le uscite con lei
troppi pensieri
e questo mio corpo
che comincia ad essere stanco
dopo la voluttà infinita
con Leida
voluttà demoniaca
e la voluttà spiritualizzata
con Anna
Madonna munchiana
di puro piacere
che ancora mi infonde i pensieri
come una Madonna lungo la via
che nonostante tutto
continua a sorridermi
anche quando andrà via
nel mese che una volta
consideravo il peggiore
agosto
lontano da tutti
mese di vacanze
senza vacanza
una sola “vacanza”
come “mancanza”
lei che andrà in Romania
per fare la patente
e qui mi rimarrà solo Marina
e un mese dove forse ricaricare
i miei desideri
le mie voglie
mentre forse la musica manele
non incanta più
dopo aver rivisto Stas
che parlava di Larisa
e Dmitrij
loro al mare
il bambino che si estasiava
alla visita della bandiera americana
sulla spiaggia
storie autistiche
di un Est
che l’estate scorsa
mi mandava
all’inferno
tra quei libri russofobi di Aleksievic
Leida che mi estasiava
e mi condannava
al crederla via
la depressione
della fine dell’università
il saltare di tutti gli schemi
l’incertezza e la nerezza del futuro
dai quali mi lasciavo stupidamente
travolgere
non c’era serenità
c’era solo una cappa oscura
quella che quest’estate
non voglio riprovare
ricordando le nottate erotiche
con lei
con la ragazzina romena
la sua luce celestiale
come gli occhi di Marina
e le uscite con lei
desiderio erotico che si spiritualizza
e non si perde più
nei meandri infernali
del desiderio impazzito di erotismo
come l’anno scorso
con Leida
ritrovo la mia anima pura
che vuole ancora amore
che non si preoccupa più
delle nottate che devono essere
tutte perfette
la vita va avanti così
nel suo divenire
tra dei momenti
stupendi
e altri di meno
non può essere tutto in costante ascesa
come una scala mistica
che si perdeva nella musica
ipnotica
manele
con lei passavo la notte
i giorni
attimi di puro onirismo
nelle profondità dell’anima
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e rimangono le visioni di loro
di lei
di Marina
di Anna
e tutto si confonde e si perde
che quasi le parole
e i pensieri
e le immagini
non coincidono più
si volatilizzano
e della mia carriera erotica
vorrei solo farne una lunga pausa
per inebriarmi di spiritualità
e momenti di vita
tra paesaggi lacustri
città antiche rinascimentali
opere d’arte
sorrisi di lei
di Marina
le dolci parole tra noi
che non si sa dove porteranno
e rimane la visione futura
di infinita ispirazione
di un cristallino azzurro dell’anima
che non si sa di cosa ancora mi riempirà
lavorare sarà forse più facile adesso
anche studiare
anche non abbattersi più
di pensieri negativi
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e rimangono i ricordi
degli amplessi
della voluttà
della musica ipnotica
dei momenti con lei
e un divenire del tutto aperto
senza più
precisi obiettivi
e manie di perfezione
tutto va e tutto viene
sono immerso nella celestialità
della loro bellezza
Marina e Anna
che non c’è più niente da desiderare
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e la loro celestialità
scardina il tempo
il passato il presente e il futuro
e tutto convive come in una canzone d’amore
dalle mille sfumature
in un coro spirituale
ed angelico
si perde l’immaginazione
e si perdono le parole
tutto sa di celestialità