Il sorriso celestiale di lei, in questa musica dalla magia infinita…

E voglio ricordarla così, con dei momenti belli e sereni, ora che la mia cantante manelista preferita è morta: Denisa, oggi, di domenica, domenica 23 luglio 2017, e non ho parole… quante volte l’avevo ascoltata ai tempi di Andra, che non mi ricordo neanche più le infinite note e canti che uscivano dalle sue canzoni, Andra, Andra, Andra… e anche ai tempi di Eugenia, quando credevo ancora che ci potesse essere una qualche storia, che quell’amore platonico potesse portare a qualcosa, e mi avrebbe solo portato invece a smettere di bere, a smettere di credere di essere un superuomo, un filosofo, una persona distinta dalle altre per chissà quali assurde qualità… Andra, Eugenia, e ora anche Anna, con la quale avevamo scambiato due parole su Denisa che stava per morire, è morta, e mi piange l’anima, non sarà più la stessa cosa ascoltare ora le sue canzoni, non ci sarà più forse quella magia, che aveva contraddistinto le ultime settimane, insieme a lei, insieme ad Anna, quando non volevo pensare a quello che diceva Eugenia, Veronica, Iulia, di non ascoltare le manele, finché solo le manele riuscivano a darmi quella serenità con i loro motivetti incantati e ipnotici… è morta questa cantante, si spegne quasi il sogno di Anna, la magia, forse ritornerà, non si sa, mi rimane tutto l’oro di questa musica, tutti i sogni di allora per Eugenia, tutto il ricordo lontano della Romania, quelle valli, quei monti, quella chiesa ortodossa, quell’atmosfera che sapeva di umanità, nei bassifondi della vita trovare la speranza, quando tutto non è ancora perduto, quando ancora ci puoi credere che un futuro è possibile, che bisogna lottare, mettersi in pace, ma lottare… è morta questa cantante e muore anche una parte di me, dei miei ricordi, non so più come presentarmi il futuro, so solo che anche la morte è presente in questa vita, come quando moriva mia nonna nel 2013 e la notte tutta l’energia andava verso Xhuliana, in quelle notti piene di voluttà… c’è anche la morte, quella che mi fa paura, quella che mi fa chiedere che ne sarà di me tra qualche anno, se non avrò imparato a lavorare, se non sarò in grado di mantenermi, tutte le preoccupazioni di questo mondo, ma alla fine non è morto nessuno, è solo morta questa cantante, anche se la sua arte continuerà a vivere in eterno, e forse anche i ricordi di queste ragazze, che accompagnavano la sua musica nella mia fantasia: Andra, Eugenia, Anna… ed è una domenica strana, dove ho troppa paura del lunedì che arriverà, del lavoro, con quella carica che mi dava una volta Leida per lavorare, quella carica che non c’è più, sepolta forse dai troppi scherzi dei colleghi e di altri, è morta la mia cantante preferita, tra un po’ Anna tornerà in Romania, con Marina non so cosa ne sarà, così come non so cosa ne sarà del lavoro, della vita, degli studi… ricordo solo un post di una volta su Facebook, nell’account di Denisa: una bambina che baciava un’icona più grande di lei, lasciarsi andare alla fede, alla speranza, alla carità, anche là dove vedi che il mondo è fatto di persone cattive, dove la cattiveria a volte è dappertutto, non si perde la speranza di un giorno migliore, di un periodo migliore, questo sentire preoccupato potrà pure passare mi dico, e poco alla volta riconquisterò quella sicurezza che avevo negli anni di università… la vita va avanti, anche quando muore la tua cantante preferita, anche quando la notte non corrisponde esattamente ai tuoi sogni, anche quando gli studi non sono sufficienti per creare lavoro, cercherò lo stesso di darmi da fare, e guarderò al futuro, dove forse c’è Marina, per adesso, dove per adesso c’è un minimo di lavoro, c’è la voglia ancora di ragazze come Anna, che mi appare nella sua bellezza, con la sua musica piena di energia, la sua voluttà, il suo sorriso che illuminava la notte, coloravo il blu scuro del cielo nel celeste del giorno sereno e dei suoi vestiti, c’è anche chi sta peggio di me, non mi posso lamentare più di tanto, non pretendiamo troppo da questa vita, non può essere una costante salita, una costante ascesa, ci sono momenti e momenti, come la morte della mia cantante preferita, la magia di questa musica, i ricordi e i desideri inspiegabili a essa legati, e nella notte e nel giorno risplende ancora il sorriso celestiale di lei, e si disperde ancora in questa musica dalla magia infinita…

Tutto sa di celestialità…

Desiderio spirituale
le lacrime
la croce che porto
Alina
un amore erotico
finito nella nerezza dell’anima
non sapere se andare oltre
o fermarmi al ricordo di lei
la spiritualità che ritorna
che quasi non mi interessano più
le nottate erotiche
con quelle ragazze
se non fosse per il sogno
e il piacere
di quella ragazzina romena
che mi ha portato via
dal mondo infernale di Leida
il futuro che non si sa come sarà
le preoccupazioni
le voci rassicuranti di loro
Anna e Marina
qualcosa troverò
Isabella
che diceva che non può sempre andare bene
le nottate di piacere
con Aleksia
lo spirituale e l’erotico si infondono
in lacrime e sogni
e abissi onirici
come la notte
sdraiato in macchina su un parcheggio
ad ascoltare i suoni della strada
la libertà
di vivere fuori dai soliti schemi
l’abisso del sonno
e della spiritualità
e del lasciarsi andare
da ogni compito
con le troppe parole russe
che ieri infestavano la mente
sforzo intellettuale
che toglieva energia
all’erotismo
guadagnato di notte
il piacere dell’amplesso
dei giochi di lei
con le labbra
con la mani
il suo dolce corpo
nel quale affondavo
tra i suoi seni
baciandoli
accarezzandoli
sprofondando nella sua bellezza
anche quando la spiritualità
sembrava avvolgermi di più
dell’erotismo
la cappa nera del futuro
il lavoro
la relazione con Marina
i soldi
le gite e le uscite con lei
troppi pensieri
e questo mio corpo
che comincia ad essere stanco
dopo la voluttà infinita
con Leida
voluttà demoniaca
e la voluttà spiritualizzata
con Anna
Madonna munchiana
di puro piacere
che ancora mi infonde i pensieri
come una Madonna lungo la via
che nonostante tutto
continua a sorridermi
anche quando andrà via
nel mese che una volta
consideravo il peggiore
agosto
lontano da tutti
mese di vacanze
senza vacanza
una sola “vacanza”
come “mancanza”
lei che andrà in Romania
per fare la patente
e qui mi rimarrà solo Marina
e un mese dove forse ricaricare
i miei desideri
le mie voglie
mentre forse la musica manele
non incanta più
dopo aver rivisto Stas
che parlava di Larisa
e Dmitrij
loro al mare
il bambino che si estasiava
alla visita della bandiera americana
sulla spiaggia
storie autistiche
di un Est
che l’estate scorsa
mi mandava
all’inferno
tra quei libri russofobi di Aleksievic
Leida che mi estasiava
e mi condannava
al crederla via
la depressione
della fine dell’università
il saltare di tutti gli schemi
l’incertezza e la nerezza del futuro
dai quali mi lasciavo stupidamente
travolgere
non c’era serenità
c’era solo una cappa oscura
quella che quest’estate
non voglio riprovare
ricordando le nottate erotiche
con lei
con la ragazzina romena
la sua luce celestiale
come gli occhi di Marina
e le uscite con lei
desiderio erotico che si spiritualizza
e non si perde più
nei meandri infernali
del desiderio impazzito di erotismo
come l’anno scorso
con Leida
ritrovo la mia anima pura
che vuole ancora amore
che non si preoccupa più
delle nottate che devono essere
tutte perfette
la vita va avanti così
nel suo divenire
tra dei momenti
stupendi
e altri di meno
non può essere tutto in costante ascesa
come una scala mistica
che si perdeva nella musica
ipnotica
manele
con lei passavo la notte
i giorni
attimi di puro onirismo
nelle profondità dell’anima
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e rimangono le visioni di loro
di lei
di Marina
di Anna
e tutto si confonde e si perde
che quasi le parole
e i pensieri
e le immagini
non coincidono più
si volatilizzano
e della mia carriera erotica
vorrei solo farne una lunga pausa
per inebriarmi di spiritualità
e momenti di vita
tra paesaggi lacustri
città antiche rinascimentali
opere d’arte
sorrisi di lei
di Marina
le dolci parole tra noi
che non si sa dove porteranno
e rimane la visione futura
di infinita ispirazione
di un cristallino azzurro dell’anima
che non si sa di cosa ancora mi riempirà
lavorare sarà forse più facile adesso
anche studiare
anche non abbattersi più
di pensieri negativi
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e rimangono i ricordi
degli amplessi
della voluttà
della musica ipnotica
dei momenti con lei
e un divenire del tutto aperto
senza più
precisi obiettivi
e manie di perfezione
tutto va e tutto viene
sono immerso nella celestialità
della loro bellezza
Marina e Anna
che non c’è più niente da desiderare
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e la loro celestialità
scardina il tempo
il passato il presente e il futuro
e tutto convive come in una canzone d’amore
dalle mille sfumature
in un coro spirituale
ed angelico
si perde l’immaginazione
e si perdono le parole
tutto sa di celestialità

Questa scura pesantezza…

“Non mi ricordo come lo vuoi, normale o lungo?” “Cosa?” rispondevo senza aver capito bene cosa sussurrava la barista, Bruna, quella più grande di qualche anno, sempre vestita di nero, “Il caffè…”, “Non lo so, è uguale…” “Ah, come viene…” rispondeva mezza sorridente lei, e dopo qualche secondo mi porgeva la tazzina sul bancone del bar… non avevo voglia di scrivere, di rimettere assieme i pensieri, dopo che ieri mi guardavo l’ultimo film di Cristian Mungiu: “Baccalauéreat”… film romeno dove solo in Romania la gente può parlare così, che sembra che strascichi le parole, che sia troppo stanca per parlare, tutti mezzi spenti, che quando parlano sembra che piangono, come diceva un’amica ucraina una volta… film che dipingeva i mille difetti degli uomini, delle donne, delle ragazzine, con quel padre troppo preoccupato per la maturità della figlia, pronto a spedirla in un’università inglese pur di farla scappare dal nulla rappresentato dalla Romania, dalla mancanza di prospettive… la figlia che il giorno prima della prima giornata di esami viene assaltata da uno che cerca di stuprarla, ma non ce la fa, il che non lascia la giovanissima priva di emozioni negative, a dover combattere lo shock… il padre che ha una relazione segreta con una trent’enne, già con un figlio di sei o sette anni, divorziata, la moglie di lui che ormai non partecipa più attivamente alla relazione, che si preoccupa solo della figlia, lavora stanca in una biblioteca e continua a fumare sigarette… la polizia corrotta che suggerisce al padre Aldea in questione di truccare gli esami della figlia rivolgendosi a persone di dubbia reputazione, e cominciano i guai… la figlia che non vuole truccare gli esami, lei che ad un certo punto vorrebbe anche non andarsene in Inghilterra, ma rimanere in Romania, vicina al suo ragazzo Marius, il quale il giorno dell’aggressione passava proprio di lì, davanti a lei, vedeva ciò che stava per succedere ma tirava avanti, senza neanche completare la chiamata alla polizia… un mondo dove ognuno pensa per sé, un mondo senza prospettive, l’inganno degli anni ’90, dove Aldea e la moglie tornavano al proprio paese convinti di poter cambiare le cose, di poter ripartire dopo la caduta del comunismo, e invece le solite magagne, la solita corruzione, la solita povertà e disonestà, e nessuno più che pensa agli altri un minimo, un mondo di puro individualismo, in un paese povero senza risorse… tutta la raffigurazione di una Romania di quella gente che cerca di sopravvivere lavorando onestamente, Aldea, dottore, ma di certo non upper class, visto l’appartamento lugubre in un quartiere da niente dove vive, storie di giovani che vendono macchine rubate dalla Germania, lo stupratore che non viene preso, la polizia che più di tanto non può fare, se non scoprire ad un certo punto i contatti malati di Aldea, che viene anche indagato… un film che dipinge quel mondo depresso romeno che vedevo ormai una quindicina di anni fa, forse di più, dove davvero non c’è niente, non c’è una borghesia che dia l’esempio, non ci sono risorse economiche, ognuno cerca di andare via da lì, c’è diffidenza, e si sogna solo l’Occidente, come anche si vedeva bene in uno dei primi film di Cristian Mungiu: “Occident”, appunto… le critiche sparse anche alla chiesa, ai pope, che più che superstizioni e gente a cui fare ultimo appello non sembrano essere, come veniva ampiamente descritto in “Dupa dealuri”, penultimo film di Mungiu… sì, non c’era davvero niente, non una nota di solarità, di vivacità, di positività nel film, forse solo nell’ultima scena, dove la ragazzina alla fine chiede al padre di farle una foto insieme ai suoi compagni, il giorno della premiazione della maturità, a scuola, il suo sorriso, il sorriso di questa adolescente che si avvia all’età adulta, e dove in tre quattro giorni di esami ha visto tutto quello che può essere la vita adulta, la fine dell’età dell’innocenza, il padre con una relazione segreta, il matrimonio che si sgretola, l’indifferenza per la nonna che sta morendo di una malattia al cuore, lei che consigliava di farla stare lì la nipote che tanto in Romania si cambierà quello che si può cambiare, poco alla volta, senza farsi prendere dalla smania di arrivare, di arrivare in Inghilterra, là dove la figlia non vuole più andare, un mondo fatto di individualismo e dell’ognuno pensa per sé, l’egoismo dell’amante trentenne che vuole saldare quella storia segreta, quella trentenne che ormai ha in mente solo il figlioletto, e questo padre che si preoccupa troppo, fa di tutto per cambiare le cose, ma alla fine sembra solo commettere errori, incapace davvero di dare un corso alle cose, se non in peggio, se non capendo che alla fine è davvero difficile far cambiare il mondo e le cose attorno a te…

Film che mi rimaneva così, in testa, pensando alla Romania, all’ultima ragazza, a quel mondo senza prospettive, a come anche lei avrà deciso di venire qui, come anche una volta avrà potuto decidere Alina, lei con una figlia in Ucraina, qui a vendersi, che tanto là non c’è davvero niente, non c’è lavoro, non ci sono prospettive, gli uomini si ubriacano e delinquono, ognuno pensa a scappare, ad andare via, perché non c’è niente, come anche vedevo quindici anni fa o di più, là a Iasi, in Romania, con quella donna, Oana, che pur di venire qui sposava forse un po’ di comodo un italiano, per sistemarsi, avere la nazionalità, e ricominciare qualcosa che là proprio non si può avere… ah, queste donne dell’Est, questo mondo dell’Est, che è a volte davvero la mia ispirazione infinita, e non mi sembrava neanche di camminare per le vie della mia periferia italiana ieri sera, se non fosse stato per le persone piene di sorriso, ancora, che mi circondavano, quella gente che portava a spasso le nipotine, che giocavano, andavano sui roller blade, un giovane marito e una moglie con figlio che giravano anche loro attorno al cimitero, lui correndo, lei e il figlio in bicicletta, per qualche motivo di salute forse, o forse solo per benessere, una foto di una giovane famiglia come tante, e le macchine che passavano, belle macchine, di chi forse ha un lavoro decente, il lavoro che in confronto alla Romania qua ce n’è, visto anche i tanti romeni e romene che vengono qui a lavorare, una parvenza, una speranza di futuro, dopotutto non siamo in Romania, e anche le voci, le parole italiane erano più vive, meno spente, meno sussurrate, che non quelle del film, e di molti romeni o romene che ogni tanto sento parlare qua attorno…

Me ne andavo a dormire così, senza pensarci troppo, senza esagerare con il computer e la sua roba, quella serie televisiva che ricominciavo a guardare in inglese, “The vampire diaries”, che non mi faceva più sprofondare nel ricordo nero di Alina, serie che riuscivo a guardare, in inglese, anche dopo quel colloquio andato male, io che se adesso penso al lavoro non saprei da che parte voltarmi, con quell’agenzia che mi aveva chiamato, ma poi non si è fatta più risentire, anche se diceva che avrebbe richiamato, io che non rispondevo per noncuranza… e quella sera dove dovevo darmi al bere per vincere la prigione che mi sembrava di sentire, sempre la stessa casa, la stessa gente, quei lavori da meccanici, di mio padre, di Marco, del vicino, quell’alcol che bevevo forzatamente, mentre mi tornavano alla mente tutti i deliri antialcolici, dai musulmani che passavano, ai Bahaì dentro di me, agli avventisti come Eugenia, l’altra ragazza romena a cui pensavo in questi giorni, lei ormai sperduta in Malesia, in un “health center”, quell’alcol che proprio non mi andava giù, mentre ieri scoprivo che Romania, Ucraina e Russia sono tra i primi paesi più alcolizzati del mondo, l’alcol, la droga dei poveri, dei poveracci, quelli che bevono per disperazione, come anche una volta a me succedeva, e che dicono che bevono sia per disperazione, ma anche per fare festa, non si sa, l’alcol che provoca liti famigliari, percosse, violenza, come anche da me una volta succedeva, con mio padre, l’alcol, la Romania, il lavoro…

E non pensavo più di tanto al lavoro quest’oggi, mi bastava stare così, a casa, a leggere qualche articolo in tedesco, dopo che Marina mi si rifiutava l’ultima volta, domenica scorsa, rifiutava di uscire, e avevo quasi la voglia di sentirla, ma non mi posso far sentire sempre io, pensavo, lasciamo perdere, lasciamola perdere, e leggevo svogliatamente in tedesco, senza neanche capirci troppo, e magari mi sarebbe piaciuto passare al russo, a quel libro sulla Russofobia, di Guy de Mettan, in russo, ma lasciavo tutto al risveglio dopo pranzo…

E mi stavo per addormentare, stavo per finire nel mondo dei sogni, nel silenzio, senza musica, quando sentivo suonare il cellulare, chi era, mi chiedevo, qualche agenzia che sta per chiamare? Non avrei neanche voglia di rispondere, ma rispondevo, ed era Marina… come va, come non va, lei che era stata all’opera sabato scorso, lei e la Bohème, le lunghe pause di mezz’ora tra gli atti, lei che andrà a vedere il balletto di “Sogno di una notte di mezza estate”, domani, e poi lunedì per quattro giorni al mare, a Rimini, con una sua amica… niente, non vediamoci questo fine settimana, le dicevo, visto che lunedì devi partire, e poi lei che mi diceva di una fantomatica spiaggia sul lago di Como, mi diceva anche il nome, ma mi dimenticavo, io che le proponevo di andare in gita a Mantova, un giorno di questi, più avanti, quando ci sarà meno caldo, io che non speravo neanche più di sentirla lei, ormai quasi dimenticata, lei e le nostre parole in italiano, quel russo che si sta per dimenticare, quel lavoro di call center in doppia lingua, inglese e russo, al quale anche lei faceva domanda, il lavoro, quello che lei mi diceva che ho con mio padre, almeno, che ho una casa, che sono al mio paese, che qualcosa troverò, il mio silenzio infinito e la mia preoccupazione senza sosta sul futuro, visione nera, mi preoccupo troppo, per ora ho questo lavoro, poi non si sa, non ti preoccupare mi diceva, ma non ci credevo più di tanto, quando la nerezza ti invade… e la salutavo, ci si sentirà più avanti, chissà, settimana prossima, non si sa, e me ne tornavo in casa, a dormire, dopo essermi fumato una sigaretta di troppo, e mi abbandonavo al sonno pesante e all’aria condizionata, al silenzio, all’assenza di musica, all’assenza di rumori dell’officina, di macchine, furgoni e altro, e mi tuffavo nel mondo onirico…

E là vedevo una Russia immaginaria, grigia, dai territori sconfinati, dai palazzi e gli appartamenti tutti uguali, khrushovki, non tanto differentemente dal film di ieri sulla Romania, un territorio della provincia russa inoltrata, la depressione, la mancanza di soldi, di lavoro, e mi sembrava di essere nel 2018, anno dei mondiali di calcio in Russia, ma io non ero là per il calcio, e neanche per il lavoro, ero forse là insieme a Marina per le vie della periferia, a non so che fare, e sentivo tutto il mondo diventare più pesante, più lento, tutte le sensazioni inoltrarsi nel nero, come prima di addormentarmi, con la consapevolezza che Marina si era fatta sentire, mi aveva chiamato, e non sapevo più a che cosa pensare, se questa storia andrà avanti, come andrà avanti, cosa c’è tra noi due, e tutto si appesantiva, rallentava, diventava più profondo, andava a scavare un abisso dove non ci sono parole, e mi sembrava di dormire di un sonno senza fine, profondo, che sfiora la morte, il futuro e la morte, la fine del lavoro, che non so se ci sarà, la mancanza di soldi, la mancanza di prospettive, di poter cambiare davvero la vita, il mondo qua attorno, l’assenza di carriera, lo stress per altri lavori che non voglio più provare, e allo stesso tempo neanche la depressione del lavoro con mio padre e Marco, e non so cosa sentivo, non so cosa sento, so solo che quel sonno era dei più pesanti mai sentiti, dopo la chiamata di Marina, e nel sogno compariva forse solo una luce, dopo che il paesaggio di Mantova, città da cui proviene mio padre, si mischiava alla Russia del sogno, di Marina, e nel sogno la sala si riempiva di quella luce bianca, diafana, dalla porta da dove entrava mio padre, mentre io ero lì, in piedi, ad aspettare non so cosa, forse un’altra chiamata di Marina, nel sogno, portarla là, nella città mitica dei miei famigliari paterni, Mantova, e riscrivere la storia di quell’affetto con lei, con Marina, una ragazza russa, e mischiare il dialetto dei miei con la lingua di lei, giocare all’affetto del padre, del futuro, del lavoro, con il futuro di una vita legata alla Russia, o se non una vita, attimi del futuro, e tutto si mischiava, in quel nero, la Romania, quei giorni in Romania insieme a mio padre, io, da ragazzino, senza mia madre, il sogno delle ragazze dell’Est, la povertà, la miseria, il futuro che manca, il lavoro, le relazioni con le ragazze, quella chiesa ortodossa, la morte, il futuro, le relazioni, il lavoro, la morte, i sogni, la pesantezza, i mondi onirici, là dove non bastano più le parole, e il risveglio dal sogno, la pesantezza, mio padre che ancora pranzava in cucina, io che cercavo il secondo caffè della giornata, in ufficio, il lavoro che oggi non c’era, Marco che era via, i soldi che bastavano per la spesa, i soldi di domani forse da mettere da parte, a questo punto, per uscire un giorno con Marina, il risveglio e la carica erotica che sta per tornare, ma più di tanto non mi interessa, un desiderio erotico romeno, o non si sa, un altro caffè, un’altra sigaretta, dei sogni profondi, la pesantezza, l’assenza di sogni ad occhi aperti, la pesantezza, un caffè e un’altra sigaretta, non mi va di scrivere e di pensarci più, non preoccupiamoci troppo, per ora ho un lavoro, una casa, vivo nel mio paese, non preoccupiamoci troppo, come diceva Marina, questa scura pesantezza…

Ubriaco d’amore, di ragazze, di musica…

E sono solo un drogato di musica, come ieri sera, le infinite nuove canzoni pop e dance in lingua romena, viaggiare con la mente, con la fantasia, con le sensazioni, di pensare una domenica sera a bere qualcosa insieme a Marina, che mi sembrava più bella in quelle sue foto di VK, una ragazza quasi desiderabile, di bellezza sopraffina, se solo i ricordi non me la facessero vedere in modo diverso, diverso da quei suoi tratti così fortemente russi, slavi, che per un attimo guardando l’immagine di lei mi sembrava di vedere il volto dai tratti slavi di un’icona medievale di Cristo, i tratti slavi, lei, la ragazza, che con la sua bellezza del volto scacciava quasi ogni fede… e mi ubriacavo di emozioni, e di sensazioni, la sera, quando ricordavo anche il volto sorridente, quasi d’amore, di Olimpia, l’altra ragazza romena dell’università, che la prima volta che la vedevo mi sembrava di scorgere in lei il volto di pura semplice bellezza di Andra, come se fosse tornata dall’armadio dei ricordi, e quel suo sguardo, quel suo sorriso, facevano decollare decine di canzoni romene, le cui parole di colpo mi sembravano comprensibili, e mi ubriacavo di più alla vera fonte di tutte le lingue: la musica… e la serata passava così, mentre cercavo di non farmi prendere dalla voglia di scriverle, ora che c’è Marina, perché scrivere a Olimpia? Ma non ce la facevo, con Marina non sono assieme, non c’è stato niente tra di noi, sono ancora formalmente libero, e lasciavo andare quel messaggio, che le chiedeva semplicemente come fosse andata a Barcellona, dove lei ha visitato il museo di Picasso, visitato la Sagrada Familia, e in quel messaggio e in quelle parole non so più cosa c’era, se tutto il mio amore che non si può ancora esprimere per Marina, o se cercavo ancora qualcos’altro in lei, in Olimpia, nella sua lingua, nella musica nella sua lingua, e mi ubriacavo di foto e di musica, di foto di ragazze, come Marina, come Olimpia e la notte si disperdeva nella musica e nei sogni… e mi ubriacavo ancora quando vedevo la foto di Elvisa e provavo a vedere quando ci eravamo sentiti l’ultima volta, novembre, vedevo, quando lei mi passava musica bosniaca romantica, e non la ricordavo più, vedevo solo vagamente nel suo volto un qualcosa di romeno, di simile ad Anna, e provavo a scriverle qualcosa, di come si fosse trovata in Ucraina, nel suo viaggio di lavoro, ma la risposta non arrivava subito, ed accoglievo la notte nel sonno, senza cercare più, per un po’, per non so quanto, quella ragazzina di strada romena, che non so neanche quando rivedrò… e non mi accorgevo che così non facevo altro che sprofondare sempre di più nelle sensazioni, nei sentimenti, in un amore che non ha oggetto o ragazza precisa, ma che si inebria da sé, alla visione di quelle ragazze, all’ascolto di altre lingue, di nuova musica, e la mattina mi dovevo solo rendere conto, leggendo quel messaggio di risposta di Elvisa, che le mie lingue non sono fatte per lavorare, come ha fatto lei per la lingua russa, ma sono solo lingue che si disperdono nella musica e nella poesia, nella letteratura, nell’arte, nel piacere di sentire altre combinazioni di lettere, suoni, accenti, lontanissimo da razionalizzare qualsiasi linguaggio, di fare qualsiasi discorso, e mi tornava in mente quel giorno in università, quando a lezione di conversazione russa Oksana ci metteva in cerchio, per parlare, per inscenare una presunta vacanza in Egitto, ed io ero ubriaco di amore, dopo la nottata con Alina, ubriaco delle sue parole russe, del suo corpo, del suo profumo, della sua bellezza, ed ero anche ubriaco di birra, di alcol, in quell’estasi alcolica, erotica e musicale che sapevo provare solo un tempo, ed era lì che mi accorgevo che la lingua russa mia non è fatta per lavorare, ma solo per vivere e amare… e ritornava tutto questo, con la dolcezza di una volta, come quegli anni di università, in mezzo a tante ragazze, che mi sembrava di recuperare a distanza, Marina per telefono, Olimpia per chat e per le foto, Elvisa in quei messaggi e in quella musica, e mi sentivo quasi rinascere, di un piacere sottile ed effimero, volatile, pieno di luce di nuovi suoni, e non sapevo più che farmene di aspettare il messaggio di sabato o non si sa quando, quando forse capirò se un’uscita con Marina è possibile, la sera, un aperitivo, al quale non ci tengo più di tanto, ma tengo solo alla sensazione di perderla, di perdere una compagna con cui parlare, ridere e scherzare, e forse cercare qualcosa di più, o semplicemente rimettere in vita quella sensazione piacevolissima ai tempi dell’università, beato tra le donne… e non so questa ubriacatura d’amore e di sensi dove mi porterà, di certo stamattina sentivo la pesantezza di questo sentire, dopo la leggerezza della notte, lo sprofondare di nuovo quasi in un abisso di piacere, i ricordi di Alina, quella giornata ubriaca in università, la lingua russa, e mi perdevo ricordandomi solo dell’ultima notte con la ragazzina romena, di quel pomeriggio a Como con Marina, di quell’attesa di sentire qualcosa da Olimpia, e ancora qualcosa da Elvisa, che non si capisce più a cosa io stia puntando, a qualcosa di più, mi dicevano, ma davvero non si capisce più a chi io stia puntando, ubriaco e innamorato dell’amore e delle ragazze, delle lingue straniere, che potrebbero diventare il mio lavoro solo se fossi un artista della parola, della musica, dei versi… e mai e poi mai sarei riuscito a passare una giornata di lavoro nelle autofficine, e già lo capiva mio padre, sembrava capirlo, dallo sguardo, questa mattina, quando entrava in casa per un attimo a lasciar giù l’insalata dell’orto che Marco aveva portato, e lo sguardo di mio padre valeva più di tutti, forse capiva che ero incapacitato a lavorare, e fuso d’amore, di canzoni, di ragazze, di sensazioni paradisiache quasi narcotiche, e se il lavoro non va almeno sento queste mie sensazioni ritornare, queste sensazioni piene di voluttà dalla luce diafana, perso nella bellezza delle canzoni, della musica, delle parole, delle ragazze, che non so più neanch’io quanto me ne importi di parlare in russo, in inglese, nelle altre lingue studiate, ne farei solo musica, ascolto, capire le parole altrui, ma non avere niente da dire, da raccontare, con parole umane, solo esprimermi attraverso la musica, la scrittura, che vorrei diventasse quasi pittura, poesia, diventare un artista dell’anima, lontano dalla frenesia e dal lavoro, dalla razionalità, dalla pressione e lo stress, dalla vita senza un attimo di pausa, una vita sbarazzina e leggera, come quella che mi sembrava di vedere in quegli uffici del call center, forse una vita pressata dal dover parlare con tutti di cose che non interessano, gli acquisti altrui, i reclami e gli ordini, e mai mi ero reso conto prima che parlare di queste cose per me è la morte, non ci sono parole per queste cose, sporcare così le parole straniere della musica e dalla poesia per quelle mercanzie… vorrei essere un artista, e invece sono solo ubriaco di musica, lingue e ragazze, di sensazioni, di emozioni, e non so che farmene della vita, del lavoro, della sua razionalità e stress, dei suoi obiettivi, che mi lascio andare così, a questo languore, e non so più chi io stia cercando, e come un drogato cerco solo l’estasi dei sensi, il languore, quel giusto sentire che inonda l’anima di pathos, l’amore come una droga, la musica come una droga, le lingue straniere come una droga, e io sono solo il loro dipendente… non so che ne sarà di questi giorni, di domenica, di sabato, di altre notti, di come gli umori ancora si alterneranno, il sentire dell’anima, se vorrò ancora ubriacarmi di musica, canzoni e ragazze, so soltanto che in una fase così mai riuscirei a lavorare in un ufficio, in un’autofficina, vorrei solo tradurre, tradurre testi infiniti, vivere la mia vita solo dello spirito delle lingue scritte, senza aver bisogno di dire una parola, così, ubriaco d’amore, di ragazze, di musica…

In questo caldo di luglio che non mi dà tregua…

Un pomeriggio al parco
immerso nel verde
disperdersi in letture
di parole che non sono le giuste immagini
realtà come dei sogni
surrealismi magrittiani
di ricordi che non avevano le didascalie giuste
desideri infranti
e spezzati
spostati dal vero luogo dei sensi
immerso nel verde
ancora una volta
dove là c’era Andra
tempo fa
desiderio nascosto nel tempo
e sentire la voglia
di un pomeriggio alcolizzato
per cercare chissà quale ispirazione
provare a resistere
per sentire solo il discorso di due pensionati
che passavano di lì
ho smesso di bere
ho smesso di fumare
ho smesso tutte quelle cose lì
ora sono a dieta
non devo mangiare
ma non ce la faccio
a dimagrire
e per un attimo sentirmi
come un povero vecchietto pensionato
senza poter ubriacarmi
senza poter darmi ai piaceri
autodistruttivi
esempio che mi veniva
dalla bocca di persone altrui
inondate negli anni
più avanti
resistere all’estrema chiamata alcolica
al disfarsi di tabacco
cercando di lasciare passare la voglia
unico vero sistema che potrà funzionare
per smettere di fumare
così come era per bere
mi viene la voglia
ma basta aspettare
e la voglia va via
pomeriggio di letture
con quel romanzo norvegese
di capitale di overdose d’eroina
storie malate
di mafie e immigrati
spacciatori
storie di criminalità
per sentirsi davvero quasi un santo
immerso nel verde
per non pensare più
al colloquio andato male
alla figura da quattro soldi
di un inglese che non so neanche più
se so parlare
liberarmi dei miei fantasmi
dei miei demoni
e tornare a cenare
dopo la solita passeggiata
e la notte quanta sete
di alcol
doveva nascondere
quali estremi desideri
di farla finita
con tutta quel nervoso e quella pressione
inondarsi di alcol
per non pensare più
e darsi al canto invece spirituale
alternato a nuove canzoni dance
di una Romania immaginaria
là dove le manele non bastavano più
una doccia sul finire della serata
per far calmare i bollenti spiriti
e un sonno presto
che si disperdeva in sogni erotici
di una Leida
che non smette mai di morire dentro me
eccitazione folle
che si lasciava allontanare di qualche giorno
di qualche notte
per non seguire ogni volta
l’elettrizzante chiamata
all’erotismo
e svegliarsi più tranquillo che mai
senza sapere cosa farmene del giorno
della mattinata
con il solito giro di pensieri
e occupazioni
e quel portale dei mondi virtuali
che oramai non andava più
contrattare con mio padre
un nuovo portale
che mi dava l’ebbrezza
della novità
di uno scarto dei tempi
di un oggetto ormai decrepito e obsoleto
ma dall’estremo valore simbolico ed affettivo
dei tempi ancora
di
Katia, Amalia e Julia
rinnovare il tempo
e gli oggetti
con il desiderio sfrenato
di fare nuovi acquisti
e rifarsi anche quel dispositivo per chiamare
che oramai hanno tutti
la sete degli acquisti
di spendere
di lasciarsi andare ai desideri sfrenati d’acquisto
come per vincere la sconfitta
di una giornata andata male
carica d’ansia
quell’ansia che ancora mi rodeva
e cercare un sonno dopo pranzo
che mai sarebbe arrivato
arrivava solo ancora il desiderio erotico sfrenato
per Leida
e mille altre ragazze succinte
in foto disperse qua e là
sul portale dei mondi virtuali
e prendere la macchina
e fare un giro di giorno
alla ricerca di un’altra di quelle
bella ragazza romena
da sfiorare e toccare e palpare
per godere di giorno
sotto il sole
sotto il caldo
come ai tempi di Andra
e Luminitsa
caldo terribile di luglio
che squaglia i sensi
adocchiare la possibile preda
che però veniva lasciata lì
per non disturbare la fantasia erotica
della romena
di Leida
e forse di quella barista ragazzina
alla quale non riesco mai a dire niente
nei miei silenzi pieni di musica e di canto
tornare dopo un giro infernale
nel caldo di luglio
e maledire ogni cosa
i libri
le virtualità
le uscite con Marina
o con altre ragazze
la mia povera mente bacata che impazziva
di frenesia e ansia e nervoso
dopo aver sgarrato per un attimo la dieta
essere venuto meno ai miei nuovi comandamenti
ma addormentarsi finalmente
nella stanchezza del giorno
dopo le poche ore dormite
questo caldo che non mi dà tregua
e mi fa impazzire
addormentarsi
finalmente sotto l’aria fresca condizionata
senza più musica
e canti e stonature maneliste
che impiastravano il cervello
di spazzatura
come quel desiderio calorico
di un erotismo di luglio diurno
con una ragazza non importa chi
basta che fosse di sublime bellezza
che non c’era
l’ebbrezza degli acquisti
dei soldi
del nuovo consumismo
del tempo che ripartiva virtualmente
con oggetti nuovi senza simbologia
il mondo interno impazzito
e svegliarsi solo nel caldo di luglio
con questa volta davvero
una sigaretta di troppo
che la voglia comunque passerà
scaricare merci in magazzino
e sentire quella quiete che mai sarebbe arrivata
in questo caldo di luglio
che non mi dà tregua

E i ricordi oscuri non possono vincere sul piacere degli ultimi giorni…

Questi ricordi
Mi intralciano la vita
Il nero corvino dei suoi capelli
Il nero dei suoi occhi
Il nero delle sue vesti
Quella maglietta nera e attillata
Che lasciava vedere le sue forme
Quella minigonna scura
Che sfilava ogni volta
Per donarmi piacere
Quei lunghi stivali scuri
Alzati per aria
Il suo volto
Dagli occhi chiusi
Lei che giaceva
Distesa sul sedile
A gustare l’amore
I suoi “Aspetta”
Le sue attese
I nostri tempi
L’amplesso
Le canzoni che mi avvolgevano
Nel fare l’amore con lei
Questi ricordi
Ora riaffiorano
Come quando le chiedevo
Se si ricordava
Che amavo una prostituta
“Mi ricordo”
Lei diceva
Mi sono innamorato di una prostituta
E sbattevo la fronte
Sul volante
Non può essere vero
L’asse del mondo
Si spostava
E il nero calava su di me
Una volta per tutte
A chiudere gli abissi
Una volta e per sempre
Labirinto di sentimenti
Perché hanno inventato
L’amore?
Sarebbe nata solo la follia
Per sconfiggere il nero
E quei ricordi
Vette deliranti
Di passione erotica
Che cancellavano lei
E tutte le altre
Pena la follia
Se dimenticavo l’amore
Ora questi ricordi riaffiorano
E si intromettono nel nuovo
Nei colori di mille tonalità di Marina
Lei che di lei
Ha solo la lingua russa
Niente di più
Una passione che non riesce a involarsi
O forse un vero amore
Che non conosce più
Profondità e abissi
Non so da quale anfratto dell’anima
Queste canzoni ritornano
E il nero del ricordo di lei
Sono cristiana
Diceva
Ortodossa?

Forse scherzando
La passione e la discesa agli inferi
In questi ricordi
Le canzoni di una volta
Mentre dal nero dovrei farne uscire
Tutti i colori
Delle parole di Marina
Ma non riesco
Forse perché lei
Alina
Diceva che l’inglese
È la lingua più importante
Altro che canzoni e suoni
D’oriente
Ucraina e Romania
Passioni oscure
Non introduciamoci
In questi ricordi oscuri
Lasciamo il passato seppellire
Il passato
Si va avanti nella vita
Non può sempre andare tutto bene
Sempre andare
Tutto male
Male e bene che si alternano
Nel corso dei giorni
Ma non poter dimenticare il proprio
Passato
Fare tabula rasa qui
È impossibile
Sarebbe solo deleterio
E i nuovi demoni che mi infestano
Dovrebbero imparare a dissolversi
E a stare silenti
Mi ricordo
Diceva
Parla in russo
Per non dimenticarlo
Diceva
Lei e le sue dolci parole italiane
La sua dolce voce
Dolcezza infinita
Che ancora ispira
Il crollo e la rinascita del tempo
In questa fuga di ricordi
E sentimenti
In questo labirinto bizantino
Di ricordi
E sensazioni
Non so più quale posto
Dare a lei
Alina
Che con il suo corvino dell’anima
Infesta ancora giornate
Colorate e solari
Nel profondo dell’anima
Come un’eterna penitenza
Di non si sa quale dolore
Sfoglierò forse ancore le pagine nere
Piene di icone
E non penserò più
A quanto sia importante l’inglese
Forse per costruirsi una vita
Là dove la vita non c’è
E non sembra esserci futuro
Ma solo un tuffo nei ricordi
E nel passato oscuro
Ma in questo labirinto di sentimenti
Una via d’uscita forse c’è
L’ultima volta
Con lei
La ragazzina romena
L’amplesso
Dopo una giornata dai mille colori
Non tuffiamoci nel passato lontano
Delimitiamo il tempo
Alla bellezza degli ultimi giorni
Non lasciamo il nero invadere tutto
C’è ancora un chiarore
Pronto ad attendermi
E la tranquillità oscura
Non può dettare
Il mio costante e incostante umore
Che non sa più
A cosa accordarsi
Riecheggiano queste canzoni
Queste ispirazioni di una volta
È come se non avessi musica per il presente
È come se tutto fosse rivivere il passato
E riesumarlo e farlo riaffiorare
Per cercare una calma oscura
Che forse non c’è mai stata
Smettiamola con questi abissi
Con questo nero dell’anima
Ma neanche lanciamoci in elettriche
E deliranti luci
Impazzite
Piene di parole
E ideali
Difficile trovare l’accordo
Dei ricordi
Dell’anima
Degli umori
Il passato mi infesta
Non so come uscirne
E queste canzoni fanno solo peggio
Che siano solo dei ricordi
Sbagliati
Di una vita che non c’è più
Il corvino dei suoi capelli
E il rosso
Mi hanno vampirizzato l’anima
C’ forse ancora la quiete
Meglio non amare
Diceva
Si sta male
Già
Meglio non amare
Si sprofonda negli abissi
Con questi amori
C’è ancora una luce!
L’ultima notte
L’ultima giornata
I mille colori del giorno
Le tinte eteree della notte
La ragazza russa
E la ragazzina romena
Le canzoni d’amore
Lo spirito
E la quiete
E i ricordi oscuri
Non possono vincere sul piacere
Degli ultimi giorni

Destino spirituale ed erotico dell’anima…

Destino spirituale ed erotico dell’anima
Manuela che diventa un’icona dorata
Lei e la luce del suo volto
Amalia
Riaffiorata
Dall’abisso dei ricordi
Come una cantante manelista
Denisa
Che invade ogni angolo dello spirito
Con il suo canto
Sette anni e di più
Che riaffioravano
Nel nero della notte
Abisso oscuro
Come i capelli corvini di Alina
Colorati di quel rosso
Fuoco infernale
O passione d’amore senza fine?
Impossibile da comprendere
Come quell’aquila rosso nera
Che per troppo tempo
Mi ha accompagnato
Dai tempi
Di Xhuliana
E le nottate ‘e luna con lei
Vera estasi erotica e sensuale
Poetica e alcolica
Di sempre
Vitalità e languore senza fine
Prima di atterrare nel paese delle aquile
Dopo un funerale diurno
Che di notte si colorava di erotismo
Passione senza fine
Quella notte indimenticabile con Xhuliana
Il paese delle aquile
Idolo che mi avrebbe quasi portato via
Se Alina non fosse venuta
Con la sua carica vampiresca di passione
A portarmi via
Nelle estasi dell’Est, passione senza fine
Lingua russa di una sacralità
Senza confini
Parole che scivolavano via nella notte
Tra gli amplessi
Nelle estasi di canzoni e di alcol
Come dei fiori del male
Risorti nell’anima
Lei e quella sua figlia in Ucraina
Lei che con la sua arte
Ricordava lo sguardo
Spirituale di Andra
Altra ragazza con un figlio in Romania
Là nel boschetto
Quanti giorni
Ai tempi
Quanti amplessi e quanta voluttà
Oriente dell’anima
Destino spirituale ed erotico
Estasi dell’Est
Passione senza fine
E tutti questi ricordi e questo sentire
Riviveva in me
Al ricordo della luce alla fine del tunnel
Il volto candido di Eugenia
Ragazzina romena avventista
Che solo con il suo sorriso e il suo sguardo
Ridavano pace all’anima
La facevano risorgere
Tra i ricordi erotici e spirituali
Facendomi uscire da quegli inferi
Come in una sacra icona
Dopo che il rosso e il nero
Del paese delle aquile
Privato di ogni spiritualità
Mi avrebbe inghiottito come non mai
Sviando l’oro dello spirito
In una doratura idolatrica
Di biblica memoria
L’attaccamento e la possessività
Di Leida
Le sue parole oscure
E infrante di nero
E di nevrosi
Di lavoro
E di un destino segnato
Dal male
Oscurità cremisi dell’anima
Inferi
Dai quali solo un paesaggio transilvano
Liberato dall’antica maledizione vampiresca
Poteva ridonare la spiritualità erotica
Di un panorama che svaniva
Sul volto e sulle curve leggere e dolci
Del suo corpo
Bellezza erotica e spirituale
Di una ragazzina romena
Che spezzava l’incantesimo
Di quella strega
Del paese delle aquile
Una volta per tutte
E i colori elettrizzati e deliranti
Dell’anima
Dove Manuela riappariva
Solo per disperdersi
Tra il volto di Amalia
Di Denisa
Di Leida
Di non so più chi
Doratura elettrica impazzita dell’anima
Solo quei paesaggi potevano salvarmi
E la spiritualità erotica di lei
Romania Ortodossa dell’anima
Canti spirituali
E d’amore
Passione dell’Est
Senza fine
Tra gli abissi e le vette
Nel suo spettro di rosso e di nero
Di azzurro blu e celeste
Di nero e di dorato
Di bianco e d’oro
Colori dell’anima
Che si illuminano nella notte
Nelle mie visioni
Solo per lasciare poi spazio al nero
E alla luce alla fine del tunnel
Il volto candido di Eugenia
Sette anni mi passavano davanti
E poi di più
Tutta la vita
Tutti gli amori
Tutte le estasi
Ritrovando dell’anima il suo oriente
Destino spirituale ed erotico
Nell’ultima notte
Che dà ancora la quiete ed il languore
Ragazzina romena
Che si disperdeva
Nei colori della giornata
Tra la natura di un lago e delle montagne
Tra i colori sgargianti
Di Marina
Ragazza russa che non può far riaffiorare
Tutta l’estasi dei sensi
E la spiritualità funerea ed erotica
Di un Est
Che è l’oriente dell’anima
Tra i suoi paesaggi
E le sue figlie
Visioni di rara bellezza
Languore e piacere
E spiritualità
Si dissolvono così
Tutti gli ultimi anni
Tra ricordi riaffiorati
E viaggi nello spirito
Saltano tutti gli schemi
Le narrazioni
I desideri
Che passeggiando per le vie
Della città
Viaggiando
Ogni rimando
Ad Ucraina e Romania
È come lo spirito risorto
Nel destino erotico e spirituale
E il nero della lingua d’Alina
Si smacchia
Tra i colori vivi delle vesti di Marina
E l’azzurro celestiale delle notti
Di infinita voluttà
Tra le nottate ‘e luna
E quelle di languori senza fine
Rimane il ricordo nero dell’abisso
Da cui l’anima
Si può solo colorare
Di paesaggi spirituali ed erotici
E la luce alla fine del tunnel
Riaffiora e scompare
Mentre l’oro di un’icona
Vince sull’oscurità
Degli abissi
Destino spirituale ed erotico dell’anima

Estasi e amori dell’Est, passione senza fine…

Guardare le icone russe con la loro descrizione su quel libro e ad un certo punto spegnersi, vedere il nero calare su di me, il ricordo di Alina che spazzava via tutto, la giornata scorsa con Marina, i suoi colori, del suo vestito, del lago, delle montagne, un’ondata di nero mi attraversava e il senso della croce, come quella canzone di Marco Masini, voglio volare da te, crocifissione, un senso di nerezza che invadeva l’anima, e le lacrime, e la voglia di abbandonare tutto, mentre nell’icona della discesa negli inferi vedevo me stesso, i miei ultimi giorni di quel 2016, i primi giorni del 2017, con la speranza di ritornare a vedere Alina, di recuperarla, dopo il viaggio dell’anima nell’oltretomba, e tutto il mio amore per lei, finito nel mondo degli abissi… e il nero mi avvolgeva, mi saturava, e chiudevo quel libro, dove non ce la facevo più a vedere e leggere altre icone, e ogni colore e dipinto dell’anima, ogni immaginazione che si colora nella mente svaniva, solo per lasciare spazio ad una sigaretta funerea che fumavo là in giardino, lontano dall’aria fresca della stanza, con l’aria condizionata che innaturalmente saturava questo luglio… un’ondata di nero… e mi buttavo giù, sul letto, chiudevo le persiane, l’aria, ogni dispositivo virtuale, e mi lasciavo andare a quell’ondata di depressione e di nessuna voglia di vivere, e anche le pagine del Vangelo in inglese mi sembravano fonte di mostri, dicerie, storie, senza alcun senso, e il male oscuro mi invadeva… e nei ricordi cercavo di recuperare l’altra notte con la ragazzina romena, unico sogno di pura bellezza, che ancora infondeva l’anima di tranquillità e pace, e sognavo quei paesaggi romeni, tra i monti transilvani, le foreste verdeggianti, il cielo grigio, o forse il cielo colorato di un tramonto, e quel paesaggio era la visione finale dopo la bellezza del corpo e del volto di lei, come una madonna munchiana che si trasformava nell’erotismo, e nella trasfigurazione di tutto il piacere, dopo gli attimi con lei e le curve del suo corpo, quei suoi fianchi aggraziati e quella sua arte erotica, quel suo corpo dai seni abbondanti, nei quali immergevo il volto, e che accarezzavo con la lingua, sui capezzoli, per godere della visione e del piacere definitivo, mentre lei ancora mi serviva con le labbra, mentre la sua voce accendeva di passione eterea ed erotica quegli attimi, prima che lei si donasse a me, con la sua arte erotica, le sue parole, prima che la voluttà di farla mia si perdesse nel suo volto che mi lanciava uno sguardo, prima di iniziare l’amplesso, quei suoi occhi che lei chiudeva, quel suo sguardo acceso e comprensivo, contento, di una ragazzina che sa trovare il bello nella notte, nel suo destino, e le sue braccia, alzate come al vento, libere, si confondevano con la figura del suo corpo, che mi si dava, e la notte aveva quel ricordo, quella voluttà, che cancellava via ogni nerezza dell’anima, in quella visione blu e celeste come la notte, che donava tutto il piacere della bellezza di lei, della ragazzina romena… e godevo anche delle sue parole, con quell’aria fresca che non funzionava, ma che invocavamo, in quella giornata dal caldo estremo, lei che si rivestiva, mostrandomi ancora tutte le curve gentili del suo corpo, dei suoi seni, delle sue gambe, quel suo volto che la fa assomigliare ad una ragazzina d’altrove, esotica, di rara bellezza, e le sue leggere e dolci parole si perdevano nella notte, mentre si puliva, si rivestiva, cercava il verso giusto dei suoi vestiti, i lacci giusti delle sue scarpette con il tacco, e per un attimo la luce interna della macchina illuminava quel paesaggio d’oro, come la luce di sante icone, che richiamavano ancora quell’ortodossia dell’anima che si lascia andare ai piaceri d’amore, là dove tutta la spiritualità si diffonde nell’erotismo, ed era la visione finale, dal piacere immenso, mentre dentro l’anima canzoni maneliste d’amore continuavano a suonare, a riemergere dal profondo, come ai tempi dolci di Andra, come ai tempi di voluttà di Alina, e il passato e tutti i suoi spettri, i suoi ricordi e le sue sensazioni mi riempivano l’anima, mentre quella notte sapeva di voluttà e languore, e di piacere intenso, e di una spiritualità erotica che non lasciava parole, ma solo il canto dell’anima… si ripartiva per tornare indietro e lei, con le sue soffici parole, mi parlava di quel suo cugino e di quella macchina che avevo anch’io, la sua stessa, una macchina sportiva nera, rielaborata in tuning, con l’alettone dietro, foto che lei ritrovava sul suo cellulare, dopo che con la sua soffice voce parlava in romeno con la sua amica, e quella voce e quella lingua coloravano l’anima di colori tersi e celestiali, che si disperdevano nel blu della notte, in un’eterea visione di spiritualità erotica, e quel suo sorriso sapeva di serenità e leggerezza, quelle sue parole, e la notte poteva finire così, con le mie parole che si disperdevano nell’eccitazione del piacere, a ricordare i canti manelisti denisiani, e a rivedere per l’ultima volta la bellezza del suo volto, del suo corpo, del suo sorriso e del suo sguardo, che solo una madonna spirituale ed erotica di piacere mi sa dare, quella ragazzina romena che risvegliava il piacere e la voluttà dal nero della notte… e mi riprendevo da quel ricordo, e non sognavo neanche più la luce diafana del ricordo di Eugenia, le sue parole e il suo sorriso avventista, pieno di luce spirituale, privata di erotismo, e non era più nemmeno lei la luce alla fine del tunnel, come mi sembrava poco prima, perché il ricordo di lei si disperdeva nelle immagini di piacere intenso che una volta c’erano per Andra, e che ora c’erano per la ragazzina romena, e nessuna nerezza mi avvolgeva più, nessuna luce alla fine del tunnel, con il volto comprensivo di Eugenia, con il volto di casta spiritualità, si andava oltre, nel piacere intenso degli attimi di amplesso, e i paesaggi romeni, e le sue chiese e i suoi monasteri si disperdevano in quel sogno, in quel ricordo dell’ultima ragazza, che mi dava ancora l’energia e il piacere là dove ci sembrava ci fosse solo morte e digiuno e penitenza dell’anima, il mio alter ego nero e oscuro, dai capelli e la barba lunga, dal lungo vestito nero, come un pope o un monaco ortodosso, e della voluttà ne facevo un anelito, un ricordo, insieme a quella ragazzina romena che mi invadeva l’anima e mi liberava dal nero e da luci spirituali alla fine del tunnel, dove ormai Eugenia non poteva più niente, lei e i desideri per lei, spariti ormai nell’anticamera dei ricordi… tutti questi anni si mischiavano, questi ultimi sette anni, dai tempi di Andra attraverso gli anni di università, quei giorni di rara felicità e illusione ai tempi di Eugenia, quando tra i corridoi e le aule di università ci si desiderava, si scherzava, si rideva, parlando di Romania e Russia, di ragazze e religione e matrimoni e fidanzamenti e di ogni cosa del mondo, e quei ricordi che avevo dimenticato riaffioravano, facendomi capire che quegli anni di università erano stati dedicati tutti a lei, ad Eugenia, al sogno per lei, che si sarebbe poi disperso quando lei se ne sarebbe andata in Inghilterra, a studiare in una scuola evangelica ed avventista, mentre io la notte cominciavo a conoscere l’ebbrezza erotica come non mai, ai tempi di Xhuliana, di Lorita, passione erotica senza fine, che faceva sfumare il nero e l’azzurro dell’anima, in un rosso fuoco di passione, e di estasi erotica, alcolica e musicale, e poetica, come solo una volta potevo provare, l’estasi dei sensi in tutto me stesso, l’estasi di ogni ragazza dell’est che mi portava via, facendomi godere e sognare, e dentro di me sempre il ricordo principe di quei lontani giorni in Romania, ancora adolescente, al vedere quella ragazzina romena che mi si voleva dare, quell’altra giovane donna che Ruggero si sposava, quella chiesa ortodossa piena di icone, libera da panchine, libera, come per inchinarsi una volta per tutte, e arrendersi, come diceva Eugenia, all’amore, alla passione, alla morte per amore, e accettare il destino spirituale ed erotico dell’anima… avrei perso Eugenia e neanche me ne rendevo conto, quando avrei trovato Alina, e tutta l’illusione delle sue parole russe, delle nostre parole russe, che ricordavano sempre e quasi i diari dei vampiri, lei, vera vampira dai capelli corvini tinti nelle punte di rosso, un sogno di voluttà infinita, un piacere senza confini, dall’abisso del piacere e del languore, quanti giorni e quante notti ubriaco di canzoni dell’est e di vodka e di birra mi avrebbero portato via, e d’erotismo per lei, per Alina, che ogni volta l’anima si riempiva fino al suo fondo, fino all’abisso, e la voluttà mi avvolgeva in ogni dove, fino a desiderare sempre di più, che lei fosse davvero mia, che io fossi soltanto suo, che un’amicizia poteva nascere, qualcosa di più, condividere un destino, lei che come Andra aveva un figlio, anzi, una figlia, lei, in Ucraina, non in Romania, e lei, Alina, che parlava anche romeno, con me, una volta, lingua di chissà quali chiese sperdute, di chissà quali valli vampiresche transilvane, e la notte si colorava anche di canzoni russe, albanesi, le mie preferite, le nostre preferite, lei che diceva che senza musica stava male, canzoni dell’est, amori ed estasi dell’Est… e si sarebbe dispersa anche lei, nell’anticamera dei ricordi e dei desideri, quando ormai le estasi alcoliche, erotiche e musicali non bastavano più, quando l’amore aveva raggiunto l’apice e la follia, quando avrebbe voluto qualcosa di più, quando l’estasi più non bastava, quando il ricordo di Eugenia ormai si disperdeva, e con lei quella luce spirituale del suo sorriso che solo lei sapeva comunicare, e l’estasi erotica alcolica e musicale doveva solo disperdersi in un’utopia di pura sensualità e vette senza abissi, esaltazione dell’anima con Leida, che mi elettrizzava l’anima e il corpo, tutti i sensi, mentre cercavo di dimenticare la vampiresca Alina, il suo nero, le sue estasi, solo per trovare piacere erotico senza confini, i salti dell’anima, i passaggi dell’anima, le sue stazioni, le sue fasi e i suoi ritmi… due anni passati così, quasi tre, con lei, rivedendo Eugenia per un breve periodo, rivedendo per due notti Alina, là dove l’asse del mondo si spostava, e dove il baratro che era iniziato dalle vette elettriche con Leida si sarebbe aperto, facendomi sprofondare in quegli inferi che solo un’icona possono trascrivere, con tutti quei ricordi di vita, deliri storici, passioni dell’anima, vette e abissi, là dove solo Alina mi poteva far sprofondare, senza più la luce di Eugenia, con tutte le estasi e gli amori dell’Est, le sue ragazze, la sua musica, le sue lingue… estasi e amori dell’Est, passione senza fine… e mi sarei perso così, dopo l’abisso, avendo quasi dimenticato tutte e tutto, tutti quei ricordi di università, con Eugenia, l’amore vero per Andra, l’antico amore, mi sarei perso, nel ricordo di Alina, e sarei uscito dall’abisso solo impazzendo del volto dorato di Manuela, e poi di Leida, e poi nelle parole russe con Marina, come per cercare di sovrascrivere l’estasi e gli abissi con Alina, quando tutto doveva ritornare, dopo il viaggio negli inferi rosso e neri per Leida, per spazzare via tutto, dall’anima, e ritrovare solo il ricordo paradisiaco primigenio, quei paesaggi romeni e quella chiesa ortodossa, quelle icone, quegli sguardi spirituali di quelle ragazze romene, Andra, lo sguardo d’amore di Alina, tutto si doveva spazzare via, ogni costruzione psichica impazzita, fatta solo di erotismo e materialità, edonismo e vita votata agli istinti e all’ignoranza, idoli di antiche aquile di sogni quasi pornografici con Leida, del ricordo impazzito di Katia, di quelle tre prime ragazze russe assurte a divinità dei ricordi, tutto si doveva spazzare via mentre l’estasi spirituale ed erotica mi riportava dalle ragazzine romene, le sole che danno quella ispirazione infinita che spazza via ogni costruzione dell’anima astratta e artificiale, solo per rimanere così, sospeso tra il nero d’Alina e i paesaggi dell’anima eterei, dimenticati gli inferi rossi e neri, e i ricordi di luci diafane come ai tempi di Andra, come la luce alla fine del tunnel nel sorriso di Eugenia, Romania dell’anima, oriente dell’anima… estasi e amori dell’Est, passione senza fine…

E tutto si dissolve nella musica e nel canto…

Le foto di Eugenia
Avventista modella in Malesia
In missione
Bellezza acqua e sapone
Dal sorriso e dallo sguardo illuminato
Gli anni sono passati
E ancora il suo fascino si fa sentire
Gioco di opposti e di estremi
Lei e le sue regole avventiste
Io e la mia antica passione diabolica per Leida
Gioco di estremi
Che mi avrebbe distrutto
Alina e il rosso e il nero dell’anima
Quasi due anni dopo
La depressione
E il risveglio
L’asse del mondo che si spostava
La passione per lei
Che ora non so più cosa ci faccio
In questo pomeriggio
A guardare foto di Eugenia
Come per rinnovare l’antico senso di Romania
Che anche lei aveva
Quando l’unica Romania che mi rimane
È quella della notte
Con Anna
La ragazzina romena
Che con i suoi colori perlacei ed azzurri
Dava quiete all’anima impazzita
Dove solo la spiritualità erotica
Può portare
Lei e il suo sguardo
Il suo sorriso
Una Romania dell’anima ritrovata
Che ora non ha senso guardare ancora icone russe
Dopo le decorazioni delle chiese di ieri
Sul lago di Como
Con Marina
Esagerazione di immagini sacre
Che non regge più
Come non reggeva il mio andare in chiesa
E non regge
Neanche il monaco nero e oscuro dell’anima
Mio alter ego
Che vorrebbe combattere
Contro quel vizio del fumo
Gli eccessi
Ed ogni piacere
Come un digiuno senza fine
Si vive così nel mondo
E non si vive di sola aria
Neanche quella respirata ieri
La fresca aria di montagna con Marina
Che neanche delle sue foto
Non so cosa farmene
E delle vite altrui spiate nelle pagine
Dei mondi virtuali
Si rimane senza letture
In questo pomeriggio
Di luglio
Dove nessuno stimolo sembra raggiungermi
A parte
Le infinite canzoni maneliste
Di Denisa
Che si spegnevano dopo il pranzo
Nella visione dorata
Dei capelli suoi
Di una cantante
Che si sovrapponeva
All’immagine di Amalia
E di Manuela
Sogno dorato
Nel quale perdersi per sempre
In un mondo onirico
Dove vivono solo musica canto e visioni
E la visione si perdeva così
Nel sonno che avrei voluto quasi
Fosse infinito
Non rimane niente
Per scardinare l’anima
Da questa quiete
Ogni cosa diventa di troppo
I ricordi e le ragazze
Il mondo della mia vita e dei miei ricordi
Che nella loro molteplicità
Si disperdono
In un nulla
Insieme alle altre compagne di una volta
Spiate sui mondi virtuali
Ragazze che non mi possono dare niente
Mentre il sogno di Manuela e Denisa
Era un sogno
Di quel qualcosa di più
Che non riesco neanche a trovare con Marina
E non so più chi voglio
Cosa voglio
Ancora una volta
E mi disperdo
Senza sapere più
Cosa posso dare
A chi posso dare
E non rimane niente
Una scia di sensazioni
Come una musica senza fine
Un canto interrotto
E un anelito
Che si disperde nell’atmosfera
Mentre già temo
La settimana che incomincerà
La sua frenesia
I suoi lavori
Quella pesantezza della vita
Che ieri Marina mi contestava
Dalle mie parole
Troppo oppresse
Liberatesi solo nella notte
Insieme all’erotismo e alla bellezza della romena
Che tutto per Eugenia
Era un’illusione
E un’utopia
Di un mondo religioso
Che non mi appartiene
Inutile illudersi ancora di utopie paradisiache
Che strizzano solo l’anima
Facendola impazzire
E morire
Si ritrova la vita così
Nella sua assenza di schemi
Tutti gli schemi saltano
E tutto si dissolve così
Come un canto
Come la musica
E non resta più niente
Solo piacere e languore
Nella musica d’amore senza fine
Dove si disperdono i sogni e le visioni
I ricordi di ragazze passate
Gli schemi di storie passate
Di intrecci e colpi di scena dell’anima
Di alti e bassi
Vertiginosi
Si riaccorda
La mia anima
Solo nell’oro di un sogno per Manuela e Denisa e Amalia
Come un’icona
Che lascia spazio solo
Al sentire sereno
Senza tempeste dell’anima
E tutto si dissolve
Come musica
In un canto
Senza tornare indietro nei ricordi
Tutto convive
Ogni sensazione
E l’unica quiete è l’estasi spirituale erotica
Che fa quasi dimenticare
L’utopia di amore e di storie
Del giorno passato
Si vive così
Con gli schemi che saltano e si dissolvono
Ed una lunga scia di voluttà piacere e languore
Mi avvolge
Per sentire la leggerezza
Librarsi in me
Volare
A spirale
Come l’aquila delle montagne
Nell’azzurro del cielo
Nel verde intenso della natura
Nel blu della notte
Che sapeva soltanto
Di estasi spirituale erotica
Là dove
Le parole e le visioni non bastano più
E tutto si dissolve nella musica
E nel canto

Là dove il mondo finisce…

I dipinti di Munch
Vedere il proprio passato
Andra dai capelli rossi
Le sue lentiggini
L’ovale del suo volto
Il suo sguardo perso nel vuoto
Dell’esistenza
In mezzo ad una rotonda
A vendersi
Vicino alle porte del boschetto
La natura e l’erotismo
Fatto d’amore
Di misericordia
Quegli anni dove tutto filava
Nella quiete
Solo con un vago senso
Di dover arrivare
Allo studio definitivo
Quello che mi avrebbe riconnesso
Alla Russia
E alla sua lingua
Ai ricordi di lei
Andra
La romena
Che già nell’immaginario
Lei era icona del passato
Di un amore che non avevo mai ammesso
Nel ricordo di lei
Tutta la passione
Che ritornava
Al ricordare
Anche Alina
Di fronte a quelle icone ortodosse
Un’invasione di nero
Come il saio di un monaco ortodosso
“Se vuoi andare in chiesa
Vai in una chiesa normale”
Diceva
Le icone
I canti spirituali ortodossi
La Romania
Quella volta in quella chiesa ortodossa
A Iasi
Visione finale
Dove finisce il mondo
Quegli inchini mancati
Quelle icone dimenticate
Quel ricordo di quella ragazza
Noi adolescenti
Le prime attrazioni
Piene di pathos
La fine di ogni ricordo
L’alfa e l’omega
La visione di Eugenia
Lei e il suo essere missionaria
In Cristo
Sentire ortodosso cristiano
Là dove finiscono i ricordi e la fantasia
Dove finisce il mondo
Là dove l’ultima volta
Con la ragazza romena
Sentivo aprirsi le porte di un quieto paradiso
La fine della dorata voglia
Idolatrica e impazzita
Di desideri erotici estremi
Con Leida
Il colpo di coda del suo desiderio perverso
Che ritornava in me
Ad infestarmi
Per l’ultima volta
Come un porno vissuto e di cui lei era l’attrice
Lei e le sue parole che sfiorivano via
Si dissolvevano
E in me l’estasi e la mania erotica
Ansiogena
Che troppe volte mi aveva fatto perdere
Per Manuela
Tutto si risolveva
Nel vedere la mia vita
In quei quadri di Munch
Rivedere nella sua Madonna
Alina e l’ultima romena
Visione trascendentale di un amore erotizzato
Dopo l’amplesso
La trasfigurazione dell’amore nell’erotismo
La malinconia
E quei giorni e quelle settimane
Nel desiderio di Alina
Sentire norvegese quasi depresso
In quei mesi grigi
Senza di lei
Senza ammettere di averla amata
I colori rossi e neri
Dell’autoritratto del pittore
Qui all’inferno
Dal quale si esce
Nel quadro della vita
La donna bianca
La donna rossa
La donna nera
L’urlo che ricordava il finire
Dell’università
L’angoscia che mi pervadeva
La perdita di riferimenti e di senso
Il nero che mi inghiottiva
La depressione più possente
Quasi a scavalcare il tempo in sanatorio
Del pittore
A ricordarmi i miei mesi di degenza
Dieci anni fa
Per mesi
Solo per ritrovare la quiete
E l’addio al racconto romanzato di una vita che si vive
Con troppi generi e troppe parole
Che si fanno trappola della mente
La visione lineare della vita
Tutto tesa a salire
In una linea del tempo
Orizzontale
Che credeva ancora nel progresso
Qui è l’alfa e l’omega
Dove tutti i ricordi e le passioni convivono
Si spezza la circolarità
Si spezza la linearità
Ora vivono i sentimenti
In coesistenza
Dei ricordi delle ragazze del passato
Che ieri mi travolgevano
Di fronte ai dipinti
L’assassinio di Marat
La ferita e il colpo
Che si sentiva
Dopo aver lasciato Alina
Colpo mortale
Un amplesso di oscurità
Dopo le vampiresche notti erotiche
Come quel quadro
Che ricordava il bacio di Leida
Sulla fronte
Solo per ritrovarvi poi
Tutta l’estasi erotica
I mesi dopo
E la quiete dell’erotismo
Che si trasformava in follia e mania
Come a ribaltare l’animo umano
Scappando dall’umanità
Che volevo perdere
Per una vita fatta di estasi orgiastica e dionisiaca
Come quegli scritti di Nietzsche
Che preannunciano solo
L’esaurimento
Per una vita che si fotte
Il messia si dimette
E pensa solo alle cose piccole della vita
E il suo volto sa ora di icona
Ortodossa
Segretamente custodita
Nel fondo dell’anima
Come quella donna che andava via dalla Romania
Con le sue icone
Per raggiungere l’Italia e sposarsi
Portando dietro di sé
Ciò che la legava al suo paese
Romania
E qui finisce il mondo
Oltre quei dipinti
Di via Karl Johan
E gli spettri
I fantasmi della pubertà
Le spiagge norvegesi disperse
In una natura che tutto travolge
Come la transilvanica foresta
Di settembre
Tra il grigio e il verde intenso
Di un mondo che non conosce la frenesia
Spirito ortodosso
Che si disperde nel paesaggio
Di una natura che travolge
E che si appresta a cancellare
Tutti i racconti lineari del passato
Ormai fuori dai cardini del tempo
Tutto ora convive
L’alfa e l’omega
Dell’anima
Senza linearità
Il ricordo finale
Là dove finisce il mondo
In quella musica denisiana manelista
Che ricordava
Ragazzine che baciavano le icone in una chiesa
Musica d’amore
E di passione
E malinconia e sofferenza
Che si innestava
Sui cori della chiesa ortodossa
Cori spirituali
Dove solo le lacrime
Per Andra
Per Alina
E per Eugenia
Davano significato al mondo
L’ultima romena
La vittoria sull’idolo d’oro
E il blu e il nero e il bruno e tutti i colori
Più intensi
Più fulvi
Più cremisi
Si infondevano nell’anima
Che pitturava il passato
E la fantasia
Descrivendo nella ricerca dell’anima e della psiche
Nuovi quadri dei sentimenti
Senza più una versione ufficiale
Della mia biografia
Dove tutto era rielaborazione di
Colori
Forme
Ricordi
Ispirazione infinita
Nel volto di Andra
Nelle notti con Alina
Nei giorni con Eugenia
Romania
Là dove finisce il mondo
Dove si disperdono i ricordi
In quel giorno
In una chiesa ortodossa
Là dove finisce il mondo
E comincia tutto il passato
E la storia dei sentimenti
Che sono discontinui
Più di linee e forme
Che si compenetrano
Come una galassia che esplode
E si infonde il cosmo
Là dove il mondo finisce
Romania