Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore…

“Oh, listen to them
The children of the night
What sweet music they make”
[From Bram Stoker’s “Dracula” (1897)]

May dreams be brought that I might reach…
The gentle strains of midnight speech
And frozen stars that gild the forest floor

Through the swirling snow
Volkh’s children come
To run with me, to hunt as one
To snatch the lambs of Christ
From where they fall…

From where they fall… to snatch the lamb of Christ… ancora, ancora una volta, tutta l’estasi di essere stato con Ana, la ragazzina romena che mi diceva che andrà in Inghilterra a settembre, che raccontava delle sue serie tv turche, quelle telenovela dove si amano, si ammazzano, finiscono in prigione, si lasciano… la Romania, l’Inghilterra, da romanzo ottocentesco, Dracula, il drago, il serpente, il demonio, quello che mi ha portato via nell’ultimo periodo, da quando decidevo di andare con sua sorella Alexia, e tutto il caos di impormi di non vederla più, Ana… Dracula, drac, che ora diventa drag, dragostea, amore, le sottili differenze di altre lingue, come quella canzone, dragostea din tei, amore dei gigli, m-amintesc ochii tai, mi ricordano i tuoi occhi, come Eugenia che è ritornata a farsi sentire su Facebook, su Instagram, lei che è scappata negli Stati Uniti a sposarsi come Oana era scappata in Italia, come Ana scapperà in Inghilterra, come quel film, Occident, di donne che prendono e lasciano tutto e scappano via, per sposarsi, per andare via dalla Romania, “In Romania si sta male”, diceva Ana una volta… e questa musica, che fa cortocircuito tra Ortodossia dell’anima e Black Metal inglese, la bandiera con la croce inglese, e la croce di Sant’Andrea, come l’altro fratello di Ana, di un anno, Andrei… tutto ritorna, il cerchio si chiude, dopo essere stato in un’altra dimensione da settembre a marzo, tra terrori chirurgici ed evasioni estremo orientali, ci voleva il volto di Ana, la sua bellezza, le sue parole, a farmi tornare a provare il piacere e il languore di essere con lei, l’erotismo e il languore… che tutto ora diventa un flusso di immagini e associazioni, come ogni volta capita dopo l’erotismo, quando il languore si impadronisce di te, e non sai più se ti stai facendo crescere i capelli per assomigliare a un cantante black metal e o ad un monaco ortodosso, quando non rimane più niente intorno a te, quando il mondo finisce e rimane solo l’amore per lei, come quando la vedevi seduta là nella macchina di sua sorella targata Romania, ad aspettare la fine della notte, nei suoi abiti da ragazza normale, quella draculità dell’anima che porti dentro, tra erotismo e languore, e sogni depressivi e neri, note black metal e canti ortodossi, quando ti vesti di nero perché non rimane più niente, neanche le icone ortodosse di quella chiesa dove cadevi in estasi, vent’anni fa, quando un’altra ragazzina romena ti si presentava davanti mentre tu stringevi il tuo dizionarietto di cinese italiano, come se fosse un grimoire esoterico da cui trarre le parole, e vent’anni dopo quel sogno si realizza nell’erotismo con lei, con Ana, che oggi al finire di leggere 1Q84 di Murakami vedevi in Aomame, lei, Ana, anche quando si suicidava, anche quando il protagonista Tengo andava al di là di suo padre, di sua madre, per cercare lei, chiunque lei sia, e qualcosa di più profondo del solo erotismo e del sole languore ti colpiva… quasi barcollare dall’estasi e dallo sviamento, dal languore, non sentire più bisogno di caffè che gli altri giorni ti facevano partire i nervi, insieme all’alcol, facendoti sentire dentro una canzone black metal, dove si urla come infestati dal demonio, e l’anima non ha pace, saltano tutti i nervi, e ogni connessione, solo per riprovare esperienze estatiche dove capivi che tutto era dovuto a quel demonio che ti infestava, anche le altre volte nei periodi dove stavi male, indipendentemente dalla notte, dalla strada, perché l’altro giorno altro non eri che al parco e in biblioteca, a farti, come un black metallaro, di alcol e caffè, senza riuscire a dormire come un barbone sulla panchina del parco, tra le piante, tra la natura, e il demonio si impossessava di te, come troppe volte nell’ultimo periodo… al di là del black metal, al di là dell’ortodossia dell’anima, c’era solo Ana e tutti i sentimenti e la carica erotica per lei, la ragazzina romena che ti ha sviato più di tutte nell’ultimo periodo, al di là di oggetti magici da posizionare attorno alla stanza che non è più tua, come dei cerchi magici, perché ora non c’è più luogo, tutto si apre come una primavera che sboccia, e non c’è più differenza tra giorno e notte, aperto e chiuso, e ti senti l’anima invasa di un languore che non sai definire, e ritrovi tutto il languore di un tempo, e non sai che fartene dei caffè, dell’alcol, della musica, e vivresti solo di queste sensazioni, perso per sempre tra le sue parole e quelle degli amici, e delle altre persone che ti sono passate affianco, e dei consigli altrui, e tutto era solo per lei, solo per lei, Ana, che fa rinascere il tempo e chiude il circolo indemoniato dell’ultimo periodo… non ti perderai come i tuoi amici dietro sogni e utopie di successo e fama e soldi, o di ragazze conosciute davanti ad uno schermo di un cellulare, a perderti inseguendo miraggi di puro ed esclusivo erotismo, ti perderai invece al confine tra un cantante black metal e un monaco ortodosso, dilaniato tra l’amore e il demonio, drac si dragoste… e perdi e riacquisti ancora la tua identità, dopo le ultime prove, gli ultimi giri nei mondi dei demoni, e rinasci a nuova vita in una domenica che non sai più neanche come chiamare, delle emozioni che non sai più come definire, e non scapperai più da te stesso alla ricerca di quieti d’altrove che non esistono, perché tutto era in te, per lei, Ana… e non saprai che fartene del pomeriggio, della notte, dei discorsi degli amici, di quelli con gli altri e dei tuoi genitori, andando oltre tutto, le parole parole della politica, gli stessi libri e le stesse altre dottrine, l’immaginario che scaturisce in te da questo languore, lo sviamento, la costruzione di divinità che diventavano idoli d’oro, oggetti magici, talismani, grimoire, quando in te vive solo l’amore per lei, e il demonio che si insidiava sempre sembra ora in esilio… con delle ali dorate su delle vesti nere cadi, from where they fall, cadi come un angelo caduto per sempre questa volta per lei, non per Alexia, non per Leida, non per Alina, e ti ricordi di allora, di quando c’era Katia, e non c’era la scuola, non c’era il lavoro, e le vertigini della libertà, delle giornate e delle settimane senza paletti, senza punti fissi, pura vertigine della libertà ti faceva provare lo stesso sviamento di oggi, tra litanie coraniche e canti ortodossi, deliri dell’anima e ricerche spasmodiche di sensi mistici, quando tutto era dovuto all’erotismo e al languore… ma non vorrai più perderti ora che hai trovato l’orientamento dell’anima, al di là di lei, dei periodi oscuri, del demonio che ti tormentava, e anche nelle vertigini della libertà sai ora trovare l’equilibrio… come quella gente che vedevi passeggiare ieri notte là a Milano tra le vie dell’Isola, coppiette varie, innamorati, non angeli caduti e perduti come me, disperati a volte di trovare un senso e una direzione in questa vita, capivi loro, il loro perdersi, il loro cadere, e il loro non perdersi più, tra le parole degli amici che scivolavano via, come insignificanti, appartenenti a mondi che non hanno conosciuto sviamenti, demoni sussurranti, abissi e vette, solo per rinascere insieme agli altri, alle altre nel ricordo di lei, in quel bicchiere di vino rosso che rifiutavi al Nord-Est, al di là di quell’altro barista dai capelli lunghi come Cristo che ti serviva la birra il giorno prima, al di là della stessa cameriera bionda, delle donne che vedevi stamattina al bar, del silenzio che fa parte di te, per non perderti e disorientarti tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore… che ti vengono in mente mille cose come fasci di luce e sinestesie musicali e linguistiche, tutto che fa parte del languore quando il demonio stessa si dissolve in un languore senza fine, e l’angelo caduto in te sembra tornare a sentire la divinità, tutto per lei, per l’erotismo per Ana, al di là di tutte quelle che ricordi, Andra, Xhuliana, Alina, Leida, Alexia, Katia… ti ricordi ancora le estasi dello sviamento, del languore, dell’estasi, sai dove va sempre la tua anima ogni volta, e questa volta si libera, sa di essere se stessa, sa che basterebbe pensare a lei, ad Ana, dove sarà, cosa farà, quando sarà, chi sarà, come, come ai tempi di Katia, lo sviamento in te e la sua realtà là fuori, chissà dove, la fantasia e i deliri senza limiti, i mondi paralleli, le cose che non esistono e la fine del mondo, della fantasia, dell’irrealtà, là dove cala un sipario nero e una luce bianca, tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore, perderti ancora e ritrovarti, in tutto il languore per lei, Ana…

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Tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

E ci voleva la giornata di ieri a Paolo Sarpi e zona Garibaldi per uscire dai soliti loop, andare a fare quattro passi con Barresi lì a Milano, forse esagerando di caffè, vedendo il tipo di gente che frequentava la Sozzani, con quella mostra di Fukase che però era chiusa, i libri strani di fotografia, tra il perverso e il commerciale, come quel libro su Kurt Cobain, il tipo di gente che era lì, camerieri del bar dai capelli lunghi biondi, e un hipster con la barba lunga a vendere libri, una ragazza milanese come tante che faceva presenza davanti all’entrata della mostra, i discorsi perversi di Barresi, la sua invidia per chi ha più soldi, i suoi discorsi di miliardarie che ospitano mostre private, lui e la sua mania della gente con i soldi, lui che vive nelle case popolari e lo stacco lo deve sentire più di chiunque altro, la frustrazione, il degrado, la differenza, come quando raccontava della sua battuta sulla merda tra Alba Parietti e un chitarrista famoso assieme ad una modella, che dopo quella battuta gli dava cinquanta euro, il denaro e la merda, associazione tipicamente freudiana, o, se vogliamo, come diceva Lutero, i soldi sono lo sterco del demonio… girare di qua e di là, con gente che non sapeva perché era in Corso Como, alla Sozzani, passanti vari, vicino a quel non-luogo che è Piazza Garibaldi, tra quei grattacieli finti e le vetrate dei nuovi edifici, un luogo che sembra un aeroporto senza arei, vuoto, artificiale, asettico, senza anima, puro luogo nato dalla razionalità geometrica, che per un attimo mi sembrava di camminare nel quartiere della finanza di Berlino, l’assoluta anonimità, l’assoluta artificialità di quel luogo… ed era catartico invece camminare poi per le vie di Paolo Sarpi, lasciando perdere il bar di Dong Dong, quello di Paolo, tra tutti quei negozi cinesi ed estremo orientali, i cinesi… le cinesi… sono tanti, tutti uguali, tutti indifferenti, anche le cinesine carine, che mi salvavano dal pensare sempre a Valeria, ad Alice, a GuanYin, alla cinese che serve alla Fabbrica dei Sapori, i cinesi, le cinesi, così tanti e così tante, anche loro anonimi, che per salvarmi dai soliti loop infernali basta pensare agli spazi aperti di Milano, di Paolo Sarpi, e non ai soliti loop prigione di quando sono qui, tra la biblioteca del mio paese, quella del paese vicino, la pizzeria dei turchi, il parco di Cesano, quello del mio paese, il Carrefour e i soliti luoghi, le solite persone, che ci voleva davvero uscire un attimo e cambiare giro, svagarsi e distrarsi, uscire dai soliti luoghi loop e prigione, e ricordare anche il Rasputin dell’anima, quando in quella galleria mi sentivo un pesce fuor d’acqua, un poveraccio, uno che non ci capiva niente di fotografia ed arte, anche quando lasciavo andare il ricordo di quando passavo con Marina lì, a Corso Como, e tutta l’ortodossia dell’anima la sentivo in quell’istante, lontano da tutti e da tutto, dai discorsi artistici del Barresi, dalla galleria, dalle sue fisse per Paolo Sarpi e per la Cina, e per i film cinesi e le mogli cinesi, e quant’altro, tutta quell’Ortodossia spirituale dell’anima che sentivo anche quando uscivo dal Piccolo Teatro nell’intervallo di Evgenij Onegin, quando andavo là con Marina, l’assenza di luoghi, di persone, di attaccamento, di volizione, e un puro spirito dell’anima senza parole, una pura mancanza di sigarette, interessi, caffè, attaccamenti dell’anima, fisse, pura spiritualità ortodossa che fa a meno di cibo, di astrazioni, di intellettualismi, di fissazioni, di competizione con gli altri, di mostrare chi è più intelligente, chi ne sa di più, quella continua smania che distrugge sempre Barresi, e lui a volte me con i suoi discorsi, e sentirsi come un monaco ortodosso camminare per quelle vie, per quei luoghi e tra quelle persone che non mi appartengono, liberarsi di se stessi e del mondo lì attorno con quella sensazione, privato di tutto, delle patacche in casa del Barresi, puro gusto popolare, lui e la sua abitazione, la sua macchina, io e la mia stanza con simboli para-religiosi, liberato da tutto e ogni cosa, dai libri, dai film, dalla musica, pura spiritualità ortodossa nera oltre i confini del sonno depressivo black metal, anche se il passaggio a volte tra i due stati d’animo è quasi impercettibile, Rasputin dell’anima che si aggira tra quei luoghi, tra quelle persone, tra quei mondi, senza alcun interesse, tirandosi fuori dai giochi, alienandosi nel suo nulla spirituale, non appartenere… e svegliarsi così, dopo un pomeriggio andato un po’ a male per colpa dei troppi caffè di ieri, che perdevo quella sensazione spirituale, per colpa della musica cinese, di quella lingua che una volta mi teneva incollato al computer, ai film, nel cercare di decifrarla, come quando andavo a Paolo Sarpi quando ero preadolescente, con Dong Dong, con Liao sui miei vent’anni, fissa cinese che si era insidiata in me da una vita, una volta che sentivo una speciale connessione tra me e la Cina, per via di Dong Dong, di Liao, e ora che le relazioni sono andate a farsi fottere per quell’esperienza del bar e quelle puttane, non sento più alcuna speciale connessione con i cinesi, anche il bar di Paolo è come se fosse solo un altro bar tra i tanti di quelli di Paolo Sarpi, un altro locale, e io con la Cina c’entro poco o niente, al di là dei miei studi, delle mie amicizie andate a male, e invece della Cina dovrò sempre ricordare quella sensazione di spiritualità ortodossa che mi rileva da ogni appartenenza, fissazione, interesse, che per liberarmi ieri mi sarei comprato anche due birre giapponesi, per uscire dalla Cina, mentre poi nel pomeriggio andavo al bar per comprarmi due Heineken e far fuori l’effetto di tutti quei caffè, al diavolo la musica cinese, mi dicevo, le cantanti cinesi, che mi ricordavo quando uscivo a Paolo Sarpi più di dieci anni fa, con gli amici e le amiche cinesi di Liao, a cercare di provarci con delle cinesi, che schifo, liberatemi da quella gente, già mi dicevo, e mi liberavo pensando a come all’università non sceglievo la lingua cinese, ma quella russa, anche per l’esperienza con Katia, che era uno spartiacque epocale della mia vita, al di là della scuola di giapponese, degli ideogrammi zen, e tutta l’ortodossia dell’anima era l’unica ricetta per uscire da quelle fissazioni, attaccamenti, manie estremo orientali, e tutta quest’ortodossia dell’anima la sento stamattina, dopo l’alcol di ieri per stemperare i caffè, al di là delle venti gocce di valium che altrimenti impazzivo, e per fortuna lunedì vedrò Saverio, non so perché, e di quel luogo, ora come ora, mi ricordo quella croce ortodossa che là resta appesa, nel palazzo dei folli, a indicare tutta quella spiritualità perduta tra quei negozi schifosi, quei centri massaggi, quei ristoranti, quelle facce asiatiche, quei miliardari di Corso Como e zona Garibaldi, e mi distacco da tutto, trovo la mia spiritualità e la mia evasione che mi salvano… e fa niente se ho bevuto un po’ e se sono dovuto ricorrere a venti gocce di Valium, è stato terribile ma era necessario, e almeno stamattina mi sento bene, senza colazione, senza troppi caffè, senza troppe sigarette, senza patacche nella stanza, senza notiziari in chissà quale lingua, canzoni di chissà quale tipo, libri, e congetture varie, l’assenza di ogni fissazione e mania e interesse mi salvano, con questa sensazione spirituale che sento partire da me stesso, queste mancanze che ti fanno sentire meglio di non aggiungere mille cose, avere mille idee e pensieri, come dice sempre il Barresi nel suo mondo perverso e artistico e maniacale, liberarsi da tutto, da quel me stesso che anch’io ero una volta come il Barresi, fissato con l’Estremo Oriente, con Paolo Sarpi, con quei suoi discorsi d’odio e di invidia e di senso di rivalsa, tra miliardari, cinesi stronzi, Estremo Oriente idealizzato, manie di ragazze orientali, fisse artistiche che non sono neanche artistiche, ma pura spazzatura dell’anima, e mi dissocio da quei mondi, da quei luoghi, da quelle persone, per trovare me stesso nella mancanza, nella spiritualità, nelle assenze, e non mi interessa più parlare cinese, sapere tutti gli ideogrammi, uscire con Marina in Corso Como, andare a vedere Fukase, fare amicizia con Paolo o chissà chi, con Valeria, ricucire i rapporti con Dong Dong e Liao, non mi interessa più, né di Ana, né di Alice, né di Aleksia, e ricordo solo quella città, aperta, quei negozi, quell’apertura al mondo, quella chiesa ortodossa lì, tra Alice e Ana, e tutta l’ortodossia dell’anima, che mi salva da ogni maniacalità estremo orientale di una volta, che Saverio sapeva riassumere in poche parole: “Lo sa che a Paolo Sarpi c’è un bar chiamato Cincin bar?”, vizi inutili, maniacalità inutili, e se c’è qualcosa che mi salva è questo svago e questa spiritualità dell’anima, queste mancanze, e lasciar perdere ogni interesse, ogni smania, ogni fissazione, e sentirsi sempre all’aperto, lontano da tutti e da tutti, lontano da ogni luogo e persona, lontano dal mondo e dalle sue logiche perverse, a parte, nel mio svagarmi e nella mia spiritualità, che non mi interessa più niente, più nessuno, nessuna cosa, nel mio svago e nella mia spiritualità…

Non so adesso cosa starò dicendo lunedì a Saverio, non è importante, so solo che là al palazzo dei folli là vicino si vede il campanile, si sentono la campane, c’è quella croce ortodossa là appesa, e tutto il Rasputin dell’anima che è in me vince su ogni cosa, sempre vestito di nero, barba non fatta, capelli lunghi, vesti nere, al confine tra l’ortodossia e il black metal dell’anima, non mi interessa niente, e continueranno solo questi esercizi spirituali, al di là di ogni cosa e fissazione, sempre esasiato dalle privazioni, lontano dai discorsi e la gente perversa, lontano da mille oggetti e patacche che fanno andare in tilt l’anima, tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

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Sogni d’amori adolescenziali e di vivere altrove…

Nel sogno ecco che ricomparivano loro due, Carola e Serena, i due amori dei tempi delle superiori, ritrovarsi ancora a scuola, là con loro, nel sogno incubo di dover dare ancora la maturità, una seconda maturità, e io che chiedevo in segreteria lì a Paderno se era possibile legalmente essere in possesso di due maturità, solo perché volevo andare a scuola e sedermi tra i banchi, tra Serena e Carola… quello strano sentire adolescenziale che provavo per loro, come nel mondo dei sogni, per Carola, la biondina, e Serena, quella dai lunghi capelli castani, che ci ritrovavamo in una classe dove noi tre eravamo i più grandi, non di tanto, appena maggiorenni, in mezzo a tutti quegli adolescenti e quelle adolescenti, che ogni tanto mi capita di vedere quando vado in giro, i gruppetti al parco, le adolescenti sull’autobus l’altro giorno, quando tornavo da Bollate, e quella ragazzina che mi ricordava i tempi del Gadda, la scuola, e anche i video di instagram di quelle ragazzine in Albania, i sogni adolescenziali, gli amori adolescenziali, quelli con la testa costantemente tra le nuvole, e i puri sogni di bellezza di quelle ragazze, i sorrisi, le parolette, come quando si andava in Inghilterra in vacanza studio, e c’erano sia Carola che Serena, e anche Desirée, quei sogni adolescenziali che stamattina accompagnavano il risveglio, e questa canzone stanca, che solo lontanamente mi ricorda Xhuliana, con la voce di Kaltrina Selimi, o forse Aida, l’altra delle altre scuole superiori, quando frequentavo e avevo 24 anni, in mezzo alle diciottenni, non so come facevo, eppure quel sogno c’era ancora, forse, nel sottofondo, di avere ancora la testa tra le nuvole per quegli amori adolescenziali, pieni di fantasia e di visioni armoniche… e poi la stanchezza, la stanchezza di oggi, dopo l’allenamento di ieri pomeriggio, la stanchezza neanche avessi fatto due ore di palestra, due ore di taekwondo, e nessuna voglia di fumare, neanche dopo il caffè, e la fantasia di questo giorno senza lavoro che ritorna a scuola, tra gli autobus da prendere, le strade da fare, le classi, le parole alle fine delle lezioni, ricordi di amori adolescenti a scuola… che non so che farmene di  questo giorno dove l’unico pensiero va alla macchina nuova lunedì, al contratto che forse firmerò lunedì per mettermi a posto con il lavoro, l’ossessione del bar cinese che non c’è più, neanche la voglia di andare a bere un caffè da Miryam stamattina, le preghiere inutili, la sigaretta elettronica che anche quella è meglio non fumare, gli amici che non si sa se uscirò questa sera, un sabato dove non mi devo neanche allenare, ma solo riposare, e forse sarà fatto di biblioteca, andare là a piedi, tornare, buttare via un pomeriggio, forse andare dal kebabbaro stasera, ma ci sono già stato in settimana, e desiderare muoversi, andare di qua, di là, nelle scuole, che se non fosse per gli ulteriori esami da dare quasi quasi mi verrebbe da fare il professore nelle scuole superiori, solo per vedere quegli adolescenti e quelle adolescenti che vedo in giro, che vedo su instagram, che mi ricordano i miei anni al Gadda, i primi amori adolescenziali, in sogno, come Carola e Serena… ragazze italiane, che da allora non mi sono forse più innamorato di altre italiane, a parte forse vagamente Marta e Greta all’università, ma non erano già più amori adolescenziali, non c’era più la testa tra le nuvole, c’era la noia di uscire la sera a cena assieme, tra le altre idee, vivere assieme, come poi ha fatto Greta con il suo ragazzo, trovare lavoro, come Marta ha fatto trovandosi una scuola privata dove insegnare inglese, e di sogni adolescenziali, di amori adolescenziali non c’era più neanche traccia, forse solo nelle canzoni, nei ricordi, nei sogni come quelli di stanotte, nell’incubo sogno mio ricorrente di dover recuperare gli anni di scuola perduti… e altrove non c’è altro, altri lavori, altri bar, che ieri passavo da quel bar, bar XVIII, di cui mi parlava Alex, là, un altro cinese, un’altra cinese, come tanti, in un bar, a prendere le sigarette che non fumavo, le cartucce che non usavo, e quel bar un bar come tanti, come quello di Paolo, o di chissà chi, far sfumare la fissa del bar, delle sigarette, del lavoro con Alex, se non si trova nient’altro tanto vale mettermi in regola con l’officina di mio padre e Marco, mentre ieri avrei voluto continuare a vagare e vagare, senza meta, senza dover tornare più a casa, vagare senza meta, senza l’orientamento di casa mia, dei miei, cambiare casa, andare a vivere altrove, stare lontano dalla cucina, da questa sensazione di fame alterata, per le sigarette in meno, cambiare casa e non essere tutto concentrato lì in quella stanza, lavoro, casa, preghiera, studio, svago, avere duemila chilometri quadrati da qualche altra parte, una specie di villa e parco di Monza tutti per me, lontano da tutti, mentre Saverio mi faceva ricordare come il lavoro da Alex avrebbe potuto implicare cambiare abitazione, vivere altrove, lontano dai miei, e nei sogni infatti viaggiavo, mi muovevo, ero in moto, a scuola, un altrove dove stare, un altrove che non la solita stanza, la solita mansarda, la solita officina, vagare e muoversi, lontano dai miei, come mi faceva notare Saverio l’altra volta… che poi se non era per l’allenamento che mi disfaceva sarei impazzito in quelle mura, come una prigione, mentre ora tutta la stanchezza del taekwondo, karate e della corsa, non mi fanno sentire il bisogno di prendere e andare, camminare, vagare, perdermi, perdermi magari in una grande metropoli come Londra, o Sydney, o Berlino, solo per stare fuori dai soliti giri, soliti luoghi, solite persone, che non so più neanche quanto mi svaghino le uscite a Milano con i miei amici… mentre la maledizione della casa, come anche mi faceva intuire Alex, è presto trovata: lavoro in officina, casa dove c’è sempre mia madre, o mio padre, il frigo e la cucina dove poter sempre pasticciare, nonostante la dieta, le sigarette senza fine, la claustrofobia di una stanza dove libri, musica e film non bastano più, la mancanza vera di spazi dove sentirsi libero e da solo, non più pressato dal lavoro, dagli altri, e vivere davvero altrove che diventa un sogno, non di quelli notturni dove compaiono Carola e Serena, ma un sogno ad occhi aperti per avere spazi solo per me, e non dover più farmi di valium e olanzapina per sforzarmi di stare sul letto e riposare, dormire, per vincere la fame, la voglia di sigarette, il caos di musica e film, e ora come ora l’unica cosa che non mi fa sentire quella follia è la spossatezza dell’allenamento… non so quando si farà sentire Saverio, diceva presto, non so per che cosa, mandare via mia madre, andarmene via io, o se aspetterò lunedì, la commercialista, la macchina nuova, per far tornare tutto come prima o meglio, e dimenticarsi del sogno di vivere altrove, come diceva Alex, lavorare altrove, come diceva Alex, e non vivere più di sogni di amori adolescenziali, e di sogni di vivere altrove, di lavorare altrove, di essere indipendente, autonomo, con una mia vita solo mia, lontano da tutti e da tutte, come in questa prima mattina dove non c’è nessuno, ci sono solo io e i miei pensieri, ed è forse per questo che mi sveglio così presto, per avere un tempo tutto per me, ed essere lontano da tutti, mentre questi sogni di vivere altrove e questi sogni d’amori adolescenziali si manifestano in me, e vorrei solo un altrove…

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Estasi musicale, estasi di ricordi…

La musica…
la musica…
la musica…
quella giusta
per me
orientale
shqip
il canto che si estasia
e i ricordi che tornavano
Leida…
l’ultima notte
quella dove le compravo le sigarette
da Antonio
al bar
Marlboro Touch
l’ultima notte

in quell’intersecarsi
tra
Alina
e Leida
e Ana
il desiderio erotico
che allora andava oltre ogni confine
e ritrovare nell’anfratto dei ricordi
queste visioni
di allora
la musica che estasiava
e mi faceva ricordare
ritornare all’estasi di allora
estasi
erotica
e musicale
che non c’era bisogno
di quella targhetta che vedevo oggi
psicoterapeuta donna tal dei tali
quale sarebbe il motivo della psicoterapia?
Recuperare la memoria?
E tutta la memoria si era fermata là
a quando c’era Alina
e la rivedevo
a fine 2016
mi faceva cancellare ogni cosa
tutte le scritte di una volta
2016
anno più buio della mia vita
e solo lei
era la luce
comparsa per caso
nella mia follia di allora
2017
quando cominciavo a scrivere
l’ispirazione infinita
c’era Leida
ispirazione erotica senza confini
si te harroj 2017
come dimenticarti
là dove tutta l’estasi andava per lei
e dietro quell’aquila
ogni volta
c’è l’infinito
l’ortodossia
il cattolicesimo
l’islam
Katia
l’amore
l’erotismo
la morte
l’estasi
dei sensi
della musica
e dell’amore
anche quello perduto
anche quelli perduti
ormai
Alina
Leida
Katia
che Ana era solo un passaggio
insieme ad Alexia
all’altra Alexia
e a tante altre passate lì per caso
perché avevo dimenticato
Leida?
Alina?
L’altro giorno Saverio mi chiedeva
cosa l’ha fatta andare avanti
nell’ultimo anno di università
quando era cotto?
Alina…
Leida…
l’estasi erotica
orientale
tutto qui
ed era dimenticato
completamente
e solo grazie alla musica
stasera ricordavo
raccoglievo i frammenti perduti
di questa tempesta
Leida

non c’è più
ma c’è il ricordo di lei
e il desiderio per lei
che oggi vagavo per le vie del paese
completamente
perduto
senza senso era stare lì a leggere
a guardare film
perché legarsi così tanto a quella stanza
a quelle letture?
Non ne potevo più
dovevo liberarmi
liberarmi
e solo vagando per due ore
tra le vie
senza pensare a niente
lasciando andare la mente via
solo così mi
mettevo ad allenarmi
poi dopo
sul pomeriggio tardi
solo per rilassarmi la sera
con la musica
la musica che faceva tornare i ricordi
i ricordi perduti di Leida
di Alina
lei che andava d’accordo con questa musica
Leida
di meno
e questo canto orientale
che ogni volta mi estasia
è segno di quel ricordo
sperduto nella memoria
nell’estasi
che ritorna
sottoforma di musica
e di immagini
che ristabiliscono la mente
l’anima
bastava non leggere più
come un automa
guardare la tv
come un fanatico di parole d’altrove
bastava solo
passeggiare
a casaccio
vagare per le vie del paese
liberarsi
e nella sera solo lei
tornava
Leida
la musica orientale
quell’aquila
che va sotto il nome
di ortodossia
islam
cattolicesimo
amore
erotismo
morte
estasi
Leida
Alina
quando la follia erotica e l’estasi
erano tutto in me
l’antico ricordo di Katia
primigenia follia erotica
lei e la sua aquila
cucita
sulla borsetta di stoffa
quella non del lavoro
quella della vita
ricordo primigenio
l’inizio
la follia originaria
l’erotismo
che è più magico dell’amore per il mondo
l’erotismo
perduto
le ragazze perdute
il desiderio
che non sa più dove andare ora
ma che si estasia con la musica
estasi musicale
estasi di ricordi
Leida
Alina
Katia
e la musica e il canto
possono ancora continuare
ad invadermi
in questa estasi…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

Magari perdermi nella musica, magari in quel libro, e lasciare andare tutto quanto…

Macchina distrutta, lunedì in assicurazione a raccontare storie, macchina nuova che arriverà, tra un mese, poco più, chi lo sa, qualche occasione da poche migliaia di euro, chi se ne frega… andare da Ana, andare dalla massaggiatrice cinese, poco importa, se avrò voglia, chi lo sa, non mi interessa, e dopo il lavoro con Alex che è andato a male, dopo la macchina distrutta, oggi ci voleva anche il pc che se ne andava e che dovevo reinstallare da zero perdendo tutti i dati, chi se ne frega… è cominciato davvero bene il nuovo anno, devo dire, mi salva solo la chiacchierata stamattina con Bruna al bar, sul lavoro di barista, di operaio, di laureato… cercare lavoro oggi mandando qualche curriculum a caso su euspert bianco e infojobs e synergie, non che ci creda tanto, perché tanto so che non chiamerà nessuno, e va bene così… leggere un po’ “Dell’inizio” ancora questa mattina, che mi serviva mentre reinstallavo il pc, come quell’immagine del Deus Absconditus, c’è qualcosa al di là di questi oggetti: macchina, pc, del lavoro, delle puttane, c’è qualcosa al di là che mi fa sentire salvo, al di là di tutto, e che è la vita, la pura vita senza appendici, tra puttane, sigarette, caffè, soldi, lavoro, pc, cellulare, tablet, macchina, canzoni e musica, e un sacco di altre cazzate senza le quali si può vivere bene lo stesso, qualcosa al di là che è la pura vita… e stamattina era anche consolante andare con mio padre a fare la spesa all’Alta Sfera, consolazione di un sabato che non mi vedeva al Carrefour con la macchina, e non so ancora per quanti sabati sarà così, e poco importa… c’era anche del bello a sentire quelle canzoni su Spotify di Miryam Yeung (杨千嬅), musica bella che sentivo e mi faceva ricordare Valeria del bar, la sua bellezza, il suo sorriso, e tutto quel caos nato da lei, quando le parlavo in cinese, quando per sbaglio su VK vedevo della pornografia asiatica postata da un tedesco che usa VK, forse tutto il casino era nato lì, in quel periodo stressante per l’attesa del dentista e di togliere i denti del giudizio, quando in sostanza mi disamoravo di Ana, e tutta la mia carica erotica si orientalizzava, tutto quel casino, che ritrovo ogni mattina quando vado al bar, e per non creare fraintendimenti preferisco non parlare in cinese, neanche provarci a parlare con Valeria, anche se stasera, visto che con gli amici non si esce, con tutta probabilità leggerò un po’ di pagine in cinese di quel romanzo comprato 11 anni fa a Paolo Sarpi, ed è davvero incredibile come dopo dieci anni io non mi sia dimenticato niente di quello che sapevo, di come anche al bar, quando parlavano cinese, capivo ancora quasi tutto, incredibile, la magia di questo Estremo Oriente… e questo pomeriggio, dopo aver trafficato con il pc, sul tardi, me ne andavo a correre, a fare un po’ di taekwondo, un po’ di karatè, sfogando tutto il nervoso delle ultime settimane, della giornata, e pensavo ad Alex quando mi diceva che dovevo essere più flessibile, più morbido, più rilassato, e che avrei dovuto fare Tai Chi la mattina, per non essere così rigido, così teso, così chiuso, e mi veniva in mente come le stesse cose che mi diceva lui me le diceva forse il maestro di taekwondo, o non mi ricordo chi ancora… eppure Saverio diceva che non si può costringere qualcuno ad essere ciò che non è, che lui ha un’impostazione più naturale, che si è ciò che si è, e non si può forzare qualcuno a diventare qualcun’altro, anche se Alex diceva che se non cambiavo non riuscirò mai ad andare bene in nessun lavoro… lavoro… che brutta parola, che brutta cosa, fosse per me, glielo dicevo anche, passerei la vita in università, tra i libri, e nient’altro, mentre ieri proprio dall’università si faceva sentire quella del TFA, quando le mandavo una mail, e non so se settimana prossima mi incontrerò con chi, anche solo per sapere, anche solo per informarmi sulla strada di diventare professore, per continuare a leggere, studiare e insegnare tutta la vita… il maestro… che mi veniva in mente rav C., quando gli chiedevo della barba che può essere tagliata solo con rasoio elettrico, che Geova si può dire, perché non è il Nome, e che anche lui i testimoni di Geova li chiama testimoni di Genova, ma così, per scherzare, il maestro… il maestro… che adesso mi viene in mente il maestro di karatè di una volta, quello zingaro musulmano, quel maestro di taekwondo, terrone leghista, e davvero c’è maestro e maestro in questo mondo, e io che maestro sarò? Pensare che una volta volevo diventare uno scrittore alcolizzato suicida, un poeta maledetto, e ci ero andato vicino quando stavo con Alina, con Xhuliana, con Leida, puttane e poesie ed alcol, puttane, poesie ed alcol, era tutta la mia vita, mentre me la spassavo in università tra tutte quelle ragazze, che neanche desideravo più di tanto, proprio perché tanto c’erano Xhuliana, Alina e Leida, nel corso degli anni, a far sfogare la mia carica erotica, il mio desiderio, la mia voglia da poeta maledetto alcolizzato e suicida, ricordi di una vita passata… che non penso più neanche così male al giorno della mia laurea, il 13 gennaio, il giorno di Santa Lucia, e me ne accorgevo solo quest’anno, quest’ultimo Natale, il 13 gennaio, Santa Lucia, come mia zia là in provincia di Mantova… Mantova, che chissà se ci tornerò a comprare la macchina nuova, visto che il concessionario amico di mio padre è sempre là in zona, chi lo sa se visiterò anche i miei parenti, chi lo sa… e qui per un attimo i pensieri si fermano sulle tombe e non sanno andare più avanti… grave poetry… che mi verrebbe da riesumare i miei poeti sepolcrali di una volta, quelli inglesi dell’800, se solo avessi voglia di sentire la lingua inglese come poesia, se non fosse che ormai la lingua inglese è così imbastardita da film, canzoni pop e notiziari che non ci trovo più niente di poetico… Mantova, le tombe di famiglia, la macchina distrutta, la macchina nuova, Xhuliana quella notte, la notte del funerale di mia nonna, godere con lei, che mi sembra così un ricordo lontano che neanche mi ricordavo più, che avevo quasi paura a ricordare, eppure ora riemerge e non so perché, quel passato, quei ricordi che ritornano, quelle pagine di poesia andate perdute, per colpa di Alina, quando lei era diventata tutto, quando perdendo lei mi sembrava di aver perso tutto, puttane, alcol, poesie, una vita da poeta maledetto volevo condurre e così per alcuni anni ho condotto… quel passato che era diventato completo oblio, dimenticanza, sigillato, che ora non so come mai ritorna, e mi fa anche passare la voglia di leggere in cinese… quel cinese che parlava quella testimone di Geova italiana, lei che era stata in Cina, lei che diceva che credeva in certi ideali, un’altra Eugenia non avventista, ma testimone, ragazze strane, un po’ fuori, un po’ invasate di Dio, e io che ora ricordo tutta la voluttà che c’era una volta con Xhuliana, con Alina, con Leida, quella voluttà che non ho poi saputo trovare con Ana, e quella voluttà che a volte ritorna per l’ultima volta con quella cinese, che credere in Dio mi sembra solo un modo per dedicarmi meglio al mio amore per le donne, per la voluttà, per il piacere, come l’ultimo sogno notturno dove ricompariva Aleksia, la sorella di Ana… e per un po’ andrà così, perso tra il desiderio di Aleksia, di Ana, di Alice, e non me la prenderò più per il lavoro che mi capita, per i libri da leggere, per le sigarette, per l’alcol, per la poesia, per i film, per i discorsi con gli amici, per tante altre cose, che devo solo imparare a non lamentarmi e non arrabbiarmi, e trasformare di più questa vita in favola, in poesia, come facevo una volta, e liberarmi da quel pensiero oggettivo e scientifico e freddo, e ritrovare le ali dell’ispirazione ancora una volta… che ora come ora mi viene in mente solo la foto di Miryam Yeung, di quando Leo mi diceva di scaricare le foto delle cantanti cinesi, di non guardare clip pornografiche, che fottono il cervello, e ora preferisco stare tranquillo, magari perdermi nella musica, magari in quel libro, e lasciare andare tutto quanto…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Quiete erotica del silenzio…

Я философ… я как Распутин… я не техник, не инженёр, нет, я православный человек… и это понял я вчера в баре, когда с китайским другом говорили о всём, когда с клиентами в баре разговарывали, о культуре, об итальнянской культуре, с поваром мусульманец, который жил в Франции, в Париже, и он говорил, что ты никогда не остановить знать город, а Милан совсем другой город… когда с итальянкой говорили про Китаю, о революции… когда с другой итальянкой говорили про футболь, о Неста, итальянский футболист, который мне дал вспомнить о моей первой девушке, Элена… Элена… Алина… Алина… Ана… все православные девушки в которых я влюблился… и потом другие девушки, из Бразили, “Бразиу!”, я сказал, и они кивнули головой… и все другие, филиппинка которая работает в баре, она дала мне вспомнить о Марианн, о Кейлани Лей, о любви, как много я задумался в Марианн в школе, когда она говорила по английскому, любовь… как следующий раз напротив Кейлани Лей, моё вдохновение… Милан… Милан… Милан… город который я люблю, где я учился, где я встретил самый интересные люди в мире, из всего мира, международный город, где я настоящий я…

И потом вечер… после бара, где я согасился с другом попробовать работать там, все слова во мне проходили, все воображаемые разговоры, до бреда… слишком много кофе, я знаю…

E poi la sera, fatto di vino, tre bicchieri di vino rosso, passare al bar qua vicino a me, là dove c’è sempre la cinese bionda, vera ispirazione erotica, bersi una vodka, stare lì un attimo e liberare la mente…

La sera, perdersi, rilassarsi, darsi all’erotismo di quell’altra cinese, dopo che i video di Kaylani Lei mi avevano ispirato, lasciarsi andare a tutto il piacere del mondo, perdersi e ritrovarsi, e non delirare più, nel piacere erotico più intenso, e dopo lei che mi offriva un mandarino, e sorridendo ci si salutava, e la notte dormire in macchina, nella prima notte, nel silenzio, era l’estasi dei sensi che si diffondeva ovunque…

Tornare a casa nel mezzo della notte, con l’anima estasiata, il tantrismo che aveva svelato l’estasi, e le parole in me che non c’erano più, quiete erotica del silenzio… 

Svegliarsi, solo per fare un attimo il punto della situazione, e non pensare più, accendere i canali 24h in altre lingue, perdersi nelle immagini, in altre parole che non siano le mie, vulcano di parole e battute che potrei vendere a qualche poeta, la quiete erotica del silenzio vinceva su tutto…

Cambiare due o tre canali, e poi andare a bersi un caffè dalla cinese bionda, vera estasi, ancora una volta, al di là di quei discorsi in me che non potevo più ricordare e ascoltare, veder dissolvere persone e discorsi altrui, perdermi nella quiete erotica del silenzio, del gusto del caffè, di una radio che emette giusti suoni, in quel caffè che sapeva di ogni voluttà…

E la quiete erotica del silenzio vince ancora, si trasforma in parole scritte, in altre che ascolterò alla radio, alla televisione, non importa in quale lingua, per me sono tutte indifferenti, belle allo stesso modo, mondo dove perdermi all’infinito…

E la quiete erotica del silenzio saprà ancora di voluttà, di ogni piacere, di ogni me stesso ritrovato in questo infinito, e questo erotismo che invade tutto, che si fa quiete erotica, là dove mille parole scorreranno, solo per dissolversi, come il sottofondo di una musica…

Anima liberata, che non sa più cosa sia il tempo, eterno infinito, quiete erotica del silenzio, dove mi perdo…

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Tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

Ricevere insulti online nei commenti, chi odia la Romania, delirio diffuso, e pensare che c’è sull’Espresso l’antiitaliano, Saviano, ma al di là della politica un mondo si apriva dopo che guardavo France24, dopo che cambiavo su Digi24, la tv online romena di notizie 24 ore su 24… il ricordo, il ricordo principe, da cui discende tutta la mia anima, ortodossia dell’anima compiuta, la chiesa di Iasi, catapeteasma… ieri le parole con Francesco, quello dello Sharm, il ristorante, le parole di Rizzi sulla politica, lavorare e fare l’inventario, passare il tempo in officina, farsi male da solo a cercare di non fumare, pensare a quando comincerò a lavorare al bar, tra altra gente, altre persone, tutt’altra cosa, e domani mattina che dovrò andare a parlare con Alex per capire quando cominciare… combattere contro il sonno, quel sonno profondo e depressivo che mi prende a cavallo tra mezzogiorno e il primo pomeriggio, sforzarsi di non buttarsi giù, prendere un caffè al di là dei due consentiti, tre, il numero perfetto… stare in piedi, ascoltare le notizie online solo per sentire la lingua romena, senza neanche stare attento e capire, un bel sottofondo, e nella visione dell’anima solo lei, lei che ha fatto più casino di ogni altra, questa volta, Ana… che era inutile ritornare a Eugenia, ad Alina, o forse ci ritornavo con i pensieri, con l’anima, senza farlo apposta, la mia anima vagava in tutto questo, anche quando pensavo a Noemi, e Cristina, le due cameriere dello Sharm che oramai se ne sono andate… e vedere ieri al ristorante una ragazzina, neanche diciottenne, le cui fattezze non erano tanto differenti da quelle di Ana, e provare un desiderio, un desiderio differito fino all’infinito, un desiderio che si elevava sopra i cieli, e un desiderio che mi faceva lasciare Ana come quando un uomo decide di farsi monaco ortodosso, per ritrovare l’anima perduta in sé… Ana… farò crescere questi capelli, questa zazzera, la barba sarà sempre la solita, i pensieri gli stessi, l’assenza di pensieri, ascoltare e parlare con tutti, sentire tutte le opinioni, tutte le lingue, senza appartenere a niente, come quell’aforisma di Cioran sulle ragazze pubbliche, quelle che ascoltano tutti senza appartenere a niente e nessuno,

“Philosophie et prostitution.”

” Le philosophe, revenu des systèmes et des superstitions, mais persévérant encore sur les chemins du monde, devrait imiter le pyrrhonisme de trottoir dont dont on fait montre la créature la moins dogmatique : la fille publique. Détachée de tout et ouverte à tout, épousant l’humeur et les idées du client, changeant de ton et de visage à chaque occasion ; prête à être triste ou gaie, étant indifférente ; prodiguant les soupires par souci commercial ; portant sur les ébats de son voisin superposé et sincère un regard éclairé et faux, – elle propose à l’esprit un modèle de comportement qui rivalise avec celui des sages. Être sans conviction à l’égard des hommes et de soi-même, tel est le haut enseignement de la prostitution, académie ambulante de lucidité, en marge de la société comme de la philosophie. “Tout ce que je sais je l’ai appris à l’école des filles”, devrait s’écrier le penseur qui accepte tout et refuse tout, quand à leur exemple, il s’est spécialisé dans le sourire fatigué, quand les hommes ne sont pour lui que des clients, et les trottoirs du monde le marché où il vend son amertume, comme ses compagnes, leur corps. “

Cioran,
“Précis de décomposition” (1949).
pp. 651 et 652.

Si risolve tutto in questo aforisma, il mio preferito di una volta, c’è solo una differenza, che in quel niente trovo quell’ortodossia dell’anima che prima mi mancava, quella che mi salva, quella che non mi lascia nelle mani della follia o dell’infinito indefinito dove tutto è uguale o indifferente, rimane solo l’ortodossia dell’anima, e le mille parole e convinzioni degli uomini e delle donne, che alla salvezza forse non sono mai pervenuti, privati di quelle apocalissi che da sole possono salvare l’anima… riparto daccapo, e finisco daccapo, l’Alfa e l’Omega sono completati, non rimane nient’altro, il tempo è finito, non esiste più, l’infinito si staglia in me e si fa persona, e non rimane più nient’altro, pensieri magici, follie da scienziato pazzo, da filosofo mago e stregone, alchimismi e altre magie, in quel niente dove ritrovo me stesso e l’infinito, tra Ana, Eugenia e Alina… si trovava tutto qui me stesso, e ora mille parole e lingue altrui possono tornare a scorrere, e niente cambierebbe, semplici opinioni altrui, calcoli matematici altrui fatti di parole e idee, ma là dove il mondo finisce e comincia solo l’ortodossia dell’anima niente può essere scalfito… quel monaco ortodosso che mi benediceva, allora, più di dieci anni fa, l’immagine di Rasputin, le icone ortodosse, e questo niente che sa di infinito dove si svela e scompare la sua immagine, Ana, nella notte prima della vigilia, è la fine del tempo e l’inizio dell’infinito… Hristos a inviat… non credo tornerò più da lei, neanche per parlare, non credo tornerò più da sua sorella Aleksia, neanche per parlare, perché in me vivono le loro immagini, Eugenia, Alina, Ana, e come le tre donne dei Vangeli finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e si apre l’infinito… ultima ispirazione… ispirazione infinita…

Non so di cosa starò parlando domani mattina con Alex, del bar, di servire ai tavoli o al bancone, alla cassa, non lo so, e poco mi importa, non mi importa del nuovo applicativo delle fatture online che vedevo ieri usare da mio padre, tutti quei numeri, quei numeri, e quel lavoro che vale come qualsiasi altro, io che l’altro giorno gli dicevo: “Non ho un motivo per vivere, quindi non trovo neanche un motivo per lavorare…”… e mi viene da dire che allora sia il lavoro per il lavoro, come una volta si diceva, l’arte per l’arte, un lavoro vale un altro, in officina, al bar, che differenza fa? Non mi va neanche più di maledire colleghi o persone o altri, no, non c’entra niente, erano solo movimenti dell’anima che andavano verso l’infinito, passaggi infernali, da cui si esce e si va oltre, oltre quel libro sullo zen, oltre quello stesso libro sullo Zarathustra che forse arriverà il giorno del mio compleanno, il 7 gennaio, craciun ortodoox pe stil vechi… finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e comincia l’infinito… non so più che farmene dei libri, degli stessi libri di Emil Cioran, rimane solo questo suo aforisma, e il ricordo della sua lotta contro l’ortodossia, che invece, a me, riesce a salvarmi… nel ricordo di Ana, Eugenia, Alina… e oltre… le parole con Alex, con Francesco, un altro mestiere da imparare, darsi da fare, essere se stessi, più naturali, come mi dicevano una volta, e tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia trovo me stesso… non so di cosa starò parlando domani con Alex, non so cosa starò facendo, se mi perderò ancora in crisi mistiche obbliate come il giorno di Natale, qui in casa da solo, a sentirmi parlare da solo dentro di me, in me stesso, quasi alla follia, mi poteva salvare solo un romanzo scritto in cinese, che risvegliava la mente, mi poteva solo salvare due o tre bicchieri di vino, dei notiziari, ma tutto questo è già passato, come è già passato quel regalo di mio fratello, l’orologio power band che conta calorie e un sacco di altre cavolate salutiste, da gente fissata, con la salute, con la tecnologia, deliri diffusi tra i nuovi, che vanno di moda, come le parole della moglie di mio fratello ai suoi figli, parole da donna serpente, che rimpiangevo Eugenia quando dava gli stessi consigli, ma con tutto un altro fare, lei e i suoi consigli salutisti, non i suoi ordini rigidi, della moglie di mio fratello con i suoi figli, i miei nipoti, che un giorno o l’altro di certo scoppieranno, tira la corda, tira la corda, e un giorno farai scoppiare il mondo… non sono fatti miei… qui si va avanti lo stesso, al di là dei consigli dei più anziani, di altri giovani della mia età, di altri delle officine, di voci e ricordi e suggestioni passate, di sogni e incubi notturni, come quelli di queste notti, si va avanti lo stesso, sperando che un giorno migliore arrivi, con la pazienza di chi aspetta un messia che è già arrivato, là dove c’è la salvezza, tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia… tutto passa in questo mondo, ogni cosa, e ora come ora le uniche regole semplici mi aiutano ad andare avanti, cercare di non dormire di giorno, bere al massimo tre caffè, fare un po’ di movimento ogni tanto, guardare i notiziari in altre lingue, aprirsi a tutte le opinioni del mondo, lasciarsi andare tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, là dove trovo solo Eugenia, Alina e Ana, e poi andare oltre a loro, per trovare me stesso, e il nulla, e l’infinito, e l’ortodossia… è tutto qui, non rimane nient’altro, forse altre parole e immagini della televisione mi accompagneranno, per non perdermi in deliri monologanti da crisi mistiche e oblii dell’anima, ci sarà da darsi da fare, probabilmente quei libri sul buddhismo e sullo zen non serviranno più, neanche i libri di Cioran, neanche il lavoro, le persone, gli amici, le tipe, la musica, i film, tra il niente, e l’infinito e l’ortodossia si aprono mondi dell’anima dove tutto convive e niente rimane permanente e certo, tutto si muove, tutto scorre, e ritrovo solo me stesso tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

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Se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana…

Ortodoxie, ortodoxie, ortodoxie dell’anima, ancora una volta, dopo Ana che è andata via, fin quando c’era lei tutto andava per il verso giusto, avevo anche viaggiato, con il pensiero di lei, frastornato da cantari islamici salmodiati che sviavano, ma in me c’era sempre lei, l’azzurro del suo vestire, i momenti erotici e l’amore… perché poi mi sia perso per sua sorella, per l’altra Alexia, per quella negretta, e sud americana, e cinese, non lo so neanch’io, perduto, per causa sua, che ogni volta cercavo lei, ma lei non c’era, e mi perdevo con le altre, pensare all’altra notte, quando camminavo dove lei stava, là, vicino alla basilica ortodossa dalla cupola azzurra, la sua via, la sua strada, la sua vita, perché mi sono perso non lo so, per via della sua musica, per via che ricordavo sempre Marina quando rivedevo lei, Marina che mi aveva sviato, anche lei, con il suo amore materno, non corrisposto da me, anzi il ripudio, quel ripudio che doveva farmi impazzire di erotismo cinese l’altra sera al bar, dopo due o tre vodke, non ricordo neanche, e questi pensieri schizofrenici di questi ultimi giorni, quando divinità lontane apparivano, Shiva, Vishnu, Krishna, Brahma, come delle immagini pescate dalla schizofrenia dell’anima di quella fede bahaì che comprende troppi dèi, tutti e nessuno, schizofrenia dell’anima, idolatria, a riesumare anche dagli anfratti della mente quello Zarathustra di Nietzsche che è solo pura schizofrenia, come le canzoni di ieri senza fine su RTL 102.5, radio di tutti i bar, musica su musica che per lo meno scacciava la lettura compulsiva di non so più che cosa, fumetti giapponesi, scritti nicciani, il Pelevin buddhista e induista russo, per una lingua che non è mia, non sento mia, la lingua russa con Marina che è uno schifo, confronto a quello che sentivo per Alina, ma lei è ormai passata da una vita, e c’è una nuova ferita che sa di luce bianca eterea e azzurra alla fine del tunnel, le vesti azzurre di Ana, che se ne è andata, e con lei l’amore, le canzoni raeggeton, il rap italiano, i cori ortossi, il desiderio e l’amore, e l’addio ad ogni ragazza, che per colpa sua mi sono ferita d’Africa, di Sud America e di Cina, e ora non voglio desiderare più nessun altra, non voglio più strafarmi di caffè, di musica, di libri, di film, là dove non ce n’è bisogno, puro consumismo culturale schizofrenico, e l’ortodossia dell’anima la ritrovo quando mi raccolgo in preghiera, ed esprimo parole, e vedo lei, Ana, dal lontano dei ricordi, delle ultime nottate con lei, della sua voce, del suo sguardo, del suo sorridere, e della sua stizza, a modo suo, che ora torno ad essere monaco ortodosso, ortodoxie dell’anima, vesti nere, penitenza e chiarore della luce interna in me, che non penso neanche all’operazione di domani, tre denti da togliere, l’anestesia, non mi interessa, finché sarò vestito di nero, finché questi capelli continueranno a crescere come un vero monaco ortodosso, finché questa barba ci sarà, e finché continuerò a visualizzare la fine di tutti i miei deliri, quel vero monaco ortodosso che si inchinava baciando la terra e mi benediceva poi con tra le braccia un’icona ortodossa, al di là della crocifissione, ortodoxie dell’anima, icone, al di là dell’antico ricordo della Romania, più di quindici anni fa con mio padre e Ruggero, Oana e le sue icone, Ruggero che la sposava, Romania dell’anima che l’unica lingua che ora voglio sentire è quella dei canti ortodossi, pentru suflet, al di là di Larisa e Stas e Dmitrij che hanno convissuto con noi per più di un anno, al di là del mio sviarmi sempre da luci fantastiche e sfavillanti, stelle immaginarie, luci bianche coraniche o semi coraniche, bahaì, non è lì la salvezza, ma nel nero dell’anima dell’ortodossia, che si era perso per il colore nero di quella negretta con la quale avevo goduto, quel nero delle mie vesti estive, e queste mie vesti, che a volte sono solo rosse e nere, come il diavolo alla fine dell’apocalisse, la luce, il nero che diventa luce, e l’azzurro come l’azzurro del cielo, del giorno, della notte, che sono stufo di politica, religioni alternative, sviamenti dell’anima, ricerche di salvezze e redenzioni altre, tra buddhismi, induismi, bahaismi, babismi e islamismi, e sufismi, e cattolicesimi tutti sociali e per niente spirituali e interiori, ortodoxie dell’anima, ortodoxie dell’anima dove compare lei, Ana… ortodoxie dell’anima che si risvegliava a rivedere quell’altro ortodosso, non un monaco cristiano, ma un rabbino ortodosso, dalla barba caprina, dal cappello nero, dal corpo magro e slanciato, ortodoxie, mi dicevo, ortodoxie, di fianco a Marina, anche lei ortodossa, sulla carta, ma non nell’anima, fin troppo ragazza russa decristianizzata, laica, che quando lei mi diceva che della chiesa non le interessava già la etichettavo come ragazza non mia, senza contare il desiderio che non c’era, anzi il ripudio, che dovevo capire già da prima, che ortodossa forse era anche Leida, anche lei che non c’è più, ma il gioiello di quest’anno rimane lei, Ana, al di là di tutte le altre e tutto il resto, che già a fine mese sto facendo il conto di un anno, il bilancio, l’unica cosa che salvo, lei, Ana, e il mio sentire ortodosso, che si risveglia ora, e si permea di tutto me stesso, quella tranquillità profonda e abissale nera e oscura che da sola riesce a invadere tutto, senza luci e illuminazioni e canti schizofrenici, e parole a casaccio, e ripetizioni di troppe parole, e quant’altro, ortodoxie dell’anima senza una chiesa, senza una messa, senza gerarchie ecclesiastiche, libero di vivere la mia ortodossia dell’anima che si richiama a lei, ad Ana, che non c’è più, e quanto mi ha fatto impazzire la sua mancanza, quanto l’ho cercata, e quanto mi sono sviato, come quella canzone di Ozuna che si diceva egoista, e pensava di stare bene andando con un’altra, invece… invece… quanti errori, quanti sbagli, quanti sviamenti, e solo con l’ortodossia dell’anima potrò ancora capire e orientarmi ancora nel mondo nell’anno prossimo, nel prossimo periodo, che non vedo l’ora di Natale, Natale cattolico, Natale ortodosso, 25 dicembre e 7 gennaio, periodo sacro che più della nascita del messia penso all’ascetismo dell’anima, alla chiara luce oscura che vive in me, lontano da immagini esterne che esternano punti segreti dell’anima, solo per farla impazzire di pulsioni in contrasto tra loro, ortodoxie dell’anima, senza nessuna magica icona a salvarmi, se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana… che non saprò che farmene dello Zarathustra che forse mi arriverà dai miei amici a gennaio, giorno del mio compleanno, giorno del Natale ortodosso, solo forse l’immagine, l’immagine falsificata di un cristo che non è un Cristo, lo Zarathustra tra tutte le altre false divinità, Vishnu, Krishna, Brahma, Shiva, Bahaullah, Abdul Baha, e chissà chi altro ancora, pantheon impazzito e schizofrenico, che ci voleva solo Ana alla fine a salvarmi, l’unica cosa, l’unica persona che salvo di quest’anno, l’unico sentimento, l’unico mio sentire, sentire vero, sentire nero di una chiara luce eterea a celestiale in me, ortodoxie dell’anima… e anche se Ana non c’è più, se n’è andata, in me continua a vivere il sentimento per lei, ortodoxie dell’anima, Ana…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

E così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Nel sogno, la compagna di banco che avevo rimosso, una volta e per sempre, sogno erotico di lei, di quella Federica dai capelli mori, che viveva in un monolocale collocato sotto l’entrata di una scuola elementare, simile nei miei sogni alla mia scuola elementare, lei che viveva con il suo tipo, e sotto le scale di emergenza c’era questa specie di monolocale che si vedeva dal di fuori, perché le pareti erano di vetro, lei che viveva da commessa di un negozio di profumi, e lei che si lamentava che da poco le erano entrati i ladri in casa, scassinando l’entrata delle vetrate della scuola… lei che si confidava con il suo tipo, ma io che sentivo ancora nel sogno tutta quella carica erotica che ai tempi delle superiori scaricavo con Andra, eppure lei nel sogno emanava una freschezza di vita e una sensualità senza pari, una vitalità femminile dell’erotismo che si trasmetteva quando le stavo di fianco al banco, e sognavo e sognavo di farla mia, ma non so perché allora mi disciplinavo a non provarci con le compagne di classe, forse perché più piccole di me, forse per non creare casini dentro di me, forse perché allora ero fissato con l’ebraismo, con la fede, anche se non esitavo a vedermi con Andra, la ragazza romena che mi ispirava sogni e mi faceva godere, come il quadro dell’Olimpia di Manet… non so perché nei sogni tornava ancora lei, Federica, so soltanto che il sogno non aveva una linearità, si risolveva tutto nell’immagine di quel locale di vetro sotto le scale antincendio della scuola, ed era carico di energia erotica… mi svegliavo, mi svegliavo e notavo come tutto fosse diventato una fiction, le divinità, i film, quell’Indiana Jones che ieri guardavo in inglese, quelle immagini di calligrafie divine, quell’intera mattinata e primo pomeriggio di ieri passati ad ascoltare il corano, incantato come un serpente da quel canto e quel suono, nelle mie crisi di depressione e scoraggiamento, in vista dell’operazioe chirurgica, in vista di rivedere Marina non so quando, forse settimana prossima, scoraggiato perché non c’era da lavorare, mentre ora me ne rallegro, che più sto lontano da quei vecchi parafascisti meglio sto, loro e la loro politica, i loro discorsi e doppi sensi, la loro animalità, che trovo la verità nella fiction, sia che siano i fumetti vecchi e nuovi di Kenshiro, che siano i film di Indiana Jones, che sia la fiction delle storie delle divinità, e la mia anima si riapre e si riaccende in questo sciabordio di immagini e immaginazione, che niente di fisso rimane più, forse la voglia di rivedere gli amici, la voglia di uscire con Marina e le sue amiche a vedere il dramma di Pushkin, la serie televisiva russa storica su Sofia, la prima dinasta della Terza Roma, Mosca… che l’immaginario ora mi invade, oltre all’immaginale religioso, le due sfere si mescolano, immaginario filmico e immaginario onirico, immaginale religioso che dà un senso e una tranquillità alla vita, tra sogni dell’aldilà, di fantasmi e profeti che mi compaiono per confortarmi, di visioni dell’oltretomba, di storie di profeti che distruggevano gli idoli e venivano ispirati, mentre ora tutto l’immaginario e l’immaginale si confondono, per dare vita a una fiction dell’anima che mi ripara e mi salva dalla brutta realtà di quel lavoro che mai farà per me, tra quella gente ignorante e volgare, e  mi chiedo ancora cosa ho studiato a fare e cosa vivo a fare se poi mi devo ridurre a fare il manovale… ritorna ancora la voglia di lingue straniere, di fare risciacquo linguistico con nuove lingue, senza più fisse o idee di lingue sacre e superiori, quelle lingue che servono per dissipare i discorsi ignoranti e i doppi sensi elementari e le associazioni di parole di chi non sa che la propria lingua o il dialetto della propria stupida madre, gente ignorante… che anche ieri quando il vecchio amico di mio padre diceva “Vamos a matar los rojos”, citando la divisione di Francisco Franco, per un attimo la mia mente volava ancora alla storia, alle lingue, alle culture, mentre lo stupido operaio si risolveva a ritradurre in dialetto la frase spagnola, lui e quella puttana bergamasca di sua madre, sempre lì ritorna, lui e la sua amata Italia di cui sente parlare in quelle trasmissioni che anche mio padre la sera guarda, discorsi idioti su discorsi idioti, gente che riempie la propria ignoranza e il proprio vuoto con un regurgito di patriottismo postmoderno xenofobo… la xenofobia, la voglia di casa, di Blut und Heimat, come quell’altoatesino che in confronto agli altri è un professore di lingue e di storie, ma che anche lui è attaccato al territorio, gente anziana, un’altra generazione, gente che non può comprendersi con la mia generazione multiculturale e ricca di elementi esterni ed estranei, ed è normale che scatti lo scontro, il conflitto, tra due mentalità che non si possono capire, una legata alla terra e al territorio, l’altra deterritorializzata, che vive di immagini e immaginari altri, fatta di altre lingue, internazionale, multiculturale, giovane e nuova, mentre il vecchiume da dialetti e cimiteri e patriottismo velleitario fanno solo venire noia e depressione, scoraggiamento, nessuno davvero con cui parlare, e anzi lo stress a volte si fa sentire, perché quella gente non la puoi mandare a quel paese, o non puoi neanche parlare liberamente di altro, perché tanto non capirebbero, limitati come sono nei loro riferimenti culturali e di senso… ma è così, speravo di fare il mediatore linguistico e culturale con stranieri, russi e inglesi, altri, mentre invece ti ritrovi a farlo con una generazione italiana più vecchia, la cosa che detestavi di più, tu che sei nato per il multiculturalismo e la xenofilia… che mi passa la voglia di lavorare, in questo ambiente vecchio, non ci sono stimoli, è solo una specie di tortura, di tormento, che ricorda quasi i campi di lavoro forzati dell’Unione Sovietica, la rieducazione tramite il lavoro sembra, peccato che a volte sia più un campo di concentramento, e non per il lavoro, ma per l’ideologia che sta dietro a quelle persone… un vero campo di concentramento e di rieducazione tramite l’ignoranza… ma per fortuna c’è la televisione, c’è la Deutsche Welle, ci sono i film, la musica, le canzoni, altri immaginari, altre divinità, altre religioni, e nel mio piccolo, tra amici e amiche continuo la mia vita parallela, fatta di interessi e immaginari comuni, condivisi, se non del tutto almeno in parte, e la fantasia può ancora salvare da quella ignobile realtà… ricorderò sempre i sogni erotici di Federica, il ricordo della scuola, le mille discipline insegnate, i mille immaginari differenti, i ricordi delle ragazze passate, l’attesa di vedere Marina e lo spettacolo, le cavolate che si dicono con gli amici, i film di cui si parla, i libri, i fumetti, e così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Pensieri liberi, Ricordi, Sogni, Visioni

L’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…

Fiumi di alcol ieri, dopo la visita, musica shqip e tanta fantasia di ricordi di Alina che sembravano dare la pace da poeta maledetto, le sinestesie di suoni e immagini in me, la dannazione, e l’inconsistenza della chimica che non sarebbe servita a niente, l’immagine della bottiglia e altre solite immagini come a ricordarmi qualcosa che non serve ricordare o rievocare, stendersi sul letto dopo mezza bottiglia e ascoltare la passione di Bach, che risentivo l’altra sera dopo aver visto “The killing of a sacred deer” insieme ai miei amici al cinema, film diabolico lo definivano i presentatori, e pensare che io ci vedevo la divinità sacrificata, il figlio innocente sacrificato, con la chiusura del film con Herr, Unser Herrscher di Bach, e l’amico che mi diceva appunto che quella era davvero la giusta interpretazione… dolori vari, fisici e mentali, nel resto dei giorni, la chimica inefficace, ininfluente, che non serviva più a contenere i miei stati d’animo alterati, ritrovavo la pace grazie alla religione e alla filosofia, senza neanche più bisogno di leggere mille libri come stavo facendo ultimamente, evidentemente molto stressato da varie cose, che adesso mi chiedo cosa ci facciano in sospeso tutti quei libri, lo Zarathustra, Leopardi, il libro di Pelevin in russo, la filosofia delle immagini e il buddhismo, e un sacco d’altre cose che non hanno più senso… quella serata a vedere Pushkin al Piccolo Teatro che non s’ha da fare, perché Marina non rientra nei miei pensieri, nei miei desideri, per un po’ le donne è meglio lasciarle perdere, tutto stress e nessun piacere, nessuna felicità, anche dopo che questa mattina mi svegliavo con la bocca riarsa dalla pizza che fa sempre venire sete, dopo che sognavo Ana e Aleksia che incontravo a piedi nel sogno mentre loro andavano al lavoro, e si fermavano davanti alla cancellata di qualche ditta, che evidentemente nel sogno era d’accordo con loro, svegliarsi con il bel ricordo della sera prima, in pizzeria dai turchi a vedere Croazia-Spagna, la tranquililtà dopo una giornata alcolica e fatta di musica, la tranquillità dei turchi che rievocano sempre la tranquillità di quell’imam Sò che mi insegnava il sufismo, quella tranquillità che mi dice quasi di riportare tutti i libri in biblioteca, di non stressarmi più con quelle letture, di non bere più caffè per essere pronto a leggere chissà che cosa, come se fosse il mio lavoro stressarmi davanti ai libri, due parole sulla partita con i turchi, e poi tornarsene a casa solo per finire di vedere la partita e andare a dormire… incubi che se ne stanno andando via dopo le ultime nottate da fiori del male, le invocazioni, le preghiere, le visualizzazioni di mahdi e di luci bianche, le sure del corano, la pace dell’anima e nient’altro che possa influire sul mio umore, comportamento, le mie paure, le mie fobie, le mie ansie, tutte dimenticate, ora vive solo la tranquillità e nessun pensiero, nessun dovere, niente di niente, che non so neanche cosa avrò da dire quest’oggi a Saverio, e come mi dirà di trovarmi, lui che in fondo, giustamente, neanche ci fa caso ai miei sbalzi d’umore, alle mie follie, alle mie paure, e Alessandra dell’altra giornata che ha fatto il suo dovere di tranquillizzarmi, e io che mi risolvo in un evitare donne, evitare alcol, troppe sigarette, troppi libri, troppi caffè, e che mi rimetto tutto a stare solo tranquillo e rilassato, e il resto non conta neanche più di tanto, nemmeno la dieta ferrea, e gli allenamenti, interrotti per tre giorni per via di un dolore all’inguine, causato da quei posti troppo stretti del cinema, che mi facevano fare movimenti sbagliati… le uscite con gli amici che non so se saranno di nuovo questo fine settimana, forse non ce n’è bisogno, non ne sento il bisogno, i soldi che si stanno scialacquando in questo periodo, e più di tanto non mi pesa, la chiesa che non ha più bisogno di esistere, e i suoi insegnamenti, luogo destinato a vecchiette e vecchietti impauriti dalla morte e dalle malattie, e ligi a chissà quale tradizione, quell’islamico che vedevo quella volta uscire dall’oratorio, intonando qualche sura, il sufismo di quel libro che mi fregava quando parlava di donne e desiderio erotico, la puttana eva di sempre e il redentore che non corre dietro alle donne per non impazzire, vita vuota e tranquilla, vacua, assente di ogni pensiero ed eccesso di libri e scritture, la pace si trova senza niente, e non si può impazzire ogni volta per dare frenesia alla noia, non è questo il metodo per trovare pace, non è questo il metodo per vincere la noia, temere forse qualche parola perturbante di Saverio, che a volte ci sa davvero fare per metterti a disagio, questo dottore che quasi cambierei, per rivolgermi ad un altro da capo, che non mi conosce, per ripartire da zero e azzerare tutti i discorsi passati, inutili, cervellotici, fatti di troppi ingiunzioni e comandi, qua dove di comandi non ce ne sono più, dove non ci sono più neanche divieti, perché dove tutto diventa evanescente e vuoto smette anche di essere comando o divieto, semplicemente svaniscono i fatti, si perdono nel nulla, e rimane l’inconsistenza del vuoto e della tranquillità… una giornata che passerà senza passare quest’oggi, come i prossimi giorni, senza neanche attendere l’intervento, senza neanche pensare troppo alla salute, alle malattie, mio vero tallone d’Achille dell’ultimo periodo, che doveva risolversi in vero terrore ipocondriaco ormai passato, svanito, che non rimane più niente per andare al di là della noia, e non volere più neanche parlare con Saverio, non ascoltarlo più, non sentire più i suoi consigli che non aiutano, e quanto sarebbe bello tornare indietro nel tempo, quando tutto filava sempre liscio, ma poi è già così, fila liscio anche adesso, basta andare oltre certi miei incubi nati da attacchi d’ansia e schizofrenia, basta stare più tranquilli e vivere come un post-ricovero dove non si ha più voglia e motivo di rischiare di perdere la ragione un’altra volta… Ana e Aleksia e Marina dimenticate, anche l’altra Aleksia, al di là dei commenti maliziosi di certa gente sul lavoro, parole che non sopporto più e un laicismo al quale non mi darò, cultura antireligiosa del mondo che non conosce la pace, ma adora gli eccessi, sono stufo di tutto questo, è giunto il momento di una certa ieraticità, che visualizzo nei grandi maestri sufi sempre pronti a darti la calma, dall’aldilà,  bektashi immaginario di me stesso, al di là degli idoli e delle sovraeccitazioni, e degli abissi, via di mezzo tra le vette e gli abissi, visti a distanza, e un andare oltre tutto questo senza neanche bisogno di troppi libri o sure del corano, o versetti biblici, o chissà cos’altro ancora, non fare più niente, non lasciarsi fregare dalla mentalità di questo territore che dice sempre di fare qualcosa, che bisogna fare qualcosa, saper fare qualcosa, mentalità paesana che non conosce pace, e che si fonda tutta sul lavoro e sul fare, mentalità che mi ha sempre dato fastidio, insieme al suo sciovinismo, il suo essere ligio alla legge, alle regole, al buon costume, al buon pensierio, al moralismo, mentalità ottusa, chiusa e rigida di certe persone sul lavoro, che non sopporto più, anche le critiche al mio eccesso di spiritualismo, alla mia pace che posso trovare, alle battute che non mi va di fare, ai doppi sensi, alle cazzata che devo sentire, gente perduta, ignorante e volgare che non mi deve più influenzare, così come il mio cercare di essere come loro, che non voglio più, io sono altro dagli altri, lasciatemi nel mio spiritualismo e nella mia pace, e non infangatemi più con le vostre parole, misericordia su di voi e sulla vostra ignoranza, qua vince solo la ieraticità e il sufismo dell’anima, e niente più mi può scalfire, niente più mi deve sovraeccitare, non c’è bisogno di mille letture, film, canzoni, consumismo culturale fine a se stesso, che anzi fa solo male, sforzando e stressando la mente là dove non serve, che tanto non devo più fare lo studente o il professore, e voglio solo vivere in pace… bar dei perduti che non avrò più tanta voglia di visitare, quei caffè in eccesso, quella cartina tornasole dell’anima sfalsata, che anche con quella gente lì non c’è discorso, voglio solo un periodo di pace, serenità e tranquillità, un periodo indefinito, che non sappia neanche di donne e neanche di sofisticazioni intellettuali, di stralavoro, di eccitazioni di ogni sorta, di immagini da adorare, simboli occulti dell’anima, è l’ora della vacuità e della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza, e al diavolo ogni eccitazione o eccesso, sono davvero stufo… e che cosa farò ora, solita domanda di sempre, cosa fare, cosa fare, cosa fare, caos che nasce dalla noia, spinta solita di eccitarsi e darsi da fare, fare, fare, fare, la vera religione di questa gente qui attorno, incapace di stare lì e non fare niente, sempre frenetica, che ti sprona ogni volta a fare, ma perché non fare più niente? Stare lì e stare tranquilli, ed evitare eccessi, è così semplice vivere in pace, in serenità, nella vuotezza dell’anima, e non mi tormenterò più per vincere la noia ed eccitarmi, ed esaltarmi, stanco degli eccessi, è l’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…