Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Che la via tantrica ed estatica della tailandese vanno oltre ogni arabesco dell’anima…

Seduto lì, sul marciapiede, sotto l’ombra di un albero, a godermi la mia sigaretta dopo gli attimi erotici con la tailandese, estasi erotica sopra ogni cosa, che scacciava tutti i pensieri della notte, con quell’insonnia che mi prendeva, alla sola idea di rivedere quegli amici che non mi va più di vedere, a sovrascrivere con l’anima gli antichi riflessi di una Lucy Lee coreana passata da tempo, che quegli attimi erotici con la tailandese valevano di più di ogni immaginazione, dopo che nella tarda mattinata quella febbre mi prendeva, anche a vedere le cinesine lì nel mio cortile, a ricordarmi sempre e sempre lei, la tailandese… che per un attimo sognavo di rivedere Alice, la carica erotica, il piacere, e anche se Rittsi mi diceva che è meglio pensare alla finanza che alle donne, la carica erotica era lì, che non c’era modo di vincere gli spettri della virtualità e delle immagini virtuali se non andare a cercare quella ragazza tailandese… la trovavo là, con la porta aperta, ad aspettare la cinese più grande, alla quale chiedeva se c’era quella più giovane, mi diceva che era andata via, e invece un attimo dopo, dopo che lei la chiamava, appariva, e al solo vederla sentivo tutto l’amore e la carica erotica per lei, in un misto di sensazioni tra il bar di Paolo e quello dei miei amici, che l’altra sera su WeChat mi dicevano delle loro mogli, delle altre loro amiche ormai tutte sposate, e che a me rimarrebbero solo le divorziate, sensazione che l’altra notte scatenava la mia passione per lei, per la tailandese, e fiumi e fiumi di energia erotica fluivano in me… la disperazione mista a quel senso di libertà e voluttà, lontano dai lacci del lavoro, di una relazione, di un’amicizia, il liberarsi della voluttà che mi infestava ieri notte come stamattina, per far scrosciare via pensieri religiosi che sono solo dei lacci dell’anima, che la intorpidiscono e la fanno deragliare… e mi ricordo ancora quegli attimi lì, seduto sul marciapiede sotto un albero, in quella via che era di Alina, e tutta la mia voluttà si liberava, come ai tempi passati, di allora, di Alina, e anche più indietro, quando quella città di periferia era il nostro luogo preferito, me e dei miei amici, per liberarci dai lacci della scuola, delle regole, amicizie adolescenziali che imparavano a rompere le regole, a lasciarsi andare a sensazioni orgiastiche e dionisiache, oggi come allora, come ai tempi di Alina, grazie alla tailandese… che l’altro giorno per strada vedevo un altro centro massaggi tailandesi, là per la strada, lontano da Milano, e tutta la mia anima si riversava in quegli antichi ricordi di Natale dove, davanti al palazzo di mia zia, a Milano, c’era sempre quel centro massaggi tailandesi, ed era forse l’unico momento che godevo di quei lunghi tre giorni, scappare da lì, dai parenti e lasciarsi andare a buddhismi tantrici con qualche massaggiatrice, che conoscesse tutte le arti per liberare la mente e il corpo dai suoi lacci… e oggi la tailandese sapeva andare oltre la notte con Lucy Lee e le immagini virtuali, oltre gli arabeschi della mente di una mattinata impazzita, che sapeva solo liberarsi quando vedevo le cinesine nel mio cortile, e sapevo che oggi sarebbe stata una giornata “off”, cogliere il momento e la carica giusta per liberarsi, e lasciarsi andare a momenti erotici senza uguali, che sapevano di più voluttà anche di Ana che rivedevo ieri notte, e quegli attimi sapevano di amore quasi con la mia ragazza, i suoi lunghi capelli neri, il suo corpo, le sue forme, la sua arte erotica, che tutti i lacci dell’anima erano tolti, tutti i sigilli, tutti gli arabeschi tra calendari alternativi e spiritualità altre, come una sorta di Zero Church dell’anima, come quella che raccontava Shion Sono in “Love Exposure”, e mai come prima mi sentivo più innamorato, appassionato e voluttuoso per lei, per la tailandese, anche oltre l’immagine di altre bariste, che oggi il suo volto lo fotografavo, lo baciavo, era mio, come lei sapeva darsi, e quei momenti di pura voluttà si riavvolgevano e andavano in onda di nuovo, in quegli attimi sotto l’albero all’ombra, che l’incantesimo sarebbe durato all’infinito, se poi ad un certo momento non mi fosse venuta voglia di un caffè, dopo quel pranzo blando per godere ancora di più, e mi alzavo solo in quel momento, alla ricerca di un caffè, alla ricerca dell’aria condizionata nella macchina, sempre più estasiato… tornavo al mio paesino di cui lei mi chiedeva, io stavo vago, per non nominare ciò che non ha bisogno di essere nominato, come il suo nome, il mio nome, e tutta l’estasi si liberava anche lì al bar degli altri cinesi, oltre la barista che non guardavo, la ragazzina più piccola, e nella mia mente c’era solo lei, la tailandese, il suo volto, il suo modo di fare all’andare via, quando mi apriva la porta viola, come quell’immagine di quel tempio tantrico tailandese, e tutta la mia anima si riversa su di lei, tutta la mia voluttà, che non temo neanche i prossimi giorni a mangiare all all you can eat, dai cinesi, tra cinesine più grandi e altra gente, camerieri islamici e albanesi, che tutti si risolve in quell’ascesi chiamata Bahaì, là dove il razzismo non esiste, nell’immagine di Abdul Baha che si pone tra gli altri che potrebbero dare fastidio all’anima e tutte le immagini degli altri di questo mondo, e oltre tutto questo, al di là, nel profondo c’è solo la voluttà della tailandese, che copre e silenzia i discorsi altrui di chi a volte mi ha circondato e mi circonda, tra i ricordi dei loro discorsi, dei loro toni e delle loro parole che vengono silenziate dal ricordo di lei, della tailandese, e dell’estasi erotica, che per un po’, mi dicevo sarò a posto, a tempo indefinito, anche al di là di tutte le immagini virtuali che sviano l’anima, la mente e il corpo, là dove ora, nell’estasi erotica, c’è solo lei, la tailandese… che ormai Ana è un ricordo lontano, si sa, è un ricordo della notte, e ora brilla solo il viola e la sua pelle, della tailandese, la sua bellezza da Good Morning Vietnam, tra immaginari di film di Hong Kong e sud est asiatici, dove la voluttà si liberava oltre ogni dove, in ogni anfratto della mente e dell’anima, in un buddhismo tantrico che scardina via pensieri e connessioni e riflessioni sbagliate, che tutto quanto è salvato dalla dannazione che stavo provando questa tarda mattinata, dannazione che poteva solo risolversi in voluttà, grazie a lei, la tailandese… e tutto sa ora di lei, le cinesine in cortile sono solo un riflesso lontano di lei, le immagini virtuali svaniscono di fronte alla voluttà, e niente più è virtuale e sintetico, ma diventa tutto vero e prende corpo nell’estasi dentro di me, nei ricordi e nel piacere, e non si sa neanche di cosa sarà fatta la giornata, la notte, forse di ricordi, e non più di immagini e parole seriali che vedevo le altre sere, tra quel “Death Note” che chissà dove recuperavo, per sapere sempre di Estremo Oriente, e anche il ricordo di quella giapponesina dieci anni fa e di più forse, quando a San Valentino mi regalava il cioccolato, segno di affetto, quella volta e quel desiderio di allora che si rifanno ora in lei, la tailandese, oltre tutte le amiche cinesi dei miei amici cinesi che una volta mi cercavano di presentare, mentre ora sono tutte disperse tra famiglia e altri affari, e immagini che non dicono niente di altre ancora su WeChat, e oltre tutti questi desideri di allora e di loro c’è lei, la tailandese, che sa di voluttà più di tutte… e vado oltre anche quei discorsi di mia zia l’altro giorno, tra quel gelato e quella torta di troppo, quei discorsi dei parenti tra le loro peripezie e sventure amorose e matrimoniali, che la via più giusta sembra proprio questa tantrica, che va al di là delle illusioni di relazioni forzate, solo per omogeneità con i più, e vivo di questa estasi e voluttà tantrica più di ogni discorso di relazioni matrimoniali e affettive disperse qua e là, tra cugini più lontani e più vicini, che la via tantrica ed estatica della tailandese vanno oltre ogni arabesco dell’anima… e di arabeschi per un po’ non ne vorrò più, non vorrò più perdermi come quel personaggio di “Love Exposure” e la sua lotta contro the Zero Church, dimenticate i lacci della relegioni, come mi dicevano, e solo l’estasi e la voluttà erotica fanno ciò che mille lavaggi del cervello e dell’anima sanno solo incasinare, nel viola di là dove sta lei e del suo vestito rosa, o nero e grigio, o rosso, e come quando si presentava oggi, che stava per andare via, con i suoi vestiti da ragazza come tante altre, come quelle che si vedeno a volte nei ristoranti, là dove nasceva tutto il desiderio, come quei giorni a Torino dai miei amici cinese, una settimana là a sognare e desiderare la loro cameriera, sempre vestita di nero e di rosso, ai tempi quando non sapevo ancora liberarmi dai lacci, e ora la voluttà e l’estasi ritrovano in me tutto ciò che sembrava perduto, e lo fanno rinascere sotto nuova forma, in forma di estasi che continuerà non si sa fino a quando, a tempo indefinito nell’estasi e nella voluttà… che ogni cosa sembra ora insignificante e inesistente, priva di consistenza, di attenzione, tra libri inglesi norvegesi da leggere, serie televisive cinesi e anime giapponesi, canzoni e musica, e ogni altra cosa, che mi darei ore e ore a musica new age tantrica e trascendentale, dimenticando tutte, tranne l’estasi e la voluttà erotica con lei, la tailandese, al di là di tutti i lacci dell’anima e di tutti gli arabeschi, il viola di là dove stava lei, e la sua arte erotica, quell’ombra sotto l’albero, e tutta la voluttà a liberare l’anima…

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E in questo continuo andirvieni di devasto e razionalità non so più cosa scegliere, tra Eros, Thanatos e Logos…

Cosa mi sveglio ogni mattina per leggere libri e guardare le notizie? Per andare al bar e non dire niente, a parte comprare le sigarette e bere il caffè che fanno male? L’unica cosa che resta sono lo sguardo di Loena e Valeria, e per il resto è pura follia di consumo culturale, di cerebralismi, di cose che non stanno né in cielo né in terra, come quel libro su Leopardi, sul nulla, sulla tecnica, sulla poesia… Leopardi che mi ricorda la calligrafia che è appesa nello studio di Saverio, e ad una settimana dalla visita divento sempre troppo cerebrale, che non riesco più neanche a rapportarmi con gli altri, divento autistico, io e le mie letture autistiche, che di poetico non rimane proprio più niente… e sarà forse la razionalità del lavoro, l’orario prestabilito, il lavoro da tecnico riparatore manovale che fa male, tutta pura razionalità scientifica, e nessuna anima… certo sarebbe bello tornare ai tempi dell’università, circondato da ragazze, che sempre avevo voglia di ragazze, di parlare, sognavo, vivevo in una costante poesia, e le mie pagine di allora lo dimostravano, se solo non fossero andate perdute in un accesso di disperazione… ma fa niente, sono sempre me stesso al di là delle pagine scritte, che anche i filosofi più antichi avevano getto nelle fiamme i propri scritti, e ora come ora l’unica cosa che davvero mi fa stare male è questa superrazionalità, le regole rigide, il non bere, sforzarsi di non fumare, cercando algoritmi ogni giorno che mi facciano diminuire le sigarette, cercando altri algoritmi per perdere peso, o almeno non mettere su più peso, altri algoritmi e altra matematica per andare a dormire all’orario giusto, non mischiare la chimica, svegliarmi presto per dedicarmi subito a qualcosa che non sia il lavoro, ma la poesia, l’arte, la letteratura, la meditazione… e ogni mattina, è più forte di me, vado sempre al bar, per comprare le sigarette, o forse per vedere l’unica parte di femminilità che è rimasta: Valeria, Loena e Bruna, e in giornate come queste superrazionali non mi va neanche di Alice, Ana o Kaylani Lei… che il contrario della razionalità a questo punto non è per forza il desiderio erotico, ma anche la poesia, l’arte, la letteratura, il cinema, le canzoni, stare insieme agli altri, e vivere… vivere, nessuno mai ce l’ha insegnato, diceva quella canzone, e ora come ora ciò che mi manca è proprio il vivere, che tutta la giornata è una continua battaglia tra la superrazionalità e il niente, i sentimenti che quasi non esistono più, l’ossessione continua di sigarette, caffè, cibo, letture autistiche, che della vita non rimane più niente, e anche parlare con gli amici non ha niente di esistenziale, ma è tutto incentrato sulla critica di film, di arte, che di vita non rimane proprio più niente… sfumata l’idea di fare amicizia con Sissi, lei, già fidanzata, già innamorata, e poi chissà perché c’era la mania delle ragazze cinesi, dopo Alice, dopo lo sviamento di Valeria, che non mi capisco più neanch’io… che sento una tensione senza fine, una costante tensione di stare sveglio, stare attento al lavoro, usare la testa per lavorare, che di poetico in quest’esistenza non rimane niente, neanche i film che consumo o i libri che consumo, o le canzoni, ed è tutto iperrazionale, che quasi ho nostalgia dei miei afflati spirituali, che ora, in questa mattinata non ci sono più, perché, anche se mi mettessi a pregare e meditare non farei altro che chiedere razionalmente le solite cose: fumare di meno, mangiare di meno, non abusare di alcol e valium e tutto ciò che stordisce, o adorerei soltanto quel desiderio erotico che vorrebbe stordirmi e farmi perdere la ragione… e tra razionalità e irrazionalità, istinti e pulsioni, vorrei davvero vivere una vita al massimo, sregolata, solo per provare l’ebrezza dello stordimento, degli estremi, mentre qua, con tutta questa razionalità, tutto viene a noia e non c’è più un’emozione, neanche un afflato religioso che ti faccia sentire vivo… maledetta la giornata che ho ritirato fuori le tesi di università, i libri sul nulla di Severino e Givone, maledetta la filosofia, la razionalità scientista di quegli amici avventisti, loro e le loro diete, le loro regole rigide che fanno impazzire, e ora come ora vorrei solo provare un afflato religioso, un’estasi mistica, o un desiderio erotico senza fine per Alice, o per non so chi, per Ana forse, se solo lei non mi rimandasse a tutta l’ortodossia dell’anima, come stamattina vedevo riflessa negli occhi di Loena… i suoi occhi azzurri, come quelli di Katia, quella bellezza che ormai non c’è più, quell’innamoramento che si era perso per Valeria, per le ragazze cinesi, per Alice, e ora che la razionalità pura mi fa visita tutto diventa noia, apatia, piattezza, assenza di sentimenti ed emozioni, e mi sento iperrazionale, ipercaffeinato, ipercaffeinizzato, che di passione non ne rimane più nessuna… e vorrei le sensazioni degli estremi, i no limits, come quelli delle pubblicità, e invece tra dionisiaco e apollineo mi ritrovo ora nella parte più apollinea di me, che di orgiastico e di dionisiaco non rimane niente, forse per non perdermi in Valeria, che rimando invece a una notte che sarà con Alice, o con Ana, o con Alexia, se solo all’estremo opposto dell’apollineo non ci fosse per forse il dionisiaco, e forse aveva ragione Cioran, in un semplice aforisma: “Tutto si risolve in desiderio e assenza di desiderio…”… Eros, Thanatos, Logos, ecco gli estremi, le tre punte dei miei sentimenti dell’ultimo periodo, cadute negli abissi della morte, tra musica black metal e spunte di depressione, desideri erotici tra Alice, Ana e Kaylani Lei, e poi la razionalità assoluta, quella rievocata con il ricordarmi di essere laureato, e aver ricordato le tesi, quei libri di filosofia, che non vanno d’accordo con la carica erotica, e neanche con la depressione, i tre estremi: Eros, Thanatos, Logos… l’uomo è un animale razionale, dicevano… e non si sa mai se vinca di più la parte animale o quella razionale… che quanto sarebbe bello tornare ai tempi dell’università, dove non dovevi prestare troppa attenzione ai tuoi ragionamenti, a parte nei periodi sotto esame, e per il resto dell’anno potevi ubriacarti, e darti ad Alina, a Leida, a Xhuliana, ed eri circondato di ragazze, di profumi femminili, e la tua anima era in costante subbuglio, e ti dedicavi, forse innamorato, alle lingue e alla poesia, come se fossero l’apice di tutto, dove potevi esaltare in parole i tuoi sentimenti, sublimare la passione, e darti poi a tutta la carica erotica la notte, ispirato dalle ragazze di università, dalle lingue, mentre ora qui a lavorare è tutta pura razionalità, professionalità, se non fosse per la vicinanza dei tuoi, degli altri, se non fosse che le uniche ragazze rimaste sono Alice, Ana, Leona, Bruna, Valeria, le cameriere dei ristoranti, e non sai più a chi darti, non sai più se perdere la testa o essere razionale, o darti ad occultismi esoterici, per invocare il Thanatos dell’anima, o se invece devi adorare l’erotismo e lo stordimento, o una giusta via di mezzo, che trovi nella razionalità nel Logos, e un giusto equilibrio di comportamenti e pensieri con gli altri, e ti mancano forse gli estremi, lo stordimento, le passioni esagerate, l’esageratezza di una volta, e di questa stabilità non sai quasi cosa fartene, ti viene a noia, e ti sembra quasi di essere diventato un robottino, che consuma libri, consuma canzoni, consuma film, cerca di lavorare, ma non sa mai cosa fare, a parte perdersi ancora in letture automatizzate, come se dovesse scrivere un’altra tesi, o chissà che, mentre l’università è finita ormai da tre anni… ma anche se l’università è finita il logos c’è sempre, e non c’è l’alternarsi funesto di eros e thanatos, è giusto cercare una via di mezzo, al di là anche di deliri ed esagerazioni, sempre al limite di questi estremi: Eros, Thanatos e Logos… e non sai che fartene della mattinata, perché guardare France24, perché non leggere “Runaway horses”, perché non darti al raccoglimento, o stordirti con qualcosa? E il sopraggiungere della razionalità sa di noia, che quando sei devastato rimpiangi l’equilibrio, e quando sei in equilibrio rimpiangi il devasto… che a volte anche parlare con gli amici non basta più, loro e le loro idee di scrivere storie, diventare degli artisti, degli scrittori, dei cineasti, dei fotografi, quando oramai hai capito che è tutto diventato economia aziendale, marketing e psicologia dei consumi, anche nel campo dei prodotti di consumismo culturale, e dell’opera del genio romantica rimane solo il vago ricordo, ormai è tutto burocratizzato, analisi dei costi e dei profitti, pura razionalità che sta attenta ai temi più in voga, a ciò che gira nell’aria tramite le ricerce di mercato, le ricerche su internet dei consumatori, ed ogni nuovo prodotto culturale è altamente studiato dal marketing, come dicevamo anche l’altro giorno con gli amici, e dell’opera romanticamente ispirata non rimane più niente, salvo forse qualche azienda indipendente, che non conosce nessuno, sia nei libri, nei film, nei fumetti, nel cinema, nella fotografia… e manca, ciò che manca, in questo universo ora iperrazionalizzato è l’esagarazione, la passione, il devasto, come me, ormai da troppo tempo sobrio, che quasi ho nostalgia dell’ebrezza delle passioni, delle esagerazioni, e tutto diventa noia, raziocinio, apatia, e non c’è più neanche l’afflato mistico, l’estasi dei sensi, e solo vagamente ricordo le estasi erotiche, alcoliche e musicali di una volta, che riempivano queste pagine, e quanto mi mancano i tempi dell’università e le sue passioni… così, stirato tra questi estremi, Eros, Thanatos e Logos non so più cosa fare, non c’è più niente da fare, c’è questa vita che va avanti, al di là di ogni estremo, e in questa stabilità anelo al ritorno del devasto, e in questo continuo andirvieni di devasto e razionalità non so più cosa scegliere, tra Eros, Thanatos e Logos…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Visioni

C’è solo una luce bianca, e alle spalle, l’inferno…

Basta con i libri, i fumetti, i film, le canzoni, che me ne accorgevo tra ieri sera e stamattina, quando tiravo fuori dall’armadio dei ricordi la mia tesi sulla Russia, dopo i discorsi filosofici con l’amico anziano di mio padre: Rizzi… lui e i suoi excursus storici, Nietzsche e il Corriere della Sera, la politica e l’economia, cose che mi facevano tornare in modalità univesitaria per qualche giorno… al diavolo la scarica di nervoso e depressione e odio che sentivo ieri sera, al solo rivedere quella tesi sulla Russia, il ricordo dimenticato di quel periodo terribile, depressivo, la mania dei libri, delle lingue, della cultura e della politica, e l’odio ancestrale per il padre, simpatizzante fascista e nazista, e il mio odio giovanile nei suoi confronti, e la mia simpatia inversa verso il comunismo, Russia di merda… che al rileggere quella tesi vedevo le solite cose, le solite cose tra sinistra e destra, i migranti, il terrorismo, Salvini e Putin, il comunismo e il fascismo, il nazismo, le solite cose da telegiornale e talk show… non so neanch’io perché andavo a ripescare la tesi, forse per il discorso solito di Saverio che mi ricorda sempre che sono laureato, e involontariamente mi getta ogni volta nell’inferno, nell’inferno dell’editoria, della politica, dei libri della scrittura… e mi ricordo le parole di Magnati, che mi diceva che l’universo accademico e di scrittori è puro inferno… inferno… che me ne liberavo stamattina da quei libri di filosofia, quelle tesi, quegli altri libri da Feltrinelli, che come al solito ogni cosa si risolve nella pura luce e pratica di un mondo senza libri, o di libri che non sono libri, quelli sul buddhismo, quelli sul sufismo, libri che vanno al di là dei libri, libri dalle pagine vuote… e me ne accorgevo ancora di più dell’inferno dell’editoria quando stamattina chiamavo Barre e lo sentivo parlare dei suoi ultimi lavori per Mondadori, libri di illustrazioni, e storie che non stanno né in cielo né in terra, cavallini colorati con lo smart phone, le cinque giornate di Milano in versione steam punk, storia e consumismo che si intrecciano, là dove imam Sò mi diceva che siamo troppo fissati con la storia, e che il consumismo non è altro che una infinita ricerca di idoli… me ne accorgevo dell’inferno dell’editoria e della scrittura, e della politica, e della cultura, che già ieri pomeriggio era inutile passare per la biblioteca e sperare di trovare qualche libro che mi desse ancora voglia di leggere, di sapere, di conoscere, che la vera rivelazione era tutta nel pakistano magro che passava là davanti alla biblioteca, lui, vestito di bianco, incurante di libri e politica e filosofia, libero e tranquillo senza bisogno di sovrastrutture… che ogni sabato e ogni domenica sono un po’ così, sperare di ritrovare se stessi grazie ai libri, dopo una settimana alienante di lavoro, ma ora i libri e la cultura sono più una condanna che non un sollievo… e per colpa di quella scarica di depressione nata dai libri e da ricordi inutili come quelli di Leida e Ana non uscivo neanche ieri sera con i miei amici, non parlavo di cavolate che forse mi avrebbero fatto riprendere da altre cavolate da anziani sulla politica, quelle cavolate che sentivo l’altro giorno al ristorante, tra mio padre e Rizzi… quella cultura e quei libri e quei film e quella musica nelle quali vorrei rifugiarmi, come ieri in parte facevo, con quella musica black metal nuova, come ieri sera facevo su quel libro di filosofia, come facevo stamattina rileggendomi la tesi e non facendo altre che vedere le notizie degli ultimi due anni, il solito scontro tra sinistra e destra, tra liberali e conservatori, tra sovranisti, populisti e chissà cos’altro, come quella stupida bancarella di Forza Nuova che vedevo l’altro giorno mentre camminavo, e le solite stronzate sul fascismo, sul comunismo e quant’altro, basta! Che chissà perché la domenica e il sabato mi fregano sempre, come se dovessi tornare all’università, tornare a studiare, a voler scrivere, scrivere che cosa, capire che cosa di me stesso? Quando non c’è niente da capire, e Saverio e Maria Teresa invece di farmi bene mi fanno male quando mi ricordano che sono laureato, laureato in studi infernali… e della politica, dei libri, del mondo dell’editoria e delle pubblicità, della cultura, non ne voglio più sapere, sopratutto quando, invece di fonte di piacere, diventano fonte infernale dalla quale attingere e stare solo più male di prima, e sono davvero stufo di quei libri… che non so neanch’io perché volevo rileggere “Storia del nulla”, o “Nulla e poesia”, o la tesi di università, forse solo perché Saverio ha nel suo studio una calligrafia di Leopardi, che non porta da nessuna parte, così come tutta la cultura, fonte solo d’inferno… e me ne accorgevo stamattina, parlando con Barre, lui e Mondadori, libri senza senso, Fisi e il suo corso di scrittura che tanto non interessa a nessuno leggere, scrivere, e cos’altro ancora, sogno giovanile di fare lo scrittore, di fare il filosofo, di muoversi nella cultura, la cultura, fonte infernale… e dovrò stare ancora attento alle tesi, ai libri, alle calligrafie di Saverio, a quanto fa solo male, come anche una volta diceva lui: “Letture autistiche… prenda i libri e li lasci da parte”… che non so neanch’io perché leggevo quotidiani su quotidiani negli ultimi due tre anni, cose politiche, non so perché mi facevo male con la cultura, fonte di ogni depressione, e quelle tesi non le voglio proprio più vedere, così come quei libri pesanti sulla filosofia del niente… sarà perché non ho nient’altro da fare, nient’altro da leggere, a parte forse Mishima in inglese, così, per passare il tempo, ma dovrò dimenticarmi di fare delle letture e della cultura un lavoro, un altro lavoro rispetto a questo che non mi piace neanche, e smetterla di lamentarmi con Saverio e Maria Teresa, che tanto le altre vie d’uscita sono solo altre strade infernali, il mondo dell’editoria, della cultura, della politica, della filosofia… strade infernali dalle quali esco con due parole con gli amici, e mi accorgo dei loro sogni a loro volta infernali: scrivere, pubblicare, diventare famoso, fare foto, alla ricerca di una gloria fantasmatica… il mondo dell’arte e della cultura, della politica, dell’editoria, l’inferno, come diceva Magnati… che non reagisco neanche all’invito del centro russo, della biblioteca, della bancarella con Forza Nuova, non vado neanche a votare, non ascolto i discorsi di Rizzi e di Marco e di mio padre, me ne frego che è domenica e giorno di messa, me ne frego di tutto e sto meglio così, lasciando perdere l’inferno… me ne frego di Alice, di Ana, delle ultime, non ci penso neanche, sto meglio così, a lottare contro i miei demoni del consumo, consumi culturali, consumi di sigarette e cibo e caffè, che anche se non faccio il ramadhan di meno cose si ha bisogno meglio è, cose materiali o immateriali fa poca differenza… e mi inondo di luce buttando via quei libri, quelle tesi, quei soliti discorsi su di sé, e non me ne faccio niente dei libri, gli unici libri sono quelli dove non c’è scritto niente, libri vuoti che mi aiutano ad uscire dall’inferno… e me ne fregherò se il sabato e la domenica saranno fatti di vuoto, di niente, di leggerezza, lontana è la voglia di sapere, di scrivere, di sfondare nel mondo dello spettacolo, come i miei amici, aspiranti scrittori, aspiranti artisti… l’inferno è alle spalle e non ne voglio più sapere, c’è solo una luce bianca, e alle spalle, l’inferno…

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Tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore…

“Oh, listen to them
The children of the night
What sweet music they make”
[From Bram Stoker’s “Dracula” (1897)]

May dreams be brought that I might reach…
The gentle strains of midnight speech
And frozen stars that gild the forest floor

Through the swirling snow
Volkh’s children come
To run with me, to hunt as one
To snatch the lambs of Christ
From where they fall…

From where they fall… to snatch the lamb of Christ… ancora, ancora una volta, tutta l’estasi di essere stato con Ana, la ragazzina romena che mi diceva che andrà in Inghilterra a settembre, che raccontava delle sue serie tv turche, quelle telenovela dove si amano, si ammazzano, finiscono in prigione, si lasciano… la Romania, l’Inghilterra, da romanzo ottocentesco, Dracula, il drago, il serpente, il demonio, quello che mi ha portato via nell’ultimo periodo, da quando decidevo di andare con sua sorella Alexia, e tutto il caos di impormi di non vederla più, Ana… Dracula, drac, che ora diventa drag, dragostea, amore, le sottili differenze di altre lingue, come quella canzone, dragostea din tei, amore dei gigli, m-amintesc ochii tai, mi ricordano i tuoi occhi, come Eugenia che è ritornata a farsi sentire su Facebook, su Instagram, lei che è scappata negli Stati Uniti a sposarsi come Oana era scappata in Italia, come Ana scapperà in Inghilterra, come quel film, Occident, di donne che prendono e lasciano tutto e scappano via, per sposarsi, per andare via dalla Romania, “In Romania si sta male”, diceva Ana una volta… e questa musica, che fa cortocircuito tra Ortodossia dell’anima e Black Metal inglese, la bandiera con la croce inglese, e la croce di Sant’Andrea, come l’altro fratello di Ana, di un anno, Andrei… tutto ritorna, il cerchio si chiude, dopo essere stato in un’altra dimensione da settembre a marzo, tra terrori chirurgici ed evasioni estremo orientali, ci voleva il volto di Ana, la sua bellezza, le sue parole, a farmi tornare a provare il piacere e il languore di essere con lei, l’erotismo e il languore… che tutto ora diventa un flusso di immagini e associazioni, come ogni volta capita dopo l’erotismo, quando il languore si impadronisce di te, e non sai più se ti stai facendo crescere i capelli per assomigliare a un cantante black metal e o ad un monaco ortodosso, quando non rimane più niente intorno a te, quando il mondo finisce e rimane solo l’amore per lei, come quando la vedevi seduta là nella macchina di sua sorella targata Romania, ad aspettare la fine della notte, nei suoi abiti da ragazza normale, quella draculità dell’anima che porti dentro, tra erotismo e languore, e sogni depressivi e neri, note black metal e canti ortodossi, quando ti vesti di nero perché non rimane più niente, neanche le icone ortodosse di quella chiesa dove cadevi in estasi, vent’anni fa, quando un’altra ragazzina romena ti si presentava davanti mentre tu stringevi il tuo dizionarietto di cinese italiano, come se fosse un grimoire esoterico da cui trarre le parole, e vent’anni dopo quel sogno si realizza nell’erotismo con lei, con Ana, che oggi al finire di leggere 1Q84 di Murakami vedevi in Aomame, lei, Ana, anche quando si suicidava, anche quando il protagonista Tengo andava al di là di suo padre, di sua madre, per cercare lei, chiunque lei sia, e qualcosa di più profondo del solo erotismo e del sole languore ti colpiva… quasi barcollare dall’estasi e dallo sviamento, dal languore, non sentire più bisogno di caffè che gli altri giorni ti facevano partire i nervi, insieme all’alcol, facendoti sentire dentro una canzone black metal, dove si urla come infestati dal demonio, e l’anima non ha pace, saltano tutti i nervi, e ogni connessione, solo per riprovare esperienze estatiche dove capivi che tutto era dovuto a quel demonio che ti infestava, anche le altre volte nei periodi dove stavi male, indipendentemente dalla notte, dalla strada, perché l’altro giorno altro non eri che al parco e in biblioteca, a farti, come un black metallaro, di alcol e caffè, senza riuscire a dormire come un barbone sulla panchina del parco, tra le piante, tra la natura, e il demonio si impossessava di te, come troppe volte nell’ultimo periodo… al di là del black metal, al di là dell’ortodossia dell’anima, c’era solo Ana e tutti i sentimenti e la carica erotica per lei, la ragazzina romena che ti ha sviato più di tutte nell’ultimo periodo, al di là di oggetti magici da posizionare attorno alla stanza che non è più tua, come dei cerchi magici, perché ora non c’è più luogo, tutto si apre come una primavera che sboccia, e non c’è più differenza tra giorno e notte, aperto e chiuso, e ti senti l’anima invasa di un languore che non sai definire, e ritrovi tutto il languore di un tempo, e non sai che fartene dei caffè, dell’alcol, della musica, e vivresti solo di queste sensazioni, perso per sempre tra le sue parole e quelle degli amici, e delle altre persone che ti sono passate affianco, e dei consigli altrui, e tutto era solo per lei, solo per lei, Ana, che fa rinascere il tempo e chiude il circolo indemoniato dell’ultimo periodo… non ti perderai come i tuoi amici dietro sogni e utopie di successo e fama e soldi, o di ragazze conosciute davanti ad uno schermo di un cellulare, a perderti inseguendo miraggi di puro ed esclusivo erotismo, ti perderai invece al confine tra un cantante black metal e un monaco ortodosso, dilaniato tra l’amore e il demonio, drac si dragoste… e perdi e riacquisti ancora la tua identità, dopo le ultime prove, gli ultimi giri nei mondi dei demoni, e rinasci a nuova vita in una domenica che non sai più neanche come chiamare, delle emozioni che non sai più come definire, e non scapperai più da te stesso alla ricerca di quieti d’altrove che non esistono, perché tutto era in te, per lei, Ana… e non saprai che fartene del pomeriggio, della notte, dei discorsi degli amici, di quelli con gli altri e dei tuoi genitori, andando oltre tutto, le parole parole della politica, gli stessi libri e le stesse altre dottrine, l’immaginario che scaturisce in te da questo languore, lo sviamento, la costruzione di divinità che diventavano idoli d’oro, oggetti magici, talismani, grimoire, quando in te vive solo l’amore per lei, e il demonio che si insidiava sempre sembra ora in esilio… con delle ali dorate su delle vesti nere cadi, from where they fall, cadi come un angelo caduto per sempre questa volta per lei, non per Alexia, non per Leida, non per Alina, e ti ricordi di allora, di quando c’era Katia, e non c’era la scuola, non c’era il lavoro, e le vertigini della libertà, delle giornate e delle settimane senza paletti, senza punti fissi, pura vertigine della libertà ti faceva provare lo stesso sviamento di oggi, tra litanie coraniche e canti ortodossi, deliri dell’anima e ricerche spasmodiche di sensi mistici, quando tutto era dovuto all’erotismo e al languore… ma non vorrai più perderti ora che hai trovato l’orientamento dell’anima, al di là di lei, dei periodi oscuri, del demonio che ti tormentava, e anche nelle vertigini della libertà sai ora trovare l’equilibrio… come quella gente che vedevi passeggiare ieri notte là a Milano tra le vie dell’Isola, coppiette varie, innamorati, non angeli caduti e perduti come me, disperati a volte di trovare un senso e una direzione in questa vita, capivi loro, il loro perdersi, il loro cadere, e il loro non perdersi più, tra le parole degli amici che scivolavano via, come insignificanti, appartenenti a mondi che non hanno conosciuto sviamenti, demoni sussurranti, abissi e vette, solo per rinascere insieme agli altri, alle altre nel ricordo di lei, in quel bicchiere di vino rosso che rifiutavi al Nord-Est, al di là di quell’altro barista dai capelli lunghi come Cristo che ti serviva la birra il giorno prima, al di là della stessa cameriera bionda, delle donne che vedevi stamattina al bar, del silenzio che fa parte di te, per non perderti e disorientarti tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore… che ti vengono in mente mille cose come fasci di luce e sinestesie musicali e linguistiche, tutto che fa parte del languore quando il demonio stessa si dissolve in un languore senza fine, e l’angelo caduto in te sembra tornare a sentire la divinità, tutto per lei, per l’erotismo per Ana, al di là di tutte quelle che ricordi, Andra, Xhuliana, Alina, Leida, Alexia, Katia… ti ricordi ancora le estasi dello sviamento, del languore, dell’estasi, sai dove va sempre la tua anima ogni volta, e questa volta si libera, sa di essere se stessa, sa che basterebbe pensare a lei, ad Ana, dove sarà, cosa farà, quando sarà, chi sarà, come, come ai tempi di Katia, lo sviamento in te e la sua realtà là fuori, chissà dove, la fantasia e i deliri senza limiti, i mondi paralleli, le cose che non esistono e la fine del mondo, della fantasia, dell’irrealtà, là dove cala un sipario nero e una luce bianca, tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore, perderti ancora e ritrovarti, in tutto il languore per lei, Ana…

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Tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

E ci voleva la giornata di ieri a Paolo Sarpi e zona Garibaldi per uscire dai soliti loop, andare a fare quattro passi con Barresi lì a Milano, forse esagerando di caffè, vedendo il tipo di gente che frequentava la Sozzani, con quella mostra di Fukase che però era chiusa, i libri strani di fotografia, tra il perverso e il commerciale, come quel libro su Kurt Cobain, il tipo di gente che era lì, camerieri del bar dai capelli lunghi biondi, e un hipster con la barba lunga a vendere libri, una ragazza milanese come tante che faceva presenza davanti all’entrata della mostra, i discorsi perversi di Barresi, la sua invidia per chi ha più soldi, i suoi discorsi di miliardarie che ospitano mostre private, lui e la sua mania della gente con i soldi, lui che vive nelle case popolari e lo stacco lo deve sentire più di chiunque altro, la frustrazione, il degrado, la differenza, come quando raccontava della sua battuta sulla merda tra Alba Parietti e un chitarrista famoso assieme ad una modella, che dopo quella battuta gli dava cinquanta euro, il denaro e la merda, associazione tipicamente freudiana, o, se vogliamo, come diceva Lutero, i soldi sono lo sterco del demonio… girare di qua e di là, con gente che non sapeva perché era in Corso Como, alla Sozzani, passanti vari, vicino a quel non-luogo che è Piazza Garibaldi, tra quei grattacieli finti e le vetrate dei nuovi edifici, un luogo che sembra un aeroporto senza arei, vuoto, artificiale, asettico, senza anima, puro luogo nato dalla razionalità geometrica, che per un attimo mi sembrava di camminare nel quartiere della finanza di Berlino, l’assoluta anonimità, l’assoluta artificialità di quel luogo… ed era catartico invece camminare poi per le vie di Paolo Sarpi, lasciando perdere il bar di Dong Dong, quello di Paolo, tra tutti quei negozi cinesi ed estremo orientali, i cinesi… le cinesi… sono tanti, tutti uguali, tutti indifferenti, anche le cinesine carine, che mi salvavano dal pensare sempre a Valeria, ad Alice, a GuanYin, alla cinese che serve alla Fabbrica dei Sapori, i cinesi, le cinesi, così tanti e così tante, anche loro anonimi, che per salvarmi dai soliti loop infernali basta pensare agli spazi aperti di Milano, di Paolo Sarpi, e non ai soliti loop prigione di quando sono qui, tra la biblioteca del mio paese, quella del paese vicino, la pizzeria dei turchi, il parco di Cesano, quello del mio paese, il Carrefour e i soliti luoghi, le solite persone, che ci voleva davvero uscire un attimo e cambiare giro, svagarsi e distrarsi, uscire dai soliti luoghi loop e prigione, e ricordare anche il Rasputin dell’anima, quando in quella galleria mi sentivo un pesce fuor d’acqua, un poveraccio, uno che non ci capiva niente di fotografia ed arte, anche quando lasciavo andare il ricordo di quando passavo con Marina lì, a Corso Como, e tutta l’ortodossia dell’anima la sentivo in quell’istante, lontano da tutti e da tutto, dai discorsi artistici del Barresi, dalla galleria, dalle sue fisse per Paolo Sarpi e per la Cina, e per i film cinesi e le mogli cinesi, e quant’altro, tutta quell’Ortodossia spirituale dell’anima che sentivo anche quando uscivo dal Piccolo Teatro nell’intervallo di Evgenij Onegin, quando andavo là con Marina, l’assenza di luoghi, di persone, di attaccamento, di volizione, e un puro spirito dell’anima senza parole, una pura mancanza di sigarette, interessi, caffè, attaccamenti dell’anima, fisse, pura spiritualità ortodossa che fa a meno di cibo, di astrazioni, di intellettualismi, di fissazioni, di competizione con gli altri, di mostrare chi è più intelligente, chi ne sa di più, quella continua smania che distrugge sempre Barresi, e lui a volte me con i suoi discorsi, e sentirsi come un monaco ortodosso camminare per quelle vie, per quei luoghi e tra quelle persone che non mi appartengono, liberarsi di se stessi e del mondo lì attorno con quella sensazione, privato di tutto, delle patacche in casa del Barresi, puro gusto popolare, lui e la sua abitazione, la sua macchina, io e la mia stanza con simboli para-religiosi, liberato da tutto e ogni cosa, dai libri, dai film, dalla musica, pura spiritualità ortodossa nera oltre i confini del sonno depressivo black metal, anche se il passaggio a volte tra i due stati d’animo è quasi impercettibile, Rasputin dell’anima che si aggira tra quei luoghi, tra quelle persone, tra quei mondi, senza alcun interesse, tirandosi fuori dai giochi, alienandosi nel suo nulla spirituale, non appartenere… e svegliarsi così, dopo un pomeriggio andato un po’ a male per colpa dei troppi caffè di ieri, che perdevo quella sensazione spirituale, per colpa della musica cinese, di quella lingua che una volta mi teneva incollato al computer, ai film, nel cercare di decifrarla, come quando andavo a Paolo Sarpi quando ero preadolescente, con Dong Dong, con Liao sui miei vent’anni, fissa cinese che si era insidiata in me da una vita, una volta che sentivo una speciale connessione tra me e la Cina, per via di Dong Dong, di Liao, e ora che le relazioni sono andate a farsi fottere per quell’esperienza del bar e quelle puttane, non sento più alcuna speciale connessione con i cinesi, anche il bar di Paolo è come se fosse solo un altro bar tra i tanti di quelli di Paolo Sarpi, un altro locale, e io con la Cina c’entro poco o niente, al di là dei miei studi, delle mie amicizie andate a male, e invece della Cina dovrò sempre ricordare quella sensazione di spiritualità ortodossa che mi rileva da ogni appartenenza, fissazione, interesse, che per liberarmi ieri mi sarei comprato anche due birre giapponesi, per uscire dalla Cina, mentre poi nel pomeriggio andavo al bar per comprarmi due Heineken e far fuori l’effetto di tutti quei caffè, al diavolo la musica cinese, mi dicevo, le cantanti cinesi, che mi ricordavo quando uscivo a Paolo Sarpi più di dieci anni fa, con gli amici e le amiche cinesi di Liao, a cercare di provarci con delle cinesi, che schifo, liberatemi da quella gente, già mi dicevo, e mi liberavo pensando a come all’università non sceglievo la lingua cinese, ma quella russa, anche per l’esperienza con Katia, che era uno spartiacque epocale della mia vita, al di là della scuola di giapponese, degli ideogrammi zen, e tutta l’ortodossia dell’anima era l’unica ricetta per uscire da quelle fissazioni, attaccamenti, manie estremo orientali, e tutta quest’ortodossia dell’anima la sento stamattina, dopo l’alcol di ieri per stemperare i caffè, al di là delle venti gocce di valium che altrimenti impazzivo, e per fortuna lunedì vedrò Saverio, non so perché, e di quel luogo, ora come ora, mi ricordo quella croce ortodossa che là resta appesa, nel palazzo dei folli, a indicare tutta quella spiritualità perduta tra quei negozi schifosi, quei centri massaggi, quei ristoranti, quelle facce asiatiche, quei miliardari di Corso Como e zona Garibaldi, e mi distacco da tutto, trovo la mia spiritualità e la mia evasione che mi salvano… e fa niente se ho bevuto un po’ e se sono dovuto ricorrere a venti gocce di Valium, è stato terribile ma era necessario, e almeno stamattina mi sento bene, senza colazione, senza troppi caffè, senza troppe sigarette, senza patacche nella stanza, senza notiziari in chissà quale lingua, canzoni di chissà quale tipo, libri, e congetture varie, l’assenza di ogni fissazione e mania e interesse mi salvano, con questa sensazione spirituale che sento partire da me stesso, queste mancanze che ti fanno sentire meglio di non aggiungere mille cose, avere mille idee e pensieri, come dice sempre il Barresi nel suo mondo perverso e artistico e maniacale, liberarsi da tutto, da quel me stesso che anch’io ero una volta come il Barresi, fissato con l’Estremo Oriente, con Paolo Sarpi, con quei suoi discorsi d’odio e di invidia e di senso di rivalsa, tra miliardari, cinesi stronzi, Estremo Oriente idealizzato, manie di ragazze orientali, fisse artistiche che non sono neanche artistiche, ma pura spazzatura dell’anima, e mi dissocio da quei mondi, da quei luoghi, da quelle persone, per trovare me stesso nella mancanza, nella spiritualità, nelle assenze, e non mi interessa più parlare cinese, sapere tutti gli ideogrammi, uscire con Marina in Corso Como, andare a vedere Fukase, fare amicizia con Paolo o chissà chi, con Valeria, ricucire i rapporti con Dong Dong e Liao, non mi interessa più, né di Ana, né di Alice, né di Aleksia, e ricordo solo quella città, aperta, quei negozi, quell’apertura al mondo, quella chiesa ortodossa lì, tra Alice e Ana, e tutta l’ortodossia dell’anima, che mi salva da ogni maniacalità estremo orientale di una volta, che Saverio sapeva riassumere in poche parole: “Lo sa che a Paolo Sarpi c’è un bar chiamato Cincin bar?”, vizi inutili, maniacalità inutili, e se c’è qualcosa che mi salva è questo svago e questa spiritualità dell’anima, queste mancanze, e lasciar perdere ogni interesse, ogni smania, ogni fissazione, e sentirsi sempre all’aperto, lontano da tutti e da tutti, lontano da ogni luogo e persona, lontano dal mondo e dalle sue logiche perverse, a parte, nel mio svagarmi e nella mia spiritualità, che non mi interessa più niente, più nessuno, nessuna cosa, nel mio svago e nella mia spiritualità…

Non so adesso cosa starò dicendo lunedì a Saverio, non è importante, so solo che là al palazzo dei folli là vicino si vede il campanile, si sentono la campane, c’è quella croce ortodossa là appesa, e tutto il Rasputin dell’anima che è in me vince su ogni cosa, sempre vestito di nero, barba non fatta, capelli lunghi, vesti nere, al confine tra l’ortodossia e il black metal dell’anima, non mi interessa niente, e continueranno solo questi esercizi spirituali, al di là di ogni cosa e fissazione, sempre esasiato dalle privazioni, lontano dai discorsi e la gente perversa, lontano da mille oggetti e patacche che fanno andare in tilt l’anima, tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

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Sogni d’amori adolescenziali e di vivere altrove…

Nel sogno ecco che ricomparivano loro due, Carola e Serena, i due amori dei tempi delle superiori, ritrovarsi ancora a scuola, là con loro, nel sogno incubo di dover dare ancora la maturità, una seconda maturità, e io che chiedevo in segreteria lì a Paderno se era possibile legalmente essere in possesso di due maturità, solo perché volevo andare a scuola e sedermi tra i banchi, tra Serena e Carola… quello strano sentire adolescenziale che provavo per loro, come nel mondo dei sogni, per Carola, la biondina, e Serena, quella dai lunghi capelli castani, che ci ritrovavamo in una classe dove noi tre eravamo i più grandi, non di tanto, appena maggiorenni, in mezzo a tutti quegli adolescenti e quelle adolescenti, che ogni tanto mi capita di vedere quando vado in giro, i gruppetti al parco, le adolescenti sull’autobus l’altro giorno, quando tornavo da Bollate, e quella ragazzina che mi ricordava i tempi del Gadda, la scuola, e anche i video di instagram di quelle ragazzine in Albania, i sogni adolescenziali, gli amori adolescenziali, quelli con la testa costantemente tra le nuvole, e i puri sogni di bellezza di quelle ragazze, i sorrisi, le parolette, come quando si andava in Inghilterra in vacanza studio, e c’erano sia Carola che Serena, e anche Desirée, quei sogni adolescenziali che stamattina accompagnavano il risveglio, e questa canzone stanca, che solo lontanamente mi ricorda Xhuliana, con la voce di Kaltrina Selimi, o forse Aida, l’altra delle altre scuole superiori, quando frequentavo e avevo 24 anni, in mezzo alle diciottenni, non so come facevo, eppure quel sogno c’era ancora, forse, nel sottofondo, di avere ancora la testa tra le nuvole per quegli amori adolescenziali, pieni di fantasia e di visioni armoniche… e poi la stanchezza, la stanchezza di oggi, dopo l’allenamento di ieri pomeriggio, la stanchezza neanche avessi fatto due ore di palestra, due ore di taekwondo, e nessuna voglia di fumare, neanche dopo il caffè, e la fantasia di questo giorno senza lavoro che ritorna a scuola, tra gli autobus da prendere, le strade da fare, le classi, le parole alle fine delle lezioni, ricordi di amori adolescenti a scuola… che non so che farmene di  questo giorno dove l’unico pensiero va alla macchina nuova lunedì, al contratto che forse firmerò lunedì per mettermi a posto con il lavoro, l’ossessione del bar cinese che non c’è più, neanche la voglia di andare a bere un caffè da Miryam stamattina, le preghiere inutili, la sigaretta elettronica che anche quella è meglio non fumare, gli amici che non si sa se uscirò questa sera, un sabato dove non mi devo neanche allenare, ma solo riposare, e forse sarà fatto di biblioteca, andare là a piedi, tornare, buttare via un pomeriggio, forse andare dal kebabbaro stasera, ma ci sono già stato in settimana, e desiderare muoversi, andare di qua, di là, nelle scuole, che se non fosse per gli ulteriori esami da dare quasi quasi mi verrebbe da fare il professore nelle scuole superiori, solo per vedere quegli adolescenti e quelle adolescenti che vedo in giro, che vedo su instagram, che mi ricordano i miei anni al Gadda, i primi amori adolescenziali, in sogno, come Carola e Serena… ragazze italiane, che da allora non mi sono forse più innamorato di altre italiane, a parte forse vagamente Marta e Greta all’università, ma non erano già più amori adolescenziali, non c’era più la testa tra le nuvole, c’era la noia di uscire la sera a cena assieme, tra le altre idee, vivere assieme, come poi ha fatto Greta con il suo ragazzo, trovare lavoro, come Marta ha fatto trovandosi una scuola privata dove insegnare inglese, e di sogni adolescenziali, di amori adolescenziali non c’era più neanche traccia, forse solo nelle canzoni, nei ricordi, nei sogni come quelli di stanotte, nell’incubo sogno mio ricorrente di dover recuperare gli anni di scuola perduti… e altrove non c’è altro, altri lavori, altri bar, che ieri passavo da quel bar, bar XVIII, di cui mi parlava Alex, là, un altro cinese, un’altra cinese, come tanti, in un bar, a prendere le sigarette che non fumavo, le cartucce che non usavo, e quel bar un bar come tanti, come quello di Paolo, o di chissà chi, far sfumare la fissa del bar, delle sigarette, del lavoro con Alex, se non si trova nient’altro tanto vale mettermi in regola con l’officina di mio padre e Marco, mentre ieri avrei voluto continuare a vagare e vagare, senza meta, senza dover tornare più a casa, vagare senza meta, senza l’orientamento di casa mia, dei miei, cambiare casa, andare a vivere altrove, stare lontano dalla cucina, da questa sensazione di fame alterata, per le sigarette in meno, cambiare casa e non essere tutto concentrato lì in quella stanza, lavoro, casa, preghiera, studio, svago, avere duemila chilometri quadrati da qualche altra parte, una specie di villa e parco di Monza tutti per me, lontano da tutti, mentre Saverio mi faceva ricordare come il lavoro da Alex avrebbe potuto implicare cambiare abitazione, vivere altrove, lontano dai miei, e nei sogni infatti viaggiavo, mi muovevo, ero in moto, a scuola, un altrove dove stare, un altrove che non la solita stanza, la solita mansarda, la solita officina, vagare e muoversi, lontano dai miei, come mi faceva notare Saverio l’altra volta… che poi se non era per l’allenamento che mi disfaceva sarei impazzito in quelle mura, come una prigione, mentre ora tutta la stanchezza del taekwondo, karate e della corsa, non mi fanno sentire il bisogno di prendere e andare, camminare, vagare, perdermi, perdermi magari in una grande metropoli come Londra, o Sydney, o Berlino, solo per stare fuori dai soliti giri, soliti luoghi, solite persone, che non so più neanche quanto mi svaghino le uscite a Milano con i miei amici… mentre la maledizione della casa, come anche mi faceva intuire Alex, è presto trovata: lavoro in officina, casa dove c’è sempre mia madre, o mio padre, il frigo e la cucina dove poter sempre pasticciare, nonostante la dieta, le sigarette senza fine, la claustrofobia di una stanza dove libri, musica e film non bastano più, la mancanza vera di spazi dove sentirsi libero e da solo, non più pressato dal lavoro, dagli altri, e vivere davvero altrove che diventa un sogno, non di quelli notturni dove compaiono Carola e Serena, ma un sogno ad occhi aperti per avere spazi solo per me, e non dover più farmi di valium e olanzapina per sforzarmi di stare sul letto e riposare, dormire, per vincere la fame, la voglia di sigarette, il caos di musica e film, e ora come ora l’unica cosa che non mi fa sentire quella follia è la spossatezza dell’allenamento… non so quando si farà sentire Saverio, diceva presto, non so per che cosa, mandare via mia madre, andarmene via io, o se aspetterò lunedì, la commercialista, la macchina nuova, per far tornare tutto come prima o meglio, e dimenticarsi del sogno di vivere altrove, come diceva Alex, lavorare altrove, come diceva Alex, e non vivere più di sogni di amori adolescenziali, e di sogni di vivere altrove, di lavorare altrove, di essere indipendente, autonomo, con una mia vita solo mia, lontano da tutti e da tutte, come in questa prima mattina dove non c’è nessuno, ci sono solo io e i miei pensieri, ed è forse per questo che mi sveglio così presto, per avere un tempo tutto per me, ed essere lontano da tutti, mentre questi sogni di vivere altrove e questi sogni d’amori adolescenziali si manifestano in me, e vorrei solo un altrove…

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Estasi musicale, estasi di ricordi…

La musica…
la musica…
la musica…
quella giusta
per me
orientale
shqip
il canto che si estasia
e i ricordi che tornavano
Leida…
l’ultima notte
quella dove le compravo le sigarette
da Antonio
al bar
Marlboro Touch
l’ultima notte

in quell’intersecarsi
tra
Alina
e Leida
e Ana
il desiderio erotico
che allora andava oltre ogni confine
e ritrovare nell’anfratto dei ricordi
queste visioni
di allora
la musica che estasiava
e mi faceva ricordare
ritornare all’estasi di allora
estasi
erotica
e musicale
che non c’era bisogno
di quella targhetta che vedevo oggi
psicoterapeuta donna tal dei tali
quale sarebbe il motivo della psicoterapia?
Recuperare la memoria?
E tutta la memoria si era fermata là
a quando c’era Alina
e la rivedevo
a fine 2016
mi faceva cancellare ogni cosa
tutte le scritte di una volta
2016
anno più buio della mia vita
e solo lei
era la luce
comparsa per caso
nella mia follia di allora
2017
quando cominciavo a scrivere
l’ispirazione infinita
c’era Leida
ispirazione erotica senza confini
si te harroj 2017
come dimenticarti
là dove tutta l’estasi andava per lei
e dietro quell’aquila
ogni volta
c’è l’infinito
l’ortodossia
il cattolicesimo
l’islam
Katia
l’amore
l’erotismo
la morte
l’estasi
dei sensi
della musica
e dell’amore
anche quello perduto
anche quelli perduti
ormai
Alina
Leida
Katia
che Ana era solo un passaggio
insieme ad Alexia
all’altra Alexia
e a tante altre passate lì per caso
perché avevo dimenticato
Leida?
Alina?
L’altro giorno Saverio mi chiedeva
cosa l’ha fatta andare avanti
nell’ultimo anno di università
quando era cotto?
Alina…
Leida…
l’estasi erotica
orientale
tutto qui
ed era dimenticato
completamente
e solo grazie alla musica
stasera ricordavo
raccoglievo i frammenti perduti
di questa tempesta
Leida

non c’è più
ma c’è il ricordo di lei
e il desiderio per lei
che oggi vagavo per le vie del paese
completamente
perduto
senza senso era stare lì a leggere
a guardare film
perché legarsi così tanto a quella stanza
a quelle letture?
Non ne potevo più
dovevo liberarmi
liberarmi
e solo vagando per due ore
tra le vie
senza pensare a niente
lasciando andare la mente via
solo così mi
mettevo ad allenarmi
poi dopo
sul pomeriggio tardi
solo per rilassarmi la sera
con la musica
la musica che faceva tornare i ricordi
i ricordi perduti di Leida
di Alina
lei che andava d’accordo con questa musica
Leida
di meno
e questo canto orientale
che ogni volta mi estasia
è segno di quel ricordo
sperduto nella memoria
nell’estasi
che ritorna
sottoforma di musica
e di immagini
che ristabiliscono la mente
l’anima
bastava non leggere più
come un automa
guardare la tv
come un fanatico di parole d’altrove
bastava solo
passeggiare
a casaccio
vagare per le vie del paese
liberarsi
e nella sera solo lei
tornava
Leida
la musica orientale
quell’aquila
che va sotto il nome
di ortodossia
islam
cattolicesimo
amore
erotismo
morte
estasi
Leida
Alina
quando la follia erotica e l’estasi
erano tutto in me
l’antico ricordo di Katia
primigenia follia erotica
lei e la sua aquila
cucita
sulla borsetta di stoffa
quella non del lavoro
quella della vita
ricordo primigenio
l’inizio
la follia originaria
l’erotismo
che è più magico dell’amore per il mondo
l’erotismo
perduto
le ragazze perdute
il desiderio
che non sa più dove andare ora
ma che si estasia con la musica
estasi musicale
estasi di ricordi
Leida
Alina
Katia
e la musica e il canto
possono ancora continuare
ad invadermi
in questa estasi…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

Magari perdermi nella musica, magari in quel libro, e lasciare andare tutto quanto…

Macchina distrutta, lunedì in assicurazione a raccontare storie, macchina nuova che arriverà, tra un mese, poco più, chi lo sa, qualche occasione da poche migliaia di euro, chi se ne frega… andare da Ana, andare dalla massaggiatrice cinese, poco importa, se avrò voglia, chi lo sa, non mi interessa, e dopo il lavoro con Alex che è andato a male, dopo la macchina distrutta, oggi ci voleva anche il pc che se ne andava e che dovevo reinstallare da zero perdendo tutti i dati, chi se ne frega… è cominciato davvero bene il nuovo anno, devo dire, mi salva solo la chiacchierata stamattina con Bruna al bar, sul lavoro di barista, di operaio, di laureato… cercare lavoro oggi mandando qualche curriculum a caso su euspert bianco e infojobs e synergie, non che ci creda tanto, perché tanto so che non chiamerà nessuno, e va bene così… leggere un po’ “Dell’inizio” ancora questa mattina, che mi serviva mentre reinstallavo il pc, come quell’immagine del Deus Absconditus, c’è qualcosa al di là di questi oggetti: macchina, pc, del lavoro, delle puttane, c’è qualcosa al di là che mi fa sentire salvo, al di là di tutto, e che è la vita, la pura vita senza appendici, tra puttane, sigarette, caffè, soldi, lavoro, pc, cellulare, tablet, macchina, canzoni e musica, e un sacco di altre cazzate senza le quali si può vivere bene lo stesso, qualcosa al di là che è la pura vita… e stamattina era anche consolante andare con mio padre a fare la spesa all’Alta Sfera, consolazione di un sabato che non mi vedeva al Carrefour con la macchina, e non so ancora per quanti sabati sarà così, e poco importa… c’era anche del bello a sentire quelle canzoni su Spotify di Miryam Yeung (杨千嬅), musica bella che sentivo e mi faceva ricordare Valeria del bar, la sua bellezza, il suo sorriso, e tutto quel caos nato da lei, quando le parlavo in cinese, quando per sbaglio su VK vedevo della pornografia asiatica postata da un tedesco che usa VK, forse tutto il casino era nato lì, in quel periodo stressante per l’attesa del dentista e di togliere i denti del giudizio, quando in sostanza mi disamoravo di Ana, e tutta la mia carica erotica si orientalizzava, tutto quel casino, che ritrovo ogni mattina quando vado al bar, e per non creare fraintendimenti preferisco non parlare in cinese, neanche provarci a parlare con Valeria, anche se stasera, visto che con gli amici non si esce, con tutta probabilità leggerò un po’ di pagine in cinese di quel romanzo comprato 11 anni fa a Paolo Sarpi, ed è davvero incredibile come dopo dieci anni io non mi sia dimenticato niente di quello che sapevo, di come anche al bar, quando parlavano cinese, capivo ancora quasi tutto, incredibile, la magia di questo Estremo Oriente… e questo pomeriggio, dopo aver trafficato con il pc, sul tardi, me ne andavo a correre, a fare un po’ di taekwondo, un po’ di karatè, sfogando tutto il nervoso delle ultime settimane, della giornata, e pensavo ad Alex quando mi diceva che dovevo essere più flessibile, più morbido, più rilassato, e che avrei dovuto fare Tai Chi la mattina, per non essere così rigido, così teso, così chiuso, e mi veniva in mente come le stesse cose che mi diceva lui me le diceva forse il maestro di taekwondo, o non mi ricordo chi ancora… eppure Saverio diceva che non si può costringere qualcuno ad essere ciò che non è, che lui ha un’impostazione più naturale, che si è ciò che si è, e non si può forzare qualcuno a diventare qualcun’altro, anche se Alex diceva che se non cambiavo non riuscirò mai ad andare bene in nessun lavoro… lavoro… che brutta parola, che brutta cosa, fosse per me, glielo dicevo anche, passerei la vita in università, tra i libri, e nient’altro, mentre ieri proprio dall’università si faceva sentire quella del TFA, quando le mandavo una mail, e non so se settimana prossima mi incontrerò con chi, anche solo per sapere, anche solo per informarmi sulla strada di diventare professore, per continuare a leggere, studiare e insegnare tutta la vita… il maestro… che mi veniva in mente rav C., quando gli chiedevo della barba che può essere tagliata solo con rasoio elettrico, che Geova si può dire, perché non è il Nome, e che anche lui i testimoni di Geova li chiama testimoni di Genova, ma così, per scherzare, il maestro… il maestro… che adesso mi viene in mente il maestro di karatè di una volta, quello zingaro musulmano, quel maestro di taekwondo, terrone leghista, e davvero c’è maestro e maestro in questo mondo, e io che maestro sarò? Pensare che una volta volevo diventare uno scrittore alcolizzato suicida, un poeta maledetto, e ci ero andato vicino quando stavo con Alina, con Xhuliana, con Leida, puttane e poesie ed alcol, puttane, poesie ed alcol, era tutta la mia vita, mentre me la spassavo in università tra tutte quelle ragazze, che neanche desideravo più di tanto, proprio perché tanto c’erano Xhuliana, Alina e Leida, nel corso degli anni, a far sfogare la mia carica erotica, il mio desiderio, la mia voglia da poeta maledetto alcolizzato e suicida, ricordi di una vita passata… che non penso più neanche così male al giorno della mia laurea, il 13 gennaio, il giorno di Santa Lucia, e me ne accorgevo solo quest’anno, quest’ultimo Natale, il 13 gennaio, Santa Lucia, come mia zia là in provincia di Mantova… Mantova, che chissà se ci tornerò a comprare la macchina nuova, visto che il concessionario amico di mio padre è sempre là in zona, chi lo sa se visiterò anche i miei parenti, chi lo sa… e qui per un attimo i pensieri si fermano sulle tombe e non sanno andare più avanti… grave poetry… che mi verrebbe da riesumare i miei poeti sepolcrali di una volta, quelli inglesi dell’800, se solo avessi voglia di sentire la lingua inglese come poesia, se non fosse che ormai la lingua inglese è così imbastardita da film, canzoni pop e notiziari che non ci trovo più niente di poetico… Mantova, le tombe di famiglia, la macchina distrutta, la macchina nuova, Xhuliana quella notte, la notte del funerale di mia nonna, godere con lei, che mi sembra così un ricordo lontano che neanche mi ricordavo più, che avevo quasi paura a ricordare, eppure ora riemerge e non so perché, quel passato, quei ricordi che ritornano, quelle pagine di poesia andate perdute, per colpa di Alina, quando lei era diventata tutto, quando perdendo lei mi sembrava di aver perso tutto, puttane, alcol, poesie, una vita da poeta maledetto volevo condurre e così per alcuni anni ho condotto… quel passato che era diventato completo oblio, dimenticanza, sigillato, che ora non so come mai ritorna, e mi fa anche passare la voglia di leggere in cinese… quel cinese che parlava quella testimone di Geova italiana, lei che era stata in Cina, lei che diceva che credeva in certi ideali, un’altra Eugenia non avventista, ma testimone, ragazze strane, un po’ fuori, un po’ invasate di Dio, e io che ora ricordo tutta la voluttà che c’era una volta con Xhuliana, con Alina, con Leida, quella voluttà che non ho poi saputo trovare con Ana, e quella voluttà che a volte ritorna per l’ultima volta con quella cinese, che credere in Dio mi sembra solo un modo per dedicarmi meglio al mio amore per le donne, per la voluttà, per il piacere, come l’ultimo sogno notturno dove ricompariva Aleksia, la sorella di Ana… e per un po’ andrà così, perso tra il desiderio di Aleksia, di Ana, di Alice, e non me la prenderò più per il lavoro che mi capita, per i libri da leggere, per le sigarette, per l’alcol, per la poesia, per i film, per i discorsi con gli amici, per tante altre cose, che devo solo imparare a non lamentarmi e non arrabbiarmi, e trasformare di più questa vita in favola, in poesia, come facevo una volta, e liberarmi da quel pensiero oggettivo e scientifico e freddo, e ritrovare le ali dell’ispirazione ancora una volta… che ora come ora mi viene in mente solo la foto di Miryam Yeung, di quando Leo mi diceva di scaricare le foto delle cantanti cinesi, di non guardare clip pornografiche, che fottono il cervello, e ora preferisco stare tranquillo, magari perdermi nella musica, magari in quel libro, e lasciare andare tutto quanto…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Quiete erotica del silenzio…

Я философ… я как Распутин… я не техник, не инженёр, нет, я православный человек… и это понял я вчера в баре, когда с китайским другом говорили о всём, когда с клиентами в баре разговарывали, о культуре, об итальнянской культуре, с поваром мусульманец, который жил в Франции, в Париже, и он говорил, что ты никогда не остановить знать город, а Милан совсем другой город… когда с итальянкой говорили про Китаю, о революции… когда с другой итальянкой говорили про футболь, о Неста, итальянский футболист, который мне дал вспомнить о моей первой девушке, Элена… Элена… Алина… Алина… Ана… все православные девушки в которых я влюблился… и потом другие девушки, из Бразили, “Бразиу!”, я сказал, и они кивнули головой… и все другие, филиппинка которая работает в баре, она дала мне вспомнить о Марианн, о Кейлани Лей, о любви, как много я задумался в Марианн в школе, когда она говорила по английскому, любовь… как следующий раз напротив Кейлани Лей, моё вдохновение… Милан… Милан… Милан… город который я люблю, где я учился, где я встретил самый интересные люди в мире, из всего мира, международный город, где я настоящий я…

И потом вечер… после бара, где я согасился с другом попробовать работать там, все слова во мне проходили, все воображаемые разговоры, до бреда… слишком много кофе, я знаю…

E poi la sera, fatto di vino, tre bicchieri di vino rosso, passare al bar qua vicino a me, là dove c’è sempre la cinese bionda, vera ispirazione erotica, bersi una vodka, stare lì un attimo e liberare la mente…

La sera, perdersi, rilassarsi, darsi all’erotismo di quell’altra cinese, dopo che i video di Kaylani Lei mi avevano ispirato, lasciarsi andare a tutto il piacere del mondo, perdersi e ritrovarsi, e non delirare più, nel piacere erotico più intenso, e dopo lei che mi offriva un mandarino, e sorridendo ci si salutava, e la notte dormire in macchina, nella prima notte, nel silenzio, era l’estasi dei sensi che si diffondeva ovunque…

Tornare a casa nel mezzo della notte, con l’anima estasiata, il tantrismo che aveva svelato l’estasi, e le parole in me che non c’erano più, quiete erotica del silenzio… 

Svegliarsi, solo per fare un attimo il punto della situazione, e non pensare più, accendere i canali 24h in altre lingue, perdersi nelle immagini, in altre parole che non siano le mie, vulcano di parole e battute che potrei vendere a qualche poeta, la quiete erotica del silenzio vinceva su tutto…

Cambiare due o tre canali, e poi andare a bersi un caffè dalla cinese bionda, vera estasi, ancora una volta, al di là di quei discorsi in me che non potevo più ricordare e ascoltare, veder dissolvere persone e discorsi altrui, perdermi nella quiete erotica del silenzio, del gusto del caffè, di una radio che emette giusti suoni, in quel caffè che sapeva di ogni voluttà…

E la quiete erotica del silenzio vince ancora, si trasforma in parole scritte, in altre che ascolterò alla radio, alla televisione, non importa in quale lingua, per me sono tutte indifferenti, belle allo stesso modo, mondo dove perdermi all’infinito…

E la quiete erotica del silenzio saprà ancora di voluttà, di ogni piacere, di ogni me stesso ritrovato in questo infinito, e questo erotismo che invade tutto, che si fa quiete erotica, là dove mille parole scorreranno, solo per dissolversi, come il sottofondo di una musica…

Anima liberata, che non sa più cosa sia il tempo, eterno infinito, quiete erotica del silenzio, dove mi perdo…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

Ricevere insulti online nei commenti, chi odia la Romania, delirio diffuso, e pensare che c’è sull’Espresso l’antiitaliano, Saviano, ma al di là della politica un mondo si apriva dopo che guardavo France24, dopo che cambiavo su Digi24, la tv online romena di notizie 24 ore su 24… il ricordo, il ricordo principe, da cui discende tutta la mia anima, ortodossia dell’anima compiuta, la chiesa di Iasi, catapeteasma… ieri le parole con Francesco, quello dello Sharm, il ristorante, le parole di Rizzi sulla politica, lavorare e fare l’inventario, passare il tempo in officina, farsi male da solo a cercare di non fumare, pensare a quando comincerò a lavorare al bar, tra altra gente, altre persone, tutt’altra cosa, e domani mattina che dovrò andare a parlare con Alex per capire quando cominciare… combattere contro il sonno, quel sonno profondo e depressivo che mi prende a cavallo tra mezzogiorno e il primo pomeriggio, sforzarsi di non buttarsi giù, prendere un caffè al di là dei due consentiti, tre, il numero perfetto… stare in piedi, ascoltare le notizie online solo per sentire la lingua romena, senza neanche stare attento e capire, un bel sottofondo, e nella visione dell’anima solo lei, lei che ha fatto più casino di ogni altra, questa volta, Ana… che era inutile ritornare a Eugenia, ad Alina, o forse ci ritornavo con i pensieri, con l’anima, senza farlo apposta, la mia anima vagava in tutto questo, anche quando pensavo a Noemi, e Cristina, le due cameriere dello Sharm che oramai se ne sono andate… e vedere ieri al ristorante una ragazzina, neanche diciottenne, le cui fattezze non erano tanto differenti da quelle di Ana, e provare un desiderio, un desiderio differito fino all’infinito, un desiderio che si elevava sopra i cieli, e un desiderio che mi faceva lasciare Ana come quando un uomo decide di farsi monaco ortodosso, per ritrovare l’anima perduta in sé… Ana… farò crescere questi capelli, questa zazzera, la barba sarà sempre la solita, i pensieri gli stessi, l’assenza di pensieri, ascoltare e parlare con tutti, sentire tutte le opinioni, tutte le lingue, senza appartenere a niente, come quell’aforisma di Cioran sulle ragazze pubbliche, quelle che ascoltano tutti senza appartenere a niente e nessuno,

“Philosophie et prostitution.”

” Le philosophe, revenu des systèmes et des superstitions, mais persévérant encore sur les chemins du monde, devrait imiter le pyrrhonisme de trottoir dont dont on fait montre la créature la moins dogmatique : la fille publique. Détachée de tout et ouverte à tout, épousant l’humeur et les idées du client, changeant de ton et de visage à chaque occasion ; prête à être triste ou gaie, étant indifférente ; prodiguant les soupires par souci commercial ; portant sur les ébats de son voisin superposé et sincère un regard éclairé et faux, – elle propose à l’esprit un modèle de comportement qui rivalise avec celui des sages. Être sans conviction à l’égard des hommes et de soi-même, tel est le haut enseignement de la prostitution, académie ambulante de lucidité, en marge de la société comme de la philosophie. “Tout ce que je sais je l’ai appris à l’école des filles”, devrait s’écrier le penseur qui accepte tout et refuse tout, quand à leur exemple, il s’est spécialisé dans le sourire fatigué, quand les hommes ne sont pour lui que des clients, et les trottoirs du monde le marché où il vend son amertume, comme ses compagnes, leur corps. “

Cioran,
“Précis de décomposition” (1949).
pp. 651 et 652.

Si risolve tutto in questo aforisma, il mio preferito di una volta, c’è solo una differenza, che in quel niente trovo quell’ortodossia dell’anima che prima mi mancava, quella che mi salva, quella che non mi lascia nelle mani della follia o dell’infinito indefinito dove tutto è uguale o indifferente, rimane solo l’ortodossia dell’anima, e le mille parole e convinzioni degli uomini e delle donne, che alla salvezza forse non sono mai pervenuti, privati di quelle apocalissi che da sole possono salvare l’anima… riparto daccapo, e finisco daccapo, l’Alfa e l’Omega sono completati, non rimane nient’altro, il tempo è finito, non esiste più, l’infinito si staglia in me e si fa persona, e non rimane più nient’altro, pensieri magici, follie da scienziato pazzo, da filosofo mago e stregone, alchimismi e altre magie, in quel niente dove ritrovo me stesso e l’infinito, tra Ana, Eugenia e Alina… si trovava tutto qui me stesso, e ora mille parole e lingue altrui possono tornare a scorrere, e niente cambierebbe, semplici opinioni altrui, calcoli matematici altrui fatti di parole e idee, ma là dove il mondo finisce e comincia solo l’ortodossia dell’anima niente può essere scalfito… quel monaco ortodosso che mi benediceva, allora, più di dieci anni fa, l’immagine di Rasputin, le icone ortodosse, e questo niente che sa di infinito dove si svela e scompare la sua immagine, Ana, nella notte prima della vigilia, è la fine del tempo e l’inizio dell’infinito… Hristos a inviat… non credo tornerò più da lei, neanche per parlare, non credo tornerò più da sua sorella Aleksia, neanche per parlare, perché in me vivono le loro immagini, Eugenia, Alina, Ana, e come le tre donne dei Vangeli finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e si apre l’infinito… ultima ispirazione… ispirazione infinita…

Non so di cosa starò parlando domani mattina con Alex, del bar, di servire ai tavoli o al bancone, alla cassa, non lo so, e poco mi importa, non mi importa del nuovo applicativo delle fatture online che vedevo ieri usare da mio padre, tutti quei numeri, quei numeri, e quel lavoro che vale come qualsiasi altro, io che l’altro giorno gli dicevo: “Non ho un motivo per vivere, quindi non trovo neanche un motivo per lavorare…”… e mi viene da dire che allora sia il lavoro per il lavoro, come una volta si diceva, l’arte per l’arte, un lavoro vale un altro, in officina, al bar, che differenza fa? Non mi va neanche più di maledire colleghi o persone o altri, no, non c’entra niente, erano solo movimenti dell’anima che andavano verso l’infinito, passaggi infernali, da cui si esce e si va oltre, oltre quel libro sullo zen, oltre quello stesso libro sullo Zarathustra che forse arriverà il giorno del mio compleanno, il 7 gennaio, craciun ortodoox pe stil vechi… finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e comincia l’infinito… non so più che farmene dei libri, degli stessi libri di Emil Cioran, rimane solo questo suo aforisma, e il ricordo della sua lotta contro l’ortodossia, che invece, a me, riesce a salvarmi… nel ricordo di Ana, Eugenia, Alina… e oltre… le parole con Alex, con Francesco, un altro mestiere da imparare, darsi da fare, essere se stessi, più naturali, come mi dicevano una volta, e tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia trovo me stesso… non so di cosa starò parlando domani con Alex, non so cosa starò facendo, se mi perderò ancora in crisi mistiche obbliate come il giorno di Natale, qui in casa da solo, a sentirmi parlare da solo dentro di me, in me stesso, quasi alla follia, mi poteva salvare solo un romanzo scritto in cinese, che risvegliava la mente, mi poteva solo salvare due o tre bicchieri di vino, dei notiziari, ma tutto questo è già passato, come è già passato quel regalo di mio fratello, l’orologio power band che conta calorie e un sacco di altre cavolate salutiste, da gente fissata, con la salute, con la tecnologia, deliri diffusi tra i nuovi, che vanno di moda, come le parole della moglie di mio fratello ai suoi figli, parole da donna serpente, che rimpiangevo Eugenia quando dava gli stessi consigli, ma con tutto un altro fare, lei e i suoi consigli salutisti, non i suoi ordini rigidi, della moglie di mio fratello con i suoi figli, i miei nipoti, che un giorno o l’altro di certo scoppieranno, tira la corda, tira la corda, e un giorno farai scoppiare il mondo… non sono fatti miei… qui si va avanti lo stesso, al di là dei consigli dei più anziani, di altri giovani della mia età, di altri delle officine, di voci e ricordi e suggestioni passate, di sogni e incubi notturni, come quelli di queste notti, si va avanti lo stesso, sperando che un giorno migliore arrivi, con la pazienza di chi aspetta un messia che è già arrivato, là dove c’è la salvezza, tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia… tutto passa in questo mondo, ogni cosa, e ora come ora le uniche regole semplici mi aiutano ad andare avanti, cercare di non dormire di giorno, bere al massimo tre caffè, fare un po’ di movimento ogni tanto, guardare i notiziari in altre lingue, aprirsi a tutte le opinioni del mondo, lasciarsi andare tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, là dove trovo solo Eugenia, Alina e Ana, e poi andare oltre a loro, per trovare me stesso, e il nulla, e l’infinito, e l’ortodossia… è tutto qui, non rimane nient’altro, forse altre parole e immagini della televisione mi accompagneranno, per non perdermi in deliri monologanti da crisi mistiche e oblii dell’anima, ci sarà da darsi da fare, probabilmente quei libri sul buddhismo e sullo zen non serviranno più, neanche i libri di Cioran, neanche il lavoro, le persone, gli amici, le tipe, la musica, i film, tra il niente, e l’infinito e l’ortodossia si aprono mondi dell’anima dove tutto convive e niente rimane permanente e certo, tutto si muove, tutto scorre, e ritrovo solo me stesso tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…