Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Alina e le lacrime…

Ascoltare RMC Italia
perché?
Musica nuova
suoni nuovi
stanco delle solite cantilene albanesi
cambia musica
ogni tanto fa bene
e il nero dell’anima
Alina
ancora
le lacrime
era solo lei
anche ieri notte
quando svuotavo in giardino
la bottiglia di vodka
che non contava niente
se non il ricordo
di tutto il sentire estatico di quando c’era lei
Alina
le lacrime
ancora
smettono di vivere i pensieri
cala di nuovo il nero dell’anima
come i suoi capelli nero corvini
dalle punte rosse
il rosso e il nero dell’anima
che si confonde con il blu e il nero dell’anima
i suoi colori
della notte
della notte rubata alle stelle a alla luna
nel ricordo di lei
Alina
le lacrime
e smetto quasi di volere
di giocare con i simboli di amanti perdute
l’incantesimo primigenio
delle tre russe
trinità erotica
Katia, Amalia e Julia
si disperde
e ricomincia il tempo là dove una volta iniziava

dopo
Katia Amalia Julia
il tempo che ricomincia
dopo la nuova ondata
dopo l’ultimo impero
dopo l’ultima ispirazione
ispirazione infinita
che non erano loro
e nemmeno lei
e il suo simbolo mistico
non rimane più niente
rimane solo il ricordo di lei
Alina
e le lacrime
e la musica nuova che non dice niente
se non che cancella i soliti suoni
venuti a noia
venuti a loop
non so che farmene di queste canzoni
non so che farmene della lingua russa
parlata con lei
ora che lei non c’è più
ma era sempre dietro a tutto
all’alcol e alle estasi
davanti a Manuela
e al mio psicotizzare
rimasto senza parole
a parlare con lo sguardo
di quell’amore finito
lei
la ragazza ucraina
Alina
con una figlia là
che era solo l’amore perduto
a farmi impazzire
e già glielo dicevo
a lei
come farò dopo di te?
Non ce l’ho più fatta in effetti
non ce la faccio più
che me ne faccio di quella bottiglia di vodka
senza sentimenti
svuotati come l’alcol in giardino
sperduti per sempre nel ricordo di lei
Alina
e le lacrime
che torno ad essere davvero io
senza mistificazioni poetiche pseudoreligiose
senza ideologie di erotismo e voluttà
di onirismo
di massimi sistemi filosofici
e libri che danno dipendenza
più di una droga
polizieschi da leggere
alla costante ricerca della verità che non si trova mai
come i libri di filosofia e religione
parole su parole
senza fine
ammasso di pagine
che non portano a niente
là dove finiscono le parole
là dove le parole non bastano più
là dove c’è solo la voce del silenzio
e l’immagine di lei
Alina
e le lacrime
i capelli corvini di lei
e quella sua voce sperduta per sempre
quelle sue parole
quella voce perduta che dentro di me
sussurrava come un angelo
davanti a Manuela
quando le dicevo
che non ci capivo più niente
eppure lei sembrava già aver capito
sapeva già la storia
come succede
perdere l’amore
e le conseguenze della follia
e di incasinare l’anima
cercando di rappezzare le perdite
con particolari periferici
che sapevano di lei
Marina la russa
recuperare di lei la sua lingua
Leida e l’erotismo
recuperare di lei l’erotismo
Ana la ragazzina romena
recuperare di lei un’altra parte della sua lingua
il luogo dove lei stava
la notte rubata alla luna
e non bastava mai
non basta mai ricercarla in altre
mi dicevano che chiodo scaccia chiodo
ma questa volta hanno inchiodato me
che mi perderei ancora in metafore religiose
per cercare un significato
e mi perderei solo per non ammettere
che di lei
Alina
e le lacrime
ero innamorato
fino alla morte
e ancora forse ancora adesso
come ieri quella bambina che mi passava affianco alla cassa
tutta piena di vita
una volta e due
fino a quando lanciavo una sguardo alla madre
Carolina vieni qui!
Bambina
come la figlia di Alina
in Ucraina
mai vista
non si sa
e non è nessun mistero della fede
è il mistero dell’amore
che fa impazzire
che fa andare fuori di testa
come troppe canzoni da quattro soldi
a volte cantano
Alina
e le lacrime
ancora una volta
che il tempo inizia e finisce qui
al di là di prologhi
e ultime ispirazioni
che non riescono mai a ritrovare lei
non riescono mai a ritrovarla
neanche in Eugenia e quelle sue regole
di buona salute
diventate tiranniche se ascoltate con la sua voce
digiuno se penso a lei
Alina
e le lacrime
la cosa più naturale
quando non hai più voglia di
mangiare
bere
fumare
trovare altre come lei
come per ritrovarla
e non ritrovarla mai
alla continua ricerca di lei
che non tornerà mai
Alina
e le lacrime
e mi passava una bambina affianco
e la vodka comprata era solo il segno
di un ricordo dimenticato
le estasi erotiche alcoliche e musicali
con lei
gli stessi gusti di musica
di film e telefilm
lo stesso sentire
la stessa anarchia dei sensi
e la voglia di amore
e sapere che dopo l’amore
c’è solo la follia
un’altra follia
questa volta
una follia nera
come i capelli corvini di Alina
Alina
e le lacrime
che non c’è più poesia
non c’è più poema
arte o religione di ogni genere
discorso o consolazione o spiegazione
si perdono le parole
una volta e per tutte
si perde la voglia
di bere
mangiare
fumare
trovare altre come lei
Alina
e le lacrime
in questo sogno blu e nero
rimane solo la natura
come consolazione
la sua contemplazione
nella sua quiete indifferente
là dove lei diceva
che c’era solo passata
la Romania
là dove finisce il mondo
e tutto si disperde nella musica
in parole che non hanno più niente
se non la forza di far sfumare
la ragione impazzita ed esaltata di sé
che non può più niente
ammutolita
silente
e il mondo si colora di nero e di blu
come la notte rubata alle stelle e alla luna
dove lei c’era
Alina
e le lacrime
ora che non c’è più
la follia che si spegne
per ritrovare solo
il silenzio dell’anima
amore perduto
si perdono le parole
Alina
e le lacrime

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Sensazioni dionisiache…

Film russo, la lingua più bella, di una volta, la sera, la voglia di riesumare tutti i ricordi, del piacere infinito, l’alcol, Katia, l’amicizia dionisiaca con Bejan, gli anni della scuola di russo, tutto il corteggiamento di una volta con Eugenia, le nottate con Diana, e poi Diana la moldava, l’atmosfera dionisiaca in quella scuola serale, e tutte le nottate russe con Alina, il piacere delle ragazze dell’Est, i sogni, la musica russa, la musica albanese, riesumare dallo scantinato dei ricordi quell’aquila rosso nera, cucita sulla borsetta di Katia, visione di pura bellezza, di puro erotismo, di estasi dei sensi, dionisiaco dell’anima… la voglia di bere, la sete sconfinata, il cervello che andava in estasi, quasi in craving alcolico, dopo tutta la giornata passata a leggere quel romanzo norvegese, quel poliziesco, incollato alle sue pagine come un drogato di lettura, di gialli, di suspence, l’eccitazione cerebrale, stare al parco nel pomeriggio, leggere ancora un po’ dopo essere passato in biblioteca, per prendere in prestito l’altro libro, andare via, troppa gente in biblioteca, spazi troppo vicini, aula grande inutilizzabile per via di iniziative per bambini, stare al parco, non troppo distante dalle vecchiette ucraine, dagli adolescenti e dalle adolescenti impazziti poco più in là, sulle panchine, e leggere, fumarsi una sigaretta, incollarsi a quel libro poliziesco, ricordandosi della notte prima a chiamare i carabinieri, riferire di quelle due macchine che erano passate due volte, il transit rosso, la toyota yaris blu, che mi chiedevano di non so chi, forse di qualche spacciatore, chi lo sa, riferire alla polizia questo, la notte dopo, quando ormai l’effetto dell’alcol era svanito, e il ricordo della giornata prima, non l’estasi dell’ultima ragazza romena, perdersi in un mondo poliziesco… non farcela più, ad un certo punto, a continuare a leggere, vedere un negretto che correva nel parco, che voglia, che energia, io è già tanto che a volte mi metto a camminare, e così mi mettevo a camminare, per un’ora, intorno al parco e fuori, nel paesino, tra le sue vie, le sue salite e le sue discese, in quegli angoli del paesino che mi ricordavano la mia primissima adolescenza scema e folle, i compagni e gli amici di una volta, ai parchetti, per le vie, l’età della stupidera e della trasgressione, tutta l’energia di una volta, le scenette comiche, a vent’anni quasi di distanza, la vita da ragazzini, quella casa abitata ancora dalla madre di Nicolosi, il compagno di lei, pensare alla loro figlia, Rachele, chissà quanti anni avrà adesso, sarà già una ragazzina, e chissà Nicolosi, sarà forse ancora in Inghilterra, in Irlanda, chi lo sa, andare oltre… pomeriggio poliziesco, al parco, lì attorno, qualche sigaretta di troppo, tutta l’energia del mondo, e la sera, la sera a guardarsi quel film russo solo per sentire il craving dell’alcol, e la voglia matta di comprarsi una vodka, non per berla, ma per riesumare la bottiglia con l’aquila che mi ricordava il piacere infinito di una volta, la voluttà e l’estasi, per avere il piacere di fronte a me, in questa stanza priva di adrenalina, per riesumare il ricordo del piacere di tutti questi anni, e non farne più un dimenticatoio, un oblio, per ridare vita ai miei sensi addormentati dell’ultimo periodo, e il pensiero fisso, di quello che sembrava l’inizio di un romanzo giallo, io là, ubriaco, nel luogo che una volta era di Andra, e forse ora era di spacciatori, quelle due macchine sospette, quei carabinieri che mi chiedevano se avevo visto viavai di gente, il dubbio, il sospetto, le supposizioni, incipit di un romanzo giallo che non sarà mai, lo spaccio, l’alcol, i carabinieri, la droga, la prostituzione, il degrado, l’estasi dei sensi, l’anarchia dell’anima… e andare al supermercato per comprarsi quella bottiglia, lasciar perdere il cassiere che parlava di lavoro duro, di 11 ore che ti ammazzano, che dipende come te le fanno lavorare, poi, dipende dal lavoro, gente che parlava, una bambina che mi passava davanti, mentre compravo la vodka, lì alla cassa, per due volte, una bambina iperattiva, la madre che la sgridava, che le diceva di non allontanarsi da lei, comprare la vodka e vedere lo sguardo della guardia, attento, lo so anch’io, pensavo, lo so anch’io, ma mi serve solo la bottiglia con l’aquila russa, nel ricordo di Katia e di tutta la voluttà di sempre, del piacere, vero stimolante per vivere, vera adrenalina… tornare a casa e vuotare la bottiglia di vodka in giardino, vuotarla così, in un attimo, potlach dell’anima, gesto dionisiaco, tornare in stanza e non riuscire più a guardare quel film russo, troppa la concentrazione di ieri, troppo caffè, anche quello che bevevo alla fine del mio giro intorno al paese, intorno al parco, quel caffè di troppo, quella mente troppo sforzata a leggere, troppo concentrata, lasciare perdere quel film russo, archiviare ancora quei simboli adrenalinici, prendersi una ventina di gocce di valium e cercare il sonno, forzato, il sabato sera impazzito, la febbre del sabato sera…

La notte, un sogno dove mi squagliavo, dove le mie braccia e le mie gambe andavano squagliandosi, una sensazione stranissima, da effetti collaterali del valium, chi lo sa, un incubo, un sogno strano, nel pieno della notte, un sogno inquietante, e continuare a dormire… e poi mi trovavo in una specie di fabbrica, dove vedevo operai che altro non erano che compagni delle superiori, dell’ITIS, che stavano in quella fabbrica a lavorare non so che cosa, fabbrica metallica, e arrivava anche un albanese, un imprenditore albanese, che faceva le domande, agli operai, e con lei a tradurre c’era Rudina, mentre qualcuno o qualcosa mi svelava il senso di cognomi antichi, di ragazze e donne, il mistero dei nomi di Maria e di Maddalena, nascosti in altre etimologie di nomi, e l’imprenditore albanese si girava attorno, nella fabbrica, mentre tutti gli operai erano attorno a noi, in cerchio, a guardare e ascoltare, fino a quando Rudina non mi passava davanti, sorridendo, e uno degli operai diceva: “Cazzarola!”, e mi veniva in mente una canzone: kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua… e l’imprenditore albanese si esaltava, lasciava perdere il lavoro, e chiamava Rudina a sé, lei, sempre più sorridente, che si avvicinava a noi come esaltata, e in tre ci mettevamo in cerchio, a saltare, tenendoci per le mani, neanche fosse un matrimonio, una festa di matrimonio, una festa, come se fossimo estasiati di alcol e di musica, e cantavamo lei, i suoi capelli ricci, i capelli di lei, di Rudina, kacurrelat e tua, kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua, e godevamo di quella canzone, di quella lingua, di quel canto, della bellezza di lei, dell’estasi dionisiaca, nella fabbrica, nei sensi e nella danza estatica, e Rudina sorrideva, sorrideva come una vera innamorata, come esultante della festa, e tutti si dimenticavano del lavoro, della fabbrica, di ogni cosa… mi svegliavo, nel pieno della notte, con quell’estasi dei sensi, quel sentire dionisiaco, pieno di energia erotica, pieno di estasi, nel ricordo di Rudina, di quel sogno, di quella bellezza, di tutta l’energia di una volta, tutta l’estasi, e riesumavo quegli oggetti, quell’aquila, fonte di ispirazione infinita, di quei ricordi, e ricordavo quel sogno, quel sogno dionisiaco e quel sentire dionisiaco, e mi accendevo una sigaretta, e cercavo di non dimenticare il sogno, il sentire dionisiaco, e la notte acquistava un senso, là dove l’avevo perduto arrendendomi di fronte al film russo, di fronte ai soliti pensieri indeboliti dalle parole altrui, dovevo reagire, essere davvero me stesso, con tutta la mia energia, ricaricarmi, riprendermi, trovare la forza, l’energia, e non l’abbandono delle forze, rimanere positivo, ricordare tutta l’estasi del sogno e del sentire, sensazioni dionisiache, l’energia, la vita, il sogno, i ricordi, il desiderio, la voglia di vivere, sensazioni dionisiache nel fondo della notte, la vita che ricomincia, non più la rinuncia…

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Il paradiso che non c’è…

Mi sovvien la bella
dieci ormai serian passati
la sua bellezza sfiorita
chissà ora che fa
Katia perduta
di allucinanti erotiche visioni
ora niente vi è più di trascendentale
la vita mi sembra grama
e il suo lunedì
quando sogni di altrove
di paradisi da conquistare
si avvolgono nella mattina
facendoti pensare alla tua vita che non è
accolti come mendicanti o poco più
sono altri delle sue parti
di quella provincia di quel suo paese
dove solo abitano e vivono poveri cristi
povere madonne
quanto è povera la vita
e i suoi discorsi
che la domenica sembra ora
lo spettacolo dell’ignoranza e della povertà
dove non c’è niente più da volere
che non rimanga nei cieli dei desideri
di paradisi che non saranno mai
mi sovviene lei
la prima bellezza
il primo sviamento da impazzire
e se anche oggi fosse qui
non ci sarebbe niente di trascendentale
ma la solita inutile vita
senza vette e senza abissi
nella sua quiete sepolcrale
dove l’unica luce è quella diafana
di esalazioni cadaveriche
dalle quali la nostra vita si innalza
fatta ancora di respiro
di fantasia di paradisi d’altrove
che non saranno mai
tienti stretto il tuo lavoro
mi dicevano
quando non c’è niente di trascendentale
e nessuna visione
ma mondi alternativi da conquistare
e inventare
sanno solo di schiavitù
e sfruttamento
impossibile pensare luoghi migliori
condizioni migliori
utopie
se non per perdersi in quell’olimpo
di vip e star di hollywood
e del mondo della tv
antica allucinazione di un mondo che non è
se non nel suo apparire ingannatore
e vorresti diventare anche tu
un’immagine su un pc
alla tv
come se la tua vita si risolvesse
in uno show
non è così
ricordo ancora l’imam in metrò
con il suo smartphone pieno di falsità
come tutti
ingannato dalla realtà
evaso dalla semplice pura realtà
dove niente c’è più
e un salmo buddista ora rieccheggerebbe
per sconquassare tutta la vita a parte
dei simulacri della realtà
dove tutti ci vorremmo perdere
diventando delle immagini alla tv
la vita non è così
non è più solo apparenza
la sostanza sta altrove
in quella pace che alla fine si trova
così odiata perché troppo simile alla noia
ma altrove è inganno e inferno
e nemmeno la magia di grimoire
o altre lingue o altre suoni
possono mistificare le estatiche visioni
di altro e di altrove
dove ci si perderebbe come nell’ascolto
della musica più soave
come nella visione della più dolce e sensuale delle donne
eterno inganno di ciò che si vede e si gusta
dell’altrove in noi
che vorrebbe conquistarci
facendoci ripetere e desiderare altro
se ci si perde nel desiderio dell’altro
si è fottuti
diceva qualcuno
e non si confonde più ciò che è di vero in noi
e l’inganno onnipresente e celestiale
di ciò che è al di fuori di noi
appettito infinito di un altrove
che mai sarà
si sigilla così il mondo
una barriera tra me e il mondo
non mi faccio più portare via dal suo inganno
solo per trovare una noiosa quiete in me
che niente desidera più
e anche lo svago sa ora di inganno
fumo l’ennesima sigaretta
senza sapere perché
vecchia abitudine che sospira la vita
continuando a sognare
un mondo che non c’è
era dai tempi della scuola e dell’università
che aspettavo quel giorno
di nuovi cieli
nuova terra
antica visione di sempre
attica promessa e speranza
che mai si risolve
neppure nelle tappe già consumate della vita
l’amore che mi ha roso l’anima
l’estasi erotica che mi ha fatto impazzire
la superbia del sapere e del conoscere
per comandare e guidare l’altrove
delirio di onnipotenza
quando non c’è nulla da comandare
che anche se comandi il mondo
ma perdi te stesso
dove sarà il guadagno?
Vita povera e grama
mi sembra ora il mondo
fatta di inganni e false visioni
rimane il paradiso perduto
della sua bellezza
che ora ritorna
dopo dieci anni
chissà ora dove sarà
sfiorita
a pensare e pensarsi a come cambiare
senza più la sensualità di una volta
Katia
che del tuo paese e della tua lingua
ne avevo fatto un idolo
un’apocalisse
e tre o quattro giudizi universali
sono già passati in me
è la quiete dopo la tempesta
è il mondo dopo il diluvio
dove una strana calma aleggia nell’aria
non si sa più cosa si vuole
il trascendentale nelle relazioni d’amore
sembra non esserci più
cosa rimane in questa vita
che non ha più niente da offrire
se non la sua scontatezza
da non prendere per scontata?
Posso ancora vivere mangiare respirare
nutrirmi di cibo spirituale e dell’intelletto
godere ancora e aspettare l’estasi
che a volte ritorna
con ragazze che come lei
la prima antica bellezza
vendono il paradiso
è tutto qui?
Cosa ci sarebbe altrove?
Eterna domanda che smuove ancora la vita e l’inganno
altrove non c’è niente
ci sono solo altre visioni
il continuo inganno
la continua ricerca di un paradiso che non c’è
ovunque si vada
in qualunque lingua si parli
in qualunque luogo
in qualunque mestiere
sono solo stanco della povertà del mondo
e delle persone attorno a me
non differentemente ingannate
dalla vita
è questa la nostra sorte
eterno inganno
e l’arte di ingannare l’inganno
si sopravvive così
cercando sempre qualcosa di più
qualcosa di meglio
eterno spirito di consumo e di ricerca e di desiderio
e di bisogni che non la smettono mai
di reclamare se stessi
si fermerà mai la ruota del samsara?
Quanto è semplice trovare la pace
in noi senza volere di più
dimenticandoci di quelle cose date per scontate
che invece sorreggono la nostra vita
restando nascoste
che solo quando mancano te ne accorgi
va bene così
mi dico
e nella noia trovo la pace
e la fine della ruota del samsara
mi daranno ancora fastidio
discorsi altrui
stupidaggini e povertà
del vivere
ma quell’altrove che non c’è
è solo un paradiso
che anche Eugenia sognava
lei al di là della morte
forse già stanca della vita
a vent’anni
non pensiamo a lei
la morte nera
che l’unico suo consiglio era di vivere in pace
senza ascoltare il suo delirare e farneticare
estremista religioso
rimane solo la quiete
una quiete di povertà e di noia
di paradisi che non ci sono
il paradiso che non c’è
e la bellezza sfiorita
di lei
dell’antica ragazza russa
solo immaginata
risolve l’inganno

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Di tutta la voluttà della ragazza romena senza nome…

“No! Non ce la faccio a stare qua, a leggere! Non ce la faccio!”, così mi dicevo al rientro dal ristorante, seduto ad un tavolo tra mio padre e Marco, l’attenzione alla dieta, guardarsi attorno e vedere gente più grassa di me, anche, tra gli altri, e un obeso trentenne quarantenne, davvero obeso, che stava al tavolo con una ragazza sui trenta o poco più, a parlare non so di che cosa, pubblicità, o forse un libro, una storia… obesità, quella che ogni tanto mi capita di vedere in giro andando per le vie, per le strade, per le officine, la mia paura di sempre, che ora mi ricordo quando andavo in giro sempre a Milano, in università, e vedevo gente più grassa di me, e mi dicevo, no, così proprio non va, come si fa a diventare così grassi? E mi promettevo sempre di stare attento al cibo… rientravo dal ristorante, dopo il piacere infinito di un caffè lungo al bar, di una sigaretta, gustata, ora che torno a gustarle, diminuendo un po’, e poi il pomeriggio era libero, cominciava il fine settimana già di giovedì, dato che domani mattina andrò a Milano a fare quattro chiacchiere con Dario, il prof del centro russo, e sarà vacanza almeno fino a domenica… e decidevo di prendermi un altro caffè al bar, e fumarmi un’altra sigaretta… là, al bar, le solite bestemmie di Benito e le sue solite prese in giro a Gesù e al paradiso, uno che stava lì e si beveva un bianchino, altri due che entravano e chiedevano un amaro, l’Averna no, che è dei terroni, e allora ne serviva un altro… uscirmene fuori, ai tavolini, gustarmi il mio caffè lungo, e guardare al di là della strada, tra i marciapiedi, due ragazzine delle superiori che passavano di lì, che corpicino e che viso delizioso aveva quella ragazzina mora, che si scatenava subito il desiderio, il desiderio di farla mia, di godere di lei, di sfiorarle e palparle il corpo, di darsi a giochetti erotici, e con tutto il desiderio la guardavo, al di là di quei vetri che stavano tra i tavolini del bar e la strada… le sue paroline con la sua amichetta, chissà, i primi amori, le prime trasgressioni, i primi pensieri sporchi, a quell’età, un’età affascinante, dove nasce tutto il delirio di sempre, la follia, un’età folle, disperata, votata alla trasgressione, l’adolescenza, l’adolescenza delle ragazzine, il mio desiderio recondito di quest’ultimo periodo, dopo le uscite notturne con la ragazzina romena… e quelle due attraversavano la strada, lei, quella carina tutta vestita di nero, e la sua amica dai colori più chiari, forse grigio, bianco, non ricordo, lei niente di speciale, niente che mi attizzasse, e proprio lei entrava lì nella veranda del bar, mentre dentro Benito e gli altri continuavano a dire cazzate, e me ne fottevo, vedevo solo avvicinarsi quella ragazzina, che mi dava del lei, e mi chiedeva una sigaretta… tiravo fuori dalla tasca il mio portasigarette rosso e gliene porgevo una, come un lupo potrebbe fare con cappuccetto rosso, e lei se ne andava, ringraziandomi, dandomi del lei, e la salutavo dicendo ciao, sentendomi come non mai eccitato da lei e dalla sua amichetta… se ne andava e dava quella sigaretta alla sua amichetta, quella carina, quella che sviava il desiderio, e le vedevo andare via, mentre la ragazzina vestita di nero si accendeva la sigaretta, con l’aria trasognata, con l’aria di chi vuole trasgredire e diventare grande, e godersi tutto il piacere del mondo, e ancora sognavo, sognavo quasi quanto sognavo quella donna seduta al ristorante con quell’obeso, sognavo quanto sognavo la nuova cameriera del ristorante, la ventenne o poco più mora, vestita sempre di nero, dal corpo sfizioso, e dal viso dai tratti fini e leggermente spigolosi, ma comunque aggraziati, una vera bellezza mediterranea, che a pranzo sognavo ancora di più, quando mi si avvicinava, e ne sentivo il profumo, il profumo della sua pelle, che mi sembrava di stare in macchina con una di quelle, dal profumo che inebria… e mi bevevo il mio caffè, e mi fumavo la mia sigaretta, e me ne andavo dal bar mentre il fine settimana si apriva davanti a me, e tutti i miei desideri mi portavano verso una voglia di evocare quella ragazzina, quella ragazzina così come quell’altra ragazzina dell’oratorio, quando mi chiedeva una sigaretta, una volta, e anche un’altra volta, e volevo lasciarmi travolgere da quell’ondata di fantasia erotica che si lanciava su quelle ragazzine, e liberarmi una volta per tutte… ma non era così, mi lasciavo andare per un attimo, ma poi cercavo di riprendermi, mi dicevo che forse era ora di mettersi davanti alla scrivania, a leggere qualcosa, a studiare, a non buttare via il tempo, ma non ce la facevo, era più forte di me, l’immagine della scrivania della stanza, così come quella dell’ufficio libero, o quella del laboratorio, o ancora i lunghi tavoli della biblioteca, o i computer, niente di niente mi dava l’ispirazione per leggere qualcosa, per concentrarmi, niente mi esaltava e mi sentivo compresso, oppresso, chiuso in questo mondo, in questi luoghi sempre uguali, in quei soliti libri, solite letture, solite lingue, e cercavo di uscire da quell’impasse… break the spell! Break the routine! Mi dicevo un’altra volta, usciamo dai soliti luoghi, dalle solite letture, dal solito giro di sempre, e mi veniva in mente come l’altro giorno avevo adocchiato una ragazza di quella andando verso Rho, una ragazza che sembrava ben formata, desiderabile, e come tante volte in quest’ultimo periodo avevo rimpianto come dalle mie parti non ci fossero più ragazze diurne desiderabili, come ai tempi di Andra, come ai tempi di Luisa… e decidevo di partire, di liberarmi da tutte le idee, da ogni cosa, e ricordare il tempo di Andra, niente di male sarebbe successo, volevo solo liberarmi anche di tutte quelle fantasie, che per un attimo non invocavano quelle ragazzine… e partivo e me ne fregavo, volevo uscire, liberarmi, e mi dicevo che in fondo sarei uscito solo per vedere la merce, e solo dopo avrei deciso, solo sul momento… e prendevo la macchina e andavo via, senza tablet, senza cellulare, libero da ogni persona, ogni chiamata, ogni distrazione, e me ne andavo via in macchina senza cintura, stufo delle regole, stufo dei freni all’anima, e guidavo con quel piacere di guidare che ogni tanto salta fuori, l’ebbrezza della guida, non spericolata, ma comunque decisa, la bellezza delle strade, del rombo della macchina, del traffico leggero del pomeriggio in città, e mi godevo il paesaggio, passando anche tra campi e posti meno affollati da negozi e abitazioni, e passavo alla fine là davanti, dopo una ventina di minuti di guida, davanti a quella ragazza che mi era parsa così desiderabile… e lo era… una trentenne romena, dall’aspetto, la pelle leggermente olivastra, come Andra, il corpo snello, come quello di Eugenia, ma più formoso, i seni ampi, i fianchi che avevano le loro curve e delle belle gambe, il tutto esaltato da delle calze a rete, dei lunghi stivali neri con il tacco lungo, e un vestitino verde scuro, verde acqua, che lasciava immaginare la notte, e l’ispirazione, e un volto dall’ovale perfetto, dagli occhi che solo le romene possono avere, e dei lunghi capelli castani raccolti in una coda di cavallo fine e leggera, e passavo davanti a lei, che se ne stava lì, seduta nel suo angolo sotto un albero, a parlare al telefono chissà con chi… e passavo davanti a lei, ancora indeciso se fermarmi o no, e mi ricordavo solo di un’altra che avevo visto ancora quest’estate, dalle belle gambe, e andavo a cercarla più in là, dopo le negre… non c’era, ce n’era un’altra più in là, niente di speciale, quelle solite pienotte che non so neanche come fanno a stare in giro, niente, mi dicevo, torniamo da lei, dalla ragazza romena senza nome… e me ne tornavo indietro, con il cuore che andava quasi in tachicardia, l’eccitazione del momento, dimenticare il mio vestire trasandato, le immagini di colleghi e dottori e genitori e chiunque altro, gente da vedere, vista e da incontrare, lasciavo perdere tutto, e desideravo solo lei, solo la ragazza romena senza nome… e tornavo lì, e lei era ancora là, seduta, persa nel suo sguardo mentre parlava chissà con chi al telefono, e mi fermavo poco più in là, con la macchina, passandole oltre, e parcheggiavo a una decina di metri da lei, spegnevo la macchina e scendevo… mi avvicinavo a lei, per tastare il terreno, vedere se si fidava o no, e mentre lei parlava al telefono, mi avvicinavo, dall’altra parte della strada, sullo stop e le chiedevo: “Quant’è?”, e lei faceva un tre con le dita, mentre mi guardava e continuava a a parlare al telefono, “Facciamo venti, solo bocca?”, le dicevo, e il suo sguardo si illuminava, e annuiva con la testa, prendeva e salutava la sua amica, e metteva giù la chiamata, “Vuoi a piedi o in macchina?” “In macchina…” “Allora vai più in là…” e ce ne andavamo tutti e due più in là, lei sul marciapiede, io sullo spiazzo a riprendere la mia macchina parcheggiata, senza aver capito bene cosa intendesse per “più in là”… e intanto il cuore andava all’impazzata, e il desiderio erotico si risvegliava in me, da non lasciarmi più nessuna parola, nessuno pensiero, mentre tutto si comprimeva, e me ne fregavo… salivo in macchina accendevo e vedevo lei camminare con il suo corpo sfizioso e il suo volto dall’ovale di una madonna romena sempre più in fondo alla via, e la seguivo, le passavo affianco e lei mi diceva di andare più in là, con un gesto, oltre quell’albero, più in fondo, semplicemente, nel piazzale, che chiunque fosse passato avrebbe potuto vederci… eccitante, pensavo, come ai tempi di Andra, nel boschetto di giorno, o più in là, in macchina, in una via del boschetto, sempre di giorno, l’eccitazione di farsi vedere e di nascondersi, di non vergognarsi, di lasciarsi andare a tutta la lascivia dell’anima, senza remore, senza alcun freno, lasciarsi andare al piacere, e godere già di quegli istanti, pregustarli, pregustare le mie mani sul suo corpo, sulla sua pelle, su quelle sue calze a rete, su quel suo culetto così perfetto, su quel suo seno abbondante, e godere già della sua voce dolce, che sentivo mentre parlava al telefono, le parole quasi incomprensibili, la bellezza di quella lingua romena, la sua dolce voce, e parcheggiavo lì, a due passi… saliva in macchina, e avevo già pronta la mia banconota, era la prima cosa che lei prendeva salendo in macchina, come una ladra, e si sedeva subito, chiudeva la portiera solo per riaprirla subito, e buttare via qualcosa, “Non so come si chiama”, mi diceva, ma ora che mi ricordo mentre parlava al telefono stava masticando una cicca, e non era altro che una cicca, chiudeva subito la portiera… cominciavo a toccarle le gambe, il culo, i seni, e mi perdevo in quella bellezza, “Prima i soldi!” “Te li ho già dati…” “Ah sì, è vero, scusa, spogliati!” “Lasciami toccare un po'” “Sì, certo, ma spogliati, tranquillo, ti lascio toccare, mentre ti faccio…” e lasciavo andare le mie mani dal suo corpo per spogliarmi, con tutta l’agitazione da troppi caffè, da qualcosa a cui non sono molto abituato di giorno, ma mi lasciavo andare, e godevo ancora di lei, della visione di lei, della ragazza romena senza nome, e mi dicevo che volevo lasciare andare tutta la fantasia erotica che si era lanciata su quelle ragazzine delle superiori, e mi spogliavo… e mi lasciavo andare su di lei, ancora, sempre più lanciato su di lei, e lei cominciava a infilarmi il profilattico, e a chinarsi su di me… cominciava a servirmi, con le labbra, e poco alla volta sentivo il mio membro gonfiarsi nella sua bocca, mentre faceva su e giù, su e giù con la testa, come un vero porno diurno, come un porno dove una ragazzina serve chiunque con la sua bocca, e lasciavo andare la mia mano sui suoi capelli, e l’altra mano godeva nel giocare ad accarezzarle i fianchi, il culo, le calze a rete, che spostavo anche con la mano, per lasciarmi godere della vista di quelle sue mutandine rosa, e godevo di lei, di quel suo corpo, di quei suoi fianchi, di quelle sue curve, di quella sua pelle soffice e morbida e dolce, mentre lei continuava a servirmi con la bocca, con le labbra, su e giù, su e giù, anche quando giocava con la sua testa, spostandola ora a destra, ora a sinistra, come un vero porno, e poi ancora su e giù, su e giù, che mi perdevo a toccarle i fianchi, quelle sue curve, quelle sue gambe, che godevo sempre di più a quella visione pornografica, fino a quando la guardavo servirmi sempre di più, come un vero porno diurno, e mentre faceva su e giù, le sfioravo quella coda di cavallo e la portavo su, in verticale, mentre godevo dentro la sua bocca, e lasciavo l’infinito dentro di lei… “Tieni”, “Grazie”, mi dava i fazzoletti e mi pulivo, si prendeva quello che rimaneva e diceva “Lo butto via, qui, vabbè vado, fa caldo qui dentro…” “Fa caldo?” “Sì, fuori non così tanto” e scappava via come una ladra, usciva dalla macchina e se ne tornava verso il suo posto, camminando ancora e lasciando vedere la sua bellezza, mentre io godevo di lei e di quegli istanti, di quella carica erotica, e mi rimettevo a posto solo per partire, andare via, passarle affianco ancora, godere di lei, della sua vista, della sua bellezza, la ragazza romena senza nome…

E giravo, giravo in macchina, mi godevo la strada, mi godevo il pomeriggio, dal sole autunnale, i colori dell’autunno, la giornata soleggiata e fresca, godevo di lei e di quegli istanti e non avevo alcuna intenzione di tornare a casa a leggere, o andare in biblioteca, non avevo voglia di niente, e volevo solo vagare, vagare, vagare… tornavo su quella via, vicino al bosco, là dove una volta c’era Andra, di giorno, e decidevo di ritornare là, sotto quell’albero, vicino a quel parcheggio che aveva visto me e Andra, me e Luisa, vicino al bosco, vicino al parco, là in quel parco giochi abbandonato da dieci anni, lì vicino solo ad abitazioni tranquille e ad una discoteca di ballo tradizionale, solo per gustarmi il verde e il rosso della natura, e lasciarmi travolgere da quell’ondata di sensazioni, da quell’ondata di lei e dal ricordo di Andra, senza pensare più a niente… e non pensavo più a niente, per ore, mi godevo ogni tanto la musica che usciva da quella discoteca, mi godevo quella musica rilassante, sconosciuta, non stavo a intendere le parole dell’istruttore di ballo, mi godevo la musica e il paesaggio della natura, che mi inondava più che il verde e il rosso e il marrone di ogni parco, e mi lasciavo andare a mille ricordi, mille fantasie, agli ultimi istanti con la ragazza romena senza nome, e mi perdevo nello scardinare tutti gli automatismi, libri, stanza, biblioteca, lavoro, colleghi, genitori, computer, tablet, cellulare, musica, ogni cosa, ogni cosa la vedevo a distanza, e mi lasciavo travolgere da quell’ondata di natura, di musica e dalle sensazioni di quella ragazza romena senza nome… passavano ore, ore e ore, tutto il pomeriggio, tutto il pomeriggio a sognare, a scardinare pensieri, a liberarmi, a godere del fine settimana, intervallando una sigaretta ogni ora o poco più, godendomi la natura, il paesaggio e il relax di quei momenti, anche quando a tratti passava della gente e si fermava lì, in quella zona che in teoria sarebbe solo per i residenti e per i frequentatori della discoteca, e mi lasciavo andare anche ai ricordi, di quando ero un ragazzino e con gli amici andavamo lì in quel parco giochi, a mangiare un gelato, a giocare ai videogiochi, con il pungiball, a salire sulle giostre, a essere inondati di musica e di sguardi con altre ragazzine, mentre ora lì tutto era abbandonato, lasciato a sé, l’erba selvatica che cresceva dappertutto, i colori smorti delle giostre, la ferraglia, la mascotte del castoro gigante ormai sbiadita, i gatti che ciondolavano qua e là nell’attesa che qualcuno portasse loro del cibo, ed essere proprio così, come un gatto, assolutamente indifferente e spensierato, lascivo e pigro, annoiato e pieno di sensualità, come quella ragazza, come me in quelle ore passate lì, inondato da ricordi e sensazioni, a scardinare i pensieri, a godere ancora e ancora di quei momenti, per ore e ore, senza pensare più a niente, ponendo un velo fatto di natura ed erotismo tra il lavoro e gli studi, e liberando l’anima… e le ore passavano, e l’ondata di nuove sensazioni, il disorientamento, i ricordi, lo scardinare automatismi, il lasciarsi immergere dalla natura mi ricordavano anche Eugenia, come anche lei dicesse di trovarsi da dio in mezzo alla natura, e sognavo di averla affianco, di godere con lei come avevo goduto con la ragazza romena senza nome, e quanto avrei desiderato una storia con lei, una storia normale, con quella ragazza romena, con Eugenia, se solo non si fosse persa così tanto nella sua religione, e la bellezza e la natura e la ragazza romena mi riempivano l’anima, che non sapevo più se stessi desiderando ancora Andra, Ana, Eugenia o la ragazza romena senza nome… e godevo e godevo ancora, e mi lasciavo andare, e forse sonnecchiavo anche un po’, sotto quel sole di autunno, sempre, per tutto il tempo, sdraiato in macchina con le gambe sopra la portiera, come nelle più lunghe notte erotiche di sempre, come nelle lunghe notte di luna di sempre, come nel deserto d’asfalto, come ai tempi di Alina, quante notte ci aveva visti assieme, e i miei ricordi andavano ancora verso di lei, a come l’avevo perduta, a come quella sensazione per lei ora stesse ritornando, con tutti questi ricordi della natura e della Romania, di queste ragazze, di queste ragazze dell’Est che ogni volta mi mandano in paradiso, e mi sembrava di aver ritrovato il paradiso terrestre tra quella natura, quella musica, quei ricordi e quelle sensazioni, che non avevo più bisogno di niente e nessuno, e godevo di quella mia solitudine, di quella mia malinconia e voluttà, di quella mia stanca lascivia, e all’ansia iniziale un’infinita voluttà mi avvolgeva, e il pomeriggio passava così, l’inizio del fine settimana, immerso nella natura, nei ricordi, nella voluttà della ragazza romena senza nome…

Facevo ancora qualche giro, in macchina, a far benzina, a cercare di bermi qualcosa in un bar, prendevo solo una bottiglietta d’acqua, e poi andavo via, pieno di piacere e voluttà, tornavo a casa tardi, solo per cenare in un attimo, solo per fare la mia camminata serale, cambiando percorso, passando in mezzo alla strada pedonale della città, tra negozi e vita e persone, e non nel solito e lugubre giro intorno al campo santo, e mi si riempiva l’anima di luci al neon, insegne di negozi, luci di lampade della strada, voci di passanti, rumori dei treni e delle rotaie, e mi lasciavo ancora andare, andare e andare al ricordo di lei, alla voluttà, solo per tornare a casa, risciacquarmi, perdermi ancora in musica infinita e tornare a godere di nuovo di lei, di quelle sensazioni, di quella voluttà, la notte, che rivivevo tutti quegli istanti, che quasi avrei cercato anche Ana nella notte, me ne sarei fregato dei soldi che serviranno domani, ma poi lasciavo perdere, e godevo solo di lei, di tutta la voluttà della ragazza romena senza nome, e di una giornata fatta di liberazione dei sensi, e di piacere infinito…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

La musica e la malinconia…

Lyric master, le sue canzoni, malinconiche, uscire dal tilt che sentivo questa mattina, quando anche leggere in russo non dava più soddisfazione, sentirmi perso, combattere contro la voglia di fumare in modo esagerato, entrare in biblioteca solo per uscirne subito, nessuna lettura faceva per me, là vicino allo studio della dottoressa, a due passi, bersi un altro caffè dopo che le 24 gocce di valium stavano per mandarmi in depressione, uscire da quell’ansia di quel caffè delle macchinette, delle capsule, troppo forte, un caffè del bar, più buono, meno forte, giusto per recuperare le forze… vagare come un dannato tra lo studio della dottoressa e le panchine là in piazza nel centro del paesino, troppi vecchi e vecchiette per le vie, quella lingua italiana che non sopportavo più di sentire… entrare per un attimo nello studio della dottoressa, nella sala d’attesa, un’altra donna entrava solo per chiedere se avevamo appuntamento, a me e ad altri due che erano lì, 10:40, dicevano, 11:20, dicevo, erano le dieci e mezza, “Sei qua molto in anticipo”, mi diceva la signora, “Sì…”, cercare di ascoltare la musica in quella sala d’attesa, troppo inquinamento acustico, di gente nella sala d’attesa, la voce della dottoressa dal suo studio, la voce del paziente, uscire da lì, la musica lì non aveva la forza di calmarmi, uscire per trovare una panchina, al sole, là, quel sole debole di ottobre, tra quell’aria fresca e quel sole che riscaldava un minimo, e trovare quiete e pace solo in queste canzoni, nelle canzoni di lyric master, canzoni kosovare, rap, che mischiano suoni un po’ coranici con il rap malinconico, trovare pace solo in quelle canzoni, distendersi, rilassarsi, non guardare la gente che passava, perdersi nei sogni, nell’ultima ispirazione, nell’ultima ragazza, Ana, e in quella di tutto il caos, Alina, pensare di mettere assieme due frasi da dire alla dottoressa, come presentarmi, cosa dire dopo otto mesi di dieta stretta, di attesa per quegli esami del sangue che ancora non andavano proprio bene, perdersi nell’ultima ispirazione, in Ana, in quelle melodie, in quelle canzoni, se non ci fosse la musica sarei fottuto, ancora una volta mi dicevo, ed era così, la musica mi salvava, e anche il piacere di quella sigaretta prima di entrare nello studio, adesso nell’ora giusta… entrare lì, altri due vecchietti che entravano, due parole, in dieci minuti era tutto finito, io che entravo a mia volta, la dottoressa che mi chiamava “il mio rompiballe”, “il mio rompiballe personale”, aggiungevo, “c’è già tua mamma”, “ho voluto copiare da lei”, “non copiare lei, copia tuo padre”, e lì ci stava mezza filosofia millenaria e mondiale, in queste due parole, tra Freud e mille teologie, e chissà cos’altro ancora… “cosa c’è?”, “niente, ho portato qui due esami del sangue, uno spaventoso, e uno più normale”, “guardiamo quello ‘spaventoso’, di febbraio… madò! Questo fa davvero paura! E l’altro di ottobre…”… niente alcuni valori erano rientrati, c’era stato di certo un miglioramento, mi chiedeva delle mie abitudini alimentari, del mio stile di vita, del fumo, chiedevo anche per smettere di fumare e mi diceva subito che c’era un centro a Monza per smettere, ma che quella terapia va ad incidere sulle medicine “già importanti” che prendo, e sarebbe meglio evitare, le dicevo della dieta, andava bene, diceva, anche dell’oretta che cammino ogni sera, quasi, mi diceva ancora come mangiare meglio, e mi dava delle pastigliette che aveva lì in una mensola, degli integratori per smaltire meglio il colesterolo, rifare gli esami tra un mesetto, prescritti da lei, e vedere come va, e poi il sollievo, lei che diceva che era meglio non cambiare terapia psichiatrica, io che ero terrorizzato dal cambiare, dopo l’ultima volta, dopo le gocce antidepressive che facevano male, il terrore, e lei che me lo toglieva, non cambi, non cambiare, che sollievo! Lei che mi diceva “No, non era depresso, chissà cosa mangiava in quel periodo…”, “Non mi ricordo più…”, e quel suo consiglio sullo smettere di fumare, che in un attimo rivedevo quella volta quando mi dicevano di rivolgermi agli alcolisti anonimi per smettere di bere, mentre era poi bastata Eugenia, la chiesa avventista, e un immenso sforzo e un’immensa determinazione di smettere, e mi dicevo che se ce l’avevo fatta con l’alcol così ce la potevo fare con le sigarette, lei che mi diceva che ho solo 32 anni e non è così impellente, ma se vuole guardare al futuro, mi diceva, sì, volevo guardare al futuro, dopo lo spavento di questa metabolica, di questo colesterolo, che con la salute davvero non si sa mai… e andare via così, con quelle medicine, con questo progetto di riprendere la dieta sul serio, quando mi diceva anche che il peggio di tutto sono i dolci, semplice, niente più biscotti, niente più coca cola, niente più tè alla pesca, zucchero nel caffè, come più o meno mi ero già abituato, meno sgarri, tutto qui… e andavo via sollevato, rilassato, senza più pensieri… il tempo di tornare a casa, pranzare, senza pane, solo pasta, salutare Silvia l’ucraina, la madre di Larisa, che andava via, pranzare e bersi un altro caffè al bar, con tutto il relax di questo mondo, concedersi un’altra sigaretta dopo pranzo, e stare lì ancora da ascoltare la musica, senza addormentarsi, questa musica che mi dava la tranquillità, la malinconia, la pace dei sensi, Lyric Master… mio padre e Marco che tornavano dal ristorante, poteva cominciare una nuova giornata di lavoro, passare per la sala per uscire di casa e incrociare lo sguardo della giovane ragazza delle pedicure, “Buongiorno!”, e salutarla come solo avrei salutato una donna, mentre mi chiedevo se anche lei sentisse dalla stanza quella musica così malinconica, il suo sguardo che si fondeva con le sensazioni di quella musica, di quel canto malinconico, la malinconia… e poi la giornata di lavoro, senza fumare più per tutto il pomeriggio, fino alle sei, alla fine del pomeriggio di lavoro, senza nervosismi, accorgersi degli automatismi del “adesso mi sarei proprio fumato una sigaretta”, ricordare mio fratello quando mi diceva di smettere di fumare, tutta una questione psicologica, diceva, e in effetti di automatismi psicologici ero e sono pieno, fumarsi una sigaretta a fine giornata e sentirmi quasi svenire, come una volta diceva Xixi, lei che diceva che le venivano i giramenti di testa a fumare, ed era vero, come era vero quando mio fratello mi diceva che senza fumo si sta meglio, si sta proprio meglio… la malinconia del giorno, quella musica, quei ricordi, quelle suggestioni, che a fine giornata davvero Eugenia aveva visto giusto in tante cose, sulla salute, di certo di meno sulla musica e su altro, ma comunque lei rimane forse una delle tante che può ancora ispirarmi per farmi dimenticare che una volta fumavo… la sera, la cena da dieta, la passeggiata serale, la malinconia della musica, la prima medicina contro il colesterolo, i primi automatismi da fumatore scovati, lasciar perdere tutte quelle cose lette sui siti antitabagismo, lasciar sfumare tutte quelle scritte, a parte qualche consiglio, ricordare a fine giornata che anche se non ho lavorato tanto entro fine settimana farò quattro chiacchiere con Dario, parlerò forse con Paola, mi chiederò ancora quanto conviene mollare il lavoro per seguire la lingua russa, mania durata due giorni, e non di più, dopo che oggi sul lavoro in fondo si stava bene e stavo rilassato, malinconico, ma rilassato, in grado di orientarmi sulle cose da fare, avere sempre la via d’uscita fatta di lettere, oltre il lavoro tecnico, chiedersi le solite cose e lasciare le risposte a più avanti, dopo che avrò parlato con Dario, con Paola, senza dover decidere, lasciare aperte le porte a questi altri progetti, ad altri ancora, ad altri futuri alternativi non più apocalittici, le visioni più aggraziate sul futuro, il fine giornata, la malinconia, quelle canzoni, quelle melodie, quel canto, lo sguardo di quella ragazza, l’ultima ispirazione con Ana, le ragazzine ventenni che ancora mi danno il desiderio erotico, la malinconia e la musica… che mi lascerei ora andare a musica infinita, alla malinconia, alla bellezza ricordata della notte, di Ana, di quelle ragazzine ventenni, di quella giovane donna in casa mia, la musica che forse avvolgeva anche lei, la musica e la malinconia…

Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Quella visione di pura bellezza inondava la notte… 

E andare al parco, il pomeriggio, ieri, liberarsi da quelle mura, da quell’officina, da quella gente, ed essere indeciso sul da farsi, il bisogno di far sfumare i pensieri, un peso dell’anima che non finiva più, i sensi di colpa, le rimuginazioni, il troppo caffè, accovacciarsi per un attimo lì sotto gli alberi, e mettersi le mani nei capelli, quasi uscire fuori di senno, per non riuscire a staccare dal lavoro e da quella gente, i colori della natura, il verde, il rosso scuro delle foglie, la terra, il cielo che si intravedeva tra le fitte trame di rami e foglie, là, al sicuro, nella natura, sotto le piante, libero, con le panchine tutte vuote, nessun gruppo di ragazzini che ascoltava musica latino americana, nessuna parola adolescenziale da sentire, solo un altro giovane che stava in una panchina più in là, ad ascoltare musica con il suo iPod, ed essere indeciso se andare via o restare lì, optare per le mura di casa, per un attimo, e tornare indietro, accendersi una sigaretta e passare oltre la cancellata, per poi tornare indietro, proviamo a sentire un po’ di musica, che se fossi stato altrove non avrei potuto, a fare altro, a non potermi rilassare, e così facevo marcia indietro e ritornavo nel parco, ancora sopraffatto dal nero dell’anima come un grumo incancellabile di pensieri, e poi… la musica, la musica di Denisa, la musica manele sotto gli alberi, nella natura, sdraiato su quella panchina a dimenticare il mondo e i suoi pensieri, la settimana lavorativa, ogni strana frustrazione e scervellarmi, e ricordare solo di come la mattina Olimpia mi aveva dato il suo numero e mi aveva detto di vederci quando volevo, lì a Milano, aspettare di calmare l’anima sotto la musica, per chiamarla, per metterci d’accordo, e al momento non pensarci troppo, a lei, all’uscita, cercando di far sfumare anche le uscite abortite con Marina, e dimenticare il mondo e lasciarsi andare alla musica manele, di Denisa, la sola che sfumava via i pensieri, anche quelli della mattina e di quella rivista bahaì che leggevo in biblioteca, il multiculturalismo, le migrazioni, gli insegnamenti di tutti i grandi profeti e illuminati, pozzo infinito di sapere, l’unità nella diversità, il mondo che è una grande famiglia di popoli e culture, aprirsi al mondo, senza pensare più alle nazioni, l’uguaglianza tra uomini e donne, il mondo spirituale che non ha bisogno di clero, l’esperienza di chi dimentica il suo paese d’origine, dopo la migrazione, come spesso fanno le donne albanesi, il ragazzino russo adottato che sognava la sua vera patria, tornare in Russia, avere amici russi, stare con una ragazza russa, e rinnegare i suoi genitori adottivi italiani, pakistane costrette a sposare uomini del loro paese, matrimoni combinati, nonostante vivesse in Italia, un senso di anacronismo, un giovane che si dava ad un ordine monastico cattolico, ma poi stava male, depressione, pensieri contraddittori, la difficoltà della disciplina e delle regole monastiche, l’insofferenza verso i superiori, e altre storie, storie di multiculturalismo, identità, migrazioni, raccontante non in modo poetico, ma nel giusto scrivere scientifico sociologico e psicologico, come una rivista accademica, gli interventi di diversi docenti universitari, una lettura che solo ora mi accorgo come mi abbia riaperto la mente, facendomi tornare con l’anima a mediazione, in università, senza le chiusure di certa gente su lavoro, il multiculturalismo, la libertà, l’apertura dell’anima… e inondarsi di musica manele, che a tratti mi fermavo e mi accendevo una sigaretta, cercavo di capire quale libro potessi leggere, per non buttare via il sabato, ma la stanchezza era troppa, e le rimuginazioni, che solo andavano via immerso nella musica, e cambiare panchina, quella al sole, dopo il vento settembrino che rinfrescava anche troppo l’ambiente sotto le piante, sdraiarsi sulla panchina al sole e dimenticare ogni cosa, inondato di musica, ricordare vagamente come altre volte ero stato lì, a dire a Marina che ero al parco, per non pensare troppo, ma le rimuginazioni cadevano su di lei, lei che mi stringeva l’anima, l’opprimeva, e non pensavo più neanche a quel cielo come il ricordo di quella scena di “Guerra e Pace”, dove il soldato sembra trovare pace solo guardando l’azzurro del cielo, dimenticarsi di quelle cose russe, andare oltre Marina, lo scervellarsi di quei giorni, la sua pretesa di fare tutto un discorso sulla Russia, senza aprirsi al resto del mondo, un senso di chiusura che se ne andava via solo con la musica manele, e con il pensiero di Olimpia… e alla fine alzarsi da quella panchina sotto il sole, invaso dalla musica, dal canto, chiamarla, scambiare due parole, e metterci d’accordo per oggi, sentirci questa mattina per magari vedersi verso le tre del pomeriggio a Milano, berci un caffè, fare due chiacchiere, chiamata veloce, dalle poche parole, la sua voce che forse non avevo mai sentito, io che la immaginavo diversa, la sua lingua italiana pulita, a differenza di quando scrive, lasciar perdere le rimuginazioni che lei è più ricca, può non lavorare, è l’amica di Anna Maria, o altro, ricordare Eugenia, e pensare al suono della sua voce, alla sua bellezza, suono della voce che nelle canzoni di Denisa mi sembrava il timbro di Manuela, la ragazza bionda del Carrefour, lei e i suoi capelli biondi, come Denisa, che mi rendevo conto di essere stato innamorato anche troppo, senza saperlo, di quella cantante, che avevo come rimosso dall’anima, solo perché ritornasse nella bellezza e nel timbro della voce di Manuela, musica dal profondo, dell’abisso dorato di bellezza, e la musica mi portava via, e ad Olimpia non ci pensavo neanche più di tanto, vedremo domani mattina, pensavo, vedremo… e riposarsi di nuovo sulle panchine, andare più in là, non troppo al sole, in un angolo di ombra, senza vento, senza troppa aria fresca, lasciarsi andare ancora alla musica, alla sua dolcezza, e liberare poco alla volta i pensieri, senza rovinarsi più di letture rompicapo… arrivavano quasi le sei, e un senso di fame mi prendeva, la voglia di qualcosa di dolce, un gelato, una bevanda fresca zuccherata, senza pensare troppo alla dieta, ormai codice somatizzato, e fare un giro di qua e di là con la macchina, andando via dal parco, cercare ulteriore sollievo nell’altro parco più in fondo, ai margini del paese, il parco con il suo bosco, che ospitava sempre, tempo addietro, la bellezza di Andra, bellezza che mi sembrava di rivedere quella volta, la prima volta che vedevo Olimpia in università, che mi sembrava Andra risorta, ritornata dal fondo dei ricordi, la quiete, l’amore, la tranquillità, l’estasi dei sensi, e un altro mondo, un’altra lingua, un altro sentire, prima visione di lei, ormai datata anni fa, che non ricordo neanche più, e quel suo sguardo, quel suo sorriso, quei suoi occhi illuminati quando mi rivedeva, io, assorto nei miei pensieri, in uno degli ultimi esami di russo, quell’altra volta che mi chiedeva l’accendino, camminando verso l’università, io, ancora assorto nei miei pensieri, forse pensando troppo ad Alina, in quel periodo, non mi ricordo più, o chissà a che cosa, ricordi che si mischiavano… e là quel parco non mi piaceva, arrivavo là vicino al bosco, non c’era Andra, non c’era nessuna, non è più come una volta, eppure il ricordo di Andra viveva ancora, e anche di quel bar dove una volta lei si fermava, quando la riaccompagnavo, nel pomeriggio dopo essere stato con lei, quella volta che le chiedevo se potevamo uscire a berci qualcosa assieme, lei che diceva che non poteva… andare oltre e girare ancora il paese in macchina, in quale bar fermarmi? Che cosa gustare di dolce? Un gelato confezionato? Un gelato di una gelateria? Una birra? Una coca cola? Un tè alla pesca? E giravo di qua e di là, passando davanti ai bar, passando davanti alla chiesa, dove stava per cominciare la messa del sabato, e alla fine fermarmi al bar davanti dove abito io, e prendermi un tè alla pesca, dimentico della dieta… e gustavo quella sensazione di dolce, solo per poi tornare a casa, lasciar perdere la messa, e cenare, a casa, cena blanda, da dieta, ancora una volta, e rimettersi di nuovo lì, sotto la musica, sul letto, a riposare, a non pensare più, a lasciar andare tutti i pensieri, una sigaretta ogni tanto, un caffè decaffeinato, e la musica manele che mi avvolgeva, tutta la sera, senza pensare troppo alla camminata, almeno questa settimana dopo gli esami del sangue la voglio passare in modo più blando, riposandomi un po’ dallo stress della dieta, e lasciarsi andare alla musica, lasciarsi andare, fino ad addormentarsi…

Risvegliarsi così, che erano quasi le dieci, vagare per casa senza un perché, per qualche ora, e provare poi a tornare a dormire, dopo un altro decaffeinato, senza fasciarsi la testa per non aver letto né studiato niente, per aver avuto bisogno di riposo, e pensare di finire la giornata così, con il sonno, con la stanchezza, con il pensiero e il desiderio di Olimpia del giorno dopo… ma il sonno ormai non arrivava più, arrivavano solo fantasie erotiche, di ragazze di una volta, Sissi, la cinesina, che si confondeva con l’attrice porno coreana di una volta, Greta, che diventava anche lei un’attrice porno nei miei pensieri, un’attrice bionda, e mi perdevo nel sognare di sfiorarle i suoi lunghi capelli biondi, mentre mi serviva, e sognare ancora di bordelli asiatici ed esotici, pieno di ragazzine estremo orientali, lasciarsi andare alla fantasia, di quella bionda per strada, e mille altre fantasie che risvegliavano l’erotismo in me… e alzarsi di nuovo, vestirsi un attimo e decidere di andare a fare un salto da quelle ragazze, e non importava chi, fare avanti e indietro per un po’, nell’indecisione, pensieri inibitori e rimuginazioni che non erano ancora finite, lasciarle perdere, tutte le parole altrui, e ricordarsi solo di lasciare aperta la strada per quelle ragazze, prendere e andare via, prendere e andare via, nell’estasi di un sabato notte, pensando che in fondo domani è un altro giorno, e vedrò forse Olimpia, e come andrà andrà… passare là davanti, dove c’era la bionda sexy che ballava per strada, là dove Isabela non c’era, c’era Ana… lei vestita con dei jeans blu mezzi strappati, che non esaltavano le forme delle sue gambe, a differenza di quei lunghi stivali neri, vellutati, con il tacco lungo, la sua giacchetta nera, una visione nera e blu, come la notte, come il ricordo di Alina, e il suo volto pieno di trucco, il sabato notte, le sue labbra con un rossetto scuro, cremisi, il suo volto triste, la sua bellezza, la sua giovane età, da renderla così carina e desiderabile, lei, la ragazzina romena… e girare attorno per un po’, nell’indecisione, nelle rimuginazioni, ma alla fine fermarmi, come andrà andrà, godiamo di questo sabato notte, senza pensarci più, e poi domani Olimpia si vedrà… ciao, andiamo? Con tutta la tranquillità, che freddo, diceva, e faceva davvero un po’ freddo, anche se io in macchina con il riscaldamento non lo sentivo molto, lei che si accostava alla portiera, con la sua bellezza, lo slancio delle sue gambe, i suoi occhi pieni di luce diafana… come stai? Come va? Domani forse mi vedo con una mia amica romena dell’università, è da tanto che non la vedo, ah, e te? Io ho freddo, diceva, e mi faceva sorridere, ridere, non sfiorarla nemmeno nel breve tragitto che ci avrebbe portato là, parlare del più e del meno, di come lei a fine ottobre tornerà in Romania per la patente, lei di Craiova, Olimpia di Suceava, che non so nemmeno dove sono, le ragazze romene… e ci fermavamo lì, per lasciarci andare alle nostre effusioni, godere di lei e del suo seno, dei suoi capezzoli, io che con la fantasia sognavo ancora, di Greta, di Sissi, fantasie erotiche, e io che godevo del corpo di lei al mio fianco, di Ana, godere del suo corpo, del suo volto che non sembrava più così simile a quello di Inna, scorgevo i suoi tratti, il suo strano ovale del volto, godere di lei mentre mi serviva, con la bocca, con le labbra, in quel suo andare su e giù con la testa, visione pornografica e di pura bellezza, puro erotismo e lascivia dell’anima, godere del suo corpo, stringere più forte quel suo seno, stringere più forte e palpare di più là dove c’è la via all’accesso al mondo, al paradiso dei sensi, il suo corpo e la sua bellezza nel blu e nel nero della notte, godere di lei, godere di lei, e lasciarsi andare alla pura voluttà, pura estasi dei sensi, di un sabato notte che doveva finire solo così, al culmine del piacere… oggi ho ascoltato tutto il giorno manele! Tutto il giorno! Ahahaha, perché? Ma non lo so, ero stanco della settimana di lavoro, e avevo bisogno di ascoltare quella musica, te l’ascolti? No, non mi piace… anche io prima l’ascoltavo, poi sono stato un bel periodo senza ascoltarla, e poi non so perché adesso mi è tornata la mania, ahahahah, rideva, te ascolti musica spagnola invece? Spagnola, internazionale… internazionale… I just wanna attention… manele è la musica degli zingari! Diceva, sì, tutti i romeni e le romene che incontro me lo dicono, e poi mi dicono: “Non ascoltare manele!”, non so perché, no, ma le ascoltiamo, diceva lei, sono belle, però… è la musica degli zingari… sì, forse perché alcune canzoni sono un po’ tristi, sì, alcune, diceva lei… il blu e il nero della notte, la notte rubata alla luna, come ai tempi di Alina, il piacere immenso e infinito, il liberarsi dei sensi, nelle sue parole, in quella sua voce che mi aspettavo di trovare in Olimpia, la sua giovanissima bellezza… e tuo cugino ha ancora la Honda tuning? Eh? Sì, perché? Ah, no, così, te l’avevo fatta vedere? Sì, sul cellulare, hai imparato con quella a guidare? No… vabbè dai, ci vediamo, e non prendere freddo! Cercherò di no… diceva lei, e quello sguardo, quel suo sguardo, pieno di amore, di giovinezza, di bellezza, quel suo volto, quelle sue labbra carnose, esaltate dal rossetto, quel suo corpicino di pura dolcezza, quella visione di pura bellezza inondava la notte… 

Vagavo ancora nella notte, per fumarmi una sigaretta là al deserto d’asfalto, sotto la luna, sotto le stelle, nel silenzio della notte, ancora invaso da musica manele dentro di me, il resto di quello che l’ascolto del giorno mi aveva lasciato, e la visione di lei mi inondava, la sua bellezza, che non c’era più niente da pensare, più niente da rimuginare, la sua sola bellezza, la sua voce soffice, il suo dolce volto, i ricordi erotici e la voluttà riempivano la notte, e ancora il suo ricordo riempie questa mattinata, e quella visione di pura bellezza inondava la notte, e inonda ancora me adesso, in questa mattinata e la voluttà e il piacere si infondono dentro di me, e non ci sono più parole, c’è ancora la musica che sa di lei, e la visione di pura bellezza che inondava la notte…

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E l’amore può aspettare…

La notte, la stanchezza, la musica manele, provarci con Olimpia su Facebook, nessuna risposta, solo per un caffè o quattro chiacchiere, un’uscita come un’altra, lei incantata dallo sfondo di Facebook del suo paese, la Romania… perdersi d’animo e ricominciare a pensare futuri alternativi a Londra, il solito scervellarsi che non porta da nessuna parte, e della Romania ricordarsi le parole di Ruggero, quando mi diceva di non emigrare, che non conveniva, già quindici anni fa, hai una casa, hai un lavoro, perché emigrare? Per poi ritornare qui e non avere più niente? La magia delle lingue che ormai è solo un precetto, uno svago, un mettersi al riparo che non si sa mai, come una volta, che un giorno io sia davvero costretto a emigrare, per ora non è così, non sono costretto e va bene qui, imparando ogni giorno cose nuove sul lavoro, un sacco di cose, da impegnarsi… e la notte non riuscire a staccare, essere troppo stanco della giornata lavorativa, non riuscire a mettere assieme pensieri, e perdersi solo nella musica dai suoni e dal canto orientale delle manele, che la loro magia e il loro incanto mi farebbero perdere ancora in questa mattinata… non scervelliamoci troppo, non lasciamoci andare a pensieri stanchi, e quando ieri scrivevo su Facebook che volevo cambiare lavoro, che mi sentivo morto, quando ascoltavo ancora le parole di Saverio, che diceva che se non seguivo la mia vocazione tutto sarebbe andato storto nella vita, lasciarlo perdere, coltivare i miei interessi nel tempo libero, l’unico tempo permesso a libri, lingue e film, per il resto del girono si lavora, e ogni tanto si riposa anche, come ieri sera sotto quella musica, di mondi alternativi non ce ne sono, la giornata lavorativa sarebbe altrettanto pesante, non sarei a casa mia, conviverei con gente che magari non mi va giù, e non imparerei nessun mestiere all’estero, troppo tardi per imparare, per mettermi in qualche posto di lavoro da ufficio, senza esperienza, in un mondo d’altrove che ti respinge, e non avere più la possibilità di quelle ragazze… ma quando si è troppo stanchi vengono meno anche loro, le si rimanda a tempi migliori, a tempi più attivi, più energici, e mi accorgo di quanto lavorare stanchi… ma è così, cosa dobbiamo fare? Non è sempre domenica, non si può avere tutto dalla vita, e va bene così… alzarsi la mattina con degli incubi, di un minigolf immaginario dove ci finivo dentro per sbaglio, dove vincevo un premio, ma poi quelli del minigolf non volevano assegnarmi niente, e la gente del minigolf, così simile a certi brutti meccanici di una certa età, mi guardavano in cagnesco, e non volevano assolutamente farmi uscire, io, imprigionato là dentro, con quei due anziani che a un certo punto mi minacciavano, e i carabinieri che chiamavo per farmi uscire da quell’incubo non arrivavano, la visione si chiudeva con i possibili premi, un mobile di ferro del lavoro, o altri videogiochi, a scelta, ma non mi facevano uscire, e a un certo punto l’incubo diventava quel vecchio che apriva la bocca tonda, ovale, deformata, e lasciava vedere dei denti da squalo pronti a divorarmi, sognare una stella, la stella della fede, e una porta dell’anima, immaginaria, come la porta che conduce alla fede, e in quella visione diafana svegliarsi e raccogliersi in preghiera… ricordarsi ora delle melodie orientali di ieri notte, che davano il sonno, dalla troppa stanchezza, ricordare il volto dal sorriso gentile di Ana, l’altra notte, quando passavo da lei senza fermarmi, lei che attende, lei che lavora, lei sì che è stata quasi costretta a lasciare il suo paese, la Romania, e ricordarmi di nuovo di quell’avventura di Ruggero, che era anche riuscito a sposarsi con una romena, facendo questo lavoro, salvo poi andare tutto a male, e lui che mi consigliava sempre di non andare all’estero, all’avventura, l’avrei fatto quindici anni fa, ma era proprio lui a togliermi dalla mente questa idea, lui con il quale avevo condiviso quel viaggio in Romania, alla ricerca di moglie e di lavoro, lui e mio padre, e quel suo discorso sul non migrare era ed è rimasto sempre nel fondo dell’anima… altro che psicoterapia, basta seguire i solchi della mia mente, dei miei ricordi, per trovare le risposte, e non c’è bisogno di tanto parlare, di gente che può capire, ma solo fino ad un certo punto, che può consigliare, ma non può ordinare, e come dice sempre mio padre, se non lo sai tu, chi lo deve sapere? Smettere di affidarsi troppo agli altri per prendere decisioni, per capire la vita, andare avanti per conto proprio, guidati dal buon senso, l’amore della vita che per ora può anche attendere, la priorità è ora altro, il lavoro, cercare di sostenere i ritmi, abituarsi, non perdere gli interessi degli studi, non studiare e leggere più nella cornice universitaria, ma in una cornice quasi da precetti religiosi, per non perdersi, l’amore che può aspettare, come Olimpia mi faceva capire, ragazza al di fuori della mia portata, lei che si può permettere lunghe vacanze in Spagna, in Romania, di vivere in Italia senza lavorare, lei sempre sorridente con le sue amiche, a godersi la vita, una romena ricca, con cui non c’è niente da condividere, lasciamola perdere, bastano i suoi like ogni tanto, di più non mi aspetto, ho già le mie romene della notte, quando ho voglia, e anche il sogno d’amore e di matrimonio può finire, così come è finito per Ruggero, così come dicevano le ragazze albanesi, sì, tutti sposati e tutti divorziati, ti puoi sposare, un anno, due e poi finisce, l’amore che può aspettare, sono altre ora le prerogative, così come può anche aspettare il godimento e il piacere e l’estasi e la poesia e la scrittura, il principio di realtà che vince sul principio impazzito di piacere, abituarsi ai nuovi ritmi, alla stanchezza, al cavillo di pensieri, come un sistema di autodifesa, che compare nei momenti no, immaginare una via di fuga, altrove, chissà per fare che cosa, solo per immaginarsi un piacere che non c’è, parlare in inglese, come ai tempi della Repubblica Ceca, ma anche là non potevo fare a meno della mia dose quotidiana di musica manele, e altra musica, surrogato di un amore che non c’è, quell’amore che può anche aspettare, e bastano le ragazze della notte, ogni tanto, quando l’energia è in eccesso, ora che l’energia invece è sempre stanca, ma va bene ed è giusto anche così… l’amore può anche aspettare, adesso che di Leida ne faccio cenere, una buona volta per tutte, anche lei costretta a emigrare, lei, davvero costretta a fare una vita di merda, il lavoro, brutta questione, c’è di certo il sogno di voler fare ciò che si vuole, ma rimane una condizione psicologica, un ideale, un sogno, un’utopia, il principio di piacere ai suoi massimi livelli, il piacere nel lavoro, ma il lavoro, qualunque esso sia, piacevole non può mai essere, ogni lavoro ha la sua dose di frustrazione, fatica, difficoltà, inconvenienti, il mondo perfetto non esiste, è forse solo l’idea del paradiso, alla fine dei tempi, che consegna l’immagine di un mondo perfetto, qua, nella vita, invece, bisogna sempre lottare, ogni giorno, combattere, riprendersi, tirarsi su, non esaltarsi e non perdersi d’animo, saper equilibrare le proprie emozioni e i propri umori, sapendo resistere, questa è la vita, benvenuti… si può anche riposare, ogni tanto, si può lasciare l’amore da perte, per un po’, quell’amore che può anche aspettare, c’è altro da fare in questo mondo, in questa vita, così come i libri e lo studio possono attendere, ogni tanto, capire che ci sono anche i momenti e i periodi di stanchezza, ma non si può mollare ogni volta e lasciarsi andare a visioni e immaginari di mondi perfetti e di puro piacere, che non esistono, era certo bella l’università, un percorso costantemente in salita, sempre ai vertici, fatto solo di esami, che andavano tutti bene, solo di lezioni, di tante compagne ragazze, che facevano sognare, e di certo non farti andare in incubo come certi vecchi signori che ti visitano la notte negli incubi, ma questa è la vita, il mondo alla Peter Pan dell’università è finito, e prima o poi doveva finire, e mi accorgo davvero solo ora di quando dicevano che l’università goditela perché sono i migliori anni della tua vita, e me la sono goduta, finché c’era, ora si riprende con altro, in altro modo, e ci si abituerà anche così, poco alla volta, si resisterà, si andrà avanti, non ci si butterà giù e non ci si esalterà, la vita va avanti, l’amore può aspettare, emigrare è solo l’ultima spiaggia, la soluzione finale, lavorare stanca, non siamo conigli, ci si può anche riposare, i miei interessi e i miei piaceri sono i miei precetti, nel tempo libero, diviso tra riposo e tempo da dedicare, non si può studiare e lavorare 24 ore su 24, c’è spazio e tempo anche per il riposo, liberarsi di vecchi schemi mentali, lasciare tutto aperto, sapersi concentrare e sapersi rilassare, tendere la corda e allentarla, trovare l’equilibrio, resistere e andare avanti, sperare, lasciare il tempo al tempo, non voler trovare tutte le risposte subito, tra stati mentali alterati o stanchi, lasciamo il tempo al tempo, non inseguiamo fantasmi, illusioni, vaneggiamenti, favole da paesi dei balocchi, lasciamo stare consigli altrui che non reggono, di chi il mondo non l’ha capito, la vita non può essere purtroppo lasciata alle leggi della psicologia e del principio di piacere, è ovvio che a tutti piacerebbe essere artisti e vivere una vita di eccessi, di fare soldi a palate, di diventare famosi, di vivere di puro godimento e piacere e voluttà, all’infinito, ma poi, come diceva rabbì Yitzhak Yehoshua, la libertà senza confini, il puro piacere, porta solo alla morte, alla depressione, alla fine dei conti, non si vive di soli piaceri, tra principio di realtà e principio di piacere, tra stanchezza e concentrazione, e resistere alla giornata, al tempo, alle sconfitte, ricordando le vittorie, è questa la vita, il mondo universitario era invece costante piacere, costante godimento, tra ragazze, lezioni, uscite notturne, poesia dell’anima, senza interruzioni, mondo che non si può ricreare, ma il piacere non è del tutto bandito da questa vita, c’è ancora il riposo, c’è ancora il tempo libero, c’è la prospettiva di guadagnare, di portare avanti qualcosa, assumersi la responsabilità, andare avanti, passo per passo, non scappare in territori stranieri favoleggiati, la vita non è mai puro piacere, puro godimento, non è mai costante fatica e costante lavorare e studiare e lasciarsi al piacere e all’energia, c’è anche la stanchezza, e l’amore può aspettare…

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Let your soul dance…

Là dove il pensiero si innalza al ricordo dell’erotismo, l’unica energia di sempre, che ti permette di non gettare la spugna di fronte alla vita, l’attesa del ritorno, del ritorno di una vera energia erotica, quando basta il pensiero, il desiderio nascosto, che si perde tra cantanti ragazze da desiderare, da far danzare l’anima, come la stanza invasa di musica dopo una giornata di lavoro, che non preoccupa più, ma che dà invece senso alla giornata, incrociare lavoratori albanesi, romeni, e in loro richiamare il rosso e il nero dell’anima, l’allucinazione dorata di bellezza delle ragazze, l’energia, la voglia ancora di vivere, senza pensieri deboli, la concentrazione, lasciarsi andare al lavoro, con il vago desiderio di quelle giornate, nottate e tempo libero, dove ieri sera mi perdevo in infinite nuove canzoni, romene, cantate un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ in romeno, rifare l’acustica dell’anima, da addormentarsi e svegliarsi con nuove melodie dentro di sé, let your soul dance… e questa musica mi avvolge ancora, nell’attesa di quel libro di poesie della scapigliatura, anima duale tra desiderio erotico e impulsi di morte, alla Beaudelaire, il ricordo di quel periodo impazzito tra Leida e Manuela, dove c’era tutta l’energia del mondo, che Marina mi voleva portare via, che Ana risvegliava, non c’è pentimento per quel periodo, per aver vissuto la vita ai suoi massimi livelli, ritrovo ancora l’energia di quel tempo, senza più la follia, e vado avanti, liberato da paranoie e frustrazioni e pensieri altri, fuggire all’estero, cercare altri lavori, darsi alle lingue come se si potesse farne del pane quotidiano con cui vivere, mentre le lingue rimangono solo lo sfondo di racconti e saggi, testi, e poi cantano nella sera, nella notte, per scacciare i pensieri, per rendere musica la tua anima e per non farti più sentire il pensiero corrotto in te… spezzoni di discorsi alla radio, che sanno di normalità, il letargo autunnale, l’eccitazione naturale della fantasia, in diversi modi, chi lavora in Inghilterra e poi si inventa un lavoro, perché anche lavorare per qualche anno nei migliori alberghi di Londra poi ci si stanca, ed è meglio darsi ad altro, chi all’agricoltura, chi all’artigianato, chi ai bed & breakfast, là dove non c’è lavoro, tenerselo stretto… controllare le statistiche delle migrazioni dall’Italia, scoprire che dal 2008 o 2005, fino ad oggi, il numero di chi se ne va dall’Italia è salito in maniera esponenziale, tanto da superare il numero di immigrati, l’emigrazione che supera l’immigrazione, il destino di questo mondo senza lavoro, e tenersi stretto quello che si ha, lasciando le proprie passioni nel tempo libero, i libri nel tempo libero, quando si è stanchi dalla giornata di lavoro, e si vuole staccare… ma ieri sera i libri non sarebbero serviti, serviva solo la musica, la musica sopra ogni altra cosa, quella che faceva danzare l’anima, le nuove melodie, i nuovi canti, senza che si lanciassero su qualche ragazza precisa da desiderare, da volere, si perdeva tutto nella pura autoreferenzialità della musica e del canto, e dava a quella maniera di sognare il modo di godere della giornata e della notte, che mi perderei ancora in musica infinita, questa mattina, se solo non dovessi recuperare quel minimo di razionalità logica che servirà per parlare con il dottore, mettere assieme idee, i miei ultimi stati d’animo, il mio vivere, senza lasciarsi ancora una volta portare via da discorsi e consigli che sviano dal lavoro… un altro lavoro? Un’altra vita? Un altro luogo? Mi venivano sempre in mente quando mi passava la voglia di lavorare, quando ero annoiato sul lavoro, la voglia di fare, di fare altro, quel qualcos’altro che non c’è, e se anche ci fosse non corrisponderebbe ai sogni che se ne fanno, vita da schiavitù altrove, con la vana immaginazione di far tua una lingua, un mondo, mentre alla fine altrove saresti solo un semplice emigrato, espulso dalla comunione con i nativi, costretto a stare tra i tuoi connazionali che già al paese tuo non sopporti, non ti danno niente, e gli unici incontri che ti hanno dato vita nel giorno passato sono stati quei lavoratori stranieri che vengono qui, quel corriere albanese, quel meccanico romeno, che richiamavano involontariamente tutte le ragazze di sempre, Xhuliana, Alina, Leida, Ana, Andra, e quella musica, quella musica che ti inonda l’anima e la fa danzare, ancora una volta, musica infinita, ispirazione infinita nel ricordo delle ragazze, che senza musica e senza ragazze non so come farei… e la mia anima ora danza in questa musica, che si immagina altri colori, altre visioni, di un verde intenso e di un azzurro profondo, come le vesti e i colori di Ana e Isabela, se non fosse che il rosso e il nero danno quell’energia e quella concentrazione di sempre che permettono di non disperdersi in pensieri che si disfano, che si perdono, che vanno fuori corrente… let your soul dance…

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E il pensiero può ricominciare…

Il rosso e il nero, il ritorno, al risveglio, la pura visione, il simbolo di sempre, che ricorda la prima follia, Katia, incancellabile, solco dell’anima eterno, traccia che non potrà mai scomparire, simbolo di ogni concentrazione, il rosso e il nero dell’anima, come i capelli mori di Alina, tinti di rosso, sulle punte, lei e la sua musica albanese, russa, romena, il nero che scendeva ieri notte su di me, come i suoi capelli mori, l’estasi di allora, lei che mi ha fatto cancellare tutto, tutte le scritte di dieci anni, che al risveglio vedevo solo lei, e il rosso e il nero, e quell’aquila, il simbolo sotteso a tutto il mio inconscio… non si può cancellare lei, pena disperdersi in pensieri deboli e sopraffatti dalla confusione, dal disorientamento, lo diceva anche il dottore, non uccidiamo il bambino in noi, con questi simboli che fanno di noi qualcosa, come la trinità di Rublyov là sullo stereo del CPS, come quel crocefisso nello studio del dottor A., come quel foglio vergato di firma e scrittura nello studio di Saverio, come l’immagine della moglie e del bambino nello studio del dottor M., non ci si può annullare così, e se questo simbolo per me è tutto non ci posso fare niente, raccoglie in me questi dieci anni, quel ricordo sperduto di Katia, della prima follia, del primo amore, del primo sviamento, e ora serve solo per farmi capire di stare bene, di essere in fondo a posto… ricordare Alina, nella notte, le nottate con lei, i discorsi, il suo “meglio non amare”, che risolve ogni questione, anche quel desiderio di Ana e Isabela che stenta a decollare, ancora troppo invaso, nel profondo, dal ricordo di lei, di Alina, che l’unica immagine che non recupero è quella di Era Istrefi, rimanda troppo a Leida, rimanda troppo a Manuela, là quando stavo male, meglio la parete bianca, come ai tempi di Alina, quando non c’era più niente, in sostanza, quando non credevo più a niente, se non alla relazione con lei, a tutta l’estasi, a tutto l’erotismo, a tutto l’amore, e quest’aquila può forse sapere ancora delle lingue, dello studio, di ciò che ieri lasciavo perdere, per la stanchezza, per il bisogno di riposare, e solo a fatica leggevo qualche pagina di quel libro sulla tecnica, sul pensiero, per poi lasciare lì quelle pagine, così come non c’era concentrazione per leggere in inglese, o in altre lingue, e mi lasciavo andare, alla stanchezza, al mondo senza senso, dove nel profondo e dagli abissi risorgeva lei, la mora Alina, che scacciava via il mio sviamento di questi giorni, sviamento nato dalla troppa caffeina, da una pura razionalità che voleva controllare tutto, di nuovo, come una sorta di hybris, di elevazione oltre i limiti della razionalità, mentre un fondo di irrazionale, di pathos, vive ancora in me, e ricorda solo lei, solo Alina, che tutto il resto non ha significato… non sento neanche la febbre del lunedì mattina, quando il lavoro doveva portare via ogni pensiero, e invece mi svegliavo con il ricordo di lei, della mora Alina, e il sogno di quella ragazza che stava male, ai tempi del ricovero, come me, Angela, quella che incrociavo per caso una delle ultime volte, lei, ragazza madre, un po’ fuori di testa, mora, dalla bellezza che una volta me la faceva desiderare come non mai, non troppo questa mattina, dal desiderio spento, ma che ricorda tutto il desiderio di una volta, per Katia, per Alina, là dove non c’è più niente rimane solo il desiderio forte per queste ragazze, l’erotismo, l’amore, la passione, là dove la sola razionalità finirebbe solo per suicidarsi, di fronte all’insensatezza del mondo, mentre un fondo di passione ancora mi tiene in vita… scaccio i pensieri deboli, i pensieri che andrebbero a pescare vaghe poesie di menti che si allontanano dal ricordo principale: la storia con Alina… e dalla stanchezza di ieri e dal riposo ritrovo forse la voglia delle lingue, dello studio, della concentrazione, e il pensiero può ricominciare… svegliarsi come un vampiro all’alba nel simbolo della sua casata nobiliare decaduta, l’ultimo superstite, il rosso e il nero dell’anima, il ricordo della ragazza mora, Alina, il nero dentro di me, quello che mi dà ancora un senso, il fondo di passione, la concentrazione, l’eliminare pensieri e idee marginali, periferici, che si disperdono, non può essere così, ci deve essere ancora la concentrazione per andare avanti, e tutto gira intorno ad Alina e a quella storia, e il pensiero può ricominciare…

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In uno stato mentale che non è né sonno né veglia…

Strafatto di caffeina, facevo la solita camminata serale, neanche fossi Kant, cambiavo percorso, non il solito giro intorno al camposanto, ma altrove, sul lungo viale con il percorso pedonale, lungo le rotaie del tram, andare avanti come un treno, sempre dritto, dritto, dritto, camminata veloce, da bruciare quelle calorie che mi permettono di evitare quella malattia del metabolismo, se già non è andata via dopo i dieci chili persi in sei o sette mesi, continuare a camminare e vedere il caos in me, antichi ricordi, di quando ero ragazzino, e verso di là ci andavo soltanto per incontrare il mio amico del cuore, Nicolosi, lasciare perdere quei ricordi, ricordi di un’epoca fin troppo giovane, trasognata solo da quel vecchio viaggio in Romania, la lingua romena, le ragazze romene, la povertà e la natura, niente di più, una lingua quasi incomprensibile… continuare a camminare e andare oltre le rotaie del tram, là sulla piazza, dirigersi verso quel vecchio ospedale, di notte, passando davanti all’unica libreria del paese, lavorerà ancora con la concorrenza spietata di internet, mi chiedevo, forse sì, i bambini continuano ad aver bisogno di libri e i giovani quelli delle scuole superiori, e forse anche qualche adulto, visto i libri esposti, Saviano, Ken Follett… andare oltre e camminare per un momento sul lato del marciapiede, una volta asfaltato, ora lasciato libero di correre con l’erba che dava sul campo, camminare ancora e decidere di trovare come meta la grotta con la Madonnina… niente di che, una semplice grotta artificiale, dove ogni tanto qualche vecchio o vecchietta si rifugia per le loro preghiere per chi è passato dentro l’ospedale, non c’era niente da vedere, niente da ricordare, neanche quell’adolescenza dove con Nicolosi ci inerpicavamo dentro la grotta artificiale, al suo interno, e da dentro ci divertivamo a guardare i vecchietti di fronte alla grotta, e Nicolosi, con una voce magniloquente e portentosa diceva: “Io sono Dio….”… e ci divertivamo a vedere quei vecchietti presi alla sprovvista, mentre forse erano lì solo per scongiurare morti… e là davanti, di fronte, tra la grotta e l’entrata dell’ospedale c’era la viuzza tra alberi fitti, dalla strada sterrata, che conduceva verso quel piccolo cimitero dimenticato dal mondo… mi incamminavo in quella vietta e ritornavano in me i ricordi della natura, di quella natura allo stato puro della Romania, e la stradina, non illuminata, tra quegli alberi e il bosco, lontana dall’andirvieni delle macchine del centro del paese, sembrava fosse uscita da un’altra epoca, da un altro mondo, una sorta di milleottocento americano, da guerra civile, da vampiri sparsi per il paese, e le ombre e il fresco della natura mi conducevano verso l’entrata di quel cimitero… un cimitero pieno di tombe, una affiancata all’altra, dagli ornamenti di ogni tipo, angeli e croci di marmo, dalla facciata bianca, con due leggere decorazioni marmoree ai lati, che si ergevano di fronte a me, e di fianco alla cancellata di ferro, dai tratti fini, sostavano due semplici e lunghe croci, sottili, affilate, minimali, che per un attimo mi gettavano nel ricordo di quel castello di Dracula che vedevo anni e anni fa in Romania, e la mia mente si stagliava subito nell’Est Europa, e la lingua russa tornava in me… il verde oscuro della natura, le croci sottili nere sulle mura bianche, che quel condottiero che combatteva contro i turchi poteva essere Vlad Tepes, o anche Skanderbeg, l’eroe albanese alla ricerca di vittoria contro gli infedeli, e mi perdevo in questi ricordi medievali, e in quell’atmosfera che sembrava uscita da un film americano, dall’ambientazione ottocentesca, o di qualche paese sperduta tra i boschi, come là vicino a quella grotta, a quell’ospedale, a quel cimitero, e sembrava che il bosco sussurrasse il mio nome, che si perdeva in parole russe che pensavo per sempre dimenticate… mi voltavo e riprendevo la mia veloce camminata contro la morte, ricordando soltanto come una volta o due, ai tempi dell’adolescenza, ci si fermava con gli amici davanti a quel cimitero, lì, nascosti dalla via, dalla strada sterrata, e si stava lì a fumarsi qualche canna, di notte, in compagnia di amici, nel silenzio del bosco e nelle ombre della notte, e si evocavano fantasmi, desideri, sogni, si condividevano modi di vedere la vita, e tutto poi forse finiva lì, come lì era finita una volta la storia di Nicolosi con la sua tipa Isabella, quando raccontava che una notte avevano litigato, lì davanti al bosco, e si erano decisi poi a nascondersi, per fare pace, tra le tombe di quel cimitero, e si erano baciati, lì, tra le braccia dei morti, per non lasciarsi più… ma tutto questo era solo il passato, era soltanto il passato che non torna più, Nicolosi è ormai da una decina d’anni non si sa dove, si dice che sia in Inghilterra, altri dicono che sia in Irlanda, la storia non si sa bene, è sempre stato uno che cercava di nascondersi, di far perdere le sue tracce, cambiava numero di cellulare ogni volta che faceva una ricarica, nessuno sapeva il suo numero, nessuno sapeva niente di lui, solo che aveva messo in cinta prima una e poi un’altra, all’età di vent’anni o poco più, un figlio era nato, ma non l’aveva riconosciuto, la ragazza lo aveva lasciato, troppo attaccata ai genitori e alla famiglia, troppo piccola per capire cosa significa avere un figlio, una di quelle tante storie scapestrate di ragazze madre, di padri che lo diventano per caso, e dell’altra ragazza, di un aborto o di non si sa cosa non si è mai saputo più niente… lasciavo alle spalle quei ricordi, solo per pensare a quanta gente e quanti compagni vari hanno cercato fortuna, o più semplicemente, lavoro all’estero, Inghilterra, Irlanda, Australia, Germania, Estonia, e altrove, per lasciare qui, dove in fondo non avevano nulla da perdere, e tutto da guadagnare… ma non mi importava, non volevo più pensare a parlare in inglese, a capire l’inglese, dov’era la soddisfazione e il piacere che una volta provavo a combinare altre lettere, a parlare in modo diverso? Dov’era quella soddisfazione? E anche camminando al ritorno, e cercando di visualizzare gente immaginaria con cui parlare in inglese, non c’era più ispirazione, forse il vago ricordo di quelle serate oxfordiane, durate quindici giorni, ai tempi delle superiori, tra le vie inglesi piene di pioggia leggera, grigie, le strade con la circolazione al contrario, che dovevi stare attento ad attraversare, il suono di sottofondo di una lingua strana e straniera, che sembra quasi extraeuropea, nata come in un altro continente, come se fosse la lingua della lontana America, e il fascino d’allora solo per un attimo mi prendeva, a visualizzare persone che non ci sono, discorsi che non posso far nascere dal mio nulla, e anche scambiare due parole in quella lingua non mi avrebbe dato più soddisfazione, lo stesso, neanche ricordando quei giorni in Repubblica Ceca, tra quelle ragazze, tra le vie del paesino Dysina, immerso nella natura e nel verde, a parlare con Veronica e Tereza e Lucie, neanche quell’inglese mi salvava più, perché cosa c’è da dire? Quali idee si devono scambiare? Cosa c’è di importante da dire nelle parole per spezzare solo il silenzio, quando non c’è assolutamente niente di nuovo e di interessante da dire? E il pensiero del lavoro si innalzava di nuovo, come l’unica vera occupazione di questo nuovo mondo senza più studi, senza università… senza università, che per un attimo ieri mi perdevo nella televisione olandese, a cercare di immergermi in un’altra lingua germanica, dopo il rumore di sottofondo di un inglese americano da film fin troppo impastato, dopo la durezza della lingua tedesca, le vocali pure, trovare altre vocali sporche e più armoniose in quella lingua olandese, dalle terribili consonanti, strascicate e gutturali, ik heb niet gedronken, diceva un poliziotto olandese dopo che l’intervistatore intonava una canzone folk come per cercare di far emergere il ritornello dalla gente intervistata, donne grasse, piene di superficialità, che altre canzoni intonavano, ragazze bionde e giovani che non conoscevano quel motivetto folk, e il giovane intervistatore, con la faccia da bravo ragazzo, ma stufo del mondo, sembrava come disperdersi tra quelle vie di Amsterdam, che forse la notte di ieri avrei voluto visitare, per flanare tra diversi paesaggi, diverse stradine, alla ricerca di nuove sensazioni, nuove visioni, nuovi paesaggi, nuovi suoni e immagini, come per ravvivare i sensi, come per imbermi di bellezza, come dice sembra l’amico di una volta Stefano, vai all’estero che ovunque è meglio di questi nostri paesi di periferia, almeno sei all’estero, sei in qualche paese più bello, hai più robe da vedere… visione semi turistica dell’emigrazione, come se il nuovo delle sensazioni dei sensi di altrove più caratteristici durasse per sempre, come se fosse novità infinita, eterna, suggestione continua, mentre forse il bello sta proprio nel sogno, di sognare quell’altrove che non c’è mai, un altrove che ti dia una nuova vista, delle nuove sensazioni, la parvenza di una nuova e altra vita… e invece la strada era la stessa, la solita strada lastricata, anche al ritorno, lungo le rotaie del tram, tra i passanti in bicicletta o a piedi che erano i soliti ragazzini delle superiori, che sembrano ormai gli unici rimasti a solcare queste vie, se si escludono i vari pakistani, marocchini, cinesi e altri immigrati che non si sa perché sono sempre a piedi, mentre i vecchietti sono sempre nei bar, sì, i vecchietti nei bar, i giovani per le vie con le loro canzoni sudamericane, gli immigrati e le immigrate che passeggiano, e gli unici italiani che diventano forse invisibili perché passano con le loro macchine lungo la via, e sembra che di giovani, di trentenni o giù di lì non ne siano rimasti, tutti scappati via, tutti andati altrove, e la solitudine, tra queste vie la sera, si faceva sentire più che mai, come se fossi l’unico superstite di un mondo che vuole altro e scombina i luoghi, le età, i lavori, le occupazioni, i sogni e le aspirazioni…

E me ne rientravo nel solito guscio, quella casa, quella stanza, dove cercavo di riesumare le parole russe sperdute dentro di me, e pur cominciando a leggere quel libro vampiresco non vi trovavo più l’ispirazione di una volta, le parole non fluivano chiare in me, mi chiedevo perché dovessi sforzarmi di leggere in altro modo, pronunciare altre combinazioni di lettere, estasiarmi di linguaggi strani, e la magia della lingua inglese, e la magia della lingua russa sembravano perdute, e mi sentivo come quei supereroi che hanno perso temporaneamente i loro poteri, e non mi capacitavo più dei miei sogni, delle mie aspirazioni, della mia voglia di evadere che sembrava perduta, e non c’era più modo di recuperarla… ed ero strafatto ancora di caffeina, quella che mi fa stare in piedi tutto il giorno, in uno stato che non è né di sonno né di veglia, ma una via di mezzo, troppo stanco per sentirmi sveglio, troppo sveglio per addormentarmi, con quei demoni che mi sferzano sempre di stare in piedi, con la voce di quella prof russa mezza croata di una volta che diceva sempre: ne spitye!, non dormite! Come non dormire? Come non stare svegli? Come conciliare i due estremi? La veglia che non c’è e neanche il sonno? E non bastavano neanche le canzoni di Denisa manelista a indurre il sonno e la tranquillità, inducevano soltanto lo sciabordio di idee, la mistificazione dei soliti simboli e colori che tengono assieme tutto, e l’eccesso di caffeina nella notte mi faceva sragionare, cambiando immagini e colori del mondo intorno a me, questa stanza che a volte sembra maledetta, password e simboli, come per cercare un nuovo equilibrio, una nuova ondata di significati, ma era solo la caffeina che mi faceva sragionare, e neanche venticinque gocce di valium riuscivano a smorzare il tutto, la notte si spegneva tra troppe sigarette, tra un sonno che non arrivava mai, pensieri che sapevano di caos, e anche una volta nel sonno il tutto era popolato di incubi, che non ricordo neanche più, incubi notturni senza fine, pieni di visioni, che l’unico incubo che ricordo era stare in mezzo a quelle ragazze di università antipatiche, passare per un ladro di targhette elettroniche, che non so cosa ci facevano in una macchina vecchia, che apparteneva al padre di quella ragazza genovese con un albergo, e mi sentivo in colpa per aver rubato, mentre l’altra ragazza tedesca e calabrese, Jessica, mi guardava male per dove ero finito, lì in officina, a rubare cose altrui da una macchina altrui, senza più la forza e la voglia e la capacità di parlare lingue straniere, io con il mio piatto di risotto alla salsiccia, che non so più neanche nel sogno da dove l’avevo rubato, e al risveglio sentivo solo un grande senso di colpa, un senso di colpa infinito, come se la notte prima fossi andato a rubare in qualche locale, di notte, al nascosto, e mi svegliavo solo per ripristinare le immagini, i colori e i simboli di sempre attorno a me, per non cambiare, per non farmi influenzare da oggetti e cose esterne, e mi riprendevo solo concentrandomi sul rosso e il nero dell’anima, sull’energia, sul lavoro che quest’oggi c’era da fare, sulle varie commissioni e tempo libero da non buttar via, sperando che la caffeina non faccia ancora brutti scherzi, in uno stato mentale che non è né sonno né veglia…