Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Una luce che sa di musica e canto, lei…

Sono nell’aldilà
canto che mi gira in testa
vocalizzi
che non so più
se siano
un coro angelico
un canto funebre
una ninnananna
una voce dall’aldilà
me mendove kur e vrave kete dashni
pensavo a quando hai ucciso questo amore
jo nuk ta fal
dot une ty sta fal
dashni ma more
e ia dhe asaj
non ti perdono no
non ti perdono per niente
m’hai preso l’amore
lei ha m’ha fatto così
vederla libera
con la sua musica
amor gitana
amor gitana
amor gitana
che una volta risuonava
mi dicevano di dimenticarla
di dimenticare lei e la sua musica
la sua voce
ma ritorna sempre
e questo coro angelico
di voci che ora risuona
mi farebbe tornare

tra le spiagge del mare
per sentire musica orientale
in quella Ksamil
dove si sentiva cantare
il muezzin
solo per lasciarmi andare
a spiritualità bektashi
che non sai più
se sappiano di morte
d’amore
di sonno
o di paradiso
un amore che finisce
che viene ucciso
eppure che vive ancora
per lasciarla libera
di vivere come lei vuole
anche se io di lei
mi ricordavo tutto
e lei
tutto di me
amici o divorziati
conoscenti o amanti
della notte
della luna e delle stelle
e di amori che si possono solo sognare
come il canto e la musica
che ora mi invadono l’anima
mi invadono le lacrime
negli occhi
e rivedo il suo volto
e la bellezza di lei
che quelle canzoni
di una volta
di un paese che dovrebbe essere mio
mi gettavano
in un universo musicale
dove le lacrime
trovano tutta l’ispirazione e il canto
che nessun
musicista saprebbe trovare
con la sua arte matematica d’armonie
e solo il pianto
sa di musica
che ora non so che farmene
di questa giornata
dopo la notte insonne
a lottare con gli spiriti
e a lasciarsi andare
come ad un aldilà
che rientrava in questo mondo
in quest’anima
dove non c’è più nessun luogo
nessun segno
e una sola luce bianca
appare là dove una volta
appariva lei
nel suo desiderio
nella sua bellezza
vano è forse rifarsi la vista
con altre bellezze
che almeno distolgono dal disgusto
di altre ragazze
insipide
e tra la bellezza di lei
ricordata
e altre bellezze
l’anima si invola
in un canto
in un pianto
in una luce bianca
e vorrei solo
dormire
piangere
trasformarmi in musica
ed elevarmi al di sopra dei cieli
in universi d’aldilà
che non sanno più
se ricordano
quel lutto
o quell’amore
passa anche la voglia
di guadagnarsi da vivere
resterei giornate e nottate
disteso sotto dei portici
se solo il fresco dell’inverno
potesse tornare
in questa calura
che sfianca
se solo il mondo
non fosse fatto di voci e di rumori
che distolgono
dal canto e dalla musica dell’anima
e non esisterei più
disperso completamente
in questi suoni
e compare solo lei
per disperdersi in una luce bianca
e solo il pianto
sa di musica
e di lei
quel mare
che sapeva dell’aldilà
ora piange
al ricordo di lei
le parole non dette
ta dhash shpirtin une
vec lotet tash po mbaj
t’ho dato l’anima io
ora solo le lacrime mi restano
che l’anima
diventa mistica
sa di spiritualità
sufi
dove si icontrano
nello spirito
l’amore
la morte
l’aldilà
il paradiso
la vita
e non rimane più nessuna divinità
tranne
questa luce bianca
il ricordo di lei
e il canto
e il pianto
e la musica
si eleva l’anima mia
in questo aldilà
e rivive
tutta la vita
dove i nodi
passati dell’anima
irriconciliabili si slegano
Albania
dell’anima
dove c’era
il lutto
e dove c’era la lingua
delle canzoni d’amore
e c’è ancora lei
che si ricorda di me
e si disperde quest’anima
tra lutto e amore
un amore finito
l’amo ancora
ma non sono più innamorato
la lascerò libera
o forse non la amo più
non lo so più neanch’io
sa di nero
questa luce bianca
tra i corvini suoi capelli
e la perla della sua pelle
e la luce d’argento della luna
e delle stelle
dove rivedo lei
dove l’anima si infinita
ispirazione infinita
sa ancora di lei
l’anima mia
e si disperde
nella musica e nel canto
e nella bellezza
del ricordo di lei
dimenticare
non è possibile
sarebbe come uccidere
una parte di sé
si può solo cercare
di andare oltre
e la musica mi eleva
aldilà
come il canto
una luce bianca
è tutto ciò che rimane
una luce che sa di musica e canto
lei…

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Dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

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“Are you Kane?” “No, I don’t know… Are you Lena?”… annihilation… rivedere lei, rivedere me, alla fine del film, quel nome, Lena, così vicino a lei, Alina, la metamorfosi, la fine di una storia, la trasformazione di questi due anni senza di lei, averla rivista, e aver rivisto la trasformazione mutante e aliena di me stesso, e di lei, non si è più gli stessi, non siamo più come prima, annullamento dell’anima e di se stessi, trasformarsi, e nell’ultima scena vedere un me stesso che non cantava più neanche l’amore nella sua lingua, ma in quella di un’altra, di un alieno in me, le canzoni d’amore in albanese che anche a lei piacevano, quella lingua albanese che mi ha trasformato, in questi due anni senza di lei, annichilimento, metamorfosi, trasformazione… non pensavo che questo film potesse darmi così tanta ispirazione, la follia aliena, l’alieno allo specchio, la metamorfosi dell’anima, che senza di lei tutto era impazzito, come un’area aliena nella quale ero finito, solo per stravolgermi e trasformarmi, ultima scena che toccava l’apice e rivedevo lei, che per tutto il film non avevo rivisto, identificazione finale che annullava ogni cosa, come il titolo del film, viaggio dell’anima attraverso le immagini solo come i bei film che ti toccano sanno fare, il me stesso alieno che non è più me stesso, quella canzone albanese che partiva da sé… nje perqafim i ngrohte… un abbraccio caloroso che erano solo le nostre ultime parole dopo due anni, senza sfiorarsi, ma toccarsi con l’anima e sognare ancora, la musica la stessa, le parole le stesse, un mondo da condividere che non ho mai trovato con nessun’altra, e forse non troverò mai con nessun’altra, metamorfosi dell’anima, trasformazione, annichilimento… che non rimane più niente, solo l’immagine di lei e l’ultima scena, rivivo in me quei momenti, rinasce in me la voglia di altre lingue, quelle di lei, e altre, senza di lei, la rivoluzione dell’anima e la follia, il giro del mondo dell’anima e la fine del mondo, come la fine di un film che apre le porte all’infinito, all’ispirazione infinita… non sono più io, lei non è più lei, a mendove kur e vrave kete dashni,  e pensavo a quando ho ucciso questo amore, parlo e ascolto musica aliena, ascolto parole aliene, non quelle della mia lingua, unica lingua rimasta per esprimere l’anima su queste pagine, ma dentro di me infinite lingue passano, infinite voci, come una civiltà aliena nei tanti racconti di fantascienza che alla fine finiscono per trasformare e alienare il sopravvissuto terrestre, tipica metafora e parabola fantascientifica della trasformazione, che avviene a contatto con altri mondi, con altre persone, con lei, e l’immagine della figura extraterrestre umanoide era un me stesso che cercava di rimanere umano, ma alla fine doveva solo abbandonarsi a questa trasformazione avvenuta, per lei, con lei, e senza di lei… non c’è modo di descrivere questa metamorfosi, si fermano le parole, non hanno più spazio, non hanno più senso, anche le immagini e le ispirazioni di una volta si guardano solo al passato, come segni di passaggi di metamorfosi avvenuta, e il tempo si arresta su quelle immagini, su quei segni, su quei simboli, per fare fermare il tempo, per far fermare la storia, per porre fine ad un’apocalisse dell’anima senza tempo, dove rimane solo lei, la ragazza, Alina, come quei rabbini giovani ebrei, quegli imam, quegli esperti dell’anima mi mostravano me stesso, come una fase a specchio, della trasformazione in me, elevazione divina dell’anima dove ricompare solo una ragazza, Alina, e me stesso, stravolto, rifatto, trasformato, annichilito, fan’a, dicevano i sufi, estinzione dell’anima nella divinità, in lei, come ieri notte a guardare il cielo e vedere qualcosa che va oltre il simbolo dell’islam, la falce di luna sottile nel cielo blu, e una stella, il cielo sopra di me, alla fine del periodo di digiuno e ripentimento e purificazione, in una notte che sarebbe potuta essere una laylut al qadr, una notte del destino, quando al profeta dettavano le prime sure del corano, e invece incontravo lei, per qualche cabbala oscura dell’anima e del tempo… finisce il mondo, si trasforma l’anima, ritrovo lei solo per perderla e non dimenticarla più, tutte le metafore e le ispirazioni parlano di lei, alla fine della metamorfosi, della trasformazione, dei linguaggi alieni ed altri, che vivono ora e sono me stesso, sotto un’altra forma, in un altro mondo che finisce, per lei, ispirazione infinita, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, e ritrovo me stesso in questa spiritualità bahaì shiita e bektashi, come un cantante albanese orientale che canta l’amore che finisce, l’amore che trasforma, l’amore che rinasce, la salvezza dell’anima, l’amore per lei, la perdita di lei e il ricordo di tutto l’erotismo, una lei che mai non sarà nessun’altra, e si estingue l’anima, tra il cielo stellato ed una falce di luna, si estingue l’anima, fan’a, in una canzone, in una scena di un film, che porta il suo nome, Alina, e si estingue e rinasce l’anima, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

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Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

Rivedere lei, Alina, quando uscivo la notte, disturbato da fantasie erotiche dove compariva Leida, il desiderio… rivedere lei, e dirmi, in me: “Amore…”, al rivederla… fare giri, qua e là, le romenine dall’altra parte, nessuna voglia di fermarmi da loro, e decidere di rivedere lei, Alina, fermarmi… “Andiamo?”, “Sì…”, come va, come non va, che mi faceva piacere rivederla, e sentivo il cuore che batteva, l’amavo forse ancora? Lei che mi diceva che ogni tanto c’è ancora, non sempre, che ormai ha trovato lavoro come baby sitter, come badante, e ogni tanto, la notte, è lì… la sua bellezza, da ragazza slanciata da lunghi capelli neri corvini, il suo ovale di bellezza, i suoi occhi, la sua voce, l’amore… come va, come non va, parlare quasi esclusivamente in italiano, la lingua russa dimenticata, io che le parlavo di Stas e Larisa, l’altra coppia ucraina, io che le dicevo che loro parlano sempre in moldavo/romeno, anche lei, diceva, ma poi precisava, il russo non è che lo so un po’, diceva, lo so bene, l’ho studiato, diceva, e mi ricordavo tutte quelle parole di una volta, con lei, in russo… lei che si ricordava di me, se avevo trovato lavoro con le lingue, se avevo finito di studiare, si ricorda ancora, pensavo, non me l’aspettavo… lei che mi chiedeva se avevo anche studiato albanese, no, le dicevo, non in università, l’ho imparato un po’ con le canzoni, con i film, ma non lo parlo mai, l’albanese, come faceva a saperlo, a ricordarsi? Com’è possibile trovare una ragazza che mi chieda così delle lingue, che non dica niente perché studio l’albanese, che ascoltava la mia stessa musica, Akcent, dalla suoneria del cellulare? Come si può trovare una ragazza così, mi dicevo, dove trovarla, un’altra, un’altra così, che mi accetta per quello che sono? Fermarsi lì, al solito posto, e non fare niente, non aver voglia di niente, solo di parlare, lei e sua figlia di dieci anni, che adesso ha finito la scuola, che forse Alina vuole portare in Italia per farle fare una vacanza, io che le chiedevo quando si trovava il miliardario e lei che diceva che non è tanto il miliardario che fa la felicità, i soldi risolvono i problemi, diceva, ma non danno la felicità, e che difficile trovare un vero uomo adesso, diceva, tutti gli uomini sono diventati dei bastardi, diceva, ognuno che pensa per sé, che vuole le cose solo come vuole lui, e non ascolta gli altri, non ascolta lei, che difficile trovare un vero uomo, diceva… e lei che mi chiedeva quando mi sposavo io, e ridevo, scherzavo, tutti che me lo chiedono, dicevo, e io che non ho voglia neanche di trovare, io che le raccontavo in due parole di Marina, di Ana, di Alesia, quelle relazioni che non dicono niente, e non dicevano niente, nei pensieri, in sottofondo, sempre lei, me ne accorgevo, io che le dicevo che ero stato male, ero stato triste dopo aver perso lei, quando le dicevo che mi ero innamorato, ma non era più così, “Hai visto? Te lo dicevo che ti passava!”, e si ricordava anche questo, possibile che si ricordasse tutto di me, delle mie parole, delle mie passioni, delle mie lingue, della mia musica? Non ci credevo, era come parlare con un’amica che non vedevi da tempo, e non ci credevo più neanch’io… e le serie televisive, “The vampire diaries”, che anche lei aveva finito di guardare, “The originals”, che lei guarda ancora, Klaus che ha avuto un figlio con Keily, lei, Alina, che non si ricordava il nome, e in quell’attrice vedere lei, e in quell’attore vedere me, fantasie… io che le dicevo che avrei guardato “The originals”, in russo, in inglese, non lo so, non saprei, e non saprei neppure se guarderò quella serie televisiva, non è più come una volta, quando guardavo “The vampire diaries” e poi la notte andavo da lei per parlarne, per darci all’erotismo, non è più come allora, tantopiù che lei ora non c’è sempre, non c’è quasi mai, e il mio desiderio per lei non c’è più, glielo dicevo: “Da Alina non tornerò mai più”, “Cosa ti ho fatto?”,  mi diceva, “Niente”, è solo che ricordavo quelle notti, dove la vedevo salire con altri uomini, come una catena di montaggio, il male, il dolore, la sofferenza, come quella musica che suonava ieri notte: “Amor gitana”, dal suo cellulare, la suoneria di qualcun altro che la chiamava, quella frase che avevo letto chissà dove, che la specie umana vuole la fedeltà per assicurarsi la crescita della prole, lei, l’ucraina, Alina, che mi ricordava le tante ragazze che Costanzo si fa in Ucraina, turismo sessuale, io che non vedevo più Alina come un oggetto sessuale, io che mi dicevo ancora, quando la rivedevo: “Amore…”… ma forse amore non era, era solo un’amica, rivista dopo tanto tempo, con cui si scambiavano film e canzoni ed erotismo, in quegli anni burrascosi della mia vita, in università, circondato da ragazze, da Eugenia, da tante altre, e con un sogno d’amore e di erotismo che ancora aveva il suo nome: Alina… le fantasie erotiche per Leida che scomparivano, al rivedere Alina, lei che abita ancora qua attorno, nei pressi di Milano, come me, un po’ più in là, quella mezz’oretta a parlare che bastava per rendersi conto che, a parte la musica, le serie televisive, l’interesse per le lingue, non c’era niente, ci si sarebbe annoiati a parlare assieme un pomeriggio intero, così come mi annoiavo con Marina quando la vedevo, così come mi annoiavo con Olimpia, e bastava solo rivedere la sua bellezza, la bellezza di Alina, una bellezza non da strada, ma qualcosa di più, per rendermi conto che tutto era finito, e dentro di me risuonavano ancora canzoni, tutto l’amore per lei di una volta, e il fatto che ora si è solo amici, che sia che lei eravamo contenti di rivederci, come dicevamo, dopo tanto tempo, come due amici… e ci si salutava così, con quelle parole, con io che le dicevo che ultimamente ascoltavo “Laskovij Maj”, non so se li conosceva, dicevo, come non li conosco? Certo che li conosco! Diceva, belyie rozy, beliye rozy, e si metteva a canticchiare, la sua voce, la sua vera voce, la voce vera di una ragazza che mi parlava in russo, non con la voce odiosa di Marina, era la sua voce, la voce di lei, di Alina, e poi “Sedaya noch”, e poi “Tayushij sneg”, canzoni malinconiche, tristi, vecchie, diceva lei, sì, anni ’80, anni ’90, dicevo io, canzoni che ti farebbero morire di overdose di eroina, ogni volta che le ascolti, e dietro tutto questo, ancora lei, Alina… ci vorrebbe la musica adesso, le dicevo, ma non metto la radio in macchina senò si scarica la batteria, il silenzio, le parole che non c’erano più, la musica in me che partiva, lei e il suo salutarmi, in russo, ci vediamo, è stato un piacere rivedersi, guardarla negli occhi e vedere la luce della notte, delle stelle, della luna, la sua bellezza, Alina, scomparire… e la notte sarebbe stata stanca, disperata, malinconica, e piena di niente, la musica che non volevo ascoltare, rivedere lei e non farsi storie, solo rendersi conto di quanto si ricordava di me, dei miei gusti musicali, delle mie passioni, di me, in parole povere, che mi accettava per quello che sono, così come io accettavo lei, con gli stessi gusti musicali, ricordare la sua voce, il suo sguardo, le sue parole, e ripensare, ripensare a quando la rivedevo, e mi dicevo: “Amore…” guardandola… e la notte mi avrebbe avvolto, avvolto nel suo niente, nel suo blu, nel suo argento, in quei brillanti che erano gli occhi di lei, in quella voce angelica che era la sua, in quella bellezza d’amore perduto, mentre le nostre strade ormai sono divise, e non si incrocebbero più, amore rubato alla notte dove le sue parole alla ricerca d’amore ancora dicevano che è difficile trovare un vero uomo, alla ricerca d’amore, io che le chiedevo del miliardario, lei che mi chiedeva quando mi sposavo, siamo ancora giovani! Scherzavamo sullo stesso vecchio scherzo, che in Russia a vent’anni se non ti sposi sei già vecchio, in Italia a 70 anni sei ancora giovane, e si scherzava, e lei che diceva che preferisce pensarla all’italiana, siamo ancora giovani… eppure le strade si dividono, la musica suonava, i miei film preferiti, il ricordo di lei e un senso d’amicizia che si disperdeva nella notte, nel blu, nell’argento, delle stelle, dei suoi occhi, del suo sguardo, della sua voce, e non rimaneva più niente, se non la notte che avvolgeva tutto, e lo sguardo e la voce e la bellezza di lei, Alina, persa e mai avuta per sempre, ragazza di passaggio, e la notte avvolge ancora tutto, in me, il buio, il blu, l’argento, le stelle e la luna, lei, e la musica, e la bellezza, e ancora lei, fino a dissolversi in un niente, Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

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Uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Prendere e andare a fare un giro a Milano, di domenica mattina, passare a Paolo Sarpi, mangiare dove si mangiava con l’amico, quei pochi soldi che bastano per comprarsi una giornata differente, stare al parco, sdraiarsi e non pensare più a niente, rilassarsi e dormire, svegliarsi e prendere un caffè lì vicino, in mezzo alla massa di gente che si rilassava, vicino al parco, padri di famiglia, vecchie, adolescenti, coppie di giovani, da ogni dove, la vita in comune con mille altre persone, il cittadino che sei, tra i tanti, disperso nella folla, nessuna differenza, visione comunista del mondo, un cittadino tra i tanti, un nessuno, uno, centomila, tu e le tue passioni, leggere lo Zarathustra in tedesco al parco, che differenza faceva tra me e altri che stavano lì sdraiati, coppiette a parlarsi, altre ragazze a leggersi qualcosa, a studiare, gente che prendeva il sole, tutti con mille modi di vivere, gruppetti di amici che giocavano a pallone, con le racchette e una pallina, Milano, i milanesi, le amiche a parlare tra loro, gli amici a parlare tra loro, il ricordo di Marina che svaniva, quelle giornate con lei a passare a parlare lì al parco, come due tra i tanti, nessuna differenza, uno, nessuno, centomila, disperso nella folla, che alla fine ti senti un nessuno anche se leggi lo Zarathustra in tedesco, chi è quello? Avrebbe chiesto qualcuno di me, è uno che legge qualcosa in tedesco ad alta voce, si vede che vuole imparare quella lingua, e sognare di mondi alternativi in Germania, a lavorare, qualche lavoro umile, a parlare con altra gente, o qualche vacanza improbabile di quindici giorni, dove staresti in albergo la maggior parte del tempo, a dormire, a riposare, per la spossatezza e il caldo dell’ultimo periodo, fare conoscenza, forse no, mangiare roba schifosa, altro che dieta, quindici giorni buttati via così, con l’illusione di un lavoro che non c’è, un lavoratore immigrato tra i tanti, che non ha neanche voglia di farsi una vita, non ha niente per cui vivere, non ha obiettivi, non ha scopi, non crede in niente, quello che ero io, a cercare di non bestemmiare contro mio padre e Stas, che se ne stavano in casa per l’ennesima grigliata che non potevo sopportare, conflitti domestici da quattro soldi, quelli che ti fanno venire in mente certe notizie che vedi alla tv: “Figlio disturbato stermina famiglia e conviventi, era in cura da anni”… così, questa sensazione, quando tornavo a casa a metà pomeriggio, che avrei voluto non vedere nessuno in quel giardino, ancora alle cinque del pomeriggio, a parlare del niente, i discorsi di mio padre, di Stas, che fanno venire il latte alle ginocchia, evitare quell’ambiente, quei discorsi, che non danno felicità e non ti arricchiscono di niente, era davvero meglio leggersi lo Zarathustra in tedesco al parco… prendere e andare via di nuovo, con istinti omicidi in me, girare ancora per i parchi qua vicino, affollati, troppe macchine, meglio non sostare, la chiamata dell’amico che arrivava a salvarmi, le parole, le chiacchiere, le risate, le parole che portavano via istinti omicidi e sensi di superiorità frustrata per leggere lo Zarathustra in tedesco, il mondo là fuori è indifferente, la domenica e la sua gente, lavoratori del mondo riposatevi, una giornata così, richiamare l’amico sulla via della pizzeria dei turchi, una macchina parcheggiata targata Albania, l’aquila che vedevo, la voglio anch’io! Mi dicevo, come qualcuno che si fa qualche tatuaggio, e la solita ragazza che passava, quella che chiede sempre le sigarette in quella via, parlare al telefono con l’amico, le solite cazzate, il mondo che non è come vorremmo, i sensi di superiorità o di “noi non siamo come gli altri”, di esclusivismo, di chi vuole fare l’artista, di chi avrebbe qualcosa da dire sempre sugli “altri”, la “gente”, noi che non siamo come loro, senso di comunanza, modi di pensare di sfiammate cerebrali andate in tilt, quando pensi che sia tutto una congiura, della divinità, dei servizi segreti, degli illuminati, quando vedi cose e persone e segni attorno a te che sembra che qualcuno ti stia mandando segni, in realtà è solo perché qualcosa esce fuori dalla routine, e ti sembra un segnale divino, una congiura, una cospirazione contro di te, se facessi il giro del mondo ogni giorno questi segni li chiameresti con un solo nome: “Coincidenze”, e non segni divini… ridere e scherzare con l’amico, fermarsi in pizzeria a mangiare un kebab, dai turchi, Ataturk, gli imam, Erdogan, la mafia turca, i turchi in Germania, le solite cose che vengono in mente, altri tre romeni pieni di vita che ridevano e scherzavano tra loro al tavolo, mentre si mangiavano una pizza, due tipe amiche di dubbia qualità che parlavano tra loro, ancora una volta essere uno, nessuno, centomila, in mezzo a quella via, in quella pizzeria… calmarsi, il buon cibo che rimette a posto l’umore, gli istinti omicidi che andavano via, il ricordo di come era iniziata la mattina, con quei tre americani in treno che facevano il giro dell’Europa, non si sa perché, tre giovani amici americani, anche loro gente come tanti, degli altri uno, nessuno, centomila, mentre una signora romena parlava al telefono, una banda di ragazzini e ragazzine sudamericani che ascoltavano reggaeton, quella signora sudamericana al parco che ti diceva: “Jesu te ama! Jesu! Jesu! Jesu!”, io che uscivo da un pomeriggio fatto di Nietzsche e pensieri orientaleggianti, il caos del mondo, le mille opinioni, le mille parole, i mille modi di pensare, eppure lì, nudi e crudi, senza orpelli di parole, tante persone in una domenica stanca e calorosa come tante, tanta gente, nessuno che si distingue, uno tra i tanti, dei tanti tra i tanti, tutti diversi e uguali allo stesso tempo… bersi un caffè al bar lì vicino ai turchi, un uomo che raccontava al barista cinese di come aveva voglia di farsi un tatuaggio, la sua paura che poi gli sarebbe venuta voglia di riempirsi, perché il pianoforte “aveva un significato”, altre cose no, quale significato? Io che a volte mi arrovello sul significato mistico di stelle religiose e aquile imperiali, quale significato? I tatuaggi che alcune religioni proibiscono, i vitelli d’oro del nuovo mondo, simboli e segni e significati, che non sono altro che lavaggi del cervello fai da te, per cercare dei punti fermi che non ci sono, cose piene di significato, là dove la vita è vuota di ogni significato, ultimo ricorso a strategie di sopravvivenza di significato, nel mare di simboli e parole di questa società, il barista cinese che parlava svogliatamente con quell’italiano, che poi proseguiva parlando della sua ragazza, mentre si beveva una birra, se io parlavo così con Miryam all’altro bar mi avrebbe direttamente mandato a quel paese cinque minuti dopo… Miryam, che tra l’altro sognavo stanotte, che le parlavo, che parlavo con sua sorella che era al bar anche lei, sogno di una relazione e di parole che non ci sono, sogno notturno che rimanda ad un amore che non c’è… e invece le uniche parole di ieri erano quelle con l’amico che rivedevo la sera, serata stanca per il troppo caldo accumulato, il sonno, la stanchezza, quel caffè che non bastava, i soliti discorsi di aspiranti artisti e sceneggiatori, parlare male dell’altro amico che propone di scrivere sceneggiature e poi non dice più niente, che si scopre lavora a tecnocasa o vende macchine usate, e fa il superiore, chiama gli altri subumani, si sente superiore, non si sa per che cosa, questo gruppetto di amici che si sente superiore agli altri, forse solo per diversificarsi, per differenziarsi, la differenziazione sociale, e poi sparare a raffica contro i figli dei “borghesi”, ammesso che i borghesi esistano ancora, che hanno soldi per fare la vita da artisti, tutti che vogliono fare gli artisti, gli scrittori, i registi, i fotografi, deliri vari sul “fare la svolta”, cambiare vita facendo l’artista e guadagnare soldi a palate, i soliti vaneggiamenti di quando si aveva forse vent’anni, e pensavi che con una laurea o studiando saresti diventato qualcuno, un artista, un miliardario, uno di Hollywood, deliri che riconoscevo, un po’ come i deliri da complotti e cospirazioni, micce cerebrali che scintillano nel modo sbagliato, le solite parole, quattro passi tra la natura che sembrava uscita da un film russo sovietico, i quartieri popolari, una gelateria da quattro soldi, ma dall’apparenza che sembra quasi bella, un gelato in più che la dieta non avrebbe voluto, chi se ne frega, ogni tanto si può sgarrare, questo mondo dove non rimane niente, solo la coscienza di essere un cittadino tra i tanti, uno, nessuno, centomila, senza un lavoro preciso, con qualche soldo in tasca che ti permette di passare una domenica rilassata, qualche parola tedesca in più che ricordi, il ripasso dello Zarathustra e le cose che ti avevano colpito allora, e quelle che ti colpiscono adesso, e un senso di vuoto, di niente, di normalità, io, come un albanese tra i tanti, un lavoro da niente, due soldi in tasca, che non conti niente comunque, uno tra i tanti, senza più grandi convinzioni, idee e ideologie o fedi particolari, il postmodernismo dei segni e dei simboli, quando tutto non significa niente e niente significa tutto, il caos in me, il caos stanco, uno tra i tanti, i tanti tra i tanti, la vita che va avanti, tra artisterie e giornate stanche, tra la gente comune, in questa visione comunista del mondo, visione democratica, la libertà di essere, eppure essere come tutti, tutti uguali e diversi allo stesso tempo, uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

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Nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

E tutte le cose parlano di lei, anche in sogno, dove tornava in uno scambio di parole in russo, lei a scuola, forse in università, un ambiente mai visto, dove c’era lei, Alina, che si defilava e andava via dopo avermi detto quelle parole nella sua dolce voce russa, e mi guardava negli occhi, e vedevo il suo volto, i suoi lunghi capelli neri, le sue mani raccolte davanti al petto, che mi guardava con occhi d’amore, ma doveva andare via, voleva la sua libertà, la sua scelta di vita, lei, la ragazza ucraina con una figlia laggiù, la sua vita, la mia vita, che l’inizio di tutto non è tanto Katia e quella follia di dieci anni fa, ma è proprio lei, Alina, quando decidevo di lasciarla per smettere di bere e andare da lei, e amarla, che come diceva quel profeta “se non ami non sei nessuno”, e senza di lei, senza il ricordo e l’amore per lei non sono niente, e posso anche star qui a invocare divinità, smetterla di bere, bere meno caffè, fare tutto per essere un uomo migliore, ma senza il ricordo d’amore per lei non sono niente, sono un uomo vuoto, un uomo che vive di fantasticherie, di fantasie, di esoterismi e pensieri magici e superstizioni, mentre invece questo sogno di lei svela tutta la verità che sta nell’amore e nell’erotismo, che guardare ieri video dove comparivano russe dalla bellezza infinita e dai lunghi capelli neri corvini come lei potevano solo far tornare nei sogni il ricordo di lei e di tutto l’erotismo di una volta, svegliandomi e dormendo pieno d’amore e di passione, una passione oscura, tra il nero e il blu della notte, delle stelle e della luna, come ai tempi di lei, e la musica albanese che ieri scorreva nelle mie vene era la stessa che lei ascoltava, Sinan Hoxha, lei diceva, e tutto lo sviamento di questi due o tre anni era solo dovuto a lei, alla sua passione per i “Diari dei vampiri” che mi trasmetteva, quando ancora la lingua russa era una lingua quasi sacra, grazie alla sua dolce e suadente voce, che ora la Russia non la disprezzo, non la rigetto, non la temo più, ma rivive in lei e in me ancora una volta, pieno d’amore e d’erotismo come una volta, e se lei c’è ancora e non c’è poco importa, perché tornare indietro, cercare l’amore là dove non c’è può solo far male, come quelle parole che le dicevo: “Innamorarsi di te…”… che posso provare ad andare avanti, cercare mille scappatoie, credere di aver amato qualcun’altra, di essermi appassionato, ma era solo sviamento, fantasia, perversione, stordimento, cercare in tutti i modi di dimenticarla, cancellare i social, cancellare il diario, cancellare lei con altre ragazze, con altre fedi, con altri talismani e amuleti, ma alla fine dei conti lei ritorna sempre, anche in questo venerdì mattina, dove le parole di preghiera inglese parlano solo dell’amore perduto, e del desiderio di ricongiungersi con l’amata, al di là di tutto il delirio durato anche troppo, quasi tre anni, che lo sconvolgimento di perdere lei, cambiare palazzo dei folli e sheykh, e tutto il resto era solo una variazione sul tema di averla persa, di averla amata, di aver deciso di lasciarla e di lasciare quella via dissoluta, e anche i ricordi di Eugenia non sono niente, al di là della sua bellezza da fotomodella un po’ povera, perché tutta la passione giaceva là, tutto l’amore, tutto l’erotismo, nel ricordo di lei, che ora tutto mi è chiaro, che non serve a niente farsi di mille caffè per stare svegli, per stare “in alto”, perché nel profondo lei è ancora tutto, al di là delle mie paure di quella depressione che per un anno o due quasi mi prendeva, solo perché lei non c’era più, e ci sarebbe voluta un po’ di vitalità di Leida per farmi riprendere, ma non ci posso far niente se nel profondo lei e solo lei era la ragazza che ho amato, in russo, in tutte le lingue del mondo che poi scaturivano dall’averla perduta, e se “l’asse del mondo si spostava” quando la rivedevo era perché qualcosa e più di qualcosa lei per me aveva significato, e lo ha ancora, quando tutti gli amuleti e le superstizioni perdono di significato, e rimane solo il ricordo d’amore per lei, che né Leida né Ana possono sostituire e mi sveglio con questo spirito vampiresco, ancora una volta, ricordando il profondore dell’amore, della passione e dell’erotismo, anche nei sogni, dove compare lei, l’inizio di tutto, l’inizio di tutte queste pagine, nate dopo l’averla rivista, dopo che l’asse del mondo si spostava, e non c’è storia, vana immaginazione, elucubrazioni e teorie strane che mi possono salvare, perché davvero, come diceva quel profeta, “se non ami non sei nessuno”, e recupero me stesso, ricordo me stesso, sogno di lei, so chi sono, ora, l’uomo che l’ha amata, che si era innamorato, che soffriva e godeva e sperava e voleva vivere agli estremi, estremi ora raggiunti, sperimentati, provati, al limite della follia, e se rimangono questi amuleti da magia bianca attorno a me è per scacciare gli spiriti maligni come vampiri che potrebbero assalirmi di nuovo, se di nuovo cominciassi a pensare e desiderare solo lei, lei andata, perduta, ma non dimenticata, non rimossa dai miei abissi e dalle mie profondità, lei e il suo volto, la sua bellezza, la sua voce, la sua lingua, che peggio di tutto era pensare di ritrovarla in Marina, dalla voce non suadente, dalla bellezza non sopraffina, dalla banalità e normalità e ogni cosa senza passione, esperimento impazzito di sovrascrivere i ricordi e i sentimenti, hybris della ragione e dell’anima che pensava di rinascere con lei, di stordirsi con Leida, di ringiovanire con Ana, tutte variazioni sul tema per dimenticare lei, se ti dimentico, se ti dimentico, Alina… se ti dimentico, Alina, sono perduto, e solo nel sogno si doveva rivelare questa verità, la verità che mi fonda, dove tutte le religioserie smettono quasi di aver senso, se non fosse per la luce che mi deve guidare fuori dalle tenebre dei ricordi e dei sogni per lei, Alina, andare avanti senza più stordirsi, e non dimenticare mai lei, perché se non si ama si è perduti, è questo il fondamento di tutto, il resto è orpello, guide di condotta, niente di più, ma la base, il fondamento, l’amore per lei è ancora tutto, Alina… e con questa rivelazione mi sveglio, rinfrancato da una notte che stava impazzendo di nuovo, e solo il sogno e il ricordo e la passione e l’erotismo e l’amore potevano risvegliare il vero me stesso, nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

In bilico tra magia bianca e magia nera…

Scacciare gli spiriti maligni, amuleti oggetto nella stanza, magia bianca che porta alla liberazione, le giuste letture che cancellano gli sbagliati ricordi di ragazze che è meglio tenere lontane dalla memoria, le parole con gli amici, i film da loro consigliati, la magia dell’arte, camminare per le vie del paese e notare gente qua e là, cittadini! Mi veniva da dire, se solo la mentalità civile fosse sufficiente, ragazze che potevano essere chiunque, anche loro in mezzo ad una strada, e invece erano solo ragazze, come tante altre, senza troppa cultura forse, ragazze comuni che non dicevano niente, la gente in giro, le solite parole, i vecchi e la politica locale, la gente al bar, la gente sotto i portici, là, fino alla grotta della Madonnina… tornare indietro, ricevere messaggi dall’amico, altri film, serata rimandata, pioverà, temporale, la sera che non sa di cosa sarà fatta, la stella a nove punte che mi seguiva nell’itinerario in macchina mentre andavo a prendere mio padre e Marco in officina, là dove avevano lasciato il furgone che li aveva lasciati a piedi, la tensione del guidare, i ricordi di Ana, di Alina, di Leida, i demoni ancora in macchina, scacciati dall’amuleto che non c’era, una preghiera che elevava, prima di partire, l’elevazione di quel libro ritrovato, amuleti e oggetti magici, magia bianca della liberazione, la parete bianca di una chiesa e la croce dell’anima, una pagina bianca in me… venerdì alle porte, ramadhan che non è la mia festa, il digiuno è tutto l’anno, tantopiù che ieri notte l’anima impazziva e non si sa perché, costante lotta contro i demoni, e costante magia bianca per far sparire i demoni… non rimane niente, solo il ricordo della strada, della camminata, là, oltre i ricordi, chi in macchina mette delle croci, chi delle stelle, chi non mette niente, come me, troppo superstizioso per mettere qualcosa, troppo esoterico per affidarmi ad un simbolo unico, l’esoterico, quello che sono e sono sempre stato, come mi dicevano, sono così e mi devo accettare così, è questa la mia vera natura dopo quei libri sul sufismo, alla ricerca della tranquillità… il vuoto in me, la voglia forse di vedere film che rilassano, lo stress del lavoro che non voglio, lo stress della serata, di uscire con gli amici, di chi mi dice che guido male, di chi mi dice che guido come un quarantenne esperto, di chi non mi dice niente, la mia guida fluida, la macchina segnata, il nero della macchina, la luce nera dell’anima nel sogno della quale in visione vedevo l’aquila nera su sfondo grigio e il simbolo ermetico che rimandava a magie, sempre alla ricerca di qualcosa, di un segno, di un simbolo, per non far impazzire la mente, per farla rimanere in riga, in pista, in linea, senza gli eccessi e gli estremi, quegli estremi che amo, il centro che non so più cosa sia, dove sia, chi sia, forse la figura di una divinità lontana come quella di un madhi sempre tardi ad arrivare, eppure sempre presente, sempre lontano e vicino, sempre presente e sempre rimandato ad un futuro, costante attesa dell’anima che trovi la sua pace… il sole che presto tramonterà, la notte e le sue stelle che si avvicinano, la tranquillità della notte, dopo questi giorni stanchi, spossati, sfiaccati, forse per il caldo, forse per lo stress, non si sa bene… magia nera e bianca che lottano sempre in me, quel me stesso esoterico che alla fine si riconosce per quello che è, accettiamoci così come siamo, accettiamo gli amici, come diceva Leida, accettiamo i parenti, i genitori, i conoscenti, chiunque, senza odii e deliri, di andare altrove, di parlare in altre lingue, di fare l’eccezionale e il misterioso e il particolare, tranquillità che trovo nel digiuno, nella dieta, nella musica, nei film, nelle parole con gli amici, la mistica della sessualità che non mi prende più, la purificazione e il desiderio allo stesso tempo, senza bisogno di grandi maestri, ma solo maestri lontani, trascendentali, lontani e vicini, le mie debolezze e le mie forze, in bilico tra magia bianca e magia nera, la notte che deve arrivare, il sonno e il riposo, l’assenza di ogni immagine in me, gli incantesimi e i ricordi e le visioni, uno scritto che doveva sapere di elevazione e invece sa di magia, ristabilirsi, riprendersi, semplici regole, semplici punti fermi, non uscire dai binari, in bilico tra magia bianca e magia nera, alla ricerca dell’elevazione e della tranquillità, in questa notte che deva ancora arrivare…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

E l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Impossibile da scrivere, le lacrime e il sangue, visione finale, di compiutezza di chi era dimenticata, Leida… ritornava tutto, in quelle lacrime, in quel sangue redentore di una crocifissione che diventava una canzone, una musica, un canto, il ricordo di lei, tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, e invece tornava, nei ricordi… non c’era modo di smettere di sentire lo spirito là dove pensavo fosse ormai perduto, e quel simbolo a lungo detestato, scacciato, che si voleva estirpare, tornava con forza, come l’unico simbolo religioso rimasto, l’aquila albanese… mia crocifissione e resurrezione personale, là dove non si capisce più niente, là dove c’era la chiesa cattolica, l’ateismo, la chiesa ortodossa, l’islam, là dove c’era lei, Leida, la senza religione, al di là della religione, in quel chiedersi cos’era lei, ed era solo amore… tornavo a casa da quella chiesa solo per vedere i miei in giardino, e mi sembrava ancora di essere là, in quegli istanti, in quei giorni al mare in Albania, dove la bandiera con l’aquila svettava in ogni dove, e mi sembrava di vedere loro due, dopo la storia mia con Xhuliana, dopo la morte della nonna, i miei genitori, ancora vivi, anziani, e il ricordo di una loro foto sui monti in Grecia mi ritornava, ancora vicini, nonostante i loro continui litigi, le discordie, ancora assieme, mentre io non ho più né Xhuliana, né Leida, né Alina, e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue… non serviva a niente bersi un altro caffè al bar, quello degli anonimi, né quello, né quell’altro bar, un bar di nessuno, un bar di niente, un bar del silenzio, un bar anonimo, un bar dell’assenza… non serviva a niente bersi quel caffè, lo spirito sprofondava di nuovo nelle lacrime e ricordavo la serata prima alla vicina pizzeria dei turchi, quando incrociavo un albanese, ti je mir?, va bene?, diceva, pascià!, all’amico suo turco, l’oriente, le canzoni turceasche, le cantilene coraniche, la musica albanese, stai bene? Come va? Shum mir, molto bene, diceva un altro albanese il giorno prima, davanti al bar dei cinesi e dei romeni, e tutto ritornava in questa spritualità linguistica nel ricordo del sangue di lei, Leida, lacrime e sangue, e parole di una lingua non mia, che si elevava nei cieli, e si disperdeva nell’etere… tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, rimuovendola, solo per tornare così, dal profondo dell’anima, una voragine, le lacrime e il sangue e l’aquila che porta su di sé tutti i mali e il bene del mondo, e ogni cosa che si fa per amore va al di là del bene e del male… ricordare ieri sera in pizzeria a vedere il matrimonio di Harry e Meghan, lustro di chi in chiesa non va per espiare, ma per sancire l’amore, Harry, la mia età, il matrimonio, l’amore, e perdersi in quell’ambiente, così lontano dai fasti reali, una pizzeria di periferia, tra i turchi e gli albanesi, a chiedere a mio padre al telefono se voleva che gli portassi una pizza, anche a mia madre, la pietà famigliare dopo una giornata passata a Paolo Sarpi con quell’amico per comprare il regalo all’altro amico, una bottiglia di whiskey giapponese, e l’ambiente estraneo, e gli sconosciuti, e le sconosciute, un senso di anonimità e insignificanza, un nessuno tra i tanti, dopo che il giorno di ieri era fatto di musica satanica e apparizioni di vecchie stelle al contrario, tra le corna di una divinità degli inferi, musica di una volta, il nero dell’anima, l’inabissarsi negli inferi, solo per risalire un attimo andando in biblioteca a prendere quei libri sulla Russia, sulla Cina, e scambiare due parole e dei sorrisi con i bibliotecari, Marco e Michela, sulle avventure di altri scrittori che avevano ospitato lì, personaggi particolari, simpatici, e la voglia di vivere e di andare incontro alla gente c’era ancora, dopo l’abisso e gli inferi, c’era ancora vita, che si rimanifestava in quella canzone albanese che canticchiavo, dopo il sorriso di lei, di Michela, a salutarsi per il fine settimana, c’era ancora vita, non c’era solo il nero dell’anima, l’abisso, la stella al contrario, le corna di una divinità degli inferi, la musica del metallo nero, c’era ancora vita… e la giornata di ieri sarebbe stata così, mai avrei potuto immaginare di rinascere tra lacrime e sangue quest’oggi, ricordando lei, Leida, tre anni andati via, Ana che non può darmi quello che mi dava lei, Alina che ormai c’è e non c’è, e non può ritornare come una volta, anche se si sposta l’asse terrestre dell’anima ogni volta che la vedo, e le lacrime e il sangue erano catartiche, purificatrici, mi facevano rinascere dalle ceneri di un oltretomba nero dalla musica di metallo e sotto il segno di una stella suicida, e non c’era bisogno di libri da cieli neri di paesaggi nordici, thriller norvegesi, il diavolo, certamente, di altri scrittori, ricordavo solo le pagine sulla Russia dell’altro giorno, il messianismo russo, tra comunismo e ortodossia, vecchie parole universitarie che finalmente non mi spaventavano più e non rievocavano depressione, ma ispirazione infinita, di un’aquila, delle lacrime, del sangue, di lei, di Leida, di Alina, di Katia, e di ogni cosa… ho ancora altri libri che rievochino ora quegli anni universitari passati a sognare una Russia che non c’è, che forse c’è solo sui libri e nell’anima, e la storia ancora ritorna, per finire nell’infinito, nel ricordo di lei, e dello spirito ritrovato tra lacrime e sangue, ed ogni cosa diventa ora sacra, purificata, linda, nel ricordo di lei… e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

ハ-ト, hato beer, 阿斗, atou, “Ato!”, diceva il cinese, ato, adou, lo scemo incompentente figlio di un regnante dei tempi antichi in Cina, una figura mitologica quasi, lo scemo, il folle, l’inetto, il mio nome cinesizzato: “Ato”, come mi diceva quel cinese una volta, Ato, Aldo, versione cinese del mio nome… quel cinese in quel negozio cinese di cibi, bevande, spezie, ciotole, tazze, cibi surgelati, incensi, birre e liquori estremo orientali, il Kathai, a Paolo Sarpi… Paolo Sarpi… che ci andavo sempre da adolescente, insieme ai miei amici cinesi, a comprare le cassette di musica cinese, i vcd di film cinesi, con la speranza e la voglia di imparare la lingua cinese, i miei anni con gli amici cinesi, altri, a cercare la ragazza che non arrivava mai, la ragazza cinese, quando ai tempi mi ero innamorato della vicina cinesina… tempi andati… “Paolo Sarpi, mi ricorda la mia prima gioventù, come facevo a uscire con i cinesi?”, dicevo al mio amico fumettista italiano, Barresi, “Eh, vabbè, ci sta…”, diceva lui, e il mondo si apriva… “Ato!”, diceva quel cinese quando compravo la birra giapponese al tè verde: Hato, traslitterizzazione giapponesizzante della parola inglese “Heart”, cuore, il mio nome cinese, Ato, la parola giapponese/inglese che diventava il mio nome, Ato, come mi chiamava quel cinese una volta, lo scemo, il folle, l’inetto, l’incompetente figlio di principi, il padre… il lavoro… la famiglia… nel nome del padre… il mio nome… il nome che nell’antica Cina cambiava, a seconda di chi ti nominava nella società, come in certe tribù africane, il nome nel mondo, nell’esistenza, nel vivere, non il nome della nascita, Ato, un altro mio nome, l’inetto, e Barresi che mi ricordava come mi chiamavano invece nella scuola giapponese di un tempo, Arudo, Arudo-san, アルドさん, ricordi di una vita precedente, di più vite precedenti… quando andavo alla scuola di giapponese, quando uscivo in Paolo Sarpi, quando uscivo con gli amici cinesi, quando studiavo cinese e giapponese, quando oggi, rivedendo tutti quei prodotti estremo orientali mi perdevo negli ideogrammi, nei simboli strani, nelle scritte giapponesi, come quel 白龍の酒, hakuryuu no sake, il saké del drago bianco… troppi ricordi… gli amici cinesi, l’ultima cinesina nel ristorante italo-cinese, Valeria la cinese che ogni lunedì mi serve il caffè al bar, Paolo e il suo vendermi le sigarette, Leo che mi parlava l’ultima volta della sua tipa, Alex che mi parlava della Cina… la Cina… l’Estremo Oriente… troppi ricordi… troppe suggestioni… come quella Kazaka estremo orientale che una volta mi facevo, là, vicino alle rotaie del tram, prima che comparisse Leida, poco dopo Diana la russa, forse tra Magda la polacca, e chi si ricorda più… le cinesi… le estremo orientali… i centri cinesi di massaggi che non vorrò mai frequentare, le cinesi che sono sacre, il primo amore, una cinesina, forse, la libido della mia prima giovinezza… Ato, il mio nome cinesizzato… tre bottigliette di birra, come tre lattine, tre bottigliette di birra giapponesi, e di fronte a quel cinese che mi diceva: “Ato!”, non dire niente, ritrovare solo nella sua pronuncia, nella sua voce, l’esatta pronuncia di quel cinese che una volta mi chiamava: “Ato”, cinese amico di cinesi, ai tempi di QQ, delle chat cinesi, delle amicizie, della follia ideogrammatica, delle lingue estremo orientali, l’infinito… e non dire niente a quel cinese oggi, guardarlo solo negli occhi, ridere, sapere che quel nome è un nome di un folle, e non dire niente, come spesso si usa in Cina, l’elisse delle cose, il non detto, il messo tra parentesi, il silenzio, una sospensione di parole che si fondano sul: “Non lo so”, “Non te lo dico”, “Non si può dire”… ridere e comprarsi tre birre, di fronte a quell’italiana che faceva la promoter, quella giovane ragazza, che mi diceva di assaggiare le patatine viola, di non so che tipo, assaggiarne una e dire: “E’ come le altre patatine”, “La patatina non si rifiuta mai”, diceva un cameriere una volta… e uscire da quel negozio solo con l’idea di dover fare un regalo al Barresi, il suo whiskey giapponese, Sunton o qualcosa del genere, da chiamare Fizi un pomeriggio e andare là a comprare questo benedetto whiskey, un giorno di questi… ma fa niente… pranzare con Barresi al ristorante cinese, involtini primavera, spaghetti di riso, vitello e soia, manzo e soia piccante, ravioli, pane cinese, che si mangiava tutti quanti assieme, dividendo le portate, e si mangiava bene, si mangiava tanto, forse pensando sempre all’affascinante proprietaria del Long Chang di Paolo Sarpi, la cinese già sui quarant’anni ormai, e si faceva finta di niente quando di fianco a noi si sedevano le milanesi upper class con la puzza sotto il naso, i discorsi radical chic, e si provava invece simpatia per la negretta con due figli che arrivava dopo, comunione tra le stessi classi sociali, simpatia per i poveretti, che Barresi manifestava apertamente, lui, eterno abitante di case popolari con la fissa di diventare miliardario e upper class, le classi sociali, Karl Marx, quel documentario sulla Cina che vedevo qualche giorno fa sulla televisione internazionale tedesca, documentario su Karl Marx, a dire il vero, dove però in Cina tutti conoscevano il suo nome, le basi del suo pensiero, e quel cinese dai capelli lunghi, artista, che preparava una scultura nuova di Karl Marx, la Cina, il comunismo, il socialismo, l’ateismo, e quella mia statua del drago cinese, l’Uno che diventa Due, come diceva quel filosofo, come diceva anche Mao Tse Tung, l’Uno che diventa Due, formule filosofiche quasi esoteriche, l’assenza della divinità e il mondo che da vertiale dell’Uno si fa pura orizzontale del Due, le relazioni con gli altri, pura orizzontalità d’essere, e sfacelo di ogni rapporto verticale e individuale con l’Assoluto, l’Uno, la divinità che non si può dire, il simbolismo della croce, orizzontale e verticale, e ogni cosa si risolve nell’orizzontalità, l’uno, dall’uno 一, yi, all’ 一起,yiqi, insieme, come quel cinese quando mi vedeva per quella cinesina, insieme, due, non più uno, orizzontalità infinita… e crollava di nuovo l’idolo di divinità da adorare, quando nel pomeriggio, a fine giornata passata a Paolo Sarpi, tutti i ricordi di una vita si ripresentavano: gli amici cinesi, gli amici italiani, l’eros con tutte le tipe, le conoscenze, le relazioni, e si manifestava quella verità fatta di agapè, e non più eros, di tutte le relazioni di una vita, che si manifestava il senso dell’assenza di eros in quel monaco che vedevo nella chiesa poco prima di Paolo Sarpi, l’eros di una volta e l’estasi dell’agapè, che l’ultima volta Ana mi diceva: “Sposati!”, proprio lei, maestra di eros… e tra eros e agapè mi perderei… che ritornava in mente tutto, ricordi di ogni genere, canzoni di ogni tipo, tutte le relazioni di una vita, tra amici, amate, amici andati, amici ritrovati, conoscenti di famiglia, tutte le persone viste quest’oggi, i cinesi e la Cina, l’Estremo Oriente, ogni religione che svaniva, solo un’estasi di eros e agapè senza fine, che non pensavo più neanche a quei discorsi classisti e d’odio tra quelle signore borghesi e quell’altra ragazzina che si lamentava del gas che non c’era più nel quartiere, lì al bar, che diceva del suo amico andato in Indonesia per tre mesi, non si sa a far cosa, l’Indonesia, che ricordavo le ultime letture di un paese molto musulmano, di Eugenia che è là a fare la missionaria avventista, e questa ragazzina invece faceva la snob, la borghese con la puzza sotto il naso, e Barresi poi partiva con un comizio di questi borghesi che non hanno il senso della consapevolezza, della realtà, di come in fondo dovremmo essere tutti uguali, di come Gaber cantava in “Barbera e Champagne”, la questione delle classi sociali, le divisioni, e io ritornavo sempre alla visione di quella chiesa, di quel monaco, di quel profeta andato, dalla barba e i capelli lunghi, e non ascoltavo più il rosso di Marx, e neanche della Cina, e nessun’altra cosa, nessun tempio lontano, nessun rosso russo, nessuna icona, e non ricordavo neanche più Marina, l’anno scorso, quando passavamo di lì, proprio di lì, a Paolo Sarpi, e niente di tutto questo mi veniva in mente, l’anno scorso, ai tempi di Ana, ai tempi di Leida, niente più di tutto questo… e non c’era più niente a fine giornata, non c’era più niente, solo un’estasi di ricordi di agapè e eros, e non bastavano più le canzoni, la musica, i ricordi, i desideri, e mi lasciavo andare, sotto quell’alcol che sarebbe meglio non bevessi, ma che oggi era solo la porta d’accesso alla verità: tutte le relazioni del mondo che salvano ogni cosa, l’agapè, la comunione con gli altri, la solidarietà, se vogliamo, in chiave ateistica, o le relazioni tra persone, al di là di ogni discorso classista e marxista, l’odio e gli scontri di classe, le invidie, ogni cosa si rivelava, come un’altra apocalisse, e smetteva di avere senso ogni divinità verticale e irraggiungibile, trascendentale, e tutto tornava all’orizzonte…. come ogni volta che guardo quel drago, l’Uno che si fa Due, il comunismo, il dio che non c’è, la pura orizzontalità dell’anima, e tutti i ricordi e le relazioni del mondo… la Cina… il comunismo… il socialismo… Benito il barista che diceva che Cristo, Maometto, Buddha e tutti gli altri sono tutti degli impostori, lui che si definisce sempre socialista, la sociabilità, la solidarietà, come diceva Leopardi l’ateo, l’orizzonte che vince sulla verticale, la comunione e la socievolezza, il simbolo mistico della croce, tra orizzontale e verticale, il volto di Cristo, e tutto tornava all’orizzonte… non c’è più Eugenia che con la sua mania perfettina mi vieta questo e quello, l’alcol, le sigarette, ogni cosa, non c’è più l’ossessione erotica in me quest’oggi, tutti i ricordi sanno ora di orizzonte, e non c’è più nessuna trascendenza, nessuna perfezione, abbandono i libri mistici, i libri d’altrove, i giochi, la musica, ogni cosa, mi immergo nei ricordi che sanno d’orizzonte, e non ho più bisogno di niente, di nessuno, forse solo di qualche cinesina lontana, come mi diceva Barresi: “Ma i tuoi amici cinesi non ti possono presentare una cinesina? O se le tengono per loro?”, la cinesina che non esiste, la musica cinese che non esiste, il mio nome, Ato, altra variante del mio nome, Arudo-san, gli altri miei nomi, il mio nome, io che non esisto più e mi perdo in questi ricordi di relazioni, come se fosse un’apocalisse, nell’attesa di altre relazioni, con la tipa giusta, “Sposati!”, mi diceva lei, “Quando ti sposi?”, mi dicevano i miei amici cinesi, mia madre che ai tempi dei miei 14 anni mi diceva: “Ti sposesarai con una cinesina, con una giapponesina…”… e tutti i ricordi di ideogrammi, altre lingue, cinese e giapponese, Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Non russo!”, e l’apocalisse, la fine di ogni cosa, quel monaco e quella chiesa, San Paolo Dedito, agapè, i ricordi, le relazioni, gli ideogrammi, tutta la gente del mondo, l’estasi dell’alcol, “Amo il mondo!”, si scherzava una volta su chi era un po’ ubriaco, perdersi nell’infinito orizzontale, l’agapè dei ricordi, la gente di quest’oggi, la vita, o le donne o la vita, mi dicevano, e perdersi, perdersi, perdersi, e il mondo che finisce un’altra volta nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Visioni

In questa noia bianca…

Può essere solo la primavera, è l’unica spiegazione che mi dò, andare in biblioteca e non aver voglia di leggere neanche un libro, neanche tra quelli in prestito, filosofia del nulla, teologie politiche islamiche, riletture, a dire il vero, nessuna voglia… lasciar perdere quel libro turco di Orhan Pamuk, dopo che stamattina quasi impazzivo a voler ritornare da quel barbiere turco con cui non si può neanche parlare, quello forse un po’ frocio, con la s sibilante, inquietante… e impazzire per tagliare o no quei capelli, e alla fine andare dal barbiere italiano, che quando mi vedeva all’entrata al bar mi dava un buffetto sulla spalla, e già mi riprendevo, che bisogno c’è di farsi tante paranoie sulla pettinatura? Ed entravo poco dopo, dopo un caffè, e mi diceva che sembravo un leone con quei capelli, un pazzo, e c’era davvero bisogno di un taglio… mi rapava ben bene, senza essere ora a zero, ma comunque un taglio quasi militare, e durante tutto il taglio si parlava male dei marocchini, degli albanesi, dei romeni, di questi qua che vengono a spacciare e a gestire la prostituzione, le carceri affollate, i carabinieri che non fanno niente, la politica che non si decide a fare il governo, ed era un puro parlare salviniano come tanti adesso, che va tanto di moda, un parlare vuoto che però mi portava via da quella sensazione di malessere che provavo al solo avvicinarmi al barbiere turco, e ringraziavo iddio che lì è meglio se non ci metto più piede… non so cosa mi spinge là certe volte, forse il ricordo di quel viaggio in Albania tre anni fa o di più, quando, prima di andare in Albania, passavo appunto da quel parrucchiere, e allora sembrava tutto magico, un altro paese, altre culture, altri modi di parlare, uscivo dalla storia con Xhuliana, la ragazza albanese, e allora era tutto incantato, tutto ciò che era estero era incantato, e non so, forse per qualche coazione a ripetere ogni tanto mi verrebbe da tornare lì, ma ora come ora fa solo sentire male, come quell’aquila albanese che non posso più vedere, come quella lingua russa che non posso più sentire, come tante cose straniere che non mi ispirano più, come la stessa Ana, la ragazzina romena, che non mi va più di vedere… e sembra quasi finire una stagione, una stagione tutta esterofila, xenofila, e non so cosa comincia, forse non comincia niente, e non mi capacito più di quell’Aldo che ero, e mi sento disperdermi, come prima in biblioteca, quando nessun libro più mi attraeva, come se non ce la facevo più a dedicarmi a niente, ai film, alla musica, ai libri, e può essere solo la primavera, mi dicevo, come quando in università verso aprile/maggio non ne potevo più di libri, e mi accontentavo di dare quegli esami scritti di lingua, facili, e mi preparavo solo alla sezione estiva, di tre o quattro esami, niente di più, e poi potevo dire dimentica l’università fino a ottobre… ma l’università non c’è più, non ci sono più nemmeno gli esami, non ci sono più letture obbligate, ma neanche letture d’evasione, di piacere, tutto mi stanca, tutto mi viene a noia, tutto si dissolve, e non so se è perché sto giocando troppo a Final Fantasy che non riesco più a concentrarmi, o proprio perché non riesco più a concentrarmi che gioco a Final Fantasy, ma sono stufo di tutto e di tutti, anche di Ana, anche di quel lavoro, che alla fine mi hanno detto di sentirmi libero di trovare altro, e non mi sento più legato a niente, si spalancano le porte del tempo, e non c’è niente da fare in queste lunghe giornate, e nonostante mi abbiano consigliato che adesso come adesso l’unica cosa che potrebbe farmi cambiare è trovare un nuovo lavoro e trovare una ragazza, una relazione stabile, nonostante tutto questo non ho voglia di niente, di nessuno, e passerei le mie giornate a oziare, a rilassarmi, a non fare niente, e mi sembra anche di veder dissolvere pensieri e religiosi, che prima mi orientavano, a parte semplici consigli sulla dieta, sul bere, sulla sessualità, e solo queste regole mi tengono in pista, regole ormai assimilate, ma per quanto riguarda tutto il resto sono completamente fuori di me, disorientato, libero e allo stesso tempo disorientato, e non so più cosa voglio… mi stanco dei libri, dei film, della musica, delle ragazze, degli amici, del lavoro, di Final Fantasy, delle mie ricerche, dei miei pensieri e non so più a cosa dedicarmi, ed è una noia bianca, una noia dove tutto si dissolve e non rimane niente, e vedo me stesso solo in preda ai libri come un quattordicenne sarebbe preda dei nuovi videogiochi da comprare, e non mi sembra di aver mosso un passo da quando ero anch’io quattordicenne, solo ho sostituito ai videogiochi prima i libri, poi le ragazze, poi i vestiti, poi altro ancora, forse i film, e tutto mi sembra una lunga parabola con varie variazioni, la parabola del consumismo, culturale, erotico, ludico, e niente di più, una grande voglia di consumare e niente di più, e ora mi sembra che non rimanga più niente, più nessuno… forse è solo la primavera, mi riprenderò forse trovando qualcosa a cui dedicarmi, se solo anche il lavoro non mi sembrasse un videogioco, un’impresa ludica e senza senso: stare davanti un monitor a inviare mail e cv, con la sola attesa di qualche risposta sparuta che non ti dice niente, rimanda o ti dice semplicemente che la gente non è interessata, e mi sembra davvero tutta un’esistenza virtuale, della stessa consistenza di un videogioco, e anche la mia conoscenza delle lingue sembra fittizia, quasi sempre passata attraverso fogli di carta, o schermi di computer e tablet, e non c’è niente di consistente, tutto è evanescente e virtuale, e tutto mi sembra finto, ogni mio studio, ogni mia conoscenza, che si risolve in nulla… e pensare che oggi la gente sulla virtualità fa i miliardi, quante app? Quanti social? Quanti blog e influencer e youtuber e quant’altro ancora? Tutto virtuale e niente di vero, e mi sembra di vivere una vita finta, virtuale, e mi sembra che non ci sia niente di concreto e tutto evapora, si dissolve, diventa evanescente… e non so neanche che farmene di questa giornata, di questi giorni e dei giorni che verranno, mi verrà voglia solo di giocare ancora a Final Fantasy per non pensare più, magari tornerò ad appassionarmi di qualche libro, di qualche film, ma tutto è ora privo di senso, senza scopo, ed è una noia bianca, un senza senso bianco, non di quelli depressivi dove dici: “Tutto è senza senso”, ma un “senza senso” che si salva da sé, in questo nulla che mi invade, in questa inanità totale, in questa infinita vanità del tutto, in questa noia bianca…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Quella cinesina…

Dieci anni dopo, passare per di là, la stessa via, gli stessi ricordi, per andare a pranzare, il giorno della festa dei lavoratori… ero ancora immerso nel ricordo dell’aquila rosso nera a due teste, l’ortodossia, il cattolicesimo, l’islam, l’ateismo, il comunismo, e la libertà, e non si capisce più niente… passare per di là, la via dove vedevo sempre Alina, per andare al ristorante, gira a destra, dicevo a mio padre, il mondo celato dentro di me, i ricordi, Alina, là, vicino a quel ristorante, quella romena di una sera di infiniti anni fa, e là, dove stava e sta Ana, dove stava Alesia… lasciar perdere… entrare, lo sapevo bene, in un ristorante cinese dalla cucina italiana, cinese, giapponese, come va di moda adesso… i miei conflitti tra ricordi e mondi simbolici, l’aquila che non stentava a scomparire, il volto del signore… parole con mio padre, mia madre, Stas e Larisa, anche loro a mangiare con noi, ed entrare nel ristorante cinese, le foto delle cinesine appese ai muri, altre decorazioni rétro, francesi, Champagne e altro, una marea di gente, tutta attempata, a festeggiare fuori in un ristorante la festa dei lavoratori, il parcheggiatore albanese che ci lasciavamo alle spalle dopo essere entrati al ristorante, sedersi e attendere, stando ben attento a sedermi lontano, da mio padre, da mia madre, da Stas, da Larisa, l’angolo isolato della tavolata, di fronte a me nessuno, io e i miei vestiti di nero, da monaco ortodosso, forse da emo, forse da semidepresso, o vicino alla depressione, o non si sa che cosa, i pensieri che viaggiavano al cartone animato giapponese guardato la mattina: Evangelion… l’Oriente… la cinesina che serviva ai tavoli, in mezzo a mille altri camerieri e cameriere, italiani, cinesi, sudamericane, di tutti i generi, i negretti in cucina, di tutte le razze, la cinesina… che la guardavo per un attimo, dopo che tutti quanti noi sceglievamo attentamente cosa ordinare, tutti che optavano per la cucina italiana, a base di pesce, io no, per una volta che esco voglio la cucina cinese, mi dicevo, anche quella taroccata dei ristoranti, lo so bene che i cinesi non mangiano così, e mi ricordavo di quelle infinite giorante con i miei amici cinesi da adolescente, le ore e le giornate alla play, le uscite a Paolo Sarpi, l’amicizia, una settimana da loro a Torino, a dormire in sei in una stanza, l’amicizia che c’era, l’ultima volta che gli avevo visti a Milano, al loro bar, la vita dei cinesi immigrati, e la vita di quella cinesina? E calava il silenzio in me… cominciavo già a sognare, sognare soltanto che venisse lei a chiederci l’ordine, un po’ come quando sognavo Noemi all’altro ristorante, ma questa volta era qualcosa di più… il volto della cinesina che mi ricordava la visione di qualche notte passata, sotto quella musica new age e il volto del Buddha che mi compariva, e il suo volto, il volto di quella cinesina, che per un attimo sembrava il volto di Guanyin, la dèa della misericordia, solo per poi ricordarmi che era una semplice cinesina, che fa la cameriera, che fa la sua vita, che portava quella maglietta nera con la scritta in inglese: “Give me love…”… ed era lei ad arrivare lì, a chiederci cosa ordinare, per primo mio padre, e poi subito io, la cucina cinese, che era evidente di chi e che cosa avevo un certo languore, un certo desiderio, due portate e un antipasto, la voce di lei, pulita, italiano perfetto, senza accento, sarà nata forse qui, avrà fatto le scuole qui, eppure fa la semplice cameriera, la mia voce che già cambiava al parlarle, il modo di parlare, monosillabico e un po’ cantato, come quando provavo a imparare il cinese, messaggi di mille fenici che conversano fra loro per cercare le parole al di là del mondo, il suo sguardo, impassibile, il sorriso accennato… e si aspettava… si aspettava… le portate che non arrivavano più, la cinesina che continuavo a volere e quel cinese che mi portava l’antipasto, e poi il primo, il secondo altri camerieri, e i discorsi dei miei, di Stas e Larisa, niente da dire, niente di che, parole e parole, e io seduto su quel tavolo a giocare con le idee di suicidio, che già solo il pensiero salva, a volte, e continuare a guardare la cinesina, senza guardarla, sognando qualcosa che andasse al di là di Alina, al di là di Ana, e scomparivano loro come scompariva l’aquila albanese in me, e rimaneva solo quel drago rosso disegnato su quel piatto, e un sogno, un’altra chimera, ancora più forte, viveva in me… la cinesina… che non so perché a fine pasto ordinavo della panna cotta, per caso capitava lì lei, la cinesina, proprio lei, e ricordavo quei giorni in Repubblica Ceca, forse l’ultima volta che avevo mangiato della panna cotta, nel 2012, e ricordavo Tereza, l’ebrea ceca, che mi diceva: “Say it again! Panna cotta! We Czech don’t speak like this! I can hear the accent…”… panna cotta, c’è?, chiedevo alla cinesina, panna cotta… sì… e segnava quella stupida portata là sul foglietto… e mi ero già perso, il rimosso della lingua cinese tornava in me, gli amici cinesi, quella compagna di classe dell’università, Sissi, la cinesina, Paolo e Valeria, i miei amici cinesi, le volte che chattavo su QQ con gli altri amici, frasi e discorsi di amici, e la vita di una cameriera ventenne cinesina che sognavo, che mi figuravo, così intima e da tutti i giorni che vedevo il mondo intero come una linea infinita orizzontale, con le elevazioni non della mistica, ma di un amore sognato che non trova più distanze e separazioni, e la sua vita mi sembrava palese, di quella cinesina, che non c’era niente da scoprire e tutto il mondo da scoprire allo stesso tempo, lei vuole qualcosa di più, mi dicevano, e sognavo una storia, là dove Alina e Ana scomparivano, dove dieci anni mi passavano davanti, e un gioco del suicidio che giocava a volerla rivedere ancora, quella cinesina… ci si alzava dal tavolo, per andare via, dopo i caffè, mi alzavo, e lei era lì, che passava, e mi passava di fianco, io, come immobile per non sfiorarla, per vederla andare via, è andata via, mi dicevo, non la rivedrò forse mai più, ma lei, che il suo ambiente conosce bene, era già alla fine della sala dall’altra parte, e le passavo ancora di fianco, pan nà, diceva, allo stesso stupido modo che avevo detto io, con quel parlare che non ne vuole più sapere della musica italiana, e l’anima si smuoveva… e partivo in un’altra dimensione… final fantasy, i cartoni animati giapponesi, le ragazze asiatiche, quella ragazza asiatica, non da centri massaggi, quella cinesina che, quando le passavo affianco, mi tornava la voglia di baciare una ragazza dopo tempo immemore, quel qualcosa di più che davvero si risvegliava, e si riversava su di lei… quella cinesina… che non avevo più voglia di far niente una volta tornato a casa, forse solo dormire, forse solo scrivere, ascoltare quella canzone di dieci anni fa, 求佛, chiedendo al buddha, non so che cosa, di rivederci, come dice quella canzone, sognare di chiederle il cellulare, o non so che, sognare ancora, quella cinesina, o non sognare più niente, Sissi e il suo post di Facebook su Final Fantasy, i pomeriggi sognati passati a parlare, a conoscersi, a condividere la vita, quel qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e quella canzone, che avrei buttato via in nome di una forte tazzina di caffè, e tutte le altre che mi passavano davanti, e nessuna e tutte, e un qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e l’aquila che scompariva, ed Evangelion, e Final Fantasy, e ogni altra lingua, e solo un canto dell’anima orientale si risvegliava, il suicidio dell’anima che era qualcosa di più, la mistica cinese, tra numeri e sillabe, il delirio d’innamoramento, quella cinesina…