Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

E sembra quasi settembre, sembra quasi tempo di tornare a scuola, come ormai quasi nove anni fa, quando tornavo alle superiori per recuperare gli anni persi, le compagne, i compagni… che la notte sognavo la compagna di banco, la più figa della classe, la mora e magrolina LoRusso, che mi eccitava sempre, con quel suo fare sbarazzino e stupido, coi lunghi capelli neri, pugliese, che solo il cognome era un programma, LoRusso, come una vera russa, come Katia, e poi Federica, il suo nome, tutta eccitazione, che mi ricordavo quelle volte che ero eccitato e il prof di italiano gridava: “Lorusso!”, forse perché lei se ne accorgeva, anche lui, non so, ma era rimasto un desiderio così, lontano, che nella notte si risvegliava, in un sogno da favola medievale… ero come su un largo ponte, sospeso nella foresta incantata, e sotto quel ponte c’era come un portone sacro, pieno di immagini e bassorilievi, e incatenata a quel portone c’era lei, che aspettava un incantesimo che la liberasse, non so perché mi gettavo in un piccolo lago lì vicino, e quando scendevo sott’acqua potevo respirare tranquillamente, anzi anche meglio che si fosse aria, era un lago magico… e mi perdevo tra quei fondali, nel sogno che era fatto di verde e blu scuro, nel fresco di settembre, e alla fine della prova, dell’incantesimo, c’era lei che si rivelava essere una creatura minuscola, non più grande del palmo della mia mano, e lì stava tutto l’incantesimo, l’avevo vinta, ma la sua maledizione era di rimanere una ragazza piccola, e io troppo grande per lei, la desideravo, come lei desiderava me, ma alla fine dell’incantesimo, per liberarmi da quel ponte, da quel lago, dovevo rivolgermi verso il portone incantato al di sotto del ponte… mi voltavo verso di esso e lasciavo perdere Federica e il suo incantesimo, e quel portale si schiudeva per lasciar spazio a raggi dorati e blu e argentati, dove compariva un altro mondo, tutti i compagni e le compagne, quella Jessica di una volta, anche poi compagna dell’università, e si apriva un mondo dove qualcuno mi parlava di cartine geografiche, storia, il corso del mondo, e compariva mio padre che diceva che Trump gli aveva lasciato un messaggio, chiedendogli dove mangiava quest’oggi, in quale ristorante, e lasciavo alle mie spalle l’incantesimo di Federica, del portale, del ponte, del bosco incantato, di tutte le fate come Jessica e Federica, e sognavo ancora delle fate e mi perdevo poi in quei fasci di luce bianca, argentata e blu…

Mi svegliavo, erano le sei di mattina, un orario decente per non tornare a dormire, e gustavo la luce dell’alba, e sognavo ancora l’incanto di lei, di Federica, della Lorusso, e dentro di me sentivo da lontano l’unica vera voce russa che mi ha mai ispirato in questi lunghi anni di studi russi: la voce acuta di Katia, la voce splendente di Katia, persa nei ricordi e negli anfratti della memoria… Lorusso, Katia… le due fatine dei miei sogni… e mi svegliavo, consapevole di doverla smettere con le troppe droghe di questo periodo che ho davvero esagerato, con i troppi caffè, le troppe sigarette, ma non ne facevo come al solito legge al di sopra di me stesso, non mi imponevo ideali irraggiungibili, mi dicevo solo che era meglio non pensarci, e vivere più liberamente, senza il peso di leggi inarrivabili che fanno solo stare male… ripensavo alle letture di ieri, quell’arte russa e quelle chiese ortodosse, ricordavo quando vedevo il prete passare davanti alla chiesa, con il suo saio nero, che ricordava quello di certi popi ortodossi visti in foto, ricordavo la follia di ieri mattina, che attribuivo a Miryam, ad un sacco di altre cose, mentre ogni volta può essere una cosa o una persona diversa, ma è solo la mia anima che va in tilt, che ogni volta dà colpa a cose e persone diverse, ricordavo le troppe droghe prese, che attundevano tutta la giornata, e non bastavano poi i caffè a recuperare, e altre droghe ancora per riprendersi dal caffè… ricordavo le due ore passate, nel pomeriggio, lì al bar, seduto su quella sedia là fuori, a guardare la gente che passava, a bermi la mia acqua e a fumarmi un paio di sigarette, tutto il relax, e la salvezza dell’anima che arrivava di giorni solo grazie alle sure del corano, che mi rilassavano, che davano efficacia alle droghe prese per non impazzire, e mi riprendevo pensando a come la sera ero ormai completamente uno straccio, solo il pensiero della divinità mi salvava, mentre una sensazione di morte e di follia mi prendeva, e mi sentivo come quando ero ricoverato, completamente perso e privo di riferimenti, e mi sdraiavo sul letto, come se non ci dovesse essere un domani, come se il domani fosse ancora in ospedale a tempo indefinito, e visualizzavo la figura bianca della divinità, alla quale mi rivolgevo per trovare il sonno, e la quiete dei sensi, e liberarmi dalla follia e dal male… la notte, appunto, la notte che portava i suoi sogni, un sogno erotico e di settembre, tra Katia e Federica, la voglia ancora di perdermi nell’arte  nella letteratura russa tradotte in italiano, il giusto sentire di una volta, il settembre e la voglia di studiare, di vivere tranquillamente, di avere ancora tutto il tempo del mondo, senza più sentirmi alle strette, il sollievo di non aver incontrato quegli amici e la pesantezza dei loro discorsi, le loro stupidaggini, e settembre si faceva sentire, nei sogni, nel tempo, nell’aria e nell’atmosfera, e nell’anima, che sembrava che il tempo ricominciasse daccapo, fino alla fine dei tempi, lo sguardo sul passato che cambiava, e i ricordi, e il futuro, e il presente, tutto prendeva un’altra forma, e mi sentivo me stesso, ritrovato, con i ricordi di quella sinagoga a Berlino, i ricordi del settembre al Pasolini, Federica, Jessica, le tante ragazze, la lingua e la cultura russa che allora desideravo tanto, rimandate sempre ad un’università a venire, il ritorno della Russia, la voce di Katia, la sua bellezza, il caos che si ritrovava, la leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica… 

Non so che farò quest’oggi, mi perderò forse nei libri, di nuovo, e non mi perderò, mi ritroverò, avrò ancora voglia di Russia, al di là dei commenti di chi non capisce, avrò ancora voglia di cultura e libri, e di stare bene, consapevole che i libri da soli non salvano, che c’è qualcosa al di là dei libri, al di là dello studio e del lavoro, delle amicizie e dei discorsi, qualcosa che trovo la mattina al risveglio, all’alba, invocando quella divinità che mi faccia trovare me stesso per tutta la giornata, e vorrei sempre vivere così, con questo sentire, con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

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Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Il sole, dopo le nuvole… Aleksia…

Ortodossia dell’anima
Aleksia
rivederla
stamattina
al bar
alle sei di mattina
a bere il caffè
seduta là
al tavolino
di fianco alla solita vecchia
un quadro impressionista
lei
sorridente
di quel sorriso di luce del sole
che sa che l’amore
è inganno
e allora tanto vale
amare tutti
e non amare nessuno
uno sguardo
sei proprio tu?
Il mio
e lei
un cenno
del capo
sono proprio io
come l’ultima notte
ho capito
le dicevo
con lo sguardo
tra clienti e prostitute
non si può parlare
al di fuori
del lavoro
nella vita
chiunque
potrebbe essere chiunque
e nessuno
Aleksia
che mi portavo alla cassa
del cinese più grande
quello sposato
con figli
troppo indaffarato
a preparare il bar
alle sei e mezza della mattina
allora
mi avvicinavo al bancone
per bere il mio caffè
arrivava Miryam…
caffè?

dopo che avevo pregato
come un monaco ortodosso la mattina
per non farmi andare fuori di testa
al mio fianco
lì c’era
Aleksia
che beveva il suo caffè
hai visto Miryam
con chi me la faccio?
Mi veniva da dirle
è lei e quelle come lei
il mio amore
come la notte prima
a capire che tutto
dipendeva
da Alina
come rivederla
l’altra notte
l’amore
le stelle
la luna
scapigliatura dell’anima
tra
ortodossia dell’anima
e follia
e sentimento
ritrovato
un sentimento
che si colora
di monasteri ortodossi
russi
non più dove entrare
ma semplicemente da guardare
come guardavo quei quadri
alla Neue Galerie
di Berlino
quei quadri di un monastero
dove perdermi…
Aleksia…
beveva il suo caffè
mormorava qualcosa
e prendeva il suo cellulare
e se ne andava via
di sfuggita
come una gatta
e mi lasciava lì da solo
con Miryam
che preparava il caffè
altro che islam
altro che…
Aleksia
che incasinava tutti i piani del giorno
di stare con la famiglia
ad una grigliata
che non faceva per me
tornavo a casa
e la musica manele
risuonava in me
come la notte prima
Aleksia
quell’altra
la sorella di Ana
siete tornate?

siamo state in Romania
ah, va bene
ci vediamo una di queste sere
il saluto
il suo volto
la Romania
là dove ogni volta finisce il mondo
per me
e ogni volta non lo capisco
quel ricordo
di quella chiesa ortodossa
l’iconostasi
che ritorna sempre in mente
quel viaggio di quando
avevo quattordici anni
con mio padre
e il suo amico
che si doveva sposare una romena
quella chiesa ortodossa
che ritorna sempre in mente
anche adesso con quel libro
sull’arte russa
tra icone e chiese
e monasteri
non lo so perché
non lo so…
che chiunque accusa sempre i romeni
e le romene
di ogni crimine e misfatto
i fiori del male…
i fiori del male…
i fiori del male…
ognuno
alberga
dentro di sé
un romeno
un albanese
un assassino
uno stupratore
un ladro
e chi si crede meglio di loro
solo perché è italiano
e non si dà ai crimini
e si sente migliore
quando nell’odio
li eguaglia e forse li supera
Христос!
Христос!
Христос!
Come dicevo quella notte
a lei
i martiri e il loro sangue
la vittima sacrificale
la violenza sacra
sui martiri
su di lui
la violenza sacra
come la festa del sacrificio islamica
di questi giorni
violenza sacra
l’omicidio
e i capi espiatori
la violenza
di chi odia il mondo
e vorrebbe sterminarlo
odia la gente
eppure qualcuno si offre come sacrificio
per redimere il male e la violenza
violenza sacra
Христос!
Христос!
Христос!
Che mi viene in mente quell’icona sacra
là in chiesa
quell’icona ortodossa
del battesimo di Cristo
e mille altri
Salvator Mundi
e
Rasputin
la sua dottrina
tra peccati innominabili
e redenzione
che da sola può
avvenire
dopo i crimini
violenza
e sesso
e redenzione
Aleksia
e ogni ortodossia dell’anima
che la musica manele
scorreva e scorreva
questa mattina
quando mi decidevo
a tradire i parenti
e andare al parco
immerso nella musica romena
manele
muzica turceasca
al diavolo
la grigliata
i discorsi da cinquantenni italiani
la mania del cibo
e dei vini
la musica manele
e Aleksia
vincevano su tutto
io una bambina
diceva
eppure vive lo stesso
nonostante
sia
l’ultima della società
disprezzata da tutti
puttana
con una figlia
come Alina
eppure il suo sorriso
di sole
ancora c’è
Aleksia
che il suo nome
riscrive
antichi mali dell’anima
con il sole del suo volto
dupa nori va rasari si soare…
Denisa
Aleksia
dell’anima
sorriso e volto raggiante
il sole
dopo le nuvole…
che non smetterei mai di cantarla
anche a fine giornata
qunado
stare là a Milano al parco
era un tormento
peggio che Berlino
per il caldo assurdo
e dormire dopo pranzo
su un prato che mi dava solo asfissia
e sudore
scappare
scappare da lì
quando ormai la musica
era finita
e cercare quel treno
con l’aria fresca…
tornare a casa…
la magia…
l’aria fresca…
le canzoni manele…
quattro bicchieri di vino rosso
e tutta l’ortodossia
dell’anima
in Aleksia…
che non c’era più altra relgione
l’amore che fallisce
e che vince
bisogna amare
basta amare
Alina
Aleksia
Ana
Romania dell’anima
manele
e vino rosso
e ortodossia…
non rimane più niente
indescrivibile
questo sentire
che mille libri e mille parole
non basterebbero
forse
delitto e castigo
e Sonya
e il suo biglietto giallo
il crimine
l’odio
la violenza
la prostituzione
la povertà
la redenzione
il sole del suo volto
Aleksia
e l’ortodossia
dell’anima…
non so perché
quella romena sulla via
mi chiamava
parinti…
monaco…
sarebbe
o quell’altro muratore romeno
diventa padre!
Mi diceva
e non so più
se sono un Rasputin
o solo un suo discepolo
tra le mie follie e i miei studi
so solo che
Dostoevskij
e l’arte
russa
mi terrà compagnia
ancora per parecchio
ortodossia dell’anima
sole dell’anima
Aleksia
e il suo volto
senza quasi desiderare
solo immaginare
che un giorno
anche lei
sarà cantata da qualche monaco
al suo funerale
nonostante la sua vita
al di là delle regole
prostituta
dal volto solare
e dalla voce
che sapeva di manele
ortodossia dell’anima
e amore…
bisogna amare…
Aleksia…
che non so che farmene
di questa giornata
i soldi buttati via
non rimane più niente
solo un caffè per domani mattina
non so che farmene
delle pagine da leggere
là dove le parole
ancora una volta
non bastano più
Alina
Aleksia
Ana
ortodossia dell’anima
e mi perderei
mi perderei
e mi metterei lì
davanti ad un monastero
ortodosso
a contemplare
la vita
l’amore
la morte
il desiderio
e l’inganno
e la redenzione
e così all’infinito
bisogna amare
ancora una volta
ortodossia
dell’anima
Alina
Aleksia
Ana
e non finirei più di scrivere
e intanto l’anima
è ebbra di amore
e di musica
e del volto di lei
il sole
dopo le nuvole
Aleksia…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Ricordi, Visioni

Maddalena dell’anima…

Regressione
estate 1999
tra medie e superiori
la musica di allora
lunapop
c’è qualcosa di grande tra di noi
la compagna della compagnia
dell’albero
la nostra
poco più che adolescenti
lei
Katia
e Dorian
i due innamorati
lei
la bionda
lui
l’albanese
lei
l’altra bionda
Silvia
e lui
Dorian
l’albanese
adolescenza da periferia
le puttane che sostavano sulla via
i giochi tra le strade
la musica
della compagnia
le litigate
per il fumo
con i musulmani
che facevano i gangsta
della situazione
la periferia semi-islamica
di allora
i primi odii
i primi amori
regressione
nella musica d’allora
per colpa della radio
che suonava quest’oggi

al palazzo dei folli
non sono di Milano
sono di qui
della periferia
e niente mi serviva
visitare
la tomba islamica
di quei parenti
del mio maestro di karate
ieri
tutto ritornava
come ritornava
quando andavo a visitare
la chiesa ortodossa
qua in periferia
religioni periferiche
canti di sottofondo
orientaleggianti
l’antichissima rivalità
tra cristianesimo e islam
irresolubile
Vlad Tepes
Cid Campeador
Skanderbeu
tutta la storia del mondo
qua
nella periferia
del 1999
che ancora vive in me
prendere in prestito un libro
di Russia
come le storie che raccontava
quella vecchia prof
alle medie
Russia che ritornava
dopo che ieri notte
rivedevo lei
Alina
e l’anima si sconquassava
un’altra volta
un semplice saluto
e mille nervi saltati
in nome dell’erotismo
ascoltare il corano
come una litania
nell’improbabile pratica ascetica
che apra le porte del paradiso
ora che non rimane più nessuna
lei di Milano
Alina
l’altra di qui
Aleksia
l’altra ancora
Ana
Romania dell’anima
che ora tutto il mondo e la storia
si concentrano qui
in quell’estate del 1999
e da lì sembra che io non mi sia mai mosso
sembra solo tutta una grande espansione
di un’estate
e una compagnia che non c’è più
sensazioni di una volta
che rinascono
grazie alla ricerca del tempo perduto
per colpa di una canzone
alla radio
maddalena dell’anima
la periferia cinese
la periferia
islamica
che mi sembra di ritrovare
ogni volta
in quel bar
l’estate 1999
gli amici cinesi
i nemici islamici
gli amici nemici albanesi
i compagni e le compagne italiane
la musica italiana di allora che risuona
effetto nostalgia
che quasi verrebbe da fare una
rievocazione
come diceva una volta
quell’amico
Taro
non torna più niente
tutto va a puttane
si confonde il tempo
e il tempo non inizia più
nell’altra città
dal nome paterno
ma comincia prima
qui dove sono ora
in periferia
non tanto differente
dalla periferia di Berlino
solo che là
non c’erano i miei ricordi
non c’era la mia vita
non c’erano i miei amori
come quando vedi i tuoi ritornare
al loro sperduto
paesino d’origine
i legami
di una vita
che si fanno sentire
è proprio vero
è difficile abbandonare
il proprio paese
c’è qualcosa che resta
anzi
c’è tutta la tua vita
viaggio nel passato
a causa di una canzone
italiana d’allora
c’era la mia adolescenza
e tutto me stesso
e tutta la mia vita
e tutti i miei amori
maddalena dell’anima
che ora non so
come avrò voglia di leggere ancora
un libro di Russia
dopo averla rivista
Alina
e cancellare questa maddalena dell’anima
con storie altrui
che non mi va neanche di leggere
scriverei l’intera mia biografia
e le parole non basterebbero
oltre Katia
prima di Katia
e oltre
tra le parole magiche
e le parole scientifiche
di film che rivedevo ieri sera
Stalker
dell’anima
alla ricerca della Zona
dentro di me
tutta la filosofia
e il modo di stare al mondo
ich denke
la rivoluzione copernicana
kantiana
la soggettività
da cui nasce tutto
una divinità sperduta
declinata in mille modi
India e Oriente dell’anima
e oltre e altrove
oltre il drago cinese
e i suoi antichi ricordi
di studi psichiatrici
dove i miei
dal dottor Drago
litigavano
filosofia atea
che quasi mi viene solo da credere
alla neuropsichiatria
se non fosse per questa
maddalena dell’anima
che rieleva tutti i ricordi
e l’essere di allora
e di sempre
a che pro leggere ancora
qualcosa?
A che pro
scrivere ancora qualcosa?
Non sono forse stufo delle storie mie
e delle storie altrui
ora che la versione di tutte le storie
sembra cambiare?
Mi dicevano che avevo
bisogno
di una terapia dell’anima
ma a che pro
sintonizzare bene una stazione radio
quando dentro la mia testa
è un continuo cambiare di frequenze
e non si riesce a sintonizzare
mai niente?
Caos brusio
e rumore
e musica
convivono in me
e non trovo pulizia
dell’anima
Alina sta là
Ana chissà dove
Aleksia chi lo sa
ma che importa?
Gli amici perduti
le ragazze andate
gli annate che si mischiano
per non rischiarare più niente
e vedere quegli amici delle mie cugine
che una continuità
là sembrava esserci
qui
è tutto frantumato
a pezzi
e non basta raccogliere i cocci
tutto si frantuma
in questa maddalena dell’anima
Alina
e la lingua russa
che leggere Dostoevskij
in russo
mi faceva male già stamattina
depressione
brutti ricordi
pesantezza
non so se avrò voglia di
Dostoevskij
in italiano
il libro sta lì
ma so già che non mi dirà niente
se c’è una chiave di volta
è in me
nel mio passato
nel mio presente
nel mio futuro
ich denke
soggettivismo
totale
che quasi esclude ogni divinità
studi dell’anima
che si disperdono per sempre
non si trova una soluzione
e per non pensare
ho solo due scelte
o l’incanto ipnotico
coranico
o quel libro russo
in italiano
non so dove andrò a finire di questo passo
se in manicomio ancora
o troverò
un luogo che mi appartiene
intanto la maddalena dell’anima
che è la musica
mi fa rivivere
tutto me stesso
dall’estate del 1999
all’infanzia e dopo
tutto qui
tutto qui attorno
come è piccolo questo mondo
come è piccola quest’anima
e smisurata
maddalena dell’anima…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Una luce che sa di musica e canto, lei…

Sono nell’aldilà
canto che mi gira in testa
vocalizzi
che non so più
se siano
un coro angelico
un canto funebre
una ninnananna
una voce dall’aldilà
me mendove kur e vrave kete dashni
pensavo a quando hai ucciso questo amore
jo nuk ta fal
dot une ty sta fal
dashni ma more
e ia dhe asaj
non ti perdono no
non ti perdono per niente
m’hai preso l’amore
lei ha m’ha fatto così
vederla libera
con la sua musica
amor gitana
amor gitana
amor gitana
che una volta risuonava
mi dicevano di dimenticarla
di dimenticare lei e la sua musica
la sua voce
ma ritorna sempre
e questo coro angelico
di voci che ora risuona
mi farebbe tornare

tra le spiagge del mare
per sentire musica orientale
in quella Ksamil
dove si sentiva cantare
il muezzin
solo per lasciarmi andare
a spiritualità bektashi
che non sai più
se sappiano di morte
d’amore
di sonno
o di paradiso
un amore che finisce
che viene ucciso
eppure che vive ancora
per lasciarla libera
di vivere come lei vuole
anche se io di lei
mi ricordavo tutto
e lei
tutto di me
amici o divorziati
conoscenti o amanti
della notte
della luna e delle stelle
e di amori che si possono solo sognare
come il canto e la musica
che ora mi invadono l’anima
mi invadono le lacrime
negli occhi
e rivedo il suo volto
e la bellezza di lei
che quelle canzoni
di una volta
di un paese che dovrebbe essere mio
mi gettavano
in un universo musicale
dove le lacrime
trovano tutta l’ispirazione e il canto
che nessun
musicista saprebbe trovare
con la sua arte matematica d’armonie
e solo il pianto
sa di musica
che ora non so che farmene
di questa giornata
dopo la notte insonne
a lottare con gli spiriti
e a lasciarsi andare
come ad un aldilà
che rientrava in questo mondo
in quest’anima
dove non c’è più nessun luogo
nessun segno
e una sola luce bianca
appare là dove una volta
appariva lei
nel suo desiderio
nella sua bellezza
vano è forse rifarsi la vista
con altre bellezze
che almeno distolgono dal disgusto
di altre ragazze
insipide
e tra la bellezza di lei
ricordata
e altre bellezze
l’anima si invola
in un canto
in un pianto
in una luce bianca
e vorrei solo
dormire
piangere
trasformarmi in musica
ed elevarmi al di sopra dei cieli
in universi d’aldilà
che non sanno più
se ricordano
quel lutto
o quell’amore
passa anche la voglia
di guadagnarsi da vivere
resterei giornate e nottate
disteso sotto dei portici
se solo il fresco dell’inverno
potesse tornare
in questa calura
che sfianca
se solo il mondo
non fosse fatto di voci e di rumori
che distolgono
dal canto e dalla musica dell’anima
e non esisterei più
disperso completamente
in questi suoni
e compare solo lei
per disperdersi in una luce bianca
e solo il pianto
sa di musica
e di lei
quel mare
che sapeva dell’aldilà
ora piange
al ricordo di lei
le parole non dette
ta dhash shpirtin une
vec lotet tash po mbaj
t’ho dato l’anima io
ora solo le lacrime mi restano
che l’anima
diventa mistica
sa di spiritualità
sufi
dove si icontrano
nello spirito
l’amore
la morte
l’aldilà
il paradiso
la vita
e non rimane più nessuna divinità
tranne
questa luce bianca
il ricordo di lei
e il canto
e il pianto
e la musica
si eleva l’anima mia
in questo aldilà
e rivive
tutta la vita
dove i nodi
passati dell’anima
irriconciliabili si slegano
Albania
dell’anima
dove c’era
il lutto
e dove c’era la lingua
delle canzoni d’amore
e c’è ancora lei
che si ricorda di me
e si disperde quest’anima
tra lutto e amore
un amore finito
l’amo ancora
ma non sono più innamorato
la lascerò libera
o forse non la amo più
non lo so più neanch’io
sa di nero
questa luce bianca
tra i corvini suoi capelli
e la perla della sua pelle
e la luce d’argento della luna
e delle stelle
dove rivedo lei
dove l’anima si infinita
ispirazione infinita
sa ancora di lei
l’anima mia
e si disperde
nella musica e nel canto
e nella bellezza
del ricordo di lei
dimenticare
non è possibile
sarebbe come uccidere
una parte di sé
si può solo cercare
di andare oltre
e la musica mi eleva
aldilà
come il canto
una luce bianca
è tutto ciò che rimane
una luce che sa di musica e canto
lei…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

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“Are you Kane?” “No, I don’t know… Are you Lena?”… annihilation… rivedere lei, rivedere me, alla fine del film, quel nome, Lena, così vicino a lei, Alina, la metamorfosi, la fine di una storia, la trasformazione di questi due anni senza di lei, averla rivista, e aver rivisto la trasformazione mutante e aliena di me stesso, e di lei, non si è più gli stessi, non siamo più come prima, annullamento dell’anima e di se stessi, trasformarsi, e nell’ultima scena vedere un me stesso che non cantava più neanche l’amore nella sua lingua, ma in quella di un’altra, di un alieno in me, le canzoni d’amore in albanese che anche a lei piacevano, quella lingua albanese che mi ha trasformato, in questi due anni senza di lei, annichilimento, metamorfosi, trasformazione… non pensavo che questo film potesse darmi così tanta ispirazione, la follia aliena, l’alieno allo specchio, la metamorfosi dell’anima, che senza di lei tutto era impazzito, come un’area aliena nella quale ero finito, solo per stravolgermi e trasformarmi, ultima scena che toccava l’apice e rivedevo lei, che per tutto il film non avevo rivisto, identificazione finale che annullava ogni cosa, come il titolo del film, viaggio dell’anima attraverso le immagini solo come i bei film che ti toccano sanno fare, il me stesso alieno che non è più me stesso, quella canzone albanese che partiva da sé… nje perqafim i ngrohte… un abbraccio caloroso che erano solo le nostre ultime parole dopo due anni, senza sfiorarsi, ma toccarsi con l’anima e sognare ancora, la musica la stessa, le parole le stesse, un mondo da condividere che non ho mai trovato con nessun’altra, e forse non troverò mai con nessun’altra, metamorfosi dell’anima, trasformazione, annichilimento… che non rimane più niente, solo l’immagine di lei e l’ultima scena, rivivo in me quei momenti, rinasce in me la voglia di altre lingue, quelle di lei, e altre, senza di lei, la rivoluzione dell’anima e la follia, il giro del mondo dell’anima e la fine del mondo, come la fine di un film che apre le porte all’infinito, all’ispirazione infinita… non sono più io, lei non è più lei, a mendove kur e vrave kete dashni,  e pensavo a quando ho ucciso questo amore, parlo e ascolto musica aliena, ascolto parole aliene, non quelle della mia lingua, unica lingua rimasta per esprimere l’anima su queste pagine, ma dentro di me infinite lingue passano, infinite voci, come una civiltà aliena nei tanti racconti di fantascienza che alla fine finiscono per trasformare e alienare il sopravvissuto terrestre, tipica metafora e parabola fantascientifica della trasformazione, che avviene a contatto con altri mondi, con altre persone, con lei, e l’immagine della figura extraterrestre umanoide era un me stesso che cercava di rimanere umano, ma alla fine doveva solo abbandonarsi a questa trasformazione avvenuta, per lei, con lei, e senza di lei… non c’è modo di descrivere questa metamorfosi, si fermano le parole, non hanno più spazio, non hanno più senso, anche le immagini e le ispirazioni di una volta si guardano solo al passato, come segni di passaggi di metamorfosi avvenuta, e il tempo si arresta su quelle immagini, su quei segni, su quei simboli, per fare fermare il tempo, per far fermare la storia, per porre fine ad un’apocalisse dell’anima senza tempo, dove rimane solo lei, la ragazza, Alina, come quei rabbini giovani ebrei, quegli imam, quegli esperti dell’anima mi mostravano me stesso, come una fase a specchio, della trasformazione in me, elevazione divina dell’anima dove ricompare solo una ragazza, Alina, e me stesso, stravolto, rifatto, trasformato, annichilito, fan’a, dicevano i sufi, estinzione dell’anima nella divinità, in lei, come ieri notte a guardare il cielo e vedere qualcosa che va oltre il simbolo dell’islam, la falce di luna sottile nel cielo blu, e una stella, il cielo sopra di me, alla fine del periodo di digiuno e ripentimento e purificazione, in una notte che sarebbe potuta essere una laylut al qadr, una notte del destino, quando al profeta dettavano le prime sure del corano, e invece incontravo lei, per qualche cabbala oscura dell’anima e del tempo… finisce il mondo, si trasforma l’anima, ritrovo lei solo per perderla e non dimenticarla più, tutte le metafore e le ispirazioni parlano di lei, alla fine della metamorfosi, della trasformazione, dei linguaggi alieni ed altri, che vivono ora e sono me stesso, sotto un’altra forma, in un altro mondo che finisce, per lei, ispirazione infinita, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, e ritrovo me stesso in questa spiritualità bahaì shiita e bektashi, come un cantante albanese orientale che canta l’amore che finisce, l’amore che trasforma, l’amore che rinasce, la salvezza dell’anima, l’amore per lei, la perdita di lei e il ricordo di tutto l’erotismo, una lei che mai non sarà nessun’altra, e si estingue l’anima, tra il cielo stellato ed una falce di luna, si estingue l’anima, fan’a, in una canzone, in una scena di un film, che porta il suo nome, Alina, e si estingue e rinasce l’anima, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

Rivedere lei, Alina, quando uscivo la notte, disturbato da fantasie erotiche dove compariva Leida, il desiderio… rivedere lei, e dirmi, in me: “Amore…”, al rivederla… fare giri, qua e là, le romenine dall’altra parte, nessuna voglia di fermarmi da loro, e decidere di rivedere lei, Alina, fermarmi… “Andiamo?”, “Sì…”, come va, come non va, che mi faceva piacere rivederla, e sentivo il cuore che batteva, l’amavo forse ancora? Lei che mi diceva che ogni tanto c’è ancora, non sempre, che ormai ha trovato lavoro come baby sitter, come badante, e ogni tanto, la notte, è lì… la sua bellezza, da ragazza slanciata da lunghi capelli neri corvini, il suo ovale di bellezza, i suoi occhi, la sua voce, l’amore… come va, come non va, parlare quasi esclusivamente in italiano, la lingua russa dimenticata, io che le parlavo di Stas e Larisa, l’altra coppia ucraina, io che le dicevo che loro parlano sempre in moldavo/romeno, anche lei, diceva, ma poi precisava, il russo non è che lo so un po’, diceva, lo so bene, l’ho studiato, diceva, e mi ricordavo tutte quelle parole di una volta, con lei, in russo… lei che si ricordava di me, se avevo trovato lavoro con le lingue, se avevo finito di studiare, si ricorda ancora, pensavo, non me l’aspettavo… lei che mi chiedeva se avevo anche studiato albanese, no, le dicevo, non in università, l’ho imparato un po’ con le canzoni, con i film, ma non lo parlo mai, l’albanese, come faceva a saperlo, a ricordarsi? Com’è possibile trovare una ragazza che mi chieda così delle lingue, che non dica niente perché studio l’albanese, che ascoltava la mia stessa musica, Akcent, dalla suoneria del cellulare? Come si può trovare una ragazza così, mi dicevo, dove trovarla, un’altra, un’altra così, che mi accetta per quello che sono? Fermarsi lì, al solito posto, e non fare niente, non aver voglia di niente, solo di parlare, lei e sua figlia di dieci anni, che adesso ha finito la scuola, che forse Alina vuole portare in Italia per farle fare una vacanza, io che le chiedevo quando si trovava il miliardario e lei che diceva che non è tanto il miliardario che fa la felicità, i soldi risolvono i problemi, diceva, ma non danno la felicità, e che difficile trovare un vero uomo adesso, diceva, tutti gli uomini sono diventati dei bastardi, diceva, ognuno che pensa per sé, che vuole le cose solo come vuole lui, e non ascolta gli altri, non ascolta lei, che difficile trovare un vero uomo, diceva… e lei che mi chiedeva quando mi sposavo io, e ridevo, scherzavo, tutti che me lo chiedono, dicevo, e io che non ho voglia neanche di trovare, io che le raccontavo in due parole di Marina, di Ana, di Alesia, quelle relazioni che non dicono niente, e non dicevano niente, nei pensieri, in sottofondo, sempre lei, me ne accorgevo, io che le dicevo che ero stato male, ero stato triste dopo aver perso lei, quando le dicevo che mi ero innamorato, ma non era più così, “Hai visto? Te lo dicevo che ti passava!”, e si ricordava anche questo, possibile che si ricordasse tutto di me, delle mie parole, delle mie passioni, delle mie lingue, della mia musica? Non ci credevo, era come parlare con un’amica che non vedevi da tempo, e non ci credevo più neanch’io… e le serie televisive, “The vampire diaries”, che anche lei aveva finito di guardare, “The originals”, che lei guarda ancora, Klaus che ha avuto un figlio con Keily, lei, Alina, che non si ricordava il nome, e in quell’attrice vedere lei, e in quell’attore vedere me, fantasie… io che le dicevo che avrei guardato “The originals”, in russo, in inglese, non lo so, non saprei, e non saprei neppure se guarderò quella serie televisiva, non è più come una volta, quando guardavo “The vampire diaries” e poi la notte andavo da lei per parlarne, per darci all’erotismo, non è più come allora, tantopiù che lei ora non c’è sempre, non c’è quasi mai, e il mio desiderio per lei non c’è più, glielo dicevo: “Da Alina non tornerò mai più”, “Cosa ti ho fatto?”,  mi diceva, “Niente”, è solo che ricordavo quelle notti, dove la vedevo salire con altri uomini, come una catena di montaggio, il male, il dolore, la sofferenza, come quella musica che suonava ieri notte: “Amor gitana”, dal suo cellulare, la suoneria di qualcun altro che la chiamava, quella frase che avevo letto chissà dove, che la specie umana vuole la fedeltà per assicurarsi la crescita della prole, lei, l’ucraina, Alina, che mi ricordava le tante ragazze che Costanzo si fa in Ucraina, turismo sessuale, io che non vedevo più Alina come un oggetto sessuale, io che mi dicevo ancora, quando la rivedevo: “Amore…”… ma forse amore non era, era solo un’amica, rivista dopo tanto tempo, con cui si scambiavano film e canzoni ed erotismo, in quegli anni burrascosi della mia vita, in università, circondato da ragazze, da Eugenia, da tante altre, e con un sogno d’amore e di erotismo che ancora aveva il suo nome: Alina… le fantasie erotiche per Leida che scomparivano, al rivedere Alina, lei che abita ancora qua attorno, nei pressi di Milano, come me, un po’ più in là, quella mezz’oretta a parlare che bastava per rendersi conto che, a parte la musica, le serie televisive, l’interesse per le lingue, non c’era niente, ci si sarebbe annoiati a parlare assieme un pomeriggio intero, così come mi annoiavo con Marina quando la vedevo, così come mi annoiavo con Olimpia, e bastava solo rivedere la sua bellezza, la bellezza di Alina, una bellezza non da strada, ma qualcosa di più, per rendermi conto che tutto era finito, e dentro di me risuonavano ancora canzoni, tutto l’amore per lei di una volta, e il fatto che ora si è solo amici, che sia che lei eravamo contenti di rivederci, come dicevamo, dopo tanto tempo, come due amici… e ci si salutava così, con quelle parole, con io che le dicevo che ultimamente ascoltavo “Laskovij Maj”, non so se li conosceva, dicevo, come non li conosco? Certo che li conosco! Diceva, belyie rozy, beliye rozy, e si metteva a canticchiare, la sua voce, la sua vera voce, la voce vera di una ragazza che mi parlava in russo, non con la voce odiosa di Marina, era la sua voce, la voce di lei, di Alina, e poi “Sedaya noch”, e poi “Tayushij sneg”, canzoni malinconiche, tristi, vecchie, diceva lei, sì, anni ’80, anni ’90, dicevo io, canzoni che ti farebbero morire di overdose di eroina, ogni volta che le ascolti, e dietro tutto questo, ancora lei, Alina… ci vorrebbe la musica adesso, le dicevo, ma non metto la radio in macchina senò si scarica la batteria, il silenzio, le parole che non c’erano più, la musica in me che partiva, lei e il suo salutarmi, in russo, ci vediamo, è stato un piacere rivedersi, guardarla negli occhi e vedere la luce della notte, delle stelle, della luna, la sua bellezza, Alina, scomparire… e la notte sarebbe stata stanca, disperata, malinconica, e piena di niente, la musica che non volevo ascoltare, rivedere lei e non farsi storie, solo rendersi conto di quanto si ricordava di me, dei miei gusti musicali, delle mie passioni, di me, in parole povere, che mi accettava per quello che sono, così come io accettavo lei, con gli stessi gusti musicali, ricordare la sua voce, il suo sguardo, le sue parole, e ripensare, ripensare a quando la rivedevo, e mi dicevo: “Amore…” guardandola… e la notte mi avrebbe avvolto, avvolto nel suo niente, nel suo blu, nel suo argento, in quei brillanti che erano gli occhi di lei, in quella voce angelica che era la sua, in quella bellezza d’amore perduto, mentre le nostre strade ormai sono divise, e non si incrocebbero più, amore rubato alla notte dove le sue parole alla ricerca d’amore ancora dicevano che è difficile trovare un vero uomo, alla ricerca d’amore, io che le chiedevo del miliardario, lei che mi chiedeva quando mi sposavo, siamo ancora giovani! Scherzavamo sullo stesso vecchio scherzo, che in Russia a vent’anni se non ti sposi sei già vecchio, in Italia a 70 anni sei ancora giovane, e si scherzava, e lei che diceva che preferisce pensarla all’italiana, siamo ancora giovani… eppure le strade si dividono, la musica suonava, i miei film preferiti, il ricordo di lei e un senso d’amicizia che si disperdeva nella notte, nel blu, nell’argento, delle stelle, dei suoi occhi, del suo sguardo, della sua voce, e non rimaneva più niente, se non la notte che avvolgeva tutto, e lo sguardo e la voce e la bellezza di lei, Alina, persa e mai avuta per sempre, ragazza di passaggio, e la notte avvolge ancora tutto, in me, il buio, il blu, l’argento, le stelle e la luna, lei, e la musica, e la bellezza, e ancora lei, fino a dissolversi in un niente, Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

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Uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Prendere e andare a fare un giro a Milano, di domenica mattina, passare a Paolo Sarpi, mangiare dove si mangiava con l’amico, quei pochi soldi che bastano per comprarsi una giornata differente, stare al parco, sdraiarsi e non pensare più a niente, rilassarsi e dormire, svegliarsi e prendere un caffè lì vicino, in mezzo alla massa di gente che si rilassava, vicino al parco, padri di famiglia, vecchie, adolescenti, coppie di giovani, da ogni dove, la vita in comune con mille altre persone, il cittadino che sei, tra i tanti, disperso nella folla, nessuna differenza, visione comunista del mondo, un cittadino tra i tanti, un nessuno, uno, centomila, tu e le tue passioni, leggere lo Zarathustra in tedesco al parco, che differenza faceva tra me e altri che stavano lì sdraiati, coppiette a parlarsi, altre ragazze a leggersi qualcosa, a studiare, gente che prendeva il sole, tutti con mille modi di vivere, gruppetti di amici che giocavano a pallone, con le racchette e una pallina, Milano, i milanesi, le amiche a parlare tra loro, gli amici a parlare tra loro, il ricordo di Marina che svaniva, quelle giornate con lei a passare a parlare lì al parco, come due tra i tanti, nessuna differenza, uno, nessuno, centomila, disperso nella folla, che alla fine ti senti un nessuno anche se leggi lo Zarathustra in tedesco, chi è quello? Avrebbe chiesto qualcuno di me, è uno che legge qualcosa in tedesco ad alta voce, si vede che vuole imparare quella lingua, e sognare di mondi alternativi in Germania, a lavorare, qualche lavoro umile, a parlare con altra gente, o qualche vacanza improbabile di quindici giorni, dove staresti in albergo la maggior parte del tempo, a dormire, a riposare, per la spossatezza e il caldo dell’ultimo periodo, fare conoscenza, forse no, mangiare roba schifosa, altro che dieta, quindici giorni buttati via così, con l’illusione di un lavoro che non c’è, un lavoratore immigrato tra i tanti, che non ha neanche voglia di farsi una vita, non ha niente per cui vivere, non ha obiettivi, non ha scopi, non crede in niente, quello che ero io, a cercare di non bestemmiare contro mio padre e Stas, che se ne stavano in casa per l’ennesima grigliata che non potevo sopportare, conflitti domestici da quattro soldi, quelli che ti fanno venire in mente certe notizie che vedi alla tv: “Figlio disturbato stermina famiglia e conviventi, era in cura da anni”… così, questa sensazione, quando tornavo a casa a metà pomeriggio, che avrei voluto non vedere nessuno in quel giardino, ancora alle cinque del pomeriggio, a parlare del niente, i discorsi di mio padre, di Stas, che fanno venire il latte alle ginocchia, evitare quell’ambiente, quei discorsi, che non danno felicità e non ti arricchiscono di niente, era davvero meglio leggersi lo Zarathustra in tedesco al parco… prendere e andare via di nuovo, con istinti omicidi in me, girare ancora per i parchi qua vicino, affollati, troppe macchine, meglio non sostare, la chiamata dell’amico che arrivava a salvarmi, le parole, le chiacchiere, le risate, le parole che portavano via istinti omicidi e sensi di superiorità frustrata per leggere lo Zarathustra in tedesco, il mondo là fuori è indifferente, la domenica e la sua gente, lavoratori del mondo riposatevi, una giornata così, richiamare l’amico sulla via della pizzeria dei turchi, una macchina parcheggiata targata Albania, l’aquila che vedevo, la voglio anch’io! Mi dicevo, come qualcuno che si fa qualche tatuaggio, e la solita ragazza che passava, quella che chiede sempre le sigarette in quella via, parlare al telefono con l’amico, le solite cazzate, il mondo che non è come vorremmo, i sensi di superiorità o di “noi non siamo come gli altri”, di esclusivismo, di chi vuole fare l’artista, di chi avrebbe qualcosa da dire sempre sugli “altri”, la “gente”, noi che non siamo come loro, senso di comunanza, modi di pensare di sfiammate cerebrali andate in tilt, quando pensi che sia tutto una congiura, della divinità, dei servizi segreti, degli illuminati, quando vedi cose e persone e segni attorno a te che sembra che qualcuno ti stia mandando segni, in realtà è solo perché qualcosa esce fuori dalla routine, e ti sembra un segnale divino, una congiura, una cospirazione contro di te, se facessi il giro del mondo ogni giorno questi segni li chiameresti con un solo nome: “Coincidenze”, e non segni divini… ridere e scherzare con l’amico, fermarsi in pizzeria a mangiare un kebab, dai turchi, Ataturk, gli imam, Erdogan, la mafia turca, i turchi in Germania, le solite cose che vengono in mente, altri tre romeni pieni di vita che ridevano e scherzavano tra loro al tavolo, mentre si mangiavano una pizza, due tipe amiche di dubbia qualità che parlavano tra loro, ancora una volta essere uno, nessuno, centomila, in mezzo a quella via, in quella pizzeria… calmarsi, il buon cibo che rimette a posto l’umore, gli istinti omicidi che andavano via, il ricordo di come era iniziata la mattina, con quei tre americani in treno che facevano il giro dell’Europa, non si sa perché, tre giovani amici americani, anche loro gente come tanti, degli altri uno, nessuno, centomila, mentre una signora romena parlava al telefono, una banda di ragazzini e ragazzine sudamericani che ascoltavano reggaeton, quella signora sudamericana al parco che ti diceva: “Jesu te ama! Jesu! Jesu! Jesu!”, io che uscivo da un pomeriggio fatto di Nietzsche e pensieri orientaleggianti, il caos del mondo, le mille opinioni, le mille parole, i mille modi di pensare, eppure lì, nudi e crudi, senza orpelli di parole, tante persone in una domenica stanca e calorosa come tante, tanta gente, nessuno che si distingue, uno tra i tanti, dei tanti tra i tanti, tutti diversi e uguali allo stesso tempo… bersi un caffè al bar lì vicino ai turchi, un uomo che raccontava al barista cinese di come aveva voglia di farsi un tatuaggio, la sua paura che poi gli sarebbe venuta voglia di riempirsi, perché il pianoforte “aveva un significato”, altre cose no, quale significato? Io che a volte mi arrovello sul significato mistico di stelle religiose e aquile imperiali, quale significato? I tatuaggi che alcune religioni proibiscono, i vitelli d’oro del nuovo mondo, simboli e segni e significati, che non sono altro che lavaggi del cervello fai da te, per cercare dei punti fermi che non ci sono, cose piene di significato, là dove la vita è vuota di ogni significato, ultimo ricorso a strategie di sopravvivenza di significato, nel mare di simboli e parole di questa società, il barista cinese che parlava svogliatamente con quell’italiano, che poi proseguiva parlando della sua ragazza, mentre si beveva una birra, se io parlavo così con Miryam all’altro bar mi avrebbe direttamente mandato a quel paese cinque minuti dopo… Miryam, che tra l’altro sognavo stanotte, che le parlavo, che parlavo con sua sorella che era al bar anche lei, sogno di una relazione e di parole che non ci sono, sogno notturno che rimanda ad un amore che non c’è… e invece le uniche parole di ieri erano quelle con l’amico che rivedevo la sera, serata stanca per il troppo caldo accumulato, il sonno, la stanchezza, quel caffè che non bastava, i soliti discorsi di aspiranti artisti e sceneggiatori, parlare male dell’altro amico che propone di scrivere sceneggiature e poi non dice più niente, che si scopre lavora a tecnocasa o vende macchine usate, e fa il superiore, chiama gli altri subumani, si sente superiore, non si sa per che cosa, questo gruppetto di amici che si sente superiore agli altri, forse solo per diversificarsi, per differenziarsi, la differenziazione sociale, e poi sparare a raffica contro i figli dei “borghesi”, ammesso che i borghesi esistano ancora, che hanno soldi per fare la vita da artisti, tutti che vogliono fare gli artisti, gli scrittori, i registi, i fotografi, deliri vari sul “fare la svolta”, cambiare vita facendo l’artista e guadagnare soldi a palate, i soliti vaneggiamenti di quando si aveva forse vent’anni, e pensavi che con una laurea o studiando saresti diventato qualcuno, un artista, un miliardario, uno di Hollywood, deliri che riconoscevo, un po’ come i deliri da complotti e cospirazioni, micce cerebrali che scintillano nel modo sbagliato, le solite parole, quattro passi tra la natura che sembrava uscita da un film russo sovietico, i quartieri popolari, una gelateria da quattro soldi, ma dall’apparenza che sembra quasi bella, un gelato in più che la dieta non avrebbe voluto, chi se ne frega, ogni tanto si può sgarrare, questo mondo dove non rimane niente, solo la coscienza di essere un cittadino tra i tanti, uno, nessuno, centomila, senza un lavoro preciso, con qualche soldo in tasca che ti permette di passare una domenica rilassata, qualche parola tedesca in più che ricordi, il ripasso dello Zarathustra e le cose che ti avevano colpito allora, e quelle che ti colpiscono adesso, e un senso di vuoto, di niente, di normalità, io, come un albanese tra i tanti, un lavoro da niente, due soldi in tasca, che non conti niente comunque, uno tra i tanti, senza più grandi convinzioni, idee e ideologie o fedi particolari, il postmodernismo dei segni e dei simboli, quando tutto non significa niente e niente significa tutto, il caos in me, il caos stanco, uno tra i tanti, i tanti tra i tanti, la vita che va avanti, tra artisterie e giornate stanche, tra la gente comune, in questa visione comunista del mondo, visione democratica, la libertà di essere, eppure essere come tutti, tutti uguali e diversi allo stesso tempo, uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

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Nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

E tutte le cose parlano di lei, anche in sogno, dove tornava in uno scambio di parole in russo, lei a scuola, forse in università, un ambiente mai visto, dove c’era lei, Alina, che si defilava e andava via dopo avermi detto quelle parole nella sua dolce voce russa, e mi guardava negli occhi, e vedevo il suo volto, i suoi lunghi capelli neri, le sue mani raccolte davanti al petto, che mi guardava con occhi d’amore, ma doveva andare via, voleva la sua libertà, la sua scelta di vita, lei, la ragazza ucraina con una figlia laggiù, la sua vita, la mia vita, che l’inizio di tutto non è tanto Katia e quella follia di dieci anni fa, ma è proprio lei, Alina, quando decidevo di lasciarla per smettere di bere e andare da lei, e amarla, che come diceva quel profeta “se non ami non sei nessuno”, e senza di lei, senza il ricordo e l’amore per lei non sono niente, e posso anche star qui a invocare divinità, smetterla di bere, bere meno caffè, fare tutto per essere un uomo migliore, ma senza il ricordo d’amore per lei non sono niente, sono un uomo vuoto, un uomo che vive di fantasticherie, di fantasie, di esoterismi e pensieri magici e superstizioni, mentre invece questo sogno di lei svela tutta la verità che sta nell’amore e nell’erotismo, che guardare ieri video dove comparivano russe dalla bellezza infinita e dai lunghi capelli neri corvini come lei potevano solo far tornare nei sogni il ricordo di lei e di tutto l’erotismo di una volta, svegliandomi e dormendo pieno d’amore e di passione, una passione oscura, tra il nero e il blu della notte, delle stelle e della luna, come ai tempi di lei, e la musica albanese che ieri scorreva nelle mie vene era la stessa che lei ascoltava, Sinan Hoxha, lei diceva, e tutto lo sviamento di questi due o tre anni era solo dovuto a lei, alla sua passione per i “Diari dei vampiri” che mi trasmetteva, quando ancora la lingua russa era una lingua quasi sacra, grazie alla sua dolce e suadente voce, che ora la Russia non la disprezzo, non la rigetto, non la temo più, ma rivive in lei e in me ancora una volta, pieno d’amore e d’erotismo come una volta, e se lei c’è ancora e non c’è poco importa, perché tornare indietro, cercare l’amore là dove non c’è può solo far male, come quelle parole che le dicevo: “Innamorarsi di te…”… che posso provare ad andare avanti, cercare mille scappatoie, credere di aver amato qualcun’altra, di essermi appassionato, ma era solo sviamento, fantasia, perversione, stordimento, cercare in tutti i modi di dimenticarla, cancellare i social, cancellare il diario, cancellare lei con altre ragazze, con altre fedi, con altri talismani e amuleti, ma alla fine dei conti lei ritorna sempre, anche in questo venerdì mattina, dove le parole di preghiera inglese parlano solo dell’amore perduto, e del desiderio di ricongiungersi con l’amata, al di là di tutto il delirio durato anche troppo, quasi tre anni, che lo sconvolgimento di perdere lei, cambiare palazzo dei folli e sheykh, e tutto il resto era solo una variazione sul tema di averla persa, di averla amata, di aver deciso di lasciarla e di lasciare quella via dissoluta, e anche i ricordi di Eugenia non sono niente, al di là della sua bellezza da fotomodella un po’ povera, perché tutta la passione giaceva là, tutto l’amore, tutto l’erotismo, nel ricordo di lei, che ora tutto mi è chiaro, che non serve a niente farsi di mille caffè per stare svegli, per stare “in alto”, perché nel profondo lei è ancora tutto, al di là delle mie paure di quella depressione che per un anno o due quasi mi prendeva, solo perché lei non c’era più, e ci sarebbe voluta un po’ di vitalità di Leida per farmi riprendere, ma non ci posso far niente se nel profondo lei e solo lei era la ragazza che ho amato, in russo, in tutte le lingue del mondo che poi scaturivano dall’averla perduta, e se “l’asse del mondo si spostava” quando la rivedevo era perché qualcosa e più di qualcosa lei per me aveva significato, e lo ha ancora, quando tutti gli amuleti e le superstizioni perdono di significato, e rimane solo il ricordo d’amore per lei, che né Leida né Ana possono sostituire e mi sveglio con questo spirito vampiresco, ancora una volta, ricordando il profondore dell’amore, della passione e dell’erotismo, anche nei sogni, dove compare lei, l’inizio di tutto, l’inizio di tutte queste pagine, nate dopo l’averla rivista, dopo che l’asse del mondo si spostava, e non c’è storia, vana immaginazione, elucubrazioni e teorie strane che mi possono salvare, perché davvero, come diceva quel profeta, “se non ami non sei nessuno”, e recupero me stesso, ricordo me stesso, sogno di lei, so chi sono, ora, l’uomo che l’ha amata, che si era innamorato, che soffriva e godeva e sperava e voleva vivere agli estremi, estremi ora raggiunti, sperimentati, provati, al limite della follia, e se rimangono questi amuleti da magia bianca attorno a me è per scacciare gli spiriti maligni come vampiri che potrebbero assalirmi di nuovo, se di nuovo cominciassi a pensare e desiderare solo lei, lei andata, perduta, ma non dimenticata, non rimossa dai miei abissi e dalle mie profondità, lei e il suo volto, la sua bellezza, la sua voce, la sua lingua, che peggio di tutto era pensare di ritrovarla in Marina, dalla voce non suadente, dalla bellezza non sopraffina, dalla banalità e normalità e ogni cosa senza passione, esperimento impazzito di sovrascrivere i ricordi e i sentimenti, hybris della ragione e dell’anima che pensava di rinascere con lei, di stordirsi con Leida, di ringiovanire con Ana, tutte variazioni sul tema per dimenticare lei, se ti dimentico, se ti dimentico, Alina… se ti dimentico, Alina, sono perduto, e solo nel sogno si doveva rivelare questa verità, la verità che mi fonda, dove tutte le religioserie smettono quasi di aver senso, se non fosse per la luce che mi deve guidare fuori dalle tenebre dei ricordi e dei sogni per lei, Alina, andare avanti senza più stordirsi, e non dimenticare mai lei, perché se non si ama si è perduti, è questo il fondamento di tutto, il resto è orpello, guide di condotta, niente di più, ma la base, il fondamento, l’amore per lei è ancora tutto, Alina… e con questa rivelazione mi sveglio, rinfrancato da una notte che stava impazzendo di nuovo, e solo il sogno e il ricordo e la passione e l’erotismo e l’amore potevano risvegliare il vero me stesso, nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

In bilico tra magia bianca e magia nera…

Scacciare gli spiriti maligni, amuleti oggetto nella stanza, magia bianca che porta alla liberazione, le giuste letture che cancellano gli sbagliati ricordi di ragazze che è meglio tenere lontane dalla memoria, le parole con gli amici, i film da loro consigliati, la magia dell’arte, camminare per le vie del paese e notare gente qua e là, cittadini! Mi veniva da dire, se solo la mentalità civile fosse sufficiente, ragazze che potevano essere chiunque, anche loro in mezzo ad una strada, e invece erano solo ragazze, come tante altre, senza troppa cultura forse, ragazze comuni che non dicevano niente, la gente in giro, le solite parole, i vecchi e la politica locale, la gente al bar, la gente sotto i portici, là, fino alla grotta della Madonnina… tornare indietro, ricevere messaggi dall’amico, altri film, serata rimandata, pioverà, temporale, la sera che non sa di cosa sarà fatta, la stella a nove punte che mi seguiva nell’itinerario in macchina mentre andavo a prendere mio padre e Marco in officina, là dove avevano lasciato il furgone che li aveva lasciati a piedi, la tensione del guidare, i ricordi di Ana, di Alina, di Leida, i demoni ancora in macchina, scacciati dall’amuleto che non c’era, una preghiera che elevava, prima di partire, l’elevazione di quel libro ritrovato, amuleti e oggetti magici, magia bianca della liberazione, la parete bianca di una chiesa e la croce dell’anima, una pagina bianca in me… venerdì alle porte, ramadhan che non è la mia festa, il digiuno è tutto l’anno, tantopiù che ieri notte l’anima impazziva e non si sa perché, costante lotta contro i demoni, e costante magia bianca per far sparire i demoni… non rimane niente, solo il ricordo della strada, della camminata, là, oltre i ricordi, chi in macchina mette delle croci, chi delle stelle, chi non mette niente, come me, troppo superstizioso per mettere qualcosa, troppo esoterico per affidarmi ad un simbolo unico, l’esoterico, quello che sono e sono sempre stato, come mi dicevano, sono così e mi devo accettare così, è questa la mia vera natura dopo quei libri sul sufismo, alla ricerca della tranquillità… il vuoto in me, la voglia forse di vedere film che rilassano, lo stress del lavoro che non voglio, lo stress della serata, di uscire con gli amici, di chi mi dice che guido male, di chi mi dice che guido come un quarantenne esperto, di chi non mi dice niente, la mia guida fluida, la macchina segnata, il nero della macchina, la luce nera dell’anima nel sogno della quale in visione vedevo l’aquila nera su sfondo grigio e il simbolo ermetico che rimandava a magie, sempre alla ricerca di qualcosa, di un segno, di un simbolo, per non far impazzire la mente, per farla rimanere in riga, in pista, in linea, senza gli eccessi e gli estremi, quegli estremi che amo, il centro che non so più cosa sia, dove sia, chi sia, forse la figura di una divinità lontana come quella di un madhi sempre tardi ad arrivare, eppure sempre presente, sempre lontano e vicino, sempre presente e sempre rimandato ad un futuro, costante attesa dell’anima che trovi la sua pace… il sole che presto tramonterà, la notte e le sue stelle che si avvicinano, la tranquillità della notte, dopo questi giorni stanchi, spossati, sfiaccati, forse per il caldo, forse per lo stress, non si sa bene… magia nera e bianca che lottano sempre in me, quel me stesso esoterico che alla fine si riconosce per quello che è, accettiamoci così come siamo, accettiamo gli amici, come diceva Leida, accettiamo i parenti, i genitori, i conoscenti, chiunque, senza odii e deliri, di andare altrove, di parlare in altre lingue, di fare l’eccezionale e il misterioso e il particolare, tranquillità che trovo nel digiuno, nella dieta, nella musica, nei film, nelle parole con gli amici, la mistica della sessualità che non mi prende più, la purificazione e il desiderio allo stesso tempo, senza bisogno di grandi maestri, ma solo maestri lontani, trascendentali, lontani e vicini, le mie debolezze e le mie forze, in bilico tra magia bianca e magia nera, la notte che deve arrivare, il sonno e il riposo, l’assenza di ogni immagine in me, gli incantesimi e i ricordi e le visioni, uno scritto che doveva sapere di elevazione e invece sa di magia, ristabilirsi, riprendersi, semplici regole, semplici punti fermi, non uscire dai binari, in bilico tra magia bianca e magia nera, alla ricerca dell’elevazione e della tranquillità, in questa notte che deva ancora arrivare…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

E l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Impossibile da scrivere, le lacrime e il sangue, visione finale, di compiutezza di chi era dimenticata, Leida… ritornava tutto, in quelle lacrime, in quel sangue redentore di una crocifissione che diventava una canzone, una musica, un canto, il ricordo di lei, tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, e invece tornava, nei ricordi… non c’era modo di smettere di sentire lo spirito là dove pensavo fosse ormai perduto, e quel simbolo a lungo detestato, scacciato, che si voleva estirpare, tornava con forza, come l’unico simbolo religioso rimasto, l’aquila albanese… mia crocifissione e resurrezione personale, là dove non si capisce più niente, là dove c’era la chiesa cattolica, l’ateismo, la chiesa ortodossa, l’islam, là dove c’era lei, Leida, la senza religione, al di là della religione, in quel chiedersi cos’era lei, ed era solo amore… tornavo a casa da quella chiesa solo per vedere i miei in giardino, e mi sembrava ancora di essere là, in quegli istanti, in quei giorni al mare in Albania, dove la bandiera con l’aquila svettava in ogni dove, e mi sembrava di vedere loro due, dopo la storia mia con Xhuliana, dopo la morte della nonna, i miei genitori, ancora vivi, anziani, e il ricordo di una loro foto sui monti in Grecia mi ritornava, ancora vicini, nonostante i loro continui litigi, le discordie, ancora assieme, mentre io non ho più né Xhuliana, né Leida, né Alina, e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue… non serviva a niente bersi un altro caffè al bar, quello degli anonimi, né quello, né quell’altro bar, un bar di nessuno, un bar di niente, un bar del silenzio, un bar anonimo, un bar dell’assenza… non serviva a niente bersi quel caffè, lo spirito sprofondava di nuovo nelle lacrime e ricordavo la serata prima alla vicina pizzeria dei turchi, quando incrociavo un albanese, ti je mir?, va bene?, diceva, pascià!, all’amico suo turco, l’oriente, le canzoni turceasche, le cantilene coraniche, la musica albanese, stai bene? Come va? Shum mir, molto bene, diceva un altro albanese il giorno prima, davanti al bar dei cinesi e dei romeni, e tutto ritornava in questa spritualità linguistica nel ricordo del sangue di lei, Leida, lacrime e sangue, e parole di una lingua non mia, che si elevava nei cieli, e si disperdeva nell’etere… tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, rimuovendola, solo per tornare così, dal profondo dell’anima, una voragine, le lacrime e il sangue e l’aquila che porta su di sé tutti i mali e il bene del mondo, e ogni cosa che si fa per amore va al di là del bene e del male… ricordare ieri sera in pizzeria a vedere il matrimonio di Harry e Meghan, lustro di chi in chiesa non va per espiare, ma per sancire l’amore, Harry, la mia età, il matrimonio, l’amore, e perdersi in quell’ambiente, così lontano dai fasti reali, una pizzeria di periferia, tra i turchi e gli albanesi, a chiedere a mio padre al telefono se voleva che gli portassi una pizza, anche a mia madre, la pietà famigliare dopo una giornata passata a Paolo Sarpi con quell’amico per comprare il regalo all’altro amico, una bottiglia di whiskey giapponese, e l’ambiente estraneo, e gli sconosciuti, e le sconosciute, un senso di anonimità e insignificanza, un nessuno tra i tanti, dopo che il giorno di ieri era fatto di musica satanica e apparizioni di vecchie stelle al contrario, tra le corna di una divinità degli inferi, musica di una volta, il nero dell’anima, l’inabissarsi negli inferi, solo per risalire un attimo andando in biblioteca a prendere quei libri sulla Russia, sulla Cina, e scambiare due parole e dei sorrisi con i bibliotecari, Marco e Michela, sulle avventure di altri scrittori che avevano ospitato lì, personaggi particolari, simpatici, e la voglia di vivere e di andare incontro alla gente c’era ancora, dopo l’abisso e gli inferi, c’era ancora vita, che si rimanifestava in quella canzone albanese che canticchiavo, dopo il sorriso di lei, di Michela, a salutarsi per il fine settimana, c’era ancora vita, non c’era solo il nero dell’anima, l’abisso, la stella al contrario, le corna di una divinità degli inferi, la musica del metallo nero, c’era ancora vita… e la giornata di ieri sarebbe stata così, mai avrei potuto immaginare di rinascere tra lacrime e sangue quest’oggi, ricordando lei, Leida, tre anni andati via, Ana che non può darmi quello che mi dava lei, Alina che ormai c’è e non c’è, e non può ritornare come una volta, anche se si sposta l’asse terrestre dell’anima ogni volta che la vedo, e le lacrime e il sangue erano catartiche, purificatrici, mi facevano rinascere dalle ceneri di un oltretomba nero dalla musica di metallo e sotto il segno di una stella suicida, e non c’era bisogno di libri da cieli neri di paesaggi nordici, thriller norvegesi, il diavolo, certamente, di altri scrittori, ricordavo solo le pagine sulla Russia dell’altro giorno, il messianismo russo, tra comunismo e ortodossia, vecchie parole universitarie che finalmente non mi spaventavano più e non rievocavano depressione, ma ispirazione infinita, di un’aquila, delle lacrime, del sangue, di lei, di Leida, di Alina, di Katia, e di ogni cosa… ho ancora altri libri che rievochino ora quegli anni universitari passati a sognare una Russia che non c’è, che forse c’è solo sui libri e nell’anima, e la storia ancora ritorna, per finire nell’infinito, nel ricordo di lei, e dello spirito ritrovato tra lacrime e sangue, ed ogni cosa diventa ora sacra, purificata, linda, nel ricordo di lei… e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…