Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

Rivedere lei, Alina, quando uscivo la notte, disturbato da fantasie erotiche dove compariva Leida, il desiderio… rivedere lei, e dirmi, in me: “Amore…”, al rivederla… fare giri, qua e là, le romenine dall’altra parte, nessuna voglia di fermarmi da loro, e decidere di rivedere lei, Alina, fermarmi… “Andiamo?”, “Sì…”, come va, come non va, che mi faceva piacere rivederla, e sentivo il cuore che batteva, l’amavo forse ancora? Lei che mi diceva che ogni tanto c’è ancora, non sempre, che ormai ha trovato lavoro come baby sitter, come badante, e ogni tanto, la notte, è lì… la sua bellezza, da ragazza slanciata da lunghi capelli neri corvini, il suo ovale di bellezza, i suoi occhi, la sua voce, l’amore… come va, come non va, parlare quasi esclusivamente in italiano, la lingua russa dimenticata, io che le parlavo di Stas e Larisa, l’altra coppia ucraina, io che le dicevo che loro parlano sempre in moldavo/romeno, anche lei, diceva, ma poi precisava, il russo non è che lo so un po’, diceva, lo so bene, l’ho studiato, diceva, e mi ricordavo tutte quelle parole di una volta, con lei, in russo… lei che si ricordava di me, se avevo trovato lavoro con le lingue, se avevo finito di studiare, si ricorda ancora, pensavo, non me l’aspettavo… lei che mi chiedeva se avevo anche studiato albanese, no, le dicevo, non in università, l’ho imparato un po’ con le canzoni, con i film, ma non lo parlo mai, l’albanese, come faceva a saperlo, a ricordarsi? Com’è possibile trovare una ragazza che mi chieda così delle lingue, che non dica niente perché studio l’albanese, che ascoltava la mia stessa musica, Akcent, dalla suoneria del cellulare? Come si può trovare una ragazza così, mi dicevo, dove trovarla, un’altra, un’altra così, che mi accetta per quello che sono? Fermarsi lì, al solito posto, e non fare niente, non aver voglia di niente, solo di parlare, lei e sua figlia di dieci anni, che adesso ha finito la scuola, che forse Alina vuole portare in Italia per farle fare una vacanza, io che le chiedevo quando si trovava il miliardario e lei che diceva che non è tanto il miliardario che fa la felicità, i soldi risolvono i problemi, diceva, ma non danno la felicità, e che difficile trovare un vero uomo adesso, diceva, tutti gli uomini sono diventati dei bastardi, diceva, ognuno che pensa per sé, che vuole le cose solo come vuole lui, e non ascolta gli altri, non ascolta lei, che difficile trovare un vero uomo, diceva… e lei che mi chiedeva quando mi sposavo io, e ridevo, scherzavo, tutti che me lo chiedono, dicevo, e io che non ho voglia neanche di trovare, io che le raccontavo in due parole di Marina, di Ana, di Alesia, quelle relazioni che non dicono niente, e non dicevano niente, nei pensieri, in sottofondo, sempre lei, me ne accorgevo, io che le dicevo che ero stato male, ero stato triste dopo aver perso lei, quando le dicevo che mi ero innamorato, ma non era più così, “Hai visto? Te lo dicevo che ti passava!”, e si ricordava anche questo, possibile che si ricordasse tutto di me, delle mie parole, delle mie passioni, delle mie lingue, della mia musica? Non ci credevo, era come parlare con un’amica che non vedevi da tempo, e non ci credevo più neanch’io… e le serie televisive, “The vampire diaries”, che anche lei aveva finito di guardare, “The originals”, che lei guarda ancora, Klaus che ha avuto un figlio con Keily, lei, Alina, che non si ricordava il nome, e in quell’attrice vedere lei, e in quell’attore vedere me, fantasie… io che le dicevo che avrei guardato “The originals”, in russo, in inglese, non lo so, non saprei, e non saprei neppure se guarderò quella serie televisiva, non è più come una volta, quando guardavo “The vampire diaries” e poi la notte andavo da lei per parlarne, per darci all’erotismo, non è più come allora, tantopiù che lei ora non c’è sempre, non c’è quasi mai, e il mio desiderio per lei non c’è più, glielo dicevo: “Da Alina non tornerò mai più”, “Cosa ti ho fatto?”,  mi diceva, “Niente”, è solo che ricordavo quelle notti, dove la vedevo salire con altri uomini, come una catena di montaggio, il male, il dolore, la sofferenza, come quella musica che suonava ieri notte: “Amor gitana”, dal suo cellulare, la suoneria di qualcun altro che la chiamava, quella frase che avevo letto chissà dove, che la specie umana vuole la fedeltà per assicurarsi la crescita della prole, lei, l’ucraina, Alina, che mi ricordava le tante ragazze che Costanzo si fa in Ucraina, turismo sessuale, io che non vedevo più Alina come un oggetto sessuale, io che mi dicevo ancora, quando la rivedevo: “Amore…”… ma forse amore non era, era solo un’amica, rivista dopo tanto tempo, con cui si scambiavano film e canzoni ed erotismo, in quegli anni burrascosi della mia vita, in università, circondato da ragazze, da Eugenia, da tante altre, e con un sogno d’amore e di erotismo che ancora aveva il suo nome: Alina… le fantasie erotiche per Leida che scomparivano, al rivedere Alina, lei che abita ancora qua attorno, nei pressi di Milano, come me, un po’ più in là, quella mezz’oretta a parlare che bastava per rendersi conto che, a parte la musica, le serie televisive, l’interesse per le lingue, non c’era niente, ci si sarebbe annoiati a parlare assieme un pomeriggio intero, così come mi annoiavo con Marina quando la vedevo, così come mi annoiavo con Olimpia, e bastava solo rivedere la sua bellezza, la bellezza di Alina, una bellezza non da strada, ma qualcosa di più, per rendermi conto che tutto era finito, e dentro di me risuonavano ancora canzoni, tutto l’amore per lei di una volta, e il fatto che ora si è solo amici, che sia che lei eravamo contenti di rivederci, come dicevamo, dopo tanto tempo, come due amici… e ci si salutava così, con quelle parole, con io che le dicevo che ultimamente ascoltavo “Laskovij Maj”, non so se li conosceva, dicevo, come non li conosco? Certo che li conosco! Diceva, belyie rozy, beliye rozy, e si metteva a canticchiare, la sua voce, la sua vera voce, la voce vera di una ragazza che mi parlava in russo, non con la voce odiosa di Marina, era la sua voce, la voce di lei, di Alina, e poi “Sedaya noch”, e poi “Tayushij sneg”, canzoni malinconiche, tristi, vecchie, diceva lei, sì, anni ’80, anni ’90, dicevo io, canzoni che ti farebbero morire di overdose di eroina, ogni volta che le ascolti, e dietro tutto questo, ancora lei, Alina… ci vorrebbe la musica adesso, le dicevo, ma non metto la radio in macchina senò si scarica la batteria, il silenzio, le parole che non c’erano più, la musica in me che partiva, lei e il suo salutarmi, in russo, ci vediamo, è stato un piacere rivedersi, guardarla negli occhi e vedere la luce della notte, delle stelle, della luna, la sua bellezza, Alina, scomparire… e la notte sarebbe stata stanca, disperata, malinconica, e piena di niente, la musica che non volevo ascoltare, rivedere lei e non farsi storie, solo rendersi conto di quanto si ricordava di me, dei miei gusti musicali, delle mie passioni, di me, in parole povere, che mi accettava per quello che sono, così come io accettavo lei, con gli stessi gusti musicali, ricordare la sua voce, il suo sguardo, le sue parole, e ripensare, ripensare a quando la rivedevo, e mi dicevo: “Amore…” guardandola… e la notte mi avrebbe avvolto, avvolto nel suo niente, nel suo blu, nel suo argento, in quei brillanti che erano gli occhi di lei, in quella voce angelica che era la sua, in quella bellezza d’amore perduto, mentre le nostre strade ormai sono divise, e non si incrocebbero più, amore rubato alla notte dove le sue parole alla ricerca d’amore ancora dicevano che è difficile trovare un vero uomo, alla ricerca d’amore, io che le chiedevo del miliardario, lei che mi chiedeva quando mi sposavo, siamo ancora giovani! Scherzavamo sullo stesso vecchio scherzo, che in Russia a vent’anni se non ti sposi sei già vecchio, in Italia a 70 anni sei ancora giovane, e si scherzava, e lei che diceva che preferisce pensarla all’italiana, siamo ancora giovani… eppure le strade si dividono, la musica suonava, i miei film preferiti, il ricordo di lei e un senso d’amicizia che si disperdeva nella notte, nel blu, nell’argento, delle stelle, dei suoi occhi, del suo sguardo, della sua voce, e non rimaneva più niente, se non la notte che avvolgeva tutto, e lo sguardo e la voce e la bellezza di lei, Alina, persa e mai avuta per sempre, ragazza di passaggio, e la notte avvolge ancora tutto, in me, il buio, il blu, l’argento, le stelle e la luna, lei, e la musica, e la bellezza, e ancora lei, fino a dissolversi in un niente, Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Prendere e andare a fare un giro a Milano, di domenica mattina, passare a Paolo Sarpi, mangiare dove si mangiava con l’amico, quei pochi soldi che bastano per comprarsi una giornata differente, stare al parco, sdraiarsi e non pensare più a niente, rilassarsi e dormire, svegliarsi e prendere un caffè lì vicino, in mezzo alla massa di gente che si rilassava, vicino al parco, padri di famiglia, vecchie, adolescenti, coppie di giovani, da ogni dove, la vita in comune con mille altre persone, il cittadino che sei, tra i tanti, disperso nella folla, nessuna differenza, visione comunista del mondo, un cittadino tra i tanti, un nessuno, uno, centomila, tu e le tue passioni, leggere lo Zarathustra in tedesco al parco, che differenza faceva tra me e altri che stavano lì sdraiati, coppiette a parlarsi, altre ragazze a leggersi qualcosa, a studiare, gente che prendeva il sole, tutti con mille modi di vivere, gruppetti di amici che giocavano a pallone, con le racchette e una pallina, Milano, i milanesi, le amiche a parlare tra loro, gli amici a parlare tra loro, il ricordo di Marina che svaniva, quelle giornate con lei a passare a parlare lì al parco, come due tra i tanti, nessuna differenza, uno, nessuno, centomila, disperso nella folla, che alla fine ti senti un nessuno anche se leggi lo Zarathustra in tedesco, chi è quello? Avrebbe chiesto qualcuno di me, è uno che legge qualcosa in tedesco ad alta voce, si vede che vuole imparare quella lingua, e sognare di mondi alternativi in Germania, a lavorare, qualche lavoro umile, a parlare con altra gente, o qualche vacanza improbabile di quindici giorni, dove staresti in albergo la maggior parte del tempo, a dormire, a riposare, per la spossatezza e il caldo dell’ultimo periodo, fare conoscenza, forse no, mangiare roba schifosa, altro che dieta, quindici giorni buttati via così, con l’illusione di un lavoro che non c’è, un lavoratore immigrato tra i tanti, che non ha neanche voglia di farsi una vita, non ha niente per cui vivere, non ha obiettivi, non ha scopi, non crede in niente, quello che ero io, a cercare di non bestemmiare contro mio padre e Stas, che se ne stavano in casa per l’ennesima grigliata che non potevo sopportare, conflitti domestici da quattro soldi, quelli che ti fanno venire in mente certe notizie che vedi alla tv: “Figlio disturbato stermina famiglia e conviventi, era in cura da anni”… così, questa sensazione, quando tornavo a casa a metà pomeriggio, che avrei voluto non vedere nessuno in quel giardino, ancora alle cinque del pomeriggio, a parlare del niente, i discorsi di mio padre, di Stas, che fanno venire il latte alle ginocchia, evitare quell’ambiente, quei discorsi, che non danno felicità e non ti arricchiscono di niente, era davvero meglio leggersi lo Zarathustra in tedesco al parco… prendere e andare via di nuovo, con istinti omicidi in me, girare ancora per i parchi qua vicino, affollati, troppe macchine, meglio non sostare, la chiamata dell’amico che arrivava a salvarmi, le parole, le chiacchiere, le risate, le parole che portavano via istinti omicidi e sensi di superiorità frustrata per leggere lo Zarathustra in tedesco, il mondo là fuori è indifferente, la domenica e la sua gente, lavoratori del mondo riposatevi, una giornata così, richiamare l’amico sulla via della pizzeria dei turchi, una macchina parcheggiata targata Albania, l’aquila che vedevo, la voglio anch’io! Mi dicevo, come qualcuno che si fa qualche tatuaggio, e la solita ragazza che passava, quella che chiede sempre le sigarette in quella via, parlare al telefono con l’amico, le solite cazzate, il mondo che non è come vorremmo, i sensi di superiorità o di “noi non siamo come gli altri”, di esclusivismo, di chi vuole fare l’artista, di chi avrebbe qualcosa da dire sempre sugli “altri”, la “gente”, noi che non siamo come loro, senso di comunanza, modi di pensare di sfiammate cerebrali andate in tilt, quando pensi che sia tutto una congiura, della divinità, dei servizi segreti, degli illuminati, quando vedi cose e persone e segni attorno a te che sembra che qualcuno ti stia mandando segni, in realtà è solo perché qualcosa esce fuori dalla routine, e ti sembra un segnale divino, una congiura, una cospirazione contro di te, se facessi il giro del mondo ogni giorno questi segni li chiameresti con un solo nome: “Coincidenze”, e non segni divini… ridere e scherzare con l’amico, fermarsi in pizzeria a mangiare un kebab, dai turchi, Ataturk, gli imam, Erdogan, la mafia turca, i turchi in Germania, le solite cose che vengono in mente, altri tre romeni pieni di vita che ridevano e scherzavano tra loro al tavolo, mentre si mangiavano una pizza, due tipe amiche di dubbia qualità che parlavano tra loro, ancora una volta essere uno, nessuno, centomila, in mezzo a quella via, in quella pizzeria… calmarsi, il buon cibo che rimette a posto l’umore, gli istinti omicidi che andavano via, il ricordo di come era iniziata la mattina, con quei tre americani in treno che facevano il giro dell’Europa, non si sa perché, tre giovani amici americani, anche loro gente come tanti, degli altri uno, nessuno, centomila, mentre una signora romena parlava al telefono, una banda di ragazzini e ragazzine sudamericani che ascoltavano reggaeton, quella signora sudamericana al parco che ti diceva: “Jesu te ama! Jesu! Jesu! Jesu!”, io che uscivo da un pomeriggio fatto di Nietzsche e pensieri orientaleggianti, il caos del mondo, le mille opinioni, le mille parole, i mille modi di pensare, eppure lì, nudi e crudi, senza orpelli di parole, tante persone in una domenica stanca e calorosa come tante, tanta gente, nessuno che si distingue, uno tra i tanti, dei tanti tra i tanti, tutti diversi e uguali allo stesso tempo… bersi un caffè al bar lì vicino ai turchi, un uomo che raccontava al barista cinese di come aveva voglia di farsi un tatuaggio, la sua paura che poi gli sarebbe venuta voglia di riempirsi, perché il pianoforte “aveva un significato”, altre cose no, quale significato? Io che a volte mi arrovello sul significato mistico di stelle religiose e aquile imperiali, quale significato? I tatuaggi che alcune religioni proibiscono, i vitelli d’oro del nuovo mondo, simboli e segni e significati, che non sono altro che lavaggi del cervello fai da te, per cercare dei punti fermi che non ci sono, cose piene di significato, là dove la vita è vuota di ogni significato, ultimo ricorso a strategie di sopravvivenza di significato, nel mare di simboli e parole di questa società, il barista cinese che parlava svogliatamente con quell’italiano, che poi proseguiva parlando della sua ragazza, mentre si beveva una birra, se io parlavo così con Miryam all’altro bar mi avrebbe direttamente mandato a quel paese cinque minuti dopo… Miryam, che tra l’altro sognavo stanotte, che le parlavo, che parlavo con sua sorella che era al bar anche lei, sogno di una relazione e di parole che non ci sono, sogno notturno che rimanda ad un amore che non c’è… e invece le uniche parole di ieri erano quelle con l’amico che rivedevo la sera, serata stanca per il troppo caldo accumulato, il sonno, la stanchezza, quel caffè che non bastava, i soliti discorsi di aspiranti artisti e sceneggiatori, parlare male dell’altro amico che propone di scrivere sceneggiature e poi non dice più niente, che si scopre lavora a tecnocasa o vende macchine usate, e fa il superiore, chiama gli altri subumani, si sente superiore, non si sa per che cosa, questo gruppetto di amici che si sente superiore agli altri, forse solo per diversificarsi, per differenziarsi, la differenziazione sociale, e poi sparare a raffica contro i figli dei “borghesi”, ammesso che i borghesi esistano ancora, che hanno soldi per fare la vita da artisti, tutti che vogliono fare gli artisti, gli scrittori, i registi, i fotografi, deliri vari sul “fare la svolta”, cambiare vita facendo l’artista e guadagnare soldi a palate, i soliti vaneggiamenti di quando si aveva forse vent’anni, e pensavi che con una laurea o studiando saresti diventato qualcuno, un artista, un miliardario, uno di Hollywood, deliri che riconoscevo, un po’ come i deliri da complotti e cospirazioni, micce cerebrali che scintillano nel modo sbagliato, le solite parole, quattro passi tra la natura che sembrava uscita da un film russo sovietico, i quartieri popolari, una gelateria da quattro soldi, ma dall’apparenza che sembra quasi bella, un gelato in più che la dieta non avrebbe voluto, chi se ne frega, ogni tanto si può sgarrare, questo mondo dove non rimane niente, solo la coscienza di essere un cittadino tra i tanti, uno, nessuno, centomila, senza un lavoro preciso, con qualche soldo in tasca che ti permette di passare una domenica rilassata, qualche parola tedesca in più che ricordi, il ripasso dello Zarathustra e le cose che ti avevano colpito allora, e quelle che ti colpiscono adesso, e un senso di vuoto, di niente, di normalità, io, come un albanese tra i tanti, un lavoro da niente, due soldi in tasca, che non conti niente comunque, uno tra i tanti, senza più grandi convinzioni, idee e ideologie o fedi particolari, il postmodernismo dei segni e dei simboli, quando tutto non significa niente e niente significa tutto, il caos in me, il caos stanco, uno tra i tanti, i tanti tra i tanti, la vita che va avanti, tra artisterie e giornate stanche, tra la gente comune, in questa visione comunista del mondo, visione democratica, la libertà di essere, eppure essere come tutti, tutti uguali e diversi allo stesso tempo, uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

E tutte le cose parlano di lei, anche in sogno, dove tornava in uno scambio di parole in russo, lei a scuola, forse in università, un ambiente mai visto, dove c’era lei, Alina, che si defilava e andava via dopo avermi detto quelle parole nella sua dolce voce russa, e mi guardava negli occhi, e vedevo il suo volto, i suoi lunghi capelli neri, le sue mani raccolte davanti al petto, che mi guardava con occhi d’amore, ma doveva andare via, voleva la sua libertà, la sua scelta di vita, lei, la ragazza ucraina con una figlia laggiù, la sua vita, la mia vita, che l’inizio di tutto non è tanto Katia e quella follia di dieci anni fa, ma è proprio lei, Alina, quando decidevo di lasciarla per smettere di bere e andare da lei, e amarla, che come diceva quel profeta “se non ami non sei nessuno”, e senza di lei, senza il ricordo e l’amore per lei non sono niente, e posso anche star qui a invocare divinità, smetterla di bere, bere meno caffè, fare tutto per essere un uomo migliore, ma senza il ricordo d’amore per lei non sono niente, sono un uomo vuoto, un uomo che vive di fantasticherie, di fantasie, di esoterismi e pensieri magici e superstizioni, mentre invece questo sogno di lei svela tutta la verità che sta nell’amore e nell’erotismo, che guardare ieri video dove comparivano russe dalla bellezza infinita e dai lunghi capelli neri corvini come lei potevano solo far tornare nei sogni il ricordo di lei e di tutto l’erotismo di una volta, svegliandomi e dormendo pieno d’amore e di passione, una passione oscura, tra il nero e il blu della notte, delle stelle e della luna, come ai tempi di lei, e la musica albanese che ieri scorreva nelle mie vene era la stessa che lei ascoltava, Sinan Hoxha, lei diceva, e tutto lo sviamento di questi due o tre anni era solo dovuto a lei, alla sua passione per i “Diari dei vampiri” che mi trasmetteva, quando ancora la lingua russa era una lingua quasi sacra, grazie alla sua dolce e suadente voce, che ora la Russia non la disprezzo, non la rigetto, non la temo più, ma rivive in lei e in me ancora una volta, pieno d’amore e d’erotismo come una volta, e se lei c’è ancora e non c’è poco importa, perché tornare indietro, cercare l’amore là dove non c’è può solo far male, come quelle parole che le dicevo: “Innamorarsi di te…”… che posso provare ad andare avanti, cercare mille scappatoie, credere di aver amato qualcun’altra, di essermi appassionato, ma era solo sviamento, fantasia, perversione, stordimento, cercare in tutti i modi di dimenticarla, cancellare i social, cancellare il diario, cancellare lei con altre ragazze, con altre fedi, con altri talismani e amuleti, ma alla fine dei conti lei ritorna sempre, anche in questo venerdì mattina, dove le parole di preghiera inglese parlano solo dell’amore perduto, e del desiderio di ricongiungersi con l’amata, al di là di tutto il delirio durato anche troppo, quasi tre anni, che lo sconvolgimento di perdere lei, cambiare palazzo dei folli e sheykh, e tutto il resto era solo una variazione sul tema di averla persa, di averla amata, di aver deciso di lasciarla e di lasciare quella via dissoluta, e anche i ricordi di Eugenia non sono niente, al di là della sua bellezza da fotomodella un po’ povera, perché tutta la passione giaceva là, tutto l’amore, tutto l’erotismo, nel ricordo di lei, che ora tutto mi è chiaro, che non serve a niente farsi di mille caffè per stare svegli, per stare “in alto”, perché nel profondo lei è ancora tutto, al di là delle mie paure di quella depressione che per un anno o due quasi mi prendeva, solo perché lei non c’era più, e ci sarebbe voluta un po’ di vitalità di Leida per farmi riprendere, ma non ci posso far niente se nel profondo lei e solo lei era la ragazza che ho amato, in russo, in tutte le lingue del mondo che poi scaturivano dall’averla perduta, e se “l’asse del mondo si spostava” quando la rivedevo era perché qualcosa e più di qualcosa lei per me aveva significato, e lo ha ancora, quando tutti gli amuleti e le superstizioni perdono di significato, e rimane solo il ricordo d’amore per lei, che né Leida né Ana possono sostituire e mi sveglio con questo spirito vampiresco, ancora una volta, ricordando il profondore dell’amore, della passione e dell’erotismo, anche nei sogni, dove compare lei, l’inizio di tutto, l’inizio di tutte queste pagine, nate dopo l’averla rivista, dopo che l’asse del mondo si spostava, e non c’è storia, vana immaginazione, elucubrazioni e teorie strane che mi possono salvare, perché davvero, come diceva quel profeta, “se non ami non sei nessuno”, e recupero me stesso, ricordo me stesso, sogno di lei, so chi sono, ora, l’uomo che l’ha amata, che si era innamorato, che soffriva e godeva e sperava e voleva vivere agli estremi, estremi ora raggiunti, sperimentati, provati, al limite della follia, e se rimangono questi amuleti da magia bianca attorno a me è per scacciare gli spiriti maligni come vampiri che potrebbero assalirmi di nuovo, se di nuovo cominciassi a pensare e desiderare solo lei, lei andata, perduta, ma non dimenticata, non rimossa dai miei abissi e dalle mie profondità, lei e il suo volto, la sua bellezza, la sua voce, la sua lingua, che peggio di tutto era pensare di ritrovarla in Marina, dalla voce non suadente, dalla bellezza non sopraffina, dalla banalità e normalità e ogni cosa senza passione, esperimento impazzito di sovrascrivere i ricordi e i sentimenti, hybris della ragione e dell’anima che pensava di rinascere con lei, di stordirsi con Leida, di ringiovanire con Ana, tutte variazioni sul tema per dimenticare lei, se ti dimentico, se ti dimentico, Alina… se ti dimentico, Alina, sono perduto, e solo nel sogno si doveva rivelare questa verità, la verità che mi fonda, dove tutte le religioserie smettono quasi di aver senso, se non fosse per la luce che mi deve guidare fuori dalle tenebre dei ricordi e dei sogni per lei, Alina, andare avanti senza più stordirsi, e non dimenticare mai lei, perché se non si ama si è perduti, è questo il fondamento di tutto, il resto è orpello, guide di condotta, niente di più, ma la base, il fondamento, l’amore per lei è ancora tutto, Alina… e con questa rivelazione mi sveglio, rinfrancato da una notte che stava impazzendo di nuovo, e solo il sogno e il ricordo e la passione e l’erotismo e l’amore potevano risvegliare il vero me stesso, nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

Prosa Poetica, Visioni

In questo devasto, attendendo la liberazione…

Devastato, la logica del tossicodipendente, dopo un litro di vino ieri notte, quaranta gocce di valium, 15 mg di roba chimica per sedarmi e non pensare più, non vivere più, solo addormentarsi e non pensare neanche al domani, dimenticando tutta la gente che mi attornia, la madre invadente e dalle idee strane, in cura da una vita in psichiatria, la sopportazione che raggiungeva i suoi limiti, l’altra bisbetica che fa i conti nella ditta di mio padre, che quando viene qui sembra che sia casa sua e si mette a dare ordini, non la maledico più come una volta, visto che ha la parente suora, e che ogni tanto mostra tratti umani, nonostante i difetti di tutti e tutte, gli operai ottusi leghisti, mio padre che dopo tutto ha grande pazienza con tutta questa gente che ci attornia, la famiglia ucraina illegale che ospitiamo, i loro consigli ignoranti, il loro mangiare al di là di ogni regola, la sopportazione, la pazienza, la sopportazione che raggiuge i suoi limiti, e sedarsi la notte per non pensare più, per non maledire più nessuno, sforare nella dieta e ricordare le parole di quelle due educatrici, che vedono le cose dal di fuori, e mi aiutano a cambiare prospettiva, la pazienza che ci vuole con questa gente per me, la mancanza di frequentazioni vive e vere della mia età, essere come imprigionato da questa gente che non mi va giù, eppure andare avanti, con pazienza, cercando di dimenticarla, di non farci caso, di non dover più scappare di casa per colpa loro, e ricordare quel detto del Buddha: “Do not let the behaviour of others destroy your inner peace”… e svegliarsi così, devastato, distrutto, senza alcuna voglia di lavorare, di vedere gente, di sentire anche solo parlare quella gente come quelle bisbetiche di ieri, e le parole ottuse della famiglia di mio fratello, “Questo non si fa! No! Non questo, non quello!”, “non” dappertutto, che non si può più vivere, gente che la libertà non sa neanche cosa sia, che non si è mai posta una domanda, gente che in filosofia prenderebbe sotto zero, e anche in consigli per stare bene mentalmente, per stare in pace con se stessi, gente materiale, gente povera di spirito, gente ignorante con cui devi convivere, e ignorarla, lasciarla perdere, non stare male per colpa loro, anche se ogni tanto mi verrebbe proprio voglia di prendere e andarmene via, per quindici giorni, lontano, solo per poter stare lontano da tutti e da tutto, dormire nella mia stanza d’albergo, senza l’incubo di dovermi svegliare e trovare il trambusto in casa e in officina, staccare da tutto e da tutti, e nella sedazione da cavallo della notte dimenticare anche l’eterno ritorno delle solite vecchie fantasie: fuggire all’estero, parlare inglese o altre lingue, far fruttare questa laurea che invece sta solo marcendo in mezzo all’ignoranza della gente… per fortuna ci sono gli amici, che ieri sera sentivo al telefono, ci si scambia film, si ride, si scherza, e se c’è qualcosa che mi tiene ancora in piedi è proprio la voglia di rivederli questo fine settimana, per ridere e scherzare con gente della mia età, con amici di vecchia data, e se c’è qualcosa che ancora non mi butta giù è ancora tutta la spiritualità che mi rimane, che attende sempre il momento dove le cose si aggiustano, tutto ritorna normale, pacifico, tranquillo, e non si ha più da morire di sedazione, o di rabbia, o di sonno, o di noia, o di deliri o di follia, eterno ritorno degli umori che sanno attendere il momento a partire dal quale si sta bene… e non rimane molto, non rimane niente, anzi, solo queste semplici regole che anche se non si rispettano non succede niente, si sta solo male, ma anche stare male fa parte della vita, stare attento alla dieta, non bere, lasciar perdere quelle ragazze, ricordarsi sempre di qualcosa di superiore, non prendersela, lasciar correre e avere tanta pazienza, e andare avanti così, nonostante tutto e smetterla di pensare a come scappare da questa situazione, che altrove forse è pure peggio che qui… e che mi rimane da fare in questa giornata, forse leggere notizie in tedesco in maniera svogliata, solo per riaccendere la mente, ignorare ogni cosa, lasciar perdere final fantasy che non ho voglia di giocare, stare attento ai caffè, alle sostanza psicotrope, a non agire più come la mentalità da tossicodipendente, ignorare tante cose e non riflettere più come cambiare la vita, la vita nuda e cruda che mi si presenta, spogliata di ogni orpello, ogni sovrastruttura, ogni ideologia o ideale, quando gli ideali muoiono e rimane solo la realtà… si vive così, sapendo solo che stai respirando, che sei ancora vivo, anche se ti sembra di star morendo, che sei sedato da stare male, che non hai più stimoli per lavorare, leggere, scrivere, studiare, forse solo attendi il momento di vitalità ritrovata, come ieri in quelle telefonate con gli amici, del resto non sai cosa fartene, né della laurea, né degli studi, né niente, dimenticare anche la tipa di ieri che serviva al ristorante, una tipa che ricordava a tratti Ana, a tratti Eugenia, romena anche lei, che cosa può dare? Niente, se non il sogno di qualcosa che non c’è più, e accorgersi che l’ottusità di Eugenia è diffusa, anche tra i non avventisti, vedi la famiglia di mio fratello, fatta di divieti e di dogmi, gente ignorante, che ti fa passare la voglia di parlare e di scambiare parole, se questa è la gente che ti circonda si può solo stare male… eppure andare avanti, sperare ancora che dentro di te e con i pochi con cui puoi parlare tu ti possa ritrovare e capire, scambiare parole, stare bene, e dimenticare che per il resto della giornata non hai stimoli, muori di noia, sei sull’orlo dell'”ormai mi chiudo in monastero, così non sento più niente, non vedo più nessuno”, ma poi ti riprendi e sai che alla tua libertà non puoi rinunciare, nonostante questi screzi che ora esageri, e sei fiducioso e speri che tutto possa tornare alla normalità, anche questi tuoi stati psichici alterati, che non ti fanno vedere bene il mondo e la realtà che ti circonda, e vai avanti così, e sai che la gente che ti circonda può essere salvezza e dannazione allo stesso tempo, e l’inferno non sempre sono gli altri, a volte è l’inferno che vive in te… eppure ti riprendi, vai avanti, in quella luce bianca alla fine del tunnel, di un mahdi che alla fine arriverà a dirti che in fondo va tutto bene, e che ogni male è solo passeggero, e vai avanti così, in questo devasto, attendendo la liberazione…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

E l’immagine di lei confonde favola, realtà, fantasia…

Tsk! Ivanka Trump… God bless America… e scoprivo così l’America,  con quelle parole del vecchietto altotesino amico di mio padre quando diceva “God bless America, dillo come lo dice Trump!”, e “Ivanka Trump”, la bionda, che mi ricordava Amalia, che mi ricordava Manuela, che vedevo nella stupida barista bionda del ristorante, con il tatuaggio sulla caviglia del Tao… classi popolari… filosofia antica cinese per il popolo, e chissà quali discorsi stupidi potrebbero saltare fuori se mai ci parlassi con quella… Ivanka Trump, sposata con un ebreo, Ivanka Trump, che vi vedevo Amalia, la russa, che ai tempi credevo figlia dello zar, Amalia, che nella follia per Manuela rivedevo lei… la ragazza… la ragazza che fa impazzire, con queste idee da mezzo folle che si inventa storie che non esistono, le altezze della storia e della politica internazionale che si riflettono su una che batteva la strada, una cassiera, e una barista… l’assurdità delle fantasie d’amore, la follia pura che indica però la strada: trovare moglie, o più semplicemente trovare una ragazza che ti faccia sognare come fanno sognare le immagini archetipe di una figlia dello zar, di una figlia di un presidente statunitense, assurdità di cui mi accorgo, che rimandano però al mondo della cultura, là dove cultura e follia d’amore si incontrano… e poi siamo qui, in questa periferia, io, in questa casa dipinta di bianco, in questa villetta, che dentro di me ho sempre chiamato la casa bianca, e ci sarebbero già elementi da farmi finire diretto in manicomio, se solo non mi accorgessi della follia d’amore… sì, perché in effetti basterebbe parlare un po’ con quella barista, come sarebbe bastato parlare con Manuela, come sarebbe bastato parlare con Amalia, per rendersi conto del divario tra fantasia e realtà, tra aspettative e vita vera e reale, tra queste fantasie di una follia passata e la realtà quotidiana di tutti i giorni… un lavoro umile, da niente, quello di tutti noi, quando si va al ristorante ad un pranzo di lavoro, e quelle delle servette, poco più che servette, le ragazze che fanno il marciapiede, la cameriera/barista, la cassiera, tutte figlie di un’economia di mercato che ha bisogno anche lei di lavori così, per fare andare avanti il sistema, e l’assurdità di vedere queste figure di tutti i giorni che si mischiano con la storia e la politica, tra politica, economia, storia ed erotismo… la follia dell’amore… e so che quando gli estremi si toccano si raggiunge il ridicolo, o il manicomio… che ho scoperto l’America così, nella visione di queste ragazze, nel sogno d’amore, in qualche parola detta in inglese, ascoltata in inglese alla Deutsche Welle in inglese, tra notizie internazionali e quotidiani tedeschi sulla politica, psicoterapia delle notizie tra molestatori sessuali e presidenti schizofrenici che annullano e poi riconfermano incontri di stato, figlie di presidenti che lavorano, sposate con qualche ebreo miliardario, e Israele e tutte le religioni del mondo, tra messia laicizzati di chi si occupa di diritti umani e cause umanitarie, templi che rimandano a infinite culture e ad altri messia più religiosi, rimandi ad un Iran inesistente, a qualche impero ottomano perduto, a qualche Zarathustra che ti ordina di dire, da oggi in poi: “Yes, I can!”… e altri messia che non possono niente e che però ti ricongiungono con il resto del mondo, uno tra tanti, io, in questa civiltà democratica dove uno è nessuno, è tutti, è centomila, e alla fine è anche un po’ se stesso… la singolarità nel marasma generale, cosa mi distingue dagli altri? Chi sono io? Perché proprio io? Perché proprio lei? E non vedermi in niente, in nessuno, uno tra tanti, uno che a fine giornata si mette a fare jogging come tanti altri per stare un po’ in forma, con le immagini di Men’s Health in testa, o le figure che popolavano la televisione a pranzo di quei calciatori super sportivi, e altri messia che invece si disperdono in visioni oniriche di una spossatezza che sa di litania coranica, una via di mezzo tra il sonno e la veglia, un dormire e sognare ad occhi aperti, di imperi ottomani dove la stanchezza e il torpore erano pane quotidiano, dove si fuma appunto come turchi, magari seduti al tavolino di un bar, tra gente che commenta le sue avventure erotiche e ti salva di più di mille esperti, con quel suo: “Una di più, una di meno, cosa cambia? E pensare che gliel’avevo presentata io a quel mio amico!”, “Si è autodistrutto”, “Io di giorno non torno a casa, che anche mia moglie lavora, cosa torno a casa a fare?”, la via tra il ristorante e il bar, tra le officine di lavoro, e quel computer che apre le porte dei mondi in tutte le lingue, l’assurdità del locale e del globale, il divario, il microcosmo che si confonde con il macrocosmo… e non sapere che fare in questa fine di giornata se non sognare e sognare una ragazza che non c’è, che abbia le vaghe apparenze di Ivanka Trump, Amalia, Manuela, la barista cameriera del bar, e poi nessuna, una, centomila… che te ne fai di una serata così, dove non sai neanche più se sia vigilia di shabbat, jalal, o semplicemente venerdì sera, quando le donne di strada fanno più soldi di tutta la settimana, a loro dire, e non hai voglia di vedere gli amici, di sentire nessuno, ma solo di sdraiarti sul letto, sognare, rilassarti dopo una settimana di lavoro, più stressante che faticosa, e già ti immagini il giorno dopo tra la biblioteca e l’altra pizzeria dei turchi, immerso nei tuoi sogni e nei tuoi libri, per staccare da quegli ambienti, dalle solite facce, dai soliti discorsi, e come è giusto ogni volta della giornata ti rimane solo la visione della giusta cameriera, una volta era Noemi, una volta era la romena, un’altra volta è questa Ivanka Trump rediviva che ti colora la giornata e fa parlare messia inascoltati, tra Zarathustriane memorie che ti ordinano di ripetere sempre: “Yes, I can!”, di non abbatterti, che ti ricordano quel maestro di karatè musulmano zingaro della tua adolescenza che ripeteva sempre: “Non si dice ‘non riesco’!”, e altri messia che si disperdono tra schermi televisivi, libri e immagini e icone, e buddha, madhi, e forse nessuno tra i tanti messianesimi secolarizzati e laicizzati che ti chiedi ancora cosa te ne fai della religione, se non per dire che alla fine: “Va bene così, sono vivo, respiro ancora, ho ancora tutta la vita davanti, e si sta bene insieme agli altri, e va già bene così…”, per poi concludere forse con quella frase del cameriere: “Cosa vuoi di più dalla vita? Un Amaro Lucano?”… la persuasione degli schermi mediatici e il mondo delle apparenze che si sovrappone alla realtà… e non sai che fartene della sera, troppo bella e stanca per sapere di musica, di litanie coraniche, di perle di saggezza dei libri, di stronzate con gli amici, di sogni di ragazze che sono tutte, nessuna, centomila, di mondi virtuali e immaginari che si confondo con la realtà, solo per poi alla fine accorgerti che non rimane niente, se non l’illusione e la fantasia, la fantasia che ritorna a significare come quei versi del poeta: bisogna romanticizzare il mondo, farlo diventare favola, mentre ti ripeti forse come quell’altro filosofo: “Quando il mondo vero diventa favola…”… e non ti ritrovi più, tra realtà e fantasia, e ti disperdi, nel mondo dei sogni, e scopri l’America là dove pensavi non l’avresti mai scoperta, e l’immagine di lei confonde favola, realtà, fantasia…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

In questa luce bianca, in queste vesti bianche, nel sogno di Inna e di Ana, nella visione di Manuela…

Vestito di bianco, passando al Carrefour in quell’abbigliamento un po’ ridicolo, carnevalesco, ma andava bene così… all’entrata incrociare Manuela che prendeva il caffè insieme ai suoi colleghi alle macchinette, non dirle niente, far finta di niente, perché niente non è e non era, era solo un casino, dall’uscita dalla depressione, dallo sviamento per Leida, e Ana, e aver rivisto Alina, l’inizio vero di questo blog, l’uscita dalla depressione per colpa di Alina… fare il giro nel Carrefour, ignorare tutti, Lieta, gli altri all’ortofrutta, le loro parole, i loro gesti, atteggiamento un po’ evitante il mio, ma è normale dopo gli ultimi stravolgimenti, Ana che mi dice di trovare una ragazza, il dottore che mi liquida e mi dice di cercare altri psicoterapeuti privati, meglio così, lontano da quel palazzo dei folli che ultimamente stava diventando una dipendenza psicologica, torno ad essere libero e trovo nelle religioni la psicoterapia più efficace, che non c’è modo di descriverla qui, mi bastano le pagine di Henry Corbin sulla filosofia islamica, i prossimi libri sui sufi, e le letture filosofiche tra comunismo e postcomunismo per ritrovare me stesso, insieme ai miei amici, insieme ai sogni questa notte di una ragazza che sembrava mia, la cantante Inna, nella quale rivedevo di riflesso Ana, dalla quale nel sogno sarei voluto ritornare, non per l’arte erotica, ma per giocare, per vederla giocare sul cellulare, per parlare, per ridere e scherzare, per stare assieme e sognarla come la cantante Inna con tutti quei suoi colori, quelle visioni di palazzi notturni dove c’erano oggetti magici appesi alle pareti del suo appartamento, oggetti di mille colori, e un’altra persona che mi guidava tra quei palazzi, quei conglomerati che sembravano avere una storia, un mondo magico, da sogno, tra il desiderio di Inna e di Ana, e il ricordo delle parole più vere dell’altra dottoressa, che l’ansia può capitare a tutti, e non i consigli depressivi di quell’altro medico, e la mia decisione, questa volta azzeccata e approvata dal dottore, e incitata, di ritrovare nelle religioni la giusta guida, dopo che ieri mi svegliavo che mi sembrava di svenire, anche quando uscivo nel lavoro sul furgone, e tutta la giornata mi sembrava di svenire, come una mancanza totale di zuccheri, o per i due bicchieri di vino della notte prima che mi avevano intorpidito, e vedevo di fianco a me in ogni istante la guida giusta di quel dodicesimo imam nascosto, che mi guidava, mi portava oltre i doppi sensi diabolici sparsi dappertutto, la follia, il malessere, la spossatezza e la stanchezza, la dieta che mi debilita, mi fa sentire debole, e il lavoro che stanca come non mai… e la sera era pane davvero per i miei denti quel libro sulla filosofia islamica, che mi ritrovavo, finalmente, e se la notte portava con sé i sogni di Inna e di Ana non era per puro desiderio sessuale, erotico, ma per qualcosa di più, una comunanza, una condivisione, un legame, che c’è e non c’è, che sogno più di qualsiasi altra cosa, e il periodo dell’erotismo automatico con quelle ragazze è per un po’ di tempo rimandato, fino a quando non troverò un equilibrio, fino a quando mi ricaricherò, fino a quando potrò ancora sognare, mentre il sogno di questa notte, tra Inna e Ana, basta e avanza… e mi ritrovo così, in questa mattina, con la presenza di Manuela che in fondo riderà un po’ di me, come tutti quei colleghi del supermercato, e non mi importa più di tanto, è anche il mio modo di comunicare, queste vesti bianche un po’ da tamarro nuova generazione, e tutto il caos di tutte, Ana, Leida, Marina, Alina e Manuela si fa ancora sentire, dopo un anno, che è davvero ora di darsi una calmata, e non dimenticare le visioni spirituali nate in me, che guidano e portano comunque sogni erotici la notte, quando si sta rilassati come un pascià, e così bene, che non c’è bisogno del demone dell’erotismo che ti sferzi ogni cinque minuti, e ti ossessioni tutto il giorno, tutta la notte, sempre, e vivo in questa luce bianca, in quest’assenza di immagini e di figure, e il canto litaniato del corano mi accompagna, e fa svanire parole e pensieri che si introdurrebbero come ossessioni, e vivo liberato in questa luce bianca, in queste vesti bianche, nel sogno di Inna e di Ana, nella visione di Manuela… e fa niente se forse ho perso le parole, non mi va più di parlare troppo, di creare discorsi, come succedeva troppo ultimamente per colpa di quel palazzo dei folli, dove la terapia diventa antiterapeutica quando si crea una dipendenza e un automatismo psicologico troppo forte, loro che avrebbero chissà quale chiave di risoluzione, mentre non possono offrire niente se non caos su caos… perché a volte le risposte le trovo di più in gente sconosciuta, normale, che incontro in giro, al lavoro come quando sono in giro a fare la spesa, segni che una divinità lontana mi dà, segni che non sono altro che persone più grandi di me che leggono subito nel mio volto e nei miei gesti il caos delle emozioni dentro di me, come se anche loro sapessero, se anche loro avessero vissuto tutto questo sfacelo, e sapessero già cosa si muove in me… non sto più neanche attento ai discorsi sfalsati di certi amici, certe manie, certi idee fisse, certi soliti discorsi, che vanno bene per ridere e scherzare, ma non aiutano nella purificazione, e ritorno alla sempre infinita ispirazione di una luce biance e di un mondo senza immagini che mi può guidare ancora… non c’è bisogno di grandi cose, basta sentirsi libero, tranquillo e rilassato, come un pascià, tra i sogni di Inna e di Ana, nella luce bianca, in queste vesti bianche, nella visione di Manuela…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

E l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Impossibile da scrivere, le lacrime e il sangue, visione finale, di compiutezza di chi era dimenticata, Leida… ritornava tutto, in quelle lacrime, in quel sangue redentore di una crocifissione che diventava una canzone, una musica, un canto, il ricordo di lei, tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, e invece tornava, nei ricordi… non c’era modo di smettere di sentire lo spirito là dove pensavo fosse ormai perduto, e quel simbolo a lungo detestato, scacciato, che si voleva estirpare, tornava con forza, come l’unico simbolo religioso rimasto, l’aquila albanese… mia crocifissione e resurrezione personale, là dove non si capisce più niente, là dove c’era la chiesa cattolica, l’ateismo, la chiesa ortodossa, l’islam, là dove c’era lei, Leida, la senza religione, al di là della religione, in quel chiedersi cos’era lei, ed era solo amore… tornavo a casa da quella chiesa solo per vedere i miei in giardino, e mi sembrava ancora di essere là, in quegli istanti, in quei giorni al mare in Albania, dove la bandiera con l’aquila svettava in ogni dove, e mi sembrava di vedere loro due, dopo la storia mia con Xhuliana, dopo la morte della nonna, i miei genitori, ancora vivi, anziani, e il ricordo di una loro foto sui monti in Grecia mi ritornava, ancora vicini, nonostante i loro continui litigi, le discordie, ancora assieme, mentre io non ho più né Xhuliana, né Leida, né Alina, e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue… non serviva a niente bersi un altro caffè al bar, quello degli anonimi, né quello, né quell’altro bar, un bar di nessuno, un bar di niente, un bar del silenzio, un bar anonimo, un bar dell’assenza… non serviva a niente bersi quel caffè, lo spirito sprofondava di nuovo nelle lacrime e ricordavo la serata prima alla vicina pizzeria dei turchi, quando incrociavo un albanese, ti je mir?, va bene?, diceva, pascià!, all’amico suo turco, l’oriente, le canzoni turceasche, le cantilene coraniche, la musica albanese, stai bene? Come va? Shum mir, molto bene, diceva un altro albanese il giorno prima, davanti al bar dei cinesi e dei romeni, e tutto ritornava in questa spritualità linguistica nel ricordo del sangue di lei, Leida, lacrime e sangue, e parole di una lingua non mia, che si elevava nei cieli, e si disperdeva nell’etere… tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, rimuovendola, solo per tornare così, dal profondo dell’anima, una voragine, le lacrime e il sangue e l’aquila che porta su di sé tutti i mali e il bene del mondo, e ogni cosa che si fa per amore va al di là del bene e del male… ricordare ieri sera in pizzeria a vedere il matrimonio di Harry e Meghan, lustro di chi in chiesa non va per espiare, ma per sancire l’amore, Harry, la mia età, il matrimonio, l’amore, e perdersi in quell’ambiente, così lontano dai fasti reali, una pizzeria di periferia, tra i turchi e gli albanesi, a chiedere a mio padre al telefono se voleva che gli portassi una pizza, anche a mia madre, la pietà famigliare dopo una giornata passata a Paolo Sarpi con quell’amico per comprare il regalo all’altro amico, una bottiglia di whiskey giapponese, e l’ambiente estraneo, e gli sconosciuti, e le sconosciute, un senso di anonimità e insignificanza, un nessuno tra i tanti, dopo che il giorno di ieri era fatto di musica satanica e apparizioni di vecchie stelle al contrario, tra le corna di una divinità degli inferi, musica di una volta, il nero dell’anima, l’inabissarsi negli inferi, solo per risalire un attimo andando in biblioteca a prendere quei libri sulla Russia, sulla Cina, e scambiare due parole e dei sorrisi con i bibliotecari, Marco e Michela, sulle avventure di altri scrittori che avevano ospitato lì, personaggi particolari, simpatici, e la voglia di vivere e di andare incontro alla gente c’era ancora, dopo l’abisso e gli inferi, c’era ancora vita, che si rimanifestava in quella canzone albanese che canticchiavo, dopo il sorriso di lei, di Michela, a salutarsi per il fine settimana, c’era ancora vita, non c’era solo il nero dell’anima, l’abisso, la stella al contrario, le corna di una divinità degli inferi, la musica del metallo nero, c’era ancora vita… e la giornata di ieri sarebbe stata così, mai avrei potuto immaginare di rinascere tra lacrime e sangue quest’oggi, ricordando lei, Leida, tre anni andati via, Ana che non può darmi quello che mi dava lei, Alina che ormai c’è e non c’è, e non può ritornare come una volta, anche se si sposta l’asse terrestre dell’anima ogni volta che la vedo, e le lacrime e il sangue erano catartiche, purificatrici, mi facevano rinascere dalle ceneri di un oltretomba nero dalla musica di metallo e sotto il segno di una stella suicida, e non c’era bisogno di libri da cieli neri di paesaggi nordici, thriller norvegesi, il diavolo, certamente, di altri scrittori, ricordavo solo le pagine sulla Russia dell’altro giorno, il messianismo russo, tra comunismo e ortodossia, vecchie parole universitarie che finalmente non mi spaventavano più e non rievocavano depressione, ma ispirazione infinita, di un’aquila, delle lacrime, del sangue, di lei, di Leida, di Alina, di Katia, e di ogni cosa… ho ancora altri libri che rievochino ora quegli anni universitari passati a sognare una Russia che non c’è, che forse c’è solo sui libri e nell’anima, e la storia ancora ritorna, per finire nell’infinito, nel ricordo di lei, e dello spirito ritrovato tra lacrime e sangue, ed ogni cosa diventa ora sacra, purificata, linda, nel ricordo di lei… e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Nel nulla che avanza…

Non li reggo più, non reggo più neanche i libri, neanche quelli del Dalai Lama che avrei voluto prendere in prestito, a che pro? Cercare la quiete e tutti i suoi modi quando la quiete c’è già? Non c’è bisogno di libri, neanche quelli dell’arte buddhista, dopo questa ondata di Estremo Oriente tra Paolo Sarpi e gli amici cinesi che rivedevo l’altro giorno… è già tanto se riesco a mettermi lì davanti a Final Fantasy e non pensare più a niente, e non mi va di riflettere e pensare ancora, come dicevo ad Alex, ora come ora: “Ho bisogno di dimenticare…”… dimenticare quelle ragazze, i giri dell’anima, le idee assurde su divinità fai da te, e non mi va più di leggere niente, è già tanto se leggevo quel libro leggero sulla Cina contemporanea, i cambiamenti dalla Cina antica, il maoismo, il comunismo, il consumismo, l’occidentalizzazione, libro di cultura alla fine, proprio come quelli leggeri dei tempi di Mediazione in Università… e non mi va di aprire romanzi nobel come Mo Yan o Pamuk, sono stufo, ho il rigetto, come mi dicevano le educatrici, il rigetto… che non mi va più di leggere niente, e se ho preso Vittorio Strada in biblioteca è solo per sfogliare quelle pagine che contengono sempre le stesse cose, come per fare un ripasso delle assurdità sulla Russia che sentivo in università, come per rinfrescare l’incubo, e ridipingerlo di bianco e di indifferenza, l’incubo della Russia… che non mi va neanche di star lì a guardare la televisione internazionale tedesca in inglese, le sue notizie di politica internazionale, le solite cose… ci vorrebbero solo più amici, parlare di più con loro, e il vero me stesso, i veri miei pensieri salterebbero fuori, mentre qui, nei recessi di me stesso, perso nella mia solitudine, si scatena solo l’inferno… e ogni tanto combatto con immagini della mente che vorrebbero ergersi a nuovi idoli da adorare, come aver trovato la pietra filosofale in qualche immagine, in qualche simbolo, mentre poi l’ondata del niente spazza via sempre tutto, e lo so bene, anche dopo l’ennesima ondata di Alina, che per fortuna è già passata… non so cosa farmene delle giornate, e a volte rischierei di diventare schizofrenico tra questo lavoro che c’è e non c’è, tra questi lavoratori che vanno e vengono dall’officina, e non sai quando hanno bisogno e quando no, e non sai neanche come organizzare la giornata… mi passa anche la voglia delle lingue straniere, di mettermi lì a imparare, a che pro? Perché tanto poi nessuno ti chiama, non hai voglia di parlare con nessuno, e non ti va proprio giù di metterti e imparare nuove lingue, senza che nessuno ti sostenga, ti insegni, e non sai più che fartene delle lingue imparate, né per il lavoro, né per la vita… ed è già tanto se non ti butti giù sul letto e dormi il giorno intero, come stamattina facevo, e poi dopo pranzo, solo per svegliarmi con un incubo di un disegno bianco di un leone colorato di azzurro, e lo sfondo marrone color terra, “Il mio ultimo disegno!”, dicevo nel sogno, io quattordicenne, “Il mio ultimo disegno!”, la mia parola finale, poi basta disegni, l’azzurro e il marrone, il cielo e la terra, e non riuscire a svegliarsi da quell’incubo sogno, e avere visioni del Cristo con la corona di spina, ed io che sembravo sul punto di morte in un letto di ospedale, con quella visione, e non riuscivo più a svegliarmi, e gridavo, nell’incubo: “Aiuto! Aiuto!”… mi svegliavo, poco dopo, intorpidito, intirizzito, svarionato dal troppo sonno, con la mente confusa, senza sapere più che fare, e la vita e la giornata e ogni cosa non avevano più obiettivi, non c’era più alcuno scopo, era il nulla totale, un nulla bianco che mi avvolgeva… e ciondolavo di qua e di là, prima di giocare un po’ a Final Fantasy, prima di leggere le prime pagine di quel libro orribile di Mo Yan, attratto com’ero dalla copertina con quei monaci, pensando che fosse un libro illuminante, mentre era il libro più terreno che potesse esistere, lo riportavo subito indietro… era arrivato “Impero e rivoluzione” in biblioteca, non lo leggerò neanche, mi sa, corteggiavo quel libricino del Dalai Lama invece, e lo lasciavo lì, “Nessun oggetto merita desiderio” diceva il Buddha una volta, a che pro leggere qualsiasi libro? Aprirlo? Sfogliare le pagine? Concentrarsi? Lo lasciavo lì, insieme a quell’altro sull’arte buddhista, e rovinavo la giornata con troppe sigarette, con il nulla che avanza e ti stritola il viso, un dio che riapre il suo paradiso nelle porte del nulla che mi avvolge, e non rimane più niente, forse solo la cantilena coranica di un “Audu billahi mina shaytani irrajeem”, lontano da ogni immagine, ogni parola, ogni visione, ogni desiderio, un nulla bianco che mi avvolge… non so neanche perché ieri sera provavo a cercare conforto in quelle canzoni pop di tarda epoca sovietica, i “Laskovij maj”, dalle sonorità anni ’80/’90, quelle sonorità che mi fanno venire in mente sempre delle overdose di eroina, e non mi andava più giù neanche quella musica, né nessuna altra canzone pop, né niente di niente, è il nulla bianco che avanza e mi avvolge, e non rimane più niente, più nessuno, più nessuna, e non ho neanche voglia della camminata serale, che di solito rilassa, e se la farò la farò solo per vizio/abitudine dopo cena, per silenziare ancora di più questo nulla bianco che mi avvolge, e poi non ci sarà più niente, proprio più niente, forse solo il sonno… e non mi va di far niente, sto bene così, in questa inessenza di ogni cosa, in questo rigetto, in questa stanchezza che non vuole più niente, più nessuno, più nessuna, e dormirei e basta, e mi disintossicherei da ogni cosa, e non vorrei proprio più niente, solo quei famosi quattordici giorni di vacanza che sognavo: dormire altrove, non parlare più con nessuno, alzarsi altrove, andare a dormire altrove, nel silenzio di una stanza, nella mia solitudine, lontano da tutti e da tutto e da tutte, nel nulla che avanza…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

ハ-ト, hato beer, 阿斗, atou, “Ato!”, diceva il cinese, ato, adou, lo scemo incompentente figlio di un regnante dei tempi antichi in Cina, una figura mitologica quasi, lo scemo, il folle, l’inetto, il mio nome cinesizzato: “Ato”, come mi diceva quel cinese una volta, Ato, Aldo, versione cinese del mio nome… quel cinese in quel negozio cinese di cibi, bevande, spezie, ciotole, tazze, cibi surgelati, incensi, birre e liquori estremo orientali, il Kathai, a Paolo Sarpi… Paolo Sarpi… che ci andavo sempre da adolescente, insieme ai miei amici cinesi, a comprare le cassette di musica cinese, i vcd di film cinesi, con la speranza e la voglia di imparare la lingua cinese, i miei anni con gli amici cinesi, altri, a cercare la ragazza che non arrivava mai, la ragazza cinese, quando ai tempi mi ero innamorato della vicina cinesina… tempi andati… “Paolo Sarpi, mi ricorda la mia prima gioventù, come facevo a uscire con i cinesi?”, dicevo al mio amico fumettista italiano, Barresi, “Eh, vabbè, ci sta…”, diceva lui, e il mondo si apriva… “Ato!”, diceva quel cinese quando compravo la birra giapponese al tè verde: Hato, traslitterizzazione giapponesizzante della parola inglese “Heart”, cuore, il mio nome cinese, Ato, la parola giapponese/inglese che diventava il mio nome, Ato, come mi chiamava quel cinese una volta, lo scemo, il folle, l’inetto, l’incompetente figlio di principi, il padre… il lavoro… la famiglia… nel nome del padre… il mio nome… il nome che nell’antica Cina cambiava, a seconda di chi ti nominava nella società, come in certe tribù africane, il nome nel mondo, nell’esistenza, nel vivere, non il nome della nascita, Ato, un altro mio nome, l’inetto, e Barresi che mi ricordava come mi chiamavano invece nella scuola giapponese di un tempo, Arudo, Arudo-san, アルドさん, ricordi di una vita precedente, di più vite precedenti… quando andavo alla scuola di giapponese, quando uscivo in Paolo Sarpi, quando uscivo con gli amici cinesi, quando studiavo cinese e giapponese, quando oggi, rivedendo tutti quei prodotti estremo orientali mi perdevo negli ideogrammi, nei simboli strani, nelle scritte giapponesi, come quel 白龍の酒, hakuryuu no sake, il saké del drago bianco… troppi ricordi… gli amici cinesi, l’ultima cinesina nel ristorante italo-cinese, Valeria la cinese che ogni lunedì mi serve il caffè al bar, Paolo e il suo vendermi le sigarette, Leo che mi parlava l’ultima volta della sua tipa, Alex che mi parlava della Cina… la Cina… l’Estremo Oriente… troppi ricordi… troppe suggestioni… come quella Kazaka estremo orientale che una volta mi facevo, là, vicino alle rotaie del tram, prima che comparisse Leida, poco dopo Diana la russa, forse tra Magda la polacca, e chi si ricorda più… le cinesi… le estremo orientali… i centri cinesi di massaggi che non vorrò mai frequentare, le cinesi che sono sacre, il primo amore, una cinesina, forse, la libido della mia prima giovinezza… Ato, il mio nome cinesizzato… tre bottigliette di birra, come tre lattine, tre bottigliette di birra giapponesi, e di fronte a quel cinese che mi diceva: “Ato!”, non dire niente, ritrovare solo nella sua pronuncia, nella sua voce, l’esatta pronuncia di quel cinese che una volta mi chiamava: “Ato”, cinese amico di cinesi, ai tempi di QQ, delle chat cinesi, delle amicizie, della follia ideogrammatica, delle lingue estremo orientali, l’infinito… e non dire niente a quel cinese oggi, guardarlo solo negli occhi, ridere, sapere che quel nome è un nome di un folle, e non dire niente, come spesso si usa in Cina, l’elisse delle cose, il non detto, il messo tra parentesi, il silenzio, una sospensione di parole che si fondano sul: “Non lo so”, “Non te lo dico”, “Non si può dire”… ridere e comprarsi tre birre, di fronte a quell’italiana che faceva la promoter, quella giovane ragazza, che mi diceva di assaggiare le patatine viola, di non so che tipo, assaggiarne una e dire: “E’ come le altre patatine”, “La patatina non si rifiuta mai”, diceva un cameriere una volta… e uscire da quel negozio solo con l’idea di dover fare un regalo al Barresi, il suo whiskey giapponese, Sunton o qualcosa del genere, da chiamare Fizi un pomeriggio e andare là a comprare questo benedetto whiskey, un giorno di questi… ma fa niente… pranzare con Barresi al ristorante cinese, involtini primavera, spaghetti di riso, vitello e soia, manzo e soia piccante, ravioli, pane cinese, che si mangiava tutti quanti assieme, dividendo le portate, e si mangiava bene, si mangiava tanto, forse pensando sempre all’affascinante proprietaria del Long Chang di Paolo Sarpi, la cinese già sui quarant’anni ormai, e si faceva finta di niente quando di fianco a noi si sedevano le milanesi upper class con la puzza sotto il naso, i discorsi radical chic, e si provava invece simpatia per la negretta con due figli che arrivava dopo, comunione tra le stessi classi sociali, simpatia per i poveretti, che Barresi manifestava apertamente, lui, eterno abitante di case popolari con la fissa di diventare miliardario e upper class, le classi sociali, Karl Marx, quel documentario sulla Cina che vedevo qualche giorno fa sulla televisione internazionale tedesca, documentario su Karl Marx, a dire il vero, dove però in Cina tutti conoscevano il suo nome, le basi del suo pensiero, e quel cinese dai capelli lunghi, artista, che preparava una scultura nuova di Karl Marx, la Cina, il comunismo, il socialismo, l’ateismo, e quella mia statua del drago cinese, l’Uno che diventa Due, come diceva quel filosofo, come diceva anche Mao Tse Tung, l’Uno che diventa Due, formule filosofiche quasi esoteriche, l’assenza della divinità e il mondo che da vertiale dell’Uno si fa pura orizzontale del Due, le relazioni con gli altri, pura orizzontalità d’essere, e sfacelo di ogni rapporto verticale e individuale con l’Assoluto, l’Uno, la divinità che non si può dire, il simbolismo della croce, orizzontale e verticale, e ogni cosa si risolve nell’orizzontalità, l’uno, dall’uno 一, yi, all’ 一起,yiqi, insieme, come quel cinese quando mi vedeva per quella cinesina, insieme, due, non più uno, orizzontalità infinita… e crollava di nuovo l’idolo di divinità da adorare, quando nel pomeriggio, a fine giornata passata a Paolo Sarpi, tutti i ricordi di una vita si ripresentavano: gli amici cinesi, gli amici italiani, l’eros con tutte le tipe, le conoscenze, le relazioni, e si manifestava quella verità fatta di agapè, e non più eros, di tutte le relazioni di una vita, che si manifestava il senso dell’assenza di eros in quel monaco che vedevo nella chiesa poco prima di Paolo Sarpi, l’eros di una volta e l’estasi dell’agapè, che l’ultima volta Ana mi diceva: “Sposati!”, proprio lei, maestra di eros… e tra eros e agapè mi perderei… che ritornava in mente tutto, ricordi di ogni genere, canzoni di ogni tipo, tutte le relazioni di una vita, tra amici, amate, amici andati, amici ritrovati, conoscenti di famiglia, tutte le persone viste quest’oggi, i cinesi e la Cina, l’Estremo Oriente, ogni religione che svaniva, solo un’estasi di eros e agapè senza fine, che non pensavo più neanche a quei discorsi classisti e d’odio tra quelle signore borghesi e quell’altra ragazzina che si lamentava del gas che non c’era più nel quartiere, lì al bar, che diceva del suo amico andato in Indonesia per tre mesi, non si sa a far cosa, l’Indonesia, che ricordavo le ultime letture di un paese molto musulmano, di Eugenia che è là a fare la missionaria avventista, e questa ragazzina invece faceva la snob, la borghese con la puzza sotto il naso, e Barresi poi partiva con un comizio di questi borghesi che non hanno il senso della consapevolezza, della realtà, di come in fondo dovremmo essere tutti uguali, di come Gaber cantava in “Barbera e Champagne”, la questione delle classi sociali, le divisioni, e io ritornavo sempre alla visione di quella chiesa, di quel monaco, di quel profeta andato, dalla barba e i capelli lunghi, e non ascoltavo più il rosso di Marx, e neanche della Cina, e nessun’altra cosa, nessun tempio lontano, nessun rosso russo, nessuna icona, e non ricordavo neanche più Marina, l’anno scorso, quando passavamo di lì, proprio di lì, a Paolo Sarpi, e niente di tutto questo mi veniva in mente, l’anno scorso, ai tempi di Ana, ai tempi di Leida, niente più di tutto questo… e non c’era più niente a fine giornata, non c’era più niente, solo un’estasi di ricordi di agapè e eros, e non bastavano più le canzoni, la musica, i ricordi, i desideri, e mi lasciavo andare, sotto quell’alcol che sarebbe meglio non bevessi, ma che oggi era solo la porta d’accesso alla verità: tutte le relazioni del mondo che salvano ogni cosa, l’agapè, la comunione con gli altri, la solidarietà, se vogliamo, in chiave ateistica, o le relazioni tra persone, al di là di ogni discorso classista e marxista, l’odio e gli scontri di classe, le invidie, ogni cosa si rivelava, come un’altra apocalisse, e smetteva di avere senso ogni divinità verticale e irraggiungibile, trascendentale, e tutto tornava all’orizzonte…. come ogni volta che guardo quel drago, l’Uno che si fa Due, il comunismo, il dio che non c’è, la pura orizzontalità dell’anima, e tutti i ricordi e le relazioni del mondo… la Cina… il comunismo… il socialismo… Benito il barista che diceva che Cristo, Maometto, Buddha e tutti gli altri sono tutti degli impostori, lui che si definisce sempre socialista, la sociabilità, la solidarietà, come diceva Leopardi l’ateo, l’orizzonte che vince sulla verticale, la comunione e la socievolezza, il simbolo mistico della croce, tra orizzontale e verticale, il volto di Cristo, e tutto tornava all’orizzonte… non c’è più Eugenia che con la sua mania perfettina mi vieta questo e quello, l’alcol, le sigarette, ogni cosa, non c’è più l’ossessione erotica in me quest’oggi, tutti i ricordi sanno ora di orizzonte, e non c’è più nessuna trascendenza, nessuna perfezione, abbandono i libri mistici, i libri d’altrove, i giochi, la musica, ogni cosa, mi immergo nei ricordi che sanno d’orizzonte, e non ho più bisogno di niente, di nessuno, forse solo di qualche cinesina lontana, come mi diceva Barresi: “Ma i tuoi amici cinesi non ti possono presentare una cinesina? O se le tengono per loro?”, la cinesina che non esiste, la musica cinese che non esiste, il mio nome, Ato, altra variante del mio nome, Arudo-san, gli altri miei nomi, il mio nome, io che non esisto più e mi perdo in questi ricordi di relazioni, come se fosse un’apocalisse, nell’attesa di altre relazioni, con la tipa giusta, “Sposati!”, mi diceva lei, “Quando ti sposi?”, mi dicevano i miei amici cinesi, mia madre che ai tempi dei miei 14 anni mi diceva: “Ti sposesarai con una cinesina, con una giapponesina…”… e tutti i ricordi di ideogrammi, altre lingue, cinese e giapponese, Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Non russo!”, e l’apocalisse, la fine di ogni cosa, quel monaco e quella chiesa, San Paolo Dedito, agapè, i ricordi, le relazioni, gli ideogrammi, tutta la gente del mondo, l’estasi dell’alcol, “Amo il mondo!”, si scherzava una volta su chi era un po’ ubriaco, perdersi nell’infinito orizzontale, l’agapè dei ricordi, la gente di quest’oggi, la vita, o le donne o la vita, mi dicevano, e perdersi, perdersi, perdersi, e il mondo che finisce un’altra volta nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nel cantilenare dell’anima…

E un altro sabato è passato, è quasi sera e la giornata stava per impazzire di nuovo, per colpa di Manuela, che mi manda in tilt, per quel sonno dopo pranzo che era meglio se non c’era, quelle parole di chi lavora anche il sabato, e quelle mura domestiche che mi soffocavano… e niente serviva andare in biblioteca, solo per tornare a casa, e poi dormire e poi svegliarsi con la mente sempre più confusa, provavo ad andare al parco, ma non bastava, non bastava nemmeno raccogliersi e invocare tutti gli dèi e i santi, stavo impazzendo… che mi drogavo di 5 mg di quella droga e mi stendevo sul letto, attendendo che quella droga facesse effetto… avrei dovuto davvero starmene fuori di casa, dalla mattina alla sera, il pomeriggio in biblioteca, senza incontrare le solite facce, le solite voci, ma ormai è andata così, per questo sabato… solo quando la droga faceva effetto mi riprendevo e tornavo in biblioteca, a leggere “Norwegia Wood”, e solo così mi calmavo, quasi da addormentarsi, sedato… non bastava un caffè, la gente attorno a me, le parole eccitanti del libro, ormai avevo preso la sensazione di languore e stanchezza che mi faceva sentire come un pascià… e leggevo un paio d’ore, solo per farmi venire la voglia di una pizza dai turchi, e andavo in pizzeria… non c’era nessuno, solo due marocchini, tunisini, non so, mi facevano sedere vicino a loro e non mi importava, dalle casse usciva qualche litania islamica, e rilassava ancora di più… immaginavo Abdul Bahà vestito di bianco, come l’imam nascosto che veniva a darmi le benedizioni, e il canto islamico rievocava preghiere e sure del corano, e trovavo la mia pace, nel desiderio lontano di una Manuela che non c’è… me ne stavo lì, mangiavo la mia pizza, guardavo i turchi mentre pulivano il locale, a quell’ora dove c’è poca gente, e mi sembrava di essere in Turchia, in un libro di Orhan Pamuk, lontano da tutto e da tutti, e mai più mi sarebbe venuta voglia di tornare a casa, di leggere ancora Murakami, e mi godevo solo quelle visioni dell’imam nascosto Abdul Bahà che mi aveva consigliato di prendere quella medicina, di non distruggermi, di star calmo che tutto si risolve, e mi godevo quel languore, quella visione, quella pace, quel modo di sentire che mi sembrava di essere un pascià… me ne andavo senza salutare, e mi dicevo che i prossimi sabati mai starò di nuovo a casa, con quel trambusto, quella gente che non ti dà pace, e mi promettevo di stare più attento a caffè, all’alcol, alla droga, e fare mille cose, ed essere frenetico e non fare le cose con calma e, sedato delle mie visioni e di quella droga, decidevo di bermi un altro caffè al bar lì di fianco, e comprarmi le sigarette… prendevo e poi mi fermavo ad un parchetto lì vicino, dove ora scrivo, un parchetto dove non c’è proprio nessuno, c’è solo il silenzio che tanto desideravo, e niente e nessuno che rompa le scatole, neanche la mia stessa voce che a volte diventa insopportabile… e mi rivedo in quella pizzeria, vestito di nero,  con la cantilena islamica che mi appacificava e il mio perdermi nell’infinito, nel desiderio lontano di Manuela, e dimenticato tutti, tutto e tutte e non avevo più bisogno di niente… se solo esistesse un’abitazione tutta mia, dove non sentire i miei, gli altri, i rumori della televisione, i soliti discorsi, quelle mura che a volte danno la claustrofobia, quel fracasso in me di voci, a stare a contatto con quella gente, quegli spazi, non avrei neanche bisogno di 5 mg di droga, e stasera non tentennerei a tornare a casa… ma è così, mi devo abituare, fin quando non sarà il momento, e potrò vivere lo stesso, tra visioni di imam nascosti, desideri lontani di Manuela, nel cantilenare dell’anima…