Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Svegliarsi così, con i pensieri nell’abisso, e ricordare i sogni e gli incubi della notte, mio padre che compariva in giardino insieme al suo amico che si gettava sulla sua ex moglie romena, e mio padre che si contorceva in preda alle convulsioni, tutti che ridevano, perché pensavano che fosse uno scherzo, mio fratello, mia madre, gli altri parenti, che erano lì per una qualche grigliata in famiglia, e io che mi preoccupavo, perché sapevo che la sua vita stava per finire, e gridavo: “Non è uno scherzo! Chiamate il pronto soccorso!” e vedevo mio padre che continuava a contorcersi in convulsioni, fin quando spirava, e come il film di Tarkovskij “Andrej Rublyov”, mi gettavo per terra gridando: “Papa!”… e finiva l’incubo, e mi svegliavo di notte solo per fumarmi una sigaretta, andare oltre quell’incubo e non pensare neanche più alle immagini dell’incubo di prima, dove ero finito in una Sicilia mafiosa, dove i vicini e tutti quanti erano contro di me, tramavano contro di me in una qualche consipirazione, e mi gettavano sul mare, su una specie di piattaforma galleggiante sulla quale ponevano del catrame per farmi rimanere incollato, e restare lì fino a quando non eseguivo i loro ordini, confessando qualcosa perché mi portassero via tutto con qualche inganno mafioso legalistico, e dovevo solo svegliarmi, da quegli incubi…

Tornavo a dormire senza pensarci troppo, dopo che vedevo mia madre che era sveglia anche lei di notte, non so perché, e negli altri sogni della notte doveva comparire Xhuliana… lei era là, in qualche specie di centro di accoglienza per immigrati, una sorta di scuola pubblica di notte dove si rifugiavano un sacco di migranti in via di passaggio, e lei era lì a dormire, a stare lì, posteggiata lì dopo che tornava dalla sua funzione erotica la notte, ed ero innamorato di lei, la abbracciavo, la stringevo a me, e anche lei mi abbracciava, mi baciava, come quella notte avrei voluto tanto baciarla, anni fa, in quel periodo di passione tra amore e morte, e le chiedevo quando l’avrebbero dimessa da lì, quando sarebbe stata libera di lasciare quel centro e salire su a Milano, vicino a me, lei che era confinata in Emilia, forse, nel sogno, e mi diceva che non lo sapeva, e rimanevamo lì, la notte, vicino ad un tavolo dove lei aveva lasciato le sue carte, i suoi disegni, i suoi dipinti che faceva per vincere quel senso di confinamento, e desideravo tanto averla mia, starle vicino, che lei stesse vicino a me, e ci abbracciavamo, come due veri amanti e innamorati e pieni di passione, e guardavamo al triste destino che ci aveva separati… e la notte, in quello strano centro, vagavo per i corridoi e per i capannoni, e ad un certo punto qualcuno mi accusava perché non seguivo la bibbia, era una specie di centro religioso, forse, e mi sembrava di essere finito in seno alla santa inquisizione, e mi ritrovavo a galleggiare nell’aria mentre chi mi accusava tirava fuori una bibbia che galleggiava anche lei nell’aria e perdeva poco a poco le sue pagine, e in quel sogno di distacco da Xhuliana continuavo a sognare, in una malinconia infinita, il ritorno di lei, che lei mi stesse vicino, e il suo volto dai capelli corvini, il suo ovale del volto, il suo corpo dalle belle curve mi davano conforto, e desideravo lei con nostalgia, malinconia, con amore, per quella separazione che non avrei mai saputo quando sarebbe potuta finire…

Mi svegliavo la mattina non con la mente fresca, ma piena di questi turbamenti da sogni e da incubi, e controvoglia andavo al solito bar, per vedere Paolo e Miryam e gli altri che erano lì, solo per sentire le loro parole e i loro discorsi leggeri, da mente fresca, lontani anni luce dai turbamenti che avevo in me, e mi dicevo che in fondo andare lì la mattina non è male, è una specie di cartina tornasole per vedere come sto, quali frasi direi, quali parole assurde, e mi accorgevo di essere nell’abisso, e solo sentendo le loro voci mi riprendevo un attimo, ritrovando quasi la voglia di scherzare e di dire due parole, mentre però ero come esiliato nel mio mutismo, senza voglia di dire niente, forse solo di raccogliermi un attimo e trovare il giusto umore per cominciare bene la mattinata e la giornata, senza pensare a quei sogni, a quegli incubi, e avevo voglia solo di scrivere di Xhuliana, di ricordare lei, l’ultima ispirazione, ed ogni cosa, e il sogno d’amore, e dimenticare l’incubo della morte… e ancora Xhuliana mi ispira in questa mattinata, dove non devo stravolgere la mia vita, cambiare bar o chissà che cosa, solo ricordare che la giornata comunque comincerà, se non con le parole scambiate con Paolo e Miryam almeno con le parole scambiate con gli altri, o con quelle di quando mi raccolgo per trovare la giusta voce dentro di me, e la giornata andrà avanti, con o senza il pensiero di dover tradurre, scrivere, o sentire dottori per dire che va tutto bene, e mi va solo di ricordare il sogno d’amore di Xhuliana, di quanto avrei bisogno ora di una relazione così, di quell’abbraccio di lei, del suo volto, delle sue parole, del suo amore, dei suoi baci che mi visitavano nel sogno…

Lascio perdere i film di ieri che guardavo, “The post” e “Secret window”, il primo film sulla storia del Washington Post e degli scandali del governo americano sulla guerra del Vietnam, gli hippie e quelli che protestavano, gente che allora aveva troppa fiducia nei governi e da un giorno all’altro trovava un senso alla vita dandosi alla contestazione, alla ribellione, in compagnia, con tutta quella carica utopica anni ’70, quei movimenti di liberazione che oggi farebbero sorridere, visto il risvolto individualista ed edonista del XXI secolo, che quei movimenti oggi sarebbero impensabili, anche per la quantità esagerata di notizie, dove si dice tutto di tutti, e non rimane più nienta da contestare, tra pregi e difetti dei governanti, tra mille fake news e in un mondo che ormai è diventato liquido, e non c’è più niente a cui contrapporsi, perché tutto ormai è il contrario di tutto, si naviga nel relativismo, e tutto si dissolve e tutto diventa digitale, e ognuno coltiva le proprie idee e il proprio modo di essere con internet, cercando solo quello che gli interessa, e si costruisce da solo il proprio mondo, la propria contestazione individualistica, che movimenti così ormai, come negli anni ’70, sono solo un ricordo…

Rispolveravo un po’ di inglese, così, con quel film, e guardavo anche “Secret window” di Stephen King, la storia di quel divorzio, di quella follia, di quella mania di raccontare e scrivere, che per un attimo non veniva anche a me in mente una storia con Alina, con l’Ucraina, questi ucraini che ospitiamo in casa, strane storie tra l’horror e l’onirico, dove fantasmi di una Ligeia si ripresentano, sotto le fattezze di Alina, e l’Ucraina che ormai non significa più solo lei, e le lingue dell’Est, e il sogno di Xhuliana stanotte, che forse, più avanti, qualcosa scriverò, se troverò l’ispirazione, quasi alla Edgar Allan Poe, e non so più neanch’io…

E rimango così, in questa mattinata, con il ricordo del sogno d’amore di Xhuliana, le strane suggestioni di Alina e quel film del mistero sul divorzio, sull’amore, strani altri incubi sono dimenticati, me ne frego della mente non fresca, perché se la mia anima va verso quei ricordi vuol dire che è giusto così, e continuo a sognare, forse per trovare ancora ispirazione, anche adesso, quel sogno d’amore e di mistero, Xhuliana…

Advertisements
Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

E l’anima si libera in un canto…

Amore… amore… amore… la musica paradisiaca, al risveglio, camminando per le vie, facendo i soliti giri, la notte che mi riportava alla memoria Manuela, quel parlare con gli sguardi senza parole, guardarsi negli occhi e aprire le porte del paradiso, quel desiderio d’amore che non faceva uscire nessuna parola, quel guardarsi negli occhi che era un canto paradisiaco e angelicato, là dove le parole non bastano più… perdersi nella musica, ieri notte, a cantare sotto la musica, e vedere il paradiso, “Io senza di lei non ce la faccio!”, come mi dicevo stamattina, dopo tutti i giri dell’anima l’amore che spalanca le porte del paradiso, tra le parole con Ana e lo sguardo senza fine con Manuela, che stamattina passare al Carrefour e vedere le altre cassiere erano le porte del paradiso che si dischiudevano, quella Lieta che mi ricorda ogni volta Xhuliana, tutto l’amore e la passione per lei, la musica che suonava tra gli scaffali, e dentro di me altra musica, musica paradisiaca, di canzoni albanesi vagamente orientali, e tutto il canto dell’anima si liberava, per lasciare aperte le porte del paradiso… non dimenticherò mai Manuela, quello sguardo, il sorriso e le parole di Ana, che tutto era dovuto per loro, l’amore non di qualche divinità lontana, ma di tutte quelle ragazze che ispirano l’amore e fanno non aver più bisogno di niente, liberare l’anima in un canto… che la primavera arriva senza bisogno di divinità passeggere, di istinti da soddisfare, ma tutto rimane un’ispirazione infinita che non ha più bisogno di niente se non invocare sempre se stessa, al di là di ogni comprensione e di ogni parola, e l’anima si libera in un canto… che camminavo qua e là, scambiavo due parole con l’altra cassiera, scambiavo gli sguardi, di chi sa di quanto per Manuela ero andato fuori di testa, lei che le ultime volte mi passava affianco, come per ricordarmi di lei, a San Valentino, quando la rivedevo e tutte mi passavano davanti, l’altra volta, quando, come lei fa sempre, mi stuzzicava parlando con le sue colleghe, e quello sguardo, quella musica, quel canto, il volto di lei, la sua voce e la voce e il sorriso di Ana mi ispirano più di mille storie malate di amici che non sanno fin dove può arrivare il paradiso d’amore che queste ragazze invocano come un’ispirazione infinita, e potrei vivere ancora così, con il solo ultimo ricordo, e tutta l’ispirazione che vive dentro me… e se solo potessi scrivere qualche canzone, inventare qualche canto, cercando tutta la magia di quelle note orientali, se solo potessi dedicarmi alla musica cercherei una melodia che fa volare l’anima, e dedicare a loro tutto l’amore che sento, al di là di ogni regola, di ogni parola e discorso… e mi sveglio così, come in paradiso, sotto le lettere di quel libro d’amore che fa volare l’anima, nel ricordo di loro, che mi perdo, e mi sembra di realizzare la profezia di quella filosofa bionda: “Il romantico innamorato dell’amore…”… che vivo così, con leggerezza, con il canto dell’anima che si libera in me, e non ho più bisogno di niente, tutto si volatilizza e si trasforma in canto e sembra che le porte del paradiso siano state aperte dalle sue parole e dal suo sguardo, di Ana, dalle parole di quella dottoressa che mi capiva, che mi faceva provare dei discorsi che non so neanch’io quando potrò rifare ad una ragazza che mi piace davvero, liberando l’anima, ma il ricordo di Ana basta, e la musica e il canto, e il ricordo di lei, di Manuela, e di quello sguardo senza parole, con la musica dell’anima angelica, e si spalancano le porte del paradiso… che non so che farmene di questa giornata, di questa settimana, del tempo e dei pensieri, di ogni cosa, e l’anima sa come questa giornata di primavera, dal cielo terso, il sole leggero, che riscalda quel giusto che basta, e tutta la luce della primavera si irradia in me, lasciando spazio al paradiso, alla sua musica, al suo canto, che non mi curo più di niente, solo di far volare l’anima ricordando chi mi diceva: “So che hai la sguinzica…”… Ana… Manuela… che le altre si dissolvono, e tutto diventa etereo, evanescente, si libera nell’ispirazione infinita della musica e del canto innamorato dell’amore, e così, senza fine… ispirazione infinita… e non so chi sarà ancora, chi sarà ancora, quando Manuela ricomparirà, quando Ana ricomparirà, quando qualcun’altra comparirà, e dentro di me l’amore, come una preghiera, come un canto, si liberano nell’atmosfera eterea primaverile, e l’ispirazione è infinita, e sono mai come prima innamorato dell’amore, e di Ana, e di Manuela, e di chi ancora ispira e ispira il canto dell’anima che si disperde in musica, al di là delle parole, e l’anima si libera in un canto…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

E il ricordo di Ana, il suo sorriso, la sua bellezza, la sua voce, vincevano su tutto…

Sentire gli amici al telefono, i discorsi sulle tipe, a Fizi che ritornava la scimmia di tinder e delle milf sentendo i discorsi ucraini di Costanzo, gli istinti animali su cui si faceva su quattro risate, Barre che gioca ai videogiochi per staccare, Akira remastered che forse si andrà a vedere, non si sa quando, le mie risate e il ricordo dell’ultima notte e delle ultime notti con Ana, l’unica ragazza che resta… io che mi svegliavo di notte dopo una giornata passata con troppi pensieri religiosi, troppi canti gregoriani, troppe sure del corano, la notte dove mi svegliavo e desideravo solo lei, senza di lei non ce la faccio! Gridavo nel sonno, e rivederla, scambiare due parole, la musica, gli amici, lei che sabato scorso alla pasqua ortodossa aveva fatto un solo cliente perché lì vicino c’era una chiesa ortodossa, ed era pieno di macchine, lei che il giorno dopo lo passavo con i suoi amici, a fare una grigliata, lei a cui chiedevo della sorella, come stava, lei che sorrideva, lei che si lamentava che i suoi amici le dicono che il rap italiano è musica di merda, e che dovrebbe ascoltare musica romena, da discoteca, non quella roba lì, il suo sorriso, le sue parole, il suo corpo da favola, quella ragazza che sento quasi come la mia ragazza, o comunque l’unica ragazza che mi sento di amare per ora, per cui provo affetto, altro che avventure ucraine o di tinder o di video delle storie degli amici! Gli affetti e le passioni ognuno le vive a modo suo! L’ansia, la notte, i troppi pensieri, e il suo sorriso, che da solo mi davano la forza, del non pensare troppo, risvegliarsi la mattina con il cervello in loop, squinternato, in tilt, per il lavaggio del cervello del giorno prima, per il lavaggio del cervello di quella messa che sarebbe stato meglio evitare, e non sapere più cosa fare, prendersi altre gocce di valium, dopo quelle della sera prima, la mattina, e andare al pronto soccorso… non trovavo subito l’entrata, mi convincevo, non so perché, di aver dimenticato i documenti, e incontravo una vecchietta a casaccio che cercava il pronto soccorso, una sua amica che non sapeva dov’era, e girare mezzo ospedale con questa vecchietta, al pronto soccorso, in pneumologia, in chirurgia, e dopo mezz’ora di girare qua e là trovare la sua amica, e finire quel giro nell’inferno dove, dopo tutto, sentivo la coscienza a posto, un bel gesto, il buon umore dopo tutta l’ansia dell’ultimo periodo… tornare a casa solo per accorgersi che i documenti li avevo con me, che stupido, mi dicevo, qualche assurdo lapsus freudiano che mi diceva forse era meglio evitare di cercare il pronto soccorso, ma non era così… era ormai ora di pranzo e non mi andava di pranzare con i miei, volevo uscire, quella stanza non la potevo più vedere, e me ne andavo dai turchi a mangiarmi una margherita, per vincere lo sconquasso di queste ultime settimane, sentirsi bene, mangiare con calma e con gusto, e dirsi poi: “Cià, faccio un salto al pronto soccorso!”… arrivavo là verso la una, mi accettavano, mi lasciavano in sala d’aspetto, ad attendere una fantomatica psichiatra donna, non sapevo chi mi sarebbe capitata, e attendevo, un’ora, forse un’ora e mezza, mi fumavo una sigaretta e guardavo la bella ragazza, forse rom, ma vestita di tutto punto, dalle belle forme aggraziate, dai bei capelli neri corvini, che parlava al telefono e con i suoi parenti lì all’ospedale, altre donne che passavano, e il senso di essere lì senza sapere perché… attendevo e attendevo, un’ora e mezza, e alla fine mi chiamavano, era una dottoressa alta, giovane, carina e simpatica, che mi accoglieva nello studio che l’anno scorso mi aveva visto con la dottoressa bionda che mi aveva aiutato… e cominciavo a parlare, degli ultimi deliri religiosi, i troppi pensieri in occasione di queste festività religiose, l’eccesso di libri strani, di tangenti strane, e il mio strano modo di vivere la sessualità, mentre dentro di me tutta l’ispirazione la trovavo nelle parole e nel sorriso di Ana, che desideravo, che era mia guida… la dottoressa che mi diceva che la sessualità è così, che dopo tutto quella ragazza, almeno un po’, mi vuole bene, “E’ carina!”, diceva, e mi faceva le giuste domande per capire quali strani nessi ultimamente avevo preso, troppo cerebrali, cervellotici, senza nessi, io che mi accorgevo di quel mio: “A volte ritornano”, dei ricordi dei religiosi, io che mi accorgevo dei miei eccessi, del mio andare fuori di pista, dei miei cerebralismi, e nel sottofondo il ricordo di Ana ancora mi salvava… un colloquio che sarà durato mezz’ora, forse di più, dove capivo del mio eccedere di regole e divieti, dei miei pensieri fondamentalisti e rigidi, dei miei eccessi di perfezionismo, là dove non serve, e i suoi consigli mi aiutavano, più dell’ultimo colloquio con il solito dottore troppo cervellotico, che spesso, invece di farmi bene, mi fa male, ma fa niente, mi dicevo, per fortuna che c’è questa dottoressa che mi aiuta, che mi capisce, che mi sostiene, che vede bene gli occhi di Ana in me che mi guarda e mi sorride… e andavo via, andavo via con solo una terapia leggermente modificata, la mattina, per non andare fuori di testa, io che mi dicevo che questa sarà forse l’ultima volta che mi lascerò andare a pensieri così religiosi, a rimuginazioni che non portano da nessuna parte, le rimuginazioni, i troppi divieti, le troppe regole, la poca elasticità, le paure infondate, le paranoie, la troppa solitudine e isolamento che fanno scherzi, l’eccesso di libri strani, i loop vari, la dieta troppo stretta, che mi accorgevo di tutto, finalmente, dopo quel discorso con lei… e me ne andavo via, cambiando il mio piano di fare un salto a Milano nel pomeriggio, il tempo non lo permetteva, quel grigio misto a piovigginare, e facevo solo qualche passo appena tornato a casa, qualche passo qua e là, tra i quartieri, per liberarmi e cominciare ad ascoltare Cat Music dallo smartphone, e liberarmi così in un pomeriggio e in una serata senza fine, con la musica che ascoltano anche gli amici di Ana, e quelle parole romene cercavo di capirle, come mi chiedeva la dottoressa, se cantavo, se capivo quelle parole, che chi è bravo nelle lingue di solito è anche bravo in musica, la musica, una mia antica passione mai esaudita, il canto sotto alla musica che ogni tanto uso per sfogarmi, per liberare l’anima… e tutto il pomeriggio e la sera era fatto di quella musica, di quei divieti e quelle regole che si allegerivano, una giornata senza letture, senza rimuginazioni, ma solo fatta di musica e del ricordo dei consigli di lei e di Ana, che mi sentivo da dio, anche quando mangiavo con i miei quel panino con la carne la sera, e i miei la pizza, quel giusto senso di famiglia nel quale ti senti protetto e a tuo agio, dopo i pensieri andati verso tangenti eccessive, e il ricordo di lei, e di Ana, che la sera mi permettevo anche una lattina di birra, senza tutto quello sforzarmi in rigidità di pensieri che fanno stare male, tutti quei divieti eccessivi, e mi liberavo, mi liberavo così la notte, che mi addormentavo sotto la musica, e il monitor, per tutta la notte, trasmetteva video su video di canzoni e canzoni… mi svegliavo solo verso le cinque, convinto che quella luce fosse la luce del sole, mentre era la luce del monitor rimasto acceso di un bianco eccessivo, spegnevo il pc e tornavo a dormire, e dormivo e dormivo…

La mattina, che ero indeciso o no se prendere quella terapia in più, per pensare di meno, e alla fine, dopo i caffè, mi davo a quella droga per smetterla, per farla finita con i miei raccoglimenti di divinità che non stanno in piedi, e mi rilassavo, finivo il mio libro turco sul lavoro, dove non c’era niente da fare, salutavo mio padre, Marco, con tutta tranquillità, e non maledivo più niente e nessuno, ricordando solo Ana e tutte le altre di sempre, e quegli amori che mai saranno… ero forse un po’ assonnato, verso pranzo, e mi chiedevo quando Saverio si sarebbe fatto sentire, poco importa, mi dicevo, si farà sentire un altro giorno, io per ora continuo così, senza rimuginazioni, raccoglimenti, strane idee, strani libri, che nel pomeriggio trovavo ispirazione anche nel libro d’amore “La nuova vita”, sempre di Orhan Pamuk, in inglese, quel viaggio senza fine in una vita nuova, metafora dell’amore, di qualche libro che cambia la tua vita, senza mai nominarlo, che dà l’ispirazione, l’arte come ispirazione e i sogni d’amore, la fiction d’amore di quel libro, che mi faceva sognare, mi ricordava Ana e tutte le altre e volatilizzava e alleggeriva ogni cosa, nei sogni, quasi un nuovo cielo, una nuova terra dei sogni e di poesia, che non mi importava più della scienza medica e neanche delle cose strane degli amici, io ero e sono fatto così, sempre alla ricerca d’amore, anche là dove sai che non ci potrebbe essere, e il ricordo di Ana, il suo sorriso, la sua bellezza, la sua voce, vincevano su tutto… 

E posavo quel libro, me ne fregavo dei discorsi altrui, di un sacco di scientismi, di tecnicismi, di regole e precisazioni, di perfezionismi e criticismi eccessivi su di me, di quel mondo che aveva perso la libertà, e mi godevo la serata, la libertà e la gioia, la leggerezza, e il ricordo di Ana, il suo sorriso, la sua bellezza, la sua voce, vincevano su tutto…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

E solo il canto d’angelo intona l’amore perduto, là dove le parole non bastano più…

Kur dashuri mbaron… quando l’amore finisce… la musica… il canto… che neanche ieri sapevo perché ascoltavo il corano da un recitatore turco… non potevo saperlo che i sentimenti si sarebbero trasformati in canto, questa semplice canzone, e tutto il canto dell’anima che si dissolveva nelle note orientali, nel canto malinconico e perduto, che non so neanch’io perché vado a trovare queste sonorità lontane e questi canti che sembrano usciti dalle voci degli angeli, che mi compaiono tutti gli imam del mondo e il primo amore, Katia, e l’ultimo, l’ultima ispirazione, Leida, che se le parole albanesi non bastano si trasformano solo in vocalizzi che si perdono nell’aria e nella notte che sembra cantare il suo nome, Leida, che si confonde con il nome della notte, Leila, e si incanta il disco, si incanta la musica, si incanta l’anima e non ci sarebbe mai fine a questo lamento, e lei solo compare e questo canto che sembra un lamento e malinconia che prende le sembianze di un angelo che non rivela nuove profezie o nuove rivelazioni, ma solo i sentimenti dell’amore perduto, e non c’è fine, non c’è fine, non c’è fine, e rimane solo il ricordo di lei, di Leida, e il primo amore, Katia, prima che tutto fosse consumato, e la notte vorrebbe essere fatta solo di melodie orientali albanesi dove non si capisce più quale sia il dio che mi prende e mi infesta, quale demone o quale angelo, e le parole albanesi sembrano più chiare che mai, che mi sembra di aver trovato la lingua sacra in questi vocalizzi orientali che gli angeli non saprebbero ispirare, e il mio canto arriva più in là di qualsiasi teologia e divinità e ricorda solo gli amori perduti, e una voce d’angelo mi invade e mi fa intonare questa musica che non avrebbe mai fine, il mio lamento da voce d’angelo, l’amore perduto… 

Tymi Dashnis

[Refreni:]
Ma dogje zemren fare
E hodhe si cigare
M’ka mbet vet
Tymi dashnis
Ma dogje shpirtin fare
E hodhe si cigare
M’ka mbet vet
Tymi dashnis

[Strofa: 1]
Me goten plot
Me zemren bosh
Si te buzeqesh
Kur syt kan lot
Pa ty shum ftoht
Me than harro
Se t’ka harru
Me than s’ja vlen
Por une e du
Me shpirt te du…

[Refreni:]
Ma dogje zemren fare
E hodhe si cigare
M’ka mbet vet
Tymi dashnis
Ma dogje shpirtin fare
E hodhe si cigare
M’ka mbet vet
Tymi dashnis

[Strofa: 2]
M’ke bo me t’dasht
Me pas me vujt
Nje det me lot
Pse ma ke gjujt
Shpirtin m’ke lujt
Tona t’i dhash
Por ti m’i more zemer
E kom menu veten me ty
Jo me tjeter femer
Une e ti nje mbiemer

[Refreni:]
Ma dogje zemren fare
E hodhe si cigare
M’ka mbet vet
Tymi dashnis
Ma dogje shpirtin fare
E hodhe si cigare
M’ka mbet vet
Tymi dashnis

Fumo D’amore

[Ritornello:]
Mi hai bruciato il cuore
L’hai buttato come una sigaretta
Mi è rimasto solo
Il fumo d’amore

[Strofa:1]
Col bicchiere pieno
Il cuore vuoto
Come posso sorridere
Quando gli occhi sono pieni di lacrime
Senza te fa troppo freddo
Mi hanno detto dimenticala
Che ti ha dimenticato
Mi hanno detto non ne vale la pena
Ma io la amo
La amo con l’anima

[Ritornello:]
Mi hai bruciato il cuore
L’hai buttato come una sigaretta
Mi è rimasto solo
Il fumo d’amore

[Strofa 2:]
Hai fatto si che mi innamorassi di te
Per poi farmi soffrire
Un mare di lacrime
Perché me l’hai lanciato
Mi hai scosso l’anima
Ti ho dato tutto
Ma tu amore me gli hai presi
Ho pensato a me stesso con te
Non con un’altra donna
Io e te un solo cognome

[Ritornello:]
Mi hai bruciato il cuore
L’hai buttato come una sigaretta
Mi è rimasto solo
Il fumo d’amore

E rimango così, con queste visioni, con la visione di lei e questo canto, e nessuno che mi può capire, perché l’anima voli a Oriente, e canti come un angelo, che neanche in quell’anno della follia l’angelo cantava così per Katia, il primo vero sviamento, quando il Corano mi faceva impazzire e il canto orientale, voce angelica di un amore proibito e perduto per sempre, che tutta le gelosia, l’amore e l’odio assieme non potevano bastare, e neanche la malinconia e la tristezza, e quella spiritualità stanca che ne esce, che non rimane più niente, solo il canto, non rimane più niente, né lei né nessun’altra, solo questo canto che non ha fine, come voce d’angelo che detta le sue frasi non comprensibili, se non nelle note, là dove le parole non bastano più, e non si finirebbe mai di cantare la malinconia, e la tristezza, e l’amore perduto, che l’anima si eleva ad altezze di tristezza mai sentite, e solo il canto d’angelo intona l’amore perduto, là dove le parole non bastano più…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Là dove si dissolve tutta la fantasia…

Voci angeliche, la musica, il ricordo di Katia, “Non si può dire”, inspiegabile, il nome divino che si dissolve nella musica, le storie divine che smettono di avere significato, tutta fiction dell’anima dove non si capisce più chi sia il messia, quale sia il dio, quale sia l’angelo che rivela il dissolvimento dei pensieri in fantasia, dopo che ieri pomeriggio vedevo Miryam al bar, vestita di rosso e di nero, i miei colori preferiti, un sorriso, un augurio di Pasqua, senza crederci, vestito di bianco come un pashà o un bey dei tempi antichi, o come un tamarro dei tempi moderni, l’innamoramento e il dissolversi dei dogmi, dei credi, delle filosofie, tutto si dissolveva in lei, in Miryam, ma era solo un passaggio, come gli altri infiniti passaggi di questa elevazione, rovinata per errore da troppe sigarette, da due bicchieri di vino di troppo, per smorzare quel caffè di ieri pomeriggio, per smorzare le 150 pagine lette in francese di quel libro turco, là dove si dissolve la fantasia… viaggi immaginari della mente, canzoni israeliane, sonorità e canti orientali, angelicati, disegnarsi di bianco e di azzurro, come una stella di David che dissolve il nome divino impronunciabile, “Non si può dire”, diceva lei, Katia, allora, quando il silenzio diventa la tua voce e le voci angelicate e le visioni passano dentro di te, come angeli, a illuminare il mondo e la creazione artistica di un mondo che si dissolve come favola, e di quel principio creatore non rimane che un demiurgo artista dell’anima che inventa e trova connessioni, si lascia ispirare solo per trovare alla fine quel niente dell’anima da cui scaturiscono ed emanano tutti i pensieri e le emozioni, i sentimenti e le fantasie, solo per trovare quel nulla da cui tutto scaturisce, nel ricordo notturno di Ana e nel desiderio per lei, dove ogni fede e religione e mito religioso si dissolve per lasciare spazio a un vuoto infinito che non sai più come riempire se non di fantasia, là dove si dissolve la fantasia… dell’angelo, quest’oggi, come quell’angelo che dettava i versi al profeta, quell’angelo che faceva di me un artista, quell’angelo che era lei, Katia, allora, in tutta la fantasia del mondo, quel primo amore, quel primo innamoramento che porta via l’adolescenza, e tutta l’ingenuità del mondo, che non rimane più niente a testimoniare quel passaggio, come un angelo che appariva al di là dell’Egitto per lasciarti arrivare in questa terra promessa fatta di fantasia, e neanche quelle immagini e quei simboli e quegli oggetti riescono più a contenere questo infinito susseguirsi di suggestioni e immaginazione e visioni, che rimane il vuoto di una stanza che mi vede scrivere ed essere ispirato, senza avere più niente se non lo spazio sconfinato che mi separa dal tempio e da tutto il mondo là fuori, che entra in me, per non trovare più differenza tra spazio dell’anima, spazi interni e spazi esteriori, l’anima che diventa un tutto con l’infinito, il cielo e le nuvole, che si dissolve nell’infinito… non si può più neppure pregare a questo punto, invocare una divinità sperduta, ma solo ricordare ancora lei, il primo innnamoramento, il primo sviamento, Katia, la sua bellezza, la fantasia che doveva ascendere solo per liberarsi di ogni concetto, idea, pensiero, credenza, tutto si dissolve nella fantasia e nel ricordo di lei, e non c’è niente che mi leghi più a lei se non questa canzone dalla voce angelicata, che tornava alla mente camminando in quel centro commerciale che non aveva bisogno dei miei soldi, della mia espressione attraverso i colori e i vestiti, tutto si dissolve, in questo ricordo, nel vago desiderio di Ana, in quest’ascesi che riprende anche dopo la pasqua e il suo sgarrare solo per ribadire delle semplice regole di condotta della vita, e ogni fantasia si disperde ora in questa musica, fiction di suoni e canti, si disperderà in quel libro, fiction di parole e immaginazione, e non ci sarà più bisogno di niente, forse si vorrebbe solo una vacanza infinita, una vita in vacanza, perso a sognare, a perdermi nelle nuvole, a sognare ancora e ancora, perso nelle lingue, nei ricordi, in altri luoghi, lontano da qui, dal lavoro, dalle solite facce, i soliti discorsi, solo per perdersi in una fantasia senza fine, un’ascesi senza fine nel mondo delle arti, e dissolversi ancora e ancora una volta nell’ispirazione infinita, nel ricordo primigenio di sempre, Katia, il primo innamoramento, il paradiso dei sensi e delle creazioni artistiche, là dove si dissolve tutta la fantasia…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

In quest’eterna ispirazione senza fine…

Il risveglio, il sonno sopporifero di una domenica di primavera, il giorno di Pasqua, sentire questa festa e non sentirla, sognare ancora l’aquila albanese, il ricordo del minareto, la moschea, il mare di Ksamil, la spiaggia e le isole, quel sole mediterraneo d’estate, e tutta la freschezza dell’aria, e il senso di pienezza che viene stando al sole, come un pascià, a leggere quel libro turco in francese, quel “Il mio nome è Rosso” che mai ero riuscito a finire, e leggere con tutta la tranquillità del mondo, nel mio giardino che diventava il luogo dei miei sogni ad occhi aperti, il ricordo di Katia, di Xhuliana, di tutte, ricordarle e non desiderarle, e tra quelle miniature di cui tanto si parla nel libro ricordare quella di Isa quando viene assunto nei cieli, tra gli angeli, e l’anima volava di nuovo, come un’aquila, verso il cielo, e mi riempivo di infinito, di ispirazione, che niente poteva quell’immagine di quell’altra stanza del mio amico, con un crocifisso, con l’acqua santa e la madonna, no! E’ come diceva quel libro, “Occultismo islamico”, ci si deve ancora ispirare all’Oriente, e quell’aquila e quel cielo e quel minareto e quell’eroe nazionale, e tutta l’ispirazione di sempre, il primo amore, mi davano più ispirazione di qualsiasi altra fede, e la mia anima volava, senza sapere perché, tra quelle pagine, quei ricordi, quelle suggestioni, che mai potrò dimenticare quell’aquila e quel viaggio in Albania dopo l’avventura con Xhuliana, dopo la morte di mia nonna, immagine di un altrove paradisiaco, dove mi sento ancora come un pashà, che tutti gli oggetti sterminati di stanze altrui mi ricordavano solo le mie apocalissi e le mie ascese nei cieli, le mie ascesi private, che hanno spazzato via un sacco di cose, l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù, ogni cosa, apocalissi e ascesi private che danno sull’eternità e cancellano il tempo… c’è anche la mia vera voce adesso, quella ispirata, non più quella impaurita, piena d’ansia, quella infantile, quella che va in tilt tra gli oggetti, c’è la vera ascesa dell’anima, che non importa più finalmente il luogo, il tempo, la stanza, il parco, o scappare chissà dove, o lasciarsi andare al languore del pomeriggio tra libri e sonnolenze, c’è tutto questo sole primaverile e il cielo e l’ispirazione infinita dell’Oriente, che ancora mi salva da modi di pensare errati, sentire errati, che non mi interessa più niente di niente, e le mie ossessioni si dissolvono, ispirazione infinita… e c’è la mia foto di me, di questa ascesa privata, con le mie vesti bianche da artista shqiptar, vagamente ispirato, e tutta la musica orientale mi invade, i canti cantilenati, le altre note dell’anima, che niente mi può più sconfiggere e scalfire, dopo questa ascesa, che anche i ricordi di dialoghi religiosi e spirituali e mistici possono solo portare qui, a quest’ascesa dell’anima… e visualizzerò forse per sempre il senso di quiete e sentierò sempre il senso di languore di quei paesaggi albanesi d’estate, con il sole, la mia anima rinata, ascesa, che niente può fermare questi ricordi e il ricordo di tutte quelle ragazze di sempre, che l’anima si infonde di una voluttà senza fine e si libera e si libra nei cieli come un’aquila, ne fund jam i lir si nje shqiponje qe fluturon ne qiell, e anche la parola di quel giovane romeno che incrociavo ieri si realizza, dimineata, diceva, domani, domani, domani sarei dovuto davvero salire nei cieli della mia anima e liberarmi, in questo immaginario orientale, in questi sentimenti, tra amore e morte, che mi portano sempre là, Albania, l’Est, che non ci si può spiegare da dove venga tutta questa ispirazione, tutto questo mondo che si apre a Oriente, il mondo della mia anima, che porta con sé tutte le lingue di questo mondo, tutte le ragazze, e tutti i sentimenti, che non c’è fine, non c’è sosta all’ispirazione infinita verso Oriente, e tra apocalissi e ascesi private mi ritrovo così, in questo giorno, a volare con l’anima come un’aquila nel cielo, e il sole mi riscalda, il sole dolce di primavera, e il giardino diventa un paradiso, e la mia abitazione non più una maledizione, ma un luogo nello sconfinato mondo, verso la direzione di quei templi e di quell’oriente che aprono le porte all’universo dell’anima e al suo infinito, e niente può fermare questa elevazione, questo sentire che si dissolve nell’infinito, e in me l’ispirazione infinita vive, e mi vedo ora, così, nelle mie vesti bianche, ispirato e liberato, invincibile, in quest’eterna ispirazione senza fine…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

In tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

Riposo di languore, ieri dopo pranzo, nel bianco delle nuove vesti, liberato, il languore e il senso di vuoto che mi invadeva, un bianco nulla in cui perdermi, la voglia di stare per giorni e giorni così, disteso sul letto, a contemplare la vuotezza, a riposare, a lasciarmi andare alla stanchezza, e all’assenza di pensieri, una strana voluttà, uno strano languore che non finivano più, e un senso di aurea mistica e spirituale, nella voluttà del nulla… alzarsi di nuovo, ricordando vagamente la breve giornata lavorativa, l’ispirazione della luce bianca e della sua vuotezza, bersi un Nescafé e far ricominciare il mondo, là dove era finito… ricordarsi ancora del tempio, e dell’ispirazione infinita di quell’aquila albanese, l’oriente a cui ispirarsi, e andare in biblioteca a prendere in prestito “Occultismo islamico”… non aver voglia di stare lì in biblioteca, tra ragazzini e madri in cerca di libri, a fare i compiti, giovani universitari che studiavano, e altra gente, voler stare in pace, nel languore del nulla a leggere quel libro sull’occultismo islamico, quel libro di filosofia che mi dava ispirazione, in una giornata vuota, una lettura altrettanto vuota, al di là delle estasi plotiniane, al di là degli altri riferimenti al taoismo, all’induismo, quel nulla da cui scaturiscono tutte le cose, e la voluttà della lettura… quel libro andava come niente, per tutto il pomeriggio, e mi sentivo rigenerato in quel languore, che la sera potevo anche cominciare a leggere Guénon, senza paura di occultismi che chissà dove mi avrebbero portato, lo stile leggero, la critica all’occidente sempre più materialista e razionalista, scientista, quell’utopia scientifica e tecnica che rende arida l’anima, la despiritualizza, la spoetizza, mentre l’oriente è ancora pieno di ispirazione infinita, gustarsi quelle pagine e veder dissolversi l’idolo dei pensieri scientisti in me che erano solo deliri e recuperare quella visione di un tempo, quella mistica orientale che va al di là del tempo, dello spazio, delle parole, di tutti i racconti che ci possiamo fare, e ogni discorso, ogni parola, ogni immaginazione si dissolveva come si dissolverebbe un racconto fantasy, una fiction, una fantasia e un film dell’anima, nell’infinito delle parole e delle immagini… la sera… guardare quel film di cui ho regalato il libro a mio nipote: “Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo”, bel film, quasi disneyano, pulito, che con una storia piacevole rievoca i miti greci, tra idre, meduse e mangiatori di loto, discese negli inferi, scontri tra dèi evitati, una bella visione, in un inglese semplice e pulito, la bellezza delle lingue straniere, della mitologia, dei film fatti bene e leggeri, un piacere senza fine e il ricordo di chiedere qualcosa a mio nipote quando magari ci si rivedrà, tra film e libro, così, per curiosità, ed essere contento di aver regalato quella storia, sempre su onde disneyane, ma al di là di Topolino, per crescere, le amicizie dell’adolescenza, gli scontri con i più grandi, la ragazza e l’amico, la voglia di combattere le meduse, le idre, le discese negli inferi, i mangiatori di loto, metafore antiche di religioni antiche, che sono tutte narrazioni di come a volte l’anima possa perdersi e riprendersi, e andare avanti… la notte… strani voci di sottofondo in me, esoterismi ritrovati che si lasciavano andare nel sottofondo, tra visioni personali e giochi di parole, giochi di voci, evocazioni di altri modi di vivere, degli strani giri dell’anima nel sottofondo, e voler uscire la notte alla ricerca di qualcuna, solo per uno sguardo, solo per non perdermi in me la notte… il giro in macchina, in tutta libertà, là fuori, nella libertà della notte, le ragazze che non c’erano, Ana e sua sorella, il vago pensiero di un venerdì santo da non ricordare, la libertà della notte, la vitalità, dopo tante sensazioni spente e degli abissi dell’ultimo periodo, la luce bianca dell’anima nella notte, e la lucidità… girare ancora e vedere la nuova shqiptare, bellezza da case popolari, lei, con quei pantaloncini jeans non più lunghi della vita, la maglietta nera, i suoi capelli biondi, visione di una Laura Nexha di tutti, e la voglia di lasciarla lì, in libertà, mentre mi fermavo a fare benzina, e un’altra macchina la riportava a casa… strana ispirazione notturna, che per non sentire più le mie strane voci di sottofondo, molto lontane, da un sonno che non voleva arrivare per la vitalità ritrovata, ascoltavo qualche canzone albanese, nella notte, e mi liberavo… la notte, nei sogni, il sogno erotico di Xhuliana, dispersa nel tempo e nello spazio, visione di puro erotismo, pura voluttà, puro ricordo, il sogno erotico di lei… svegliarsi, la mattina, con il ricordo di lei, Xhuliana, quel piacere infinito che una volta c’era, la visione della nuova shqiptare, altra vuotezza che mi avvolgeva, l’infinito dei pensieri e delle suggestioni, delle ispirazioni, in tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Le spiritualità oscure e le allucinazioni dorate……

OstrovUn altro film ortodosso, “L’isola”, Ostrov, di Pavel Loungine, la lingua russa, epurata dalle parole dei notiziari ventiquattro ore su ventiquattro, dopo la giornata passata a studiare tedesco, i documentari sul Giappone, le notizie in inglese, Hyperion in tedesco, che non riuscivo a concentrarmi per più di cinque capitoli, e la lingua russa mi invadeva, dopo che l’altra sera mi invadeva con la musica da eroina anni ’80 dei Laskovij Maj, vedere post su Facebook dove la prof russa celebrava l’anniversario di tre anni con un ex studente, sorridente, televisivo, il giorno della sua laurea, il ricordo dei miei anni di università, il ricordo dei tempi di Alina, di Eugenia, del dopo di loro, alle prese con chissà quali malevoli spiriti, il nero dell’anima despiritualizzato, una spiritual black dimension che non aveva niente a che vedere con questo nero che ora porto, un nero dei vestiti come per espiare e non farmi più allucinare da visioni di luci abbaglianti dell’anima… le luci abbaglianti dell’anima… che non riuscivo a finire di vedere il film, Ostrov, avevo bisogno di raccogliermi, di pensare a me un attimo, di distaccarmi da quel pc, quelle troppe immagini, quelle troppe parole, e mi sdraiavo sul letto, nell’oscurità, e continuavo a perdermi sul volto in bianco e nero del Cristo morto, quello che c’è là in chiesa da me, come il volto di un monaco, le icone, la vera pace dell’anima nera, che pensavo anche ad andare in Kosovo, in qualche campo di volontariato dove leggevo l’anno scorso che c’erano dei monaci ortodossi, forse serbi, con cui spendere una quindicina di giorni d’estate, controllavo il sito, quel campo non c’era più, come non c’era nessun campo in Romania, e non pensavo più neanche a scappare in vacanza chissà dove, in Romania, in Norvegia, chissà dove, tanto più da solo, che da soli molto spesso si viaggia in compagnia del maligno, se non fosse che se si tiene un sentimento di penitenza tutto è possibile, anche diminuire di fumare, per esempio, come ieri, senza concentrarsi sulle cose, sui libri, su internet, sui pc, sulle immagini, su strane connessioni cerebrali e di immagini e di parole, se si esce dal mondo, in quella vera dimensione spirituale oscura ci si salva davvero… arrivava Stas poi ieri notte, che era stato via tutta la giornata, a rifare il codice fiscale, gli aprivo il cancello, la porta, ci si salutava e ci si augurava una buona notte, intanto mia madre aspettava mio padre che sarebbe tornato la notte, da Fuerte Ventura, e io mi perdevo per un attimo mangiando tre biscotti di troppo, un bicchiere di vino rosso di troppo, una sigaretta di troppo, e mi veniva in mente l’inferno avventista, quelle loro regole scientiste che non portano da nessuna parte, i divieti assoluti, le regole inderogabili, il fatalismo delle leggi scientifiche, l’inferno della scienza che vincevo solo con un grano di fede in quella dimensione spirituale oscura che archivia la razionalità scientifica ottusa, e apre mondi su mondi, e continuavo a immaginare il volto… mi perdevo… ritornava in mente la prof di filosofia, il sogno erotico allucinato, la luce dorata e bionda dei suoi capelli, il desiderio erotico, e la voglia di uscire si faceva sentire, andare forse a cercare la sorella di Ana, parlare romeno, ricordare l’ultima apocalisse privata, e mezzo fleshato uscivo di notte in macchina… non c’erano, né lei, né sua sorella, troppo tardi, forse, mezzanotte di lunedì, che vedevo Isabela e la sua amica camminare sulle rotaie del tram per tornarsene a casa, altre non ce n’erano, qualche sudamericana più in là, qualche negra, niente di che, la sorella di Ana non c’era, Ana non c’era, e mi dicevo, come mi ero promesso, di non desiderare tutte, ma di restare fedele solo a una, a lei, ad Ana, e non lasciarmi ingannare dalle altre, da strane voglie, da strani desideri, e che strano in una notte sentire la dimensione spirituale oscura e l’allucinazione dorata… che tutto doveva completarsi con lei, Aleksia, che rivedevo, la bionda allucinante che sembrava uscita dalle foto erotiche di VK, un’allucinazione che sapeva di pornografia, la stessa allucinazione di quando aprivo quei siti, e ricordavo l’ultima volta con lei, quando godevo della doppia visione pornografica, tra quei video e lei che mi serviva, e l’esaltazione erotica si faceva sentire, mentre vedevo altre due macchine che passavano di lì, parlare e non fermarsi, forse scherzare, mentre quando le passavo affianco sorrideva, di quei sorrisi incantatori e sinceri allo stesso tempo, mentre ballava la notte, mentre il suo volto irradiava piacere e una luce dorata nella notte, quella del suo sorriso, del suo sguardo, del suo vivere così la normalità della notte, e la sua follia, tra dimensioni spirituali oscure e allucinazioni dorate… rimaniamo fedeli ad Ana, mi dicevo, e andavo oltre, giravo ancora di qua e di là nella notte, fino a quando anche Aleksia se ne andava, era tardi, sono appena stato da Ana, ho appena vissuto un’apocalisse privata per sua sorella, per il ricordo della Romania e dell’ortodossia, per la salvezza dell’anima, in queste settimane sante prima di pasqua e, con o senza religione, ci vuole moderazione, in ogni cosa, ci vuole spirito, e quiete, tra dimensioni spirituali oscure e allucinazioni dorate… tornavo a casa, il buio della notte, io che volevo liberarmi di tutto, eppure nella notte solo la visione allucinata di lei mi dava quella quiete che mi permetteva di dormire… il risveglio… il disorientamento di essersi deciso di non pregare più divinità nate da qualche demiurgo artistico dell’anima, capire cosa fare, seguire delle semplici regole, non tornare a dormire, non pregare, bersi un caffè al bar, fumarsi una sigaretta dopo il caffè, e aver voglia di vedere la fine di quel film, Ostrov, fare il giro al bar e rimettersi a guardare il film, dopo che la mattina notavo le valigie di mio padre lasciate lì in sala, la mattina, il risveglio, il film in russo che non sembrava neanche una lingua così complicata, anzi scorreva come la più bella e semplice delle lingue, le immagini dell’isola, dei monaci, delle donne che chiedono soccorso al monaco carismatico, un generale sovietico e la figlia forse epilettica, le belle immagini della natura incontaminata, i toni tra il nero, il bianco e un azzurro che tende verso il grigio, le voci profonde, le icone, le preghiere, che questo film mi salvava da viaggi in monasteri, da raccoglimenti fai da te, da inutili intrichi dell’anima, e l’allucinazione dorata notturna passava, mi immergevo ancora in quella dimensione spirituale oscura, dove se c’è un minimo di pratica e di fede è possibile smuovere le montagne, la dieta, il fumo, le ragazze, i pensieri fuori di sé, gli odi e le incomprensioni, dimensione spirituale oscura che vince sulle allucinazioni dorate, e poi, ancora, l’apocalisse privata da non dimenticare, Ana, sua sorella, la notte, la mattina, tra dimensioni spirituali oscure e allucinazioni dorate, che in fondo anche la recensione del film diceva così, tra lo sfarzo del consumo e le apparenze della Russia postcomunista, venduta al commercio, trovare ancora un minimo di spiritualità, per non impazzire di consumi, come pornografia pura come Aleksia, immagini su immagini, consumo smodato di cibi, canzoni, sigarette, principio di piacere al suo estremo, che non si asseta mai, insaziabile, il consumo in ogni cosa, insaziabile, e ritrovare invece nell’assenza di bisogno di immagini virtuali, parole e scritte, ragazze come Aleksia, vista come un’immagine da VK, e non come una ragazza che vive come tutte, come quando la incrociavo di giorno sulla strada, là, vicino alla pizzeria, vederla come una ragazza normale, e non come una ragazza da consumare come un video pornografico, vedere in lei ancora la vita, la semplice vita, andare oltre il consumo, oltre le allucinazioni, e ricordare i sentimenti profondi, l’apocalisse privata per la sorella di Ana, la settimana santa, il monastero, tutte cose a cui ispirarmi per sentirmi vivo e vero, e allora decidere di moderarmi, senza i due estremi, le allucinazioni dorate consumiste e le dimensioni spirituali oscure, lasciar perdere i pensieri, ricordare le belle immagini del film, le belle riprese, la ricerca di quella contemplazione che va oltre lo scientismo, oltre il consumo, oltre le allucinazioni, trovare la salvezza nell’aver meno bisogno di tante cose, fare senza, più si è liberi dalle cose più si è salvi, e l’immagine di lei, di bellezza e di vita, della notte, di Aleksia, come un’icona dorata, ancora mi salva, e vado oltre le dimensioni spirituali oscure e le allucinazioni dorate… lei, una ragazza, come tante, la vita, al di là degli estremi, un’icona dorata nella notte che vedo ancora nei miei ricordi camminare per le vie, senza salutare, senza parlare, e l’apocalisse privata in me, la notte e il giorno in me, le vesti nere, le spiritualità oscure e le allucinazioni dorate…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E questa tranquillità oscura mi invade, nel ricordo di lei, Ana…

Dupa-dealuriDupa dealuri, oltre le colline, questo film che ieri sera riguardavo, a distanza di anni, volevo un monastero ortodosso, e lo trovavo nel film, dopo che nel pomeriggio mi perdevo nelle poesie romene di Mihai Eminescu, liberando l’anima… la lingua romena, questa lingua incomprensibile quando viene parlata nella sua forma colloquiale, come quel film dove capivo solo poche parole, al di là di tutte quelle delle poesie, per assurdo più semplici, e sognavo guardando questo film, sentivo una quiete oscura di quelle mai sentite… pensavo ad Ana, a sua sorella, e non pensavo più a niente, mi lasciavo andare ai pensieri di una quaresima che fa a meno di tante cose, e ascoltavo qua e là le frasi del monaco e delle monache, spogliarsi di tutto, non essere più dipendente da cose esterne, liberare l’anima… e non ricordavo neanche il film, dove la ragazza epilettica e schizofrenica finisce per morire, dopo che cercano di esorcizzarla, dopo che il medico dice alle monache di farla riposare in monastero, leggendole le scritture, mentre là la sottopongono ad una disciplina monastica che una ragazza disturbata e senza vocazione non riesce a rispettare… film drammatico, tragico, se vogliamo, in cui non si capisce di chi sia la colpa, del male di questa ragazza e del bisogno di affetti, la sua amica monaca che era sua compagna in orfanotrofio, lei che cerca sempre gli affetti, i soldi, il lavoro in Germania, le sue ossessioni di natura sessuale, il suo bestemmiare le cose sacre, i monaci e le monache che non la capiscono, i dottori che la curano con indifferenza, la mentalità un po’ sovietica e statale e burocratica degli addetti alla polizia, in ospedale, e la mentalità tutta popolare degli altri abitanti della città, dei vari parenti laici della ragazza, un film dove davvero non si capisce più di chi sia la colpa, perché c’è questo male nel mondo, e delle riflessioni ortodosse che fanno capire la severità di questa dottrina, il contrasto con l’occidente, spaccato di una Romania, spaccato dell’anima che cerca requie, ma se è malata trova solo la distruzione… bel film, che avevo voglia di rivedere, davvero, e che mi dava tutta la tranquillità dell’anima, con quel monaco immaginario al quale mi ispiro, Rasputin, che diventava il monaco del film, anche lui alla fine accusato di omicidio, insieme alle altre monache, e non si sa di chi sia la colpa, a questo punto, eppure quei consigli cristiani mi aiutavano ad appacificare l’anima… le vesti oscure di penitenza, la quaresima vissuta in modo giusto, eppure tutto il mio amore per Ana che si librava oltre tutto questo, come stamattina, nello svegliarmi e pensare a lei, solo a lei, non alla sorella, alla nuova shqiptare, o ad altre, la coscienza che si libera nell’amore, e nel giusto sentirsi a posto senza più dover invocare chissà quali divinità, restare in piedi e pensare a lei, trovare la sicurezza dell’anima, senza bisogno di rituali, di musiche o preghiere, o automatismi, svegliarmi solo per sentire che forse domani andrò alla domenica delle palme, come ogni anno, a far benedire l’ulivo, a portarne di nuovi in casa, e magari andare da mio fratello, che ieri chiamava per sentire come stavamo, io che gli dicevo che papà è andato alle Canarie con Ruggero, quel collaboratore, gli dicevo, con cui era anche andato in Romania assieme, che aveva sposato una romena e che mio padre aveva fatto da testimone, un matrimonio finito male, dopo due anni, il divorzio, e Ruggero che è rimasto solo, come diceva mio padre, dopo la morte, qualche mese fa, di sua madre, e che ora stava tentando di riprendersi un po’ con questo viaggio, la Romania dell’anima, i sentimenti, la visione intera di una vita, morte e matrimonio, e la visione di Ana, che rimane solo lei, o forse nessuna, o forse niente, o forse solo la mia anima che si libera e non voleva più ascoltare manele, come diceva lei, per differenziarmi da sua sorella, per ricordare le parole di Veronica che mi diceva anche lei di non ascoltare manele, di guardare film romeni piuttosto, Romania dell’anima che si perdeva in questi ricordi, e questi ricordi e queste visioni si liberavano nel film, solo per darmi una tranquillità oscura la notte, e al risveglio, al di là di ogni cosa… pensavo anche ad Ana stamattina al bar, quando Miryam mi rivolgeva la parola, con il sorriso, mi salutava, io che pensavo ce l’avesse con me, io che mi ero comportato un po’ strano le ultime volte, nel caos delle tre ragazze, tra lavoro e paura degli esami del sangue, prima che “l’apocalisse” per la sorella di Ana si manifestasse in me, prima dei libri di Cioran, delle poesie di Eminescu, del monastero ortodosso di questo film, prima che tutto si risolvesse in qualche penitenza che in realtà vorrebbe solo Ana e non si sa perché, e impazzisce e si ritrova allo stesso tempo, Romania dell’anima, che mi ricorda anche Eugenia e il suo quasi diventare monaca anche lei, una specie di monaca avventista, sperduta chissà dove, il sostrato ortodosso di queste ragazze romene che si convertono all’avventismo e ad altre sette più fondamentaliste, storia di altrove, Romania dell’anima e libertà della coscienza, come quando Ana mi diceva che non è gelosa di sua sorella, come quando mi diceva che sua sorella ha paura ed è spaventata, all’inzio, come lei, e che comunque l’aiuta, e la libertà dell’anima si librava ancora, e ai ricordi e alle visioni della Romania dell’anima ci voleva questo film, e forse serviranno altre poesie, altri momenti dove non c’è bisogno di computer, pc, tablet, internet, libri, musica, preghiere, riflessioni, scritte, dove non c’è bisogno di niente, stare in pace con sé, con i propri ricordi, le proprie visioni, la propria anima, e vorrei solo forse passare una domenica pomeriggio con i miei nipoti, niente di più, e lasciarmi andare ancora a qualche bella poesia, qualche bel libro, altri film che per ora non ho voglia di guardare, dopo questo di ieri sera, e trovo una tranquillità oscura, il sorriso di Miryam, il ricordo e la visione di Ana, e riesco ad andare al di là della Romania dell’anima, dove non so chi trovo, anche i ricordi di mio padre e Ruggero in Romania, ora che sono alle Canarie, eppure rimango sempre qui, con la Romania nell’anima, con Ana nelle mie visioni, il caos d’amore per lei, e tutta la Romania dell’anima mi invade e mi dà questa tranquillità oscura che forse andrà via per un attimo questa domenica, alle palme, o dai miei nipoti, o non so quando, e questa tranquillità oscura mi invade, nel ricordo di lei, Ana…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

La luce delle stelle e della luna, la notte, Ana…

Ah! E finalmente un buon risveglio, dopo la notte, la notte con lei, con Ana, la ragazza, che non ci sono più quei pensieri in cortocircuito degli altri giorni, non ci sono più intrichi, in questa settimana dove mio padre manca dal lavoro e sento la responsabilità di andare avanti per i fatti miei… c’era bisogno dell’amica, ieri notte, dopo il caos di questi giorni, i pensieri neri e in tilt in vista della pasqua, dopo il NawRuz, dopo quei troppi caffè che mi mandavano in tilt, ripulendo però stupide ossessioni e tilt di parole e di teologie e di credenze strane… ritornava da Ana, dove non c’era sua sorella, e anche loro avevano capito che la combinazione delle due sorelle portava male, non faceva andare avanti il lavoro, e glielo dicevo, con tutta calma, come se fosse l’amica di sempre, con tutta la tranquillità del mondo, e anche lei mi parlava, da amica, mentre poi mi diceva che le manele non le ascoltava mai, canzoni tristi, dicevo, ed era vero se qualcuno mi diceva che era meglio non ascoltarle quelle canzoni tristi… non scopriva altra musica, non diceva più di dover tornare in Romania per fare la patente, mi diceva solo che come sua sorella anche lei all’inizio aveva paura, sapeva poco l’italiano, e mi sentivo bene quando chiedevo di sua sorella e le mie impressioni si rivelavano giuste, una ragazza impaurita che non sa l’italiano, e ricordavo per un attimo l’ultima volta che le parlavo metà in romeno, metà in italiano, e lei, Ana, mi diceva, davvero? Sì, due parole, ma che apocalisse dopo di lei, le dicevo, ed è meglio se stanno lontane, visto che la sorella adesso lavora più in là, lontano da lei… ed era come ritrovare l’amica del cuore, la notte, per scambiare due parole e sentirmi a mio agio, e godere del suo corpo, della sua arte, che ancora non mi capacito del piacere senza fine ritrovato, senza contare che poi, la notte, era fatta di musica, non manele, ma altra musica internazionale, che mi dava le ali e mi liberava dal solito ambiente, dalle solite facce, una notte che cominciava con la luna e le stelle nel cielo, di una libertà assoluta, dopo che mi immergevo in musica senza fine, che però non bastava a scacciare l’intrico di pensieri… c’era bisogno di lei, dell’amica, della ragazza, della sguinzica, liberata della falsa coscienza nata dall’ultima volta con sua sorella, quel male apocalittico che avevo sentito, quegli strani pensieri che vertevano sul religioso, mentre avevo solo bisogno di una pausa, per liberarmi dalle tre funeste e desiderare solo lei, solo una, sempre la stessa, la solita ragazza, sempre lei, Ana, che ancora mi dà tutta la positività dell’anima e la leggerezza, e il piacere senza fine, e la voluttà e la liberazione… comincia così questa mattinata, pensando a lei, che non c’è bisogno di immergersi in psicologie della profondità o strani pensieri magici che vorrebbro dire di questo o di quello che sono impuri, che portano sfortuna, pensieri superstiziosi, prelogici che non portano da nessuna parte… e mi basta lei, mi basta Ana a colorare il giorno come la notte e le stelle e la luna, e la sua voce tranquilla, la sua energia, la sua sicurezza, come le dicevo, la sua scelta che la fa sembrare la ragazza più libera del mondo, sempre a parlare con le amiche al telefono, sempre irradiante luce, e lei e la sua arte mi liberavano da quell’incantesimo oscuro della sorella, da quegli strani abissi, e riparte la magia, la leggerezza, e il ricordo del piacere che ancora mi avvolge, che non saprei più che farmene di strani libri di metafisicherie, di lingue complicate da studiare, di strani rituali per scacciare i cattivi pensieri e ritrovare il bello dell’anima, basta pensare a lei, alla ragazza, ad Ana, e vivere con più leggerezza, senza strane storie che non mi va neanche di riportare, mentre stamattina mi bevevo il mio cafferino al bar, stando sulle mie, perso in me e nel ricordo di lei, che non c’era bisogno di parlare con le bariste, o con Paolo, o con nessuno, salvato nel mio mondo dove c’è  il pensiero di lei, dell’amore e dell’erotismo e di un’amicizia nata sulla strada, che sa dove agire per farmi sentire bene, come una magia bianca erotica e d’amicizia, Ana… che non mi andrà più di maledire questi luoghi, il lavoro, i genitori, i colleghi, i coinquilini, la politica, le lingue, i libri, le medicine, i dottori e le educatrici, e la caccia al colpevole che non si trovava mai, mentre tutta la leggerezza stava in Ana, e nella sua magia bianca erotica e d’amicizia, che ieri notte era già un piacer sapere che presto o tardi la rivedrò, mentre lei continua a invadermi l’anima di una luce bianca come le stelle della notte, come la mezzaluna della notte, e non c’è pensiero, non c’è intrico, non ci sono neanche più oscure vesti nere monastiche di qualche personaggio ritrovato negli anfratti della mente, o strane combinazioni di personaggi a cui ispirarmi, vaghi personaggi per non perdere la testa, se non in altri momenti, mentre adesso l’anima si libera che è come se vivesse in spazi sconfinati, senza limiti, senza muri, senza differenza tra spazi chiusi e aperti, al di là del tempo e dello spazio solo lei, solo Ana, e la sua voce, e la sua amicizia, e la sua arte, e la sua estasi, e la musica di lei, vera ispirazione della notte, e l’abisso che si lascia al silenzio, per ridare la luce delle stelle, la luce della luna, Ana… e la giornata inizia così, detratto il tempo dai suoi schemi, i pensieri dai loro automatismi, gli schemi saltano, ritrovo me stesso che si libera di se stesso solo per trovare lei, la luce delle stelle e della luna, la notte, Ana…