Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

La via verso l’infinito, la luce bianca dell’anima, e la liberazione erotica, Aleksia…

E sarà ormai una decina di giorni che mi sveglio sempre alle cinque, e non riesco più a dormire, pensieri mi attraversano, ossessioni, che stamattina mi svegliavo con il sogno di una ragazza islamica velata, in macchina con me e con l’altro amico Marcello, di una volta, era tempo di superiori, e si andava tutti quanti assieme a scuola, ridendo e scherzando, chiacchierando, e si discuteva sul velo, non tanto come oppressione maschile, ma come identità femminile di un altro mondo che vuole rendersi manifesta, per far capire a chi e a chi no è disponibile una ragazza così, un avvertimento, un modo di distinguersi in questo mondo multiculturale, e la ragazza rideva, e non sapevo più se era Miryam, sua sorella, o qualsiasi altra islamica che vedevo ai tempi dell’università…

Mi svegliavo, e solo vagamente ricordavo la notte prima, con Aleksia, la bionda, non la sorella di Ana, il mio risvegliarmi nella notte dalla tomba di teologie fai da te e filosofie, guasti dell’anima che si risanavano solo con l’erotismo, con la carica erotica, e finivano i deliri, e i discorsi immaginari con chi è meglio non parlare affatto, rivedevo nel mio abisso antiche clip pornografiche, che solo al ricordarle la mia anima si liberava da tutta quella religiosità pesante che ultimamente mi opprimeva, la chiesa e i suoi discorsi, l’ebraismo, e le regole religiose, e i divieti di Saverio, e quel bacchettone di Marco, che tra Don Piero, Saverio e Marco mi sembrava di avere davanti a me tre colossi, tre carri armati che schiacciavano ogni slancio vitale, che opprimevano, come l’antico adagio freudiano della religione e della cultura come oppressione della libera sessualità… e me ne liberavo, dopo che il drago in me avrebbe cominciato a sputare fuoco e veleno su di loro, su tutti, se non fosse stato per quell’altra scienziata, e quell’altra ancora, che mi dicevano di non chiudere la via all’erotismo, al desiderio, alla voglia, e solo così, solo così cominciavo a liberarmi… mi prendevo una giusta pasticca chimica che poteva dare la tranquillità e decidevo di raccogliermi come ogni mattina, all’alba, ormai da una ventina di giorni, e lì si svelava tutto… non avere altri padroni al di fuori della divinità, e i tre colossi, i tre carri armati andavano via, ricompariva imam Sò, il sufi, che anche se mi diceva che non siamo conigli mi diceva anche se non pensavo mai alle ragazze musulmane, e ricordavo l’adagio di quell’altro libro sufi, dove si diceva che l’erotismo è libero di andare, e che non ci può essere oppressione, e la croce svaniva, e così tutte le preghiere cristiane, e quei discorsi da chiesa, e quel vecchiume, quell’aria moribonda e mortifera, e ricordavo la mosche di Berlino, Ibn Rushdi, aperta a LGBT e ad altri praticanti più liberali, una sorta di emanazione di un islam più libero sulla scia del movimento Gulen, e mi liberavo, tra pensieri sufi e bahaì, al di là della divinità che non è padre, ma puro spirito, pura essenza invisibile e nascosta, manifesta e nascosta, e l’anima ascendeva… mi liberavo di vecchie identità in cui il mondo attorno del conformismo vorrebbe incasellarmi, ed ero libero di essere me stesso, con il mio modo di vedere e sentire, e le sure del Corano, che dicevano di non avere altri protettori al di fuori della divinità liberavano la strada alle porte della percezione, e mi liberavo da quei massi, dall’oppressione, e quei tre colossi e carri armati si volatilizzavano per lasciare spazio a pura luce bianca esoterica, che liberava e innalzava… avevano ragione anche le altre due scienziate, non chiuda la via all’erotismo, ma non esageri neppure, non siamo conigli, come diceva Sò, ma non siamo neanche angeli o essere immateriali che non sentiamo il desiderio, la voglia, lo slancio, e sopprimersi è solo l’anticamera della follia che stamattina provavo… ricordavo e ricordo ancora la notte di ieri, quando tra clip del giorno prima di ragazze dalla bellezza di Eugenia comparivano di fronte a me, in quello spogliarello soft che liberava il desiderio per Eugenia, così a lungo occultato, e si liberava l’anima al piacere e alla bellezza femminile, e la mia anima si smuoveva e si liberava… ricordavo il giorno prima, quando con mia cugina e mia zia riuscivo a parlare, ridere e scherzare liberamente, come non mai, come mai prima, e mi sentivo me stesso, libero, vero, vivo, con tutto il piacere del mondo, bypassando i discorsi anziani di mio padre, e quelli da demenza senile di mia madre, e ridevo e scherzavo con loro, ogni volta cercando di recuperare il discorso quando si impantanava nelle parole di mia madre fuori posto, o in quelle di mio padre, c’era da correggere ogni tanto l’andatura dei discorsi, e si finiva sempre per ridere e scherzare, e stare bene assieme… una bella giornata, un bel ferragosto… che sul pomeriggio, quando eravamo ormai tornati dal ristorante, in cortile da noi, nel giardino, sentivo la musica raeggeton dei giovani vicini con figli piccoli, che giocavano in piscina, e quella musica, così come quella musica raeggeton italiana che sentivo al ristorante, quella musica raeggeton sud americana mi riportavano ad Ana, al mio desiderio per lei, ad un sogno ad occhi aperti di averla mia, di poter parlare con lei, passare del tempo con lei, al di là di tutto quello che gli altri hanno detto, e mi liberavo al pensare a lei, e sognavo, e mi perdevo nella musica, e nel canto, che adoravo quella musica… la sera, poi, una pizza in compagnia con i genitori, come ogni tanto è giusto che sia… e invece, ieri notte, ieri notte, scegliere di risollevarsi da quel letto e quegli incantesimi neri, quella cappa nera su di me, quei deliri teologici e religiosi, e cercare nel ricordo di videoclip antiche il desiderio ancora vivo, da non smorzare, e mi liberavo alla ricerca di lei… ritrovavo Aleksia, la bionda, il suo bel corpo, la sua bellezza, il suo sorriso, le sue belle gambe, i seni prominenti, un bocconcino tutto da gustare… e mi fermavo, perché sapevo che ne avevo bisogno, la vita non è un porno, ma ogni tanto l’erotismo vuole la sua parte… mi fermavo e le sorridevo, e anche lei sorrideva, si parlava delle vacanze, quando saliva su, e si parlava di niente e di tutto, mentre godevo già del suo corpo, delle sue gambe, della sua bellezza, e sarebbe stata una nottata fatta così, a godere delle sue curve, dei suoi seni, dei suoi fianchi, delle sue gambe, perdermi nel corpo di lei anche quando mi diceva che aveva una figlia piccola, mentre lei mi serviva con una mano incantata che spezzava l’incantesimo oscuro di immagini virtuali che richiamavano Eugenia e sua sorella, e mi perdevo nel corpo di lei, di Aleksia, nella sua bellezza, nella sua voce, che godo ancora adesso al ricordo, e spezzavo ogni cappa oscura, si frantumava, e potevo godere ancora di lei, dopo questo mese di ascesi forzata che mi stava facendo scoppiare, tra il caldo, il cambio di temperatura, la vacanza a Berlino, i ritmi sballati, e godevo di lei, ricordando come anche altre volte, con altre ragazze non si erano fatti fuochi d’artificio, ma semplice erotismo libero in ogni sua forma, per ridare vita alla vita, bellezza e piacere, e non sentirsi più oppresso, chiuso in se stesso, con la cappa nera addosso di chi, anche senza volerlo, ti toglie le ali… e godevo di lei, che avrei ascoltato mille manele una volta, ma mi bastava la sua mano incantata e il suo corpo e la sua bellezza per redimermi da troppo sentire chiuso e opprimente, da ascesi forzate di uno come me che un monaco non potrebbe mai essere, e mi liberavo, e godevo, anche senza sentire quell’ondata immensa di piacere che sentivo ai tempi di Xhuliana, di Alina, di Leida, quando l’erotismo mi travolgeva, e la carica erotica, e il piacere, ma era comunque una liberazione, una liberazione erotica, dopo quella cappa nera… Aleksia… e la lasciavo lì, con la sua bella voce, la sua tranquillità, la sua arte e il suo modo di fare che erano la cosa più naturale del mondo, l’amore tra due sconosciuti, io e lei, che va bene così, sentirsi bene, a proprio agio, nello stesso modo, liberi, liberi nell’amore e nell’erotismo, senza cappe oscure, come tutta la spiritualità alternativa, l’erotismo libero, il piacere e la via verso l’infinito, la luce bianca dell’anima, e la liberazione erotica, Aleksia…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E vivo ancora in questa città, e questa città vive in me…

Il ritorno, dopo una settimana a Berlino, le lacrime giudaiche, da muro del pianto, dopo una vita, tornare a se stessi, grazie alla visita del museo giudaico, Israele e Gerusalemme, che non mi sembra di essere andato a Berlino, ma in qualche paese medio orientale, con tutti quei turchi dove mangiare, quelle ragazze con i capelli coperti dal velo, l’atmosfera internazionale, il ristorante hotel armeno dove alloggiavo, il fresco della mattina, quando mi svegliavo presto, la musica armena pop dal ristorante, così medioorientale, la sensazione di aver oltrepassato i fantasmi della storia, il monumento sovietico, quello della Shoah, la porta di Brandeburgo e i resti del muro, che tutto era a Berlino, la seconda guerra mondiale, la Shoah, la guerra fredda, Israele e il Medio Oriente, tutto me stesso, tutta la storia ed ogni cosa, la religione, la filosofia, la storia, la politica, tutti i miei interessi e le mie passioni in una sola città, che dal profondo sentivo chiamare me stesso verso il muro del pianto, verso Est, verso quei templi, tra moschee proibite e sante, templi di Israele, e chiese, ed ogni cosa… la sensazione che ora le immagini sfalsate di me si rifaranno sui ricordi di questa città, delle molte persone e turisti lì presenti, di ogni nazionalità, come quella ragazza olandese che sentivo parlare all’altes museum, wanderen, lingua olandese che mi salvava da un viaggio dell’anima tra tutti quei quadri, in ognuno di quali vedevo una parte della storia di me, immagini su immagini, ricordi su ricordi, sensazioni su sensazioni visive, e quelle sue parole, wanderen, quell’accento olandese più bello dell’accento tedesco che risuonava in me, e mi salvava, che risentivo dentro di me quell’accento, quelle canzoni norvegesi, quell’accento nordico, come la ragazza svedese del primo giorno, come tutte quelle ragazze con i capelli coperti, vestiti all’islamica, che ogni volta vederne una era un sogno, era volere la luna, era sentire l’anima che viaggiava verso paradisi, ed ogni lingua lì parlata era un piacere del sentire, che si sfilacciavano tutti i pensieri, i soliti modi di pensare, e mi rigeneravo… guardare l’esposizione di Gerusalemme nel piano superiore del museo ebraico, dopo i luoghi fantascientifici dell’esposizione, le stanze grigie e i corridoi disturbati, da film di fantascienza, il suolo inclinato che dava una sensazione di spaesamento, di giramenti di testa, quelle colonne di marmo erette a ricordo, quelle luci psichedeliche, quei volti di ferro da calpestare, come se si entrasse nella casa dell’inferno del Cancro dei Cavalieri dello Zodiaco, Gerusalemme da cui rinasce tutto, le parole di rabbì C. che diceva che per molti lo stato ebraico ha riparato in parte ogni distruzione, e da lì si può rinascere, ci si può salvare dopo ogni genere di trauma, il trauma collettivo della seconda guerra mondiale, che in me si era innestato non so quando, forse da piccolo, non so quando, le elementari, qualche paura, qualche trauma di me con mia madre che stava male e il trauma collettivo della seconda guerra mondiale, e rinascere a Berlino, tra Medio Oriente, religioni, seconda guerra mondiale, monumento sovietico, monumento della Shoah, politica, democrazia, cristianesimo, il piacere di viaggiare, le tante ragazze, trauma collettivo e rigenerazione collettiva tra tutti quei turisti, io, come tanti altri a Berlino, per gli stessi motivi, per rinascare, che ora quelle immagini di là si sovrapporranno ai miei fantasmi passati, ormai oltrepassati… che ieri potevo anche sentire le registrazioni di rabbì C. di Tishà be Av, la commemorazione della distruzione del tempio, da cui nasce il consolatore, il giorno secondo il quale nascerebbe il messia, il salvatore, e se c’è bisogno di un salvatore vuol dire che c’è qualcosa da salvare, e rinascevo tra tutti quei discorsi, quei ricordi, quelle voci salmodiate in ebraico, quella lingua che sentivo anche a Mon Bijou Park, dove due israeliane mi passavano a fianco, due giovani amiche, una giovane madre con la carrozzina, la loro lingua ebraica pura, vicino alla sinagoga della notte dei cristalli, che nessuno dimenticherà mai, visitare il centro giudaico e sentire anche lì, anche lì le lacrime da muro del pianto, che facevano rinascere, perdizione nata allora, non ricordo più quando, e ritorno all’origine… che rinascevano in me voglie di altre lingue, quella lingua olandese che sentivo da quella ragazza, là al museo dove c’erano le opere anche di Caspar David Friedrich e di Bocklin, i miei pittori tedeschi preferiti, perdersi in quelle immagini, sognare, viaggi dell’anima, i veri viaggi sono quelli dentro se stessi, scrivevo una volta, e lì viaggiavo in effetti, viaggiavo con l’anima, il monaco sul mare, l’isola dei morti, il viandante sulla nebbia, quelle immagini di paesaggi dove perdersi, l’orizzonte infinito, e un punto immaginario, la linea d’orizzonte, dove incanalare tutti i pensieri e se stesso, come se fosse il punto che segna la direzione del tempio, il mihrab al Pergamonmuseum, la qiblih da trovare in ogni dove, l’est, Mizrahi, verso Est, verso quel punto nell’orizzonte, come un tempio, dove si perdeva e si trovava tutto me stesso… quei quadri e quella lingua, la lingua olandese, e la lingua ebraica, non solo quella ascoltata in quelle notti, in quei giorni, Eden Ben Zaken, la musica mizrahi, i sogni erotici di Sarit Hadad, così simile a quell’altra ragazza, il desiderio, il perdersi e trovarsi, il caldo torrido, la stanchezza, il poco sonno e le mattine piene di fresco, la tranquillità anche senza dover leggere niente, anche se non riuscivo più a pensare chiaramente in nessuna lingua, quella lingua tedesca che si innestava sull’inglese, sull’italiano, sulle altre lingue che sentivo, scambiare due parole con sconosciuti, dov’è di qua, dov’è di là, un’informazione, tedeschi, francesi, inglesi, americani, armeni, turchi, quei turchi che si risvegliavano quando chiedevo loro dov’era la moschea, che in Italia non ci sono moschee, mentre prima, quando chiedevo solo la strada, non mi rispondevano, ma come chiedevi della moschea subito si prestavano contenti e disponibili, le sure del corano ascoltate per calmarmi, il Medio Oriente a Berlino, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, ed ogni cosa era proprio lì, che rivive ancora in me questa città, questa storia, questo sentire, ogni cosa è là, ed è qui dentro di me, che non mi sembra di aver fatto una vacanza, un semplice viaggio, ma quasi un pellegrinaggio verso non so neanch’io che cosa e dove, forse verso una specie di Gerusalemme in me, o qualcosa oltre, di più… e rivivono in me quei ricordi, quelle immagini, quella gente, quelle lingue, quei luoghi da visitare, quei luoghi visitati, e le lacrime da muro del pianto, e ogni cosa si disperde nel ricordo di questa città, di me stesso ritrovato, e mi sento rigenerato… che ora, fino a fine mese, non ci sarà molto da fare, non mi va di sentire per ora nessuno, né di vedere nessuno, mi godo ancora il ricordo di questa città e di queste sensazioni che faranno il nido dentro di me, per rigenerarmi di nuovo, e vivo ancora in questa città, e questa città vive in me… 

Prosa Poetica

L’inferno che evapora, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole, i sogni…

Xhensila, musica albanese al parco Mon Bijou, sapore di casa, per un attimo, giramenti di testa, musica degli albanesi sdraiati sull’erba, poco più in là un gruppo di mediorientali, donne con i capelli con il velo, Mon Bijou Park, vicino alla Nuova Sinagoga, quella della notte dei cristalli, la visita in mattinata al Jewish Museum, giusta esperienza, che per un attimo impazzivo, entrare o non entrare? La tesina delle superiori sulla Shoah e Israele, diploma turistico, Maria Teresa che andrà in Israele, Saverio che diceva che Schindler’s List, in fondo, è solo un film, come i video di Hitler, superare le paure, un uomo con la cartella con una toppa: “No fear!”, alla fine entrare, ed era giusto così… cancellare le paroanoie del giorno prima, il caldo che dava alla testa, una giornata fresca, oggi… per fortuna… il museo e il suo equilibrio precario, il suolo sbilanciato, come in dislivello, un senso di spaesamento, di giramenti di testa, di testa pesante, come quando la depressione era forte, superare le paure, è solo un museo per turisti… le colonne alte sette metri, di marmo, lo spaesamento, il gruppo di turisti coreani e il Buddha che non c’è, i film di Kim Kiduk a darmi forza, l’uomo della security, una specie di Netanyahu, il giovane che introduceva al museo, con la barba, che mostrava sensibilità, il giro tra i ricordi della Shoah, non più i miei demoni storici, ma le immagini e gli oggetti e le esposizioni del museo, un giro grigio, psichedelico, nero e spaesante, una catarsi fatta museo… e poi il piano superiore, Isreale, Gerusalemme, Jerusalem in Berlin, le solite cose, Al Isra, Muhammad, al Buqra, The temple mount, israeliani e palestinesi, interviste televisive di gente comune, chi aspetta il Messia e chi vorrebbe costruire il terzo tempio, dipinti di antichi ebrei in preghiera, icone ortodosse, la cristianità orientale, cartole di pace all’uscita, libri sul sionismo, scontati, in tedesco, oggetti vari, scontati, niente di interessante da comprare, ma un’esperienza che del nero si fa immagine del museo, e si fa luce di Gerusalemme… oltre i miei demoni… rabbì C. e le sue parole… il Nome… il silenzio… le lacrime… uscire e sentirsi rigenerato… di nuovo me stesso, e le parole degli amici si rivelavano per  quello che erano: intrusive…  il silenzio da cui nascono le vere parole… me stesso… mangiare al poco affollato Doner, in pace, hallumi e turkische pizza, sazio… rilassato… al fresco di una giornata come si deve… camminare per lo Stadtmitte fra mille turisti, la zona più bella insieme alla via che porta a Brandenburger Tor, l’isola dei musei,  Berliner Dom, Monbijou park,  die Neue Synagoge… sdraiarsi a Mon Bijou park, in tutto relax, come molti altri, atmosfera rilassata, sole leggero, fresco e ombra, una bella giornata, la bellezza, senza dover temere niente e nessuno, dormicchiare… svegliarsi, dove andare? Cosa c’è alla Neue Synagoge? Chiedersi, Centrum Judaicum, un’altra esposizione, voler vedere la sinagoga, ancora una volta oltre i fantasmi miei personali… entrare… il Nome… e silenzio, lacrime, il Nome… guerra tra le voci che finiva, quelle voci tra case popolari e amici e il battesimo di mia nipote, la mia famiglia! La mia comunità! Quei 160 ospiti del ricco benestante, quello svedese svizzero, più ricco di certi ebrei, come si crede, la ricchezza, la responsabilità, la serietà, il decoro, il Nome, il silenzio, le lacrime, le parole dell’abisso, a sigillare l’inferno, le parole di quel rabbì all’esibizione, how to leave hell… liberarsi… rinascere… piangere tutte le parole sbagliate, tsaddiq… lo balaganist… tsaddiq… l’inferno che evaporava, how to leave hell, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole… storie personali e la storia e la famiglia e la serietà, il decoro, visioni di liberazione, inferni evaporati, l’inferno che evaporava, how to leave hell, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole…

E ora sono qui, nel pergolino che dà sulal strada, dell’hotel, a sentire in sottofondo la musica pop mediorentale armena, sognando ancora la ragazza turca del ristorante dell’altro giorno, la medioroentale con i capelli coperti dal velo, a sognare, a sognare ancora, quel medioriente fatto di musica, di recitazioni salmodiate, al quran, Israel, mia cugina, la famiglia, l’inferno che evapora, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole, i sogni…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Tutte le lingue del mondo, e quella ragazza scandinava…

Woher kommst du? Aus Italien… niemand hat noch nicht das mir gefragt, und ich freude mich uber dies… nur der Hotelmann hat gesagt “Italiano”… diese Abend, wenn ich raus war rauchen.. es ist mir egal… jam shqiptar ne fund… ho fatto un sacco di fotografie, il centro, in questa prima giornata, Alexanderplatz, Unter den Linden, Bebelplatz, Nikolaikirche, Berliner Dom, Museum Insel, Brandenburger Tor, Reichstag, Denkmal fur di ermordeten Juden, tutto il centro, die Neue Synagoge, e basta, per il primo giorno può bastare… gente simpatica, cordiale, questi tedeschi, e tedesche, quando chiedi informazioni, parlare un po’ inglese, un po’ in tedesco,, quel Da, da, che ogni tanto mi scappa, e poi subito a correggermi con ja, ja, lingua russa intrusiva, i pensieri in me che si confondono, non si capisce più che lingua, non importa, caldo assurdo… questo caldo eccezionale che nessuno si sarebbe mai aspettato di trovare, e aria condizionata che in camera non c’è, dormirò? Non lo so… spero di sì… e sto già meglio… sentire i miei genitori, mia madre e mio padre, le loro preoccupazioni, da genitori, tutto nella norma, i prezzi un po’ alti di ogni cosa, treno, metrò, l’acqua, le sigarette, mangiare in giro, per non spendere tanto, non al ristorante cinese come pensavo, tramezzini, paste vegane, kebab, sto forse già ingrassando? Dimagrirò… fare i conti per non sperperare, a grandi linee, a mente, nessuna voglia di musei, mi basta visitare la città, camminare, vedere, visitare, e ancora camminare… e pensare che solo stamattina mi svegliavo con il sognod di Eugenia, lei, che si rivelava in sogno, ormai dopo quasi cinque anni che non la vedo, anche se l’ho sentita poco tempo fa su FB, un sogno da notte di mezza estate, al fresco della mia stanza milanese, un risveglio che scacciava tute le ansie del giorno prima, un sogno di una chiesa ortodossa, con le icone sparse ovunque, sui quattro lati della chiesa, chiesa ortodossa che mi vestivo di nero stamattina, come un monaco ortodosso, che per tutto il viaggio in aereo, in areoporto vedevo quelle icone, quell’icona del Salvatore che vedevo anche nella bottega di mia zia Mara, che non so perché quando atterravo a Berlino mi risuonavano in mente le canzoni dei Dimmu Borgir, For all tid, e quando sentivo parlare due giovani svedesi, un ragazzo e una ragazza, mi venivano in mente le due nipoti, figlie di mia cugina Sara, quella sposata con uno svedese e mi scioglievo in un pianto, al vedere la stella di David di qualche compagnia aerea israeliana e tutto si confondeva, un pianto liberatore, tra Elohim e le canzoni black metal, e quel dolce accento nordico, cantato, tranquillo, pacifico, e avrei voluto piangere, anche se due giorni prima maledicevo mia cugina, le nipoti, i paesi nordici, mentre in quel momento erano tutto, attaco di sentimentalismi inspiegabili… cosa che non succedeva al vedere il Reichstag, il Gedenkmal fur die ermordeten Juden, vedevo solo i ragazzini e le ragazzine giocare tra quei pilastri rettangolari di pietra, come se fosse un parchetto giochi, e niente di più, altro che l’israeliana rompiscatole che vedevo l’altro giorno alla televisione tedesca, che in un luogo così non si può scherzare, mentre lì si può addirittura giocare, ed è meglio così… come quella bandiera russa che svetta là vicino al Reichstag, vicino alla bandiera tedesca, nel quartier generale di Aeroflot, la storia della mia depressione di una volta che si disperde in pochi simboli e nella vista della città, nella sua vitalità e nei suoi turisti da ogni parte del mondo, turisti… che visto certe ragazze russe che farebbero passare la voglia a chiunque, peggio di Oksana, peggio di Marina, che la loro lingua vorrei ora cancellare, se non forse per il ricordo lontano di Alina, ma non sognavo forse stamattina Eugenia? Eugenia… che c’entra? Non c’entra niente… che la sua parte protestante mi sembra di vederla a volte in alcuni tedeschi e tedesche, gente giovane, pulita, gentile, che si dissipa il nero ortodosso, anche quel “vergesst es nie” scritto sulla Nuee Synagoge, meglio dimenticare, è solo segno di nevrosi non saper dimenticare… e certe volte oggi, andando in giro vedevo certi fricchettoni, vagabondi, giovani senzatetto che chiedevano un po’ di moneta, da accendere, la barba e i capelli lunghi, che mi sarei sentito uno di loro, a momenti, se decidessi di stare qui, altro che lingue straniere, si fa fatica a parlare, frasi basilari, lo stretto necessario per capirsi, ma va bene così, capisco, più che parlare, ma va bene così, ci vorrebbe una vita per sciogliere la lingua, e per ora va bene inglese e tedesco, inglese e tedesco, e tutti i turisti e le turiste che parlano tutte le lingue del mondo, tutte le lingue del mondo, e mi perdo ancora in quella ragazza scandinava e il suo accento, e mi perdo per sempre…

Descrizioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

Risveglio primo pomeridiano di un sonno che vorrebbe fosse infinito, dalla stanchezza, dal caldo, da ogni cosa… vacanze già iniziate in pratica da tempo non definito, ora più che mai, niente da fare, nessuna voglia di far niente, e aspettare solo di partire, mettere a posto le valigie, le cose da portare via, stare attento ai documenti vari, e pensarci senza star lì a pensarle tutte… ritornare ieri notte dalla giornata in provincia di Mantova dalle mie cugine, festa alla grande per il battesimo di mia nipote, la figlia di mia cugina, 160 persone… sì, perché molto probabilmente offriva tutto il marito dell’altra cugina, la sorella di questa, svedese che lavora in Svizzera e da quello che è ho capito è una specie di capo megagalattico delle Zurich, e tutta la sua famiglia è una di quelle delle elite, altri parenti che lavorano a Dubai, New York, insomma upper upper class che ha deciso di sposarsi mia cugina, che aveva studiato economia lì a Mantova, era andata a lavorare in Spagna in qualche azienda di finanza e là ha conosciuto e poi sposato questo… due figlie, due nipoti, da parte di lei, una nuova nipote da parte dell’altra cugina invece, ieri… sentirsi un po’ così, degradato, annullato, insignificante, che le parole di mia cugina, quando mi salutava, mi diceva sorridendo: “Come va? Solita vita di merda, come tutti?”, “Eh sì…”, e quindi più di tanto quel mio senso di inferiorità si espandeva alle altre 160 persone lì presenti, amici e parenti non capivo di chi, tutti italiani, tutti mantovani, tra gente di sessant’anni e altri di trenta o quaranta, con qualche bambino e bambina al seguito, festa megagalattica per una bambina di qualche mese che non capisce ancora di dove è finita… e che strano, stare in mezzo a quei parenti e a quelle cugine che non avevano neanche il tempo di guardarti, di scambiare due parole, e sentirmi sempre più alienato, in mezzo a quella gente che non conoscevo, l’assenza totale di scambiare due parole con qualcuno, starmene per i fatti miei, a contemplare il nulla, a stare in fissa, o forse solo ad ascoltare la musica che usciva dal DJ set di Raffo, l’animatore che metteva su musica italiana degli ultimi anni, Baby K, Giusy Ferreri e un po’ di raggaeton, e tutta quella roba lì, che mi perdevo nella musica, guardavo il vuoto, e mi sentivo a mio agio in quegli spazi così ampi della cascina, un chilometro quadrato di spazio tutto per noi, circondato da campi, con l’edificio della ex stalla trasformato in un megaristorante a buffet che sembrava la festa dell’unità, e la strada sterrata e lo spiazzo là, circondato da campi, e l’erba verde era il teatro di tutto il nostro star lì a goderci questa festa, perdendoci sempre di più, con gente che in fondo non è che scambiasse più di tanto tante parole con chi non conoscevo, ognuno diviso nel suo gruppeto di al massimo una decina di persone, ed era come uscire in un locale dove non conosci nessuno e non hai neanche voglia di consocere nessuno, e te ne stai lì ad ascoltare la musica, a cercare di sentirti pronto quando per caso adocchiavi tua cugina o l’altra, la loro madre, o loro padre, che non si sa mai che vengano a dirti o a chiederti qualcosa, e devi avere la risposta pronta, e non puoi stare lì a crogiolarti nel tuo nulla, nella tua sofferenza da caldo atroce e gente sconosciuta, e musica che più di tanto non ti va giù, e gente varia, a combattere anche con il tuo senso di inferiorità perché tu non sei un megadirettoregalattico della Zurich, a momenti non hai neanche un lavoro, non hai una ragazza, non hai voglia di parlare italiano e neanche quel loro dialetto, e ti senti annullato in quella massa, sotto quella musica, che gli unici pensieri andavano solo al Sacro Volto o a qualche monaco ortodossa, dimensione nera dell’anima che non si sa divertire, e per un attimo visualizzava improbabili terroristi islamici che si sarebbero fatti saltare in aria in quella baraonda di persone e musica, e roba da bere e mangiare, antipasti, sangria, angurie, torte che sarebbero arrivate, risotti, e ti accorgevi di stare mica tanto bene a fine serata, quando prima una, e poi l’altra cugina ti passavano affianco e ti chiedevano: “Tutto a posto?”, “Sì, sì, tutto a posto!”, evocavi la tua voce migliore, anche se dentro di te c’era un’altra baraonda, un altro malessere, che non riuscivi nemmeno a spiegare, quel malessere di essere in mezzo a 160 persone e sentirsi più solo che mai… e altri fantasmi mi attraversavano per un attimo, io che per un certo periodo avevo pensato che quella cascina e quelle persone le avrei riviste solo a qualche prossimo funerale di non so chi, come quando succedeva cinque anni fa, per mia nonna, e invece stavolta si era lì per un battesimo, dopo che la funzione della cinque del pomeriggio mi permetteva di fare un giro in chiesa, vedere gli affreschi, San Giuseppe, Gesù Cristo lavoratore, San Pietro crocifisso, il Cuore Sacro di un’altra statua di Gesù, e la targhetta commemorativa di Papa Francesco nei confronti di Don Primo Mazzolari, una specie di eroe di quel paesino lì, e la messa non c’era neanche, non era neanche la solita messa comunitaria con intermezzo di battesimo, era una specie di cerimonia privata, che il don aveva concesso per impegni famigliari, e visto anche la tanta gente presente, che poteva essere considerata come comunità, visto che il battesimo introdurrebbe alla vita comunitaria di ogni cristiano… le benedizioni, i simboli dell’acqua e dell’olio, la vita che è una battaglia contro il male, le nuove generazioni che sono indifferenti alla fede perché la generazione prima non ha saputo trasmettere la fede, ed è colpa nostra, ed è colpa loro, e chissà se la fede avrà qualche revival nelle prossime generazioni, e intanto il don chiedeva a tutti noi di essere dei buoni educatori, nella fede, e spendeva altre parole di una funzione che non durava più di mezz’ora… tanta gente, sì, davvero tanta gente, che non so neanche se fosse lì per il battesimo o per l’esaltazione di far parte di qualcosa che aveva il vago sentore di un’elite, con quelle due cugine che nella vita, due cugine di campagna, sembrano davvero aver voluto puntare in alto, ed essere arrivate, sopratutto la cugina che lavora in Svizzera, e quasi quasi ero lì per lì di fare pace con tutte le italiane di questo mondo, con l’universo femminile, e pensavo a come la cultura, dopo gli anni sessanta, si sia sempre di più femminilizzata, con la loro emancipazione, che ora sembra quasi che comandino le donne, anche con tutte quelle canzoni, se vogliamo, un po’ esplicite, o comunque fanno da corollario, che qualsiasi integralista islamico che fosse passato di lì, o anche un cattolico di 70 anni fa avrebbe avuto molto da ridire, con queste donne che fanno il bello e il cattivo tempo, che puntano in alto, e tutti i miei libri si dissolvevano in quell’istante, dal corano alla bibbia al superuomo di Nietzsche, con quelle superdonne e superuomini, lavori in Svizzera, una barca di soldi, vite piene di vita e di eventi, forse rimaneva una qualche riminiscenza protestante della sacralità del lavoro e della famiglia, e di questi eventi che dovrebbero unire, anche se per quasi tutta la giornata di ieri mi sentivo schiacciato da questa maestosità made in Sweden… e che differenza di giornata se pensavo alla prima parte di ieri, la mattinata, quando si stava in casa di mia zia anziana, Lucia, e sua figlia Mara, una casa semplice di campagna, con una piccola bottega dove preparare le bomboniere, e lì non c’era niente, c’era solo quel discorrere in dialetto tra mia zia Lucia e mio padre, di mia madre e mia zia Mara, ed ero sempre più sovrastato da quella cappa nera dentro di me, forse per il poco sonno della notte prima, con i soliti discorsi degli amici, Fizi e Barre, forse per il caldo, forse per la paura inconscia che avevo della messa, di quelle 160 persone, per lo stress di dover fare le ultime cose per organizzare il viaggio in Germania, lo stress di dover parlare, esistere, farmi vedere, quando in questo periodo vorrei solo scomparire, e l’unica tranquillità che trovo è quella di adesso dove sto scrivendo, nella mia stanza studio, sotto l’aria condizionata, senza nessun calore, senza nessun lavoro da fare, senza niente da leggere, e guardando alla giornata di ieri e alla sua maestosità finalmente con un certo distacco… e passeranno ancora altri anni, altri anni da quando rivedrò le mie cugine, che anche loro ormai hanno la loro età, 35 anni giù di lì, un po’ come me, ormai sistemate, felicemente sposate, ma ancora molto belle e sensuali, se è vero che in fondo l’altra cugina che ieri battezzava la figlia aveva anche partecipato a Miss Italia ormai quindici anni fa, e che strano era vedere quelle due perle di bellezza in mezzo a tutta quella gente sconosciuta, che strano avere come unico punto di riferimento loro due, e poi sì, i loro genitori e il contadino storico della cascina, e nessun altro, in mezzo a quella baraonda, mentre i ricordi di quando ero bambino e andavo là in cascina a trovare le mie cugine si disfacevano, si dissolevano, come un’età ormai totalmente andata, come è andato ormai il modo che avevano quei parenti di rivolgersi a me, un disorientamento totale di identità e tempi e cognizione delle cose, che non sapevo più chi ero, cosa apparivo ai loro occhi, cosa sembravano a me quelle due cugine italiane, forse delle aliene, o delle persone normali con alte ambizioni, o forse niente, io che ero un niente, io che dentro di me mi ricordavo le mie ferite, tutte quelle cose che ho passato che la gente comune non ha passato, e non sapevo se sentirmi un anti eroe o un semplice pazzoide, o un fallito, o non so che cosa, o un turista, o un parente tra i tanti, un po’ strano, e tutti questi anni senza contatti, tutta quella gente sconosciuta, i miei ultimi deliri e divagazioni, non aiutavano a definire il mio ruolo lì, e mi disperdevo, mi disorientavo, ancora di più del solito, e non capivo più niente, ed era forse questa evidenza che faceva dire alle mie due cugine, sul finire della serata: “Tutto a posto?”… tutto a posto, sì, certo, ma lontano da qui, che non si capisce niente, disorientamento totale, voi e il vostro dialetto, la vostra upper class, la vostra vita che sta tra un film di Bergmann e uno di Ermanno Olmi, upper class che arriva nella campagna di periferia, straniamento cognitivo totale, tra gli anni che passano, contatti che non ci sono più, legami sperduti, e anche un certo senso di distacco e superiorità da parte loro, con neanche il tempo di parlarti e dirti due cose, e io da non voler dire due cose a loro, forse l’unica figura vicina era quella di Elia, il padre delle due, contadino e coltivatore da una vita, che forse non ha mai cambiato il suo modo d’essere, e sua moglie, Maria, contenta di certo delle sue due figlie e nipoti, ma non tanto di noi, la mia famiglia che prendeva e se ne andava a pranzo, quando lei ci aspettava, degli outsider, della gente con disturbi caratteriali, un po’ fuori di testa, poveri e fuori di testa, degli scarti umani di fronte a quella maestosità, e io che non mi sapevo più ricollocare, individuare, sperduto, disorientato in mezzo a quella baraonda, che per fortuna ora quella festa è finita e lì non ci dovrò tornare più per un po’, non so quando, e i nostri mondi rimangono separati, ed è giusto così, ed è bene che sia così, per non disorientarci più… quelle due cugine insomma, quelle due cugine italiane, lo specchio di questo mondo, ma non lo specchio del mio mondo, che al viaggio di ritorno in macchina e la notte a dormire evocavo ancora le mie canzoni pop albanesi preferite, quelle che prendono un po’ i suoni dalla musica orientale, e la mia musica non era la loro musica, e la mia musica non era neanche la musica dei miei amici, e mi perdevo in quei suoni, nella stanchezza del caldo, nel caos e nel disorientamento, e solo adesso si creava un sipario, una cortina di ghiaccio tra quel mondo e il mio, un mondo che si divide, per non disorientarci più, quel mondo delle cugine italiane e il mio, forse in pace con quel mondo, non più in aperta guerra, ma di certo io di quel mondo non ne faccio parte, e non mi disoriento più, su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Il sonno, vagabondare e buttare via le giornate, in questa vuotezza alla base di tutto…

Riprendere il corso d’ebraico così per ripassare un po’, fare risciacquo linguistico dopo questi giorni di full immersion in inglese, il libro di Jo Nesbo, le serie di “The Originals”, i libri di Knut Hamsun, la Deutsche Welle in inglese… riprendere a leggere qualcosa dopo che la giornata di oggi era assonnata, persa tra quelle canzoni mizrahi che mi davano la rilassatezza necessaria, dopo lo sclero di ieri, quando non ne potevo più di stare in casa, in officina, in ufficio, prendere e andare ancora al parco, Parco Sempione… andare là e dimenticare tutto, dimenticarsi anche di quei cinquecento metri quadrati su tre piani, spazio ampio, di certo, ma non abbastanza per me quando vado fuori di testa e vado in tilt e sclero e ho bisogno di andare via, prendere e andare via… e mi fermavo alla solita pizzeria dei turchi, dove mi mangiavo una pizza, mentre c’era il corano di sottofondo, venerdì mattina, verso mezzogiorno, con il solito pizzaiolo e suo figlio di sei o sette anni, che alla fine si prendeva pure i cinque euro che gli dovevo per una pizza e per una bottiglietta d’acqua, che strano stare lì in quella pizzeria con il corano in sottofondo, cercando di fare ordine nella testa, in quel caos dentro di me, e dare quei cinque euro a quel bambino mi faceva ricordare delle donne, di sposarsi, avere figli, come i primi sonetti di Shakespeare, “Unless thou beget a son…”, le donne… e prendevo e andavo via, mi bevevo il mio caffè al bar lì di fianco e me ne andavo verso Milano, dopo che un vecchio che accompagnava una nera, non so chi fossero, mi chiedevo dov’era la fermata dell’autobus che porta ad una città qua vicino, là dove abitava Leida, là dove a volte i miei ricordi vanno in tilt… e me ne fregavo e andavo avanti, convinto di liberarmi della giornata, di ogni cosa, mentre pensavo dentro me che forse un giorno potrei davvero fare questo di mestiere, semplicemente vagabondare, con pochi soldi in tasca, e passare le giornate a non fare niente, semplicemente chiedere l’elemosina e liberarsi di tutti quegli stress del lavoro, degli amici, delle ragazze, degli studi, dei parenti e colleghi, e semplicemente vivere di niente, come un barbone, buttando via le giornate, rinunciando a tutto, lasciando anche perdere l’idea di trovare un buon lavoro in linea con i miei studi, e fregarmene una buona volta proprio di tutto… e arrivavo lì al parco, i soliti neri che facevano segno se volevo un po’ di hashish, un gruppetto di giovani che si fumava una canna, coppiette varie di giovani che parlavano seduti su una panchina, turisti francesi sparsi un po’ ovunque, e sotto il caldo, io, alla ricerca di un posto all’ombra dove dimenticare me, dimenticare il mondo, dimenticare ogni cosa… e trovavo un posto all’ombra, e combattevo contro il craving di una bottiglia di birra, per fermare il nervoso che sentivo in me, e solo alla fine decidevo di prendermi quella nuova pastiglietta che si scioglie in bocca, che m’ha dato il dottore, pastiglietta che finalmente mi mandava nel mondo dei sogni, io lì, sdraiato sull’erba, all’ombra, con solo il mio zaino pieno di roba ad accompagnarmi, senza più voglia di leggere niente, di vedere nessuno, solo e da solo in mezzo a non so quante migliaia di metri quadrati di parco, spazio abbastanza grande da non farmi venire la claustrofobia, da solo mi rilassavo e non pensavo più a niente, tutto svaniva, tutto si dissolveva… mi svegliavo forse due ore dopo, con la sola voglia di trasgredire un po’ la dieta ferrea, e mi permettevo una coca cola zero, e poi me ne stavo lì, ancora sull’erba, sdraiato, a non pensare a niente, a cuocere forse sotto il sole, e pensare che delle giornate così potrebbero essere anche quelle a Berlino tra qualche giorno, giornate spese al parco senza fare niente, giornate buttate via così, lontano da tutti e da tutto, riposo totale… e mi alzavo solo per andare a mangiare qualcosa, verso le sei del pomeriggio, orario in cui di solito mangio, ceno, e mi permettevo un hamburger di quelli strong al Burger King lì in stazione, solo per ritornare poi al parco, e accorgermi che ormai la giornata era andata via così… i turisti, le coppiette, i giovani, tutto nella norma, e già mi piaceva fare quel giro qua e là, vedendo facce nuove, sentendo lingue diverse, e vedendo anche forse il mio futuro possibile: quel barbone seduto sulla panchina che si gedeva il suo panino, mentre un altro in bicicletta poco prima passava e mi vedeva, e mi diceva, con accento italiano: “You can totally do it!”, do what? Mi chiedevo, prendere e andare via? Parlare inglese, prendere e decidere cosa fare di questa vita? Fare cosa? E non c’era risposta, segni che a volte il mondo mi manda, ma che smetto ormai di interpretare… e pensavo anche a quella specie di sogno che facevo, quando pensavo magari di aprire un negozio o un’attività con qualche soldo da parte, ma che cosa? Una libreria? Una fumetteria? Rilevare un’edicola? Ma chi legge e compra ancora il cartaceo? Anzi, chi legge ancora? E mi accorgevo che era un’idea che non aveva né capo né coda… e me ne tornavo a casa, con la giornata buttata via così, ma dove almeno mi ero rilassato una buona volta per tutte, e non mi sentivo più in tilt con me stesso… me ne tornavo, sul treno, con il caldo addosso, con la sola idea di tornare a casa e farmi una doccia rinfrescante, e sdraiarmi poi sotto l’aria condizionata in camera e non pensare più a niente, dimenticare il caldo, l’estate, ogni cosa… e chiamavano gli amici, la solita uscita serale, chiacchierare e fare quattro passi, e dimenticare ancora di più, dimenticare, dimenticare ogni cosa… e si usciva la sera, si rideva, si scherzava, si parlava, ci si confrontava, dicevo dei miei giorni che saranno in vacanza, a Berlino, altri giorni da buttare via che saranno, e non pensavo al domani, ad andare al battesimo di mia cugina, rivedere i parenti, sentire discorsi noiosi, dover parlare di me e altre cose che non mi fanno per niente piacere alla sola idea, e non ci pensavo, non ci volevo pensare, anche quando la sera tornavo e pensavo solo al fresco dell’aria condizionata, questo caldo che non ti permette di pensare, di fare niente, questo caldo che dà alla testa, e mi pascevo solo nel fresco della notte, al di là anche dell’eclissi di luna, e mi perdevo nelle immagini erotiche di quelle ragazze che da sole possono farmi scaricare dal nervoso, da ogni cosa, da ogni pensiero, e pensavo ancora ad altre giornate da buttare via, a non fare niente, a sperimentare l’assaggio di una vita da barbone, da vagabondo, senza neanche lavorare come fanno invece in quei romanzi di Hamsun i vari vagabondi, sempre che cercano lavoro, che cercano un modo per sopravvivere, mentre a me non interessa più niente ormai, mi andrebbe solo di vagabondare e buttare via i giorni, perché un senso qua non lo trovo più, lo trovo solo nel nonsenso generale di qualche religiosità che sa di nulla, di vuoto, di assenza, se non fosse per quel corano che sentivo dai turchi, quel bambino che vedevo, e quella madre a cui pensavo, ma poi mi eclissavo, mi eclissavo anch’io come la luna della notte di ieri, e volevo solo dormire… e dormivo… dormivo e mi svegliavo più rintronato di sempre, con le idee confuse, come ultimamente mi capita, che mi sveglio e non so più neanch’io perché mi sveglio, forse solo per invocare una qualche divinità che svuoti tutti i pensieri, solo per prendere e andare poi a fare il mio giro al bar la mattina, per le sigarette, e la solita camminata di un’oretta, forse il momento più bello di tutta la giornata, senza nessuno attorno a me con cui parlare, io da solo, a camminare, per i fatti miei, a prepararmi a vagabondare e a non fare più niente, non credere più a niente, non voler più vivere, solo vagabondare in eterno, senza una meta, senza uno scopo, dimenticando gli studi, ogni lingua, ogni cosa imparata, non dando più peso a niente, annullando tutto e tutti e vagabondare e solo vagabondare e non fare più niente, e buttare via le giornate… camminavo e camminavo solo per poi tornare in casa e decidere quest’oggi di riposare, aria condizionata, musica israeliana mizrahi, e nessuno, e niente, e accettare questi miseri cinquecento metri quadrati per tre piani di questa casa, come diceva l’amico delle case popolari della sera prima, che lui già sarebbe felice con così tanto spazio, a me sembra solo una prigione, una prigione molto spaziosa, e provavo ad accontentarmi di questo spazio, almeno per il fresco, e distendermi sul letto e dormire, e non pensare più a niente, trasportato via dalla musica, dai suoni, dal canto, fino al sonno, ennesimo sonno, che tra vagabondare e buttare via le giornate sono diventati le costanti di quest’ultimo periodo, e mi lasciavo trasportare dalla musica, da quella lingua strana che spezza i denti e spezza ogni ascolto, e mi perdevo nei miei misticismi linguistici, di una lingua originaria che non esiste, pura sonorità dalla quale scaturisce ogni lingua, ogni suono, ogni combinazione di parole, solo per trovare il nulla da cui ogni pensiero, ogni idea nasce, quel nulla fatto di suoni che ti permette di capire che tutto nel mondo è completa vuotezza di senso e significato, di scopo e meta, e mi perdevo in quei suoni, in quella musica, in quel canto… e andava via quasi metà mattinata e il primo pomeriggio, mi svegliavo solo per risciacquare ancora di più il suono e le lingue in me, solo per buttarmi in quel corso di ebraico per principianti, così, per annullare ogni idea, ogni pensiero, ogni lingua, ogni costruzione astratta, lo stato, una nazione, il popolo, una lingua nazionale, cose a cui non credevo più, filosofie di vita, ideologie che possano motivarti, filosofie d’ogni genere, niente, non rimaneva più niente, solo il sonno, la voglia di vagabondare e di buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente… in quella vuotezza generale, vuotezza su cui si fondano diecimila cose del mondo, nessuna vera, nessuna con alcuna consistenza, con nessuno scopo, e in quella vuotezza mi perdevo e mi perdo e c’è solo voglia di sonno, di vagabondare e buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente, in questa vuotezza che alla base del tutto…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Impressioni di una periferia e sogni d’altrove…

The godess of imaginary light… svegliarsi così, con questo canto evanescente in mente, la visione verso il tempio, di quella luce che salva, dalle porte mistiche e trascendentali, il ricordo della giornata passata, per uscire dalle tenebre di quella stanza che portava delirio, fare il giro della città, come se fossi già a Berlino, girare la città come se fossi uno straniero, un turista, per non cadere nell’incantesimo da magia nera e rossa, che ricordava un’estate depressa di qualche anno fa, uscire e spezzare le catene, per fiondarsi in biblioteca la mattina, e leggere con tutta calma il libro di Knut Hamsun “Fame”… lettura che rilassava e distendeva, questo giovane vagabondo alle prese della ricerca di un lavoro, di come vivere, a fine ottocento, in Norvegia, la fame e l’impossibilità di trovarsi un vero lavoro da giornalista, scrivere un sistema filosofico, lavorare da uomo tuttofare da contabili, lavori in nero, pur di sopravvivere, con idee velleitarie di scrittore, e poi trovare e sognare l’amore di una ragazza, e sfinirsi quasi alla follia, la fame che attanaglia, i soldi che non ci sono mai, e finire la vita buttando via tutte le carte, l’amore e tutti i lavori, e prendere e partire come marinaio su una nave mercantile in Inghilterra, i sogni di gioventù da scrittore che se ne vanno via, buttati via, e l’amore, anche quello, la dura realtà del mondo che cambia, che ha bisogno di soldi, e vedere me dopo la laurea, dopo Alina, venire a patti con la realtà e non con i mondi dei sogni di chissà quali lavori intellettuali e chissà quale scrittura… lettura piacevole che portava via tutta la giornata, duecento pagine che si leggevano come niente… e girare e girare, di qua e di là, al parco, in biblioteca, al supermercato, in casa per un attimo con l’aria condizionata, e non trovare mai pace… fare un giro al centro commerciale quando minacciava temporale e qualche goccia in effetti scendeva, fermarsi a comprare una piadina e una bevanda rinfrescante, e vedere la gente in giro, quella del centro commerciale, ragazzine con la famiglia, gruppetti di adolescenti, uomini e donne sposate a fare acquisti, musulmani vari, belle ragazze poco vestite e indipendenti, gruppetti di amici, tutto lo scibile umano consumista nel tempio del consumismo, il sabato pomeriggio, e muoversi in quegli spazi vestito di nero, come un monaco che non ha niente da condivedere con loro, e fermarsi lì, su una specie di panchina di forma rotonda attorno ad un enorme vaso di una pianta, fermarsi lì e vedere la gente andare e venire, senza domandarsi perché, solo per rilassarsi, in quel tempio del consumismo, e non pensare più a niente, solo distendersi e non aver più bisogno di niente, provando a immaginarsi in un’altra giornata vuota come quella magari a Berlino, quando non avrò niente da fare, nessun posto dove andare, liberato del demone che mi possiede quando a volte sto in casa troppo, per lavoro o per studio, in officina, liberarsi di quelle immagini, di quei demoni, e rilassarsi così, nel tempio del consumismo… tornare a casa a cena e non aver neanche voglia di mangiare, i miei che uscivano con un amico di mio padre a cena, io che non avevo dove andare chiamavo l’amico rimasto, per sentire magari anche l’altro, accordarsi per un’uscita, per svagarmi, per interrompere la solita routine di cose e pensieri e persone… parcheggiarsi lì, in quel parchetto delle “tre torri”, i palazzoni quasi case popolari di questa città, la gente che faceva passeggiare il cane, gente working class, dall’aspetto, dalle parole, pensieri semi depressivi che mi prendevano, e vedere me stesso da un’altra prospettiva, aver passato quasi trent’anni sempre all’ombra dei miei, non aver costruito relazioni durevoli, con qualche ragazza, non aver costruito niente, e guardarmi nel riflesso del tablet che avevo davanti a me, e sentirmi quasi un mostro, eppure poi rilassarmi… cominciare a leggere in inglese “Wanderers” di Knut Hamsun, un altro libro dei suoi, e perdersi in quelle descrizioni dei lavori nella foresta, e lì, immerso nel verde, ricordavo quelle estati in vacanza nei vari campi di volontariato, la bellezza della foresta, del verde, lontano dalla città, come diceva il libro, e quasi immaginavo una vita come guardia forestale, all’aperto, nelle foreste norvegesi, a parlare inglese e lavorare, lontano da qui, dalla città, che quasi mi pentivo di aver scelto la città di Berlino come destinazione per una vacanza, e sognare invece il verde, la foresta, il silenzio, la natura selvaggia, lontano dal fracasso della città… leggevo ad alta voce, in inglese, per recuperare la voce, per fare l’attore che leggeva, e stare lì, all’aperto, mi distendeva, lontano dalle mura di casa, che avrei voluto diventare nomade, muovermi in continuazione, non avere più dimora, perdere l’orientamento di questi luoghi, liberarmi una volta e per tutte, mentre mi accorgevo di vivere proprio in una periferia da working class, con quella gente delle tre torri, quel quartiere in mano a turchi, pakistani e cinesi, un quartiere pieno di parole volgari e ignoranti, ma forti, come quelle tre ragazzine da niente che uscivano dai palazzi, loro e loro parole e i loro discorsi e le loro voci che in un libro ottocentesco le avrebbero definite come “gergo da prostitute”, ragazze da niente, né più né meno di Ana, le ragazze… quelle che vedevo passeggiare al centro commerciale, le commesse dei negozi di abbigliamento, quell’altra che parlava con il managere del negozio di alimentari, diciannove anni, diceva, studiava marketing e pubblicità all’università, col sorriso sul volto, quel sorriso di una luce falsa, come le tante ragazze di plastica che vedevo al Carrefour, le ragazze di plastica, che non fanno venire nessuna voglia, né di amore, né di niente, solo indifferenza, ragazze di plastica, che questo vestire estivo a volte mi urta, con quei loro tatuaggi insignificanti sul corpo, quelle loro gambe al vento, quei fianchi, quel niente che mostrano, con questo caldo e sudore e afa che mi dà quasi lo schifo dei sensi, se non ci fosse la calma che va oltre queste ragazze di plastica…  e la serata poi arrivava, dopo le letture, dopo essersi svagato e liberato, una serata a chiacchierare con l’amico, per lo più di fotografia, imparare un sacco di cose, la fotografia non come specchio della realtà ma come sua consapevole distorsione e rielaborazione, concetti filosofici che saltavano fuori, il cubismo e la scomposizione delle immagini in un solo concetto, la differenza e la ripetizione nella sequenza di foto, il ciclo kali yuga di creazione, conservazione e distruzione, e di nuovo da capo, i discorsi tra realtà, percezione e interpretazione, le tirate agli altri amici, il disprezzo per quelle notti bianchi di un altro quartiere periferico, con qualche band tributo per il più famoso cantante italiano, conformista travestito da ribelle, e la break dance per i poveri, e uno svago che non sapeva di niente, altra quasi depression di vivere in posti così, tra gente da niente, divertimenti da niente, tutto da niente, e sorvolare, andare oltre, in ogni caso… le nostre parole che si protraevano fino a mezzanotte quasi, la stanchezza e il sonno che si facevano sentire, la voglia di rinfrescarsi con una bella doccia una volta tornato a casa, accendere l’aria condizionata e dimenticare tutto e tutti, lo spuntino di mezzanotte che sostituiva la cena saltata, la stanchezza e il mal di testa, il caldo, l’incantesimo dell’estate, tra queste ragazze di plastica, quartieri periferici squallidi, svaghi da niente, gente da niente, solo con quel giusto sentire che mi davano quei libri di Hamsun, le parole con l’amico, i giri durante la giornata per non essere sopraffatto dai demoni della depressione, le parole in inglese, la voglia di girare e non stare fermo, muoversi, muoversi e fare esperienza del mondo, raccoglie e catturare momenti, immagini, muoversi e sognare ad occhi aperti, raccogliere impressioni, senza fine, senza fine, quel canto dell’anima che partiva a volte, sognare di essere già là, in vacanza, visitare qualche luogo sacro o no, impressioni, visite, movimenti, in movimento con l’anima, raccogliere impressioni, le ragazze di plastica, i quartieri periferici squallidi, l’orrenda gente senza niente da dire, le parole inglesi e sogni d’altrove, impressioni di una periferia e sogni d’altrove…

Prosa Poetica, Visioni

L’ortodossia nera dell’anima, e gli occhi di lei, ispirazione infinita…

Pagine bianche da riempire, insuonato da sonetti shakespeariani e musica d’altrove, passando momenti al parco per espandere la mente, e lo spirito, al di là delle sempre più strette mura di casa, automatismi di luoghi che mandano in tilt, espandeva l’anima e lo spirito per prepararsi a vagabondare ancora, per 7 giorni in un altrove che non conosco, sognando una volta e per sempre di liberarmi di me… sonetti che evocavano la sua figura, finché c’era l’incanto, spezzato da visite in casa di chi non avrei voluto, antiche voci di chi vuole saperla più lunga e comandare, sperando di far comandare gli altri, volontà di potere là dove solo Dio comanda… eterno dormire di luci nere che apparivano dall’abisso, apocalissi o crocefissioni di amori sperduti, una stanca aurea e sonno m’attanagliava al ricordo di lei, come lei dormire in questa vita che non dà niente… musica che si accendeva in me per non ascoltare pensieri maledizioni, cambiare luogo per disinfestare l’anima dagli spiriti che regnano a volte in me, eterno loop di luoghi che ha bisogno d’un taglio, quanto mi piacerebbe andare a vivere altrove, da solo, per spazzare la mappa mentale dell’anima, liberarmi di me e dei miei luoghi, ricordare come lei diceva di non dormire altrove, ma solo di lasciarsi andare alla musica, e lei sconfina oltre ogni dove… divinità d’amore al di là del tempo e dello spazio… sognare una serata al di là di tutto, di luoghi e persone, di discorsi e parole, lascali parlare, loro e la loro filosofia, che è già stata attuata, cordone ombelicale spezzato già prima del tempo, grazie a Katia, e non c’è bisogno di ripetere ciò che è già accaduto, convivenze di comodo là dove non si hanno obiettivi, se non capire come liberarsi, là dove però il desiderio va solo ad Ana, e non concepisce più nessun’altra… come innamorarsi delle più che non mi ispirano niente? L’amore non va a comando, a forzature, e l’anima mia è salva anche senza amare, senza filosofie che risvegliano solo i serpenti dell’anima, lasciali parlare… qui in questo parco, come un principe barocco, in mezzo a tutti e nessuno, senza desiderare più niente, con le sole visioni di un mezzodì che rivelava la redenzione attraverso l’ortodossia e il canto evanescente, che non ci sono più altre dottrine, pensieri magici, psicologismi, che la mia anima volava in una chiesa ortodossa, dove venivo unto di un saio nero come un monaco folle di lei, come l’estate scorsa, icone di lei… là dove l’amore è sommerso dall’estasi spirituale dei giorni dopo, non importa più il desiderio mio, ma la sua vita, scelta in disparte dagli altri, ai margini di una via, per salvare non si sa chi, visione di un Jean Val Jean, o Resurrezione… ritrovo lei in me, ortodossi dell’anima nera che porto sempre con me, ovunque, con chiunque, si disperdono false identità e sono io, libero di non comandare niente… rimandato è il cosa fare nella vita, è già tanto sapere di essere salvi, in ogni caso, l’amore che redime che l’anno scorso non riconoscevo, Leida e i suoi incantesimi, Marina e lo sviamento… l’anima mia finisce sempre in Romania, là dove finisce il mondo, e nasce l’ortodossia dell’anima nera… non ho bisogno di chiese, di preghiere, sono libero di essere me stesso, sempre, ovunque, i discorsi altrui non influiranno più, e la sua visione, i suoi che occhi sapevano di poesia rinascevano nei sonetti shakespeariani, non vedi i miei occhi? Perdersi in lei, in quello sguardo e tutta la poesia mi invadeva, fino all’ortodossia nera dell’anima, e gli occhi di lei, ispirazione infinita…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nei suoi occhi come brillanti tristi…

E bastava rivederla nella notte, quando l’insonnia si faceva sentire, due bicchieri di vino rosso che innestavano i sentimenti sopiti, quelli nascosti, a scacciare l’odio e il nervoso di una giornata che non sapeva di sé, che si perdeva in croci ortodosse viste sulla guida turistica di Berlino, disegni di palazzi signorili, foto di una città che vorrò visitare solo perdendomi, come un flaneur, senza guida, là dove mi porta l’anima… pomeriggio passato al parco per un attimo, in mezzo a gente di ogni sorta, ancora nel sole della giornata, nei trenta gradi che ancora non ricordano certe estati afose e irrespirabili, un caldo che alla sera si sopportava, anche quando finivo di vedere la partita Croazia-Russia, al di là di vittorie metafisiche di storie dei due paesi e culture, ricordi autoreferenziali, pensieri che mi accorgevo da tempo essere in tilt, schizofrenici, senza alcun nesso con la realtà, pensiero magico di cui mi liberavo nella notte, con quei due bicchieri di vino, nel silenzio e nell’ombra da cui scaturisce ogni parola, quando non hai più bisogno di musica che ottunda i pensieri, che non li faccia sentire, quando la notte e il silenzio ti invadono e tutte mille cose scompaiono, retaggi di modi d’essere passati, loop che non vogliono più ripresentarsi, qualcosa che si smuove e non so perché… estasiarsi di immagini erotiche dal paese più sexy del mondo e ritornare a sentire il desiderio, lanciarsi nella notte per cercare lei, o la sorella, in preda ad estasi e fantasie erotiche e ad immaginazione… la notte, lei, là, Ana, che non mi andava di parlarle, nella mia fantasia volevo la sorella, solo lei, che si confondeva con quelle immagini, e mi fermavo, là, da lei, solo per vedere che la sua bellezza non aveva niente a che fare con quella delle foto, rifare il giro, scambiare due parole, e sentire il bisogno di lei, di Ana, fare il giro e ripassare da lei, per parlarle, solo per parlarle… come va, hai ancora sonno, va bene, mi diceva, sì, ho già sonno, non mi vedi negli occhi? Quell’istante, quell’istante che faceva crollare il mondo, il suo volto, i suoi occhi di pura tristezza, e infondermi in quello sguardo, infondermi, che mi chiedevo come un attimo prima avevo potuto desiderare la sorella, perdermi nell’ovale del suo volto, nella sua bellezza, nella sua dolcezza, ed accorgermi di essermi perso un’altra volta, nel suo sguardo… non c’era più altro pensiero nella notte, tranne lei che mi diceva di fare come voglio io, di passare quando voglio io, come voglio io, quelle parole e quello sguardo che sarebbero bastati a far essere quella notte l’ultima, quel sonno l’ultimo, senza più bisogno di niente, di nessuno, tranne che di lei e la sua voce e la sua bellezza e quegli occhi come dei brillanti tristi che mi accompagnavano nel nero della notte, nella bellezza e nell’estasi erotica d’amore, quei suoi occhi come brillanti tristi… 

E il risveglio doveva essere fatto di apparizioni della notte prima di epigoni di profeti apparsi per caso, vecchie abitudini di pensiero, automatismi che si dissolvevano, e il solo ricordo erano ancora gli occhi di lei, che mille pensieri schizofrenici si manifestavano per quello che erano, figmenti dell’immaginazione… camminare verso il bar per bersi quel caffè e comprarsi quelle sigarette nel bar più anonimo del mondo, dove la bionda cinese quarantenne è lì solo per non dire niente, passare oltre quell’inferno del bar di una volta, da cui provenivano voci di partenopei anziani e saggi e pieni di vita e ironia, andare oltre, e bersi quel caffè al bar, vestito di nero, come quel monaco ortodosso in me che smetteva di esistere nel ricordo degli occhi di lei, nel suo volto, e incamminarsi dopo dimenticandosi anche quasi di accendersi una sigaretta, e la musica mi invadeva, altra musica, di quell’evanescenza che una volta segnava la fine di quella musica, un innesto di suoni tra il sacro e gli abissi, note norvegesi black metal, il tempo che smetteva di scorrere, un giorno alla volta, una notte alla volta, e la visione ancora di lei, di quel suo sguardo, di quelle emozioni che si risvegliavano ancora, riapparivano alla superficie, e i ricordi di libri d’autore di shakespeariana memoria che riapparivano, come quei sonetti, quasi come quelli di Eminescu l’altro giorno, la lingua inglese che mi invadeva di quell’aurea depressiva e malinconica e piena d’amore come ai tempi delle superiori, di quei sviamenti, di quegli amori adolescenziali un po’ suicidi, quello stesso sentire che riaffiorava solo per liberarmi da tutti i pensieri schizofrenici e lasciarmi immergere nelle note di canzoni d’amore italiane di quella Laura che pensavo fossero canzoni di depressi, e quante volte ho confuso la sofferenza d’amore con la depressione, e camminavo e camminavo, solo per specchiarmi un attimo nelle vetrine dei negozi, con quella mia camminata, quel vestito nero, solo per rendermi conto che il teatro dentro la mia mente, come se fossi nel mondo dei sogni, viveva solo dentro la mia anima, e fuori, là fuori, la gente mi vede solo dal mio sguardo, come io ieri notte mi vedevo negli occhi di lei, del suo volto, del perdermi nei suoi occhi come brillanti tristi… Non so di che materia sarà fatta questa giornata, forse dei sogni, di quel sogno d’amore che ora mi invade, di quella musica che ora mi invade, nel silenzio e dal profondo dell’anima, che perdo ogni riferimento, ogni lingua, ogni modo di pensare e mi infondo ancora negli occhi di lei, tristi come dei brillanti, e il mio pensiero si trasforma in poesia e in sentimento, e rimane solo lei, i suoi occhi come brillanti tristi…

Prosa Poetica, Visioni

E la notte sa di musica d’eroina, musica di cocaina, muzica turceasca, e lei, Ana, si infonde in me…

La voce, la voce di lei, la cameriera romena nuova, la ragazzina nuova, la sua voce, che mi ricordava lei, guardare di qua e di là nel ristorante, pur di non incrociare il suo sguardo, il suo volto, la sua camminata qua e là tra i tavoli, il suo corpo, la sua bellezza, e quella stessa voce, quello stesso accento che mi rimandavano a lei, ad Ana… mi perdevo in questi giorni, in queste settimane, a dormire tutto il giorno, a lasciarmi andare a crisi depressive, dormire tutto il giorno, sotto la musica black metal, sotto musica depressiva, canzoni italiane, rap italiano, quello che piaceva anche ad Ana, e perdermi cercando di capire dove fosse il punto, cosa c’era di sbagliato, se c’era qualcosa di sbagliato, stare come un mese intero in coma, come in ricovero per depressione, e più dormi e più vorresti dormire, ipnotizzato dalle partite dei mondiali, tra uno stacco e l’altro, tra una giornata di canzoni e un’altra, in questo mese senza lavoro per via del furgone a riparare… non farcela più, ad un certo punto, lasciarsi andare a recitazioni coraniche lontante, di recitatori arabi e turchi, dalla voce che sembrava provenire dall’aldilà, dal mondo dei morti, dal cielo, non si sa, cantilene coraniche che volevano sostituirsi a musica depressiva, a musica da eroina, e non farcela più… prenotare per Berlino, come per scacciare tutti i fantasmi, quali fantasmi non si sa, passare attraverso i fantasmi, e ritrovare tutto l’oro del mondo, la voce di lei, così simile a lei, la cameriera romena, così simile ad Ana, che mi rimandava a Eugenia, a non so chi, forse ad Alina, e la musica di stanotte era la sua musica, Laskovij Maj, musica tardosovietica anni ’80-’90, da morire di overdose di eroina, o forse d’overdose d’amore… gli oggetti spazzati dalla stanza, che diventa come una stanza d’albero, io che mi ripeto sempre: “E’ come se fossi stato catapultato in un albergo di Berlino, tra Berlino capitalista e Berlino comunista, tra Russia e Germania, tra Est e Ovest, ancora una volta, tra depressione, esaltazione, deliri…”… e invece sono qui, a rincorrere la voce di lei, che stanotte mi diceva che si sentiva un po’ giù, proprio lei, quando glielo facevo notare, che stanotte non era lei, la solita, Ana, eh sì, mi diceva, saranno tre settimane che mi sento così, vorrei solo dormire… summer depression… quando tutti vanno in vacanza e te ti accorgi che non ci vai, e fai una fine di merda, anche a me è successo, per un mese, le dicevo, un mese di attacchi di depressione e sonno, e anche se lei poi mi dice che è stata a Montecarlo il fine settimana, e che ad Agosto ci torna, nessuno ci crede, a Montecarlo, lei, una ragazzina romena da strada, proprio lei, chissà, mi pare strano, sarebbe stata più contenta, più viva, come sempre, con quelle sue canzoni raeggeton, quel suo rap italiano, quella sua vitalità che non si vedeva mai, e stanotte non era lei… Ana… io e il mio precipitarmi da lei, solo perché avevo bisogno della sua voce, del suo corpo, delle sue parole, delle mie parole verso di lei, mostrarle amore, interesse, scambio di parole, di discorsi, lei e il suo affitto che a Milano non ci andrà mai a vivere, troppo cara, bella città dell’Italia che hai scelto invece, questa periferia di Milano, e lei che diceva che sceglierà paesi piccoli, sempre, anche tra un anno, quando cambierà zona, diceva, come la cambiano tutte, come l’aveva cambiata Xhuliana, come l’ha cambiata Leida, se lavora ancora, come non l’ha ancora cambiata Alina, ogni tanto la notte quando c’è, il vai e vieni, che non ci pensavo più di tanto, perché lei c’è ancora, Ana… la ragazzina romena la cui voce mi rimandava all’altra romena che mi mandava in tilt, lo stesso tono di voce, la stessa bellezza… perdermi tra i suoi seni questa notte, tra le sue gambe, nel suo volto, nei suoi occhi, nella sua voce, anche con quel suo sguardo stanotte più triste, le parole, quella romena che incrociavo quest’oggi durante la camminata serale, “Uit asa!”, diceva al figlio di cinque o sei anni, “Guarda qui!”, lei, la romena in buona forma con il vestito estivo attillato rosso fiammante, “Ciao pope!”, mi diceva, pope… come un monaco ortodosso, mi dicevo, come Rasputin, da un mese e oltre a questa parte, quasi, mi dicevo, o per niente, con le ragazze di Sexy Russia su VK che mi ridavano vita, la bellezza, l’erotismo, il desiderio, che rinasceva, che altro che Turchia e recitatori di Corano o Germania, ci sarebbe voluta un po’ di Romania, ma c’è sempre tempo, se prendo gusto a viaggiare ogni tanto, ma intanto c’è lei ancora, Ana, la sua arte erotica, la sua bellezza, la sua bellezza da ragazzina, la sua voce, le sue parole, la nostra intimità, a modo nostro, dopo che anche al telegiornale sentivo di quell’omicidio suicidio a colpi d’arma da fuoco avvenuto due notti fa, lì da lei, quattro macchine dei carabinieri, due ambulanze, mi chiedeva come si diceva, am-bu-lan-ze, e sua sorella che l’italiano non lo vuole parlare, lo capisce ma se ne frega di parlarlo, e dice che basta lei, Ana, a insegnarglielo, eppure le dicevo che è meglio se lo impara, delle buone parole sanno come creare una relazione, creare intimità, far esaltare il desiderio, le parole che fanno amare e desiderare… e bastava lei, Ana, le sue parole, la sua voce che ricercavo da non so quanto tempo, la sua arte, la notte d’estate con l’aria fresca, che lei voleva dai finestrini della macchina, a ridare voglia e ispirazione dopo un mese fatto di sonno depressivo da reparto psichiatrico, da canzoni oscure, da pensieri che prendevano una piega che andava nell’aldilà, nell’altro mondo, con recitazioni di Corano trascendentali e mistiche, da toccare il fondo più oscuro dei mondi dell’aldilà… ci voleva lei, quella cameriera romena così simile ad Ana, la stessa voce, lo stesso tono, questo lunedì, quando la vedevo, a ridarmi voglia di lei, lei che all’inizio voleva qualcosa di più, ma poi mi diceva la prossima volta, io che da lei voglio qualcosa di più, le parole, un’intimità, come era con Alina, come era con Leida, e queste mille parole e mille canzoni che non basterebbero giornate intere se ci fosse la vera lei, mille discorsi, mille conoscenze, mille lingue, parole infinite, stati d’animo dagli abissi alle vette agli aldilà al piattume alle battute alla serietà alle parole da niente, giorni e notti intere da condividere con lei che non c’è, eppure mi basta la sua voce, la voce di lei, le sue parole, la sua arte erotica, quei suoi sorrisi, a ridare musica viva alla mia anima, a farmi sentire ancora vivo, ancora desideroso di desiderare e amare, di vivere, di celebrare la vita, in tutti i suoi aspetti, anche quando ti sembra di fare il giro nei mondi dei morti, nelle oltretombe, riprendersi, rinascere, rivivere, con delle semplici parole di loro, la giovanissima cameriera romena, la donna vestita di rosso, e al diavolo pensieri che si facevano mistici ed esoterici e ultra religiosi, che sconfinano sempre poi in misticismi erotici grazie a loro, a quelle ragazze, a loro, a lei, ad Ana, adesso che Alina è rimasta solo come il grande ricordo di una delusione e di un amore che non può essere, eppure volere ancora intimità con lei, come con Ana, libertà d’amore di momenti strappati alla notte, alla luna, alle stelle… e rivive la notte come non riviveva da tempo, fatta di musica di non so più di dove, di ogni dove, di ogni sonorità, che non dormirei più, starei qui continuamente esaltato dalla musica, e dalla voglia di lei, dalla sua voce, dalle sue parole, dalla sua arte, da quel suo viso in queste notti così giù, anche quando passavo e la vedevo lì, come in disparte, persa nel suo mondo, persa nello sguardo e nelle parole, Ana, eppure sempre desiderio e voluttà… che questo vino rosso non finirà mai, questa musica, l’immagine di lei, i suoi discorsi, la sua espressione un po’ giù, che ogni volta è l’ultima volta, ogni volta è l’ultima volta, e non si sa quando avrò ancora voglia di lei, forse sempre, forse mai, e intanto lei rivive in me, ora che la musica non è più sua, ora che anche lei conosce certi periodi malinconici e tristi, e la notte sa di musica d’eroina, musica di cocaina, muzica turceasca, e lei, Ana, si infonde in me, il suo corpo, il suo volto, la sua bellezza, la sua voce, le sue parole, la sua arte erotica, i suoi sorrisi, la sua figura, la sua immagine, e quell’intimità che c’è ancora, qualcosa di più che si perde nella notte e nell’immagine di lei…