Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

La mia follia da fiori del male…

Il demonio, il demonio, il demonio che si impadroniva di me ieri, al mescolare le carte delle immagini a cui ispirarsi, una luce bianca con il nome divino, e nove scie di luce a formare una stella, le convulsioni, i denti stretti a urlare quasi da camicia di forza, i muscoli contratti, la follia da fiori del male… pasticche e gocce chimiche, per sedarmi, la luce bianca che andava a toccare i punti di pressione cerebrali della sessualità, la voglia di Elma Sallahu, le videoclip, la follia, e stare in piedi su quello spiazzo, sotto gli occhi di tutti in potenza, e nell’atto non fare niente, concentrarsi solo su quella stella a cinque punte di natale, quella regalata dalla suora, e fare svanire la follia delle immagini erotiche pervasive… perdersi nei libri sulle immagini, operazione di sconquasso libidico e mentale, il demonio che mi ordinava di leggere, anche senza capire, l’iconoclastia dell’anima impazzita, operazione da camicia di forza… da ospedale psichiatrico, quasi farsi internare… il pomeriggio che andava via liscio dopo la chimica, e sentire Saverio, in tilt gli dicevo, tilt totale, Evgenij Onegin da guardare con Marina, a fine mese, è lunga ancora, diceva, e Pushkin, il nome, che sembrava sinonimo di desiderio d’amore, la paura della morte, del dolore, il dentista in ballo che non aiuta, lo stress… passare un pomeriggio così, sdraiato come ricoverato, sul letto, a sentire il corano, aspettando che la chimica facesse effetto, sedazione e indemoniamento… andare al bar per guardare la partita del Milan, nella frenesia patologica di quella gente al bar, che scommette, che guarda le partite, i passi veloci della gente, gente viva, frenetica, indemoniata… e i miei sogni di mondi paradisiaci che andavano via, nessuna parola, nessuna visione… solo il demone della frenesia… il demone dei fiori del male che si sarebbe scatenato nella notte: bersi bicchieri di alcol, altra chimica,  la visione erotica di quelle ragazze, Sexy Russia, la voglia di evacuare, di liberarmi, e trattenermi invece alla ricerca di una puttana… uscivo e vedevo quella sud americana figa, seni prominenti, bel corpo, fattezza orientali del volto, le sue gambe di pura bellezza ed erotismo, caricarla su, con quella sua voce orgasmica… fermarsi là e cominciare a godere, indemoniato, frenetico, toccarla, lei che mi toccava nel mio stato indemoniato, giri di corpi, seni scoperti, parole volgari, estasi dei sensi, lei che non giocava come volevo io, indemoniato dall’alcol, dalla chimica, dalle allucinazioni, dallo stato mentale alterato, giocare, scoprirle i seni, le parti intime, le gambe, visione pornografica ed estasi sopra ogni limite, indemoniato, la follia dei fiori del male… estasi erotica che si protraeva nella notte, quante gocce, quante sigarette nell’estasi addormentarsi… svegliarsi con il terrore di quegli amici e le loro malattie chimeriche, io e le mie ipocondrie, le mie maledizioni, e l’estasi che mi pervadeva, lontano anni luce dalla quiete, altra chimica in maniera spropositata… accasciarmi sul letto dopo aver cercato invano Saverio, ma la chimica faceva da sé, per contenere il tilt del demonio dei fiori del male… addormentarsi e svegliarsi a mezzogiorno, solo per mangiare un po’ di pasta, bere un caffè forte, fumare una sigaretta, l’estasi, l’agitazione, il ricordo erotico e la voluttà, l’estasi dei sensi, e la follia tra morte ed erotismo, le regole sconquassate, il tilt dell’anima, le paure funeree e virali, paranoie d’amici, ipocondria trasformata in estasi erotica, i solti buttati al vento, jam shqiptar! Niente mi può scalfire! L’immagine al muro che indica solo che la quiete, presto o tardi, arriverà comunque, dopo l’estasi, sentirsi da dio dopo essere indemoniato, vita spericolata, al di là della noia, della quiete, quiete funerea, ebrezza dei sensi… caffè, chimica, sigarette, Saverio non risponderà, tilt dell’anima estasiata e indemoniata, attendo la quiete su scritture spirituali in inglese, in officina leggere ad alta voce, da solo, per scacciare i demoni… i fiori del male, poesia scapigliata, estasi dei sensi, estasi della notte, senza più un soldo, sono ancora vivo, jam shqiptar! La chimica, la chimica, la chimica! L’estasi, testi religiosi senza senso, scacciare i demoni, l’obiettivo? La pace e la quiete dell’anima, sentirsi da dio quando sarà il momento, attendere quell’ora, quelle giornate, quei giorni, intanto l’anima è estasiata, come altre volte, e non ha voglia di evacuare energia, impazzisce l’anima mia come dei fiori del male e anelo ad una quiete che non sa quando sarà, mia follia eterna, la mia condanna, la mia follia da fiori del male…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Loop senza fine…

Estrarre il solito libro sufico tra immagini pervasive di un tempio, di un’aquila, di un buddha e delle tesi di laurea su Russia e Albania, la fame di una pizza dai turchi, altro che sufi e sufi! L’allenamento spossante di ieri, sotto la pioggia, e aver fame dopo aver controllato il consumo calorico e le calorie di una pizza… andare dai turchi e ordinare una margherita, sedermi al tavolo e aspettare la pizza, mentre alla tv c’era la Juve contro il Manchester, commentata in turco… stare lì e poco dopo arrivare la mia margherita, aspettavo che si raffreddasse mentre guardavo la partita e commentavo con Mustafa, di Pogba, la Juve, Higuain, la Champions, il Besiktas, Ozil e Calhanoglu, il Milan, i fascisti tedeschi contro Ozil, come diceva Mustafa, e il decoder di Sky, e altro, mentre mi gustavo la mia pizza, e all’altro tavole c’era solo una bambina con un suo padre… andare via, salutare, andare via e chiedermi se anche alla tv italiana c’era la Juve, stare in casa, soddisfatto nell’appetito e di aver scambiato due parole, la strana sensazione che si prova sempre con gli estranei, tanto più se stranieri… la Germania, la Turchia, l’islam, strane associazioni di immagini inquietanti, e per dimenticare guardarmi la partita su Rai1, a casa… togliere gli oggetti! Sì, togliere i soliti oggetti, loop di immagini che rieccheggiavano le parole di Leida di una volta: “Sposto gli oggetti nella stanza…”… guardare la partita e aspettare la risposta di Marina su Whatts’up, io che le dicevo che avevo comprato il biglietto di Evgenij Onegin per il teatro, lei che non so cosa doveva rispondere… la partita che finiva 2-1 per il Manchester, inaspettatamente, Mourinho che è il solito genio… c’era quasi da aspettarselo… Marina che rispondeva solo con una foto del suo biglietto, un ok, abbiamo i biglietti, adesso bisognerà vedere se andare o no allo spettacolo, e mentre scrivo mi chiedo: “Perché no?” Non lo so, notte movimentata di sogni e immagini erotiche, cercare Ana la notte, non c’era, sognare una antichissima compagna delle superiori, Stefania, l’amica di Carola, lei che faceva la porno attrice nel sogno, e amici juventini che mi volevano portare via, sogni erotici disturbati, un’altra pasticca chimica per dormire, troppi caffè ieri… svegliarmi intontito, presto, verso le sei, dopo che mi addormentavo alla una, con la chimica, la stanza finalmente priva di oggetti, muri bianchi, tabula rasa, un’altra volta… andare al bar per le sigarette, per il caffè, routine limbica… tornare a casa e provare a raccogliermi, niente… immagini e parole senza nessi, l’assenza di senso… rialzarmi e provare a leggere quei libri, “Filosofia delle immagini”, “Iconoclastia: contro le immagini”, riflessioni sulle immagini mentali, gli schemi, e l’arte, gli oggetti scaramantici, la visione limbica di quella stanza spoglia, libri da comprere, questi sulle immagini, quanti libri, tra buddhismo, immagini, Umberto Eco, Limes, ne ho per un bel po’… non farcela più a leggere, troppe sigarette, sigarette e caffè, sigarette e caffè, sigarette e caffè… attendere l’operaio, niente lavoro per oggi, via con mio padre, loro due, poter riprendere a leggere, in officina, attendere il corriere, lontano da qui muri bianchi sui quali disegnare sempra le stesse figure falsamente apotropaiche, idoli… un altro caffè, un’altra sigaretta, e ancora libri, il silenzio… l’officina, l’assenza di immagini, per uscire da questo limbo, io che vorrei ancora una pasticca chimica e il sonno, ma poi si rimane intorpiditi, l’officina, il silenzio, i libri, l’assenza di immagini, e sogni erotici dimenticati, serate che saranno, immagini e parole, in me, in questo stato dell’animo indescrivibile, le solite immagini, una divinità che non c’è, e nuove parole, gli stessi fenomeni, come serrato in una gabbia delle stesse cose, all’infinito, senza una via d’uscita se non muri bianchi, cantile, tabula rasa, l’assenza del tutto, con l’irrequietezza di chi non sa cosa fare, csa dire, cosa pensare, come decidersi, ci sono i libri, evadiamo dalle solite immagini, pensieri, abitudini, loop senza fine…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

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Là, nella piana dei morenti, edificio maestoso, internato di bianco, poche figure, gente sparsa qua e là, edificio postmoderno che accoglie tutti, viventi e morenti, camminando qua e là, nell’attesa della propria visita, esame, operazione… attendere… attendere stando seduto su una panchina ai fianchi dei larghi spazi, e perdersi sul tablet sugli interni di templi bahaì e di moschee, spazi immensi, decorazioni arabescate, natura qua e là, fiori e rami, tappeti rossi, mihrab azzurri, colonne viola, arabeschi interni di moschee dove liberare l’anima, e non sapere che farsene di quel bianco del tempietto dell’ospedale dove un crocifisso che vinceva la morte sembrava una presa in giro all’estetica trascendentale, fantasmatica, di quegli altri templi, che il sublime lì non si trovava, si trovava soltanto la paura, la paura di sempre… morire… un morto crocifisso che vince la morte, e uno spazio infinitesimale confronto agli spazi di moschee e altri templi, alla loro sublimità di decorazioni astratte, che stando lì seduto l’unica figura dal bianco nulla che emergeva era quella del mahdi, che avrebbe potuto camminare lì solo per benedire e per dire che al di là di essere ancora vivi niente conta veramente, è tutta vanità, nel suo silenzio, nel suo camminare e nei suoi gesti ieratici, che non c’era più niente da desiderare, se non sentire le uniche parole che si trasformavano in un respiro, respiro ancora, il cuore batte ancora, il nome divino che è solo un soffio, e voci di dhikr islamici che cantilenavano la vita, al di là di ogni cosa, e i nomi divini… non c’era più niente da desiderare in quegli istanti, se non la vita stessa, e il sonno e la stanchezza di una mattina cominciata troppo presto voleva forse solo un buon caffè di quelli lunghi, per riprendere una parvenza di vita, che si sarebbe scoperta solo poi vanità da sovraeccitazione… stavo lì, andavo dove facevo i prelievi e dopo due ore d’attesa potevo bermi il mio agognato caffè al bancone del bar, carico di vita, troppo pieno tra nicotina e caffeina, all’ospedale, dall’ospedale scappare via per quelle visioni trascendenti dell’aldilà, e quelle visioni… andare via e tornare a casa, confuso, frastornato, non sapere da che parte rigirarmi, e lasciarsi andare a troppa nicotina, che quasi quasi metterei il cartello “vietato fumare” nella mia stanza, troppe sigarette, e l’ultimo rimedio: la pasticca chimica… accasciarsi sul letto e lasciarsi andare alle salmodiature coraniche, aspettando che la chimica facesse il suo effetto, e ad un certo punto sentire la breccia nella propria mente, tra quelle invocazioni coraniche e quella chimica che rilassavano la mente, la gettavano in un profondo stato di sonno, anestetizzato, sedato, mi addormentavo tra quelle salmodiature di sure coraniche, e la seconda metà della mattina se ne andava via così… mi svegliavo più rintontito di prima, come in un altro mondo, solo per mangiare e tornare a letto, non dando ascolto a quei pensieri di morte, a quella luce bianca, la luce perpetua, fantasmatica, dall’aldilà, senza dare ascolto a quei pensieri eppure ancora volere quella luce, e solo quella luce, dall’aldilà, quei salmi, non volere più niente, non pensare neanche a come mandare il messaggio a Marina che avevo comprato il biglietto del teatro per “Evgenij Onegin”, per andare con lei e qualche suo ex collega, non me ne importava più, volevo solo sedarmi ancora, non pensare più a niente, solo accogliere quella luce perpetua in me, eppure il sonno arrivava di nuovo, e mi riaddormentavo… altro sonno, che mi risvegliavo di nuovo ancora più rintontito di prima, e mi bevevo un caffè, solo per andare poi al bar e bermene un altro, e nel pomeriggio me ne sarei bevuto un altro ancora, prima di fare quel lavoro da niente in officina, dopo che mio padre e Marco se ne andavano in altre officine a fare assistenza, un lavoro da niente, pulire un macchinario, fare due o tre test di altri macchinari, e niente di che, un’ora neanche di lavoro, dopo essere stato al supermercato a prendere due cose, e la giornata di lavoro era già finita, senza pensare alle cose ultime, alla fine del lavoro, alla pensione che oggi accennavano quegli infermieri, alla fine di ogni cosa, delle cose ultime, la luce perpetua, il mahdi, l’aldilà e nient’altro… delle cose ultime, quando di fronte alla fine siamo finalmente tutti uguali, che non mi importa più di niente, mi accascerei di nuovo e dormirei di nuovo, dopo essermi sedato anche troppo stamattina, dopo l’alcol che è meglio non bere, dopo che quella chimica e quell’alcol mi hanno fatto capire che con gli stati mentali è meglio non scherzare… lavorare ed evitare i pensieri da cose ultime, finire di lavorare e andare a correre, allenarsi un po’ con esercizi di karatè, calci di taekwondo, anche sotto la lieve pioggia, anche superando correndo un altro che correva oggi in modo più costante di me, sentirmi stanco, eppure scattare alla fine, e superarlo, e poi allenarmi al parco sotto la pioggia, anche con quella ragazzina e quel ragazzino che stavano assieme sotto l’altalena per ripararsi, continuare ad allenarmi, e finire la mia ora di ginnastica correndo verso casa, con una sola idea: comprarmi un orologio usa e getta di quelli che trovi dai cinesi, per avere sott’occhio l’ora e non portarmi sempre dietro il cellulare, anche quando corro e mi alleno… tornare a casa, distrutto, docciarmi, prendere su e andare all’Aumai per quello stramaledetto orologio, rosso e nero, che quasi quasi mi veniva pure voglia di comprarmi il calendario del Milan che avevo visto al Carrefour, ma sarà per un’altra volta, o forse mai, comprare quell’orologio usa e getta e ritrovare i soliti colori, il rosso e il nero, il bianco della luce perpetua, le sure coraniche, la luce alla fine del mondo, il respiro, la vita, nelle preghiere, e fregarsene di Marina, di quell’amicizia, delle altre amicizie, delle partite del Milan che vedrò o non vedrò poco importa, al bar o dove, dello spettacolo di Evgenij Onegin, del regalo per l’altro amico, delle altre uscite con gli altri amici, non rimane più niente qui, solo la stanchezza di un allenamento che per un attimo mi aveva anche troppo esaltato, non rimane più niente qui, solo le riflessioni sulle cose ultime, la luce alla fine del mondo, un mahdi dall’aldilà, e parole e pensieri che si trasformano nell’unica cosa che c’è, quel respirare quel soffio vitale, che annulla tutte le immagini e le parole all’interno dell’anima, e non rimane più niente, solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

Pensieri liberi, Prosa Poetica

E questo silenzio forzato mi uccide…

Non c’è più nessuno con cui parlare, anche stamattina, andare al bar, senza sapere perché, senza niente da dire, comunicazione interrotta, anche quando Miryam per un attimo mi stava davanti dopo che mi serviva il cappuccio, che non so neanche perché bevevo, con queste paroanoie ipocondriache, che ieri sera mi accorgevo di cosa ho veramente paura in quella nottata di Halloween: le malattie… sì, da quando sono stato in metabolica, due anni fa ormai, il terrore, il terrore di tutte le malattie del mondo, e versarmi una bustina di zucchero era terrore, un po’ come ieri sera bersi due bicchieri di vino rosso, ed essere tentato poi di andare a comprare la vodka al supermercato, e ci andavo, salvo poi tornare indietro e riposare la bottiglia una volta che ero in coda alla cassa, le malattie… che adesso con questa storia dell’operazione per i denti del giudizio è ancora peggio, e non so più neanche di cosa parlare quando vedo in giro la gente, è giusto parlare di questo? E’ un argomento appropriato? Devo o non devo parlare con le bariste? Quali argomenti stupidi tirerò fuori? E stare invece in silenzio, evitare la comunicazione, e mi ricordo le frasi di Leida: “Sei chiuso! Dici sempre le stesse cose!”… e non mi aiutano queste frasi, che anche Maria Teresa mi diceva… non è rimasto più nessuno, gli argomenti con gli amici sono sempre gli stessi, e non mi soddisfano più, essere arrivato al punto della non-comunicazione, e perdersi in libri, fumetti, film, canzoni, in un universo quasi autistico, dove non c’è spazio per parlare con gli altri, come stamattina notavo quando non c’era più niente da dire, il giovane seduto al tavolino perso nel suo cellulare, Miryam che si dava al suo cellulare, alle sue comunicazioni, e io che rimanevo lì nel mio silenzio ridondante di argomenti, di cui non posso parlare con nessuno, i libri su Israele, l’iconoclastia islamica e bizantina, i fumetti che ho perso nello stramaledetto 2016, anno della tesi, fumetti che sto ora recuperando tramite mangaeden, forse solo per parlarne con gli amici, quegli amici che, ripensandoci, è meglio che forse non mi faccia regalare una bottiglia di vodka al mio compleanno, liquore che mi getterebbe ancora di più nel turbine autistico di me stesso, senza più parlare con nessuno, e mi sento solo, sempre più solo, come diceva anche Saverio una volta: “Lei è solo, non ha nessuno…”… e se sul lavoro ti salvi parlando di lavoro e politica, se con gli amici lasci loro tirare fuori gli argomenti, e poi un argomento tira l’altro, io da solo non so mai cosa dire, e rimango chiuso in me stesso, che per rifarmi quasi quasi tornerei apposta al bar a parlare, salvo poi essere deluso come sempre, dalla lontananza di Miryam e gli altri, se non fosse che l’altro giorno due parole con Bruna su Halloween le scambiavo, ma sta di fatto che sono sempre più solo, e una bella conversazione come si deve non la scambio più da una vita… a questo punto era meglio quando c’era l’università, lì c’era sempre qualche argomento in comune, ed era più facile parlare, corsi condivisi, stessi professori, stessi interessi, c’era sempre qualcosa da dire, mentre invece, fuori dall’università, tutto diventa più complicato, e finisco per chiudermi in me stesso… a niente bastano questi libri, queste letture, per far passare il tempo, diventa una specie di tortura, sapere mille cose e poi non parlarne con nessuno, che davvero mi dico se ho così tanti argomenti perché non ne parlo? Mentre gli altri hanno due argomenti stupidi, e al bar ne parlano sempre, e non so mai se è meglio stare zitti o cercare di attaccare bottone, salvo poi pentirsi per ogni forma di delusione, eppure non c’è più nessuno… non c’è più nessuno e temo questi quattro giorni di vacanza che saranno invasati di letture, dei soliti discorsi con gli amici forse il sabato sera, e per il resto niente, niente e nessuno, il nulla, il vuoto, e una voglia matta di discutere e parlare, senza poter trovare nessuno… che mi sembra assurdo ora quello che facevo l’altro giorno, rimettermi a studiare cinese, come se studiando il cinese per magia mi sarei messo a parlare con Valeria, quando non riesco neanche a parlare italiano con chi è più vicino a me, e so già che è difficile trovare momenti al bar dove parlare, persone con cui parlare, e rimango sempre più solo, chiuso in me stesso… che quasi quasi per parlare me ne andrei al pronto soccorso, solo per scambiare due parole con qualcuno, eppure non c’è nessuno, non c’è niente, non c’è nessuno, e ultimamente sono anche paranoico al bar, dove non so cosa gli altri pensino di me, se sono un matto o che cosa, se sono chiuso o che cosa, e avrei solo voglia di trovare qualcuno, qualcuna con cui parlare sul serio… ormai Ana è andata, con tutto questo stress di ospedali e dentisti, ubriacature, parole con gli amici, lavoro che c’è e non c’è, parenti assenti o fin troppo invadenti, mix di caffè, sedativi, alcol e ancora caffè, che l’umore non è mai stabile, è un continuo sali e scendi di sensazioni, e sono sempre più murato in me stesso, e non c’è via d’uscita…trovo solo conforto in qualche parola, qualche invocazione, nelle pagine di questo stupido diario, dove parlo con il nulla, mi confesso a chi non c’è, penso scrivendo, eppure la sostanza non cambia, la solitudine, la solitudine, la solitudine… vorrei trovare qualcuno, qualcuna, al di là di quei soliti discorsi, amici, parenti, puttane, colleghi, medici, ci sarebbero appunto le bariste, ma non bastano, e con Miryam non mi trovo, c’è troppa ambiguità di mezzo quando le parlo, e sembra che ci sto provando, e non mi va di apparire così, e che strani questi bar di cinesi, dove non sai mai cosa dire e cosa non dire, che quasi quasi era meglio Benito, dove almeno la buttavi sulla politica e ti salvavi, salvo poi sentire bestemmie contro comunisti, fascisti e divinità, e di stare in mezzo ai nevrotici non mi va… sempre più chiuso in me stesso, sempre più chiuso, comunicazione interrotta, dove non rimane più nessuno, più nessuna, e questo silenzio forzato mi uccide…

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Un’oscurità senza voce, il silenzio, e suoni d’altrove…

Aver quasi dimenticato come si scrive, quasi che torno a non credere più nell’alfabeto, la lingua cinese che ieri mattina si impossessava di me, come uno spirito demoniaco, dopo l’uscita al bar ed essere servito da Valeria, la lingua cantonese delle canzoni, i sogni e gli incubi, questo sentire cupo come il tempo che cambia, Rasputin dell’anima che si guardava le otto puntate della miniserie in russo, finalmente, riuscire a finirla senza pensare a Marina, ad Ana… e andare oltre, tra queste invocazioni perdute, levatacce mattutine che non ho più voglia di andare a dormire, caffè su caffè, che non mi fa niente, corse serali per scaricarsi, forse troppo, completamente stanchi, senza nessuna voglia di vivere, nessuna voglia di lavorare, guardare quei lavoratori e dirsi ancora: “Il lavoro aliena l’uomo”… girovagare con la mente qua e là durante il giorno, non aver voglia di aprire più una sola pagina, non importa in quale lingua, desideri politicanti dispersi, voglie andate, demoni che mi tormentano, Ana che non mi va più di vederla, forse neanche sua sorella, sogni erotici occulti dopo una dormita procurata con 5 mg di zolpeduar e l’ascolto del corano che ti mandava in un’altra dimensione, tra il grigiume di questo tempo e il mio stato d’animo sempre più nero, halloween davvero si avvicina e il sentire, vuoi o non vuoi, è proprio quello… quelle ragazze per un po’ lasciate lì, come dicevo l’ultima volta, quando c’era anche la ragazza spagnola, che solo per un giorno mi evocava canzoni dell’Ovest, del Sud America, piene di vita, di ballo, di passione, poi il niente, la lingua russa che tornava, la lingua cinese, le vodke bevute al bar, immergendosi in stati d’animo antecedenti, il ricordo di Alina, sentirla e vederla stamattina al bar, sotto quella canzone: “I believe you are the remedy…”, ma lei non c’è più, e anche se ci fosse niente cambierebbe… libri d’altrove, l’islam e il terzomondismo, Israele e lo stato per i soli ebrei, Baudolino e il regno d’Oriente che non c’è, film come “La dolce vita” e quel mostro, e quella statua di Gesù Cristo, e la ragazzina sorridente, film devastati di Wong Kar Wai, l’amore e la passione e l’autodistruzione, come le mie vodke al bar, quante sigarette… quanti caffè… quanto mangiare… che sarebbe ora di porre fine a questo circolo vizioso, a questo samsara caotico di vette e abissi, colori e oscurità, ma il nirvana, non so perché, sembra ancora lontano da raggiungere, sentirlo per un attimo come nel sonno, tra quel corano lontanissimo e il silenzio, e i sogni erotici che sembravano venuti dall’oltretomba, stato d’animo sempre più oscuro che non so se resisterà a quest’autunno… telefilm “Sofiya” da guardare, in russo, la caduta di Costantinopoli, Mosca terza Roma, il turco della pizzeria che diceva che il futuro è la Russia, la Cina, che la Turchia sta con la Russia, e che chissà cosa si sognava ancora in quelle parole, parole occulte, forse niente, e io che mi sono deciso a sospendere per un po’ Ana e Aleksia… questi ospedali mi stanno straziando, con tutti queste visite e appuntamenti, e ogni volta che si entra in quei luoghi il pensiero va a tutte le malattie, a tutte le morti, che ti verrebbe proprio di andare dal medico e farti prescrivere direttamente l’eutanasia in Svizzera, così, per farla finita una buona volta per tutte, e vorresti smettere di bere, mangiare, fumare, e vorresti solo dormire, neanche più leggere libri, guardare film, uscire con gli amici, lavorare, parlare con gli altri, chiuderti nella tua stanza, sdraiarti sul tuo letto e dormire, sognare, forse morire, essere o non essere? E non sai più neanche te come vai avanti, come vuoi andare avanti, a momenti alterni, che ti dimentichi pure come si fa a pensare, che i tuoi pensieri sono solo suoni e musica, e nient’altro, attacchi di sonno più forti di te, oscurità dell’anima che avanza… ed è già pomeriggio, primo pomeriggio, ora, che non ti va di andare al bar, berti un altro caffè, ascoltare musica, studiare chissà cosa, vedere quale film, uscire con l’amico per il regalo dell’altro amico, recuperare qualche libro, dedicarsi a qualcosa, e suonano lontanissime le frasi di tuo fratello: “Voglio sapere se hai ambizioni…”, o quelle dell’altro giovane dottore: “Hai quasi la mia stessa età, hai tutta la vita davanti, sei ancora giovanissimo…”, quale età? Quali ambizioni? Quale tutta la vita davanti? Per fortuna non so neanche più contare, ma mi sono già stancato di vivere e non mi va di immaginare nessun futuro, l’unico futuro che vedo è quello da monaco ormai privo di tutto, legato solo alla morte, con il mio saio nero, i miei lunghi capelli e la mia barba, perso nella regola del silenzio, senza consumare più niente, libri, film, musica, senza bisogno di scrivere, consumato dalla mia oscurità e dalla mia luce, senza possedere più niente, e non vedo altro, non vedo niente, non c’è voglia di vivere, di lavorare, di parlare, di fare discorsi, di mettere assieme parole, di imparare nuove parole da altre lingue, non c’è più voglia di credere a niente, è solo questa oscurità che avanza e porta via tutto, anche questo post, senza senso, e non rimangono neanche più le parole, i pensieri, le immagini, i sogni e gli incubi, i passatempi, gli interessi, attendo solo la fine, anche se è già la fine, apocalisse compiuta, è finito il tempo, è finito il racconto, sono finite le parole, è tutto finito, e niente ricomincerà, ma qui le parole smettono di aver senso, come questi schermi da cui si fa suono di segni creduti alfabeto, lingua, significato e senso, si va oltre tutto ciò e non rimane più niente, un’oscurità senza voce, il silenzio, e suoni d’altrove…

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E rimane solo il sogno della notte…

Il documentario sul ’68, in inglese, la liberazione individuale e la collettività che si perde, storie già sentite, quella parabola utopica che darà poi sull’individualismo, scrittori e filosofi vari, da tutto il mondo, la rivolta globale, il mondo di adesso… camminare la sera dopo aver sentito il Barre che mi diceva del regalo da comprare a Fizi per il suo compleanno, passare davanti al bar, dove si sentiva la voce di Miryam da fuori, i maghrebini che parlavano animatamente, il bar dei neri, dei terroni, dei cattolici, dei polentoni, dei vecchi e vecchie, degli albanesi e dei romeni, gestito da cinesi, bar multiculturale, dove mi ritrovo ogni volta, come l’altro giorno che passavo il pomeriggio più alcolico mai vissuto, quattro bicchieri di vodka dalle quattro del pomeriggio fino alle sette, con Miryam che ogni volta versava come se fosse la cosa più normale del mondo, perdermi nel suo sguardo, vedere quasi la divinità, perdermi nei miei pensieri e nei miei sogni, stando lì, seduto su quella sedia e vicino a quel tavolino che danno sulla strada, l’assenza di pensieri, il giro d’estasi dell’alcol, stare vicino a lei, a Miryam, e vedere il mondo dal suo punto di vista, la varia gente che mi passava affianco, chi scommetteva, chi si ubriacava, chi fumava, e io lì, seduto a contemplare l’infinito, senza sapere più perché stavo lì, forse perché ero innervosito da chi invade la casa, e lì in casa non ci potevo più stare, io che avrei voluto il silenzio, di tomba, per dormire, in quel primo pomeriggio dove il sonno si fa più sentire che la notte, perdermi in quell’alcol, in quella vodka come da tempo immemore, e gustare quell’estasi alcolica come non gustavo da tempo, grazie allo sguardo di Miryam e a lei che versava… camminare ieri sera, un po’ ancora stanco dagli allenamenti dell’ultimo periodo, il martedì, il sabato, mezz’ora di corsetta militare e mezz’ora di allenamento di taekwondo, karate, per scacciare i pensieri, per sentirmi vivo, ripassare l’altro giorno le forme grazie a video di youtube sul cellulare, camminare ieri sera pensando soltanto di tornare a casa la sera e ascoltarmi un po’ di musica pop giapponese da Kugou, che dopo dieci anni ho reinstallato, per sentire un po’ di musica diversa, le radio che ultimamente cambio sempre e che mi capita di sentire, discoradio, rtl 102.5, r101, la radio che mio padre ascolta sempre: radio24… le onde sonore, il sottofondo, Bruna che mi diceva che lei tiene sempre accesa in casa la televisione, per fare compagnia, per non sentire il silenzio, il silenzio di tomba, inquietante, diceva, lei che lascia sempre accesa la televisione, anche se non l’ascolta e non la guarda, e io, invece, il silenzio, il silenzio ovunque, che mi ricordava il silenzio della morte, il silenzio da cui scaturiscono le parole e le invocazioni a qualche divinità sperduta… e inondarsi così di musica anche quando non ce n’è bisogno, e del silenzio delle preghiere non sapere più che farsene quando la vera personalità è ora presente, unità di se stesso ritrovata, non andare più fuori di personalità quando c’è Miryam, o qualcun’altro, o qualcun’altra, sempre me stesso, anche con gli amici, in questo tempo che sa di noia e di calma, in ballo tra una cosa e l’altra… camminare la sera e tornare nella propria stanza ad ascoltare la musica J-Pop, quasi addormentarsi, e spegnere e chiudere tutto, e andare a dormire vestito, dopo quei suoni e quel canto pieno di vita ed energia, canzoni che non comunicano niente, se non proprio solo l’energia e la voglia di vivere, l’altezza dell’umore, e il niente… andare a letto vestito, dimenticando che oggi mi avrebbero fatto lavorare, mentre invece ho da vedere Saverio per raccontare le ultime vicende, e meglio così, riposarsi un po’, e lasciare anche andare via la vodka dell’altro giorno, che andando al bar l’altra mattina mi compariva la divinità al di là del bancone, di fronte a tutte le bottiglie di alcol, due parole con Bruna, con Paolo, e la mattinata poteva cominciare bene… non aver più quasi voglia di leggere niente, stanco delle solite geopolitiche che però te ne fanno sapere di più di chi vorrebbe spiegarti, e guardi la gente da lontano, come quei colleghi, quegli amici con i quali non c’è più molto in comune, loro e la loro musica, io e la mia musica, i miei amori, il mio mondo al di là di tutto, oltre le parole dei più, e accorgersi quasi di aver sempre vissuto in un mondo di interessi autonomi, di altre esperienze che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo rispetto agli altri, tra quel viaggio in Romania, quegli amici cinesi, quel maestro di Karatè musulmano e tutta la sua famiglia, la musica black metal, le ragazze dell’Est e la loro musica, quella bandiera albanese che è la mia vera bandiera, e dell’Italia non me ne è mai fregato niente, e continua a non fregarmene niente, anche dopo i discorsi con amici e colleghi, il mio mondo, me stesso, che niente ha da condividere con gli altri, con le altre, distante anni luce… quella letteratura contemporanea italiana che leggevo, la leggerezza, l’inutilità di quelle parole, quegli scrittori tutti di sinistra all’italiana, romanzi non miei ispirati da un’educatrice troppo, troppo italiana, non mi ritrovo e non mi sono mai ritrovato, e non mi piace per niente, vivo su altre note, su altri mondi, in un universo tutto mio, multiculturale, deterritorializzato, decentrato, che trovare qualcuno con i miei stessi interessi e gusti è impresa ardua, se non impossibile… e mi ritrovo così a essere me stesso, finalmente, in questa mia identità distante anni luce dagli altri, da tutto, e le parole quasi non mi escono più, le tengo per me, e non credo mai di trovare una persona con cui potermi aprire, tutto rimane sigillato, ermetico, distante anni luce… e quando credevi che Ana fosse dimenticata eccola riapparire in sogno, con la sua carica erotica, in un sogno dove lei viveva a casa mia, e alle 21:37 di sera non era ancora tornata, lei e la sua libera vita, lei che fumava sigarette e le buttava per terra nella mia stanza, in un viavai di gente e persone, come in un casino, vita completamente sbandata e libera, che l’email che diceva che quella spiritualità alternativa non mi interessava più era la via d’uscita da sensazioni passeggere e inutili, se non fosse per quando sei sul lavoro, e allora lì un po’ di disciplina dello spirito ti serve, per il resto no, forse solo per evitare i tilt dell’anima, gli alcolismi eccessivi, l’idolo dell’erotismo che nella notte e nel sogno si ripresentava, riportandomi alla memoria anche un’altra ragazza, quella Lorusso compagna di banco, la più figa tra tutte le ragazze, la più stupida, in un sogno erotico che quasi mi chiedo perché più di sette anni fa non ci provavo, non le dicevo niente, ma allora c’era Andra, ed era un’altra storia, io che forse mi dovevo ancora riprendere dal ricovero, dopo due anni, io che mi sentivo religioso ebraico, io che ancora l’orgia di sensazioni albanesi e dell’Est le dovevo ancora provare, Alina, Xhuliana, Leida, Ana, ancora non c’erano state, e ritornando indietro qualche parola in più l’avrei detta a Lorusso, che nel sogno mi appariva come una compagna, compagna erotica, compagna di relazioni, che allora anche non la volevo perché neanche maggiorenne, quinta superiore, e pensare che Franza mi chiedeva perché, che differenza fa l’età? Lei e il suo sguardo, il mio desiderarla a volte che il prof se ne accorgeva sempre, il tempo che è passato, il sogno che è passato, svegliarsi e ricordarsi che ormai ha da poco avuto un figlio, queste giovani delle classi popolari, così sexy, così genuine, sbandate, senza regole, e svegliarsi e ricordarsi ancora che nei sogni Marina non compare mai, con lei c’è la noia, l’oppressione, l’oppressione di un matrimonio, come sentivo ieri dire a Simone De Beauvoir in quel documentario sul ’68, lasciamo la sessualità libera, e non cerchiamo relazioni forzate e senza slanci vitali, dimentichiamo e ricordiamo invece la carica di quel sogno… svegliarsi e andare al bar, come ogni mattina, senza la voglia di dire niente, solo prendersi un caffè, comprarsi le sigarette, habitué, ormai, con il vuoto nell’anima e lo schifo e la forza dei sogni, non sapere cosa starò dicendo quest’oggi a Saverio, forse niente, forse tutto, cosa salterà fuori, che sarebbe stato meglio vederlo stamattina, levarselo di torno, che non so perché invece in questo periodo mi viene sempre più in mente lei, Lorusso, e quel prof di italiano, Franza, un po’ fascista, del Giornale, unico stimolo per provare ancora a leggere qualche romanzo italiano contemporaneo, dopo tutto anche se dell’Italia non me ne frega niente non sono albanese come quei lavoratori che vedevo ieri allo Sharm, che c’entro io con loro, altro che tesi e tesi sull’Albania, tra Albania e Italia, e me ne accorgo proprio stando lì al bar, tra maghrebini, neri, cinesi, meridionali, e di tutto e di più, cosa c’entro io ad andare a vedere le partite del Milan come l’altra volta, che c’entro io con Miryam, che è solo una con cui dire due parole, non parlarci come fa quel cinquantenne della security che anche lui è sempre lì, a scambiare parole con Miryam neanche fossero una compagnia di adolescenti, tra social e altro, personaggio che nessuna penna potrebbe inventare, il rudi della situazione, e io che c’entro? Io e i miei libri, i miei studi, le mie lingue che non mi va più di parlare, quasi neanche di leggere, e quanto vorrei davvero una relazione come quella di questo sogno, una relazione, anche devastata, come Ana che mi buttava le sigarette per terra nella mia stanza, e se ne andava, e non tornava, o quella Lorusso e la sua carica, e non di certo quello sguardo da finta madonna di Miryam, lei e il suo parlare calabrese, un po’ saudita, un po’ cattolico, che c’entra lei? Che c’entro io con lei, e quella vodka era solo segno che una volta mi ubriacavo bene, desiderando Alina, che non c’è più, e fa niente se ritornava in quell’estasi alcolica, con le sue canzoni dei Laskovij Maj, che se ne sono andate, non rimane più niente di allora, solo forse un’estasi alcolica ritrovata, in quest’ultimo periodo, lì al bar, tra gente che va e che viene, lontano dalla mia stanza che a volte sembra una prigione, a volte una cella monastica… uscire, uscire, uscire, come mi diceva Saverio, e fa niente se l’ultimo periodo ho visto di più il bar che l’officina, avevo voglia di stare lì, per vedere la gente comune, la nostra povertà, e i discorsi, più sensati a volte, nei loro sprazzi, di mille altri discorsi con gli amici, sempre tesi a dimostrare di essere superiori, alternativi, senza rendersi conto così di sembrare un po’ strani, al di fuori della norma, che invece incontri sempre al bar, nelle officine, la vera gente… che non so che farò stamattina, andrò forse in biblioteca a cercare un libro che non c’è? Mi perderò ancora sulla Deutsche Welle in inglese? Aprirò quel libro che non mi interessa più? L’islam e la sua storia? Geopolitica italiana? I pittori di una volta che non so neanche perché ho preso quei libri, temerò ancora di leggere combinazioni sbagliate di parole che accendono la miccia del tilt in sottofondo, sempre pronto a sfiammare l’anima e il cervello? Sono stufo di parole, di lingue, di politica, ci vorrebbe qualcos’altro, forse altra musica, e se ascoltassi ancora un po’ di musica asiatica pop? Ma la mattina non è meglio il silenzio? O c’è discoradio, o cosa c’è ancora? Non c’è niente, c’è forse solo il silenzio di una stanza, di un laboratorio, di un’officina, la voglia che non c’è di andare al bar, quel libro che sbaglierei a scegliere in biblioteca perché poi ogni volta dopo che vedo Saverio e parlo l’anima si smuove, sensazione di limbo, di stallo, in questo tempo del niente non so più cosa fare… e ricordo solo quel sogno, di una Lorusso, di una Ana, quel sogno di una relazione che non c’è, e cercherei riparo nella figura di quel prof, Franza, che tanto mi spingeva e mi dava coraggio e sicurezza, che scatterebbe davvero un qualche libro italiano, ma non so quale, non so neanche perché sognavo un’antologia che vendevano in edicola a 31 euro, piena di immagini e di hyperlink cartacei, come un manuale di letteratura delle superiori, non so perché mi perderei e lascerei al cimitero dell’anima tutte le altre lingue, ora che mi sono venute a noia, ora che non c’è più niente a cui interessarsi, e rimane solo il sogno della notte, Lorusso, Ana…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

A questa estasi che colora l’anima…

La musica manele, dopo essere stato con lei, la notte, Aleksia, la sorella di Ana, che Ana chiedeva se volevo stare con lei o con lei, la voglia di lei, nella fantasia della prof di russo ucraina, Liana che si dava a me, la fantasia, l’estasi, voler godere del suo corpo, delle sue forme, delle sue curve, e godere come non mai, dopo i sogni di una notte stanca tra luci bianche che davano la giusta mistica dell’amore, tra tarikiya sufi e invocazioni di luci e colori dell’estasi, godere con lei come non mai e addormentarsi tra i giusti suoni di quelle canzoni manele che lei mi diceva di mettere, ma che solo suonavano dentro di me, quelle voci dolci, orientali, che accompagnavano i sogni e il sonno, nell’estasi mistica ed erotica ritrovata, che risvegliarsi era un’invocazione all’estasi dei ricordi del volto di lei, che si confonde sempre con quella cantante, e alla libertà dell’erotismo di poter godere di Aleksia, che cancelleva inutili fantasie passate, nell’estasi erotica che da sola può vincere ogni colore oscuro dell’anima, nel mio vestire di nero, da sufi che invoca la luce, tra il rosso e il bianco di una bandiera turca che evoca tutti i misticismi del mondo, e la voglia di perdermi in favole mediorientali, come quella musica e quei sogni che mi visitavano stanotte, sogni che non ricordo più, ma di un fascino irrappresentabile, come l’estasi di lei e la musica, che mi ritrovo qui a colorare l’anima e i colori dell’anima, con l’uscita di ogni fantasia verso quell’oriente mistico fatto di luce, dove ogni pensiero e inutili parole si elevano in un sogno mistico ed erotico, dove ritrovo il suo volto, e il volto di lei, nottata estatica, tra il desiderio e il sogno, e la voglia di lei, e antiche fantasie divenute voluttà, che non c’è altro spazio che nei sogni e nei misticismi di luci bianche al di là delle parole del giorno, e delle parole della notte, che risuonano in me e fuori di me, estasi erotica, che il giorno si colora di rosso, bianco e blu, al di là di quell’oriente che dà la luce, e mi infonde i colori e le forme e le curve delle due ragazze, i loro sorrisi, la loro leggerezza, le loro e le nostre parole romene, al di là delle canzoni e dei ricordi inabissati che ora risalgono la superficie dell’estasi, e si fanno pura bellezza, al di là di inutili storie di ragazze e anime impegnate, la libertà dei sensi, della fantasia, dell’estasi, con lei, che il desiderio ancora si fa sentire, e l’estasi sopra ogni cosa, che non c’è fine a questo sciabordio di colori dell’anima, il nero che invoca il bianco, e il bianco il rosso della luna, e il blu della notte e delle loro figure, che non c’è fine a questa estasi che colora l’anima, e vorrei ancora infondermi di colori e ricordi e figure, e parole d’altrove, e l’anima come una canzone, una poesia, una storia erotica che ieri lei accennava, e che cancellava inutili storie dell’anima mia dimentica di ogni estasi, la libertà erotica della notte, e delle stelle e della luna, e dei loro volti, e delle loro figure, che la mia anima sa di colori e musica e armonie estatiche, nella loro magia di colori e voci, musica d’oriente che risuona in me e che non può manifestarsi se non nel recondito dell’anima, al rievocare loro e la loro bellezza, la loro leggerezza, che non c’è fine alla loro magia e a questa estasi che si perde in ogni angolo della mia anima, e sempre ricorderei loro, la luce bianca, i colori estasiati, le parole romene uscite dai ricordi antichi, senza più paure e nessi andati in tilt e fuori senso, si colora l’anima estatica, e sa di musica e delle loro figure… si rischiarerà sempre in una luce dell’anima questa giornata e le prossime, e ogni dove e ogni quando, nell’evocare quella luce mistica che mi conduceva a loro, e ogni dolore è dimenticato, ogni cosa rivive e rinasce sotto i loro colori e il loro volto e le loro figure, estasi oltre ogni tempo e oltre ogni parola, estasi di musica e di colori e di voluttà, che non c’è fine, non c’è fine, neanche nell’invocazione più sentita, a questa luce bianca e di colori che inonda l’anima, che l’estasi erotica e musicale di colori è l’essenza di questo sentire, al di là di ogni cosa, questa estasi che colora l’anima…

Prosa Poetica, Visioni

Là dove c’è solo il niente, il vuoto, la divinità, lei e l’infinito…

Svegliarsi fisso alle cinque della mattina, non sapere che fare durante la giornata, e le antiche ossessioni che si impadroniscono di te, tanto che per capirci mando curriculum a mediaset, rai e servizi segreti italiani, tanto sono troppe le notizie internazionali, le riviste di geopolitica, infoholic, mi verrebbe da dire, completamente rincretinito dalle notizie internazionali, che poi non puoi neanche candidarti ai servizi segreti per quella tua condanna minorile, lottare con la fantasia che è in te, la troppa fantasia, che te ne accorgi quando stai in officina e vedi il tuo fantasma, il tuo sosia in quella stanza di casa, quel tuo doppio che si perde davanti al pc, che ciclicamente sposta oggetti e immagini nella stanza, come per esorcizzare i propri fantasmi, portarli fuori, e ogni volta distruggerli per rendere la stanza spoglia, priva di immagini, di riferimenti, di oggetti-ricordo, che alla fine te ne stai lì senza fare niente, avendo lavorato poco o niente, che non riesci neanche a riposarti di giorno perché ti ricordi sempre la prof di inglese che diceva: “Don’t get depressed”, e quella di russo che diceva: “Ne spite!”, “Non dormite!”, e non sai che fartene del giorno, maledici tuo fratello che ieri ti whattsappava per chiederti se avevi provato quella tale agenzia di lavoro, e oggi che ti perdevi con i cv, dopo un bel periodo di tempo nel quale ti eri calmato, eri sceso a patti con la realtà, come ti diceva Saverio, mentre ci voleva lo zampino di tuo fratello ieri per farti sentire male, e ti imbottivi di roba chimica per non andare fuori di testa, e ti facevi due shottini di vodka al bar, per trovare il sonno, quel sonno che non trovi la mattina alle cinque, quando diventa impossibile continuare a dormire e ti svegli e bevi il tuo caffè e sai già che non dormirai fino a tarda serata, e butterai via un’altra giornata, e non avrai voglia di leggere Dostoevskij, che non sai neanche più perché leggi e dovresti leggere, e l’unico momento che ti fa passare la giornata è quando sei in trattoria e mangi la tua pizza e il cameriere ti ricorda Ana senza farlo apposta, e ricordi di lei tutto quanto, e ti perderesti nella voglia di lei, l’unica cosa bella rimasta, oltre l’immagine della sua doppia, quella cantante romena da quattro soldi, che non dice niente, “every girl” ti verrebbe di chiamarla, e non sai che fartene di queste pagine da imbrattare, e maledici anche quei tuoi amici e quelle loro idee stupide, e i loro discorsi, impregnati di fantasia e di irrealtà e di ignoranza, ma d’altronde dov’è che si trova la verità se non in te, e chiunque all’infuori di te è un falsario a suo modo, come lo sei anche tu certe volte, quando ti perdi nelle fantasie, in cose non vere, in credenze non appurate, nel tuo mondo di credenze che serve a dare un senso alla vita, e ognuno va avanti a modo suo, è così che si va avanti, e prendi anche con filosofia ogni cosa che ti capita, così come diceva anche Saverio, mentre ti ricordi degli ultimi bei momenti con Ana, e può bastare, e prendi con filosofia il fatto che il lavoro non c’è, che con Ana una storia mai sarà, anche se sei innamorato di lei e lei è l’unica che ti fa sentire in pace, che un lavoro non c’è, che dai dottori in ogni caso dovrai andarci per delle scemenze, ma comunque ci dovrai andare, e ricordi Ana, e del resto non ti interessa niente, e sei già soddisfatto del film che ti sei guardato stamattina, “Blade Runner 2049”, con quella scena del padre e della figlia, che ti faceva capire più di tutto ogni cosa, e non sai che fartene di altro tempo per guardare altri film, non sai che fartene della corsetta e dell’allenamento di domani, di quei caffè per tenerti sveglio e non farti cadere in depressione, e non sai che fartene di questa scrittura, del corso di scrittura dell’amico, alle parole non ci credi più, non credi più neanche all’alfabeto, non credi più a niente, a nessuno, e vivi la tua vita così come viene, in questo vuoto che avanza, e non sai che fartene delle serate, dei giorni, del lavoro che non c’è, della tua fantasia e della tua realtà, e dei tuoi progetti, e dei tuoi ex sogni da studente universitario, e dei tuoi libri, e delle tue invocazioni, e dei tuoi fantasmi e dei tuoi spettri, e vai avanti così, nel vuoto che avanza che sa di divinità, nel ricordo di lei, solo lei, in quella stanza spoglia che è ogni dove e nessun dove, senza alcuna differenza, spogliato di un’anima, di un luogo, di una personalità, delle tue conoscenze, quel vuoto che sa di divinità e di lei… e ti confronti con le tue ex colleghe universitarie, con i tuoi ex colleghi, chi ha trovato un lavoro, chi non l’ha trovato, vite di persone comuni, senza le storie inventate degli amici di gente che è arrivata chissà dove, dei miti degli amici di “fare la svolta”, non c’è nessuna svolta, è solo la vita che va avanti, nella sua scontatezza e semplicità, nel suo squallore a volte, e non ci sono vie d’uscita, non ci sono orizzonti di epoche messianiche e utopiche da attendere, l’unico obiettivo nella vita è rimanere contento, vuoto, felice, non sai neanche tu come dire, svuotato di false e vane immaginazioni, di chimere, e guardi in faccia la realtà, la verità, la vita, la concretezza e i tuoi sogni impregnati di lei e del niente, dell’infinito, e te ne freghi di tutto, di ogni cosa che rimanda a chimere e sogni passati, in questo giorno della settimana che è il tuo giorno preferito, perché qui si colloca tutto e niente, dove c’è te stesso, dove c’è il niente, dove c’è lei, dove c’è la divinità, dove c’è l’infinito… e lasci perdere ideali passati e sforzi di voler troppo da se stessi che alla fine si scoppia, come ti dicevano, e vivi così come viene e sorridi a ogni discorso altrui, piccolezze, stupidaggini, cose da niente, chimere, immaturità varie, infantilismi, e la tua stanza spoglia è riflesso di ciò che racchiudi dell’anima, un niente infinito che sa di lei… e del resto non ti importa più niente, assolutamente niente, che se solo non facesse male non fare niente ti sdraieresti e dormiresti e sogneresti, dormire e sognare, dormire e sognare, e non far niente, non voler niente, non desiderare più niente e nessuno e attendere forse solo la fine che sfocerà ancora di più nell’infinito, e non sai che fartene di quella giornata da estasiato in chiesa e poi da lei e poi nel mondo dei sogni e delle fantasie dei giorni dopo, le estasi, i sogni, renderti conto che sei così innamorato che di niente ti importa di niente, nada te parece interesante, al di fuori di lei, e vivi in questa dimensione e non sai che fartene del giorno, della notte, del tempo, che il tempo svanisce come un’apocalisse giunta al suo termine, là dove l’apocalisse cancella il tempo e comincia l’infinito… ed è così che finisce il mondo, ed è così che finisce il mondo, ed è così che finisce il mondo, e tutto è vanità, e tutto è sogno, e tutto è niente, in questi mondi tra realtà e virtualità, tra frasi fittizie e sogni e fantasmi e chimere e spettri ed elevazioni ed estasi e abissi, là dove c’è solo il niente, il vuoto, la divinità, lei e l’infinito…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Tra amori, libri e compagne, un sogno da studente, un sogno che è la vita…

Nel sogno, un’aula di università, le tante compagne, i sogni da studente innamorato delle lingue, il prof che non arrivava, e la classe in subbuglio, degli ex compagni che passavano di lì, in classe, ex studenti, che raccontavano di come adesso se la vivevano bene, avevano trovato lavoro, e commentavano sui libri usati, chi raccontava di aver venduto i libri a 250 euro, quelli delle medie, e anche se sembrava un sogno da università i compagni che apparivano sembravano quegli studenti delle superiori che visitano le medie per ritrovare i propri professori, o i compagni più piccoli, loro, ormai grandi, con la tipa, con una vita, con quei vecchi libri che commentavano e dicevano che c’era chi li aveva venduti spacciandoli per nuovi, mentre invece avevano solo cancellato le pagine scritte a matita, chi aveva usato lo sbianchetto, chi aveva barrato con il nastro bianco molte righe, libri di lingue, altri libri, e tutta la classe era incantata a vedere quei vecchi compagni ormai diventati grandi, e c’era un’aurea incantata, come di chi ritorna a scuola, ormai cresciuto… i miei sogni di studente, di quando in questo periodo tornavo a scuola, dopo una vita di eccessi bagordi, il sogno incantato della scuola, un ambiente dove studiare e darsi alle lettere, alla storia, ai sogni, alle geografie, un ambiente pieno di sogni, e intanto l’inserviente arrivava nella nostra aula, in università, e ci diceva che il prof ci attendeva in un’altra aula, che era stata spostata, P5, diceva… io che raccoglievo i miei libri sparsi sul banco, dentro la cartella, libri di cinese, libri di albanese, libri di russo, e io che mi confondevo con quei dizionarietti, con la compagna che scambiava quei libri per i suoi, no! Le dicevo, sono miei, gli albanesi una volta andavano d’accordo con i cinesi! Dicevo, l’antica storia dell’unione sovietica, la compagna di classe cinese, Xixi, l’altra albanese, Aida, la bellezza loro, il mondo incantato, quel ricordo di quella compagna delle superiori, Jenny N., che rivedevo per caso l’altro giorno su Facebook, ma la lasciavo libera, senza chiederle l’amicizia, io che scoprivo libri di cinese che avevo lì, completamente scritti in cinese, libri di linguistica dei tempi del comunismo, e un altro libro di linguistica albanese, in un mondo sognatore tutto sovietico, che ricordavo le parole dell’altra sera dell’amico: “Tu sei un cinese russo!”, “Grazie!”, gli rispondevo, “Ora so chi essere!”, mentre un attimo prima dicevo che ero filo americano, che prendevo la coca cola zero solo perché la cantante Inna l’avevo vista fare la pubblicità, “E’ arrivato il capitalismo anche in Cina, anche in Russia!”, dicevo, “Sì! Ma un capitalismo diverso!”, rispondeva l’amico, e intanto nel sogno mi precipitavo a raccogliere i miei libri, come un film hollywoodiano dove lo studente sognatore si innamora della compagna di classe più bella, e grazie all’amore e allo studio riesce a fare grandi cose nella vita, la compagna di classe più bella, Jenny N., la biondina, quegli amori dei tempi della scuola, quei film hollywoodiani… che mi svegliavo nel fondo della notte, pieno di questo sogno, di quell’aurea incantata delle lingue e dell’unione sovietica, che un tempo sentivo, e mi immergevo nell’atmosfera da sogno, quasi dovessi tornare a scuola anche quest’anno, tra i libri, tra i sogni, tra gli amori per le compagne… quanto mi mancano quelle sensazioni, quelle percezioni di essere sempre innamorato, di tutte le compagne, innamorato dei libri, delle lingue, lontano dalle ultime follie degli ultimi giorni, anche se ora risuonano in me quelle canzoni latino americane che danno gioia, anche la gioia che si può trovare a capire di quanto Ana ultimamente mi stesse giocando strani scherzi, di quanto la singola foto di Jenny N. vista su Facebook sia bastata a farmi ritornare a quei tempi incantati della scuola e dell’università, quando la mia mente non impazziva e non si perdeva in bicchieri d’acqua, non sentiva porcherie da compagni, amici, colleghi, quando tutto era incantato, tra libri, scuola e compagne… e il prof nel sogno mi chiamava per cognome, guardandomi come se fossi destinato a fare grandi cose, come in un film hollywoodiano, e io, assieme alla compagna, mi precipitavo fuori dall’aula, per andare a lezione, insieme alla compagna dei sogni sconosciuta… il risveglio, e il sogno in me a cancellare gli incubi di ieri, mente che andava in tilt e si riprendeva solo la sera, con la giusta musica, lontana da strani tilt dell’anima causati dal sottofondo di Ana, dagli incubi di certi racconti degli amici, che ora cerco di scacciare dalla mente, perdendomi solo nella foto su Facebook di quella compagna di una volta, un innamoramento vero, da scuola, quella Jenny che si sovrappone alla Jenny dell’università, quella Jenny H. che ha lasciato Facebook, sempre più invasata di Dio e del suo avventismo, e io mi perdo in questo sogno da università, da compagne, di libri, quel mondo sognatore che vorrei ritrovare aprendo i libri di cinese, di albanese, se poi tutto questo non si disperdesse in gente orribile da bar, da ricordi e connessioni truffaldine, e avrei bisogno di un amore vero, di quelli veri da scuole superiori, quegli amori quasi innocenti, incantati, e non delle schifezze dell’ultimo periodo, se solo non ci fosse ancora Ana che a volte fa sognare, con la sua giovane età, con quegli scherzi dell’anima che mi sta facendo, e rispetto al degenero dei pensieri e gli incubi del giorno serbo in me questo sogno incantato, tra libri, scuola e compagne, e cerco di dimenticare i tilt dell’anima del giorno, causati da porcherie di parole altrui… la lingua cinese, gli ideogrammi incantati, la linguistica, un sogno sovietico, quel sogno nato forse dalle parole dell’amico: “Tu sei russo! Tu sei cinese!”, sogno di un mondo inesistente, di amici forse più morali di altri, sposati, con figli, quegli amici cinesi, quel sogno della Russia ortodossa, tra Dostoevskij e mondi perfetti di moralità e felicità a venire, senza devasti, senza fiori del male, quel sogno della notte che può ancora farmi vedere la vita nella sua bellezza, nel suo sogno, in quella specie di paradiso perduto che si trova solo nei sogni, se non fosse per il ricordo della bellezza di Jenny N., la compagna perduta, il suo sorriso, la tipica ragazza più bella della classe, quei sogni da studente, quei sogni tra i libri, tra le compagne, un mondo perduto che vive in me nei sogni, un paradiso che ritorna, almeno in sogno, e una musica di gioia che risuona in me, il mondo dei primi amori, quella Russia e quella Cina e quel mondo sovietico sognato, come neanche nei tempi utopici dei primi anni sessanta, un sogno di armonia, di pace, d’amore, di aule universitarie, un sogno da studente, quei libri che una volta erano magici, quelle compagne magiche, quell’atmosfera magica, un sogno da studente innamorato, un sogno holliwoodiano, la bellezza di Jenny, un sogno che ridà vita alla mia mente impazzita di ieri, a quei demoni, tu sei russo! Tu sei cinese! Mi dicevano per scherzare, quei sogni di una volta… quei sogno di una volta… tra amori, libri e compagne, un sogno da studente, un sogno che è la vita…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E tutto l’amore che mi inondava, Ana…

Devastato, da quelle clip latine, devastato e impazzito, che mi servivano i giusti tranquillanti per andare oltre quella mente impazzita, per liberarmi in un’estasi dionisiaca che poi si gettava a dormire nei sonni più pesanti di sempre… svegliarsi nel primo pomeriggio, completamente disorientato, i libri che non mi davano più niente, neanche la musica, ogni cosa sapeva di niente, e mi perdevo ed era anche inutile la camminata sotto il sole cocente, che faceva sudare, e non mi permetteva di correre, la mente in visibilio, e solo quella camminata che mi dava la soluzione di tutto: Ana… era proprio lei a farmi impazzire, con la sua musica reaggeton, le sue parole, la sua voce, la sua bellezza, quella mancanza di lei da troppo tempo che tutto agosto e parte di inizio settembre mi stava mandando fuori di testa, facendo perdere la mia personalità, mi stava disorientando, l’assenza di lei, la sua mancanza… e me ne tornavo a casa dopo che nella passeggiata avevo sentito la solita signora romena dire qualcosa: credinciune! Credente, sarebbe, io, vestito di nero di vesti belle larghe, quasi come un monaco, camminare e camminare e sentire questa voce, e pensare solo ad Ana, e ricordare le mie visioni recenti, di monasteri ortodossi, di voci di cori bassi, delle letture di “Fratelli Karamazov” e il personaggio Alyosha, vera ispirazione, e mi dicevo e mi ripetevo che avevo solo bisogno di lei, di Ana… me ne tornavo a casa solo per cenare, con quel mal di denti atroce su ogni cibo o bevanda fredda, un dolore insopportabile, e sdraiarsi sul letto intontito dalle troppe pasticche, per far passare il mal di testa, per stare a posto con la testa, e un dolore ineffabile mi sopraffaceva, che avrei desiderato stare lì così a dormire, a soffrire, quando accendevo la musica classica e mi lasciavo trasportare da altre note che non quelle del regetton, e quella musica, e qualche bicchiere di vino rosso mi facevano sentire ancora vivo, e il pensiero, il desiderio, e l’amore per Ana mi avvolgeva del tutto… e bevevo, ed ascoltavo musica, e soffrivo, e sentivo la sua mancanza, e capivo che tutti i miei guai dell’ultimo periodo era perché lei non c’era, perché non la trovavo mai, o perché mi dicevo che era meglio non vederla, e così, senza saperlo, scatenavo la mia follia… mi rialzavo solo verso le sette e mezza e andavo in chiesa, facevo il segno della croce bagnandomi con l’acqua, mi avvicinavo alle panchine, ma non ce la facevo, cadevo prostrato con il volto a terra, come i monaci ortodossi, e dentro di me vedevo solo lei, solo Ana, e il vago ricordo di Alina, e la sorella Aleksia, e tutte, e una sensazione di amore, misericordia, sofferenza e gioia mi invadevano, in quello stato estatico causato dall’alcol, dalle medicine, dalla musica, e l’amore per Ana mi invadeva, e non mi interessava che qualcuno passasse di lì, il diacono, il prete, che parlavano tra loro, le letture: l’esaltazione della croce… e me ne stavo lì, accovvacciato, che quando alzavo lo sguardo, stando seduto, vedevo il mondo girare attorno a me, come una specie di allucinazione da funghetti velenosi, vedevo la chiesa girare dappertutto, e se mezz’ora prima mi sembrava di star morendo dal dolore, ora mi sembrava di star svenendo dall’estasi, ed ero ancora inondato d’amore per Ana… seguivo la messa, poche persone il venerdì sera, seduto poi sulla panchina, giovani e anziani, poca gente, le letture, e l’amore per Alina e per Ana che si rivelavano più forti che mai, per Aleksia, le mie visioni e i miei canti ortodossi, e l’anima era piena d’amore, e tutte quelle parole scorrevano mellifluamente, e nessun oggetto mi spaventava, nessuna voce, perché sapevo che l’amore mi inondava… e me ne tornavo a casa solo per fare un salto al Carrefour e comprarmi qualche birra, alla cassa, lei, Manuela, altro amore perduto, che compravo due bottigliette senza dire granché, le solite frasi tra cliente e cassiera alla cassa, giusto per comprare, eppure vedevo il suo sguardo, vedevo quei suoi capelli biondi che ora sono lunghi, vedevo la sua bellezza, e la bellezza delle nostre voci, e ancora una volta l’amore mi inondava… me ne andavo, e dentro di me si aprivano le porte della musica raggeton, quella musica di Ana, e mi perdevo completamente nella mia stanza, tra alcol e musica, tra estasi musicale ed alcolica, e l’amore mi indondava di nuovo e sempre di più… e non ce la facevo più, avevo bisogno di lei, di Ana, perché le visioni di Manuela se ne stavano andando via e avevo bisogno di Ana… saranno state le dieci o giù di lì, prendevo la macchina, mezzo ubriaco, mezzo allucinato, con il mondo che girava, io che ci vedevo doppio, ma non mi importava, ero ancora inondato d’amore… e la trovavo là, di fianco a sua sorella, “Chi vuoi? Vuoi me o vuoi lei?”, “Voglio te”, le dicevo, “Posso fumare?”, “Fuma! Fuma!”, e la facevo salire in macchina dopo che abbassavo il finestrino per farla fumare in tranquillità, e l’amore mi inondava… siete state in Romania? Sì, adesso siamo tornate, e te? A Berlino! Bello! Sì! Tua sorella adesso parla un po’ di più o sbaglio? Sì, adesso parla di più, lo sai, sto impazzendo, sono mezzo ubriaco ed è colpa tua, mi sveglio alle tre di notte e ascolto al tua musica, mi perdo con altre ragazze, ed è colpa tua, le dicevo, tranquillamente, con quella calma che solo l’amore può dare, è colpa mia? Diceva lei, e sorrideva, e mi diceva di parcheggiare di là, non al solito posto, e ci si lasciava andare, come sta la tua amica, mi chiedeva, quale amica? Quella che mi dicevi, meglio dimenticarla, e godevo già del suo corpo, della sua bellezza, e da lì a poco avrebbe cominciato la sua pura arte, che sognavo da tempo, la sua arte di muoversi qua e là, di farmi godere, e godevo di lei, della sua voce, della sua bellezza, anche quando si tirava su un attimo e si mostrava il suo volto, così simile alla cantante Inna, e godevo di lei, di quella mia voce preferita ritrovata, di quel piacere ritrovato, di quell’arte, della sua bellezza, e l’amore mi inondava ancora… godevo come non mai, e mi sentivo libero, innamorato, liberato, estasiato, un’estasi alcolica erotica e musicale che non provavo da tempo, grazie all’amore per Ana che mi inondava, e lei che mi diceva altro, la musica raggeton, rap italiano, di andare da sua sorella ogni tanto, così, e tutto era come se fosse la cosa più naturale del mondo, perdersi nel pomeriggio e ritrovarsi e godere la sera da lei, con quella sua voce che mi mancava da tempo, con quella sua bellezza, quell’amore che mi inondava, Ana…

E la notte non sarebbe finita più, tra questi ricordi e visioni, tra questi giramenti di testa e stati estatici, inondato d’amore compravo un altra birra con la speranza di rivedere Manuela, ma non c’era a quel giro, e mi accontentavo della bellezza di Ana, della sua voce, dell’erotismo ancora vivo in me, e tutto si sarebbe estasiato in un’altra estasi che continuava, estasi alcolica erotica e musicale nella notte, musica reggeton senza fine, innamorato di lei, di Ana, e ogni cosa che è fatta per amore va al di là del bene e del male, e tutto l’amore mi inondava, Ana…