Category: Prosa Poetica

Oltre il nero e l’oro dell’anima…

La sera, la notte, il rumore della pioggia, quanto mi mancava, dopo tutta la giornata a leggere racconti horror e di fantascienza, la mente piena di influssi e suggestioni, e accogliere la notte nella sua carica nera e grigia settembrina, il suono dei tuoni, il dolce fruscio della pioggia, il fresco che penetrava la stanza, settembre, il mio mese preferito, andare a dormire con tutta la calma del mondo, un leggero sentore di morte, e di chiudersi in sé, mentre i ricordi dell’ultima notte con Leida sembravano un sogno, delle scene e delle parole da non dimenticare, e tanti pensieri se ne andavano via, come esiliati nell’infinita categoria di “pensieri altri”, cose che non mi appartengono, voci e idee di persone altrui, la vastità del mondo e delle sue idee, delle persone con diversi punti di vista, filosofie altrui, altri modi di pensare e vivere, che non corrispondevano a me, Fizi e le sue idee radical chic, Barre e le sue idee da ventenne all’avventura, mai cresciuto, preso nelle sue fantasie da artista fallito, che non cresce mai, i dottori e gli educatori che si fanno certe idee su di me, che non corrispondono a verità, il loro mondo un po’ intellettuale, come se da me si aspettassero chissà che cosa, le mie idee che non erano di me stesso, ma erano solo riflessioni su idee altrui, il fantasma sempre forte di chi sul lavoro giustamente mi criticava, per il mio fare un po’ spensierato, pieno di illusioni, nato come dalle pagine di “La Repubblica”, idee un po’ fantasiose, radical chic, intellettuali, quel mondo di favole che non corrispondeva più, chiuso una volta e per tutte sul nero che calava, sul ricordo di Leida e le sue vesti nere, le sue sigarette dal pacchetto nero dorato, la porta della fantasia che si chiudeva, delle divagazioni, di possibili avventure londinesi, di improbabili collaborazioni in centri culturali, di posizioni politiche sinistrorse all’occidentale, un mondo di lassismo, di licenziosità, un eccesso di pensieri di sinistra occidentale, tante storie e favole sulla realtà, un mondo che si chiudeva nel fondo della notte, con il ricordo di Leida….

E svegliarsi la mattina ancora mezzo rintronato, con un messaggio che bastava a colorare di nero e di depressione e di voglia di morire e di non far niente, un messaggio da Marina, che scriveva di una settimana fatta di film russo in qualche cinema d’autore a Milano, no! Mi dicevo, lasciatemi stare, voi e la vostra Russia, i vostri film, quella lingua, quella ragazza, come si permette di farsi sentire ancora quando ormai era tutto finito? Quando il capitolo era chiuso una volta e per tutte, messaggio che bastava a farmi andare a male la mattina, senza quel caffè al bar che mi poteva risvegliare, e fare la spesa che ero ancora annerito nei pensieri, troppi stanchi, troppo oppressi da troppi racconti, da troppe parole, ancora la scia di coda di quei consigli che non portano da nessuna parte, la scia di coda della frustrazione, liberata solo dal ricordo di Leida, dell’ultima notte…

Il primo pomeriggio e il sonno dopo pranzo che non arrivava, la bulimia di racconti del giorno prima che mi impediva di leggere ancora, i soldi che non arrivavano, cercare sonno là dove non c’era, appesantito nell’anima, indeciso se andare a trovare o no gli amici cinesi al bar, se andare a quella presentazione dei corsi di cultura e lingua russa, Marina che non riuscivo a togliermela dalla testa, risponderle o no? Mandarla a quel paese? Ignorarla? Oppure ancora cambiare i libri in biblioteca, sceglierne di nuovi, preparare nuove letture, niente di tutto questo… mi addormentavo per un attimo solo per svegliarmi, con le tenebre nell’anima, e il pomeriggio sarebbe stato una noia mortale, dovendo aiutare neanche troppo mio padre e Marco che cercavano, inutilmente, di cambiare il citofono di casa, non c’era soluzione, neanche a fine giornata, quel citofono è spiritato da anni, ed è inutile provare a metterlo a posto, che chiamino dei tecnici professionisti, apposta per questi lavori, e lascino perdere di fare le cose da sé, un pomeriggio dove l’unica idea alta che mi veniva era quella di farla finita, di buttarmi giù da qualche altezza incommensurabile, e schiantarmi a terra una buona volta per tutte, e farla finita, la sola idea del suicidio mi salvava, e la noia e il nero e la pesantezza erano mortali…

Arrivava il pomeriggio tardi, arrivavano i soldi, quelli necessari per uscire chissà quando, chissà con chi, e dentro di me maledicevo mio padre e Marco, per avermi fatto buttare via un sabato pomeriggio così, a stare di guardia al cancello, a passare attrezzi, a cercare di capire i rudimenti dell’elettricità, mentre avrei potuto espandere la mia conoscenza, buttarmi a capofitto in racconti da leggere e da scrivere, in lettere senza fine, ma l’arrivo dei soldi e la fine della giornata bastavano a farmi sentire più libero, meno oppresso da quei pensieri, e pregustavo già la domenica, vera giornata libera…

Prendevo i soldi e andavo al Carrefour, erano le sette e mezza passate, Manuela avrebbe iniziato solo alle otto e qualcosa, e il pensiero che lei non ci fosse mi calmava, mi diceva di non avere alcuna paura, la dimenticavo, la barravo dai pensieri, immerso come ero in quella noia e in quel nero mortale… alle casse c’era un po’ di traffico, tutta la gente che faceva la spesa del sabato, del sabato sera, ed era un groviglio di persone, di tutti i tipi, italiani e stranieri, uomini e donne, chi pagava con il bancomat, chi con i buoni pasto, chi faceva la spesa e chi, come il giovane dietro di me, che si comprava una cassa di Heineken, una quindicina, chissà da bere con chi, mi dicevo, in quale occasione, e pensavo a quanto avrei voluto anch’io bermi fino all’impossibile quelle birre, per sognare ancora, per aprire le porte della percezione, per sondare altri mondi, altri modi di pensare, per sognare ad occhi aperti, eppure ricordavo le infinite estasi alcoliche erotiche e musicali ai tempi di Alina, e a come tutto ad un certo punto si era trasformato in inferno, e mi dicevo, per motivi di salute e di dieta, che l’alcol era meglio lasciarlo lì, senza tirare in ballo divieti religiosi, consigli di Eugenia, storie campate per aria, elucubrazioni, la risposta era semplice, era meglio non bere solo per un discorso di dieta, tutto qui, e già mi bastava l’ultima estasi alcolica erotica e musicale, l’ultima notte con Leida, e il ricordo dell’ultima ispirazione perduta… e le due ragazze davanti a me pagavano con i buoni pasto, ma non so che cosa, le linee intasate, diceva il cassiere, la nuova legge che prevede al massimo otto bollini, non so che cosa impediva loro di pagare così, e alla fine se ne andavano pagando con il bancomat… e toccava a me, il mio turno, le mie quattro cose da prendere, una spesa da pochi soldi, mentre già ero contento di cambiare quella grossa banconota, per avere soldi più comodi da spendere altrove, chissà dove, chissà quando, chissà con chi… e stavo per mettere a posto gli articoli nella borsa, il solito rituale della cassa, gli oggetti che passavano sul lettore del codice a barre, il solito suono, e di fianco a me vedevo avvicinarsi qualcuno, che diceva con voce spigliata e scherzosa: “Ma che spesa è questa?! Cosa mi ha detto Elena?!”, ed era lei, visione accecata di luce dorata, l’oro dei suoi capelli, la sua figura non slanciata e i suoi prosperosi fianchi e cosce, vestita di jeans e della solita maglietta blu degli impiegati del Carrefour, era lei con la sua voce dolce e piena di scherzosità, di felice inganno, era lei, era Manuela… andavo in tilt per un attimo, per quella solita bionda, non sapevo se farla passare o farla spostare, e mi muovevo un po’ a destra e un po’ a sinistra, in un attimo, in un attimo in tilt, estasiato da quella visione allucinata dorata del biondo dei suoi capelli, e in quell’attimo mi venivano in mente tutte, Marina e come le avevo parlato di lei, a Manuela, della mia uscita, mi veniva in mente quel messaggio maledetto che Marina mi aveva lasciato la mattina, quello del cinema russo, cercavo di sovrapporre l’oro dei capelli di Manuela con l’oro dei capelli di Leida, e quella visione allucinata ritornava a immergersi in altre visioni dal più lungo respiro, visioni lontane, fatte di nero e di argento delle nottate con lei, con Leida, e mi ricordavo delle ultime volte che avevo visto Manuela alla cassa, senza impazzire più, conscio che dietro di lei c’era solo tutto lo sviamento per Leida, e in quell’attimo, in quell’attimo dove tutti questi pensieri e visioni passavano mi decidevo a dirle: “Devi passare?”, “Scusami”, rispondeva, “Niente…”, le dicevo, e mi mettevo di lato, in quello spazio angusto tra le casse, e la lasciavo passare alla sua postazione alla cassa dietro di me, visione dorata e allucinata, voglia di vivere che improvvisamente ritornava, il pensiero del suicidio che se ne andava via, la voglia di farla finita, il nero dell’anima, e ricordavo quei mesi che ero impazzito per lei, e per Leida, tutto l’erotismo e la follia del mondo, con dei pensieri che sembravano usciti da canzoni pop che raccontano tutto il delirio d’amore e di erotismo, tra insonnie, sogni erotici, nottate di voluttà con Leida, le altre giornate e le altre nottate con Marina e Anna, tutto il caos di questi mesi, e la visione dorata e allucinata di Manuela mi ridava vita, una vita sull’orlo della follia, e cercavo, per non far ricominciare quelle visioni, di guardare il display dei soldi della cassa, il resto dovuto, quanto avevo speso, e mi chiedevo cosa pensasse di me e di lei quel cassiere, che della mia follia per Manuela sapeva qualcosa, visto che quei giorni là mi prendeva un po’ in giro, come facevano i suoi colleghi, e mi dicevo che in fondo mi ero comportato razionalmente, in quel momento, dicendo a Manuela solo tre parole, e che era anche ora di non cascarci più in quella visione allucinata, e allora prendevo la borsa, con gli oggetti sistemati, contavo il resto, giusto, e me ne andavo senza dire niente, guardando solo di sfuggita, con la coda dell’occhio, Manuela, senza osare più guardarla negli occhi come quell’altra sera di tempo fa…

Ero stufo del nero dell’anima, dei pensieri suicidiari, ma anche delle voluttà estetiche allucinate, dei sogni ad occhi aperti, dell’oro che pervade la mente e l’immaginazione, la voglia di vivere era tornata, e me ne fregavo anche se volevo andarmi a bere un caffè al bar nella prima serata, comprare le sigarette, spendere ancora… non avevo voglia di passare dai cinesi, andavo al solito bar, quello del vecchio bestemmiatore berlusconiano, ma là al bancone c’era suo figlio, quarantenne o giù di lì, forse di più, sposato con una negra e con un figlio di qualche anno, forse da asilo o elementari, e c’era lui, al bancone, e chiedevo un pacchetto di Chesterfield rosse, un caffè, e nei miei pensieri, anche di fronte alla televisione accesa su qualche stupido programma dove di guadagnano soldi rispondendo a delle domande improbabili, pensavo a Manuela, quell’oro dell’anima che mi invadeva, dopo tutto il nero della giornata, e sapevo che forse quel caffè mi avrebbe fregato, dandomi l’insonnia, l’irrequietezza dei pensieri, ma me ne fregavo, mi godevo quel caffè e me ne tornavo a casa, con l’energia dorata dell’anima, e il pensiero di Manuela…

E me ne stavo lì, per un po’, nella mia stanza, ad ascoltare musica eccitante albanese, e cercavo di non uscire di senno, come altre volte avevo fatto, cercavo di chiudere la visione allucinata, che era sull’orlo di infestarmi l’anima, e la chioma bionda di Manuela si confondeva con l’immagine appesa al muro di quella cantante kosovara, Era Istrefi, la stessa allucinazione, insieme al volto e ai capelli di Leida, e me ne stavo lì, ad ascoltare musica, concentrato nel non fare esplodere i pensieri, cercando di convincermi di non cadere ancora negli scherzi di Manuela, che mi mandano in tilt, lasciando perdere una nottata alcolica fatta di birra, da comprare al supermercato, ripassando da lei, da Manuela, e mi mettevo lì, nel buio della stanza, a concentrarmi sul nero, mentre l’oro mi invadeva…

E stavo lì per un po’, pensando quasi di non cenare, di stare a digiuno, ma poi la musica stancava, l’effetto dorato di Manuela passava, grazie anche a quella pasticca, e mi mangiavo qualcosa di leggero, convinto solo di andare a dormire, e di lasciare perdere ogni uscita di sabato sera, e mi sdraiavo, convinto di poter rievocare la sensazione di perdizione sotto il suono della pioggia, che ancora cadeva ieri sera, e lasciare andare via una giornata così, senza il minimo cenno di letture, senza il minimo ricordo delle lettere, senza aver fatto niente, se non essere passati dal nero depressivo dell’anima all’oro delle allucinazioni… e me ne stavo lì, sdraiato sul letto, a cercare un sonno che non sarebbe arrivato mai, ed era inutile, come una volta, cercare di capire per chi fossi impazzito nei mesi scorsi, Leida, Manuela, Marina, Anna, Eugenia, Alina, non c’era un senso, e chiudevo quei pensieri, e quella “paroliferazione”, non mi lasciavo incantare dai miei stessi discorsi, dalle mie stesse parole, anche quelle che si erano incantate sulle quattro parole con Manuela, e pensavo che in fondo lei si diverte a vedere andare in tilt certi ragazzi, a mandarli fuori con le sue parole insidiose alla cassa, e pensavo solo che lei in fondo è a posto, convive, ha già il tipo, e ognuna di quelle parole deve essere soltanto un modo per farle passare meglio la serata, lì al Carrefour, per non morire di noia, per divertirsi a prendere un po’ in giro i ragazzi che passano di lì, e la lasciavo stare, e la visione allucinata si colorava di nero, e l’ultima visione di ciò che mi riportava alla realtà, al di là della stregoneria di Manuela, era il pensiero di Alina, di quell’ucraina che tanto mi aveva e mi ha fatto soffrire di amore, di passione, di sconforto, ma anche di estasi dell’anima, e ricordavo la serie dei diari dei vampiri, quel nero che si impadroniva di nuovo di me, la sensazione pesante del vivere, e ritornavo alla realtà pensando all’unica ucraina che aveva attraversato la mia stanza, Larisa, la ragazza delle pulizie, e quando assieme parlavamo della bionda cantante Denisa, morta per cancro, cantante romena dalle canzoni d’amore malinconiche, a volte un po’ mielense, e l’allucinazione d’amore ritornava alla realtà pensando a suo figlio autistico, di dieci anni, al suo vivere facendo le pulizie o altri lavori da badante o infermiera, e mi veniva in mente la banalità della vita, la sua semplicità e scontatezza, il suo lungo fluire nell’arco di tutta la giornata, di tutte le settimane, e non di quell’attimo alla cassa che manda sempre fuori di testa, e la visione di tempi più lunghi, la visione di una vita intera, lei e quel suo figlio, quel suo compagno, la sorte d’Alina e del mio soffrire mandavano via visioni impazzite d’oro, e tutto si colorava di nero, e di argento, e di una luce diafana, e tutto il segreto della fine della follia stava in quella ragazza ucraina, nella timida visione della realtà e delle sue sofferenze, e niente di più, e alla fine di tutto vinceva lei, l’ucraina…

La notte, la notte inoltrata, dove due bicchieri di vino non bastavano, dove non volevo ubriacarmi, dove non volevo fumare troppo, dove quel racconto in inglese non mi soddisfaceva, dove l’insonnia si faceva sentire, e l’unico modo per scacciarla era cercare di rievocare pensieri erotici e voluttuosi, senza tutta quella pesantezza, senza tutte quelle allucinazioni o inizi di visioni accecate, e mi sdraiavo lì, sognando ancora visioni erotiche, eccitandomi, chiedendomi se Anna fosse già tornata dalla Romania, chiedendomi come mai nell’ultimo periodo non vedevo più Isabella là per strada, ed ero stufo dell’abisso nero e delle vette dorate, e decidevo di fare un salto là fuori, per strada, nella notte, con la macchina, con i soldi, alla ricerca di non so chi, per non pensare più, per falciare di un solo colpo la notte e la sua insonnia, con la voluttà erotica di sempre…

Ed era la notte, e la strada, fermarsi di qua e di là, fare i giri in macchina, Anna non era ancora tornata, Leida non c’era, e vedevo solo Isabella dentro la sua macchina, che mi abbagliava con i fari, un segno, un segno che per un attimo lasciavo stare lì, non pensandoci troppo, e facevo un altro giro, di notte, solo per poi ritornare da lei, con il cuore all’impazzata, fermarmi da lei e vederla scendere con quel suo bel volto arrotondato, giovane, di una ragazza neanche ventenne, lei che mi chiamava subito: “Amore…”, con quel fare gentile, dolce, leggero, che già godevo al vederla camminare verso di me, con quei suoi fianchi e quelle sue gambe abbondanti, ma pieno di fascino, con quelle sue calze nere a metà coscia, che la rendevano più sexy, e quei suoi seni che sembravano essersi ingigantiti di colpo, dei seni dove perderci le mani, il volto, la lingua, che già godevo di quella mia passione di toccarla tutta, di toccare un corpo femminile pieno di erotismo e di voluttà, e lei camminava verso di me e saliva in macchina…

“Madò che pioggia, che freddo, meno male che hai acceso il riscaldamento, bravo!”, diceva con quel suo fare cantilenato e leggero, quel suo volto dallo sguardo pieno di luce, quel suo volto ovale e arrotondato, come quello di una bambina cresciuta, quel suo volto da bella ragazzina romena, che vagamente ora mi ricorda Andra e Larisa, o qualcosa al di là di loro, Isabella, la pura bellezza, il puro erotismo, la pura voluttà, che la facevo salire in macchina e già pregustavo tutto il piacere del mondo… “Hai visto? Ho cambiato macchina, l’altra me l’hanno spaccata, che cattivi… adesso ho preso questa che nessuno me la rompe”, ah, sì, avevi la golf azzurra, sì, azzurra poi rossa, e l’assicurazione? Niente, non c’era, e ci fermavamo là vicino, in un angolo della via, non al solito posto in fondo alla via, e già gustavo quegli attimi… mi perdevo nello sguardo dei suoi seni, così abbondanti come non mai, hai visto? Ho rifatto le tette, ti piacciono? Sì, mi piacciono tanto, sono belle, e affondavo le mani là dentro, la sopra, mentre lei si scopriva i seni, lasciandomi vedere quelle tette così grandi da perderci la testa, da toccare, da leccare i capezzoli, da perderci dentro, e mi lanciavo su di lei, a toccarla, le gambe, la figa, il culo, le tette, e godevo di quella sua merce abbondante e godevo sempre di più, sempre di più, a perdermi in lei, e lei mi diceva di spogliarmi, e mi spogliavo, tutto eccitato, e cominciava a servirmi con la bocca, mentre faceva dei gemiti d’amore e di voluttà, e io mi lasciavo andare a parole sporche e zozze, contento di insultarla, di godere, mentre anch’io mi lasciavo andare a gemiti, come non mai, per cambiare un po’ i soliti discorsi, il solito sentire, per lasciarsi andare ad una notte lasciva, mentre ancora godevo di lei, del suo corpo, dei suoi seni, e la sua arte continuava per un po’, senza fine, e alla fine godevo in lei, nella sua bocca, mentre mi perdevo in parole e nel toccarla, liberando tutte me stesso, liberando il nero e l’oro dell’anima, per lasciare una notte fatta d’argento e di azzurro della notte, dei suo vestiti sexy, dei quali godevo, e non c’era estasi più grande, godimento più grandi di quelli, che ancora tutta la visione di piacere si riversa su di lei, e godo ancora al solo pensiero, e mi dicevo che la giornata non poteva finire nel migliore dei modi, e la mattina iniziare così, con il più voluttuoso dei ricordi, le sue gambe, i suoi collant sexy, il suo corpo abbondante, i suoi seni da perderci dentro, e il suo sguardo giovane e pieno di luce, la sua voce dolce e leggera, e non c’era più niente da desiderare, tranne perdersi in lei ancora infinite volte…

E le chiedevo di Anna, quando tornava, e dell’altra ragazza che stava assieme a lei in macchina, non sapeva niente, e non mi importava, mi spillava altri soldi perché mi ero messo “a toccarla tutta”, e con il sorriso e con il piacere le davo quei soldi, estasiato, da lei, dal suo volto, dal suo sorriso, dal suo corpo, e la notte poteva finire così, con tutta l’estasi del mondo, con la mia voglia di giocare con il suo corpo che si era realizzata, e la notte sapeva della mia lingua sui suoi capezzoli, del mio toccarla dappertutto, nel mio perdersi nei suoi seni, che ancora godo al solo ricordo, e non ci sarebbe più niente da scrivere, da desiderare, da ricordare, se non quei momenti senza fine, quell’eccitazione e quella voluttà, quell’andare oltre le regole e i pensieri, oltre il nero e l’oro dell’anima, nel cristallino della notte e nell’argento del suo sguardo, visione di voluttà infinità…

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Prologo…

Un tuffo nel passato, ecco cosa avrei fatto quest’oggi, rileggendo i vecchi post di una volta, sul vecchio diario, ora che dopo la notte di ieri mi ritorna lei, il suo volto, il suo sorriso, e tutte le ragazze di una volta… Andra e il suo volto come una rosa, lei e quei suoi occhi sempre così tristi, il suo volto con quelle lentiggini, che la rendevano più amabile, le decine di volte che andavo da lei, ai tempi della scuola serale, quell’anno là al Pasolini, lei che mi serviva sempre con le sue dolci labbra, là tra i cespugli, o in macchina, vicino al boschetto, il suo dolce servirmi, la sua dolce pelle, che godo ancora al ricordo, come quando mi serviva là in mezzo al boschetto, e godevo nel toccarle le gambe, il culo, che lei mostrava con quei suoi mini pantaloncini, delle gambe non perfette, ma sensuali, già un po’ sfilacciate dal tempo, ma dalle curve di un erotismo senza fine, e quando lei si inginocchiava, di fronte a me, e dolcemente mi chiedeva se stavo per venire o no, lei che continuava a succhiare e a succhiare, come una dannata, fino a farmi venire ogni volta dentro la sua bocca, come il più dolce dei ricordi e delle estasi e delle voluttà, lei, quella ragazza romena che mi ricordava il mio viaggio nel suo paese, anni prima, quando c’era Irina che saliva in macchina con me, per lasciarsi andare, ma allora non facevo niente, e mi sarei rifatto anni dopo, come quando Luisa la bionda mi serviva anche lei dietro i cespugli, noi, un po’ esibizionisti, e a volta mi lasciava lì così, con il cazzo ancora in tiro, senza poterle venire in bocca, o quando ci perdevamo in macchina e mi perdevo a toccarla di dietro, ovunque, sfiorarle la figa, e tutte le volte che me la scopavo, così come mi scopavo Andra una volta, l’ultima volta, prima che se ne andasse via, là nel boschetto, ai tempi della quinta superiore, quando l’immagine di Olimpia di Manet mi ricordava solo lei e la sua bellezza, le infinite canzoni manele di Denisa, che lei diceva che erano canzoni vecchie, già allora, eppure con lei si godeva, sognavo di farla mia, quando mi sarebbe piaciuto uscire con lei a bere qualcosa, lei che ogni tanto si fermava al bar là vicino al bosco, per prendersi qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, e quelle volte che la riaccompagnavo in stazione, quando a volte la vedevo passeggiare di lì, tra i boschetti, e ogni volta era una dolce visione, una dolce fantasia, che si risolveva sempre nella sua voce dolce, nelle sue poche parole italiane, ma che mi faceva sempre godere con le sue labbra, che al ricordo godo ancora adesso, come una videoclip porno di infinita voluttà, eppure tutto quello era vero, ed è ancora vero nei ricordi, i suoi lunghi capelli rossi, a volte raccolti in chignon, i suoi capelli leggermente ricci, lunghi e increspati, e le infinite volte là a città satellite, godendo come non mai…

E le notti, le altre notti quando c’era Diana la russa, lei che diceva che si era anche sposata con un italiano, un cliente, e avevano avuto un figlio, e la Mercedes, e poi i soldi erano finiti, e si erano lasciati, lei che succhiava dannatamente, di un arte selvatica, inima salbatica, e quando godevo quelle notti poi con quelle canzoni russe, con quella vodka che bevevo, e sognavo l’università, dove avrei imparato la sua lingua, mentre da solo la studiavo per i fatti miei, e sognavo e sognavo, sognavo Mosca, le sue ragazze, belle come lei, come Diana, dalla bellezza sopraffina, lei che mi diceva che non avrei avuto problemi ad avere figli, visto quanta sborra facevo ogni volta, lei che mi scopava ogni tanto, là dove allora c’era anche a volte quella ragazza kazakha, orientale, come una cinese dalle forme abbondanti, ma aggraziate, quella scopata dove vedevo la fine del mondo, e l’estasi senza fine, di un orientalismo erotico che non conosceva confini, Diana e quella ragazza kazakha, l’erotismo nella sua più alta visione, ai tempi di allora, quando una volta rivedevo anche Katia, dopo un anno o di più, lei che era ancora lì, diceva, e non era un buon segno se era ancora lì, lei che ormai aveva già altri accompagnatori, quell’unica sera con lei che mi diceva che ero ingrassato, che mi ero fatto crescere la barba, eppure anche lei succhiava da dio, con quel suo corpo da favola, come un vero porno dove l’attrice ragazzina è una russa atomica, una figa atomica, come lo era lei, e quando scambiava i soldi con la sua amica, là vicino, perché non aveva il resto, e godevo senza fine con lei, come una volta, nel periodo d’oro, gli inizi di tutte quelle puttane che ora non ricordo neanche più, avvolto da tutto l’erotismo senza fine, quante ragazze romene, quante ragazze russe, in mezzo alle vie, godendo come non mai…

E poi iniziava l’università, forse c’era ancora Andra in quel periodo, e poi facevo conoscenza con Eugenia in università, e mi sembrava che lei sarebbe potuta diventare la mia ragazza, lei che al tempo era entusiasta della lingua russa, io che ero entusiasta della lingua romena e della lingua russa, che sentivo nelle manele, che ascoltavo alla radio, mentre mi perdevo nei melodrammi russi che lei mi consigliava di vedere, e imparavo sempre di più la lingua russa, e mi sembrava di poter raggiungere il mio sogno, parlare in romeno, capire il romeno, capire il russo, ed Eugenia sembrava la ragazza promessa di sempre, quel tipico amore universitario che chissà in che cosa sarebbe fiorito… e passava un anno, così, il primo anno di università, tra studi che mi ispiravano, sogni ad occhi aperti, visioni, e prima del secondo anno andavo in Repubblica Ceca, dove scoprivo giovani che della religione, a differenza di me, se ne fregavano, che si dicevano tutti non religiosi, e Tereza, l’ebrea ceca, mi consigliava di scrivere 750 parole al giorno, come diceva un sito, una sorta di gara di scrittura, una sfida con sé stessi, e in quei quindici giorni potevo recuperare la lingua inglese, che parlavo con la romena Veronica, le ceche Tereza e Lucie, il turco Soner, i giapponesi Satoshi e Yusuke, la coreana Kim, e la tedesca Lea, quindici giorni da sogno, altrove, lontano da casa, con il solito fantasma del bordello ceco, come quella ragazza ceca che mi facevo quando avevo 17 anni, in un altro campo di volontariato, lei che apriva la strada a tutta la sessualità e all’erotismo, lei puttana più grande di me, bionda, che lavorava in Germania, che si prostituiva anche qui, in Italia, per pagarsi le sue spese, ed era là che conoscevo l’amore libero, il sesso libero, e la sua ispirazione anni dopo mi mandava appunto in Repubblica Ceca, dove non avevo però bisogno di bordelli, perché la compagnia che c’era là in quel gruppo bastava, e la cultura di una città di Praga, con il suo cimitero ebraico, il suo ponte sulla Moldova, il castello kafkiano, vincevano su ogni puro desiderio di erotismo, che potevo soddisfare tranquillamente quando sarei tornato da me, sempre là, ai soliti posti, dove una volta c’era Katia, dove c’era Andra, dove c’erano tutte quelle, sempre quelle, che con la loro magia dell’est invocavano altre lingue, altre culture, il passato da sogno di un mondo comunista perfetto, senza la smania dei soldi, di farsi vedere, di apparire, ma con l’idea della fratellanza di tutti i popoli dell’est, le infinite lingue da imparare, la cultura senza fine, il sogno d’amore… ed era già strano incontrarsi con un’ebrea in Repubblica Ceca, la mia identità disfatta si rendeva conto che io non ero ebreo, e che il mondo poteva andare avanti tranquillamente anche senza religione, anche se lì nel campo a volte lavoravamo per il prete ceco cattolico, che ci dava qualcosa da fare, ma non era importante, così come non era importante parlare di altre cose, solo rendermi conto di quanto mi ero affezionato alla musica, alla musica di Denisa e di Gigi Finizio, che a volte ascoltavo là in biblioteca, accanto a dove dormivamo, e chattavo a distanza con Eugenia, sognando di farla mia un anno dopo, l’anno dopo in università, quando avevo paura che lei non continuasse lo studio del russo, e l’avrei persa di vista…

E finiva quell’estate, cominciava il secondo anno di università, poco alla volta avrei perso di vista i miei amici italiani, perché mi perdevo sempre di più nelle classi di russo con Eugenia, sognando chissà quali rapporti con lei, che diventavano sempre più amichevoli, fatti di sorrisi, di sguardi, di allusioni, e insieme si frequentavano i corsi, ci si dava una mano per studiare, così come anche con Alice, quel corso fantastico di cultura angloamericana, dove studiavamo la fantascienza e l’horror, generi che sto recuperando in questo periodo, e che mi affascinano sempre di più, Alice che anche lei si era data all’Est in quel tempo, con quel suo ragazzo ucraino, in Crimea, prima che succedesse tutto il casino della guerra, che lei andava a trovare, mentre a volte lei sembrava provarci con me, ma non avevo nessuna intenzione, io ero votato ad altre ragazze, le ragazze della notte, e scoprivo allora sempre di più le estasi alcoliche, erotiche e musicali, dopo quel viaggio in Repubblica Ceca, dove si beveva tanto, e anch’io cominciavo a bere tanto…

E chissà poi come, stare in mezzo a tutte quelle ragazze, in università, gli ormoni impazzivano, la voglia di loro, il desiderio, e la notte scoprivo lei, scoprivo Xhuliana, ragazza albanese dai capelli corvini e dal viso dalle belle fattezze, un corpo che ricordava quello di Katia, solo più formoso, le infinite nottate e luna con lei, sotto la luna, sotto le stelle, quando mi perdevo nella poesia con lei, con le sue parole piene di energia, come solo le ragazze albanesi sanno fare, lei e le sue infinite cavalcate su di me, quelle scopate che non finivano mai, il suo servirmi con le labbra che non conosceva confini, quella notte che di davamo ad un’orgia a tre, con un’altra sua amica romena, mentre lo facevamo nei sedili di dietro, con Xhuliana, e l’amica romena ci diceva come eravamo belli, mentre lei si toccava lì, e godevo con Xhuliana, che l’avrei voluta baciare, fare mia, mentre lei mi cavalcava e mi guardava con gli occhi vitrei, di un nero corvino senza fine, come i suoi capelli, e quante cavalcate, quante scopate senza fine, che lei a volte smetteva quando cominciava a bagnarsi troppo, e mi finiva con le labbra, con la sua vera arte da puttana… e in quel periodo, periodo dalle emozioni più profonde del mondo, con Eugenia che sembrava poter diventare davvero la mia ragazza, Xhuliana che mi stregava sempre di più, e io che mi perdevo nella musica malinconica e neomelodica di Gigi Finizio, canzoni profonde, e scoprivo allora anche la musica albanese, dalla radio, quella musica un po’ orientale, ancora più orientale delle manele, e ricordo ancora quella notte, quando tornavo dopo essermi scopato Lorita, altra ragazza albanese che ce l’aveva con la polizia, che mi faceva gli sconti, mi ricordo ancora come suonava dentro di me per la prima volta la musica albanese, che mischiava il mio amore per l’Est, non solo più Romania e Russia, ma anche Albania… sì, mi ricordo ancora quando mi scopavo Lorita, lei, a pecorina, come diceva, o quell’altra ungherese bionda, di una sola notte, quando non c’era Xhuliana e non so perché, e tutto lo strascico di quelle emozioni, di quella voluttà, tra alcol, sigarette e musica e puttane e ragazze di università, un’ondata di sensazioni senza fine, mentre in casa aleggiava aria di morte, la morte di mia nonna, orami in convalescenza, morte che sarebbe arrivata da lì a poco, in aprile, il più crudele dei mesi… e mi ricordo come il giorno del funerale mi perdevo nella visione della campagna di Mantova e provincia, dove compariva mia cugina Morena, ex modella, modella come Eugenia, ma più formosa, che mi parlava un po’ in italiano e un po’ in dialetto, e c’era il silenzio poi, le parole basse, il pranzo abbondante con mio zio Elia e mia zia Maria, il pranzo che sembrava per un attimo scacciare tutto il peso di quei sentimenti, il mio desiderio per Eugenia, la mia voglia di Xhuliana, il mio sogno di lingua russa, i sentimenti più profondi e voluttuosi del mondo, e mi perdevo in quel mondo di amore e di morte, come la sera del funerale, che mi davo a Xhuliana un’altra volta, un’ultima sua cavalcata, una delle ultime, quando la riaccompagnavo anche a casa, e lei era sempre forte e sorridente, sempre pronta a tirarmi su con le sue parole, a farmi sentire speciale, come quando mi diceva che non dovevo parlarle del tempo, come tutti gli altri, come quando mi diceva che lei preferiva la musica kosovara a quella albanese, e la notte la riaccompagnavo là, pieno di energia, anche dopo il funerale, e l’amore e la morte si intrecciavano, nel giorno e nella notte, sotto il chiaro di luna, sotto tutti quel labirinto di sentimenti che era fatto di musica e di Eugenia, di Xhuliana, di Lorita, di tutte quelle ragazze che scoprivo, e mi dicevo che solo l’amore per una ragazza può salvare, al di là di tutto, e tutto il resto è inganno, mentre studiavo ancora, un po’ a memoria, convinto che il trucco stesse nel fatto di leggere e ripetere, imparare una parte da recitare ai professori, e non mi chiedevo a cosa sarebbe servito lo studio, studiavo solo per il piacere, mentre intervallavo il piacere delle lettere a quello delle ragazze, in un’ondata di voluttà senza fine, che ancora adesso mi sembra di sentire e vedere, negli occhi neri di Xhuliana, nei suoi capelli corvini, nella sua pelle di cui godevo e che toccava, con quel suo vestito nero e la gonna corta, quel suo sapere ogni volta di sigarette tabacco e liquidi del corpo, un odore strano, un profumo strano che aveva lei, sulfureo, che si liberava in tutto l’erotismo e la voluttà con lei, fino a quando, una notte, non ci davano la multa, la polizia in borghese, ma ce ne fregavamo, lei protestava e diceva che manco per scherzo avrebbe pagato quella multa, io che non mi preoccupavo più di tanto, e dopo che la polizia se ne andava la ricaricavo su, e me la facevo l’ultima volta, la solita cavalcata, e quando tentavo di baciarla lei spostava il suo volto, e mi lasciava solo la guancia, e sapevo che quella storia sarebbe finita lì… non l’avrei più rivista, sarei passato soltanto un’altra sera, e lì al suo posto trovavo un’altra, che mi diceva che lei era partita, in Albania, chissà dove, e non c’era più, non c’era più, non c’era più quella voluttà durata due o tre stagioni, e l’estate, per pura coincidenza, sarei andato in Albania una settimana…

Che strano era sentire il muezzin cinque volte al giorno, là in spiaggia, sentire la musica albanese che allora sentivo solo alla radio, mentre là veniva fuori sempre dagli speaker dei locali sulla spiaggia, fare il bagno sotto le stesse notte che mi avevano ispirato tutta la voluttà del mondo, quelle note che sentivo quella notte con Lorita, e parlare inglese, stare con i miei genitori, e non pensare più alla perdita di Xhuliana, alla perdita di mia nonna, mentre anche quell’estate chattavo con Eugenia, che ora si trovava in Russia, a Mosca, con gli altri compagni e compagne di corso, mentre io ero in Albania, la provincia una volta dell’impero sovietico, e tutto era fatto di magia, tra Eugenia e Xhuliana, quel mondo albanese che sognavo dai tempi di quell’amico delle medie, Dorian, che raccontava del suo paese, e già allora faceva nascere in me tutto l’immaginario dell’Est… e stare per una settimana di fianco ai miei genitori, a parlare, a parlare con mio padre, che di solito non parla mai, a non pensare più al lutto della scomparsa sua madre, stare lì in spiaggia, tra gli albanesi che parlavano italiano, e io che sognavo di rivedere Xhuliana, da qualche parte, non so dove, lei che diceva che era di Valona, e si lamentava che in Italia il mare è troppo lontano, che doveva essere più vicino, come in Albania… e là a Ksamil conoscevo Rudina, ragazzina albanese che faceva la receptionist in quell’albergo, quella notte che con lei parlavamo di Shakespeare, di libri, di romanzi, di canzoni, in inglese, in inglese, come non lo parlavo più dall’anno prima, quando ero stato in Repubblica Ceca, e ogni giorno scrivevo, scrivevo e scrivevo per liberare l’anima, sognando sempre l’amore con Eugenia, facendo poesia di quelle nottate con Xhuliana, di quel lutto, di quell’erotismo, di quella voluttà, di quel labirinto dei sentimenti…

Tornavo in Italia e sapevo che una nuova ondata sarebbe cominciata, là dove ormai i luoghi dell’anima dell’ultimo impero avevano fatto strada dentro di me, l’ultimo impero sovietico, l’Est Europa e le sue ragazze, l’impero ottomano con quel muezzin che cantava sempre in Albania, quella volta che quasi non mi intrufolavo in quella piccola moschea a Ksamil, non so perché, forse per ricordare tutto il mio sviamento per Katia anni prima, quando un delirio holliwoodiano portava con sé tutte le lingue e le culture del mondo, ma in fondo io ero sempre legato all’Est, al mito sovietico, la fratellanza tra i popoli, voler imparare le lingue dell’Est, la lingua di Katia, la lingua di Eugenia, la lingua di Xhuliana e di tutte le altre… tornavo in Italia e cominciava il terzo anno di università e la notte, sì, la notte, avrei conosciuto lei, Alina, la ragazza ucraina… nuova ondata di sentimenti, di sensazioni, dopo il lutto, dopo la voluttà senza fine con Xhuliana, c’era lei, Alina, che mi parlava in russo, e anch’io con lei in russo parlavo, dei diari dei vampiri, delle canzoni romene, russe, albanesi, che mi sembrava finalmente di aver trovato la ragazza dei sogni, scopare come non mai, parlare in russo, godere della musica dell’Est, lei che diceva che senza musica stava male, lei che mi parlava della sua figlia in Ucraina, lei che mi parlava dei diari dei vampiri, che allora cominciavo a vedere in russo, per avere qualcosa da dire a lei, e che profondità, che voluttà, quale erotismo, quali altre nottate e luna con lei, che sembravano non finire mai, godere sempre, ubriacarsi sempre, andare sempre da lei, la notte, come un disperato, un disperato d’amore, perché con Eugenia più che parlare e sorridersi non c’era di più, e io che mi perdevo nella lingua russa, nelle sue canzoni, quell’anno che cominciava tutto il casino con la Crimea, Maidan, la guerra, la situazione ucraina, io che in università una volta facevo una specie di lezione sull’Ucraina, come una specie di esame, una lezione intera, e nei mie sogni sempre lei, nei miei desideri, sempre lei, Alina, Alina, Alina, la ragazza dai capelli corvini lunghi, dal corpo slanciato, dai fianchi abbondanti, dall’erotismo oltre ogni confine, dalla bellezza e dallo sguardo che ad ogni istante ed ogni volta cambiavano, per farmi godere della notte, dell’alcol, della musica, degli studi, mentre la mia vena poetica non conosceva limiti, e si librava nella notte, estasiata da lei, dalla musica d’amore dell’est, da quell’alcol, vodka e birra, che scorrevano a fiumi, e già le dicevo che forse non sapevo come avrei fatto dopo di lei, dopo che lei se ne sarebbe andata, e lei scherzava, diceva che era meglio non amare, che lei conosceva meglio di tutti come funzionano queste cose, che ne averi trovata un’altra, che l’amore sarebbe arrivato da sé, mentre meno me l’aspettavo, e con Eugenia non sapevo più che fare, lei che mi diceva di andare nella sua chiesa, la sua chiesa avventista, e Alina che mi diceva di lasciare stare, che se volevo andare in chiesa dovevo andare in una chiesa normale, come tutti, e lasciare a loro la loro fede… lei che mi diceva anche di non legarmi a niente, di non legarmi a nessuno, che era meglio essere liberi, liberi come la notte e le stelle e la luna che ci vedevano ogni notte parlare in russo, fare l’amore, sorridere e ridere e a volte quasi piangere, tra le nostre difficoltà, i nostri umori sballati, il nostro gettarci ai margini di una via, come due reietti, due disperati nel mondo, lei che mi diceva di smetterla di bere quando andavo da lei, di bere dopo, dopo che la poesia dell’anima e il labirinto dei sentimenti toccava il suo vertice, con quelle canzoni, con lei che a volte si metteva la parrucca bionda, e io scherzavo con lei perché ora assomigliava a Caroline della serie tv, ora assomigliava a Elena, e non sapevo più chi stavo amando, chi amavo, se la ragazza della serie tv su cui proiettavo tutto l’amore per Alina o se stavo amando Eugenia ma non capivo più perché dovevo andare in chiesa da lei, io che ormai ero sempre più convinto che solo l’amore e la passione per una ragazza potevano salvare, ed Eugenia che mi diceva che l’amore di Dio è più grande ancora, ma non ero affatto convinto…

E così non so per quanto tempo, due anni forse, tra il terzo anno e il primo anno di specialistica, forse di più, c’era ancora Alina, e io volevo sempre di più da lei, non solo sesso, ma parole, discorsi, una qualche uscita, un numero di telefono, e impazzivo, bevevo sempre di più, ascoltare la musica era arrivato ad un punto morto, le estasi erotiche, alcoliche e musicali non bastavano più, come era tutto iniziato ai tempi di Xhuliana, lei che mi dicevano aveva fatto un casino dell’anima come non poche, e Alina ancora di più, sempre di più, che una sera alla fine si scocciava e mi diceva: “Senti! Sto lavorando!”, e non c’era più niente, mi dicevo basta, basta con la musica, l’alcol, questa follia con Alina e scoprivo lei, Leida… Leida, ragazza albanese bionda, carica di erotismo, carica di energia, ancora più che Xhuliana ai suoi tempi, ragazza dal corpo dalle curve più sensuali di questo mondo, la nuova Katia, puro erotismo e voluttà, lei e le mie canzoni albanesi che le dicevo, lei che diceva che non amava troppo la musica albanese, preferiva la musica inglese, anche se non la capiva, e cercavo di dimenticare Alina, andando da Leida, e cercavo di smettere di bere, iscrivendomi a Taekwondo e cercando di fare una vita più sana, più equilibrata, con un po’ di fitness, per riprendermi dall’ubriacatura dei sensi con Alina, dall’abisso e dal labirinto di sentimenti, e cominciavo a perdermi senza di lei, senza Alina… ed era utopia erotica, utopia e desiderio senza fine con Leida, scaricare tutta l’energia su di lei, le tante scopate, le tante nottate con lei, lei e quel suo volto affilato, quella sua voce sensuale e suadente, quel suo modo di scherzare e di darmi energia per la vita, facendomi dimenticare i troppi studi, i troppi cavilli e rimuginazioni dell’anima nate da una storia con Alina che ormai non decollava più, che aveva raggiunto un punto morto, anche al di là dei diari dei vampiri, della musica, delle canzoni, delle suggestioni dell’Est… Leida, Leida, Leida, e maledetta quella notte che prendevo una multa con lei, e per un po’ non l’avrei rivista, e mi decidevo, come non mai, ad andare in chiesa avventista, da lei, da Eugenia, sul finire del corso di taekwondo, verso l’estate, e mi sforzavo di non bere più, di non ascoltare più troppa musica albanese, di cercare di evitare estasi alcoliche, erotiche e musicali, e credevo di rifarmi una vita, pentendomi, stando da Eugenia e dagli altri giovani avventisti, a sentire le loro parole, a parlare di Bibbia, di salute, di fitness, come se dovessi ricominciare un’altra vita, un’altra vita che però non iniziava, perché Eugenia non era più la ragazza di prima, la ragazza libera di prima, si era estremizzata, era diventata fondamentalista, e con lei non si poteva più scherzare e ammiccare come un volta, si era perso l’affiatamento, lei che aveva lasciato l’università, al terzo anno, dopo la laurea, io che invece l’avevo voluta continuare, sempre in nome di quella lingua russa che ormai avevo sognato e imparato a parlare con Alina, ora che quel sogno di una ragazza dell’Est, anche se non mi accorgevo, era stato quasi completato, il sogno russo d’amore… sì, Eugenia e la chiesa avventista, imbambolato, incantato da lei, convinto di poter continuare l’amore là dove era finito con Alina, lei, Eugenia che metteva troppi paletti all’anima, non bere, non fumare, stare a dieta, fare esercizio fisico, studiare le scritture, non perdersi nella scienza, nella filosofia, lei, sempre più estrema e io sempre più ritratto in me stesso, in quelle parole, in quei regolamenti, e poi, una notte, il ritorno di lei, la rivolta, il sogno di Leida e dell’erotismo, la cacciata dal paradiso e l’inizio dell’inferno, dei deliri antireligiosi, l’utopia erotica con Leida, che riprendevo a vedere, a frequentare, mentre lasciavo Eugenia e la sua chiesa avventista, per incompatibilità di vedute del mondo e di stili di vita, per non essere ipocrita, e infine per essere libero…

E poi non ricordo più bene, cominciava il tira e molla infinito, le battaglie dell’anima, contro il sesso, contro Leida, contro le sigarette, contro l’alcol, la botta di depressione che arrivava perché con Alina ormai non c’era più niente, e l’ultimo anno di università, quello dove dovevo preparare la tesi, una tesi di cultura russa… e la depressione mi devastava, e i deliri per Leida, che non ricordo neanche più, e le nottate con lei, come quel mio trentesimo compleanno, scoparmela, e così il mio trentunesimo compleanno, scoparmela ancora, mentre passavano così due anni con lei, e neanche me ne accorgevo, tra un tira e molla continuo, lo stile di vita che volevo cambiare, le estasi erotiche alcoliche e musicali che non erano più con me, come ormai non erano più con me né Alina né Eugenia, l’ultimo anno di università, quando la lingua russa era oramai diventata la normalità, tra quelle aule di università, non c’era più magia, né in quella lingua, in quella cultura, in quelle canzoni, Alina aveva portato via tutto, lei e il suo erotismo, la sua arte erotica, le sue parole e la sua voce suadente, la sua bellezza, il suo vampirismo, e cominciava quell’epoca difficile, quella che già presentivo, dopo di lei, dopo Alina… e qui la memoria mi fa difetto, cala la tenebra e si innalza l’oro dei capelli di Leida, della sua bellezza da farmi impazzire, il suo volto affilato, la sua energia che niente avevano a che vedere con il vampirismo di Alina, e non capivo più niente, mentre pensavo di riesumare la magia della lingua russa dandomi ad altre lingue, albanese, tedesco, olandese, come se potessi rivivere di nuovo tutti questi ultimi anni, quasi un decennio, il sogno russo che si era frantumato con il finire della storia con Alina, lo sfumare del sogno d’amore con Eugenia che si dava alla religione, e non mi rimaneva più nessuna, più nessuno, neanche nei nuovi compagni di università, nelle nuove compagne, tutto non era più come prima e neanche me ne accorgevo, avevo perso qualcosa, e non me ne rendevo conto, il sogno d’amore russo di una volta, durato così a lungo, aveva perso tutto il suo fascino e la sua profondità, e nella superficie delirante si muovevano ora parole tedesche, olandesi, albanesi, da far impazzire… un periodo così, di voglia di Leida e di non voglia di nessuna, la depressione per Alina, quella tesi di cultura russa che spostava i cardini del mondo, tra quella figura di Stalin che crollava in me, per gli orrori, e la lingua tedesca e albanese e olandese che volevano essere il fronte anti russo, solo perché con Alina tutto era andato a male, solo perché Eugenia aveva abbandonato anche lei la lingua russa, un disorientamento totale, un continuo gioco tra tenebre e lucentezze dorate allucinanti dell’anima, e sempre Leida, l’unica mia guida in tutto questo caos… l’esaltazione, il perdersi di nuovo, la depressione e lo sviamento, le parole che non bastavano più, neanche le 750 parole di sempre, la poesia che non c’era più, dopo Alina, dopo Eugenia, e l’utopia erotica con Leida che faceva acqua da tutte le parti, e tanta confusione, tanti deliri…

Arrivava alla fine il periodo della laurea, dicembre 2016, e la facevo finita una volta e per tutte con la Russia, ci mettevo una pietra sopra…

Rivedevo Alina, a dicembre, poco dopo, e si spostava l’asse del mondo, tutta l’emozione di una volta ritornava, l’amore, il sogno d’amore russo… il 32esimo complenno, quella notte non con Leida, come gli altri due compleanni, gli altri due inverni, ma a chattare con Marina, ragazza russa conosciuta in università, e augurarle il buon natale, creder di poter riesumare il sogno d’amore russo con un’altra ragazza, una ragazza russa…

E il resto sta qui in queste pagine, da gennaio 2017, l’avventura con Marina, il ritorno di Alina, non più ritorno d’amore, il caos dell’anima con Manuela, la fine dell’università e la fine della depressione, le scopate con Anna la ragazzina romena, unica che mi faceva ancora godere dopo le giornate con Marina, che di amore non aveva niente, tutto l’erotismo con Leida, le nottate erotiche, il desiderio per lei, il mio rimuginare su scuola e lavoro, le frustrazioni, i momenti spensierati, gli apici del desiderio e della voluttà, e sempre lei, sempre Leida, unica costante in questi ultimi tre anni, l’amore, il scettro dell’amore che ormai va a lei, Leida, amore, e il resto è qui, è dentro di me, oltre questo prologo di dieci anni, il resto sta nella sua figura, nella sua forza, nella sua bellezza, nell’erotismo che mi sa dare, nelle sue parole, nel suo ricordo, al di là di tutto e di tutte, ora che forse sta per finire, non si sa, le altre pagine lo diranno, oltre questo prologo…

Estasi alcolica, erotica e musicale, Leida…

Estasi alcolica, dopo infinito tempo, “Parla forte!”, mi diceva una volta quell’amico cinese, e dentro di me parlavo forte, sotto l’influsso della musica, pieno di energia, dopo la giornata stupida in quell’agenzia, ritrovare l’energia di parlare con quegli amici, quegli amici cinesi che una volta mi riempivano di vita, al di là di tutti i pensieri deboli, fragili, fatti di preghiere e di paure, nate dalle parole con Eugenia, e il loro coro di avventisti vari, religioni alternative, e altre cazzate… altro che dedicarsi alla cultura, qui c’è da lavorare, e come diceva sempre il medico anche Italo Svevo faceva il bancario, eppure poi scriveva, ed ero pieno di energia, sotto l’influsso della musica, che scorreva come non mai, come ai tempi folli di Alina, l’energia e l’estasi musicale, che niente si può comparare, liberati i pensieri, come una giornata in cui dai l’esame, prendi il tuo voto, e non devi pensare più a studiare… sì, perché quei racconti di fantascienza avevano anche rotto le scatole, e solo l’energia di parlare con mio padre, con Marco, decidere di lavorare con loro, una buona volta per tutte, liberato da tutti i pensieri intellettuali, mi salvava, e mi liberava, senza più frustrazioni… e l’estasi musicale continuava, pieno di parole dentro di me, di musica, e non ci voleva più niente che dimenticarsi tutto, quel periodo terribile della tesi, e tutte le sue frustrazioni e depressioni, non se ne poteva più, e ritrovavo la forza cercando di immaginare discorsi con quegli amici cinesi, altro che amici italiani, un radical chic e un altro che si crede un artista incompreso, un genio, e poi si vanta della sua presunta setta, dove esalta l’autoerotismo, dovresti passare alla prostituzione, gli dicevo, ma lui neanche sentiva, perso nel suo mondo, come nella sua cameretta e nei suoi progetti, e a quel punto non me ne fregava più niente di loro, e immaginavo solo discorsi con quegli amici ritrovati, che forse questo sabato visiterò, e non ci pensavo più, pensavo solo al lavoro, alla fine degli studi, alla libertà, all’essermi liberato di agenzia inglese e di centro culturale in due o tre giorni, e come Leida mi diceva di essere forte, così mi ricordavo dei cinesi di parlare forte, come mi diceva Alex… forte! Forte! Forte! Che non dovevo più lamentarmi se dovevo andare da Leida, basta lamentarsi, mi dicevo, e sognavo già dialoghi con lei, mentre la musica e tre bottigliette di birra mi portavano via, e tutto quello che avevo pensato di aver perduto, tra le pagine di quei diari dimenticati, si risolveva nell’estasi alcolica e musicale che riprovavo stasera, altro che divieti dell’alcol e dell’estasi, dovevo uscire dagli schemi, liberarmi, essere libero ancora, e tutta l’estasi alcolica e musicale si faceva risentire di nuovo riesumando e facendomi comprendere certe mie sensazioni del passato… e tornava la voglia, la voglia di lei, di parlarle, di stare assieme, la voglia di Leida… e prendevo soldi e mi vestivo, chiudevo la musica, che continuava a risuonare in me, e mi precipitavo in macchina da lei… non c’era, all’inizio, e mi fermavo a metà strada là in quel campo, come una volta facevano i contadini, nell’Ottocento, completamente libero, indiavolato come non mai, e pensavo a tutto l’istinto che certi contadini ancora conservano, alle mie origini, a me stesso, all’energia vitale del mondo, che esplodeva… e mi rimettevo in macchina, solo per tornare a casa e riprendere i soldi necessari per fare benzina, e al ritorno la rivedevo, rivedevo lei, Leida, appostata là dove una volta c’era Katia… mi lavavo le mani, mi pulivo, mi liberavo ancora di più, prendevo i soldi necessari e andavo a fare benzina, non il solito benzinaio, che era chiuso, il self service non andava, e allora andavo a quell’altro, sempre sulla via, e mi riempivo di benzina, e di profumo di senza piombo… e mi precipitavo di nuovo da lei, da Leida… e lei era là, già che mi sorrideva al vedermi passare, al vedermi fermarmi, fare il giro nello spiazzo, mentre io da dietro osservavo le curve del suo corpo, delle sue gambe, dei suoi fianchi, che non erano mai stati così desiderabili… mi fermavo da lei, e mi chiedeva subito: “Hai la tessera?” “Che tessera?” “Per prendere le sigarette” “Sì” “Va bene dai allora andiamo” “Dov’è?” “Laggiù in fondo, dopo il cavalcavia” “Va bene”, e già sapevo che sarebbe stata una serata diversa… e chiamava subito il suo amico Albi e gli diceva “No guarda Albi lascia perdere vado da sola” Albi… “Chi è? Il tuo accompagnatore?” “Sì, mi accompagnava tre mesi fa, adesso era andato al Carrefour, diceva, si fa i cazzi suoi” “Sì, qua ognuno si fa i cazzi suoi, è così…”, e facevo il giro del semaforo, mi fermavo lì allo stop, vicino al distributore di sigarette, “No, non fermarti qui, non si può, passano le macchine, entra dentro” “Ah, si può entrare?” “Sì”, e mi muovevo con la macchina sul piccolo piazzale che dava al distributore di sigarette, “Ce li hai i soldi?” “Sì, ho dieci euro, compra due pacchetti” “Quali sigarette?” “Marlboro touch, le solite”, “Va bene”, e dentro di me sentivo l’energia salire… scendevo dalla macchina e pensavo che sarebbe andata lei a comprarsi le sigarette, e invece andavo io, al distributore, quali sigarette, fa vedere un po’, ecco, marlboro touch ’20, devono essere queste pensavo, e inserivo la tessera, la toglievo, inserivo la banconota spiegazzata di Leida, e compravo quei due pacchetti di sigarette, convinto di aver fatto giusto… tornavo in macchina e come Leida vedeva i pacchetti le calava la tenebra sul viso “Nooo”, diceva, “Cos’è?!! Non sono quelle?” “Nooo, perché non sono scesa io, erano quelle nere, non queste! Io quando vado al bar mi danno sempre quelle nere, che cazzo di sigarette sono queste?” “Ah, ho sbagliato, mi dispiace, vabbè fuma queste, tanto le sigarette sono tutte uguali, o senò vendile a qualcuno, non hai altri dieci euro?” “No, avevo solo dieci e un altro venti, fa’ provare queste sigarette…” e se ne accendeva una, e faceva la faccia schifata, “No, queste non mi piacciono! Mi dà fastidio aver speso dieci euro, cazzo, io non ho soldi!” “E vabbè fuma un po’ queste, fattele cambiare, vendile a qualcuno!” “Cazzo!”, e vabbè, tornavamo indietro, e mi sentivo in colpa, timoroso per aver sbagliato, per averla delusa, ma più di tanto non ci pensavo, cosa me ne può fottere di una puttana, pensavo… e tornavamo indietro, al solito posto, al solito luogo, “Cos’è? Qua a destra?” “Sì” e poi a sinistra e poi più in là, lontani dalle macchine, non proprio sempre al solito posto… e poi le dicevo come andava, come non andava, o forse glielo dicevo prima, prima di andare a comprare le sigarette sbagliate, ho risentito i miei amici cinesi, mezzi mafiosi, che hanno un bar, ah, diceva lei, buono, dai, e poi sono andato in agenzia per andare in Inghilterra, ma chi c’ha voglia di fare il barista, di fare il facchino in albergo? E vai in Inghilterra, così trovi lavoro! Macché lavoro! Guadagno di più da mio padre e dal suo collega! Ah! Allora va bene così… e ci mettevamo lì, al parcheggio, mentre lei mi diceva che stasera non aveva voglia, che al massimo a mezzanotte e mezza se ne andava, come Cenerentola… e non vedevo l’ora di toccarla, di toccare il suo corpo, le sue gambe, mentre il desiderio impazzito in me voleva solo lei, solo lei, solo Leida… e mi toglievo gli occhiali, spegnevo il motore e appoggiavo la mia mano sulla sua gamba, le davo i soliti soldi, e mi dimenticavo di quelle sigarette sbagliate, e lei faceva finta di niente… “Dai, spogliati!” “Non lo so, non ho voglia…” “Dici sempre così poi hai sempre voglia di questo” “Non lo so neanch’io cosa voglio…” e intanto mi spogliavo, e cominciavo a palparle il seno, dentro il reggipetto, la maglietta, e godevo di già alla prospettiva di godere, sentivo tutta l’energia liberarsi in me, mentre lei si posizionava per mostrare il suo di dietro, le sue gambe e i suoi fianchi… e cominciava a servirmi, con le labbra, con la testa, con la bocca, con quel suo andare su e giù, e io mi perdevo con le mani nei suoi pantaloni, nelle sue mutandine, nel suo di dietro, e osservavo le perfette curve del suo corpo, mentre lei mi serviva e mi serviva, mentre le accarezzavo i capelli biondi, ed era visione erotica e pornografica, estasi erotica dopo l’estasi musicale ed erotica, e me ne fregavo di Albi, delle sigarette, di ogni cosa, del lavoro, dei soldi, di ogni cosa, e mi godevo come non mai quegli istanti, dimenticavo i discorsi immaginari con gli amici cinesi, con gli amici italiani, al lavoro, in agenzia, ad ogni centro culturale, dimenticavo tutto, e godevo solo di quell’istante, mentre la serata aveva un colore diverso, con quella piccola tappa a comprare le sigarette, come due amici che si conoscono da tanto tempo, come lei che sapeva già che avevo voglia di quello, e aveva già intuito tutto, quando mi diceva: “Massì che hai voglia!”… e godevo e godevo, e le sfioravo i capelli, e le sfioravo la figa, le gambe, i fianchi, e godevo di lei, godevo di lei e le venivo in bocca, con un piacere intenso che non provavo da tempo… e finiva lì, mentre ero ancora eccitato quando lei finiva, in estasi, come non mai, e mi porgeva il solito fazzoletto, mi pulivo, lei si rimetteva a posto, dopo che si era sfilata i pantaloni mentre io mi perdevo con le mani sui suoi fianchi, eppure l’eccitazione non finiva lì… e mi diceva che aveva voglia di andare via subito, che appunto stasera non aveva voglia, lei, di stare lì, e mi chiedeva se volevo una sigaretta, no, grazie, sto già fumando troppo in questo periodo, e mi diceva di andare, e ce ne andavamo, la solita storia dei documenti, a fine mese, e non all’inizio come pensavo, e i soldi che mancano, i soldi… che sembra non contino niente, le dicevo, e lei diceva macché non contano niente, senza soldi non fai niente in questo mondo… e la riportavo indietro, e la lasciavo lì al suo posto, mentre le dicevo che mi dispiaceva per le sigarette, e lei diceva che non importava, andava bene così, fa niente… e la salutavo, pensando chi se ne frega, tanto è solo una puttana, e non ci ho neanche parlato, detto chissà che cosa, le sono solo venuto in bocca come altre volte le ero venuto dentro altrove, e chi se ne frega, ero libero, me ne fottevo, volevo essere forte, sembrare forte, pensare e parlare forte, e me ne fregavo… e me ne andavo dopo averla lasciata lì… e sulla strada del ritorno mi veniva in mente, come un flash, come fare per ovviare a quel mio errore: prendere altri soldi, comprare le sigarette al bar e portagliele lì… e così facevo, tutto di fretta, tornavo a casa, aprivo l’ufficio, rubato i soldi, riprendevo la macchina e passavo al bar, Marlboro touch nere, sottolineavo con la voce, nere, e le compravo, e ripartivo subito in macchina, a cento all’ora, pensando che lei se ne sarebbe andata, visto che ormai era mezzanotte e qualcosa, e correvo in macchina per arrivare da lei, neanche fosse, correvo a cento all’ora per trovare la bimba mia, e la trovavo là, ancora al suo posto, e mi fermavo… “Cos’è successo?” mi guardava un po’ preoccupata, un po’ impaurita, e non dicevo niente, prendevo solo i due pacchetti di Marlboro touch dal cruscotto e le dicevo: “Sono queste? Marlboro touch nere?” “Sì… ma io non ho detto niente… non dovevi…” e mi guardava un po’ sorpresa, un po’ sorridente, e un po’ contenta, e mi diceva se volevo qualcosa, no, le dicevo, lascia stare, ti dò l’altro pacchetto, quello che ho aperto, l’altro vedo se riesco a cambiarlo, ma non dovevi, massì, lascia perdere, e ci scambiavamo i pacchetti, i due pacchetti giusti e quel pacchetto aperto, che lei non avrebbe mai fumato, mi sentivo in colpa, le dicevo, macché, lei mi diceva, lascia perdere, e finiva tutto così, in un attimo, dove fotografavo il suo sorriso, la sua voce melodiosa, la sua semplicità, la sua contentezza, e dentro l’anima sentivo di essermi tolto un peso, di essermi tolto una colpa, di aver fatto la cosa giusta, e mi sembrava quasi di voler bene a quella ragazza, a quella Leida… e non c’era più niente da dire, per non mischiarsi più in faccende di cuore, per non approfondire cose che è meglio non approfondire, sopratutto a qualche mese che lei se ne va via, a qualche settimana, non si sa se poi è vero, non si sa… e me ne andavo via, lasciandole i pacchetti, prendendo quel suo pacchetto, che neanche guardavo, e non vedevo davvero l’ora di fumarmi una sigaretta, là al deserto d’asfalto…

E arrivavo là al deserto d’asfalto, là dove decine di volte tornavo dopo essere stato con Alina, dopo tutte le estasi alcoliche, erotiche e musicali di una volta, e avevo la stessa identica sensazione, la stessa sensazione di quando c’era Alina, ma questa volta era per Leida… e non era la poesia, la lingua russa, i diari dei vampiri, no, era la voluttà, l’estasi musicale, l’erotismo, il calore, la vicinanza, l’amore, in una parola, l’amore che mi mancava a farmi sentire così, anche senza storie universitarie, senza altre compagne, senza niente, era solo la voluttà della notte, le estasi alcoliche erotiche e musicali, il senso di aver fatto la cosa giusta con Leida che mi faceva sentire così e aprivo quel pacchetto di sigarette di Leida, quello con le immagini stupide che a volte suggestionano, e mi fumavo quella sigaretta, quella strana Marlboro touch, là, nel deserto d’asfalto, dove tutte le sensazioni ritornavano… e mi fumavo quella sigaretta, e riprendevo la macchina e facevo il giro, dopo aver sistemato le sigarette nel mio portatabacchi rosso, e lanciavo il pacchetto dal finestrino della macchina, facevo il giro della rotonda e lo schiacciavo sull’altro lato della strada e andavo a parcheggiare là al Carrefour, dove piantavo la macchina davanti all’Aumai e mi sdraiavo lì, in macchina senza pensare più a niente, solo pensando a Leida, al pacchetto di sigarette, alle stupide immagini, e l’immagine di Leida vinceva ogni possibile orrore, ogni cosa, ogni pensiero, ogni preghiera, ogni discorso debole e avvizzito, lei vinceva ogni cosa, dopo tre anni, dopo tre anni ancora, e l’estasi alcolica erotica e musicale ancora regnava in me… e mi mettevo lì, a perdermi nella sua immagine, nelle sue parole, nel piacere intenso e non c’era più storia, non c’era più niente, e l’anima era liberata in quell’estasi alcolica erotica e musicale, come non era da tempo…

L’insignificanza del tutto e il deserto dell’anima…

Andare a Milano, alla ricerca di qualche fantomatica antologia di racconti di fantascienza in inglese, fermarsi alla libreria americana, avere il miraggio di una qualche raccolta, diceva la libraria, e me ne andavo a passeggiare per il parco Sempione, nell’attesa che la libreria riaprisse, un’ora dopo… il parco, la gente che camminava, le voci in diverse lingue, tedesco, inglese, russo, le coppiette, ricordarmi di quel camminare di fianco a Marina qualche mese fa, sempre lì, a parco Sempione, e il non senso del tutto… le coppiette con la loro scorta di illusioni, gli adulti e il loro chiacchierare di lavoro, la gente che faceva jogging, i gruppetti di adolescenti, i bambini che giocavano a pallone, gli artisti da quattro soldi che chiedevano l’elemosina, qualche gruppo di extracomunitari, in famiglia, al parco, non stia al parco a contare le foglie, mi dicevano, eppure ero lì, non a contare le foglie, ma a vedere la banalità dell’umanità milanese, e di tutto il mondo, un sabato pomeriggio stanco, senza senso, tra turisti di ogni sorta e gente comune, senza nessuno scopo nella vita, solo godersi un sabato pomeriggio, o chissà le coppiette sognare attimi d’amore, futuri matrimoni, figli, e qualche coppietta ancora con i loro piccoli sul passeggino, e sentirmi al di fuori di tutto questo, di quel mondo, io che a Milano c’ero andato solo per il miraggio di quel libro, e anche, inconsciamente, per rivivere dall’esterno quelle passeggiate al parco, con Marina, che ora non significavano più niente, il deserto nell’anima, c’era prima e c’era ancora adesso, il non senso del tutto, l’insignificanza, la mancanza di stimoli, di prospettive, di piacere, il deserto dell’anima… bersi un caffè lungo giusto per non addormentarmi seduto su quella panchina, la solita sigaretta di troppo, l’illusione di poter passare il pomeriggio lì, seduto sulla panchina, a leggere il mio bramato libro di fantascienza in inglese, e invece poi non se ne faceva niente, in quella libreria avevano solo i soliti, Dick, Asimov, Bradbury, Clarke, niente di eccezionale, niente di che, cosa ci facevo lì? Cosa mi aspettavo di trovare? Solo l’immagine del deserto dell’anima, quel parco senza senso, come le camminate tra me e Marina, le parole e i discorsi che non andavano da nessuna parte, i soliti libri che erano davvero i soliti sugli scaffali di quella libreria, i discorsi con Marina che non decollavano mai, cercare di immedesimarsi nella ricerca di qualcuno o qualcuna con cui parlare, di libri, letteratura, filosofia, cultura, non c’è nessuno, e forse non ci sarà neanche al centro culturale, sabato e domenica prossimi, anche dopo che mio padre mi spronava a cercare qualcosa così, dopo che mi diceva che al lavoro da lui è meglio se non ci vado, essere sommerso da possibili letture, senza poter scambiare una parola con nessuno, chiuso nel mio mondo di lettere, canzoni e film, come anche la mattina, quel romanzo italiano-persiano, i comunisti contro lo shah, il partito negli anni settanta, il terrorismo, storie politiche italiane che si mischiano con il medio oriente, storie italiane, che spezzavano l’incanto di quella Miryam barista del bar, non c’era niente da dirle, niente di cui parlare, anche quando le dicevo che in università c’erano ragazze che volevano parlare arabo, ma non trovavano nessuno con cui parlare, lei, le solite cose, tanti dialetti, è per quello che è difficile, niente di più, la mia solita crisi di ipersocialità, quando non c’è più nessuno con cui parlare, con cui discutere, quando anche una libreria al centro di Milano ti sembra scontata, niente di nuovo sotto il sole, niente di approfondito, sempre le solite cose, niente di più, e perdersi d’animo, nel deserto dell’anima, perdere l’animo di trovare davvero stimoli da altre persone, io, murato nei miei libri e nelle mie letture e nei miei interessi, senza nessuno, davvero nessuno, deserto dell’anima e assenza di ogni sentimento e pathos ed emozione, un grigiume totale, un’assenza di visioni di un qualche luogo che non c’è, dove scambiare opinioni, gusti, interessi, non c’è niente, non c’è niente, deserto dell’anima… e tornare a casa solo per trovare con due click qualche bramata raccolta di fantascienza in inglese, non serviva andare a Milano, era tutto qui, a distanza di due click, come la lingua tedesca, la lingua russa, e tutto il resto, tranne che quando le sentivo parlare a Milano, dai turisti, mi veniva d’istinto di non ascoltare, di non parlarle, mi mancava la voglia di andare verso gli altri, gli altri stranieri, le altre straniere, chiusura dell’anima e deserto, che cosa diavolo me ne faccio delle lingue se non ho voglia di parlarle? Cosa diavolo mi metto lì a propormi come volontario se le uniche parole che voglio sentire sono il silenzio, quando vorrei solo parlare di cultura, di gusti, di interessi, ma non in lingue strane e straniere, io che queste lingue quasi quasi non ce la faccio più a masticarle, ora che ho penso l’istinto, la voglia, la motivazione, chi me lo fa di parlare così? In quei modi strani? Dovrò forse solo riprendere l’abitudine? Iscrivermi a qualche corso di lingua, sciogliere la lingua oltre le notizie, i libri, i film? Ricordarmi che forse ancora c’è qualcosa da dire? E non solo da ascoltare, leggere e commentare? Dove trovare la forza e la motivazione in questo deserto dell’anima? Dove? E ancora una volta i piani altrui di stare in mezzo alla gente, provare a parlare russo, inglese, tutto questo non mi convince, non ho voglia, non mi va, e l’unica cosa che davvero farei tutto il giorno sarebbe dormire e solo dormire, se solo poi la notte, come ieri notte, non mi fottesse il cervello e mi impedisse di dormire, da dover ricorrere a venti gocce di valium, una specie di spuntino di mezzanotte, un paio di bicchieri di vino e la musica soporifera e pesante di Wagner, e non più le note e il canto stupido che sentivo anche questa mattina da una macchina che passava, una macchina che suonava musica albanese pop, e dov’era il multiculturalismo? La musica pop inglese e americana del bar? I cinesi e le marocchine, e le musulmane giovani dell’università, e la politica del bar di Benito, e la cultura tra i libri della biblioteca, e miei studi di fantascienza e horror tra un film di Alien e l’altro e antichi racconti di vecchie antologie, e l’interesse per il medio oriente e l’Italia, in quel libro persiano-italiano, e dov’era la voglia di notizie in tedesco, russo, albanese, inglese? Dov’erano i quotidiani in italiano che ti tengono aggiornato e ti ricordano che non sei nessuno, che sei solo uno dei tanti, come quei tanti che oggi vedevo al parco Sempione, che vedevo sul treno, andare e venire, gente come tanta altra gente, senza arte né parte, niente di che, e io in mezzo a loro, non meno diverso da loro, solo con la vaga idea di combinare qualcosa con la cultura e le lettere, ma poi tutto fumo e niente arrosto, nessuna voglia di scrivere, di pensare a delle storie, di analizzare e studiare chissà che cosa, nessuna voglia di parlare, né in italiano, né tanto meno in altre lingue, la stupida insignificanza del tutto e il deserto dell’anima… rimaneva una sigaretta in macchina, la sigaretta che mi aveva offerto Leida e che io avevo lasciato cadere, per sbaglio, sotto il sedile, lei che l’altra notte mi disfaceva l’anima, e il giorno dopo perso tra canzoni senza fine di Lyric Master, solo per addormentarsi dopo pranzo e sentirsi più rincoglionito che mai, al risveglio, che neanche i caffè bastavano, e neanche il film di Alien, e le strane voci, e tutti i racconti e i libri del mondo, un mondo senza senso, senza scopo, senza fine, perso come lo sono ora come lo ero negli anni del Gadda, l’unica differenza? Ora sono laureato e ora potrei davvero capire e scrivere qualcosa, ma tutto mi passa davanti, con insignificanza, e rimane solo il niente, la voglia di non far niente, di non proporre niente, il senso di smarrimento nel perdersi di fronte all’infinito dell’arte da consumo, libri, film, canzoni, lingue, una goccia nell’oceano, l’insignificanza del tutto, e il deserto dell’anima… in mezzo agli altri, uno tra i tanti, al parco Sempione, in mezzo a coppiette e turisti e gente d’ogni tipo, i miei sogni letterari che sono solo una goccia nel mare, l’insignificanza del tutto disperso tra centinaia di sconosciuti, e non riuscire a trovare un senso, uno scopo, un obiettivo, una meta, uno stimolo, niente di niente, sentirsi annullato, insignificante, con una laurea che vale come quando non eri neanche diplomato, l’insignificanza del tutto e il deserto dell’anima…

E tutto mi sembra un miraggio… 

Caos sonnolento in testa, sognare di un incontro tra i grandi capi del mondo, là dove c’era Putin e il Sultano d’Arabia Saudita, io e un’altra decina di ragazzi e ragazze che sentivamo le sure del Corano, e poi ci dicevano di pregare, a noi occidentali, e io che cadevo come in uno stato di trance, e pregavo, con le lacrime agli occhi, come diceva quella sura, che quando si ascolta il Corano si piange e si cade supini a terra, io che mi risvegliavo dalla preghiera, e ci dovevano premiare, a noi occidentali per aver pregato, e andavamo a ricevere una specie di certificato dalle mani di Putin, che se ne stava seduto sulla sua scrivania, insieme ad un’altra decina di capi di governo, e quando mi avvicinavo a lui mi chiedeva: “Как молиться? Умееть молиться это лучше…”, e me ne andavo, assorto nei miei pensieri, dopo che ricevevo il diploma, neanche fosse una cerimonia di laurea, o una qualche premiazione per un certificato in lingua russa…

E mi svegliavo, con il mal di testa, i pensieri confusi, senza sapere cosa fare questa mattina, dopo che il consiglio del dottore di “andare in Russia” mi ha gettato nel caos, dopo che mio padre ha detto che non potrei neanche lavorare da loro, per via di questioni burocratiche, e avevo tutta la mattina e la giornata libera, come tutta questa settimana, del resto, e non sapevo che fare, se ascoltare Putin o seguire lo sguardo del Sultano, che ci diceva di pregare, che sarebbe servito, mentre Putin sembrava sottointendere che è meglio lasciare perdere, non sapere più a che santo rivolgersi, a quale religione più o meno apocalittica, e prendere i soldi e andare al bar, per bersi un caffè, per comprare le sigarette, come ogni mattina, là al bancone Miryam, che parlava con altri clienti, che salutava, ma io ero troppo perso in me per dirle di come in università certi amici cercavano di imparare l’arabo, ma non trovavano mai persone che parlassero l’arabo che loro studiavano in università, lasciavo perdere questo discorso, ero troppo assonnato… e anche il caffè non bastava, anche tornare a casa e cercare di immergersi nella preghiera, per trovare risposta a cosa poter fare quest’oggi, tradurre articoli dal russo, continuare ad aspettare il sabato e la domenica di settimana prossima, per andare all’associazione culturale russa italiana, per sentire i loro discorsi, per capire se iscrivermi o no a qualche corso, per capire o no se propormi come un volontario, o lì, o al centro russo, e ricordarsi di come la voce di Miryam quasi cantava a dire: “Lei è là?”, Leila, come la notte, come il sogno della notte, dove rivedevo Leida, così come la rivedevo ieri sera, senza fermarmi, la sua bellezza sfiorita, e i sogni di Alina in un qualche luogo medievale, come un castello sotterraneo, un castello di vampiri, e il sogno della notte che mi portava via, come infinita poesia… e svegliarsi così, con le idee tutte confuse, che ancora adesso non capisco cosa devo fare, far finta di aiutare mio padre e Marco, no, non posso, andare al centro diurno, tradurre articoli, continuare a leggere Pelevin, Follett, guardare le notizie russe, darsi ad altre letture, continuare con quel progetto di traduzione di articoli, cercare il coraggio e la fiducia di propormi come volontario all’associazione culturale, la fiducia che non ho… “Dovrebbe spostare la fiducia dal mondo esterno al mondo interno…”, quale fiducia? In me stesso? Sono solo un ex studente di russo e inglese, niente di più, senza grande conoscenza, che non può aiutare in niente, che non ha voglia di servire e di proporsi in niente, e anche leggere e tradurre in russo mi sembra tempo perso, a che pro? Con la prospettiva di fantasmi? Non aver voglia di lavorare, di leggere, tradurre, studiare, essere sempre più immerso nei propri fantasmi, nelle proprie idee e parole, che girano in testa come l’infinito dei pensieri e delle immagini, senza alcun senso… non riuscire più a trovare l’ispirazione, non riuscire più a trovare un qualcosa di preciso, un obiettivo, e quasi arrendersi alla propria follia, al proprio non senso, e andare al centro diurno per stare vicino ai miei simili: i malati di mente…

Non riesco a svegliarmi, ecco il tutto, non riuscire a capire cosa posso fare, le educatrici che non vogliono più parlare con me, catena di rifiuti, non avere più nessuno con cui parlare, per orientarmi, il rifiuto di mio padre di farmi lavorare, il rifiuto delle educatrici di chiarirmi la via, il rifiuto che sarà di qualsiasi centro culturale di prendermi come volontario, la sorte di fare ancora lo studente ab aeterno, solo leggere e studiare, niente di più, nessuno sbocco lavorativo, nessuna prospettiva, la voglia di quelle ragazze che non c’è più, e la confusione in testa, la scia di fantasmi e parole senza senso, il sonno della ragione, i film di Alien che mi sembrano una metamorfosi kafkiana di me stesso, io contagiato da qualche mostro senza riuscire a trovare via d’uscita, il non senso…

Situazione difficile, difficile capire cosa fare e cosa voler fare, cosa poter fare, come organizzare la giornata, tutto lasciato al caso dei miei pensieri, del caos in me, dei miei sogni, di dove va lo spirito, senza meta, che vaga nell’infinito dei pensieri, da perdersi e da perdere la testa, altro che andare in Russia, rivedere i sogni e il viaggio della mente di quei mesi depressivi nei mesi della laurea, superare quei fantasmi, non superare ancora il ricordo di Katia, Alina e Marina, anche se non hanno senso, in me, queste ragazze, cercare di capire il telegiornale russo, non essere più motivato, neanche a parlare, neanche a leggere libri e notizie, non c’è più niente che mi piace, che mi ispiri, non saper dove sbattere la testa e trovare nella lingua tedesca un barlume di Anti-Russia per non cader preda dei miei fantasmi impazziti, cercare di risvegliare la razionalità, là dove non c’è più razionalità, ma solo caos e pensieri e fantasmi infiniti…

Cosa fare? Cosa poter fare? Dove sbattere la testa? Come non impazzire? Come svegliarsi una buona volta per tutte? La lingua russa che assonna la mente, gorgoglio di voci e parole senza senso, altro che andare in Russia e proporsi come volontario, non me la sento, non mi va, sarà già tanto se andrò a quell’open day, per cercare di capire, di orientarmi, là dove l’orientamento non c’è più, i curriculum mandati che non trovano risposta, i lavori possibili come cameriere, receptionist, porter, lavapiatti, qui e altrove, che non mi interessano, le aspirazioni culturali che non mi allettano più, il sonno della ragione, la perdita di se stessi, che dormire per sempre mi sembrerebbe la soluzione più giusta, là dove la razionalità e la chiarezza non ci sono più, cosa fare di quest’oggi, di questa vita, di questa laurea, di questi studi? Nessuno che mi aiuta, nessuno che può indirizzarmi veramente verso qualcosa, e non struggersi neanche più, non tormentarsi, ma gettare la spugna e lasciare tutto al caso, a quell’incontro all’open day, o al centro di lingua russa, miraggi, miraggi, miraggi… nessuno ha bisogno di me, non valgo niente, sono solo un ex studente, come tanti, niente di più, neanche troppo bravo e neanche troppo invogliato a parlare in lingua, non le ho mai parlate, in effetti, e non mi va di parlarle, altro che cultura, non so niente, basta aprire il quotidiano della domenica per capire che la mia conoscenza è una goccia nel mare, sentirsi rimpicciolito, una nullità, niente, nessuno, senza arte né parte, senza interessi, senza prospettive, senza ambizioni, il dottore mi diceva che non è vero che la gente soffoca le tue passioni, eppure le sento soffocare, e tutto mi sembra un miraggio… 

Le ragazze nel sogno…

Ancora in sogno, lei, Katia, che mi aspettava come ai margini di una via, mentre stavo con lei a parlare, a parlare di noi, dopo tanto tempo, e le dicevo che mi sarebbe piaciuto rivederci, il giorno dopo, diceva lei, no, le dicevo, devo vedermi con un’altra, e quell’altra era Elena, che non vedevo da tanto tempo, e allora lei, per gelosia, lasciava al tempo decidere, un tempo indefinito, fatto di migliaia di altri giorni, e nel sogno sentivo di perderla, di perdere lei, che nel sogno ora si confondeva con Marina, perdere una ragazza con cui stare assieme e parlare, e in quella via, dove dormivo all’addiaccio, compariva una schiera di altre ragazze, altre ragazze russe, come quella Svetlana K. dell’università, e altre ancora, e mi trovavo in uno strano luogo, di notte, come sulla cima di un monte dell’India, a rimirare il cielo stellato con altre persone, un gruppo di giovani, forse una specie di raduno per giovani universitari, un viaggio alla ricerca di sé stessi, e nel sogno il cielo stellato era pieno di costellazioni, visibili ad occhio nudo, distinguibili, come neanche nel più preciso osservatorio astronomico e commentavo: “Non è possibile che si vedano così bene tutte le costellazioni!”, e qualcun’altra mi rispondeva, che era normale lì vedere tutte quelle stelle, e poi mi trovavo in mezzo ad un gruppo di giovani, tutti seduti a gambe incrociate, su delle stoffe, e mi trovavo davanti ad una persona con una macchina fotografica, e mi avvicinavo a quella ragazza dell’Est, forse polacca, forse ucraina, e ci stringevamo assieme nella foto, come due affezionati l’uno all’altra, e sorridevamo con tranquillità davanti a quell’obiettivo, e suggellavamo la nostra amicizia, e poi il sogno cambiava ancora scenario, mi trovavo in un altro luogo, forse all’Havana, forse in qualche isola sperduta, e avevo una collezione di pacchetti di sigarette da contrabbando, e appariva Leo, l’amico cinese di una volta, che mi chiedeva qualche pacchetto di sigarette da vendere a dei suoi amici cinesi più grandi, e cominciavo a frugare tra quei pacchetti da collezione, con le scritte che il fumo fa male in diverse lingue sconosciute, e non riuscivamo a deciderci sulla marca di sigarette, ora mancava quella, ora quell’altra, o erano troppo leggere, e non andavano bene, e alla fine l’affare non si concludeva, e rialzavo lo sguardo da quella collezione di pacchetti di sigarette, e nella lontananza vedevo Katia, o forse Marina, che mi guardavano, come ad aspettarsi qualcosa da me, una frase, un complimento, delle parole, e invece lei stava lontana, intenta a guardarmi, con un’aria di chi se ne vuole andare via, pronta a prendere la sua strada verso non so dove, la sua unica strada verso se stessa, e in quell’attimo capivo che il tempo era passato, era passato anche il momento di rivedermi con Elena, che forse rivedevo in quel villaggio sulle montagne in India, dopo dieci anni e di più, di cose da dirci, e volevo dire a Marina o a Katia che si trattava tutto di un errore, che ero confuso, che non volevo farle del male, perché l’avevo tradita con il mio passato, e non sapevo più se sentirmi libero o se sentirmi in colpa, conscio o meno di aver perso una ragazza che forse non ritroverò più, come ai tempi avevo perso Elena, e il sogno si disfaceva, si disperdeva, e nell’immagine di Katia, o forse di Marina, mi svegliavo…

Non riuscivo ancora a ricordare il sogno, ero travolto, come ogni mattina, da quel pensiero fisso sull’Albania, su Leida, e cercavo di scacciare quei pensieri, e riattuavo quel rituale di ogni mattina, caffè, sigaretta, bar, le solite parole alle bariste, i soliti pensieri ossessivi, la solita doratura dell’anima impazzita, e non ricordavo più il sogno fino a quando non mettevo l’anima in pace e ricordavo tutto, senza sapere perché quel sogno fosse nato in me, da quali anfratti della memoria ricomparivano Elena, Katia e Marina, e non c’era motivo, non c’era spiegazione, sapevo solo che dovevo mettermi l’anima in pace e cercare di dimenticare Leida, e di dimenticare anche Marta, e tutte le altre, e fare come diceva Leida, non elevare le ragazze a unico mio obiettivo, ad unica mia ragione di vita, a unico mio confronto con il mondo esterno, e liberavo l’anima da idee ossessive, e mi tranquillizzavo cosciente che in questi due o tre giorni potrò ancora riposare, senza chiudermi in me stesso, senza elevare le ragazze a sommo bene, e liberare la mia anima da troppe idee ossessive…

E la scia di emozioni e di donne mi travolge ancora…

Le donne, le donne, questo mistero che si svelava stamattina, altro che le notizie in russo di vesti.ru, la chiamata a Marina che non rispondeva, ma quella semplice Larisa che ritornava qua per far lavorare sua madre al ferro da stiro, Larisa che mi parlava della difficoltà di rinnovare il permesso di soggiorno, i contratti di tre mesi e tre mesi che le davano a Niguarda, e il permesso di soggiorno che alla fine riusciva ad avere, che durava due anni… e poi le sue parole, le parole su Denisa, quella cantante di cui avevo la foto sul muro, mi diceva, sì, Denisa, che quando la nominava, senza nominarla, mi tornava in mente Anna e quando parlavo con lei di Denisa, che era morta, dopo aver goduto di attimi erotici con lei, e Leida, e quella foto che ora è di Era Istrefi, ancora viva, e non sapevo più a chi pensare mentre Larisa mi stava davanti sulla soglia della mia stanza, che nei suoi occhi azzurri vedevo Marina, vedevo Katia, vedevo Anna, vedevo Leida, vedevo Alina, mentre le sue parole si scioglievano, e ricordavano il canto di Denisa, e la sua voce più dolce, come solo certe ragazze romene hanno, vinceva sulla voce poco musicale di Marina, e quell’ondata di sensazioni mi travolgeva, e mi faceva dire che solo le donne sono la chiave di tutti i miei deliri, i miei pensieri, i miei sentimenti e le emozioni, e la musica e le canzoni… le donne, le donne, che stamattina già mi sentivo meglio a chiamare Maria Teresa e ad accordare un incontro con lei mercoledì, che non c’era niente da temere, e che anche quel viaggio in Russia che sognavo non era niente, così come quel viaggio in Albania, che nascondeva Rudina, e le immagini di quei viaggi si disperdevano nel breve ricordo delle parole di Larisa e nell’ondata di ragazze dell’ultimo periodo, da quando forse Larisa non era più stata qui, l’anno scorso ormai, quando i demoni depressivi mi mandavano in un suicidio virtuale di pagine scritte, scritte troppo e troppo per Alina che avevo perduto, per Leida che mi aveva fatto stare male, e non so più chi, e quanti deliri, e quanto star male per quella Russia che non era più la patria dei sogni, ma quella degli incubi di Stalin, e delle tragedie di Larisa e del suo figlio autistico, e della vita da working class di Stas, e di altezze e di parole alate non ce n’erano più… e me ne andavo a fare la mia passeggiata attorno al camposanto pensando alle donne e a Larisa, all’ondata di ragazze dell’ultimo periodo, al casino dei sentimenti e mi rendevo conto che non amavo nessuna più di un’altra, e che l’epoca dove ci sarà una sola ragazza per me da amare deve ancora arrivare, mentre tutte mi inondavano l’anima, Olimpia, Marina, Larisa, Leida, Anna, Alina, e mi facevo travolgere da quell’ondata femminile e tornavo a casa solo per mangiare, solo per addormentarmi e svegliarmi con l’immagine di una ragazza che avrei voluto non esistesse, Jessica, lei e quel suo lavoro su LinkedIN, al Sole24Ore, lei e i soldi e il lavoro, i soldi come lo sterco del diavolo, i soldi come la merda, il suo sorriso pieno di vita e di stupidità, la sua voce senza toni, senza melodia, che faceva stonare il ricordo della voce di Larisa, e della voce di Leida, e la mia anima era spostata di nuovo ad Est, come ultimamente non mi ricordavo più, e mi svegliavo solo per non soccombere a quel minimo attacco di depressione, che per un attimo faceva sparire Larisa, e mi mangiavo un gelato di troppo, con i miei genitori, solo per prendere poi la macchina e andare via da qui, e andare a bere un caffè all’altro bar, di altri cinesi, e aspettare che la biblioteca aprisse… e là un’altra voce mi travolgeva, una ragazzina che non capivo che lingua parlasse, non era romeno, cos’era, quella sua voce melodiosa, lei e quella sua madre che aspettavano davanti allo sportello per stranieri, e quella ragazzina sapeva di voce angelicata, lei che parlava al cellulare come solo Anna mi ricordava, ed entravo in biblioteca poco dopo, anche se ero ancora attratto da quella sua voce, e salivo nella sala studi e non sapevo che fare, cosa leggere, a cosa darmi, e tornavo giù solo per sentire lei parlare e capire che quello era solo un dialetto albanese, non era quello delle canzoni kosovare, non era albanese letterario, era un dialetto chissà di dove, e quando stavo trovando la forza per chiederglielo lei se ne andava via, con la madre, con il fratello, perché l’ufficio stranieri ormai non apriva più… la lingua albanese, la lingua albanese, che mi sentivo male per non avere avuto il coraggio di rivolgerle la parola, e mi tuffavo nelle notizie in albanese sul tablet, con quelle voci dalla lingua più pulita, e quell’incanto delle giornaliste che con la loro voce e il loro accento dolce mi ricordavano Leida e tutto l’erotismo e la dolcezza, e le mie parole non sapevano più a chi rivolgersi, in quel canto angelicato, ed era un coro di voci, di sonorità e melodia che scendevo al piano di sotto solo per parlare poi con l’altra bibliotecaria, dirle due parole su quel libro del post partito, le nuove telecomunicazioni come hanno cambiato il modo di fare politica, e lei stava in silenzio, in quelle mie dieci o quindici parole ben pesate, niente di più, dopo un viavai continuo di gente, e concludeva solo con un ahimè su Berlusconi, Grillo e Renzi, di cui si parlava nel libro… e poi mi tuffavo in quelle letture che non pensavo mi avrebbero più preso ormai, in quello strano sentire ipersociale in me, e invece mi perdevo nelle note malinconiche dell’ultimo libro di Borgna, e mi rilassavo, e pensavo ancora alle donne, alla loro voce, alla loro melodia, a Larisa, e in quelle parole su Berlusconi, Grillo e Renzi ogni interesse politico svaniva, ogni delirio storico e mediatico e politico, e mi concentravo solo sull’anima e sulle emozioni fragili, e sulla vera vita di sentimenti tra uomini e donne, le relazioni, gli affetti, e ricordavo ancora tutta la scia di donne che stamattina Larisa mi scatenava… e non potevo lasciarmi andare, agli attacchi di depressione, di nostalgia, e decidevo di andare a cercare un paio di jeans rossi, per trovare quel completo rosso e nero di quell’aquila albanese che sa di tutte le donne del mio vivere, e mi perdevo di qua e di là, nei vari negozi, alla fine raccattando un paio di jeans grigi e una camicia rossa, dopo che passavo anche nel negozio di capi firmati di lusso, dove una coppia senz’anima diceva che un prezzo alle stelle era un prezzo “onesto”, e mi si scatenava lo Stalin e l’anarchico in me, la voglia di fucilarla tutta quella gente piena di soldi e senz’anima, e il comunista staliniano in me si confondeva con l’anarchico rivoluzionario da plotone di esecuzione, e me ne andavo in negozi più working class, raccattando due capi che sapevano ancora di rosso e nero e di tutte le donne del mio vivere… e tornavo a casa solo per cenare e per cercare di capire come mai Marina, Marta, Elena e Rudina non avessero risposto ai miei messaggi, e ci doveva essere per forza un errore in quel programmino maledetto, perché Marina nel frattempo mi aveva richiamato, mentre ero in giro a trovare i vestiti, ma non l’avevo sentita, e provavo a richiamarla, ma anche stavolta non rispondeva, e cenavo… e provavo a risentire Elena, Marta, e Rudina, chissà, magari risponderanno nei prossimi giorni, e il non aver sentito Marina per un po’ quante donne ha scatenato in me, che i conti non quadrano più, non posso e non potevo e non voglio vedere solo lei, ma voglio anche le altre e non voglio nessuna, voglio solo quest’ondata di donne, e l’anarchia dei sensi, che mi facevo fotografare come un giovane rapper kosovaro nel giardino, pensieroso come un filosofo e malinconico come un artista, solo per rinnovare l’immagine di me sul mondo virtuale, dove poi in effetti Elena rispondeva, lei che ora forse è in Polonia, a studiare polacco, e chissà perché, come chissà perché io mi metto a studiare l’albanese, e non volevo ripetermi in quei messaggi, e Anna Maria e Olimpia mettevano dei like su quella foto, e anche un altro russo su VK, e mi perdevo nella lettura di quel saggio filosofico sul cristianesimo, solo per trovare l’interpretazione della follia di Platone, la follia che va di pari passo con l’erotismo, e ancora l’ondata di donne mi travolgeva, e gli amori, e le passioni e la follia, e la nostalgia, e il senso di poesia, e la voglia di musica, da perdersi, e perdersi ancora in quelle pagine, nella libera filosofia, nel sentirmi finalmente liberato dalla religione, là dove solo le donne possono arrivare, tra emozioni e follia, un’ondata di sensazioni e ricordi, e l’anarchia dell’anima si liberava, così come un pomeriggio dove liberare l’anima in biblioteca, e la sera con un libro che parla di libertà, erotismo e follia, nel ricordo della scia di donne ed emozioni, che ora leggere non è più un ostacolo, non è più un murarsi vivo, e la scia di emozioni e di donne mi travolge ancora…

E mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

La buona stella, perché sei bella, perché sei bella… partiva così l’estasi di ieri sera, sotto una bottiglia di Heineken, il dilemma, passare da Manuela e comprarsi altra birra e darsi alla musica, o andare da Leida? Nella fantasia estatica della musica e dell’alcol sognare i due loro volti, irraggianti luce dorata dai loro capelli, dai loro volti, il loro sorriso, e non capire più niente… abbandonare quei pensieri nervosi, per la troppa lingua tedesca, che ieri studiavo, in tranquillità, stando un po’ al Carrefour, il centro commerciale, a vedere la gente passare e a ripetere in me frasi in tedesco con l’aiuto del tablet e di google translator… osservare tanta gente passare, tante ragazze, tante coppie, vecchie e giovani, i bambini e le bambine di fronte al negozio di videogiochi, e sognare solo di una ragazza che vedevo appena entrato, una ragazza non dal volto molto bello, castana, ma dal corpo che scatenava l’erotismo, con le sue curve dei fianchi e le sue gambe che mi avrebbero fatto impazzire, se lei si fosse venduta, come tante altre, e quella fantasia sarebbe dovuta tornare solo nel pomeriggio, una fantasia erotica, pornografica, che mi salvava per un attimo da quelle troppe parole tedesche… e passare così, la sera, dopo essere stato al parco a dire ancora parole in tedesco, e due o tre ore potevano bastare, dovevo staccare, e non avevo neanche più voglia di leggere le notizie, il giornale, guardare la tv tedesca o altro, e la sera doveva solo sapere di musica, musica e alcol, fin quando non arrivava questa canzone, dopo Mimoza Shkodra, il ricordo del sorriso di Leida un anno fa, o forse di più, chi lo sa, e sognare ancora lei, che si confondeva con il volto tra Ivanka Trump, Era Istrefi, Manuela e la stessa Leida, tutte bellezze bionde, come le bionde sigarette e la bionda birra mi accompagnavano nella notte… e prendevo i soldi e uscivo, alla ricerca di lei, di Leida, e me ne fregavo del mio essere un po’ ubriaco, ubriaco di estasi, d’amore, di musica, e me ne uscivo alla sua ricerca… e lei era là, in quello spiazzo dove una volta c’era Katia, lei era là, ancora non vestita da battaglia, si stava forse vestendo, ma mi piaceva lo stesso con quelle sue scarpette da ginnastica bianche, che mi ricordavano Manuela, che mi ricordavano la prof di filosofia, tante altre ragazze viste, lei, Leida, vestita con dei pantaloncini jeans che le coprivano solo i fianchi e l’inizio delle gambe, e quella sua maglietta di non so quale colore, metallizzato, tra il grigio e il nero… e mi fermavo da lei, allora come va, ti stavi vestendo, sono appena arrivato, mi stavo cambiando, come va, tutto bene, sono un po’ ubriaco, perché, non lo so neanch’io, un casino, e te come va, la solita merda, anch’io avrei voluto risponderti così, andiamo dove, di là, a sinistra, il parcheggio di Xhuliana di un tempo, e volevo solo parlarle, solo parlarle, solo sentire la sua voce, non tenermi tutto dentro, esternare quella voglia di lei, quella voglia di una ragazza con cui fare due parole, non tenermi tutto dentro e delirare sulla situazione politica del mondo, sulle religioni, sulla dieta, sull’alcol, su ragazze che non ci sono più, su amici che non ci sono più, e non ricordo… ricordo solo che mi chiedeva come stavo, perché ero giù, cosa volevo, solo bocca, non lo so, non ho voglia stasera, fumiamoci una sigaretta, e mi offriva una sua Marlboro Touch e aprivamo le portiere… ci fumavamo quella sigaretta, dopo che io facevo cadere la prima sotto il sedile, per sbaglio, e lei me ne offriva un’altra… la famiglia, sua madre che le diceva di sposarsi, di avere figli, se ascoltavo mia madre ora starei altrove, non sarei qui, ho sbagliato, lo so, ma ognuno fa quello che vuole, quello che si sente, e si cresce, e si può anche dire ai figli e alle figlie tutto quello che si vuole, crescerli, educarli, ma poi ognuno fa quello che gli pare, come al suo paese dove gli scolare dicono di andare a scuola, ma poi fanno quello che vogliono, fumano, escono, bevono, scopano, e le parole dei genitori non contano niente… pensa a te, che sei qui, hai la tua famiglia vicino, i tuoi nipoti, io non ho nessuno, se pensi a quello che devo sopportare io, come fa questa ragazza ogni tanto a sorridere, devo pagare la casa, l’affitto, devo pagare l’avvocato per i documenti, eppure vado avanti, cosa dobbiamo fare? Sì, ma la famiglia e i genitori a volte sono una rottura di scatole, dicevo, lo so, ma almeno tu stai qui, discorsi sulla libertà, sui genitori, sulla famiglia, sulle scelte, io che mi lamentavo che non avevo una ragazza, e lei che diceva che è destino, per le ragazze, e che non bisogna avere per forza una ragazza, a trent’anni, si può vivere anche liberi, e se vuole sarà il destino, ed era solo d’accordo sull’andare a vivere da soli, a trent’anni, anche se lei ora era qui, e aveva sbagliato, e poi, non so come, uscivano parole sulla felicità, cosa pensi, che io sia felice? Mi chiedeva, non credo, gli rispondevo, con fare serio, senza farle sapere che anch’io avevo versato delle lacrime per lei, per la sua sorte, che forse si è scelta, sbagliando, e cosa dobbiamo fare? Diceva lei, ogni tanto, cosa dobbiamo fare? E intanto mi saliva la voglia, il desiderio, mentre lei parlava, con quel suo accento, quella sua voce che ormai è segno di erotismo, e cominciavo a toccarla là dove i miei occhi continuavano a cadere, le sue gambe, le sue belle gambe, dalle belle curve, dal bel disegno, e il suo seno lasciato un po’ così, più grande per via del reggiseno ingannevole, e la toccavo e la desideravo, e mi mettevo con il mio volto sulle spalle, desiderandola ancora, volendo sentire ancora la sua voce, i suoi discorsi, i nostri discorsi, e mi affezionavo sempre di più, e non sapevo più neanch’io cosa volevo, volevo solo lei, solo Leida… e mi sbottonavo i pantaloni, mentre la voglia saliva alle stelle, e continuavo a toccarla, mentre lei si posizionava, in quella sua posa che ti serve con le labbra e con la bocca, con il bel culo per aria, e mi perdevo nel toccarle le gambe, il culo, andando a cercare la sua pelle sotto i pantaloncini di jeans, e lei cominciava a servirmi, mentre le sfioravo i capelli, i suoi capelli biondi, che volevo accarezzare e scompigliare, mentre lei chiudeva la visione del mio corpo con la sua testa, con il suo profilo coperto da quei suoi capelli biondi, e ondeggiava su e giù con la testa, facendomi godere, servendomi con le labbra, inclinando ora la testa a destra e a sinistra, sfiorandomi le palle, toccando quella mia pelle che godeva di lei, mentre mi serviva con la bocca, e continuava a succhiare, succhiare come una vera puttana, come un vero porno, e mi perdevo nella sua pelle, nelle sue gambe, nel suo culo, nei suoi fianchi, sui suoi capelli, e godevo come non mai, di un’estasi alcolica, erotica e musicale come non provavo da tempo, e lei continuava, su e giù, destra e sinistra, il suo soffice sfiorarmi la pelle, e godevo come non mai, e continuavo a godere così, per minuti e minuti… e alla fine venivo, nella sua bocca, come sempre, con il piacere più intenso di sempre, l’orgasmo estatico, delle sue parole, dell’alcol, della musica, del suo corpo, della sua bellezza, e non c’era niente che poteva fermare quel sogno diventato estasi, e continuavo a desiderarla, a godere di lei… e poi non so, il solito sistema, i fazzolettini, lei che sbuffava come se fosse ormai abitudine tutto questo, e si riprendeva a parlare, non so di che, mentre non capivo più neanch’io se ero andato da lei per sentirla parlare, o per fare qualcosa, e non riuscivo e non riesco a capire quel desiderio che provo ogni volta per lei, per la sua voce, e sognavo solo di discorsi infiniti, come quando ero sotto l’effetto dell’alcol e della musica, tempi infiniti dove stare con lei, quel qualcosa di più che vorrei insieme al desiderio erotico, e si riprendeva a parlare… forse lei mi chiedeva se ero perfetto, se lei era perfetta, nessuno di noi è perfetto, la perfezione non esiste, forse la devo smettere di aspettare la ragazza ideale, la ragazza dei sogni, così come lei non può stare lì ad aspettare che arrivi qualcuno a salvarla, e bisogna uscire, vedere gente, parlare di più, e mi dava del monotono, del tetro, mentre mi chiedeva scusa, che neanche si ricordava il mio nome, Daniel, mi chiamava, e non mi interessava, che faccio sempre i soliti discorsi, quando esco con lei, e io che le dicevo che quando si esce con una ragazza così non si pensa a fare discorsi, si pensa ad altro, o meglio non si pensa più, e che col cazzo mi ero affezionato a lei, mi diceva, ero solo un po’ ubriaco, e che le ragazze italiane non mi piacciono più, non sei il primo a dirlo, diceva, e quella ragazza russa, Marina, e quelle ragazze romene, di cui lei era un po’ gelosa, e si sentiva, si vedeva, e che ero andato da loro solo perché a volte da Leida c’era la polizia, o perché sognavo di Anna, come Inna, dopo le giornate con Marina, e quelle amicizie di università che non ci sono più, quei discorsi, quali altri amicizie, che queste sue parole mi ferivano, mentre lei mi diceva di non essere cupo, monotono, triste, ripetitivo, ma dentro di me sentivo che lei non sapeva niente di me, ma mi faceva capire di non farmi illusioni, me lo diceva, non voleva dare illusioni, e non capivo più di cosa dovevo parlare, se dovevo far discendere dal piedistallo quei miei discorsi politici, culturali, altri discorsi, ma che discorsi se poi so che con lei non ci sarebbe niente da condividere, che quei discorsi non li capirebbe? E parlava ancora che lei andava al bar, parlava con la gente, andava dal parrucchiere, e si stancava di fronte al pc, e spostava gli oggetti della stanza, come a volte ho fatto io in preda al delirio, e rimaneva solo lei, quei suoi discorsi, ma che alla fine con la gente al bar sono solo discorsi da bar, le dicevo, altro che uscire e parlare, e la sua vita non sembrava troppo diversa dalla mia, qualche uscita, il bar, il lavoro, anche lei che di amiche non ne ha quasi più, che gli amici del cuore, vaffanculo, faceva segno con le braccia, che sarebbe bello trovare della gente con cui parlare, sarebbe meglio sorridere, non essere triste, che ognuno ha i suoi problemi, ma non si può sempre parlare di problemi, e allora di cosa? Perché quando esco con quelle ragazze lì proprio me ne frego di cosa devo dire, e penso solo a quello che non voglio dire, discorsi troppo impegnati per loro, e lei che mi parlava delle sue amiche, che davanti a lei erano tutte carine, e poi dietro le dicevano che era un pazza, una fuori di testa, e non si capiva più niente, non si capiva più niente, tra amore, famiglia, amicizie, discorsi, sesso, altre ragazze, la vita, i soldi, il denaro, i problemi, la strana relazione tra noi due, anonima ma vera e finta allo stesso tempo, e non si capiva più niente, ed ero solo estasiato dall’alcol, dalla musica, dalle sue parole, dalla sua voce, dai suoi discorsi, dai nostri discorsi, dalla sua pelle, dalla sua bellezza, e non c’era più niente che si potesse capire, e mi ricordavo solo che del monotono e del tetro anche Maria Teresa me lo diceva, di sorridere di più, di aprirmi di più, che mi dava della persona chiusa anche Leida, chiusa in me, come in molti spesso mi dicevano e mi hanno detto, e la riportavo lì, al suo posto, dopo una mezz’oretta dove eravamo stati assieme… e continuavo a pensare a quelle sue parole, monotono e chiuso, monotono e chiuso, e cercavo di capire quanto ero stato male quando mi ero forzato di aprirmi, di essere più sorridente, tutto quel casino che era successo quando avevo provato a parlare con Manuela, quando avevo cercato di uscire da una pelle per trovarmi in una pelle che non era mia, e mi venivano in mente discorsi antichi, già di quando ero bambino, quando le maestre mi dicevano che ero chiuso, e che tutti gli insegnanti volevano cambiarmi il carattere, così diceva mia madre, antico detto di sempre, di questa persona che sono io e che le altre vorrebbero che io fossi, ma io sono fatto così, sono chiuso in me, non condivido niente finché non mi fido, ci metto tempo, e non incorrevo nell’errore dell’altra volta, non mi forzavo a sorridere, ad aprirmi, a essere chi non sono, e rimanevo così, saldo in me, nella mia chiusura, nel mio mondo, senza dare un briciolo di niente agli altri e alle altre, nell’attesa ancora interminabile che verrà forse un giorno dove conoscerò qualcuna con la quale aprirmi davvero, in quest’attesa interminabile… e parcheggiavo là, al supermercato, al Carrefour, e lasciavo andare quelle parole, quei momenti, e non mi schiodavo da me, e andavo al supermercato solo per prendermi una bottiglietta d’acqua con quegli unici quaranta centesimi che mi erano rimasti, e alla cassa c’era Manuela, con la quale non mi perdevo di nuovo, certo che mi piacerebbe parlare di più con lei, così come parlare di più con le bariste, o con altre persone, ma rimango chiuso in me, saldo in me nei miei pensieri, nell’attesa che il giorno dell’apertura possa realizzarsi un giorno, forse mai, forse tenendo sempre le distanze dalle persone, non ho niente da condividere, e ancora quei discorsi di Leida erano in me, e non c’era niente da dire a Manuela, serbavo tutto in me, ripensando allo sviamento per lei, per Marina, per tutte, quando solo desideravo Leida e desidero ancora Leida, o quando mi perdevo per Anna, alla costante ricerca di quel qualcosa in più che non trovo mai, neanche pensando a ritrovare amicizie di università, Marina, Anna Maria, Olimpia, Laura, o chissà chi, gente con cui non c’è più niente da condividere, e tutta quella mia chiusura in me era solo per capire che sognavo Leida, pensavo alle sue lacrime, alle sue parole, alla sua sorte, e tutta quella chiusura è perché quei venti minuti non bastano mai per esprimere tutto, ci vuole tempo, per me, per sciogliermi, per aprirmi e quei venti minuti non bastano mai, quella mezz’ora, e ci vorrebbero ore, come con Marina, per aprirmi, cosa che con lei non succedeva, e quel mio rinchiudermi era solo un modo per fare chiarezza, per capire chi volevo, come ieri notte, tra Leida e Manuela… e me ne andavo via dalla cassa del supermercato, da lei, pensando solo a Leida, alle sue parole, e a me stesso, al mio modo di stare al mondo, e non cambiavo, non cambiavo ora che ho trovato me stesso, distante dagli altri, chiuso, ma solo perché mi ci vuole tempo per capire chi ho davanti, con chi ho a che fare, io ho tempi lunghi, e valuto con molta attenzione con chi stare nella vita, e in questa mia distanza dagli altri continuo ad esistere… e bevevo quella bottiglietta d’acqua in un istante, cercando di non pensare più, sognando qualcuna con cui aprirmi, e forse no, andava bene così, il piacere e l’estasi erotica bastavano, basta con le parole, le riflessioni, e tutto questo, e ragazze come Leida forse dovrebbero solo pensare a servirti e basta, e con lei non c’era niente da dire, e mi tuffavo ancora nei suoni della musica, del canto, mentre tornavo a casa strafatto di estasi alcolica erotica e musicale e mi perdevo ancora in canzoni infinite, nella notte, nel silenzio, con le cuffie dello stereo in testa, e non pensavo più, non voglio più pensare, non voglio più pensare, ma solo lasciarmi andare alla musica, e credere ancora che sarà il destino a farmi trovare la ragazza giusta, e che per ora con Leida va bene così, nonostante le critiche e tutto, finché c’è il piacere, il desiderio, il gusto di stare con lei, e va bene così, non chiedo di più, e mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

Come in un sogno…

Essere sommerso dalla televisione tedesca, documentari su documentari, cercando di capire e di non capire, immagini su immagini di siti archeologici, documentari, la vita è troppo corta per imparare il tedesco, l’ispirazione della prof ucraina di russo, che parlava anche tedesco, la bellezza bionda, la bestia bionda, e nessun modo di capire quella lingua… la fantasia finale, di mondi di civiltà antiche, fantasia, la voglia di giocare di nuovo a Final Fantasy, forse regressione, il controller che non andava, lasciare lì quella playstation che ormai da anni non mi vedeva più giocare, ritornare a immergersi nella televisione, come mi avevano detto, guarda la televisione ogni tanto, e così facevo, stanco di leggere e di studiare, e fa niente se la lingua tedesca non la capivo, sognavo di fronte a quelle immagini di templi d’altrove, di antropologia mischiata ad archeologia e teologia, immagini d’altrove, una lingua che a sprazzi capivo, dopo che nel giorno mi ero immerso nelle notizie in albanese, altre immagini, altre lingue, come in quelle notizie russe, la Russia che una volta significava tutto, ora è solo un paese e una lingua come le altre, essere immerso da documentari tedeschi, nessuna voglia di leggere, nessuna voglia di fare la passeggiata serale, lasciarsi andare, distendersi, non vivere più la dieta in modo ottuso, concedersi un gelato, un po’ di pane, qualche cibo in più, una camminata in meno… andare a dormire con la coscienza di non avere i soldi per il giorno dopo, per le sigarette, fregarsene, sdraiarsi sul letto e non pensare più a niente, lasciare che le parole e le immagini si dissolvessero da sole, con l’eco di parole tedesche e di musica da documentari, l’identità unica e assoluta ricercata che si dissolveva, una sensazione da sogno, dove parole e immagini venivano e andavano a caso, senza connessione, la fine delle didascalie della psiche… nei sogni vedere il mondo dall’alto dei cieli, come da un elicottero, paesaggi di natura selvatica e di città sperdute, le vertigini dell’altezza suprema, con la paura di cadere da quel volo, da quella vista, e schiantarsi a terra sulle tante case della città, paesaggi abbandonati, enormi fabbriche abbandonate, un palazzo nobile, alla fine, enorme altissimo, come solo nei videogiochi fantasy potrebbe comparire, ritrovarsi la sopra, in un piano di quelli, come se fosse una fabbrica abbandonata, e sentire crollare su di me tutto quel palazzo, tutti quei piani, e le visioni di altri compagni, che erano con me in quel palazzo, il senso della fine, della morte, di venire schiacciato da quel palazzo che si sfracellava al suolo e crollava, e un vecchietto vestito di bianco, come il papa, che mi diceva di credere, che anche dopo la morte è possibile vivere… trovarsi in un ghetto americano, al risveglio, a fare il barbone, insieme ad un compagno delle medie, Simone L., essere lì in quel ghetto a chiedere l’elemosina, seduti su dei rifiuti, su degli stracci, l’ambiente grigio, il senso della pioggia, il senso di essere rinato dopo il crollo del palazzo nobiliare da final fantasy, stare lì e parlare, di sua moglie, di Simone L., la polizia che veniva a interrogarci, operazioni antiterrorismo in corso, dare informazioni sbagliate, sviare le indagini, loro, alla ricerca di chissà quale criminale, il senso di grigio, la pioggia, ritornare coi piedi per terra dopo il crollo del palazzo nobiliare, dopo la visione dall’alto della città, come in un sogno dove si può volare e dove si può visitare il mondo intero, tra le nuvole, nel cielo, volando… risvegliarsi così, stanco dei sogni, senza pensieri chiari in testa, immagini di divinità e pensieri di quiete della mente, di accordo della mente, che giravano in me, la coscienza di non aver soldi per le sigarette e il caffè la mattina, non capire neanche se era domenica o chissà quale giorno, la frustrazione di ricominciare domani a lavorare, in mezzo ai trogloditi, agli ottusi, perdendo le visioni… accovacciarsi solo per trovare il niente, e aspettare il padre che andasse a prelevare, mettersi lì ad ascoltare musica, Lyric Master, le uniche cantilene e canzoni che mi venivano in mente, una musica grigia, il ricordo di Leida, non pensare più a me, ma pensare a lei, cosa starà facendo adesso, cosa farà durante la giornata, sarà vero che smetterà di lavorare, chiedersi della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi desideri, dei suoi sogni, dopo l’ultimo discorso di lei, e incantarsi nella musica, nel canto, come un cantilena, come una ninna nanna e sognare solo lei, anche quando andavo alla fine al bar, il solito giro, sigarette e caffè, un caffè che non svegliava, la voglia solo di perdersi ancora in quelle canzoni, in quella musica, e pensare solo a lei, solo a Leida, e non più alla politica, agli studi, alle religioni, a me stesso, l’amore che vinceva ancora, il sogno di un amore, di qualcosa di più che le solite cose, il senso di star vivendo come in un sogno, dove le parole e le immagini scivolano via, senza connessione, libere, sono libero, mi dicevo, e pensavo a lei, e ricordavo ancora altre canzoni, Era Istrefi, Inna, il senso di averla tradita, Leida, il senso dell’amore libero, nell’attesa che il vero amore fermi una volta per tutte questo continuo vagare di sentimenti e sensazioni… come in un sogno… non sapere più se la ragazzina romena tornerà, se io tornerò da Leida, lasciare aperte le visioni, i desideri, essere disturbato da questa convivenza con i genitori, e sognare di luoghi dove scappare assieme con Leida, lontano, altrove, un altro mondo, un’altra vita, altri luoghi, altre parole, lei e le sue parole che conosco poco, il sogno di qualcosa di più mentre forse da lei non ci sarebbe da aspettarsi tanto, l’incanto della musica e del canto, un sogno ad occhi aperti, come in un sogno, dover forse ritornare con i piedi per terra, dopo i sogni della notte, dopo l’estasi musicale delle canzoni, ritornare ai bisogni di tutti i giorni, mangiare, lavorare, vivere, informarsi, le lingue che ormai non hanno più bisogno di essere parlate, i giornali che non hanno più bisogno di essere letti, i sogni di una volta e la falsa immaginazione di idee che contrasta solo con la visione della vita di lei, di Leida, che posso solo immaginare, e non avere, forse sarebbe solo un’esistenza buttata via, così, tra questi paesi di periferia, e come in un sogno ancora lei, come in un sogno…

Le parole di Leida…

E perdersi nella musica, tutto il giorno, ieri, recuperando vecchie canzoni albanesi, di qualche anno fa, dopo che la mattina mi perdevo in un abisso di amore con delle canzoni neomelodiche di una volta, e poi, tutto il giorno, la musica, la musica che mi liberava dai lacci dei pensieri sofisticati, della politica, della filosofia, dell’ideologia, e solo musica e canto correvano dentro di me, anche quando mi liberavo, libero di cantare come meglio credevo, come ispirato da un angelo, come ispirato dal ricordo di pura bellezza di Katia, che compariva ancora in me, insieme a quegli altri due angeli, quelle due ragazze russe, Amalia e Julia, che le tre mi sembravano la raffigurazione vivente di una qualche trinità sacra, ragazze con le quali scoprivo l’amore, anni fa, forse punto di partenza di ogni pensiero, voce e visione angelicata di una volta, sotto la musica, sotto il canto, che tutto si dissolveva nel pensare l’amore e le culture che si mischiano, e rendermi conto che la mia generazione ha poco da spartire con quella di mio padre, Marco e Rizzi, loro, così chiusi in sé e nel loro territorio, nelle loro presunte tradizioni, loro che da ragazzi non avevano avuto come migliori amici un albanese, dei cinesi, loro che l’amore non l’hanno scoperto con delle ragazze dell’est, che le lingue e le culture straniere non sanno neanche che cosa siano, o quel mondo di MTV con tutti i suoi artisti e cantanti, dove nei videoclip si condensano oggetti e simboli e significati di tutti i tipi, in maniera postmoderna, e mi rendevo conto di essere proprio di un’altra generazione, e che a volte è difficile il dialogo con loro, con i più anziani, anche se dopo aver letto quelle pagine sulla nuova destra in Europa capisco di più il loro modo di pensare, ancorato al passato, la paura della perdita delle tradizioni, dell’identità, contro questa globalizzazione e questo multiculturalismo che avanza, e i tempi sono di certo cambiati, e cercare di opporsi a questo nuovo che è avanza è una lotta contro i mulini a vento, uno sforzo inutile per salvaguardare chissà che cosa, mentre qui da me tutto si mischia, e vivo nel nuovo millennio in tutti i sensi, e non c’era neanche da farne una religione quel multiculturalismo, non c’era più da pregare chissà quale dio, ma c’era solo da usare la razionalità finché si può, senza dimenticare lo stendersi dei nervi sotto la musica, e tutto si risolveva in canzoni d’amore che quasi ripristinavano l’immagine della musica, della bellezza, della globalizzazione e del multiculturalismo, con quell’immagine di una nuova madonna postmoderna: Era Istrefi… e il sogno d’amore, i deliri d’amore, mi portavano a immaginare un’altra serata con Leida, solo per parlare, questa volta, solo per sentirla un po’ più vicina a me, e tutto il giorno ci pensavo, pensavo all’amore, a quanto le volevo bene, e mi sentivo quasi innamorato e liberato nei sensi dalla musica che non finiva mai, e libero nei pensieri d’amore…

Sarebbe arrivata la sera, e troppi pensieri e voglia di parlare andavano verso Leida, l’idea di essermi innamorato di lei, e allora prendevo la macchina e uscivo, senza pensare ai pochi soldi che mi sarebbero rimasti, e alle dieci e mezza passavo di lì, per adocchiarla, ma ancora non c’era, facevo il solito giro, lungo quella via, fino alla rotonda, e tornavo indietro, non c’era Alina, e ritornavo là e vedevo lei e la sua amica che si stavano vestendo, per cominciare la serata, Leida si stava mettendo le sue scarpette, ed era vestita di un nero affascinante, con le belle gambe scoperte, le sue forme e le sue curve, e la sua solita bellezza ancora mi affascinava… facevo un giretto là in quel parcheggio in macchina, e decidevo di caricarla su, solo per parlare, per dirle magari quello che sentivo e lei saliva tutta contenta… come va, come non va, gira a destra, non andiamo al solito parcheggio, e le dicevo che forse mi ero innamorato di lei, che tutto il giorno mi ero rilassato, e avevo ascoltato musica tutto il giorno, e lei mi chiedeva, un po’ per prendermi in giro, se avevo ascoltato ancora Nora Istrefi o Era Istrefi, e le dicevo di sì, tutte e due, tutti gli artisti albanesi, tutti, e che ora Era Istrefi è famosa, e lei diceva che sì, magari fanno una canzone e diventano famose, ma poi se non fanno niente… e le dicevo che pensavo di essere innamorato di lei, e lei mi diceva subito: “Macché innamorato, se eri innamorato non andavi dalle romene…”, e mi fermava subito, anche quelle mie parole che le dicevano che all’inizio pensavo di essere innamorato di lei, e poi mi perdevo con la cassiera, con la quale volevo parlare, quando in fondo mi rendevo conto che l’unica con cui volevo parlare era proprio Leida, e mi ero perso con quella ragazza russa, che vedevo di giorno, e poi la sera andavo dalla romena, e poi finivo per ritornare sempre da lei, da Leida, e mi scherzava un po’, e mi rendevo conto del mio casino totale dentro di me, e quando la guardavo, quando lei mi guardava, vedevo un volto che non era più irraggiante bellezza, ma un volto di una ragazza, di una donna, con la sua strana bellezza, ma non come quella assoluta di una cantante come Era Istrefi, o Nora Istrefi, e forse mi rendevo conto del mio delirio estetico, di bellezza, d’amore, dell’ultimo periodo, delirio che si disfaceva in immagini, a sprazzi di rivelazioni estetiche, dalle notizie alle canzoni, allucinazioni estetizzanti di un mondo dove per non poter immaginare la divinità mi faceva affascinare dal corso della storia con le sue notizie mediatiche, oppure dalla bellezza di ragazze cantanti che ispiravano l’amore verso l’altro sesso, o ancora dall’estetica musicale, che non comprendo, e mi rendevo conto forse dei miei deliri estetizzanti, alla ricerca sempre di bellezza, nelle parole, nelle lingue, nel corso della storia e delle notizie, nelle culture che si mischiano, nella bellezza di cantanti e canzoni, forse di attrici come quelle di certi film e filmetti, e nonostante tutto Leida era al mio fianco, con la sua bellezza che non è televisiva, eppure le volevo bene, di un bene che di giorno delirava ancora sull’amore infinito di una Madre Teresa, albanese anche lei, che richiamava il genocidio in Kosovo, la guerra, e la bellezza ancora di cantanti come Era Istrefi, che vincono sulle sofferenze e sulle lacrime perdute di una storia che a volte fa troppe vittime, che comunica troppo odio, e lei era lì, Leida, al mio fianco… e mi diceva di fare l’altro percorso, mi ero sbagliato a girare a destra, verso quell’altro parcheggio di una volta, e tornavo indietro, mentre parlavamo, mentre lei parlava, e andavamo in quel parcheggio di una volta, dei tempi di Xhuliana, forse, o non mi ricordo più… ci fermavamo, e le davo i soldi, e le dicevo soltanto: “Dai, stasera fumiamoci una sigaretta…”, e avevo voglia di parlare, forse, se non che la mia dichiarazione d’amore si era già spenta qualche attimo prima, quando mi diceva che se ero innamorato non sarei andato dalle romene, e così ero già smorzato prima ancora di rivelare tutto il mio amore, che in fondo era solo un essermi affezionato a lei, dopo che mi diceva che tanto a settembre, o al massimo a dicembre, avrebbe cambiato lavoro, dove vai, le chiedevo, non ci si può sentire di nuovo, no, preferiva tagliare i contatti con i clienti, ricominciare daccapo, e non si sa e non si sapeva… mi offriva una sigaretta, lì al parcheggio, non uscivamo dalla macchina, ma ci limitavamo ad aprire le portiere, per fare uscire il fumo, e mi offriva una sua sigaretta, una Marlboro Touch, le sue sigarette preferite, come mi diceva una volta, e poi cominciava a parlare, della sua famiglia, dei suoi nipoti, dei suoi fratelli e di sua madre, un forte sentimento di famiglia, dopo che io le raccontavo di mio fratello, quando me lo chiedeva, dei miei due nipoti, che forse ci si vede troppo poco, che io lavoro ancora con mio padre e il suo collega, e lei cominciava a parlare dell’amore per sua madre, che sente ogni giorno, e che ama di un amore infinito, come anche suo nipote, anche se per ora parla poco, e le diceva alcune frasi in albanese: “Ti kam jete”, “Ti kam zemer”, e Lei si fermava a dirmi che, come intuivo, volevano dire: “Tu sei la mia vita”, “Tu sei il mio cuore”, e mentre parlava Leida metteva le mani in preghiera, parlando dell’amore per sua madre e suo nipote, che provava un amore infinito… ed era bello stare lì a sentirla parlare, guardandola di profilo, le sue labbra colorate di rosso, il suo profilo in quella luce della sera, che la faceva sembrare ancora attraente, e continuava a parlarmi dei rapporti con i suoi fratelli, quando era più giovane, quando tornava da lavoro e suo fratello le chiedeva sempre dove era stata se ritardava di una decina di minuti, e gli dava fastidio se al bar parlavano di sua sorella, chissà, magari, era una poco di buono, che non tornava a casa alla giusta ora, ma lei diceva che era tutto per il traffico…. e parlava della sua famiglia, tutti che vivevano vicini, una famiglia allargata, come quella che studiavo quando scrivevo la mia tesi di antropologia sull’Albania, la famiglia molto unita, degli albanesi, il rispetto e l’onore della famiglia, come si vedeva dal racconto di suo fratello, un fratello geloso, che ci teneva davvero alla reputazione della famiglia e di sua sorella, eppure oggi non lo sente molto, diceva, lui che ha fatto nascere il figlio in Francia, ma che ora si trova in Albania, e Leida diceva che non aveva intenzione di tornare là, forse sì, per salutare, ma non per vivere, meglio lontana dai suoi parenti, più libera, e mi diceva anche che come alla madre a al nipote tiene così tanto, ma non così tanto a suo padre, con il quale non sa mai cosa dire, e che come l’amore per la madre e per suo nipote non c’è… e poi si cambiava discorsi, mentre io ogni tanto commentavo, dicevo qualcosa, ma ero troppo intento a sentire i suoi discorsi, che non avevo molto da dire, si parlava forse d’amore, che non dura in eterno, per sempre, tranne l’amore di una madre per i figli, e dei figli per la madre, tutti gli altri amori finiscono, tranne forse l’amore per i fratelli e le sorelle, insomma, tutti quegli amori che nascono quando si è ancora piccoli, e allora durano sì per sempre, insomma, ancora una volta la famiglia… e mi raccontava di quel suo avvocato che aiutava tanti albanesi con i documenti, un avvocato che avrebbe dovuto aiutare anche lei, un avvocato sposato con una ucraina, una che faceva quel mestiere, ma che ora sembra una principessa, quell’avvocato che ora sta facendo le vacanze in Albania, da tutti quelli che lui ha aiutato, e quando mi parlava dell’ucraina mi veniva in mente Alina, e mi perdevo per un attimo nel nero di quei ricordi, che poi lasciavo andare via, così come quelli delle vacanze in Albania, che ogni estate sogno di nuovo, dopo quella del 2013, ma lasciavo andare quei ricordi, e non le dicevo niente, li lasciavo andare via così mentre lei incominciava anche a parlare dell’importanza dei soldi in una relazione, che anche i soldi contano, che non si vive di solo amore, si deve anche mangiare e vivere, distrarsi, e poi elencava i punti per un amore che possa durare: il rispetto e la fiducia… e si perdeva nel discorso sulla fiducia, dicendo che per una volta si può perdonare, anche due o tre o di più, ma che se si perde la fiducia bisogna dimostrare di sapersela riguadagnare, se un ragazzo la tradisce o non la rispetta, e mi diceva che la fiducia l’aveva perduta, ormai, e che si trovava meglio da sola, e che a volte nella relazione sono importanti i regali, uscire assieme a mangiare qualcosa, una pizza, o una cena al ristorante, o i regali, un fiore, qualcosa, ma non per fare scena, ma perché conta il pensiero, dimostrare che ci stai tenendo, che ci stai pensando, e mentre mi parlava di fiducia e tradimento, per un attimo vedevo me stesso che se ne andava con la romena, dopo essere stato con Marina, dopo che mi dicevo che con Leida basta, e mi sentivo strano, quasi in colpa, per aver tradito tutte, e forse nessuna, nella mia libertà, ma mi rendevo conto di quello che diceva lei all’inizio, se ero davvero innamorato di Leida non sarei andato con la romena, e se ero davvero innamorato di Marina la stessa cosa, e mi accorgevo del caos in me, del libero caos dentro di me, e anche nelle sue parole mi veniva solo da pensare all’amore libero, senza responsabilità, come le dicevo, in una relazione ci vuole responsabilità e impegno, cosa che non mi sento di mantenere ora, anche perché non sono innamorato di nessuna, e le sue parole completavano i miei pensieri… e quella mezz’oretta a parlare andava via così, con lei seduta e tranquilla, persa nel suo monologo, nel suo modo di raccontare i suoi amori, per la famiglia, per una relazione che può essere, e concludeva che in fondo si sentiva meglio da sola, anche per essere liberi, le dicevo, e lei diceva sì, per essere liberi, ma non liberi nel senso che bisogna fare delle pazzie o chissà che cosa, e che anche in una relazione si può essere liberi, se l’altra parte ti lascia fare, ti lascia essere te stesso, ti lascia degli spazi per te, e raccontava ancora di fiducia e tradimento, di responsabilità. di un amore e di una relazione forse in termini un po’ ideali e astratti, ma era comunque bello sentirla parlare, anche se mi accorgevo che lei, come tutte, a volte diventa noiosa quando parla così, come tutte le donne, che a volte rompono con questi discorsi, e anche lì, lei, Leida, sembrava una donna e una ragazza come tutte le altre, piena di sogni d’amore, di voglia di vivere, di avere dei soldi per vivere, legata alla famiglia, non tanto alla patria, e un po’ gelosa di certe altre bellezze, le cantanti, le altre ragazze come quelle romene, una donna come tante, Leida, piena d’amore e di vita, che alla fine mi accorgevo di volerle bene, mi accorgevo che il mio non era innamoramento, non era amore in quel senso esclusivo, era solo condividere le parole e un destino, dei momenti, e che di amore nel senso esclusivo da me non c’è niente, pieno come sono ancora del libero amore, libero di andare ora da questa, ora da quella, ora da nessuna, in pace, libero… e la riportavo al suo posto, dopo una mezz’oretta di chiacchiere, non mi ricordavo bene come intervenivo, so solo che sentivo il suo libero flusso di pensieri, e ogni tanto attaccavo con qualcosa, ragionavo anch’io, la indirizzavo per parlare di questo, ora di quello, ed era bello sentire la sua voce, il suo accento, il suo modo di parlare, come se fosse a tratti una studentessa di italiano che le viene chiesto di parlare di sé e dell’amore e della vita, ed era un bel dialogo, un bel discorso, una bella serata, anche quando la riportavo lì, al suo posto, e la lasciavo andare a chissà quale giorno, che non lo so neanch’io, e mi sentivo liberato dalla giornata, dalle canzoni, dalle visioni, e i suoi discorsi continuavano a ritornare a tratti in me, insieme all’accorgermi della sua bellezza non così estrema da cantante pop, al mio rendermi conto di aver tradito tutte, per essere andato con le romene, anche se il ricordo di quel piacere era vivo e felice dentro di me, e mi accorgevo sopratutto di non essere innamorato, ma solo di volerle bene in modo speciale, Leida, senza capire perché, senza saperlo, così come tutto il mio amore per capire le cose albanesi, come ai tempi della tesi, e la musica e le sue parole, le immagini delle belle cantanti risuonavano e apparivano in me, in una dissolvenza generale, dove il canto e le sue parole si disperdevano…

E facevo un giretto, ancora, non so dove, in macchina, forse e avevo voglia di una sigaretta, una delle mie, una Chesterfield rossa, perché quella Touch che mi aveva offerto era troppo femminile, e avevo voglia di una Coca Cola, di una Coca Cola fresca, così, per gustare ancora la dolcezza delle sue parole, e del mio sentire per lei, e andavo al Carrefour pensando magari incrocerò Manuela… e in effetti lei era là, alla cassa, e mi rendevo conto di quanto mi ero perso per lei, di quanto avevo allucinato, per lei, mentre dietro c’era solo questo amore per Leida, questo desiderio di sentirla parlare, di cercare qualcosa di più, di conoscerla meglio, e solo la sera, passando alla cassa, davanti a lei, mi accorgevo di tutte queste cose scritte, di quanto in fondo mi ero affezionato e volevo bene a Leida, di quanto da lei avrei voluto qualcosa di più, le sue parole, il suo sentire, che Manuela alla cassa mi sembrava una perfetta sconosciuta, e dovevo solo rendermi conto del mio allucinare di bellezza per le cantanti bionde, per la bellezza femminile, delirio estetico di bellezza, mentre in fondo tutto quello che mi salvava erano le parole e la voce e i discorsi e il sentire di Leida, che non avevo più paura, né della bellezza di Manuela, né della bellezza di Era Istrefi… e restavo lì, la sera, nel parcheggio, a sorseggiare la mia bottiglietta di Coca Cola Zero, e tutti questi pensieri di adesso si formavano in me, e mi sentivo bene, lì, vicino a Manuela, nel parcheggio, a sentire altri gruppi di ragazzi e ragazze che ascoltavano musica sudamericana, e mi sembrava di vivere in un convivio, dove tutto ritorna, dove la vita ritorna, con quelle parole di Leida, con quello scherzare di Manuela, che quando andavo via dalla cassa diceva a quello dopo di me: “Ci conosciamo, o no?”, e no, non ci conosciamo mi sarebbe venuto da risponderle, quella di cui avevo bisogno in quel periodo allucinato era Leida, le sue parole, non solo sesso, quel qualcosa di più che trovavo ieri sera, a sapere di lei, della sua vita, del suo sentire, che era sbagliato disperdersi cercando altre, cercando Marina, cercando chissà chi, no, era solo una grande allucinazione d’amore, di estetismo, di bellezza, che però voleva qualcosa di più, e quel qualcosa di più erano le parole e il sentire di Leida…

E stavo lì, nel parcheggio, sdraiato in macchina, a sentire in me la musica e le parole, le parole di lei, a lasciare andar via altri pensieri sofisticati, allucinati, e quasi mi addormentavo nel parcheggio, in macchina, dopo aver finito la mia Coca Cola Zero, e mi dicevo di lasciar perdere le sigarette, e di mangiare qualcosa quando tornavo a casa, e la notte non avevo più bisogno di niente, tutto in me si risolveva nelle parole di Leida, nel suo sentire, nella bellezza della musica e della sua voce, di quei canti, e tutto si disperdeva nelle sue parole, le parole di Leida…