Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…

Giornata senza un attimo di tregua, ieri, dalla mattina a finire di leggere il saggio “Psyche e techne”, finalmente compreso, finalmente da ricordare, che finivo di leggere in biblioteca il pomeriggio, quando in casa non riuscivo più a starci, e rilassarsi in biblioteca poi davanti a qualche video della Deutsche Welle, sulle notizie, sulla situazione in Bosnia, tra tensioni etnico religiose… tornare a casa alle sei, quando era arrivato mio fratello, con i suoi figli, sua moglie, lui che cercava già di collegare la playstation 4, ma non c’era il cavo giusto… scherzare, sul mio sfrisare le macchine durante la manovra, come l’ultima volta a mia cugina, io che ero strafatto di caffè per cercare di stare in piedi durante la giornata, senza sentire più quel sonno estremo di questa settimana di ripresa del ritmo, quando un sonno indescrivibile mi prendeva dopo pranzo… ricordarsi delle parole con il dottore, che mi trovava bene, meglio di un sacco di altre volte, e darmi da fare in mezzo ai nipoti per tenere l’atmosfera gioviale e divertente, mentre poi provavano tutti i loro giochi e gli consegnavo anche Fifa18, dicendo che l’aveva scelto la befana, che io non sapevo cosa c’era in quel pacchetto regalo… i nipoti contenti, i ringraziamenti, la serata che andava avanti tra un gioco e l’altro, tra le chiacchiere di mio fratello, sua moglie e i miei, loro che mi dicevano di ordinare una pizza, al trancio, e ordinavo sette tranci formato maxi dal pizzotto, una bella spesa che mi permettevo con i soldi guadagnati con questa settimana di lavoro, una sorta di altro regalo… i giochi con i nipoti, Minecraft, GT, Fifa18, Star Wars Lego, i sorrisi, le risate, i commenti, i giochi, atmosfera piena di vita, e la mia strana tensione da troppi caffè, da neanche un attimo di pausa, dopo che la mattina invece ero molto malinconico, ascoltando nuove canzoni Reggaeton, perdendomi nel ricordo di Ana, e la sera non avevo già più voglia di quelle canzoni, dopo che i miei nipoti erano andati via, quella musica che non significava più niente, una sorta di altra gamma di emozioni, di sentimenti, che non avevano più bisogno di alcun erotismo, di niente, ma solo di un sacco di riposo e tranquillità… uscire la notte per fare un giro, vedere chi c’era, Isabela o la Meroni puttana, altre ragazze, che non avevo voglia di uscire, c’era anche Aleksia… io che per un attimo mi perdevo in foto di VK di belle ragazze, ma non c’era desiderio, troppi caffè, troppo tempo con i nipoti, tutta un’altra gamma di sentimenti, e la voglia che non c’era, anche di fronte a una mora con i pantaloni grigio metallizzati e le scarpe rosse su calze nere, una bellezza dai capelli neri, che per un attimo risvegliava il desiderio, rimandato a non si sa quando… tornare a casa la notte, facendo sfumare quei ricordi della serata con i nipoti, pensando che forse la sera avrei fatto meglio a uscire al frida, in qualche pub, scambiare delle parole con altri, degli amici che non c’erano, e fermarsi invece la notte un attimo davanti al Carrefour Market dell’altro paese più in là, dove giovani di ogni tipo uscivano la sera, a scherzare, a parlare, a bere e fumare, e altri più adulti andavano invece a fare la spesa, di notte, mentre la notte andava avanti, tra pub, puttane, centri massaggi, negozi aperti 24h su 24, e la vita in tutte le sue forme mi si presentava la notte, che avrebbe voluto essere fatta di socialità e parole, al di là dei sentimenti con i parenti, al di là delle puttane in mezzo alla strada, mentre dentro di me musica su musica si manifestava, facendo sfumare i pensieri e immettendomi in un mondo di suoni e canto, una sorta di paradiso stanco… e la notte, la notte sognare un’officina dove c’era il prof Spano, quello di economia, che mi chiedeva se sapevo il russo o no, io che gli parlavo in russo, nel sogno, non so cosa dicevo, non mi ricordo più, che non c’era molto da dire, molto da sapere, e anche lui attaccava, dopo che faceva finta di non capire, con qualche discorso in russo, e mi spiazzava… mi spiazzava anche là in officina quando mi chiedeva della ragazza, e sembrava offrirmi una sorta di puttana russa, voleva incastrarmi, tra il lavoro, le puttane e la lingua russa, e sognavo invece di una ragazza tutta mia, una ragazzina che stava lì ad aspettarmi, la mia ragazza che nel sogno baciavo, ci baciavamo di un bacio appassionato, e non so perché quella ragazza nel sogno era siciliana, come le tre siciliane dell’università, come Desirée di una volta, e c’era tutto l’amore e tutto l’erotismo in quel sogno, anche se poi lei si accasciava a terra, come morta, e io ero preso tra l’officina e Spano che commentava, che mi voleva incastrare con quella ragazza, non so come, e temevo per me, e per lei, dalla quale mi allontanavo, lei sdraiata a terra come morta, che poi invece si riprendeva, ancora viva, e ci ritrovavamo con lei in qualche ufficio per qualche pratica, non so bene cosa, e lei mi stava vicino, e sentivo che mi amava, e che era la mia ragazza, e che io avevo superato il tranello che Spano mi aveva teso, lasciando perdere qualche puttana russa per dedicarmi alla mia ragazza, alla mia ragazzina che mi voleva bene… sogni erotici, come la notte prima dove sognavo un mondo distopico dove dei giovani come noi erano stati rapiti da una sorta di SS cyberpunk, che ci trasportava in un mondo sotterraneo per schiavizzarci e metterci alla prova, un po’ come Hunger Games o quei film distopici che vanno molto di moda adesso, e nel sogno compariva Anna K., la ragazza ucraina avventista, che anche lei sembrava innamorata di me, e voleva servirmi, e si voleva dare a me, e nel sogno la desideravo, come nel sogno desideravo quella ragazzina di questa notte, come un sogno d’amore, queste ragazzine ventenni dei miei sogni… e il risveglio, il risveglio che sapeva delle solite ossessioni, non capire più se era domenica o un giorno lavorativo, non ricordare più le giornate passate, ma immergersi solo nei sogni delle ragazzine ventenni, dei sogni d’amore, e la musica ancora mi invadeva, di una sorta di paradiso dei suoni e del canto, e non pensavo più ai libri di filosofia, alla televisione, alle lingue, a nient’altro, salvo andare al bar per vedere Miryam, un’altra ventenne ragazzina che ispira i sogni, e che trovavo lì al bar, lei, tutta alle prese con il fare caffè e consegnare tazzine, e Paolo che era lì al solito posto, dietro il bancone, ad aspettare la mia solita ordinazione di due pacchetti di sigarette e un caffè… Miryam che preparava subito il mio caffè, tra la ressa dell’altra gente, e mi facevo strada tra di loro per andare al bancone, dove Miryam diceva: “E’ per lui!”, posando la tazzina sul bancone, la sua strana bellezza marocchina e medioorientale, i miei pensieri negativi che si dissolvevano, e io che mi bevevo il mio caffè… lei che mi portava via il piattino, pensando fosse di qualche altro caffè lasciato lì da altri, no, le dicevo, lei che si scusava, un saluto e un sorriso e via, Miryam che dava già luce alla giornata, a quel sogno d’amore ventenne che si inoltra nel mio mondo onirico, tra queste ragazzine ventenni che non riconosco più, nei sogni e nella realtà, e quelle semplici parole con Miryam bastavano a fare andare via un sacco di inutili pensieri, per liberarmi in un mondo di luce diafana e spirituale, dalla quale nascono sogni d’amore, come altre due ragazzine che vedevo ieri in biblioteca, con le quali incrociavo lo sguardo, ragazzine carine, dei sogni, queste ragazzine ventenni che ancora ispirano sogni d’amore… e la mattina sarebbe fatta ancora solo di musica, quest’oggi, senza libri, fatta solo dei sogni d’amore che vanno oltre anche quel dovere di zio nei confronti dei nipoti, quel mio essere fratello e figlio, e mi verrebbe davvero di pensare ai miei trent’anni, se ciò non avesse alcun senso, di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…

Advertisements
Prosa Poetica

E non capisco più se è malinconia, desiderio o il daimon dell’erotismo…

Raggaeton narkotik, pensare ad Ana, quando tornerà, a febbraio, non sapere più distinguere il desiderio dalla malinconia, ieri notte, ascoltare la musica più depressiva del mondo, quei due dischi norvegesi black metal, sotto l’effetto narcotico di gocce di valium, il nero che invadeva l’anima, i troppi pensieri schizzati che si disperdevano nella musica, il daimon dell’erotismo che continua a infestarmi, tra nervosismo e malinconia, tra alti e bassi, Ana che continua ad innalzarmi e ad abbassarmi, quasi come ai tempi di Alina, la malinconia di allora, la musica reggaeton che non si capisce se sia desiderio o malinconia, altra musica che non dice niente, la sola esaltazione che si trova a leggere quel libro di filosofia, nell’eterno dilemma se un dio c’è oppure no, come condurre la vita e i pensieri, e svegliarsi senza alcuna voglia di lavorare, neanche di cambiare quella gomma che ieri era andata a terra, eppure poi fare il lavoro, come niente fosse, nella stanchezza del fine settimana, e non sapere più se è desiderio o malinconia, la solita paroliferazione che avviene, i soliti cerebralismi prima della visita, cerebralismi che ora vanno via, portati via dalla musica e dalla malinconia, e non aver alcuna voglia di lavorare, di fare niente, forse solo di leggere, forse quel libro di filosofia o quel libro crime norvegese che speravo potesse sovrascrivere la Norvegia immaginaria dell’anima, tra la malinconia, la depressione e la più pura tranquillità che non si cura più di niente, che non si capisce neanche più il senso della religione, della filosofia, dell’esistenza, che l’unica cosa che forse mi fa impazzire è il daimon erotico per Ana, e l’attesa di lei, che impazzivo l’altra sera invece a incrociare per strada Valentina T., che andava forse in chiesa a cantare o non so che, lei che mi salutava, con un sorriso a trentadue denti, un sorriso di felicità e sentimenti felici, perdermi poi nel suo facebook a guardare le sue serate nei cafè, nei pub, con i suoi amici, con le sue amiche, anche lì ad ascoltare reggaeton, questa musica che non si capisce cosa sia, solo perché piace anche ad Ana, e non sapere più se sia malinconia o desiderio o attesa, e non avere voglia di lavorare, e avere solo voglia di lasciarsi andare alla narcosi malinconica, e non avere neanche in mente cosa dire alla visita, se parlare degli amici ritrovati o dell’arrivo questa domenica di nipoti e mio fratello e sua moglie, a giocare alla playstation 4, fifa18, o lasciar perdere, o ricordarsi l’ultima puttana che ricordava Valentina M., o lasciar perdere, e non sapere più se desiderare o no, se darsi alla vitalità o alla malinconia, o se sforzarmi di essere positivo, come mi diceva qualcuno, e non negativo, come dicevano altri, o se solo questa è malinconia o stanchezza, i caffè, tre o quattro al giorno, che non aiutano a svegliarmi, la non voglia di parlare con nessuno, di impegnarsi sul lavoro, solo perdersi nella musica e nei libri è quello che farei, senza pensare più a niente, a nessuno, forse solo a lei, ad Ana, senza sapere se la sto desiderando o se la malinconia mi sta invadendo, senza darmi la voglia di tornare da nessuna di quelle, soprattuto in questa settimana che era diventata troppo cerebrale, troppo schizzata e infine troppo malinconica, che ora come ora, se avessi ispirazione, mi perderei in un’ubriacatura senza fine, sotto la musica, se solo poi non mi sentissi male, e sono lì tra il cadere nella malinconia e la voglia di riprendermi, là dove però tre o quattro caffè non bastano più, e spero solo di non lavorare né oggi né domani, e che la Norvegia immaginaria dell’anima non mi invada, così come la Romania immaginaria dell’anima, che oramai non capisco più cosa voglia dire, e non so cosa starò dicendo domani, e non so più se sto credendo o no, se sto cercando di essere positivo o mi sto lasciando andare, e non ho neanche voglia di vedere gli amici, di dire cazzate e di scherzare, e la malinonia mi invade, e sognerei un lavoro dove avrei a che fare con libri e solo libri, cose da leggere, cose da scrivere, invece di stare in mezzo a quella gente piena di vita e di scherzi delle officine, o in mezzo a quella gente che vedevo ieri al Carrefour in coda alla cassa, giovani lavoratori pieni di energia che si davano alla birra e ai biscotti, io che non voglio più consumarli, dopo il troppo alcol con Alina o lo stare male, e Leida che mi diceva che era meglio se non bevevo, e la dieta, che mi metto a odiare la gente piena di energia e che si può permettere certe cose, e mi sento condannato e dannato, o forse l’ho solo scelto io, e forse vorrei essere come mi vorrebbe Eugenia, senza alcol, senza sigarette, con la dieta rigida, e la voglia di raccogliermi e lasciarmi andare alla malinconia, e non lavorare più per ciò che non ho studiato, e darmi a chissà che cosa, mentre ieri mi rileggevo vecchie parole di Leida, quando mi diceva che bisogna lavorare anche se il lavoro non piace, che il lavoro è importante, eppure non ho voglia, non ha senso lavorare se poi non ho il desiderio di esistere, di vivere, e mi struggo al pensiero di Ana, e non c’è energia, e dormirei, ascolterei la musica, leggerei e basta e non farei niente, e berrei trecento caffè per sentirmi più vivo ed energico, ma la malinconia mi invade, e non so che fare, e spero solo di liberarmi dalla visita di domani il più presto possibile, e riposare, e recuperare la voglia di vivere e lavorare e studiare e stare in mezzo agli altri e desiderare Ana o qualunque bella come lei, ed essere vivo, energico, e non malinconico, e non so più se sia il daimon dell’erotismo o qualche condizione psichiatrica, e non so più se è malinconia o desiderio o il daimon dell’erotismo, e mi lascerei andare, andare e andare, sperando di ritrovare l’energia e la voglia di vivere che sembra non esserci più, e attendo e attendo questo continuo alternarsi di vette energiche e abissi malinconici e sono stufo di star impazzendo e non capisco più, e non capisco più se è malinconia, desiderio o il daimon dell’erotismo…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Watching the infinite flow of thoughts…

And I was in a plane headed to Moscow, where the passengers cabin was full of people sit on their place, but there was something strange about this plane, there was no separated cabin for the pilot, who was commanding the aircraft from a normal place where people sit. And there was turbulence, as always, as some woman said, the same typical turbulence you get when you travel to Moscow, and there were thunders and lightnings in the atmosphere, and the sky was darkened by the night. “You’ll never get to Russia!”, I said to the captain, and he answered: “Look at how wise you are, you never get to Russia! That’s wisdom, man!”, and he started to talk with some other old men beside him, gossiping about some pop artist while reading a magazine, and there was a change in the pilot some minutes after, when a woman took command of the plane, as if it were possible to have a change in the air, in that dream made of science fiction. And I looked at the sky full of tempest, and I wondered how impossible it was to get to that land of dreams, Russia, and I lost myself into thinking about all those years spent to master the language, constantly dreaming of getting to that land, but nevere getting there, and now, even in a dream, it was impossible to reach that country of imagination, and visions of my teachers and other colleagues who, on the contrary, were used to go there, blurred my visions while another teacher told me: “Don’t worry! It always gets some trouble to get to Russia, most of the time because of horrible weather…”… and I saw airports terminal stuffed with people, passengers that waited an half life time, like an odissey, to get to Russia, and it was like a metaphysical trip, through the foulest of weather, to cross the air border between the West and Russia, and I lost myself into those visions…

And I didn’t get there in the end, there was no Russia in that dream, there was only a blue sky full of thunders, and a vague dream of some Russian woman who instead finally reach her mysterious country, and I looked around me to find myself in a sort of garden in front of a school, where I sit under a tree trying to find a power socket to connect my smartphone and listen to some songs, and I don’t know how there was a socket hidden in the trunk of that tree, and I lied there, under the tree, in front of a school, listening to some songs, and wondering how sooner or later my colleagues would enter that school early in the morning, to attend their lessons, and I was like an outsider, a man who attended school without getting stained by people and teachings that haunted that place, and I could take a step aside all that environment, where I felt I didn’t belong at all.

And then the vision changed again, I was trying to sing some absurd song, some black metal songs, in that kind of singing which was screaming and growling, and I tried to uttere some “Beautiful witch! Beautiful witch in the nightsky!” sung once by some favourite metal metal bands of mine, and I saw them, beyond the door of the corridor of the school, my favourite singers, who tried to teach me the secret of screaming and howling in the black of the night, and I kind of worshipped those long haired artists always dressed in black leather, and it was like an initiation towards a world which contained no hypnotic pop songs, no hypnotic singing that drives you in a land full of enchantment and wonder, where your brain doesn’t work anymore, utterly taken away by melodious songs and singing, like a thousand and one nights, while in that dream everything was made to wake me up from the slumber of reason and the hypnosis of pop songs, and I did wake up, in the end, with a vision of my adolescence, when those black metal artists were like my personal prophets, with remnants of their songs and screaming resounding in me…

And I woke up, still thinking about that dream, wanting to put it down on paper, and I disciplined myself to get back to that time where dreams were my constant preoccupation, as if I could find in them some transcendent meaning of my mind, but it wasn’t like that anymore, I just savoured the beauty of those dreams and I disciplined myself not to fall into that bad habit of creating some inner speech towards a deity which I don’t believe anymore, and I only looked into myself to find the right voice in me, the right vision, trying to understand what was happening in my mind, which I now feel is getting free from some bad ways of thinking… and I could swap all my thoughts into English, and I could say stop to automatic readings, to a lot of automatic bad habits that made everyday equal to any others, in a sort of hellish routine which couldn’t liberate me from obsessive thoughts and reasoning… and I just drank my coffee in the kitchen, a Nescafé, and then I got my espresso in the office, and I could wait to go to the bar to buy cigarettes, I still have all the time of the world, and I kind of put into practice that teaching that popped up in my mind yesterday: “Take your time and don’t hurry, you still have all the time of the world, and do as if the world and the things around you didn’t exist, just free your mind from old habits…”… and it worked, I was no more a slave of books, of the internet, of languages, of talismans and objects, I was no more a slave of a kind of yogi practice, which I thought could save me just by repeating over and over again the same mantra, the same gestures, the same old words to utter to a deity I don’t even know, and words and images in my mind started to change, and I had a different vision of time, of the day, of everything, and I was filled with imagination, and words, that now found all their time and space to live, without feeling pressed anymore by I don’t know what… and I still have all the time of the world, that I could shut down this portal of worlds, that I could spend my day doing completely nothing, just staring into the void inside and outside me, without getting distracted by every electrical pulse in my mind, driving me insane and crazy, and I could stay here all the day, watching the infinite flow of thoughts, doing nothing and contemplating all the time of the world…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Là dove la divinità non c’è più e c’è solo il desiderio, il piacere e la libertà…

Basta, non ce la facevo più, quei pensieri pseudo-teologici, che si confondevano con la fiction di tutte le divinità, Shiva, il distruttore dei mondi, e JHWH, i nomi divini, la trimurti tra creazione, conservazione e distruzione, non ce la facevo più a leggere in inglese quei racconti fantascientifici, mi buttavo giù, sul letto, mezzo sfatto da pensieri mezzi depressivi, e ascoltavo il silenzio… il silenzio e l’eterno errare dei pensieri tra tutte le divinità, là dove oggi chiamare mio fratello e fare qualcosa per gli altri, per i nipoti, non salvava, dava solo più pensieri, e mi perdevo, come mi perdevo nel primo pomeriggio in immagini succinte di ragazzine russe che ricordavano Katia, e dai pensieri del silenzio risorgeva l’immagine e l’eccitazione della ragazza romena senza nome… basta! Basta con quei pensieri religiosi che vanno in tilt, e aveva ragione Benito, è sempre la religione a fare casino, e mi immergevo nel desiderio e nel ricordo della romena senza nome, nel piacere infinito, e decidevo che non era tempo per riflettere e per leggere, ma avevo proprio bisogno di una di quelle, per lavarmi dall’ultimo ricordo di Leida, dall’ultima evocazione… e andavo a vedere se c’erano dei soldi in ufficio, e c’erano quei soldi che bastavano per comprarsi la notte… e uscivo, stufo di quei pensieri, stufo, e andavo avanti indietro pensando di trovare la ragazzina magrolina di fianco a Isabela, che vedevo l’ultima volta, ma non c’era… non c’era Isabela, non c’era Ana, non c’era Estrella, non c’era Alina e neanche le negrette, a parte la negretta di fianco ad Ana, ma le altre non c’erano, segno che questo periodo è davvero un periodo morto… c’era solo lei, la romena anche lei senza nome, dai capelli mori, dal volto che mi ricordava Valentina M., e poco alla volta sorgeva il desiderio, la voglia, dopo che oggi stavo in biblioteca e nessuna ragazza di quelle mi suscitava desiderio, tra quei giovani universitari ancora pieni di sogni e alle prese con un tempo alternativo, che non corrisponde alla vita vera… e facevo avanti indietro nella notte, indeciso se fermarmi o no dalla sosia di Valentina M., e facevo avanti indietro, sempre più indeciso, fin quando la voglia non mi prendeva, di toccarla, di godere con lei… e alla fine la caricavo, mi fermavo da lei e le dicevo le solite parole, e godevo del suo corpo, delle sue gambe, del suo fondoschiena, dei suoi seni che dicevano che erano piccoli, ma andavano bene lo stesso, su quel maglione bianco sui fuseaux neri, che esaltavano le curve delle sue gambe, e mi perdevo nel suo volto, di una Valentina M. ormai sui trent’anni, e godevo di quel suo servirmi con la bocca e con le labbra che tutti i pensieri in quel momento esplodevano per non tormentarmi più, in quel momento di puro godimento, voluttà e orgasmo… e godevo e godevo, di una goduria trash ma al tempo stesso estasiante, con quella sua bellezza rubata ai ricordi e alle somiglianze di una ragazza che non vedo più da decenni, e quel desiderio si realizzava e liberava la notte che non aveva più bisogno di preghiere, ma solo di bestemmie che sapessero di puttane, e liberavo tutti i pensieri, e me stesso, libero anche dal pensiero di Ana, che non c’è niente e nessuno a cui rimanere fedele, e la libertà nella sua forma più pura si manifestava, senza mistificazioni nate da internet e da quella stanza che comprime troppe idee e troppi pensieri, ed era una liberazione fumarsi una sigaretta dopo il godimento, dopo la liberazione, e accorgersi del mio essere troppo spesso rinchiuso in quella stanza, che non ce la fa più a sopportare le mie elucubrazioni e le mie divagazioni sotto forma di meccanismi di difesa religiosi che non stanno in piedi, e dovevo proprio arrendermi al mio ateismo, alla mia ricerca di piacere, al mio arrendermi di fronte a quei libri e quei testi di filosofia della religione che non hanno alcun senso, e rendermi conto della mia libertà, del mio ateismo, della mia visione liberalista del mondo, e non farmi più lavaggi del cervello nati da una stanza e da un monitor, da dei libri che fanno male, e liberarmi, liberarmi come mi libero ora con la musica e con l’alcol, e smetterla di far finta di credere, di inventarmi sistemi filosofici, sensi del mondo tra deliri e mistificazioni mistiche, là dove la divinità non c’è più e c’è solo il desiderio, il piacere e la libertà…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Sempre avanti nell’ispirazione infinita…

Risveglio giusto, senza troppi pensieri, là dove la musica ieri notte aveva il suo corso, fino a non smuovermi più, riprendere la vita di sempre, con la giusta stabilità, il corso del tempo che non è finito, non è iniziato, prosegue semplicemente il suo corso, come se non ci fosse stato nessun capodanno, far sfumare la percezione del tempo in nome della continuità e della stabilità… riprendere come sempre a raccogliersi, prendere come sempre i soldi la mattina per le varie commissioni, andare dal benzinaio, che aveva finito la benzina e stava arrivando il camion a caricare nuova essenza, dover tornare, pagare cinque euro e andare… da Benito, senza che le sue bestemmie mi facessero più male, ricordare Leida e il suo incantesimo, che svelava il significato mistico di tutte le bestemmie, là da Benito che non c’era un cane stamattina, alle nove, strano, mi dicevo, scambiare due parole con lui, senza dar troppo peso alle immagini di politica italiana sparse qua e là, e fregarsene se il bar dei cinesi non ha ancora riaperto, e non si sa quando riaprirà, e non so neanch’io quando ci tornerò… due parole, né di più, né di meno, un salto al bar come tanti, là dove molta gente fa discorsi come quelli che sento sul lavoro, politica italiana, le solite bestemmie, i soliti discorsi da bar all’italiana… essere quasi d’assetto lavorativo, se non avessi deciso di prendermi una vacanza di una settimana, dopo la terribile e mistica settimana scorsa con la febbre a 39, dove mi veniva in mente tutta la mistica del mondo, tutto lo scibile umano, pensieri davvero febbrili che vanno solo superati, e ricordarsi che questa settimana ho già i miei due libri con cui tenermi impegnato, Batman Apollo e Genocidal Organ, e due libri bastano e avanzano, senza bisogno di inventarsi nuovi libri da cercare in biblioteca, senza rompersi le scatole a scappare per forza in biblioteca… l’immagine di Inna nella stanza che avrebbe bisogno di più colore, un rosso più acceso, che però non mi posso permettere finché non avrò i soldi per cambiare o far ricaricare la cartuccia, farsi venire quasi la voglia di lavorare per avere un po’ più soldi disponibili, ma mi sa che questa settimana riposerò… dover chiamare mio fratello per mettersi d’accordo sul 6 di gennaio o non si sa quando, quando i ragazzi verranno a ritirare il loro gioco, quando si starà ancora un po’ assieme, e se ieri era giornata di Barresi, oggi sarà giornata di mio fratello, due parole al telefono, niente di più… passare al Carrefour e scambiare due parole con Lieta, quella ragazza che mi ha sempre ricordato Xhuliana, lei che stava lì a mettere a posto la roba nel banco frigo, due parole se si poteva spostare che dovevo prendere gli yogurt, aspetta, mi diceva, e poi se ne andava e mi diceva di chiudere, va bene, e andavo avanti a fare la mia spesa, pensando un po’ a Lieta, un po’ a Xhuliana, e il desiderio e il ricordo erotico si mischiavano, dandomi quella giusta sensazione erotica che ti fa sentire vivo, fantasie e ricordi, alla luce del giorno, che l’energia erotica non è per niente finita, ed è ancora libera… passare per la cassa e pagare, con in mente solo Lieta e Xhuliana, e fermarsi poi nel parcheggio del Carrefour a fumarmi una sigaretta, alla luce del sole di questo febbraio, quel sole piacevole che non dà fastidio a nessuno, pieno del ricordo di Xhuliana e del desiderio di Lieta, pensando che in fondo mi basterà aspettare ancora un po’ e Ana tornerà quando sarà il momento… e mi passava davanti Herzl che si fumava anche lui una sigaretta, stava andando probabilmente al lavoro, e mi ricordava di quella stupida e impazzita notte quando cercavo Manuela e chiedevo di lei a lui, quando ancora non sapevo che tutto l’incantesimo era dovuto a Leida, ricordi che passavano, erotismo che si mischiava al vissuto, desideri e ricordi, modi di sentire… finire la mia sigaretta e riprendere la macchina e andare dal benzinaio, a fare altri 15 euro di benzina, là dove si era fermato perché la benzina del distributore era finita… e finire così anche quasi i soldi, che mi rimangono solo quelli per le sigarette domani, e già pensare ai prossimi soldi da spendere, che quasi mi viene da chiamare il negozio delle cartucce, e sarà la prossima cosa che farò in effetti, per avere un’idea del prezzo, per capire quanto dovrò spendere, se hanno disponibile quella cartuccia, e già pensare ai prossimi soldi da spendere, senza ritegno, altro che moderazione! Qua si spende e si spande senza ritegno, e me ne frego… e così comincia la giornata, con tutte le sue buone premesse, e non c’è più molto da pensare, forse solo ad Ana quando tornerà, forse alle uscite con Barresi e Fizi, forse alle giornate sul lavoro, all’incontro con il dottore, al tempo libero fatto di letture, alle prossime rivelazioni e ai prossimi cambi d’umore, senza più assoluti da ricercare, ma questa vita in continuo cambiamento e divenire, con il mio giusto orientamento spirituale ed erotico ritrovato, senza eccessi, la mia voglia di vivere anche in mezzo a gente che non mi va giù al cento per cento, ma così è la vita, e ora pensare alle cose più pratiche, capire davvero quanto costa quella cartuccia, chiamare mio fratello, occupare la giornata, riposare ancora un po’ e poi avanti, sempre avanti nell’ispirazione infinita…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Finché lo slancio vitale saprà di un sogno erotico pieno di fascino e di mistero… 

karolina

Con il ricordo, con il ricordo del 2008, cominciava questo 2018, il ricordo del desiderio per Amalia, dieci anni fa, il suo vestito sexy rosso e nero, le sue labbra, i suoi lunghi capelli biondi, la sua lingua russa che allora non conoscevo e sognavo soltanto di conoscere, un sogno da Galaxy Express 999, la ragazza russa dei miei sogni, un sogno siberiano, fatto di freddo e di erotismo, e mi perdevo ieri notte nelle immagini di succinte ragazze russe come si devono su VK, il desiderio, di nuovo quel desiderio che riportava alla mente tutto il fascino di quel paese, di quelle sue ragazze, che il sogno russo poteva rinascere… non più la noiosa Marina, ragazza russa sui generis, non corrispondente a quelle dei miei sogni, un luogo, un mondo, una distanza e uno spazio dove far crescere i sogni, la bellezza inarrivabile delle ragazze russe, di quelle ragazze russe come spie dell’unione sovietica, affascinanti e inarrivabili, misteriose, come Amalia, quel sogno fatto di mistero e di erotismo, un sogno senza confini che ritornava a esistere… e passavamo la serata in compagni di Stas, Larisa e Dmitrij, parlando anche del capodanno vecchio secondo il calendario giuliano, quel 14 gennaio che segna il vecchio calendario, insieme al Natale ortodosso, il 7 gennaio, ed era piacevole stare in loro compagnia, che mi venivano in mente anche i capodanni passati, con gli amici, in casa di amici, con Fizi, Barre, Luca, Paolo, Mauro, Valeria, quei diversi capodanni passati, quando ancora c’era comunanza tra noi amici, quando ancora si sentiva quel calore che negli anni è venuto meno, e mi veniva in mente anche quel capodanno quando andavo da solo in piazza Duomo a Milano, a sentire sparare i botti, a vedere la gente ubriacarsi, al freddo, quella notte che tornavo a piedi da Milano, passando per la via che ospitava Amalia, quando la desideravo e la sognavo per la prima volta, e in quel capodanno del 2008 desideravo lei, più di ogni altra cosa, e mi decidevo a lasciar liberi i miei sogni, i miei desideri per quelle ragazze, aprendo così un’epoca, quel 2008 che avrebbe dovuto portare fortuna, come vuole tradizione cinese che il numero 8 porta fortuna, un numero che sa di arrichirsi per loro, un numero che per me segnava come l’epoca del padre, 8, bà, padre, mentre sarebbe stato un anno pieno di erotismo e di follia, quella giusta follia che apre l’erotismo e l’amore, come quei due baci, ad Amalia e a Katia, tutto l’erotismo e la follia di quell’anno che ritornavano come un ricordo del desiderio ieri notte, sopratutto quando Larisa e Stas si allontanavano, dopo aver brindato assieme, nella loro alcova… un sogno russo di pieno erotismo, che le immagini di VK ridavano quel desiderio che si era perso per colpa di Marina, incapace di risvegliare alcun desiderio in me, e il ricordo di Amalia e delle ragazze russe pieno di mistero e affascinanti ritornava a me… e che sollievo sapere che dopo dieci anni finalmente quella lingua russa l’ho fatta mia, e che quel sogno pieno di desiderio e di mistero poteva ritornare… e ricominciava il tempo, ristabilendo l’ordine di una volta, non più apocalittici pensieri dell’ultimo giorno, non più raccoglimenti per cercare il senso e la ragione in me, ma la volontà di fare a meno, di vivere come una persona normale, piena del desiderio del mistero delle ragazze giuste, quelle che sviano, quelle che fanno sognare, quelle che fanno impazzire, come ai tempi di Amalia, e il sogno sapeva di lei, e di quella musica oppiacea anni ’90 delle canzoni da discoteca russe, come quelle melodie ipnotiche e affascinanti di Karolina, che Marina non poteva liquidare così, con i suoi sogni senza mistero e fascino, i suoi ideali tutti terreni, quella mancanza di mistica dell’amore e dell’erotismo, quella sua piattitudine e normalità che non evocano nessun desiderio e nient’altro che noia, senza un minimo di fascino, e la Russia poteva essere ristabilita, anche al di là di Alina, nel ricordo di quel desiderio pieno di fascino e mistero che era Amalia… sognavo così il primo dell’anno, che mi risvegliavo come se avessi ritrovato una parte di me stesso che pensavo perduta, quel giusto sentire pieno di mistica dell’amore che avvolge tutto, e che non mi faceva più raccogliere, pensare, riflettere, farmi perdere in pensieri settari come quei giorni e quei mesi insieme con gli avventisti, e anche risentire Eugenia gli ultimi dell’anno sapeva ancora di quella mistica dell’amore che provavo ai tempi dell’università, prima che lei diventasse tutta discorsi avventisti, e le sue ultime parole dell’anno erano invece quelle di una ragazza normale, piena anche lei di fascino, che mi faceva piacere sentire lei e sentire al contempo Rudina, che con il loro fascino dell’Est in qualche modo si ricollegavano alla mistica di Amalia di allora ritrovata oggi… e non mi andrà più di vivere una vita senza mistero, senza mistica dell’amore, senza fascino, una vita tutta studiata, piena di riflessioni asettiche e a volte paranoiche, piena di tecnicismi e scientismi, che non possono sfiorare le vette del pensiero mistico e poetico che tutto avvolge, e recupero questa parte di me, piena di fantasie e suggestioni, di desideri, di giusta mistica dell’amore e d’erotismo, che ritrovo finalmente me, dopo che si era perso in troppe riflessioni, in troppi realismi, in troppi calcoli, in troppe visioni pessimistiche e oscure senza alcuno slancio verso il mondo dei sogni, e recuperavo così l’inizio, il desiderio pieno di fascino e di mistero di quell’anno 2008 dove tutto cominciava… si scardinava il tempo e la dimensione dei desideri, che non ascolto più il vociare di altre voci che mi riporterebbero terra terra, senza desideri, senza fantasie, senza misteri e seduzioni, e vivo così questa mattinata del primo dell’anno, tra il giusto freddo dicembrino e una convalescenza ormai portata a termine, che si crogiola invece in quest’atmosfera invernale, nell’attesa che la mistica dell’amore possa ancora risvegliarsi, e se c’è un desiderio vero per quest’anno e per sempre è quella di non perdere di nuovo la mistica dell’amore, là dove ragazze con Marina avevano portato aridità, solo per far rinascere il fascino in ragazze come Ana, o come la romena senza nome, o come l’affascinante Leida, più sovietica lei a volte e più russa lei di tutte le russe e le ragazze dell’Est, con quel suo fascino sperduto, che rievocava Amalia in queste notti, insieme con il ricordo sperduto di Hana, la prima ragazza ceca, aprente l’erotismo più di dieci anni fa, indicandomi la via della mistica dell’erotismo, che ritornava in questi giorni, insieme a fantasie che si lanciavano sul volto e sul corpo di quella prof giovane bionda, la prof bionda ucraina di russo, e tutte queste ragazze dell’Est e il loro fascino sapevano ancora di magia, dopo che la magia non sapevo più dove si era persa, persa forse nella debolezza e nella stanchezza a volte piena di morte di certi pensieri religiosi e falsamente spirituali, senza slancio vitale, senza slancio erotico… e quel sogno russo può rinascere ancora, dopo che era stato spazzato via da non so cosa, da non so chi, un sogno pieno di fascino e di mistero, che mi accompagnerà ancora come infinita ispirazione, là dove tutte le ragazze degli ultimi dieci anni mi hanno condotto, al di là delle pagine perse, con il sogno e desiderio primigenio di un’Amalia che non morirà mai nel suo fascino dei ricordi, insieme con Katia e tutte le altre… e ritrovo il desiderio e l’energia che pensavo perdute, ritrovo il sogno originario, e la voglia di cominiciare così quest’anno e continuare così, senza più stranezze, senza più intrichi dell’anima, in tutta libertà e in tutto il sogno e in tutta l’ispirazione che sembrava perduta, là dove il sogno dell’Est questa volta si lega anche a lingue non solo russe, ma anche tedesche e albanesi, romene, insieme alle altre, come un sogno fatto di desideri e di mistero, che nessuno mi potrà mai togliere, nonostante le loro parole che non sanno di niente, che sanno solo di piattume, di normalità, di assenza di mistero e fascino e seduzione, e quest’anno può cominciare con i giusti sogni, con la giusta musica, con la giusta melodia seducente dell’anima e non ci sarà nessuna divinità, nessuna politica, nessun pensiero che orizzontalizza tutto a fermarmi, finché lo slancio vitale saprà di un sogno erotico pieno di fascino e di mistero… 

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Questo amore inspiegabile…

שיכורים מאהבה, shikhorim me ahavah, drunk with love… e per fortuna c’è la musica israeliana mizrahi in questa vigilia di natale iniziata con un giro al Carrefour per comprare le sigarette e bersi un caffè al centro commerciale e ascoltare musica e musica guardando verso il sole che sorgeva alle nove di mattina in questo inverno pieno di oscurità che mi dava ancora la luce nella musica orientale, questo amore inspiegabile verso le sonorità dell’Est, questo amore inspiegabile… musica su musica in quei 16 giga che riempiono ora il cellulare di musica infinita, anche quando dopo andavo con mio padre all’Alta Sfera a fare la spesa di Natale e vedevo quella giovane cassiera che proprio cassiera non era, visto che stava lì solo a controllare il prezzo finale della merce aiutata da quella che segnava il codice a barre, una bellezza strana, come questa cantante israeliana, Eden ben Zaken, dai capelli biondi e dal viso pieno di luce ma dai tratti di certo non da modella, eppure tutta la bellezza era là, che si rifletteva in quella giovane dal nome Aida, come quell’altra ragazza albanese di una volta, e forse albanese lo era anche lei, la sosia di Eden ben Zaken, e chissà perché ogni amore nasce sempre da una somiglianza, da una strana somiglianza di qualche ragazza con qualche altra ragazza, come lo era per Alina, simile a Nadia, come era per Leida, simile a Sarit Hadad, come è per Ana, simile a Inna, e così a perdersi all’infinito, in una bellezza che rimanda ad un’altra, e se qualcuno scriveva che l’amore nasce da una metafora a me a viene da dire che l’amore nasce da una somiglianza… e mi rilassavo, mi rilassavo nel dopo pranzo a riposare, facendo la mia camminata di sempre, ascoltando ancora musica, quella musica raggaeton che piaceva ad Ana, quella musica dai testi a volte un po’ spinti, dalla musica e dalle note orecchiabili, e che passo di qualità dai tempi dove ascoltavo musica black metal, a queste sonorità piene di vita e di amore, anche adesso che il desiderio è spento e più che desiderare sogna, sogna quando tornerà Ana, forse un giorno, non si sa quando… ed ero un po’ distrutto, dopo pranzo, da questo girare di negozi e supermercati, che sentivo lo stress delle compere, e forse ancora lo stress del lavoro che non mi ha ancora lasciato, e solo nel pomeriggio trovavo una ragione d’essere alla giornata che altrimenti sarebbe marcita… trovavo una ragione d’essere nel libro di Galimberti sul cristianesimo e mi sembrava di recuperare una parte di me stesso, con quel sentimento della promessa e del futuro, dell’avvenire, che non poteva esserci migliore combinazione di attendere l’avvenire e insieme sognare una ragazza e ascoltare alla vigilia di natale musica israeliana che l’amore sacro e l’amore profano vengono a incontrarsi e mescolarsi per dare una quiete e una sensazione di piacere mai sentita che mi accompagnerà ancora per giorni, per mesi, per tanto tempo, là dove il tempo non finisce a Natale, e neanche a Capodanno, e neppure a gennaio il giorno del mio compleanno, e neppure a febbraio quando torna Ana, ma non si sa quando finisce, come l’attesa di un giorno finale, un’escatologia infinita che non si sa quando si compierà, e l’attesa, la promessa, l’attesa e il fondersi dell’amore profano con quello sacro si manifesta in me per ripulirmi da pensieri e paranoie e ipocondrie senza alcun fondamento e mi sento alato nel liberarmi in queste sonorità orientali che mi infondono l’anima di nuovo… e poi il pomeriggio, a compendio delle letture sul cristianesimo doveva anche chiamarmi Stas che era insieme con Larisa e Dmitrij all’Esselunga a comprare i pellet e a fare la spesa e dovevo andare a prenderli in macchina al paesino qua vicino per caricare la merce… e si parlava con Larisa di come loro festeggino il 7 gennaio il Natale e non il 25 come da noi o anche in Romania, come quando parlavo con Ana, e si parlava così, del più e del meno, di come forse, dopo le vacanze di Natale, sentiranno ancora quelli delle case popolari, se gliel’assegnano alla fine una casa popolare, e di come fa freddo a volte lì da noi in mansarda, dove la stufa a pellet fa quello che può, e mi sentivo in pace con me stesso, anche prima di vedere loro, a vedere tutta quella gente andare e venire nel supermercato, come stamattina, ma con quel senso di tranquillità che la mattina non trovavo, stressato dalle compere, e non c’era salvezza migliore che recuperare quella parte di me stesso che sa attendere, che crede nell’amore, un amore che si confonde tra sacro e profano, che sa sia di eros che di agapè, senza bestemmiare contro lo spirito, senza ripudiare la carne, senza condannare la sensualità, ma dandosi il giusto tempo che serve per non essere schiavo di pulsioni, con l’idea che la sessualità non è un divieto ma neanche un obbligo, e che non c’è meglio al mondo di andare d’accordo con tutti e dove c’è odio e incomprensione ricordarsi sempre della divinità che tutto sopporta con pazienza… e non c’è giorno migliore di questo per darsi ancora ad altra musica israeliana, ritrovando quella luce di cui Hanukkah dice nel periodo più buio dell’anno, e la luce la ritrovavo in questo amore incomprensibile per la musica orientale, per le ragazze, per l’attesa futura, che recupero quella parte di me stesso che negavo quando tornavo dalla Repubblica Ceca dove tutti quegli amici si dicevano non religiosi e mi lasciavano imitarli solo per perdermi nel regno assoluto dei piaceri e della sensualità che avrebbe visto quelle relazioni con Xhuliana, e poi Alina e poi Leida, mentre qui c’è solo da recuperare quell’amore inspiegabile che era degenerato fin troppo con Leida… e la poesia, ritrovare la poesia, l’elogio della poesia e della promessa e dell’attesa e della musica e dell’amore in quelle belle pagine di quei libri che mi danno ancora la voglia di credere nell’umanità, là dove troppi giorni a contatto con gente di officine e gente materialista e meccanica, tecnica, mi fa perdere il senso del tutto, e che piacere ritornare nelle braccia dei libri, della musica, dell’attesa, della promessa, dell’amore, di gente normale, di ragazze e donne e non più solo tra il ferro degli strumenti e dei macchinari… e mi perderei ancora, mi perderei ancora alla ricerca della canzone più orientale che ci sia, del canto più orientale che ci sia, in questo amore inspiegabile che va verso oriente, e qui nasce ancora la poesia, e la voglia di cantare, e di sognare, e di attendere quell’amore che se anche non c’è è presente nella musica e nel canto e nella bellezza femminile, senza divieti sensuali, ma anche senza forzature erotiche, e mi perdo così, mi perdo così, in questo amore inspiegabile…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Là dove si svela il desiderio, Ana…

I found a love for me… Ana… fine di ogni storia, fine di ogni pensiero, perdersi così, in questa melodia, in officina, sul finire di una giornata di lavoro, “La ragazza di mio fratello è romena”, diceva quell’operaio oggi in giro in un’altra offcina, romena, come Eugenia, come Ana, “Anche la mia”, mi veniva da dire, la mia ragazza, fare come se fosse la mia ragazza, perché il sentimento è quello, nonostante tutto, se non la mia ragazza, almeno la ragazza che ferma ogni storia, ogni pensiero, ogni rimuginazione, rispetto a tutte le altre, come scrivevo, al di là di tutto il resto, al di là di tutte le altre, Ana… kiss me slow, when we fell in love, il suo sguardo, i suoi occhi, di chi aveva già capito che mi ero innamorato di lei, e sono ancora innamorato, al di là della sua arte erotica, le scene più belle dell’ultima volta, toccarle le mani fredde per vedere se si erano scaldate, baciarle il collo e in quel momento desiderare baciarla, vedere i suoi occhi grandi, pieni di luce che si spande come un chiaro di luna nella notte, le sue labbra che accenano un sorriso, la sua mano che mi salutava, quei due baci sulla guancia augurandoci il natale, dorinta de craciun, voglia di natale, che è voglia di amore, lei che tornerà non si sa quando, a febbraio, il 14? Le chiedevo, a San Valentino? Non si sa quando tornerà, che mi viene voglia di aspettarla e di non voler più nessun’altra, il desiderio, il desiderio, il desiderio, come scriveva qualcuno, che non ci può essere amore senza desiderio, e solo ora lo capisco, solo ora capisco che desidero solo lei, e che le altre non mi smuovono l’anima, e non so perché e non me lo voglio chiedere, so solo che là dove non c’è il desiderio non si può forzarsi di amare, come per Marina, come per Marta, come per non so chi, storie chiuse, là dove si svela il desiderio, Ana… che mi sembra di tornare ai tempi di Alina, lo stesso nascere del desiderio, la stessa luce blu e nera della notte, e una luce argentata, come la luna, come lo sguardo di lei, di Ana, nuttat ‘e luna, nuttat ‘e bene, mi verrebbe da dire ricordando tutta la passione di una volta per Xhuliana, ora che quell’aquila non mi tormenta più, ora che la passione infernale per Leida è finita, quella passione rosso nera che faceva solo male, passione infernale che travolgeva me riversandosi su Manuela, se non fosse che quel suo sguardo quella volta sapeva cos’era l’amore, come lo sapevo anch’io guardandola, quel guardarsi negli occhi e parlare con lo sguardo, senza una sola parola, che non finiva più, quando ancora soffrivo dell’aver perso Alina e dell’averla ritrovata, per perderla di nuovo e perdermi in quella passione dorata d’artificialità con Leida, quella passione rosso nera che ora non voglio più, e che si perde adesso in questa canzone che sa solo del desiderio per lei, per Ana, e della voglia di amore, che se tornassi da lei vorrei solo baciarla, guardare nei suoi occhi, come facevo l’ultima volta, e non distogliere mai l’immagine di lei da dentro l’anima, ora che rimane solo lei e ogni altra storia finisce, là dove si svela il desiderio, Ana, e non rimane più niente, più nessuna… che l’arte erotica mi sembra solo un qualcosa di passaggio, la vetta del desiderio, del piacere, della voluttà, ma come mi dicevano una relazione è tutto ciò che c’è prima e che c’è dopo l’erotismo, e mi perdo in lei, mi perdo in lei e nelle sue parole, “Al massimo tra una settimana e vado via…”, e non importa più la sua lingua, il suo paese, le sue canzoni, la sua amica dal nome Alina, che pensavo di non poter più pronunciare, e ogni volta invece le chiedo di lei e della sua amica, con la quale ha litigato, eppure la vita va avanti, come ogni cosa in questa vita, il bene e il male, fa tutto parte della vita, al di là di ogni pensiero ogni volta che vorrebbe buttarmi giù o che mi fa preoccupare, la vita va avanti e continuo ad elogiare quella normalità che mi fa sentire vero, e questo desiderio per lei, che cancella ogni falsa elucubrazione e pensiero, e bastava solo una ballad per farmi sprofondare ancora nel desiderio di lei, desiderio che è nato poco alla volta, come se l’amore poco alla volta avesse fatto un nido dentro di me solo per far dissolvere tutto ciò che non c’entrava niente, i deliri politici, i filosofismi e gli scientismi, i pensieri da setta religiosa, gli alti e i bassi, tra esaltazione e depressione, gli sviamenti di riflessioni simboliche e collegamenti che non c’entravano niente, la russità di Marina che doveva nascondere chissà cosa, o l’albanesità di Leida o di Rudina, o chissà cos’altro ancora, mentre qui tutto si dissolve, tra il nero e il blu e la luce bianca di lei, come ai tempi di Alina, che è questo il vero colore della notte, il vero colore dell’innamoramento per me, il perdersi nella stanchezza del giorno, nella voluttà della notte, nei suoi occhi, negli occhi di lei, nel suo sguardo e nel suo volto, che ora ricordo a memoria, senza confonderla più con altre cantanti o altre ragazze, lei che non è lo specchio di altre, quel mondo simbolico dove ogni cosa richiama un’altra che smette di esistere, dove lei è solo lei, e dove non ci sono più rimandi e foreste di simboli, tutto si chiarisce andando in dissolvenza, e rimane solo lei, solo Ana, che dal desiderio ha fatto nascere l’amore, con il suo sguardo, il suo saluto, le sue mani, il suo sorriso, la luce argentea dei suoi occhi, che l’unica lettura per questa sera possono essere solo poesie d’amore che mai avrei pensato di tornare a leggere, dopo mille poesie scapigliate piene di inferno come quei racconti balcanici che sembrano dipingere la cattiveria passata di Leida, mentre qui rimane solo lei, solo Ana, senza rimandi, senza simbolismi… e non so quanto ci sarebbe voluto, non lo so, so solo che ora tutto torna, nella stanchezza, nei ricordi e nei sogni e nel sentire e nella musica e nella poesia e in ogni cosa, in ogni istante, in ogni pensiero, e l’anima prende un’altra via, che sa solo di lei, del suo profumo, della sua arte, del suo sguardo, delle sue parole, della sua voce, della sua musica internazionale, del blu della notte, del nero dei suoi vestiti, dell’argento della luce dei suoi occhi, e l’immagine di lei e del suo sorriso, che due baci sulla guancia valgono di più di mille erotismi, e questo Natale torna a sapere d’amore, con lei che sarà via, e io che forse la starò aspettando, senza per forza cercare altre, cercare ancora e senza sosta erotismi che mi stordiscano, che mi diano l’elettroshock dell’anima, e la musica, la musica, la musica saprà ancora di lei, ancora una volta, là dove le lingue straniere e la musica e le parole non bastano più, come ai tempi di Alina, come ai tempi di quel prologo perduto, che ritrovo me stesso ritrovando lei, là dove tutto si dissolve, là dove si celava il desiderio, là dove resta solo Ana, e qui è ancora una volta ispirazione infinita…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Ana, al di là di tutto il resto, al di là di tutte le altre…

“Quando era in Albania, forse…”, diceva così una donna stamattina al supermercato davanti al bancone della carne, “Quando era in Albania…”… viaggio dimenticato, passato, superato, quel ricordo che aveva fatto il suo tempo, ieri, che quella frase pronunciata stamattina da quella donna sembrava fatta apposta per me, mentre ero in fibrillazione per la nottata passata di ieri… “Maria…”, diceva un altro, un altro napoletano, e non potevo fare a meno di pensare ad Ana… il potlatch, spendere soldi a più non posso, il quotidiano, la carne, al supermercato, ieri un paio di scarpette nuove, da ginnastica, everlast, l’infinito, come l’ispirazione che mi segue, il potlatch, andare a Milano dopo essere passato da Ana, vedere scattarmi una foto dell’autovelox, là dove gli autovelox non c’erano mai, superare il limite di 10 km/h, una multarella, e chi se ne frega, potlatch, esaltazione di me stesso, “Devi pensare ai miliardi!”, mi diceva Rizzi, ed è così che ci si sente bene, non pensando sempre agli spiccioli, potlatch dell’anima, esaltazione, dopo aver buttato nel passato il ricordo di Leida, Katia, Xhuliana, Alina, esaltazione dell’anima dopo che mi rendevo conto che quella che mi smuove l’anima, che mi fa ancora innamorare è Ana… “Madò, che musica triste, prendo un rasoio e mi taglio le vene, perché non mettono qualcosa di più brioso?!”, Bruna, al bar, stamattina, “E’ la sua musica”, diceva lei, indicando Paolo il cinese-italiano giovane proprietario del bar, “Ma non c’era Disco Radio una volta?”, dicevo io, sì, mi diceva Bruna, e sorrideva, e dentro l’anima avevo ancora l’immagine di Ana in me, il suo volto, la sua bellezza, la sua giovane età, le mie parole per lei, il mio sentimento d’amore per lei, un nuovo innamoramento… e ancora ieri notte, al quartiere Isola, dopo essere passato da lei, tutta l’esaltazione di sempre, stare in mezzo ad altri giovani, ad altre giovani, là, al Frida, dove andavamo sempre con i miei amici di una volta, a parlare, a dire e ascoltare cazzate, ma ieri sera loro non c’erano, e vedevo gente normale, parlare, coppiette abbracciarsi, giovanissimi e meno giovani, un sabato sera in un locale di Milano, a bermi del tè verde al limone, in mezzo agli altri, estasiato ancora dalla nottata con Ana, e dal mio sentimento per lei… fare foto alle vie illuminate di Natale, le luminarie, il clima dicembrino, la musica di Denisa che mi partiva dalle cuffie del cellulare, un sentimento nuovo, che cancellava le mille uscite con Barre, Fizi e gli altri, là, da solo, per quelle vie, completamente libero, libero di essere me stesso, di fare un giro, e poco importa se presentivo che avrei preso una multa, come l’ho presa, qui c’è l’esaltazione e il potlatch dell’anima, sentirsi alle stelle, estasiato, dopo la notte con Ana… e camminavo di qua e di là, per le vie dell’Isola, a cercare segni, a cercare di spostare l’anima da quella stanza che troppi incantesimi di magia nera ha visto, dopo che ieri risestemavo la stanza, mentre mi guardavo “Narnia” e poi il nuovo film di Zvyagintsev, “Nelyubov'”, e la stanza prendeva il volo, liberando quell’aquila e quei Balcani che mi avevano fatto una magia nera, dai tempi di Leida, di Katia, di Alina, liberare la stanza e per un attimo mettere al muro l’immagine del Tempio sacro e dei suoi giardini, solo per andare poi a messa, per rilassarmi di sabato sera, e sentire Isaia, la fine dei tempi, quando tutto il male sarà sconfitto, quando arriverà il giorno del Signore, l’era messianica, quando tutti gli odi di questa terra saranno sconfitti, pensiero che mi ispirava l’anima, dopo lo stress del fine settimana lavorativa, in mezzo a discorsi d’odio e discorsi pesanti, di quei colleghi dalla mente ottusa e chiusa, e le parole di Isaia risuonavano davvero profetiche, così come l’anelito alla libertà, alla pace, all’amore… liberare la mente da pensieri che erano diventati di magia nera, là, davanti all’altare, la magia bianca dell’anima, liberare l’anima, e non pensare più a discorsi vagamente depressivi, che stamattina Bruna aveva davvero ragione, a cercare della musica più briosa, più gioiosa, più viva, e nel ricordo di Ana tutto questo si realizzava… prima il film di Narnia, nel quale mi era impossibile identificarmi, film per bambini, film di Natale per bambini, della Walt Disney, quei tempi sono passati ed era impossibile trovare quella stessa sensazione natalizia dell’infanzia, la storia non mi faceva più sognare, e non vedevo neanche la fine, visto che lo streaming si bloccava a venti minuti dalla fine, sarebbe stato un bel film vent’anni fa, in casa di mia zia a Milano, insieme con i miei parenti, dopo il pranzo di Natale, nel pomeriggio, per sognare, ieri non era più così, sarebbe potuto essere un film per i miei nipoti e le mie nipotine, ma non per me, e i tempi cambiano… che mi perdevo invece nel film nuovo di Zvyagintsev, “Nelyubov'”, non amore, si potrebbe tradurre, senza amore, questo film di questa coppia quarantenne in procinto di separarsi, con un figlio di dodici anni, loro due che hanno già rispettivamente lei il suo amante e lui la sua amante, scene d’erotismo sfilacciate dall’oscurità, dove l’amore sembra solo un lontano ricordo, parole d’amore che suonano di circostanza, parole false, e nel resto della giornata il mondo alienato tra lavoro, parrucchieri e centri benessere, la vita in giro sembra accompagnata dallo smartphone che porta un’altra realtà, la realtà virtuale in questa pellicola dal sapore di realismo, mentre la radio e la televisione danno notizie di improbabili santoni che proclamano la fine del mondo, o le solite diatribe in governo, o le solite notizie sulla ribelle Ucraina, la realtà che si sfasa tra la vita e il mondo dell informazioni… e in tutto questo questa coppia non si cura del figlio, chiuso nella sua stanzetta a fare i compiti, a dire che non ce la fa più, a non ricevere amore, la coppia che pensa solo lui al lavoro, lei a trovare l’uomo ideale, a farsi seducente con i discorsi con le amiche, a prendere in giro l’ortodossia del marito, e il figlio dimenticato a sé che si perde nei boschi, che andava con il suo amico nei posti abbandonati, tipico di tanti ragazzini di quella età, dove nelle macerie trovano la metafora della loro vita tra infanzia e adolescenza, macerie delle relazioni con i genitori, una volta forse avvolgenti, ora ridotte a macerie con il crescere… e la pellicola si divide poi in questi istanti, tra l’amore che non c’è per il figlio e neanche tra i genitori, alle prese con i loro nuovi partner, quando la pellicola si spezza e il figlio scompare… non si sa se sia scappato di casa, se sia stato rapito, non si sa, la polizia dice che statisticamente i figli che scappano di casa tornano dopo una decina di giorni, che non hanno i mezzi per cercare tutti i dispersi, per questo ci sono i volontari, che setacciano i boschi, i luoghi abbandonati, come suggeriva loro l’amico del ragazzino, ma senza trovare niente, mentre il rapporto tra i due quarantenni si spezza di più, anche quando vanno a casa della nonna del ragazzino, che vive da sola, che si lamenta e li manda a quel paese, e si comporta in tutt’altro modo rispetto a come quell’icona sacra calendario potrebbe far pensare, egoismo puro… e si cercan di qua e di là il figlio scomparso, ma non si trova, trovano solo un cadavere, la polizia, e i due provano anche a riconoscerlo, “Sarà forte”, dice il poliziotto, la visione della morte orrenda, un corpo straziato, le lacrime, l’orrore, “Non è lui!”, dice la madre, con le lacrime agli occhi e uno scatto d’odio contro il marito… non si trova, e non si troverà il ragazzino fine alla fine del film, dove lei vive con il suo nuovo uomo, dove lui vive con la sua nuova donna, il ragazzino dimenticato, di cui resta solo una foto sui tralicci della città, “Ragazzo scomparso”, nell’indifferenza generale, la polizia che più di tanto non può fare, i genitori che non sanno e si dimenticano di lui, alla fine, che importa, basta separarsi e stare con i nuovi compagni, non c’è amore, dov’è finito l’amore? Sembra dirci il regista, è sparito, come il ragazzino che non si trova più… pellicola dai toni grigi e scuri, la Russia e la società contemporanea, che non è più capace di amare, altre sono le occupazioni, quell’appartamento che alla fine del film viene anche venduto, l’immagine della stanza del ragazzino dove ora lavorano chi deve rifare l’appartamento nuovo, la vista sulla strada grigia di quell’appartamento in un palazzo come tanti, l’amore che non c’è, disperso come il ragazzino tra i boschi e i luoghi abbandonati, superbia delle immagini dai toni grigi, blu e scuri, un incanto per la vista, un incanto per le emozioni che riesce a trasmettere, l’amore che non c’è…

Finivo così la mia serata di ieri, e pensavo solo a liberarmi di me stesso, dopo la messa, dopo l’abolizione di quell’Albania in me che aveva fatto il suo tempo, ispirazione esaurita, e quel tempio sacro indicava solo la voglia di andare là fuori, di uscire, di liberarmi da quella stanza, e sognavo una serata a Milano, nel mio quartiere di sempre, tra pub e cafè e street food, e luci di Natale, senza i discorsi malati di quegli amici, libero, da solo, libero una buona volta per tutte… e uscivo con la macchina e passavo davanti a lei, davanti ad Ana, non mi volevo fermare, non volevo, ma una parte di me mi richiamava a lei, il Natale, il Natale, lei che tornerà al suo paese per le vacanze di Natale, la voglia di parlarle, di augarle buone feste, la sua bellezza, quella bellezza che mi faceva capire che l’unica ragazza che ora mi fa sognare è proprio lei, le altre non le nomino neanche più, perché non sono niente… fare un giro, arrivare quasi a Milano e tornare indietro, per fermarmi da lei, l’anima esaltata, piena di vita… fermarmi da lei, scambiare due parole, lei che andrà via e tornerà, lei che parlava in romeno con la sua amica, il suo cappellino di lana, il suo giubbottino di pelle nera, i suoi leggings neri, i suoi stivali neri, la bellezza della giovinezza e le mie parole d’amore che uscivano, i suoi sorrisi, la sua voce leggera, che sentivo l’anima muoversi di nuovo, verso la bellezza, verso il piacere, verso i sentimenti di gioia e di pace… starle affianco, quando pensavo di parlarle e basta, di scambiare gli auguri, ma poi la voglia si faceva sentire, la voglia della sua bellezza, del suo corpo di cui godere, della sua arte erotica, come un bacio che non possiamo darci, i suoi seni, le sue gambe, la sua schiena, godere con lei, con le sue parole brevi e la sua arte erotica, più bella di qualsiasi pornografia, la visione erotica e l’amore, l’esaltazione dell’anima e la voluttà, per liberarmi da quei sentimenti pesanti e opprimenti del giorno prima, liberare l’anima, liberare l’anima con Ana… che tornerà presto, diceva, verso febbraio, lei che dovrà fare la patente, diceva, così non starà più al freddo lì dove sta lei, le sue mani fredde, cercare di scaldarle, il riscaldamento della macchina che lei voleva ancora acceso, per riscaldarsi un po’, il suo consiglio di fare un salto a Milano, come le dicevo, anche senza i miei amici, ho litigato, che palle, davvero, ma si vive anche così, nella libertà della notte, con Ana… che cadevano mille pensieri appesantiti e opprimenti, l’anima si liberava, che non c’era più bisogno di talismani e di oggetti vagamenti spirituali in quella stanza che reclama solo la libertà di uscire, di vivere, di andare in giro, di vivere al di là di tutto, di non gettare l’ancora in un posto che troppe volte opprime, tra lavoro e studi, liberare l’anima uscendo, una stanza che non sa più di niente, ma solo della voglia di libertà e di uscire, nella libertà della notte con Ana… liberare l’anima, sapendo che ora lei per un po’ di tempo non ci sarà, e volere solo lei, volere solo lei, senza sforzarmi di farmi piacere ragazze che non mi piacciono, che non mi dicono niente, l’unica che mi smuove l’anima è lei, Ana, ed è così, solo in lei trovo la gioia, il piacere, la voluttà, le frasi carine e d’amore, i gesti d’amore, la sua leggerezza, la sua bellezza, che ancora mi perdo nel suo volto, dall’ovale particolare, il suo sguardo, il suo sorriso, le sue labbra, che ci si agurava un buon natale, con due baci, come ogni occasione, e un “ci vediamo” che non si sa quando sarà, che non ci penso più a volere altre ragazze per un po’, voglio solo lei, perché solo lei mi fa sentire vivo e gioioso, Ana…

La nottata tra le vie di Milano, con lei sempre nei pensieri e nell’anima, la libertà della notte, le canzoni maneliste, le vie di Milano a festa, potlatch ed esaltazione dell’anima nonostante la multa, il pensiero di Ana che dà tutta la gioia del mondo, i discorsi altrui pesanti che si dissolvono, la chiusura che si libera, una gabbia dell’anima sventrata dalla voglia di libertà, di pace e amore, dalla voglia per Ana, sognarla ancora, da sveglio, e non sognare più strani sogni, come stamattina, dove mi si presentava una ragazza mezza russa e mezza albanese, come diceva nel sogno, che mi sembrava già la donna della mia vita, mentre era solo il riflesso di una ragazza che vedevo passeggiare ieri sera a Milano, una ragazza albanese in mezzo ad altre ragazze albanesi, sue amiche, una mora dai capelli un po’ ricci, delle ragazze per niente affascinanti, che ritornavano però nel sogno, in un luogo che era una specie di ostello dove mi preparavano a chissà quale colloquio di lavoro, come nei miei antichi sogni inglesi, e compariva lei, che mi parlava un po’ in russo, un po’ in albanese, nel sogno, ora che libero l’anima anche nei sogni dove ad un tavolo di un’osteria notturna tra decina di persone compariva un personaggio da satira, che rispondeva con frasi fatte ad ogni domanda, ad ogni commento, senza dire niente in sostanza, senza poter aggiungere niente ai discorsi, un personaggio di completa povertà intellettuale, una satira nel sogno di quella gente che mi circonda, senza un’anima, e quel personaggio se ne andava via dalla tavolata dell’osteria non riuscendo a citare Woody Allen che neanche conosceva, solo per poi vedere io Berlusconi che stappava una bottiglia di rosso e prometteva che avrebbe messo un litro di vino all’osteria ad un euro per tutti, e tutti facevano baldoria, c’era il vino, c’era l’estasi della tavolata, e con quell’alcol che straripava dalla bottiglia mi svegliavo…

Solo lei, solo lei, solo Ana, che mi dà il brio, la gioia, la voglia di vivere, la leggerezza e la libertà, l’esaltazione dei sensi, che mi sento di nuovo vivo, tra Bruna e il bar, il supermercato e l’edicola, questi giorni che saranno, il Natale, il lavoro, i giri a Milano, la nottata passata a cercare di capire come funzionava Instagram per fare le foto, ma cosa me ne frega a me di Instagram? Cosa mi interessa di quella multa da pochi euro, cosa mi interessa di stare lì a contare i soldi, di pensare e strapensare, di fissarmi sui Balcani e sull’Albania e sulla Russia? Cosa me ne frega, potlatch ed esaltazione dell’anima, Ana e una nottata a Milano, libero dagli amici, da tutto, da tutti i pensieri, vivere la vita, viverla, andare in giro, liberare l’anima e dentro di me un unico sentimento che vuole e desidera e sa di Ana, al di là di tutto il resto, al di là di tutte le altre…

Prosa Poetica, Visioni

Per essere un uomo in mezzo ad altra gente normale…

Piccolo infortunio sul lavoro, un’unghia pestata da uno smontagomme, come una martellata sul dito, dolore, unghia che diventerà presto nera, libido azzerata… non sapere che fare in questo venerdì di festa, andare al supermercato come ogni fine settimana, passare la mattinata a leggere LaRepubblica, la nuova intifada, i neofascisti, notizie di qua e di là per rinfrescarsi la mente da quei discorsi ottusi della gente sul lavoro, uno più leghista dell’altro, discorsi che non si possono sentire e, oltre a questo, adesso non aver voglia di niente e ricordarmi pure del lavoro per il male che sento, la poca voglia di ragazze, il dolore che c’è e che mi fa sragionare e maledire quei colleghi, ma meglio non pensarci…

Il primo pomeriggio, da non sapere davvero che cosa fare, troppo stanco e stressato per continuare a leggere il giornale e l’inserto, e decidere di andare a fare benzina, fare un salto magari dal Barresi per fare due chiacchiere dopo lungo tempo… non c’era, per fortuna, perché i suoi discorsi maniacali mi avrebbero portato solo male… e allora andavo in macchina fino in stazione e decidevo di farmi un salto in centro, a Milano…

La biglietteria automatica che non funzionava, il bar che vendeva i biglietti che era chiuso, e allora salire sulla prima carrozza per fare il biglietto direttamente in treno, un treno affollato… altri giovani e altri che dovevano anche loro fare il biglietto, un quarantenne con barba e capelli lunghi che sembrava Gesù Cristo, un ventenne barbuto come va di moda adesso che pagava con il bancomat, e una ragazzina che poteva più o meno avere la stessa età di Ana, che viaggiava insieme al nonno e alla nonna, e stare lì, in piedi, sulla prima carrozza, di fianco a lei, per gustare il bello di un fine settimana senza voglia di Ana, con il solo piacere di stare insieme ad altra gente, in comune, in un trasporto pubblico, liberandomi dei pensieri maniacali che sarebbero saltati fuori parlando con il Barresi… e c’era anche una trentenne bionda seduta più in là, una bionda che sembrava un’ucraina, una specie di Liana in versione più giovane, verso la quale lanciavo qualche occhiata senza neanche farlo apposta, ma poi mi stabilivo lì, di fianco alla ragazzina e ai suoi nonni, per godermi questo fine settimana senza slanci erotici…

E il treno andava e andava, per mezz’oretta, fino a quando si arrivava a Milano, e scendevo, con il mio biglietto fatto sul treno, e camminavo subito oltre la stazione lì in centro e mi dirigevo verso il Duomo, per fare un salto in libreria Feltrinelli, guardare un po’ di libri nuovi, senza dover passare per la biblioteca che sarà chiusa fino a lunedì, e districarmi tra l’ammasso di persone che c’era, la calca, la ressa, di un’Immacolata fatta apposta per muoversi e visitare il centro…

Camminavo e camminavo, e cercavo di guardare la gente intorno a me, persone di tutte le età, di ogni condizione economica, di ogni genere, e notavo anche che la gente che fumava era davvero poca, e mi veniva quasi un sendo di colpa ad accendermi una sigaretta, dopo che troppo spesso sul lavoro mi dicono di smettere di fumare e fanno commenti, ma poi, più di tanto non ci pensavo, è già tanto aver diminuito un po’, e va bene così… mi incamminavo verso il centro, con l’idea magari di fare qualche foto, qualche foto dell’Italia per la lontana Rudina, foto da caricare su Instagram, e fotografavo il nuovo albero di Natale e la facciata del Duomo, due foto scontate, per niente originali, ma che possono sembrare interessanti per chi vive a Tirana e non si è mai spostata in Italia, come è il caso di Rudina, e me ne andavo verso la libreria… quanta gente, che ressa, come può essere Milano solo nei periodi di festa, ma che sollievo entrare in libreria e vedere altra gente che cercava libri, altra gente come me, segno che non sono l’unico, per fortuna, a interessarmi di libri e cultura, e trovavo una sorta di comunanza con quelle persone che sul lavoro non incontro mai… il reparto dei libri di filosofia, un reparto molto ricco, Cioran, Deleuze, Derrida, oltre ai classici, e due giovani studenti universitari che mi ricordavano i miei anni di università, la mia passione filosofica, di me e di Fizi, prima che si rovinasse anche lui, ed era divertente vedere quei due giovani, alle prese con i loro sogni, le loro letture preferite, i loro scambi di idee, e mi rendevo conto che non ero l’unico a stare lì davanti a quello scaffale, ma c’erano anche altre persone, tutte interessate… sfogliavo i libri di Galimberti, guardavo il prezzo, non mi andava di spendere quei miseri euro che avevo in tasca, e guardavo i libri di Cacciari, “Icone della legge”, guardavo il prezzo, e pensavo che se proprio volevo c’è comunque la biblioteca, Cacciari che ieri mi faceva una buona impressione a vederlo in televisione commentare della politica, in un momento della serata dove mi sentivo morto, sopraffatto dall’ignoranza della gente sul lavoro, infortunato e senza alcuna libido, completamente stanco morto e frustrato, indignato e preso in giro come un Cristo in croce, da tutte quelle idee e quel modo di fare fascistoide sul lavoro, che vedere come l’emergenza neofascista non sia solo presente nella mia vita, ma presente anche nella società, mi dava un senso di comunanza con chi non ne può più, e mi faceva andare avanti… non compravo il libro di Cacciari, non avevo voglia di appesantire le mie letture e le mie giornate, e andavo anche oltre quei due giovani studenti di filosofia, guardavo lo scaffale dei libri con la giusta distanza, senza esserne attratto come un consumista culturale, e facevo un giro ancora lì in libreria, tra i miei simili, sentendomi ancora accomunato con altra gente, appassionata di cultura, e guardavo anche oltre quell’altro libro di Cacciari sulle icone, ripensando agli ultimi libri di arte iconica che avevo letto, e non c’era affatto bisogno di esagerare con l’argomento, bastava solo visualizzare quelle immagini e stare un po’ tranquillo… me ne andavo, riprendendomi, ritrovando la forza, ripensando ai miei libri sui Balcani, alla lingua albanese, a Rudina, e ritrovavo quell’ispirazione che sembrava perduta…

Camminavo ancora fuori dalla libreria, in piazza Duomo, passavo in mezzo alla gente e tornavo verso la stazione, per comprare il mio biglietto alle macchinette automatiche, per salire sul treno e tornarmene a casa e stare tranquillo con i miei libri… di fianco a me, sul treno, si sedeva una coppia, marito e moglie, con il loro figlio sui dieci anni o giù di lì, e mi veniva da pensare… la vita adulta, marito e moglie, un figlio… che mi sembrava un altro mondo, e mi mettevo a guardare il mio telegiornale in albanese sul cellulare mentre vedevo come Rudina, al di là del mare, avesse messo i suoi “like” su quelle due foto di Milano, come immaginavo… una moglie, una vita decente, una vita seria, quell’uomo che si preparava una sigaretta davanti a me, i consigli di Manzato quando mi diceva che anche sua moglie gli aveva detto di riprendere a fumare, quella vita da adulti che per un attimo mi sembrava da desiderare, un obiettivo, e pensavo a Rudina al di là del mare, una vita che forse non sarà mai, e lasciavo perdere anche i pensieri per Ana, mentre provavo a pensare a cosa significhi essere padre e marito, avere una moglie, avere dei figli, e cercavo di ritrovare la fiducia in me, nel mio essere uomo, nel mio essere informato e cercare di conoscere, senza farmi venire sensi di colpa per il fumo, o perché sono di sinistra, o perché sono un po’ intellettuale, rispetto a quella gente ignorante e fascista sul lavoro, gente moralista, ottusa, per me insopportabile, e cercavo ancora comunanza in mezzo agli altri, in mezzo ad altre persone che non quelle che di solito mi circondano, e cercavo di essere me stesso… la famiglia scendeva a Paderno, luogo simbolico per me, là dove c’era Katia, là dove c’era Leida, là dove c’era quella scuola che mi ha fatto conoscere la filosofia, la lingua tedesca, la cultura, quella scuola che mi ha cambiato la vita, il modo d’essere, che mi ha aiutato ad essere uomo, insieme ai suoi insegnanti, e mi dicevo che potevo stare tranquillo, senza pensare troppo alle sigarette, a questo male che mi azzera la libido, a quel sogno d’oltremare dove è confinata Rudina, senza che lasci spazio a nessun’altra ragazza, e sopratutto cercavo comunanza con gente assennata, gente normale, gente con cui poter parlare e discutere davvero, senza la gabbia di quell’ambiente orribile che c’è sul lavoro…

E arrivava anche la mia fermata, scendevo e andavo verso la mia macchina, lasciata nel parcheggio, e cercavo di essere me stesso, in mezzo a quella gente, a quelle persone normali, alla ricerca sempre della comunanza con gente normale, e pensavo ancora a lei, a Rudina, al di là del mare, che l’Italia e Milanon non l’ha mai vista, e chissà cosa sogna, e rimandavo i pensieri erotici ad altri giorni, ad altri giorni dove questo male non si farà più sentire, dove l’oppressione del lavoro non ci sarà più, quando ci sarà comunanza con gente normale, quando le cose si saranno stabilizzate, e mi dicevo che in fondo potevo ancora dedicare il mio tempo ai miei libri, alle mie letture, ai miei programmi preferiti, per essere ancora me stesso, per crescere, per essere un uomo in mezzo ad altra gente normale…