Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

E l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Impossibile da scrivere, le lacrime e il sangue, visione finale, di compiutezza di chi era dimenticata, Leida… ritornava tutto, in quelle lacrime, in quel sangue redentore di una crocifissione che diventava una canzone, una musica, un canto, il ricordo di lei, tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, e invece tornava, nei ricordi… non c’era modo di smettere di sentire lo spirito là dove pensavo fosse ormai perduto, e quel simbolo a lungo detestato, scacciato, che si voleva estirpare, tornava con forza, come l’unico simbolo religioso rimasto, l’aquila albanese… mia crocifissione e resurrezione personale, là dove non si capisce più niente, là dove c’era la chiesa cattolica, l’ateismo, la chiesa ortodossa, l’islam, là dove c’era lei, Leida, la senza religione, al di là della religione, in quel chiedersi cos’era lei, ed era solo amore… tornavo a casa da quella chiesa solo per vedere i miei in giardino, e mi sembrava ancora di essere là, in quegli istanti, in quei giorni al mare in Albania, dove la bandiera con l’aquila svettava in ogni dove, e mi sembrava di vedere loro due, dopo la storia mia con Xhuliana, dopo la morte della nonna, i miei genitori, ancora vivi, anziani, e il ricordo di una loro foto sui monti in Grecia mi ritornava, ancora vicini, nonostante i loro continui litigi, le discordie, ancora assieme, mentre io non ho più né Xhuliana, né Leida, né Alina, e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue… non serviva a niente bersi un altro caffè al bar, quello degli anonimi, né quello, né quell’altro bar, un bar di nessuno, un bar di niente, un bar del silenzio, un bar anonimo, un bar dell’assenza… non serviva a niente bersi quel caffè, lo spirito sprofondava di nuovo nelle lacrime e ricordavo la serata prima alla vicina pizzeria dei turchi, quando incrociavo un albanese, ti je mir?, va bene?, diceva, pascià!, all’amico suo turco, l’oriente, le canzoni turceasche, le cantilene coraniche, la musica albanese, stai bene? Come va? Shum mir, molto bene, diceva un altro albanese il giorno prima, davanti al bar dei cinesi e dei romeni, e tutto ritornava in questa spritualità linguistica nel ricordo del sangue di lei, Leida, lacrime e sangue, e parole di una lingua non mia, che si elevava nei cieli, e si disperdeva nell’etere… tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, rimuovendola, solo per tornare così, dal profondo dell’anima, una voragine, le lacrime e il sangue e l’aquila che porta su di sé tutti i mali e il bene del mondo, e ogni cosa che si fa per amore va al di là del bene e del male… ricordare ieri sera in pizzeria a vedere il matrimonio di Harry e Meghan, lustro di chi in chiesa non va per espiare, ma per sancire l’amore, Harry, la mia età, il matrimonio, l’amore, e perdersi in quell’ambiente, così lontano dai fasti reali, una pizzeria di periferia, tra i turchi e gli albanesi, a chiedere a mio padre al telefono se voleva che gli portassi una pizza, anche a mia madre, la pietà famigliare dopo una giornata passata a Paolo Sarpi con quell’amico per comprare il regalo all’altro amico, una bottiglia di whiskey giapponese, e l’ambiente estraneo, e gli sconosciuti, e le sconosciute, un senso di anonimità e insignificanza, un nessuno tra i tanti, dopo che il giorno di ieri era fatto di musica satanica e apparizioni di vecchie stelle al contrario, tra le corna di una divinità degli inferi, musica di una volta, il nero dell’anima, l’inabissarsi negli inferi, solo per risalire un attimo andando in biblioteca a prendere quei libri sulla Russia, sulla Cina, e scambiare due parole e dei sorrisi con i bibliotecari, Marco e Michela, sulle avventure di altri scrittori che avevano ospitato lì, personaggi particolari, simpatici, e la voglia di vivere e di andare incontro alla gente c’era ancora, dopo l’abisso e gli inferi, c’era ancora vita, che si rimanifestava in quella canzone albanese che canticchiavo, dopo il sorriso di lei, di Michela, a salutarsi per il fine settimana, c’era ancora vita, non c’era solo il nero dell’anima, l’abisso, la stella al contrario, le corna di una divinità degli inferi, la musica del metallo nero, c’era ancora vita… e la giornata di ieri sarebbe stata così, mai avrei potuto immaginare di rinascere tra lacrime e sangue quest’oggi, ricordando lei, Leida, tre anni andati via, Ana che non può darmi quello che mi dava lei, Alina che ormai c’è e non c’è, e non può ritornare come una volta, anche se si sposta l’asse terrestre dell’anima ogni volta che la vedo, e le lacrime e il sangue erano catartiche, purificatrici, mi facevano rinascere dalle ceneri di un oltretomba nero dalla musica di metallo e sotto il segno di una stella suicida, e non c’era bisogno di libri da cieli neri di paesaggi nordici, thriller norvegesi, il diavolo, certamente, di altri scrittori, ricordavo solo le pagine sulla Russia dell’altro giorno, il messianismo russo, tra comunismo e ortodossia, vecchie parole universitarie che finalmente non mi spaventavano più e non rievocavano depressione, ma ispirazione infinita, di un’aquila, delle lacrime, del sangue, di lei, di Leida, di Alina, di Katia, e di ogni cosa… ho ancora altri libri che rievochino ora quegli anni universitari passati a sognare una Russia che non c’è, che forse c’è solo sui libri e nell’anima, e la storia ancora ritorna, per finire nell’infinito, nel ricordo di lei, e dello spirito ritrovato tra lacrime e sangue, ed ogni cosa diventa ora sacra, purificata, linda, nel ricordo di lei… e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

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Prosa Poetica, Visioni, Sogni

Nel nulla che avanza…

Non li reggo più, non reggo più neanche i libri, neanche quelli del Dalai Lama che avrei voluto prendere in prestito, a che pro? Cercare la quiete e tutti i suoi modi quando la quiete c’è già? Non c’è bisogno di libri, neanche quelli dell’arte buddhista, dopo questa ondata di Estremo Oriente tra Paolo Sarpi e gli amici cinesi che rivedevo l’altro giorno… è già tanto se riesco a mettermi lì davanti a Final Fantasy e non pensare più a niente, e non mi va di riflettere e pensare ancora, come dicevo ad Alex, ora come ora: “Ho bisogno di dimenticare…”… dimenticare quelle ragazze, i giri dell’anima, le idee assurde su divinità fai da te, e non mi va più di leggere niente, è già tanto se leggevo quel libro leggero sulla Cina contemporanea, i cambiamenti dalla Cina antica, il maoismo, il comunismo, il consumismo, l’occidentalizzazione, libro di cultura alla fine, proprio come quelli leggeri dei tempi di Mediazione in Università… e non mi va di aprire romanzi nobel come Mo Yan o Pamuk, sono stufo, ho il rigetto, come mi dicevano le educatrici, il rigetto… che non mi va più di leggere niente, e se ho preso Vittorio Strada in biblioteca è solo per sfogliare quelle pagine che contengono sempre le stesse cose, come per fare un ripasso delle assurdità sulla Russia che sentivo in università, come per rinfrescare l’incubo, e ridipingerlo di bianco e di indifferenza, l’incubo della Russia… che non mi va neanche di star lì a guardare la televisione internazionale tedesca in inglese, le sue notizie di politica internazionale, le solite cose… ci vorrebbero solo più amici, parlare di più con loro, e il vero me stesso, i veri miei pensieri salterebbero fuori, mentre qui, nei recessi di me stesso, perso nella mia solitudine, si scatena solo l’inferno… e ogni tanto combatto con immagini della mente che vorrebbero ergersi a nuovi idoli da adorare, come aver trovato la pietra filosofale in qualche immagine, in qualche simbolo, mentre poi l’ondata del niente spazza via sempre tutto, e lo so bene, anche dopo l’ennesima ondata di Alina, che per fortuna è già passata… non so cosa farmene delle giornate, e a volte rischierei di diventare schizofrenico tra questo lavoro che c’è e non c’è, tra questi lavoratori che vanno e vengono dall’officina, e non sai quando hanno bisogno e quando no, e non sai neanche come organizzare la giornata… mi passa anche la voglia delle lingue straniere, di mettermi lì a imparare, a che pro? Perché tanto poi nessuno ti chiama, non hai voglia di parlare con nessuno, e non ti va proprio giù di metterti e imparare nuove lingue, senza che nessuno ti sostenga, ti insegni, e non sai più che fartene delle lingue imparate, né per il lavoro, né per la vita… ed è già tanto se non ti butti giù sul letto e dormi il giorno intero, come stamattina facevo, e poi dopo pranzo, solo per svegliarmi con un incubo di un disegno bianco di un leone colorato di azzurro, e lo sfondo marrone color terra, “Il mio ultimo disegno!”, dicevo nel sogno, io quattordicenne, “Il mio ultimo disegno!”, la mia parola finale, poi basta disegni, l’azzurro e il marrone, il cielo e la terra, e non riuscire a svegliarsi da quell’incubo sogno, e avere visioni del Cristo con la corona di spina, ed io che sembravo sul punto di morte in un letto di ospedale, con quella visione, e non riuscivo più a svegliarmi, e gridavo, nell’incubo: “Aiuto! Aiuto!”… mi svegliavo, poco dopo, intorpidito, intirizzito, svarionato dal troppo sonno, con la mente confusa, senza sapere più che fare, e la vita e la giornata e ogni cosa non avevano più obiettivi, non c’era più alcuno scopo, era il nulla totale, un nulla bianco che mi avvolgeva… e ciondolavo di qua e di là, prima di giocare un po’ a Final Fantasy, prima di leggere le prime pagine di quel libro orribile di Mo Yan, attratto com’ero dalla copertina con quei monaci, pensando che fosse un libro illuminante, mentre era il libro più terreno che potesse esistere, lo riportavo subito indietro… era arrivato “Impero e rivoluzione” in biblioteca, non lo leggerò neanche, mi sa, corteggiavo quel libricino del Dalai Lama invece, e lo lasciavo lì, “Nessun oggetto merita desiderio” diceva il Buddha una volta, a che pro leggere qualsiasi libro? Aprirlo? Sfogliare le pagine? Concentrarsi? Lo lasciavo lì, insieme a quell’altro sull’arte buddhista, e rovinavo la giornata con troppe sigarette, con il nulla che avanza e ti stritola il viso, un dio che riapre il suo paradiso nelle porte del nulla che mi avvolge, e non rimane più niente, forse solo la cantilena coranica di un “Audu billahi mina shaytani irrajeem”, lontano da ogni immagine, ogni parola, ogni visione, ogni desiderio, un nulla bianco che mi avvolge… non so neanche perché ieri sera provavo a cercare conforto in quelle canzoni pop di tarda epoca sovietica, i “Laskovij maj”, dalle sonorità anni ’80/’90, quelle sonorità che mi fanno venire in mente sempre delle overdose di eroina, e non mi andava più giù neanche quella musica, né nessuna altra canzone pop, né niente di niente, è il nulla bianco che avanza e mi avvolge, e non rimane più niente, più nessuno, più nessuna, e non ho neanche voglia della camminata serale, che di solito rilassa, e se la farò la farò solo per vizio/abitudine dopo cena, per silenziare ancora di più questo nulla bianco che mi avvolge, e poi non ci sarà più niente, proprio più niente, forse solo il sonno… e non mi va di far niente, sto bene così, in questa inessenza di ogni cosa, in questo rigetto, in questa stanchezza che non vuole più niente, più nessuno, più nessuna, e dormirei e basta, e mi disintossicherei da ogni cosa, e non vorrei proprio più niente, solo quei famosi quattordici giorni di vacanza che sognavo: dormire altrove, non parlare più con nessuno, alzarsi altrove, andare a dormire altrove, nel silenzio di una stanza, nella mia solitudine, lontano da tutti e da tutto e da tutte, nel nulla che avanza…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

ハ-ト, hato beer, 阿斗, atou, “Ato!”, diceva il cinese, ato, adou, lo scemo incompentente figlio di un regnante dei tempi antichi in Cina, una figura mitologica quasi, lo scemo, il folle, l’inetto, il mio nome cinesizzato: “Ato”, come mi diceva quel cinese una volta, Ato, Aldo, versione cinese del mio nome… quel cinese in quel negozio cinese di cibi, bevande, spezie, ciotole, tazze, cibi surgelati, incensi, birre e liquori estremo orientali, il Kathai, a Paolo Sarpi… Paolo Sarpi… che ci andavo sempre da adolescente, insieme ai miei amici cinesi, a comprare le cassette di musica cinese, i vcd di film cinesi, con la speranza e la voglia di imparare la lingua cinese, i miei anni con gli amici cinesi, altri, a cercare la ragazza che non arrivava mai, la ragazza cinese, quando ai tempi mi ero innamorato della vicina cinesina… tempi andati… “Paolo Sarpi, mi ricorda la mia prima gioventù, come facevo a uscire con i cinesi?”, dicevo al mio amico fumettista italiano, Barresi, “Eh, vabbè, ci sta…”, diceva lui, e il mondo si apriva… “Ato!”, diceva quel cinese quando compravo la birra giapponese al tè verde: Hato, traslitterizzazione giapponesizzante della parola inglese “Heart”, cuore, il mio nome cinese, Ato, la parola giapponese/inglese che diventava il mio nome, Ato, come mi chiamava quel cinese una volta, lo scemo, il folle, l’inetto, l’incompetente figlio di principi, il padre… il lavoro… la famiglia… nel nome del padre… il mio nome… il nome che nell’antica Cina cambiava, a seconda di chi ti nominava nella società, come in certe tribù africane, il nome nel mondo, nell’esistenza, nel vivere, non il nome della nascita, Ato, un altro mio nome, l’inetto, e Barresi che mi ricordava come mi chiamavano invece nella scuola giapponese di un tempo, Arudo, Arudo-san, アルドさん, ricordi di una vita precedente, di più vite precedenti… quando andavo alla scuola di giapponese, quando uscivo in Paolo Sarpi, quando uscivo con gli amici cinesi, quando studiavo cinese e giapponese, quando oggi, rivedendo tutti quei prodotti estremo orientali mi perdevo negli ideogrammi, nei simboli strani, nelle scritte giapponesi, come quel 白龍の酒, hakuryuu no sake, il saké del drago bianco… troppi ricordi… gli amici cinesi, l’ultima cinesina nel ristorante italo-cinese, Valeria la cinese che ogni lunedì mi serve il caffè al bar, Paolo e il suo vendermi le sigarette, Leo che mi parlava l’ultima volta della sua tipa, Alex che mi parlava della Cina… la Cina… l’Estremo Oriente… troppi ricordi… troppe suggestioni… come quella Kazaka estremo orientale che una volta mi facevo, là, vicino alle rotaie del tram, prima che comparisse Leida, poco dopo Diana la russa, forse tra Magda la polacca, e chi si ricorda più… le cinesi… le estremo orientali… i centri cinesi di massaggi che non vorrò mai frequentare, le cinesi che sono sacre, il primo amore, una cinesina, forse, la libido della mia prima giovinezza… Ato, il mio nome cinesizzato… tre bottigliette di birra, come tre lattine, tre bottigliette di birra giapponesi, e di fronte a quel cinese che mi diceva: “Ato!”, non dire niente, ritrovare solo nella sua pronuncia, nella sua voce, l’esatta pronuncia di quel cinese che una volta mi chiamava: “Ato”, cinese amico di cinesi, ai tempi di QQ, delle chat cinesi, delle amicizie, della follia ideogrammatica, delle lingue estremo orientali, l’infinito… e non dire niente a quel cinese oggi, guardarlo solo negli occhi, ridere, sapere che quel nome è un nome di un folle, e non dire niente, come spesso si usa in Cina, l’elisse delle cose, il non detto, il messo tra parentesi, il silenzio, una sospensione di parole che si fondano sul: “Non lo so”, “Non te lo dico”, “Non si può dire”… ridere e comprarsi tre birre, di fronte a quell’italiana che faceva la promoter, quella giovane ragazza, che mi diceva di assaggiare le patatine viola, di non so che tipo, assaggiarne una e dire: “E’ come le altre patatine”, “La patatina non si rifiuta mai”, diceva un cameriere una volta… e uscire da quel negozio solo con l’idea di dover fare un regalo al Barresi, il suo whiskey giapponese, Sunton o qualcosa del genere, da chiamare Fizi un pomeriggio e andare là a comprare questo benedetto whiskey, un giorno di questi… ma fa niente… pranzare con Barresi al ristorante cinese, involtini primavera, spaghetti di riso, vitello e soia, manzo e soia piccante, ravioli, pane cinese, che si mangiava tutti quanti assieme, dividendo le portate, e si mangiava bene, si mangiava tanto, forse pensando sempre all’affascinante proprietaria del Long Chang di Paolo Sarpi, la cinese già sui quarant’anni ormai, e si faceva finta di niente quando di fianco a noi si sedevano le milanesi upper class con la puzza sotto il naso, i discorsi radical chic, e si provava invece simpatia per la negretta con due figli che arrivava dopo, comunione tra le stessi classi sociali, simpatia per i poveretti, che Barresi manifestava apertamente, lui, eterno abitante di case popolari con la fissa di diventare miliardario e upper class, le classi sociali, Karl Marx, quel documentario sulla Cina che vedevo qualche giorno fa sulla televisione internazionale tedesca, documentario su Karl Marx, a dire il vero, dove però in Cina tutti conoscevano il suo nome, le basi del suo pensiero, e quel cinese dai capelli lunghi, artista, che preparava una scultura nuova di Karl Marx, la Cina, il comunismo, il socialismo, l’ateismo, e quella mia statua del drago cinese, l’Uno che diventa Due, come diceva quel filosofo, come diceva anche Mao Tse Tung, l’Uno che diventa Due, formule filosofiche quasi esoteriche, l’assenza della divinità e il mondo che da vertiale dell’Uno si fa pura orizzontale del Due, le relazioni con gli altri, pura orizzontalità d’essere, e sfacelo di ogni rapporto verticale e individuale con l’Assoluto, l’Uno, la divinità che non si può dire, il simbolismo della croce, orizzontale e verticale, e ogni cosa si risolve nell’orizzontalità, l’uno, dall’uno 一, yi, all’ 一起,yiqi, insieme, come quel cinese quando mi vedeva per quella cinesina, insieme, due, non più uno, orizzontalità infinita… e crollava di nuovo l’idolo di divinità da adorare, quando nel pomeriggio, a fine giornata passata a Paolo Sarpi, tutti i ricordi di una vita si ripresentavano: gli amici cinesi, gli amici italiani, l’eros con tutte le tipe, le conoscenze, le relazioni, e si manifestava quella verità fatta di agapè, e non più eros, di tutte le relazioni di una vita, che si manifestava il senso dell’assenza di eros in quel monaco che vedevo nella chiesa poco prima di Paolo Sarpi, l’eros di una volta e l’estasi dell’agapè, che l’ultima volta Ana mi diceva: “Sposati!”, proprio lei, maestra di eros… e tra eros e agapè mi perderei… che ritornava in mente tutto, ricordi di ogni genere, canzoni di ogni tipo, tutte le relazioni di una vita, tra amici, amate, amici andati, amici ritrovati, conoscenti di famiglia, tutte le persone viste quest’oggi, i cinesi e la Cina, l’Estremo Oriente, ogni religione che svaniva, solo un’estasi di eros e agapè senza fine, che non pensavo più neanche a quei discorsi classisti e d’odio tra quelle signore borghesi e quell’altra ragazzina che si lamentava del gas che non c’era più nel quartiere, lì al bar, che diceva del suo amico andato in Indonesia per tre mesi, non si sa a far cosa, l’Indonesia, che ricordavo le ultime letture di un paese molto musulmano, di Eugenia che è là a fare la missionaria avventista, e questa ragazzina invece faceva la snob, la borghese con la puzza sotto il naso, e Barresi poi partiva con un comizio di questi borghesi che non hanno il senso della consapevolezza, della realtà, di come in fondo dovremmo essere tutti uguali, di come Gaber cantava in “Barbera e Champagne”, la questione delle classi sociali, le divisioni, e io ritornavo sempre alla visione di quella chiesa, di quel monaco, di quel profeta andato, dalla barba e i capelli lunghi, e non ascoltavo più il rosso di Marx, e neanche della Cina, e nessun’altra cosa, nessun tempio lontano, nessun rosso russo, nessuna icona, e non ricordavo neanche più Marina, l’anno scorso, quando passavamo di lì, proprio di lì, a Paolo Sarpi, e niente di tutto questo mi veniva in mente, l’anno scorso, ai tempi di Ana, ai tempi di Leida, niente più di tutto questo… e non c’era più niente a fine giornata, non c’era più niente, solo un’estasi di ricordi di agapè e eros, e non bastavano più le canzoni, la musica, i ricordi, i desideri, e mi lasciavo andare, sotto quell’alcol che sarebbe meglio non bevessi, ma che oggi era solo la porta d’accesso alla verità: tutte le relazioni del mondo che salvano ogni cosa, l’agapè, la comunione con gli altri, la solidarietà, se vogliamo, in chiave ateistica, o le relazioni tra persone, al di là di ogni discorso classista e marxista, l’odio e gli scontri di classe, le invidie, ogni cosa si rivelava, come un’altra apocalisse, e smetteva di avere senso ogni divinità verticale e irraggiungibile, trascendentale, e tutto tornava all’orizzonte…. come ogni volta che guardo quel drago, l’Uno che si fa Due, il comunismo, il dio che non c’è, la pura orizzontalità dell’anima, e tutti i ricordi e le relazioni del mondo… la Cina… il comunismo… il socialismo… Benito il barista che diceva che Cristo, Maometto, Buddha e tutti gli altri sono tutti degli impostori, lui che si definisce sempre socialista, la sociabilità, la solidarietà, come diceva Leopardi l’ateo, l’orizzonte che vince sulla verticale, la comunione e la socievolezza, il simbolo mistico della croce, tra orizzontale e verticale, il volto di Cristo, e tutto tornava all’orizzonte… non c’è più Eugenia che con la sua mania perfettina mi vieta questo e quello, l’alcol, le sigarette, ogni cosa, non c’è più l’ossessione erotica in me quest’oggi, tutti i ricordi sanno ora di orizzonte, e non c’è più nessuna trascendenza, nessuna perfezione, abbandono i libri mistici, i libri d’altrove, i giochi, la musica, ogni cosa, mi immergo nei ricordi che sanno d’orizzonte, e non ho più bisogno di niente, di nessuno, forse solo di qualche cinesina lontana, come mi diceva Barresi: “Ma i tuoi amici cinesi non ti possono presentare una cinesina? O se le tengono per loro?”, la cinesina che non esiste, la musica cinese che non esiste, il mio nome, Ato, altra variante del mio nome, Arudo-san, gli altri miei nomi, il mio nome, io che non esisto più e mi perdo in questi ricordi di relazioni, come se fosse un’apocalisse, nell’attesa di altre relazioni, con la tipa giusta, “Sposati!”, mi diceva lei, “Quando ti sposi?”, mi dicevano i miei amici cinesi, mia madre che ai tempi dei miei 14 anni mi diceva: “Ti sposesarai con una cinesina, con una giapponesina…”… e tutti i ricordi di ideogrammi, altre lingue, cinese e giapponese, Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Non russo!”, e l’apocalisse, la fine di ogni cosa, quel monaco e quella chiesa, San Paolo Dedito, agapè, i ricordi, le relazioni, gli ideogrammi, tutta la gente del mondo, l’estasi dell’alcol, “Amo il mondo!”, si scherzava una volta su chi era un po’ ubriaco, perdersi nell’infinito orizzontale, l’agapè dei ricordi, la gente di quest’oggi, la vita, o le donne o la vita, mi dicevano, e perdersi, perdersi, perdersi, e il mondo che finisce un’altra volta nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nel cantilenare dell’anima…

E un altro sabato è passato, è quasi sera e la giornata stava per impazzire di nuovo, per colpa di Manuela, che mi manda in tilt, per quel sonno dopo pranzo che era meglio se non c’era, quelle parole di chi lavora anche il sabato, e quelle mura domestiche che mi soffocavano… e niente serviva andare in biblioteca, solo per tornare a casa, e poi dormire e poi svegliarsi con la mente sempre più confusa, provavo ad andare al parco, ma non bastava, non bastava nemmeno raccogliersi e invocare tutti gli dèi e i santi, stavo impazzendo… che mi drogavo di 5 mg di quella droga e mi stendevo sul letto, attendendo che quella droga facesse effetto… avrei dovuto davvero starmene fuori di casa, dalla mattina alla sera, il pomeriggio in biblioteca, senza incontrare le solite facce, le solite voci, ma ormai è andata così, per questo sabato… solo quando la droga faceva effetto mi riprendevo e tornavo in biblioteca, a leggere “Norwegia Wood”, e solo così mi calmavo, quasi da addormentarsi, sedato… non bastava un caffè, la gente attorno a me, le parole eccitanti del libro, ormai avevo preso la sensazione di languore e stanchezza che mi faceva sentire come un pascià… e leggevo un paio d’ore, solo per farmi venire la voglia di una pizza dai turchi, e andavo in pizzeria… non c’era nessuno, solo due marocchini, tunisini, non so, mi facevano sedere vicino a loro e non mi importava, dalle casse usciva qualche litania islamica, e rilassava ancora di più… immaginavo Abdul Bahà vestito di bianco, come l’imam nascosto che veniva a darmi le benedizioni, e il canto islamico rievocava preghiere e sure del corano, e trovavo la mia pace, nel desiderio lontano di una Manuela che non c’è… me ne stavo lì, mangiavo la mia pizza, guardavo i turchi mentre pulivano il locale, a quell’ora dove c’è poca gente, e mi sembrava di essere in Turchia, in un libro di Orhan Pamuk, lontano da tutto e da tutti, e mai più mi sarebbe venuta voglia di tornare a casa, di leggere ancora Murakami, e mi godevo solo quelle visioni dell’imam nascosto Abdul Bahà che mi aveva consigliato di prendere quella medicina, di non distruggermi, di star calmo che tutto si risolve, e mi godevo quel languore, quella visione, quella pace, quel modo di sentire che mi sembrava di essere un pascià… me ne andavo senza salutare, e mi dicevo che i prossimi sabati mai starò di nuovo a casa, con quel trambusto, quella gente che non ti dà pace, e mi promettevo di stare più attento a caffè, all’alcol, alla droga, e fare mille cose, ed essere frenetico e non fare le cose con calma e, sedato delle mie visioni e di quella droga, decidevo di bermi un altro caffè al bar lì di fianco, e comprarmi le sigarette… prendevo e poi mi fermavo ad un parchetto lì vicino, dove ora scrivo, un parchetto dove non c’è proprio nessuno, c’è solo il silenzio che tanto desideravo, e niente e nessuno che rompa le scatole, neanche la mia stessa voce che a volte diventa insopportabile… e mi rivedo in quella pizzeria, vestito di nero,  con la cantilena islamica che mi appacificava e il mio perdermi nell’infinito, nel desiderio lontano di Manuela, e dimenticato tutti, tutto e tutte e non avevo più bisogno di niente… se solo esistesse un’abitazione tutta mia, dove non sentire i miei, gli altri, i rumori della televisione, i soliti discorsi, quelle mura che a volte danno la claustrofobia, quel fracasso in me di voci, a stare a contatto con quella gente, quegli spazi, non avrei neanche bisogno di 5 mg di droga, e stasera non tentennerei a tornare a casa… ma è così, mi devo abituare, fin quando non sarà il momento, e potrò vivere lo stesso, tra visioni di imam nascosti, desideri lontani di Manuela, nel cantilenare dell’anima…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… 

E ci mancava di rivedere Manuela, al Carrefour, passare lì come sempre, nella solita corsia dove di solito sta Lieta a mettere a posto la roba, non riconoscerla subito, notare solo quei capelli biondi, più lunghi del solito, il suo vestito da lavoratrice, lei, china a mettere a posto la roba, di schiena, che mi chiedevo chi fosse, se fosse Lieta che aveva cambiato pettinatura e colore o chi, o un’altra, chissà… passare lì di fianco e vederla, vedere lei, Manuela, che non mi diceva niente, il silenzio, il silenzio che era meglio di ogni cosa, non osare salutarla, dopo le figure assurde che facevo con lei, e tutte che, ancora una volta, mi passavano davanti, Leida, Marina, Ana, Elena la shqiptare, Alesia, e tutte… che le mie parole per Manuela erano false, in quel periodo che stavo impazzendo per Leida, e non c’era niente da dire, neanche salutarla e dirle: “Ma non lavori più in cassa? Sei qui ora? O in pescheria?”, lasciar perdere, il silenzio valeva più di ogni cosa, la mia perdizione dell’anno scorso, che tutti forse conoscono bene, ci siamo passati tutti, il delirio erotico, lo stordimento, la follia erotica, che l’unica cosa da fare è stendere un velo pietoso, e non dire più niente, far finta di niente, perché comunque è tutto passato… e il silenzio valeva più di mille parole, quel suo sguardo che per un attimo si incrociava con il mio, le parole che avrei voluto dirle, “Guarda, sono un casinista, ho fatto un casino della madonna”, ma chi sono io per lei per dirle queste cose, chi è lei per me? Non è la mia ragazza, lei è già fidanzata e convive, e tutto ciò che è Manuela per me è solo come un riflesso della coscienza, che si presenta sotto la sua apparenza, e non c’è molto da dirle, ci siamo passati tutti, probabilmente, e le cose vanno avanti così… che ripensavo a come mi svegliavo stamattina, mezzo stordito da questi giorni fatti di Final Fantasy, Evangelion, notizie in inglese, e quel libro di Murakami, e quell’altro di Krishnamurti, che mi sembravo sempre più stordito, tra tutti questi schermi, questi libri, che ieri sera dovevo darci un taglio, mettermi in silenzio, bere due bicchieri di vino nel buio della stanza, e non ascoltare più la musica che mi ha stordito in quest’ultimo anno, non dovevo più scimmiarmi per i videogiochi, per i cartoni animati, per i libri, e ricercavo solo una quiete oscura… e il risveglio, il risveglio dove non avrei potuto sapere che avrei rivisto Manuela, che mi avrebbe smosso l’anima, e non sapevo che andare in biblioteca a cercare di leggere faceva solo male, faceva partire solo maledizioni inutili contro la gente che sta in casa da me, a fare lavori, maledizioni contro il sabato, mentre l’unica cosa da fare è stare anche qui, nel mio territorio, e ignorare chi mi sta attorno, e la giornata potrà ancora essere fatta di Final Fantasy, Haruki Murakami, Krishnamurti ed Evangelion, senza star lì a farsi troppe menate, si è liberi lo stesso, “Non sia così severo, così critico con sé stesso, senò non vive più”, mi dicevano, e accolgo questo sabato come si accoglie qualsiasi altro giorno, senza estremismi, fondamentalismi, che non so da quando avevano fatto un nido in me, e posso vivere questa giornata come qualsiasi altra giornata, anche qui, senza l’idea della maledizione che impenderebbe su questo luogo, mentre tutto deriva da me, dalla mia mente, da me stesso, e anche il tempo è un costrutto, così come lo spazio, e la quiete in me e il benessere sono al di là del tempo, al di là dello spazio, e posso ancora restare nel mio territorio e dedicarmi a ciò che mi piace di più, senza farmi condizionare da inutili menate estremistiche e fondamentalistiche, che altrimenti, davvero, non si vive più… e allora potrà cominciare la giornata, nel ricordo di Manuela, che alla fine è solo una ragazza, e poco importa se mi compariva al Carrefour anche il giorno di San Valentino, lì come un simbolo di un amore che non c’è, una relazione che non c’è, lei a significare tutto quello che non c’era e non c’è con Leida, Ana, Alesia e le altre, una figura, un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… e non so se la rivedrò, quando la rivedrò, cosa cambierà, lei che è solo un simbolo, una ragazza che neanche conosco, lei che non mi conosce, e anch’io forse che non conosco me stesso, e lei, non so come, sta smuovendo la coscienza più di qualsiasi altra ragazza, forse insieme a quelle altre cassiere, testimoni dello “scandalo”, che con le loro parole più volte mi hanno anche aiutato, come chi sa quanto si può impazzire per l’erotismo e l’amore, e trovo la mia coscienza, per assurdo, in un supermercato, insieme a tante donne e ragazze italiane, e la vergogna e la salvezza camminano passo a passo, insieme al simbolo d’amore che non c’è, lei, Manuela… e per un attimo mi sembra di finire in un universo dantesco, dove lei è la mia Beatrice, dove lei è la mia vita nuova, dove, con la sua sola presenza, riesce a risvegliare quella sete d’amore che ormai pensavo rinsecchita per sempre nell’anima, morta, mentre qui ancora si ha ancora la speranza di trovare un amore che non c’è, e tutto mi pesa di meno, mi accetto così come sono, non pretendo più da me stesso, non mi pongo più ideali irraggiungibili, mi rendo conto di me stesso, dei miei limiti, delle mie forze, dei miei sbagli e dei miei accorgimenti, e sogno solo una ragazza che mi possa capire, accettare così come sono, e io accettare lei e cercare di costruire qualcosa assiem, come Manuela sta facendo con il suo fidanzato… e si torna così alla normalità, senza volerlo, e lei rimane il simbolo di qualcosa che va al di là, qualcosa che non c’è, ed è bene che sia solo un simbolo, e che non divendi un’amica, una ragazza, va bene così, lei, nella sua magia, come un simbolo di qualcosa che va al di là, Manuela…

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Quella cinesina…

Dieci anni dopo, passare per di là, la stessa via, gli stessi ricordi, per andare a pranzare, il giorno della festa dei lavoratori… ero ancora immerso nel ricordo dell’aquila rosso nera a due teste, l’ortodossia, il cattolicesimo, l’islam, l’ateismo, il comunismo, e la libertà, e non si capisce più niente… passare per di là, la via dove vedevo sempre Alina, per andare al ristorante, gira a destra, dicevo a mio padre, il mondo celato dentro di me, i ricordi, Alina, là, vicino a quel ristorante, quella romena di una sera di infiniti anni fa, e là, dove stava e sta Ana, dove stava Alesia… lasciar perdere… entrare, lo sapevo bene, in un ristorante cinese dalla cucina italiana, cinese, giapponese, come va di moda adesso… i miei conflitti tra ricordi e mondi simbolici, l’aquila che non stentava a scomparire, il volto del signore… parole con mio padre, mia madre, Stas e Larisa, anche loro a mangiare con noi, ed entrare nel ristorante cinese, le foto delle cinesine appese ai muri, altre decorazioni rétro, francesi, Champagne e altro, una marea di gente, tutta attempata, a festeggiare fuori in un ristorante la festa dei lavoratori, il parcheggiatore albanese che ci lasciavamo alle spalle dopo essere entrati al ristorante, sedersi e attendere, stando ben attento a sedermi lontano, da mio padre, da mia madre, da Stas, da Larisa, l’angolo isolato della tavolata, di fronte a me nessuno, io e i miei vestiti di nero, da monaco ortodosso, forse da emo, forse da semidepresso, o vicino alla depressione, o non si sa che cosa, i pensieri che viaggiavano al cartone animato giapponese guardato la mattina: Evangelion… l’Oriente… la cinesina che serviva ai tavoli, in mezzo a mille altri camerieri e cameriere, italiani, cinesi, sudamericane, di tutti i generi, i negretti in cucina, di tutte le razze, la cinesina… che la guardavo per un attimo, dopo che tutti quanti noi sceglievamo attentamente cosa ordinare, tutti che optavano per la cucina italiana, a base di pesce, io no, per una volta che esco voglio la cucina cinese, mi dicevo, anche quella taroccata dei ristoranti, lo so bene che i cinesi non mangiano così, e mi ricordavo di quelle infinite giorante con i miei amici cinesi da adolescente, le ore e le giornate alla play, le uscite a Paolo Sarpi, l’amicizia, una settimana da loro a Torino, a dormire in sei in una stanza, l’amicizia che c’era, l’ultima volta che gli avevo visti a Milano, al loro bar, la vita dei cinesi immigrati, e la vita di quella cinesina? E calava il silenzio in me… cominciavo già a sognare, sognare soltanto che venisse lei a chiederci l’ordine, un po’ come quando sognavo Noemi all’altro ristorante, ma questa volta era qualcosa di più… il volto della cinesina che mi ricordava la visione di qualche notte passata, sotto quella musica new age e il volto del Buddha che mi compariva, e il suo volto, il volto di quella cinesina, che per un attimo sembrava il volto di Guanyin, la dèa della misericordia, solo per poi ricordarmi che era una semplice cinesina, che fa la cameriera, che fa la sua vita, che portava quella maglietta nera con la scritta in inglese: “Give me love…”… ed era lei ad arrivare lì, a chiederci cosa ordinare, per primo mio padre, e poi subito io, la cucina cinese, che era evidente di chi e che cosa avevo un certo languore, un certo desiderio, due portate e un antipasto, la voce di lei, pulita, italiano perfetto, senza accento, sarà nata forse qui, avrà fatto le scuole qui, eppure fa la semplice cameriera, la mia voce che già cambiava al parlarle, il modo di parlare, monosillabico e un po’ cantato, come quando provavo a imparare il cinese, messaggi di mille fenici che conversano fra loro per cercare le parole al di là del mondo, il suo sguardo, impassibile, il sorriso accennato… e si aspettava… si aspettava… le portate che non arrivavano più, la cinesina che continuavo a volere e quel cinese che mi portava l’antipasto, e poi il primo, il secondo altri camerieri, e i discorsi dei miei, di Stas e Larisa, niente da dire, niente di che, parole e parole, e io seduto su quel tavolo a giocare con le idee di suicidio, che già solo il pensiero salva, a volte, e continuare a guardare la cinesina, senza guardarla, sognando qualcosa che andasse al di là di Alina, al di là di Ana, e scomparivano loro come scompariva l’aquila albanese in me, e rimaneva solo quel drago rosso disegnato su quel piatto, e un sogno, un’altra chimera, ancora più forte, viveva in me… la cinesina… che non so perché a fine pasto ordinavo della panna cotta, per caso capitava lì lei, la cinesina, proprio lei, e ricordavo quei giorni in Repubblica Ceca, forse l’ultima volta che avevo mangiato della panna cotta, nel 2012, e ricordavo Tereza, l’ebrea ceca, che mi diceva: “Say it again! Panna cotta! We Czech don’t speak like this! I can hear the accent…”… panna cotta, c’è?, chiedevo alla cinesina, panna cotta… sì… e segnava quella stupida portata là sul foglietto… e mi ero già perso, il rimosso della lingua cinese tornava in me, gli amici cinesi, quella compagna di classe dell’università, Sissi, la cinesina, Paolo e Valeria, i miei amici cinesi, le volte che chattavo su QQ con gli altri amici, frasi e discorsi di amici, e la vita di una cameriera ventenne cinesina che sognavo, che mi figuravo, così intima e da tutti i giorni che vedevo il mondo intero come una linea infinita orizzontale, con le elevazioni non della mistica, ma di un amore sognato che non trova più distanze e separazioni, e la sua vita mi sembrava palese, di quella cinesina, che non c’era niente da scoprire e tutto il mondo da scoprire allo stesso tempo, lei vuole qualcosa di più, mi dicevano, e sognavo una storia, là dove Alina e Ana scomparivano, dove dieci anni mi passavano davanti, e un gioco del suicidio che giocava a volerla rivedere ancora, quella cinesina… ci si alzava dal tavolo, per andare via, dopo i caffè, mi alzavo, e lei era lì, che passava, e mi passava di fianco, io, come immobile per non sfiorarla, per vederla andare via, è andata via, mi dicevo, non la rivedrò forse mai più, ma lei, che il suo ambiente conosce bene, era già alla fine della sala dall’altra parte, e le passavo ancora di fianco, pan nà, diceva, allo stesso stupido modo che avevo detto io, con quel parlare che non ne vuole più sapere della musica italiana, e l’anima si smuoveva… e partivo in un’altra dimensione… final fantasy, i cartoni animati giapponesi, le ragazze asiatiche, quella ragazza asiatica, non da centri massaggi, quella cinesina che, quando le passavo affianco, mi tornava la voglia di baciare una ragazza dopo tempo immemore, quel qualcosa di più che davvero si risvegliava, e si riversava su di lei… quella cinesina… che non avevo più voglia di far niente una volta tornato a casa, forse solo dormire, forse solo scrivere, ascoltare quella canzone di dieci anni fa, 求佛, chiedendo al buddha, non so che cosa, di rivederci, come dice quella canzone, sognare di chiederle il cellulare, o non so che, sognare ancora, quella cinesina, o non sognare più niente, Sissi e il suo post di Facebook su Final Fantasy, i pomeriggi sognati passati a parlare, a conoscersi, a condividere la vita, quel qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e quella canzone, che avrei buttato via in nome di una forte tazzina di caffè, e tutte le altre che mi passavano davanti, e nessuna e tutte, e un qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e l’aquila che scompariva, ed Evangelion, e Final Fantasy, e ogni altra lingua, e solo un canto dell’anima orientale si risvegliava, il suicidio dell’anima che era qualcosa di più, la mistica cinese, tra numeri e sillabe, il delirio d’innamoramento, quella cinesina…

Prosa Poetica, Visioni

E un sogno che è una chimera…

I libri, i film, le notizie, internet, i videogiochi, le sigarette, l’alcol… ma io voglio solo lei… che non mi basta più niente di niente, e mi perdo… e sono qui in questo parco, dove gli adolescenti ascoltano la sua musica, il rap italiano… e non so più cosa farmene di quelle letture, di quei videogiochi di altri film da guardare, di lavori da cercare, lavori da fare, e mi sembra di avere la vista stanca in questa primavera, e la sua arte erotica non mi basta più, e chissà io cosa vorrei da lei, vorrei forse la luna… ma non so da dove iniziare, e tutto inizia e finisce allo stesso tempo, aprendo le porte sull’infinito… e mi sembrava quasi di impazzire, in quell’abitazione, in quell’altro parco ieri, a Milano, e quella strana mania di videogiochi che ieri mi distruggeva… la notte, forse troppo alcol, la musica che faceva casino, uscire la notte solo per vederla là, come sempre, e impazzire, che solo musica new age e l’immagine di un Buddha poteva mettere fine alla scia di parole e immagini… il sonno, il risveglio nella notte, dormire e non dormire più, il sonno strano, una mattina fatta di niente, la mente e la sua vacuità, e la ricerca di qualcosa che vada al di là della luna… che non mi basta più, e non so cosa e chi cerco… e vedo solo lei, la ragazza vuota, Ana… che non so che farmene della gente che incrociavo ieri e l’altroieri a Milano, o il Gesù Cristo al negozio di videogiochi, la russa che incrociavo nel parco, lo spacciatore nero, l’americano che mi chiedeva dov’era il Carrefour, e altre polacche, altra gente, che non mi oriento più e vorrei qualcosa al di là della luna… e non ne posso più dei soliti luoghi, delle solite persone, dei soliti discorsi, e qualcosa mi trascende e trascende tutto ciò che è stato finora…

E i ragazzi con la musica se ne vanno e rimane il silenzio del parco, il rumore delle macchine che passano, il sole sulla tavola del parco dove scrivo, e il verde della natura, il vento e un senso di vuoto… è scoppiata la primavera, e ogni desiderio con lei, e non so più cosa fare… sono lontani quei giorni di università, sono lontane quelle notti con Alina, Xhuliana e  non so cosa vorrei da Ana, e parlare con nessuno è la mia sola salvezza, e il silenzio dove rinasce l’anima… e mi viene in mente quando leggevo che la fedeltà è anche un istinto della specie, per assicurarsi la prole, mentre l’amore libero con lei danna e benedice allo stesso tempo… non so cosa farmene dei ricordi dell’anno scorso con Marina, anche lei che diceva che è l’età giusta per sposarsi, ma trovare l’amore non è mai stato così chimerico… mi sbarazzo in questo pomeriggio dell’abitazione che a volte mi possiede, il lavoro, il pc, i videogiochi, internet, le lingue, la musica, i libri, i social, i contatti inesistenti, gli amici che più di tanto non danno, e sogno lei, solo lei, di un sogno chimerico… non capisco neanche più cosa mi faceva e mi fa raccogliere, per non trovare neanche le parole di chi vorrebbe renderti illuminato, neanche preghiere angeliche, tutto si risolve nel sogno di lei, che però più di tanto non può dare, e sogno un amore che non c’è… le dicevo che sarei voluto andaremene in Romania, a cercare il niente, ed eccomi qui, in questo pomeriggio, in questo parco, a vedere dissolvere tutti i miei desideri e pensieri, i miei passatempi, e non rimane più niente, solo il sogno di lei, una chimera… e sogno davvero dieci giorni in Romania, per dimenticare ogni cosa, ogni automatismo dell’anima, e non so quando andrò, se andrò, e rimane lei, il suo desiderio, e un sogno che è una chimera… e vedere coppiette, e chiedersi perché, perché, non anch’io, non anche noi, e vederle sfilare tutte, nei miei ricordi, e non sapere più perché… e questo pomeriggio non mi basta più, e nessuna storia, niente… è solo il sogno di lei, una chimera…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Lei, la musica e l’infinito…

Musica turceasca… il suo sguardo… io che la desideravo, lei che mi diceva che mi dovevo sposare, è vero, forse sbuffavo, come tutti gli italiani quando queste straniere e questi stranieri ti chiedono quando ti sposi, quando ti dicono che ti devi sposare… sposare… forse no… semplicemente trovare, trovare la ragazza giusta, è difficile, le dicevo, lo so, è difficile, diceva lei, e si guardava il vuoto davanti a noi, o forse ci si guardava solo con la paura di guardarsi, per non innamorarsi… il suo sguardo, la sua voce, che la notte e le stelle e la luna chiamavano lei, dopo che mi raccoglievo, per perdere le visioni del giorno, le parole altrui del giorno, le loro apparenze fenomeniche che si erano stagliate nella mia coscienza, andare oltre… andare oltre e trovare il vuoto, il nulla, l’assenza di immagini e la luce e la mia voce… non voglio computer, non voglio, celluare, musica, televisione, non voglio più niente, le dicevo, che bello, diceva, e ci si guardava, lei e i suoi capelli rossi, quasi viola, il suo volto di cui scorgevo i tratti, un’altra volta, lei che non era più Inna, lei che non era più Elvisa, lei che era solo lei, Ana… le sue labbra e il suo mettersi il rossetto, come un rossetto abbandonato in mezzo alla strada, le sue labbra… ero lì, non a pensare, ero lì a non volere più niente, neanche i discorsi con gli amici che ti dicevano cose senza senso, neanche i consigli di quelli sul lavoro, neanche le immagini andate in tilt di collegamenti che non esistevano, collegamenti in tilt dell’anima sempre pronti a impazzire… e la notte, e il giorno passare di lì solo per andare a un ristorante in mezzo alla via, i soliti cinesi che ti servono con indifferenza, quelle immagini al muro di cinesine, con lo sfondo bianco, candido, un’icona appesa al muro, e qualche ideogramma di “Diecimila cose e il senso della vittoria”, oppure, meglio: 万事胜意 may everything be better than you wish; all the best 萬事勝意, tutto il meglio di questa vita… “Che vita di merda”, diceva lei, invece, davvero, ci pensavo oggi, dicevo io, che vita di merda, la via non può fare così schifo, il lavoro, i soliti discorsi di politica, di lavoro, i soliti amici e i soliti discorsi, dicevo, e pensavo, niente che ti elevi, niente che vada oltre, quando l’oltre era davanti a me, era solo lei… “Volevo andare in Romania”, dicevo, “E vai…”, diceva lei, “Sei stato?”, “Sì, sono stato una vita fa, ’99, 2000, non mi ricordo, Iasi, con mio padre e un suo amico che poi si doveva sposare una romena, poi hanno divorziato… ma voglio tornare, non so, non a maggio, forse quest’estate…”, “Anch’io voglio andare quest’estate…”… e la fantasia… la fantasia… “Ascolti ancora quella musica?” “Sì, ogni tanto…”, diceva lei, la musica, che poi ci perdevamo davanti alla musica, con il suo cellulare su YouTube, la sua musica, i suoi cantanti preferiti, i suoi video che diceva che tutti stanno guardando, video stupidi, lei che rispondeva a sua sorella, la richiamava dopo, diceva, e la musica, cosa ascolto io, musica albanese, no, diceva lei, albanese no, neanche musica turceasca, internazionale, rap italiano, inglese, e via, musica su musica… che capitava quel video di quella canzone, “Mi ghenà”, canzone israeliana, remake di Super Sako, lei diceva che le piaceva, l’originale, di Maitre Gims, e su quel suo cantare “mi ghenà ghenà ghenà…”, e quel mio intonare “mi ghenà ghenà ghenà…” con quel nostro stupido intonare si dischiudeva l’infinito, l’infinito… musica isrealiana, che tutta la divinità si liberava e mi portavo la mano sugli occhi, come in preghiera, e l’infinito, l’infinito, lei e la musica… e lei e la lingua inglese, che diceva quando era stata in Spagna alcuni non sapevano, e li mandava a quel paese, lei che chiedeva informazioni, lei che diceva che l’inglese l’aveva studiato un po’ a scuola, e basta, quel giusto che basta per farsi capire e capire, e la musica inglese, e lei, e l’infinito e la musica… che non c’era fine a quella serata, cosa fai adesso? Vai in giro?, mi diceva, non lo so, dormirò in macchina, le dicevo, perché?, mi diceva, ascolta la musica, a me mi rilassa, stai a casa e ascolta la musica… la musica, e le sue parole, e perdersi nell’infinito… ritornare indietro, indovina cosa farò adesso, quale canzone ascolterò per prima? Non lo so, diceva, maitre gim, no? E sorrideva, e rideva, in una notte così, dove diceva che era arrivata tardi, e che non si sa mai, bacio, le dicevo, un semplice bacio, la buona serata che ci si augurava, e disperdermi…

La notte, la musica, il sonno, il mondo di visioni, sognare di suonare il piano, di fare musica, non so per chi, svegliarsi nel mezzo della notte, con la musica che andava ancora, all’infinito, e le cuffie gettate lì, e svegliarsi solo dal fresco, dal fresco primaverile, chiudere ogni cosa e tornare a dormire, a sognare, forse, dormire, nel ricordo di lei, nel suo incanto… e svegliarsi così, la mattina, ancora perso nel ricordo di lei, nella sua magia, girare di qua e di là, senza più bisogno di niente, di nessuno, neanche dei miei stessi pensieri, e c’era solo lei, solo lei, l’infinito e la musica… giornata lavorativa breve, poche cose, di questo venerdì, finire già nel primo pomeriggio, qualche tilt dell’anima di persone che non volevo sentire, e ritrovarsi solo in un salmodiare che richiamava ancora il canto, per liberarmi, e camminare, camminare altrove, fare un giro in paese per riconsegnare quei dvd, e ritornare indietro, e qualcuno su Instagram apriva una diretta, qualche adolescente albanese che metteva su della musica turca, musica turceasca… e ritornava lei, l’infinito e la musica… che camminavo ancora verso quel parchetto con la musica a tutto volume, senza curarmi minimamente di chi passava, perché lei, la musica e l’infinito riempivano l’anima e il mondo ed ogni cosa, ogni albero, ogni filo d’erba, ogni sorriso di quelle bambine che giocavano, e la voce di quella madre, e quegli altri adolescenti che passavano di lì, e gli anziani, e i padri di famiglia e la moglie e i figli, e ogni cosa andava verso l’infinito, verso il tempio, verso lei, sotto l’incanto di quella musica, musica turceasca che riempiva l’anima e la svuotava per lasciare spazio all’infinito e le parole si precedevano alle parole e le parole alle immagini dentro l’anima e non c’era più un singolo oggetto di pensiero perché tutto si dissolveva nel fluire delle note e del canto e della musica, e l’immaginavo forse con quelle parole mai dette, quegli sguardi accennati, tutto ciò che c’era e non c’è e ci sarà, e l’infinito mi prendeva, e la musica e il canto, e lei, lei, l’infinito e la musica… che non sapevo più quanto tempo passavo lì, un pomeriggio infinito, e andavo via solo per trovare l’ispirazione infinita, e dimenticare la mia follia, la mia follia che sa di una amore folle, là dove le parole non bastano più, dove si disperdono nel canto e nella musica, e le immagini e le parole si disperdono nell’infinito di una luce senza fine, dove compare lei, e rimane solo lei, la musica e l’infinito…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E ti sembra di vivere una primavera dell’anima…

La cassiera che ti parla di Chuang Tsu che aveva letto su una rivista, i ricordi di quel film di Kim Kiduk, “Dream”, rivederlo la notte, dopo aver dormito tutta la serata, canzoni manele, pensieri sparsi, film d’amore, che fino all’ultima scena si lascia desiderare, l’atmosfera un po’ folle e malata e depressa, e la scena finale con quel “sogno di Chuang Tsu” che si avvera, pensare di dire due cose la prossima volta alla cassiera, pur pensando sempre ogni volta a quanto Manuela mi aveva portato via in quei giorni… svegliarsi con dei sogni particolarissimi, io e Bejan che ci ritrovavamo nella sua scuola superiore, ad una specie di festa scolastica, lui che non ritornava a scuola da una vita, lui che mi presentava le compagne, e mi innamoravo di quelle diciottenni, e si stava tutti quanti assieme, come in una vera e propria compagnia di scuola, e si presentavano vari personaggi, il rapper della scuola, quello bocciato infinite volte, che ormai viveva lì, le tipe che ci provavano con me, le altre che ridevano, io che finivo abbracciato con una tipa e volevo baciarla, ma lei si tirava indietro, per mettermi alla prova, per farmi attendere, per far nascere il desiderio, io e Bejan che giravamo per la città su una specie di slitta tra le vie e i calli in salita e in discesa, e tornavamo nella scuola solo perché avevamo dimenticato lì lo zaino con le nostre cose, i cellulari, i libri e altro, e si viveva un’atmosfera vivace, viva, vera, piena di energia primaverile o da prima estate, come quando finisce la scuola, e tutta la scuola fa festa e si prepara alle vacanze… dimenticavo il sogno di quella banda di russi che mi rubava uno straccio nero, un vestito forse, mi accorgevo di loro e della loro banda, mi parlavano in russo, e quando rispondevo loro in russo cominciavano a rispettarmi, loro e le loro facce buie, da criminali, e mi lasciavano stare, e ricordo altri incubi, altri sogni, un’attività onirica senza fine, che non mi va neanche di scrivere… e mi svegliavo da quei sogni la mattina, senza sapere come sarà la giornata, se continuerò quelle traduzioni per quel progetto di lavorare in qualche studio, in qualche agenzia stampa, vivere di traduzioni, e non più di officine, e mi svegliavo solo per bermi il caffè della macchinetta e accorgermi di aver finito le sigarette per andare al solito bar dove non si sentono le bestemmie, ma dove c’è vita… e là incrociavo per caso due ragazze italiane, quelle che si farebbe Fizi, che incontravo l’altro sabato insieme a Barre, l’altroieri, di domenica, nel nostro giro a Milano, pieno di parole e discussioni, la gente che si sa vendere sul mercato del lavoro, la sfacciataggine, i nostri coetanei ormai tutti sposati e con figli, il valore dei soldi e del lavoro, i discorsi politici, a volte filosofici, rapportarsi con le tipe, il modo di vivere, Barre che è l’esempio di come si può finire chiusi nel proprio mondo, davanti ad un monitor, soli con le proprie idee, la propria visione del mondo che si vorrebbe imporre agli altri, la presunzione di una verità assoluta che in realtà non è verità sul mondo, ma è solo verità di te stesso, chi tu sei, e niente di più, e la molteplicità del mondo con il quale ci si confronta, e il lavoro e le tipe che ti aprono la mente, ti rivelano più cose di mille riflessioni e letture senza vita, e la vita invece va avanti, si libera, si dischiude… di domenica e mangiare insieme ai miei e a Stas e Larisa, fare una grigliata di carne “all’ucraina”, quella mayonese dappertutto che dà gusto, e a volte nausea quando è troppa, lasciarsi andare a una coca cola zero, a qualche dolce, non vivere più di divieti e ingiunzioni, di mille critiche verso se stessi, di raccoglimenti, di paranoie e pensieri in tilt, liberarsi e vivere questo assaggio d’estate in primavera, e progettare il lavoro, e vagheggiare di tipe da conoscere, le tipe e il lavoro, le grandi questioni di questo mio stralcio di vita… svegliarsi e non sapere di cosa sarà fatta la giornata, non pensarci neanche, vivere così, più leggeri, rendendosi conto che forse il vero me stesso è quello che parla con gli amici, quello che può sentirsi libero di dire tutto, che sta al di sopra di tutto me stesso, la giusta voce che tutto commenta con ironia, e si accorge di tante cose, come quella follia del Barresi per quella tipa, follia comune a tutti noi, a chiunque sarà capitato di finire in dimensioni parallele, poi si ritorna alla realtà… e la vita va e la vita viene, piena di sogni, di incubi, di realtà, di vita nella sua pura forma, e i pensieri si confondono con i sogni e gli incubi, e anche con la realtà, che c’è un continuo fluire di idee e sensazioni, e l’anima si purifica, libera un sacco di modi d’essere che prima erano andati in tilt, si erano come bloccati, e sembra di vivere una primavera dell’anima, che non ti importa più molto di tutto, ed esci dagli schemi, e abbracci il nuovo vivere così, sperando di trovare quello che cerchi, sperando di dimenticare ciò che ti tormentava, e si vive così, in questo periodo di passaggio, passaggio eterno che è la vita, e ti sembra di vivere una primavera dell’anima…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

E non so più di che materia è fatta la giornata…

Gli amici, la sera, dopo qualche settimana, le parole di noi trentenni che non sono più come quelle di una volta, più calma, più tranquillità, le risate, certo, si scherza, ma si diventa più pacati, si continua a disprezzare una certa mediocrità, l’insulsaggine, la gente in giro, come dicevo una volta, ma ce ne si fa una ragione, si parla di film, di mostre, di arte, di tipe andate, di algoritmi improbabili, di uomini che vanno a Lugano una volta ogni due mesi, i soldi, come si fa a guadagnarli, i soliti discorsi del Barre e la sua impossibilità a fare le cose, le sue idee, i suoi film, la sua arte, Fizi e le mostre, le tipe di una volta, il giro al cinema, a Milano, nel weekend, gli spettacoli teatrali, la voce pacata, dopo che la sera mi ascoltavo il meglio di Beethoven e ritrovavo la voce in me, quella che aveva pianto per Alesia, quella che non sa più di lei, quella che rivedevo giocando, come un ragazzino, a quel videogioco, “Final Fantasy”, nella protagonista, per un attimo, poi il gioco mi riprendeva, come quando avevo quell’età, giocare tutto il giorno, non avere voglia di libri, di film, giocare e giocare, lasciarsi andare alla musica, alle immagini, non pensare più al bar, che neanche adesso mi accorgo dell’abisso tra le parole con gli amici e le parole di quelli del bar, che senso ha andare ancora? E giocherei di nuovo, tutto il giorno, se un senso del dovere non mi prendesse, voler tradurre, fare un portfolio online, ma forse la domenica non è la giornata giusta… e immergersi nella musica, fin da prima mattina, per non sentire più le parole di ieri sera, quella voce tra gli amici, quell’altro amico di una volta che incontravamo per caso nel locale, lui che era con una tipa e molto probabilmente faceva finta di non vederci, chissà perché, e lo si prendeva in giro al nostro tavolo, e ce se ne fregava… la lingua albanese delle canzoni, la mattina, la lingua inglese, l’atmosfera di una volta, i pensieri che vanno liberi, che non hanno bisogno di raccoglimenti, libero parlare che è un libero pensare, come se fossi sempre in mezzo agli amici, come ieri, quando giocavo e mi rilassavo per tutto il giorno, non più cavilli, e dei pensieri che filavano lisci, senza troppi “ma” e “però”, gli amici di una volta, quelli con cui giocavo, con cui uscivo, i discorsi, sentirmi me stesso, sfiorare vagamente il ricordo di Ana e delle ultime, quelle di sempre, una strana malinconia che vincevo parlando con gli altri, tante paranoie che andavano via, troppi libri scaricati ultimamente che erano dei pugni nello stomaco, sto meglio senza, come ieri, solo a giocare e a lasciare andare liberi i pensieri, facendoli svanire, giocare come vedevo fare mio fratello, con il drone, con GT, come mio padre al pc, come i miei amici davanti a videogiochi, allora si può ancora giocare anche se si è adulti?! Mi domandavo, ogni tanto sì, a quanto pare, rilassa, distende, non fa pensare più, svaga e ti fa ritrovare la voce giusta dei pensieri… non so quando mi tornerà la voglia di Alesia, di Ana, o forse solo di Ana, o solo di Alesia, che vedevo l’altra notte, lei che sembrava vestita come un personaggio dei videogiochi fantasy, un sogno, una visione, di una ragazza che a malapena sa l’italiano, tutta apparenza e bellezza, la lingua romena che avrei potuto leggere nelle poesie, eppure non la leggevo, mi davo ai giochi, per far svanire ogni cosa, sabato differente di chi, dopo un anno e più, vuole prendersi una pausa da troppi libri, troppi film, troppo studio, per rigenerarsi, prendersi una pausa da tutto senza bisogno di andare in vacanza chissà dove per una settimana… e rigenerasi così, già in un giorno, quasi, che oggi tradurrei, leggerei, mi perderei nelle loro lingue, nella loro musica, e non so perché, e non mi va di saperlo, e la giornata non si sa come sarà, forse giocherò ancora, mi torneranno in mente idee, sprazzi di pensieri, forse tornerà l’ispirazione, prima di interrompere il ritmo, spezzare la routine, un’altra giornata, uno stacco per rigenerarsi, ci voleva, tra amici e videogiochi, ricordi e musica, routine che mandavano in delirio, e tutto sfuma via, si dissolve davvero, e vivo in un sogno, in una fantasia finale, dove vedo lei, e sua sorella, e la loro bellezza sa di poesia, anche a distanza, e si sfuocano nella notte con le stelle e la luna, di un canto mediorentale che si dissolve così, e arriva il giorno, l’alba e il suo chiarore, senza voglia di raccogliersi, ma di dimenticare, di far sfumare i pensieri, di farli svanire, e una fantasia finale ancora mi aspetta, e questa voce in me, e i sogni, e la loro lingua, e la loro bellezza, e la loro musica e l’ispirazione infinita, mentre discorsi con gli amici mi ridanno la voce, amici di una volta, amici di sempre, e si confondono i piani dell’esistenza, si sovrappongono per svanire, e non so più di che materia è fatta la giornata…