Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore…

“Oh, listen to them
The children of the night
What sweet music they make”
[From Bram Stoker’s “Dracula” (1897)]

May dreams be brought that I might reach…
The gentle strains of midnight speech
And frozen stars that gild the forest floor

Through the swirling snow
Volkh’s children come
To run with me, to hunt as one
To snatch the lambs of Christ
From where they fall…

From where they fall… to snatch the lamb of Christ… ancora, ancora una volta, tutta l’estasi di essere stato con Ana, la ragazzina romena che mi diceva che andrà in Inghilterra a settembre, che raccontava delle sue serie tv turche, quelle telenovela dove si amano, si ammazzano, finiscono in prigione, si lasciano… la Romania, l’Inghilterra, da romanzo ottocentesco, Dracula, il drago, il serpente, il demonio, quello che mi ha portato via nell’ultimo periodo, da quando decidevo di andare con sua sorella Alexia, e tutto il caos di impormi di non vederla più, Ana… Dracula, drac, che ora diventa drag, dragostea, amore, le sottili differenze di altre lingue, come quella canzone, dragostea din tei, amore dei gigli, m-amintesc ochii tai, mi ricordano i tuoi occhi, come Eugenia che è ritornata a farsi sentire su Facebook, su Instagram, lei che è scappata negli Stati Uniti a sposarsi come Oana era scappata in Italia, come Ana scapperà in Inghilterra, come quel film, Occident, di donne che prendono e lasciano tutto e scappano via, per sposarsi, per andare via dalla Romania, “In Romania si sta male”, diceva Ana una volta… e questa musica, che fa cortocircuito tra Ortodossia dell’anima e Black Metal inglese, la bandiera con la croce inglese, e la croce di Sant’Andrea, come l’altro fratello di Ana, di un anno, Andrei… tutto ritorna, il cerchio si chiude, dopo essere stato in un’altra dimensione da settembre a marzo, tra terrori chirurgici ed evasioni estremo orientali, ci voleva il volto di Ana, la sua bellezza, le sue parole, a farmi tornare a provare il piacere e il languore di essere con lei, l’erotismo e il languore… che tutto ora diventa un flusso di immagini e associazioni, come ogni volta capita dopo l’erotismo, quando il languore si impadronisce di te, e non sai più se ti stai facendo crescere i capelli per assomigliare a un cantante black metal e o ad un monaco ortodosso, quando non rimane più niente intorno a te, quando il mondo finisce e rimane solo l’amore per lei, come quando la vedevi seduta là nella macchina di sua sorella targata Romania, ad aspettare la fine della notte, nei suoi abiti da ragazza normale, quella draculità dell’anima che porti dentro, tra erotismo e languore, e sogni depressivi e neri, note black metal e canti ortodossi, quando ti vesti di nero perché non rimane più niente, neanche le icone ortodosse di quella chiesa dove cadevi in estasi, vent’anni fa, quando un’altra ragazzina romena ti si presentava davanti mentre tu stringevi il tuo dizionarietto di cinese italiano, come se fosse un grimoire esoterico da cui trarre le parole, e vent’anni dopo quel sogno si realizza nell’erotismo con lei, con Ana, che oggi al finire di leggere 1Q84 di Murakami vedevi in Aomame, lei, Ana, anche quando si suicidava, anche quando il protagonista Tengo andava al di là di suo padre, di sua madre, per cercare lei, chiunque lei sia, e qualcosa di più profondo del solo erotismo e del sole languore ti colpiva… quasi barcollare dall’estasi e dallo sviamento, dal languore, non sentire più bisogno di caffè che gli altri giorni ti facevano partire i nervi, insieme all’alcol, facendoti sentire dentro una canzone black metal, dove si urla come infestati dal demonio, e l’anima non ha pace, saltano tutti i nervi, e ogni connessione, solo per riprovare esperienze estatiche dove capivi che tutto era dovuto a quel demonio che ti infestava, anche le altre volte nei periodi dove stavi male, indipendentemente dalla notte, dalla strada, perché l’altro giorno altro non eri che al parco e in biblioteca, a farti, come un black metallaro, di alcol e caffè, senza riuscire a dormire come un barbone sulla panchina del parco, tra le piante, tra la natura, e il demonio si impossessava di te, come troppe volte nell’ultimo periodo… al di là del black metal, al di là dell’ortodossia dell’anima, c’era solo Ana e tutti i sentimenti e la carica erotica per lei, la ragazzina romena che ti ha sviato più di tutte nell’ultimo periodo, al di là di oggetti magici da posizionare attorno alla stanza che non è più tua, come dei cerchi magici, perché ora non c’è più luogo, tutto si apre come una primavera che sboccia, e non c’è più differenza tra giorno e notte, aperto e chiuso, e ti senti l’anima invasa di un languore che non sai definire, e ritrovi tutto il languore di un tempo, e non sai che fartene dei caffè, dell’alcol, della musica, e vivresti solo di queste sensazioni, perso per sempre tra le sue parole e quelle degli amici, e delle altre persone che ti sono passate affianco, e dei consigli altrui, e tutto era solo per lei, solo per lei, Ana, che fa rinascere il tempo e chiude il circolo indemoniato dell’ultimo periodo… non ti perderai come i tuoi amici dietro sogni e utopie di successo e fama e soldi, o di ragazze conosciute davanti ad uno schermo di un cellulare, a perderti inseguendo miraggi di puro ed esclusivo erotismo, ti perderai invece al confine tra un cantante black metal e un monaco ortodosso, dilaniato tra l’amore e il demonio, drac si dragoste… e perdi e riacquisti ancora la tua identità, dopo le ultime prove, gli ultimi giri nei mondi dei demoni, e rinasci a nuova vita in una domenica che non sai più neanche come chiamare, delle emozioni che non sai più come definire, e non scapperai più da te stesso alla ricerca di quieti d’altrove che non esistono, perché tutto era in te, per lei, Ana… e non saprai che fartene del pomeriggio, della notte, dei discorsi degli amici, di quelli con gli altri e dei tuoi genitori, andando oltre tutto, le parole parole della politica, gli stessi libri e le stesse altre dottrine, l’immaginario che scaturisce in te da questo languore, lo sviamento, la costruzione di divinità che diventavano idoli d’oro, oggetti magici, talismani, grimoire, quando in te vive solo l’amore per lei, e il demonio che si insidiava sempre sembra ora in esilio… con delle ali dorate su delle vesti nere cadi, from where they fall, cadi come un angelo caduto per sempre questa volta per lei, non per Alexia, non per Leida, non per Alina, e ti ricordi di allora, di quando c’era Katia, e non c’era la scuola, non c’era il lavoro, e le vertigini della libertà, delle giornate e delle settimane senza paletti, senza punti fissi, pura vertigine della libertà ti faceva provare lo stesso sviamento di oggi, tra litanie coraniche e canti ortodossi, deliri dell’anima e ricerche spasmodiche di sensi mistici, quando tutto era dovuto all’erotismo e al languore… ma non vorrai più perderti ora che hai trovato l’orientamento dell’anima, al di là di lei, dei periodi oscuri, del demonio che ti tormentava, e anche nelle vertigini della libertà sai ora trovare l’equilibrio… come quella gente che vedevi passeggiare ieri notte là a Milano tra le vie dell’Isola, coppiette varie, innamorati, non angeli caduti e perduti come me, disperati a volte di trovare un senso e una direzione in questa vita, capivi loro, il loro perdersi, il loro cadere, e il loro non perdersi più, tra le parole degli amici che scivolavano via, come insignificanti, appartenenti a mondi che non hanno conosciuto sviamenti, demoni sussurranti, abissi e vette, solo per rinascere insieme agli altri, alle altre nel ricordo di lei, in quel bicchiere di vino rosso che rifiutavi al Nord-Est, al di là di quell’altro barista dai capelli lunghi come Cristo che ti serviva la birra il giorno prima, al di là della stessa cameriera bionda, delle donne che vedevi stamattina al bar, del silenzio che fa parte di te, per non perderti e disorientarti tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore… che ti vengono in mente mille cose come fasci di luce e sinestesie musicali e linguistiche, tutto che fa parte del languore quando il demonio stessa si dissolve in un languore senza fine, e l’angelo caduto in te sembra tornare a sentire la divinità, tutto per lei, per l’erotismo per Ana, al di là di tutte quelle che ricordi, Andra, Xhuliana, Alina, Leida, Alexia, Katia… ti ricordi ancora le estasi dello sviamento, del languore, dell’estasi, sai dove va sempre la tua anima ogni volta, e questa volta si libera, sa di essere se stessa, sa che basterebbe pensare a lei, ad Ana, dove sarà, cosa farà, quando sarà, chi sarà, come, come ai tempi di Katia, lo sviamento in te e la sua realtà là fuori, chissà dove, la fantasia e i deliri senza limiti, i mondi paralleli, le cose che non esistono e la fine del mondo, della fantasia, dell’irrealtà, là dove cala un sipario nero e una luce bianca, tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore, perderti ancora e ritrovarti, in tutto il languore per lei, Ana…

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E mi perderò ancora in lei, Ana, al di là delle parole e dei pensieri…

Bersi un caffè e comprarsi le sigarette al bar, come ogni mattina, dopo l’altro caffè della mattinata, rito propiziatorio della giornata, dopo che ieri sera rivedevo Ana e tutto l’erotismo tornavo in me, quando godevo con lei, che scacciava i vecchi pensieri di quella demone cinese, 妖怪,e il mondo poteva ricominciare… non c’erano oggetti amuleti magici nella mia stanza, tutto era fatto di vuoto e di luce, come quelle pagine sullo zen che sto leggendo, che non ha più neanche senso perdersi in domande inutili, come quel libro intitolato: “Dio esiste?”, che vedevo là in biblioteca ieri, quando andavo a guardarmi il film cinese
倩女幽魂, la versione vecchia dell’87, e quella nuova, del 2011, e poi ricominciavo 神雕侠侣, la lingua cinese che suonava più bella della lunga e noiosa lingua russa, le parole che scorrevano più dolcemente, nel ricordo anche di Valeria, e quella lingua che mi era più congeniale, più bella, più pulita, ora che in questo periodo vado sempre al ristorante cinese giapponese a mangiare, e la voglia di Oriente ritorna… mangiare lì e per un attimo perdermi in paranoie sulla dieta, come quando ieri andavo dalla dottoressa di base per capire se dovevo perdere chili o meno, un po’ fuori di testa, che quella capiva, alla fine della visita, chea avevo davvero bisogno della mia chimica giornaliera… e poi le parole di chi mi passava di fianco quando correvo, chi diceva di andare a donne, chi mi passava di fianco correndo, con un pallone, tutta l’energia che in me risiedeva, pronta a esplodere, e la tranquillità, e le parole di Maria Teresa sul lavorare ogni giorno, la mia tesi più difficile: impegnarmi costantemente sul lavoro… e lavorare… chiamare ieri sera mio fratello per fare gli auguri di compleanno a mio nipote, 13 anni, i suoi regali, l’inter che ha vinto sul milan, una pizzata insieme quando sarà, in compagnia… giocare l’altro giorno a “King of fighters”, come ai tempi degli amici cinesi, godere ancora di quel gioco, dal nemico finale imbattibile, ma godere ancora di tutte quelle mosse, quegli effetti speciali, come un ragazzino, giocare a quel gioco che per me era come se fosse nuovo, forse innervosirsi dopo un po’, ma divertirsi lo stesso… Cina, Giappone, Estremo Oriente, che in questo periodo mi piacciono i libri sullo zen, quell’arte buddhista, tutto il pantheon di divinità, che è qualcosa di nuovo da apprendere, e quella riflessione sull’illuminazione che scaccia via tante sovrastrutture costruite sul niente, drammi sentimentali passati, vacuità delle illusioni che si presenta in sé lasciando spazio all’anonimità dei pensieri, alla loro inconsistenza, a le false credenze spazzate via dal desiderio e dalla bellezza di Ana, che ieri sera rivedevo… godere della sua bellezza, della sua voce, del suo viso, anche quando mi chiedeva della mia amica russa, Marina, che scompariva come scompariva anche Alice, la 妖怪,quando rivedevo il volto di Ana, così simile a Inna, davanti a me, la sua bellezza che mandava via anche discorsi inutili degli amici, le loro fisse, e io che mi perdevo in lei, che era quasi la chiave di volta di tutto, pensarla ancora, immaginarla ancora là all’angolo di una via, con i suoi pantaloncini, le calze, la sua maglietta rosa, la sua bellezza di fianco a sua sorella Alexia, e tutto l’erotismo che si liberava, e la tranquillità dell’anima che sto imparando da quei libri zen, l’assenza di immagini, di distrazioni, di concetti e astrazioni, tutto che si liberava così, che ancora adesso l’unico pensiero va a lei, alla sua bellezza, alla sua voce, al suo corpo erotico… e poi lei, che mi diceva che ero un po’ triste nell’ultimo periodo, io che le dicevo che in quest’ultimo periodo stavo cercando di riflettere, o meglio, fare mente locale, spazzare via un sacco di cose, fare chiarezza, e che ero stato tranquillo nell’ultimo periodo, anche senza la mia amica russa, che non mi piace, né nel parlare, negli argomenti, nella lingua, nell’aspetto, quando diceva che aveva intenzione di sposarsi, e tutto veniva spazzato via dal volto e dalla voce di Ana, dal suo volto, dalla sua bellezza, ogni cosa veniva lanciata nel tunnel del passato, che non mi va neanche a stra qui di ricordare, e tutto me stesso si colorava della sua bellezza… anche quando stamattina andavo al bar, e mi ricordavo Bruna quando mi guardava e diceva fra sé: “Kelly…”, come ad indicare una ragazza che non c’era più, quella ragazza che era Ana… adesso essere ancora un po’ stordito da quel doppio caffè, che i pensieri affiorano e vanno via all’impazzata, se non ci fosse il pensiero di Ana che da tutta la tranquillità, il dolce ricordo, la sua bellezza, che inutile star lì a invocare divinità lontane, che mi assicurino la giornata nei suo vari aspetti, e anche andare al ristorante cinese non è più niente, demoni femminili ormai sigillati dal ricordo di Ana, da quel film sui fantasmi cinesi, da quelle immagini di Buddha e quel libro sullo zen, quelle pagine di Haruki Murakami, che la vita va avanti lo stesso, al di là della tristezza che Ana vedeva in me, al di là della tristezza che io vedevo in lei, al di là degli umori un po’ gravi, che vincevano attraverso le parole con lei e tutto l’erotismo… Ana, Ana, che ci voleva proprio lei, ci voleva proprio lei e per un po’ andrà bene così, senza astrazioni e convinzioni sbagliate, senza sovrastrutture inventate per spiegare la mia vita, la mia vita è semplice, è fatta di lavoro e studio, di gente con cui parlare, e niente di più, nel ricordo di Ana, che anche tutti i battibecchi immaginari con le persone che incontro non esistono più, spazzati via dalla voglia di lei e da lei, Ana, che mi sembrano stupidi tante di quelle pensate che nell’ultimo tempo affioravano in me… e forse è vero come mi dicevo ieri, quando mi ispiravo allo zen per cercare l’illuminazione in me, che non aveva più bisogno di paradisi artificiali fatti da chimica, alcol, estasi mistiche, ma era solo la voglia di lei che faceva girare ancora tutto me stesso… e continuerò così, appacificato dall’Estremo Oriente, a continuare a studiare quei libri, leggere ideogrammi, guardare serie tv cinesi, leggere Murakami, guardarmi quell’arte buddhista, al di là di ogni divinità, ortodossia immaginaria dell’anima, che nascondeva solo Ana e forse anche sua sorella Alexia, e tutto evaporerà da sé, ogni costrutto immaginario e artificiale, finché ricorderò Ana e la sua bellezza e l’erotismo con lei… non so che farò stamattina, prima di lavorare, guarderò forse come ormai è abitudine qualche telegiornale, in inglese, francese, italiano, russo forse, mi perderò nelle immagini, nelle parole, forse senza pensare a niente, forse solo ad Ana, a nient’altro, alla vacuità che è in me, all’inconsistenza di cose del passato che dovranno svanire, e tutto si perderà via così, come un sogno, come un ricordo di Ana, e invece di costruire astrazioni le vedrò andare via, evaporare, lasciare il velo di Maya, lasciar perdere la voglia di leggere questo, sapere quello, impormi una disciplina ferrea tra dieta e sigarette, perché tutto se ne andrà via da sé, si perderà nell’aria, senza più l’attaccamento a concetti e astrazioni nate dal nulla, oggetti magici, parole magiche, ora che la voglia di Ana fa evaporare gli ultimi terribili mesi, adesso che sono di nuovo appacificato con l’Estremo Oriente, e con l’Oriente, e potrò ancora darmi alla Cina e al Giappone, alla Russia, a ogni cosa, finché il volto e la bellezza di Ana faranno sparire ogni astrazione, e la vacuità dimorerà in me… guarderò la tv, leggerà libri, guarderò film, lavorerò, mangerò, fumerò come ogni giorno, forse di meno, in quell’ascetismo che fa parte di me, e mi perderò ancora in lei, Ana, al di là delle parole e dei pensieri…

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Tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

E ci voleva la giornata di ieri a Paolo Sarpi e zona Garibaldi per uscire dai soliti loop, andare a fare quattro passi con Barresi lì a Milano, forse esagerando di caffè, vedendo il tipo di gente che frequentava la Sozzani, con quella mostra di Fukase che però era chiusa, i libri strani di fotografia, tra il perverso e il commerciale, come quel libro su Kurt Cobain, il tipo di gente che era lì, camerieri del bar dai capelli lunghi biondi, e un hipster con la barba lunga a vendere libri, una ragazza milanese come tante che faceva presenza davanti all’entrata della mostra, i discorsi perversi di Barresi, la sua invidia per chi ha più soldi, i suoi discorsi di miliardarie che ospitano mostre private, lui e la sua mania della gente con i soldi, lui che vive nelle case popolari e lo stacco lo deve sentire più di chiunque altro, la frustrazione, il degrado, la differenza, come quando raccontava della sua battuta sulla merda tra Alba Parietti e un chitarrista famoso assieme ad una modella, che dopo quella battuta gli dava cinquanta euro, il denaro e la merda, associazione tipicamente freudiana, o, se vogliamo, come diceva Lutero, i soldi sono lo sterco del demonio… girare di qua e di là, con gente che non sapeva perché era in Corso Como, alla Sozzani, passanti vari, vicino a quel non-luogo che è Piazza Garibaldi, tra quei grattacieli finti e le vetrate dei nuovi edifici, un luogo che sembra un aeroporto senza arei, vuoto, artificiale, asettico, senza anima, puro luogo nato dalla razionalità geometrica, che per un attimo mi sembrava di camminare nel quartiere della finanza di Berlino, l’assoluta anonimità, l’assoluta artificialità di quel luogo… ed era catartico invece camminare poi per le vie di Paolo Sarpi, lasciando perdere il bar di Dong Dong, quello di Paolo, tra tutti quei negozi cinesi ed estremo orientali, i cinesi… le cinesi… sono tanti, tutti uguali, tutti indifferenti, anche le cinesine carine, che mi salvavano dal pensare sempre a Valeria, ad Alice, a GuanYin, alla cinese che serve alla Fabbrica dei Sapori, i cinesi, le cinesi, così tanti e così tante, anche loro anonimi, che per salvarmi dai soliti loop infernali basta pensare agli spazi aperti di Milano, di Paolo Sarpi, e non ai soliti loop prigione di quando sono qui, tra la biblioteca del mio paese, quella del paese vicino, la pizzeria dei turchi, il parco di Cesano, quello del mio paese, il Carrefour e i soliti luoghi, le solite persone, che ci voleva davvero uscire un attimo e cambiare giro, svagarsi e distrarsi, uscire dai soliti luoghi loop e prigione, e ricordare anche il Rasputin dell’anima, quando in quella galleria mi sentivo un pesce fuor d’acqua, un poveraccio, uno che non ci capiva niente di fotografia ed arte, anche quando lasciavo andare il ricordo di quando passavo con Marina lì, a Corso Como, e tutta l’ortodossia dell’anima la sentivo in quell’istante, lontano da tutti e da tutto, dai discorsi artistici del Barresi, dalla galleria, dalle sue fisse per Paolo Sarpi e per la Cina, e per i film cinesi e le mogli cinesi, e quant’altro, tutta quell’Ortodossia spirituale dell’anima che sentivo anche quando uscivo dal Piccolo Teatro nell’intervallo di Evgenij Onegin, quando andavo là con Marina, l’assenza di luoghi, di persone, di attaccamento, di volizione, e un puro spirito dell’anima senza parole, una pura mancanza di sigarette, interessi, caffè, attaccamenti dell’anima, fisse, pura spiritualità ortodossa che fa a meno di cibo, di astrazioni, di intellettualismi, di fissazioni, di competizione con gli altri, di mostrare chi è più intelligente, chi ne sa di più, quella continua smania che distrugge sempre Barresi, e lui a volte me con i suoi discorsi, e sentirsi come un monaco ortodosso camminare per quelle vie, per quei luoghi e tra quelle persone che non mi appartengono, liberarsi di se stessi e del mondo lì attorno con quella sensazione, privato di tutto, delle patacche in casa del Barresi, puro gusto popolare, lui e la sua abitazione, la sua macchina, io e la mia stanza con simboli para-religiosi, liberato da tutto e ogni cosa, dai libri, dai film, dalla musica, pura spiritualità ortodossa nera oltre i confini del sonno depressivo black metal, anche se il passaggio a volte tra i due stati d’animo è quasi impercettibile, Rasputin dell’anima che si aggira tra quei luoghi, tra quelle persone, tra quei mondi, senza alcun interesse, tirandosi fuori dai giochi, alienandosi nel suo nulla spirituale, non appartenere… e svegliarsi così, dopo un pomeriggio andato un po’ a male per colpa dei troppi caffè di ieri, che perdevo quella sensazione spirituale, per colpa della musica cinese, di quella lingua che una volta mi teneva incollato al computer, ai film, nel cercare di decifrarla, come quando andavo a Paolo Sarpi quando ero preadolescente, con Dong Dong, con Liao sui miei vent’anni, fissa cinese che si era insidiata in me da una vita, una volta che sentivo una speciale connessione tra me e la Cina, per via di Dong Dong, di Liao, e ora che le relazioni sono andate a farsi fottere per quell’esperienza del bar e quelle puttane, non sento più alcuna speciale connessione con i cinesi, anche il bar di Paolo è come se fosse solo un altro bar tra i tanti di quelli di Paolo Sarpi, un altro locale, e io con la Cina c’entro poco o niente, al di là dei miei studi, delle mie amicizie andate a male, e invece della Cina dovrò sempre ricordare quella sensazione di spiritualità ortodossa che mi rileva da ogni appartenenza, fissazione, interesse, che per liberarmi ieri mi sarei comprato anche due birre giapponesi, per uscire dalla Cina, mentre poi nel pomeriggio andavo al bar per comprarmi due Heineken e far fuori l’effetto di tutti quei caffè, al diavolo la musica cinese, mi dicevo, le cantanti cinesi, che mi ricordavo quando uscivo a Paolo Sarpi più di dieci anni fa, con gli amici e le amiche cinesi di Liao, a cercare di provarci con delle cinesi, che schifo, liberatemi da quella gente, già mi dicevo, e mi liberavo pensando a come all’università non sceglievo la lingua cinese, ma quella russa, anche per l’esperienza con Katia, che era uno spartiacque epocale della mia vita, al di là della scuola di giapponese, degli ideogrammi zen, e tutta l’ortodossia dell’anima era l’unica ricetta per uscire da quelle fissazioni, attaccamenti, manie estremo orientali, e tutta quest’ortodossia dell’anima la sento stamattina, dopo l’alcol di ieri per stemperare i caffè, al di là delle venti gocce di valium che altrimenti impazzivo, e per fortuna lunedì vedrò Saverio, non so perché, e di quel luogo, ora come ora, mi ricordo quella croce ortodossa che là resta appesa, nel palazzo dei folli, a indicare tutta quella spiritualità perduta tra quei negozi schifosi, quei centri massaggi, quei ristoranti, quelle facce asiatiche, quei miliardari di Corso Como e zona Garibaldi, e mi distacco da tutto, trovo la mia spiritualità e la mia evasione che mi salvano… e fa niente se ho bevuto un po’ e se sono dovuto ricorrere a venti gocce di Valium, è stato terribile ma era necessario, e almeno stamattina mi sento bene, senza colazione, senza troppi caffè, senza troppe sigarette, senza patacche nella stanza, senza notiziari in chissà quale lingua, canzoni di chissà quale tipo, libri, e congetture varie, l’assenza di ogni fissazione e mania e interesse mi salvano, con questa sensazione spirituale che sento partire da me stesso, queste mancanze che ti fanno sentire meglio di non aggiungere mille cose, avere mille idee e pensieri, come dice sempre il Barresi nel suo mondo perverso e artistico e maniacale, liberarsi da tutto, da quel me stesso che anch’io ero una volta come il Barresi, fissato con l’Estremo Oriente, con Paolo Sarpi, con quei suoi discorsi d’odio e di invidia e di senso di rivalsa, tra miliardari, cinesi stronzi, Estremo Oriente idealizzato, manie di ragazze orientali, fisse artistiche che non sono neanche artistiche, ma pura spazzatura dell’anima, e mi dissocio da quei mondi, da quei luoghi, da quelle persone, per trovare me stesso nella mancanza, nella spiritualità, nelle assenze, e non mi interessa più parlare cinese, sapere tutti gli ideogrammi, uscire con Marina in Corso Como, andare a vedere Fukase, fare amicizia con Paolo o chissà chi, con Valeria, ricucire i rapporti con Dong Dong e Liao, non mi interessa più, né di Ana, né di Alice, né di Aleksia, e ricordo solo quella città, aperta, quei negozi, quell’apertura al mondo, quella chiesa ortodossa lì, tra Alice e Ana, e tutta l’ortodossia dell’anima, che mi salva da ogni maniacalità estremo orientale di una volta, che Saverio sapeva riassumere in poche parole: “Lo sa che a Paolo Sarpi c’è un bar chiamato Cincin bar?”, vizi inutili, maniacalità inutili, e se c’è qualcosa che mi salva è questo svago e questa spiritualità dell’anima, queste mancanze, e lasciar perdere ogni interesse, ogni smania, ogni fissazione, e sentirsi sempre all’aperto, lontano da tutti e da tutti, lontano da ogni luogo e persona, lontano dal mondo e dalle sue logiche perverse, a parte, nel mio svagarmi e nella mia spiritualità, che non mi interessa più niente, più nessuno, nessuna cosa, nel mio svago e nella mia spiritualità…

Non so adesso cosa starò dicendo lunedì a Saverio, non è importante, so solo che là al palazzo dei folli là vicino si vede il campanile, si sentono la campane, c’è quella croce ortodossa là appesa, e tutto il Rasputin dell’anima che è in me vince su ogni cosa, sempre vestito di nero, barba non fatta, capelli lunghi, vesti nere, al confine tra l’ortodossia e il black metal dell’anima, non mi interessa niente, e continueranno solo questi esercizi spirituali, al di là di ogni cosa e fissazione, sempre esasiato dalle privazioni, lontano dai discorsi e la gente perversa, lontano da mille oggetti e patacche che fanno andare in tilt l’anima, tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Tutta l’oscurità dell’anima…

Nero dell’anima, ancora una volta, ieri sera, al tornare dalla biblioteca, sdraiarsi sul letto e voler solo morire… i canti ortodossi che mi accompagnavano… gli amici che squillavano per uscire, io che non rispondevo, continuare a dormire, di un sonno depressivo, nero, l’oscurità della camera che era l’unica visione, le immagini e i pensieri della mente che sparivano, per lasciare spazio solo alle tenebre, e al silenzio… black metal dell’anima senza musica… addormentarsi di un sonno profondo… svegliarsi, nel sogno, sognare di stare barcollando, come l’altra volta quando sognavo Miryam, barcollare e le gambe che mi cedevano, nel sogno, capitombolare a terra con le gambe che non reggevano più, e sentirsi addosso una maglietta che era come una camicia di forza, squarciare a brandelli la maglietta bianca di karate nel sogno, strapparla via con forza, e liberarsi da quella prigione, sognare Ana, il mio desiderio per lei, sognare lei, e svegliarsi alle dieci di sera… Ana, nel sogno, il sonno depressivo, il sogno allucinato, il desiderio per lei, l’orario quasi di uscire con gli amici, alle dieci, chiamarli per vedere se uscivano veramente, sì, mi dicevano, ok, ci vediamo più tardi… svestirsi e rivestirsi di nero, con quella felpa che mi ricordava Ana, quella felpa nera, jeans neri, felpa nera, giubbottino nero, scarpe nere, i lunghi capelli, la mia magra figura, lo sguardo perso nel vuoto e nell’oscurità, andare da Ana o uscire con gli amici? Il nero dell’animo che mi invadeva, ricordarsi che l’altro giorno è morto Bonfanti, il collega di mio padre e Marco, schiacciato sotto un ponte sollevatore di automobili, incidente sul lavoro, un altro morto, dopo il suicidio del padre di Marco vent’anni fa, dopo il Lissoni e le sue troppe sigarette, adesso anche Bonfanti, un altro morto, nella schiera di quella gente più grande di me, lavoratori, disperati, ricordarsi vagamente le parole di Bonfanti, quando c’era: “Dai! Barista! Dai! Lavoratore! Su! Forza! Ci mancava anche Maometto adesso!”, andato, via, trapassato, sul lavoro… questo lavoro che sa di morte e noia mortale… “Ci potranno essere delle cadute, ma non resettano ogni cosa, lavori!”, diceva Saverio, impegnarsi ogni giorno ad andare alla stessa ora, stare sul lavoro, quel lavoro che non dà soddisfazioni… l’oscurità dell’anima e la mancanza di voglia di uscire con gli amici, l’oscurità e il ricordo di Ana, la pubblicità russa: “Иногда получается так… а иногда получается так…”, la sessualità e la sua maledizione, Ana, Alice, Aleksia, la negretta, le ultime avventure, disavventure… donne e motori, gioie e dolori, la macchina distrutta, la nuova macchina con la quale non mi trovo, il lavoro disastrato al bar, la barba lunga, i capelli lunghi, la mia magra figura, i vestiti neri, l’oscurità, la morte, l’amore, il sesso… senso di morte e di caduta dalla grazia, fallen from grace… black metal dell’anima… lasciar perdere, non uscire con gli amici, sarà per un’altra volta, fa niente se poi mi daranno del depresso e dello psicopatico, un po’ di tutto questo è anche vero… cambiarsi di nuovo, lasciar perdere le sigarette da evitare, il digiuno forzato, oscurità dell’anima che mi invadeva, risdraiarsi sul letto e sapere che per altre tre ore, fino alla una di notte non avrei dormito… era proprio così… lasciar scorrere i pensieri, le visioni, i collegamenti di pensieri senza nesso, aspettare che il sonno arrivasse da sé, e arrivava, nero, come l’oscurità… svegliarsi la mattina, un caffè, pesarsi, accorgersi di aver messo su chili, in questi ultimi due mesi, troppi pasticci, il nero dell’anima che mi invadeva… andare al bar, un caffè, senza parole, al diavolo le sigarette! Tornare a casa solo per raccogliersi, le solite richieste ad una divinità sempre più lontana: pochi caffè, poche sigarette, poco cibo, poche puttane, poco alcol, pochi miscugli di medicine, attività fisica… e poi? Cosa rimane a parte questa disciplina straziante dell’anima? Cosa rimane? Gli amici che non vuoi vedere, la gente con cui non vuoi parlare, Ana che ti deprime e basta, anche Alexia, anche Alice, non sapere che farsene dei due tre like di ieri su Instagram, Alice C., Noemi G., ex compagne di università, di russo, per una foto di una street art con un gatto diabolico, non sapere che farsene, black metal dell’anima… la musica che mi invadeva, sonorità depressive, l’assenza di parole e pensieri, la morte di Bonfanti, il desiderio per Ana che si mostra solo nella notte, nei sogni allucinati, e va bene, sì, rispetto a quando pesavo dieci chili di più, rispetto a quando mischiavo alcol, sigarette, caffè, valium, sì, va bene, ma è solo una base, e il resto della vita? Dell’esistenza? Cosa farmene quando non c’è nessuno con cui uscire? Nessuna? Lo schifo per Marina e la sua pancia gonfia, il ribrezzo, i suoi discorsi da russa per bene, senza un minimo di sentimento, il suo sguardo, il suo volto che non mi sono mai innamorato, solo Ana, solo Ana, solo Ana, lei che se ne andrà in Inghilterra, con il suo “cliente”, a “lavorare”, a fare altro, l’Inghilterra, i Cradle of Filth, Dracula e il Black Metal dell’anima, la Romania e l’Ortodossia, tutta l’oscurità dell’anima… leggere senza voglia “Fasciocomunista”, dopo che la sera scorsa guardavo “22 July” sul terrorista di destra Breivik, film in inglese, la morale? Se sei di estrema destra sei un mostro, sei da solo, se sei di sinistra e hai amici e una brava famiglia sei salvo, lo sconforto… non sentirsi né di destra né di sinistra, solo credente, di un credo oscuro, tutta l’oscurità dell’anima… leggere a vuoto e non sapere cosa fare, decidere di passare in chiesa per sentire la messa, la domenica del perdono, i mostri della Chiesa Cattolica che sono apparsi nelle ultime notizie, dimenticati, solo Cristo, non mi confesso con nessuno, non faccio l’Eucarestia, me ne frego degli altri in chiesa, guardo solo le icone, icone ortodosse, e cerco conforto là dove non ce n’è, Ortodossia dell’anima, tutta l’oscurità dell’anima, Ana… uscire dalla chiesa per niente sollevato, fumarsi una sigaretta che non dava piacere, tornar a casa e chiamare gli amici sul cellulare, “Lo sai che Aldo è mezzo psicopatico, è per quello che non è uscito!”, diceva l’amico un po’ maniaco, sempre perso nel mondo virtuale, h24 davanti al pc, a inseguire chimere di successo hoolliwodiano tramite le sue foto “artistiche” su Instagram, a sognare di scrivere sceneggiature e di fare film, di diventare, ricco, famoso, miliardario, con delle tipe tutte modelle… h24 davanti al pc, nessuna differenza per lui tra fantasia e realtà… ossessionato, maniaco di pornografia, uno psicopatico che dà dello psicopatico ad un altro psicopatico… psicopatico… come quei criminali nei libri di Jo Nesbo, Norvegia dell’anima, black metal dell’anima, tutta l’oscurità dell’anima… Ana che mi fa deprimere, il lavoro anche, i colleghi anche, la gente che muore, cercare di dimenticare la puttana cinese Alice con i poster del comunismo di Mao Zedong, il lavoro da Alex, il salto là tra quelle icone e quella gente, chiesa, la chiamano, decidere di andare all’Aumai a comprarsi una bilancia digitale, per tenere almeno il peso sotto controllo nei prossimi mesi, il digiuno, il mese di Bahà, la quaresima, l’apocalisse, là dove il tempo non esiste più, né sacerdoti, né santi, né niente, solo Cristo, e tutta l’oscurità dell’anima… i genitori che litigano, il lavoro che fa schifo, i colleghi pure, gli amici anche, l’altro amico che chiamavo che diceva anche lui che l’altro è sempre chiuso nella sua stanza, davanti al pc, vita alienata… la mia biblioteca, le mie officine, i miei telegiornali in cinque lingue diverse, la mia musica, i miei canti, la mia vita che non c’è, la compagnia che non c’è, le tipe che non voglio più, Alice che veniva sovrascritta da quella commessa cinese all’Aumai che mi passava la bilancia, “Vuoi un’altra?”, “Un’altra cosa?”, “La batteria c’è dentro”, “Ah, allora basta!”, la moglie di Alex, la moglie di Leo, il sole rosso, 红太阳, Mao Zedong, la tipa cinese, la commessa dell’Aumai, lo sviamento da ottobre, per quel dentista maledetto, l’alcol, i caffè, le puttane, Marina e lo schifo, l’altra barista cinese, la vodka, il valium, i mix chimici, il devasto, tutta l’oscurità dell’anima… il black metal dell’anima, le troppe sigarette stamattina, il peso da controllare, lo sport da fare, i libri da leggere, il lavoro, Saverio da vedere venerdì, il mese di Bahà, la Quaresima, l’Apocalisse, la morte, l’amore, il sesso, Ana che non voglio più vedere, l’altro che è morto, il tempo che non esiste più, il consumismo culturale, i soldi da mettere da parte, Marina che mi fa schifo al solo pensiero, gli amici che non c’è più niente da discutere, sì, quello lì è h24 nella sua stanza davanti al pc, mondo virtuale, altro che biblioteca, come diceva ieri un comunista lì alle bibliotecarie, mondo virtuale, l’oscurità dell’anima, l’assenza di pensieri, l’assenza di visioni, una schermata nera cala su di me, il silenzio, l’assenza di parole, tutta l’oscurità dell’anima, e un mondo che non ha più senso, il tempo non esiste più, Apocalisse dell’anima, la fine del mondo, tutta l’oscurità dell’anima…

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Finché la pura luce vive in me…

Cercare di smettere di fumare, diminuire, sentirsi strano, tra il depresso e l’insonne, dopo la leggera dose di vodka di ieri sera, qui ascoltando RTL 102.5, a cercare di sovrascrivere il ricordo dell’ultima ubriacatura al bar Lndn di qualche tempo fa… la presenza oscura di Rasputin che è solo un muro nei confronti del mondo, mutismo nero, regola del silenzio che diventa muro di fronte agli altri, e me ne accorgo ogni mattina andando al bar a bere il caffè, quando gli altri parlano e io faccio scena muta, non ancora in grado di esprimermi liberamente, di aprirmi verso gli altri, “Sei chiuso”, mi diceva Leida a suo tempo, anche Maria Teresa, anche Alex, l’ultima volta… e che fatica cercare di uscire da questo muro, muro dal quale uscivo forse l’altro sabato, quando andavo al bar per guardare la partita Atalanta-Milan, e c’era lì Miryam, che chissà perché nell’ultimo periodo credevo che ce l’avesse con me, per qualche incomprensione, non lo so, e non era così… si parlava di qua e di là, ordinava lei per me un decaffeinato, si scherzava con Bruna della mia esperienza al bar di Alex, e scambiavo due parole con Miryam, lei che ha lasciato il bar per fare un corso di assistente odontoiatrica, assistente alla poltrona, e ne parlava con gioia, che guadagnerà di più, che tanto l’esperienza come barista ce l’ha, e può sempre ritornare lì al bar quando vuole… perdermi per un attimo negli occhi di lei, io e le mie fantasie allucinate islamiche, che avrei ritrovato nelle notti dopo, quando anche litigavo con mio padre per trasferirmi in mansarda, là dove ogni volta prego, e che è diventata allo stesso tempo la mia moschea e la mia palestra privata… e stavo davvero strano in questi giorni, tra la notte che non dormivo, e la mattina, e i troppi caffè, e i sogni allucinati, e l’astinenza non si capisce più da che cosa, da Miryam, da Ana, da Valium, da vodka, da caffè, da nicotina, non si capiva più niente, che mi lascio ancora una quindicina di giorni a stare attento a Valium, caffè, nicotina, vodka, e discorsi con le ragazze, per cercare di capirci qualcosa di più, o dimenticare, dimenticare anche forse l’ascesi bahaì, cristiano ortodossa, islamica… che giravo attorno sempre alle stesse cose, e tutto era forse dovuto a loro due: Miryam e Ana, e nient’altro, il lavoro al bar, il caos del dentista, le altre puttane, la spossatezza e la stanchezza da questi allenamenti che sto facendo nell’ultimo periodo: corsa, karatè, taekwondo, dieta molto leggera, che forse brucio più calorie di quelle che consumo, e aspetto ancora una quindicina di giorni per capire cosa ci sia di viziato in tutto questo mio stato anormale di cose: il caffè? La nicotina? Il Valium? Miryam? Ana? La vodka? Le puttane? La depressione del lavoro andato male? Del lavoro che non si trova? Del lavoro che in fondo c’è (come ho lavorato questi giorni nelle officine)? Mia madre che dà fastidio, come mi faceva notare Saverio l’ultima volta? Il litigio con mio padre? L’indecisione sempre uguale del non sapere cosa voler fare? E forse mi basta stare attento alle parole di Maria Teresa: “Non ti lamentare… hai il lavoro sotto casa, pensa a quelli che si devono alzare la mattina alle cinque per andare al lavoro, non arrivano a fine mese, hanno il conto in rosso, e tu ti lamenti, sei il figlio del capo, e ti lamenti, non ti lamentare…”… e quello che diceva anche stupidamente quello che incontravo al bar l’altra volta, da ubriaco: “Il lavoro c’è! Basta accontentarsi! Fare il lavapiatti, il manovale, il lavoro c’è!”… e Ana che diceva invece che qui in Italia ormai non c’è più niente, che lei andrà in Inghilterra, forse con un suo compagno cliente italiano, a cercare di fare qualcosa, sempre lo stesso lavoro, più qualcos’altro, per guadagnare di più, soldi… soldi… da me volevi solo soldi, soldi, e mi viene in mente la canzone di Mahmoud, quella che ha vinto a San Remo, come l’ascoltavo l’altra sera, e mi veniva in mente Ana, e la depressione che lei portava, che se non era per le due parole con Miryam l’altra sera e la vittoria del Milan, e le fantasie allucinate da mistica islamica per lei, per andare oltre mio padre, oltre il Faraone, verso la Terra Promessa, come Mosè, Musa, che se non era per il salutare in albanese di Paolo, e poi in arabo, lì al bar, forse mi sarei perso per colpa di Ana, che non mi va più di rivedere… e anche quella semplice parola, mentre bevevo il caffè, l’altra mattina, di non so chi, “Allah!”, pronunciata come pronuncerebbe un imam che conduce una preghiera, mentre mi perdevo per un attimo a guardare Olga mentre bevevo il caffè, che se non era per quella parola magica, per Miryam, per la luce che mi guida, come anche oggi si illuminava Bruna mentre parlavo di Miryam, se non era per tutta quella luce mi sarei perso di nuovo… e pensavo a come il bar sta diventando una specie di seconda casa, come anche domenica passavo di lì a pranzo a mangiare un toast, nella dispersione tipica della domenica pomeriggio, se non era per il bar, per Miryam, mi sarei perso sempre di più, e se trovo un modo per andare avanti è proprio passando di lì, sentendo i discorsi e le frasi della gente, scambiare due parole, uscire dal solito loop di discorsi intellettualoidi con gli amici, discorsi di lavoro con Marco e gli altri, se non fosse per il bar, per Miryam, per quella luce, mi sarei perso completamente… e vorrei solo scambiare due parole in più, essere più luminoso, meno nero ortodosso murato nel silenzio e nello sguardo in fissa sul mondo, chiuso in me stesso, non sono un monaco ortodosso, sono un figlio della luce, grazie a Miryam, grazie al bar dove si saluta in albanese e in arabo, dove si convive tra tutte le etnie, e se non fosse per quella luce mi sarei perso, anche nei discorsi svianti di Saverio, delle lingue, di inseguire passioni che non ci sono più, ispirazioni che non ci sono più, che sono morte come è morta la relazione con Alina, con Leida, e ora con Ana… e se non fosse per quel bar, per Miryam, per quella luce, mi sarei davvero perso, che Miryam diventa una sorta di Beatrice che mi conduce al di là dell’inferno, verso viaggi di mondi di passaggio, come il purgatorio e il paradiso, e anche se lei mi parla del suo ragazzo non mi fa niente, perché per lei non c’è desiderio, c’è solo magia e luce, un qualcosa di mistico e trascendente che mi conduce alla visione della Luce e della divinità, là dove tutto il nero dell’anima diventa pura luce… pura luce… e non so se domani tornerà Valeria, se berrò il caffè, quante sigarette fumerò, cosa leggerò, con chi starò parlando, non mi importa, finché la pura luce vive in me…

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E quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

La sera… dopo una leggera giornata di lavoro, il libro “Aleph” di Paulo Coelho, leggerezza di cose senza senso new age, lo spirito del mondo, lo spirito della pace, l’amore… arrivare a sera e aver voglia di rifarsi di quella vodka gettata via nel lavandino, recuperare una nuova bottiglia al supermercato, prendere la macchina e andare… arrivare là, prendere la bottiglia di vodka standart e andare alla cassa… l’etichetta antifurto che era sopra il codice a barre, la cassiera che diceva che bisogna essere proprio stupidi, quattro chiacchiere prima che arrivasse l’altro commesso che avrebbe dovuto recuperare un’altra bottiglia, con il codice a barre libero, due parole con la cassiera, sull’altro Carrefour 24h che chi ci va la notte a fare la spesa? Neanche quelli che tornano dalla discoteca, al massimo vanno dai panettieri notturni a prendersi una pizzetta, una brioche, come si faceva ai tempi con gli amici… il commesso che ritornava e diceva anche lui, come mi aspettavo, che quella era l’ultima bottiglia rimasta, e quindi un’altra non ce n’era, meglio così, pensavo, salutavo, si scusavano, ed ero contento per quella bottiglia in meno… tornavo a casa, mi prendevo la mia olanzapina e cercavo di riposare, mentre il craving dell’alcol, delle sigarette, si faceva sentire, a niente serviva pensare ai monaci, ai santi, stare lì un’oretta sdraiato, ad orari ora più umani, verso le dieci di sera non già dormire, e verso le undici riprendere la macchina per andarsi a comprare una keglevich, che andava bene lo stesso, all’altro Carrefour, aperto 24h… prendere la macchina, partire, e neanche a metà strada girare dall’altra parte, per andare a trovare Ana, e non la cassiera del Carrefour, che solo vedere quel negozio mi faceva venire la depressione, fregarsene del cassettino passeggeri della nuova macchina sempre aperto, siamo in Romania, pensavo, il mondo ideale non esiste più… arrivare là da lei, e dirle che le davo tot, andava bene e saliva in macchina, Ana… che solo risentire la sua voce per un attimo provavo piacere, avevo voglia di parlarle, delle mie disavventure degli ultimi mesi, il dentista, la macchina distrutta, il lavoro al bar dell’amico cinese, l’amica russa che non significa niente, la puttana cinese, le partite al bar, l’alcol, il mix di alcol, valium, caffè, sigarette, zolpeduar, canti ortodossi, canti islamici, che da settembre, da quando avevo deciso di non rivederla più, Ana, era stato un continuo cadere sempre più in basso, un casino totale, lei che sorrideva… lei che mi raccontava che anche lei con il nuovo anno non è iniziato bene, il poco lavoro, in generale, i suoi che sono separati, loro, le due sorelle, che hanno due macchine e quando escono la sera decidono o una o l’altra, non importa, lei e le sue serie televisive turche, come in Albania, le dicevo, anche là guardano telenovela turche, sottotitolate, una volta c’erano i turchi, in Albania, in Romania, cinquecento anni fa, le dicevo, Dracula… lei che diceva che sapeva un po’ di parole turche, io che ne sapevo solo una, le dicevo: “Sevi seviyorum”, “Ti amo”, diceva lei, io che mi perdevo nel suo sguardo, nella sua voce, lei che per un attimo, con quella voce lì, che mi ricordava Eugenia, lei e la sua bellezza nel parlare un’altra lingua, l’italiano, come fosse la sua, con tutta la leggerezza e la dolcezza del mondo, lei che mi diceva che aveva 21 anni, giovanissima, le dicevo, lei che a settembre vorrebbe andare in Inghilterra, che qua ormai non c’è niente, c’è un cliente di 28 anni che là la ospiterebbe, ha altri parenti, zii, cugini, a Londra, lei che mi diceva di andare anch’io, che l’età non conta, io che le dicevo che ormai ho 35 anni, se avessi avuto dieci anni di meno forse sarei andato, cosa ho studiato a fare lingue? Era meglio che dieci anni fa prendevo e andavo, avrei imparato di più, per che cosa poi? Lei che comunque andrebbe là non per amore della lingua, ma per i soldi, lei che continuerebbe a fare quel lavoro, più un altro lavoro, per guadagnare di più, come Alina, pensavo, che ogni tanto faceva la notte, altri lavori da giovane ucraina di giorno, lei che mi parlava di voler andare in vacanza in Turchia, anch’io le dicevo, Istanbul, dopo che quest’estate ero stato a Berlino, la capitale della Turchia, come diceva Mustafa, e avevo voglia di visitare Istanbul, che tanto a Berlino i posti dove mangiare sono tutti turchi, le moschee, le cantilene islamiche, quella canzone romena in inglese: “Lost in Istanbul”, che anche lei conosceva, lei e le serie turche, le parole turche, le storie di chi si innamora, si ammazza, finisce in galera, tanti episodi, lei e i suoi orari assurdi, lavorare dalle dieci all’una di notte, tornare a casa e guardare le serie tv fino alle sette, addormentarsi e svegliarsi alle quattro del pomeriggio, pulire la casa, fare lavori, e neanche il tempo di far altro e tornare subito al lavoro, circolo così, vizioso, di una vita un po’ depressa, come lei, senza sorriso, con quella voce dolce e disperata allo stesso tempo, lei che non riesce a dormire come me, io che l’altra notte mi svegliavo alla una e non dormivo fino alle sei, quando andavo al bar, prendevo il caffè, e me ne tornavo a casa a dormire fino alle nove, come per cercare di rimettere a posto il ritmo del sonno, non si può addormentarsi alle otto e svegliarsi alle quattro di mattina, io che con lei parlavo una ventina di minuti, di tutto questo, di andare via, di stare qua, dei soldi, delle serie turche, che mi ricordavano l’Albania, le volte che mi ubriacavo al Bar London e poi andavo in pizzeria turca, London e la Turchia, i sufi, l’alcol, lo sviamento, l’annebbiamento dei pensieri, come lei, per la mancanza di sonno, la depressione strisciante di entrambi, l’infelicità… non c’era altro da aggiungere, neanche pensare a Eugenia, ormai persa, io che la riportavo là dove sua sorella attendeva un altro cliente, quella macchina che si fermava lì, a caricare tutte e due le sorelle, prendere e andare via, dopo averla salutata, il suo sguardo infelice, triste, depresso, senza piacere, la voce dolce e stanca, senza sonno, il mio sviamento, il suo volto, la sua voce, la sua bellezza da ragazza 21enne, la Romania, l’Inghilterra e la Turchia, e Ana che traduceva “Ti amo”, “Sevi seviyorum”… girare e tornare a casa, essere ancora indeciso se bere o no, pensieri offuscati, voglia di una scarica di qualcosa, andare al bar e prendersi una bottiglia di birra, dopo aver vagato in casa in cerca di alcol, quella birra dopo mezzanotte, qualche sigaretta di troppo, pensieri affuscati e annebbiati che vagavano qua e là, lo sviamento dell’ultimo periodo, tra puttane, bar, alcol, partite, russe, cinesi e romene e sud americane e romene, io che pensavo ad Ana, lei che forse partirà per Londra a settembre, come diceva, io che mi dicevo, perché partire? E pensare che una volta il desiderio di stare qua era dovuto a lei, non partire per Londra proprio perché c’era il desiderio per Ana, o così credevo, la depressione strisciante di entrambi, la notte, un po’ d’alcol, leggero, la musica che non partiva in me, forse “Perseri” di Greta Koci, e il piacere che non c’era, il dispiacere di una notte così, i miei amici che mi davano ultimamente del depresso emo, la notte fatta di una bottiglia di birra e di un bicchire di malvasia, al di là di tutte le storie religiosi, dei proibizionismi isterici, la leggerezza che si trasformava nella pesantezza della notte, la depressione strisciante di noi due, me ed Ana, la notte e il dispiacere, sentirsi lasciato in nome di quel suo amico che l’ospiterà in Inghilterra, vite da migranti, in nome di pochi soldi, in nome del lavoro che qua dicono tutti che non c’è, io che pensavo al lavoro di mio padre, ai soldi che non so neanche come spendere, all’infelicità, alla depressione strisciante di noi due, la notte, la musica che non c’era, il piacere in esilio, il dispiacere che pervadeva ogni cosa, senza bisogno di vodka standart o keglevich, al di là dei notiziari e di tutte le lingue di questo mondo, della musica di tutto il mondo, delle tipe da tutto il mondo, una visione, ancora una volta, della chiesa a Iasi, l’iconostasi, il catapeteasma, là dove finisce il mondo, l’archimandrita greco che con la sua presenza mi diceva che era meglio evitare Ana, caffè, alcol, sigarette, riprendersi dopo questo periodo di devasto e confusione, con questa depressione strisciante di noi due, Ana che tornerà in Romania a Pasqua, 28 aprile, secondo il calendario ortodosso, una settimana, Pasqua, come i canti che sentivo l’altro giorno, di quei monaci di Valaam, ortodossi, la sensazione pasquale che provavo l’altro giorno, lontano dai circoli viziosi, liberato per un attimo, dai caffè, sigarette e alcol, quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana… che non c’è musica, forse solo quella di Mahmoud, adesso di moda, dopo San Remo, volevi solo soldi, soldi, soldi, wali di wali di habibi, h b, abha, bahà, la gloria, gloria al padre al figlio allo spirito santo, Слава Отцу, Сыну и Святому Духу, l’ortodossia che non c’è, perdersi tra la luce bianca bahaì e il nero oscuro dell’ortodossia, il catapeteasma, la Pasqua di Ana, la nostra depressione strisciante, una Londra che non c’è, e l’assenza di musica, e quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

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Dopo una notte di devasto…

Vodka, la notte, dalla una alle tre di notte, bere, fumare camel white, avevano solo quelle in quel bar ieri sera quando si usciva con Barrezi, vodka standart russa, di quelle più raffinate, più buone, come quella che bevevo al bar london, quando mi ubriacavo, nella notte, la voglia di una chesterfield rossa, la vodka che mi aveva regalato l’amico, insieme ai poster della propaganda cinese comunista dei tempi di mao tse tung, regali di compleanno arrivato dopo un mese e mezzo, giocare a spostarli di qua e di là nella stanza, ubriacarsi, pensare a Rasputin, ad Ana, all’ortodossia dell’anima, prendere la macchina nel mezzo della notte e andare al bar a comprarsi le chesterfield rosse, dopo che spezzavo e buttavo via le camel white, comprare le chesterfield rosse al distributore automatico… tornare in casa, bersi qualche goccio ancora, fumare una sigaretta, buttarla via, prendere la bottiglia di vodka e svuotarla nel lavandino, buttarla via, prendere le chesterfield rosse e buttarle via, dopo averle spezzate, prendersi venti gocce di valium alle quattro e mezza della notte, per dormire, pensando ad Ana, a non so chi, a non so che cosa, ai discorsi fatti forse insieme all’amico, prendi e vai via, emigra, sai le lingue, fai import export, vai in Russia, anch’io mi sveglio la mattina e non so cosa fare, mi devo organizzare la giornata, la vita priva di senso, io inseguo il piacere nelle cose che faccio, quello è il mio criterio, il piacere? Bere alcol fino ad ubriacarsi, sette caffè al giorno, trenta gocce di valium, non so quante sigarette, cibo a volontà, e ogni tanto le puttane, se questo è inseguire il piacere, meglio non basarsi sul piacere per andare avanti, qualcosa che mi piace? Non c’è più, né le lingue, né lo studio, né il lavoro, vagamente Ana, Alexia, lontanamente, forse l’unico piacere che provo ora è l’ascetismo, l’ascetismo di fare a meno di quei circoli viziosi, anche se sbagliavo a buttare via la vodka e le sigarette, soldi buttati, sprecati, non si buttano via le cose, un po’ come quando nella depressione totale nel 2016 buttavo via tutti i fumetti, cancellavo il vecchio diario ispirazione ultima, mi cancellavo dai social, nella depressione ogni tanto ci sono queste manie distruttive, manie di buttare via la roba, come per liberarsi da un peso, e ogni volta che butti via qualcosa per un attimo ti sembra di esserti liberato dal peso, poi viene il senso di mancanza, e il peso torna comunque anche senza quegli oggetti di cui ti sei liberato, dinamica della depressione, distruttività… e poi perché depressione? E’ davvero depressione questa? Non si sa, i termini psichiatrici vanno presi con le pinze, meglio non darsi nessun nome, bipolarismo, schizofrenia, disturbo della personalità, depressione o quant’altro, l’antipsichiatria insegna che queste etichette funzionano poi come delle profezie che si autoavverano, quindi le etichette meglio evitarle… depressione perché gli amici così scrivevano su whattsup, e dopo questi regali Aldo non ha più scuse per fare l’emo depresso, ce ne manca ancora, scrivevano, emo depresso che ha ereditato, scrivevano, cazzate, tutte cazzate, quello che bastava però per farmi ripensare a come mi sentivo la mattina, dopo che sentivo i canti ortodossi e per un attimo mi sembrava di vivere il tempo di pasqua, lo stesso ascetismo, le lacrime, quello stesso sentire spirituale che non aveva più bisogno di niente, né di caffè, né di sigarette, né di alcol, né di Ana, né di libri, né di musica, né di cibo, né di film, né di niente, pura vita così, senza parole, puro sentire, puro respirare, pensiero vuoti e profondità sconfinate senza parole, senza musica, niente di niente, pura spiritualità ortodossa, eppure gli amici dicevano “emo depresso”… pranzavo, andavo a bermi il caffè al bar di Paolo, da Olga, non avevo voglia di parlare, alla radio davano una vecchia canzone anni ’90, pre 11 settembre, sex bomb, canzone stupida, dei tempi di Clinton e Bush, e poi davano, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… meglio questa canzone, anche se di solitudine non ne sento e non c’è nessuna che sia il mio rimedio, però le canzoni nuove le preferisco, suoni e canto più avvolgenti… e in quel momento guardavo Olga, mi vedevo riflesso nello specchio del bancone del bar e volevo solo farmi crescere i capelli lunghi, come un vero monaco ortodosso, o come un musicista metal, o un musicista, un artista, un cantante, non lo so, so solo che volevo farmi crescere i capelli e non avevo voglia di parlare con nessuno, né, come dicevo ieri sera, di fare niente, privo di senso ogni cosa, volevo forse solo recuperare le ore di sonno perdute nella notte a causa dell’alcol, o dei discorsi con l’amico, o non so che cosa ancora, ma il sonno, una volta arrivato a casa non arrivava, arrivava solo una schermata nera in me, il ritorno dei cori ortodossi che sentivo, memorie e ricordi vari, l’assenza di ogni senso, la lista delle possibili cose da fare, persone da vedere, luoghi dove andare, finiva la lista, finiva il mondo, schermata nera, e forse risuona solo questa canzone ancora, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… e non so perché in me si smuovono parole da black humor da liceo linguistico, good mourning, this is a disease deceased, solo per raffinare l’orecchio, la musica, il canto, come se fossi un madrelingua inglese che non sono, senza contare che ieri sera in quel locale mi davano fastidio quei due froci di fianco al nostro tavolino che parlavano in inglese, e di andare in Inghilterra a Londra mi faceva schifo, apprezzavo solo le bariste italiane che ci servivano, tutte more, e avrei voluto sentire il loro profumo, dimenticare le ultime puttane, o forse infondermi di incenso per non sentire gli strani odori che sento ultimamente, purificarmi con la bellezza e i profumi, parlarle e dirle due cose, come le dicevo, come se fossero mie colleghe, io e miei discorsi soliti dell’ultimo periodo, la macchina distrutta, il lavoro al bar andato a male, la non voglia di emigrare, la mancanza di senso, di obiettivi, la musica che mi invade, la bellezza delle bariste, la bellezza di Milano la notte, dimenticarsi della notte fatta di vodka e sigarette e valium, i cori ortodossi, la depressione e gli emo, e solo questa canzone risuona ancora, e forse la voglia di lingua inglese, lingua russa, come ai tempi dell’università, o la voglia di niente, solo di ascetismo da periodo pasquale, o forse niente di questo, dopo una notte di devasto, svaporare con una kurv, come la chiamo io quella sigaretta logic, curv, come una puttana, come quella canzone, nuk ka dashni per njo kurv si ti, Leida, non c’è amore per una puttana come te, Leida, svaporare un po’, dopo una notte di devasto, kurv…

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Sogni d’amori adolescenziali e di vivere altrove…

Nel sogno ecco che ricomparivano loro due, Carola e Serena, i due amori dei tempi delle superiori, ritrovarsi ancora a scuola, là con loro, nel sogno incubo di dover dare ancora la maturità, una seconda maturità, e io che chiedevo in segreteria lì a Paderno se era possibile legalmente essere in possesso di due maturità, solo perché volevo andare a scuola e sedermi tra i banchi, tra Serena e Carola… quello strano sentire adolescenziale che provavo per loro, come nel mondo dei sogni, per Carola, la biondina, e Serena, quella dai lunghi capelli castani, che ci ritrovavamo in una classe dove noi tre eravamo i più grandi, non di tanto, appena maggiorenni, in mezzo a tutti quegli adolescenti e quelle adolescenti, che ogni tanto mi capita di vedere quando vado in giro, i gruppetti al parco, le adolescenti sull’autobus l’altro giorno, quando tornavo da Bollate, e quella ragazzina che mi ricordava i tempi del Gadda, la scuola, e anche i video di instagram di quelle ragazzine in Albania, i sogni adolescenziali, gli amori adolescenziali, quelli con la testa costantemente tra le nuvole, e i puri sogni di bellezza di quelle ragazze, i sorrisi, le parolette, come quando si andava in Inghilterra in vacanza studio, e c’erano sia Carola che Serena, e anche Desirée, quei sogni adolescenziali che stamattina accompagnavano il risveglio, e questa canzone stanca, che solo lontanamente mi ricorda Xhuliana, con la voce di Kaltrina Selimi, o forse Aida, l’altra delle altre scuole superiori, quando frequentavo e avevo 24 anni, in mezzo alle diciottenni, non so come facevo, eppure quel sogno c’era ancora, forse, nel sottofondo, di avere ancora la testa tra le nuvole per quegli amori adolescenziali, pieni di fantasia e di visioni armoniche… e poi la stanchezza, la stanchezza di oggi, dopo l’allenamento di ieri pomeriggio, la stanchezza neanche avessi fatto due ore di palestra, due ore di taekwondo, e nessuna voglia di fumare, neanche dopo il caffè, e la fantasia di questo giorno senza lavoro che ritorna a scuola, tra gli autobus da prendere, le strade da fare, le classi, le parole alle fine delle lezioni, ricordi di amori adolescenti a scuola… che non so che farmene di  questo giorno dove l’unico pensiero va alla macchina nuova lunedì, al contratto che forse firmerò lunedì per mettermi a posto con il lavoro, l’ossessione del bar cinese che non c’è più, neanche la voglia di andare a bere un caffè da Miryam stamattina, le preghiere inutili, la sigaretta elettronica che anche quella è meglio non fumare, gli amici che non si sa se uscirò questa sera, un sabato dove non mi devo neanche allenare, ma solo riposare, e forse sarà fatto di biblioteca, andare là a piedi, tornare, buttare via un pomeriggio, forse andare dal kebabbaro stasera, ma ci sono già stato in settimana, e desiderare muoversi, andare di qua, di là, nelle scuole, che se non fosse per gli ulteriori esami da dare quasi quasi mi verrebbe da fare il professore nelle scuole superiori, solo per vedere quegli adolescenti e quelle adolescenti che vedo in giro, che vedo su instagram, che mi ricordano i miei anni al Gadda, i primi amori adolescenziali, in sogno, come Carola e Serena… ragazze italiane, che da allora non mi sono forse più innamorato di altre italiane, a parte forse vagamente Marta e Greta all’università, ma non erano già più amori adolescenziali, non c’era più la testa tra le nuvole, c’era la noia di uscire la sera a cena assieme, tra le altre idee, vivere assieme, come poi ha fatto Greta con il suo ragazzo, trovare lavoro, come Marta ha fatto trovandosi una scuola privata dove insegnare inglese, e di sogni adolescenziali, di amori adolescenziali non c’era più neanche traccia, forse solo nelle canzoni, nei ricordi, nei sogni come quelli di stanotte, nell’incubo sogno mio ricorrente di dover recuperare gli anni di scuola perduti… e altrove non c’è altro, altri lavori, altri bar, che ieri passavo da quel bar, bar XVIII, di cui mi parlava Alex, là, un altro cinese, un’altra cinese, come tanti, in un bar, a prendere le sigarette che non fumavo, le cartucce che non usavo, e quel bar un bar come tanti, come quello di Paolo, o di chissà chi, far sfumare la fissa del bar, delle sigarette, del lavoro con Alex, se non si trova nient’altro tanto vale mettermi in regola con l’officina di mio padre e Marco, mentre ieri avrei voluto continuare a vagare e vagare, senza meta, senza dover tornare più a casa, vagare senza meta, senza l’orientamento di casa mia, dei miei, cambiare casa, andare a vivere altrove, stare lontano dalla cucina, da questa sensazione di fame alterata, per le sigarette in meno, cambiare casa e non essere tutto concentrato lì in quella stanza, lavoro, casa, preghiera, studio, svago, avere duemila chilometri quadrati da qualche altra parte, una specie di villa e parco di Monza tutti per me, lontano da tutti, mentre Saverio mi faceva ricordare come il lavoro da Alex avrebbe potuto implicare cambiare abitazione, vivere altrove, lontano dai miei, e nei sogni infatti viaggiavo, mi muovevo, ero in moto, a scuola, un altrove dove stare, un altrove che non la solita stanza, la solita mansarda, la solita officina, vagare e muoversi, lontano dai miei, come mi faceva notare Saverio l’altra volta… che poi se non era per l’allenamento che mi disfaceva sarei impazzito in quelle mura, come una prigione, mentre ora tutta la stanchezza del taekwondo, karate e della corsa, non mi fanno sentire il bisogno di prendere e andare, camminare, vagare, perdermi, perdermi magari in una grande metropoli come Londra, o Sydney, o Berlino, solo per stare fuori dai soliti giri, soliti luoghi, solite persone, che non so più neanche quanto mi svaghino le uscite a Milano con i miei amici… mentre la maledizione della casa, come anche mi faceva intuire Alex, è presto trovata: lavoro in officina, casa dove c’è sempre mia madre, o mio padre, il frigo e la cucina dove poter sempre pasticciare, nonostante la dieta, le sigarette senza fine, la claustrofobia di una stanza dove libri, musica e film non bastano più, la mancanza vera di spazi dove sentirsi libero e da solo, non più pressato dal lavoro, dagli altri, e vivere davvero altrove che diventa un sogno, non di quelli notturni dove compaiono Carola e Serena, ma un sogno ad occhi aperti per avere spazi solo per me, e non dover più farmi di valium e olanzapina per sforzarmi di stare sul letto e riposare, dormire, per vincere la fame, la voglia di sigarette, il caos di musica e film, e ora come ora l’unica cosa che non mi fa sentire quella follia è la spossatezza dell’allenamento… non so quando si farà sentire Saverio, diceva presto, non so per che cosa, mandare via mia madre, andarmene via io, o se aspetterò lunedì, la commercialista, la macchina nuova, per far tornare tutto come prima o meglio, e dimenticarsi del sogno di vivere altrove, come diceva Alex, lavorare altrove, come diceva Alex, e non vivere più di sogni di amori adolescenziali, e di sogni di vivere altrove, di lavorare altrove, di essere indipendente, autonomo, con una mia vita solo mia, lontano da tutti e da tutte, come in questa prima mattina dove non c’è nessuno, ci sono solo io e i miei pensieri, ed è forse per questo che mi sveglio così presto, per avere un tempo tutto per me, ed essere lontano da tutti, mentre questi sogni di vivere altrove e questi sogni d’amori adolescenziali si manifestano in me, e vorrei solo un altrove…

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L’estasi della leggerezza e delle sottrazioni…

La leggerezza della mattina dopo il devasto, camminare per le fredde vie del paese, verso il bar, per bersi il secondo caffè della mattinata, visualizzare la divinità al mio fianco, per liberarmi dagli errori di ieri, gocce in eccesso, alcol, caffè senza fine, chimica e troppe sigarette, da uscire rimbambito la notte, e dover evocare Kaylani Lei per cercare un sonno che altrimenti non sarebbe mai arrivato… e sentire invece la leggerezza della mattina, il giogo leggero della divinità, dell’ascetismo, che si sta meglio senza niente, senza brioche, senza troppe sigarette, senza troppi caffè, letture, visioni di notizie, meno roba c’è meglio si sta, e tutta la leggerezza della mattina al bar bastava per cominciare bene questa giornata… so anch’io che lo spirito di gravità vorrebbe che mi facessi ancora di gocce, di non so che cosa, per sentire quella pesantezza che ti fa sentire pieno, profondo, di un altro mondo, ieratico, ma ora come ora preferisco solo la leggerezza di una mattina di una giornata che non si sa di cosa sarà fatta, come tutte le giornate, del resto, e lo spunto per stare bene è anche dovuto alla macchina che presto o tardi dovrò ritirare, indipendentemente da Ana e Aleksia, da loro e da ogni altra, e voglio solo che questa leggerezza mi accompagni anche quando Saverio si farà sentire, vero o no che sia, al di là dei discorsi dell’altro giorno, dello star male dei miei intrugli, delle condizioni ambientali dove vivo, tra mia madre, mio padre e Marco e ogni altra cosa, e spero solo che non si parli più di comunità o ricoveri per mia madre, o altre cose estreme, là dove tutto il male era nel mischiare intrugli, nei giochi inconsci che mi hanno fatto andare male sul lavoro, al continuo rimuginarci sopra, all’ossessione per le ragazze e il piacere, l’ossessione del piacere, che siano scariche erotiche, scariche psichiche nate dall’alcol, dalla chimica, come un drogato, ossessionato dalle estasi alcoliche, erotiche, musicali, e ultimamente anche chimiche, come se l’estasi fosse il fine di ogni cosa, non importa come… no, il giogo sarà ora più leggero, fatto di astinenze, di mancanze, di leggerezze, di accontentarsi così come si sta, anzi, il fine sarà proprio l’evitare di ricercare l’estasi con l’alcol, le sigarette, la chimica, il cibo, l’erotismo, i caffè, la ricerca dell’estasi avverrà ora per sottrazione, non per addizione, e quest’ascetismo, solo quest’ascetismo mi potrà salvare… e andava già bene la mattinata, con quel saluto a Olga, due sguardi con Antonio e Paolo, il silenzio e il fresco delle strade dei primi di febbraio, l’inverno che avanza, le poesie di Holderlin lette ieri notte, ancora lì sul comodino, l’assenza di cose che richiamino qualche estasi, l’estasi per sottrazione e la leggerezza saranno la nuova via da percorrere, e da qui non se ne esce, salvo impazzire di nuovo, stare male, cercare soluzioni magiche là dove la chiave di tutto sta nella sottrazione, nella mancanza, nella privazione, nell’ascetismo, e non nel ricercare di aggiungere, aggiungere e correggere, e togliere, e mischiare, e fare calcoli, e progettare tutto, calcolare tutto, no! Meglio non pensarci, lasciare andare avanti la giornata, fare a meno, e l’estasi, il piacere, lo stare bene avverranno solo con leggerezza e sottrazione, e di quest’ascetismo ne faccio leggerezza…

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E del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita…

Prendere i pacchetti di sigarette albanesi, ricaricati con le sigarette comprate in Italia, Chesterfield rosse, e spezzarle, buttarle via… settimana di transizione dalle sigarette normali a quella elettronica, settimana di transizione passata, domani è venerdì, ultimo giorno della settimana… bere quattro bicchieri di vino rosso, in ricordo dell’Ortodossia, al di là dei canti coranici che sento in me, che non andrebbero molto d’accordo con l’alcol, giornate tremende, queste di ieri e di oggi, tra decine di gocce di valium, olanzapina in eccesso, insonnia, miscugli e intrugli vari, discorsi con Saverio, crisi da panico, che ieri si parlava con Saverio sul fatto di andare via, andare in comunità, o ricoverare mia madre, rapporto difficile da sempre, lei che ultimamente sta male, e io neanche me ne ero accorto, so solo che ultimamente non la sopportavo più, discorsi istintivi, animali, di spazi, di distanze, come dicevo a Saverio, che l’altro giorno andavo in pizzeria proprio per stare lontano da casa, questa casa che ora non ospita più neanche una mia sigaretta che fumo da dieci anni, da quando quella sera, a casa di Luca, provavo la prima sigaretta, una Chesterfield rossa… basta… basta… basta… sorseggio ancora il quarto bicchiere di vino rosso, pensando all’ortodossia, ricordandomi di come stavo fumando quando quel monaco archimandrita ortodosso mi passava di fianco l’altra sera, alla serata ecumenica, che senso ha andare a messa cristiana e continuare a fumare? Continuare con i vizi? Non è un controsenso? E allora, come dicevo a Saverio, meglio concentrarsi sull’ascetismo, e smetterla con questi vizi da bar… vizi da bar… il bar… quello dove dovevo lavorare, quello dove ogni mattina mi sveglio per andare a bere il caffè, esagerando anche con i caffè, la mattina, un caffè alla macchinetta in casa, un altro al bar, un altro alla macchinetta dell’ufficio, quando non scatta anche un nescafè, basta… anche con i nescafè basta, anche con le macchinette in casa e in ufficio basta, gli unici caffè che mi permetterò saranno quelli del bar, del ristorante, e basta… nuove regole, nuovi orientamenti, per non uscire fuori di testa, come questi intrugli chimici tra psicofarmaci, caffè, sigarette, e-vaping, alcol, che mi dico sempre di darmi una regolata, e poi non riesco mai, circoli viziosi di umori alti e bassi, gioco da drogato, come diceva Saverio: “Fa come quelli che si prendono l’eroina per farsi passare l’effetto della cocaina”… drogato… chimica… addicted me, addicted Aldo… basta… basta… basta… che anche adesso, tra un sorso e l’altro di vino rosso, mi verrebbe da accendermi una sigaretta, e il bello è che non ci sono più, e la sigaretta e-vape non è proprio la stessa cosa… leggere libri sul misticismo, sulla new age, qualcosa di Paolo Coelho, senza trovarvi granché, lasciare nell’anticamera dei ricordi la divina commedia, quel libro sulla storia del nulla, qua solo l’ortodossia mi sembra salvarmi, e qualcosa tra avventisti e bahaì, nonostante questo errore del vino rosso, ma era per festeggiare l’aver buttato via le sigarette… basta… basta… basta… un altro sorso di vino rosso… l’icona cattolica di Gesù Cristo, nascosta chissà dove, quella che prendevo in pellegrinaggio a Caravaggio, simboli religiosi ovunque, attorno a me, l’unica icona vera nascosta, come la divinità che ama nascondersi… il sufismo che va al di là di tutto, che non c’è più bisogno di nessun libro, nessun film, niente, smetterla con i caffè in eccesso, basta macchinette, con le sigarette, con l’alcol, quando sarà il momento, tranne rare eccezioni, certo, bisogna anche essere elastici con le regole… fregarsene della nuova macchina che arriverà, una Citroen del 2006, C3, se non sbaglio, macchina da puttana, macchina grigia, come la punto grigia di Ana e Alexia, non puntare sulla Volkswagen Polo, marchio creato da Hitler, marchio che mi sta antipatico, neanche sulla Ford Fusion, troppo grande, va bene la Citroen, come già pensavo, una Citroen nuova, bianca, e invece avrò una Citroen vecchia, grigia, meglio così, più la macchina fa schifo meglio mi sento, è anche graffiata, usata, meglio così, alla macchina non ci tengo, e poi la Francia, Derrida e i filosofi francesi, la rivoluzione, la macchina che aveva anche quel mio amico, Francesco Gentile, che l’altro giorno mi faceva passare mentre attraversavo la strada, va bene così, una Citroen, va bene così, non importa quando arriverà definitivamente… lasciare perdere le puttane, e dietro a questi bicchieri di vino ci sta anche l’ortodossia e l’amore che provavo per Ana, come quando decidevo quella macchina, e pensavo solo a lei, magari rivederla, scambiare due parole, lei che l’ultima volta parlava di pasqua, di Romania, e mi ricordavo il Catapeteasma, la chiesa di Iasi, il monachesimo ortodosso, questo che sa del sapore di questo vino rosso… e me ne frego del lavoro che oggi non c’è, delle elucubrazioni che tutto si risolveva nel buttare via le sigarette, nel ricordare l’amore per Ana, dell’ortodossia, e per tutto il mondo, e tutte le fedi e le religioni, e gli ascetismi, e smetterla con intrugli di caffè, chimica e alcol e tabacco, basta… basta… basta… che fumerei due tiri di e-vaping, ma posso aspettare, guarderei il notiziario in romeno, non penserei alla comunità dove Saverio mi vorrebbe spedire, e che mi diceva che per uno come me non va bene, laureato, abbastanza razionale, non stupido, abbastanza da capire, come mi diceva, del perché mischiavo Valium e Olanzapina, perché? Per ritardare la prossima sigaretta, per dormire, per non vivere, per non leggere, e invece bastava buttare via le sigarette, e darsi a quattro bicchieri, quattro, numero della morte, quattro bicchieri di vino rosso… una sigaretta… no… basta… basta… basta… che oggi non mi allenerò, troppo provato da questa settimana di passaggio, di prove, di stati alterati della psiche, oggi non è giorno da correre, neanche da camminare, neanche da fare taekwondo, karatè, no, per questa settimana riposerò, o almeno per oggi, forse domani, non lo so, domenica, o sabato, non lo so, non ha importanza, continuiamo la dieta, continuiamo l’ascetismo… gli allenamenti ogni tanto possono essere saltati, come quando anche si va in palestra… una sigaretta… no… basta… basta… basta… del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita, della fine delle sigarette, di intrugli chimici e caffeinomani, di alterazioni degli stati mentali, basta con la mistica, con i libri, con la musica, con i pacchetti di sigarette albanesi, e del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita…