Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Traduzioni, Visioni

E lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

Haram

Veten time me nga ty se ndaj, nen lekure akoma t’maj
A thu kam faj?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Ref
Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don, dhe kur gabon…

Syte e mij me nuk shohin qart, se lotet m’i ke lan.
A kshu m’ke dasht?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don dhe kur gabon…

Proibito

Non riesco a separarmi da te, sotto la mia pelle ancora ti sento, e dici che è colpa mia? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

I miei occhi non riescono più a vedere chiaro, perché le lacrime me lo impediscono, è così che mi hai amata? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

 

Amore proibito, proibito, all’ascoltare questa canzone tutta la malinconia, il senso di perdita, e mi sento come una barca perduta nel mare senza di lei, senza Leida, nonostante tutto, che ora mi accorgo, mi accorgo finalmente di quanto mi ero legato a lei, nonostante tutto, nonostante una fosse una donna tutta inganni, che mi legava a sé, mi stregava, mi portava via… questa canzone che ascolto in giro, passeggiando, ora di qua e ora di là, con le tipe che mi guardano al sentire la musica uscire dal cellulare, un sogno d’amore ora che l’amore è perduto, che ogni volta mi vengono in mente le sue parole, non essere così chiuso in te, perché sei sempre così pensieroso? Sii più libero… che sono stufo di pensare e di scervellarmi, sono stufo anche di stare insieme a gente ottusa, solo per avere qualche soldo che ora non so più neanche come spendere, un lavoro che non va, il lavoro che lei diceva voleva cambiare, entro dicembre, e infatti lei ora là non c’è più… l’amore che non è solo sesso, e ora me ne rendo conto, sarebbe stato bello condividere con lei momenti, parole, se solo fosse stata la ragazza giusta, se solo lei non mi avesse portato via con la sua arte magica, da incantare chiunque, con le sue parole, con la sua seduzione… e ora rimango così, spogliato di tutto, anche dei sogni di altre ragazze, e non ne cercherò più per un po’, tutto quel delirio erotico di una volta, solo perché Leida non mi bastava mai, ci sarebbero volute ore e giorni e minuti, per sentirla mia, ma ora che non c’è più rimane questa malinconia delle canzoni, e un senso di liberazione dalle trame erotiche che mi stavano facendo impazzire… è finita forse l’epoca della mostruosità, e me ne accorgevo passando davanti a Manuela, quando apparivano tutte le ragazze dell’ultimo periodo, troppe, davvero, Leida, Marina, Ana, Isabela, Aleksia, la ragazza romena senza nome, che in quel delirio erotico non mi soddisfacevo mai abbastanza, ingordigia erotica senza fine, fino a trovare la sete acquietata, e la chiarezza dei pensieri e della visione, non più accecata dall’erotismo di Leida… mi rimane di lei la sua lingua, quella lingua che sto imparando non so neanch’io come, la malinconia e la tristezza, e la voglia forse ancora di buttarsi sempre di più nelle lettere, e farla finita con gente dalla visione corta e ottusa, sul lavoro, tra le amicizie, un po’ ovunque, e quasi dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, a fare chiarezza in me, a sfogarmi e cercare quella via che porta ad essere me stesso, tra libri e lingue e studi, che nessuno centro culturale né nessuna associazione di volontariato potrà mai far emergere… smettono anche di scorrere i pensieri di liberazione con Maria Teresa a cercare una via per liberarmi di me e di questo lavoro, per essere me stesso, la liberazione se avverrà avverrà solo in me, da me, senza bisogno di nessuno, quando io imparerò ad essere me stesso, ad accettarmi, ad accettare la fine di questa storia e forse di questo periodo, senza più alienarmi in dottrine e filosofie e ideologie altrui, quando non sarò più alienato dai mondi che leggo… vorrei davvero solo liberarmi, liberarmi e trovare me stesso, non essere più soffocato dal mondo, dal lavoro, dagli studi, da me stesso, dagli incontri con educatrici e dottori, liberarmi per due mesi e anche di più, in quel periodo che mi porterà al mio compleanno, dopo tre anni, senza di lei, senza Leida, due compleanni fa c’era lei, anche tre compleanni fa, il compleanno scorso c’era il sogno per Marina, che è stata una delusione, e dopo tre anni Leida non c’è e forse non ci sarà nessuna al mio trentatreesimo compleanno, forse ci saranno solo gli auguri sparsi di qualche amicizia virtuale, qualche augurio tra la gente che mi sta vicino, quella poca attorno a me e che si ricorda di me, ma sarà forse un compleanno spento, senza visioni religiose, senza fluttuazioni di senso, con la sola coscienza che Leida ora non c’è più… e non c’è più e per un po’ non ci sarà più nessuna come lei, forse solo casualmente, così chissà come, non mi importa più, attendo solo che il tempo faccia chiarezza, che tutti i nodi si risolvano, si dimentichino, si disfino, e andrà avanti tutto da sé, dopo quasi un anno di decompressione e compressione, sviamenti e deliri, che non mi fido neanche più delle parole che passano dentro di me, di quella della mia coscienza, non mi fido più delle parole e lascio a volte solo la musica e il canto coprire i pensieri, come una musicoterapia… e non mi fido neanche più a continuare questo post, queste pagine, lascio andare via i pensieri, non me ne curo più, solo il tempo mi guarirà, solo il tempo e la dimenticanza, e tutto andrà sempre meglio, di giorno in giorno, perdendo vizi e abitudini, pensieri automatici, stranezze, vivrò forse una vita normale, senza pensarci troppo, senza andare a cercare pensieri trascendentali, sulla storia, sul mondo, sul destino, è giunta l’ora di semplificare le cose, non scervellarsi più, e lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

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Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nel velo di Maya, nella Grande Allucinazione di tutti i media…

Alienarsi con internet, di fronte al profilo perfetto, da vero postmoderno, di un ex collega di università, in Olanda, a lavorare per un’azienda chimica, sezione marketing e comunicazione, due master alle spalle, in Danimarca, in Olanda, lui che diceva voleva diventare giornalista, perdersi nel mondo dei media, dei social, fare comunicazione digitale, il sogno di tutti noi, quasi nativi digitali, invasati con l’inglese, con le lingue, e con internet, l’invidia… l’invidia da star male, ripensare ancora tutto, alienarsi nelle riviste, nei giornali, sul pc, di fronte ad altre lingue, il mondo della manipolazione che entra dentro di te, e più sei solo, più ti fai manipolare da tutto ciò che vedi e che leggi, e tutto sembra diventare una legge sacra, la legge sacra di essere costantemente aggiornato, di sapere tutto, tutte le lingue, tutte le storie di paesi lontani come Germania, Russia, Albania, Olanda, Inghilterra, sapere sempre tutto, essere costantemente aggiornati, ed alienarsi così tanto da voler quasi diventare giornalista te stesso, o almeno traduttore di notizie, diventare l’oggetto in cui ti perdi, non distinguendo più te stesso… che mi ricordava quella compagna di università, Berenice, con il lutto della madre alle spalle, sempre alienata nei quotidiani, nel mondo intellettuale, lei che voleva diventare giornalista, anche lei, ragazza sola, disturbata, alienata, che stavo facendo la sua stessa fine in questi ultimi giorni quando, al posto di stare in mezzo alla gente, mi volevo alienare sempre di più nel mondo fittizio delle immagini e della realtà mediata dai mezzi di comunicazione di massa, annullare me stesso nel mondo delle apparenze… ci voleva una domenica in compagnia con Stas, Larisa, Dmitrij, mio padre, mia madre, per uscire da quel mondo fittizio, che Viktor Pelevin racconta molto bene nel suo romanzo “Generation P”, il mondo fittizio, la televisione, le notizie studiate ad arte, il vendere patriottismo, sogni, ideologia, come un grandissimo velo di Maya sempre a nostra portata, in ogni istante, in ogni luogo, sul pc, sul cellulare, sul tablet, nel mondo della carta stampata, alla televisione, alla radio, immergersi completamente in questa realtà mediata, in questo velo di Maya, e diventare un inventore di notizie, di fattoidi, di fattacci, di tendenze politiche, diventare la mente dietro tutto questo mondo di apparenze, la mia perenne e antica allucinazione, il mondo delle apparenze, il velo di Maya da imporre, da controllare, da inventare, il mondo che avrei voluto scegliere come mio lavoro: inventare notizie, inventare storie, inventare il velo di Maya… e uscirne, uscirne solo con la vicinanza con altre persone, la lettura di qualche saggio filosofico esistenziale, la sapienza del Qohelet, icone dimenticate in me, la vicinanza con le persone dopo essere impazzito più volte, essere andato dai carabinieri per lamentarmi anch’io di non so cosa, loro che non potevano fare niente, perché non c’era niente da fare, niente che andasse contro la legge, solo sentire uno strano male alle parole Ucraina, alla vicinanza con gli ucraini, e rimettere a posto nei sentimenti la depressione di una volta per Alina, che si manifestava alla loro presenza, con strani sintomi, tutti dovuti ai sentimenti, alle emozioni, e la razionalità che sragionava continuando a lamentarsi di cose che non esistevano… il velo di Maya di questi mezzi di comunicazione, il velo dell’inganno, che ora che scrivo già mi accorgo di quell’altro virtuale che vorrebbe dettare le sue regole, dettarmi la sua visione del mondo, la sua ideologia, quando il trucco sta tutto nello staccare e nel distaccarsi da questi mondi fittizi fatti di immagini e parole e ideologie nascoste, e scopro dentro di me la mia spinta a studiare di sempre: immergersi nel velo di Maya per poter un giorno controllarlo da dietro le quinte, inventare programmi, inventare notizie, essere il capo della Grande Allucinazione… non era forse tutto qui la mia follia? Un mondo fatto di immagini, di inganni, di apparenze? E il mio profetismo altro non era che alienazione totale nel mondo fittizio, far diventare la propria vita come la storia che appare alla televisione, mania di tutti, di apparire, di essere sullo schermo, di comandare le storie, di inventare personaggi, di scrivere stando nell’ombra, di comandare, di manipolare gli altri, come se i mezzi di comunicazione di massa si rivolgessero a persone inermi e passive, che accolgono tutto senza critiche tutto ciò che gli viene propinato, come se potessi conquistare il mondo con l’inganno, inventando la Grande Allucinazione… mia follia di sempre, che ora riconosco, anche quando nel tempo libero ancora mi dò a letture e studi, ma non per fare di questa Grande Allucinazione il mio dovere, il mio compito, il mio lavoro, ma solo uno svago per non spegnere il cervello, senza che però tutta questa finzione diventi più vera della realtà… non mi chiedo più di diventare giornalista, dopo aver visto articoli su giornalisti uccisi dai poteri forti, dalle mafie, dopo aver visto un altro trentenne ieri in televisione, già giornalista, già anni di esperienza alle spalle, la sua parlantina di mondi fittizi, da televisione, mi accorgo solo della mania di tutti, apparire, apparire ovunque, non importa dove, alla televisione, su internet, diventare qualcuno, diventare un personaggio del mondo dello spettacolo, diventare un’immagine, un’icona, un personaggio della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, distorsione del mondo che inganna tutti, come quell’amico di una volta, genio incompreso, secondo lui, come quell’altro, che voleva scrivere, come l’altro che voleva diventare artista e musicista, tutti quanti presi nelle trame della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, i mezzi di comunicazione di massa… si ritorna alla realtà, così, stando in mezzo alla gente, diventando più concreti, diventando più umani, senza pretese di ogni sorta, senza aspirazioni diaboliche, senza superbie, ci si accorge dei propri limiti, e della propria umanità, stando insieme agli altri, di domenica, neanche fossero i tempi delle grandi domeniche con i parenti, ritorna però quel sentire, quel sentire che sa di vero, di realtà, e non più di alienazione nel mondo dei veli di Maya e delle Grandi Allucinazioni, che passa la voglia di alienarsi di nuovo, e viene invece voglia di guardare con più distacco tutto ciò che passa sul velo di Maya, come una semplice esercitazione per capire il mondo, per parlare con gli altri, per essere informato, ma trovo il nocciolo di tutta la mia follia: l’alienazione nel velo di Maya dei mezzi di comunicazione… e qui c’è tutto Pelevin e la sua “Generazione P”, tutto il suo buddhismo postmoderno, qui c’è tutta la mia follia, e la mia uscita dalla follia, qui c’è tutto, anche le brevi frasi di quel libro sulla manipolazione e sui media, che non costringono tanto, ma affascinano, come dei seduttori, in ogni campo, dalle notizie alla pubblicità, dai social, alla politica, e in ogni cosa, in ogni dove, che la realtà sta altrove, e la propria anima anche è solo dentro di me, non più trasmessa ad uno schermo, caricata nel mondo virtuale, rimangono le tracce dello stare male per Alina, le tracce della depressione, i ricordi, che poco alla volta stanno guarendo, rimangono i sogni di una Marta che stava seduta sui banchi di scuola, mentre la bionda prof di filosofia leggeva qualche brano come se fosse la sacerdotessa di dottrine esistenziali ed esoteriche allo stesso tempo, le immagini di un sogno tra l’onirico e l’esoterico, desideri d’amore sbiaditi e contraffatti dall’esistere nel sogno, come Marta, come la bionda prof di filosofia, nell’ambiente più rilassante del mondo per me, la scuola, là dove ancora l’umanità era a due passi, tra ragazze e ragazzi, senza lo stress del lavoro, di sapere, di diventare qualcuno, di dover apparire, di dover raggiungere per forza e subito il proprio traguardo di carriera, apparire, essere qualcuno, avere il potere di comandare e inventare tutto il velo di Maya e la Grande Allucinazione, solo nel sogno c’era ancora il ricordo di un amore e di parole vere, genuine, scaturite dalla voce di lei, la prof di filosofia, e dall’immagine di giovane bellezza di Marta, che mi visitava nel sogno, quasi a dirmi di nuovo di sentirla e vederla, se solo lei non fosse persa nelle sue regressioni tra vecchie donne di famiglia e affetti per gli animali domestici, e non si sa che cosa ancora, il solito periodo destabilizzante dopo l’università, dopo che tutto diventa qui e subito, lavorare, lavorare, lavorare, essere qualcuno, fare carriera, guadagnarsi un’identità lavorativa, diventare qualcuno, apparire, essere, diventare, qui e subito, qualcosa, qualcuno, non più rimandato ad un incerto “più in là dopo l’università”, quando tutte le pressioni del mondo si fanno sentire, e credi che tutti gli altri siano felici e realizzati, arrivati, quando ti confronti solo con chi è più in alto di te, quando ti confronti con i tuoi ideali di chi volevi diventare e chi volevi essere, sogni forse irraggiungibili, tanto vicini alla megalomania, ai deliri di onnipotenza, alla sete di potere e diventare, di essere, di apparire, la follia di sempre e di tutti in questo mondo tra il postmoderno e il virtuale… si esce così dall’inganno, e non te ne accorgi neanche, e non ti accorgerai neanche, se sbaglierai di nuovo, come ci entrerai di nuovo nel mondo delle finzioni, nel grande velo di Maya, nella grande allucinazione di tutti i mass media…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Viaggio notturno, onirico ed erotico… 

Le tenebre, una luce blu, immaginaria, nella notte, una luce blu scura, I’ve got the blues, mi veniva da dire, e il pensiero che andava ad Alina, ora che non c’è più, ora che per lei ogni sopravvivenza d’amore non c’è più, le tenebre dell’anima e una luce blu, la stanchezza del giorno, abbandonarsi alle tenebre, e lasciarsi immergere dall’aurea oscura, per poi spegnersi… nel sogno, un sogno dorato, dove mi ritrovavo per vie nella notte, in macchina, su strade sconosciute, in mezzo ai campi, vicino a qualche stazione del treno, alla ricerca di Leida, il ricordo di lei, erotico, nella notte, il sogno erotico alla ricerca di lei, ora che anche lei non c’è più… fermarsi da una sua collega, che mi diceva: “Stai venendo troppe volte, lei è arrabbiata con te, sei andato troppe volte, devi darti una regolata…”, l’hybris, l’eccesso, trasgredire il limite umano, andare oltre il possibile, lo sguardo tecnico e religioso di un compagno delle superiori, dei tempi dell’ITIS, quando c’era ancora Luca, il suo sguardo che mi compativa, quasi, che già sapeva, del limite umano, trasgredito, il suo sguardo tecnico che mi diceva che il corpo umano non è una macchina, che ha costantemente bisogno di essere soddisfatta, ad ogni pulsione, l’erotomania, la sessomania, l’esagerazione, il suo sguardo che dava una prognosi: lo sguardo tecnico di chi comprende l’eccesso… “Devi darti una regolata, noi ci siamo dalle dieci alla undici, e nel pomeriggio dalla una in poi, fino alle cinque, non cercarci in altri orari, lei è arrabbiata con te, non ti vuole più…” Leida, il suo sguardo imbronciato, nel sogno, l’esagerazione e l’eccesso e il ricordo di lei, un desiderio spento, nostalgico, dopo la fine, la sopravvivenza di lei nel mondo onirico, nel mondo erotico dei sogni, un desiderio rimasto inappagato, il ricordo erotico di lei nei sogni, l’estasi erotica, l’eccesso erotico, e un sogno di voluttà… una colombiana che stava con me in un pomeriggio, a parlare, a sorridere, un’altra di quelle, il suo sorriso mentre le sciorinavo la mia vita, la mia relazione con Leida, lei che sembrava comprendermi, lontani da non so cosa, da non so chi, forse dalla presenza di Leida, in viaggio, fuori dalla macchina, su un campo come vicino ad un’autostrada, a parlare, per andare chissà dove, meta sconosciuta, in quel continuo viaggio notturno, onirico ed erotico…  svegliarsi così, con tutta la sensazione di aver perso la scia di Leida, di aver oltrepassato il limite, con quell’immagine di Aleksia che sembrava parlarmi, dicendomi di non oltrepassare più il limite, con il suo sguardo comrpensivo, come mi appariva prima del sogno, tra il ricordo di Alina e aver rivisto Ana e Aleksia per le strade di giorno, dove il desiderio non era più solo erotismo, ma bisogno di parola, di ascolto, di relazione, eppure non c’era niente, il silenzio della città, la città e il suo asfalto, il nulla che rimaneva dopo gli eccessi erotici, il nulla… non c’è niente al di fuori delle relazioni per le ragazze, dell’amore per loro, mi dicevo una volta, no, nessuno ti può amare tanto come Dio, diceva Eugenia, lasci perdere la filosofia, io non ci capisco niente di Freud e Lacan, è tutto una questione di figa, alla fine, diceva il dottore una volta, lasciar perdere al risveglio improbabili evocazioni divine fatte solo di nevrosi e gesti scaramantici, solite nenie ipocrite, giri dell’anima non in pace con sé, solo nel sogno e nel risveglio si manifestava la verità, la verità della perdita di Leida e dell’eccesso di tutto l’erotismo, pagare il fio di un hybris erotica che ora sfiora toni depressivi e malinconici, tra un ricordo delle tenebre di Alina e il viaggio onirico, erotico e notturno di una Leida che non c’è più… chiudere l’accesso a discorsi sempre uguali, a desideri senza fine ormai acquietati, la fame e la sete che non ci sono più, là dove le pulsioni si manifestano solo nel sogno, il mostro che mangerebbe infinite ragazze che si trasforma in un principe, la visione delle uniche ragazze rimaste, senza provar più smania, Ana, Aleksia, Manuela, Miryam, la giovane cameriera, cosa fa di ognuna di loro così speciale? Niente, ragazze pubbliche, tanto uguali l’una all’altra per la loro bellezza e per la loro interscambiabilità nel mare dei desideri, mostro assetato che si trasforma in una creatura mitologica sublime, sogno di bellezza, sogno di amore, là dove il solo erotismo ha ecceduto, nel sogno di Leida, di quelle ragazze, non lasciarsi andare a cavalli di Troia di pensieri che si infiltrano nell’anima per avvelenarla, una sigaretta che ricordava quell’ultima notte con lei, quel pacchetto di sigarette dalle immagini quasi da farsi suggestionare, se non fosse stato per lei, per Leida, per il piacere notturno, portarle altri due pacchetti, le sigarette giuste, l’ultima notte, l’ultimo sguardo, di una ragazza che cominciava a chiedere troppo da me, io troppo da lei, relazione portata all’eccesso, il ricordo nella notte, un desiderio inappagato, lo sguardo comprensivo e la voce comprensiva d’Aleksia, in macchina, “Non superare l’eccesso, vieni da noi meno spesso, non esagerare…”… le forze risucchiate fino al midollo, la giacenza di pensieri nelle tenebre di Alina, I’ve got the blues, in un sogno blu e nero che diventa dorato e mistico nella notte, comincio a essere stufo, ad essere stanco, a cercare qualcosa di più, là dove tutti i desideri sono stati esauditi fino al midollo, desiderio insaziabile che incontra il suo eccesso, per farsi strada solo nell’immagine di altre ragazze pubbliche che niente hanno da offrire se non la loro presenza, la loro immagine di bellezza che richiama ad un amore che mai sarà, e nel sogno, nel sogno del viaggio notturno, onirico ed erotico ritrovare lei, Leida, desiderio inconfessato, e svegliarsi con la coscienza dell’hybris, e il nulla, e la stanchezza di vivere…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

La liberazione…

Sentirsi come ai tempi del ricovero, sdraiato sul letto, incapacitato di ogni pensiero e ogni attività, il sogno di una quiete ineffabile, il silenzio, un silenzio monastico, o da ospedale, corsia dei malati di mente, il silenzio, la quiete… passare un paio d’ore così, senza che il sonno arrivasse, alzarsi solo per uscire da quel luogo opprimente, la voce delle donne che facevano le pulizie in casa, l’ucraino che lavorava l’orto, i due lavoratori che installavano l’apricancello automatico, fuggire, fuggire di qui, prendere i soldi e fuggire, andare via, cambiare ambiente… fermarsi a comprare un paio di jeans neri, di ricambio, bersi un caffè alla macchinetta del supermercato, fumarsi una sigaretta, nel piazzale, guardando verso un Est irraggiungibile, senza dire niente, senza pensare a niente, nella quiete del primo pomeriggio… entrare nel supermercato e comprare un paio di cose che avevo lasciato in sospeso, uscire, prendere la macchina e andare al parco, verso la biblioteca, e un’aria di liberazione cominciava a lasciarmi libero… non dirigersi subito in biblioteca, alla ricerca di chissà quali libri, ma mettersi lì, sulla panchina del parco, dopo essermi fumato una sigaretta, e finire quel libro commerciale di Jo Nesbo, le ultime pagine, le ultime righe, che non dicevano più niente, neanche l’atmosfera di trepidazione da thriller… e la rivelazione, su quella panchina del parco, un po’ come stare sdraiati su quel letto che sembrava di ospedale, la sessomania, l’erotomania, il sesso eccessivo, in due parole, troppo sesso, troppo sesso ultimamente, da prendersi una pausa a tempo indefinito… il sesso e la libertà, la libertà da relazioni con le ragazze, dalla smania di cercare una ragazza che faccia per me, cambiare le immagini attorno a me, basta pensare alla Romania, basta, vedere in quell’aquila che ogni volta cambia immagine ai tratti l’icona di Cristo, ai tratti l’immagine di Madre Teresa, il ricordo di Leida, che ora finalmente non c’è più, la liberazione… ascoltarsi in automatismo una canzone di Nora Istrefi, bona gabime, ho sbagliato, ho sbagliato, troppo sesso, da stare male, la liberazione… il senso di libertà, il senso di liberazione e di salvezza dal sesso, come un’oscura dottrina rasputiniano o shabbatiana, la redenzione attraverso l’eccesso nella trasgressione, il Volto che mi acquietava… finire il libro di Nesbo e andare in biblioteca, senza pensare più alla nevrosi della mattina, quando scambiavo due parole con Miryam al bar, il Volto che mi salvava, e i libri da consegnare, altri da cercare… non più romanzi, per un po’ basta con le storielle, anche Hoffmann e i racconti horror non mi attraevano più, cercare qualcosa di saggistica, filosofia, scienze politiche, sociologia, come ai tempi dell’università, trovare i miei titoli, tre libri, dopo aver soppesato di prendere un fumoso libro sull’Islam, l’Islam di una volta, di altri luoghi, un Islam che non c’è più, lasciar perdere quella cultura e civiltà così diversa e così distante… la quiete del pomeriggio, scegliere libri con calma, leggere con tranquillità, non essere sospinto dalla camminata, già fatta la mattina, avere solo fame, la sera, cenare a casa, leggere altre pagine di quel saggio, pagine illuminanti, e la quiete, la liberazione da Leida, dal sesso, dalla Romania… finire di cenare e accogliere al cancello gli ucraini, con tutta la leggerezza del mondo, senza più l’oppressione della settimana lavorativa, dei soldi da aspettare, da spendere in malo modo, la liberazione dal troppo studio, dal rosso e il nero dell’anima, da quella lingua olandese che sentivo frusciare in me quando mi distendevo sul letto moribondo, nella quiete, nel silenzio, lingua piacevole da ascoltare, non altrettanto da capire e parlare, la voglia di parlare in lingue straniere che non c’era, la liberazione da troppi compiti e precetti, da troppi comandi e ingiunzioni, la liberazione… passare la sera così, dopo un decaffeinato al bar, un’altra sigaretta, e non pensare più ai soliti discorsi, la liberazione dal sesso, dalla Romania, da Eugenia, dal dover scrivere per forza qualche racconto, dal dover per forza “dare una mano”, dallo stare chiuso in casa/magazzino, cambiare prospettiva, spostarsi, muoversi, senza scappare da niente, se non dai miei demoni personali, senza eccedere nei libri, nei film, nella musica, cambiare luogo, cambiare prospettiva, fermarsi un attimo, riposare… il pomeriggio di quiete, la sera di quiete, che non so nemmeno che musica più ascoltare, che film più guardare, che lingua più leggere, forse solo la voglia del silenzio, niente più gesti occulti e nevrosi, il Volto, il Volto, la liberazione…

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Drogarsi di musica, inebriarsi di bellezza, di sogni d’amore, follia senza fine…

Nimica, doar icoana-ţi, care mă învenină,
Nimic, doar suvenirea surâsului tău lin,
Nimic decât o rază din faţa ta senină,
Din ochiul tău senin.

Dimenticarsi del lavoro, drogarsi di musica, inebriarsi di bellezza, di sogni d’amore, follia senza fine…

Visione di bellezza che rasentava la follia, Aleksia, per strada, questo pomeriggio mentre facevo la mia solita camminata quotidiana, con le cuffie con la musica inglese che non mi piaceva più di tanto, camminare e guardare davanti a me, e vedere lei, forse lei, o non lei, non lo so, forse quei fianchi troppo larghi, ma comunque dalle belle curve, e il suo volto, con quel piercing sopra le labbra, a sinistra, tra le guance e le labbra, il suo sguardo, i suoi capelli biondi, la sua bellezza, i nostri sguardi che si incrociavano, non dire niente ai clienti, mi venivano in mente possibili frasi del suo pappone, non dire niente alle prostitute, dicevo io, anche se le incontri per strada, forse lei che era diretta a quel negozio di alimentari romeno, là dove c’era l’icona della Madonna, ma era lei, era lei nella visione più assurda di follia e bellezza, lei che mi passava davanti, incrociavamo lo sguardo, ma non ci si diceva niente, perché così forse vogliono le convenzioni, non dirsi niente, se ci si incontra per strada, al di là della notte che si vende a se stessa, non dire niente, e la follia della bellezza che poco alla volta mi invadeva, lei che abbassava lo sguardo, anch’io, senza dirci niente, un soffio al cuore, una bellezza dorata che inondava l’anima di follia, e passarci affianco, andare oltre, io per la mia via, lei per la sua, in queste camminate da promeneur solitaire… e la musica, quella musica inglese che non mi piaceva più, chiudevo il cellulare con la musica e andavo avanti, pensando non tanto all’ultima volta, all’ultima doppia visione pornografica, ma a tutto l’innamoramento che ultimamente sento per troppe ragazze, troppe, uno strano sentire che si innamora di tutte, anche quando arrivavo davanti al Carrefour, sul piazzale, e mi ricordavo di Manuela, anche quando tornavo indietro per andare in farmacia, per le pastiglie del colesterolo, sperando di incrociarla di nuovo, là, in quell’angolo della via, che ora mi sembra di impazzire, di impazzire di nuovo, nel desiderare folle di Aleksia e della sua bellezza… anche quando non so se era lei o no, come l’altro giorno, l’altro giorno, quando davanti la lavanderia mi sembrava di vedere Ana, seduta là, su quell’angolo della via, una ragazzina come tante, a stare lì a lavare la sua roba, che mi si spegne tutto l’intelletto usato finora nel leggere articoli in inglese, e si accende solo la follia che sa di Romania, e di musica manele… quella follia, quell’innamoramento che è un minimo tratto di psicosi, ma che ha la sua bellezza infinita, la bellezza della follia, quella che non provavo mai con Marina, quella che non provavo con Olimpia, né con le altre, ma sole le ultime, le ultime come la ragazza romena senza nome, Ana, Aleksia e Manuela, quella follia della bellezza, che non si sa cos’è… in the mood for love, mi verrebbe da dire, senza sapere chi amare, senza sapere cosa volere, senza sapere cosa immaginarsi di questa vita, quando poi, a conti fatti, non sapresti di cosa parlare, cosa dire, cosa fare, dove andare, senza un soldo, senza niente, che ti rimane solo la tua follia che si maschera di amore, di bellezza, visione unilaterale del mondo e follia che ricorda sempre Amalia e quel mio bacio con lei, gli attimi erotici, e quella prima follia che quei papponi per un attimo riuscivano a sistemare, la bellezza della follia, che torno a sentire di nuovo, quando mi inondo di musica nel camminare, che non smetterei mai di camminare, di ascoltare la musica, di lasciarmi andare a quei canti orientaleggianti ed ipnotici, con quel canto suadente, che porta via l’anima, che è una specie di droga, di oppiaceo, di ubriacatura dell’anima, di narcotico naturale, esaltato dalla musica, l’estasi della bellezza e della musica e dell’arte, quando poi risuonerebbe solo quella frase urlata e piena d’odio di Amalia una volta: “Ma ti sei guardato allo specchio?!!”… sì, il mondo non è fatto di sole visioni dentro di noi, di soli sentimenti, c’è poi tutto il resto, la vita reale, la vita materiale, l’esistenza, e non si può vivere di solo spirito e di soli sentimenti e fantasia e visioni, anche se con la loro bellezza ipnotica vorrebbero portarti via, in un sogno, in una visione tutta interiore fatta di puri estetismi, di arte, di musica, di bellezza femminile, che vorrebbe portarti via per sempre, fino alla follia, fino alla follia… e mi perdevo, mi perdevo e mi perdevo, con quelle canzoni manele di una volta, dulce amar, ce am avut ce am pierdut, lasa ma in pace, nu mai vreau, storie d’amore che finiscono, vere storie d’amore, quando non c’è niente in questa vita, come quando sembra di essere in Romania, senza lavoro, senza niente da fare, nessuna parte dove andare, pochi soldi, e ti rimarrebbero solo i sentimenti e la tua follia della bellezza, nell’incontrare per caso delle ragazze da strada notturne in mezzo ad una via di giorno, che impazziresti come l’eroe nazionale olandese, Van Gogh, suicida e impazzito per una puttana, sconvolto dal genio dell’arte, e della tua follia vorresti farne arte scritta, poesia, musica, canto, che ti perderesti all’infinito nei suoni, nel canto, nella musica, nelle parole, che correresti subito questa sera là in quell’angolo della via dove incontravi Amalia dieci anni fa, dove ora sta Aleksia, là vicino, solo per parlarle e chiederle se era lei quest’oggi su quell’angolo della via, sognando di incontrarla, di passare pomeriggi con lei, come quando sognavi Manuela e ti confondevi con Leida, con qualsiasi bionda, e ti dimenticavi di Aleksia, che avevi già incontrato all’inizio dell’anno, ma neanche ti ricordavi più, e cercheresti in queste pagine l’ultima volta che l’hai vista, e ti perderesti, e sogneresti una vita da romeni, senza soldi, con niente o poco lavoro, solo fatta d’amore, di sogni, di visioni, di sentimenti, senza niente, poco più che uno zingaro, con quella musica zingara che ti accompagna sempre, e non vorresti più niente, e in questo sentire ipnotico e oppiaceo smetteresti di usare la razionalità, e ti daresti a tutta la follia della bellezza, dell’arte, dimenticando ogni lavoro, ogni dovere, ogni cosa, e vivresti solo nel sogno e nelle visioni d’amore, della bellezza di Aleksia… e non sai che fare, sei indeciso se buttarti giù e farti sommergere dalla musica, dai canti ipnotici orientali, e smetteresti di usare quel minimo di cervello che ti resta, come quando ti dicevano che collegavi l’unico neurone rimasto, quello che va dalla bellezza delle ragazze alla musica, sempre la stessa, le solite melodie orientali, fino a farti impazzire, e solo qui ricordi quell’invito di Veronica S., “Non ascoltare manele…”, che mi viene in mente Eugenia, che mi viene in mente Ana, quando diceva che non le ascoltava, che è musica da zingari, come diceva Aleksia che è musica dei contadini, dei paesani, e che eppure vorresti farti sommergere, per lasciarti andare alla follia… ma se la follia della bellezza è con te preferisci ora, con uno sforzo immane, come un drogato di fronte alla sua dose, impossibilitato a prenderla, decidi di lasciar perdere quella musica e quella seduta di ipnosi musicale, e vuoi far funzionare la mente, in questa giornata senza lavoro, e preferisci lasciar perdere la follia della bellezza di Aleksia e l’ipnosi musicale, anche se sai che tutto questo vivrà in te, sarà un sentimento e un sentire che ancora durerà, nel sottofondo, con quella piacevolezza che da sola ti porta via, quel piacere che ti rende ancora vivo, e ti apre gli occhi, di fronte alla follia della bellezza del sogno d’amore… 

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica…

Nel sogno, un paesaggio immerso nella natura, in un tramonto, come quelle foto della natura incontaminata della Romania, le sfumature verde scuro, il cielo tra un rosso e un azzurro profondi, e una striscia azzurra che mi riconduceva agli occhi di Katia, la sua voce squillante, “Perché non fai le fotografie?”, e mi mettevo a scattare foto, in quel paesaggio immerso nel verde, che nell’immaginazione del sogno era vicino ad un mare ligure che si stagliava sulla costa con le sue onde, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, Katia, un altro sogno azzurro, di bellezza infinita, di ricordo senza fine dell’innamoramento con lei, il primo amore che non si scorda mai, il sogno azzurro di lei che ogni tanto la notte fa capolino, e mi invade l’anima con la sua bellezza… altri sogni d’altrove, in una specie di sgabuzzino dove erano presenti vari studenti e studentesse di mediazione, uno stanzino lugubre come un magazzino o una fabbrica abbandonata, intrappolati lì, senza poter fare niente per uscire, una giovane ragazza musulmana con il burka che quando dicevo “Allahu akbar”, non so perché si calmava e diceva, “Sì, lo so, non si può fare niente”, e l’immagine cambiava e mi trovavo per le strade di New York, sulla Hall of Fame, sotto dei portici maestosi di pietra, e parlavo ancora con Katia, nella ressa generale di persone che passavano, e dovevamo incontrarci con qualcuno, dei nostri amici, delle coppiette, e in quel sogno mi sembrava di vivere, mentre pensavo a chi dovevo incontrare, proprio come quando aspettavo Olimpia là a Milano, qualche settimana fa, e mi perdevo tra quegli sguardi e quella gente, e alla fine vedevo arrivare un gruppetto di persone, due o tre, e mi chiedevo se erano loro quelle ragazze da incontrare, quelle ragazze tutte sulle loro, un po’ chiuse, un po’ bigotte, e troppo brave, e il sogno si disperdeva in un’altra ambientazione, io che levitavo sopra il soffitto altissimo di una casa mai vista, e c’era Davide e sua madre Enza, che parlavano tra di loro e mi chiedevano come facevo ad atterrare sul pavimento, dove c’era un quotidiano aperto, e mi preparavo alla discesa, volando sopra il soffitto, inclinandomi come per atterrare come un’aquila sulla sua preda, e Davide mi diceva qualcosa, e poco alla volta il mio potere di volare svaniva e atterravo lentamente con i piedi per terra… c’era un tavolo con sopra tanti oggetti di pietra, fatti a mani, sculture di draghi, di saggi cinesi, di Confucio e altre cineserie di pietra, e mancava forse una statuetta, che qualcuno aveva rubato, per invidia, e io e Davide la cercavamo nella stanza, solo per trovare una statuetta con il volto di Confucio mezza rotta, qualcuno che l’aveva rubata e danneggiata, per dispetto, mentre mio padre vedeva come, quando volevo, ero in grado di creare statuette, di darmi all’arte, di darmi alla scultura, e creare immagini di un certo carisma, mentre io mi riempivo di orgoglio agli occhi di mio padre…

Che strani sogni, dopo che ieri sul lavoro mi rendevo più propositivo, più positivo, anche quando chiamavo quei corrieri per vedere l’ordine, anche quando cercavo di capire gli altri lavori, e mi sentivo soddisfatto a fine giornata, anche quando ritrovavo tutta la voglia di leggere in russo e in albanese, con tutta l’attenzione di cercare parole nuove, di leggere veloce e leggero, senza tempi lunghi e appesantimenti, e mi sentivo su di morale, pensando anche all’ultima nottata con Aleksia, alle ultime volte con la romena senza nome, e mi dicevo, d’ora in poi, di concentrarmi sulle cose positive, e di stare sempre sereno e di cercare di essere una persona normale, senza più quell’eccezionalità che pensavo fosse tutta mia, che invece non è, se non fosse per la mia smania e piacere infinito nello studiare le lingue… le lingue… che stamattina al bar cominciavo a sognare quando la cinesina diceva “Kafé lung?”, che sembrava una parola cinese, con quel suo accento così particolare, che mi sarei perso in infinite canzoni cinesi, dove ogni sillaba ha la sua nota diversa, se non fosse per la musica che suonava sotto, che per un attimo copriva quel sogno: I am wonderful, I am beautiful, I love my life, e il giusto senso di stare assieme agli altri e di parlare usciva dalla bocca di un cinquantenne lì al bancone con me, bevendo caffè, quando chiedeva alla cinesina se era da sola stamattina, se Paolo, Bruna e Miryam non c’erano, e lei rispondeva con un semplice: “Pulire”, e mi perdevo nel suo sguardo, nella sua esotica bellezza, in quella sua lingua che per un attimo parlava, non so con chi, che mi verrebbe ancora voglia di leggere in cinese, come tantissimo tempo fa, di ascoltare musica cinese, come tantissimo tempo fa, e di perdermi, mentre quella sua sillaba mi ricordava il drago cinese che i miei amici cinesi mi avevano regalato, quella statuina color bronzo, con il drago, e l’altra tartaruga, simboli imperiali di una volta, e mi ricordavo tutta la positività di quell’amicizia, le risate e le parole, l’amicizia, e il giusto sentire, che se quell’effetto del caffè non fosse stato così lento avrei cercato di dire almeno due frasi alla cinesina, che mi ispirava ancora, dopo il sogno di Katia, dopo quel sogno di statuine cinesi, e cominciavo a sognare, a sognare, a perdermi in me, in questa giornata che forse avrà tempi lunghi, perché mi pare non ci sia niente da fare per me, e voglio solo restare positivo, essere una persona normale, pur con questi sogni e questa ispirazione, che per un attimo, nel mio autismo letterario pensavo solo a dedicare una poesia a quella cinesina, mentre basterebbe ogni tanto dirle due parole, se solo non fossi così chiuso in me, così perso in me stesso a cercare collegamenti psicologici che non stanno in piedi, a combattere la mia sonnolenza mattutina, il mio caos addormentato di pensieri, e chissà quando tutte quelle parole impareranno ad uscire da me, a farmi smettere di essere così chiuso e autistico nel mondo delle parole e delle lingue e delle immagini in me, dei sogni, del mondo onirico, del mondo che pensa e riflette troppo, e mai dice una parola, se non quelle di circostanza e quando si è sul lavoro, e quanta concentrazione devo avere per cercare di essere sempre una persona normale, e non perdermi nei miei mondi metafisici e metapsicologici, metapsicopatici, se solo non fosse per tutta l’ispirazione del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica… e non so che farò, troverò piacere a leggere ancora tante cose, in non so che lingua, e troverò quel piacere che le altre persone non possono capire, quel piacere delle lingue che fa parte di me, che diventa il mio videogioco, il mio hobby, torna ad essere la mia passione, senza fissarmi troppo solo su inglese e russo, libero adesso, dopo l’università, di godere di ogni lingua che mi ha sempre affascinato, con tutta libertà, e trovare lì quel piacere che gli altri non trovano, ecco qui la mia particolarità, come quelle tre semplici sillabe della cinesina, che mi mandavano in un mondo fatto d’arte e di musica, di statuine cinesi e di arte imperiale, di un mondo fantastico come i wuxiapian, e volavo con l’anima, dopo il sogno azzurro con Katia, anche con la cinesina… e la giornata andrà avanti da sé, con o senza lavoro non importa, l’importante sarà stare svegli, stare attivi, stare positivi, e non perdere mai l’ultima ispirazione…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Doppia visione pornografica senza fine…

Pomeriggio di grigliata, con Stas e i miei genitori, ieri, Stas che mi faceva desistere dallo scappare via di fronte al cibo non dietetico, i divieti estremi degli avventisti e di Eugenia che mi tornavano in mente, troppo forti, “Non ti fa niente mangiare così, resta qui…”, diceva Stas, il giusto sentire, stare in compagnia, non fare l’asociale, non buttarsi in letture afinalistiche solo per sentirsi male… stare bene, nel pomeriggio, a pranzare assieme, i famosi spiedini alla russa, le costine, le bistecche, mangiare per tre, ma almeno la domenica ci si può permettere di fare uno sgarro alla dieta… più tardi tornava anche Larisa, distrutta dal lavoro, anche di domenica, e un senso di profondità infinita mi prendeva, di pesantezza, che non sapevo neanch’io se quella fosse una sensazione giusta o sbagliata, una misericordia infinita, e uno strano sentirsi bene, forse troppo profondo… la musica manele non mi piaceva più nel pomeriggio, non mi faceva sognare né Ana, Andra, Larisa, Eugenia, la romena senza nome, nessuna, forse mi venivano in mente le parole di Alexia, che quella musica la ascoltano i contadini, i paesani, e che non è il massimo della musica… e mi veniva voglia di leggere qualcosa in romeno, qualche articolo, e mi perdevo un po’ così nel pomeriggio, con quella giusta ispirazione linguistica, nata dalle poche frasi di Stas con Larisa, con Silvia, con Dima, e mi accorgevo della profondità di quel sentire, della Romania, che mi ricordava appunto quei pranzi a Iasi in famiglia, dove una sensazione di cristianità ti avvolge, di povertà, di misericordia, dove non c’è niente da dire, dove è difficile parlare, superare la barriera linguistica, la diffidenza dell’estraneità, e dove poi alla fine si sta bene, si ride un po’, si scherza, e c’è pace e c’è requie, senza bisogno di quelle sofisticatezze che avrei cercato buttandomi a capofitto in degli studi che mi avrebbero fatto sentire solo più depresso, una depressione maligna, che non si fida più di nessuno, che maledice il mondo, ogni cosa, ed era un bene passare il pomeriggio così, come anche mi dicevo due settimane fa, in un’altra grigliata, almeno un po’ di compagnia, uno stare assieme in comunione, senza sentirsi superiore o inferiore, senza sofisticatezze, la semplicità tutta cristiana di questo mondo… e il pomeriggio andava avanti così, tra parole romene trovate in rete, la mia voglia di scoprire parole nuove che rinasceva, l’attenzione alle parole, alla ricerca di parole nuove, l’attenzione nel cercare di capire, e mi sentivo me stesso, dopo tanto tempo, perso in quell’Est, che se io non vado, viene da me, sensazioni di profondità infinita… e poi passavo alla lingua russa, la lingua russa del romanzo di Pelevin, senza capire molto quelle pagine difficili, ma ritrovando il piacere e l’esaltazione di un’altra lingua, l’Est, ancora una volta, che mi tornava anche voglia di sentire Marina, solo per rinnegare in un messaggio tutto ciò che avevo scritto nell’ultimo, il caos dell’anima, i sentimenti impazziti, l’irrazionalità pura… provavo anche a chiamarla, ma non rispondeva, e non sapevo più se quella profondità tra il malefico e il divino fosse cosa giusta, e alla fine mi arrendevo, senza neanche preoccuparmi più di tanto di Marina, che, come altre volte, provoca solo sentimenti negativi, che non so più a cosa siano dovuti, alla Russia, a quella lingua, o forse solo al mio stato d’animo, che ogni volta vede in cose diverse le cause dei suoi male, quando il male è nell’occhio di chi osserva… e mi ritornava la voglia, la voglia erotica, la voglia pornografica, dopo quel pomeriggio, e per rilassarmi da quel caffè di troppo ascoltavo un po’ di musica dance russa, quella musica che tenevo salvata lì nel pc, e mi mettevo ad ascoltare la musica, andando oltre Alina, oltre Katia, oltre tutte, e sognavo solo di una nottata erotica, che mi potesse ridare il piacere e la voluttà, dopo che per un attimo combattevo con quel sentire cristiano, troppo profondo, che toglie ogni voluttà… e uscivo la sera in macchina, per cercare non so chi, sapevo che Ana non ci sarebbe stata, Isabela non mi andava, le altre neppure, e alla fine decidevo per Aleksia, dopo un po’ di tempo, lei, vestita di rosso e nero, con tutta la sua sensualità… e avevo proprio voglia di guardarmi un porno, per scacciare forse quell’ansia, quel male sentire, inspiegabile, e mi eccitavo guardando quella teenager come serviva quell’uomo, che ancora adesso al solo pensiero godo ancora, e ritrovavo tutta la libertà dei sensi, e il piacere… facevo qualche giro di qua e di là, alla ricerca di lei, e alla fine mi fermavo da lei, da Aleksia, lei e i suoi capelli biondi, il suo viso dalla strana bellezza, il suo corpo da favola, i suoi vestiti sexy, che ancora adesso al pensiero, godo ancora… ci fermavamo là, in mezzo forse a della spazzatura, che lei poi diceva che era peggio della Romania, peggio dei campi degli zingari, dicevo io, ma c’era quella libertà, quella libertà oscura della notte, che ci invadeva… e lei cominciava a servirmi, a servirmi, che ad un certo punto volevo godere ancora di più, e mentre lei mi serviva riaprivo il cellulare, la pornografia, e godevo di quel sogno doppio, tra lei che mi serviva e io che godevo davanti a lei e a quella videoclip, e godevo come non mai, in quella trasgressione, in quella libertà, che non dovevo più pensare a sentimenti negativi, e godevo di quel porno e di lei, in quel mio desiderio di guardare ancora quelle videoclip, trasgredire ai miei comandi, essere più libero, godere di più… e la Romania mi salva e mi salvava ancora, Aleksia, questa volta, che mi rassicurava, mi diceva che a volte capita di aver bisogno di qualche porno, che succede, sopratutto quando si è un po’ giù, ma godevo e godo ancora di quell’istante nella notte, con la doppia visione pornografica, in tutta libertà… e solo la notte doveva portarmi via quel piacere, quando l’ansia di quel caffè troppo forte si faceva risentire, e avevo bisogno di qualche goccia di Valium per dormire, per scacciare troppi pensieri negativi, mentre ora mi rendo conto di aver goduto come non mai, in quella doppia visione erotica, che mi dà ancora la carica e l’energia che per un attimo pensavo perdute, ho trent’anni, ho ancora voglia di erotismo, ho ancora voglia di sensazioni trasgressive, ho ancora voglia di libertà, e non sarà nessuna ragazza che non mi piace a imporre il suo giogo su di me, finché ci sono ragazze come Aleksia, finché ci sono ragazze come la romena senza nome, finché ci sono ragazze giovani come Ana, pronte a servirti, che non c’è da scervellarsi troppo, e andare in paranoia, quando tutto l’erotismo e l’amore delle sue parole, delle parole di Aleksia, nell’erotismo e nella sensualità, possono salvare, che ancora godo di lei e di quella trasgressione, in tutta libertà, in tutta la libido che torna e fa piazza pulita di pensieri e parole negative… ah, se non ci fossero le puttane! Se non ci fossero sarebbe tutto davvero monotono e troppo profondo, troppo artificialmente profondo, una profondità forzata, un sentimento troppo religioso che fa male, mentre tutta l’energia erotica si risveglia in me, in quella libertà, in quella trasgressione, con la doppia visione pornografica senza fine, e il senso della Romania, della bellezza e della trasgressione, con il ricordo della ragazza romena senza nome, di Aleksia, doppia visione pornografica senza fine che si staglia ancora nella libertà di ogni giorno e di ogni notte…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

Pomeriggio al parco, dopo la camminata, la musica, la musica, la musica, albanese, da perdersi in un sogno, nel parchetto qua vicino, dove da bambini si giocava a calcio, dove da adolescenti si fumavano le prime sigarette, con la compagnia, si fumavano le prime canne, là dove da bambini i parchetti erano malfamati per la gente che si drogava, eroina, fine anni ’90, ora, tutto cambiato, da una decina d’anni ormai, i parchetti di una volta non ci sono più, c’è il circolino degli anziani, il campo da calcio è stato riempito di alberi, là dove una volta c’era la rotonda, dove si imparava ad andare in bicicletta, c’è ora l’area per i bambini e qualche panchina… pomeriggio al parchetto, con la musica albanese, che tirava via ogni pensiero, ogni nervosismo di fine settimana lavorativa, ogni nevrosi, con una dose di caffè inferiore rispetto al solito, e quella musica che mi ricordava Katia, che mi ricordava Manuela, quella sera al Carrefour, alla cassa, quando ci guardavamo negli occhi, conversavamo solo con gli sguardi, sguardi persi, d’amore, al ricordo d’Alina che trasportavo su di lei, gli umori sbagliati, tra quelli giusti, il nostro perderci nello sguardo, più mio che suo, che sapeva già come andava la storia, il caos di allora, Leida, le sue parole, la musica albanese che lei prendeva in giro, il mio primo triangolo d’amore alle medie, con Silvia, la ragazzina bionda che stava sempre seduta vicino a Dorian, il compagno albanese, il più simpatico della classe, l’Albania, cos’era e cos’è l’Albania? Ancora mi chiedo, cos’è? E’ forse sogno d’amore, è forse innamoramento, cos’è? Che quando mi presentavo a Elena, la mia prima ragazza, dicevo di essere albanese, e poi lei mi diceva che non era possibile che un albanese sapesse così bene l’italiano, così bene l’inglese, l’Albania, cos’è l’Albania? Il rosso e il nero dell’anima, quella musica orientale ipnotica, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e sognare ancora tutto il rosso e il nero dell’anima, la musica orientale e il canto orientale, ipnotico, da perdersi, da inventarsi una fiaba gotica dove un cantante e un musicista decide di rinchiudersi nella sua villa sperduta nella natura, per perdersi solo nel canto e nella musica e nei ricordi d’amore, per inventarsi la prossima melodia, la prossima canzone, solo perché alla fine i suoi amici e colleghi lo trovino impazzito, andato fuori di testa, fino alla follia, perso nei suoi ricordi e nella sua fantasia, imbevuto di immagini d’amore e di canto, da perdere l’uso delle parole, della ragione, da non riuscire più a parlare, ma solo a muoversi come su un palco e a parlare come se stesse cantando, non riuscendo più a emettere parole, ma solo tanti vocalizzi dalle infinite note, fino alla follia, fino alla follia… quel racconto gotico che in me si ispirava al sentire la musica, al sentirmi ipnotizzato dal canto, dalle note, fino a perdermi, perdermi completamente, nell’immagine di me stesso rossa e nera, come settimana scorsa al parco, a cercare di evocare quelle sensazioni che non riuscivo ad evocare, quando mi scambiavano per un pusher, e quanti ultimamente mi stanno scambiando per persone che non sono, losing my identity, diceva una canzone, e la sto perdendo ancora, di nuovo, dopo aver rivisto Manuela l’altra domenica per caso alla cassa, gente che oggi al Carrefour mi scambiava per un commesso, quasi mi chiedevano dov’erano certi prodotti, una ragazza convinta mi chiedeva dove erano le casse, e non so se è per quel vestire rosso nero, che sembra una divisa, pantaloni neri, felpa rossa con una scritta bianca della ditta automotive, non so se è per quello, o per quel mio modo d’essere in questi giorni, in questo pomeriggio, con il ricordo dello sguardo d’amore di Manuela, e il mio rivedere di fronte a lei tutte le ragazze dell’ultimo periodo, da sentirmi quasi un mostro, una belva insaziabile di sensualità ed erotismo, se non che quegli appetiti si perdono nello sguardo di lei, nel ricordo di lei, nella sua voce, nella mia voce quando vorrebbe cantare quelle canzoni impossibili da cantare, impossibile azzeccare tutte quelle parole albanesi, quasi monosillabi, ognuno dall’accento e dalla nota diversa, dalle combinazioni di parole impossibili, ma che fanno volare l’anima con il canto… oggi che mi scambiavano anche per un commesso da Bershka, al mio comprare una felpa rossa, un’altra felpa rossa, senza scritte automotive, una semplice felpa rossa, da indossare sui jeans neri, se non che mi perdevo prima in meditazioni sul senso del consumismo, su meditazioni sui soldi e sugli acquisti compulsivi, sul servire o no i clienti, sul lavoro di Manuela, e mi perdevo e mi divertivo, quando mi scambiavano, così come quando a volte mi scambiavano per uno straniero, per un mezzo albanese, per un mezzo italiano, o per quando mi scambiavano per un prete, anni e anni fa, in chiesa, durante il periodo delle confessioni, gente che mi scambia sempre per qualcos’altro, per qualcun’altro e non so più neanch’io, a momenti, chi sono, losing my identity, come diceva quella canzone d’amore… che non so neanch’io perché poi la gente su Facebook, la gente che mette i like ai miei post è tutta gente dell’Est, non lo so perché, forse perché con loro il mio atteggiamento è diverso, mi pongo in maniera differente, e forse risulto più affabile, più simpatico, più umano di quando non devo trattare con gli italiani e le italiane, come ieri da quei gommisti e meccanici, l’odio che mi sale e non so neanch’io perché, e come la prima volta che vedevo Manuela pensavo che fosse russa, dell’Est… e forse qui avviene il passaggio, o forse non avviene niente, so solo che mi perdevo nel mio stesso sguardo, davanti allo specchio in quel camerino, dove non vedevo me come un narciso, ma vedevo me quando guardavo Manuela negli occhi, e vedevo lei riflessa, e tutte le ragazze di sempre, e non so più neanch’io chi sono, chi sono veramente, quale dei miei eterni ritorni di umori sono quelli giusti, quale delle mie personalità è giusta, e so solo che al sentire quella musica, immerso nella natura, oggi e l’altra settimana, mi sentivo come in paradiso, al ricordare tutte le ragazze, al sognare e ricordare Manuela, a ricordare le parole buone di Leida, e lasciando perdere i divieti di ascoltare musica che ogni tanto mi sono stati detti da certe ragazze, perché nella musica mi perdo e mi trovo, anche nell’ipnosi senza fine di quei suoni, e la mia anima vola e si calma, comincia a sognare e sopporta tutta, diventa più affabile, non si lascia indisporre dal male del mondo, delle persone, anche quando andavo al bar dei mille, e Paolo il cinese mi serviva il caffè, mentre Bruna e Miryam parlavano tra loro, lasciando perdere i vari musulmani che incrociavo sul cammino, se non che quel canto orientale deriva in parte dagli ottomani di una volta in Albania, e c’è sempre questa ipnosi orientale di musica e canto, che poi si perde in tutte le ragazze, in un viaggio spirituale e d’estasi musicale che non ha fine, estasi d’amore e di sogni, di lingue lontane e sconosciute, incomprensibili, sogni d’amore senza fine, l’Est e il canto e la musica e l’Oriente, dove perdermi per sempre, nel ricordo delle ragazze e nell’ispirazione senza fine, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e mi perderei, se solo fossi capace, a descrivere il sogno d’amore tra le note e il canto orientale, l’estasi musicale, l’estasi d’amore, l’ispirazione, la voglia che ci sarebbe di esprimere questo mio sentire attraverso il canto e la voce e i suoni, attraverso la musica, che quasi davvero mi verrebbe da scrivere quel breve racconto della follia sul canto, sull’amore, sulla musica, se solo avessi voglia di un altro racconto gotico, invece la mia anima si perde solo nel sogno di lei, di Manuela, dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

Notte terribile, al messaggio di risposta di Marina, l’inferno che si scatenava, la Russia, le parole russe, il rigetto, messaggi chilometrici di ripudio, della lingua russa, dell’università, delle lauree, delle lingue, del lavoro in Inghilterra e in Russia, l’odio, il disprezzo, nessun sentimento positivo verso di lei, dopo che la giornata era già iniziata male con Stas che si intrometteva tra i miei ricordi, di giorno, al risveglio, a pranzo, nonostante il mangiare cibo russo, la tranquillità, quelle parole mezze russe e mezze romene, il ricordo di Alina, nero come la pece… il ricordo di Alina nero come la pece… e il caos di giorno, passare al Carrefour e andare ancora in tilt per delle frasi delle guardie, al sentire nominare il nome del mio paese, il nome di Manuela, o Manuele, non capivo, la psicosi che iniziava, di nuovo, quasi, se non mi calmavo durante il pomeriggio… andare a fare quattro passi, non mi salvava, fare la doccia non mi ristorava più di tanto, solo la televisione olandese mi portava via, dopo cena, con quella lingua incomprensibile ma bella da ascoltare, quell’accento, quell’altro mondo, un mondo lontano da casa, dai miei, dalle solite facce, dai soliti luoghi, evadere così, fino a quando anche la lingua olandese non valeva più niente, e diventava disturbo… spegnere la tv, buttarsi sul letto e non pensare più, cercare ristoro e sonno sotto la musica classica alla radio olandese, il sonno che arrivava, il relax, i sogni erotici… svegliarsi, per prendere le medicine, per fumarsi una sigaretta, e andare a dormire con tutta la tranquillità del mondo, senza pensare troppo alla mattina dopo e a dover andare fino a Como per fare la revisione della macchina, dopo che ieri pomeriggio la portavo a lavare, dentro e fuori… e poi, quel messaggio, di Marina, nel fondo della notte, quando di solito la gente va a dormire, e lei invece accende VK e FB, quando mai le ho scritto, ieri, preso per un attimo ancora dall’ondata russa, che mi faceva guardare la tv di stato, trovare qualche film, pensare ancora di avere la voglia di lingua russa, che non c’era… le maledizioni, le imprecazioni, l’odio, il rigetto, il nessun piacere, nessuna follia come con Manuela, solo una grande rottura di scatole, un peso sull’anima, il nero di pece d’Alina che si impossessava di me, e il ricordo di quei giorni terribili con Marina, perdere un’ora nella notte fonda per risponderle, dirle di non sentirci più, io che maledicevo i social, i messaggi, le notifiche e ogni cazzata di questo mondo, dirle di non sentirci più, che dopo Alina la Russia ha solo un significato negativo, pessimo, e che il nero dell’anima mi avvolge al solo ricordo, al solo ritornare a sforzarmi su quella lingua, altro che la bellezza delle lingue che mi ha sempre accompagnato, altro che la mia passione per le lingue più forte di ogni lavoro, mi sentivo annullato, senza passione per il lavoro, senza la passione per le lingue, senza nessuna voglia di niente, e il nero dell’anima si impossessava di me, e mi auguravo che Marina non rispondesse mai, mai più… la notte, l’insonnia, il rivoltarsi nel letto, le maledizioni e tutto il solito giro di pensieri, scappare, andare via, trovare altri lavori, trovare altre lingue, trovare altro, e alla fine il pensiero che mi salvava, che salvava la notte e salvava l’anima: Ana…

Ana, che mi addormentavo nel ricordo di lei, di quei momenti erotici con lei, rubati alla notte, e la notte portava anche dei sogni incantati, lei che si trovava in qualche fabbrica abbandonata costretta a girare dei video pornografici, in qualche posizione d’acrobata, e io che mi trovavo lì, tra quegli uomini che se la volevano e se la dovevano fare, e mi ritrovavo con i pantaloni giù, nel sogno, e quel momento di farmela che non arrivava mai, la gente intorno a me che aveva la precedenza, i commenti insani, la logica del lavoro dei video pornografici, in un ambiente colorato di blu e di nero, e di tinte scure, come la notte, il suo sguardo debole e disperso, abbandonato a se stesso, la sua bellezza della notte… e la scena ora cambiava, mi ritrovavo di nuovo in una città asettica, come quella di sogni precedenti, una città senza macchine, senza persone, solo fatta di vie e di case, di angoli di strada dove lei stava insieme ad una sua amica che sussurrava come una sirena: “Scopami… scopami…”, lei vestita di bianco e di nero, come una vera modella uscita dalla scena, e loro due stavano in quell’angolo della via asettica, vista dall’alto, di una città di notte senza traffico, senza luci delle case, senza rumori di persone e televisioni o diavolerie elettroniche, una città asettica, epurata da ogni cosa, solo le linee delle vie e delle case, come un quadro di DeChirico, e io mi avvicinavo di nuovo a lei, ad Ana, per consumare ancora, per godere con lei, e lei si apprestava, si lasciava andare, così, per strada, in quell’angolo della strada, senza dire niente, e mi apprestavo a godere con lei quando ricomparivano quegli uomini che la possedevano, quelli del video pornografico, che parlavano tra loro, come in un dialetto meridionale, e si decidevano ad escludermi, guardandomi male, indicando la mia vera destinazione, un furgoncino Volkswagen, quello degli hippie, colorato di arancione e di scritte da murales di infino ordine, mi indicavano quel furgoncino e mi dicevano di andare con quella gente lì, e aprivo lo sguardo, forzato ad andare via, e tra i giovani che popolavano quel furgoncino rivedevo Marinotto, e altri ragazzi e ragazze di chiesa, che mi guardavano dicendo: “Cosa ci fai lì?”….

Mi risvegliavo, solo per ritrovare la carica erotica ancora sveglia in me, e la liberazione dei sensi, dopo tutto, nel sogno, mi riprendevo, forse mi fumavo un’altra sigaretta, e poi tornavo a dormire, questa volta solo per sognare un altro ambiente fantasy, di una buca enorme in una cava, dal cerchio perfetto, dove stavano buttati lì dentro, in un ammasso enorme, un centinaio di libroni dalla rilegatura marrone, come i libri di una volta, libri classici, buttati via, che si potevano prendere su liberamente, e c’era come una potenza oscura che vegliava su quei libri, che voleva impossessarsene, e solo in pochi tra di noi cercavano di salvare quei libri, di rubarli, e vedevo Fabio C., antico compagno di università, che con la sua barba e i suoi occhiali salvava il libro di Marx, “Il capitale”, e se lo portava via, parlando di quel libro come se fosse un libro sacro, che aveva tratto in salvo, mentre io riuscivo a trafugare qualche libro, ma quello che volevo mi sfuggiva, veniva portato via dal dilagare infernale di quella buca perfettamente rotonda, che veniva schiacciata via come da una forza superiore, come quella di una scavatrice, che tutto distrugge…

Sogni, ancora sogni nella notte, di programmi televisivi pieni di conduttrici e concorrenti froci e lesbiche, una sala che sembrava la sala d’aspetto del pronto soccorso, solo più scura, dove stavano anche dei bambini e delle bambine che aspettavano l’inizio della campanella, in una scuola attigua a quello studio televisivo che sembrava però una sala d’aspetto del pronto soccorso, e concorrenti e politici radical chic, froci e lesbiche, cadevano come dal piano di sopra, come da una buca con un tubo al centro, come quello dei vigili del fuoco, e Gerry Scotti diceva che una volta, negli anni ’70, erano in pochi i concorrenti e i presentatori e i politici froci o lesbiche, se ne contava forse uno, due, delle rare eccezioni, e compariva Emma Bonino che raccontava l’emancipazione dal vecchio mondo, mentre ora, oggi, era tutto un brulicare di trans, froci e lesbiche, e la prossima che attendeva di raccontare la sua storia, di fare la comparsa in studio al di là della stanza era Carmen Russo, che stava lì seduta a pensare tra sé e sé, ad aspettare, mentre un altro personaggio come DiMaio se ne usciva dalla scena, avendo compiuto il suo intervento, ed Emma Bonino guardava da lontano, come supervisore, e Gerry Scotti continuava a presentare, e si sentiva la sua voce di sottofondo, quando tutto si colorava d’arcobaleno, e mi svegliavo…

Il risveglio erotico, del ricordo di Ana, il sogno più bello della notte, un sogno blu e nero, il risveglio presto, alle sei, per andare a fare la revisione, e fregarsene del messaggio infernale della notte prima, di Marina, e ricordare solo Isabela, Ana, la romena senza nome, questo mio dilagare di immagini e segni che ricordano la Romania, e tutta la salvezza stava là, nel ricordo di Ana e nel sogno erotico, che non c’era più niente da pensare, da scrivere, da elaborare, da scervellarsi, tutta la salvezza stava nel sogno erotico di Ana, che desideravo una di queste notti, se solo lei non fosse in Romania per fare la patente… mi svegliavo, bevevo il mio Nescafé e cercavo solo di imprimermi nella mente quei sogni, da ricordare, per poterli riscrivere una volta tornato dalla revisione, li ripetevo mentalmente, li rivisualizzavo, e trovavo tutta la pace in quei sogni, che non c’era nient’altro, anche quando andavo al bar dei mille a prendere il mio caffè della mattina, a comprare le sigarette, e poi partivo verso Como, un po’ in ansia per la strada che mi avevano spiegato, ma non avevo mai fatto, l’ansia del viaggio, di arrivare in tempo, di trovarmi davanti delle persone abbastanza sgradevoli, il mondo del lavoro, le officine, il mio incubo, quasi più dei messaggi con Marina, e in tutto il tragitto pensare solo alla mia macchina, alla mia stessa macchina versione tuning del cugino di Ana, in Romania, l’unica salvezza anche quando alla fine, senza troppe difficoltà, arrivavo là in anticipo di una ventina di minuti, e mi appostavo nel parcheggio, guardando la mia macchina pulita, e nel buio della mattina ricordare il buio della notte con Ana, e sognarla e desiderarla ancora ad occhi aperti, che non c’era più niente da volere…

Aprivano alle otto, mi appostavo lì in parcheggio e dicevo chi ero, mi dicevano di sì, ma mi squadravano, mi guardavano male, come un povero barbone, come se non ci fosse niente da guadagnare in me, e già mi saliva il nervoso, di quella gente che ha solo il suo lavoro, e i suoi soldi, che mi veniva in mente tutto l’Ottocento marxista e la critica ai borghesi, e anche l’esaltazione spudorata del capitalismo di Ayn Rand, quel meccanico di un grande gruppo petrolifero, e combattevo questi pensieri e quelle sensazioni di disprezzo nei miei confronti, la sfiducia nei loro sguardi, e l’incapacità di immaginare un mondo diverso, fatto di lingue, quando la notte prima avevo rinnegato tutto davanti a Marina, e solo il pensiero di Ana mi salvava, se non fosse stato per tutta l’ansia di quella strada, di quella gente, di quelle persone, di quel mondo del lavoro che non fa per me, come non fa per me parlare in altre lingue, scappare in Inghilterra o scappare in Russia, e mi dicevo solo che me ne dovevo fottere, me ne dovevo fregare, di evocare un po’ di più l’albanese in me… momenti in ufficio, il malinteso sul pagamento, chiamare mio padre al telefono, alla fine optare per pagare con un bonifico, la donna italiana e la giovane ragazza italiana, della mia età, che disprezzavo come non mai, che maledicevo, come loro guardavano male me, come se fossi un buono a niente, il disprezzo altrui di altri dell’officina, l’essere trattato come niente, il “Si figuri!” falso e studiato della giovane figlia di capitalisti alla Ayn Rand, il potere malefico del capitale e dei soldi che schiacciava ogni rapporto umano, l’ignoranza e il demone dei soldi e del lavoro che si manifestava, come solo si può manifestare in questi paesini del nord Italia, il senso di ribrezzo, di schifo, di ripudio, in una parola: l’odio…

E non era finita lì, mi dicevano che la macchina perdeva olio, di farla guardare, io che facevo finta di niente, facevo lo gnorry, non me ne sono mai accorto, dicevo, il fatto è che non me ne sono mai fregato, della macchina, un po’ come Hank Moody in Californication, lui e la sua Porsche, da buttare via, da spaccare e basta, solo per scrivere e lasciarsi andare all’erotismo, e tutto il resto non conta, la macchina che serve solo per trovare ragazze come Ana, e niente di più, lo sguardo torvo dei lavoratori, l’odio che lasciavo alle mie spalle, solo per immergermi ancora di più nell’ansia della strada del ritorno, di capire come fare ad aggiustare la macchina, se mi avrebbe abbandonato nella mattina sulla strada al rientro, l’ansia e l’odio, e il pensiero di Ana nel sottofondo, che ora non mi salvava più…

Tornare a casa con l’ansia a mille, per la revisione ancora da pagare, per l’olio e la macchia d’olio che in effetti vedevo in garage, mio padre che come al solito posticipava tutti gli interventi da fare, io che quando voglio una cosa a posto la voglio subito, senza aspettare, per togliermi via subito le preoccupazioni, per non pensarci più, l’atmosfera nervosa, Marco che arrivava e mi chiedeva, come se mi avesse mandato dai suoi fratelli e compagni, io che quella gente la odiavo, quella che mi diceva che Marco era a posto, aveva già pagato, io che me la prendevo perché le cose non sono mai chiare, come si paga, come non si paga, come si mettono d’accordo, perché non dicono mai niente, l’olio e i soldi per l’olio, per riparare la macchina, le bestemmie di mio padre di non preoccuparmi, le mie bestemmie verso di lui per la macchina, unica mia salvezza per scappare da qui, la notte, il giorno, il fine settimana, in ogni caso e sempre… alla fine estorcere cinquanta euro per andare a farsi mettere l’olio nella macchina, in quell’altro benzinaio dove mi guardavano male anche lì, quando passavo con solo 15 euro in tasca, quando tornavo la donna si scusava, la sorella di chi mi aveva guardato male, “Scusami, ma mio fratello non sapeva che eri passato di qui anche ieri…”, come per dire, scusa, ma pensavamo che eri un barbone che voleva cambiare l’olio a gratis, non sapevamo che ieri avevi pagato pure anticipato per farti lavare la macchina, il demone dell’odio, dei soldi, del capitale, i soldi che senza soldi non conti davvero niente, la gente che ti guarda male, la gente che pensa di essere superiore solo perché ha un lavoro, il demone dei soldi e del capitale, come nel sogno incubo della notte… farsi cambiare alla fine l’olio, da quei due benzinai napoletani che pensavano di avermi fregato cinquanta euro, parlando tra di loro, facendo un po’ di sceneggiata, a me non me ne fregava, avevo bisogno di quell’olio per mettere a posto la macchina, per starmene più sicuro, per potere sognare ancora Ana e la notte e Isabela e le ragazze come loro, e la fuga da qui, da questa altra abitazione a volte impossessata dal demonio…

La tranquillità… decidere di non lavorare quest’oggi, non c’era niente da fare in officina, mio padre e Marco si perdevano in dei lavori inutili, dove io non potevo fare niente, l’odio, l’ansia, lo stress del fine settimana, mio padre che diceva che alla macchina ci pensava lui più avanti, adesso era indaffarato, mollare giù tutto, fregarsene di ogni cosa, salire in casa per pranzare, in un attimo, e poi fregarsene e buttarsi giù sul letto, per recuperare le ore di sonno perdute, per dimenticare il mio impaccio davanti a quelle segretarie, le parole che mi uscivano scoordinate dalla bocca, in una pronuncia che non era né olandese, né russa, ma neanche italiana, l’odio di loro nei miei confronti, l’odio reciproco, l’odio nei confronti dei benzinai, l’odio da sterminio di tutta la razza italiana, la sua lingua, il suo popolo, tutto il nord, classici miei deliri da nervosismo esagerato, quel mondo che non mi piace, l’odio, il disprezzo, i soldi, i demoni…

Svegliarsi, nel primo pomeriggio, rilassato, senza pensarci più, lasciando perdere ogni cosa negativa, ogni pensiero, non pensarci più, una buona volte per tutte, là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Che non rimane più niente…

Nel sogno, la notte, Leida, i suoi capelli biondi, il ricordo e il desiderio sperduto, nel fondo della notte, sognare qualcuno che suonava al campanello di casa, l’uomo nero delle paure infantili, qualcuno che entrava in casa, lungo il corridoio, avere ancora l’impressione di stare dormendo con il letto orientato verso Est, come quando ero piccolo, il senso di paura, di smarrimento, la paura che quell’uomo nero potesse fare del male a noi, la paura di qualche rumore, di qualcuno, svegliarsi… non c’era niente, non c’era nessuno, mi stupivo solo di aver dormito come quando ero piccolo, di aver avuto la stessa paura, la stessa sensazione di quiete e di paura, era la una di notte, e avevo dimenticato la mia medicina, la prendevo, dopo che ieri sera andavo a dormire senza voglia di niente, di nessuno, con il vago pensiero di Manuela che scivolava via, tornare a dormire dopo una sigaretta, forse, non mi ricordo più… e sognare di una ragazza albanese, trentenne, non molto bella, un po’ come Tania, un po’ come quell’altra ragazza che vedevo l’altro giorno, trentenne, quando stavo ascoltando la musica di Lyric Master, lei che mi parlava di università, di quel corso Stranimedia, per gli stranieri e le straniere che vogliono imparare l’italiano, e mi faceva delle domande sulla lingua italiana, mentre mi mostrava lo schermo di un computer dove erano schedate tutte le straniere, con i loro difetti, i loro pregi, schedatura da parte delle professoresse, per capire meglio come insegnare l’italiano, sogni di un’Albania in macerie, forse il Kosovo, e sognare come il medico di una volta, il dottor R., compariva davanti a me e mi diceva che quella ragazza mi aveva fatto andare di volta il cervello, e mi spiegava le lacune, la furbizia di lei, di quella ragazza e di altre straniere, stando davanti al monitor del pc, in piedi, mentre quella ragazza si sentiva presa in contropiede, lei che non aveva più il coraggio di parlare, che si sentiva offesa, forse irritata, una ragazza mai vista, una ragazza che esiste solo nel mondo dei sogni… e sognare forse di altre feste, come capodanno, mia madre che mi chiedeva con chi uscivo, il sogno di un pub, di una festa, non so dove, l’atmosfera fredda, natalizia, che preannunciava neve, un sogno che si sperdeva tra gli altri, nella notte o forse nella mattinata…

Svegliarsi la mattina, le solite cose, la colazione, il bar dei mille, incrociare Stas che accompagnava Dmitrij alla stazione del treno, mentre mi fumavo la mia sigaretta dopo aver bevuto il mio caffè al bar, organizzarsi per capire come mettere assieme le commissioni della mattina, aspettare i soldi, per benzina, tintoria, supermercato, non fai in tempo a svegliarti che c’è già da fare, da andare, da spostarsi, non avere voglia di leggere niente, non avere voglia di lavorare, di cercare ragazze, di pensare a Manuela, non avere voglia di niente, neanche di pensare al colesterolo alto, alla dieta, ad ogni cosa, mettersi come punto fermo, come meta, quella di stare in pace, di stare tranquillo, di stare rilassato e spensierato, che mi sembra di trovare qui il senso della vita: la salute psico-fisica, niente di più…

E i sogni mi turbano ancora, mi devo ancora come svegliare, passare forse ad altri sogni, scritti nei libri, per non buttare via la mattinata, la giornata, senza avere più il demone dello studio ad ogni costo, le lingue straniere che ormai ho quasi dimenticato, che non mi attizzano più, il caos del pc, dello schermo, di combinazioni di lettere strane, come una follia che passa, cercare solo la quiete in questo periodo, niente più assalti dell’anima e degli umori, cercare solo di stare in pace senza neanche pensare al lavoro, senza pensare a niente, che non ci sarebbe più niente da scrivere, se non che alla prossima visita mi piacerebbe dire soltanto che sono più rilassato e spensierato, che non ho voglia di riassumere le mie ultime settimane, che non ho niente da dire, lasciarsi andare così, alla stanchezza, al non desiderare quasi più niente, se non alla quiete dell’anima…

Non so come sarà la giornata e non mi importa, non mi prefiguro niente, non mi va più di pensare e immaginare, non sento più il demone dei doveri impellenti, mondi artificiali, idee fisse, ideologie personali mancate, lo sforzo di dover per forza sapere, di diventare quasi un professore, il senso di solitudine, di lasciare andare tutto, e di non farsi più ingannare da me stesso con i miei stessi pensieri, che non rimane più niente…