Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

Rivedere lei, Alina, quando uscivo la notte, disturbato da fantasie erotiche dove compariva Leida, il desiderio… rivedere lei, e dirmi, in me: “Amore…”, al rivederla… fare giri, qua e là, le romenine dall’altra parte, nessuna voglia di fermarmi da loro, e decidere di rivedere lei, Alina, fermarmi… “Andiamo?”, “Sì…”, come va, come non va, che mi faceva piacere rivederla, e sentivo il cuore che batteva, l’amavo forse ancora? Lei che mi diceva che ogni tanto c’è ancora, non sempre, che ormai ha trovato lavoro come baby sitter, come badante, e ogni tanto, la notte, è lì… la sua bellezza, da ragazza slanciata da lunghi capelli neri corvini, il suo ovale di bellezza, i suoi occhi, la sua voce, l’amore… come va, come non va, parlare quasi esclusivamente in italiano, la lingua russa dimenticata, io che le parlavo di Stas e Larisa, l’altra coppia ucraina, io che le dicevo che loro parlano sempre in moldavo/romeno, anche lei, diceva, ma poi precisava, il russo non è che lo so un po’, diceva, lo so bene, l’ho studiato, diceva, e mi ricordavo tutte quelle parole di una volta, con lei, in russo… lei che si ricordava di me, se avevo trovato lavoro con le lingue, se avevo finito di studiare, si ricorda ancora, pensavo, non me l’aspettavo… lei che mi chiedeva se avevo anche studiato albanese, no, le dicevo, non in università, l’ho imparato un po’ con le canzoni, con i film, ma non lo parlo mai, l’albanese, come faceva a saperlo, a ricordarsi? Com’è possibile trovare una ragazza che mi chieda così delle lingue, che non dica niente perché studio l’albanese, che ascoltava la mia stessa musica, Akcent, dalla suoneria del cellulare? Come si può trovare una ragazza così, mi dicevo, dove trovarla, un’altra, un’altra così, che mi accetta per quello che sono? Fermarsi lì, al solito posto, e non fare niente, non aver voglia di niente, solo di parlare, lei e sua figlia di dieci anni, che adesso ha finito la scuola, che forse Alina vuole portare in Italia per farle fare una vacanza, io che le chiedevo quando si trovava il miliardario e lei che diceva che non è tanto il miliardario che fa la felicità, i soldi risolvono i problemi, diceva, ma non danno la felicità, e che difficile trovare un vero uomo adesso, diceva, tutti gli uomini sono diventati dei bastardi, diceva, ognuno che pensa per sé, che vuole le cose solo come vuole lui, e non ascolta gli altri, non ascolta lei, che difficile trovare un vero uomo, diceva… e lei che mi chiedeva quando mi sposavo io, e ridevo, scherzavo, tutti che me lo chiedono, dicevo, e io che non ho voglia neanche di trovare, io che le raccontavo in due parole di Marina, di Ana, di Alesia, quelle relazioni che non dicono niente, e non dicevano niente, nei pensieri, in sottofondo, sempre lei, me ne accorgevo, io che le dicevo che ero stato male, ero stato triste dopo aver perso lei, quando le dicevo che mi ero innamorato, ma non era più così, “Hai visto? Te lo dicevo che ti passava!”, e si ricordava anche questo, possibile che si ricordasse tutto di me, delle mie parole, delle mie passioni, delle mie lingue, della mia musica? Non ci credevo, era come parlare con un’amica che non vedevi da tempo, e non ci credevo più neanch’io… e le serie televisive, “The vampire diaries”, che anche lei aveva finito di guardare, “The originals”, che lei guarda ancora, Klaus che ha avuto un figlio con Keily, lei, Alina, che non si ricordava il nome, e in quell’attrice vedere lei, e in quell’attore vedere me, fantasie… io che le dicevo che avrei guardato “The originals”, in russo, in inglese, non lo so, non saprei, e non saprei neppure se guarderò quella serie televisiva, non è più come una volta, quando guardavo “The vampire diaries” e poi la notte andavo da lei per parlarne, per darci all’erotismo, non è più come allora, tantopiù che lei ora non c’è sempre, non c’è quasi mai, e il mio desiderio per lei non c’è più, glielo dicevo: “Da Alina non tornerò mai più”, “Cosa ti ho fatto?”,  mi diceva, “Niente”, è solo che ricordavo quelle notti, dove la vedevo salire con altri uomini, come una catena di montaggio, il male, il dolore, la sofferenza, come quella musica che suonava ieri notte: “Amor gitana”, dal suo cellulare, la suoneria di qualcun altro che la chiamava, quella frase che avevo letto chissà dove, che la specie umana vuole la fedeltà per assicurarsi la crescita della prole, lei, l’ucraina, Alina, che mi ricordava le tante ragazze che Costanzo si fa in Ucraina, turismo sessuale, io che non vedevo più Alina come un oggetto sessuale, io che mi dicevo ancora, quando la rivedevo: “Amore…”… ma forse amore non era, era solo un’amica, rivista dopo tanto tempo, con cui si scambiavano film e canzoni ed erotismo, in quegli anni burrascosi della mia vita, in università, circondato da ragazze, da Eugenia, da tante altre, e con un sogno d’amore e di erotismo che ancora aveva il suo nome: Alina… le fantasie erotiche per Leida che scomparivano, al rivedere Alina, lei che abita ancora qua attorno, nei pressi di Milano, come me, un po’ più in là, quella mezz’oretta a parlare che bastava per rendersi conto che, a parte la musica, le serie televisive, l’interesse per le lingue, non c’era niente, ci si sarebbe annoiati a parlare assieme un pomeriggio intero, così come mi annoiavo con Marina quando la vedevo, così come mi annoiavo con Olimpia, e bastava solo rivedere la sua bellezza, la bellezza di Alina, una bellezza non da strada, ma qualcosa di più, per rendermi conto che tutto era finito, e dentro di me risuonavano ancora canzoni, tutto l’amore per lei di una volta, e il fatto che ora si è solo amici, che sia che lei eravamo contenti di rivederci, come dicevamo, dopo tanto tempo, come due amici… e ci si salutava così, con quelle parole, con io che le dicevo che ultimamente ascoltavo “Laskovij Maj”, non so se li conosceva, dicevo, come non li conosco? Certo che li conosco! Diceva, belyie rozy, beliye rozy, e si metteva a canticchiare, la sua voce, la sua vera voce, la voce vera di una ragazza che mi parlava in russo, non con la voce odiosa di Marina, era la sua voce, la voce di lei, di Alina, e poi “Sedaya noch”, e poi “Tayushij sneg”, canzoni malinconiche, tristi, vecchie, diceva lei, sì, anni ’80, anni ’90, dicevo io, canzoni che ti farebbero morire di overdose di eroina, ogni volta che le ascolti, e dietro tutto questo, ancora lei, Alina… ci vorrebbe la musica adesso, le dicevo, ma non metto la radio in macchina senò si scarica la batteria, il silenzio, le parole che non c’erano più, la musica in me che partiva, lei e il suo salutarmi, in russo, ci vediamo, è stato un piacere rivedersi, guardarla negli occhi e vedere la luce della notte, delle stelle, della luna, la sua bellezza, Alina, scomparire… e la notte sarebbe stata stanca, disperata, malinconica, e piena di niente, la musica che non volevo ascoltare, rivedere lei e non farsi storie, solo rendersi conto di quanto si ricordava di me, dei miei gusti musicali, delle mie passioni, di me, in parole povere, che mi accettava per quello che sono, così come io accettavo lei, con gli stessi gusti musicali, ricordare la sua voce, il suo sguardo, le sue parole, e ripensare, ripensare a quando la rivedevo, e mi dicevo: “Amore…” guardandola… e la notte mi avrebbe avvolto, avvolto nel suo niente, nel suo blu, nel suo argento, in quei brillanti che erano gli occhi di lei, in quella voce angelica che era la sua, in quella bellezza d’amore perduto, mentre le nostre strade ormai sono divise, e non si incrocebbero più, amore rubato alla notte dove le sue parole alla ricerca d’amore ancora dicevano che è difficile trovare un vero uomo, alla ricerca d’amore, io che le chiedevo del miliardario, lei che mi chiedeva quando mi sposavo, siamo ancora giovani! Scherzavamo sullo stesso vecchio scherzo, che in Russia a vent’anni se non ti sposi sei già vecchio, in Italia a 70 anni sei ancora giovane, e si scherzava, e lei che diceva che preferisce pensarla all’italiana, siamo ancora giovani… eppure le strade si dividono, la musica suonava, i miei film preferiti, il ricordo di lei e un senso d’amicizia che si disperdeva nella notte, nel blu, nell’argento, delle stelle, dei suoi occhi, del suo sguardo, della sua voce, e non rimaneva più niente, se non la notte che avvolgeva tutto, e lo sguardo e la voce e la bellezza di lei, Alina, persa e mai avuta per sempre, ragazza di passaggio, e la notte avvolge ancora tutto, in me, il buio, il blu, l’argento, le stelle e la luna, lei, e la musica, e la bellezza, e ancora lei, fino a dissolversi in un niente, Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Prendere e andare a fare un giro a Milano, di domenica mattina, passare a Paolo Sarpi, mangiare dove si mangiava con l’amico, quei pochi soldi che bastano per comprarsi una giornata differente, stare al parco, sdraiarsi e non pensare più a niente, rilassarsi e dormire, svegliarsi e prendere un caffè lì vicino, in mezzo alla massa di gente che si rilassava, vicino al parco, padri di famiglia, vecchie, adolescenti, coppie di giovani, da ogni dove, la vita in comune con mille altre persone, il cittadino che sei, tra i tanti, disperso nella folla, nessuna differenza, visione comunista del mondo, un cittadino tra i tanti, un nessuno, uno, centomila, tu e le tue passioni, leggere lo Zarathustra in tedesco al parco, che differenza faceva tra me e altri che stavano lì sdraiati, coppiette a parlarsi, altre ragazze a leggersi qualcosa, a studiare, gente che prendeva il sole, tutti con mille modi di vivere, gruppetti di amici che giocavano a pallone, con le racchette e una pallina, Milano, i milanesi, le amiche a parlare tra loro, gli amici a parlare tra loro, il ricordo di Marina che svaniva, quelle giornate con lei a passare a parlare lì al parco, come due tra i tanti, nessuna differenza, uno, nessuno, centomila, disperso nella folla, che alla fine ti senti un nessuno anche se leggi lo Zarathustra in tedesco, chi è quello? Avrebbe chiesto qualcuno di me, è uno che legge qualcosa in tedesco ad alta voce, si vede che vuole imparare quella lingua, e sognare di mondi alternativi in Germania, a lavorare, qualche lavoro umile, a parlare con altra gente, o qualche vacanza improbabile di quindici giorni, dove staresti in albergo la maggior parte del tempo, a dormire, a riposare, per la spossatezza e il caldo dell’ultimo periodo, fare conoscenza, forse no, mangiare roba schifosa, altro che dieta, quindici giorni buttati via così, con l’illusione di un lavoro che non c’è, un lavoratore immigrato tra i tanti, che non ha neanche voglia di farsi una vita, non ha niente per cui vivere, non ha obiettivi, non ha scopi, non crede in niente, quello che ero io, a cercare di non bestemmiare contro mio padre e Stas, che se ne stavano in casa per l’ennesima grigliata che non potevo sopportare, conflitti domestici da quattro soldi, quelli che ti fanno venire in mente certe notizie che vedi alla tv: “Figlio disturbato stermina famiglia e conviventi, era in cura da anni”… così, questa sensazione, quando tornavo a casa a metà pomeriggio, che avrei voluto non vedere nessuno in quel giardino, ancora alle cinque del pomeriggio, a parlare del niente, i discorsi di mio padre, di Stas, che fanno venire il latte alle ginocchia, evitare quell’ambiente, quei discorsi, che non danno felicità e non ti arricchiscono di niente, era davvero meglio leggersi lo Zarathustra in tedesco al parco… prendere e andare via di nuovo, con istinti omicidi in me, girare ancora per i parchi qua vicino, affollati, troppe macchine, meglio non sostare, la chiamata dell’amico che arrivava a salvarmi, le parole, le chiacchiere, le risate, le parole che portavano via istinti omicidi e sensi di superiorità frustrata per leggere lo Zarathustra in tedesco, il mondo là fuori è indifferente, la domenica e la sua gente, lavoratori del mondo riposatevi, una giornata così, richiamare l’amico sulla via della pizzeria dei turchi, una macchina parcheggiata targata Albania, l’aquila che vedevo, la voglio anch’io! Mi dicevo, come qualcuno che si fa qualche tatuaggio, e la solita ragazza che passava, quella che chiede sempre le sigarette in quella via, parlare al telefono con l’amico, le solite cazzate, il mondo che non è come vorremmo, i sensi di superiorità o di “noi non siamo come gli altri”, di esclusivismo, di chi vuole fare l’artista, di chi avrebbe qualcosa da dire sempre sugli “altri”, la “gente”, noi che non siamo come loro, senso di comunanza, modi di pensare di sfiammate cerebrali andate in tilt, quando pensi che sia tutto una congiura, della divinità, dei servizi segreti, degli illuminati, quando vedi cose e persone e segni attorno a te che sembra che qualcuno ti stia mandando segni, in realtà è solo perché qualcosa esce fuori dalla routine, e ti sembra un segnale divino, una congiura, una cospirazione contro di te, se facessi il giro del mondo ogni giorno questi segni li chiameresti con un solo nome: “Coincidenze”, e non segni divini… ridere e scherzare con l’amico, fermarsi in pizzeria a mangiare un kebab, dai turchi, Ataturk, gli imam, Erdogan, la mafia turca, i turchi in Germania, le solite cose che vengono in mente, altri tre romeni pieni di vita che ridevano e scherzavano tra loro al tavolo, mentre si mangiavano una pizza, due tipe amiche di dubbia qualità che parlavano tra loro, ancora una volta essere uno, nessuno, centomila, in mezzo a quella via, in quella pizzeria… calmarsi, il buon cibo che rimette a posto l’umore, gli istinti omicidi che andavano via, il ricordo di come era iniziata la mattina, con quei tre americani in treno che facevano il giro dell’Europa, non si sa perché, tre giovani amici americani, anche loro gente come tanti, degli altri uno, nessuno, centomila, mentre una signora romena parlava al telefono, una banda di ragazzini e ragazzine sudamericani che ascoltavano reggaeton, quella signora sudamericana al parco che ti diceva: “Jesu te ama! Jesu! Jesu! Jesu!”, io che uscivo da un pomeriggio fatto di Nietzsche e pensieri orientaleggianti, il caos del mondo, le mille opinioni, le mille parole, i mille modi di pensare, eppure lì, nudi e crudi, senza orpelli di parole, tante persone in una domenica stanca e calorosa come tante, tanta gente, nessuno che si distingue, uno tra i tanti, dei tanti tra i tanti, tutti diversi e uguali allo stesso tempo… bersi un caffè al bar lì vicino ai turchi, un uomo che raccontava al barista cinese di come aveva voglia di farsi un tatuaggio, la sua paura che poi gli sarebbe venuta voglia di riempirsi, perché il pianoforte “aveva un significato”, altre cose no, quale significato? Io che a volte mi arrovello sul significato mistico di stelle religiose e aquile imperiali, quale significato? I tatuaggi che alcune religioni proibiscono, i vitelli d’oro del nuovo mondo, simboli e segni e significati, che non sono altro che lavaggi del cervello fai da te, per cercare dei punti fermi che non ci sono, cose piene di significato, là dove la vita è vuota di ogni significato, ultimo ricorso a strategie di sopravvivenza di significato, nel mare di simboli e parole di questa società, il barista cinese che parlava svogliatamente con quell’italiano, che poi proseguiva parlando della sua ragazza, mentre si beveva una birra, se io parlavo così con Miryam all’altro bar mi avrebbe direttamente mandato a quel paese cinque minuti dopo… Miryam, che tra l’altro sognavo stanotte, che le parlavo, che parlavo con sua sorella che era al bar anche lei, sogno di una relazione e di parole che non ci sono, sogno notturno che rimanda ad un amore che non c’è… e invece le uniche parole di ieri erano quelle con l’amico che rivedevo la sera, serata stanca per il troppo caldo accumulato, il sonno, la stanchezza, quel caffè che non bastava, i soliti discorsi di aspiranti artisti e sceneggiatori, parlare male dell’altro amico che propone di scrivere sceneggiature e poi non dice più niente, che si scopre lavora a tecnocasa o vende macchine usate, e fa il superiore, chiama gli altri subumani, si sente superiore, non si sa per che cosa, questo gruppetto di amici che si sente superiore agli altri, forse solo per diversificarsi, per differenziarsi, la differenziazione sociale, e poi sparare a raffica contro i figli dei “borghesi”, ammesso che i borghesi esistano ancora, che hanno soldi per fare la vita da artisti, tutti che vogliono fare gli artisti, gli scrittori, i registi, i fotografi, deliri vari sul “fare la svolta”, cambiare vita facendo l’artista e guadagnare soldi a palate, i soliti vaneggiamenti di quando si aveva forse vent’anni, e pensavi che con una laurea o studiando saresti diventato qualcuno, un artista, un miliardario, uno di Hollywood, deliri che riconoscevo, un po’ come i deliri da complotti e cospirazioni, micce cerebrali che scintillano nel modo sbagliato, le solite parole, quattro passi tra la natura che sembrava uscita da un film russo sovietico, i quartieri popolari, una gelateria da quattro soldi, ma dall’apparenza che sembra quasi bella, un gelato in più che la dieta non avrebbe voluto, chi se ne frega, ogni tanto si può sgarrare, questo mondo dove non rimane niente, solo la coscienza di essere un cittadino tra i tanti, uno, nessuno, centomila, senza un lavoro preciso, con qualche soldo in tasca che ti permette di passare una domenica rilassata, qualche parola tedesca in più che ricordi, il ripasso dello Zarathustra e le cose che ti avevano colpito allora, e quelle che ti colpiscono adesso, e un senso di vuoto, di niente, di normalità, io, come un albanese tra i tanti, un lavoro da niente, due soldi in tasca, che non conti niente comunque, uno tra i tanti, senza più grandi convinzioni, idee e ideologie o fedi particolari, il postmodernismo dei segni e dei simboli, quando tutto non significa niente e niente significa tutto, il caos in me, il caos stanco, uno tra i tanti, i tanti tra i tanti, la vita che va avanti, tra artisterie e giornate stanche, tra la gente comune, in questa visione comunista del mondo, visione democratica, la libertà di essere, eppure essere come tutti, tutti uguali e diversi allo stesso tempo, uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

E tutte le cose parlano di lei, anche in sogno, dove tornava in uno scambio di parole in russo, lei a scuola, forse in università, un ambiente mai visto, dove c’era lei, Alina, che si defilava e andava via dopo avermi detto quelle parole nella sua dolce voce russa, e mi guardava negli occhi, e vedevo il suo volto, i suoi lunghi capelli neri, le sue mani raccolte davanti al petto, che mi guardava con occhi d’amore, ma doveva andare via, voleva la sua libertà, la sua scelta di vita, lei, la ragazza ucraina con una figlia laggiù, la sua vita, la mia vita, che l’inizio di tutto non è tanto Katia e quella follia di dieci anni fa, ma è proprio lei, Alina, quando decidevo di lasciarla per smettere di bere e andare da lei, e amarla, che come diceva quel profeta “se non ami non sei nessuno”, e senza di lei, senza il ricordo e l’amore per lei non sono niente, e posso anche star qui a invocare divinità, smetterla di bere, bere meno caffè, fare tutto per essere un uomo migliore, ma senza il ricordo d’amore per lei non sono niente, sono un uomo vuoto, un uomo che vive di fantasticherie, di fantasie, di esoterismi e pensieri magici e superstizioni, mentre invece questo sogno di lei svela tutta la verità che sta nell’amore e nell’erotismo, che guardare ieri video dove comparivano russe dalla bellezza infinita e dai lunghi capelli neri corvini come lei potevano solo far tornare nei sogni il ricordo di lei e di tutto l’erotismo di una volta, svegliandomi e dormendo pieno d’amore e di passione, una passione oscura, tra il nero e il blu della notte, delle stelle e della luna, come ai tempi di lei, e la musica albanese che ieri scorreva nelle mie vene era la stessa che lei ascoltava, Sinan Hoxha, lei diceva, e tutto lo sviamento di questi due o tre anni era solo dovuto a lei, alla sua passione per i “Diari dei vampiri” che mi trasmetteva, quando ancora la lingua russa era una lingua quasi sacra, grazie alla sua dolce e suadente voce, che ora la Russia non la disprezzo, non la rigetto, non la temo più, ma rivive in lei e in me ancora una volta, pieno d’amore e d’erotismo come una volta, e se lei c’è ancora e non c’è poco importa, perché tornare indietro, cercare l’amore là dove non c’è può solo far male, come quelle parole che le dicevo: “Innamorarsi di te…”… che posso provare ad andare avanti, cercare mille scappatoie, credere di aver amato qualcun’altra, di essermi appassionato, ma era solo sviamento, fantasia, perversione, stordimento, cercare in tutti i modi di dimenticarla, cancellare i social, cancellare il diario, cancellare lei con altre ragazze, con altre fedi, con altri talismani e amuleti, ma alla fine dei conti lei ritorna sempre, anche in questo venerdì mattina, dove le parole di preghiera inglese parlano solo dell’amore perduto, e del desiderio di ricongiungersi con l’amata, al di là di tutto il delirio durato anche troppo, quasi tre anni, che lo sconvolgimento di perdere lei, cambiare palazzo dei folli e sheykh, e tutto il resto era solo una variazione sul tema di averla persa, di averla amata, di aver deciso di lasciarla e di lasciare quella via dissoluta, e anche i ricordi di Eugenia non sono niente, al di là della sua bellezza da fotomodella un po’ povera, perché tutta la passione giaceva là, tutto l’amore, tutto l’erotismo, nel ricordo di lei, che ora tutto mi è chiaro, che non serve a niente farsi di mille caffè per stare svegli, per stare “in alto”, perché nel profondo lei è ancora tutto, al di là delle mie paure di quella depressione che per un anno o due quasi mi prendeva, solo perché lei non c’era più, e ci sarebbe voluta un po’ di vitalità di Leida per farmi riprendere, ma non ci posso far niente se nel profondo lei e solo lei era la ragazza che ho amato, in russo, in tutte le lingue del mondo che poi scaturivano dall’averla perduta, e se “l’asse del mondo si spostava” quando la rivedevo era perché qualcosa e più di qualcosa lei per me aveva significato, e lo ha ancora, quando tutti gli amuleti e le superstizioni perdono di significato, e rimane solo il ricordo d’amore per lei, che né Leida né Ana possono sostituire e mi sveglio con questo spirito vampiresco, ancora una volta, ricordando il profondore dell’amore, della passione e dell’erotismo, anche nei sogni, dove compare lei, l’inizio di tutto, l’inizio di tutte queste pagine, nate dopo l’averla rivista, dopo che l’asse del mondo si spostava, e non c’è storia, vana immaginazione, elucubrazioni e teorie strane che mi possono salvare, perché davvero, come diceva quel profeta, “se non ami non sei nessuno”, e recupero me stesso, ricordo me stesso, sogno di lei, so chi sono, ora, l’uomo che l’ha amata, che si era innamorato, che soffriva e godeva e sperava e voleva vivere agli estremi, estremi ora raggiunti, sperimentati, provati, al limite della follia, e se rimangono questi amuleti da magia bianca attorno a me è per scacciare gli spiriti maligni come vampiri che potrebbero assalirmi di nuovo, se di nuovo cominciassi a pensare e desiderare solo lei, lei andata, perduta, ma non dimenticata, non rimossa dai miei abissi e dalle mie profondità, lei e il suo volto, la sua bellezza, la sua voce, la sua lingua, che peggio di tutto era pensare di ritrovarla in Marina, dalla voce non suadente, dalla bellezza non sopraffina, dalla banalità e normalità e ogni cosa senza passione, esperimento impazzito di sovrascrivere i ricordi e i sentimenti, hybris della ragione e dell’anima che pensava di rinascere con lei, di stordirsi con Leida, di ringiovanire con Ana, tutte variazioni sul tema per dimenticare lei, se ti dimentico, se ti dimentico, Alina… se ti dimentico, Alina, sono perduto, e solo nel sogno si doveva rivelare questa verità, la verità che mi fonda, dove tutte le religioserie smettono quasi di aver senso, se non fosse per la luce che mi deve guidare fuori dalle tenebre dei ricordi e dei sogni per lei, Alina, andare avanti senza più stordirsi, e non dimenticare mai lei, perché se non si ama si è perduti, è questo il fondamento di tutto, il resto è orpello, guide di condotta, niente di più, ma la base, il fondamento, l’amore per lei è ancora tutto, Alina… e con questa rivelazione mi sveglio, rinfrancato da una notte che stava impazzendo di nuovo, e solo il sogno e il ricordo e la passione e l’erotismo e l’amore potevano risvegliare il vero me stesso, nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

In bilico tra magia bianca e magia nera…

Scacciare gli spiriti maligni, amuleti oggetto nella stanza, magia bianca che porta alla liberazione, le giuste letture che cancellano gli sbagliati ricordi di ragazze che è meglio tenere lontane dalla memoria, le parole con gli amici, i film da loro consigliati, la magia dell’arte, camminare per le vie del paese e notare gente qua e là, cittadini! Mi veniva da dire, se solo la mentalità civile fosse sufficiente, ragazze che potevano essere chiunque, anche loro in mezzo ad una strada, e invece erano solo ragazze, come tante altre, senza troppa cultura forse, ragazze comuni che non dicevano niente, la gente in giro, le solite parole, i vecchi e la politica locale, la gente al bar, la gente sotto i portici, là, fino alla grotta della Madonnina… tornare indietro, ricevere messaggi dall’amico, altri film, serata rimandata, pioverà, temporale, la sera che non sa di cosa sarà fatta, la stella a nove punte che mi seguiva nell’itinerario in macchina mentre andavo a prendere mio padre e Marco in officina, là dove avevano lasciato il furgone che li aveva lasciati a piedi, la tensione del guidare, i ricordi di Ana, di Alina, di Leida, i demoni ancora in macchina, scacciati dall’amuleto che non c’era, una preghiera che elevava, prima di partire, l’elevazione di quel libro ritrovato, amuleti e oggetti magici, magia bianca della liberazione, la parete bianca di una chiesa e la croce dell’anima, una pagina bianca in me… venerdì alle porte, ramadhan che non è la mia festa, il digiuno è tutto l’anno, tantopiù che ieri notte l’anima impazziva e non si sa perché, costante lotta contro i demoni, e costante magia bianca per far sparire i demoni… non rimane niente, solo il ricordo della strada, della camminata, là, oltre i ricordi, chi in macchina mette delle croci, chi delle stelle, chi non mette niente, come me, troppo superstizioso per mettere qualcosa, troppo esoterico per affidarmi ad un simbolo unico, l’esoterico, quello che sono e sono sempre stato, come mi dicevano, sono così e mi devo accettare così, è questa la mia vera natura dopo quei libri sul sufismo, alla ricerca della tranquillità… il vuoto in me, la voglia forse di vedere film che rilassano, lo stress del lavoro che non voglio, lo stress della serata, di uscire con gli amici, di chi mi dice che guido male, di chi mi dice che guido come un quarantenne esperto, di chi non mi dice niente, la mia guida fluida, la macchina segnata, il nero della macchina, la luce nera dell’anima nel sogno della quale in visione vedevo l’aquila nera su sfondo grigio e il simbolo ermetico che rimandava a magie, sempre alla ricerca di qualcosa, di un segno, di un simbolo, per non far impazzire la mente, per farla rimanere in riga, in pista, in linea, senza gli eccessi e gli estremi, quegli estremi che amo, il centro che non so più cosa sia, dove sia, chi sia, forse la figura di una divinità lontana come quella di un madhi sempre tardi ad arrivare, eppure sempre presente, sempre lontano e vicino, sempre presente e sempre rimandato ad un futuro, costante attesa dell’anima che trovi la sua pace… il sole che presto tramonterà, la notte e le sue stelle che si avvicinano, la tranquillità della notte, dopo questi giorni stanchi, spossati, sfiaccati, forse per il caldo, forse per lo stress, non si sa bene… magia nera e bianca che lottano sempre in me, quel me stesso esoterico che alla fine si riconosce per quello che è, accettiamoci così come siamo, accettiamo gli amici, come diceva Leida, accettiamo i parenti, i genitori, i conoscenti, chiunque, senza odii e deliri, di andare altrove, di parlare in altre lingue, di fare l’eccezionale e il misterioso e il particolare, tranquillità che trovo nel digiuno, nella dieta, nella musica, nei film, nelle parole con gli amici, la mistica della sessualità che non mi prende più, la purificazione e il desiderio allo stesso tempo, senza bisogno di grandi maestri, ma solo maestri lontani, trascendentali, lontani e vicini, le mie debolezze e le mie forze, in bilico tra magia bianca e magia nera, la notte che deve arrivare, il sonno e il riposo, l’assenza di ogni immagine in me, gli incantesimi e i ricordi e le visioni, uno scritto che doveva sapere di elevazione e invece sa di magia, ristabilirsi, riprendersi, semplici regole, semplici punti fermi, non uscire dai binari, in bilico tra magia bianca e magia nera, alla ricerca dell’elevazione e della tranquillità, in questa notte che deva ancora arrivare…

Pensieri liberi, Visioni

Di parole velenose altrui…

E non so neanche più perché mi metto a scrivere, che bisogno c’è, è forse solo un tic, un’abitudine, un passatempo, ora che trovo tutta la tranquillità nell’immaginare il wali, che non ce ne sono altri, altri protettori dell’anima, amici o parenti o dottori, tanto più che ultimamente mi sembra di poter dividere il mondo in due categorie: i dottori e gli ipocondriaci… e pensare che credevo che i peggiori fossero gli avventisti, con la loro fissa sulla salute, diecimila precetti dietetici e salutari, ma non è che la gente “normale” sia molto meglio, con tutti i loro consigli, le loro paure, i loro dogmi di salute, che non fanno altro che farti stare male, con le loro preoccupazioni che ti trasmettono… e me lo dicevano che sono un po’ come una spugna, che assorbo tutto, tutte le cazzate che gli altri dicono o che ti fanno pensare, e gli alti livelli di ipocondria erano dovuti al mio ascoltare troppe cazzate altrui, tutte quelle paure della gente che, per horro vacui, riempiono con le loro congetture, le loro paure, il loro modo malsano di vedere la vita… e non ne potevo più, per qualche acciacco dovuto al troppo camminare, al troppo correre, alla mangiata esagerata questo sabato tra i miei parenti, grigliate che non ho mai amato… e non poteva esserci di peggio che sentire la moglie di mio fratello, che comanda un “non” ogni cinque minuti, per ogni cosa, e lo stesso mio fratello, da quando è diventato padre, c’è un “non” ovunque, rivolto ai suoi figli, ad ogni cosa, ad ogni persona, e peggio ancora era la madre della moglie di mio fratello, una che diceva che voleva farsi suora quando era giovane, una che ha da ridire su tutto, gente perfettina e ossessionata dalle “cose giuste”, che non lascia un minimo di scampo alla libertà, e metterebbe lacci su ogni cosa, non lasciandoti vivere… per fortuna non mi sposo, non ne ho voglia, non mi va di finire come uno zerbino come mio fratello, ad ogni cazzata sentire cosa va bene e cosa non va bene, rigidità mentale e ignoranza che fa solo male e non ti lascia vivere, e io che pensavo che l’unica a pensare in quel modo fosse Eugenia e la sua combriccola di avventisti… si può essere peggio degli avventisti senza esserlo, e mi ricordo solo le voci tranquillizzanti dei dottori veri, quelli che ridono e sorridono ad ogni tua paranoia, e non mi va neanche di prendere loro come esempio, ma di darmi solo ad una spiritualità orientale, che più di tutto rilassa, e ti fa vedere le cose dal punto giusto, quella spiritualità che salva dall’inferno che sono gli altri e le loro parole, fobie, paure, rigidità mentali… non mi preoccupo neanche più del lavoro che non c’è, di quel poco lavoro che c’è, di altri consigli e paure di gente sul lavoro, mentalità da working class, con il risentimento tipico di chi non ha altro che il lavoro, e della sua schiavitù ne fa virtù, esaltandosi perché lavora, e disprezza tutta l’altra gente, che, secondo le loro parole, “non fa un cazzo tutto il giorno”, le cose sono due, o sei convinto che il lavoro nobiliti l’uomo, o sei convinto che il lavoro alieni l’uomo, io sono per la seconda, e dopo aver visto tutto il pensare malato che mi circonda rimpiango sempre di più l’università, e l’aria di libertà che tirava, e i discorsi interessanti, mentre qui attorno, in mezzo a questa gente, trovo solo povertà di spirito in ogni cosa, povertà di argomenti, menti dalle paure assurde, gente che fa terrrorismo psicologico senza rendersene conto, trasmettendoti paure che non ci sono, e quanto vorrei invece essere ancora circondato da gente dalla mentalità aperta come in università, sentire quei discorsi, quelle lezioni, e non svegliarmi invece con l’incubo del lavoro sotto casa, di quegli operai, di non sapere quando ci sarà da lavorare e quando no, e se solo fossi più impegnato con le cose che ho studiato, se solo i libri e le lingue potessero diventare la mia vera occupazione, ciò per cui ho studiato, tutto questo bailamme non ci sarebbe… e tuttavia devo sopportare, sopportare e avere pazienza con la gente che non mi piace, e ormai c’è poca gente che mi piace davvero, forse solo gli amici vanno bene per scambiare due idee e due parole, pur con tutti i limiti del caso, di certo gente migliore che la famiglia di mio fratello, i miei, i colleghi o altri, ma non mi metterò qui di certo a fare l’elogio dell’amicizia, visto che l’unica salvezza la trovo tra spiritualità e ragione, nella mia solutidine che riesce sempre ad arrivare alla tranquillità e alla verità, una volta che si estranea dalle parole velenose altrui… non mi va più neanche di rivedere Ana, o sua sorella, mi sono bastate le due ultime visioni di quel camion targato “Islamic Republic of Iran”, di quei carabinieri appostati là dove stanno loro due, mi è bastato rivedere meglio la nuova shqiptare, per capire che non ne valeva la pena, mi è bastato scambiare due parole con gli amici sull’erotismo e la sessualità, per capire che non ne vale la pena, e mi ricordo le parole di quella dottoressa, che in fondo molta gente non ha neanche bisogno di “quelle”, e mi trovo meglio così, anche se il desiderio a volte si ripresenta, ma non è più onnipervasivo e ossessionante come una volta, e mi trovo bene così, nella mia spiritualità che ha sempre meno bisogno di ogni cosa, e basta di per sé, in questa tranquillità che c’è, senza paranoie o ipocondrie di ogni tipo, di parole velenose altrui… e mi mettevo anche a sorridere quando vedevo che l’amico Fizi a settembre andrà a qualche corso di scrittura creativa, spendendo non so quanto, chiedendomi cosa abbia da raccontare, in questo mondo dove tutti hanno qualcosa da dire, qualcosa da raccontare, mentre qui non c’è più niente da scrivere, niente da leggere, niente da dire, e se non abbandono ancora la scrittura del tutto è solo perché la trovo un modo interessante per fare ordine nella mia testa, dopo il caos delle parole altrui… non starò qui a raccontare la maniacalità invece del Barresi, sempre convinto del suo voler fare il regista e il fotografo pornografico, con le sue storie di Budapest e altre puttane dell’Est, lo guardo con distanza, lo ascolto con distanza, sapendo bene qual è la verità, e lo guardo e lo ascolto solo con distacco… così come con distacco ultimamente vedo film e leggo libri, quel giusto distacco che serve per non farsi arretire da idee strane, bizzarrerie, dubbi che non stanno né in cielo né in terra, e mi accorgo sempre di più di quelle due grandi verità, che in fondo sono tutte delle cazzate, e che la gente in giro ne dice alla grande di cazzate, e la cosa migliore, come già scrivevo, era di non ascoltare più, di smetterla di ascoltare la gente e di assorbire tutte le cazzate scritte, e ora come ora ho solo bisogno di una grande pulizia dell’anima, che si può ancora incuriosire delle cazzate del mondo, ma guai a rimanervi invischiata… e così passo questa mattinata, dove forse un libro sul sufismo mi attende, uno dei più bei libri più interessanti letti nell’ultimo periodo, uno di quei libri che ti dà la tranquillità del mondo, la giusta ispirazione, e forse può essere che mi perderò in altre lingue straniere, se oggi non c’è niente di meglio da fare, per fare risciacquo di tutte queste parole velenose altrui, tra gente in giro e libri e film, e ho solo voglia di fare pulizia e risciacquo dell’anima, dalle parole velenose altrui…

Pensieri liberi

Qualche amicizia, qualche divinità, e ancora qualcuno che ti apprezza…

Non ce la faccio più, questa gente che non ha il minimo apprezzamento su di me, al lavoro, in ogni cosa, la notte di ieri, dove rivedevo Alina, ma non avevo voglia di tornare da lei, e poi la vedevo andare via con un altro, Ana e Alesia e altre due, che stavano in piedi a parlare con un giovane attorniato da quattro puttane, a parlare, non so di che, cazzate probabilmente, che da quelle tipe non ti puoi aspettare chissà quali discorsi, essere nervoso per aver giocato troppo a Final Fantasy, averlo finito, sì, una soddisfazione, un pensiero in meno, essere tormentato da fantasmi di pornoattrici asiatiche, e un caos della mente che non finiva più, evocare tutte le tipe di una volta, per non impazzire, svegliarsi con il bisogno di un doppio caffè, la testa in confusione, le divinità che mi facevano visita, nel bisogno, e andare al solito bar dove non c’è più alcuno stimolo, la gente che ti deprezza, Miryam che non ti considera, Paolo che pensa solo a vendere le sigarette e il caffè, sentirsi inutile… lasciar perdere il lavoro, che di soddisfazioni ne dà poche, poca gente ti apprezza, e tu disprezzi pure il loro lavoro, ritrovare un attimo un po’ di fiducia nelle parole di ieri di quel film giapponese, qualche parola capita, qualche lettere compresa su un romanzo online in giapponese, “Quello che la salva sempre sono le lingue!”, mi dicevano, e ritrovare quasi la voglia di imparare altre lingue, se solo ci fosse qualcuno che apprezzasse le tue capacità… non è più come l’università, dove, bene o male, ricevevi lodi, ti tiravano su il morale, ti sentivi qualcuno, è l’epoca ora del nulla e del disprezzo, e l’unica cosa che ti ricordi è quell’icona dove tutti lo disprezzavano, e l’altra immagine del Buddha sorridente e calmo che se ne importa degli altri: “Do not let the behaviour of others destroy your inner peace”, diceva il Dalai Lama, e ora come ora niente è più vero, che non mi va di stare lì ad ascoltare tutti, silenziare le parole altrui, le impressioni altrui, e ripetere come un mantra quella frase che dicono sempre i miei amici: “Ma lo sai che la gente in giro…”, e non ci si può aspettare niente di niente… e un’altra frase stupida mi salva, quella di quello zingaro musulmano del paese, Mino: “Tutte cazzate! Tutte cazzate!”, che non c’è altro modo di pensare alle cose se non che ormai la gente mi sta facendo sentire inutile e quel famoso “desiderio di riconoscimento” è insoddisfatto, perché non c’è più alcun piacere in quelle ragazze, e neanche al bar, rimangono solo i miei amici e le poche persone che mi apprezzano, e una divinità che mi accetta così come sono, e un’altra che mi dice di trovare la pace della mente al di là di tutto, e vorrei davvero seguire quei consigli di Saverio: “Ora come ora sono due le cose: il lavoro, una relazione con una tipa”, un lavoro che dia gratificazioni, una tipa che ti apprezzi così come sei, e se non ci fossero neanche gli amici e le divinità a quest’ora sarei davvero a terra, senza contare tutte le ragazze di una volta con le quali, bene o male, ci si sentiva bene, e l’evocazione è bastata da sé… e non so più che fare in questa giornata per sentirmi qualcuno, il consumo di film ieri è stato sufficiente, quel film giapponese: “Nessuno lo sa”, dove la madre prostituta abbandona i quattro figli non più grandi di 10-12 anni a loro stessi, e loro si devono arrangiare, per fare tornare i conti, per mangiare, per sopravvivere, vita da barboni che quasi fanno, e non c’è niente di più vero che qualcuno ti accudisca, ti cresca bene, e la capacità di resilienza dell’essere umano, di andare avanti nonostante tutto… e fa niente se mi sento uno straccio, tornerò forse a sentirmi bene, un giorno, per adesso sarà meglio evitare quel bar, andare altrove, ed evitare quelle ragazze, per un po’, sperare che sul lavoro mi possa sentire meglio, più apprezzato, e sperare di trovare forse la sicurezza in sé non nei videogiochi, ma cercando di leggere e studiare qualcosa, per dimostrarmi che non sono ancora così perduto, e forse le parole degli amici, di Saverio, o di non so chi, che mi possano far sentire vivo… perché stamattina, nonostante i tre caffè, mi butterei giù e basta, dormirei ancora, mi rilasserei, e non farei più niente, non riprenderei neanche la distrazione dei videogiochi, che portano via troppa concentrazione, stressano, e mi portano via, e non bastava la visione di ieri di Alina, Ana e Alesia, ma anche quella di stamattina di Miryam, a buttarmi giù, non c’è niente come queste puttane che ti buttino giù, e invano cerco di ricordare quanto Eugenia e le altre ragazze di università mi stimavano, ed è meglio lasciarle perdere, per un po’, queste ragazze, e non pensare neanche che basti cambiare bar per sentirsi meglio… non ascolterò tutti i pensieri estremi che, come una reazione, potrebbero scaturire da questo star male, non ci sono soluzioni estreme, cose da fare, missioni da svolgere per stare bene, basterà riposare un po’, non pensarci e poi potrò riprendere il corso normale delle cose, e non mi va neanche di parlare con nessuno, né di star qui a riflettere troppo, cercando di capire cosa non va, c’è solo una cosa che non va: troppi pochi apprezzamenti, io abbandonato a me stesso, e critiche da ogni parte che vorrebbero buttarmi giù, e solo gli amici, qualche divinità, Saverio e pochi altri mi danno ancora la forza… se solo ci fosse un lavoro che mi piace e che mi facesse sentire bene! Se solo ci fosse gente con cui parlare più apertamente, con cui trovarmi bene! E invece sono qui, a destreggiarmi tra gente che non mi va giù, compiti che non sono i miei, e consigli e parole sbagliate altrui che, per quanto non voglio ascoltare, a volte agiscono in sottofondo…  meglio non ascoltare! Tutte cazzate! Tutte cazzate! E andare avanti lo stesso, e cercare forse conforto in qualche amicizia, in qualche cosa che mi faccia sentire bene, e in qualche lontana divinità di cui adesso ho bisogno, e lasciar perdere, lasciar correre, non pensare più, lasciarsi andare e riposare, e recuperare quella lucidità che non c’è più, e la chiarezza, e la motivazione, e non pensare ai lavori che non arrivano, alle ragazze che non mi vanno giù, ad altri discorsi che non posso sentire, e ricordarsi almeno che c’è qualche amico, di qualche divinità, che c’è ancora qualcuno che ti apprezza…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

ハ-ト, hato beer, 阿斗, atou, “Ato!”, diceva il cinese, ato, adou, lo scemo incompentente figlio di un regnante dei tempi antichi in Cina, una figura mitologica quasi, lo scemo, il folle, l’inetto, il mio nome cinesizzato: “Ato”, come mi diceva quel cinese una volta, Ato, Aldo, versione cinese del mio nome… quel cinese in quel negozio cinese di cibi, bevande, spezie, ciotole, tazze, cibi surgelati, incensi, birre e liquori estremo orientali, il Kathai, a Paolo Sarpi… Paolo Sarpi… che ci andavo sempre da adolescente, insieme ai miei amici cinesi, a comprare le cassette di musica cinese, i vcd di film cinesi, con la speranza e la voglia di imparare la lingua cinese, i miei anni con gli amici cinesi, altri, a cercare la ragazza che non arrivava mai, la ragazza cinese, quando ai tempi mi ero innamorato della vicina cinesina… tempi andati… “Paolo Sarpi, mi ricorda la mia prima gioventù, come facevo a uscire con i cinesi?”, dicevo al mio amico fumettista italiano, Barresi, “Eh, vabbè, ci sta…”, diceva lui, e il mondo si apriva… “Ato!”, diceva quel cinese quando compravo la birra giapponese al tè verde: Hato, traslitterizzazione giapponesizzante della parola inglese “Heart”, cuore, il mio nome cinese, Ato, la parola giapponese/inglese che diventava il mio nome, Ato, come mi chiamava quel cinese una volta, lo scemo, il folle, l’inetto, l’incompetente figlio di principi, il padre… il lavoro… la famiglia… nel nome del padre… il mio nome… il nome che nell’antica Cina cambiava, a seconda di chi ti nominava nella società, come in certe tribù africane, il nome nel mondo, nell’esistenza, nel vivere, non il nome della nascita, Ato, un altro mio nome, l’inetto, e Barresi che mi ricordava come mi chiamavano invece nella scuola giapponese di un tempo, Arudo, Arudo-san, アルドさん, ricordi di una vita precedente, di più vite precedenti… quando andavo alla scuola di giapponese, quando uscivo in Paolo Sarpi, quando uscivo con gli amici cinesi, quando studiavo cinese e giapponese, quando oggi, rivedendo tutti quei prodotti estremo orientali mi perdevo negli ideogrammi, nei simboli strani, nelle scritte giapponesi, come quel 白龍の酒, hakuryuu no sake, il saké del drago bianco… troppi ricordi… gli amici cinesi, l’ultima cinesina nel ristorante italo-cinese, Valeria la cinese che ogni lunedì mi serve il caffè al bar, Paolo e il suo vendermi le sigarette, Leo che mi parlava l’ultima volta della sua tipa, Alex che mi parlava della Cina… la Cina… l’Estremo Oriente… troppi ricordi… troppe suggestioni… come quella Kazaka estremo orientale che una volta mi facevo, là, vicino alle rotaie del tram, prima che comparisse Leida, poco dopo Diana la russa, forse tra Magda la polacca, e chi si ricorda più… le cinesi… le estremo orientali… i centri cinesi di massaggi che non vorrò mai frequentare, le cinesi che sono sacre, il primo amore, una cinesina, forse, la libido della mia prima giovinezza… Ato, il mio nome cinesizzato… tre bottigliette di birra, come tre lattine, tre bottigliette di birra giapponesi, e di fronte a quel cinese che mi diceva: “Ato!”, non dire niente, ritrovare solo nella sua pronuncia, nella sua voce, l’esatta pronuncia di quel cinese che una volta mi chiamava: “Ato”, cinese amico di cinesi, ai tempi di QQ, delle chat cinesi, delle amicizie, della follia ideogrammatica, delle lingue estremo orientali, l’infinito… e non dire niente a quel cinese oggi, guardarlo solo negli occhi, ridere, sapere che quel nome è un nome di un folle, e non dire niente, come spesso si usa in Cina, l’elisse delle cose, il non detto, il messo tra parentesi, il silenzio, una sospensione di parole che si fondano sul: “Non lo so”, “Non te lo dico”, “Non si può dire”… ridere e comprarsi tre birre, di fronte a quell’italiana che faceva la promoter, quella giovane ragazza, che mi diceva di assaggiare le patatine viola, di non so che tipo, assaggiarne una e dire: “E’ come le altre patatine”, “La patatina non si rifiuta mai”, diceva un cameriere una volta… e uscire da quel negozio solo con l’idea di dover fare un regalo al Barresi, il suo whiskey giapponese, Sunton o qualcosa del genere, da chiamare Fizi un pomeriggio e andare là a comprare questo benedetto whiskey, un giorno di questi… ma fa niente… pranzare con Barresi al ristorante cinese, involtini primavera, spaghetti di riso, vitello e soia, manzo e soia piccante, ravioli, pane cinese, che si mangiava tutti quanti assieme, dividendo le portate, e si mangiava bene, si mangiava tanto, forse pensando sempre all’affascinante proprietaria del Long Chang di Paolo Sarpi, la cinese già sui quarant’anni ormai, e si faceva finta di niente quando di fianco a noi si sedevano le milanesi upper class con la puzza sotto il naso, i discorsi radical chic, e si provava invece simpatia per la negretta con due figli che arrivava dopo, comunione tra le stessi classi sociali, simpatia per i poveretti, che Barresi manifestava apertamente, lui, eterno abitante di case popolari con la fissa di diventare miliardario e upper class, le classi sociali, Karl Marx, quel documentario sulla Cina che vedevo qualche giorno fa sulla televisione internazionale tedesca, documentario su Karl Marx, a dire il vero, dove però in Cina tutti conoscevano il suo nome, le basi del suo pensiero, e quel cinese dai capelli lunghi, artista, che preparava una scultura nuova di Karl Marx, la Cina, il comunismo, il socialismo, l’ateismo, e quella mia statua del drago cinese, l’Uno che diventa Due, come diceva quel filosofo, come diceva anche Mao Tse Tung, l’Uno che diventa Due, formule filosofiche quasi esoteriche, l’assenza della divinità e il mondo che da vertiale dell’Uno si fa pura orizzontale del Due, le relazioni con gli altri, pura orizzontalità d’essere, e sfacelo di ogni rapporto verticale e individuale con l’Assoluto, l’Uno, la divinità che non si può dire, il simbolismo della croce, orizzontale e verticale, e ogni cosa si risolve nell’orizzontalità, l’uno, dall’uno 一, yi, all’ 一起,yiqi, insieme, come quel cinese quando mi vedeva per quella cinesina, insieme, due, non più uno, orizzontalità infinita… e crollava di nuovo l’idolo di divinità da adorare, quando nel pomeriggio, a fine giornata passata a Paolo Sarpi, tutti i ricordi di una vita si ripresentavano: gli amici cinesi, gli amici italiani, l’eros con tutte le tipe, le conoscenze, le relazioni, e si manifestava quella verità fatta di agapè, e non più eros, di tutte le relazioni di una vita, che si manifestava il senso dell’assenza di eros in quel monaco che vedevo nella chiesa poco prima di Paolo Sarpi, l’eros di una volta e l’estasi dell’agapè, che l’ultima volta Ana mi diceva: “Sposati!”, proprio lei, maestra di eros… e tra eros e agapè mi perderei… che ritornava in mente tutto, ricordi di ogni genere, canzoni di ogni tipo, tutte le relazioni di una vita, tra amici, amate, amici andati, amici ritrovati, conoscenti di famiglia, tutte le persone viste quest’oggi, i cinesi e la Cina, l’Estremo Oriente, ogni religione che svaniva, solo un’estasi di eros e agapè senza fine, che non pensavo più neanche a quei discorsi classisti e d’odio tra quelle signore borghesi e quell’altra ragazzina che si lamentava del gas che non c’era più nel quartiere, lì al bar, che diceva del suo amico andato in Indonesia per tre mesi, non si sa a far cosa, l’Indonesia, che ricordavo le ultime letture di un paese molto musulmano, di Eugenia che è là a fare la missionaria avventista, e questa ragazzina invece faceva la snob, la borghese con la puzza sotto il naso, e Barresi poi partiva con un comizio di questi borghesi che non hanno il senso della consapevolezza, della realtà, di come in fondo dovremmo essere tutti uguali, di come Gaber cantava in “Barbera e Champagne”, la questione delle classi sociali, le divisioni, e io ritornavo sempre alla visione di quella chiesa, di quel monaco, di quel profeta andato, dalla barba e i capelli lunghi, e non ascoltavo più il rosso di Marx, e neanche della Cina, e nessun’altra cosa, nessun tempio lontano, nessun rosso russo, nessuna icona, e non ricordavo neanche più Marina, l’anno scorso, quando passavamo di lì, proprio di lì, a Paolo Sarpi, e niente di tutto questo mi veniva in mente, l’anno scorso, ai tempi di Ana, ai tempi di Leida, niente più di tutto questo… e non c’era più niente a fine giornata, non c’era più niente, solo un’estasi di ricordi di agapè e eros, e non bastavano più le canzoni, la musica, i ricordi, i desideri, e mi lasciavo andare, sotto quell’alcol che sarebbe meglio non bevessi, ma che oggi era solo la porta d’accesso alla verità: tutte le relazioni del mondo che salvano ogni cosa, l’agapè, la comunione con gli altri, la solidarietà, se vogliamo, in chiave ateistica, o le relazioni tra persone, al di là di ogni discorso classista e marxista, l’odio e gli scontri di classe, le invidie, ogni cosa si rivelava, come un’altra apocalisse, e smetteva di avere senso ogni divinità verticale e irraggiungibile, trascendentale, e tutto tornava all’orizzonte…. come ogni volta che guardo quel drago, l’Uno che si fa Due, il comunismo, il dio che non c’è, la pura orizzontalità dell’anima, e tutti i ricordi e le relazioni del mondo… la Cina… il comunismo… il socialismo… Benito il barista che diceva che Cristo, Maometto, Buddha e tutti gli altri sono tutti degli impostori, lui che si definisce sempre socialista, la sociabilità, la solidarietà, come diceva Leopardi l’ateo, l’orizzonte che vince sulla verticale, la comunione e la socievolezza, il simbolo mistico della croce, tra orizzontale e verticale, il volto di Cristo, e tutto tornava all’orizzonte… non c’è più Eugenia che con la sua mania perfettina mi vieta questo e quello, l’alcol, le sigarette, ogni cosa, non c’è più l’ossessione erotica in me quest’oggi, tutti i ricordi sanno ora di orizzonte, e non c’è più nessuna trascendenza, nessuna perfezione, abbandono i libri mistici, i libri d’altrove, i giochi, la musica, ogni cosa, mi immergo nei ricordi che sanno d’orizzonte, e non ho più bisogno di niente, di nessuno, forse solo di qualche cinesina lontana, come mi diceva Barresi: “Ma i tuoi amici cinesi non ti possono presentare una cinesina? O se le tengono per loro?”, la cinesina che non esiste, la musica cinese che non esiste, il mio nome, Ato, altra variante del mio nome, Arudo-san, gli altri miei nomi, il mio nome, io che non esisto più e mi perdo in questi ricordi di relazioni, come se fosse un’apocalisse, nell’attesa di altre relazioni, con la tipa giusta, “Sposati!”, mi diceva lei, “Quando ti sposi?”, mi dicevano i miei amici cinesi, mia madre che ai tempi dei miei 14 anni mi diceva: “Ti sposesarai con una cinesina, con una giapponesina…”… e tutti i ricordi di ideogrammi, altre lingue, cinese e giapponese, Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Non russo!”, e l’apocalisse, la fine di ogni cosa, quel monaco e quella chiesa, San Paolo Dedito, agapè, i ricordi, le relazioni, gli ideogrammi, tutta la gente del mondo, l’estasi dell’alcol, “Amo il mondo!”, si scherzava una volta su chi era un po’ ubriaco, perdersi nell’infinito orizzontale, l’agapè dei ricordi, la gente di quest’oggi, la vita, o le donne o la vita, mi dicevano, e perdersi, perdersi, perdersi, e il mondo che finisce un’altra volta nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Visioni

In questa noia bianca…

Può essere solo la primavera, è l’unica spiegazione che mi dò, andare in biblioteca e non aver voglia di leggere neanche un libro, neanche tra quelli in prestito, filosofia del nulla, teologie politiche islamiche, riletture, a dire il vero, nessuna voglia… lasciar perdere quel libro turco di Orhan Pamuk, dopo che stamattina quasi impazzivo a voler ritornare da quel barbiere turco con cui non si può neanche parlare, quello forse un po’ frocio, con la s sibilante, inquietante… e impazzire per tagliare o no quei capelli, e alla fine andare dal barbiere italiano, che quando mi vedeva all’entrata al bar mi dava un buffetto sulla spalla, e già mi riprendevo, che bisogno c’è di farsi tante paranoie sulla pettinatura? Ed entravo poco dopo, dopo un caffè, e mi diceva che sembravo un leone con quei capelli, un pazzo, e c’era davvero bisogno di un taglio… mi rapava ben bene, senza essere ora a zero, ma comunque un taglio quasi militare, e durante tutto il taglio si parlava male dei marocchini, degli albanesi, dei romeni, di questi qua che vengono a spacciare e a gestire la prostituzione, le carceri affollate, i carabinieri che non fanno niente, la politica che non si decide a fare il governo, ed era un puro parlare salviniano come tanti adesso, che va tanto di moda, un parlare vuoto che però mi portava via da quella sensazione di malessere che provavo al solo avvicinarmi al barbiere turco, e ringraziavo iddio che lì è meglio se non ci metto più piede… non so cosa mi spinge là certe volte, forse il ricordo di quel viaggio in Albania tre anni fa o di più, quando, prima di andare in Albania, passavo appunto da quel parrucchiere, e allora sembrava tutto magico, un altro paese, altre culture, altri modi di parlare, uscivo dalla storia con Xhuliana, la ragazza albanese, e allora era tutto incantato, tutto ciò che era estero era incantato, e non so, forse per qualche coazione a ripetere ogni tanto mi verrebbe da tornare lì, ma ora come ora fa solo sentire male, come quell’aquila albanese che non posso più vedere, come quella lingua russa che non posso più sentire, come tante cose straniere che non mi ispirano più, come la stessa Ana, la ragazzina romena, che non mi va più di vedere… e sembra quasi finire una stagione, una stagione tutta esterofila, xenofila, e non so cosa comincia, forse non comincia niente, e non mi capacito più di quell’Aldo che ero, e mi sento disperdermi, come prima in biblioteca, quando nessun libro più mi attraeva, come se non ce la facevo più a dedicarmi a niente, ai film, alla musica, ai libri, e può essere solo la primavera, mi dicevo, come quando in università verso aprile/maggio non ne potevo più di libri, e mi accontentavo di dare quegli esami scritti di lingua, facili, e mi preparavo solo alla sezione estiva, di tre o quattro esami, niente di più, e poi potevo dire dimentica l’università fino a ottobre… ma l’università non c’è più, non ci sono più nemmeno gli esami, non ci sono più letture obbligate, ma neanche letture d’evasione, di piacere, tutto mi stanca, tutto mi viene a noia, tutto si dissolve, e non so se è perché sto giocando troppo a Final Fantasy che non riesco più a concentrarmi, o proprio perché non riesco più a concentrarmi che gioco a Final Fantasy, ma sono stufo di tutto e di tutti, anche di Ana, anche di quel lavoro, che alla fine mi hanno detto di sentirmi libero di trovare altro, e non mi sento più legato a niente, si spalancano le porte del tempo, e non c’è niente da fare in queste lunghe giornate, e nonostante mi abbiano consigliato che adesso come adesso l’unica cosa che potrebbe farmi cambiare è trovare un nuovo lavoro e trovare una ragazza, una relazione stabile, nonostante tutto questo non ho voglia di niente, di nessuno, e passerei le mie giornate a oziare, a rilassarmi, a non fare niente, e mi sembra anche di veder dissolvere pensieri e religiosi, che prima mi orientavano, a parte semplici consigli sulla dieta, sul bere, sulla sessualità, e solo queste regole mi tengono in pista, regole ormai assimilate, ma per quanto riguarda tutto il resto sono completamente fuori di me, disorientato, libero e allo stesso tempo disorientato, e non so più cosa voglio… mi stanco dei libri, dei film, della musica, delle ragazze, degli amici, del lavoro, di Final Fantasy, delle mie ricerche, dei miei pensieri e non so più a cosa dedicarmi, ed è una noia bianca, una noia dove tutto si dissolve e non rimane niente, e vedo me stesso solo in preda ai libri come un quattordicenne sarebbe preda dei nuovi videogiochi da comprare, e non mi sembra di aver mosso un passo da quando ero anch’io quattordicenne, solo ho sostituito ai videogiochi prima i libri, poi le ragazze, poi i vestiti, poi altro ancora, forse i film, e tutto mi sembra una lunga parabola con varie variazioni, la parabola del consumismo, culturale, erotico, ludico, e niente di più, una grande voglia di consumare e niente di più, e ora mi sembra che non rimanga più niente, più nessuno… forse è solo la primavera, mi riprenderò forse trovando qualcosa a cui dedicarmi, se solo anche il lavoro non mi sembrasse un videogioco, un’impresa ludica e senza senso: stare davanti un monitor a inviare mail e cv, con la sola attesa di qualche risposta sparuta che non ti dice niente, rimanda o ti dice semplicemente che la gente non è interessata, e mi sembra davvero tutta un’esistenza virtuale, della stessa consistenza di un videogioco, e anche la mia conoscenza delle lingue sembra fittizia, quasi sempre passata attraverso fogli di carta, o schermi di computer e tablet, e non c’è niente di consistente, tutto è evanescente e virtuale, e tutto mi sembra finto, ogni mio studio, ogni mia conoscenza, che si risolve in nulla… e pensare che oggi la gente sulla virtualità fa i miliardi, quante app? Quanti social? Quanti blog e influencer e youtuber e quant’altro ancora? Tutto virtuale e niente di vero, e mi sembra di vivere una vita finta, virtuale, e mi sembra che non ci sia niente di concreto e tutto evapora, si dissolve, diventa evanescente… e non so neanche che farmene di questa giornata, di questi giorni e dei giorni che verranno, mi verrà voglia solo di giocare ancora a Final Fantasy per non pensare più, magari tornerò ad appassionarmi di qualche libro, di qualche film, ma tutto è ora privo di senso, senza scopo, ed è una noia bianca, un senza senso bianco, non di quelli depressivi dove dici: “Tutto è senza senso”, ma un “senza senso” che si salva da sé, in questo nulla che mi invade, in questa inanità totale, in questa infinita vanità del tutto, in questa noia bianca…

Pensieri liberi, Sogni

E potrà cominciare la giornata…

Risveglio come sempre, i diecimila pensieri che non avevano voglia di trasformarsi in raccoglimenti, visualizzare dentro di sé l’aquila rosso nera, e decidere di andare deciso verso il bar, Miryam mandata a quel paese, l’albanese che viveva in me che non aveva voglia di caffè per comprare sogni al suo cospetto, il suo incanto, altre illusioni, e poi il caffè l’avevo già bevuto, dalla macchinetta, in casa, e bastava e avanzava… stare per entrare nel bar e sentire una voce che diceva: “Dai te li riporto!”, qualcuno che chiedeva soldi, qualche cliente con qualche debito, pensavo, e invece era un trentenne o giù di lì che chiedeva l’elemosina con la scusa di dover tornare a casa, forse un drogato, non si sa, e compravo le mie sigarette, specificando a Paolo: “Niente caffè!”, escludendo volontariamente Miryam, che eppure era lì, e quel mendicante chiedeva anche a me i soldi, non poco, cinque euro addirittura, e visualizzavo ancora l’aquila e l’albanese che è in me, come in mille altri casi, e me ne sbarazzavo, anche dopo essermi fatto dare il resto di dieci euro da Paolo, e nessuno voleva dare i soldi a quello, prima che poi si prenda l’abitudine di disturbare al bar…

Me ne andavo e lasciavo perdere raccoglimenti di divinità lontane, che sono solo paranoie, giri assurdi dell’anima, e pensavo quasi di ripristinare qualche oggetto magico, se solo non mi ricordassi di tutte le follie, se solo il pensiero del pomeriggio di ieri, sognando Ana, non mi permette di giocare ancora con i simboli, e me ne tornavo a casa con l’idea di continuare a guardare Evangelion, dopo che il Barresi me lo consigliava… Barresi… che lo sentivo ieri pomeriggio al telefono dopo un pomeriggio passato ad impazzire, per un caffè di troppo, per un gelato di troppo, e dovevo prendere 5 mg di olanzapina per far passare i deliri, le idee omicide, l’irritabilità, le idee strane, che neanche finire di leggere “New life” di Orhan Pamuk bastava, neanche la gente che stava lì in piazza, chi giocava con i bambini, altri anziani, coppiette varie, anche se l’immagine della vita basta, ora che ci penso, così come di solito basta l’immagine della vita che vedo ogni mattina al bar, gente sveglia, gente viva… e lasiavo perdere gli incubi ricorrenti di questa mattina: ritornare alle superiori, essere arrestato… che questi due sono davvero i sogni più ricorrenti che faccio, ambientati sempre in luoghi diversi, diversi dalla realtà e dai ricordi vissuti, ma sono forse due dei più grandi shock della mia vita: essere stato arrestato a 17 anni e aver interrotto gli studi… che era da tanto che non sognavo così, e ormai non ci faccio più caso, so che questi incubi e sogni fanno parte di me, e a volte ritornano, come i deliri religiosi, come i deliri su quelle ragazze, fanno parte di me…

E non so che farmene di questa mattina, dove l’unica idea è davvero quella di guardare Evangelion, forse giocare a Final Fantasy, probabilmente uscire con i miei a pranzo, per festeggiare, e non mi va di raccogliermi, di pensare, di andare a pescare cose lontane, e quell’iniezione di vitalità con Miryam stamattina, pur senza vederla, mi è già bastata a darmi la carica, e stati sognanti non mi prendono più, e gli unici sogni sono le virtualità di qualche videogioco, o i disegni di un cartone animato giapponese… e comincerò allora a guardare qualche episodio, in inglese, per fare risciacquo linguistico, per concentrarmi su altre parole, e la giornata andrà avanti da sé, senza le troppe paranoie di ieri, senza pensieri in tilt, senza estremismi, fondamentalismi, paure inesistenti, e ricorderò la semplice chiacchierata con Barresi, con Larisa e Stas ieri sera, quello stare bene in mezzo agli altri che è sempre segno che in fondo va tutto bene, se solo certi pensieri di sottofondo ogni tanto non si manifestessero, ma, come per gli incubi ricorrenti, sono anche ormai abituato al mio vivere a volte con pensieri strani in sottofondo, e basta non ascoltarli più, e andare avanti, e potrà cominciare la giornata…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

Tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…

Non so se è stato mio fratello, se sono stati i miei nipoti, se è stata Sissi e il suo tipo che giocava a Final Fantasy XV, non so sono stati i miei amici, che dicevano di giocare ancora, ogni tanto, ma mi è proprio ripresa la scimmia dei videogiochi, in particolare, di Final Fantasy… così che ieri pomeriggio ci giocavo per tutto il tempo, a Final Fantasy X-2, e anche stamattina, e poi, e poi mi prendeva la scimmia di recuperare su Ebay Final Fantasy X, per la PS2, e seguivo quella scimmia, quell’acquisto compulsivo, e ordinavo il gioco online… soldi da niente, neanche più di 35 euro, che non è neanche un potlatch dell’anima, che anche se il gioco arriverà in condizioni obbrobriose non mi interesserà più di tanto, tanto più  che i soldi li ha spesi mio padre con la sua carta di credito, e se penso che qui al giorno vanno via una media di 40 euro al giorno, tra sigarette e caffè e pranzi di lavoro, non me ne frega niente… e che strano, passare dalla poesia delle tipe ai soldi e a videogiochi, che questo blog non si riconosce neanche più, sembra quello di un’altra persona, che pensa ai soldi, ai videogiochi, agli acquisti compulsivi, a scaricare le guide di questi giochi infiniti che sono i “Final Fantasy”, come per comprarsi un tempo indefinito, interminabile, quello che serve per stare dietro a questi videogiochi, ma ora come ora avevo forse bisogno di tempo, di tempo davanti a me, di un’immagine del tempo che si estendesse a limiti infiniti, e “Final Fantasy” è per eccellenza un gioco dai tempi infiniti, e mi sembra così di aver acquistato un tempo interminabile… o forse sono solo corso ai ripari da una spesa che non farei mai: 400 euro e passa per una PS4 solo per recuperare i nuovi “Final Fantasy”, e quelli vecchi, una spesa, questa, che invece avrei sentito di certo di più… e così mi metto al riparo, dalla scimmia che mi ha trasmesso mio fratello: “Và che lo zio adesso si prende bene con la PS4 e se la compra anche lui!”, diceva mio fratello ai suoi due figli, 10 e 11 anni, i miei nipoti, e io che dicevo: “Ormai ai videogiochi non ci gioco più!”… non ci gioco più… così dicevo… da allora, dal 2008, da quando Katia aveva portato la tempesta dentro di me, quando mi aveva sconvolto, lei, Katia, e poi Amalia, Julia, e tutte le altre, da impazzire, da finire in manicomio, da dimenticare una vita adolescenziale spazzata via dall’erotismo, spazzati via i videogiochi ed ogni cosa, dieci anni… dieci anni che non mi mettevo lì davvero a giocare… e mi dicevo: “Ma com’è possibile che i miei amici e mio fratello, più grande di me, si mettano ancora a giocare? E’ ancora lecito dopo i vent’anni?”… pensavo fosse diventato illecito, come una qualche ingiunzione esistenziale, eppure era strano vedere mio fratello che giocava con la play, oppure che si strippava con il drone che si era comprato, e mi dicevo: “Ma è ancora lecito giocare a una certa età?”… “Non uccidiamo il bambino in noi”, mi dicevano, e io che forse l’avevo voluto uccidere, o cercavo sempre di ucciderlo, con storie religiose apocalittiche dove, dopo ogni apocalisse, le regole diventavano sempre più fondamentaliste, no all’alcol, no ai giochi, no alle sigarette, no alla musica, no al pc, no al tablet, no al cellulare, no ai social, no ai film, no! No! No! No! No dappertutto… non si viveva più… non potevo continuare a vivere in funzione di quelle ragazze, ogni volta tutto era rivolto a loro, era il solo fine, la sola ragione di vita, l’estasi erotica e poetica, a volte alcolica, a volte i deliri, sempre queste estasi che cercavo dappertutto, ogni volta in loro, o nella loro musica: albanese, russa, romena… o nelle loro lingue, poesie e notizie… le lingue… le ragazze… la musica… che ieri delle lingue cercavo di farne un vanto di me stesso, inviando quelle famose mail che dovevo inviare da tempo, presentando il mio portfolio di traduzioni dall’albanese, russo, romeno, inglese, francese, spagnolo, tedesco, progetto megalomanico, nato chissà dove, chissà quando, senza sapere poi davvero bene queste lingue, a parte negli articoli che piacciono o piacevano più a me… tante mail, un giorno prima di questa festa della liberazione, dove forse nessuno lavora, e una sola mail di risposta, per ora, da parte di un’agenzia di traduzioni di Bergamo, “Valuteremo attentamente una sua collaborazione, ci dica le sue tariffe…”… le mie tariffe?! Controllare su quei gruppi di Facebook che mi aveva inviato Anna Maria, “Interpreti e traduttori”, chiedere delle tariffe e dir loro quanto avevo chiesto io, “E’ una miseria”, mi dicevano, “Non ci campi e rovini il mercato!”, non ci campo e rovino il mercato?! Ma se non ho ancora neanche iniziato a lavorare! Non so neanche se mi prenderanno, e poi mi accorgevo… mi accorgevo… mi accorgevo che avevo svolto dei lavori da 100 euro l’uno, tutte quelle traduzioni, che solo 10 articoli valevano 1.000 euro, e io mi ero messo a tradurli così, per puro divertimento, piacere, un’altra scimmia? E se non ci fosse alcuna differenza tra la mania per i videogiochi e la mania delle lingue, delle notizie online, dei social? Se non ci fosse davvero nessuna differenza tra perdersi di fronte ad un pc con notizie d’altrove in 8 lingue diverse e stare lì incollati alla televisione davanti ad un videogioco? Mi chiedo: “Sono forse finito in un mondo virtuale? Vivo forse una finzione e non una realtà?”, come tutte quelle storie immaginarie con quelle tipe, quei brevi incontri che davano l’estasi, e poi l’estasi della musica, internet, ancora una volta, musica trovata su internet, lingue trovate su internet, videogiochi davanti ad uno schermo, e poi il cellulare, il tablet e il pc, e la televisione, ovunque, ovunque, sempre un monitor, uno schermo, sempre una realtà virtuale, ma dov’è la realtà? Dov’è?… e mi sembra tutto fittizio, tranne ieri sera, quando mi mettevo a fare la mia solita passeggiata di un’ora, avanti e indietro lungo quel percorso pedonale, a pensare, a rilassarmi da tutti quei monitor, videogiochi, traduzioni, social dai commenti infiniti, lontano dal mondo virtuale, e la sera nasceva da sé un canto coranico, una sensazione di liberazione dalla tecnologia, e mi sentivo spogliato di tutto, di ogni virtualità, di ogni finzione, anche di quella finzione che nasce dopo quelle ragazze, la mistificazione poetica, e ricordavo le parole di chi mi diceva che quelle ragazze non bastavano più… e non lo so, ancora non lo so, cerco sempre di stare più lontano da queste finzioni, da questo mondo che è diventato finzione: film al pc, videogiochi alla televisione, musica dal cellulare, notizie dal tablet, basta con questi schermi! Basta! Dov’è la realtà? Che fine ha fatto la realtà? Che fine hanno fatto le mie amicizie, i miei amori, le ore intere passate a chiacchierare, a ridere e scherzare, i momenti erotici, dov’è il piacere? Dov’è la realtà? E se anche i libri fossero delle altre mistificazioni? Se non ci fosse davvero differenza tra libri e monitor? Dov’è la realtà? Dove sono le relazioni vere? Dov’è la vita? E diventa tutto come un grande velo di Maya che si sta per dissolvere, me ne rendo conto, eppure non riuscirei a vivere senza le finzioni, di ogni genere, ho già provato qualche settimana fa, vivere di vestiti neri da penitenza e lutto, senza alcuna finzione, vivere solo d’aria e di nessuna concentrazione in niente, e cosa trovavo? Follia… deliri… è assurdo, ma non si può vivere non impegnati in qualcosa, e poco importa se è un film, un libro, delle notizie, della musica, dei videogiochi, servono… servono eccome, per non spegnere quell’interesse che ti tiene in vita, e la vera utopia era pensare di vivere solo d’amore ed erotismo… non è così, c’è la vita, il lavoro, le amicizie, lo svago, il relax, la fiction, ogni cosa, ogni cosa nella giusta misura, e i progetti di lavoro, altri progetti, e così all’infinito, tra un’attività e un’altra, tra un interesse e un altro, che una vita di solo amore, solo amicizia, solo erotismo, solo lavoro, solo svago, solo relax, una sola cosa alla volta non è possibile, la vita è differenziata come la giornata, come la settimana, ed ogni cosa ha bisogno della sua giusta misura… e dentro di me vive un lettore, un appassionato di film, uno che senza quelle ragazze non può vivere, un estasiato di musica e canto orientali, un operaio che ce la mette tutta, un filosofo/traduttore/poeta che senza parole proprio non ce la fa, e anche un mistico che a volte fa a meno di tutto, e tutto questo sono io, sono io in quest’ultimo periodo, dove riscoprio anche il videogiocatore in me, e si tormenta di meno d’amore e di erotismo e di religiosità, non pensiamoci troppo, non divaghiamo troppo, non restiamo con le idee fisse, e viviamo la vita, gli amori, il tempo libero, il lavoro, il relax, i giochi, e il dolce far niente, e ogni cosa andrà avanti da sé, ogni cosa a suo tempo, e potrò forse vivere ancora, vivere ancora e, tra mille interessi e passioni, al di là di ogni virtualità, sentirmi ancora vivo…