Category: Pensieri liberi

Un sogno moldavo…

E mi trovavo in un luogo sperduto, grigio, ai margini della periferia, con il cielo pieno di pioggia, tra appartamenti e casermoni che sembravano usciti da un film sovietico, nella città di Chisinau, e mi mettevo a camminare su delle lunghe scalinate, che salivano verso non so quale altezza, di fianco ad un palazzo, e la salita era difficoltosa, io, con il fiato corto, che cercavo di star dietro alle persone che salivano su quell’altura, e non sapevo più chi ci fosse a farmi compagnia, se Marina, Diana la moldava, o la prof ucraina di russo, Liana, e mi trovavo come a sorvolare quel palazzo, quelle scalinate, la scalinata interna di quel palazzo che ospitava diverse famiglie, e ad un certo punto, da quei balconi grigi compariva Pyotr Poroshenko, che arrivava in quel palazzo come salvatore, solo per atterrare su un largo balcone dove l’aspettavano un gruppo di mafiosi russi, pronti a fargliele vedere, a riempirlo di botte, e la visione terminava lì, con Pyotr Poroshenko che si sdraiava a terra e le decine di mafiosi russi lo cirondavano… la visione cambiava e continuavo il mio viaggio sulle rampe di quelle scale interne, e nel sogno la visione del volto di Diana la moldava mi guidava, io, alla ricerca di non so cosa, non so chi, e mi vedevo scendere quella scalinata di fianco al palazzo, solo per ritrovarmi su un lungo viale lastricato di grosse pietre, un altro viale che scendeva e poi risaliva, verso una scuola, e camminavo a lunghi passi verso quella scuola, su quella strada di pietre, e ad un certo punto vedevo comparire dalla scuola Liana, che camminava a lunghi passi decisi verso di me, e diceva: “Lo so anch’io…”, e non sapevo a cosa si riferisse, e mi passava di fianco, mentre mi sembrava di essere ora accanto a Diana la moldava, che mi voleva guidare in quel mondo grigio post-sovietico…

E mi svegliavo così, l’altra mattina, pronto ad affrontare una nuova giornata di lavoro, visto che ormai tutt’altro non c’è, tutte le altre cose sono barrate, lasciate nel dimenticatoio del tempo libero, e non c’è più da inventarsi niente, cosa fare, cosa non fare, non più scervellarsi per far valere quella laurea, lasciarla libera così, per leggere e al massimo per scrivere, il giorno che sarà, qualche racconto, mentre il sogno di emigrare in Inghilterra si scontra sempre con la sorte di cameriere o facchino che mi toccherebbe, e tutte le altre cose sono barrate, lasciate libere di scorrere solo nel tempo libero, tra una lettura e l’altra, senza scervellarsi più sul cosa fare…

E mi torna in mente Leida, in questi momenti, l’ultima volta che potrebbe essere stata davvero l’ultima volta, dopo tre anni, una sorta di liberazione, con il suo sguardo e il suo volto e la sua immagine mentre le davo quei suoi due pacchetti di Marlboro Touch, che la storia può anche finire, e si può essere liberi di concentrarsi sul lavoro, investire veramente in questo, e non disperdersi più…

E così comincia la mattinata, che vorrebbe essere fatta di racconti di fantascienza o di orrore, di notizie d’altrove, o di non so cosa, nel più puro piacere del tempo libero, e ancora una volta devo dare torto a Barre, che qui non ha niente da perdere, io sì, e le sue idee giovanili di scappare non stanno né in cielo né in terra, e ora come ora solo il pensiero del lavoro e dei soldi mi fa stare in riga, divide il tempo del dovere da quello del piacere, in una visione semplificata della giornata e dell’esistenza, dove almeno c’è la sicurezza del lavoro, e la sicurezza del tempo libero da investire come meglio credo, e il tempo libero è sempre meglio che sia scarso, per non perdermi troppo in letture e visioni che mi fanno andare a pescare i pensieri e i ragionamenti più strani del mondo…

Non so se questa domenica e questo sabato uscirò con gli amici cinesi, o con quelli italiani, per ora non ne ho voglia, non vorrei farmi portare via da discorsi altrui, dopo l’equilibrio che finalmente ho trovato, e non mi va di disperdermi ancora, e così comincia forse la mattinata, la giornata, pieno di voglia di sfruttare quel poco tempo libero che ho, senza sognare più mondi e lavori utopici, le lettere sono ancora mie compagne, a tempo perso, e neanche l’accettazione di amicizia su LinkedIN della relatrice giovane e bionda di russo riescono a distogliermi da questo nuovo equilibrio, va bene così, con il lavoro, con il tempo libero, e la giornata può anche iniziare…

Advertisements

Voi che di me raccontate cose che non corrispondono! 

Vaffanculo! Ancora una volta! Il dottore e i suoi consigli da strizzacervelli! Il suggerimento di quell’amico di scappare da qui e andare in Inghilterra, da qualche parte, perché ovunque è meglio di qui, ma dove? Parlare ieri sera al telefono con quell’amico di una volta, vai altrove, come hanno fatto in tanti! Cosa hai da perdere? Luca non è andato via, non ci ha provato a inseguire la carriera con la chitarra, diceva che con la musica non si campava, e Marcello è andato in Inghilterra ma poi è tornato, perché? Loro qui avevano una casa, avevano la prospettiva di un lavoro, uno nell’informatica, l’altro nelle assicurazioni, insomma, avevano qualcosa, non il niente di quell’amico che vive nelle case popolari in affitto e progetta ogni giorno storie e fotografie da presentare nel mondo dello showbizness, sognatore folle? Forse… E mi facevo imbambolare dalle sue parole di ieri sera, vai altrove, vai all’estero, tu che le lingue le sai! Un po’ come il dottore, spero che a ottobre mi dirà che sta per partire per la Russia, o per altrove… ma partire dove? Per dove? E oggi andavo in quell’agenzia per trovare lavoro in Inghilterra, e già sul tragitto ci ripensavo su, mentre leggevo quei racconti di fantascienza in inglese, io le lingue non le voglio parlare, io le lingue non le voglio sentire sul lavoro, all’estero, io le lingue le ho studiate solo per leggere e avere informazioni in più, per motivi filosofici e di conoscenza, per non incancrenire il cervello, per godermi i film e i romanzi in lingua, le notizie di altrove, altroché imparare a parlare o lavorare! E al diavolo anche tutti quei pensieri, vivere in ostello, con gente che non conosco, animali, gente che pensa solo alla pancia, convivere con i giovani, i ventenni, quando io ho trentanni suonati, stare là all’estero senza poter leggere, guardare film, avere un attimo per sé, senza la prospettiva di ragazze come Alina, come Leida, senza nessuno, trasportato via dal mondo del lavoro, e che lavoro… sì, andavo in agenzia e sapevano solo offrirmi lavori da cameriere, facchino, barman, stiamo scherzando?!! Certo, poi mi dicevano che lì potevo trovare il lavoro che volevo, se me lo cercavo, e utilizzare i loro ostelli, ma andare in Inghilterra per fare che cosa? Cosa me ne faccio della laurea, questa grande illusione su cui operatori ed educatori continuano ad insistere? Non me ne faccio niente, mi serve solo per capire meglio cosa leggo e le cose di cui mi informo, le cose che coltivo, ma non mi interessa di certo parlare del più e del meno in un’altra lingua, o sul lavoro, quella gente mi ha proprio capito male, e al diavolo i loro discorsi di andare all’estero, di imparare a parlare, di offrirsi come volontario! Vaffanculo! Loro e i loro discorsi che fanno più male che bene, e già me ne accorgevo andando verso quell’agenzia, sarebbe stato un pomeriggio perso, o forse guadagnato per capire di più quello che voglio: soldi, un lavoro che non mi strizzi il cervello, il tempo libero per coltivare filosofia, lingue, letteratura, un tempo tutto per me! E al diavolo i loro consigli, il valore della laurea, le qualità che loro mi attribuiscono: parlare in lingua, conoscere bene la cultura, la letteratura, ma chi ce le ha queste capacità? Loro si immaginano cose che non sono, hanno tutti una falsa idea di me, e ogni volta mi faccio imbambolare dalle loro parole su di me, che non mi corrispondono! E allora sì, è servito a qualcosa questo pomeriggio all’agenzia, capire me stesso, i miei desideri, le mie passioni, il senso di libertà che coltivo, nel tempo libero, e la voglia di non perdermi più in elucubrazioni di andare chissà dove, di sognare altri luoghi che non esistono, una vita giovanile che ormai non fa più per me, le lingue da parlare che non ho neanche voglia di parlare in italiano, figuriamoci in inglese o in russo, vaffanculo! L’unica cosa che mi rimane, che coltivo ancora è la lettura, lo studio, non importa in quale lingua, la visione di film, ancora una volta per studio, come se dovessi un giorno scrivere qualcosa, inventare qualcosa io, un racconto, un soggetto, un film, qualcosa così, anche se poi so che neanche questo è vero, studiare mi serve solo come autodifesa, diceva Woody Allen, solo per capire meglio il mondo, per non farmi fregare da discorsi, da altre ideologie, da storie di ogni genere, un meccanismo di difesa per non essere imbambolato ancora, come lo sono stato in questi giorni, dai discorsi altrui… e tutto quello che ho fatto, scrivere al centro russo, andare in agenzia inglese, era tutta una specie di esperimento per verificare la mia tesi: quella gente diceva cazzate, io non corrispondo al racconto che loro si fanno di me, punto! E sono stufo di pensare e scervellarmi, come quello strizzacervelli ogni volta fa, che non gli va mai bene niente, che io lavori con mio padre e Marco, che non utilizzi la laurea, che mi continui a vedere con quelle ragazze, e la dieta e tutto il resto, e le medicine, e la religione, e tutte storie da strizzacervelli, che fanno più male che bene, e meno male che dovrebbe essere gente che ti aiuta, come quell’altra educatrice che più di altri casini non ha fatto! Che vadano al diavolo! Loro e quegli amici che di me non sanno niente, perché io non ho mai svelato niente di me! Sono stufo di seguire la loro linea di pensieri, i loro ragionamenti, me ne fotto, una volta per tutte, e lo ripeto, le lingue a me servono solo per leggere altra roba, staccarmi dall’Italia e da questo mondo chiuso su stesso, questo mondo rappresentato dalla lingua che lo circoscrive, le lingue a me servono solo per espandere i confini della conoscenza, e del resto non mi importa niente, altro che parlare e capire persone altrui, andare all’estero, per che cosa? Quando i miei soli interessi si concentrano su libri, film e notizie, e tutto il resto è un di più senza senso? E poi, a pensarci bene, ci perderei andando all’estero, qui bene o male ho un lavoro con mio padre e Marco, le prospettive di guadagno ci sono, e non mi devo sforzare di parlare chissà quale lingue, di sapere chissà che cosa, e lo stress è limitato all’anarchia del programma della giornata, che non si sa mai cosa si fa il giorno dopo, tutto qui, e poi ho il tempo libero, il tempo libero per conservare i miei interessi, ma quella gente questo proprio non lo capisce, e mi vorrebbe forzare chissà verso cosa, chissà verso dove, e sono stufo, stufo ancora una volta di tutta questa gente e dei loro consigli che di me non hanno capito niente! Sono stufo! E ora non mi va più di pensare! Al diavolo i centri culturali, il volontariato, l’andare all’estero! La giornata è giunta al suo termine, lasciatemi leggere in pace, ascoltare la musica, lasciatemi fare la mia camminata serale e non rompetemi più i coglioni con le vostre storie, voi che di me raccontate cose che non corrispondono! 

Per quelli che non sanno come funziona il mondo…

E bastava solo una notte per rendersi definitivamente conto dell’irrealizzabilità di quell’idea nata da educatori e compagnia bella, non esiste nessun centro culturale dove fare il volontario, perché il mondo non funziona così… prima di tutto una laurea ce l’hanno tutti al giorno d’oggi, ed è dagli anni ’60 che il titolo di laurea si è svalutato, con l’università che si faceva di massa, aperta a tutti, pronta a soddisfare tutte le esigenze di quei giovani sognatori che avevano ancora voglia di prolungare il mondo scolastico, una sola laurea al giorno d’oggi non conta niente… e inoltre non me la sento e non me la sentivo, e vivo invece questa liberazione dalla Russia come manna dal cielo, come un’entrata nella terra promessa che mi libera dal faraone che per troppo tempo mi aveva tenuto nelle sue grinfie: il mondo russo… e mi sveglio così, pieno di vita e di libertà, consapevole del fatto che non ci sarà nessuna risposta, che quel progetto non nato neanche da me era solo un castello nell’aria di chi queste cose non le comprende, chi sono io per propormi come volontario, quando ci sono centinaia di studenti e studentesse più bravi e volenterose di me? Perché chiedere di andare in Russia quando non ho neanche i soldi, non ho neanche la voglia di confrontarmi con altri giovani russi e russe, quando già Marina ha affossato ogni mio sogno, una volta e per tutte? Altro che la delusione per Alina, certo, anche questo c’entra, ma non è tutto, la sola idea di ritornare tra libri russi, in quella cultura, in quell’ambiente universitario mi soffoca, e mi ha già fatto rivivere in piccolo gli incubi durati tutta la fine dell’anno scorso, prima della laurea, non vedevo l’ora di liberarmi dalla Russia, da quella tesi, da quel mondo, e me ne sono accorto ieri notte, quando ho rivissuto in piccolo tutti i miei pensieri di allora, guai a ritornare nella mania russa! Altro che iscriversi o prepararsi al dottorato! Chi riuscirebbe a seguire un progetto, un’ipotesi, qualcosa da seguire sette giorni su sette, otto ore al giorno o di più? Sono stufo della Russia, delle idee fisse, e quella gente proprio non vuole capire che ormai con la Russia c’è il disamore, e inutilmente continuano a dirmi: “Segui qualcosa che ti piace, vai in un centro culturale, vai a fare volontariato all’università della terza età, a insegnare cultura russa!”, ma in che mondo vivono?!! Innanzitutto la Russia non mi piace più, la lingua russa la parlo a stento, e oltre le conoscenze degli anni di università di quella cultura non so niente, in Russia non ci sono mai stato, e non ho intenzione di andarci, e chi sarei io per propormi come volontario? Nessuno, o forse solo uno dei tanti ex studenti, e questo la prof lo sa bene, come saprà bene come tanti studenti a volte avranno delle crisi di nostalgia e vorranno ritornare sui propri passi universitari, solo per rendersi conto che quel ritorno al tempo perduto è un errore… e a questo punto non andrò nemmeno a quell’open day, dove in fondo l’unica cosa che propongono, alla fine dei conti, sono solo corsi in lingua russa, corsi di conversazione, che non portano da nessuna parte, ti fanno spendere dei soldi e assomigliano tanto alla scia di coda dell’università, di chi ancora non si è arreso e non si è reso conto che con un po’ di cultura così e una lingua conosciuta scolasticamente non portano comunque da nessuna parte… è finito il fascino del comunismo, il comunismo come la fine dei tempi, il mondo messianico, è finita l’illusione di parlare con una ragazza russa, di avere una storia con lei, di parlare in russo, per questo c’è già stata Alina, e riesumare quelle sensazioni con Marina non è servito a niente, tutto nasceva da un’attrazione erotica sperduta per quella ragazza russa di una volta, Katia, ma questa scia ha ormai fatto il suo corso… e sono così libero, libero dalla Russia, dalle incombenze da studente e da laureato, dalla mania russa, e mi sento finalmente libero di perdermi e ritrovarmi in altre lingue, in altre culture, in altri libri, in altri film, come puro consumo culturale e di intrattenimento, senza dover niente a nessuno, senza dover scrivere saggi o research papers per nessuno, dopo gli anni di studio torno ad essere un semplice consumatore di prodotti culturali, e niente di più che questo… e sono stufo di sentirmi dire che ho finito bene gli studi, che meriterei qualcosa di più, che dovrei far crescere i miei studi e i miei interessi, le mie passioni, no! E’ un po’ come ieri sera quando mi allenavo, puoi essere convinto di star facendo bene ginnastica, di far esercizi difficili, ma rimani comunque rinchiuso in casa tua, convinto di essere chissà chi, quando sei solo una rana che non è mai uscita dal pozzo, che non gli va di confrontarsi con gli altri perché saprebbe che in fine dei conti sei solo una specie di nerd di libri, lingue e film, e sai bene che è tutto solo un modo per passare il tempo, per divertirsi, per svagarsi, e che da queste cose non nasce niente… basta aprire il quotidiano della domenica, l’inserto culturale, per capire quanto è vasto e complesso il mondo, che la tua laurea non vale niente, neanche i tuoi sogni di una volta di scrittorucolo, che non riuscirà mai ad aprire una vera e propria storia, e finirla, perché non ha niente da dire, e tanto meno saprebbe come dire qualcosa, anche se avesse un’idea… e alla fine è tutto politica, anche la letteratura, i film, la cultura, è tutto un ambiente che si muove sotto messaggi ideologici, culturali, politici, e te non hai la voglia, né hai la stoffa di metterti in gioco, servirebbe una mentalità un po’ ottusa, fissata con le proprie idee, convinta di poter dire qualcosa, che ci crede alle proprie illusioni, ma te sai che è tutto un’illusione e il mondo della cultura, così come quello della politica, è solo arte dell’inganno e delle menzogne, a cui troppa gente ancora crede… non mi va più di entusiasmarmi per niente, solo per poi scoprire che era tutto una visione cristallizzata, immobile, che pensava di poter spiegare tutto, mentre era solo uno dei tanti sogni che costellano la mente, una delle tante illusioni, una delle tante fiction dell’anima che non porta da nessuna parte, e dopo l’apocalisse di dicembre-gennaio sono stufo di questi ritorni di fiamma verso le illusioni… cosa rimane? Rimane ancora la voglia di perdersi in consumo culturale, tutto qui, per non far incancrenire la mente, per tenersi aggiornato, ma sono lontano dal proporre qualcosa io stesso, da commentare e criticare gli altri, da conoscere bene le altre cose del mondo, no! Sono libero ora di perdermi dove meglio credo, senza capi, senza obiettivi, senza scopo, così come viene, in pura libertà, senza dover niente a nessuno, senza dover spiegare niente a nessuno, la cultura come puro consumo, tutto qui… e non mi interessa neanche leggere quegli articoli dove dicono che bisogna saper bene le lingue, che ai colloqui di lavoro ti possono tranciare la carriera se le sai male, altri articoli che ti dicono che bisogna scappare dall’Italia, che altrove c’è lavoro, e tutte queste cose, e gli intellettuali, e la cultura e il lavoro, non mi interessa! Lasciatemi fuori dai giochi, che io non ho intenzione di entrarvi, né voi avete intenzione di farmi entrare, lasciatemi così, vivere la mia vita senza di voi, senza macchiarmi di giochi di potere e di influenze, di visioni culturali, di servire altri parlando altre lingue, di conoscere il mondo, di studiarlo come vorreste voi, no! Non fa per me, mi tolgo dai giochi così come voi mi avete tolto dai giochi, non mi va di servire nessuno, non mi va più di credere alle vostre narrazioni, che si deve lavorare, fare un lavoretto saltuario e seguire le proprie passioni, i propri interessi, qui è passata l’apocalisse, dove altre volte era già passata, e nessuna idea può portarmi via, ormai non credo più a niente, non credo più ai vostri discorsi, non ci credo più, e sono stufo anche di sentire gente che a certi discorsi ci crede, e vorrebbe consigliarti di finire nel mondo delle illusioni, il mondo non funziona così, nessuno ha bisogno di volontari, io non ho bisogno di loro, la laurea non vale niente, le lingue non le so bene perché in fondo non le ho mai volute parlare, il mio rimane solo una questione estetica e di piacere, di svago: leggere in altre lingue, stop… non cercate di ingannarmi ancora, di ingannarvi anche voi, avevo già intuito come andava il mondo, e quella mail di ieri è solo servita a confermare le mie intuizioni, e sarò solo contento di dire ad educatori e gente varia che loro si sbagliavano e avevo ragione io: le tue passioni non valgono niente, la gente te le soffoco, e anche se sapessi qualcosa tutto questo è solo una goccia nell’oceano, e non c’è via d’uscita, se non la via della libertà, di liberarsi da quei vecchi sogni, da quelle vecchie passioni, e se ne esce solo dopo un’apocalisse dell’anima, dove finalmente ti risvegli al mondo, come un illuminato, e ti rendi conto della falsità del tutto, dei tuoi sogni, di ogni mondo che ti eri creato e nel quale vivevi, dell’inconsistenza delle tue passioni e dei tuoi interessi, e non c’è discorso che possa salvare, anche quelli sinuosi e suadenti di chi ti sprona ancora a credere in te stesso, nei tuoi studi, quando non c’è assolutamente niente da fare… sì, l’università è stata un bel periodo di inganni ed illusioni, un nutrimento infinito di sogni, che sono crollati su se stessi di fronte alla realtà del mondo, e questo l’hai capito nei tuoi viaggi infernali, nel mondo dei morti, nel nero della depressione, che però alla fine ti ha risvegliato e ti ha fatto comprendere quel mondo che hai sempre detestato, e che continui a detestare, per studiare servono soldi, convinzione, una qualche specie di mania e idea fissa, ci vuole ambizione, così come nel mondo del lavoro, bisogna saper proporsi, sapersi vendere, avere la faccia tosta, entrare nei meccanismi del mondo che hai sempre rifiutato, e tutto questo non fa per te… e allora me ne frego, continuerò a vivere così come viene, finché si potrà, lavorando ogni tanto con mio padre, con Marco, l’ultima spiaggia, il mondo vero, quello dei più, dei reietti, degli sconfitti, di chi non ha la faccia tosta come in quel mondo di intellettuali, studiosi, mezzi politicanti, professori, è un mondo che non fa per me, un mondo che vende sogni e illusioni, che non ti permette di passare dalla loro parte anche quando vorresti, non sono organizzazioni di beneficenza, e lì le logiche di mercato più le logiche politiche escludono tanta gente, e ti fanno vedere come va il mondo, non stiamo qui a prenderci in giro, per favore, il mondo non va così come pensano quegli educatori e gente varia, e avevo solo bisogno di una conferma, una conferma che arriverà proprio perché non ci sarà risposta, alla fine avevo ragione io, e sarò contento di dirglielo, a quella gente lì, che si sbagliava, su di me e sul mondo, e che l’unica via non è neanche chissà quale regolamentazione del lavoro, del mio lavoro, delle mie occupazioni, scappare chissà dove, far fruttare la laurea, no, l’unica via è la libertà da quel mondo che mi sono lasciato alle spalle, libero di perdermi nel consumo culturale, senza aspettative ed obiettivi, con la cultura non si campa, dicevano, è vero, ma almeno serve ad orientarti nella vita, e non mi interessa di lavoro regolamentato, paesi stranieri dove fuggire, lingue da parlare, crediti pensionistici, aspirazioni accademiche, no, lasciatemi vivere libero, e non intralciatemi più con le vostre visioni che non sanno come funziona il mondo…

NO! IO NON VOGLIO!

Vaffanculo! Chi me l’ha fatto fare di ricontattare la relatrice della tesi di russo per sapere di collaborazioni, viaggi in Russia, dottorati, vaffanculo! Lei, la Russia e tutta quella gente che mi dice di ridarmi alle “mie passioni”, ai “miei interessi”… da un anno ormai, e forse di più, la Russia non mi dice più niente, e non ne posso più, così come non ne potevo più già un anno fa, e non so come non siano riusciti ad accorgersi di questo mio odio viscerale per questo paese, nonostante Alina, nonostante Marina, nonostante la tesi, nonostante oggi mi mettessi a leggere il romanzo di Pelevin in russo… vaffanculo! Quando mai ho mandato quella mail alla prof, che spero proprio non risponderà, così come è giusto, cosa diavolo vuole uno studente mezzo rincoglionito? Che si cerchi la sua strada, con o senza Russia, la nostra non è un’organizzazione di beneficenza o un’associazione che aiuta i malati di mente, che quello studente si faccia i fatti suoi, e sarà meglio appunto che neanche mi rispondano… sono stufo, stufo di essere tirato di qua e di là dai consigli altrui, dalle parole altrui, che mi mandano sempre fuori pista, stavo così bene nelle mie letture di puro piacere, nella mia ricerca senza scopo di lettere e storie, e ora ci mancava solo questa, che mi mettessi a ricontattare i prof di una volta, come per rievocare un passato che non c’è più, che era bello solo finché c’era Alina, finché c’era Eugenia, ma poi, dopo anche il ricordo sbiadito di Katia, non c’era assolutamente più niente… ed è giusto così, forse, mandare questa mail per farla finita una volta per tutte… mi ha scaricato Leida, mi ha scaricato Marina, mi hanno scaricato quelli del centro diurno e del cps, mi ha scaricato la barista marocchina, mi ha scaricato Rudina, e mi ha scaricato a prima vista Manuela, e non ci sono parole che mi possono confortare, neanche quelle del CD e del Cps, che mi dicono di seguire le mie passioni, quali passioni?!! Quali passioni?!! Se tutte le passioni di una volta sono morte, sono morte così come è morto il mio vecchio blog, tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo, rivedendo Alina, dopo un anno, e capendo che tutto era un’illusione, i miei studi, le mie passioni, e ci mancava questa gente che si introducesse nella mia anima intima per farmi perdere la strada, e ora sto più male di prima, altro che gente che deve aiutare e curare! IO NON VOGLIO! NON VOGLIO ritornare a occuparmi di Russia, a scervellarmi per parlare in inglese e in russo, IO NON VOGLIO! Non vedevo l’ora che finisse l’università e finalmente è finita e ora cosa mi consigliano? Ritornare tra le grinfie di chi mi aveva affossato l’anima con quegli studi?!! Non se ne parla proprio! Sono stufo anche di questo mio stato d’animo, tra il depressivo e il frustrato, e magari fossi depresso! Potrei dormire tutto il giorno, senza fare niente, ciondolarmi nei miei pensieri suicidiari, e mandare a quel paese il mondo intero, e togliermi dalla vita una volta per tutte, dalle sue preoccupazioni e dai suoi inganni, e invece eccomi qui, ad aspettare una qualche mail, una qualche visita a qualche open day di lingua russa, qualche chiacchiera a chissà quale centro per farmi dire che l’unica cosa che dovrei fare è andare in Russia a mie spese e continuare a studiare, con quali soldi? E perché poi la Russia quando tutto era nato da quella ragazza, Katia, che di danni all’anima ne ha già fatti troppi, così come Alina e Leida, e non rimane più niente, non rimane più niente, IO NON VOGLIO parlare le lingue, non voglio più occuparmi di cultura e storia e lingue, IO NON VOGLIO!!! E chi mi consiglia che cosa?!! Che cosa?!! Ritornare all’inferno?!! Che ci vadano loro in Russia! Che vadano loro a fare i volontari non pagati per qualche centro culturale! Mi ero acquistato la libertà con la fine dell’università e dovrei forse tornare in prigionia? Come gli ebrei fuori dal deserto che rimpiangevano la schiavitù? Non scherziamo! Non scherziamo! E’ già bastata questa mail a farmi capire tutto, questa mail che non avrà risposta, così come non ci sarà nessuna mia partecipazione all’open day di quell’associazione, non ci sarà perché la strada per la Russia, nella mia anima, è sbarrata per sempre! Dopo l’inferno di dicembre dell’anno scorso, dopo la fine, che già questa mattina nei miei incubi vedevo di cose da imparare a memoria, parti e fogli come un esame universitario, da imparare a memoria e recitare! Incubo! Incubo! Incubo! Non se ne parla proprio di tornare all’inferno! Non se ne parla proprio! IO NON VOGLIO! Lasciatemi vivere così, la mia vita, senza intromettervi, voi e i vostri consigli per quelle ragazze, voi che vi immaginate passioni che non sono mie, nonostante l’apparenza e gli studi, io con la Russia ho chiuso! Una volta e per tutte, e così con le lingue! Rimane solo la voglia di leggere un libro in lingua, vedere un film in lingua, una volta ogni tanto, per pura distrazione e divertimento, ma non chiedetemi di lavorare o fare il volontario in queste cose, non fa per me, e non è da me che nasce questo desiderio, impostomi da altri! IO NON VOGLIO! E la giornata va ormai avanti così, con questa pioggia che forse mi toglierà la voglia di fare la mia camminata serale, questi libri che sono diventati pesanti e illeggibili, questa musica che non mi dice più niente, Leida che oramai non mi eccita più e non mi dice più niente, tutti mi hanno scaricato, e forse è quello che volevo, sotto sotto, essere libero, perché IO NON VOGLIO più avere a che fare con quel mondo che mi sono lasciato alle spalle, e non saranno discorsi altrui, di chi non mi capisce, a rispedirmi all’inferno! NO! IO NON VOGLIO!

E tutto mi sembra un miraggio… 

Caos sonnolento in testa, sognare di un incontro tra i grandi capi del mondo, là dove c’era Putin e il Sultano d’Arabia Saudita, io e un’altra decina di ragazzi e ragazze che sentivamo le sure del Corano, e poi ci dicevano di pregare, a noi occidentali, e io che cadevo come in uno stato di trance, e pregavo, con le lacrime agli occhi, come diceva quella sura, che quando si ascolta il Corano si piange e si cade supini a terra, io che mi risvegliavo dalla preghiera, e ci dovevano premiare, a noi occidentali per aver pregato, e andavamo a ricevere una specie di certificato dalle mani di Putin, che se ne stava seduto sulla sua scrivania, insieme ad un’altra decina di capi di governo, e quando mi avvicinavo a lui mi chiedeva: “Как молиться? Умееть молиться это лучше…”, e me ne andavo, assorto nei miei pensieri, dopo che ricevevo il diploma, neanche fosse una cerimonia di laurea, o una qualche premiazione per un certificato in lingua russa…

E mi svegliavo, con il mal di testa, i pensieri confusi, senza sapere cosa fare questa mattina, dopo che il consiglio del dottore di “andare in Russia” mi ha gettato nel caos, dopo che mio padre ha detto che non potrei neanche lavorare da loro, per via di questioni burocratiche, e avevo tutta la mattina e la giornata libera, come tutta questa settimana, del resto, e non sapevo che fare, se ascoltare Putin o seguire lo sguardo del Sultano, che ci diceva di pregare, che sarebbe servito, mentre Putin sembrava sottointendere che è meglio lasciare perdere, non sapere più a che santo rivolgersi, a quale religione più o meno apocalittica, e prendere i soldi e andare al bar, per bersi un caffè, per comprare le sigarette, come ogni mattina, là al bancone Miryam, che parlava con altri clienti, che salutava, ma io ero troppo perso in me per dirle di come in università certi amici cercavano di imparare l’arabo, ma non trovavano mai persone che parlassero l’arabo che loro studiavano in università, lasciavo perdere questo discorso, ero troppo assonnato… e anche il caffè non bastava, anche tornare a casa e cercare di immergersi nella preghiera, per trovare risposta a cosa poter fare quest’oggi, tradurre articoli dal russo, continuare ad aspettare il sabato e la domenica di settimana prossima, per andare all’associazione culturale russa italiana, per sentire i loro discorsi, per capire se iscrivermi o no a qualche corso, per capire o no se propormi come un volontario, o lì, o al centro russo, e ricordarsi di come la voce di Miryam quasi cantava a dire: “Lei è là?”, Leila, come la notte, come il sogno della notte, dove rivedevo Leida, così come la rivedevo ieri sera, senza fermarmi, la sua bellezza sfiorita, e i sogni di Alina in un qualche luogo medievale, come un castello sotterraneo, un castello di vampiri, e il sogno della notte che mi portava via, come infinita poesia… e svegliarsi così, con le idee tutte confuse, che ancora adesso non capisco cosa devo fare, far finta di aiutare mio padre e Marco, no, non posso, andare al centro diurno, tradurre articoli, continuare a leggere Pelevin, Follett, guardare le notizie russe, darsi ad altre letture, continuare con quel progetto di traduzione di articoli, cercare il coraggio e la fiducia di propormi come volontario all’associazione culturale, la fiducia che non ho… “Dovrebbe spostare la fiducia dal mondo esterno al mondo interno…”, quale fiducia? In me stesso? Sono solo un ex studente di russo e inglese, niente di più, senza grande conoscenza, che non può aiutare in niente, che non ha voglia di servire e di proporsi in niente, e anche leggere e tradurre in russo mi sembra tempo perso, a che pro? Con la prospettiva di fantasmi? Non aver voglia di lavorare, di leggere, tradurre, studiare, essere sempre più immerso nei propri fantasmi, nelle proprie idee e parole, che girano in testa come l’infinito dei pensieri e delle immagini, senza alcun senso… non riuscire più a trovare l’ispirazione, non riuscire più a trovare un qualcosa di preciso, un obiettivo, e quasi arrendersi alla propria follia, al proprio non senso, e andare al centro diurno per stare vicino ai miei simili: i malati di mente…

Non riesco a svegliarmi, ecco il tutto, non riuscire a capire cosa posso fare, le educatrici che non vogliono più parlare con me, catena di rifiuti, non avere più nessuno con cui parlare, per orientarmi, il rifiuto di mio padre di farmi lavorare, il rifiuto delle educatrici di chiarirmi la via, il rifiuto che sarà di qualsiasi centro culturale di prendermi come volontario, la sorte di fare ancora lo studente ab aeterno, solo leggere e studiare, niente di più, nessuno sbocco lavorativo, nessuna prospettiva, la voglia di quelle ragazze che non c’è più, e la confusione in testa, la scia di fantasmi e parole senza senso, il sonno della ragione, i film di Alien che mi sembrano una metamorfosi kafkiana di me stesso, io contagiato da qualche mostro senza riuscire a trovare via d’uscita, il non senso…

Situazione difficile, difficile capire cosa fare e cosa voler fare, cosa poter fare, come organizzare la giornata, tutto lasciato al caso dei miei pensieri, del caos in me, dei miei sogni, di dove va lo spirito, senza meta, che vaga nell’infinito dei pensieri, da perdersi e da perdere la testa, altro che andare in Russia, rivedere i sogni e il viaggio della mente di quei mesi depressivi nei mesi della laurea, superare quei fantasmi, non superare ancora il ricordo di Katia, Alina e Marina, anche se non hanno senso, in me, queste ragazze, cercare di capire il telegiornale russo, non essere più motivato, neanche a parlare, neanche a leggere libri e notizie, non c’è più niente che mi piace, che mi ispiri, non saper dove sbattere la testa e trovare nella lingua tedesca un barlume di Anti-Russia per non cader preda dei miei fantasmi impazziti, cercare di risvegliare la razionalità, là dove non c’è più razionalità, ma solo caos e pensieri e fantasmi infiniti…

Cosa fare? Cosa poter fare? Dove sbattere la testa? Come non impazzire? Come svegliarsi una buona volta per tutte? La lingua russa che assonna la mente, gorgoglio di voci e parole senza senso, altro che andare in Russia e proporsi come volontario, non me la sento, non mi va, sarà già tanto se andrò a quell’open day, per cercare di capire, di orientarmi, là dove l’orientamento non c’è più, i curriculum mandati che non trovano risposta, i lavori possibili come cameriere, receptionist, porter, lavapiatti, qui e altrove, che non mi interessano, le aspirazioni culturali che non mi allettano più, il sonno della ragione, la perdita di se stessi, che dormire per sempre mi sembrerebbe la soluzione più giusta, là dove la razionalità e la chiarezza non ci sono più, cosa fare di quest’oggi, di questa vita, di questa laurea, di questi studi? Nessuno che mi aiuta, nessuno che può indirizzarmi veramente verso qualcosa, e non struggersi neanche più, non tormentarsi, ma gettare la spugna e lasciare tutto al caso, a quell’incontro all’open day, o al centro di lingua russa, miraggi, miraggi, miraggi… nessuno ha bisogno di me, non valgo niente, sono solo un ex studente, come tanti, niente di più, neanche troppo bravo e neanche troppo invogliato a parlare in lingua, non le ho mai parlate, in effetti, e non mi va di parlarle, altro che cultura, non so niente, basta aprire il quotidiano della domenica per capire che la mia conoscenza è una goccia nel mare, sentirsi rimpicciolito, una nullità, niente, nessuno, senza arte né parte, senza interessi, senza prospettive, senza ambizioni, il dottore mi diceva che non è vero che la gente soffoca le tue passioni, eppure le sento soffocare, e tutto mi sembra un miraggio… 

Ispirazione infinita…

Telegiornale albanese
senza capire
una scia di suoni
dolci
troppi caffè
al bar
Miryam
sbaglio o hai un tatuaggio
in arabo
qui?

e cosa c’è scritto?
Me stessa prima di tutto…
e da chi l’hai fatto tradurre?
Uno sguardo che si abbassava
si riempiva di luce
i miei genitori sono marocchini
ma io non parlo l’arabo
i miei sì
Miryam…
beh, un nome arabo…
non si sa
alcuni dicono arabo
altri dicono
Maria
la Madonna

ognuno ha la sua interpretazione
Miryam
si usa anche in Italia…
Me stesso prima!
Scherzava Paolo
l’italo-cinese
che scemo…
troppi caffè
caos in testa
dopo i suoni delle canzoni albanesi
e il canto
le parole che ritrovavano l’intonazione
la sicurezza
dopo quelle ore
nel palazzo dei folli
discorsi comuni
tra quotidiani e mensa e sigarette
una coppia di malati
quarantenni
l’amore che c’è anche tra le mura della follia
difficile da capire
ho notato che te riesci a imparare le lingue
anche da autodidatta
mi dicevano
l’energia
l’Albania
la voglia di tornare là
visitare Tirana
immergermi nel paese che mi dà la musica
come quando un pazzo
intonava canzoni occidentali
alla chitarra
un suono più orientale
mi invadeva
Ermal
il cantante
un po’ turceasco
la musica albanese
l’intonazione
ogni sillaba
una nota diversa
l’estasi musicale
anche oltre tutte le tipe
il casino che aveva fatto
in questi ultimi mesi
e alla fine lei
la vincitrice
che lasciava lo scettro
a lei
la giovane marocchina barista
avevo capito dal tuo accento
che eri di giù
ma non pensavo
marocchina
quella sua accento un po’ siciliana
un po’ calabrese
lei un po’ abbronzata
dopo la vacanza al mare
ogni tanto ci vuole
eh sì
ci vuole
come oggi le parole lette
non ci sono
forse ci saranno quelle da tradurre
è così che iniziano
le start-up
notizie d’altrove online
dover tradurre
non so cosa
per lasciare andare come una valanga
queste parole
come un uragano
lasciar andare tutta l’energia
accumulata
senza dormire
dopo pranzo
il sonno della ragione
che crea mostri
l’esaltazione della ragione
che crea schizzi di pensieri e di parole
insalata di lingue
che testimonia
genio e follia
non saper che farsene di queste parole
senza la visione del volto di lei
ragazzina marocchina
dallo sguardo di Giovane Madonna
lo spirito che nasce
dalle parole vergini
le parole
le parole
le parole
e l’intonazione
e la musica e le canzoni
ispirazione infinita
non erano del corano quelle scritte arabe
di un tatuaggio
io
prima di tutto
lasciando perdere
sogni d’amore e sogni di lavori
della vita
possono aspettare
come le altre parole scambiate
con altre ex compagne
che non si sa ancora perché
continuo a sentirle
voler andare in Albania
per ballare e cantare la musica
per sentire quella lingua
che ieri si manifestava nel dialetto
sconosciuto
di quella ragazzina albanese
voce suadente
come quella di Leida
dopo che per un attimo mi sembrava di vederla
in quella sirena
del telefilm di vampiri
che stregava gli uomini
e il ricordo nero di lei
che non c’è più
Alina
il nero e l’esaltazione
questo continuo sconvolgersi
di umori
senza fine
senza sosta
continuum di emozioni
e di ispirazioni
la lingua albanese continua a fluire
dal telegiornale
non importa il significato
importa solo
la suadente voce femminile
che fa cantare i significati
non so cosa significa
Albania
mai lo spiegherò
come quel simbolo
che era come il reminder
di una collana
mai regalata
simbolo mitico
che ora cercherei
di portare sempre al dito
come l’anello
di un mafioso
che è passato tra l’inferno e il paradiso
dell’amore e della sua perdita
e della follia
come simbolo di un viaggio dell’anima
che non finisce mai
non so se potrò o vorrò ancora
camminare per le vie di quella città
la capitale
alla ricerca di non so cosa
forse di me stesso
una prova del tempo che cresce
un rito di passaggio
tra l’essere stato un giovane studente
ed essere diventato adulto
dopo il nero pece dell’inferno e le fiamme
e la rinascita
senza cieli da mirare
ma solo lo spirito
che si disperde nelle lingue
e nella musica
e nelle canzoni
impossibile visualizzare una sola e unica ragazza
è un gioco a scatole cinesi
dove ogni volto
richiama l’altro
dove ogni lingua richiama l’altra
e non c’è fine
ispirazione infinita
e non so se quella capitale mi attende
o se io attendo lei
come per dirmi
che alla fine mi sono svegliato
Non pensare solo alla ragazza!
C’è un mondo al di là!
Diceva lei
non essere monotono
che noia
la vita va avanti
non essere chiuso
puoi ancora sorridere
se sapessi
quello che ha passato questa ragazza…
la vita va avanti
nell’ispirazione infinita
tra volti di ragazze
canzoni e canti
e intonazioni e lingue
e parole
e sguardi
ispirazione infinita

E non permettiamo ai demoni di uscire all’aperto…

Mezzo coma farmacologico, il sonno, la spossatezza, i libri che basta non ce la faccio più a leggere, le canzoni che sono come un verme nelle orecchie, le persone a cui aprirsi che aprono solo demoni in me, lasciatemi nel mio cantuccio che a lungo ho cercato, liberarsi dai libri e riprendere a lavorare, lasciando troppi pensieri dissolversi in quella stanza, fumare forse troppo ma chi se ne frega arriverà il tempo dove fumerò di meno, quella compagna di una volta che anche lei diceva di aver dimenticato il russo, per fortuna, l’ucraina che passava per la via mentre camminavo, lei al telefono con la voce uguale a quella di Alina, un tatuato in macchina che mi chiedeva la via per il Carrefour, adolescenti che giocavano o forse si fumavano le canne alla snia, un’altra strada da fare per camminare come ogni sera, la strada che mi portava sempre alla stazione per andare in università, i bei ricordi al ritornare, non il solito giro di tre giri intorno al camposanto, ricordi troppo vecchi che basta meglio non pensarci più, quella lunga via per la stazione del treno e i ricordi e il sentire di quiete di quegli anni di università, riminiscenze, il paroliere impazzito in me dalla mattina che non c’era più niente alla fine di quel paroliere, neanche nelle canzoni del vicino adolescente, lui e la sua musica al computer, non troppo differentemente da me, felice a los cuadros, raeggeton, come Anna, che sognavo l’altra notte in Romania, mentre ero andato a trovarla, lei con il suo cellulare e le sue amiche giovani, in una specie di centro di cartomanzia o di magia nera, il suo sorriso, il suo volto di bellezza, il mio desiderio per lei, il sogno, altro che la gelosia di Leida, che mi accorgevo mi dava gli stessi consigli di Maria Teresa, apriti con gli altri, parla, divertiti, non essere monotono, non essere negativo, non dire sempre le stesse cose, robe da farmi venire i complessi di dover parlare con tutti e con tutte, di liberare tutta la mia anima impazzita, mentre a volte è meglio che ci sia un qualche contenitore, un qualche tappo dell’anima, per non sforare, come stamattina stavo sforando solo per poi finire da solo quasi in coma farmacologico, buttarmi giù sul letto, per dormire, per non pensare più a niente, altro che leggere e leggere, ho già letto troppo in queste vacanze, ed esagerare con la lettura e le lingue fa sempre un po’ male esagerare, per fortuna che c’era il lavoro, aspettare ancora qualche decina di giorni prima di dire qualcosa alla visita, non prepararsi più neanche che cosa dire, pensare solo a rilassarsi e a non stressarsi, non obbligarsi a fare cose che non ho voglia di fare, ora come ora inseguo solo la quiete, che ora non so che farmene di quel romanzo di Ken Follett, di quella musica e quell’altra, del silenzio, di chissà che cosa, delle parole di Leida, di risentire Maria Teresa che era uno sbaglio, nato dalle parole di Leida dell’altra sera, che poi va bene così, ho una vita sessuale abbastanza attiva, non faccio la fame, sul lavoro, a parte qualche screzio, mi trovo bene, sono rilassato, coltivo i miei interessi, cosa voglio di più? Cosa chiedo? Non lamentiamoci troppo, si vorrebbe sempre di più, ma non si può avere tutto dalla vita, accontentiamoci così, e non mi va di stressarmi, come alcuni vorrebbero, alla ricerca del lavoro della vita, anche le notizie dopo un po’ girano troppo su stesse, come la musica, come le lingue, vermi e demoni nelle orecchie, sempre i soliti giri, che ora mi stenderei solo con la solita musica, o non penserei più a niente, mi rilasserei e basta, dormirei e basta, senza obbligarmi a stare sempre sveglio attento e attivo, d’altronde è l’ultima settimana di agosto, e se non mi riposo ora quando? E altro che andare in Albania a ottobre, cosa cerco? Cosa penso di trovare? Altro che sentire quei consigli di andare via, cosa penso di trovare in Albania a ottobre, forse solo incubi mafiosi come quelli di ieri notte, che alla fine si aprivano nel ricordo delle ragazze siciliane di università e non so neanch’io perché o alla voglia di rivedere Miryam la barista, che è ora in vacanza, e pezzi di parole in altre lingue, tutta fantasia, vermi e demoni che rodevano l’anima, altro che aprirsi, altro che, rimaniamo chiusi in noi stessi e non permettiamo ai demoni di uscire all’aperto…

E mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

La buona stella, perché sei bella, perché sei bella… partiva così l’estasi di ieri sera, sotto una bottiglia di Heineken, il dilemma, passare da Manuela e comprarsi altra birra e darsi alla musica, o andare da Leida? Nella fantasia estatica della musica e dell’alcol sognare i due loro volti, irraggianti luce dorata dai loro capelli, dai loro volti, il loro sorriso, e non capire più niente… abbandonare quei pensieri nervosi, per la troppa lingua tedesca, che ieri studiavo, in tranquillità, stando un po’ al Carrefour, il centro commerciale, a vedere la gente passare e a ripetere in me frasi in tedesco con l’aiuto del tablet e di google translator… osservare tanta gente passare, tante ragazze, tante coppie, vecchie e giovani, i bambini e le bambine di fronte al negozio di videogiochi, e sognare solo di una ragazza che vedevo appena entrato, una ragazza non dal volto molto bello, castana, ma dal corpo che scatenava l’erotismo, con le sue curve dei fianchi e le sue gambe che mi avrebbero fatto impazzire, se lei si fosse venduta, come tante altre, e quella fantasia sarebbe dovuta tornare solo nel pomeriggio, una fantasia erotica, pornografica, che mi salvava per un attimo da quelle troppe parole tedesche… e passare così, la sera, dopo essere stato al parco a dire ancora parole in tedesco, e due o tre ore potevano bastare, dovevo staccare, e non avevo neanche più voglia di leggere le notizie, il giornale, guardare la tv tedesca o altro, e la sera doveva solo sapere di musica, musica e alcol, fin quando non arrivava questa canzone, dopo Mimoza Shkodra, il ricordo del sorriso di Leida un anno fa, o forse di più, chi lo sa, e sognare ancora lei, che si confondeva con il volto tra Ivanka Trump, Era Istrefi, Manuela e la stessa Leida, tutte bellezze bionde, come le bionde sigarette e la bionda birra mi accompagnavano nella notte… e prendevo i soldi e uscivo, alla ricerca di lei, di Leida, e me ne fregavo del mio essere un po’ ubriaco, ubriaco di estasi, d’amore, di musica, e me ne uscivo alla sua ricerca… e lei era là, in quello spiazzo dove una volta c’era Katia, lei era là, ancora non vestita da battaglia, si stava forse vestendo, ma mi piaceva lo stesso con quelle sue scarpette da ginnastica bianche, che mi ricordavano Manuela, che mi ricordavano la prof di filosofia, tante altre ragazze viste, lei, Leida, vestita con dei pantaloncini jeans che le coprivano solo i fianchi e l’inizio delle gambe, e quella sua maglietta di non so quale colore, metallizzato, tra il grigio e il nero… e mi fermavo da lei, allora come va, ti stavi vestendo, sono appena arrivato, mi stavo cambiando, come va, tutto bene, sono un po’ ubriaco, perché, non lo so neanch’io, un casino, e te come va, la solita merda, anch’io avrei voluto risponderti così, andiamo dove, di là, a sinistra, il parcheggio di Xhuliana di un tempo, e volevo solo parlarle, solo parlarle, solo sentire la sua voce, non tenermi tutto dentro, esternare quella voglia di lei, quella voglia di una ragazza con cui fare due parole, non tenermi tutto dentro e delirare sulla situazione politica del mondo, sulle religioni, sulla dieta, sull’alcol, su ragazze che non ci sono più, su amici che non ci sono più, e non ricordo… ricordo solo che mi chiedeva come stavo, perché ero giù, cosa volevo, solo bocca, non lo so, non ho voglia stasera, fumiamoci una sigaretta, e mi offriva una sua Marlboro Touch e aprivamo le portiere… ci fumavamo quella sigaretta, dopo che io facevo cadere la prima sotto il sedile, per sbaglio, e lei me ne offriva un’altra… la famiglia, sua madre che le diceva di sposarsi, di avere figli, se ascoltavo mia madre ora starei altrove, non sarei qui, ho sbagliato, lo so, ma ognuno fa quello che vuole, quello che si sente, e si cresce, e si può anche dire ai figli e alle figlie tutto quello che si vuole, crescerli, educarli, ma poi ognuno fa quello che gli pare, come al suo paese dove gli scolare dicono di andare a scuola, ma poi fanno quello che vogliono, fumano, escono, bevono, scopano, e le parole dei genitori non contano niente… pensa a te, che sei qui, hai la tua famiglia vicino, i tuoi nipoti, io non ho nessuno, se pensi a quello che devo sopportare io, come fa questa ragazza ogni tanto a sorridere, devo pagare la casa, l’affitto, devo pagare l’avvocato per i documenti, eppure vado avanti, cosa dobbiamo fare? Sì, ma la famiglia e i genitori a volte sono una rottura di scatole, dicevo, lo so, ma almeno tu stai qui, discorsi sulla libertà, sui genitori, sulla famiglia, sulle scelte, io che mi lamentavo che non avevo una ragazza, e lei che diceva che è destino, per le ragazze, e che non bisogna avere per forza una ragazza, a trent’anni, si può vivere anche liberi, e se vuole sarà il destino, ed era solo d’accordo sull’andare a vivere da soli, a trent’anni, anche se lei ora era qui, e aveva sbagliato, e poi, non so come, uscivano parole sulla felicità, cosa pensi, che io sia felice? Mi chiedeva, non credo, gli rispondevo, con fare serio, senza farle sapere che anch’io avevo versato delle lacrime per lei, per la sua sorte, che forse si è scelta, sbagliando, e cosa dobbiamo fare? Diceva lei, ogni tanto, cosa dobbiamo fare? E intanto mi saliva la voglia, il desiderio, mentre lei parlava, con quel suo accento, quella sua voce che ormai è segno di erotismo, e cominciavo a toccarla là dove i miei occhi continuavano a cadere, le sue gambe, le sue belle gambe, dalle belle curve, dal bel disegno, e il suo seno lasciato un po’ così, più grande per via del reggiseno ingannevole, e la toccavo e la desideravo, e mi mettevo con il mio volto sulle spalle, desiderandola ancora, volendo sentire ancora la sua voce, i suoi discorsi, i nostri discorsi, e mi affezionavo sempre di più, e non sapevo più neanch’io cosa volevo, volevo solo lei, solo Leida… e mi sbottonavo i pantaloni, mentre la voglia saliva alle stelle, e continuavo a toccarla, mentre lei si posizionava, in quella sua posa che ti serve con le labbra e con la bocca, con il bel culo per aria, e mi perdevo nel toccarle le gambe, il culo, andando a cercare la sua pelle sotto i pantaloncini di jeans, e lei cominciava a servirmi, mentre le sfioravo i capelli, i suoi capelli biondi, che volevo accarezzare e scompigliare, mentre lei chiudeva la visione del mio corpo con la sua testa, con il suo profilo coperto da quei suoi capelli biondi, e ondeggiava su e giù con la testa, facendomi godere, servendomi con le labbra, inclinando ora la testa a destra e a sinistra, sfiorandomi le palle, toccando quella mia pelle che godeva di lei, mentre mi serviva con la bocca, e continuava a succhiare, succhiare come una vera puttana, come un vero porno, e mi perdevo nella sua pelle, nelle sue gambe, nel suo culo, nei suoi fianchi, sui suoi capelli, e godevo come non mai, di un’estasi alcolica, erotica e musicale come non provavo da tempo, e lei continuava, su e giù, destra e sinistra, il suo soffice sfiorarmi la pelle, e godevo come non mai, e continuavo a godere così, per minuti e minuti… e alla fine venivo, nella sua bocca, come sempre, con il piacere più intenso di sempre, l’orgasmo estatico, delle sue parole, dell’alcol, della musica, del suo corpo, della sua bellezza, e non c’era niente che poteva fermare quel sogno diventato estasi, e continuavo a desiderarla, a godere di lei… e poi non so, il solito sistema, i fazzolettini, lei che sbuffava come se fosse ormai abitudine tutto questo, e si riprendeva a parlare, non so di che, mentre non capivo più neanch’io se ero andato da lei per sentirla parlare, o per fare qualcosa, e non riuscivo e non riesco a capire quel desiderio che provo ogni volta per lei, per la sua voce, e sognavo solo di discorsi infiniti, come quando ero sotto l’effetto dell’alcol e della musica, tempi infiniti dove stare con lei, quel qualcosa di più che vorrei insieme al desiderio erotico, e si riprendeva a parlare… forse lei mi chiedeva se ero perfetto, se lei era perfetta, nessuno di noi è perfetto, la perfezione non esiste, forse la devo smettere di aspettare la ragazza ideale, la ragazza dei sogni, così come lei non può stare lì ad aspettare che arrivi qualcuno a salvarla, e bisogna uscire, vedere gente, parlare di più, e mi dava del monotono, del tetro, mentre mi chiedeva scusa, che neanche si ricordava il mio nome, Daniel, mi chiamava, e non mi interessava, che faccio sempre i soliti discorsi, quando esco con lei, e io che le dicevo che quando si esce con una ragazza così non si pensa a fare discorsi, si pensa ad altro, o meglio non si pensa più, e che col cazzo mi ero affezionato a lei, mi diceva, ero solo un po’ ubriaco, e che le ragazze italiane non mi piacciono più, non sei il primo a dirlo, diceva, e quella ragazza russa, Marina, e quelle ragazze romene, di cui lei era un po’ gelosa, e si sentiva, si vedeva, e che ero andato da loro solo perché a volte da Leida c’era la polizia, o perché sognavo di Anna, come Inna, dopo le giornate con Marina, e quelle amicizie di università che non ci sono più, quei discorsi, quali altri amicizie, che queste sue parole mi ferivano, mentre lei mi diceva di non essere cupo, monotono, triste, ripetitivo, ma dentro di me sentivo che lei non sapeva niente di me, ma mi faceva capire di non farmi illusioni, me lo diceva, non voleva dare illusioni, e non capivo più di cosa dovevo parlare, se dovevo far discendere dal piedistallo quei miei discorsi politici, culturali, altri discorsi, ma che discorsi se poi so che con lei non ci sarebbe niente da condividere, che quei discorsi non li capirebbe? E parlava ancora che lei andava al bar, parlava con la gente, andava dal parrucchiere, e si stancava di fronte al pc, e spostava gli oggetti della stanza, come a volte ho fatto io in preda al delirio, e rimaneva solo lei, quei suoi discorsi, ma che alla fine con la gente al bar sono solo discorsi da bar, le dicevo, altro che uscire e parlare, e la sua vita non sembrava troppo diversa dalla mia, qualche uscita, il bar, il lavoro, anche lei che di amiche non ne ha quasi più, che gli amici del cuore, vaffanculo, faceva segno con le braccia, che sarebbe bello trovare della gente con cui parlare, sarebbe meglio sorridere, non essere triste, che ognuno ha i suoi problemi, ma non si può sempre parlare di problemi, e allora di cosa? Perché quando esco con quelle ragazze lì proprio me ne frego di cosa devo dire, e penso solo a quello che non voglio dire, discorsi troppo impegnati per loro, e lei che mi parlava delle sue amiche, che davanti a lei erano tutte carine, e poi dietro le dicevano che era un pazza, una fuori di testa, e non si capiva più niente, non si capiva più niente, tra amore, famiglia, amicizie, discorsi, sesso, altre ragazze, la vita, i soldi, il denaro, i problemi, la strana relazione tra noi due, anonima ma vera e finta allo stesso tempo, e non si capiva più niente, ed ero solo estasiato dall’alcol, dalla musica, dalle sue parole, dalla sua voce, dai suoi discorsi, dai nostri discorsi, dalla sua pelle, dalla sua bellezza, e non c’era più niente che si potesse capire, e mi ricordavo solo che del monotono e del tetro anche Maria Teresa me lo diceva, di sorridere di più, di aprirmi di più, che mi dava della persona chiusa anche Leida, chiusa in me, come in molti spesso mi dicevano e mi hanno detto, e la riportavo lì, al suo posto, dopo una mezz’oretta dove eravamo stati assieme… e continuavo a pensare a quelle sue parole, monotono e chiuso, monotono e chiuso, e cercavo di capire quanto ero stato male quando mi ero forzato di aprirmi, di essere più sorridente, tutto quel casino che era successo quando avevo provato a parlare con Manuela, quando avevo cercato di uscire da una pelle per trovarmi in una pelle che non era mia, e mi venivano in mente discorsi antichi, già di quando ero bambino, quando le maestre mi dicevano che ero chiuso, e che tutti gli insegnanti volevano cambiarmi il carattere, così diceva mia madre, antico detto di sempre, di questa persona che sono io e che le altre vorrebbero che io fossi, ma io sono fatto così, sono chiuso in me, non condivido niente finché non mi fido, ci metto tempo, e non incorrevo nell’errore dell’altra volta, non mi forzavo a sorridere, ad aprirmi, a essere chi non sono, e rimanevo così, saldo in me, nella mia chiusura, nel mio mondo, senza dare un briciolo di niente agli altri e alle altre, nell’attesa ancora interminabile che verrà forse un giorno dove conoscerò qualcuna con la quale aprirmi davvero, in quest’attesa interminabile… e parcheggiavo là, al supermercato, al Carrefour, e lasciavo andare quelle parole, quei momenti, e non mi schiodavo da me, e andavo al supermercato solo per prendermi una bottiglietta d’acqua con quegli unici quaranta centesimi che mi erano rimasti, e alla cassa c’era Manuela, con la quale non mi perdevo di nuovo, certo che mi piacerebbe parlare di più con lei, così come parlare di più con le bariste, o con altre persone, ma rimango chiuso in me, saldo in me nei miei pensieri, nell’attesa che il giorno dell’apertura possa realizzarsi un giorno, forse mai, forse tenendo sempre le distanze dalle persone, non ho niente da condividere, e ancora quei discorsi di Leida erano in me, e non c’era niente da dire a Manuela, serbavo tutto in me, ripensando allo sviamento per lei, per Marina, per tutte, quando solo desideravo Leida e desidero ancora Leida, o quando mi perdevo per Anna, alla costante ricerca di quel qualcosa in più che non trovo mai, neanche pensando a ritrovare amicizie di università, Marina, Anna Maria, Olimpia, Laura, o chissà chi, gente con cui non c’è più niente da condividere, e tutta quella mia chiusura in me era solo per capire che sognavo Leida, pensavo alle sue lacrime, alle sue parole, alla sua sorte, e tutta quella chiusura è perché quei venti minuti non bastano mai per esprimere tutto, ci vuole tempo, per me, per sciogliermi, per aprirmi e quei venti minuti non bastano mai, quella mezz’ora, e ci vorrebbero ore, come con Marina, per aprirmi, cosa che con lei non succedeva, e quel mio rinchiudermi era solo un modo per fare chiarezza, per capire chi volevo, come ieri notte, tra Leida e Manuela… e me ne andavo via dalla cassa del supermercato, da lei, pensando solo a Leida, alle sue parole, e a me stesso, al mio modo di stare al mondo, e non cambiavo, non cambiavo ora che ho trovato me stesso, distante dagli altri, chiuso, ma solo perché mi ci vuole tempo per capire chi ho davanti, con chi ho a che fare, io ho tempi lunghi, e valuto con molta attenzione con chi stare nella vita, e in questa mia distanza dagli altri continuo ad esistere… e bevevo quella bottiglietta d’acqua in un istante, cercando di non pensare più, sognando qualcuna con cui aprirmi, e forse no, andava bene così, il piacere e l’estasi erotica bastavano, basta con le parole, le riflessioni, e tutto questo, e ragazze come Leida forse dovrebbero solo pensare a servirti e basta, e con lei non c’era niente da dire, e mi tuffavo ancora nei suoni della musica, del canto, mentre tornavo a casa strafatto di estasi alcolica erotica e musicale e mi perdevo ancora in canzoni infinite, nella notte, nel silenzio, con le cuffie dello stereo in testa, e non pensavo più, non voglio più pensare, non voglio più pensare, ma solo lasciarmi andare alla musica, e credere ancora che sarà il destino a farmi trovare la ragazza giusta, e che per ora con Leida va bene così, nonostante le critiche e tutto, finché c’è il piacere, il desiderio, il gusto di stare con lei, e va bene così, non chiedo di più, e mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

In questo settembre che è come se fosse iniziato…

Andare a dormire stanco, stanco della televisione tedesca e di quel film tv che stavo guardando, stanco ma contento di cominciare a capire il tedesco, di cominciare a seguire le varie battute che gli attori e le attrici si scambiavano… e addormentarsi così, e sognare… sognare di essere in una specie di laboratorio in qualche città sperduta, che assomigliava a Silent Hill, solo che non era nebbia quella che mi circondava, ma il gelido vento di qualche posto polare, o siberiano, o un mondo distopico dove la temperatura della terra era scesa sotto livelli invivibili, e ci trovavamo lì, in quel laboratorio, io e altre persone a fare delle ricerche… e succedevano cose strane, alcuni colleghi che rimanevano là fuori oltre l’orario prestabilito, e cominciavano ad assiderarsi, e una specie di demone o mostro colpiva gli altri colleghi che, poco alla volta, si trovavano tutti morti, e solo qualcuno era salvato, in quel laboratorio siberiano… e mi svegliavo, svegliavo sdraiato sul letto, e avevo freddo, semplicemente freddo, e decidevo di mettermi le coperte, neanche fosse settembre inoltrato, dove il tempo comincia a diventare più fresco, e tornavo a dormire… e questa volta era un sogno strano, mi trovavo nella vietta dietro al Carrefour, in quella piccola zona industriale, e c’erano due pakistani che camminavano con i loro due figli, che giocavano a pallone, e tiravano la palla più in là, più lontano, verso quella via in discesa, e pensavo che il pallone sarebbe scivolato giù di lì, nella via, mentre invece anche l’altro ragazzino tirava un calcio all’altro pallone, e i due palloni seguivano il percorso della via, e scivolavano via verso l’altra traversa, e si salvavano dalla discesa… e mi trovavo con mio padre in un’officina, dove un negretto che lavorava aveva scoperto un nuovo metodo per usare quei macchinari strani, un macchinario che andava posizionato su un camper, per misurare i freni, o gli ammortizzatori, o non so che cosa, visto che era un attrezzo mai visto, inventato, presente solo nei sogni, che avvolgeva tutto quel camper, e il negretto spiegava agli altri lavoratori come far funzionare quello strumento, e io e mio padre eravamo grati a quell’operaio che aveva scoperto il nuovo metodo… alla fine del lavoro il negretto ci diceva qualcosa, e io e mio padre andavamo via e ci trovavamo per le vie di Tokyo, a cercare il piccolo albergo nel quale eravamo ospitati, e mia madre era ancora in giro, in una delle sue crisi deliranti di schizofrenia, e più di tanto non ci facevamo caso, io e mio padre, perché ormai eravamo abituati a quel suo star male, e lei dormiva in un’altra stanza dell’albergo, da sola, continuando a parlare da sola, mentre io e mio padre eravamo sistemati in una piccola stanza d’albergo, dove c’era spazio solo per cinque letti, e mio padre si stendeva sull’estrema sinistra, e io sul letto d’estrema destra, e potevamo dormire dopo la lunga ed estenuante giornata di lavoro… e mi svegliavo dal letto, e mio padre e mia madre erano scomparsi, c’erano dei miei amici giapponesi che mi dicevano che volevano fare qualcosa nell’albergo, stuprare una tipa, o picchiarla, per vendetta, come in una specie di yakuza per giovani, e anch’io mi dirigevo verso una stanza d’albergo, dove giacevano due ragazze, a dormire, una occidentale sul letto di destra, e Sissi, la cinesina, sul letto di sinistra, e sognavo di andare nel letto con lei, per svegliarla, per dirle qualcosa, forse solo per dormire affianco a lei, ma mi diceva qualcosa, che aveva il ragazzo, anche se non rifiutava il mio abbraccio… e poi gli amici giovani giapponesi, che ricordavano Satoshi e Yusuke mi chiamavano di fretta, c’era del lavoro da fare, e ci movimentavamo per le vie di Tokyo, alla ricerca di non so chi, di non so cosa, per compiere qualche azione criminale, tra bande, e mi perdevo nel fracasso della città, della metropoli, perso fra le mille persone, fra le mille pubblicità sui grattacieli, e mi disperdevo anche da Satoshi e Yusuke, mentre nel sogno era fissa quell’idea di aver bruciato i fumetti giapponesi di una volta, dove compariva solo la copertina di qualche manga anni ’80…

E mi svegliavo da questi strani sogni, mi svegliavo per scoprire che erano già le otto, c’erano cinquanta euro sul mio comodino, ed ero contento di avere la ricarica di quei soldi, il tempo di svegliarsi, di bere il nescafé, lasciar perdere raccoglimenti dell’anima, per andare subito al supermercato e al bar, a bere un caffè, a comprare le sigarette, e pensare al modo di salvare al meglio i soldi che mi sarebbero rimasti… e cominciavo a pensare in tedesco, in quell’andare via e venire, da un posto all’altro, e mi dicevo che era anche ora di impegnarsi seriamente sullo studio, nelle ore libere, di cercare di imparare davvero il tedesco, e di non spegnere troppo il cervello come negli scorsi giorni, anche quando dovrò lavorare… certo, forse ero un po’ teso e lo sono ancora, per via di riprendere a lavorare, per via che il tempo manca per imparare tutto quello che vorrei imparare, il tedesco, l’albanese, non dimenticare il russo, ma l’idea di guardare la televisione in lingua su internet mi salva ora dalle letture compulsive di articoli, e la televisione è un buon mezzo per distrarsi e imparare, e dovrò tenerne conto l’utilizzo o forse il consumo… e sono forse un po’ teso, di certo non rilassato, estasiato forse dalla lingua tedesca che ieri capivo, e mi perderei tutto il giorno nella televisione, nello studio, con tutta tranquillità, se solo non ci fosse da lavorare, da portare a casa i soldi, da staccare un attimo da questo studio ossessivo, che non so se mi dà l’energia per non spegnere il cervello o se è solo una strana mania… e devo calmarmi, rilassarmi, la televisione in lingua non scappa, così come anche gli articoli, e nessuno mi corre dietro, certo sarebbe bello fare tutto questo per soldi, altro che lavoro in mezzo a trogloditi ignoranti, ma al giorno d’oggi, come leggevo sul quotidiano ieri, il lavoro è un privilegio e non posso farmelo scappare… spero solo che questa settimana o settimana prossima quelli dell’Esselunga chiamino, per un altro colloquio, così magari di poter iniziare davvero a lavorare altrove, in maniera giusta, e liberarmi da questo tormento del lavoro di mio padre… intanto nei prossimi giorni riprenderò a cercare, parlerò con il dottore forse per capire quando sarà la prossima visita, e cosa sarebbe meglio che facessi per fare delle mie passioni linguistiche e culturali un qualche lavoro, oppure se continuare a coltivarle nel tempo libero, per non spegnere troppo il cervello, per staccare dal lavoro, e mi accorgo ancora che questo è davvero un periodo difficile, da quando è finita l’università, ed è davvero un tormento trovare un nuovo equilibrio tra vita privata, hobby e lavoro… devo soltanto non esaurirmi alla ricerca della ricetta definitiva, coltivare il tempo libero più spensieratamente, impegnarmi per imparare il tedesco, per godere di questa lingua così come dell’albanese, del russo, e non straziarmi troppo, non caricarmi di troppi pesi, ma neanche lasciarmi andare alla rilassatezza più estrema che si risolve sempre in visioni pseudospirituali che non portano da nessuna parte… e sì, settembre è come se fosse iniziato, riprendo con tutta l’energia del mondo, e ho tante cose da fare, in questo settembre che è come se fosse iniziato, dove non mi va più di scrivere romanzi, di scrivere poesie, non penso più alle migliaia di pagine scritte in questi dieci anni, si sono dissolte con la voglia di Alina, di Leida, con altri pensieri più importanti, e le ragazze che riempivano quelle pagine vivono ancora in me, non ho più voglia di scrivere, dopo aver letto quanto sia difficile sfondare, quanto molte persone siano nella stessa mia situazione, e usino instagram e altri social per pubblicizzarsi, il mondo è già strapieno di aspiranti scrittori e scrittrici, e uno in più o uno in meno non fa differenza… trovo la mia voglia di studiare, di capire il mondo, di filosofare, e i libri e i quotidiani e le notizie e la gente comune mi dà sempre lo spunto per capire di più il mondo dove vivo, e forse solo così, se avrò voglia, potrò scrivere davvero qualcosa, solo vivendo come fanno tanti altri… e ora posso anche cominciare a guardare un po’ di tv tedesca, perdermi nelle immagini, nelle parole, e conciliare lavoro e studi, di nuovo, un’altra volta, in questo settembre che è come se fosse iniziato…

Come in un sogno…

Essere sommerso dalla televisione tedesca, documentari su documentari, cercando di capire e di non capire, immagini su immagini di siti archeologici, documentari, la vita è troppo corta per imparare il tedesco, l’ispirazione della prof ucraina di russo, che parlava anche tedesco, la bellezza bionda, la bestia bionda, e nessun modo di capire quella lingua… la fantasia finale, di mondi di civiltà antiche, fantasia, la voglia di giocare di nuovo a Final Fantasy, forse regressione, il controller che non andava, lasciare lì quella playstation che ormai da anni non mi vedeva più giocare, ritornare a immergersi nella televisione, come mi avevano detto, guarda la televisione ogni tanto, e così facevo, stanco di leggere e di studiare, e fa niente se la lingua tedesca non la capivo, sognavo di fronte a quelle immagini di templi d’altrove, di antropologia mischiata ad archeologia e teologia, immagini d’altrove, una lingua che a sprazzi capivo, dopo che nel giorno mi ero immerso nelle notizie in albanese, altre immagini, altre lingue, come in quelle notizie russe, la Russia che una volta significava tutto, ora è solo un paese e una lingua come le altre, essere immerso da documentari tedeschi, nessuna voglia di leggere, nessuna voglia di fare la passeggiata serale, lasciarsi andare, distendersi, non vivere più la dieta in modo ottuso, concedersi un gelato, un po’ di pane, qualche cibo in più, una camminata in meno… andare a dormire con la coscienza di non avere i soldi per il giorno dopo, per le sigarette, fregarsene, sdraiarsi sul letto e non pensare più a niente, lasciare che le parole e le immagini si dissolvessero da sole, con l’eco di parole tedesche e di musica da documentari, l’identità unica e assoluta ricercata che si dissolveva, una sensazione da sogno, dove parole e immagini venivano e andavano a caso, senza connessione, la fine delle didascalie della psiche… nei sogni vedere il mondo dall’alto dei cieli, come da un elicottero, paesaggi di natura selvatica e di città sperdute, le vertigini dell’altezza suprema, con la paura di cadere da quel volo, da quella vista, e schiantarsi a terra sulle tante case della città, paesaggi abbandonati, enormi fabbriche abbandonate, un palazzo nobile, alla fine, enorme altissimo, come solo nei videogiochi fantasy potrebbe comparire, ritrovarsi la sopra, in un piano di quelli, come se fosse una fabbrica abbandonata, e sentire crollare su di me tutto quel palazzo, tutti quei piani, e le visioni di altri compagni, che erano con me in quel palazzo, il senso della fine, della morte, di venire schiacciato da quel palazzo che si sfracellava al suolo e crollava, e un vecchietto vestito di bianco, come il papa, che mi diceva di credere, che anche dopo la morte è possibile vivere… trovarsi in un ghetto americano, al risveglio, a fare il barbone, insieme ad un compagno delle medie, Simone L., essere lì in quel ghetto a chiedere l’elemosina, seduti su dei rifiuti, su degli stracci, l’ambiente grigio, il senso della pioggia, il senso di essere rinato dopo il crollo del palazzo nobiliare da final fantasy, stare lì e parlare, di sua moglie, di Simone L., la polizia che veniva a interrogarci, operazioni antiterrorismo in corso, dare informazioni sbagliate, sviare le indagini, loro, alla ricerca di chissà quale criminale, il senso di grigio, la pioggia, ritornare coi piedi per terra dopo il crollo del palazzo nobiliare, dopo la visione dall’alto della città, come in un sogno dove si può volare e dove si può visitare il mondo intero, tra le nuvole, nel cielo, volando… risvegliarsi così, stanco dei sogni, senza pensieri chiari in testa, immagini di divinità e pensieri di quiete della mente, di accordo della mente, che giravano in me, la coscienza di non aver soldi per le sigarette e il caffè la mattina, non capire neanche se era domenica o chissà quale giorno, la frustrazione di ricominciare domani a lavorare, in mezzo ai trogloditi, agli ottusi, perdendo le visioni… accovacciarsi solo per trovare il niente, e aspettare il padre che andasse a prelevare, mettersi lì ad ascoltare musica, Lyric Master, le uniche cantilene e canzoni che mi venivano in mente, una musica grigia, il ricordo di Leida, non pensare più a me, ma pensare a lei, cosa starà facendo adesso, cosa farà durante la giornata, sarà vero che smetterà di lavorare, chiedersi della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi desideri, dei suoi sogni, dopo l’ultimo discorso di lei, e incantarsi nella musica, nel canto, come un cantilena, come una ninna nanna e sognare solo lei, anche quando andavo alla fine al bar, il solito giro, sigarette e caffè, un caffè che non svegliava, la voglia solo di perdersi ancora in quelle canzoni, in quella musica, e pensare solo a lei, solo a Leida, e non più alla politica, agli studi, alle religioni, a me stesso, l’amore che vinceva ancora, il sogno di un amore, di qualcosa di più che le solite cose, il senso di star vivendo come in un sogno, dove le parole e le immagini scivolano via, senza connessione, libere, sono libero, mi dicevo, e pensavo a lei, e ricordavo ancora altre canzoni, Era Istrefi, Inna, il senso di averla tradita, Leida, il senso dell’amore libero, nell’attesa che il vero amore fermi una volta per tutte questo continuo vagare di sentimenti e sensazioni… come in un sogno… non sapere più se la ragazzina romena tornerà, se io tornerò da Leida, lasciare aperte le visioni, i desideri, essere disturbato da questa convivenza con i genitori, e sognare di luoghi dove scappare assieme con Leida, lontano, altrove, un altro mondo, un’altra vita, altri luoghi, altre parole, lei e le sue parole che conosco poco, il sogno di qualcosa di più mentre forse da lei non ci sarebbe da aspettarsi tanto, l’incanto della musica e del canto, un sogno ad occhi aperti, come in un sogno, dover forse ritornare con i piedi per terra, dopo i sogni della notte, dopo l’estasi musicale delle canzoni, ritornare ai bisogni di tutti i giorni, mangiare, lavorare, vivere, informarsi, le lingue che ormai non hanno più bisogno di essere parlate, i giornali che non hanno più bisogno di essere letti, i sogni di una volta e la falsa immaginazione di idee che contrasta solo con la visione della vita di lei, di Leida, che posso solo immaginare, e non avere, forse sarebbe solo un’esistenza buttata via, così, tra questi paesi di periferia, e come in un sogno ancora lei, come in un sogno…