Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Un’aquila rosso nera…

Rudina che mi invita su Instagram, ci saranno foto da fare allora, forse, andando di qua, di là, magari al parco di Monza, in giro per Milano, una domenica, un sabato, magari fuori da casa, come mi diceva il dottore, staccare, staccare, farmi i fatti miei, la situazione destabilizzante con i nuovi coinquilini, oggettivamente destabilizzante, la chiamata di Almalaurea che quasi mi mandava in mania di persecuzione, tra lavoro regolare o no, la libido che ultimamente si spegne un po’ per via di altri impegni, ed è normale che sia così, superare quei tremori in testa che sentivo, attacchi d’ansia, con una ventina di gocce di valium, tutto questo sono io, alla fine dei conti, in un periodo un po’ così, destabilizzante oggettivamente, come diceva il dottore, e non sminuito come faceva Marina, o Dario, o altri, che poco possono capire… ritrovare me stesso in questo fine pomeriggio, riposando, non stressandomi troppo con troppe notizie, troppi libri, troppe pagine da scrivere, recuperare la voglia di scrivere così per così, per passare il tempo, per registrare liberamente le giornate, per confessarsi… quest’oggi che non ho lavorato, quest’oggi che forse l’idea di scappare, come diceva mia zia, l’idea di trovare altri mondi, con Maria Teresa, queste idee mi portavano fuori strada, quei suggerimenti sbagliati, e ogni volta ci casco sempre, nel caos di sempre, ma è finita, oggi la giornata è finita, la giornata lavorativa, gli impegni, i pensieri, sentirsi così libero la sera, rilassato, al caldo del condizionatore che spara aria calda, un letto su cui riposare, un giorno di malattia quasi, da star male, e la sera finalmente torno a stare bene, e che difficoltà, come diceva qualcuno, essere normali… dopo che ieri sera rivedevo Ana, rivedevo Alina, ma non mi fermavo da loro, mi perdevo solo in quei siti rosso neri ansiogeni di videoclip che è meglio se non guardo, quell’appendice nuova che è diventata il nuovo cellulare, e già una volta il dottore mi avvertiva delle appendici tecnologiche, quella volta era il tablet, e basta darsi delle semplici regole da seguire, seguire le spiegazioni oggettive di come sto, vedere il contesto, capire, e non farsi più sviare da modi di pensare impossibili da trasformare in pratica, riferiti a tempi e modi diversi di vivere, di stare al mondo, e insomma un periodo oggettivamente destabilizzante lo sto vivendo, e non si può negare, devo solo imparare ad adattarmi al nuovo periodo, tutto qui… e da domani si riprenderà forse a lavorare, chi lo sa, forse sarà meglio così che non stare qui a scervellarsi e a farsi troppe paranoie, e per due mesi potrò essere anche libero da CPS e CD, libero senza forzature, senza obblighi di alcun genere, libero, finalmente libero… e ritorna la veste grafica rosso nera che mi ricorda le belle foto di Rudina, di Aida, l’amicizia con Enkel, con Dorian, forse anche le ultime volte con Leida, ora che lei davvero non c’è più, e quanta libidine che c’era con lei, e quanta normalità in questa Albania che contiene tutte le fedi e nessuna, che sa di normalità e di amicizia, di gente comune, e di infinite cose, di libido, di piacere, di normalità, di bella musica, che il blu e il nero della depressione della notte con Alina non sta più in piedi, e neanche il blu e il nero delle notti con Ana, mi è bastato rivederle ieri sera per non provare più molto piacere, ma solo per sognare ancora un po’, adesso che sono qui a ripensarci, senza romanticizzare cose per niente romantiche, dopo il film del devasto di ieri sera: “On the road”, manifesto di un’epoca e di un periodo della vita dove ci si dà al devasto fino alla fine, ai piaceri smodati, alla disperazione, una lunga parabola, vissuta da tutti quelli che hanno vissuto veramente, una lunga parabola che porta poi al vuoto esistenziale, al vuoto del tutto, dove non si trova niente, e ci si calma allora, senza dimenticare i piaceri di una volta, la libidine, gli eccessi, la voglia di scrivere, raccontare, vivere, anche se poi ci si calma, come nell’ultima scena dove Sam si imborghesisce, sulla sua macchina, e guarda con distacco l’uomo tutto pulsionale, Dean, solo per dedicargli poi infinite pagine, tra chi vive veramente tutti gli eccessi e chi poi li razionalizza e ne fa materia di scrittura, questa la vita, dopo tutto, è così, che avrei ispirazioni infinite tra me, Nicolosi e Dorian, devastati da tutto, noi tre, tra amori, follie, droga, alcol, puttane, e poi ognuno si è trovato il suo modo di vivere alla fine, i più devastati di tutti, mezzi tipi da galera, Nicolosi in Irlanda, Dorian in Australia, io qui a cercare di mandare avanti il business, perché, a differenza di loro, ho ancora qualcosa da perdere, io che mi sento come il Sam imborghesito che guarda a distanza gli uomini tutti pulsioni, amici di una volta, Dorian e Nicolosi, e che mal si trova, al solo pensiero, con altri maniaci come Barresi, Fisichella e Costanzo, lasciamoli perdere quei degenerati, lasciamoli perdere e dedichiamoci al lavoro, allo studio, riassunti bene ancora dall’aquila rosso nera, “Work with your father!”, mi diceva Rudina, e quante pagine mi avrà visto sfogliare e leggere quell’aquila rosso nera, quante pagine da scrivere, che ogni volta è ispirazione infinita, che non posso lasciare mai, così come non posso lasciare, alla fine dei conti, un desiderio durato tre anni, come quello di Leida, non si può negare tutto questo, senza farne però nostalgia o malinconia… sta di fatto che Alina, anche al rivederla, non mi dà più nessun effetto, solo un desiderio lontano, ma che sa di volgarità, così come Ana, libido allontanata forse dalle loro lingue, dai loro paesi, che ora ho in casa, Ucraina e Romania che non sono più erotizzate come una volta, ma diventano vita normale, di tutti i giorni, e la libido,  il piacere, la voglia di vivere si sposta solo in Albania, là dove c’è la sorridente Rudina che mi parla in inglese, che mi invita su Instagram, che mi fa quasi venire la voglia di immagini, io che le immagini dentro di me le ho sempre odiate per un antichissimo pregiudizio dell’irrappresentabilità della divinità, una divinità tutta parole, tutta musica la mia, tutto ascolto e sentire, che le immagini cosa possono esprimere? Cosa possono comunicare? Come fermare a volte la valanga di immagini che mi colpisce? Come fa certa gente ad essere così convinta delle immagini, magari dei tatuaggi che si fa addosso? Qui le immagini a volte scorrono senza sosta, e non rimane mai niente, solo un point blank, la ricerca della libido e della positività, senza immagini, senza riflessi e distorsioni da immaginare, la mia fuga dall’arte del disegno e dei colori e delle immagini, solo per trovare le parole, e la musica, e il canto, fuga dalle immagini sigillate da quest’aquila rosso nera che ogni volta vuol dire infinite cose, ispirazione infinita… e va bene così, con il ricordo e le attenzioni di Rudina, il ricordo di Leida e di tutto il piacere con lei, la bellezza della musica albanese, la tranquillità che si trova nel rosso e nel nero dell’anima, e l’ispirazione infinita: un’aquila rosso nera…

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Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Traduzioni, Visioni

E lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

Haram

Veten time me nga ty se ndaj, nen lekure akoma t’maj
A thu kam faj?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Ref
Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don, dhe kur gabon…

Syte e mij me nuk shohin qart, se lotet m’i ke lan.
A kshu m’ke dasht?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don dhe kur gabon…

Proibito

Non riesco a separarmi da te, sotto la mia pelle ancora ti sento, e dici che è colpa mia? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

I miei occhi non riescono più a vedere chiaro, perché le lacrime me lo impediscono, è così che mi hai amata? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

 

Amore proibito, proibito, all’ascoltare questa canzone tutta la malinconia, il senso di perdita, e mi sento come una barca perduta nel mare senza di lei, senza Leida, nonostante tutto, che ora mi accorgo, mi accorgo finalmente di quanto mi ero legato a lei, nonostante tutto, nonostante una fosse una donna tutta inganni, che mi legava a sé, mi stregava, mi portava via… questa canzone che ascolto in giro, passeggiando, ora di qua e ora di là, con le tipe che mi guardano al sentire la musica uscire dal cellulare, un sogno d’amore ora che l’amore è perduto, che ogni volta mi vengono in mente le sue parole, non essere così chiuso in te, perché sei sempre così pensieroso? Sii più libero… che sono stufo di pensare e di scervellarmi, sono stufo anche di stare insieme a gente ottusa, solo per avere qualche soldo che ora non so più neanche come spendere, un lavoro che non va, il lavoro che lei diceva voleva cambiare, entro dicembre, e infatti lei ora là non c’è più… l’amore che non è solo sesso, e ora me ne rendo conto, sarebbe stato bello condividere con lei momenti, parole, se solo fosse stata la ragazza giusta, se solo lei non mi avesse portato via con la sua arte magica, da incantare chiunque, con le sue parole, con la sua seduzione… e ora rimango così, spogliato di tutto, anche dei sogni di altre ragazze, e non ne cercherò più per un po’, tutto quel delirio erotico di una volta, solo perché Leida non mi bastava mai, ci sarebbero volute ore e giorni e minuti, per sentirla mia, ma ora che non c’è più rimane questa malinconia delle canzoni, e un senso di liberazione dalle trame erotiche che mi stavano facendo impazzire… è finita forse l’epoca della mostruosità, e me ne accorgevo passando davanti a Manuela, quando apparivano tutte le ragazze dell’ultimo periodo, troppe, davvero, Leida, Marina, Ana, Isabela, Aleksia, la ragazza romena senza nome, che in quel delirio erotico non mi soddisfacevo mai abbastanza, ingordigia erotica senza fine, fino a trovare la sete acquietata, e la chiarezza dei pensieri e della visione, non più accecata dall’erotismo di Leida… mi rimane di lei la sua lingua, quella lingua che sto imparando non so neanch’io come, la malinconia e la tristezza, e la voglia forse ancora di buttarsi sempre di più nelle lettere, e farla finita con gente dalla visione corta e ottusa, sul lavoro, tra le amicizie, un po’ ovunque, e quasi dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, a fare chiarezza in me, a sfogarmi e cercare quella via che porta ad essere me stesso, tra libri e lingue e studi, che nessuno centro culturale né nessuna associazione di volontariato potrà mai far emergere… smettono anche di scorrere i pensieri di liberazione con Maria Teresa a cercare una via per liberarmi di me e di questo lavoro, per essere me stesso, la liberazione se avverrà avverrà solo in me, da me, senza bisogno di nessuno, quando io imparerò ad essere me stesso, ad accettarmi, ad accettare la fine di questa storia e forse di questo periodo, senza più alienarmi in dottrine e filosofie e ideologie altrui, quando non sarò più alienato dai mondi che leggo… vorrei davvero solo liberarmi, liberarmi e trovare me stesso, non essere più soffocato dal mondo, dal lavoro, dagli studi, da me stesso, dagli incontri con educatrici e dottori, liberarmi per due mesi e anche di più, in quel periodo che mi porterà al mio compleanno, dopo tre anni, senza di lei, senza Leida, due compleanni fa c’era lei, anche tre compleanni fa, il compleanno scorso c’era il sogno per Marina, che è stata una delusione, e dopo tre anni Leida non c’è e forse non ci sarà nessuna al mio trentatreesimo compleanno, forse ci saranno solo gli auguri sparsi di qualche amicizia virtuale, qualche augurio tra la gente che mi sta vicino, quella poca attorno a me e che si ricorda di me, ma sarà forse un compleanno spento, senza visioni religiose, senza fluttuazioni di senso, con la sola coscienza che Leida ora non c’è più… e non c’è più e per un po’ non ci sarà più nessuna come lei, forse solo casualmente, così chissà come, non mi importa più, attendo solo che il tempo faccia chiarezza, che tutti i nodi si risolvano, si dimentichino, si disfino, e andrà avanti tutto da sé, dopo quasi un anno di decompressione e compressione, sviamenti e deliri, che non mi fido neanche più delle parole che passano dentro di me, di quella della mia coscienza, non mi fido più delle parole e lascio a volte solo la musica e il canto coprire i pensieri, come una musicoterapia… e non mi fido neanche più a continuare questo post, queste pagine, lascio andare via i pensieri, non me ne curo più, solo il tempo mi guarirà, solo il tempo e la dimenticanza, e tutto andrà sempre meglio, di giorno in giorno, perdendo vizi e abitudini, pensieri automatici, stranezze, vivrò forse una vita normale, senza pensarci troppo, senza andare a cercare pensieri trascendentali, sulla storia, sul mondo, sul destino, è giunta l’ora di semplificare le cose, non scervellarsi più, e lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

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La liberazione…

Sentirsi come ai tempi del ricovero, sdraiato sul letto, incapacitato di ogni pensiero e ogni attività, il sogno di una quiete ineffabile, il silenzio, un silenzio monastico, o da ospedale, corsia dei malati di mente, il silenzio, la quiete… passare un paio d’ore così, senza che il sonno arrivasse, alzarsi solo per uscire da quel luogo opprimente, la voce delle donne che facevano le pulizie in casa, l’ucraino che lavorava l’orto, i due lavoratori che installavano l’apricancello automatico, fuggire, fuggire di qui, prendere i soldi e fuggire, andare via, cambiare ambiente… fermarsi a comprare un paio di jeans neri, di ricambio, bersi un caffè alla macchinetta del supermercato, fumarsi una sigaretta, nel piazzale, guardando verso un Est irraggiungibile, senza dire niente, senza pensare a niente, nella quiete del primo pomeriggio… entrare nel supermercato e comprare un paio di cose che avevo lasciato in sospeso, uscire, prendere la macchina e andare al parco, verso la biblioteca, e un’aria di liberazione cominciava a lasciarmi libero… non dirigersi subito in biblioteca, alla ricerca di chissà quali libri, ma mettersi lì, sulla panchina del parco, dopo essermi fumato una sigaretta, e finire quel libro commerciale di Jo Nesbo, le ultime pagine, le ultime righe, che non dicevano più niente, neanche l’atmosfera di trepidazione da thriller… e la rivelazione, su quella panchina del parco, un po’ come stare sdraiati su quel letto che sembrava di ospedale, la sessomania, l’erotomania, il sesso eccessivo, in due parole, troppo sesso, troppo sesso ultimamente, da prendersi una pausa a tempo indefinito… il sesso e la libertà, la libertà da relazioni con le ragazze, dalla smania di cercare una ragazza che faccia per me, cambiare le immagini attorno a me, basta pensare alla Romania, basta, vedere in quell’aquila che ogni volta cambia immagine ai tratti l’icona di Cristo, ai tratti l’immagine di Madre Teresa, il ricordo di Leida, che ora finalmente non c’è più, la liberazione… ascoltarsi in automatismo una canzone di Nora Istrefi, bona gabime, ho sbagliato, ho sbagliato, troppo sesso, da stare male, la liberazione… il senso di libertà, il senso di liberazione e di salvezza dal sesso, come un’oscura dottrina rasputiniano o shabbatiana, la redenzione attraverso l’eccesso nella trasgressione, il Volto che mi acquietava… finire il libro di Nesbo e andare in biblioteca, senza pensare più alla nevrosi della mattina, quando scambiavo due parole con Miryam al bar, il Volto che mi salvava, e i libri da consegnare, altri da cercare… non più romanzi, per un po’ basta con le storielle, anche Hoffmann e i racconti horror non mi attraevano più, cercare qualcosa di saggistica, filosofia, scienze politiche, sociologia, come ai tempi dell’università, trovare i miei titoli, tre libri, dopo aver soppesato di prendere un fumoso libro sull’Islam, l’Islam di una volta, di altri luoghi, un Islam che non c’è più, lasciar perdere quella cultura e civiltà così diversa e così distante… la quiete del pomeriggio, scegliere libri con calma, leggere con tranquillità, non essere sospinto dalla camminata, già fatta la mattina, avere solo fame, la sera, cenare a casa, leggere altre pagine di quel saggio, pagine illuminanti, e la quiete, la liberazione da Leida, dal sesso, dalla Romania… finire di cenare e accogliere al cancello gli ucraini, con tutta la leggerezza del mondo, senza più l’oppressione della settimana lavorativa, dei soldi da aspettare, da spendere in malo modo, la liberazione dal troppo studio, dal rosso e il nero dell’anima, da quella lingua olandese che sentivo frusciare in me quando mi distendevo sul letto moribondo, nella quiete, nel silenzio, lingua piacevole da ascoltare, non altrettanto da capire e parlare, la voglia di parlare in lingue straniere che non c’era, la liberazione da troppi compiti e precetti, da troppi comandi e ingiunzioni, la liberazione… passare la sera così, dopo un decaffeinato al bar, un’altra sigaretta, e non pensare più ai soliti discorsi, la liberazione dal sesso, dalla Romania, da Eugenia, dal dover scrivere per forza qualche racconto, dal dover per forza “dare una mano”, dallo stare chiuso in casa/magazzino, cambiare prospettiva, spostarsi, muoversi, senza scappare da niente, se non dai miei demoni personali, senza eccedere nei libri, nei film, nella musica, cambiare luogo, cambiare prospettiva, fermarsi un attimo, riposare… il pomeriggio di quiete, la sera di quiete, che non so nemmeno che musica più ascoltare, che film più guardare, che lingua più leggere, forse solo la voglia del silenzio, niente più gesti occulti e nevrosi, il Volto, il Volto, la liberazione…

Pensieri liberi, Sogni, Visioni

In tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…

Nel sogno, un tavolino del bar, di un bar all’aperto, un tavolino bianco rotondo, vicino al quale ero seduto io e, affianco a me, i miei genitori, il luogo all’aperto, tantissimi tavolini, tantissima gente, come un quadro impressionista… e vedevo arrivare una certa ragazza, Vincenza, mai vista prima, né nella vita, né nei sogni, completamente sconosciuta, una ragazzina, una teenager o poco più, che si lanciava verso di me e mi diceva: “Non mi riconosci? Aldo? Sono quella delle elementari!”, no, non ti riconosco, le dicevo, e le dicevo solo di sederci ad un altro tavolino, più in là, da soli, lontano dai miei genitori, che quando ci sono i miei genitori mi viene il blocco, non una parola mia devono sentire, e mi mettevo con lei a quel tavolino, mischiando nei sogni i ricordi di Eugenia e di Olimpia, le foto di Eugenia che avevo visto, lei, nel suo Health Center in mezzo alla natura selvaggia in Malesia, quando saltava, piena di gioia, sul letto, all’arrivo di sua sorella maggiore Veronica, ma su quel tavolino mi perdevo, forse in frasi d’amore, o frasi più ciniche, sotto come una musica classica che illuminava il pensiero e la ragione, e quegli occhi pieni di amore, di innamoramento, di eccitazione di quella ragazza nel sogno non mi dicevano niente, ed ero lì solo per negare l’amore di lei, ero lì solo per negare il legame con i miei genitori, per separarmi da tutto, ed essere me stesso…

Me stesso che mi sentivo ieri sera, quando le poesie di Mihai Eminescu diventavano troppo complicate, in romeno, per fare andare via tutta la visione folle di Aleksia, per portare la ragione dove c’è l’irrazionalità, quando mi accorgevo di aver studiato anche troppo ieri, con tutti quegli articoli in inglese, tutte quelle poesie in romeno, e decidevo di rilassarmi, di buttarmi giù, prima con della musica manele che non mi acquietava più, le solite canzoni, i soliti pensieri, la solita mania della Romania, che ad un certo punto non sopportavo più, anche se tutti i pensieri andavano al sogno d’amore con Aleksia, che incontravo ieri per strada, e mi mettevo sotto la musica classica della radi olandese, solo per trovare la razionalità in me, il vero me stesso, quello che si rivolge agli altri e alle altre come un uomo di trent’anni, come uno che ha studiato, come uno che tutte le fasi d’amore e di erotismo le ha vissute, in tutta libertà e coerenza, con i miei pensieri, e trovavo me stesso sotto quella musica classica che, priva di parole, permetteva alle mie parole vere di emergere, e di essere davvero me stesso…

Mi addormentavo, la sera, sul letto, solo per svegliarmi senza sonno e un po’ rincoglionito, pensieri da cestinare che ora affioravano, a cui non davo ascolto, e mi mettevo lì ancora una volta, di notte, a leggere le altre poesie in romeno, per usare un po’ quell’intelletto che non voglio che si spenga, che non voglio mi faccia andare verso regioni periferiche dell’anima, dove domina solo l’irrazionalità e la stupidità, e mi mettevo a posto, di notte, con quelle poesie, con quel sogno d’amore per Aleksia, che tutto il segreto dell’anima stava nell’amore e nella razionalità, impossibile da spiegare, ma la mia anima si sentiva giusta, e non voleva sbagliare più, in quella sensazione d’amore che mi invadeva, in quello stato d’animo che cerca l’amore…

I’m craving for love… cantava stamattina alla radio quella canzone, di fronte a Miryam, craving for love, ho desiderio infinito d’amore, mi veniva da pensare, anche quando Miryam stava davanti a me, e non le dicevo niente, cosa le dovevo dire? Che ieri ho incrociato sulla via Aleksia, una puttana che mi sono fatto domenica, e che ancora sto smaniando per lei, I’m craving for love, ecco la giusta traduzione, sto smaniando per l’amore… no, non le dicevo niente, a Miryam, cosa le dovevo dire, tra tutti i miei amori che si perdono tra Manuela e Ana, la romena senza nome, e Aleksia, cosa le dovevo dire di tutto questo casino, che non so più chi amo, amo tutte e non amo nessuna, e sono forse solo innamorato dell’amore, in questo sentire che mi fa sempre venire in mente in the mood for love… no, non le dicevo niente, per non lasciar partire frasi che non sono parte di me stesso, ma sono forzature per lanciarsi sugli altri in maniera sbagliata, frasi da cestinare, sentimenti e parole da cestinare, e mi perdevo solo al pensare al sogno di stamattina, amore puro e cinismo, di quella ragazza al tavolino di un bar, e non dicevo niente a Miryam, anche se era lei stavolta a salutarmi per prima, a stare in silenzio anche lei, con quel suo sguardo perso, che mi ricorda sempre come diceva che il suo nome è come quello della Madonna… ma lasciamo perdere le cose religiose, sarebbe ipocrisia, come diceva Olimpia, andare in chiesa, mettersi a pregare, nonostante i sogni, nonostante le visioni, cerchiamo di essere una persona normale, e non facciamo gli ipocriti, quando tutti i sogni vanno da Aleksia, quando tutto l’amore va per lei, e se c’è un modo per capire la mia anima basta seguire la scia dell’amore, dove va, da quale ragazza, da quali ragazze, fino a perdersi nell’infinito, nell’infinito davvero, dove non basta più nessuna musica, nessun libro, nessuna lingua, niente, nessuna arte, e mi perdo solo nel sogno di Aleksia, in quella visione di ieri al vederla camminare per le vie, diretta forse a quel negozio romeno, e sognare a come sarebbe stato il pomeriggio con lei, in mezzo ad altri romeni e romene, alienato forse da una lingua e da gente che non conosco, senza poter offrire niente a lei, se non il mio amore per tutte, che si risolve in amore per nessuna, è questa forse la sorte di noi puttanieri e puttane, amare tutte e non amare nessuna, aperti all’amore, ma soli dentro di noi, per scelta, aver scelto la libertà di non legarsi a nessuna in particolare, lasciare liberi i sentimenti di andare dove vogliono, senza forzature, senza niente, in tutta libertà…

E allora andavo via dal bar e non mi lasciavo andare a quella regressione e ipocrisia di passare in chiesa per tutti i santi, nonostante le visioni della notte prima, quando mi svegliavo da quel sonno sballato la notte, e mi dicevo solo che il sogno d’amore e il sogno di libertà sono parte di me stesso, e sotto una musica che non riconosco, una musica classica senza nazionalità, senza più fissazioni per chissà quali paesi o quali lingue, quali musiche, in tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…

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Dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

Pomeriggio al parco, dopo la camminata, la musica, la musica, la musica, albanese, da perdersi in un sogno, nel parchetto qua vicino, dove da bambini si giocava a calcio, dove da adolescenti si fumavano le prime sigarette, con la compagnia, si fumavano le prime canne, là dove da bambini i parchetti erano malfamati per la gente che si drogava, eroina, fine anni ’90, ora, tutto cambiato, da una decina d’anni ormai, i parchetti di una volta non ci sono più, c’è il circolino degli anziani, il campo da calcio è stato riempito di alberi, là dove una volta c’era la rotonda, dove si imparava ad andare in bicicletta, c’è ora l’area per i bambini e qualche panchina… pomeriggio al parchetto, con la musica albanese, che tirava via ogni pensiero, ogni nervosismo di fine settimana lavorativa, ogni nevrosi, con una dose di caffè inferiore rispetto al solito, e quella musica che mi ricordava Katia, che mi ricordava Manuela, quella sera al Carrefour, alla cassa, quando ci guardavamo negli occhi, conversavamo solo con gli sguardi, sguardi persi, d’amore, al ricordo d’Alina che trasportavo su di lei, gli umori sbagliati, tra quelli giusti, il nostro perderci nello sguardo, più mio che suo, che sapeva già come andava la storia, il caos di allora, Leida, le sue parole, la musica albanese che lei prendeva in giro, il mio primo triangolo d’amore alle medie, con Silvia, la ragazzina bionda che stava sempre seduta vicino a Dorian, il compagno albanese, il più simpatico della classe, l’Albania, cos’era e cos’è l’Albania? Ancora mi chiedo, cos’è? E’ forse sogno d’amore, è forse innamoramento, cos’è? Che quando mi presentavo a Elena, la mia prima ragazza, dicevo di essere albanese, e poi lei mi diceva che non era possibile che un albanese sapesse così bene l’italiano, così bene l’inglese, l’Albania, cos’è l’Albania? Il rosso e il nero dell’anima, quella musica orientale ipnotica, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e sognare ancora tutto il rosso e il nero dell’anima, la musica orientale e il canto orientale, ipnotico, da perdersi, da inventarsi una fiaba gotica dove un cantante e un musicista decide di rinchiudersi nella sua villa sperduta nella natura, per perdersi solo nel canto e nella musica e nei ricordi d’amore, per inventarsi la prossima melodia, la prossima canzone, solo perché alla fine i suoi amici e colleghi lo trovino impazzito, andato fuori di testa, fino alla follia, perso nei suoi ricordi e nella sua fantasia, imbevuto di immagini d’amore e di canto, da perdere l’uso delle parole, della ragione, da non riuscire più a parlare, ma solo a muoversi come su un palco e a parlare come se stesse cantando, non riuscendo più a emettere parole, ma solo tanti vocalizzi dalle infinite note, fino alla follia, fino alla follia… quel racconto gotico che in me si ispirava al sentire la musica, al sentirmi ipnotizzato dal canto, dalle note, fino a perdermi, perdermi completamente, nell’immagine di me stesso rossa e nera, come settimana scorsa al parco, a cercare di evocare quelle sensazioni che non riuscivo ad evocare, quando mi scambiavano per un pusher, e quanti ultimamente mi stanno scambiando per persone che non sono, losing my identity, diceva una canzone, e la sto perdendo ancora, di nuovo, dopo aver rivisto Manuela l’altra domenica per caso alla cassa, gente che oggi al Carrefour mi scambiava per un commesso, quasi mi chiedevano dov’erano certi prodotti, una ragazza convinta mi chiedeva dove erano le casse, e non so se è per quel vestire rosso nero, che sembra una divisa, pantaloni neri, felpa rossa con una scritta bianca della ditta automotive, non so se è per quello, o per quel mio modo d’essere in questi giorni, in questo pomeriggio, con il ricordo dello sguardo d’amore di Manuela, e il mio rivedere di fronte a lei tutte le ragazze dell’ultimo periodo, da sentirmi quasi un mostro, una belva insaziabile di sensualità ed erotismo, se non che quegli appetiti si perdono nello sguardo di lei, nel ricordo di lei, nella sua voce, nella mia voce quando vorrebbe cantare quelle canzoni impossibili da cantare, impossibile azzeccare tutte quelle parole albanesi, quasi monosillabi, ognuno dall’accento e dalla nota diversa, dalle combinazioni di parole impossibili, ma che fanno volare l’anima con il canto… oggi che mi scambiavano anche per un commesso da Bershka, al mio comprare una felpa rossa, un’altra felpa rossa, senza scritte automotive, una semplice felpa rossa, da indossare sui jeans neri, se non che mi perdevo prima in meditazioni sul senso del consumismo, su meditazioni sui soldi e sugli acquisti compulsivi, sul servire o no i clienti, sul lavoro di Manuela, e mi perdevo e mi divertivo, quando mi scambiavano, così come quando a volte mi scambiavano per uno straniero, per un mezzo albanese, per un mezzo italiano, o per quando mi scambiavano per un prete, anni e anni fa, in chiesa, durante il periodo delle confessioni, gente che mi scambia sempre per qualcos’altro, per qualcun’altro e non so più neanch’io, a momenti, chi sono, losing my identity, come diceva quella canzone d’amore… che non so neanch’io perché poi la gente su Facebook, la gente che mette i like ai miei post è tutta gente dell’Est, non lo so perché, forse perché con loro il mio atteggiamento è diverso, mi pongo in maniera differente, e forse risulto più affabile, più simpatico, più umano di quando non devo trattare con gli italiani e le italiane, come ieri da quei gommisti e meccanici, l’odio che mi sale e non so neanch’io perché, e come la prima volta che vedevo Manuela pensavo che fosse russa, dell’Est… e forse qui avviene il passaggio, o forse non avviene niente, so solo che mi perdevo nel mio stesso sguardo, davanti allo specchio in quel camerino, dove non vedevo me come un narciso, ma vedevo me quando guardavo Manuela negli occhi, e vedevo lei riflessa, e tutte le ragazze di sempre, e non so più neanch’io chi sono, chi sono veramente, quale dei miei eterni ritorni di umori sono quelli giusti, quale delle mie personalità è giusta, e so solo che al sentire quella musica, immerso nella natura, oggi e l’altra settimana, mi sentivo come in paradiso, al ricordare tutte le ragazze, al sognare e ricordare Manuela, a ricordare le parole buone di Leida, e lasciando perdere i divieti di ascoltare musica che ogni tanto mi sono stati detti da certe ragazze, perché nella musica mi perdo e mi trovo, anche nell’ipnosi senza fine di quei suoni, e la mia anima vola e si calma, comincia a sognare e sopporta tutta, diventa più affabile, non si lascia indisporre dal male del mondo, delle persone, anche quando andavo al bar dei mille, e Paolo il cinese mi serviva il caffè, mentre Bruna e Miryam parlavano tra loro, lasciando perdere i vari musulmani che incrociavo sul cammino, se non che quel canto orientale deriva in parte dagli ottomani di una volta in Albania, e c’è sempre questa ipnosi orientale di musica e canto, che poi si perde in tutte le ragazze, in un viaggio spirituale e d’estasi musicale che non ha fine, estasi d’amore e di sogni, di lingue lontane e sconosciute, incomprensibili, sogni d’amore senza fine, l’Est e il canto e la musica e l’Oriente, dove perdermi per sempre, nel ricordo delle ragazze e nell’ispirazione senza fine, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e mi perderei, se solo fossi capace, a descrivere il sogno d’amore tra le note e il canto orientale, l’estasi musicale, l’estasi d’amore, l’ispirazione, la voglia che ci sarebbe di esprimere questo mio sentire attraverso il canto e la voce e i suoni, attraverso la musica, che quasi davvero mi verrebbe da scrivere quel breve racconto della follia sul canto, sull’amore, sulla musica, se solo avessi voglia di un altro racconto gotico, invece la mia anima si perde solo nel sogno di lei, di Manuela, dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

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Con tutta la naturalezza del mondo…

“A che ora finisci?” “Alla una” “Alla una, no, alla uno…”, parlavano così la guardia e la cassiera, ieri, alla uno, là dove mi avevano chiamato, dopo che una signora mi diceva che potevo andare anche senza aspettare la chiamata, “Ah! Si può già andare? Non lo sapevo!”, dicevo, non tanto convinto di quello che diceva la signora, che infatti veniva redarguita dalla cassiera più grande, che le diceva di aspettare… tornavo in coda solo per poi essere chiamato alla uno, già dove mi stavo dirigendo, senza chiamata, e recitavo quel personaggio che pensa solo a fare la spesa, a porre gli oggetti sul rullo, a porgere la tessera, a pagare, a mettere la roba nella borsa, e prendere l’eventuale resto, non una parola di più, niente… quel niente che la sera mi faceva sembrare di essere tornato ad essere un cyborg, un uomo senz’anima, senza voglia di scambiare parole con nessuno, forse solo un uomo stanco, mi rendo conto adesso, e non tanto “chiuso” come mi diceva Leida, come Maria Teresa mi diceva, non negativo come mi diceva Maria Teresa e Dario e Leida, ma semplicemente un uomo stanco, un uomo stufo, di ogni cosa, di questi inganni della mente, che se smetto di essere chiuso lascio via libera alla ‘paroliferazione’ di cavolate, di cose da dire agli altri, fuori luogo, cercando una simpatia che non c’è, e se il destino è quello di essere chiuso dentro di me va bene anche così, nessuno mi obbliga a parlare e fare l’estroverso, quando tutte queste cose non le sento come mie, non fanno parte del mio carattere, non fanno parte di me, e sono stufo di ingiunzioni superegoiche che mi dicono di fare il superuomo, che provoca solo stress, esaurimento, personalità che non sono mie, e sono stufo dei pensieri sul bar, sul supermercato, sulle prostitute, sulle letture forzate, sul dover essere, sugli ideali… no, sono stanco, sono stufo, e non mi interessa se dopo pranzo ho voglia di dormire, se alla sera, come ieri, non riesco a finire di vedere un film e mi butto sul letto per riflettere e pensare e rilassarmi, nessuno mi obbliga a niente, è un periodo così, un periodo stanco, e accetto con più naturalezza quello che sono, non sforzandomi di essere ciò che non sono, per non perdere la mia identità… il lavoro che in questa settimana ancora non è davvero iniziato, e non mi interessa, meglio riposare un po’, ci saranno altri momenti per lavorare, altri momenti per essere più attivo, e non me ne faccio più un pensiero, pensando di scappare altrove, di essere superattivo, di sentirmi importante o indispensabile, non mi interessa, va bene anche così, lavorare poco, ma essere almeno rilassato, e non seguire gli ideali irraggiungibili di una vita frenetica, fatta di lavoro, di film, musica, libri, ragazze, divertimento, adrenalina, energia, no! Se in questo periodo sono stanco va bene così, e non ho depressioni da temere, ho solo da temere eccessivi sforzi intellettuali per essere ciò che non sono, eccessivi sforzi che mi farebbero andare solo in nevrosi, e preferisco essere rilassato e anche un po’ senza energia, l’energia, quando vorrà, ritornerà, nel giusto equilibrio… e il pomeriggio in biblioteca, dopo la mia camminata quotidiana, mi rilassavo a leggere quella rivista Bahaì in biblioteca, che spiegava i fondamenti lapalissiani di quella religione, cose appunto scontate, ma non per questo da dimenticare o da negare, e ogni tanto anche il ripasso delle cose ovvie fa bene… mi prendevo due dvd, quando mi accorgevo che non avevo concentrazione per leggere altri libri, quando ero stufo di leggere, e la sera mi guardavo “East of Eden” con James Dean e l’altra attrice Julie, e mi perdevo in quel film… guardavo la prima parte verso sera, dopo cena, e a metà del film mi spegnevo, pensando a Manuela, al supermercato, al mio essere chiuso, al mio non parlare più con la gente, e mi spegnevo, mi spegnevo… mi addormentavo e facevo strani sogni erotici, dove una certa Vicky, giovane ragazza, del ’92, compariva e si  presentava, in un sogno che sembrava uscito da un film di fantascienza, un sogno che non ricordo neanche più, ricordo solo l’eccitazione per quella ragazza, e come mi svegliavo… mi svegliavo per prendere la mia medicina, che poi invece dimenticavo, e tornavo a dormire solo per risvegliarmi all’una di notte, per prendere la medicina, per finire di vedere quella seconda parte del film… il ragazzo discolo che cerca la madre, il conflitto con il padre, che freudianamente impone la legge della moralità, l’amore del fratello più omologato, che alla fine si perde per il sentimento verso la madre e decide di andare a combattere in Europa, la ragazza di lui che si innamora del fratello più ribelle, ma anche più intraprendente, quando decide di mettere su un business che frutta, e alla fine del film la riconciliazione, con il padre morente, sul letto di morte, e l’amore di quella ragazza… l’amore di quella ragazza, che in lei non vedevo nessun’altra tranne Eugenia, sì, Eugenia, il cui pensiero attraversava tutta la notte, l’amore che era stato per lei, e che forse è ancora, il vero amore, non le follie e l’innamoramento e le psicosi e l’erotismo, ma il vero e proprio amore che me la facevano desiderare come per sempre, al di là della sua bigotteria, al di là della sua bellezza da pubblicità di saponette, e nella notte c’era solo lei, lei che passava attraverso quell’attrice, l’amore di una volta, il vero amore che non ha niente a che fare con le artificialità moderne, l’amore che forse poteva vivere solo in un’altra epoca, non in questa… e davo un’occhiata al suo profilo Facebook, aveva condiviso quell’articolo sui grandi della Sylicon Valley che si stanno disconnettendo da internet per fare una vita più autentica, e mi veniva da sorridere, mentre pensavo alle foto della natura di cui mi sono cosparso, natura che ricordava Eugenia e quel parco, il suo amore per la natura, quella camminata nel verde ogni sera vicino al cimitero, quella naturalezza della quale sono alla ricerca, quella naturalezza al di là di tutte le artificiosità, e nel fondo della notte pensare e visualizzare solo lei, solo Eugenia, per dimenticarmi di tutte le opinioni e le parole di tutti, perché, in fondo alla mia anima, come scrivevo anche nel prologo, c’è solo lei, l’unica ragazza, la romena senza nome che vive in me, che ora ha un nome, Eugenia, l’unica ragazza che mi dava quella tranquillità e quella pace e quel giusto sentire, anche se a volte forse troppo fatto di divieti, che mi portava avanti, e se solo quei mesi d’estate fossero stati adesso mi sarei fatto un’idea più giusta di quei divieti, di quei consigli, e avrei accettato di più la pace dell’anima senza cercare eccessi, come allora cercavo con Leida, dopo Alina, e mi sarei messo in pace, e mi sarei arreso alla naturalezza dei sensi, senza cercare adrenalina ed estasi ed eccitazioni dell’anima, che una volta finita l’ubriacatura dei sensi, non ti lasciano più niente… ma quell’estate è passata, lei è ora in Malesia, andare dagli avventisti ora non ha senso, rischierei dei lavaggi del cervello e uno squilibrio che è già abbastanza forte così com’è, e senza lei, senza Eugenia, non avrebbe senso, mi bastava vederla sorridente e libera in Malesia, insieme ad altri giovani, a fare gli infermieri, le suore e i monaci laici, se questi termini si possono applicare a degli avventisti, e la lascio libera, la lascio libera e cerco di non dimenticarla da me, cerco solo di vivere così come sono, con più naturalezza, senza ideologie e forzature dell’anima, “Sia più naturale…” mi dicevano, ed è giunta l’ora davvero di dire basta ad ingiunzioni e ideali irraggiungibili, modi di vivere da pubblicità o da film thriller e d’azione, basta con le storture intellettualistiche e gli ideali superomistici, voglio solo stare più rilassato, essere più naturale, e non essere fregato ogni volta da quelli che mi dicono di fare di più, di essere così o cosà, di non essere ciò che sono, ora come ora voglio essere solo ciò che sono, con più naturalezza, e voglio lasciar perdere chi di me non capisce niente, e il ricordo va solo a lei, va solo a Eugenia, che si perdeva nell’attrice di quel film, e la lascio libera, ci lasciamo liberi, e con tutta la naturalezza del mondo, che va avanti da sé…

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Sensazioni dionisiache…

Film russo, la lingua più bella, di una volta, la sera, la voglia di riesumare tutti i ricordi, del piacere infinito, l’alcol, Katia, l’amicizia dionisiaca con Bejan, gli anni della scuola di russo, tutto il corteggiamento di una volta con Eugenia, le nottate con Diana, e poi Diana la moldava, l’atmosfera dionisiaca in quella scuola serale, e tutte le nottate russe con Alina, il piacere delle ragazze dell’Est, i sogni, la musica russa, la musica albanese, riesumare dallo scantinato dei ricordi quell’aquila rosso nera, cucita sulla borsetta di Katia, visione di pura bellezza, di puro erotismo, di estasi dei sensi, dionisiaco dell’anima… la voglia di bere, la sete sconfinata, il cervello che andava in estasi, quasi in craving alcolico, dopo tutta la giornata passata a leggere quel romanzo norvegese, quel poliziesco, incollato alle sue pagine come un drogato di lettura, di gialli, di suspence, l’eccitazione cerebrale, stare al parco nel pomeriggio, leggere ancora un po’ dopo essere passato in biblioteca, per prendere in prestito l’altro libro, andare via, troppa gente in biblioteca, spazi troppo vicini, aula grande inutilizzabile per via di iniziative per bambini, stare al parco, non troppo distante dalle vecchiette ucraine, dagli adolescenti e dalle adolescenti impazziti poco più in là, sulle panchine, e leggere, fumarsi una sigaretta, incollarsi a quel libro poliziesco, ricordandosi della notte prima a chiamare i carabinieri, riferire di quelle due macchine che erano passate due volte, il transit rosso, la toyota yaris blu, che mi chiedevano di non so chi, forse di qualche spacciatore, chi lo sa, riferire alla polizia questo, la notte dopo, quando ormai l’effetto dell’alcol era svanito, e il ricordo della giornata prima, non l’estasi dell’ultima ragazza romena, perdersi in un mondo poliziesco… non farcela più, ad un certo punto, a continuare a leggere, vedere un negretto che correva nel parco, che voglia, che energia, io è già tanto che a volte mi metto a camminare, e così mi mettevo a camminare, per un’ora, intorno al parco e fuori, nel paesino, tra le sue vie, le sue salite e le sue discese, in quegli angoli del paesino che mi ricordavano la mia primissima adolescenza scema e folle, i compagni e gli amici di una volta, ai parchetti, per le vie, l’età della stupidera e della trasgressione, tutta l’energia di una volta, le scenette comiche, a vent’anni quasi di distanza, la vita da ragazzini, quella casa abitata ancora dalla madre di Nicolosi, il compagno di lei, pensare alla loro figlia, Rachele, chissà quanti anni avrà adesso, sarà già una ragazzina, e chissà Nicolosi, sarà forse ancora in Inghilterra, in Irlanda, chi lo sa, andare oltre… pomeriggio poliziesco, al parco, lì attorno, qualche sigaretta di troppo, tutta l’energia del mondo, e la sera, la sera a guardarsi quel film russo solo per sentire il craving dell’alcol, e la voglia matta di comprarsi una vodka, non per berla, ma per riesumare la bottiglia con l’aquila che mi ricordava il piacere infinito di una volta, la voluttà e l’estasi, per avere il piacere di fronte a me, in questa stanza priva di adrenalina, per riesumare il ricordo del piacere di tutti questi anni, e non farne più un dimenticatoio, un oblio, per ridare vita ai miei sensi addormentati dell’ultimo periodo, e il pensiero fisso, di quello che sembrava l’inizio di un romanzo giallo, io là, ubriaco, nel luogo che una volta era di Andra, e forse ora era di spacciatori, quelle due macchine sospette, quei carabinieri che mi chiedevano se avevo visto viavai di gente, il dubbio, il sospetto, le supposizioni, incipit di un romanzo giallo che non sarà mai, lo spaccio, l’alcol, i carabinieri, la droga, la prostituzione, il degrado, l’estasi dei sensi, l’anarchia dell’anima… e andare al supermercato per comprarsi quella bottiglia, lasciar perdere il cassiere che parlava di lavoro duro, di 11 ore che ti ammazzano, che dipende come te le fanno lavorare, poi, dipende dal lavoro, gente che parlava, una bambina che mi passava davanti, mentre compravo la vodka, lì alla cassa, per due volte, una bambina iperattiva, la madre che la sgridava, che le diceva di non allontanarsi da lei, comprare la vodka e vedere lo sguardo della guardia, attento, lo so anch’io, pensavo, lo so anch’io, ma mi serve solo la bottiglia con l’aquila russa, nel ricordo di Katia e di tutta la voluttà di sempre, del piacere, vero stimolante per vivere, vera adrenalina… tornare a casa e vuotare la bottiglia di vodka in giardino, vuotarla così, in un attimo, potlach dell’anima, gesto dionisiaco, tornare in stanza e non riuscire più a guardare quel film russo, troppa la concentrazione di ieri, troppo caffè, anche quello che bevevo alla fine del mio giro intorno al paese, intorno al parco, quel caffè di troppo, quella mente troppo sforzata a leggere, troppo concentrata, lasciare perdere quel film russo, archiviare ancora quei simboli adrenalinici, prendersi una ventina di gocce di valium e cercare il sonno, forzato, il sabato sera impazzito, la febbre del sabato sera…

La notte, un sogno dove mi squagliavo, dove le mie braccia e le mie gambe andavano squagliandosi, una sensazione stranissima, da effetti collaterali del valium, chi lo sa, un incubo, un sogno strano, nel pieno della notte, un sogno inquietante, e continuare a dormire… e poi mi trovavo in una specie di fabbrica, dove vedevo operai che altro non erano che compagni delle superiori, dell’ITIS, che stavano in quella fabbrica a lavorare non so che cosa, fabbrica metallica, e arrivava anche un albanese, un imprenditore albanese, che faceva le domande, agli operai, e con lei a tradurre c’era Rudina, mentre qualcuno o qualcosa mi svelava il senso di cognomi antichi, di ragazze e donne, il mistero dei nomi di Maria e di Maddalena, nascosti in altre etimologie di nomi, e l’imprenditore albanese si girava attorno, nella fabbrica, mentre tutti gli operai erano attorno a noi, in cerchio, a guardare e ascoltare, fino a quando Rudina non mi passava davanti, sorridendo, e uno degli operai diceva: “Cazzarola!”, e mi veniva in mente una canzone: kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua… e l’imprenditore albanese si esaltava, lasciava perdere il lavoro, e chiamava Rudina a sé, lei, sempre più sorridente, che si avvicinava a noi come esaltata, e in tre ci mettevamo in cerchio, a saltare, tenendoci per le mani, neanche fosse un matrimonio, una festa di matrimonio, una festa, come se fossimo estasiati di alcol e di musica, e cantavamo lei, i suoi capelli ricci, i capelli di lei, di Rudina, kacurrelat e tua, kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua, e godevamo di quella canzone, di quella lingua, di quel canto, della bellezza di lei, dell’estasi dionisiaca, nella fabbrica, nei sensi e nella danza estatica, e Rudina sorrideva, sorrideva come una vera innamorata, come esultante della festa, e tutti si dimenticavano del lavoro, della fabbrica, di ogni cosa… mi svegliavo, nel pieno della notte, con quell’estasi dei sensi, quel sentire dionisiaco, pieno di energia erotica, pieno di estasi, nel ricordo di Rudina, di quel sogno, di quella bellezza, di tutta l’energia di una volta, tutta l’estasi, e riesumavo quegli oggetti, quell’aquila, fonte di ispirazione infinita, di quei ricordi, e ricordavo quel sogno, quel sogno dionisiaco e quel sentire dionisiaco, e mi accendevo una sigaretta, e cercavo di non dimenticare il sogno, il sentire dionisiaco, e la notte acquistava un senso, là dove l’avevo perduto arrendendomi di fronte al film russo, di fronte ai soliti pensieri indeboliti dalle parole altrui, dovevo reagire, essere davvero me stesso, con tutta la mia energia, ricaricarmi, riprendermi, trovare la forza, l’energia, e non l’abbandono delle forze, rimanere positivo, ricordare tutta l’estasi del sogno e del sentire, sensazioni dionisiache, l’energia, la vita, il sogno, i ricordi, il desiderio, la voglia di vivere, sensazioni dionisiache nel fondo della notte, la vita che ricomincia, non più la rinuncia…

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Nel sogno azzurro…

E mi trovavo in un bosco incantato, incantato di azzurro, tra le vie e i sentieri, a camminare verso una meta, insieme ad altri compagni di una volta, Dorian, Andrea A., quello che si è sposato con una russa e si è trasferito in Russia, e altri, mi trovavo in quel bosco incantato di azzurro e ricordavo Katia, che riappariva nel sogno come estatica visione di un passato lontano, ma con la sua magia sempre presente, e dicevo che in quel bosco c’ero stato, anni e anni fa, ai tempi di Katia, e ora, forse, la potevo rivedere… vagavamo per il bosco fino a quando non entravamo in una specie di tempio abbandonato, in rovina, un tempio del mondo antico, vicino al quale c’era una città medievale con mura e castelli, e ci perdevamo un po’ tra quelle vie, in quel borgo medievale, fino a quando, là dove sorgeva il tempio, tutto si trasformava in una specie di aula di biblioteca medievale, dove si tenevano corsi per una ventina, tra ragazzi e ragazze… erano corso di scienze politiche, scienze politiche applicate per la precisione, e tutti i compagni parlavano e discutevano, mentre io dicevo che già in università avevo seguito quei corsi, e si cominciava a discutere, mentre più in là apparivano personaggi delle alte sfere politiche, governanti del mondo, tra cui Trump, e anche la famiglia reggente di qualche stato arabo, e c’era un ragazzino pakistano, figlio di alti rappresentanti del potere… si discuteva di politica e in sostanza quella classe doveva promuovere idee e progetti da presentare all’alta politica, e si cominciava a discutere, su mappe, su una lavagna luminosa, e ad un certo punto il bambino pakistano mi prendeva per mano, parlando un italiano dal forte accento, e mi indicava i vari problemi, con precisione, più di tutti gli studenti e studentesse, e si lamentava, e a un certo punto mi mostrava la mappa della California, e mi diceva che il problema era da risolvere lì, tutto girava intorno ad una piccola regione della California, e se fossimo riusciti a risolvere quel problema tutto si sarebbe risolto… e mi scervellavo, per un attimo, fino a quando non compariva Alessio Fiorello Romano, l’antico compagno della scuola serale, lui, che si riteneva esperto di geografia, cominciava a sciorinare il suo sapere e faceva colpo su una ragazzina che era lì, che gli sorrideva, e insieme sorridevano e si capivano… la stanza cominciava a fluttuare, lei e il suo legno di cui era fatta, si spostavano assi di legno e colonne, su e giù, a destra e a sinistra, come se fosse una bolla di sapone, e lo spazio si contorceva, si distorceva, e Alessio ora compariva sul soffitto, e altri dentro il pavimento, e tutto era in metamorfosi, e vedevo ancora altri compagni, come Andrea A. che parlava di politica, e anche Dorian che proponeva le sue idee, e mi sembrava di essere stato escluso da quel convegno di parole, mentre la prof italiana di russo, la prof C., con tutta la sua intraprendenza si metteva a parlare alle studentesse e agli studenti che le stavano dietro, e mi sentivo sempre più escluso, io che ero diventato tutt’uno con il pavimento di legno, incavato e infossato, senza possibilità di uscire, schiacciato dal loro chiacchierare, dalla loro intraprendenza, e la metamorfosi mi stava facendo diventare come una parte del pavimento di legno… e lo scenario cambiava, mi trovavo in una specie di discoteca, addobbata per Halloween, era già Halloween, mi dicevo, ma dentro quella discoteca c’era un altro spazio, una piccola stanza separata dalla discoteca, da dove pure si vedevano i giovani danzare e conversare, era una specie di stanza come una bolla trasparente, dove stavano i miei due genitori, a mangiare, mia madre e mio padre, che mi dicevano che Halloween era già arrivato, e perché non festeggiavo, mi chiedevano, dicevo che non avevo voglia, e quella piccola stanza mi ricordava il bilocale di mia nonna, quando ad Halloween si prendeva la pizza giù nella via dove abitava lei, quando i camerieri e le cameriere erano vestiti da mostri e vampiri, e consegnavo nel sogno qualcosa da mangiare, qualcosa da offrire, e nel caos della discoteca quella stanza trasparente come una bolla di sapone era il mio rifugio, la tavola e i miei genitori, la cena assieme, mentre pensavo: “E’ già Halloween…”…

E mi risvegliavo solo con tutta la magia del sogno, il ricordo erotico della presenza lontana di Katia, un azzurro senza fine, un sogno azzurro, come i suoi occhi, i suoi vestiti di una volta, e c’era tutto l’erotismo che mi ricordava l’ultima ragazza romena senza nome, e mi sentivo libero di svegliarmi, di fare colazione, cercando di non dimenticare le immagini dei sogni, la voglia di scrivere, dopo che ieri mi mettevo a leggere con tutta la concentrazione del mondo quei libri, con l’umore giusto, le idee chiare, il ricordo avvolgente e inebriante dell’ultima romena, e tutto l’erotismo viveva in me per scacciare pensieri fumosi e non chiari, e anche la razionalità e l’attenzione ai pensieri, dopo che la mattina mi svegliavo in uno stato d’ansia esagerato, per il troppo alcol bevuto il giorno prima, e solo con trenta gocce di valium trovavo quella pace, e con del buon riposo dopo pranzo, dove al risveglio ancora le immagini erotiche della ragazza romena mi salvavano e mi davano l’energia… un sacco di pensieri che se ne andavano via, modi sbagliati di pensare, complessi di ogni sorta, automatismi, e quell’estasi alcolica erotica e musicale aveva fatto più di qualsiasi terapia, facendomi andare al fondo dei miei pensieri, dei miei modi di sentire, facendo resettare l’anima e ripulendola di modi d’operare in eccesso, artificiali, inutili e dannosi… la giornata di ieri, un piacere e una leggerezza immensi, la chiarezza dei pensieri, che questa mattina il solo caos era dato dalle parole di quelli al bar, così attivi e svegli, a parlare di calcio, come tutti gli italiani medi, e poco importa se a parlare con loro erano una marocchina calabrese e un cinese italianizzato, la gente comune, il loro parlare che disturbava i miei pensieri del sogno azzurro, del ricordo di Katia, e mi dovevo sforzare per tenere in mente quelle immagini incantate, e la certezza del mio erotismo che si lanciava sul ricordo dell’ultima romena, come al risveglio del sogno, del sogno azzurro…

E ora quel sogno vive in me, un modo di sentire, di ricordare, un inizio che può essere fatto solo risalire al tempo di Katia, una specie di età mitica di amore e di erotismo e di piacere, e di estasi dei sensi, un sogno sperduto, che poi si sarebbe perso nella follia, ma quel sogno azzurro per quanto tempo aveva continuato a vivere in me, come un’epoca da riconquistare, da rivivere, un assetto dell’anima e del sentire, una condizione di estasi e quiete e bellezza, il sogno di Katia, il sogno azzurro che ancora vive in me, che tutto il resto era spazzatura dei pensieri, pensieri che andavano alla deriva, alla periferia, al confine con la follia, e quel sogno azzurro continua a vivere in me, come un’epoca passata, una condizione dell’anima, un sentire che non so mai se ritroverò, se non nei sogni, un sogno azzurro come la rilegatura della mia tesi sulla Russia, l’azzurro degli occhi di Katia, il suo azzurro vestire, qualcosa di stupendo della Russia, che pensavo di aver perso per sempre, e che invece ritornava nel sogno, in questo sabato che sa di fine settimana, senza lavoro, solo dedicato alle mie letture e ai miei studi, qualcosa che mi fa sentire davvero bene quando i pensieri e il sentire sono chiari, quando c’è tutto il piacere di aver trovato ancora una ragazza che fa sognare, come quella romena, come il ricordo di Katia, che posso escludere anche tutte le altre comparse nella mia vita, e dedicarmi solo al pensiero del sogno azzurro, che ancora mi invade e sa di tutto quel piacere onirico e fantastico che mi anima l’anima, che non c’è più niente da inseguire, niente da riflettere, ora che il pensiero è limpido e pulito, e si accorge di tanti modi di pensare sbagliati, e non c’è nient’altro in cui perdersi, se non nel sogno azzurro, nel ricordo di Katia, condizione dell’anima perduta e ritrovata…

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Musica… puttane… alcol…

Puttane, alcol, musica, vita scapigliata, fermarsi dalla romena senza nome, la macchina dietro di me che suonava, che cazzo vuoi? Fermarsi nel parcheggio, scendere a piedi, “Andiamo?” “Eh?” “Andiamo?” “Eh?” “Andiamo?” “A piedi o in macchina?” “In macchina…” “Va bene…”, la puttana romena senza nome, pomeriggio bruciato, dandosi all’alcol, alla musica, alle puttane, passare venti minuti con lei, la figa, la sua bellezza, la voglia di scopare, la voglia di godere e farselo succhiare, la sua arte erotica, lei che muoveva la testa su e giù, a destra e a sinistra, come un vero porno, godere di lei, e di quelle sue calze a rete, del suo corpo, della sua bellezza, “Con me eri già stato?” “Sì, settimana scorsa, giovedì…” “Giovedì scorso…” “Sì, giovedì…”, lei insieme all’altra amica chiatta, lei che non stava più sotto l’albero, ma che stava là a mostrare la sua bellezza, bellezza dalla pelle olivastra, come Andra, dalla bellezza trentenne, lentiggini sul volto, volto dall’ovale che ricordava vagamente Licia, la pelle più scura, il godimento, il piacere, la voluttà, dimenticarsi di tutto, tranne del piacere, le casse di frutta che avevano lasciato lì, in quel parcheggio, “Che cazzo hanno messo qui?” “Casse di frutta…”, “Mi dai uno di questi?”, cerchi di metallo per tenere le chiavi, “Dopo…”, un dono, che non gli davo niente, alla fine, godere solo di lei, della sua bocca, del suo sorriso, del suo volto e della sua arte, anche quando finiva con la bocca, che me ne fottevo di tutto, della settimana, del lavoro, dello studio, sentimento anarchico albanese, di un pomeriggio che doveva soltanto fottere le regole, lasciarsi andare così al piacere, senza freni, al godere con lei, con la ragazza romena senza nome, andare via senza quel dono, senza quell’anello di metallo che teneva le chiavi, e andare via fregandosene dei cartelli, della zona controllata dalla polizia, dalle macchine che suonavano dietro, dalle notti con Ana che chissà quando rivedrò, visto che tra pochi giorni deve tornare in Romania a fare la patente, e dimenticarsi di lei e di tutte, e di tutto, anche di quei libri, della biblioteca, di tutto, del lavoro, della settimana, degli studi, del lavoro, dimenticarsi di tutto…

E vagare per le strade alla ricerca della voluttà, con quell’ansia che mi rodeva, che non riuscivo a scacciare, vagare di qua e di là anche nel bosco là vicino a dove stava Andra, là dove, vicino alla discoteca di liscio, c’era gente che lavorava sulle vecchie giostre del parco giochi, cercare un altrove, per fumarsi una sigaretta, là, in mezzo ai cespugli, in mezzo alla strada, andare oltre e fermarsi là, dove una volta stavo con Andra qualche volte in macchina, là, tra i cespugli e tra le strade sterrate di gente che faceva il giro del parco, a piedi, in bicicletta, tutta gente salutista, tutta gente che ci tiene alla salute, al fitness, vaffanculo! Ci voleva una trasgressione, di quelle serie, una volta ogni tanto, per terminare tutta l’ipocrisia di sempre, andare al bar e prendersi una Ceres, strong ale, 7,7 gradi d’alcol, bersela lì, al di là del furgoncino rosso che arrivava e chiedeva di qualcuno, che cazzo ne so io, non lo so, lasciatemi godere la natura e questa birra, e il ricordo dell’ultima puttana, e l’addio ad ogni spiritualità che sa solo di ipocrisia, basta! Lasciatemi godere l’anarchia dei sensi, che l’unico simbolo della vita è quell’aquila dionisiaca rossa e nera che si innalza di nuovo nella vita, tra la musica, il sesso, e l’alcol, e basta con i discorsi e il modo di sentire frenato di Eugenia, che fa solo male, lasciatemi libero, dottori, preti e gente religiosa, lasciatemi di godere fino alla morte, perché la vita è una, e ha bisogno di eccessi e di godimento, e non delle vostre prediche!

Godere di una birra e riprendere la macchina e andarsene via, a cercare altra birra, al supermercato, tre bottiglie con cui ubriacarsi e dimenticarsi il mondo, andare là, guidare la macchina come un disperato e ritornare nel bosco, godere ancora e godere della musica che usciva dal tablet, musica albanese, e dimenticarsi di ogni cosa, straniamento cognitivo, dei soliti luoghi, dei soliti pensieri, dei soliti automatismi, di quella stanza posseduta dal demonio, di quella casa, di quella officina, liberare l’anima, e sognare di altrove che non esistono, la bella vita, quella che faccio, con queste puttane, con questa musica, con questo alcol, che l’albanese in me riviveva e rinasceva, e se ne fotteva di tutto, di tutta l’ansia, di tutta la sete di perfezione, l’uomo perfetto che non esiste, la perfezione, tra sigarette, dieta e puttane, alcol che non c’è, relazioni, musica, sogni d’altrove, lavoro e studio, la perfezione che non c’è, e tutta la voluttà del mondo, vita scapigliata…

“Buongiorno!”, lo sapevo che dovevano arrivare, carabinieri o polizia, lo sapevo già, era già due o tre volte che li incrociavo per le vie, girando di qua e di là, cazzo me ne fotte, dicvevo, e spegnevo la musica dal tablet, la musica albanese… “Di dove sei?” “Di “Lim***e”, “Ah, hai un documento?” “Carta di identità va bene?” “Meglio la patente” “La patente è qui…” gli porgevo la patente, scendendo dalla macchina dove stavo sdraiato con le gambe per aria sulla portiera, dopo che quel carabiniere mi chiedeva come stavo, “Tutto bene”, gli dicevo, “Mi stavo rilassando, bevendo, ascoltando la musica…” che cazzo volete da me? “Non metterti alla guida se bevi” “Sì, sì, infatti…” controlli generali, se avevo stupefacenti, “Non dirmi di no che poi se li trovo è peggio…” “Non li uso… uso solo l’alcol…” e quel carabiniere cercava in macchina, mi diceva di vuotare le tasche, “Non li uso, gliel’ho già detto…” vita al di là della legge, vita da albanese, altro che “Di Lim***te” come gli dicevo, “Shqiperia”, avrei dovuto dirgli, la patria dell’anima, il caos, il piacere, la voluttà, oltre ogni senso, il caos e l’anarchia dei sensi…. ma sapevo che quel controllo da carabinieri non avrebbe portato da nessuna parte, avrebbe solo interrotto il pomeriggio alcolico ed erotico senza grandi conseguenze, gli porgevo, patente, carta di identità, documento della macchina, “La macchina è di suo padre?” “Sì…” “Ha precedenti?” “Che precedenti?” “E’ stato mai fermato?” “Sì… per dei controlli…” e mi passava davanti la vita, l’arresto da minorenne, le puttane dei ventiquattro anni, la follia, l’ultima volta fermato con Leida, quella volta che non avevo la patente lì a S***go”, controlli… che per poco non mi fermavano anche mentre andavo al Carrefour, quest’oggi, senza cintura, mezzo ubriaco, che cazzo me ne frego, Albania dell’anima, liberiamoci, togliamo i freni, chi cazzo se ne frega, e anche se ero mezzo ubriaco davanti ai carabinieri sapevo che non mi potevano fare niente, legalmente era tutto a posto… già c’è la polizia che rompe i coglioni, è ora di togliere anche la polizia dell’anima… “Stia pure lì seduto in macchina…” e si mettevano in macchina loro a controllare documenti, a parlare con non so chi, controllare se tutto era a posto, e me ne stavo lì, pensando solo a come continuare il pomeriggio ascoltando la musica, bevendo, e mi accendevo una sigaretta, e quelli lì continuavano a controllare i documenti, controllate pure, che cazzo me ne frega, non troverete niente… e finivo la sigaretta e quelli lì mi dicevano “Va bene”, abbassando il finestrino, “Tutto a posto?” “Tutto a posto!” “Va bene!” “Arrivederci!” Salve!”, lasciatemi qui, in pace, a rilassarmi, a godermi la mia Heineken e a fumarmi le mie Chesterfield rosse, ripensando e godendo ancora con la ragazza romena senza nome, lasciatemi godere ancora di lei, della visione della sua figa, della sua arte erotica, della sua bellezza, dell’anarchia di questo pomeriggio, e lasciatemi godere ancora del pomeriggio senza pensare più a scappare in Russia, in Albania, in Inghilterra, e lasciatemi godere solo di questo pomeriggio alcolico ed erotico e musicale, e non lasciatemi più pensare, il lavoro sarà un altro giorno, così lo studio, lasciatemi godere di questo pomeriggio e chi se ne fotte… i carabinieri se ne andavano, non avevano niente da dire, tutto a posto, e ritornavo ad ascoltare la musica, a pensare a lei, a ricordare Andra, a come questo periodo della vita mi ricorda il periodo con Andra, finita la follia, ricominciata la mania religiosa, il controllo di sé, la ricerca di piacere, l’attesa di un futuro pieno di vita, che allora trovavo nella scuola serale, nell’università, quel futuro che stento a vedere, quel futuro che non riesco a immaginare, regno di passaggio, come il periodo con Andra, senza quella voluttà languorosa con Xhuliana, senza tutto l’amore con Alina, senza la lascivia senza fine con Leida, senza i sogni ad occhi aperti con Marina e Ana, senza quel caos, regno di passaggio, regno di voluttà, di piacere, di regole che vanno a farsi fottere, anarchia dei sensi e Albania dentro di me…

E la musica continuava a inondarmi, così come l’alcol, la birra Heineken, fottendomene della dieta, della religione, di credenze strane, di medicina e salute e perfezione, e tutta l’anarchia dei sensi mi invadeva, e me ne fottevo di tutto, dei carabinieri, del controllo, degli stati su Facebook, di condividere chissà che cosa, me ne fottevo, e la musica continuava e continuava, e così l’alcol, e così il piacere e la dimenticanza di ogni cosa, e solo il piacere mi inondava, là tra i cespugli, nel bosco, nella radura, che me ne fottevo anche di quella Toyota blu che passava di lì, con uno scemo al volante, che mi chiedeva se qualcuno era passato di lì, chissà, forse uno spacciatore, chissà, e anche l’altro furgoncino rosso che passava, un altro che chiedeva di chissà chi, chi lo sa, e tutto si collegava, il controllo dei carabinieri, la gente in cerca di droga, là in quel posto sacro perché una volta c’era Andra, là in quel bosco, quasi al degrado, tra quella gente salutista e io che mi davo a musica albanese e a ricordi erotici, libero, dandomi all’alcol, fottendomene di tutto, altro che spiritualità, divinità, religione, perfezione, e tutto il resto, solo il ricordo di lei, dell’ultima romena senza nome mi riempiva, e il piacere, e la musica e l’alcol, e me ne fottevo di tutto…

Musica… alcol… puttane… che non ne potevo più di quei discorsi moralisti di certa gente, e altre cazzate, e altri freni dell’anima, e altre visioni dei soliti luoghi, dei soliti posti, e la poesia scapigliata viveva dentro di me, senza essere letta, perché aveva solo bisogno di musica albanese per rilasciarsi nella fantasia e nel mondo del piacere e della voluttà, senza freni, sentire anarchico dell’anima… musica… puttane… alcol…

Pensieri liberi, Sogni, Visioni

Dimenticando, ignorando, indifferente, nella leggerezza…

Ah, e finalmente il cellulare nuovo è arrivato, questa mattina, mentre quasi mi stavo addormentando, dopo una nottata fatta di musica e di sogni erotici mai visti, dove mi perdevo in città immaginarie, dove l’asfalto si scioglieva come neve per lasciare posto allo spazio stellare infinito, e mi perdevo nella città, alla ricerca della mia macchina, chissà dove parcheggiata, e cercavo un’unica ragazzina che si vendeva, nella città silente nella notte, quasi con il coprifuoco, una città disabitata e asettica, che mi ricordava quella via del paese vicino dove arrivo quando finisco la mia camminata e torno indietro, ed ero invaso da sogni erotici, che mi facevano vedere anche in una specie di cabina astronautica, io, rannicchiato lì dentro come a viaggiare nello spazio e nel mondo, e ricordavo varie ragazze, varie bellezze, e tutta la notte era un continuo sognare erotico e di paesi asettici e astratti come questo, mentre la musica albanese nuova continuava a risuonare dentro di me, dalle cuffie del pc, che mai e poi mai avrei voluto addormentarmi, ma solo perdermi in un mondo fatto di sola musica, di sole canzoni, di solo canto, un mondo dal canto erotico e dai sogni erotici, che non avrei mai smesso che la notte finisse lì…

Dicevo, il cellulare nuovo è arrivato, con il corriere, questa mattina, quando stavo per buttarmi giù sul letto per il sonno erotico ma disturbato della notte, ero già pieno di parole in lingua tedesca che guardavo dalla televisione DW, e già non ci capivo più niente, mi alienavo in quella visione, e non ne potevo più ad un certo punto, e il massimo modo per staccare era installare le nuove app, caricare il telefono, mangiare qualcosa senza pensare troppo alla dieta, e solo dopo pranzo, veramente buttarsi giù per recuperare le ore di sonno perdute, solo per risvegliarsi di nuovo, con l’energia erotica ancora attiva, senza però una ragazza precisa, senza sognare nessuna in particolare, come un sogno, come un mondo onirico, e ricevevo anche la prima chiamata su questo telefono, da parte di Maria Teresa…

Le dicevo le ultime, che alla fine avevo posto il sigillo sul mondo del lavoro, sulla Russia, sull’Inghilterra, e lei era tranquilla, leggera, accettava con semplicità la mia decisione, e mi liberava l’anima, anche quando mi diceva di passare qualche volta lì, senza troppi pensieri, senza troppe negatività e pesantezze, e mi sentivo leggero così da svegliarmi e andare a prendere un caffè al bar, cercando di stare più indifferente a certi temi che non smetto mai di indagare, mentre dovrei lasciarli più stare: le religioni, le lingue, la filosofia… i miei tre campi più grandi di studio, che sarebbe meglio davvero lasciare perdere per un po’, non pensarci più, vivere più leggero e più spensierato, come quando mi svegliavo per rispondere a Maria Teresa, come quando vivevo quei sogni erotici e anche un po’ fantascientifici questa notte, e voglio solo più leggerezza, e la cercherò anche in questa giornata, che ormai si rivela essere senza lavoro, senza sentire neanche più le parole di Saverio sul dover lavorare per forza, lasciatemi vivere, lasciatemi essere più spensierato, e viva la leggerezza…

Non so cosa farò, se mi perderò davanti ancora a questi dispositivi elettronici, se mi darò a qualche libro, se avrò ancora la voglia di vedere qualche televisione in qualche lingua straniera, ma mi devo anche emancipare dalla vecchia ingiunzione del dover studiare per forza, di dover fare l’intellettuale, il sapientone, e si possono vivere le giornata anche solo rilassandosi, sopratutto dopo la lunga e pesante giornata lavorativa di ieri, e per fortuna che oggi c’è più tempo libero…

E non so cosa farò, e non mi va di invocare grandi dottrine a cui rifarmi, grandi pensieri, qualcosa farò, per passare il tempo, senza perdermi e alienarmi troppo come ho fatto spesso nell’ultimo periodo, voglio uscire da questo mondo dove mi rinchiudo, dove scappo, dove mi alieno, e al posto dell’alienazione voglio solo più leggerezza, ed è già qui a portata di mano, senza perdersi troppo…

E va bene così, la giornata è leggera, il ricordo dei sogni erotici e dell’energia erotica mi danno quel leggero senso di piacere che ultimamente mancava alle giornata, e non mi va di appesantirmi, con niente, e la giornata potrà andare avanti così, dimenticando, ignorando, indifferente, nella leggerezza…