Pensieri liberi, Visioni

E per ora basta solo ricordare Alice, e tutto il vissuto dell’ultima settimana, e andare oltre, al di là di ogni cosa nel tempo…

Ascoltare musica cinese, ieri, tutta la mattinata, dopo la nottata erotica con Alice, che volevo assolutamente vedere per togliermi l’incantesimo di Valeria, dopo tutte quelle mattine al bar, ascoltare la musica cinese e godere di quei suoni, di quel canto, perdersi nelle visioni post-erotiche, e ricordare anche il silenzio dell’altra barista cinese, bionda, Luna, che nel suo silenzio era più di mille parole in una mattinata dove dovevo ammettere di distogliere dalla mente la visione di Valeria… Valeria, che la sua presenza già si manifestava l’altra mattina, quando mi svegliavo dopo essermi ubriacato a causa dei capelli che avevo fatto tagliare, non più capelli lunghi, come quelli di Ana, di Valeria, di Alice, ma capelli corti, da uomo, che anche Bruna e Loena, e altre donne mi dicevano che stavo meglio così, quei lunghi capelli che mi ricordavano anche il periodo terribile al bar di Dong Dong, era ora di darci un taglio… mi svegliavo e mi accorgevo che il mio narcisismo da capelli lunghi era finito, e che l’incantesimo di quelle ragazze aveva fatto il suo corso, il suo corso così naturale che si perdeva con Ana, l’ultima volta, con Alice l’altra notte…

Che era normale finisse così dopo delle giornate perse tra barbieri turchi e pizzerie turche, anche di pasqua, quando scappavo di casa per il cibo immangiabile e piuttosto preferivo un panino felafel, là in quella pizzeria dove due giorni prima mi sentivo un sufi, quando quell’appuntamento con Saverio mi dicevano che saltava, e si apriva il tempo e l’infinito di questi giorni di vacanza, che camminavo per quelle vie, stavo seduto in pizzeria sentendomi un pascià, pensando ad Ana, sentendo dentro di me le sure del corano, pensando ad Ana e alle sue serie tv preferite, quelle turche… che mi ricordavano anche come il giorno prima dal parrucchiere turco sentivo Mustafa e l’altro romeno parlare: “Allora, cos’è!? Si vive una volta sola! Nella vita ci sono sole le donne e il cibo, il resto non conta!”, e Mustafa gli rispondeva: “Eh! Sei schiavo delle tue passioni! Io vivo due volte invece, anche dopo!”… che sembrava la scena di un film, anche se aspettavo due ore lì dal parrucchiere, due albanesi davanti a me, giovani, tamarri, che poi ne arrivava un terzo che si lamentava per finta del tempo d’attesa, gente abbastanza losca, vestita bene, ma comunque losca, pacchiana, e quei turchi che gli dicevano che c’era gente che aspettava da più tempo, e quello lì poi se ne andava con gli altri due che invece si erano messi d’accordo così… mi facevo tagliare i capelli e non facevo scena muta, scena inquietante, scambiavo due parole, sulla Juventus, su Cristiano Ronaldo, sulla Champions, su Ultimo, il cantante preferito di Loena, che quel giovane turco canticchiava, si scambiavano due parole e tutto diventava più gestibile, quella strana sensazione che si ha quando si è in mezzo a stranieri che non conosci neanche… poi c’era Bruna e le altre a fare i complimenti ai capelli, e quindi andava bene così, che poi quel turco lo ribeccavo proprio il giorno di pasqua, mi passava il panino dal bancone al tavolo, e quasi quasi mi sentivo meglio tra i turchi e gli albanesi e i cinesi che tra i miei amici italiani…

Gli amici italiani, che sabato non volevo vedere, loro e i loro discorsi soliti, tra ipocondria e amore delle cose vecchie, snobismo delle cose nuove, l’altro amico che l’altro giorno mi faceva incazzare per le sue improbabili sceneggiature ispirate al vangelo, di divinità nate da vergini e storie simili, che mi incazzavo e gli rispondevo male al telefono, giocando a recitare la parte dell’islamico, dell’ebreo e dell’ateo, per fargli capire che c’è il relativismo al di là delle storie religiose che ti raccontano e alle quali sei abituato in questo paese nel quale vivi… e mi incazzavo forse anche un po’ troppo, un po’ come quando si mette a parlare di Prince e Michael Jackson, e dei nuovi cantanti che a confronto non reggono, e discorsi simili, dove il vecchio è sempre meglio del nuovo, io che invece preferisco sempre le cose nuove alle cose vecchie… e così, un sabato che preferivo non uscire la sera, proprio per i soliti discorsi, per lo stress, per la stanchezza, e domenica quei cinque caffè mi facevano perdere la testa, che se non era per le macchine dei carabinieri che incrociavo mentre guidavo forse avrei ucciso qualcuno, talmente ero nervoso, per fortuna che poi c’era la corsa che mi calmava e anche Alice di notte, dopo innumerevoli giri dell’anima a vuoto alla ricerca di qualcosa che fermasse il delirare e l’eccitazione erotica che poi si liberava con Alice…

E per fortuna che c’è stata lei ad aprirmi gli occhi, a farmi liberare, che ora tutte quelle cose per le quali me la prendevo mi sembrano davvero delle inezie, e non mi va di star qui neanche a nominarle, a parte forse quei discorsi di Barre, lui e le sue notizie che collega e si crea storie che non stanno in piedi, come le sue improbabili sceneggiature, il mondo di finzione nel quale vive, convinto che possa diventare famoso e ricco mandando foto e email da casa sua senza farsi mai vedere, lui e l’altro amico che hanno anche paura ad attraversare la strada con il semaforo pedonale rosso, anche quando sulla strada non c’è evidentemente nessuno, loro e le loro teorie, come quella di Tinder che non ci vuole un attimo al giorno d’oggi, basta avere Tinder, come se la prostituzione non fosse il lavoro più antico del mondo, loro e le loro teorie sulle tipe, sulla musica, sui film, sulla gente in giro, insomma, i soliti discorsi, ecco che non mi interessano più e per un po’ non so neanch’io se farò a meno di loro o che cosa, so solo che voglio godermi questi liberarmi da mille pensieri, come anche da quel libro sulla psicologia dei consumi che stavo leggendo, quei libri sul buddhismo, o quel romanzo in cinese, quell’altro in russo, quel telefilm cinese, che mi va solo di liberarmi di tutto e non pensare più a niente, tranne ad Alice che mi ha aperto gli occhi, dopo la folgorazione di Valeria…

E rimangono solo loro, Ana e Alice, a liberarmi da me stesso, mentre mi accorgo, leggendo qua e là libri, ragionando, di come anche la gente intorno a me non sia proprio del tutto a posto, ma lo sai che la gente in giro è davvero strana, e ognuno ha un po’ le sue, e il mondo va avanti lo stesso, senza per forza vedere sintomi dappertutto, esagerandoli o che cosa, e a volte basta anche un pranzo in un ristorante, come oggi all’all you can eat, per accorgersi di star prendendo scie estreme di pensiero, e che non c’è niente da esagerare o che cosa, basta non avere pensieri e vivere così come viene, al di là che quello sia mezzo maniaco, quell’altro ipocondriaco, quell’altra amica di mia madre traumatizzata per la morte di suo padre, quell’altro collega ossessionato dalla madre e via dicendo, che ognuno poi ha la sue particolarità, e va bene così, anche al di là dei libri di psicologia e delle proprie osservazioni e dei propri giudizi sugli altri…

E non so cosa farò, non so neanche se sentirò di nuovo gli amici nei prossimi giorni, se aspetterò di vedere Saverio, se mi metterò a leggere ancora quel romanzo in cinese, quell’altro in russo, se lavorerò forte come ho lavorato settimana scorsa, su ponti e pedane, se mi perderò in finzioni, se rimarrò concentrato, o se mi sentirò un sufi ancora come l’altro giorno in pizzeria, o estasiato come ieri tra quelle canzoni e quel romanzo in cinese, o incazzato come qualche giorno prima, o chissà, soddisfatto dell’allenamento, o non so che cosa, e tutto andrà avanti lo stesso, forse come oggi dopo pranzo, con quell’immagine bianca di GuanYin che chiudeva l’estasi erotica del giorno prima, e quel libro di psicologia dei consumi, e quelle riflessioni su me e sugli altri, esagerazioni e non, e per ora basta solo ricordare Alice, e tutto il vissuto dell’ultima settimana, e andare oltre, al di là di ogni cosa nel tempo…

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Tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore…

“Oh, listen to them
The children of the night
What sweet music they make”
[From Bram Stoker’s “Dracula” (1897)]

May dreams be brought that I might reach…
The gentle strains of midnight speech
And frozen stars that gild the forest floor

Through the swirling snow
Volkh’s children come
To run with me, to hunt as one
To snatch the lambs of Christ
From where they fall…

From where they fall… to snatch the lamb of Christ… ancora, ancora una volta, tutta l’estasi di essere stato con Ana, la ragazzina romena che mi diceva che andrà in Inghilterra a settembre, che raccontava delle sue serie tv turche, quelle telenovela dove si amano, si ammazzano, finiscono in prigione, si lasciano… la Romania, l’Inghilterra, da romanzo ottocentesco, Dracula, il drago, il serpente, il demonio, quello che mi ha portato via nell’ultimo periodo, da quando decidevo di andare con sua sorella Alexia, e tutto il caos di impormi di non vederla più, Ana… Dracula, drac, che ora diventa drag, dragostea, amore, le sottili differenze di altre lingue, come quella canzone, dragostea din tei, amore dei gigli, m-amintesc ochii tai, mi ricordano i tuoi occhi, come Eugenia che è ritornata a farsi sentire su Facebook, su Instagram, lei che è scappata negli Stati Uniti a sposarsi come Oana era scappata in Italia, come Ana scapperà in Inghilterra, come quel film, Occident, di donne che prendono e lasciano tutto e scappano via, per sposarsi, per andare via dalla Romania, “In Romania si sta male”, diceva Ana una volta… e questa musica, che fa cortocircuito tra Ortodossia dell’anima e Black Metal inglese, la bandiera con la croce inglese, e la croce di Sant’Andrea, come l’altro fratello di Ana, di un anno, Andrei… tutto ritorna, il cerchio si chiude, dopo essere stato in un’altra dimensione da settembre a marzo, tra terrori chirurgici ed evasioni estremo orientali, ci voleva il volto di Ana, la sua bellezza, le sue parole, a farmi tornare a provare il piacere e il languore di essere con lei, l’erotismo e il languore… che tutto ora diventa un flusso di immagini e associazioni, come ogni volta capita dopo l’erotismo, quando il languore si impadronisce di te, e non sai più se ti stai facendo crescere i capelli per assomigliare a un cantante black metal e o ad un monaco ortodosso, quando non rimane più niente intorno a te, quando il mondo finisce e rimane solo l’amore per lei, come quando la vedevi seduta là nella macchina di sua sorella targata Romania, ad aspettare la fine della notte, nei suoi abiti da ragazza normale, quella draculità dell’anima che porti dentro, tra erotismo e languore, e sogni depressivi e neri, note black metal e canti ortodossi, quando ti vesti di nero perché non rimane più niente, neanche le icone ortodosse di quella chiesa dove cadevi in estasi, vent’anni fa, quando un’altra ragazzina romena ti si presentava davanti mentre tu stringevi il tuo dizionarietto di cinese italiano, come se fosse un grimoire esoterico da cui trarre le parole, e vent’anni dopo quel sogno si realizza nell’erotismo con lei, con Ana, che oggi al finire di leggere 1Q84 di Murakami vedevi in Aomame, lei, Ana, anche quando si suicidava, anche quando il protagonista Tengo andava al di là di suo padre, di sua madre, per cercare lei, chiunque lei sia, e qualcosa di più profondo del solo erotismo e del sole languore ti colpiva… quasi barcollare dall’estasi e dallo sviamento, dal languore, non sentire più bisogno di caffè che gli altri giorni ti facevano partire i nervi, insieme all’alcol, facendoti sentire dentro una canzone black metal, dove si urla come infestati dal demonio, e l’anima non ha pace, saltano tutti i nervi, e ogni connessione, solo per riprovare esperienze estatiche dove capivi che tutto era dovuto a quel demonio che ti infestava, anche le altre volte nei periodi dove stavi male, indipendentemente dalla notte, dalla strada, perché l’altro giorno altro non eri che al parco e in biblioteca, a farti, come un black metallaro, di alcol e caffè, senza riuscire a dormire come un barbone sulla panchina del parco, tra le piante, tra la natura, e il demonio si impossessava di te, come troppe volte nell’ultimo periodo… al di là del black metal, al di là dell’ortodossia dell’anima, c’era solo Ana e tutti i sentimenti e la carica erotica per lei, la ragazzina romena che ti ha sviato più di tutte nell’ultimo periodo, al di là di oggetti magici da posizionare attorno alla stanza che non è più tua, come dei cerchi magici, perché ora non c’è più luogo, tutto si apre come una primavera che sboccia, e non c’è più differenza tra giorno e notte, aperto e chiuso, e ti senti l’anima invasa di un languore che non sai definire, e ritrovi tutto il languore di un tempo, e non sai che fartene dei caffè, dell’alcol, della musica, e vivresti solo di queste sensazioni, perso per sempre tra le sue parole e quelle degli amici, e delle altre persone che ti sono passate affianco, e dei consigli altrui, e tutto era solo per lei, solo per lei, Ana, che fa rinascere il tempo e chiude il circolo indemoniato dell’ultimo periodo… non ti perderai come i tuoi amici dietro sogni e utopie di successo e fama e soldi, o di ragazze conosciute davanti ad uno schermo di un cellulare, a perderti inseguendo miraggi di puro ed esclusivo erotismo, ti perderai invece al confine tra un cantante black metal e un monaco ortodosso, dilaniato tra l’amore e il demonio, drac si dragoste… e perdi e riacquisti ancora la tua identità, dopo le ultime prove, gli ultimi giri nei mondi dei demoni, e rinasci a nuova vita in una domenica che non sai più neanche come chiamare, delle emozioni che non sai più come definire, e non scapperai più da te stesso alla ricerca di quieti d’altrove che non esistono, perché tutto era in te, per lei, Ana… e non saprai che fartene del pomeriggio, della notte, dei discorsi degli amici, di quelli con gli altri e dei tuoi genitori, andando oltre tutto, le parole parole della politica, gli stessi libri e le stesse altre dottrine, l’immaginario che scaturisce in te da questo languore, lo sviamento, la costruzione di divinità che diventavano idoli d’oro, oggetti magici, talismani, grimoire, quando in te vive solo l’amore per lei, e il demonio che si insidiava sempre sembra ora in esilio… con delle ali dorate su delle vesti nere cadi, from where they fall, cadi come un angelo caduto per sempre questa volta per lei, non per Alexia, non per Leida, non per Alina, e ti ricordi di allora, di quando c’era Katia, e non c’era la scuola, non c’era il lavoro, e le vertigini della libertà, delle giornate e delle settimane senza paletti, senza punti fissi, pura vertigine della libertà ti faceva provare lo stesso sviamento di oggi, tra litanie coraniche e canti ortodossi, deliri dell’anima e ricerche spasmodiche di sensi mistici, quando tutto era dovuto all’erotismo e al languore… ma non vorrai più perderti ora che hai trovato l’orientamento dell’anima, al di là di lei, dei periodi oscuri, del demonio che ti tormentava, e anche nelle vertigini della libertà sai ora trovare l’equilibrio… come quella gente che vedevi passeggiare ieri notte là a Milano tra le vie dell’Isola, coppiette varie, innamorati, non angeli caduti e perduti come me, disperati a volte di trovare un senso e una direzione in questa vita, capivi loro, il loro perdersi, il loro cadere, e il loro non perdersi più, tra le parole degli amici che scivolavano via, come insignificanti, appartenenti a mondi che non hanno conosciuto sviamenti, demoni sussurranti, abissi e vette, solo per rinascere insieme agli altri, alle altre nel ricordo di lei, in quel bicchiere di vino rosso che rifiutavi al Nord-Est, al di là di quell’altro barista dai capelli lunghi come Cristo che ti serviva la birra il giorno prima, al di là della stessa cameriera bionda, delle donne che vedevi stamattina al bar, del silenzio che fa parte di te, per non perderti e disorientarti tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore… che ti vengono in mente mille cose come fasci di luce e sinestesie musicali e linguistiche, tutto che fa parte del languore quando il demonio stessa si dissolve in un languore senza fine, e l’angelo caduto in te sembra tornare a sentire la divinità, tutto per lei, per l’erotismo per Ana, al di là di tutte quelle che ricordi, Andra, Xhuliana, Alina, Leida, Alexia, Katia… ti ricordi ancora le estasi dello sviamento, del languore, dell’estasi, sai dove va sempre la tua anima ogni volta, e questa volta si libera, sa di essere se stessa, sa che basterebbe pensare a lei, ad Ana, dove sarà, cosa farà, quando sarà, chi sarà, come, come ai tempi di Katia, lo sviamento in te e la sua realtà là fuori, chissà dove, la fantasia e i deliri senza limiti, i mondi paralleli, le cose che non esistono e la fine del mondo, della fantasia, dell’irrealtà, là dove cala un sipario nero e una luce bianca, tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore, perderti ancora e ritrovarti, in tutto il languore per lei, Ana…

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E mi perderò ancora in lei, Ana, al di là delle parole e dei pensieri…

Bersi un caffè e comprarsi le sigarette al bar, come ogni mattina, dopo l’altro caffè della mattinata, rito propiziatorio della giornata, dopo che ieri sera rivedevo Ana e tutto l’erotismo tornavo in me, quando godevo con lei, che scacciava i vecchi pensieri di quella demone cinese, 妖怪,e il mondo poteva ricominciare… non c’erano oggetti amuleti magici nella mia stanza, tutto era fatto di vuoto e di luce, come quelle pagine sullo zen che sto leggendo, che non ha più neanche senso perdersi in domande inutili, come quel libro intitolato: “Dio esiste?”, che vedevo là in biblioteca ieri, quando andavo a guardarmi il film cinese
倩女幽魂, la versione vecchia dell’87, e quella nuova, del 2011, e poi ricominciavo 神雕侠侣, la lingua cinese che suonava più bella della lunga e noiosa lingua russa, le parole che scorrevano più dolcemente, nel ricordo anche di Valeria, e quella lingua che mi era più congeniale, più bella, più pulita, ora che in questo periodo vado sempre al ristorante cinese giapponese a mangiare, e la voglia di Oriente ritorna… mangiare lì e per un attimo perdermi in paranoie sulla dieta, come quando ieri andavo dalla dottoressa di base per capire se dovevo perdere chili o meno, un po’ fuori di testa, che quella capiva, alla fine della visita, chea avevo davvero bisogno della mia chimica giornaliera… e poi le parole di chi mi passava di fianco quando correvo, chi diceva di andare a donne, chi mi passava di fianco correndo, con un pallone, tutta l’energia che in me risiedeva, pronta a esplodere, e la tranquillità, e le parole di Maria Teresa sul lavorare ogni giorno, la mia tesi più difficile: impegnarmi costantemente sul lavoro… e lavorare… chiamare ieri sera mio fratello per fare gli auguri di compleanno a mio nipote, 13 anni, i suoi regali, l’inter che ha vinto sul milan, una pizzata insieme quando sarà, in compagnia… giocare l’altro giorno a “King of fighters”, come ai tempi degli amici cinesi, godere ancora di quel gioco, dal nemico finale imbattibile, ma godere ancora di tutte quelle mosse, quegli effetti speciali, come un ragazzino, giocare a quel gioco che per me era come se fosse nuovo, forse innervosirsi dopo un po’, ma divertirsi lo stesso… Cina, Giappone, Estremo Oriente, che in questo periodo mi piacciono i libri sullo zen, quell’arte buddhista, tutto il pantheon di divinità, che è qualcosa di nuovo da apprendere, e quella riflessione sull’illuminazione che scaccia via tante sovrastrutture costruite sul niente, drammi sentimentali passati, vacuità delle illusioni che si presenta in sé lasciando spazio all’anonimità dei pensieri, alla loro inconsistenza, a le false credenze spazzate via dal desiderio e dalla bellezza di Ana, che ieri sera rivedevo… godere della sua bellezza, della sua voce, del suo viso, anche quando mi chiedeva della mia amica russa, Marina, che scompariva come scompariva anche Alice, la 妖怪,quando rivedevo il volto di Ana, così simile a Inna, davanti a me, la sua bellezza che mandava via anche discorsi inutili degli amici, le loro fisse, e io che mi perdevo in lei, che era quasi la chiave di volta di tutto, pensarla ancora, immaginarla ancora là all’angolo di una via, con i suoi pantaloncini, le calze, la sua maglietta rosa, la sua bellezza di fianco a sua sorella Alexia, e tutto l’erotismo che si liberava, e la tranquillità dell’anima che sto imparando da quei libri zen, l’assenza di immagini, di distrazioni, di concetti e astrazioni, tutto che si liberava così, che ancora adesso l’unico pensiero va a lei, alla sua bellezza, alla sua voce, al suo corpo erotico… e poi lei, che mi diceva che ero un po’ triste nell’ultimo periodo, io che le dicevo che in quest’ultimo periodo stavo cercando di riflettere, o meglio, fare mente locale, spazzare via un sacco di cose, fare chiarezza, e che ero stato tranquillo nell’ultimo periodo, anche senza la mia amica russa, che non mi piace, né nel parlare, negli argomenti, nella lingua, nell’aspetto, quando diceva che aveva intenzione di sposarsi, e tutto veniva spazzato via dal volto e dalla voce di Ana, dal suo volto, dalla sua bellezza, ogni cosa veniva lanciata nel tunnel del passato, che non mi va neanche a stra qui di ricordare, e tutto me stesso si colorava della sua bellezza… anche quando stamattina andavo al bar, e mi ricordavo Bruna quando mi guardava e diceva fra sé: “Kelly…”, come ad indicare una ragazza che non c’era più, quella ragazza che era Ana… adesso essere ancora un po’ stordito da quel doppio caffè, che i pensieri affiorano e vanno via all’impazzata, se non ci fosse il pensiero di Ana che da tutta la tranquillità, il dolce ricordo, la sua bellezza, che inutile star lì a invocare divinità lontane, che mi assicurino la giornata nei suo vari aspetti, e anche andare al ristorante cinese non è più niente, demoni femminili ormai sigillati dal ricordo di Ana, da quel film sui fantasmi cinesi, da quelle immagini di Buddha e quel libro sullo zen, quelle pagine di Haruki Murakami, che la vita va avanti lo stesso, al di là della tristezza che Ana vedeva in me, al di là della tristezza che io vedevo in lei, al di là degli umori un po’ gravi, che vincevano attraverso le parole con lei e tutto l’erotismo… Ana, Ana, che ci voleva proprio lei, ci voleva proprio lei e per un po’ andrà bene così, senza astrazioni e convinzioni sbagliate, senza sovrastrutture inventate per spiegare la mia vita, la mia vita è semplice, è fatta di lavoro e studio, di gente con cui parlare, e niente di più, nel ricordo di Ana, che anche tutti i battibecchi immaginari con le persone che incontro non esistono più, spazzati via dalla voglia di lei e da lei, Ana, che mi sembrano stupidi tante di quelle pensate che nell’ultimo tempo affioravano in me… e forse è vero come mi dicevo ieri, quando mi ispiravo allo zen per cercare l’illuminazione in me, che non aveva più bisogno di paradisi artificiali fatti da chimica, alcol, estasi mistiche, ma era solo la voglia di lei che faceva girare ancora tutto me stesso… e continuerò così, appacificato dall’Estremo Oriente, a continuare a studiare quei libri, leggere ideogrammi, guardare serie tv cinesi, leggere Murakami, guardarmi quell’arte buddhista, al di là di ogni divinità, ortodossia immaginaria dell’anima, che nascondeva solo Ana e forse anche sua sorella Alexia, e tutto evaporerà da sé, ogni costrutto immaginario e artificiale, finché ricorderò Ana e la sua bellezza e l’erotismo con lei… non so che farò stamattina, prima di lavorare, guarderò forse come ormai è abitudine qualche telegiornale, in inglese, francese, italiano, russo forse, mi perderò nelle immagini, nelle parole, forse senza pensare a niente, forse solo ad Ana, a nient’altro, alla vacuità che è in me, all’inconsistenza di cose del passato che dovranno svanire, e tutto si perderà via così, come un sogno, come un ricordo di Ana, e invece di costruire astrazioni le vedrò andare via, evaporare, lasciare il velo di Maya, lasciar perdere la voglia di leggere questo, sapere quello, impormi una disciplina ferrea tra dieta e sigarette, perché tutto se ne andrà via da sé, si perderà nell’aria, senza più l’attaccamento a concetti e astrazioni nate dal nulla, oggetti magici, parole magiche, ora che la voglia di Ana fa evaporare gli ultimi terribili mesi, adesso che sono di nuovo appacificato con l’Estremo Oriente, e con l’Oriente, e potrò ancora darmi alla Cina e al Giappone, alla Russia, a ogni cosa, finché il volto e la bellezza di Ana faranno sparire ogni astrazione, e la vacuità dimorerà in me… guarderò la tv, leggerà libri, guarderò film, lavorerò, mangerò, fumerò come ogni giorno, forse di meno, in quell’ascetismo che fa parte di me, e mi perderò ancora in lei, Ana, al di là delle parole e dei pensieri…

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Tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

E ci voleva la giornata di ieri a Paolo Sarpi e zona Garibaldi per uscire dai soliti loop, andare a fare quattro passi con Barresi lì a Milano, forse esagerando di caffè, vedendo il tipo di gente che frequentava la Sozzani, con quella mostra di Fukase che però era chiusa, i libri strani di fotografia, tra il perverso e il commerciale, come quel libro su Kurt Cobain, il tipo di gente che era lì, camerieri del bar dai capelli lunghi biondi, e un hipster con la barba lunga a vendere libri, una ragazza milanese come tante che faceva presenza davanti all’entrata della mostra, i discorsi perversi di Barresi, la sua invidia per chi ha più soldi, i suoi discorsi di miliardarie che ospitano mostre private, lui e la sua mania della gente con i soldi, lui che vive nelle case popolari e lo stacco lo deve sentire più di chiunque altro, la frustrazione, il degrado, la differenza, come quando raccontava della sua battuta sulla merda tra Alba Parietti e un chitarrista famoso assieme ad una modella, che dopo quella battuta gli dava cinquanta euro, il denaro e la merda, associazione tipicamente freudiana, o, se vogliamo, come diceva Lutero, i soldi sono lo sterco del demonio… girare di qua e di là, con gente che non sapeva perché era in Corso Como, alla Sozzani, passanti vari, vicino a quel non-luogo che è Piazza Garibaldi, tra quei grattacieli finti e le vetrate dei nuovi edifici, un luogo che sembra un aeroporto senza arei, vuoto, artificiale, asettico, senza anima, puro luogo nato dalla razionalità geometrica, che per un attimo mi sembrava di camminare nel quartiere della finanza di Berlino, l’assoluta anonimità, l’assoluta artificialità di quel luogo… ed era catartico invece camminare poi per le vie di Paolo Sarpi, lasciando perdere il bar di Dong Dong, quello di Paolo, tra tutti quei negozi cinesi ed estremo orientali, i cinesi… le cinesi… sono tanti, tutti uguali, tutti indifferenti, anche le cinesine carine, che mi salvavano dal pensare sempre a Valeria, ad Alice, a GuanYin, alla cinese che serve alla Fabbrica dei Sapori, i cinesi, le cinesi, così tanti e così tante, anche loro anonimi, che per salvarmi dai soliti loop infernali basta pensare agli spazi aperti di Milano, di Paolo Sarpi, e non ai soliti loop prigione di quando sono qui, tra la biblioteca del mio paese, quella del paese vicino, la pizzeria dei turchi, il parco di Cesano, quello del mio paese, il Carrefour e i soliti luoghi, le solite persone, che ci voleva davvero uscire un attimo e cambiare giro, svagarsi e distrarsi, uscire dai soliti luoghi loop e prigione, e ricordare anche il Rasputin dell’anima, quando in quella galleria mi sentivo un pesce fuor d’acqua, un poveraccio, uno che non ci capiva niente di fotografia ed arte, anche quando lasciavo andare il ricordo di quando passavo con Marina lì, a Corso Como, e tutta l’ortodossia dell’anima la sentivo in quell’istante, lontano da tutti e da tutto, dai discorsi artistici del Barresi, dalla galleria, dalle sue fisse per Paolo Sarpi e per la Cina, e per i film cinesi e le mogli cinesi, e quant’altro, tutta quell’Ortodossia spirituale dell’anima che sentivo anche quando uscivo dal Piccolo Teatro nell’intervallo di Evgenij Onegin, quando andavo là con Marina, l’assenza di luoghi, di persone, di attaccamento, di volizione, e un puro spirito dell’anima senza parole, una pura mancanza di sigarette, interessi, caffè, attaccamenti dell’anima, fisse, pura spiritualità ortodossa che fa a meno di cibo, di astrazioni, di intellettualismi, di fissazioni, di competizione con gli altri, di mostrare chi è più intelligente, chi ne sa di più, quella continua smania che distrugge sempre Barresi, e lui a volte me con i suoi discorsi, e sentirsi come un monaco ortodosso camminare per quelle vie, per quei luoghi e tra quelle persone che non mi appartengono, liberarsi di se stessi e del mondo lì attorno con quella sensazione, privato di tutto, delle patacche in casa del Barresi, puro gusto popolare, lui e la sua abitazione, la sua macchina, io e la mia stanza con simboli para-religiosi, liberato da tutto e ogni cosa, dai libri, dai film, dalla musica, pura spiritualità ortodossa nera oltre i confini del sonno depressivo black metal, anche se il passaggio a volte tra i due stati d’animo è quasi impercettibile, Rasputin dell’anima che si aggira tra quei luoghi, tra quelle persone, tra quei mondi, senza alcun interesse, tirandosi fuori dai giochi, alienandosi nel suo nulla spirituale, non appartenere… e svegliarsi così, dopo un pomeriggio andato un po’ a male per colpa dei troppi caffè di ieri, che perdevo quella sensazione spirituale, per colpa della musica cinese, di quella lingua che una volta mi teneva incollato al computer, ai film, nel cercare di decifrarla, come quando andavo a Paolo Sarpi quando ero preadolescente, con Dong Dong, con Liao sui miei vent’anni, fissa cinese che si era insidiata in me da una vita, una volta che sentivo una speciale connessione tra me e la Cina, per via di Dong Dong, di Liao, e ora che le relazioni sono andate a farsi fottere per quell’esperienza del bar e quelle puttane, non sento più alcuna speciale connessione con i cinesi, anche il bar di Paolo è come se fosse solo un altro bar tra i tanti di quelli di Paolo Sarpi, un altro locale, e io con la Cina c’entro poco o niente, al di là dei miei studi, delle mie amicizie andate a male, e invece della Cina dovrò sempre ricordare quella sensazione di spiritualità ortodossa che mi rileva da ogni appartenenza, fissazione, interesse, che per liberarmi ieri mi sarei comprato anche due birre giapponesi, per uscire dalla Cina, mentre poi nel pomeriggio andavo al bar per comprarmi due Heineken e far fuori l’effetto di tutti quei caffè, al diavolo la musica cinese, mi dicevo, le cantanti cinesi, che mi ricordavo quando uscivo a Paolo Sarpi più di dieci anni fa, con gli amici e le amiche cinesi di Liao, a cercare di provarci con delle cinesi, che schifo, liberatemi da quella gente, già mi dicevo, e mi liberavo pensando a come all’università non sceglievo la lingua cinese, ma quella russa, anche per l’esperienza con Katia, che era uno spartiacque epocale della mia vita, al di là della scuola di giapponese, degli ideogrammi zen, e tutta l’ortodossia dell’anima era l’unica ricetta per uscire da quelle fissazioni, attaccamenti, manie estremo orientali, e tutta quest’ortodossia dell’anima la sento stamattina, dopo l’alcol di ieri per stemperare i caffè, al di là delle venti gocce di valium che altrimenti impazzivo, e per fortuna lunedì vedrò Saverio, non so perché, e di quel luogo, ora come ora, mi ricordo quella croce ortodossa che là resta appesa, nel palazzo dei folli, a indicare tutta quella spiritualità perduta tra quei negozi schifosi, quei centri massaggi, quei ristoranti, quelle facce asiatiche, quei miliardari di Corso Como e zona Garibaldi, e mi distacco da tutto, trovo la mia spiritualità e la mia evasione che mi salvano… e fa niente se ho bevuto un po’ e se sono dovuto ricorrere a venti gocce di Valium, è stato terribile ma era necessario, e almeno stamattina mi sento bene, senza colazione, senza troppi caffè, senza troppe sigarette, senza patacche nella stanza, senza notiziari in chissà quale lingua, canzoni di chissà quale tipo, libri, e congetture varie, l’assenza di ogni fissazione e mania e interesse mi salvano, con questa sensazione spirituale che sento partire da me stesso, queste mancanze che ti fanno sentire meglio di non aggiungere mille cose, avere mille idee e pensieri, come dice sempre il Barresi nel suo mondo perverso e artistico e maniacale, liberarsi da tutto, da quel me stesso che anch’io ero una volta come il Barresi, fissato con l’Estremo Oriente, con Paolo Sarpi, con quei suoi discorsi d’odio e di invidia e di senso di rivalsa, tra miliardari, cinesi stronzi, Estremo Oriente idealizzato, manie di ragazze orientali, fisse artistiche che non sono neanche artistiche, ma pura spazzatura dell’anima, e mi dissocio da quei mondi, da quei luoghi, da quelle persone, per trovare me stesso nella mancanza, nella spiritualità, nelle assenze, e non mi interessa più parlare cinese, sapere tutti gli ideogrammi, uscire con Marina in Corso Como, andare a vedere Fukase, fare amicizia con Paolo o chissà chi, con Valeria, ricucire i rapporti con Dong Dong e Liao, non mi interessa più, né di Ana, né di Alice, né di Aleksia, e ricordo solo quella città, aperta, quei negozi, quell’apertura al mondo, quella chiesa ortodossa lì, tra Alice e Ana, e tutta l’ortodossia dell’anima, che mi salva da ogni maniacalità estremo orientale di una volta, che Saverio sapeva riassumere in poche parole: “Lo sa che a Paolo Sarpi c’è un bar chiamato Cincin bar?”, vizi inutili, maniacalità inutili, e se c’è qualcosa che mi salva è questo svago e questa spiritualità dell’anima, queste mancanze, e lasciar perdere ogni interesse, ogni smania, ogni fissazione, e sentirsi sempre all’aperto, lontano da tutti e da tutti, lontano da ogni luogo e persona, lontano dal mondo e dalle sue logiche perverse, a parte, nel mio svagarmi e nella mia spiritualità, che non mi interessa più niente, più nessuno, nessuna cosa, nel mio svago e nella mia spiritualità…

Non so adesso cosa starò dicendo lunedì a Saverio, non è importante, so solo che là al palazzo dei folli là vicino si vede il campanile, si sentono la campane, c’è quella croce ortodossa là appesa, e tutto il Rasputin dell’anima che è in me vince su ogni cosa, sempre vestito di nero, barba non fatta, capelli lunghi, vesti nere, al confine tra l’ortodossia e il black metal dell’anima, non mi interessa niente, e continueranno solo questi esercizi spirituali, al di là di ogni cosa e fissazione, sempre esasiato dalle privazioni, lontano dai discorsi e la gente perversa, lontano da mille oggetti e patacche che fanno andare in tilt l’anima, tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

E guardiamo avanti…

E ci voleva un pomeriggio al parco, anche solo due ore, per liberarsi da quel loop infinito dal quale non riuscivo ad uscire, da quel disorientamento di quando mi aggiravo per la biblioteca dell’altro paese qua affianco senza sapere neanche che libro prendere, dopo che vedevo disposti dei libri su Cina e Giappone, mia ultima ossessione di questo periodo, tra Valeria che dà le sigarette sbagliate, quelle con il pacchetto sbagliato, e l’ultima cinese che faceva schifo, insieme ad Ana, ad Alexia e tutte le altre, compresa Marina e la sua voce di merda, la sua lingua di merda… mi riprendevo dallo sviamento del valium, che avevo la testa che girava senza nessuna direzione, come un derviscio rotante che ha perso di vista il suo punto d’orientamento, giravo su me stesso, metafisicamente, senza trovare più una fine allo sciabordio di enti dell’anima che mi passavano in testa, senza trovare l’Essere e l’Io, me stesso, sovrano sopra tutto lo scorrere degli enti pensabili… ci voleva solo un tramonto, il sole, la fine della giornata, l’inizio di un’altra, la vigilia di Naw Ruz, per ritrovare me stesso, tra quei poveri barboni disoccupati che parlavano di Call Center e lavori precari in Polonia e in Inghilterra, anche per rendermi conto che in fondo sto abbastanza bene con questi lavori nelle officine, e non sono ridotto come loro, per ritrovare me stesso tra quei vecchietti che parlavano in dialetto, quella coppietta, negretto e italiana che cicalavano, quelle due madri un po’ rotonde che portavano il bambino nel passeggino, quella coppia di quarentenni che parlava di vacanze a Rimini, dove si annoiavano, e ci voleva quel silenzio, quando il parco era già chiuso, e non girava più nessuno, c’era solo il silenzio, me stesso e il tramonto, e l’immagine chiara di una luce bianca, di tutto il sufismo dell’anima, libro mio eterno compagno come quando ero in Germania, per ritrovare l’orientamento e me stesso, per fumarmi l’ultima sigaretta del parco e andare verso l’uscita… incontravo due anziani, due guardiani del parco, che mi dicevano che il parco era già chiuso da mezz’ora, e io che dicevo loro che aspettavo il disco di chiamata d’uscita, e avevo anche controllato l’orario su google, che mi diceva che il parco avrebbe chiuso alle 19:00, no, mi dicevano, è l’orario estivo quello, oggi chiudeva alle 17:00 e il disco è rotto… mi avviavo verso l’uscita, dove avevo la macchina parcheggiata, e mi dicevano che sarebbero arrivati dopo ad aprire… mi appostavo davanti al cancello d’uscita, dove c’era un gruppo di anziani pensionati che parlavano e scherzavano e sorridevano, uno con l’accento mantovano, gli altri brianzoli, forse emiliani, quattro anziani che parlavano di multe, di come si fa ad andare in camporella con la moto, delle loro mogli e di altri loro compagni ormai andati, sempre con il sorriso, con quello sguardo che sa tutto della vita, e scambiavo due parole con loro, e trovavo tutta la luce dell’anima, al di là di ogni sufismo e religione e luce trascendentale, forse perché quel vecchietto aveva l’accento mantovano, come molti miei parenti paterni… aspettavo lì una mezz’oretta, chiacchierando, uscendo dai miei loop, e poi arrivavano i guardiani che aprivano, che mi sconsigliavano di scavalcare, che dieci quindici minuti sono ammessi, ma non mezz’ora, ma comunque ci si salutava con il sorriso, e mi dicevano che con l’ora legale chiuderanno alle diciannove, erano le sei passate… e me ne tornavo a casa solo per scribacchiare quello sciabordio di pensieri senza nesso che scrivevo nello scorso post, e per trovare la fine di tutto nella luce, in questo pomeriggio inoltrato dove il sole è già tramontato e il Naw Ruz è ufficialmente iniziato, la primavera… che non faccio il conto e il bilancio dell’anno, archivio soltanto tutto quello che c’è stato fin qui: mix di alcol e chimica, puttane perse, lavori andati, e tutta la luce dell’anima dell’anno nuovo si confonde tra un’immagine di GuanYin bianca e una luce e i suoi raggi che ricordano il centesimo nome, e tutta la luce del sole… continuerò la dieta, proverò a passare alle sigarette elettroniche, non sarò più ossessionato da Valeria e le sue sigarette, il suo caffè, la sua lingua, il suo aspetto, non mi farò più fregare da mix chimici, che oggi mi facevano dormire troppo, mi facevano girare su me stesso, non ascolterò più le parole di Saverio, di mio fratello, di Alex, e di chissà chi, silenzierò le loro voci, i loro commenti, e aspetterò soltanto che la scia di pensieri se ne vada e raggiunga per nature il suo termine, là dove c’è il silenzio, la luce e il tramonto, come oggi al parco… lascerò perdere i disorientamenti virtuali di corsi di lingua cinese, giapponese, di vacanze in Svizzera in qualche campo internazionale di volontariato, vacanze in Norvegia d’estate, acquisti online, e l’unica immagine sarà sempre quella dei maestri sufi, là dove tutte le parole cessano e c’è solo luce e silenzio… mi andrà di iniziare l’anno primaverile così, con meno sigarette, meno caffè, meno cibo, meno puttane, meno pensieri sul lavoro e sullo studio, meno paranoie quando capitano giornate dove non si lavora, e mi ricorderò forse di quei discorsi schifosi di quelli oggi al parco, tra lavori precari, vite da madri rotondette, vecchietti dialettali, e quarantenni massificati, per distinguermi da loro, come mi distinguo da quegli altri nelle officine, e da quegli amici un po’ narcisisti, perversi e ipocondriaci, e poi dicono che sono io il folle della situazione, ma chiunque impazzirebbe, forse più di me, in queste condizioni, quando dalla mattina alla sera non si sa bene cosa c’è da fare, se c’è da fare, quando c’è da fare, cosa c’è da fare, ed infatti mi perdo sempre, per capire dove mangiare, a casa o fuori, se potermi dare a qualche libro, a qualche telegiornale, a qualche film, oppure dormire di giorno, che sarebbe meglio di no, riposare o darsi da fare, su che cosa poi non si sa, come oggi quando non avevo voglia di leggere alcun libro, neanche di riprendere la tetralogia di Yukio Mishima, “Il mare della fertilità”, anche se oggi in quella biblioteca vedevo tutti libri ispirati a Cina e Giappone… Cina e Giappone… le pornoattrici asiatiche, le puttane cinesi, GuanYin, Valeria, i cartoni animati, le foto artistiche di Barresi, gli ideogrammi, e via dicendo, brainstorming che non mi va di avviare, mi basta l’immagine bianca di GuanYin, ora come ora, Madonna ritrovata dopo lo sviamento erotico… non mi andrà di fare l’islamista estremo che toglie tutti gli oggetti dalla stanza, quello che andrebbe in camera del Barresi come in camera mia a togliere gli oggetti, i miei, i suoi, e di qualsiasi altra persona, come se fossero degli idoli da eliminare, neanche le nostre stanze fossero dei santuari, ho già il mio santuario privato, la mansarda, abbandonata a se stessa, quasi senza decorazioni, che mi serve da luogo di raccoglimento, e non mi va di fare della mia stessa stanza un altro santuario… non mi andrà di sentire le voci di tutti, le silenzierò quando servirà, continuerò a ripetermi: “Don’t listen to them! Don’t listen to them!” e quando la follia incalzerà saprò aspettare, aspettare e aspettare la luce e il silenzio, senza chiamare Saverio, senza scappare di qua e di là, senza farmi di Valium o di altro, e aspetterò che l’effetto follia vada via da sé… non mi preoccuperò più dei due chili messi su, due chili quasi, di pesarmi ogni mattina, di pesarmi solo ad una certa data, starò solo attento a mangiare alla fabbrica dei sapori, mi saprò contenere, così come saprò fare ginnastica e diminuire le sigarette, tutto con calma e senza forzature ed estremismi, e quando sarà il momento saprò anche dire basta e sapermi rilassare e svagare, come oggi al parco, tra quei vecchietti e quella gente… e mi ricorderò ancora di quello sviamento, che mi ha accompagnato da quest’estate, anche quando ero in Germania, sviamento da Zolpeduar, da Valium, dove non si capisce niente, ti gira la testa e non trovi niente su cui concentrarti, che ti sembra di essere un drogato, e non trovi più niente a cui dedicarti, e non c’è concentrazione, e i libri ti sembrano cartaccia dove ci sono macchie d’inchiostro incomprensibili, e i film sequenze di immagini con suoni e parole che non riesci a comprendere, e tutto è vago, indefinito, indifferenziato, e senti solo delle lagne cantilenate dentro la tua testa, e ti sembra di stare andando a pezzi, tu con il tuo cervello da buttare via, basta farsi di Zolpeduar e di Valium e di alcol e di Olanzapina, l’ho capito fin troppo bene dalla Germania, attraverso la mania paurosa e infondata per il dentista, l’eccesso di puttane, e il caos che c’era in quella settimana al bar, che se adesso ritornassi forse sarebbe diverso, adesso che sono più in me stesso, certo, dopo aver buttato via un’esperienza di lavoro, una macchina, tutti i dati di un pc, delle relazioni pericolose con delle puttane, ma anche certi conflitti sul lavoro e con gli amici, che c’è qualcosa che ho perso, ma anche qualcosa che ho guadagnato, più stabilità e più serenità e meno paranoie inutili, problemi inesistenti… che per assurdo vedevo me stesso in certe persone che incontravo per caso per le vie, tra quegli adolescenti che davano dei guardoni ai loro amici, chi diceva per scherzo di scopare di più, quell’adolescente musulmana che canticchiava fulminata le canzoni che sentiva dal suo mp3, quell’altra trentenne italiana che diceva l’Ave Maria al ciglio di un marciapiede, con una bottiglietta d’acqua in mano, quell’altro che camminava a passo così svelto da fare impressione, e poi si metteva a correre fumando, tutte versioni di me stesso quando nella mia stanza per esempio pregavo di non fumare, di non bere, ossessionato, quando cantavo fulminato canzoni albanesi, quando dicevo agli amici di andare più spesso a puttane, quando mi facevo d’acqua per non bere, quando camminavo e poi correvo e poi fumavo, ossessionato dalla dieta, dall’alcol, dalle sigarette, basta con tutte queste esagerazioni! Basta! Perché la perfezione quando diventa ossessione è peggio che dimenticarsi di cercarla… e allora andrò avanti così d’ora in poi, meno fanatico, meno ossessionato, più elastico e meno fiscale, e poi andrà come andrà, tra un lavoro e un altro, un’uscita o una chiamata con gli amici, qualche libro da leggere, qualche film da vedere, qualche notizia in lingua, un po’ di relax e un po’ di sport, un minimo di dieta senza essere ossessionati, e un po’ più di libertà, senza fare di tutto aurea sacrale inviolabile, accettando le minime cadute e certi minimi sbagli, è questo ciò che mi propongo con quest’inizio di primavera, che quando andavo in università questo era il periodo dove mi lasciavo più andare, abbandonavo i libri, le letture, e dormivo quasi tutto il giorno, preparavo solo gli esami per l’estate, e in università quasi non ci andavo più… ma quel periodo è passato, ora si lavora, si continua a studiare e interessarsi, e l’unica data lontana che per ora ho in mente è quando i miei capelli saranno lunghi come quelli di un black metallaro, come quando avevo 17 anni, è questa l’unica variabile del tempo che sposto in avanti, non più la laurea, non più quando troverò un lavoro, non più quando emigrerò all’estero, ma semplicemente quando tornerò ad avere i capelli lunghi come un tempo, ed è tempo indefinito e infinito, l’unico modo per uscire da quel mio continuo sguardo al passato che non torna più, o all’eterno presente, o ad un mondo senza tempo, apocalittico, che continua a rigirarsi su se stesso, sempre e completamente indefinito e indifferenziato, puro caos dal quale voglio uscire… me ne fregherò se a giorni avrò voglia di ascoltare musica pop inglese, albanese o di chissà dove, musica black metal o sinfonica, o classica, o ascoltare il silenzio o no, me ne fregherò delle lingue, di quello che capita, e la smetterò di cercare una legge indelebile a tutto, dalla quale non si può sgarrare, una sharia lapidaria dell’anima non la voglio più, più elasticità, meno fiscalità, più libertà, meno fanatismo, e forse imparerò a vivere meglio, senza falsi problemi… non mi andrà per un po’ di cercare tipe, puttane o no, me ne fregherò di Marina, Alice, Ana e Alexia, me ne fregherò, dimenticate per sempre con l’anno vecchio, e me ne fregherò degli amici e dei loro social vari, delle loro teorie sulle tipe, delle loro fisse e delle loro perversioni, vivrò bene così, per un po’, senza troppe troie attorno… e me ne fregherò delle parole da dire al bar, nelle officine, in biblioteca, o ovunque mi trovi, qualcosa di superiori mi indicherà cosa dire, cosa non dire, quando sorridere o no, me ne fregherò di chi mi vuole diverso, di chi mi dice che devo cambiare, che mi devo porre obiettivi, me ne fregherò di tante cose, di tante persone, e andrò avanti così come viene a me, per la mia strada… e tante altre cose ancora, che scriverò, penserò, non scriverò, dimenticherò, cancellerò e rivedrò, c’è tutta una vita ancora davanti, lasciamo perdere gli ultimi terribili sei mesi, e guardiamo avanti…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima, la luce e il silenzio dopo il disorientamento…

Girare a vuoto, completamente, saranno le 20 gocce di valium di questa mattina, a sclerare, tra gli oggetti della stanza e Valeria che mi dava le sigarette stamattina, GuanYin e il drago, GuanYin e l’infante, Madonna cinese… sclerare da impazzire, girare su me stesso questo pomeriggio, niente lavoro, girare tra una biblioteca e l’altra, nessun libro, un libro che non è un libro, il sufismo, girare su me stesso senza obiettivi… fumare, dormire, girare a vuoto, nessun obiettivo, le puttane dimenticate, la primavera che domani arriva, le invocazioni che non servono più a niente, correre, correre, correre, in questi giorni per dimenticare il troppo cibo, la dieta, l’assenza di obiettivi, smettere di fumare, bere, mangiare, dormire di giorno, caffè, perfezione che non esiste, il cruccio di non lavorare al bar, farsi di Valium e andavo al bar, senza obiettivi, il disorientamento totale… lavorare sì, lavorare no… assenza di obiettivi… il lavoro che c’è e non c’è… la gente al parco, barboni, che parlano di lavoro, reddito di cittadinanza, 150 euro al mese in Polonia, Barresi e le sue foto artistiche giapponesi, Ravens, le puttane orientali, gli amici altoborghesi di Fizi, questi qua al parco che parlano delle case dell’Aler, dell’Inghilterra e degli incentivi, dei call center, barboni… il parco senza senso, i soldi da buttare via, i libri che non mi va più di leggere… la primavera, Naw-Ruz alle porte, da stasera, la religione e l’intossicazione chimica, Valium, la gente che corre al parco, le sigarette, le agenzie lavorative dei barboni qua affianco, basta! Le puttane che non voglio più, i soldi da buttare, il lavoro che c’è e non c’è… il parco dove mi vedevo con Elena, 15 anni fa… rimescolare le carte dell’anima, disorientarsi… i vecchietti che parlano in dialetto, l’assenza di obiettivi, il lavoro al bar buttato via, le stelle, il Cristo, la lampada al led minimalista, l’aquila albanese, i Bahaì, l’Islam, le lingue, France24, Deutsche Welle, Rossija24, Sky TG24, le sigarette, i caffè, il drago, GuanYin, le preghiere, correre, camminare, Barresi, Fizi, il lavoro nelle officine, il lavoro al bar, i pranzi di lavoro esagerati, la dieta, il peso, la bilancia, fuori da quella stanza! I libri, i film, true detective, black mirror, thirteen reasons why, tutti gli enti pensabili di questo mondo, l’Essere, Dio, l’Io e il Non-Io, la filosofia, il nulla, le vacanze, la primavera che arriva, la gente che parla delle vacanze, la gente che sta zitta, le calorie da bruciare, la dieta, la stessa sensazione di quando ero in Germania, girare su me stesso, Marina, che schifo! Alice, che schifo! Ana, basta! La cameriera cinese quarantenne, GuanYin, Valeria e le sigarette, la sigaretta elettronica, le tipe che non voglio, gli amici, che rottura! Le definizioni su wikipedia in inglese dei disturbi di personalità, schizoide, borderline, depressione, la musica black metal su Spotify, il sonno che non c’è, dormire 12 ore tra domenica e lunedì, le messe che è meglio non andare, i soldi e la creazione di problemi, le creazioni carnevalesche, barboni qua affianco che continuano a parlare di soldi, poveracci, di lavoro dipendente, di disoccupazione… i testi attitudinali ai colloqui che mi fregano sempre, sempre le presenze oscure, le presenze bianche allucinate, la luce e le tenebre, i disoccupati che se ne vanno via, per fortuna, Elena che studiava alla Bocconi, la ricchezza, la povertà, le tipe russe che quando passano affianco a me sulla via mi fanno schifo quando parlano russo, lingua e paese di merda, Marina, che schifo, una coppietta di adolescenti, un negretto e un’italiana che parlano, chiacchiericcio flirtante… Valeria, GuanYin, i soldi, le sigarette, le puttane, la musica e chi ti passa affianco per le via, chi ti sembra impazzito, come quella ragazza adolescente musulmana con il velo con le cuffie mp3 in testa a canticchiare estasiata la sua musica preferita, neanche fosse musica albanese per me, sonorità che ti entrano in testa e ti fanno impazzire, l’altra ragazza che pregava al ciglio del marciapiede davanti al bar chiuso, con la bottiglietta d’acqua in mano, un’Ave Maria, quell’altro quando uscivo di casa, un adolescente, che non so a chi diceva: “Scopate di più!”, un altro che diceva: “Guardone!”, la pornografia dentro una stanza, la pornografia sul cellulare per strada, prima di andare dalla massaggiatrice cinese, il rosso e il nero, evocare la cinese e godere, sto fuori come una mina, non c’è più differenza tra dentro e fuori, dormire sul proprio letto come se dormissi su una panchina in mezzo alla strada, l’effetto droga Valium, Zolpeduar, Alcol, Vodka, Olanzapina passato, periodo evanescente e psichedelico da dopo il ritorno dalla Germania, il sufismo, le sedute dal dentista, l’operazione, la flebo, le divinità indù, la vodka, Rasputin, Abdul Baha, l’archimandrita greco, Dong Dong e il lavoro al bar, le puttane, GuanYin, Valeria, le sigarette, Allahu Abha, il sufismo, girare su me stesso, il sufismo e i 100 nomi… il centesimo nome inesprimibile, Gloria, Gloria a Dio nell’alto dei cieli, for who the bell tolls, Bonfanti e la sua Maserati, il suo: “Ci mancava anche Maometto adesso!”, lui che ora non c’è più, pregare con Haruna, Ramadan Bahaì finito, la Quaresima che continua, il tempo che non basta più, l’Apocalisse, gli Avventisti che non c’è Pasqua, non c’è Natale, solo dieta e Vangelo tutto l’anno… i bambini che corrono al parco, i pedofili dei film criminali, true detective, le madri un po’ rotonde che portano i bambini nel passeggino, i carabinieri che metafisicamente mi controllano più di Saverio, io e la mia stanza e i miei oggetti, la stanza che è solo la cabina di bordo di questa nave pirata che è la vita, salpare, salpare, salpare, mai stare troppo nella cabina di bordo, salpare… oggetti maledetti, stesse facce, stessi discorsi, loop, vizi, impossibile spezzare le catene, girare su se stessi, disorientarsi, sufismo dell’anima, Naw-Ruz, primavera, il sole che sta per tramontare qui al parco, la sera che calerà e una preghiera al nulla, la gente che mi parla senza saperlo, quando vado in giro per le vie, KGB, FBI, CIA, carabinieri dell’anima, Truman Show e Giorni della marmotta, loop e routine dell’anima, gli oggetti nella mia stanza, gli oggetti nella stanza del Barresi, l’adolescenza dell’anima che svanisce, l’assenza di ogni cosa, di ogni persona, quelli che parlavano di lavoro, barboni disoccupati, il silenzio che cala sul parco, il tramonto, il sole che riscalda, Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima… il vuoto, il nulla, la luce bianca, l’assenza di puttane, di oggetti, di persone, di immagini, di compulsioni, la luce, la luce, la luce! Disorientamento e sufismo dell’anima, non girare più su me stesso, Naw-Ruz, girare per il parco, la fine dei pensieri, l’assenza di suoni, di parole, di concetti, il nulla, il vuoto, la luce, il silenzio… e tramonta il sole, Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima, la luce e il silenzio dopo il disorientamento, che la sera passa dove piace al giorno, Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima, la luce e il silenzio dopo il disorientamento…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

Liberarsi in questo piacere delle mancanze…

Vista offuscata, dalla lettura dell’ennesimo Jo Nesbo’s Harry Hole, al parco, in biblioteca, cercare di levarsi di dosso le sigarette, fare qualche tiro dalla sigaretta elettronica, una volta ogni paio d’ore, stare in biblioteca e finire il libro, aggirarsi per le sale della biblioteca come un bulimico di parole e libri, vedere quel libro “Da Bisanzio a Instanbul”, le solite cose, icone e mosaici, mosche, un dizionario delle religioni del medio-oriente, sfogliare le pagine e accorgersi di sapere quasi tutto, ma poi oggi c’è wikipedia, e i dizionari tematici non servono più, un libro strano: “Ka”, tra induismo e buddhismo, lasciarlo perdere, aggirarsi nell’altra stanza e ricordarsi di quel libro sul sufismo, un libro che non è un libro da leggere, ma a cui ispirarsi, la spiritualità nella pratica, l’assenza di libri, i suoni e i canti del corano, un libro che non è un libro, un libro che elimina tutti i libri e tutte le parole scritte, la vista offuscata dalle lettere che andava via, pensare di comprarsi un corano in arabo, una bibbia in ebraico, un’altra in greco, da non sfogliare neanche, da tenere lì solo sulla mensola, libri che non sono libri, per vincere l’offuscamento da parole, lasciar perdere, basta quel libro sul sufismo… e tornare a casa dopo essere passato al supermercato per comprarsi qualcosa da mangiare quando il craving del cibo si fa forte, dei semplici yogurt bianco per fare colazione, e per non mischiare brioche e caffè come stamattina, vincere i craving, come voglio vincere questo craving di sigarette anche a costo di sentire il demone dell’altra sera, quello della fame che si mangerebbe l’intero all you can eat, ricordarsi che è falso, come un vero e falso, come una verifica, la voglia di fumare sigarette normali, che non è vero che ho così una forte dipendenza da nicotina, è tutto un gioco psicologico, e cercare di disciplinarsi adesso che stasera comincerà il mese di Bahà, il mese di digiuno, un mese di digiuno che sarà solo una porta verso un digiuno perenne, perché dopo l’apocalisse il tempo viene abolito, e non ce n’è più bisogno, un po’ come il display dell’orolgio in macchina che la notte non si illumina, e chi se ne frega, il tempo non esiste più… cercare di trovare qualcosa per fare passare il tempo questa sera, o leggersi quella monografia sulla Turchia di Erdogan o lasciarsi andare alla musica albanese, come ieri pomeriggio, lasciarsi andare… non aspettare la chiamata del Barresi questa sera, che diceva ieri stasera si sarebbe usciti, meglio così, non mi va di uscire stasera, forse neanche domani sera, e fregarsene del sabato e della domenica, i giorni peggiori, quando non c’è niente preciso da fare, e le letture non possono durare h24… ricordarsi di bersi meno caffè domani, meno cibo, meno roba in generale, meno roba c’è meglio si sta: il piacere delle mancanze… e non sapere che farsene di questa sera, di questo tardo pomeriggio, il fastidio che cominciano a provocarmi i cinque caffè di oggi, uno di troppo, stare attento domani e dopodomani, dopo le crisi esagerate dell’ultimo periodo, non ispirarsi più a Rasputin, ad Abdul Baha, a Gesù Cristo, all’archimandrita ortodosso, trovare un’ispirazione più razionale, più scientifica, il darsi delle regole un po’ ascetiche e continuare a grandi linee su questa strada, il piacere delle mancanze… dimenticare ormai Ana, dimenticarsi della pizzeria turca, dell’All you can eat almeno per i prossimi due giorni, essere abbastanza soddisfatti del lavoro, di questa settimana lavorativa, di queste regole che sono riuscito a tenere, continuare così, nel piacere delle mancanze… darsi forse alla musica, e lasciarsi andare, riposare e godere dei suoni, liberarsi in questo piacere delle mancanze…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Finché la pura luce vive in me…

Cercare di smettere di fumare, diminuire, sentirsi strano, tra il depresso e l’insonne, dopo la leggera dose di vodka di ieri sera, qui ascoltando RTL 102.5, a cercare di sovrascrivere il ricordo dell’ultima ubriacatura al bar Lndn di qualche tempo fa… la presenza oscura di Rasputin che è solo un muro nei confronti del mondo, mutismo nero, regola del silenzio che diventa muro di fronte agli altri, e me ne accorgo ogni mattina andando al bar a bere il caffè, quando gli altri parlano e io faccio scena muta, non ancora in grado di esprimermi liberamente, di aprirmi verso gli altri, “Sei chiuso”, mi diceva Leida a suo tempo, anche Maria Teresa, anche Alex, l’ultima volta… e che fatica cercare di uscire da questo muro, muro dal quale uscivo forse l’altro sabato, quando andavo al bar per guardare la partita Atalanta-Milan, e c’era lì Miryam, che chissà perché nell’ultimo periodo credevo che ce l’avesse con me, per qualche incomprensione, non lo so, e non era così… si parlava di qua e di là, ordinava lei per me un decaffeinato, si scherzava con Bruna della mia esperienza al bar di Alex, e scambiavo due parole con Miryam, lei che ha lasciato il bar per fare un corso di assistente odontoiatrica, assistente alla poltrona, e ne parlava con gioia, che guadagnerà di più, che tanto l’esperienza come barista ce l’ha, e può sempre ritornare lì al bar quando vuole… perdermi per un attimo negli occhi di lei, io e le mie fantasie allucinate islamiche, che avrei ritrovato nelle notti dopo, quando anche litigavo con mio padre per trasferirmi in mansarda, là dove ogni volta prego, e che è diventata allo stesso tempo la mia moschea e la mia palestra privata… e stavo davvero strano in questi giorni, tra la notte che non dormivo, e la mattina, e i troppi caffè, e i sogni allucinati, e l’astinenza non si capisce più da che cosa, da Miryam, da Ana, da Valium, da vodka, da caffè, da nicotina, non si capiva più niente, che mi lascio ancora una quindicina di giorni a stare attento a Valium, caffè, nicotina, vodka, e discorsi con le ragazze, per cercare di capirci qualcosa di più, o dimenticare, dimenticare anche forse l’ascesi bahaì, cristiano ortodossa, islamica… che giravo attorno sempre alle stesse cose, e tutto era forse dovuto a loro due: Miryam e Ana, e nient’altro, il lavoro al bar, il caos del dentista, le altre puttane, la spossatezza e la stanchezza da questi allenamenti che sto facendo nell’ultimo periodo: corsa, karatè, taekwondo, dieta molto leggera, che forse brucio più calorie di quelle che consumo, e aspetto ancora una quindicina di giorni per capire cosa ci sia di viziato in tutto questo mio stato anormale di cose: il caffè? La nicotina? Il Valium? Miryam? Ana? La vodka? Le puttane? La depressione del lavoro andato male? Del lavoro che non si trova? Del lavoro che in fondo c’è (come ho lavorato questi giorni nelle officine)? Mia madre che dà fastidio, come mi faceva notare Saverio l’ultima volta? Il litigio con mio padre? L’indecisione sempre uguale del non sapere cosa voler fare? E forse mi basta stare attento alle parole di Maria Teresa: “Non ti lamentare… hai il lavoro sotto casa, pensa a quelli che si devono alzare la mattina alle cinque per andare al lavoro, non arrivano a fine mese, hanno il conto in rosso, e tu ti lamenti, sei il figlio del capo, e ti lamenti, non ti lamentare…”… e quello che diceva anche stupidamente quello che incontravo al bar l’altra volta, da ubriaco: “Il lavoro c’è! Basta accontentarsi! Fare il lavapiatti, il manovale, il lavoro c’è!”… e Ana che diceva invece che qui in Italia ormai non c’è più niente, che lei andrà in Inghilterra, forse con un suo compagno cliente italiano, a cercare di fare qualcosa, sempre lo stesso lavoro, più qualcos’altro, per guadagnare di più, soldi… soldi… da me volevi solo soldi, soldi, e mi viene in mente la canzone di Mahmoud, quella che ha vinto a San Remo, come l’ascoltavo l’altra sera, e mi veniva in mente Ana, e la depressione che lei portava, che se non era per le due parole con Miryam l’altra sera e la vittoria del Milan, e le fantasie allucinate da mistica islamica per lei, per andare oltre mio padre, oltre il Faraone, verso la Terra Promessa, come Mosè, Musa, che se non era per il salutare in albanese di Paolo, e poi in arabo, lì al bar, forse mi sarei perso per colpa di Ana, che non mi va più di rivedere… e anche quella semplice parola, mentre bevevo il caffè, l’altra mattina, di non so chi, “Allah!”, pronunciata come pronuncerebbe un imam che conduce una preghiera, mentre mi perdevo per un attimo a guardare Olga mentre bevevo il caffè, che se non era per quella parola magica, per Miryam, per la luce che mi guida, come anche oggi si illuminava Bruna mentre parlavo di Miryam, se non era per tutta quella luce mi sarei perso di nuovo… e pensavo a come il bar sta diventando una specie di seconda casa, come anche domenica passavo di lì a pranzo a mangiare un toast, nella dispersione tipica della domenica pomeriggio, se non era per il bar, per Miryam, mi sarei perso sempre di più, e se trovo un modo per andare avanti è proprio passando di lì, sentendo i discorsi e le frasi della gente, scambiare due parole, uscire dal solito loop di discorsi intellettualoidi con gli amici, discorsi di lavoro con Marco e gli altri, se non fosse per il bar, per Miryam, per quella luce, mi sarei perso completamente… e vorrei solo scambiare due parole in più, essere più luminoso, meno nero ortodosso murato nel silenzio e nello sguardo in fissa sul mondo, chiuso in me stesso, non sono un monaco ortodosso, sono un figlio della luce, grazie a Miryam, grazie al bar dove si saluta in albanese e in arabo, dove si convive tra tutte le etnie, e se non fosse per quella luce mi sarei perso, anche nei discorsi svianti di Saverio, delle lingue, di inseguire passioni che non ci sono più, ispirazioni che non ci sono più, che sono morte come è morta la relazione con Alina, con Leida, e ora con Ana… e se non fosse per quel bar, per Miryam, per quella luce, mi sarei davvero perso, che Miryam diventa una sorta di Beatrice che mi conduce al di là dell’inferno, verso viaggi di mondi di passaggio, come il purgatorio e il paradiso, e anche se lei mi parla del suo ragazzo non mi fa niente, perché per lei non c’è desiderio, c’è solo magia e luce, un qualcosa di mistico e trascendente che mi conduce alla visione della Luce e della divinità, là dove tutto il nero dell’anima diventa pura luce… pura luce… e non so se domani tornerà Valeria, se berrò il caffè, quante sigarette fumerò, cosa leggerò, con chi starò parlando, non mi importa, finché la pura luce vive in me…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

La sera… dopo una leggera giornata di lavoro, il libro “Aleph” di Paulo Coelho, leggerezza di cose senza senso new age, lo spirito del mondo, lo spirito della pace, l’amore… arrivare a sera e aver voglia di rifarsi di quella vodka gettata via nel lavandino, recuperare una nuova bottiglia al supermercato, prendere la macchina e andare… arrivare là, prendere la bottiglia di vodka standart e andare alla cassa… l’etichetta antifurto che era sopra il codice a barre, la cassiera che diceva che bisogna essere proprio stupidi, quattro chiacchiere prima che arrivasse l’altro commesso che avrebbe dovuto recuperare un’altra bottiglia, con il codice a barre libero, due parole con la cassiera, sull’altro Carrefour 24h che chi ci va la notte a fare la spesa? Neanche quelli che tornano dalla discoteca, al massimo vanno dai panettieri notturni a prendersi una pizzetta, una brioche, come si faceva ai tempi con gli amici… il commesso che ritornava e diceva anche lui, come mi aspettavo, che quella era l’ultima bottiglia rimasta, e quindi un’altra non ce n’era, meglio così, pensavo, salutavo, si scusavano, ed ero contento per quella bottiglia in meno… tornavo a casa, mi prendevo la mia olanzapina e cercavo di riposare, mentre il craving dell’alcol, delle sigarette, si faceva sentire, a niente serviva pensare ai monaci, ai santi, stare lì un’oretta sdraiato, ad orari ora più umani, verso le dieci di sera non già dormire, e verso le undici riprendere la macchina per andarsi a comprare una keglevich, che andava bene lo stesso, all’altro Carrefour, aperto 24h… prendere la macchina, partire, e neanche a metà strada girare dall’altra parte, per andare a trovare Ana, e non la cassiera del Carrefour, che solo vedere quel negozio mi faceva venire la depressione, fregarsene del cassettino passeggeri della nuova macchina sempre aperto, siamo in Romania, pensavo, il mondo ideale non esiste più… arrivare là da lei, e dirle che le davo tot, andava bene e saliva in macchina, Ana… che solo risentire la sua voce per un attimo provavo piacere, avevo voglia di parlarle, delle mie disavventure degli ultimi mesi, il dentista, la macchina distrutta, il lavoro al bar dell’amico cinese, l’amica russa che non significa niente, la puttana cinese, le partite al bar, l’alcol, il mix di alcol, valium, caffè, sigarette, zolpeduar, canti ortodossi, canti islamici, che da settembre, da quando avevo deciso di non rivederla più, Ana, era stato un continuo cadere sempre più in basso, un casino totale, lei che sorrideva… lei che mi raccontava che anche lei con il nuovo anno non è iniziato bene, il poco lavoro, in generale, i suoi che sono separati, loro, le due sorelle, che hanno due macchine e quando escono la sera decidono o una o l’altra, non importa, lei e le sue serie televisive turche, come in Albania, le dicevo, anche là guardano telenovela turche, sottotitolate, una volta c’erano i turchi, in Albania, in Romania, cinquecento anni fa, le dicevo, Dracula… lei che diceva che sapeva un po’ di parole turche, io che ne sapevo solo una, le dicevo: “Sevi seviyorum”, “Ti amo”, diceva lei, io che mi perdevo nel suo sguardo, nella sua voce, lei che per un attimo, con quella voce lì, che mi ricordava Eugenia, lei e la sua bellezza nel parlare un’altra lingua, l’italiano, come fosse la sua, con tutta la leggerezza e la dolcezza del mondo, lei che mi diceva che aveva 21 anni, giovanissima, le dicevo, lei che a settembre vorrebbe andare in Inghilterra, che qua ormai non c’è niente, c’è un cliente di 28 anni che là la ospiterebbe, ha altri parenti, zii, cugini, a Londra, lei che mi diceva di andare anch’io, che l’età non conta, io che le dicevo che ormai ho 35 anni, se avessi avuto dieci anni di meno forse sarei andato, cosa ho studiato a fare lingue? Era meglio che dieci anni fa prendevo e andavo, avrei imparato di più, per che cosa poi? Lei che comunque andrebbe là non per amore della lingua, ma per i soldi, lei che continuerebbe a fare quel lavoro, più un altro lavoro, per guadagnare di più, come Alina, pensavo, che ogni tanto faceva la notte, altri lavori da giovane ucraina di giorno, lei che mi parlava di voler andare in vacanza in Turchia, anch’io le dicevo, Istanbul, dopo che quest’estate ero stato a Berlino, la capitale della Turchia, come diceva Mustafa, e avevo voglia di visitare Istanbul, che tanto a Berlino i posti dove mangiare sono tutti turchi, le moschee, le cantilene islamiche, quella canzone romena in inglese: “Lost in Istanbul”, che anche lei conosceva, lei e le serie turche, le parole turche, le storie di chi si innamora, si ammazza, finisce in galera, tanti episodi, lei e i suoi orari assurdi, lavorare dalle dieci all’una di notte, tornare a casa e guardare le serie tv fino alle sette, addormentarsi e svegliarsi alle quattro del pomeriggio, pulire la casa, fare lavori, e neanche il tempo di far altro e tornare subito al lavoro, circolo così, vizioso, di una vita un po’ depressa, come lei, senza sorriso, con quella voce dolce e disperata allo stesso tempo, lei che non riesce a dormire come me, io che l’altra notte mi svegliavo alla una e non dormivo fino alle sei, quando andavo al bar, prendevo il caffè, e me ne tornavo a casa a dormire fino alle nove, come per cercare di rimettere a posto il ritmo del sonno, non si può addormentarsi alle otto e svegliarsi alle quattro di mattina, io che con lei parlavo una ventina di minuti, di tutto questo, di andare via, di stare qua, dei soldi, delle serie turche, che mi ricordavano l’Albania, le volte che mi ubriacavo al Bar London e poi andavo in pizzeria turca, London e la Turchia, i sufi, l’alcol, lo sviamento, l’annebbiamento dei pensieri, come lei, per la mancanza di sonno, la depressione strisciante di entrambi, l’infelicità… non c’era altro da aggiungere, neanche pensare a Eugenia, ormai persa, io che la riportavo là dove sua sorella attendeva un altro cliente, quella macchina che si fermava lì, a caricare tutte e due le sorelle, prendere e andare via, dopo averla salutata, il suo sguardo infelice, triste, depresso, senza piacere, la voce dolce e stanca, senza sonno, il mio sviamento, il suo volto, la sua voce, la sua bellezza da ragazza 21enne, la Romania, l’Inghilterra e la Turchia, e Ana che traduceva “Ti amo”, “Sevi seviyorum”… girare e tornare a casa, essere ancora indeciso se bere o no, pensieri offuscati, voglia di una scarica di qualcosa, andare al bar e prendersi una bottiglia di birra, dopo aver vagato in casa in cerca di alcol, quella birra dopo mezzanotte, qualche sigaretta di troppo, pensieri affuscati e annebbiati che vagavano qua e là, lo sviamento dell’ultimo periodo, tra puttane, bar, alcol, partite, russe, cinesi e romene e sud americane e romene, io che pensavo ad Ana, lei che forse partirà per Londra a settembre, come diceva, io che mi dicevo, perché partire? E pensare che una volta il desiderio di stare qua era dovuto a lei, non partire per Londra proprio perché c’era il desiderio per Ana, o così credevo, la depressione strisciante di entrambi, la notte, un po’ d’alcol, leggero, la musica che non partiva in me, forse “Perseri” di Greta Koci, e il piacere che non c’era, il dispiacere di una notte così, i miei amici che mi davano ultimamente del depresso emo, la notte fatta di una bottiglia di birra e di un bicchire di malvasia, al di là di tutte le storie religiosi, dei proibizionismi isterici, la leggerezza che si trasformava nella pesantezza della notte, la depressione strisciante di noi due, me ed Ana, la notte e il dispiacere, sentirsi lasciato in nome di quel suo amico che l’ospiterà in Inghilterra, vite da migranti, in nome di pochi soldi, in nome del lavoro che qua dicono tutti che non c’è, io che pensavo al lavoro di mio padre, ai soldi che non so neanche come spendere, all’infelicità, alla depressione strisciante di noi due, la notte, la musica che non c’era, il piacere in esilio, il dispiacere che pervadeva ogni cosa, senza bisogno di vodka standart o keglevich, al di là dei notiziari e di tutte le lingue di questo mondo, della musica di tutto il mondo, delle tipe da tutto il mondo, una visione, ancora una volta, della chiesa a Iasi, l’iconostasi, il catapeteasma, là dove finisce il mondo, l’archimandrita greco che con la sua presenza mi diceva che era meglio evitare Ana, caffè, alcol, sigarette, riprendersi dopo questo periodo di devasto e confusione, con questa depressione strisciante di noi due, Ana che tornerà in Romania a Pasqua, 28 aprile, secondo il calendario ortodosso, una settimana, Pasqua, come i canti che sentivo l’altro giorno, di quei monaci di Valaam, ortodossi, la sensazione pasquale che provavo l’altro giorno, lontano dai circoli viziosi, liberato per un attimo, dai caffè, sigarette e alcol, quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana… che non c’è musica, forse solo quella di Mahmoud, adesso di moda, dopo San Remo, volevi solo soldi, soldi, soldi, wali di wali di habibi, h b, abha, bahà, la gloria, gloria al padre al figlio allo spirito santo, Слава Отцу, Сыну и Святому Духу, l’ortodossia che non c’è, perdersi tra la luce bianca bahaì e il nero oscuro dell’ortodossia, il catapeteasma, la Pasqua di Ana, la nostra depressione strisciante, una Londra che non c’è, e l’assenza di musica, e quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Dopo una notte di devasto…

Vodka, la notte, dalla una alle tre di notte, bere, fumare camel white, avevano solo quelle in quel bar ieri sera quando si usciva con Barrezi, vodka standart russa, di quelle più raffinate, più buone, come quella che bevevo al bar london, quando mi ubriacavo, nella notte, la voglia di una chesterfield rossa, la vodka che mi aveva regalato l’amico, insieme ai poster della propaganda cinese comunista dei tempi di mao tse tung, regali di compleanno arrivato dopo un mese e mezzo, giocare a spostarli di qua e di là nella stanza, ubriacarsi, pensare a Rasputin, ad Ana, all’ortodossia dell’anima, prendere la macchina nel mezzo della notte e andare al bar a comprarsi le chesterfield rosse, dopo che spezzavo e buttavo via le camel white, comprare le chesterfield rosse al distributore automatico… tornare in casa, bersi qualche goccio ancora, fumare una sigaretta, buttarla via, prendere la bottiglia di vodka e svuotarla nel lavandino, buttarla via, prendere le chesterfield rosse e buttarle via, dopo averle spezzate, prendersi venti gocce di valium alle quattro e mezza della notte, per dormire, pensando ad Ana, a non so chi, a non so che cosa, ai discorsi fatti forse insieme all’amico, prendi e vai via, emigra, sai le lingue, fai import export, vai in Russia, anch’io mi sveglio la mattina e non so cosa fare, mi devo organizzare la giornata, la vita priva di senso, io inseguo il piacere nelle cose che faccio, quello è il mio criterio, il piacere? Bere alcol fino ad ubriacarsi, sette caffè al giorno, trenta gocce di valium, non so quante sigarette, cibo a volontà, e ogni tanto le puttane, se questo è inseguire il piacere, meglio non basarsi sul piacere per andare avanti, qualcosa che mi piace? Non c’è più, né le lingue, né lo studio, né il lavoro, vagamente Ana, Alexia, lontanamente, forse l’unico piacere che provo ora è l’ascetismo, l’ascetismo di fare a meno di quei circoli viziosi, anche se sbagliavo a buttare via la vodka e le sigarette, soldi buttati, sprecati, non si buttano via le cose, un po’ come quando nella depressione totale nel 2016 buttavo via tutti i fumetti, cancellavo il vecchio diario ispirazione ultima, mi cancellavo dai social, nella depressione ogni tanto ci sono queste manie distruttive, manie di buttare via la roba, come per liberarsi da un peso, e ogni volta che butti via qualcosa per un attimo ti sembra di esserti liberato dal peso, poi viene il senso di mancanza, e il peso torna comunque anche senza quegli oggetti di cui ti sei liberato, dinamica della depressione, distruttività… e poi perché depressione? E’ davvero depressione questa? Non si sa, i termini psichiatrici vanno presi con le pinze, meglio non darsi nessun nome, bipolarismo, schizofrenia, disturbo della personalità, depressione o quant’altro, l’antipsichiatria insegna che queste etichette funzionano poi come delle profezie che si autoavverano, quindi le etichette meglio evitarle… depressione perché gli amici così scrivevano su whattsup, e dopo questi regali Aldo non ha più scuse per fare l’emo depresso, ce ne manca ancora, scrivevano, emo depresso che ha ereditato, scrivevano, cazzate, tutte cazzate, quello che bastava però per farmi ripensare a come mi sentivo la mattina, dopo che sentivo i canti ortodossi e per un attimo mi sembrava di vivere il tempo di pasqua, lo stesso ascetismo, le lacrime, quello stesso sentire spirituale che non aveva più bisogno di niente, né di caffè, né di sigarette, né di alcol, né di Ana, né di libri, né di musica, né di cibo, né di film, né di niente, pura vita così, senza parole, puro sentire, puro respirare, pensiero vuoti e profondità sconfinate senza parole, senza musica, niente di niente, pura spiritualità ortodossa, eppure gli amici dicevano “emo depresso”… pranzavo, andavo a bermi il caffè al bar di Paolo, da Olga, non avevo voglia di parlare, alla radio davano una vecchia canzone anni ’90, pre 11 settembre, sex bomb, canzone stupida, dei tempi di Clinton e Bush, e poi davano, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… meglio questa canzone, anche se di solitudine non ne sento e non c’è nessuna che sia il mio rimedio, però le canzoni nuove le preferisco, suoni e canto più avvolgenti… e in quel momento guardavo Olga, mi vedevo riflesso nello specchio del bancone del bar e volevo solo farmi crescere i capelli lunghi, come un vero monaco ortodosso, o come un musicista metal, o un musicista, un artista, un cantante, non lo so, so solo che volevo farmi crescere i capelli e non avevo voglia di parlare con nessuno, né, come dicevo ieri sera, di fare niente, privo di senso ogni cosa, volevo forse solo recuperare le ore di sonno perdute nella notte a causa dell’alcol, o dei discorsi con l’amico, o non so che cosa ancora, ma il sonno, una volta arrivato a casa non arrivava, arrivava solo una schermata nera in me, il ritorno dei cori ortodossi che sentivo, memorie e ricordi vari, l’assenza di ogni senso, la lista delle possibili cose da fare, persone da vedere, luoghi dove andare, finiva la lista, finiva il mondo, schermata nera, e forse risuona solo questa canzone ancora, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… e non so perché in me si smuovono parole da black humor da liceo linguistico, good mourning, this is a disease deceased, solo per raffinare l’orecchio, la musica, il canto, come se fossi un madrelingua inglese che non sono, senza contare che ieri sera in quel locale mi davano fastidio quei due froci di fianco al nostro tavolino che parlavano in inglese, e di andare in Inghilterra a Londra mi faceva schifo, apprezzavo solo le bariste italiane che ci servivano, tutte more, e avrei voluto sentire il loro profumo, dimenticare le ultime puttane, o forse infondermi di incenso per non sentire gli strani odori che sento ultimamente, purificarmi con la bellezza e i profumi, parlarle e dirle due cose, come le dicevo, come se fossero mie colleghe, io e miei discorsi soliti dell’ultimo periodo, la macchina distrutta, il lavoro al bar andato a male, la non voglia di emigrare, la mancanza di senso, di obiettivi, la musica che mi invade, la bellezza delle bariste, la bellezza di Milano la notte, dimenticarsi della notte fatta di vodka e sigarette e valium, i cori ortodossi, la depressione e gli emo, e solo questa canzone risuona ancora, e forse la voglia di lingua inglese, lingua russa, come ai tempi dell’università, o la voglia di niente, solo di ascetismo da periodo pasquale, o forse niente di questo, dopo una notte di devasto, svaporare con una kurv, come la chiamo io quella sigaretta logic, curv, come una puttana, come quella canzone, nuk ka dashni per njo kurv si ti, Leida, non c’è amore per una puttana come te, Leida, svaporare un po’, dopo una notte di devasto, kurv…