Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Innamorato di lei, Ana…

Innamorato di lei
di Ana
che ora ogni cosa si spiega
invece di inutili capogiri dell’anima
alla ricerca
del punto che saldasse la mente
e la facesse uscire
dalla follia
Ana
era il centro di ogni cosa
di ogni follia
la sua musica
la sua bellezza
la sua voce che mi mancava
la sua arte
che solo ieri pomeriggio
nel camminare
mi si manifestava questa verità
perché lei è davvero innamorato
di questa ragazza
mi dicevano
e tutto tornava
ed ogni altra cosa
era periferia dell’anima
che non voleva accettare
questo fatto
l’amore per lei
così folle
anche più di Alina
follia pura
tra ascolti di corano
e canzoni dimenticate
follie dell’anima
ed eccessi
parole in eccesso
follie
e solo la notte
avrebbe portato
a compimento
l’amore per lei
là dove io
in una chiesa
accovacciato
e inondato d’amore
la rivedevo
come l’unica vera ragazza
che mi abbia fatto impazzire così tanto
nell’ultimo periodo
e la notte
la notte
la notte c’era lei
che mi parlava
che mi chiedeva dell’altra amica
che è meglio dimenticare
come le dicevo
perché sono innamorato di Ana
non dell’altra
che ogni altro perdermi per altre ragazze
sembrava quasi un peccato
contro il mio amore per lei
se solo il peccato non esistesse più
e tutto è anarchia dei sensi
e amore
anche quando
accovacciato in una chiesa
sentivo l’amore per lei
e per tutte le altre
ma sopra tutte
lei
Ana
che mi perdevo e mi perdevo
anche andando a trovare Manuela
prima di rivedere Ana
vedere la bellezza di lei
e anche lì sentire l’amore
i suoi capelli biondi più lunghi del solito
più lunghi
come i miei capelli
dell’ultimo periodo
da quando c’è Ana
e si sorrideva e si parlava
e si gustava la nostra dolce voce
con Manuela
mentre passavo di lì da lei
come tante altre volte
questa volta
inondato d’amore
e la notte
la notte
l’avrei rivista
avrei goduto con lei
sfiorandole i capelli
il corpo
perdendomi nel suo volto
nella sua voce
che ricordava ora vagamente
anche l’altra ragazzina romena
andata via dal ristorante
dove faceva la cameriera
Cristina
che in lei rivedevo sempre
Ana
sempre e solo lei
Ana
che tutto tornava
in quegli attimi
in quell’estasi erotica alcolica e musicale con lei
che la notte non sarebbe mai finita
quell’estasi erotica
che si perdeva
nell’alcol e nella musica
e la musica
la musica
la musica
la sua musica
che liberava l’anima
Ana
lei ritrovata
l’amore e l’estasi ritrovate
che tutto era proprio così
perché lei è innamorato di quella ragazza
mi dicevano
e visioni di antiche biseriche ortodoxe
andavano via
trascinate e inondate dall’amore
per lei
da quella sua musica
da quell’estasi
alcolica erotica e musica
e tutto l’amore mi invadeva
perché lei è innamorato di quella ragazza
mi dicevano
ed è proprio così
ritrovo me stesso
e l’estasi in me
non ha fine
l’estasi continua
e mi infonderò ancora nella sua musica
inondato dall’amore
innamorato di lei
Ana

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E tutto l’amore che mi inondava, Ana…

Devastato, da quelle clip latine, devastato e impazzito, che mi servivano i giusti tranquillanti per andare oltre quella mente impazzita, per liberarmi in un’estasi dionisiaca che poi si gettava a dormire nei sonni più pesanti di sempre… svegliarsi nel primo pomeriggio, completamente disorientato, i libri che non mi davano più niente, neanche la musica, ogni cosa sapeva di niente, e mi perdevo ed era anche inutile la camminata sotto il sole cocente, che faceva sudare, e non mi permetteva di correre, la mente in visibilio, e solo quella camminata che mi dava la soluzione di tutto: Ana… era proprio lei a farmi impazzire, con la sua musica reaggeton, le sue parole, la sua voce, la sua bellezza, quella mancanza di lei da troppo tempo che tutto agosto e parte di inizio settembre mi stava mandando fuori di testa, facendo perdere la mia personalità, mi stava disorientando, l’assenza di lei, la sua mancanza… e me ne tornavo a casa dopo che nella passeggiata avevo sentito la solita signora romena dire qualcosa: credinciune! Credente, sarebbe, io, vestito di nero di vesti belle larghe, quasi come un monaco, camminare e camminare e sentire questa voce, e pensare solo ad Ana, e ricordare le mie visioni recenti, di monasteri ortodossi, di voci di cori bassi, delle letture di “Fratelli Karamazov” e il personaggio Alyosha, vera ispirazione, e mi dicevo e mi ripetevo che avevo solo bisogno di lei, di Ana… me ne tornavo a casa solo per cenare, con quel mal di denti atroce su ogni cibo o bevanda fredda, un dolore insopportabile, e sdraiarsi sul letto intontito dalle troppe pasticche, per far passare il mal di testa, per stare a posto con la testa, e un dolore ineffabile mi sopraffaceva, che avrei desiderato stare lì così a dormire, a soffrire, quando accendevo la musica classica e mi lasciavo trasportare da altre note che non quelle del regetton, e quella musica, e qualche bicchiere di vino rosso mi facevano sentire ancora vivo, e il pensiero, il desiderio, e l’amore per Ana mi avvolgeva del tutto… e bevevo, ed ascoltavo musica, e soffrivo, e sentivo la sua mancanza, e capivo che tutti i miei guai dell’ultimo periodo era perché lei non c’era, perché non la trovavo mai, o perché mi dicevo che era meglio non vederla, e così, senza saperlo, scatenavo la mia follia… mi rialzavo solo verso le sette e mezza e andavo in chiesa, facevo il segno della croce bagnandomi con l’acqua, mi avvicinavo alle panchine, ma non ce la facevo, cadevo prostrato con il volto a terra, come i monaci ortodossi, e dentro di me vedevo solo lei, solo Ana, e il vago ricordo di Alina, e la sorella Aleksia, e tutte, e una sensazione di amore, misericordia, sofferenza e gioia mi invadevano, in quello stato estatico causato dall’alcol, dalle medicine, dalla musica, e l’amore per Ana mi invadeva, e non mi interessava che qualcuno passasse di lì, il diacono, il prete, che parlavano tra loro, le letture: l’esaltazione della croce… e me ne stavo lì, accovvacciato, che quando alzavo lo sguardo, stando seduto, vedevo il mondo girare attorno a me, come una specie di allucinazione da funghetti velenosi, vedevo la chiesa girare dappertutto, e se mezz’ora prima mi sembrava di star morendo dal dolore, ora mi sembrava di star svenendo dall’estasi, ed ero ancora inondato d’amore per Ana… seguivo la messa, poche persone il venerdì sera, seduto poi sulla panchina, giovani e anziani, poca gente, le letture, e l’amore per Alina e per Ana che si rivelavano più forti che mai, per Aleksia, le mie visioni e i miei canti ortodossi, e l’anima era piena d’amore, e tutte quelle parole scorrevano mellifluamente, e nessun oggetto mi spaventava, nessuna voce, perché sapevo che l’amore mi inondava… e me ne tornavo a casa solo per fare un salto al Carrefour e comprarmi qualche birra, alla cassa, lei, Manuela, altro amore perduto, che compravo due bottigliette senza dire granché, le solite frasi tra cliente e cassiera alla cassa, giusto per comprare, eppure vedevo il suo sguardo, vedevo quei suoi capelli biondi che ora sono lunghi, vedevo la sua bellezza, e la bellezza delle nostre voci, e ancora una volta l’amore mi inondava… me ne andavo, e dentro di me si aprivano le porte della musica raggeton, quella musica di Ana, e mi perdevo completamente nella mia stanza, tra alcol e musica, tra estasi musicale ed alcolica, e l’amore mi indondava di nuovo e sempre di più… e non ce la facevo più, avevo bisogno di lei, di Ana, perché le visioni di Manuela se ne stavano andando via e avevo bisogno di Ana… saranno state le dieci o giù di lì, prendevo la macchina, mezzo ubriaco, mezzo allucinato, con il mondo che girava, io che ci vedevo doppio, ma non mi importava, ero ancora inondato d’amore… e la trovavo là, di fianco a sua sorella, “Chi vuoi? Vuoi me o vuoi lei?”, “Voglio te”, le dicevo, “Posso fumare?”, “Fuma! Fuma!”, e la facevo salire in macchina dopo che abbassavo il finestrino per farla fumare in tranquillità, e l’amore mi inondava… siete state in Romania? Sì, adesso siamo tornate, e te? A Berlino! Bello! Sì! Tua sorella adesso parla un po’ di più o sbaglio? Sì, adesso parla di più, lo sai, sto impazzendo, sono mezzo ubriaco ed è colpa tua, mi sveglio alle tre di notte e ascolto al tua musica, mi perdo con altre ragazze, ed è colpa tua, le dicevo, tranquillamente, con quella calma che solo l’amore può dare, è colpa mia? Diceva lei, e sorrideva, e mi diceva di parcheggiare di là, non al solito posto, e ci si lasciava andare, come sta la tua amica, mi chiedeva, quale amica? Quella che mi dicevi, meglio dimenticarla, e godevo già del suo corpo, della sua bellezza, e da lì a poco avrebbe cominciato la sua pura arte, che sognavo da tempo, la sua arte di muoversi qua e là, di farmi godere, e godevo di lei, della sua voce, della sua bellezza, anche quando si tirava su un attimo e si mostrava il suo volto, così simile alla cantante Inna, e godevo di lei, di quella mia voce preferita ritrovata, di quel piacere ritrovato, di quell’arte, della sua bellezza, e l’amore mi inondava ancora… godevo come non mai, e mi sentivo libero, innamorato, liberato, estasiato, un’estasi alcolica erotica e musicale che non provavo da tempo, grazie all’amore per Ana che mi inondava, e lei che mi diceva altro, la musica raggeton, rap italiano, di andare da sua sorella ogni tanto, così, e tutto era come se fosse la cosa più naturale del mondo, perdersi nel pomeriggio e ritrovarsi e godere la sera da lei, con quella sua voce che mi mancava da tempo, con quella sua bellezza, quell’amore che mi inondava, Ana…

E la notte non sarebbe finita più, tra questi ricordi e visioni, tra questi giramenti di testa e stati estatici, inondato d’amore compravo un altra birra con la speranza di rivedere Manuela, ma non c’era a quel giro, e mi accontentavo della bellezza di Ana, della sua voce, dell’erotismo ancora vivo in me, e tutto si sarebbe estasiato in un’altra estasi che continuava, estasi alcolica erotica e musicale nella notte, musica reggeton senza fine, innamorato di lei, di Ana, e ogni cosa che è fatta per amore va al di là del bene e del male, e tutto l’amore mi inondava, Ana…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Nella musica di Ana, e non dormo più…

Ascoltare musica raeggeton
a caso
svegliarsi alle tre di notte
con la musica in testa
il pensiero di Ana
vagamente innamorato
da non capire più niente
lei là
in mezzo ad una via
come tante
come l’altra dal volto asiatico
dell’altra notte
saltano tutte le categorie
e si decentra l’anima
anche quando voleva cantare
ciò che non sa cantare
jinn dell’anima
che mi portano fuori identità
scritte che sono solo
macchie di inchiostro
o segni
senza più alcun referente
x sconosciuta
al di là delle lettere
la realtà
la concretezza
che si dissolve
e rimane quest’anima
a poetare sul niente
là dove
il mondo reale
si è fatto favola
recuperare il sonno
in una mattina da niente
il sonno
questo grande assente
in quest’ultimo mese
la mancanza di Ana
e lei che in ogni caso
non potrebbe darmi niente
solo ancora più confusione
non so più se sono innamorato
come Raskolnikov
di Sonya
e chi sia questa Sonya
Alina o Ana
o chissà chi
forse innamorato di un amore che non c’è
e l’assenza di obiettivi
non cambia niente
sembra quasi
una parvenza di libertà
che si vive ascoltando musica
buttando via le giornate
mi rimane lì
quel libro
quell’altro
dei film che non so quali vedere
l’anima impazzita
che si risolve
in una divinità
che non ha più senso invocare
il dissolversi dei pensieri
dei riferimenti
tutto sa di musica
ora
anche il pensiero
che diventa come un rumore
di sottofondo
a cui non dare più ascolto
tutto va
tutto passa
e non so più
a cosa
a chi
riferirmi
solo forse
i discorsi con gli amici
con i colleghi
mi riportano
alla ragione
poi
nella solitudine
il pensiero
impazzisce
e si fa rumore
solo per smettere di ragionare
innamorato di Ana
come mi sentivo questa notte
alle tre
svegliarmi
e vedere solo lei
quei momenti passati
quelle parole
la sua musica
ragazza vuota
che mi ha traghettato
da una musica all’altra
da un mondo all’altro
anima impazzita
che non sa più cosa farsene di se stessa
e si dissolve
i poeti di oggi
fanno le pubblicità
fanno i film
scrivono discorsi
ed organizzano eventi politici
pubblicitari
che ce ne facciamo
di queste quattro righe
sulla rete
infinita
dispersa
tra miliardi di utenti?
Non si sa
eppure ogni tanto
si deve scrivere
qualcosa
come spazzatura dell’anima
come sfogo
non si sa
Ana si dissolve
rimane la sua musica
e per non impazzire di musica
ci sarà forse qualche libro
qualche scritta
qualcosa che mi riporti
ancora
alla normalità
non dormo più
vedo solo lei
voglio solo lei
e non c’è
questa ragazza vuota non c’è
le profondità di Alina
sono acqua passata
non so più di chi sono innamorato
forse di lei
Ana
forse di nessuna
non si sa
so solo che non si capisce più niente
e non dormo più
per buttare via il tempo
ci sarà
altro a cui interessarsi
per distrarsi
il lavoro
al quale non penso neanche più
non ha più senso neanche dire
vivo alla giornata
il tempo sembra essere finito
tutto si dissolve
comincia l’infinito
innamorato di Ana
non dormo più
la ragazza vuota
che ha svuotato l’anima
anche di antichi ricordi
metropolitani ortodossi
non ha più senso
si dissolve la musica
ogni cosa
era pura astrazione
libere associazioni
dell’anima folle
tutto diventa infinito
innamorato di Ana
non dormo più
e ogni cosa era pura favola
senza consistenza
puro etere di sentimenti
e pensieri
infinito
che ora mi prende
innamorato di Ana
non dormo più
e potrei scrivere e scrivere
continuando a dire il niente
fino all’infinito
non sapendo che farmene
di questo infinito
servirà solo forse
a non impazzire di più
a far sfumare ogni follia
che si dissolve
innamorato di Ana
della sua musica
della sua voce
del suo volto
del suo corpo
del suo sguardo
di tutto ciò che evoca
e di quanto mi ha svuotato
liberato di me stesso
trovando l’infinito
non dormo più
innamorato di Ana
non dormo più
e trovo solo l’infinito
e non so che farmene
forse solo
per non perdermi ancora
nella follia
come ai tempi di Katia
ricordo lontano
passato
primordiale
quando tutto diventava
inconsistente
costruivo castelli in aria
per anni
in università
quei castelli sono crollati
non c’è più nessun obiettivo
non credo più a niente
forse solo
a lei
alla ragazza vuota
Ana
e all’infinito
sorseggio questo caffè
e sono qui
la mia mente vagherà ancora
in questo vuoto
in questo niente
che sa di infinito
nella musica di Ana…

Descrizioni, Pensieri liberi, Visioni

Alla sete di conoscenza, che ritorna, finalmente, in questo fresco settembre…

Guardarsi dei film della CIA in inglese, “Argo” e “Zero dark thirty”, dopo gli ultimi deliri apocalittici/filosofici/teologici/politici, sentirsi come un agente dell’intelligence, con quei pensieri, la politica, la storia, i soliti ricordi ricorrenti di eventi politico mediatici, i personaggi, ogni cosa, e perdersi questo primo pomeriggio nelle letture delle ultime news dal mondo, in inglese, in italiano… quel film su Osama Bin Laden e la donna della Cia che alla fine riesce a farlo catturare, quell’altro film sull’Iran nell’ondata esaltata subito dopo la rivoluzione, contro gli Stati Uniti, film che stimolavano il cervello, finalmente, con questa temperatura giusta che lo permette, la mente che torna a funzionare, chiara, limpida, pulita… il poco sonno, certo, ma meglio così che continuare a dormire o a stordirsi come facevo nelle settimane precedenti, stare sveglio e leggere, leggere stamattina “I fratelli Karamazov”, arrivare al paragrafo del Grande Inquisitore, quel passaggio memorabile che fa notare il passaggio da potere spirituale del Messia al potere temporale delle Chiesa e dello Stato, il concetto di potere, e le sue manifestazioni nel corso della storia… la volontà di potenza… la geopolitica… il corso della storia… la storia passata e la storia contemporanea… la forza di volontà… il potere, al di là di tutti i deliri mistici religiosi che ad un certo punto, come sempre, svaniscono, anche dopo i deliri d’amore, di innamoramento… le regole, il potere e la forza di volontà di darsi delle regole, decidere, capire se stessi, capire il mondo… e me ne andavo a prendermi una pizza take away lì dai turchi, non c’erano i soliti, c’erano lì altri due, mi prendevo la mia pizza e me ne andavo, solo per tornare a casa, pranzare e bermi il mio caffè, impossibile dormire dopo pranzo, per fortuna… era circa la una del pomeriggio e sentivo arrivare giù in cortile i tre fratelli meccanici, che stavano lì a parlare con mio padre per qualcosa da acquistare, il loro fare informale, un po’ ingenuo, da sempliciotti, ma comunque da gente che lavora, loro che ridevano e scherzavano con l’operaio, ma si sa, io di sabato non voglio lavorare affatto… prendevo e me ne andavo, con il mio tablet, al parco di fianco alla biblioteca, che avrebbe aperto più tardi, un’oretta e mezza dopo, mi perdevo nelle notizie internazionali, e mi liberavo dall’aria oppressiva di quell’officina, come diceva Saverio: “Si muova!”… e faceva bene muovermi, cambiare aria, cambiare letture, dopo questo Dostoevskij che stava diventando opprimente, quei monasteri, quei pensieri tutti ortodossi, e da quelle notizie nasceva qualcosa, la voglia ancora di studiare, quando mi sentivo quasi un agente della CIA in segreto, e per dare sfogo alla mia mente serviva solo una qualche rivista di geopolitica, e la trovavo: “Limes”… limes… che la bibliotecaria mi portava nell’aula di geografia dove c’erano tutti gli ultimi numeri: Turchia, Vaticano, Iran, Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia, Italia… che ne avrò da leggere ancora per un po’, pensavo, altro che solo Dostoevskij e notizie online dal mondo, per fortuna c’è anche Limes! Pensavo… e mi perdevo subito nel numero sugli Stati Uniti, recuperavo le ultime notizie, espandevo un po’ di conoscenze, facevo il punto della situazione, in quella settantina di pagine che leggevo, e mi sembrava di essere tornato in università, con la differenza che allora pensavo solo a Russia e Stati Uniti, mentre ora mi disperdo anche nel mondo arabo e in quello italiano, e anche altrove, ovunque, e non mi limito più a Russia e Stati Uniti, dopo anche gli ultimi film sulla CIA, tra Pakistan e Iran, ed espandevo la mente, oltre gli stretti confini che mi ero imposto non mi ricordo più quando… e la mia mente assetata di conoscenza riprendeva a spiccare il volo, e non mi tormentavo più di cose senza senso, e alla religiosità e alla spiritualità entravano le ragioni di stato, le ragioni politiche e storiche, una visione più esterna e più astratta, meno emotiva, meno spirituale, e in quel frangente mi sembrava di dare ragione una volta e per sempre a Nietzsche e a Gramsci, a Marx, se non fosse per quell’attimo che poi scambiavo due parole con la bibliotecaria, con un altro tipo lì che studiava in biblioteca, davanti al suo portatile, c’è ancora la divinità che mi segue, al di là di tutte le cose che mi possono venire in mente, al di là della razionalità, i sentimenti ancora vivi, la voglia di andare incontro agli altri, e nel frattempo seguire i miei ragionamenti su quelle righe scritte… fino a quando non mi andava assieme la vista, verso le cinque e mezza, orario di una volta quando staccavo, sabato pomeriggio come tanti dell’ultimo anno, in biblioteca, a far funzionare quella testa che a volte non sembra più funzionare, con tutto il piacere intellettuale di questo mondo, senza neanche rispondere agli amici che chiamavano, che tanto li avrei sentiti più tardi, ma intanto ritrovavo me stesso, la stessa lucidità e interesse di una volta, come ai tempi dell’università, anche se l’università è finita, ma i libri ci sono ancora, e la voglia di imparare, di tenersi aggiornato, di continuare a capire il mondo, che per i prossimi mesi ho letture garantite: altre riviste di Limes da leggere, mentre andrò avanti ancora per un po’ a Dostoevskij, e a film di ogni genere…

E così arriva il sabato sera, dove ho sinceramente voglia di uscire con gli amici, scambiare due parole, togliere lo sguardo dai libri, dai film, dall’officina, dalla musica, da ogni cosa ripetitiva, per scambiare e confrontarsi con gli altri, per andare oltre i miei pensieri che a volte vanno in tilt e poi si riprendono sempre… e fa niente che questo post non abbia niente di poetico, sia più una pagina di un diario, come una volta in effetti scrivevo, non sempre per cercare la poesia, ma per cercare la limpidità della mente, e va bene così, non c’è alcuna ispirazione infinita in tutto questo, è tutto nei limiti della ragione, nei limiti finiti della razionalità, e l’infinito sta solo nei sentimenti di ragazze andate, di amicizie e altre persone, che ora ricordo, ora ne faccio a meno per darmi ancora alla sete di conoscenza, che ritorna, finalmente, in questo fresco settembre…

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E mi perderei e mi perderei ancora in questo veleno dell’anima, Alina…

Infinito dei pensieri e delle sensazioni, lacrime all’accennarmi di Raskolnikov e Sonya, rivedere in lei Alina, la sua immagine là, in piedi, sulla strada, sul marciapiede, “Perché Raskolnikov in fondo era innamorato di quella ragazza”, tilt dell’anima, lacrime, non capire più niente, tutto per colpa di lei, che non posso stare qui ad elencare ogni guaio in me, ogni cambiamento, ogni pensiero ed emozioni, in questo lungo periodo dopo di lei, tra Leida e Ana e Aleksia e tutte le altre e nessuna, sempre lei, Alina… che mi ritrovo a leggere vecchi manuali di filosofia delle superiori, che prima non riuscivo mai a leggere, Kant, Fichte, Hegel, l’infinito, i limiti della ragione, lo sforzo verso un infinito che non si raggiunge mai, l’io creatore, e una sete di poesia dell’anima per vincere lo sciattume di questa realtà, e pensieri che ogni tanto vanno in tilt rievocando vecchie urla e suoni depressivi e riff di chitarra black metal, enthrone the dark angel, quando quegli italiani al bar parlavano di droga, gli albanesi che spacciavano al bar, i marocchini, i meridionali che parlavano di calcio, un giro all’inferno dal quale uscivo solo con la musica, musica infernale, che per risciacquare i sensi dei suoni dovevo ricorrere al corano, a quelle cantilene, a quell’effetto ipnotico per non sentire più le urla dentro di me, monologo interiore che si protreava fino alla visita, e anche dopo, monologo interiore di un cattivo infinito che mi distoglieva dal rileggere “I fratelli Karamazov” e mi faceva approdare a certi monologhi che neanche un professore di storia o filosofia potrebbero immaginare, perso nel cattivo infinito dei pensieri… mi ritrovavo solo con la musica, che scaccia pensieri, musica pop albanese, e il senso della realtà, della concretezza, del lavoro, così come diceva anche Saverio, per fermare questo cattivo infinito che a volte si impadronisce di me, viaggi negli inferi dove neanche Alina salva, e niente e nessuno, una voglia infinita di infinito tramite l’arte, la poesia, la musica, i libri, i film, consumismo culturale a volte, a volte mania compulsiva di consumare infinito, a volte pura esigenza dell’anima… e mi ritrovo così, dopo un’invocazione che riapriva le porte dell’infinito, dopo la Germania è difficile capire se devo invocare con le parole arabe islamiche, italiane cristiane, o inglesi bahaì, o ebraiche, non si capisce più niente, e per comodità mi rimetto a quelle invocazioni che le richiamano tutte, con uno sguardo volto ad un monastero ortodosso visto dall’esterno, come un quadro romantico, di una pace e infinito dell’anima che neanche “Monch am Meer” riuscirebbe a trovare, o altri quadri di monasteri che vedevo a Berlino, o l’isola dei morti, o l’abbazia oscura di Caspar David Friedrich… si perde così la mia anima nell’infinito, tra crisi mistiche e monologhi di epoche passate, che rivedono la storia e le notizie del mondo, e il proseguire della storia, verso un senso e uno scopo che non c’è, così come non c’è storia se non scegliendo fenomeni e altri scartandoli, alla fine sono sempre io che costruisco storie, e la storia va avanti senza che vari io scelgano cosa raccontare, visione astorica del mondo, così tutto si risolve, non c’è storia, non c’è fine, e già Imam Sò mi diceva che qui si è troppo fissati con la storia, storia che era anche l’origine della mia depressione ai tempi della tesi magistrale, ora, al posto della storia ci sono le immagini di Berlino, la città, i monumenti, un viaggio fattosi concretezza, e le migliaia di turisti che ognuno la vede a modo suo, e tutto diventa evanescente, come quando vedevo quelle giovani turche a Berlino, quei giovani turchi, al di fuori di ogni cosa, elemento esterno che relativizza tutto, tra i tanti, e un canto dell’anima che ne fa a meno di troppi pensieri e astrazioni… mi perderò forse ancora in Alina, se non fosse per quel napoletano che sentivo ieri al bar: “E’ acqua passata…”, diceva, già, è acqua passata, anche al di là delle lacrime tra Sonya e Raskolnikov evocate da Saverio, è acqua passata, la tesi, la Russia, il monumento sovietico, e tutto ora si risolve in un infinito che si disperde su un quadro di un monastero… e lotto ancora con i miei demoni, a vedere quelle ragazze ortodosse da strada, senza sapere quando le vorrò ancora, Aleksia e Ana, ieri notte, quando il sonno vinceva, e quel canto islamico che dava la pace, le foto erotiche trovate qua e là, il desiderio che si ribella alla pace dell’anima, schizofrenia personale che si risolve in una visione di un monastero, alla ricerca di un infinito che si era perduto all’inferno a causa di Alina, e a causa mia, sempre qui a rivangare quell’infinito che doveva farsi inferno, inferno senza fine, mentre ora vedo la luce alla fine del tunnel, luce su luce! Luce su luce! E vado oltre cercando di non mischiare più roba chimica con alcol, musiche e canzoni strane, visioni d’altrove, simboli e oggetti che rimandano a chissà che cosa, in fondo è solo l’io artistico che a volte si disperde in troppe fantasie, e dimentica la realtà, la concretezza, quell’io che vorrebbe farsi oppio dell’anima, io creatore e artistico che va via come una striscia di oppio, e che mi avvelena, come altre volte le icone di quelle ragazze avvelenavano l’anima… c’è la gente al bar, invece, le parole semplici dei baristi, e degli altri clienti al bar, la realtà, la realtà, la realtà, come diceva Saverio, la realtà che non devo dimenticare, mentre spesso vorrei perdermi in un mondo infinito di arte, come oppio, un mondo infinito di sentimenti, simboli e sensazioni, drogato della propria anima che si disperde… alla fine del tunnel c’è una luce, e c’è il mondo là fuori, al di là dei voli artistici di quell’io infinito creatore, come una striscia di oppio, al di là di quel cattivo infinito, la realtà, la vita, la concretezza, e il mondo che va avanti, e l’anima poetica in me che sopravvive e coesiste solo per avvelenarmi di più, nel ricordo di Alina… tutte le arti diventano infinito… e mi perdo e mi perdo solo per ritrovarmi, e l’anima che non conosce più il tempo, come se fosse avvenuta l’apocalisse una volta per tutte, si diletta a questo passare di immagini e parole ed emozioni, costante flusso in divenire, che non sa che farsene di questo veleno dell’anima, che a volte diventa catartico, e la vita va avanti, e l’infinito in me, e mi perderei e mi perderei ancora in questo veleno dell’anima, Alina…

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Nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

Nel sogno, ritrovarmi non so dove, in una specie di aeroporto, vestito di nero, con il cappello nero da rabbino ortodosso, camminare per quel non-luogo, vagare, e vedere passare davanti a me vetrine, negozi, luoghi di culto che non avevano differenza con quel dell’aeroporto, e una schiera di rabbini anziani mi seguiva, vestiti di nero, con le lunghe barbe bianche, la visione di una sinagoga, tra palazzi e castelli antichi, e quella facciata, e mille turisti, e le lacrime e il pianto giudaici, con quei rabbini nei quali mi confondevo, camminando per l’aeroporto, nel sogno, le lacrime e la sinagoga e i turisti e il ricordo vago di Berlino… mi ritrovavo nel corridoio di un hotel, perduto tra quei piani e quei corridoi, i tappeti rossi che davano sulle stanze, e in un corridoio c’erano ragazze che aspettavano fuori dalle porte, si sapeva che ragazze erano, e fermarmi da una di quelle, con tutta la carica erotica di questo mondo, e perdermi in lei come mi perdevo l’ultima volta da Aleksia, la sua bellezza, i suoi capelli biondi, il corpo e le curve dove perdersi, il piacere smisurato e infinito, e la bellezza di lei, un sogno, come Aleksia, ricordo e sogno erotico…

Mi svegliavo, nel fondo della notte, ancora in preda a quelle visioni, tra religiosità ed erotismi, al fresco della notte, riprendersi un attimo e uscire nel giardino di casa, a osservare il verde, e il blu della notte, ricordavo come la sera prima mi ero perso in canzoni albanesi, nel ricordo di Rudina, il desiderio per lei, quel vino rosso che si scioglieva in bocca, quella musica che mi esaltava, quel sogno di lei, di una vita, di un lavoro, di un matrimonio, un sogno e un desiderio di festa, che mi dava la carica, e perdersi in quei vocalizzi, come sempre, Ohrwurmen, earworms, tormentoni, solite note ripetute all’infinito, come quella musica che ascoltavo sul lavoro, l’estasi musicale, e la bellezza di Rudina, e il sogno di lei, un sogno di vita… mi addormentavo solo con le sure del Corano, per risciacquare suoni che davano alla testa, la visione della luce alla fine del mondo, e la scomparsa di visioni d’amore, di matrimonio, di vita, di carica dionisiaca e apollinea allo stesso tempo, mi perdevo in quelle sure, in quel salmodiare, e trovavo il sonno… il sonno, i sogni, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, che nella notte altri sogni si ritrovavano in me, come in una stanza rettangolare, piena di banchi, a ferro di cavallo, l’insegnante sconosciuta che chiedeva di chi fossero quelle foto, noi che avevamo fatto un compito di fotografia, vari album, e l’insegnante chiedeva di chi erano le foto di “Stalker”, e io indicavo il mio amico, quello che vorrebbe sempre fare la svolta nel mondo dell’arte, “Stalker”, dicevo, “E’ lui!”, e indicavo l’amico, che confermava all’insegnante, e lei gli diceva che quelle foto erano interessanti, e aveva contatti giusti per immetterlo nel mondo dell’arte, finalmente, il suo sogno poteva realizzarsi, in quel sogno, e poi faceva forse un altro nome, l’insegnante, forse una compagna, una compagna delle superiori, Paola, e mi perdevo in un sogno dove volavo su fabbriche abbandonate, tipo quell’enorme complesso abbandonato qua in periferia, tra ciminiere e capannoni dismessi, volavo sopra quel complesso che sembrava Chernobyl, o il film di Tarkosvskij “Stalker”, e vedevo a gruppi di persone che erano vestite in Cosplay, c’era come una fiera, una manifestazione, e ad ogni capannone sorvolato dall’alto c’era un gruppo di persone, vestite come Tekken, Final Fantasy, Gundam, Giappone dell’anima otaku che si ritrovava in quelle fabbriche dismesse, e al di sopra di tutto io volavo…

Finivano forse i sogni, per la notte, per il giorno, che mi svegliavo con la consapevolezza che un altro giorno di lavoro mi aspettava, che Dostoevskij letto ieri poteva anche aspettare, per un po’, la voglia di sentire la lingua albanese al telegiornale, i raccoglimenti mistici per ritrovare me stesso, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, il ricordo onirico dei sogni, il fascino della mistica e dell’onirico, infinita ispirazione, e mi ritrovavo a invocare i sogni, i ricordi, i desideri, e tutto si disperdeva nell’evanescenza, in quella spiritualità alternativa che sa come affrontare il mondo e la vita, e serbare, come un meccanismo di difesa, la propria personalità in mezzo a quelle persone e quel mondo, che a volte vorrebbero portarti via, come quel sogno del collega che mi chiedeva perché leggevo di Abdul Bahà, e non era per niente contro, diceva solo che sono le stesse cose della chiesa, e mi ritrovavo come in un oratorio, in mezzo alla gente, ognuno a vivere la religiosità come gli viene, a modo suo, così è la vita, così è anche la spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, e mi perdevo e mi perdevo, e mi perdo ancora, e non so più trovare un punto fermo, quando tutto diventa infinito, e Dostoevskij potrà aspettare, e gli altri libri, e gli altri film, e gli amici, e chi mi segue, ed ogni persona ed ogni cosa, in questo tempo che a volte si comprime solo per scatenare desideri più forti, e voglie, e interessi, il tempo rubato al piacere che si dà alla realtà, e la realtà che invoca il piacere, libri, musica, film, uscite, arte, spiritualità alternative, questo modo di vivere che fa parte di me…

E me ne andavo al bar, come sempre, ogni mattina, il solito caffè, le solite sigarette, incrociare persone, sentirle ridere, scherzare, parlare, la musica e il telegiornale alla televisione, la gente che fumava, il risveglio tra gli altri, che lasciavo perdere il caffè bevuto in ufficio o in casa, senza gente attorno a me, vivere assieme agli altri, e conservare se stessi, nella propria spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, ritrovare se stessi, come ieri quando pensavo a quell’aquila albanese che ricorda sempre l’eterna lotta tra Islam e crisianesimo, Vlad Tepes, Skanderbeu, medioevo dell’anima e ispirazione infinita, là dove trovo me stesso, e non mi perdo più se non nell’infinito, nell’ispirazione infinita, nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

E sembra quasi settembre, sembra quasi tempo di tornare a scuola, come ormai quasi nove anni fa, quando tornavo alle superiori per recuperare gli anni persi, le compagne, i compagni… che la notte sognavo la compagna di banco, la più figa della classe, la mora e magrolina LoRusso, che mi eccitava sempre, con quel suo fare sbarazzino e stupido, coi lunghi capelli neri, pugliese, che solo il cognome era un programma, LoRusso, come una vera russa, come Katia, e poi Federica, il suo nome, tutta eccitazione, che mi ricordavo quelle volte che ero eccitato e il prof di italiano gridava: “Lorusso!”, forse perché lei se ne accorgeva, anche lui, non so, ma era rimasto un desiderio così, lontano, che nella notte si risvegliava, in un sogno da favola medievale… ero come su un largo ponte, sospeso nella foresta incantata, e sotto quel ponte c’era come un portone sacro, pieno di immagini e bassorilievi, e incatenata a quel portone c’era lei, che aspettava un incantesimo che la liberasse, non so perché mi gettavo in un piccolo lago lì vicino, e quando scendevo sott’acqua potevo respirare tranquillamente, anzi anche meglio che si fosse aria, era un lago magico… e mi perdevo tra quei fondali, nel sogno che era fatto di verde e blu scuro, nel fresco di settembre, e alla fine della prova, dell’incantesimo, c’era lei che si rivelava essere una creatura minuscola, non più grande del palmo della mia mano, e lì stava tutto l’incantesimo, l’avevo vinta, ma la sua maledizione era di rimanere una ragazza piccola, e io troppo grande per lei, la desideravo, come lei desiderava me, ma alla fine dell’incantesimo, per liberarmi da quel ponte, da quel lago, dovevo rivolgermi verso il portone incantato al di sotto del ponte… mi voltavo verso di esso e lasciavo perdere Federica e il suo incantesimo, e quel portale si schiudeva per lasciar spazio a raggi dorati e blu e argentati, dove compariva un altro mondo, tutti i compagni e le compagne, quella Jessica di una volta, anche poi compagna dell’università, e si apriva un mondo dove qualcuno mi parlava di cartine geografiche, storia, il corso del mondo, e compariva mio padre che diceva che Trump gli aveva lasciato un messaggio, chiedendogli dove mangiava quest’oggi, in quale ristorante, e lasciavo alle mie spalle l’incantesimo di Federica, del portale, del ponte, del bosco incantato, di tutte le fate come Jessica e Federica, e sognavo ancora delle fate e mi perdevo poi in quei fasci di luce bianca, argentata e blu…

Mi svegliavo, erano le sei di mattina, un orario decente per non tornare a dormire, e gustavo la luce dell’alba, e sognavo ancora l’incanto di lei, di Federica, della Lorusso, e dentro di me sentivo da lontano l’unica vera voce russa che mi ha mai ispirato in questi lunghi anni di studi russi: la voce acuta di Katia, la voce splendente di Katia, persa nei ricordi e negli anfratti della memoria… Lorusso, Katia… le due fatine dei miei sogni… e mi svegliavo, consapevole di doverla smettere con le troppe droghe di questo periodo che ho davvero esagerato, con i troppi caffè, le troppe sigarette, ma non ne facevo come al solito legge al di sopra di me stesso, non mi imponevo ideali irraggiungibili, mi dicevo solo che era meglio non pensarci, e vivere più liberamente, senza il peso di leggi inarrivabili che fanno solo stare male… ripensavo alle letture di ieri, quell’arte russa e quelle chiese ortodosse, ricordavo quando vedevo il prete passare davanti alla chiesa, con il suo saio nero, che ricordava quello di certi popi ortodossi visti in foto, ricordavo la follia di ieri mattina, che attribuivo a Miryam, ad un sacco di altre cose, mentre ogni volta può essere una cosa o una persona diversa, ma è solo la mia anima che va in tilt, che ogni volta dà colpa a cose e persone diverse, ricordavo le troppe droghe prese, che attundevano tutta la giornata, e non bastavano poi i caffè a recuperare, e altre droghe ancora per riprendersi dal caffè… ricordavo le due ore passate, nel pomeriggio, lì al bar, seduto su quella sedia là fuori, a guardare la gente che passava, a bermi la mia acqua e a fumarmi un paio di sigarette, tutto il relax, e la salvezza dell’anima che arrivava di giorni solo grazie alle sure del corano, che mi rilassavano, che davano efficacia alle droghe prese per non impazzire, e mi riprendevo pensando a come la sera ero ormai completamente uno straccio, solo il pensiero della divinità mi salvava, mentre una sensazione di morte e di follia mi prendeva, e mi sentivo come quando ero ricoverato, completamente perso e privo di riferimenti, e mi sdraiavo sul letto, come se non ci dovesse essere un domani, come se il domani fosse ancora in ospedale a tempo indefinito, e visualizzavo la figura bianca della divinità, alla quale mi rivolgevo per trovare il sonno, e la quiete dei sensi, e liberarmi dalla follia e dal male… la notte, appunto, la notte che portava i suoi sogni, un sogno erotico e di settembre, tra Katia e Federica, la voglia ancora di perdermi nell’arte  nella letteratura russa tradotte in italiano, il giusto sentire di una volta, il settembre e la voglia di studiare, di vivere tranquillamente, di avere ancora tutto il tempo del mondo, senza più sentirmi alle strette, il sollievo di non aver incontrato quegli amici e la pesantezza dei loro discorsi, le loro stupidaggini, e settembre si faceva sentire, nei sogni, nel tempo, nell’aria e nell’atmosfera, e nell’anima, che sembrava che il tempo ricominciasse daccapo, fino alla fine dei tempi, lo sguardo sul passato che cambiava, e i ricordi, e il futuro, e il presente, tutto prendeva un’altra forma, e mi sentivo me stesso, ritrovato, con i ricordi di quella sinagoga a Berlino, i ricordi del settembre al Pasolini, Federica, Jessica, le tante ragazze, la lingua e la cultura russa che allora desideravo tanto, rimandate sempre ad un’università a venire, il ritorno della Russia, la voce di Katia, la sua bellezza, il caos che si ritrovava, la leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica… 

Non so che farò quest’oggi, mi perderò forse nei libri, di nuovo, e non mi perderò, mi ritroverò, avrò ancora voglia di Russia, al di là dei commenti di chi non capisce, avrò ancora voglia di cultura e libri, e di stare bene, consapevole che i libri da soli non salvano, che c’è qualcosa al di là dei libri, al di là dello studio e del lavoro, delle amicizie e dei discorsi, qualcosa che trovo la mattina al risveglio, all’alba, invocando quella divinità che mi faccia trovare me stesso per tutta la giornata, e vorrei sempre vivere così, con questo sentire, con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Ricordi, Visioni

Maddalena dell’anima…

Regressione
estate 1999
tra medie e superiori
la musica di allora
lunapop
c’è qualcosa di grande tra di noi
la compagna della compagnia
dell’albero
la nostra
poco più che adolescenti
lei
Katia
e Dorian
i due innamorati
lei
la bionda
lui
l’albanese
lei
l’altra bionda
Silvia
e lui
Dorian
l’albanese
adolescenza da periferia
le puttane che sostavano sulla via
i giochi tra le strade
la musica
della compagnia
le litigate
per il fumo
con i musulmani
che facevano i gangsta
della situazione
la periferia semi-islamica
di allora
i primi odii
i primi amori
regressione
nella musica d’allora
per colpa della radio
che suonava quest’oggi

al palazzo dei folli
non sono di Milano
sono di qui
della periferia
e niente mi serviva
visitare
la tomba islamica
di quei parenti
del mio maestro di karate
ieri
tutto ritornava
come ritornava
quando andavo a visitare
la chiesa ortodossa
qua in periferia
religioni periferiche
canti di sottofondo
orientaleggianti
l’antichissima rivalità
tra cristianesimo e islam
irresolubile
Vlad Tepes
Cid Campeador
Skanderbeu
tutta la storia del mondo
qua
nella periferia
del 1999
che ancora vive in me
prendere in prestito un libro
di Russia
come le storie che raccontava
quella vecchia prof
alle medie
Russia che ritornava
dopo che ieri notte
rivedevo lei
Alina
e l’anima si sconquassava
un’altra volta
un semplice saluto
e mille nervi saltati
in nome dell’erotismo
ascoltare il corano
come una litania
nell’improbabile pratica ascetica
che apra le porte del paradiso
ora che non rimane più nessuna
lei di Milano
Alina
l’altra di qui
Aleksia
l’altra ancora
Ana
Romania dell’anima
che ora tutto il mondo e la storia
si concentrano qui
in quell’estate del 1999
e da lì sembra che io non mi sia mai mosso
sembra solo tutta una grande espansione
di un’estate
e una compagnia che non c’è più
sensazioni di una volta
che rinascono
grazie alla ricerca del tempo perduto
per colpa di una canzone
alla radio
maddalena dell’anima
la periferia cinese
la periferia
islamica
che mi sembra di ritrovare
ogni volta
in quel bar
l’estate 1999
gli amici cinesi
i nemici islamici
gli amici nemici albanesi
i compagni e le compagne italiane
la musica italiana di allora che risuona
effetto nostalgia
che quasi verrebbe da fare una
rievocazione
come diceva una volta
quell’amico
Taro
non torna più niente
tutto va a puttane
si confonde il tempo
e il tempo non inizia più
nell’altra città
dal nome paterno
ma comincia prima
qui dove sono ora
in periferia
non tanto differente
dalla periferia di Berlino
solo che là
non c’erano i miei ricordi
non c’era la mia vita
non c’erano i miei amori
come quando vedi i tuoi ritornare
al loro sperduto
paesino d’origine
i legami
di una vita
che si fanno sentire
è proprio vero
è difficile abbandonare
il proprio paese
c’è qualcosa che resta
anzi
c’è tutta la tua vita
viaggio nel passato
a causa di una canzone
italiana d’allora
c’era la mia adolescenza
e tutto me stesso
e tutta la mia vita
e tutti i miei amori
maddalena dell’anima
che ora non so
come avrò voglia di leggere ancora
un libro di Russia
dopo averla rivista
Alina
e cancellare questa maddalena dell’anima
con storie altrui
che non mi va neanche di leggere
scriverei l’intera mia biografia
e le parole non basterebbero
oltre Katia
prima di Katia
e oltre
tra le parole magiche
e le parole scientifiche
di film che rivedevo ieri sera
Stalker
dell’anima
alla ricerca della Zona
dentro di me
tutta la filosofia
e il modo di stare al mondo
ich denke
la rivoluzione copernicana
kantiana
la soggettività
da cui nasce tutto
una divinità sperduta
declinata in mille modi
India e Oriente dell’anima
e oltre e altrove
oltre il drago cinese
e i suoi antichi ricordi
di studi psichiatrici
dove i miei
dal dottor Drago
litigavano
filosofia atea
che quasi mi viene solo da credere
alla neuropsichiatria
se non fosse per questa
maddalena dell’anima
che rieleva tutti i ricordi
e l’essere di allora
e di sempre
a che pro leggere ancora
qualcosa?
A che pro
scrivere ancora qualcosa?
Non sono forse stufo delle storie mie
e delle storie altrui
ora che la versione di tutte le storie
sembra cambiare?
Mi dicevano che avevo
bisogno
di una terapia dell’anima
ma a che pro
sintonizzare bene una stazione radio
quando dentro la mia testa
è un continuo cambiare di frequenze
e non si riesce a sintonizzare
mai niente?
Caos brusio
e rumore
e musica
convivono in me
e non trovo pulizia
dell’anima
Alina sta là
Ana chissà dove
Aleksia chi lo sa
ma che importa?
Gli amici perduti
le ragazze andate
gli annate che si mischiano
per non rischiarare più niente
e vedere quegli amici delle mie cugine
che una continuità
là sembrava esserci
qui
è tutto frantumato
a pezzi
e non basta raccogliere i cocci
tutto si frantuma
in questa maddalena dell’anima
Alina
e la lingua russa
che leggere Dostoevskij
in russo
mi faceva male già stamattina
depressione
brutti ricordi
pesantezza
non so se avrò voglia di
Dostoevskij
in italiano
il libro sta lì
ma so già che non mi dirà niente
se c’è una chiave di volta
è in me
nel mio passato
nel mio presente
nel mio futuro
ich denke
soggettivismo
totale
che quasi esclude ogni divinità
studi dell’anima
che si disperdono per sempre
non si trova una soluzione
e per non pensare
ho solo due scelte
o l’incanto ipnotico
coranico
o quel libro russo
in italiano
non so dove andrò a finire di questo passo
se in manicomio ancora
o troverò
un luogo che mi appartiene
intanto la maddalena dell’anima
che è la musica
mi fa rivivere
tutto me stesso
dall’estate del 1999
all’infanzia e dopo
tutto qui
tutto qui attorno
come è piccolo questo mondo
come è piccola quest’anima
e smisurata
maddalena dell’anima…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

La via verso l’infinito, la luce bianca dell’anima, e la liberazione erotica, Aleksia…

E sarà ormai una decina di giorni che mi sveglio sempre alle cinque, e non riesco più a dormire, pensieri mi attraversano, ossessioni, che stamattina mi svegliavo con il sogno di una ragazza islamica velata, in macchina con me e con l’altro amico Marcello, di una volta, era tempo di superiori, e si andava tutti quanti assieme a scuola, ridendo e scherzando, chiacchierando, e si discuteva sul velo, non tanto come oppressione maschile, ma come identità femminile di un altro mondo che vuole rendersi manifesta, per far capire a chi e a chi no è disponibile una ragazza così, un avvertimento, un modo di distinguersi in questo mondo multiculturale, e la ragazza rideva, e non sapevo più se era Miryam, sua sorella, o qualsiasi altra islamica che vedevo ai tempi dell’università…

Mi svegliavo, e solo vagamente ricordavo la notte prima, con Aleksia, la bionda, non la sorella di Ana, il mio risvegliarmi nella notte dalla tomba di teologie fai da te e filosofie, guasti dell’anima che si risanavano solo con l’erotismo, con la carica erotica, e finivano i deliri, e i discorsi immaginari con chi è meglio non parlare affatto, rivedevo nel mio abisso antiche clip pornografiche, che solo al ricordarle la mia anima si liberava da tutta quella religiosità pesante che ultimamente mi opprimeva, la chiesa e i suoi discorsi, l’ebraismo, e le regole religiose, e i divieti di Saverio, e quel bacchettone di Marco, che tra Don Piero, Saverio e Marco mi sembrava di avere davanti a me tre colossi, tre carri armati che schiacciavano ogni slancio vitale, che opprimevano, come l’antico adagio freudiano della religione e della cultura come oppressione della libera sessualità… e me ne liberavo, dopo che il drago in me avrebbe cominciato a sputare fuoco e veleno su di loro, su tutti, se non fosse stato per quell’altra scienziata, e quell’altra ancora, che mi dicevano di non chiudere la via all’erotismo, al desiderio, alla voglia, e solo così, solo così cominciavo a liberarmi… mi prendevo una giusta pasticca chimica che poteva dare la tranquillità e decidevo di raccogliermi come ogni mattina, all’alba, ormai da una ventina di giorni, e lì si svelava tutto… non avere altri padroni al di fuori della divinità, e i tre colossi, i tre carri armati andavano via, ricompariva imam Sò, il sufi, che anche se mi diceva che non siamo conigli mi diceva anche se non pensavo mai alle ragazze musulmane, e ricordavo l’adagio di quell’altro libro sufi, dove si diceva che l’erotismo è libero di andare, e che non ci può essere oppressione, e la croce svaniva, e così tutte le preghiere cristiane, e quei discorsi da chiesa, e quel vecchiume, quell’aria moribonda e mortifera, e ricordavo la mosche di Berlino, Ibn Rushdi, aperta a LGBT e ad altri praticanti più liberali, una sorta di emanazione di un islam più libero sulla scia del movimento Gulen, e mi liberavo, tra pensieri sufi e bahaì, al di là della divinità che non è padre, ma puro spirito, pura essenza invisibile e nascosta, manifesta e nascosta, e l’anima ascendeva… mi liberavo di vecchie identità in cui il mondo attorno del conformismo vorrebbe incasellarmi, ed ero libero di essere me stesso, con il mio modo di vedere e sentire, e le sure del Corano, che dicevano di non avere altri protettori al di fuori della divinità liberavano la strada alle porte della percezione, e mi liberavo da quei massi, dall’oppressione, e quei tre colossi e carri armati si volatilizzavano per lasciare spazio a pura luce bianca esoterica, che liberava e innalzava… avevano ragione anche le altre due scienziate, non chiuda la via all’erotismo, ma non esageri neppure, non siamo conigli, come diceva Sò, ma non siamo neanche angeli o essere immateriali che non sentiamo il desiderio, la voglia, lo slancio, e sopprimersi è solo l’anticamera della follia che stamattina provavo… ricordavo e ricordo ancora la notte di ieri, quando tra clip del giorno prima di ragazze dalla bellezza di Eugenia comparivano di fronte a me, in quello spogliarello soft che liberava il desiderio per Eugenia, così a lungo occultato, e si liberava l’anima al piacere e alla bellezza femminile, e la mia anima si smuoveva e si liberava… ricordavo il giorno prima, quando con mia cugina e mia zia riuscivo a parlare, ridere e scherzare liberamente, come non mai, come mai prima, e mi sentivo me stesso, libero, vero, vivo, con tutto il piacere del mondo, bypassando i discorsi anziani di mio padre, e quelli da demenza senile di mia madre, e ridevo e scherzavo con loro, ogni volta cercando di recuperare il discorso quando si impantanava nelle parole di mia madre fuori posto, o in quelle di mio padre, c’era da correggere ogni tanto l’andatura dei discorsi, e si finiva sempre per ridere e scherzare, e stare bene assieme… una bella giornata, un bel ferragosto… che sul pomeriggio, quando eravamo ormai tornati dal ristorante, in cortile da noi, nel giardino, sentivo la musica raeggeton dei giovani vicini con figli piccoli, che giocavano in piscina, e quella musica, così come quella musica raeggeton italiana che sentivo al ristorante, quella musica raeggeton sud americana mi riportavano ad Ana, al mio desiderio per lei, ad un sogno ad occhi aperti di averla mia, di poter parlare con lei, passare del tempo con lei, al di là di tutto quello che gli altri hanno detto, e mi liberavo al pensare a lei, e sognavo, e mi perdevo nella musica, e nel canto, che adoravo quella musica… la sera, poi, una pizza in compagnia con i genitori, come ogni tanto è giusto che sia… e invece, ieri notte, ieri notte, scegliere di risollevarsi da quel letto e quegli incantesimi neri, quella cappa nera su di me, quei deliri teologici e religiosi, e cercare nel ricordo di videoclip antiche il desiderio ancora vivo, da non smorzare, e mi liberavo alla ricerca di lei… ritrovavo Aleksia, la bionda, il suo bel corpo, la sua bellezza, il suo sorriso, le sue belle gambe, i seni prominenti, un bocconcino tutto da gustare… e mi fermavo, perché sapevo che ne avevo bisogno, la vita non è un porno, ma ogni tanto l’erotismo vuole la sua parte… mi fermavo e le sorridevo, e anche lei sorrideva, si parlava delle vacanze, quando saliva su, e si parlava di niente e di tutto, mentre godevo già del suo corpo, delle sue gambe, della sua bellezza, e sarebbe stata una nottata fatta così, a godere delle sue curve, dei suoi seni, dei suoi fianchi, delle sue gambe, perdermi nel corpo di lei anche quando mi diceva che aveva una figlia piccola, mentre lei mi serviva con una mano incantata che spezzava l’incantesimo oscuro di immagini virtuali che richiamavano Eugenia e sua sorella, e mi perdevo nel corpo di lei, di Aleksia, nella sua bellezza, nella sua voce, che godo ancora adesso al ricordo, e spezzavo ogni cappa oscura, si frantumava, e potevo godere ancora di lei, dopo questo mese di ascesi forzata che mi stava facendo scoppiare, tra il caldo, il cambio di temperatura, la vacanza a Berlino, i ritmi sballati, e godevo di lei, ricordando come anche altre volte, con altre ragazze non si erano fatti fuochi d’artificio, ma semplice erotismo libero in ogni sua forma, per ridare vita alla vita, bellezza e piacere, e non sentirsi più oppresso, chiuso in se stesso, con la cappa nera addosso di chi, anche senza volerlo, ti toglie le ali… e godevo di lei, che avrei ascoltato mille manele una volta, ma mi bastava la sua mano incantata e il suo corpo e la sua bellezza per redimermi da troppo sentire chiuso e opprimente, da ascesi forzate di uno come me che un monaco non potrebbe mai essere, e mi liberavo, e godevo, anche senza sentire quell’ondata immensa di piacere che sentivo ai tempi di Xhuliana, di Alina, di Leida, quando l’erotismo mi travolgeva, e la carica erotica, e il piacere, ma era comunque una liberazione, una liberazione erotica, dopo quella cappa nera… Aleksia… e la lasciavo lì, con la sua bella voce, la sua tranquillità, la sua arte e il suo modo di fare che erano la cosa più naturale del mondo, l’amore tra due sconosciuti, io e lei, che va bene così, sentirsi bene, a proprio agio, nello stesso modo, liberi, liberi nell’amore e nell’erotismo, senza cappe oscure, come tutta la spiritualità alternativa, l’erotismo libero, il piacere e la via verso l’infinito, la luce bianca dell’anima, e la liberazione erotica, Aleksia…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E vivo ancora in questa città, e questa città vive in me…

Il ritorno, dopo una settimana a Berlino, le lacrime giudaiche, da muro del pianto, dopo una vita, tornare a se stessi, grazie alla visita del museo giudaico, Israele e Gerusalemme, che non mi sembra di essere andato a Berlino, ma in qualche paese medio orientale, con tutti quei turchi dove mangiare, quelle ragazze con i capelli coperti dal velo, l’atmosfera internazionale, il ristorante hotel armeno dove alloggiavo, il fresco della mattina, quando mi svegliavo presto, la musica armena pop dal ristorante, così medioorientale, la sensazione di aver oltrepassato i fantasmi della storia, il monumento sovietico, quello della Shoah, la porta di Brandeburgo e i resti del muro, che tutto era a Berlino, la seconda guerra mondiale, la Shoah, la guerra fredda, Israele e il Medio Oriente, tutto me stesso, tutta la storia ed ogni cosa, la religione, la filosofia, la storia, la politica, tutti i miei interessi e le mie passioni in una sola città, che dal profondo sentivo chiamare me stesso verso il muro del pianto, verso Est, verso quei templi, tra moschee proibite e sante, templi di Israele, e chiese, ed ogni cosa… la sensazione che ora le immagini sfalsate di me si rifaranno sui ricordi di questa città, delle molte persone e turisti lì presenti, di ogni nazionalità, come quella ragazza olandese che sentivo parlare all’altes museum, wanderen, lingua olandese che mi salvava da un viaggio dell’anima tra tutti quei quadri, in ognuno di quali vedevo una parte della storia di me, immagini su immagini, ricordi su ricordi, sensazioni su sensazioni visive, e quelle sue parole, wanderen, quell’accento olandese più bello dell’accento tedesco che risuonava in me, e mi salvava, che risentivo dentro di me quell’accento, quelle canzoni norvegesi, quell’accento nordico, come la ragazza svedese del primo giorno, come tutte quelle ragazze con i capelli coperti, vestiti all’islamica, che ogni volta vederne una era un sogno, era volere la luna, era sentire l’anima che viaggiava verso paradisi, ed ogni lingua lì parlata era un piacere del sentire, che si sfilacciavano tutti i pensieri, i soliti modi di pensare, e mi rigeneravo… guardare l’esposizione di Gerusalemme nel piano superiore del museo ebraico, dopo i luoghi fantascientifici dell’esposizione, le stanze grigie e i corridoi disturbati, da film di fantascienza, il suolo inclinato che dava una sensazione di spaesamento, di giramenti di testa, quelle colonne di marmo erette a ricordo, quelle luci psichedeliche, quei volti di ferro da calpestare, come se si entrasse nella casa dell’inferno del Cancro dei Cavalieri dello Zodiaco, Gerusalemme da cui rinasce tutto, le parole di rabbì C. che diceva che per molti lo stato ebraico ha riparato in parte ogni distruzione, e da lì si può rinascere, ci si può salvare dopo ogni genere di trauma, il trauma collettivo della seconda guerra mondiale, che in me si era innestato non so quando, forse da piccolo, non so quando, le elementari, qualche paura, qualche trauma di me con mia madre che stava male e il trauma collettivo della seconda guerra mondiale, e rinascere a Berlino, tra Medio Oriente, religioni, seconda guerra mondiale, monumento sovietico, monumento della Shoah, politica, democrazia, cristianesimo, il piacere di viaggiare, le tante ragazze, trauma collettivo e rigenerazione collettiva tra tutti quei turisti, io, come tanti altri a Berlino, per gli stessi motivi, per rinascare, che ora quelle immagini di là si sovrapporranno ai miei fantasmi passati, ormai oltrepassati… che ieri potevo anche sentire le registrazioni di rabbì C. di Tishà be Av, la commemorazione della distruzione del tempio, da cui nasce il consolatore, il giorno secondo il quale nascerebbe il messia, il salvatore, e se c’è bisogno di un salvatore vuol dire che c’è qualcosa da salvare, e rinascevo tra tutti quei discorsi, quei ricordi, quelle voci salmodiate in ebraico, quella lingua che sentivo anche a Mon Bijou Park, dove due israeliane mi passavano a fianco, due giovani amiche, una giovane madre con la carrozzina, la loro lingua ebraica pura, vicino alla sinagoga della notte dei cristalli, che nessuno dimenticherà mai, visitare il centro giudaico e sentire anche lì, anche lì le lacrime da muro del pianto, che facevano rinascere, perdizione nata allora, non ricordo più quando, e ritorno all’origine… che rinascevano in me voglie di altre lingue, quella lingua olandese che sentivo da quella ragazza, là al museo dove c’erano le opere anche di Caspar David Friedrich e di Bocklin, i miei pittori tedeschi preferiti, perdersi in quelle immagini, sognare, viaggi dell’anima, i veri viaggi sono quelli dentro se stessi, scrivevo una volta, e lì viaggiavo in effetti, viaggiavo con l’anima, il monaco sul mare, l’isola dei morti, il viandante sulla nebbia, quelle immagini di paesaggi dove perdersi, l’orizzonte infinito, e un punto immaginario, la linea d’orizzonte, dove incanalare tutti i pensieri e se stesso, come se fosse il punto che segna la direzione del tempio, il mihrab al Pergamonmuseum, la qiblih da trovare in ogni dove, l’est, Mizrahi, verso Est, verso quel punto nell’orizzonte, come un tempio, dove si perdeva e si trovava tutto me stesso… quei quadri e quella lingua, la lingua olandese, e la lingua ebraica, non solo quella ascoltata in quelle notti, in quei giorni, Eden Ben Zaken, la musica mizrahi, i sogni erotici di Sarit Hadad, così simile a quell’altra ragazza, il desiderio, il perdersi e trovarsi, il caldo torrido, la stanchezza, il poco sonno e le mattine piene di fresco, la tranquillità anche senza dover leggere niente, anche se non riuscivo più a pensare chiaramente in nessuna lingua, quella lingua tedesca che si innestava sull’inglese, sull’italiano, sulle altre lingue che sentivo, scambiare due parole con sconosciuti, dov’è di qua, dov’è di là, un’informazione, tedeschi, francesi, inglesi, americani, armeni, turchi, quei turchi che si risvegliavano quando chiedevo loro dov’era la moschea, che in Italia non ci sono moschee, mentre prima, quando chiedevo solo la strada, non mi rispondevano, ma come chiedevi della moschea subito si prestavano contenti e disponibili, le sure del corano ascoltate per calmarmi, il Medio Oriente a Berlino, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, ed ogni cosa era proprio lì, che rivive ancora in me questa città, questa storia, questo sentire, ogni cosa è là, ed è qui dentro di me, che non mi sembra di aver fatto una vacanza, un semplice viaggio, ma quasi un pellegrinaggio verso non so neanch’io che cosa e dove, forse verso una specie di Gerusalemme in me, o qualcosa oltre, di più… e rivivono in me quei ricordi, quelle immagini, quella gente, quelle lingue, quei luoghi da visitare, quei luoghi visitati, e le lacrime da muro del pianto, e ogni cosa si disperde nel ricordo di questa città, di me stesso ritrovato, e mi sento rigenerato… che ora, fino a fine mese, non ci sarà molto da fare, non mi va di sentire per ora nessuno, né di vedere nessuno, mi godo ancora il ricordo di questa città e di queste sensazioni che faranno il nido dentro di me, per rigenerarmi di nuovo, e vivo ancora in questa città, e questa città vive in me…