Nel ricordo delle notti erotiche e della musica…

E’ tutta qui la vita? Andare a fare un giro al bar, da Benito, questa volta, a prendermi un caffè, a comprarmi le sigarette, quattro parole, sul supermercato che devono costruire qui a fianco, non si sa quando sarà pronto, è da una ventina di giorni che sono fermi con i lavori, mancanza di soldi… il locale di fianco a lui, la pizzeria, che non si sa se rende oppure no, visto gli innumerevoli tentativi ogni volta di aprire un locale, piadineria, trattoria, e quanti altri se ne sono visti passare, non più di un anno duravano, e poi cambiava tutto, mistero della fede, diceva Benito, perché la vita è un mistero, io sono ateo, aggiungeva, ed è sempre colpa di Gesù e di tutti i suoi addetti… mi strappava un sorriso, il suo solito dire, e poi le elezioni che fino al 2018 non si sa, il tram che passa oppure no, anche quello un mistero, già, la vita che è un mistero… andare a fare un salto in chiesa, cercando di capire, capire o non capire, la mia fede o meno, il mio ateismo, la mia inquietudine, e non c’era risposta, recitavo una parte, anche quando andavo in oratorio, a vedere i ragazzini giocare a calcetto, e offrendo una sigaretta ad un’altra ragazzina, che mi chiedeva una sigaretta, la stessa che incontravo qualche settimana fa, forse un’animatrice dell’oratorio estivo, pensare di chiederle qualcosa, del suo fare l’animatrice, oppure no, io che mi perdevo nell’identità, a provarci con una ragazzina più piccola di me, come una specie di Lolita, all’oratorio, le vie del diavolo sono infinite… e lei e le sue amiche che parlavano di ragazzi, di relazioni, come solo le adolescenti sanno fare, davanti ai loro cellulari, che mi tornavano in mente Isabella e Anna, e Leida, ragazze da strada, anche loro sempre a parlare, sempre al cellulare, e mi tornava in mente la nottata di ieri sera, e le ultime nottate con lei, quei miei pensieri e ricordi non proprio da oratorio, io e la mia distanza siderale da quelle ragazzine, anche da quei ragazzini che poi arrivavano a far loro compagnia, storie di adolescenti, la vita che va avanti così, da sempre… e non c’era tanta differenza tra quelle ragazzine all’oratorio e quelle ragazzine in mezzo ad una via, sono solo le circostanze che hanno segnato destini diversi, ma le ragazzine sono sempre ragazzine, con la loro carica d’amore ed erotica, che i loro corpi e le loro voci, il loro modo di fare si confondevano con le giovanissime Isabella e Anna, le mie lolite… i miei pensieri, delle ultime notti, le canzoni manele che quasi ritornavano in me, a darmi la tranquillità e l’energia della vita, l’inquietudine che andava via, la ruota della vita, delle circostanze, l’eterno gioco tra ragazzi e ragazze, che mi sembrava di non essere mai cresciuto, mi chiedevo qual era la differenza tra avere trent’anni e averne venti, o neanche, quasi, e non c’era differenza, siamo sempre lì, a giocare con l’amore, con le relazioni, con la vita, questa vita che è un mistero… e provavo a darmi un tono nei miei pensieri pensando alla relazione con Marina, al dover lavorare, al dover leggere quel libro sul comunismo, o quell’altro sulla Russia, o quel romanzo giallo norvegese, letture adulte, impegnate, eppure non mi convinceva, non mi sembrava di avere trent’anni, gli unici trent’anni che sentivo erano nel ricordare gli ultimi dieci anni, con tutte quelle ragazze, da strada, le amicizie in università, le ragazzine che non è che cambino molto i loro discorsi, tra amiche, sia che siano all’oratorio, per strada, o all’università, siamo sempre lì, e non sembrava esserci via d’uscita, neanche pensando al lavoro, neanche pensando alla relazione da continuare con Marina, senza sapere che fine farò, e l’inquietudine mi colpiva ancora, ricordandomi quel quadro di Munch, malinconia sulla spiaggia, io lì, seduto su una panchina, con le braccia appoggiate sul tavolo, senza sapere più a cosa pensare… e mi accendevo un’altra sigaretta, gesto forse tra i più trasgressivi in un oratorio, insieme al pensiero di quella Lolita, di quella ragazzina che ricordava Isabella, e io che ricordavo Anna, la ragazzina romena, le ultime notti, senza un minimo di senso di responsabilità di crescere, di cercare di costruire qualcosa di serio con Marina, e l’amore che non ha età, e che siamo sempre lì, ai soliti giochi di sempre, e non importa il lavoro, l’istruzione, i soldi nel portafoglio, il conto in banca, i viaggi, le esperienze, il mistero dell’amore non ha età… e forse la dovrei smettere di pensare a questi trent’anni come qualcosa che cambiano la vita, a questa crisi che sto attraversando, da quando è finita l’università, lasciar perdere questa inquietudine e vivere più spensierato, più liberamente, cercando di non risolvere dilemmi eterni, come la fede o non la fede, l’ateismo o meno, so solo che in quei momenti, tra quelle ragazzine, gli unici pensieri andavano a Isabella, Anna e Marina, nella libertà del giorno e della notte, i miei pensieri andavano agli studi, ai libri seri, sulla Russia, sul comunismo, la mia formazione si faceva sentire, mi distaccava dagli altri così come le mie esperienze notturne, le infinite volte a bere per Alina, le nottate erotiche, e crescere forse vuol dire solo fare più esperienze, avere più ferite, e perdere poco alla volta quell’innocenza che non può più tornare, se non con l’illusione che solo una regressione nel passato può dare, non si torna indietro, anche se tutto è compresente… sì, le nottate erotiche con Anna, la ragazzina romena, che chissà se la sua patente la prenderà, che chissà quali altre storie simili a quelle ragazzine dell’oratorio aveva, solo in contesti e circostanze diverse, un mondo meno innocente, tutto lì, ma la sostanza del gioco della vita non cambia, e la mia innocenza era perduta, come la sua, tra quelle ragazzine, nel ricordo delle notti erotiche, della vita buttata per strada, del lavoro che per vivere devi mantenerti, delle illusioni e dei sogni della vita, delle gite con Marina, senza sapere perché, e mi accorgevo, in quell’innocenza perduta, in quell’inquietudine, non tanto differente da quando sto in mezzo ad altre persone, sul lavoro, nelle officine, in università, mi accorgevo che la mia vocazione era solo una proiezione di un mondo depurato da tutti i mali, un mondo che non può esistere, un sogno, un sogno di innocenza perduta, l’innocenza che non c’è più… e di quella innocenza perduta ne facevo un vanto, tuttavia, le ultime notti erotiche, l’aver tradito il sogno come su una riva di un lago con Marina, le parole tra di noi, la visione di Alina nel presente, alle prese con altri modi per guadagnare questa vita, in questa specie di inferno dove va tutto a puttane, dove non ci si orienta più, e accorgersi che l’amore e le relazioni serie sono anche degli impegni, delle responsabilità, che non mi voglio prendere, eternamente libero di godere della notte e della vita, eternamente libero di dire anche: “calmiamoci ad un certo punto, la vita è un mistero, e cercare di comprendere tutto non è possibile, rimane sempre una via aperta al nuovo che arriva, al divenire, alle nostre relazioni con gli altri e le altre, e tutto rimane aperto al caso e al gioco della vita, al suo mistero”…. e l’innocenza che non c’è più mi portava via, e suonava ancora di manele che cantano questa vita che vive ormai senza più alcuna innocenza, tutto disperso, tutto incomprensibile, tutto aperto ad ogni cosa, e non c’erano più oscuri monaci dell’anima a inseguirmi come ombre, non c’erano più inquietudini da far portare via con gesti un po’ scaramantici, o con spiegazioni psicologiche onnicomprensive, tutto si apriva così, alla vita, a questa innocenza che non c’è più, e tutto si disperdeva nel ricordo delle notti erotiche e della musica…

Parole da niente…

Silente
davanti alla giovane barista
non sapere cosa dire
ed essere immerso
nel proprio mondo interno
murato alla comunicazione
in attesa di una risposta
per una domenica
che non si sa come sarà
se assieme a Marina
o chi lo sa
aver esaurito le cose da dire
da pensare
essersi perso
in parole da niente
ieri con Elvisa
discorsi generali
senza alcun significato
e attendere vanamente
la risposta di Olimpia
cosa mi rimane in questa vita
dopo che le parole di una passione
facevano ricordare ancora
Alina
smuovendomi in lacrime
spostando per un attimo
ancora
l’asse del mondo?
E la notte non sapeva neanche di musica
dove sono finito?
Mi chiedevo
con quelle canzoni spazzatura
che non mi portavano più
a pensare e desiderare Leida
non sapevo più che farmene di quella musica
così come stamattina
non sapevo più che farmene
dei miei pensieri
e del mio mondo interno
mi sembra di aver perso le ali
di essere una persona vuota
e anche gli studi che ho fatto
sembrano arrivati al loro capolinea di dissolvenza
non c’è quasi nessuno e nessuna
con cui parlare
tutto sembra dimenticato
anche la sola capacità
di esprimere due parole
e a niente servivano
i sogni di un programma televisivo
dove Cacciari e Sgarbi
si scontravano
il filosofo e la bestia da televisione
che non c’è nessuno con cui parlare
di filosofia
di cultura
di altri temi
e mi sembra di essere rimasto
una volta per tutte
solo con la mia vita dell’anima
murato nel mio mondo interno
dove per non impazzire
i pensieri si fanno musica
e scivolano via
si dissolvono
nell’immenso mare di sensazioni
e percezioni
che la coscienza si svuota
e non rimane più niente
da rielaborare
mi sento vuoto
svuotato
dopo troppi mesi
lontano da quel luogo
che mi dava pane per il pensiero
quell’università
che non posso più frequentare
quegli impegni intellettuali
che
mi facevano crescere e sentire vivo
mi sto svuotando
tutto si sta dissolvendo
che non capisco più
i miei interessi di una volta
non rimane più parola
tutto è come una trasmissione
televisiva
dal segnale disturbato
una trasmissione
che non può andare in onda
nel palco della mia mente
e anche le persone
che una volta virtualmente
mi seguivano
si sono dileguate
dove trovare ancora qualcuno
con cui parlare
con cui condividere idee e pensieri?
Questa solitudine
sa di passione che si dissolve
non è possibile più esprimere
il mio potenziale
e questo esilio
mi sta solo svuotando
e facendomi diventare
come una persona da niente
senza arte né parte
e non credo più di trovare
interlocutori
nella vita
interessi
mi rimane solo la scala dei pensieri
che si dissolvono
per non continuare a parlare solo con me stesso
dov’è la vita?
Dove sono le persone?
Dov’è il pane per i miei denti
ormai non ho più niente da condividere con gli altri
e sono sempre più solo
in un mondo tutto mio
che per non impazzire di solipsismi
si sta dissolvendo
scardinando tutti gli schemi e le categorie
è forse l’effetto di Marina?
Una ragazza come tante
senza grande conoscenza
e idee
una ragazza comune
quando troverò invece la mia filosofa
la mia ragazza che fa andare in estasi
in tutti i sensi
del corpo dell’anima
delle parole?
E quasi dispererei di trovarla
se la speranza non fosse un compito
che mi sono dato
una scommessa della vita
anche queste semplici parole con Marina
e forse un giorno tornerò ad essere me stesso
o forse la metamorfosi chissà dove mi porterà
se a recuperare vecchi interessi
e a ritrovare quella stima di sé ormai
sepolta
dopo gli ultimi colloqui
dopo le vette e gli abissi
che mi hanno tolto la parola
in ogni lingua del mondo
non so più cosa farmene
di questi miei solipsismi
e per non murarmi in me
faccio tutto dissolvere nella musica
e non penso più
ogni percezione sa di nulla
di effimero
ogni oggetto della coscienza
e non ci sarebbe neanche più da scrivere
e spero solo
di trovare parole da niente
da scambiare con Marina
unica amicizia rimasta
che non so dove mi porterà
non ho più niente da condividere con gli altri
e lascio che ogni pensiero
si dissolva
per non impazzire

In questo caldo di luglio che non mi dà tregua…

Un pomeriggio al parco
immerso nel verde
disperdersi in letture
di parole che non sono le giuste immagini
realtà come dei sogni
surrealismi magrittiani
di ricordi che non avevano le didascalie giuste
desideri infranti
e spezzati
spostati dal vero luogo dei sensi
immerso nel verde
ancora una volta
dove là c’era Andra
tempo fa
desiderio nascosto nel tempo
e sentire la voglia
di un pomeriggio alcolizzato
per cercare chissà quale ispirazione
provare a resistere
per sentire solo il discorso di due pensionati
che passavano di lì
ho smesso di bere
ho smesso di fumare
ho smesso tutte quelle cose lì
ora sono a dieta
non devo mangiare
ma non ce la faccio
a dimagrire
e per un attimo sentirmi
come un povero vecchietto pensionato
senza poter ubriacarmi
senza poter darmi ai piaceri
autodistruttivi
esempio che mi veniva
dalla bocca di persone altrui
inondate negli anni
più avanti
resistere all’estrema chiamata alcolica
al disfarsi di tabacco
cercando di lasciare passare la voglia
unico vero sistema che potrà funzionare
per smettere di fumare
così come era per bere
mi viene la voglia
ma basta aspettare
e la voglia va via
pomeriggio di letture
con quel romanzo norvegese
di capitale di overdose d’eroina
storie malate
di mafie e immigrati
spacciatori
storie di criminalità
per sentirsi davvero quasi un santo
immerso nel verde
per non pensare più
al colloquio andato male
alla figura da quattro soldi
di un inglese che non so neanche più
se so parlare
liberarmi dei miei fantasmi
dei miei demoni
e tornare a cenare
dopo la solita passeggiata
e la notte quanta sete
di alcol
doveva nascondere
quali estremi desideri
di farla finita
con tutta quel nervoso e quella pressione
inondarsi di alcol
per non pensare più
e darsi al canto invece spirituale
alternato a nuove canzoni dance
di una Romania immaginaria
là dove le manele non bastavano più
una doccia sul finire della serata
per far calmare i bollenti spiriti
e un sonno presto
che si disperdeva in sogni erotici
di una Leida
che non smette mai di morire dentro me
eccitazione folle
che si lasciava allontanare di qualche giorno
di qualche notte
per non seguire ogni volta
l’elettrizzante chiamata
all’erotismo
e svegliarsi più tranquillo che mai
senza sapere cosa farmene del giorno
della mattinata
con il solito giro di pensieri
e occupazioni
e quel portale dei mondi virtuali
che oramai non andava più
contrattare con mio padre
un nuovo portale
che mi dava l’ebbrezza
della novità
di uno scarto dei tempi
di un oggetto ormai decrepito e obsoleto
ma dall’estremo valore simbolico ed affettivo
dei tempi ancora
di
Katia, Amalia e Julia
rinnovare il tempo
e gli oggetti
con il desiderio sfrenato
di fare nuovi acquisti
e rifarsi anche quel dispositivo per chiamare
che oramai hanno tutti
la sete degli acquisti
di spendere
di lasciarsi andare ai desideri sfrenati d’acquisto
come per vincere la sconfitta
di una giornata andata male
carica d’ansia
quell’ansia che ancora mi rodeva
e cercare un sonno dopo pranzo
che mai sarebbe arrivato
arrivava solo ancora il desiderio erotico sfrenato
per Leida
e mille altre ragazze succinte
in foto disperse qua e là
sul portale dei mondi virtuali
e prendere la macchina
e fare un giro di giorno
alla ricerca di un’altra di quelle
bella ragazza romena
da sfiorare e toccare e palpare
per godere di giorno
sotto il sole
sotto il caldo
come ai tempi di Andra
e Luminitsa
caldo terribile di luglio
che squaglia i sensi
adocchiare la possibile preda
che però veniva lasciata lì
per non disturbare la fantasia erotica
della romena
di Leida
e forse di quella barista ragazzina
alla quale non riesco mai a dire niente
nei miei silenzi pieni di musica e di canto
tornare dopo un giro infernale
nel caldo di luglio
e maledire ogni cosa
i libri
le virtualità
le uscite con Marina
o con altre ragazze
la mia povera mente bacata che impazziva
di frenesia e ansia e nervoso
dopo aver sgarrato per un attimo la dieta
essere venuto meno ai miei nuovi comandamenti
ma addormentarsi finalmente
nella stanchezza del giorno
dopo le poche ore dormite
questo caldo che non mi dà tregua
e mi fa impazzire
addormentarsi
finalmente sotto l’aria fresca condizionata
senza più musica
e canti e stonature maneliste
che impiastravano il cervello
di spazzatura
come quel desiderio calorico
di un erotismo di luglio diurno
con una ragazza non importa chi
basta che fosse di sublime bellezza
che non c’era
l’ebbrezza degli acquisti
dei soldi
del nuovo consumismo
del tempo che ripartiva virtualmente
con oggetti nuovi senza simbologia
il mondo interno impazzito
e svegliarsi solo nel caldo di luglio
con questa volta davvero
una sigaretta di troppo
che la voglia comunque passerà
scaricare merci in magazzino
e sentire quella quiete che mai sarebbe arrivata
in questo caldo di luglio
che non mi dà tregua

Mentre qui tutto continua a fluire…

Canzoni maneliste
Che ancora riempiono l’anima
Risciacquo di parole
Dopo il sogno di un’Inghilterra
Della consistenza
Di qualche voce alla radio
Di serie tv
Che liberavano l’anima
Dopo il nero
Che piombava su di me
Ieri pomeriggio
Il senso di prigione
Di quest’abitazione
Di questo lavoro che non ti lascia mai
Sotto casa
La prigione
Librarsi nelle voci altrui
E sognare un’Inghilterra
Dove passare i giorni
Pieno di parole altre
Inglesi
Che fluivano in me
Con naturalezza
Trovare la forza e l’energia
Che pensavo sperdute
E il nero d’Alina
Si colorava invece di immagini
Diari dei vampiri
Non più dalla pesante lingua russa
Ma dalla più leggera e fluida
Lingua inglese
Tutto fluiva
Tutto fluisce
E non c’è più l’incombenza nera di chissà
Quale compito
Scivola via così il sentire
E i colori dei diari dei vampiri
Vincono i ricordi anneriti e pesanti
Del passato
Si va oltre Alina
E si vive di positività
Da invocare ogni istante
Per non lasciarsi andare
Agli sbalzi d’umore imprevedibili
Sarebbe anche ora
Di smettere d’annotare
Ogni cambio d’umore in me
E l’ultima notte
E i suoi colori vivono in me
Come per darmi
Ispirazione infinita
Non forzerò i pensieri per Marina
Ragazza che va e che viene
Nei miei pensieri
Non di più che i sogni della notte
E della mattina
E temo quasi di scrivere
Per paura di sprofondare
In ricordi che non devono essere più rievocati
Pena l’oscurità dell’anima
Dovrei imparare a vivere più leggero
E senza rimorsi
Un mondo è ancora possibile
Al di là dei sogni inglesi
Che si disperdevano
Nei colori e nelle immagini delle serie tv
Delle parole inglesi della radio
L’Inghilterra dell’anima
Era solo una cornice linguistica
Di altre parole che non opprimevano più
Di pensieri ripetitivi
Di parole
Sempre le stesse
Prigione di parole e pensieri
Dai quali uscivo
Solo facendo viaggiare la mia anima all’estero
Non so cosa mi attende
E non mi importa neanche
Farò un giro in città
Cercando di essere il più naturale e leggero possibile
Anche se la pressione forse qualche parola
E pensiero
Macchierà
Ma non importa
È il gioco della vita
Che ora come non mai
Vorrei vivere
Senza più sogni di erudizione
E di ambizioni accademiche
Imparare a vivere la vita
Nella sua leggerezza
Con la visione di un futuro ancora aperto
Senza false premesse
Prese per vere
Che occludono solo le possibilità
E le virtualità del mondo
Premesse depressive
Prese per verità
Che conducono solo nell’abisso
Usciamo dagli anfratti del baratro
E riempiamoci di luce ancora viva
Di questa vita
Dove non c’è niente da perdere
E tutto da guadagnare
Alors, dans l’ère succesive
Il faut tenter de vivre
Bisogna tentare di vivere
Oltre il cimitero marino dell’anima
Oltre il tempo passato
E le sue epoche
Al di là dei ricordi sperduti
Che a volte affiorano
Come per farsi inchiostro monumentale
E monolitico
Mentre qui è tutto come l’acqua
Di un fiume
Che scorre senza fine
E in questa visione liquida
Della realtà
Mi disperdo nella corrente
Che va avanti e ancora avanti
Senza fermarsi
Senza sapere
Quando tutto sfocerà
In chissà quale mare o oceano
La luce e la libertà
Sono ancora possibili
Non sono vecchi sogni smorti
Di uno studentello nevrotico
Che nega ogni vitalità
Annegato e annerito dalle troppe scritte
Dalle troppe pagine dai troppi libri
Dove tutto è il contrario di tutti
Contraddizioni insolvibili
Di una mente andata in tilt
I pensieri non si odono più
Scivolano via
Impossibile afferrare
Qualche x e y dell’anima
Tutto è indefinito
E sfuma via
Rimane solo il teatro dei sogni
Che è la vita
Con le sue infinite scene e parole
Che si susseguono senza sosta
In un continuo aprirsi e chiudersi
Di un palco
Che ospita infinite visioni
Passate presenti e future
Con la linearità
Della propria storia
Che si disperde come in una galassia
Ispirazione infinita
E non c’è da programmare giorni
Da trovare le regole divine
Da seguire
Per vivere la vita
Ogni cosa ritorna
Ogni cosa cambia
E non c’è legge eterna
Per definire il tempo e la storia e l’anima
Tutto fluisce
Liberamente
E non c’è modo di fermare
Questo flusso
Pena la statica e monolitica
Nerezza
Che fa sprofondare
Negli abissi
Dai quali ci si risveglia
Per accogliere ancora la vita
Ere passate sono andate
Non è possibile che era future non ci saranno
Per quanto incalcolabili
E imprevedibili
Il tempo si staglia ancora
Nelle sue divisioni
Che forse un giorno malamente saranno
Mentre qui tutto continua a fluire

I colori di Marina e la ragazzina romena…

E non posso lasciar vincere i ricordi passati per Alina, il nero dell’anima, l’ispirazione poetica che rasenta la depressione, non posso lasciar vincere il nero quando ancora nella mia memoria ci sono i ricordi freschi della giornata al lago con Marina, i colori sgargianti del suo vestito, i suoi occhi illuminati di felicità, i suoi occhi azzurri, la sua vitalità, la sua contentezza a bagnarsi le gambe sulla riva del lago, non posso lasciar vincere quei ricordi e quella mania passata di trovare l’ispirazione finale nel nero dell’anima, non me lo posso permettere… domani ho un colloquio, e sarebbe meglio se cominciassi a guardare almeno il sito dell’azienda, come mi diceva Federica, quella dell’agenzia del lavoro, ma una strana ansia mista a depressione mi prendeva stamattina, già da ieri sera, quando il libro sulle icone, invece di darmi la tranquillità dell’altro giorno, mi faceva sprofondare nel ricordo di Alina… devo ricordare quei brevi istanti, nelle chiese lì a Como, con Marina, dove lei mi chiedeva se andavo in chiesa, ogni tanto le dicevo, ma di solito no, quegli attimi fuggenti dove non ci si lascia travolgere dalla spiritualità nera, dal sentore di morte e di passato, e di ricordi oscuri, devo ancora ricordare il suo volto, raggiante di gioia, i colori dei suoi vestiti, e non pensare a dover scrivere troppo… e allora guarderò un attimo il sito dell’azienda, cercherò di concentrarmi sul raccontare a Marina ciò che ne sarà di domani, e dei giorni dopo, e non mi farò prendere dal demone dei ricordi, dai demoni alla ricerca dell’unico pensiero e ricordo e sensazione che può salvare, devo lasciare aperta la visione del futuro, anche prossimo, e ricordare la lucentezza e la leggerezza del volto di Marina, senza sprofondare giù… “E’ così pesante la tua vita?”, mi chiedeva, forse la sto appesantendo troppo, sto sprofondando troppo, quando imparerò ad essere più leggero? Ricordiamo i colori di lei, di Marina, di quella splendida giornata al lago, e lasciamo perdere il passato e le poesie ispirate, fonte di ansia e depressione, lasciamole perdere, impariamo ad alleggerirci e a rilassarci, e lasciamo il passato seppellire il passato, non tuffiamoci in tunnel neri, anche al di là del volto raggiante di Eugenia, lasciamo il passato seppellire il passato… in fondo basta ricordare tutta la lucentezza di questo sabato appena passato, la luce di Marina, i suoi colori, e tutto andrà avanti da sé, senza appesantimenti, viviamo più leggeri, la poesia è già stata scritta, e non merita di essere imparata a memoria, accordiamo l’anima a gusti più leggeri, la mia vita non è così pesante, sono solo io che l’appesantisco, liberiamoci dai mali e non tuffiamoci più nel passato, in fondo, bastano tutti i colori e la lucentezza di Marina, e di più non ho bisogno, viviamo più leggeri… pensiamo un attimo al lavoro e non facciamoci travolgere dalla vita, una vita che può continuare anche così, tra il dolce ricordo della ragazzina romena, e le semplici e leggere parole con Marina, per ora va bene così, non sprofondiamo… sì, i colori di Marina e la ragazzina romena…

Non rimuginiamo troppo, liberiamoci…

Il bar, la barista giovane, quell’altro che ci provava con lei, il flirtare, il cinese che ti vende le sigarette, troppe, ultimamente, il caffè al bar, la voglia di energia e forza, altro che la Madonna ed Eugenia e compagnia bella, fare un giro di qua, di là, leggere quel libro svedese, appassionarsi della trama, pranzare, sognare ancora Leida, gli attimi erotici, lei, il porno vivente, il ricordo dei porni viventi con tutte quante, senza nome, scia di immagini, soddisfazione sessuale, da non volerne più per un po’, senza problemi, addormentarsi di un sonno dalla voluttà infinita, con i ricordi di Leida, ancora una volta, sempre lei, al di là di aquile albanesi rosso nere, icone russe di Cristo, storie inventante con Marina, i soliti pensieri, nel dolce far niente sentire mio padre, Marco e un loro collega discutere di lavoro, in officina, sotto casa, loro che andavano a mangiare, io che mi alzavo dal sonno dopo pranzo, un caffè, alla macchinetta, una sigaretta, di troppo, riprendere a leggere il libro svedese, appassionarsi di nuovo, lasciar perdere i pensieri che tornavano sul cambiare lavoro, cambiare vita, ormai ci sono abituato ai soliti pensieri ricorrenti, non c’è bisogno di rivoluzionare la vita, va bene così, nonostante qualche inghippo ogni tanto, nei pensieri, nel sentire, nella vita privata, mio padre che lasciava venti euro, per fare la spesa, che palle, ogni giorno andare al Carrefour, che a volte sembra un incubo, ma invece è solo obbligo famigliare, come diceva una volta Rudina, le commissioni, un giro al supermercato, due o tre cose, alla cassa, Cinzia, che batteva le albicocche due volte, perché le pesche non le prendeva, va bene, chi se ne frega, quel commento di ieri sera a Giulio e la Coca Cola e l’olio, che volevo solo parlare con Manuela, visione che si perdeva nella notte nel ricordo di Leida, e anche quest’oggi, la bionda che mi frega, la sete erotica, il sesso soddisfacente con Leida, quello che c’è stato, basta così, per un po’, non pensiamoci troppo, troviamo altro da fare, magari estorcere domani 50 euro a mio padre per uscire una delle prossime sere, in settimana o chissà quando, alla ricerca di non so chi, meglio avere qualche soldo in tasca, per scappare la notte nel caso di bisogno, il libro svedese che ormai non sopporto più, 260 pagine in due giorni possono bastare, senza contare le altre 60 del libro su Munch ieri, esausto di letture, annoiato, mio padre e Marco che uscivano a lavorare ancora assieme, niente da fare, un pomeriggio annoiato, stanco, senza appesantire ancora di più la vita con le mie rimuginazioni senza senso, va bene così, lavorare ogni tanto, uscire con le ragazze, fare le mie commissioni, leggere e studiare, cosa chiedo di più? Altro che esternare i segreti e le rimuginazioni senza senso con Maria Teresa, ci stavo cascando di nuovo, abituarsi a questo nuovo assetto della vita, ricordarsi di non andare apposta la sera al Carrefour solo per incontrare Manuela, tanta ansia e niente di fatto, che poi la notte non dormo, lei ha già il tipo, convive, non c’è modo di renderla amica, il mondo non funziona come nei discorsi con Maria Teresa, c’è più distacco, c’è più distanza, e se voglio smetterla di fare il bambino devo smetterla di pensare al CD come luogo dove esternare me stesso, basta già Saverio una volta al mese, è già troppo, non è che ho poi bisogno di parlare così tanto, ho solo bisogno di rimuginare di meno, vivere più leggero, senza farmi troppi problemi, la voglia di Leida che è ancora in me, lasciamola andare così come viene, come va, non c’è niente di cui preoccuparsi, anche i miei amici hanno una vita sessuale un po’ fuori dalla norma, Costanzo e l’Ucraina, Fizi e Tinder, Barresi e Facebook, ce la si gioca un po’ così, in libertà questa vita, e anche nel libro svedese tutto è lontano dall’ideale nelle relazioni di coppia, non si vive più nell’800 descritto da Tolstoj e compagnia bella, quegli aristocratici e borghesi tutti con la vita ideale, sogno di una volta, che in questo mondo liquido non regge più, cestinare una buona volta per tutte l’ideale del “mi sposo, ho figli, lavoro e vivo una vita felice”, magari fosse così, o forse no, sarebbe la noia, un’imposizione, le relazioni vanno e vengono, si intricano, si dissolvono, lasciamo aperte le porte delle relazioni, senza rimuginare troppo, senza troppi ideali di perfezione, l’icona di Cristo che mi vorrebbe invadere la stanza, lasciamola stare, lasciamola libera, alleggeriamoci, liberiamoci, non troppa musica da adolescente, non troppi libri, troppe letture, troppo sonno e troppa fantasia, ci vorrebbe qualcosa da fare, una certa stabilità, un certo ordine, una certa routine, una certa sicurezza, che non c’è, tutti punti di riferimento che si scardinano, vacillare nel corso della giornata, ora questi pensieri, ora questi altri, il giro dell’anima, il giro degli umori, avere la vaga idea di leggere ancora qualcosa su Munch, magari quei libri che raccolgono le sue opere più importanti, quei libri tipo “Art Dossier”, magari fare un salto in biblioteca, questo pomeriggio, lontano dal libro svedese, senza bisogno di addormentarsi nel parco, altre letture, altra gente, altre facce, un giro da qualche parte, senza rimuginare troppo, letture un po’ pesanti, ma rilassanti, sotto questo cielo carico di sole e azzurro dopo questi due o tre giorni di pioggia, muoversi un po’, fare un giro, staccare, non rimuginare, tutto così, libero, come viene, come va, senza appesantirsi, una giornata che segna il fine della settimana, o forse che non segna niente, non c’è più molta differenza tra giorni liberi e giorni non liberi, questo lavoro che c’è e non c’è, non sapere che fare, ricominciano le rimuginazioni, lasciamole stare, fare un giro, consegnare i libri, leggerne degli altri, magari vedere studenti e studentesse lì in biblioteca, facce nuove, giovani, mi farebbe bene fare un giro, non rimuginiamo troppo, liberiamoci…

E le cose vanno avanti da sé…

Leggere come un dannato “Sole di mezzanotte”, libro norvegese di uno spacciatore di droga che fugge al nord della Norvegia per non farsi uccidere dagli aguzzini del suo capo, e là incontra Lea e Knut, una donna e suo figlio che fanno parte di una specie di setta protestante. Da qui l’avventura si muove tra la persecuzione di lui e quella di lei, che ha avuto un matrimonio forzato e infelice, fatto di violenza. Le pagine sono belle, anche quelle della riflessione sul cristianesimo, sulla fede, intervallati a momenti più semplici e genuini in quel paese del nord della Norvegia così intriso di folclore e superstizione. Un libro che si legge di un solo fiato, con un bel finale, dove l’amore vince sulla persecuzione di lui e di lei. Davvero una bella lettura…

Peccato che ieri io mi sia sforzato troppo a leggere, dopo le pagine di quel libro che parlava di criminalità albanese “La caduta”, e questo libro norvegese, che a fine serata stavo impazzendo, a parte quando andavo al supermercato, beccavo Manuela alla cassa e non succedeva niente, rapporti normalizzati, anche le fantasie e le idee strambe, e mi accorgevo di come lei è una ragazza forte alla fine, e che abbiamo tutti e due trent’anni, e non quindici, e la vita là fuori è davvero dura.

Notavo un tatuaggio sul suo braccio, e per un attimo partiva il delirio dei tatuaggi, le pagine del Levitico che proibiscono i tatuaggi, e la sera chattavo un attimo con Rabbì C., che mi diceva che in linea di principio i tatuaggi sono davvero vietati, e poi gli chiedevo del messia, dell’era messianica, e mi diceva che in effetti c’è una carica utopica in tutto questo, ma bisogna stare attenti alle piccole cose, è da lì che parte il tikkun olam, e che questo precetto è l’unico modo per responsabilizzare l’uomo.

E poi non so la sera cosa mi succedeva, soffrivo di insonnia, non riuscivo a dormire, provavo a sdraiarmi ma mi alzavo di colpo, come se avessi qualcosa di impellente da fare, e forse era perché mi ero sforzato troppo di giorno, tra i libri, e l’attesa estenuante di andare al Carrefour e vedere Manuela, che mi faceva stridere i nervi. E così la notte dovevo ricorrere a delle gocce di Valium, che non facevano niente, e anche a due o tre bottiglie di Heineken, per cercare il sonno, che alla fine arrivava, mentre la notte giocavo ancora con le immagini del blog, gli sfondi, i colori, andavo in tilt, come se dovessi cambiare tutta la decorazione dei dispositivi e della camera, ed ero davvero teso per niente. Sognavo di un mondo incantato, rilassato, bucolico, tra paesaggi norvegesi, lontano dallo stress della città, delle ragazze, dei computer, e pensavo di trovare quell’isola che non c’è eliminando un sacco di cose, ma era sbagliato… Mi svegliavo infatti con l’antica idea che quando andrò in pensione mi trasferirò in Norvegia, a guardare paesaggi, a stare in mezzo alla natura, a non fare più niente, ma era una visione sbagliata. Non sono in pensione, la vita va avanti, e tutti i suoi affari anche, tra tutte le cose che ci sono, gestire le ragazze, il lavoro, gli studi, le letture, le relazioni con gli altri, e quel sogno di tranquillità assoluta e relax era solo sintomo di stanchezza, di eccessivo stress, ma poi alla vita non si può scappare, e pochi minuti fa ripristinavo tutto com’era, anche il fatto di scrivere più o meno ogni giorno, senza farmi troppi problemi.

E ora sono qui, in questo venerdì dove mi sono svegliato a mezzogiorno, quasi all’una, per smaltire la sbornia di ieri notte, che era necessaria per trovare un po’ di pace, ma starò attento a voler rivoluzionare ancora tutto, non si scappa dalla vita, dal lavoro, dalle relazioni, non ci si può tuffare in qualche utopia di pace assoluta e tranquillità, si trova solo la noia e il cervello che non funziona più. E fa niente se per oggi non lavorerò, potrò riposarmi un po’ di più, senza stressarmi troppo con letture assurde, pensieri che non stanno in piedi, come a cercare quella pace che non arriva mai, finché si è vivi la vita è dura, e come diceva Leida sono un uomo e devo essere forte, non posso lasciarmi andare a sogni bucolici, di relax assoluto, come se fossi in pensione, appunto, la vita va avanti, e c’è il lavoro da fare, c’è da studiare, ci sono da fare un sacco di cose, anche se in questo periodo sono un po’ esaurito, ma si va avanti lo stesso.

Ho anche ripristinato i profili di VK e LinkedIN, senza farmi troppi problemi delle immagini soft porn sul social russo e sui contatti di lavoro che hanno gli altri, che fanno sembrare il lavoro altrui più importante, fa niente! Io ho il mio lavoro e me lo tengo stretto, e non mi importa se sto facendo tutt’altro rispetto a quello che ho studiato, va bene così, le condizioni sono buone e non mi posso lamentare, e la devo smettere con le inutili menate degli ultimi mesi. Mentre per quanto riguarda i contatti mezzi pornografici su VK non mi interessa anche se Marina guarderà, non è mia madre, e volenti o nolenti il sesso in questa vita è un fatto, che non si può negare, e non mi interessa la sua opinione. Tra l’altro, è anche da una settimana o di più che non si fa sentire, e la cosa non mi interessa più di tanto, così come non mi interessa quella paranoia di stanotte di voler dimenticare Leida a tutti i costi, e anche Alina, e tutte le altre, per quanto ci si sforzi non è mai possibile cominciare da una tabula rasa, si può cercare di non pensare più a certe cose, ma ripartire da zero è davvero impossibile, e vivo con i miei ricordi, i miei pensieri, senza pensarci troppo, né a cercare di capire chissà che cosa, né a forzarmi di dimenticare.

E rimane la giornata così, al fresco, qua in casa, con l’aria condizionata, che là fuori c’è un sole che non fa neanche respirare, e mi tengo buona questa giornata così, dove forse leggerò qualcosa, con più calma, dove non mi sforzerò più di trovare chissà quale quadratura dell’anima, meglio non pensarci, e vivere alla giornata, e non sforzarsi di trovare una pace che non c’è e neanche chissà quali pensieri assurdi e complessi.

Mi dispiace solo di aver dovuto sgarrare con la dieta, questa notte, ma per una volta non succederà niente, posso sempre rifarmi nei prossimi giorni, e per il resto le cose vanno avanti da sé…

Il sogno di una bionda e il languore…

Sognare la giovane prof bionda di filosofia
L’amore per il sapere
L’amore di una volta
Ritornare a fare l’esame
Da adulto
Da persona seria
Che il delirio aveva vinto
La razionalità languorosa
E rilassata
Di fronte a lei
Bionda
Che mi faceva impazzire
Come altre bionde
Nel corso dei miei altalenanti deliri
La bestia bionda
Che inseguivo sempre
Vincere nel sogno con il languore
Di una nottata passata con la giovane romena
Voluttà e piacere
Come non mai
Passare e andare oltre
Dalla negatività di quella ragazza
Con la quale tutto è finito
Leida
Ha fatto il suo tempo
Godere di languore e voluttà
Dopo una nottata così
Ad accarezzarla
A godere della sua visione
Come una Katia rediviva
Di rara bellezza
Godere come facevo una volta
La visione del piacere immenso
Ancora mi accompagna
Nel sogno vedere
Anche il prof di antropologia
Studi vari
Sui dialetti di Italia
Sulla cultura del mezzogiorno
Del nord
Tra veneti e terroni
Uno studio serio
In quei d’Italia
La razionalità languorosa e rilassata
Ritorna
Dopo quel libro di Deleuze
Finito di leggere ieri
Forse un giorno o l’altro farò un riassunto
Una recensione
Ora non ho voglia
Pascermi ancora nel ricordo dell’ultima notte
E dello sviamento
Della bionda
Che va via come un sogno
Dove recupero i sensi e la testa e il languore
Con la prof di filosofia
Non è successo niente
Con Manuela
Non è successo niente
Soltanto
Ogni tanto
Vado fuori di testa
E basta una nottata erotica a ritrovare il senno
Ma comunque
Non è successo niente
Discorsi e pensieri che ritornano
Solo per essere differenziati
Non ci si può ripetere in eterno
Non si può cercare uno schema che predica
Il futuro
Ogni volta è una cosa diversa
In questo amplesso di pensieri e sensazioni
E ricordi e rappresentazioni
Andare oltre i propri fantasmi
I propri pensieri
Alla ricerca di quel cambiamento
Di quella differenza
Che non può ripetere sempre
Gli stessi motivi
Si sfalda così la storia e la trama
E ci si avvia verso non si sa che cosa
Leggere svogliatamente
Quello “Stile Libero”
Cultura giovanile
Nella quale non mi ritrovo
Pensare di sentirsi un vecchietto
Un anziano
Con tutta un’altra cultura
Riesumare dalla concentrazione di se stessi
Invocazioni al Padre Eterno
Preghiere
Che non stavano né in cielo né in terra
Come a volte succede
Solo per non crederci più
Di fronte al mare di confusione
Del ricordo di quella bionda prof di filosofia
Che riappariva in sogno
Solo per essere vinto il suo fantasma
Il ricordo di quel delirio
Nel sogno di languore
Bellezza bionda delirante
Che svanisce così
Nel sentire erotico e languoroso
Non so se anche stasera
Allo scoccare delle otto
Ritornerà ancora quella delirante visione
Discorsi immaginari da fare con Manuela
False parole di me stesso
Di dovermi presentare e apparire
Di farmi conoscere
Di smettere di essere me stesso
Per seguire apparire un altro
Vince il languore
E la pace erotica dell’anima
Dove non c’è più parola o pensiero
Nessun discorso o parola da inventare
Manuela
L’unica a cui ieri pensavo
Al di là di Marina
Se non per recuperarle tutte
E tutti i pensieri
Infiniti
Nella preghiera
Senza sosta
Senza fine
Senza chiusure ai pensieri
Ispirazione infinita
Che cercava solo l’apice
Nel piacere intenso della notte
Che ogni ispirazione manda via
Per lasciare solo il languore
E sono lontani i tempi di passione profonda
Con Xhuliana
Con Alina
L’ultima volta con Leida
Ma va bene così
Il languore vince ogni intricatezza dell’anima
Non so se scoccherà di nuovo la bionda delirante passione
Alle otto stasera
Quando lei inizia a lavorare
Al supermercato
Il ricordo del sogno della bionda prof di filosofia
Vincerà
Non è successo niente
Non mi è mai successo
Dicevo
E invece era già successo altre volte
Nicoletta
Diana
Manuela
Le bionde che mi hanno fatto delirare
Nel sogno del languore finisce il delirio
E nella notte di erotismo e piacere
Che ci si sveglia con l’anima in pace
Rilassata
Senza più deliri escatologici e teologici
Compressioni sfalsate dell’anima
Mi libero così nel languore e nel piacere
Che la giornata non ha più importanza
Come se fosse una di quelle tante giornate
Che passavo in università
Dopo estasi alcoliche erotiche e musicali
Con Xhuliana
Con Alina
Senza pensare più a niente
Neanche ai libri
Alle lezioni
Alle compagne
Ma mi pascevo solo nel languore
E voglio ancora pascermi
Per dimenticare ogni astruseria
Da prof di filosofia
La razionalità si rivolta
E si perde in un sogno che fa sfumare
Ogni delirio
E si libera l’anima mia
Che non c’è quasi più parola
Traccia o pensiero
E tutto si perde in una nottata erotica
Che vince ogni delirio di una bionda
Il sogno di una bionda e il languore

Cercare qualcosa di più…

Cercare qualcosa di più che i soliti stati mentali alterati dall’alcol, dalle religioni, dalla musica, dal sesso, cercare qualcosa di più che non le parole a vanvera di Leida, il sogno erotico con la romena ventenne, che racchiude tutte le mie fantasie, cercare qualcosa di più che le solite notizie, i soliti libri, i soliti post sul diario e su Facebook, cercare qualcosa di più che Marina, lei e i suoi film, i suoi interessi, le sue uscite a fare gli aperitivi, la sua ricerca del lavoro, cercare qualcosa di più dello stare bene in famiglia e tra parenti, recitando il bravo ragazzo interessato e nipoti e nipotine, il bravo figlio che si interessa del lavoro di famiglia, il bravo aiutante sempre pronto ad imparare, cercare qualcosa di più che i soliti discorsi di chi mi vorrebbe far sentire in grado di cercare lavori più in alto, mentre la realtà non la conosce, cercare qualcosa di più dell’eccitazione intellettuale di fronte a lingue e parole nuove, di fronte a libri sperduti, classici da dover leggere per forza, non importa in quale lingua, cercare qualcosa di più che le scenette con la cassiera, fare la spesa in modo giusto, cercare qualcosa di più che i sogni erotici e d’amore con Leida, sogni frustrati da un’altra realtà, cercare qualcosa di più che un lavoro in inglese, customer service, per tre mesi, senza sapere come passare i colloqui, pagato chissà come, stressato, cercare qualcosa di più che una vacanza in Albania, al mare, come tanti altri, o un campo di volontariato internazionale sperduto chissà dove, a stare insieme da altri giovani ancora pieni di sogni, cercare qualcosa di più, è tutto quello che capivo del colloquio di ieri, che anche uscire la sera con Leida solo per parlare non avrebbe portato a niente, solo ad accorgermi che quel qualcosa di più non lo posso trovare in lei, e neanche nei bar e nei locali, e in nessun’altra ragazza che per ora conosco, cercare qualcosa di più che le solite chiacchiere su Facebook di ragazze ormai andate, senza interesse, cercare qualcosa di più di questo relax da non lavoro, da queste letture e scritture, da questi libri, da questa vita, cercare qualcosa di più e non sapere cosa, non sapere più chi volere, e non capirlo più e neanche tentare di capirlo, lasciare andare le cose così, come vanno e come vengono, cercare qualcosa di più delle mie ideologie che ogni volta invento per giustificare lo stato delle cose, e per continuare a vivere così, o imbermi di ideali di vita che sono solo caricature dei miei stati d’animo, dei miei umori, cercare qualcosa di più che uscire da questa malattia che nessuno sa cos’è, cercare qualcosa di più che i colloqui con quella gente lì, esperta, cercare qualcosa di più che i programmi di politica o di storia, qualcosa di più del sapere e del capire, del conoscere, cercare qualcosa di più che lo svago con amicizie che non ci sono, discorsi che non si possono fare, cercare qualcosa di più che la spiegazione metafisica e para-psicanalitica di me stesso e dei miei pensieri, cercare qualcosa di più che la disposizione di oggetti simbolici dentro la mia stanza, attorno a me, come se fossero dei tatuaggi da imprimere sul mondo e non sul mio corpo, cercare qualcosa di più che le chiacchiere con la gente, le due o tre parole sul mondo, discorsi stanchi e impersonali, cercare qualcosa di più che arrabbiarsi ideologicamente con chi non la pensa come me, cercare qualcosa di più che improbabili vendette storiche o i soliti drammi famigliari di chi da giovane se la prende con la generazione più vecchia, cercare qualcosa di più che la spiegazione scientifica a tutto, stressandomi di essere scientifico in ogni campo, in ogni momento, solo per stressarmi, lo scienziato non è il mio lavoro, cercare qualcosa di più che una descrizione e una spiegazione a trecentosessanta gradi del mondo e della vita, cercare qualcosa di più di tutto lo scibile umano, della soddisfazione sul lavoro e della coscienza a posto per aver lavorato, cercare qualcosa di più che una vita che va e che viene, così a casaccio, data dagli impulsi e dagli umori vacillanti e mutevoli, cercare qualcosa di più che il sapore di una sigaretta, l’essere a posto con la dieta, lavorare per stare in salute, cercare qualcosa di più che il sogno di una compagnia di amici o di una ragazza, dove poter raccontare tutto, divertirsi, parlare di tutto e di più, cercare qualcosa di più che vedere le vite degli altri su Facebook, per strada, nei locali, in giro, e cercare di imitarli come se loro avessero le chiavi della vita per vivere bene, non è detto che gli altri siano giusti e facciano bene e tutto quello che faccio io sia sbagliato, smetterla di voler imitare gli altri, cercare qualcosa di più e non sapere che cosa, volere non si sa più chi e non chiederselo neanche più, rimane solo una cosa: cercare qualcosa di più…

Tutto va e tutto viene…

E non me ne frega più niente di niente, lavoro o studio, ragazze o tipe, amicizie o altro, i discorsi della gente, mi hanno rinnovato il contratto fino a ottobre, Benito stamattina non bestemmiava, la gente che parla, che ha ancora voglia di vivere, non si sa per che cosa, vedere Marco andare via e non aiutarlo, non lavorare, fregarsene, l’importante è avere qualche soldo, rivedere Leida ieri sera, passando in macchina, lei succintamente vestita che parlava al telefono, cosa me ne farei di parlare con lei? Lasciamola lavorare, insieme ad altre decine di tipe che infestavano la strada, essere stanco, essere appena stato, non aver voglia di ritornare, prendiamoci un po’ di tempo per riposare, passare davanti al Carrefour e non fermarsi, a che pro parlare e incontrarsi con Manuela, che mi fa? Il caldo di giugno, smorzato dall’aria condizionata in casa, leggere svogliatamente delle notizie in albanese, la dittatura della povertà, chi se ne frega dei libri, dei pensieri, Marina che non risponde, chi se ne frega, le parole di Saverio, chi se ne frega, ormai non me ne frega più niente di niente, neanche star qui in casa a non far niente e pensare che magari avrei potuto lavorare al customer service in inglese, ma che me ne frega a me di parlare in inglese? Di lavorare? Mi lascio vivere senza pensare, sono stufo, stufo della voce della gente, delle loro parole, dei loro discorsi, della loro voglia di vivere, ma chi ve lo fa fare? Lasciatemi in pace, non mi va neanche più di preoccuparmi per il futuro, vivo alla giornata e me ne frego, non so cosa combinerò quest’oggi, letture varie, riposo, al fresco forse dell’aria condizionata, non mi va neanche di parlare con mio padre per vedere se c’è qualcosa da fare, questo mondo senza lavoro, e di chi il lavoro ce l’ha e se lo tiene stretto, la vitalità della gente mi ha stufato, lasciatemi in pace, non me ne frega più niente di niente… sognare improbabili incontri con il vecchio dottore, più rilassato, meno ingiunzioni, meno lavaggi del cervello, ma va bene così, meno male che per un mese e anche di più Saverio non si vedrà, mi ha rotto le scatole anche lui, come tutti quelli e quelle di quell’ambiente lì, lasciatemi stare, chi me lo fa fare di studiare, di leggere, di lavorare? Non sono un professore, non sono un tecnico, non sono un venditore, sono solo un ex studente che non ha voglia di lavorare, non ha voglia di vivere, lasciatemi in pace, giovani e vecchi, ragazze e altre ragazze, lasciatemi stare, va già bene così, essere rilassato e non stressarsi più per niente, tutto va e tutto viene, così, a casaccio, e non mi importa più niente… i privilegiati che studiano e viaggiano, lavoro intellettuale da farti stare male, non sono un giornalista, un sociologo o un filosofo, neanche un linguista, chi me lo fa fare di continuare a leggere e pensare, alla scientifica, alla religiosa, non sono nessuno per dovermi definire intellettualmente, e tutto va e tutto viene, così, a casaccio, anarchicamente, svogliatamente, che non mi interessa più niente di niente, è già tanto riuscire a completare queste 750 parole che non so più neanch’io perché scrivo, sono svogliato, non mi va di niente, neanche di riposare, mi faccio i fatti miei, sfrutto la giornata e le persone così come vengono, senza investire niente, me ne frego oramai, anche di lavorare alla giornata, non ci vedo né futuro né presente, neanche un modo per svagarmi, sono svogliato e non mi va di fissare niente, lasciamo tutto aperto e tutto chiuso e non leghiamoci a niente e a nessuno, perché tutto va e tutto viene, così, senza un motivo, senza un perché, e non mi interessa più niente di niente, sono stufo, sono svogliato, e tutto va e tutto viene, che non completerei neanche le 750 parole, prescrizione che mi aveva dato Teresa la ceca ebrea, lei che mi diceva che ero un intellettuale, mentre ero solo uno studente preso troppo bene con le materie di università, quando ancora sognavo mondi intellettuali e non conoscevo la realtà di quel mondo, politicizzato, commercializzato, quando ancora credevo nelle mie doti poetiche sui diari e sul blog, magari un giorno venire scelto per la scrittura, a casaccio, da internet, ormai questa scrittura terapeutica sta diventando un atto di ripetizione automatica, senza senso, senza fine, senza scopo, e scrivo così per passare il tempo, ora che tutto va e tutto viene, e non me ne frega più niente…