Category: Ispirazioni

Estasi alcolica, erotica e musicale, Leida…

Estasi alcolica, dopo infinito tempo, “Parla forte!”, mi diceva una volta quell’amico cinese, e dentro di me parlavo forte, sotto l’influsso della musica, pieno di energia, dopo la giornata stupida in quell’agenzia, ritrovare l’energia di parlare con quegli amici, quegli amici cinesi che una volta mi riempivano di vita, al di là di tutti i pensieri deboli, fragili, fatti di preghiere e di paure, nate dalle parole con Eugenia, e il loro coro di avventisti vari, religioni alternative, e altre cazzate… altro che dedicarsi alla cultura, qui c’è da lavorare, e come diceva sempre il medico anche Italo Svevo faceva il bancario, eppure poi scriveva, ed ero pieno di energia, sotto l’influsso della musica, che scorreva come non mai, come ai tempi folli di Alina, l’energia e l’estasi musicale, che niente si può comparare, liberati i pensieri, come una giornata in cui dai l’esame, prendi il tuo voto, e non devi pensare più a studiare… sì, perché quei racconti di fantascienza avevano anche rotto le scatole, e solo l’energia di parlare con mio padre, con Marco, decidere di lavorare con loro, una buona volta per tutte, liberato da tutti i pensieri intellettuali, mi salvava, e mi liberava, senza più frustrazioni… e l’estasi musicale continuava, pieno di parole dentro di me, di musica, e non ci voleva più niente che dimenticarsi tutto, quel periodo terribile della tesi, e tutte le sue frustrazioni e depressioni, non se ne poteva più, e ritrovavo la forza cercando di immaginare discorsi con quegli amici cinesi, altro che amici italiani, un radical chic e un altro che si crede un artista incompreso, un genio, e poi si vanta della sua presunta setta, dove esalta l’autoerotismo, dovresti passare alla prostituzione, gli dicevo, ma lui neanche sentiva, perso nel suo mondo, come nella sua cameretta e nei suoi progetti, e a quel punto non me ne fregava più niente di loro, e immaginavo solo discorsi con quegli amici ritrovati, che forse questo sabato visiterò, e non ci pensavo più, pensavo solo al lavoro, alla fine degli studi, alla libertà, all’essermi liberato di agenzia inglese e di centro culturale in due o tre giorni, e come Leida mi diceva di essere forte, così mi ricordavo dei cinesi di parlare forte, come mi diceva Alex… forte! Forte! Forte! Che non dovevo più lamentarmi se dovevo andare da Leida, basta lamentarsi, mi dicevo, e sognavo già dialoghi con lei, mentre la musica e tre bottigliette di birra mi portavano via, e tutto quello che avevo pensato di aver perduto, tra le pagine di quei diari dimenticati, si risolveva nell’estasi alcolica e musicale che riprovavo stasera, altro che divieti dell’alcol e dell’estasi, dovevo uscire dagli schemi, liberarmi, essere libero ancora, e tutta l’estasi alcolica e musicale si faceva risentire di nuovo riesumando e facendomi comprendere certe mie sensazioni del passato… e tornava la voglia, la voglia di lei, di parlarle, di stare assieme, la voglia di Leida… e prendevo soldi e mi vestivo, chiudevo la musica, che continuava a risuonare in me, e mi precipitavo in macchina da lei… non c’era, all’inizio, e mi fermavo a metà strada là in quel campo, come una volta facevano i contadini, nell’Ottocento, completamente libero, indiavolato come non mai, e pensavo a tutto l’istinto che certi contadini ancora conservano, alle mie origini, a me stesso, all’energia vitale del mondo, che esplodeva… e mi rimettevo in macchina, solo per tornare a casa e riprendere i soldi necessari per fare benzina, e al ritorno la rivedevo, rivedevo lei, Leida, appostata là dove una volta c’era Katia… mi lavavo le mani, mi pulivo, mi liberavo ancora di più, prendevo i soldi necessari e andavo a fare benzina, non il solito benzinaio, che era chiuso, il self service non andava, e allora andavo a quell’altro, sempre sulla via, e mi riempivo di benzina, e di profumo di senza piombo… e mi precipitavo di nuovo da lei, da Leida… e lei era là, già che mi sorrideva al vedermi passare, al vedermi fermarmi, fare il giro nello spiazzo, mentre io da dietro osservavo le curve del suo corpo, delle sue gambe, dei suoi fianchi, che non erano mai stati così desiderabili… mi fermavo da lei, e mi chiedeva subito: “Hai la tessera?” “Che tessera?” “Per prendere le sigarette” “Sì” “Va bene dai allora andiamo” “Dov’è?” “Laggiù in fondo, dopo il cavalcavia” “Va bene”, e già sapevo che sarebbe stata una serata diversa… e chiamava subito il suo amico Albi e gli diceva “No guarda Albi lascia perdere vado da sola” Albi… “Chi è? Il tuo accompagnatore?” “Sì, mi accompagnava tre mesi fa, adesso era andato al Carrefour, diceva, si fa i cazzi suoi” “Sì, qua ognuno si fa i cazzi suoi, è così…”, e facevo il giro del semaforo, mi fermavo lì allo stop, vicino al distributore di sigarette, “No, non fermarti qui, non si può, passano le macchine, entra dentro” “Ah, si può entrare?” “Sì”, e mi muovevo con la macchina sul piccolo piazzale che dava al distributore di sigarette, “Ce li hai i soldi?” “Sì, ho dieci euro, compra due pacchetti” “Quali sigarette?” “Marlboro touch, le solite”, “Va bene”, e dentro di me sentivo l’energia salire… scendevo dalla macchina e pensavo che sarebbe andata lei a comprarsi le sigarette, e invece andavo io, al distributore, quali sigarette, fa vedere un po’, ecco, marlboro touch ’20, devono essere queste pensavo, e inserivo la tessera, la toglievo, inserivo la banconota spiegazzata di Leida, e compravo quei due pacchetti di sigarette, convinto di aver fatto giusto… tornavo in macchina e come Leida vedeva i pacchetti le calava la tenebra sul viso “Nooo”, diceva, “Cos’è?!! Non sono quelle?” “Nooo, perché non sono scesa io, erano quelle nere, non queste! Io quando vado al bar mi danno sempre quelle nere, che cazzo di sigarette sono queste?” “Ah, ho sbagliato, mi dispiace, vabbè fuma queste, tanto le sigarette sono tutte uguali, o senò vendile a qualcuno, non hai altri dieci euro?” “No, avevo solo dieci e un altro venti, fa’ provare queste sigarette…” e se ne accendeva una, e faceva la faccia schifata, “No, queste non mi piacciono! Mi dà fastidio aver speso dieci euro, cazzo, io non ho soldi!” “E vabbè fuma un po’ queste, fattele cambiare, vendile a qualcuno!” “Cazzo!”, e vabbè, tornavamo indietro, e mi sentivo in colpa, timoroso per aver sbagliato, per averla delusa, ma più di tanto non ci pensavo, cosa me ne può fottere di una puttana, pensavo… e tornavamo indietro, al solito posto, al solito luogo, “Cos’è? Qua a destra?” “Sì” e poi a sinistra e poi più in là, lontani dalle macchine, non proprio sempre al solito posto… e poi le dicevo come andava, come non andava, o forse glielo dicevo prima, prima di andare a comprare le sigarette sbagliate, ho risentito i miei amici cinesi, mezzi mafiosi, che hanno un bar, ah, diceva lei, buono, dai, e poi sono andato in agenzia per andare in Inghilterra, ma chi c’ha voglia di fare il barista, di fare il facchino in albergo? E vai in Inghilterra, così trovi lavoro! Macché lavoro! Guadagno di più da mio padre e dal suo collega! Ah! Allora va bene così… e ci mettevamo lì, al parcheggio, mentre lei mi diceva che stasera non aveva voglia, che al massimo a mezzanotte e mezza se ne andava, come Cenerentola… e non vedevo l’ora di toccarla, di toccare il suo corpo, le sue gambe, mentre il desiderio impazzito in me voleva solo lei, solo lei, solo Leida… e mi toglievo gli occhiali, spegnevo il motore e appoggiavo la mia mano sulla sua gamba, le davo i soliti soldi, e mi dimenticavo di quelle sigarette sbagliate, e lei faceva finta di niente… “Dai, spogliati!” “Non lo so, non ho voglia…” “Dici sempre così poi hai sempre voglia di questo” “Non lo so neanch’io cosa voglio…” e intanto mi spogliavo, e cominciavo a palparle il seno, dentro il reggipetto, la maglietta, e godevo di già alla prospettiva di godere, sentivo tutta l’energia liberarsi in me, mentre lei si posizionava per mostrare il suo di dietro, le sue gambe e i suoi fianchi… e cominciava a servirmi, con le labbra, con la testa, con la bocca, con quel suo andare su e giù, e io mi perdevo con le mani nei suoi pantaloni, nelle sue mutandine, nel suo di dietro, e osservavo le perfette curve del suo corpo, mentre lei mi serviva e mi serviva, mentre le accarezzavo i capelli biondi, ed era visione erotica e pornografica, estasi erotica dopo l’estasi musicale ed erotica, e me ne fregavo di Albi, delle sigarette, di ogni cosa, del lavoro, dei soldi, di ogni cosa, e mi godevo come non mai quegli istanti, dimenticavo i discorsi immaginari con gli amici cinesi, con gli amici italiani, al lavoro, in agenzia, ad ogni centro culturale, dimenticavo tutto, e godevo solo di quell’istante, mentre la serata aveva un colore diverso, con quella piccola tappa a comprare le sigarette, come due amici che si conoscono da tanto tempo, come lei che sapeva già che avevo voglia di quello, e aveva già intuito tutto, quando mi diceva: “Massì che hai voglia!”… e godevo e godevo, e le sfioravo i capelli, e le sfioravo la figa, le gambe, i fianchi, e godevo di lei, godevo di lei e le venivo in bocca, con un piacere intenso che non provavo da tempo… e finiva lì, mentre ero ancora eccitato quando lei finiva, in estasi, come non mai, e mi porgeva il solito fazzoletto, mi pulivo, lei si rimetteva a posto, dopo che si era sfilata i pantaloni mentre io mi perdevo con le mani sui suoi fianchi, eppure l’eccitazione non finiva lì… e mi diceva che aveva voglia di andare via subito, che appunto stasera non aveva voglia, lei, di stare lì, e mi chiedeva se volevo una sigaretta, no, grazie, sto già fumando troppo in questo periodo, e mi diceva di andare, e ce ne andavamo, la solita storia dei documenti, a fine mese, e non all’inizio come pensavo, e i soldi che mancano, i soldi… che sembra non contino niente, le dicevo, e lei diceva macché non contano niente, senza soldi non fai niente in questo mondo… e la riportavo indietro, e la lasciavo lì al suo posto, mentre le dicevo che mi dispiaceva per le sigarette, e lei diceva che non importava, andava bene così, fa niente… e la salutavo, pensando chi se ne frega, tanto è solo una puttana, e non ci ho neanche parlato, detto chissà che cosa, le sono solo venuto in bocca come altre volte le ero venuto dentro altrove, e chi se ne frega, ero libero, me ne fottevo, volevo essere forte, sembrare forte, pensare e parlare forte, e me ne fregavo… e me ne andavo dopo averla lasciata lì… e sulla strada del ritorno mi veniva in mente, come un flash, come fare per ovviare a quel mio errore: prendere altri soldi, comprare le sigarette al bar e portagliele lì… e così facevo, tutto di fretta, tornavo a casa, aprivo l’ufficio, rubato i soldi, riprendevo la macchina e passavo al bar, Marlboro touch nere, sottolineavo con la voce, nere, e le compravo, e ripartivo subito in macchina, a cento all’ora, pensando che lei se ne sarebbe andata, visto che ormai era mezzanotte e qualcosa, e correvo in macchina per arrivare da lei, neanche fosse, correvo a cento all’ora per trovare la bimba mia, e la trovavo là, ancora al suo posto, e mi fermavo… “Cos’è successo?” mi guardava un po’ preoccupata, un po’ impaurita, e non dicevo niente, prendevo solo i due pacchetti di Marlboro touch dal cruscotto e le dicevo: “Sono queste? Marlboro touch nere?” “Sì… ma io non ho detto niente… non dovevi…” e mi guardava un po’ sorpresa, un po’ sorridente, e un po’ contenta, e mi diceva se volevo qualcosa, no, le dicevo, lascia stare, ti dò l’altro pacchetto, quello che ho aperto, l’altro vedo se riesco a cambiarlo, ma non dovevi, massì, lascia perdere, e ci scambiavamo i pacchetti, i due pacchetti giusti e quel pacchetto aperto, che lei non avrebbe mai fumato, mi sentivo in colpa, le dicevo, macché, lei mi diceva, lascia perdere, e finiva tutto così, in un attimo, dove fotografavo il suo sorriso, la sua voce melodiosa, la sua semplicità, la sua contentezza, e dentro l’anima sentivo di essermi tolto un peso, di essermi tolto una colpa, di aver fatto la cosa giusta, e mi sembrava quasi di voler bene a quella ragazza, a quella Leida… e non c’era più niente da dire, per non mischiarsi più in faccende di cuore, per non approfondire cose che è meglio non approfondire, sopratutto a qualche mese che lei se ne va via, a qualche settimana, non si sa se poi è vero, non si sa… e me ne andavo via, lasciandole i pacchetti, prendendo quel suo pacchetto, che neanche guardavo, e non vedevo davvero l’ora di fumarmi una sigaretta, là al deserto d’asfalto…

E arrivavo là al deserto d’asfalto, là dove decine di volte tornavo dopo essere stato con Alina, dopo tutte le estasi alcoliche, erotiche e musicali di una volta, e avevo la stessa identica sensazione, la stessa sensazione di quando c’era Alina, ma questa volta era per Leida… e non era la poesia, la lingua russa, i diari dei vampiri, no, era la voluttà, l’estasi musicale, l’erotismo, il calore, la vicinanza, l’amore, in una parola, l’amore che mi mancava a farmi sentire così, anche senza storie universitarie, senza altre compagne, senza niente, era solo la voluttà della notte, le estasi alcoliche erotiche e musicali, il senso di aver fatto la cosa giusta con Leida che mi faceva sentire così e aprivo quel pacchetto di sigarette di Leida, quello con le immagini stupide che a volte suggestionano, e mi fumavo quella sigaretta, quella strana Marlboro touch, là, nel deserto d’asfalto, dove tutte le sensazioni ritornavano… e mi fumavo quella sigaretta, e riprendevo la macchina e facevo il giro, dopo aver sistemato le sigarette nel mio portatabacchi rosso, e lanciavo il pacchetto dal finestrino della macchina, facevo il giro della rotonda e lo schiacciavo sull’altro lato della strada e andavo a parcheggiare là al Carrefour, dove piantavo la macchina davanti all’Aumai e mi sdraiavo lì, in macchina senza pensare più a niente, solo pensando a Leida, al pacchetto di sigarette, alle stupide immagini, e l’immagine di Leida vinceva ogni possibile orrore, ogni cosa, ogni pensiero, ogni preghiera, ogni discorso debole e avvizzito, lei vinceva ogni cosa, dopo tre anni, dopo tre anni ancora, e l’estasi alcolica erotica e musicale ancora regnava in me… e mi mettevo lì, a perdermi nella sua immagine, nelle sue parole, nel piacere intenso e non c’era più storia, non c’era più niente, e l’anima era liberata in quell’estasi alcolica erotica e musicale, come non era da tempo…

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Ultima visione

Noi due al parapetto del pozzo
troviamo che è molto profondo
si getta la pietra e quel che odo
è il tuo sguardo, che è il mio mondo

Fernando Pessoa

Versi che sapevano di inondate giornate
di nero nulla
quei giorni sul finire dell’avventura
quei mesi oscuri
che le scritte di dieci anni
hanno cancellato
trovare nei versi
il fiume dei miei pensieri
che non avevano il coraggio di essere scritti
nell’Averno mai vissuto prima
di uscire dalle tenebre
era nel profondo nulla che vagavo
come un’anima sperduta
là dove non c’erano luoghi
se non il carcere di un’abitazione
e una mansarda che sembrava poter
spostare
l’anima verso altri luoghi
e un giardino
dove quel ragazzino autistico giocava
e la madre e il suo compagno
si davano da fare per guadagnare il pane
e la fiducia
mesi oscuri di intromissioni estranee
ed esterne
che disturbavano il quieto e sublimato ricordo
di una Russia non veramente mai esistita
se non nella fantasia smodata della mia anima
giorni terribili
ore oscure
che si ricucivano in quelle parole scritte
che sembravano uscite dall’abisso
e nel ricordo di quei giorni funesti
come questi
ricordare ancora lei
che dagli anfratti dei ricordi ancora mi infestava
con le onomatopee dell’anima
che sembravano colpi di martello
su un metallo sordo e annerito
cascava l’anima
come alla vista di sacre icone
nei mesi passati
e una lacrima quasi scendeva all’unico ricordo di lei
e del suo sguardo
che poneva fine al mondo
e ogni girovagare dell’anima
solo lei nei ricordi e la sua voce
e quell’amore che non corrisposto
distribuiva all’anima
ogni impensabile delirio
tra gli abissi e le vette
e mille coabitanti personalità
dentro di me
come un teatro di personaggi
inventati e da vivere
solo per perdere l’identità
si rarefacevano mille pensieri e mille maschere
solo per trovare me stesso in lei
e quel suo consiglio
di non tenere tutto dentro
e rimanere chiuso in un me stesso
che sapeva di nulla e negava ogni immagine e persona e cosa
del mondo
aprirsi agli altri e al mondo
dopo la caduta abissale
che mi faceva sfracellare a terra l’anima
solo per trovare
altro nulla
meglio non amare
non legarsi
non essere coinvolti
ma come non rimanere coinvolti
quando la sua voce era ed è l’unica guida?
Lei che colorava d’oro
il grigio pomeriggio di pioggia cadente
come solo settembre finalmente
sa ridare
quel suo sguardo
il mio mondo
occhi tristi e sguardo che si frantuma al suolo
sguardo opaco e cristallino
di chi troppe lacrime ha versato
eppure il suo sorriso
inutile sorriso
all’evocar canzoni che dell’amore
ancora ne fanno respiro
c’erano gli ultimi tre anni
in quei versi
e in quei ricordi
che ancora una volta il mondo là finiva
dove iniziava il ricordo omniavvolgente
di lei
e ancora una volta mi arrendo
al dramma della mia anima
là dove l’amore
ha fatto
naufragio
verso quei mari che avrei voluto salpare
alla ricerca di quali inusitati e lontani porti
che invece ogni volta
portano a lei
senza che ci sia un luogo preciso
se non quel porto delle sirene
dal quale mille volte ho salpato
solo per naufragare di nuovo e di nuovo
al loro canto
ogni volta una sirena diversa
ma questa volta è lei che avvolge tutto
e non c’è più spazio nell’anima per altro
che sembra tutto superfluo
anche l’aver esposto me stesso
con l’ultima delle maschere create
per cercare di dare una parvenza di senso al mondo
lo stare in mezzo agli altri
per non impazzire nel morso
di quelle parole e pensieri
che si avvoltolano e ruotano su di sé
solo per poi inabissarsi
in cantilene e musiche
sempre uguali
che sfiorano il delirio
rimane il suo sguardo e il timbro incantato
della sua voce
non mi rimangono altri versi da leggere
che solo dieci anni fa
mai avrei inteso e intuito
è la storia del crescere
inabissarsi di versi
una volta esoterici
ora fin troppo tristemente e abissalmente evidenti
come delle scritte
rubate all’Averno
nel nero di quelle mura che tutto oscuravano
delle lettere bianche dal mondo dei morti
unica luce fatta di parole arcane
che erano rimaste incise in me
solo per riaffiorare
nell’immagine del suo volto e del suo sguardo
amanti avvolti dalla notte
e dalla luna senza parole
vissuti e nati e morti e rinati
dall’abisso
una cortina nera
ci separa
dal resto del mondo degli amanti
dottrina oscura
di amori sognati e mai visti
solo provati
nelle tenebre della notte
ai margini di vie
si sconquassano tutte le categorie
e rimane l’afflato che toglie il concetto
si inabissa l’abisso
e si scolora il tempo
e il senso
e ogni significato
sa di afflato delle immagini e delle parole di lei
del suo destino
che non posso disegnare
solo con un viaggio
che vorrei fare
se non avessi paura di partire
per non essere più come quando si voleva restare
ignota è ora la destinazione
ed è già tanto aver trovato
il porto di partenza
che è arrivo
e come centro di un mandala
disegnato dall’architetto arciere dell’anima
che ha scoccato frecce d’amore nere
solo per rinascere nel rosso
di ogni passione
sanguinante
dolore e voluttà
e grigio dell’anima
si rimane invischiati in questo sentire
con l’immagine e il timbro di lei
e del suo sguardo ne faccio
ultima visione

Cenere

munch-ceneri-1894

Leida
scherzo impestato dell’anima
una canzone
che sappia di lei
lamentazioni nel canto
nuk ka dashni
per nj kurv si ti
non c’è amore
per una puttana come te
eppure
l’anima si smuove
da impazzire
lasciar libri funesti tempestare
l’anima
per poi liberarsene
là dove le parole scritte
non bastano più
cosa me ne faccio
di tutta la sapienza
del mondo
se non ho con chi condividerla?
E penso a lei
cosa starà facendo adesso
perduta nel suo mondo
dove diceva di perdersi davanti
ad un pc
o al bar
o dal parrucchiere
o a contare i soldi per
liberarsi della sua schiavitù
l’ondata oscura mi travolge
l’ondata grigia come la pioggia
e invano mi perderei nella sua
lingua cercando il mistero che
dischiude la soluzione
non so più che farmene di queste
parole da non poter dire
e rimugino la mia debolezza
perché venti minuti o tutta una
vita non basterebbero a levarla
dalla mia anima
Leida
ragazza che mi ha stregato
e che mi strega ancora
cercare l’amore là dove il sesso
si vende
impresa impossibile e titanica
destinata da sempre al fallimento
destinato a morire roso dai corvi
come Prometeo
che il fuoco della sapienza voleva
rubare
resto così incarcerato nel mio sentire
e non c’è via d’uscita da questi
venti metri quadrati
riascolto canzoni che sapevano di depressione
e scardino i ricordi e il tempo
solo per rimanere senza niente
spogliato di tutto
se non il nero della mia anima
dove i colori non fioriscono più
e un’ondata di suoni che vorrebbero farsi lingue
si disperdono nella musica
lasciatemi perdere nelle cantilene tristi
che raccontano un amore
troppo tempo negato
la causa e l’origine e la fonte
di ogni stato dell’anima
lei
Leida
che mi ha sconfitto e trafitto e seppellito
troppe volte
per troppe volte
farmi rinascere
e rimorire di nuovo
cercherei lettere che non si possono trovare
parole e racconti
che sappiano parlare di noi
ma sarebbe una vana ricerca
perché l’unica anima scritta è la mia
che non trova le parole
abisso senza fine
ho l’anima fottuta
come non mai
e non c’è modo di disfare i sentimenti
vorrei di più da lei
vorrei ore minuti giorni settimane
l’eternità del tempo
e invece tutto crolla riarso in
una visione macerata di nero
inutile viaggiare anche per dimenticare
non c’è luogo
utopia
terra dei balocchi
i ricordi e i sentimenti mi seguono ovunque
e c’è lei e la musica
che sa di lei
s’ka dashni per nj kurv si ti
dove si rarefano le parole
i racconti e le storie non bastano più
si disfano
nella lingua della rinata anima
di inferno oscuro e senza fiamme
ma piena di ceneri del passato
e il futuro non ha immagine
cortina nera sull’esistenza
e cenere

Come se lei fosse l’ultima scena di un film…

Come in quel giallo
l’ispettore che si fa di psicofarmaci
e non ha superato ancora
la morte della moglie
così sentirsi
davanti a quel film
senza sapere
chi sia quella che mi ha abbandonato
forse Alina
forse Leida
quella moglie che non c’è
e mi sembra mi abbia lasciato
per sempre
aver perso una voce
con cui comunicare
ed essersi perso in se stesso
cercando di stordirsi
troppe volte
con musica
donne
altre amicizie
nella speranza
che quel periodo paradisiaco ritornasse
rivedere nel nemico classico del film
certi deliri
di vendetta
come solo i cattivi di film
da poco
possono rappresentare
e il finale
il solito finale holliwoodiano
che nella vita non c’è
loro che si baciano e si abbracciano
chi era quella immagine?
Quell’ultima immagine del film?
La tua stanza parla per te
diceva l’attrice
e la mia stanza
in effetti parla per me
dove l’aquila albanese
non potrà ancora essere spostata
non si sa per quando
quando la foto di Era Istrefi
vorrebbe solo ricordare la foto di lei
Leida
e quelle sigarette
talismano rimasto dal viaggio in Albania
parla ancora la sua lingua
che ogni mattina ascolto
dai telegiornali d’altrove
la mia stanza parla per me
con le foto e i ricordi della moglie perduta
e degli psicofarmaci
che vorrebbero calmare la mia follia
e ora risuona ancora la musica del suo paese
per non sentirla più nell’anima
ripetere le stesse parole
sei negativo
sei monotono
sei chiuso
ripeti sempre le stesse cose
non è tutto la ragazza
è destino
ci sono anche gli amici
c’è anche la compagnia
parla con la gente
sorridi
sapessi quante cose
passo io eppure sorrido
hai una casa
hai la famiglia
hai lavoro
hai i nipoti
io qua non ho nessuno
devo pagare l’affitto
non so se i soldi basteranno
per fare i documenti
e ti lamenti
ognuno ha i suoi problemi
ma non si parla solo di problemi
anche
ma non solo
liberati
un po’
e ritornare alle altre parole di lei
che avevo paura di vedere
per quel suo mondo radical chic
e cattolico
che non capivo
che contrastavo
forse stavolta tornerò da lei
senza far più saltare
le solite valvole di sfogo
impazzite
e monotone
che ripetono sempre gli stessi lamenti
lamentazioni
che non giungono più neppure alla divinità
e cercare di trovare nuove voci in sé
per parlare con gli altri
e raccontarmi altre cose
che non i soliti dilemmi
immergersi nella musica
per far scomparire i soliti deliri
e cercare l’elevazione
in quei libri
di cui con nessuno
non si può parlare
se non con la speranza di trovare qualcuno
là dove lei non può arrivare
forse
fille publique
che forse sa più di te
ma non lo sai
che forse i tuoi studi
ti hanno murato più
che l’ignoranza
ma almeno ti puoi orientare nel mondo
e non credere a tutto
se solo non fosse
che ormai non credi più a niente
a nessuno
e l’assenza c’è
in te stesso
di te stesso
e degli altri
in questo caos dell’anima
che non sai come risolvere
se con una voce al di sopra di tutte
che sappia ancora regolare l’anima
e guidarla
è un continuo andirvieni
di apertura e chisura
di caos e di quiete
di parole su di sé
sul mondo
sugli altri e per gli altri
e degli altri verso te
il continuo passaggio
di momenti di studiosa solitudine
e di spensierata
comunione
con gli altri
non si vive solo di socialità
non si vive solo di studio individuale
questa ricerca dell’equilibrio
che non riesco mai a definire
e gli estremi
e la perdita di controllo
e il caos
e l’anarchia dell’anima
se solo potessi
dormire sempre
mi dico
sognare tutto il giorno
ad occhi aperti
come una volta
ero capace di fare
ora
più spesso
gli incubi arrivano
e quel desiderio di starle sempre affianco
di sentire le sue parole
la sua voce
quella compagnia che non c’è
e che cerco disperatamente in altri
in altre
e non trovo mai
quella compagnia che non c’è
e quello studio individuale estremo
che impazzisce
dov’è l’equilibrio?
Dov’è Leida
ancora
mi chiedo
sperando di trovare in lei
tutto quello che non trovo altrove
utopia di parole e voci
e discorsi
che forse non esisteranno mai
quel qualcosa di più
che non si riesce mai a definire
e anche i libri
e i film
e la cultura
sembra ripetere sempre gli stessi temi
senza più nessuna novità
e scoperta
tutto sembra già detto
ma non ancora condiviso con gli altri
e sognare di vacanze altrove
dove trovare parole da dire
quel viaggio che forse mai sarà
o forse sarà solo per dimenticarla
non si sa
ma impossibile dimenticarla
senza impazzire
e ora la musica mi invade
come mai
e la sua lingua
le sue parole tornano a me
come se lei fosse davvero l’unica rimasta
come se lei fosse
l’ultima scena di un film

E mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

La buona stella, perché sei bella, perché sei bella… partiva così l’estasi di ieri sera, sotto una bottiglia di Heineken, il dilemma, passare da Manuela e comprarsi altra birra e darsi alla musica, o andare da Leida? Nella fantasia estatica della musica e dell’alcol sognare i due loro volti, irraggianti luce dorata dai loro capelli, dai loro volti, il loro sorriso, e non capire più niente… abbandonare quei pensieri nervosi, per la troppa lingua tedesca, che ieri studiavo, in tranquillità, stando un po’ al Carrefour, il centro commerciale, a vedere la gente passare e a ripetere in me frasi in tedesco con l’aiuto del tablet e di google translator… osservare tanta gente passare, tante ragazze, tante coppie, vecchie e giovani, i bambini e le bambine di fronte al negozio di videogiochi, e sognare solo di una ragazza che vedevo appena entrato, una ragazza non dal volto molto bello, castana, ma dal corpo che scatenava l’erotismo, con le sue curve dei fianchi e le sue gambe che mi avrebbero fatto impazzire, se lei si fosse venduta, come tante altre, e quella fantasia sarebbe dovuta tornare solo nel pomeriggio, una fantasia erotica, pornografica, che mi salvava per un attimo da quelle troppe parole tedesche… e passare così, la sera, dopo essere stato al parco a dire ancora parole in tedesco, e due o tre ore potevano bastare, dovevo staccare, e non avevo neanche più voglia di leggere le notizie, il giornale, guardare la tv tedesca o altro, e la sera doveva solo sapere di musica, musica e alcol, fin quando non arrivava questa canzone, dopo Mimoza Shkodra, il ricordo del sorriso di Leida un anno fa, o forse di più, chi lo sa, e sognare ancora lei, che si confondeva con il volto tra Ivanka Trump, Era Istrefi, Manuela e la stessa Leida, tutte bellezze bionde, come le bionde sigarette e la bionda birra mi accompagnavano nella notte… e prendevo i soldi e uscivo, alla ricerca di lei, di Leida, e me ne fregavo del mio essere un po’ ubriaco, ubriaco di estasi, d’amore, di musica, e me ne uscivo alla sua ricerca… e lei era là, in quello spiazzo dove una volta c’era Katia, lei era là, ancora non vestita da battaglia, si stava forse vestendo, ma mi piaceva lo stesso con quelle sue scarpette da ginnastica bianche, che mi ricordavano Manuela, che mi ricordavano la prof di filosofia, tante altre ragazze viste, lei, Leida, vestita con dei pantaloncini jeans che le coprivano solo i fianchi e l’inizio delle gambe, e quella sua maglietta di non so quale colore, metallizzato, tra il grigio e il nero… e mi fermavo da lei, allora come va, ti stavi vestendo, sono appena arrivato, mi stavo cambiando, come va, tutto bene, sono un po’ ubriaco, perché, non lo so neanch’io, un casino, e te come va, la solita merda, anch’io avrei voluto risponderti così, andiamo dove, di là, a sinistra, il parcheggio di Xhuliana di un tempo, e volevo solo parlarle, solo parlarle, solo sentire la sua voce, non tenermi tutto dentro, esternare quella voglia di lei, quella voglia di una ragazza con cui fare due parole, non tenermi tutto dentro e delirare sulla situazione politica del mondo, sulle religioni, sulla dieta, sull’alcol, su ragazze che non ci sono più, su amici che non ci sono più, e non ricordo… ricordo solo che mi chiedeva come stavo, perché ero giù, cosa volevo, solo bocca, non lo so, non ho voglia stasera, fumiamoci una sigaretta, e mi offriva una sua Marlboro Touch e aprivamo le portiere… ci fumavamo quella sigaretta, dopo che io facevo cadere la prima sotto il sedile, per sbaglio, e lei me ne offriva un’altra… la famiglia, sua madre che le diceva di sposarsi, di avere figli, se ascoltavo mia madre ora starei altrove, non sarei qui, ho sbagliato, lo so, ma ognuno fa quello che vuole, quello che si sente, e si cresce, e si può anche dire ai figli e alle figlie tutto quello che si vuole, crescerli, educarli, ma poi ognuno fa quello che gli pare, come al suo paese dove gli scolare dicono di andare a scuola, ma poi fanno quello che vogliono, fumano, escono, bevono, scopano, e le parole dei genitori non contano niente… pensa a te, che sei qui, hai la tua famiglia vicino, i tuoi nipoti, io non ho nessuno, se pensi a quello che devo sopportare io, come fa questa ragazza ogni tanto a sorridere, devo pagare la casa, l’affitto, devo pagare l’avvocato per i documenti, eppure vado avanti, cosa dobbiamo fare? Sì, ma la famiglia e i genitori a volte sono una rottura di scatole, dicevo, lo so, ma almeno tu stai qui, discorsi sulla libertà, sui genitori, sulla famiglia, sulle scelte, io che mi lamentavo che non avevo una ragazza, e lei che diceva che è destino, per le ragazze, e che non bisogna avere per forza una ragazza, a trent’anni, si può vivere anche liberi, e se vuole sarà il destino, ed era solo d’accordo sull’andare a vivere da soli, a trent’anni, anche se lei ora era qui, e aveva sbagliato, e poi, non so come, uscivano parole sulla felicità, cosa pensi, che io sia felice? Mi chiedeva, non credo, gli rispondevo, con fare serio, senza farle sapere che anch’io avevo versato delle lacrime per lei, per la sua sorte, che forse si è scelta, sbagliando, e cosa dobbiamo fare? Diceva lei, ogni tanto, cosa dobbiamo fare? E intanto mi saliva la voglia, il desiderio, mentre lei parlava, con quel suo accento, quella sua voce che ormai è segno di erotismo, e cominciavo a toccarla là dove i miei occhi continuavano a cadere, le sue gambe, le sue belle gambe, dalle belle curve, dal bel disegno, e il suo seno lasciato un po’ così, più grande per via del reggiseno ingannevole, e la toccavo e la desideravo, e mi mettevo con il mio volto sulle spalle, desiderandola ancora, volendo sentire ancora la sua voce, i suoi discorsi, i nostri discorsi, e mi affezionavo sempre di più, e non sapevo più neanch’io cosa volevo, volevo solo lei, solo Leida… e mi sbottonavo i pantaloni, mentre la voglia saliva alle stelle, e continuavo a toccarla, mentre lei si posizionava, in quella sua posa che ti serve con le labbra e con la bocca, con il bel culo per aria, e mi perdevo nel toccarle le gambe, il culo, andando a cercare la sua pelle sotto i pantaloncini di jeans, e lei cominciava a servirmi, mentre le sfioravo i capelli, i suoi capelli biondi, che volevo accarezzare e scompigliare, mentre lei chiudeva la visione del mio corpo con la sua testa, con il suo profilo coperto da quei suoi capelli biondi, e ondeggiava su e giù con la testa, facendomi godere, servendomi con le labbra, inclinando ora la testa a destra e a sinistra, sfiorandomi le palle, toccando quella mia pelle che godeva di lei, mentre mi serviva con la bocca, e continuava a succhiare, succhiare come una vera puttana, come un vero porno, e mi perdevo nella sua pelle, nelle sue gambe, nel suo culo, nei suoi fianchi, sui suoi capelli, e godevo come non mai, di un’estasi alcolica, erotica e musicale come non provavo da tempo, e lei continuava, su e giù, destra e sinistra, il suo soffice sfiorarmi la pelle, e godevo come non mai, e continuavo a godere così, per minuti e minuti… e alla fine venivo, nella sua bocca, come sempre, con il piacere più intenso di sempre, l’orgasmo estatico, delle sue parole, dell’alcol, della musica, del suo corpo, della sua bellezza, e non c’era niente che poteva fermare quel sogno diventato estasi, e continuavo a desiderarla, a godere di lei… e poi non so, il solito sistema, i fazzolettini, lei che sbuffava come se fosse ormai abitudine tutto questo, e si riprendeva a parlare, non so di che, mentre non capivo più neanch’io se ero andato da lei per sentirla parlare, o per fare qualcosa, e non riuscivo e non riesco a capire quel desiderio che provo ogni volta per lei, per la sua voce, e sognavo solo di discorsi infiniti, come quando ero sotto l’effetto dell’alcol e della musica, tempi infiniti dove stare con lei, quel qualcosa di più che vorrei insieme al desiderio erotico, e si riprendeva a parlare… forse lei mi chiedeva se ero perfetto, se lei era perfetta, nessuno di noi è perfetto, la perfezione non esiste, forse la devo smettere di aspettare la ragazza ideale, la ragazza dei sogni, così come lei non può stare lì ad aspettare che arrivi qualcuno a salvarla, e bisogna uscire, vedere gente, parlare di più, e mi dava del monotono, del tetro, mentre mi chiedeva scusa, che neanche si ricordava il mio nome, Daniel, mi chiamava, e non mi interessava, che faccio sempre i soliti discorsi, quando esco con lei, e io che le dicevo che quando si esce con una ragazza così non si pensa a fare discorsi, si pensa ad altro, o meglio non si pensa più, e che col cazzo mi ero affezionato a lei, mi diceva, ero solo un po’ ubriaco, e che le ragazze italiane non mi piacciono più, non sei il primo a dirlo, diceva, e quella ragazza russa, Marina, e quelle ragazze romene, di cui lei era un po’ gelosa, e si sentiva, si vedeva, e che ero andato da loro solo perché a volte da Leida c’era la polizia, o perché sognavo di Anna, come Inna, dopo le giornate con Marina, e quelle amicizie di università che non ci sono più, quei discorsi, quali altri amicizie, che queste sue parole mi ferivano, mentre lei mi diceva di non essere cupo, monotono, triste, ripetitivo, ma dentro di me sentivo che lei non sapeva niente di me, ma mi faceva capire di non farmi illusioni, me lo diceva, non voleva dare illusioni, e non capivo più di cosa dovevo parlare, se dovevo far discendere dal piedistallo quei miei discorsi politici, culturali, altri discorsi, ma che discorsi se poi so che con lei non ci sarebbe niente da condividere, che quei discorsi non li capirebbe? E parlava ancora che lei andava al bar, parlava con la gente, andava dal parrucchiere, e si stancava di fronte al pc, e spostava gli oggetti della stanza, come a volte ho fatto io in preda al delirio, e rimaneva solo lei, quei suoi discorsi, ma che alla fine con la gente al bar sono solo discorsi da bar, le dicevo, altro che uscire e parlare, e la sua vita non sembrava troppo diversa dalla mia, qualche uscita, il bar, il lavoro, anche lei che di amiche non ne ha quasi più, che gli amici del cuore, vaffanculo, faceva segno con le braccia, che sarebbe bello trovare della gente con cui parlare, sarebbe meglio sorridere, non essere triste, che ognuno ha i suoi problemi, ma non si può sempre parlare di problemi, e allora di cosa? Perché quando esco con quelle ragazze lì proprio me ne frego di cosa devo dire, e penso solo a quello che non voglio dire, discorsi troppo impegnati per loro, e lei che mi parlava delle sue amiche, che davanti a lei erano tutte carine, e poi dietro le dicevano che era un pazza, una fuori di testa, e non si capiva più niente, non si capiva più niente, tra amore, famiglia, amicizie, discorsi, sesso, altre ragazze, la vita, i soldi, il denaro, i problemi, la strana relazione tra noi due, anonima ma vera e finta allo stesso tempo, e non si capiva più niente, ed ero solo estasiato dall’alcol, dalla musica, dalle sue parole, dalla sua voce, dai suoi discorsi, dai nostri discorsi, dalla sua pelle, dalla sua bellezza, e non c’era più niente che si potesse capire, e mi ricordavo solo che del monotono e del tetro anche Maria Teresa me lo diceva, di sorridere di più, di aprirmi di più, che mi dava della persona chiusa anche Leida, chiusa in me, come in molti spesso mi dicevano e mi hanno detto, e la riportavo lì, al suo posto, dopo una mezz’oretta dove eravamo stati assieme… e continuavo a pensare a quelle sue parole, monotono e chiuso, monotono e chiuso, e cercavo di capire quanto ero stato male quando mi ero forzato di aprirmi, di essere più sorridente, tutto quel casino che era successo quando avevo provato a parlare con Manuela, quando avevo cercato di uscire da una pelle per trovarmi in una pelle che non era mia, e mi venivano in mente discorsi antichi, già di quando ero bambino, quando le maestre mi dicevano che ero chiuso, e che tutti gli insegnanti volevano cambiarmi il carattere, così diceva mia madre, antico detto di sempre, di questa persona che sono io e che le altre vorrebbero che io fossi, ma io sono fatto così, sono chiuso in me, non condivido niente finché non mi fido, ci metto tempo, e non incorrevo nell’errore dell’altra volta, non mi forzavo a sorridere, ad aprirmi, a essere chi non sono, e rimanevo così, saldo in me, nella mia chiusura, nel mio mondo, senza dare un briciolo di niente agli altri e alle altre, nell’attesa ancora interminabile che verrà forse un giorno dove conoscerò qualcuna con la quale aprirmi davvero, in quest’attesa interminabile… e parcheggiavo là, al supermercato, al Carrefour, e lasciavo andare quelle parole, quei momenti, e non mi schiodavo da me, e andavo al supermercato solo per prendermi una bottiglietta d’acqua con quegli unici quaranta centesimi che mi erano rimasti, e alla cassa c’era Manuela, con la quale non mi perdevo di nuovo, certo che mi piacerebbe parlare di più con lei, così come parlare di più con le bariste, o con altre persone, ma rimango chiuso in me, saldo in me nei miei pensieri, nell’attesa che il giorno dell’apertura possa realizzarsi un giorno, forse mai, forse tenendo sempre le distanze dalle persone, non ho niente da condividere, e ancora quei discorsi di Leida erano in me, e non c’era niente da dire a Manuela, serbavo tutto in me, ripensando allo sviamento per lei, per Marina, per tutte, quando solo desideravo Leida e desidero ancora Leida, o quando mi perdevo per Anna, alla costante ricerca di quel qualcosa in più che non trovo mai, neanche pensando a ritrovare amicizie di università, Marina, Anna Maria, Olimpia, Laura, o chissà chi, gente con cui non c’è più niente da condividere, e tutta quella mia chiusura in me era solo per capire che sognavo Leida, pensavo alle sue lacrime, alle sue parole, alla sua sorte, e tutta quella chiusura è perché quei venti minuti non bastano mai per esprimere tutto, ci vuole tempo, per me, per sciogliermi, per aprirmi e quei venti minuti non bastano mai, quella mezz’ora, e ci vorrebbero ore, come con Marina, per aprirmi, cosa che con lei non succedeva, e quel mio rinchiudermi era solo un modo per fare chiarezza, per capire chi volevo, come ieri notte, tra Leida e Manuela… e me ne andavo via dalla cassa del supermercato, da lei, pensando solo a Leida, alle sue parole, e a me stesso, al mio modo di stare al mondo, e non cambiavo, non cambiavo ora che ho trovato me stesso, distante dagli altri, chiuso, ma solo perché mi ci vuole tempo per capire chi ho davanti, con chi ho a che fare, io ho tempi lunghi, e valuto con molta attenzione con chi stare nella vita, e in questa mia distanza dagli altri continuo ad esistere… e bevevo quella bottiglietta d’acqua in un istante, cercando di non pensare più, sognando qualcuna con cui aprirmi, e forse no, andava bene così, il piacere e l’estasi erotica bastavano, basta con le parole, le riflessioni, e tutto questo, e ragazze come Leida forse dovrebbero solo pensare a servirti e basta, e con lei non c’era niente da dire, e mi tuffavo ancora nei suoni della musica, del canto, mentre tornavo a casa strafatto di estasi alcolica erotica e musicale e mi perdevo ancora in canzoni infinite, nella notte, nel silenzio, con le cuffie dello stereo in testa, e non pensavo più, non voglio più pensare, non voglio più pensare, ma solo lasciarmi andare alla musica, e credere ancora che sarà il destino a farmi trovare la ragazza giusta, e che per ora con Leida va bene così, nonostante le critiche e tutto, finché c’è il piacere, il desiderio, il gusto di stare con lei, e va bene così, non chiedo di più, e mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

Come in un sogno…

Essere sommerso dalla televisione tedesca, documentari su documentari, cercando di capire e di non capire, immagini su immagini di siti archeologici, documentari, la vita è troppo corta per imparare il tedesco, l’ispirazione della prof ucraina di russo, che parlava anche tedesco, la bellezza bionda, la bestia bionda, e nessun modo di capire quella lingua… la fantasia finale, di mondi di civiltà antiche, fantasia, la voglia di giocare di nuovo a Final Fantasy, forse regressione, il controller che non andava, lasciare lì quella playstation che ormai da anni non mi vedeva più giocare, ritornare a immergersi nella televisione, come mi avevano detto, guarda la televisione ogni tanto, e così facevo, stanco di leggere e di studiare, e fa niente se la lingua tedesca non la capivo, sognavo di fronte a quelle immagini di templi d’altrove, di antropologia mischiata ad archeologia e teologia, immagini d’altrove, una lingua che a sprazzi capivo, dopo che nel giorno mi ero immerso nelle notizie in albanese, altre immagini, altre lingue, come in quelle notizie russe, la Russia che una volta significava tutto, ora è solo un paese e una lingua come le altre, essere immerso da documentari tedeschi, nessuna voglia di leggere, nessuna voglia di fare la passeggiata serale, lasciarsi andare, distendersi, non vivere più la dieta in modo ottuso, concedersi un gelato, un po’ di pane, qualche cibo in più, una camminata in meno… andare a dormire con la coscienza di non avere i soldi per il giorno dopo, per le sigarette, fregarsene, sdraiarsi sul letto e non pensare più a niente, lasciare che le parole e le immagini si dissolvessero da sole, con l’eco di parole tedesche e di musica da documentari, l’identità unica e assoluta ricercata che si dissolveva, una sensazione da sogno, dove parole e immagini venivano e andavano a caso, senza connessione, la fine delle didascalie della psiche… nei sogni vedere il mondo dall’alto dei cieli, come da un elicottero, paesaggi di natura selvatica e di città sperdute, le vertigini dell’altezza suprema, con la paura di cadere da quel volo, da quella vista, e schiantarsi a terra sulle tante case della città, paesaggi abbandonati, enormi fabbriche abbandonate, un palazzo nobile, alla fine, enorme altissimo, come solo nei videogiochi fantasy potrebbe comparire, ritrovarsi la sopra, in un piano di quelli, come se fosse una fabbrica abbandonata, e sentire crollare su di me tutto quel palazzo, tutti quei piani, e le visioni di altri compagni, che erano con me in quel palazzo, il senso della fine, della morte, di venire schiacciato da quel palazzo che si sfracellava al suolo e crollava, e un vecchietto vestito di bianco, come il papa, che mi diceva di credere, che anche dopo la morte è possibile vivere… trovarsi in un ghetto americano, al risveglio, a fare il barbone, insieme ad un compagno delle medie, Simone L., essere lì in quel ghetto a chiedere l’elemosina, seduti su dei rifiuti, su degli stracci, l’ambiente grigio, il senso della pioggia, il senso di essere rinato dopo il crollo del palazzo nobiliare da final fantasy, stare lì e parlare, di sua moglie, di Simone L., la polizia che veniva a interrogarci, operazioni antiterrorismo in corso, dare informazioni sbagliate, sviare le indagini, loro, alla ricerca di chissà quale criminale, il senso di grigio, la pioggia, ritornare coi piedi per terra dopo il crollo del palazzo nobiliare, dopo la visione dall’alto della città, come in un sogno dove si può volare e dove si può visitare il mondo intero, tra le nuvole, nel cielo, volando… risvegliarsi così, stanco dei sogni, senza pensieri chiari in testa, immagini di divinità e pensieri di quiete della mente, di accordo della mente, che giravano in me, la coscienza di non aver soldi per le sigarette e il caffè la mattina, non capire neanche se era domenica o chissà quale giorno, la frustrazione di ricominciare domani a lavorare, in mezzo ai trogloditi, agli ottusi, perdendo le visioni… accovacciarsi solo per trovare il niente, e aspettare il padre che andasse a prelevare, mettersi lì ad ascoltare musica, Lyric Master, le uniche cantilene e canzoni che mi venivano in mente, una musica grigia, il ricordo di Leida, non pensare più a me, ma pensare a lei, cosa starà facendo adesso, cosa farà durante la giornata, sarà vero che smetterà di lavorare, chiedersi della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi desideri, dei suoi sogni, dopo l’ultimo discorso di lei, e incantarsi nella musica, nel canto, come un cantilena, come una ninna nanna e sognare solo lei, anche quando andavo alla fine al bar, il solito giro, sigarette e caffè, un caffè che non svegliava, la voglia solo di perdersi ancora in quelle canzoni, in quella musica, e pensare solo a lei, solo a Leida, e non più alla politica, agli studi, alle religioni, a me stesso, l’amore che vinceva ancora, il sogno di un amore, di qualcosa di più che le solite cose, il senso di star vivendo come in un sogno, dove le parole e le immagini scivolano via, senza connessione, libere, sono libero, mi dicevo, e pensavo a lei, e ricordavo ancora altre canzoni, Era Istrefi, Inna, il senso di averla tradita, Leida, il senso dell’amore libero, nell’attesa che il vero amore fermi una volta per tutte questo continuo vagare di sentimenti e sensazioni… come in un sogno… non sapere più se la ragazzina romena tornerà, se io tornerò da Leida, lasciare aperte le visioni, i desideri, essere disturbato da questa convivenza con i genitori, e sognare di luoghi dove scappare assieme con Leida, lontano, altrove, un altro mondo, un’altra vita, altri luoghi, altre parole, lei e le sue parole che conosco poco, il sogno di qualcosa di più mentre forse da lei non ci sarebbe da aspettarsi tanto, l’incanto della musica e del canto, un sogno ad occhi aperti, come in un sogno, dover forse ritornare con i piedi per terra, dopo i sogni della notte, dopo l’estasi musicale delle canzoni, ritornare ai bisogni di tutti i giorni, mangiare, lavorare, vivere, informarsi, le lingue che ormai non hanno più bisogno di essere parlate, i giornali che non hanno più bisogno di essere letti, i sogni di una volta e la falsa immaginazione di idee che contrasta solo con la visione della vita di lei, di Leida, che posso solo immaginare, e non avere, forse sarebbe solo un’esistenza buttata via, così, tra questi paesi di periferia, e come in un sogno ancora lei, come in un sogno…

E il senso dell’amore vive ancora nell’estasi delle canzoni…

Razionalizzare la tempesta
durata un anno
dall’estate passata
quando cadevo
nell’abisso nero
di non vedere più Leida
quest’anno è simile
dice che a settembre
al massimo
a dicembre
se ne andrà
e tutto sa già di addio
quando la sera
gli attimi erotici
mi appariva nella sua bellezza
non più estasiata
dall’erotismo
vedere con occhi diversi
l’estasi
della notte prima
come raccontava
una volta quell’amico
di tutte le notti
con altre
e poi
al risveglio
la rivelazione
eppure in quelle parole di lei
dell’ultima volta
c’era qualcosa
che la elevava
oltre l’erotismo
quel suo amore
per i nipoti
per i genitori
quelle sue parole
che nonostante il suo lavoro
sapevano di umanità
che resiste ancora
e ancora
adesso
forse riparte l’estasi musicale
di un amore trovato
dopo gli abissi e le vette
dopo essersi immerso nel nero
depressivo
e nel dorato dell’estasi erotica
la musica può ancora risuonare
che ci vorrebbero
migliaia di bottiglie di birra
per sfiorare i cieli dell’estasi
se solo per motivi esistenziali e quasi religiosi
non mi fossi vietato
l’alcol
e allora solo la musica
mi può portare là dove l’alcol
ormai non mi porta più
mentre i discorsi sulla vita
e l’ideologia di altre persone
ora mi sembra sempre più chiaro
dopo lo sviamento irrazionale
di opinioni altrui che contrastavo
con l’odio e il senso di vendetta
solo perché non capivo
e ora che la tempesta è razionalizzata
ora che le ideologie
delle persone ritornano
ideologie nelle quali non mi riconosco
ma almeno riesco a comprendere
così come comprendo
quanto Leida
mi abbia portato via in questi anni
in quest’ultimo anno
sopratutto
dopo la fine del mondo radical chic
universitario
essere trasportato nel mondo
nuovo destrista
del lavoro
e tutto ritorna
alla fine
dopo la tempesta
e il senso dell’amore
vive ancora nell’estasi
delle canzoni

E mi inabisso ancora in lei…

Scomodare tutti i santi, tutta la politica del mondo, tutte le canzoni di quel Lyric Master dal canto da litania, il suo accento, la sua pronuncia, quelle parole albanesi che si scioglievano in bocca, dolci, come la voce di Leida, le sue parole e la notte ritrovare il desiderio per lei, che si infrangeva contro quel muro di santi e divinità e dottrine politiche, da non poterne più, dopo tutto il giorno passato a leggere, senza capirci più niente, come diceva anche Enzo l’altro giorno, mio zio, lui, che si comprava tre o quattro quotidiani, per la sua lettura serale, scena della povertà di questo mondo, dove non si capisce più niente, nella politica, e neanch’io ci capivo più niente, con tutte quelle immagini, quei pezzi di notizie nella mia testa, quelle informazioni, tra la nuova destra etnica e differenzialista, quei pensieri di anarchici cristiani di una volta, quella teologia da quattro soldi che chissà dove trovava Dio, in che cosa, e mille altre teologie di altre religioni, pensieri medievali, un po’ fuori di testa, senza capo né coda, che alla fine si dovevano solo risolvere in un ideale illuminista di fede nella razionalità, se non fosse che il sentimento la notte richiamava ancora lei, ancora Leida, sotto quelle canzoni albanesi da litania… uscire la notte, non farcela più, voler andare da Leida solo per fare due parole, per dirle che non ci capivo più niente, troppe letture, troppe idee, troppi pensieri, e sognare solo il suo corpo, le sue gambe, la sua bellezza, la sua voce, il suo accento così dolce, che si scioglie in bocca, la sua voce calda… e passare di fianco a lei in macchina, lei, sempre là, su quelle rotaie del tram di fianco alla sua amica, lei, Leida, vestita di un completo azzurro, che esaltava le sue curve, le curve perfette del suo corpo, e la rendevano sensuale come non mai, i suoi fianchi, le sue gambe, il suo seno, quei suoi capelli biondi corti, ad esaltare i tratti del suo viso, che ogni volta, in ogni visione, mi ricordano la cantante israeliana Sarit Hadad… e la voglia si risvegliava in me, chissà se forse non volevo solo parlarle, o godere ancora con lei, non lo sapevo, avevo solo bisogno di parlare con qualcuno, non come il giorno prima con Enzo, di politica, calcio, faccende mondane, film, sognavo forse qualcuno con cui intavolare discorsi, dopo tutto questo sapere degli ultimi giorni, un qualcuno che non c’è, cominciare a sentirmi solo, senza interlocutori, là dove neanche più Dio ad un certo punto diventa qualcuno con cui parlare, mi rimane tutto dentro per implodere, per delirare, per non stare più in piedi, gli argomenti, e andavo avanti, per vedere se c’era Alina, o se anche lei era andata in vacanza, come mi diceva, come Anna… e passavo di là, non la vedevo al solito angolo della strada, e tiravo dritto solo per fare il giro della rotonda e non vedere nessuna sudamericana, e tornavo indietro, là, in quella via, dove c’erano due o tre negrette, e c’era anche Alina, seduta di fianco ad una sua amica slava, bionda, che non notavo neanche, e lei era là, Alina, seduta con le sue curve più abbondanti di Leida, lei, Alina, che guardava il cellulare e forse chattava con qualcuno, o non si sa, e mi ricordavo di quando non la volevo vedere perché c’era più Marina, che ormai non c’è più, e il desiderio d’amore non andava da lei, però, nonostante l’ultima volta con lei, il piacere immenso di rivederla, l’amore, ricordarmi di lei, di Alina, della sua figlia in Ucraina, di quella lingua russa che parlavamo una volta, che ora ha perso tutta la sua magia… e tornavo indietro e rifacevo il giro, verso Leida, giravo prima a quell’incrocio, l’adocchiavo, e poi tornavo indietro, solo per sentire tutta la voglia di parlarle, di sentire la sua voce, di sognare ad occhi aperti, di sentire l’amore per lei, e tornavo indietro, di nuovo, passando per l’altra salita sulle rotaie del tram, rifare quel parcheggio che aveva visto una volta me e Katia stare assieme, e da dietro arrivavo da lei, sulle rotaie del tram, solo per salutarla e vedere il suo bellissimo corpo, da dietro, le sue forme, le sue curve, quel suo di dietro ben disegnato, quelle sue gambe dai contorni perfetti, né troppo magre, né troppo grasse, e da dietro l’adocchiavo e la fermavo, solo per dirle: “Ciao… andiamo?”, e lei saliva su, dopo che al suo volto le facevo una fotografia, mentre il desiderio in me si risvegliava… “Ciao… scusa se senti odore di aglio, ma stasera ho mangiato melanzane e aglio, al mio paese si mangia così…” “Aglio? E melanzane? Hai mangiato solo questo?” “No, ho mangiato anche altro, ma non farci caso…” e le dicevo qualcosa, che non ricordo neanche più, e lei mi diceva che ultimamente mi vede passare di lì, ma non mi fermo, e mi chiedeva se andavo dalle romene, sì, le dicevo, ultimamente sì, e non potevo non pensare per un attimo a Marina, alle nottate dove dopo essere uscito con lei mi scopavo Anna, la ragazzina romena… e non so, le chiedevo forse se non era vero che doveva smettere di lavorare lì, a settembre diceva, forse, che non la vedrò più lì, forse, che non va via dall’Italia, ma che va via da lì, e non sapevo se crederci o no, non ci davo importanza, non mi interessa e non mi interessava, già l’anno scorso ero andato fuori quando mi diceva che ad agosto sarebbe tornata in Albania, e poi alla fine era rimasta lì, ma per quella notte, di ieri, mi bastava sentirla al mio fianco, sentire la sua voce, ricordare come una volta c’erano sempre Alina e Leida nella mia vita, nei miei pensieri d’amore, e quell’epoca per un istante sembrava restaurata… ci fermavamo lì, al solito posto, sotto l’albero, non avevo grande voglia, le davo i miei venti euro, se li prendeva, e dicevo soltanto che avevo voglia di parlare, e mi chiedeva se non volevamo uscire a fumarci una sigaretta, come quella notte, no, le dicevo, volevo giocare con il suo corpo, lì seduto, toccare le sue gambe, toccare i suoi seni, starle vicino, con il fiato al collo, vedere il suo volto di profilo, sentire il suo accento… e cominciavo a palparla, a palparle le gambe, a cominciare a godere di quella vista e di quel tatto, a sognare di infilarle le dita in quel suo sesso che teneva stretto tra le sue gambe incrociate, come per far risvegliare il desiderio proibito, e mi perdevo sul suo corpo, a toccarle il seno, ad andare oltre con le mani quel suo reggiseno nero imbottito, mentre lei mi diceva che le sue erano piccole, ma che facevamo così con quello che si aveva, ed erano piccole, ma erano belle, come le dicevo, e andava bene così, mentre mi perdevo sempre di più estasiato dalla sua pelle, e quei discorsi, sul cosa era successo che non avevo voglia, sul perché devo leggere così tanto, mi diceva: “Leggi il giusto, non leggere troppo…”, e mi sembrava la vera voce d’amore, di cura, una voce calda, accogliente, che tutto abbraccia, con dolcezza, con tenerezza, e forse le dicevo del lavoro, che in queste due settimane non c’è, e che stavo leggendo troppo, come Enzo l’altro giorno, così tanto da diventare scemo, ma non c’era niente che era successo, non era successo niente le dicevo, e forse lei mi raccontava di altro, che non ricordo più, perché tutto l’amore e l’estasi e il languore si lasciavano andare su di lei, e le parole e quei ragionamenti smettevano di avere un senso, tutta quella passione di una volta, di quando non c’era Alina, di quando, le dicevo, avevo cercato di avere una storia con quella ragazza russa, Marina, mi chiedeva, chi? Non una di quelle, una ragazza normale, ah, è vero, me l’avevi detto, e Alina, il ritorno, un casino, le dicevo, una confusione totale, che non si può esprimere, non si può spiegare, e intanto con lei affianco sentivo l’afflato di una volta, il desiderio, la voglia e il languore, e il bisogno che avevo di lei, della sua voce, del suo accento, del suo dolce fare… e ormai la voglia si faceva sentire e mi slacciavo i pantaloni, e mi chiedeva allora se avevo voglia o no, e le dicevo solo che mi era venuta, la voglia, a sentire la sua voce, al sentirla affianco, a gustare con delicatezza la sua pelle e il suo corpo, e lei si preparava, solo per poi servirmi con le sue labbra, la sua bocca, per farmi provare il piacere immenso di toccarla là, sulle curve delle sue gambe e là dove si perdono la schiena e i fianchi, con quel suo vestito azzurro che sembrava il colore più spirituale e più pornografico allo stesso tempo, mentre mi perdevo con le mani su di lei, sulla sua pelle, il suo corpo, le sue curve, e accarezzavo i suoi capelli, mentre lei mi accarezzava altrove, solo per servirmi di più con le sue labbra e la sua bocca, visione pornografica e sentire di voluttà che mi avvolgeva, con affianco lei, Leida, che quella era pura visione e puro sentire d’amore, mentre lei mi serviva ancora e ancora, fino all’infinito, fino a quando non venivo nella sua bocca di un orgasmo di estremo piacere… e lei si rialzava dalla sua arte e fotografavo quell’istante, quell’immagine di lei con lo sguardo basso, il suo volto, che per un attimo sembrava l’espressione triste delle foto di quell’altra Aida, il suo volto da trentenne di Leida, di una donna che sa donare e ricevere amore, e fotografavo i suoi fianchi, le sue gambe, di deliziosa bellezza… mi dava due fazzoletti, diceva, ce n’erano due, diceva, e mi ripulivo, così come lei si sistemava il vestitino e le mutandine nere con i quali avevo giocato, e cominciava a parlarmi della sera prima, dove aveva fatto solo venti euro, da uno, mentre poi un altro che non viene sempre, che più che altro vuole parlare, perché gli è successo qualcosa di brutto, diceva, con cui va in  motel, le lasciava 120 euro, solo per un passaggio, lei che l’aveva chiamato, non si sa, queste storie della notte, questa gente che spasima d’amore, disperati come tutti noi, come io e lei, e non mi interessava tanto di quei discorsi, avevo solo voglia di vederla affianco, lei, per scacciare troppi pensieri, troppe false profondità, e sentivo tutto il languore e la voluttà di una volta, e la musica in me cominciava a suonare e il canto… le chiedevo solo, sulla strada del ritorno, come mai non avesse il cellulare con sé, lei che quando passavo era sempre là, al suo cellulare, e mi diceva che l’avevano minacciata con un coltello al cuore, l’altra notte, che non le andava neanche di ricordare, uno che non aveva mai visto, con un altro nascosto dietro, e non aveva voglia di ricordare, e non sapevo se crederci o no, come del resto non sapevo se credere a tutte le altre sue parole, le parole di sempre, là dove le parole non contavano più, dove viveva solo il languore e la voluttà… e la lasciavo lì, di fianco alle rotaie del tram, e ci auguravamo la buona notte, una nottata così, andata via in una mezz’oretta, dove però il desiderio e la voglia di lei duravano da settimane, da mesi forse, la voglia di ritrovarla, e di farla mia ancora, e la lasciavo andare via, solo per immergermi nel mio sentire di canzoni albanesi di una dolcezza sconfinata, si te harroj dashuri, si te harroj 2017, l’anno di lei, di Leida, dell’amore, di questa storia contrastata che non è possibile spiegare, tra tutte queste ragazze degli ultimi mesi, che non mi va neanche di parlarne, e sentivo solo il languore e la voluttà farsi musica, farsi canto… e giravo ancora un po’ qua e là, di notte, passavo ancora di fianco a lei, per fotografarla con l’anima, per sentire la sua voce che si rivolgeva alla sua amica, e poi andavo dritto, al deserto d’asfalto per fumarmi una sigaretta e addormentarmi in macchina di un sonno così profondo che sembrava mi fossi bevuto cinque bottiglie di alcol, una sensazione di languore e di voluttà e piacere infiniti, nella notte in quella macchina, nel nero della notte, sotto le stelle e la volta del cielo, incurante di chi sarebbe potuto passare di lì, nella notte più profonda mai sentita… e di quel nero e di quelle tenebre ne avrei fatto ispirazione infinita, di quel languore, del ricordo e della visione di lei, sotto altre canzoni, la notte, solo per svegliarmi con l’ispirazione di lei, di quella canzone di Kida, everything is gonna get better, e mai come dopo questa nottata mi sento liberato dai miei pensieri e sprofondo solo nel languore e nella voluttà, nel ricordo di lei e dell’ultima notte, e l’amore, il languore e la voluttà mi fanno sprofondare, mi avvolgono, là dove ora c’è l’abisso e la voragine non più piena di altri discorsi, e risuona solo la sua voce, che dice di leggere il giusto, che in fondo con lei parlare e starle affianco è sempre qualcosa che va al di là delle parole, e come ieri notte mi sembrava non solo di essermi affezionato, ma di amarla davvero, in tutti i sensi, là dove le parole non bastavano più, e mi inabissavo di languore e la voluttà, di Leida ritrovata, e il silenzio della notte mi avvolgeva, nel canto, nella musica, nel sentimento per lei, e mi inabisso ancora in lei…

E tutto si inonda di musica, d’amore e di libertà…

Libertà… questa parola mi veniva in mente mentre uscivo per andare a prendere un caffè al bar, dopo quelle letture terribili dell’ideologia della nuova destra in Europa, i suoi populismi, libertà da quell’ammasso di idee e da quell’atteggiamento mentale di chiusura… era difficile cercare di resistere alle parole mezze deliranti dentro di me contro quei nuovi colleghi di lavoro, tutti leghisti, mezzi fascisti, io, dopo anni abituato a stare in un ambiente di sinistra, moderato, come quello dell’università di mediazione culturale… e dovevo frenare i moti dell’anima, gli estremismi dentro di me, ricordando che nella poesia si dice che Dio ha creato tutti gli uomini e le donne uguali, e che anche l’antropologia e la scienza hanno riconosciuto l’uguaglianza di tutta l’umanità, e che le uniche differenze sorgono nel campo della cultura, dell’ambiente, dell’educazione… ma come è difficile a volte resistere alle retoriche differenzialiste, che esaltano le differenze, per dividere, e non per unire, come farebbe la sinistra con le sue idee delle differenze che servono ad arricchire la cultura e le esperienze, siamo nel campo dell’apertura, mentre a destra è tutto chiuso, tutto guarda al passato, alle tombe, ai cimiteri, agli avi, e fa della vita una visione nera, legata al territorio, al sangue e al suolo, e non ha la minima apertura mentale contro le differenze altrui che possono davvero arricchire… e ci stavo cascando anch’io, pensando alle origini, i miei genitori, la loro provenienza dell’Italia del Nord, la loro cultura di destra, chiusa, mentalità vecchie, antiquate, arretrate, incapaci di guardare al futuro e al mondo che cambia, e per un attimo non ero sedotto anch’io dall’uomo forte, da Putin, dall’Eurasismo, dall’antiamericanismo, in difesa di chissà quali tradizioni ancestrali, cristiane, spirituali, contro il presunto materialismo del mondo americano che vorrebbe conquistare tutto, quando l’America è uno dei paesi più cristiani al mondo… e la via d’uscita la trovavo ancora una volta nella fede, l’unica che mi può davvero guidare al di fuori di tutte quelle teorie, e anche uno sguardo scientifico, antropologico, contro tutte le differenze di ideologie del mondo, che a volte mi fanno impazzire e mi fanno perdere la testa, solo per l’amore del sapere, della filosofia… ma alla fine la via d’uscita la trovavo, e non mi spaventava neanche più quel rosso e nero dell’aquila imperiale, asburgica, albanese, ortodossa, russa, come la vogliamo chiamare, retaggio di quell’impero cristiano che una volta era il fondamento comune di tutta l’Europa, e di fronte alle mie ultime riflessioni della differenza tra potere politico e potere spirituale dovevo ritrovare tutto nell’unità dello spirito, che si chiamava libero, libero dalla chiusura di certe ideologie e modi di pensare, e si apriva l’anima al mondo, al mondo dei miei sentimenti e delle mie sensazioni, in quell’Uno spirituale ritrovato, mentre camminavo verso il bar e il giovane napoletano fruttivendolo sembrava capire tutto dalle mie lacrime, mentre ritrovavo lo spirito e l’unità divina nella libertà sopra tutto, al di là di tutti i dualismi tra potere spirituale e temporale, il due che divide sempre e crea divisioni e non dona pace, utile per trovare le differenze, per studiare, ma non per trovare la serenità dello spirito… e sognavo di una qualche enciclica dove si esaltasse il carattere della libertà, libertà dataci per vivere, per sbagliare, per capire, per perderci, solo per ritrovare sempre l’afflato divino, e quelle lacrime scorrevano mentre pensavo ancora alla sorte di Leida, lei che forse la libertà da quel lavoro una volta o a volte la sogna, mentre di giorno ancora il desiderio di lei mi prendeva, ed era stata tutta una forzatura cercare di dimenticarla, di sovrapporla a Marina, a Manuela, e ancora lei mi ispirava quell’amore e quella libertà che solo una ragazza come lei sa dare, e la mia anima si riempiva di canzoni, come questa, quando ero al bar a sorseggiare il caffè, e l’amore e la libertà si facevano sentire al di là di tutte le chiusure dello spirito che trovo in giro, e negli occhi della barista vedevo quella luce diafana che sognavo anche l’altra notte, quella luce dell’anima che si liberava e ricordava Leida, e l’amore per lei, se ti dimentico, amore… se ti dimentico, libertà… e l’anima era salvata da questo pensiero, come uno spirito che soffiava in me e sembrava liberare il centesimo nome divino della tradizione shiita islamica: libertà… libertà come quella che sognavano le primavere arabe, al di là di ogni sottomissione islamica, di ogni abuso del potere dei paesi arabi, il sogno di libertà che forse spinge qui anche tanti africani che scappano dai loro paesi, come in passato gli albanesi arrivavano con i gommoni in Italia, e non c’era afflato più vero che la ricerca della libertà, come una liberazione dalla schiavitù d’Egitto, arrivare alla Terra Promessa dell’anima… e ora mi inondo ancora di musica, senza più forzarmi di scontrarmi o combattere le parole della chiusura, le loro ideologie, ma lasciandole libere di scorrere nello fenomenologia dello spirito del mondo e di quest’epoca, ognuno libero di orientarsi nel mondo come meglio credo, conscio che solo la spiritualità e l’amore possono liberare dai lacci e dalle catene di certi pensieri e ideologie… e l’anima piangeva ancora lacrime paradisiache, come quelle provate l’altro giorno dopo aver rivisto Alina, nel piacere più intenso della notte, e nel pensiero e nel sentire di lei nella sua libera schiavitù di vendersi in giro, come Leida, e queste due ragazze, i pensieri e i sentimento per loro vincevano ancora ogni ottusità e chiusura dell’anima, al di là del loro lavoro in mezzo alle strade, e c’era l’amore, la libertà, la mia croce che porto che si elevava in cielo e si liberava, elevazione spirituale dopo l’erotismo e dopo la chiusura di teorie e ideologie nere e chiuse e ottuse, elevazione che si presentava in quelle lacrime, in quel sorriso, in quella musica, in quel ricordo di lei, che vive ancora in questa musica, Albania, quel paese che è ora ufficialmente libero, dal comunismo, dal fascismo, e dove una certa anarchia regna, ma al di là del mondo e della pace e della libertà che dà il mondo mi sentivo liberato nell’anima e nel sentire, come una liberazione spirituale in comunione con qualcosa di più elevato… era l’amore, ancora l’amore, per Leida, nonostante tutto, l’amore per Alina, per Anna, per Isabella, per queste ultime ragazze, per Aleksia, per tutte le altre, che toccava tutti i vertici e gli estremi dell’anima, l’erotismo assoluto, la compassione più profonda, la spiritualità più inafferrabile, la sofferenza più sentita, l’odio estremo impazzito e delirante, e la pace la quiete mai viste prima, al di là di tutte le parole che la nostra anima può creare, nella mappa mentale infinita di mondi di ideologie che non reggono mai il confronto con la vera spiritualità, il vero amore, la vera compassione, che si risolvono nella nostra libertà di perderci solo per ritrovarci… e ora non c’è forzatura, non c’è altro da leggere e cose da approfondire, da ragionare su come dei cavilli o come delle ricerche di verità e spiritualità oscure o esotiche, la musica risuona dentro di me e mi inonda l’anima liberata, e ogni cosa sa di liberazione, dalle parole, dai concetti, dalle astruserie, e tutto si inonda di musica, d’amore e di libertà…

Là dove le parole non contano più…

Perdersi nella musica di Lyric Master, con quella canzone dimenticata, dell’anno scorso, si te harroj, e nella notte il ricordo di Leida ritornava, quanto mi sembrava di amarla, quanto mi sentivo libero dopo averla lasciata, lasciata perdere… e la mattina era uno strano risveglio, con il ricordo di quella anarchia albanese che era sempre la via d’uscita in me, gioco di parole che indicavano solo l’amore che provavo per Xhuliana ormai anni fa, eppure era stata lei ad aprire il varco, che solo ora mi sembra ritornare nella sua libertà, che se cerco altri libri sull’anarchia mi sento solo male, e devo aspettare, senza sovraccaricarmi di libri, di letture, per non impazzire come l’estate scorsa, e la storia non si può ripetere… il solito giro dell’anima, che si calma e poi impazzisce, come ieri, per un attimo, quando in chiesa mi chiedevano di leggere, ma il mio pensiero e il mio sentire andava solo verso Eugenia, unica vera ragazza che mi può guidare, con le sue parole, che tutto il resto è solo eccesso di pensieri, tra un’anarchia dell’anima che si trasforma in schizofrenia, come il libro dell’estate scorsa: “Capitalismo e schizofrenia”, che faceva più male che bene, in me… meglio non sovraccaricarsi di letture, di ogni genere, e sentirsi libero di sentire le cose come meglio credo, senza forzare i pensieri, le parole, e non farsi prendere dall’ansia e dall’agitazione… ho già lì i libri sulla nuova destra, sui nuovi populismi, e bastava leggere quel libro di ieri sulla politica odierna per rendermi conto che ormai la sinistra è diventata tutta radical chic, fatta di intellettuali e classe media, piccoli ricchi, con tutte le loro stranezze e sofisticatezze, mentre il popolo, per assurdo, sta ora a destra, ed è come se i poli si fossero invertiti negli ultimi vent’anni, la sinistra per i ricchi, la destra per il popolo, ed era una giusta illuminazione, che veniva da quel libro… ma io non mi schiero, cerco di essere il più imparziale possibile, e di non farmi prendere dalle emozioni, e cerco solo la quiete che viene dal pensiero di Eugenia, dalla libertà di aver lasciato Leida, dall’attesa di questo mese di transito, che mi porterà forse verso un sentire più libero e leggero, più rilassato, senza strane sofisticatezze… e per ora la musica continua a suonare, con i suoi toni e il suo canto, di questo cantante che dà un equilibrio di malinconia e tranquillità, che quasi non mi viene voglia di leggere quel bel libro di Ken Follett, e quell’altro sulla destra, ed è meglio fare una lettura alla volta, come ieri, senza sovraccaricarsi, in tutti gli ambiti, le lingue, il lavoro, la chiesa avventista e quella cattolica, i miei interessi, i libri e tutto il resto, come i pensieri che vanno a Eugenia, e devo solo aspettare, non sovraccaricarmi, e attendere le cose più avanti, senza forzarmi, senza esagerare… e forse la musica mi accompagnerà tutta la mattina, fin quando forse non mi tornerà la voglia di leggere, e smetterò anche di pensare a quel colloquio dell’Esselunga, i cui HR si faranno sentire solo a settembre, se si faranno sentire, a questo punto, e sono libero di gestire questo mese di vacanza, senza il timore di stare male come l’anno scorso, e posso trovare la quiete e la pace là dove l’anno scorso non le trovavo, perché avevo dimenticato Eugenia, e credevo che l’amore per Leida potesse salvare, mentre era solo inferno, inferno anarchico, quando il tempo con Xhuliana era in fondo intervallato dall’amore diurno per Eugenia, in università, e quel tempo, anche se non può tornare più, può ancora vivere in me, dandomi la pace e la tranquillità e la certezza che, a modo suo, Eugenia in qualche modo a me ci tiene, con i suoi consigli e il suo modo di capirmi, e anch’io tengo a lei, tutt’altro che il sentire per Marina, e in tutto questo trovo quella pace che non avrei mai pensato di trovare, e posso vivere così, più libero, senza esagerare, nel pensiero di Eugenia, e nel suo sentire, e del resto non mi interessa più, è solo un modo per passare il tempo, e come ieri notte tutti i pensieri e il troppo pensare si dissolvono nella musica e nel canto, là dove le parole non contano più, e rimane solo il sentire paradisiaco dell’amore ritrovato per Eugenia…