Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Nella musica di Ana, e non dormo più…

Ascoltare musica raeggeton
a caso
svegliarsi alle tre di notte
con la musica in testa
il pensiero di Ana
vagamente innamorato
da non capire più niente
lei là
in mezzo ad una via
come tante
come l’altra dal volto asiatico
dell’altra notte
saltano tutte le categorie
e si decentra l’anima
anche quando voleva cantare
ciò che non sa cantare
jinn dell’anima
che mi portano fuori identità
scritte che sono solo
macchie di inchiostro
o segni
senza più alcun referente
x sconosciuta
al di là delle lettere
la realtà
la concretezza
che si dissolve
e rimane quest’anima
a poetare sul niente
là dove
il mondo reale
si è fatto favola
recuperare il sonno
in una mattina da niente
il sonno
questo grande assente
in quest’ultimo mese
la mancanza di Ana
e lei che in ogni caso
non potrebbe darmi niente
solo ancora più confusione
non so più se sono innamorato
come Raskolnikov
di Sonya
e chi sia questa Sonya
Alina o Ana
o chissà chi
forse innamorato di un amore che non c’è
e l’assenza di obiettivi
non cambia niente
sembra quasi
una parvenza di libertà
che si vive ascoltando musica
buttando via le giornate
mi rimane lì
quel libro
quell’altro
dei film che non so quali vedere
l’anima impazzita
che si risolve
in una divinità
che non ha più senso invocare
il dissolversi dei pensieri
dei riferimenti
tutto sa di musica
ora
anche il pensiero
che diventa come un rumore
di sottofondo
a cui non dare più ascolto
tutto va
tutto passa
e non so più
a cosa
a chi
riferirmi
solo forse
i discorsi con gli amici
con i colleghi
mi riportano
alla ragione
poi
nella solitudine
il pensiero
impazzisce
e si fa rumore
solo per smettere di ragionare
innamorato di Ana
come mi sentivo questa notte
alle tre
svegliarmi
e vedere solo lei
quei momenti passati
quelle parole
la sua musica
ragazza vuota
che mi ha traghettato
da una musica all’altra
da un mondo all’altro
anima impazzita
che non sa più cosa farsene di se stessa
e si dissolve
i poeti di oggi
fanno le pubblicità
fanno i film
scrivono discorsi
ed organizzano eventi politici
pubblicitari
che ce ne facciamo
di queste quattro righe
sulla rete
infinita
dispersa
tra miliardi di utenti?
Non si sa
eppure ogni tanto
si deve scrivere
qualcosa
come spazzatura dell’anima
come sfogo
non si sa
Ana si dissolve
rimane la sua musica
e per non impazzire di musica
ci sarà forse qualche libro
qualche scritta
qualcosa che mi riporti
ancora
alla normalità
non dormo più
vedo solo lei
voglio solo lei
e non c’è
questa ragazza vuota non c’è
le profondità di Alina
sono acqua passata
non so più di chi sono innamorato
forse di lei
Ana
forse di nessuna
non si sa
so solo che non si capisce più niente
e non dormo più
per buttare via il tempo
ci sarà
altro a cui interessarsi
per distrarsi
il lavoro
al quale non penso neanche più
non ha più senso neanche dire
vivo alla giornata
il tempo sembra essere finito
tutto si dissolve
comincia l’infinito
innamorato di Ana
non dormo più
la ragazza vuota
che ha svuotato l’anima
anche di antichi ricordi
metropolitani ortodossi
non ha più senso
si dissolve la musica
ogni cosa
era pura astrazione
libere associazioni
dell’anima folle
tutto diventa infinito
innamorato di Ana
non dormo più
e ogni cosa era pura favola
senza consistenza
puro etere di sentimenti
e pensieri
infinito
che ora mi prende
innamorato di Ana
non dormo più
e potrei scrivere e scrivere
continuando a dire il niente
fino all’infinito
non sapendo che farmene
di questo infinito
servirà solo forse
a non impazzire di più
a far sfumare ogni follia
che si dissolve
innamorato di Ana
della sua musica
della sua voce
del suo volto
del suo corpo
del suo sguardo
di tutto ciò che evoca
e di quanto mi ha svuotato
liberato di me stesso
trovando l’infinito
non dormo più
innamorato di Ana
non dormo più
e trovo solo l’infinito
e non so che farmene
forse solo
per non perdermi ancora
nella follia
come ai tempi di Katia
ricordo lontano
passato
primordiale
quando tutto diventava
inconsistente
costruivo castelli in aria
per anni
in università
quei castelli sono crollati
non c’è più nessun obiettivo
non credo più a niente
forse solo
a lei
alla ragazza vuota
Ana
e all’infinito
sorseggio questo caffè
e sono qui
la mia mente vagherà ancora
in questo vuoto
in questo niente
che sa di infinito
nella musica di Ana…

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Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E mi perderei e mi perderei ancora in questo veleno dell’anima, Alina…

Infinito dei pensieri e delle sensazioni, lacrime all’accennarmi di Raskolnikov e Sonya, rivedere in lei Alina, la sua immagine là, in piedi, sulla strada, sul marciapiede, “Perché Raskolnikov in fondo era innamorato di quella ragazza”, tilt dell’anima, lacrime, non capire più niente, tutto per colpa di lei, che non posso stare qui ad elencare ogni guaio in me, ogni cambiamento, ogni pensiero ed emozioni, in questo lungo periodo dopo di lei, tra Leida e Ana e Aleksia e tutte le altre e nessuna, sempre lei, Alina… che mi ritrovo a leggere vecchi manuali di filosofia delle superiori, che prima non riuscivo mai a leggere, Kant, Fichte, Hegel, l’infinito, i limiti della ragione, lo sforzo verso un infinito che non si raggiunge mai, l’io creatore, e una sete di poesia dell’anima per vincere lo sciattume di questa realtà, e pensieri che ogni tanto vanno in tilt rievocando vecchie urla e suoni depressivi e riff di chitarra black metal, enthrone the dark angel, quando quegli italiani al bar parlavano di droga, gli albanesi che spacciavano al bar, i marocchini, i meridionali che parlavano di calcio, un giro all’inferno dal quale uscivo solo con la musica, musica infernale, che per risciacquare i sensi dei suoni dovevo ricorrere al corano, a quelle cantilene, a quell’effetto ipnotico per non sentire più le urla dentro di me, monologo interiore che si protreava fino alla visita, e anche dopo, monologo interiore di un cattivo infinito che mi distoglieva dal rileggere “I fratelli Karamazov” e mi faceva approdare a certi monologhi che neanche un professore di storia o filosofia potrebbero immaginare, perso nel cattivo infinito dei pensieri… mi ritrovavo solo con la musica, che scaccia pensieri, musica pop albanese, e il senso della realtà, della concretezza, del lavoro, così come diceva anche Saverio, per fermare questo cattivo infinito che a volte si impadronisce di me, viaggi negli inferi dove neanche Alina salva, e niente e nessuno, una voglia infinita di infinito tramite l’arte, la poesia, la musica, i libri, i film, consumismo culturale a volte, a volte mania compulsiva di consumare infinito, a volte pura esigenza dell’anima… e mi ritrovo così, dopo un’invocazione che riapriva le porte dell’infinito, dopo la Germania è difficile capire se devo invocare con le parole arabe islamiche, italiane cristiane, o inglesi bahaì, o ebraiche, non si capisce più niente, e per comodità mi rimetto a quelle invocazioni che le richiamano tutte, con uno sguardo volto ad un monastero ortodosso visto dall’esterno, come un quadro romantico, di una pace e infinito dell’anima che neanche “Monch am Meer” riuscirebbe a trovare, o altri quadri di monasteri che vedevo a Berlino, o l’isola dei morti, o l’abbazia oscura di Caspar David Friedrich… si perde così la mia anima nell’infinito, tra crisi mistiche e monologhi di epoche passate, che rivedono la storia e le notizie del mondo, e il proseguire della storia, verso un senso e uno scopo che non c’è, così come non c’è storia se non scegliendo fenomeni e altri scartandoli, alla fine sono sempre io che costruisco storie, e la storia va avanti senza che vari io scelgano cosa raccontare, visione astorica del mondo, così tutto si risolve, non c’è storia, non c’è fine, e già Imam Sò mi diceva che qui si è troppo fissati con la storia, storia che era anche l’origine della mia depressione ai tempi della tesi magistrale, ora, al posto della storia ci sono le immagini di Berlino, la città, i monumenti, un viaggio fattosi concretezza, e le migliaia di turisti che ognuno la vede a modo suo, e tutto diventa evanescente, come quando vedevo quelle giovani turche a Berlino, quei giovani turchi, al di fuori di ogni cosa, elemento esterno che relativizza tutto, tra i tanti, e un canto dell’anima che ne fa a meno di troppi pensieri e astrazioni… mi perderò forse ancora in Alina, se non fosse per quel napoletano che sentivo ieri al bar: “E’ acqua passata…”, diceva, già, è acqua passata, anche al di là delle lacrime tra Sonya e Raskolnikov evocate da Saverio, è acqua passata, la tesi, la Russia, il monumento sovietico, e tutto ora si risolve in un infinito che si disperde su un quadro di un monastero… e lotto ancora con i miei demoni, a vedere quelle ragazze ortodosse da strada, senza sapere quando le vorrò ancora, Aleksia e Ana, ieri notte, quando il sonno vinceva, e quel canto islamico che dava la pace, le foto erotiche trovate qua e là, il desiderio che si ribella alla pace dell’anima, schizofrenia personale che si risolve in una visione di un monastero, alla ricerca di un infinito che si era perduto all’inferno a causa di Alina, e a causa mia, sempre qui a rivangare quell’infinito che doveva farsi inferno, inferno senza fine, mentre ora vedo la luce alla fine del tunnel, luce su luce! Luce su luce! E vado oltre cercando di non mischiare più roba chimica con alcol, musiche e canzoni strane, visioni d’altrove, simboli e oggetti che rimandano a chissà che cosa, in fondo è solo l’io artistico che a volte si disperde in troppe fantasie, e dimentica la realtà, la concretezza, quell’io che vorrebbe farsi oppio dell’anima, io creatore e artistico che va via come una striscia di oppio, e che mi avvelena, come altre volte le icone di quelle ragazze avvelenavano l’anima… c’è la gente al bar, invece, le parole semplici dei baristi, e degli altri clienti al bar, la realtà, la realtà, la realtà, come diceva Saverio, la realtà che non devo dimenticare, mentre spesso vorrei perdermi in un mondo infinito di arte, come oppio, un mondo infinito di sentimenti, simboli e sensazioni, drogato della propria anima che si disperde… alla fine del tunnel c’è una luce, e c’è il mondo là fuori, al di là dei voli artistici di quell’io infinito creatore, come una striscia di oppio, al di là di quel cattivo infinito, la realtà, la vita, la concretezza, e il mondo che va avanti, e l’anima poetica in me che sopravvive e coesiste solo per avvelenarmi di più, nel ricordo di Alina… tutte le arti diventano infinito… e mi perdo e mi perdo solo per ritrovarmi, e l’anima che non conosce più il tempo, come se fosse avvenuta l’apocalisse una volta per tutte, si diletta a questo passare di immagini e parole ed emozioni, costante flusso in divenire, che non sa che farsene di questo veleno dell’anima, che a volte diventa catartico, e la vita va avanti, e l’infinito in me, e mi perderei e mi perderei ancora in questo veleno dell’anima, Alina…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E trovare l’accordo dell’anima dopo sogni e visioni…

Compresso, il lavoro che comprime le attività libere, che toglie l’energia, svegliarsi, più intito del solito, la prima settimana di lavoro, la stanchezza, troppi caffè, troppe sigarette, svegliarsi e andare in tilt nell’evocazione di preghiere lontane, troppo automatici i movimenti, le invocazioni, in tilt, solo nel sottofondo la musica, la musica albanese, e il ricordo di ieri notte quando volevo andare a trovare Aleksia, la sorella di Ana, ma la voglia si diluiva nel sonno e nella stanchezza e quella spogliarellista online bastava già così, per tolgliermi di dosso una giornata che aveva rotto il cazzo, ritornare a casa, la notte, e vedere mio fratello che parlava con mio padre, non so perché erano lì, poi, capivo, una volta arrivato, gli aveva portato i sensori di parcheggio della nuova auto, da installare, no! Mi dicevo, anche alle undici di sera questi parlano di lavoro, che nervoso! Lasciatemi dormire e riposare, tanto più che le mie droghe stanno già facendo effetto, e cadrò in un sonno così pesante che voi umani non conoscete neanche! E la notte e i sogni… già la notte prima era stata piena di sogni, ero là, in Spagna, con degli amici, a cercare lavoro, a trovare lavoro, e ad un certo punto compariva Marcello, che diceva che si trovava bene lì, anche se c’erano i suoi lati negativi, e mi sorrideva… capivo dopo, quando me ne stavo con una ragazza e nei sogni la carica erotica si spostava su di lei, che facevo mia, e subito dopo c’era come un bivio, una scelta, in un’atmosfera spagnola che per tutto il sogno non era solare, ma blu, blu come la notte, come un quadro di Picasso o di Goya, e a quel vibio al di sopra dei grattacieli c’erano due discese, una che garantiva il piacere della ragazza ma un futuro incerto, e l’altra che dava sicurezza sul lavoro, ma poi non si sapevano gli effetti collaterali, non sapevo dove farmi strisciare giù da questi due scivoli, e alla fine lasciavo la ragazza alla mia sinistra, che se ne andava con altri fricchettoni, lavori malpagati, atteggiamento giovanile predatorio sul lavoro e in ogni cosa, sugli affetti e le amicizie, e Marcello invece mi sorrideva quando arrivavo giù dall’altra rampa, quella del lavoro, e mi diceva: “Ora dovrai fare i conti con la burocrazia, la noia, la frustrazione, imparare a saper resistere…” e sorrideva e se ne andava, tra quelle piazze e quelle vie straniere che lui conosceva a memoria, talmente era da tanto tempo lì, e io mi disperdevo, nella città sconosciuta, vagando alla ricerca di un futuro che non vedevo…

E anche la notte di oggi era piena di sogni, con quei compagni delle medie che rivedevo, Taro, Carluschi, Pordenon, tutti che si erano sistemati con il lavoro, e si usciva per mangiare qualcosa, patatine fritte, hamburger, bere una birra, in un locale che non era né un MacDonald’s né uno Spizzico, ma una specie di pub all’americana, di quelli che vedi lungo la via, con i tavolini, il bancone, le cameriere pronte a servirti, e il sogno si disperdeva in ricordi lontani, l’ultima volta che li avevo visti, il quartiere su in collina del paese qua di periferia dove abitavano, una stanza nera dove ci sedevamo ai tavolini per parlare, di lavoro, di compagne, degli anni passati, e mi svegliavo solo per uscire da quell’incubo, quell’incubo di dover raccontare la mia vita così diversa dalla loro, così fuori dagli schemi, e mi svegliavo, un incubo…

Mi svegliavo solo per fumarmi la sigaretta delle cinque del mattino, in maniera automatica, senza neanche sentire il craving, per decidere cosa fare, se cercare a continuare a dormire o stare un po’ svegli e aspettare le sei e mezza, non aveva ancora albeggiato… tornavo a dormire, e altri sogni ritornavano, sogni erotici dalla carica intensa, e quel mondo dove mi perdevo, dove c’era un islamico frocio che si vantava della sua patria, perché finalmente anche loro avevano scoperto qualcosa nel campo scientifico, Enrico, l’amico di Benito, anziano, il padre di Andrea F., che faceva il carabiniere insieme ad altri carabinieri più giovani, e parlavano di qualche misfatto, di un certo romeno che era stato ospitato a casa di qualcuno in appartamento e aveva fatto una strage, stuprato o forse ucciso la figlia di questo, e il romeno stava lì a camminare nel corridoio che dà alla portineria, avanti indietro, un po’ disturbato di mente, mentre i carabinieri aspettavano ordini di trasferirlo in una prigione in Corea, non so perché, e mi ritrovavo poi a rivedere la strada di quell’appartamento, dal di fuori, e l’islamico frocio che si vantava dei successi scientifici del suo paese sorrideva, mentre compariva un altro personaggio, una specie di nobile chierico da libri fantasy, in un’atmosfera di libro fantasy, da fiera del libro, e il mondo dei libri, dei personaggi, si confondeva con il mondo degli scrittori e delle scrittrici, non si sapeva più quali fossero i personaggi inventati e quelli reali, in un mondo dei sogni dove tutto è tutto, e mi sedevo davanti alla scrittrice, guardavo il suo libro e le dicevo: “Questo libro mi ha fatto schifo!”, e lei mi guardava male… riprendevo soltanto un attimo nelle mani quel libro e lo sfogliavo, solo per ricordarmi i personaggi dei vari racconti, e subito mi accendevo, e mi correggevo, e gli dicevo che il personaggio islamico mi era piaciuto un sacco, anche l’altro terrorista che stava là in quell’appartamento, e quel chierico nobile da racconto fantasy, e la scrittrice giovane subito si lasciava andare, cominciavamo a parlare, su quel tavolino, e ci avvicinavamo e cominciavamo a sussurrarci qualcosa nelle orecchie, mentre io mi perdevo nei suoi capelli, nella sua chioma, e la abbracciavo, e ci abbracciavamo, e godevo del suo corpo, delle sue curve, della sua presenza, ed era un altro sogno erotico, tra i tanti di queste notti, e mi perdevo nei suoi capelli, come ieri avrei voluto perdermi nei capelli di lei, e mi svegliavo, mi svegliavo…

Il risveglio, che un caffè non bastava, due erano troppi e dovevo correggere con la droga, dovevo andarmene da quella stanza dove si sogna, dove si dorme, dove si prega, dove si studia, dove si guardano i film, dove si fanno troppe cose compresse, anche ascoltare la musica, e dovevo solo uscirmene e fare quattro passi, con le cuffie del cellulare con la musica pop albanese, solo per andare al bar a comprare le sigarette, e lì la visione si rivelava, una volta per tutte, Valeria, la barista, che mi sorrideva, lei e il suo corpo che mi ricordavano quello dove avrei voluto perdermi nella notte, il suo volto, il suo sorriso, che stamattina non ero lì a provare il mio modo d’essere ieratico e rilassato, ma solo per uscire dalla follia, da questa pressione e stanchezza lavorativa che fa sragionare, e lei mi sorrideva, mi dava le sigarette e potevo poi andarmene con la visione di lei, la musica nelle cuffie, camminare, camminare, spazieren, avere spazio per me e le mie visioni, non più tutto così compresso e impazzito, dove i sogni si mescolavano alle visioni, le parole alle intenzioni, la vista del mondo al caos in me, e camminavo quel giusto che bastava perché la droga faccesse effetto, e la musica, e i sogni, e le visioni, solo per sentirmi più rilassato, entspannt…

Tornavo qui ed era già ora di scrivere, con questo tempo che incalza e ti toglie l’energia per fare tutto quello che vorresti, leggere, scrivere, studiare, sognare, avere visioni mistiche, trovare la carica per lasciarsi andare alla chioma di lei, oppure semplicemente per stare più calmo e meno fuori di testa, come gli altri giorni, usciti dal relax e dalla meditazione, che sembrano già essere andati a puttane…

La giornata inizierà lo stesso, senza che il tempo incalzi ancora, il tempo rallenterà, e il mio modo d’essere, troverò ancora l’accordo dell’anima e non mi andrà più di impazzire, di scrivere come un forsennato, di sognare e maledire e avere visioni e benedire ed essere indifferente e fregarmene e impazzire e rinsavire e non sapere più neanche dove sia finito, cosa voglia, cosa stia facendo, perché mi devo stressare per avere i soldi per stare male, per stare bene, che non si capisce più, meglio non pensare, dimenticare le parole e i discorsi, e trovare l’accordo dell’anima dopo sogni e visioni…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Il sole, dopo le nuvole… Aleksia…

Ortodossia dell’anima
Aleksia
rivederla
stamattina
al bar
alle sei di mattina
a bere il caffè
seduta là
al tavolino
di fianco alla solita vecchia
un quadro impressionista
lei
sorridente
di quel sorriso di luce del sole
che sa che l’amore
è inganno
e allora tanto vale
amare tutti
e non amare nessuno
uno sguardo
sei proprio tu?
Il mio
e lei
un cenno
del capo
sono proprio io
come l’ultima notte
ho capito
le dicevo
con lo sguardo
tra clienti e prostitute
non si può parlare
al di fuori
del lavoro
nella vita
chiunque
potrebbe essere chiunque
e nessuno
Aleksia
che mi portavo alla cassa
del cinese più grande
quello sposato
con figli
troppo indaffarato
a preparare il bar
alle sei e mezza della mattina
allora
mi avvicinavo al bancone
per bere il mio caffè
arrivava Miryam…
caffè?

dopo che avevo pregato
come un monaco ortodosso la mattina
per non farmi andare fuori di testa
al mio fianco
lì c’era
Aleksia
che beveva il suo caffè
hai visto Miryam
con chi me la faccio?
Mi veniva da dirle
è lei e quelle come lei
il mio amore
come la notte prima
a capire che tutto
dipendeva
da Alina
come rivederla
l’altra notte
l’amore
le stelle
la luna
scapigliatura dell’anima
tra
ortodossia dell’anima
e follia
e sentimento
ritrovato
un sentimento
che si colora
di monasteri ortodossi
russi
non più dove entrare
ma semplicemente da guardare
come guardavo quei quadri
alla Neue Galerie
di Berlino
quei quadri di un monastero
dove perdermi…
Aleksia…
beveva il suo caffè
mormorava qualcosa
e prendeva il suo cellulare
e se ne andava via
di sfuggita
come una gatta
e mi lasciava lì da solo
con Miryam
che preparava il caffè
altro che islam
altro che…
Aleksia
che incasinava tutti i piani del giorno
di stare con la famiglia
ad una grigliata
che non faceva per me
tornavo a casa
e la musica manele
risuonava in me
come la notte prima
Aleksia
quell’altra
la sorella di Ana
siete tornate?

siamo state in Romania
ah, va bene
ci vediamo una di queste sere
il saluto
il suo volto
la Romania
là dove ogni volta finisce il mondo
per me
e ogni volta non lo capisco
quel ricordo
di quella chiesa ortodossa
l’iconostasi
che ritorna sempre in mente
quel viaggio di quando
avevo quattordici anni
con mio padre
e il suo amico
che si doveva sposare una romena
quella chiesa ortodossa
che ritorna sempre in mente
anche adesso con quel libro
sull’arte russa
tra icone e chiese
e monasteri
non lo so perché
non lo so…
che chiunque accusa sempre i romeni
e le romene
di ogni crimine e misfatto
i fiori del male…
i fiori del male…
i fiori del male…
ognuno
alberga
dentro di sé
un romeno
un albanese
un assassino
uno stupratore
un ladro
e chi si crede meglio di loro
solo perché è italiano
e non si dà ai crimini
e si sente migliore
quando nell’odio
li eguaglia e forse li supera
Христос!
Христос!
Христос!
Come dicevo quella notte
a lei
i martiri e il loro sangue
la vittima sacrificale
la violenza sacra
sui martiri
su di lui
la violenza sacra
come la festa del sacrificio islamica
di questi giorni
violenza sacra
l’omicidio
e i capi espiatori
la violenza
di chi odia il mondo
e vorrebbe sterminarlo
odia la gente
eppure qualcuno si offre come sacrificio
per redimere il male e la violenza
violenza sacra
Христос!
Христос!
Христос!
Che mi viene in mente quell’icona sacra
là in chiesa
quell’icona ortodossa
del battesimo di Cristo
e mille altri
Salvator Mundi
e
Rasputin
la sua dottrina
tra peccati innominabili
e redenzione
che da sola può
avvenire
dopo i crimini
violenza
e sesso
e redenzione
Aleksia
e ogni ortodossia dell’anima
che la musica manele
scorreva e scorreva
questa mattina
quando mi decidevo
a tradire i parenti
e andare al parco
immerso nella musica romena
manele
muzica turceasca
al diavolo
la grigliata
i discorsi da cinquantenni italiani
la mania del cibo
e dei vini
la musica manele
e Aleksia
vincevano su tutto
io una bambina
diceva
eppure vive lo stesso
nonostante
sia
l’ultima della società
disprezzata da tutti
puttana
con una figlia
come Alina
eppure il suo sorriso
di sole
ancora c’è
Aleksia
che il suo nome
riscrive
antichi mali dell’anima
con il sole del suo volto
dupa nori va rasari si soare…
Denisa
Aleksia
dell’anima
sorriso e volto raggiante
il sole
dopo le nuvole…
che non smetterei mai di cantarla
anche a fine giornata
qunado
stare là a Milano al parco
era un tormento
peggio che Berlino
per il caldo assurdo
e dormire dopo pranzo
su un prato che mi dava solo asfissia
e sudore
scappare
scappare da lì
quando ormai la musica
era finita
e cercare quel treno
con l’aria fresca…
tornare a casa…
la magia…
l’aria fresca…
le canzoni manele…
quattro bicchieri di vino rosso
e tutta l’ortodossia
dell’anima
in Aleksia…
che non c’era più altra relgione
l’amore che fallisce
e che vince
bisogna amare
basta amare
Alina
Aleksia
Ana
Romania dell’anima
manele
e vino rosso
e ortodossia…
non rimane più niente
indescrivibile
questo sentire
che mille libri e mille parole
non basterebbero
forse
delitto e castigo
e Sonya
e il suo biglietto giallo
il crimine
l’odio
la violenza
la prostituzione
la povertà
la redenzione
il sole del suo volto
Aleksia
e l’ortodossia
dell’anima…
non so perché
quella romena sulla via
mi chiamava
parinti…
monaco…
sarebbe
o quell’altro muratore romeno
diventa padre!
Mi diceva
e non so più
se sono un Rasputin
o solo un suo discepolo
tra le mie follie e i miei studi
so solo che
Dostoevskij
e l’arte
russa
mi terrà compagnia
ancora per parecchio
ortodossia dell’anima
sole dell’anima
Aleksia
e il suo volto
senza quasi desiderare
solo immaginare
che un giorno
anche lei
sarà cantata da qualche monaco
al suo funerale
nonostante la sua vita
al di là delle regole
prostituta
dal volto solare
e dalla voce
che sapeva di manele
ortodossia dell’anima
e amore…
bisogna amare…
Aleksia…
che non so che farmene
di questa giornata
i soldi buttati via
non rimane più niente
solo un caffè per domani mattina
non so che farmene
delle pagine da leggere
là dove le parole
ancora una volta
non bastano più
Alina
Aleksia
Ana
ortodossia dell’anima
e mi perderei
mi perderei
e mi metterei lì
davanti ad un monastero
ortodosso
a contemplare
la vita
l’amore
la morte
il desiderio
e l’inganno
e la redenzione
e così all’infinito
bisogna amare
ancora una volta
ortodossia
dell’anima
Alina
Aleksia
Ana
e non finirei più di scrivere
e intanto l’anima
è ebbra di amore
e di musica
e del volto di lei
il sole
dopo le nuvole
Aleksia…

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Maddalena dell’anima…

Regressione
estate 1999
tra medie e superiori
la musica di allora
lunapop
c’è qualcosa di grande tra di noi
la compagna della compagnia
dell’albero
la nostra
poco più che adolescenti
lei
Katia
e Dorian
i due innamorati
lei
la bionda
lui
l’albanese
lei
l’altra bionda
Silvia
e lui
Dorian
l’albanese
adolescenza da periferia
le puttane che sostavano sulla via
i giochi tra le strade
la musica
della compagnia
le litigate
per il fumo
con i musulmani
che facevano i gangsta
della situazione
la periferia semi-islamica
di allora
i primi odii
i primi amori
regressione
nella musica d’allora
per colpa della radio
che suonava quest’oggi

al palazzo dei folli
non sono di Milano
sono di qui
della periferia
e niente mi serviva
visitare
la tomba islamica
di quei parenti
del mio maestro di karate
ieri
tutto ritornava
come ritornava
quando andavo a visitare
la chiesa ortodossa
qua in periferia
religioni periferiche
canti di sottofondo
orientaleggianti
l’antichissima rivalità
tra cristianesimo e islam
irresolubile
Vlad Tepes
Cid Campeador
Skanderbeu
tutta la storia del mondo
qua
nella periferia
del 1999
che ancora vive in me
prendere in prestito un libro
di Russia
come le storie che raccontava
quella vecchia prof
alle medie
Russia che ritornava
dopo che ieri notte
rivedevo lei
Alina
e l’anima si sconquassava
un’altra volta
un semplice saluto
e mille nervi saltati
in nome dell’erotismo
ascoltare il corano
come una litania
nell’improbabile pratica ascetica
che apra le porte del paradiso
ora che non rimane più nessuna
lei di Milano
Alina
l’altra di qui
Aleksia
l’altra ancora
Ana
Romania dell’anima
che ora tutto il mondo e la storia
si concentrano qui
in quell’estate del 1999
e da lì sembra che io non mi sia mai mosso
sembra solo tutta una grande espansione
di un’estate
e una compagnia che non c’è più
sensazioni di una volta
che rinascono
grazie alla ricerca del tempo perduto
per colpa di una canzone
alla radio
maddalena dell’anima
la periferia cinese
la periferia
islamica
che mi sembra di ritrovare
ogni volta
in quel bar
l’estate 1999
gli amici cinesi
i nemici islamici
gli amici nemici albanesi
i compagni e le compagne italiane
la musica italiana di allora che risuona
effetto nostalgia
che quasi verrebbe da fare una
rievocazione
come diceva una volta
quell’amico
Taro
non torna più niente
tutto va a puttane
si confonde il tempo
e il tempo non inizia più
nell’altra città
dal nome paterno
ma comincia prima
qui dove sono ora
in periferia
non tanto differente
dalla periferia di Berlino
solo che là
non c’erano i miei ricordi
non c’era la mia vita
non c’erano i miei amori
come quando vedi i tuoi ritornare
al loro sperduto
paesino d’origine
i legami
di una vita
che si fanno sentire
è proprio vero
è difficile abbandonare
il proprio paese
c’è qualcosa che resta
anzi
c’è tutta la tua vita
viaggio nel passato
a causa di una canzone
italiana d’allora
c’era la mia adolescenza
e tutto me stesso
e tutta la mia vita
e tutti i miei amori
maddalena dell’anima
che ora non so
come avrò voglia di leggere ancora
un libro di Russia
dopo averla rivista
Alina
e cancellare questa maddalena dell’anima
con storie altrui
che non mi va neanche di leggere
scriverei l’intera mia biografia
e le parole non basterebbero
oltre Katia
prima di Katia
e oltre
tra le parole magiche
e le parole scientifiche
di film che rivedevo ieri sera
Stalker
dell’anima
alla ricerca della Zona
dentro di me
tutta la filosofia
e il modo di stare al mondo
ich denke
la rivoluzione copernicana
kantiana
la soggettività
da cui nasce tutto
una divinità sperduta
declinata in mille modi
India e Oriente dell’anima
e oltre e altrove
oltre il drago cinese
e i suoi antichi ricordi
di studi psichiatrici
dove i miei
dal dottor Drago
litigavano
filosofia atea
che quasi mi viene solo da credere
alla neuropsichiatria
se non fosse per questa
maddalena dell’anima
che rieleva tutti i ricordi
e l’essere di allora
e di sempre
a che pro leggere ancora
qualcosa?
A che pro
scrivere ancora qualcosa?
Non sono forse stufo delle storie mie
e delle storie altrui
ora che la versione di tutte le storie
sembra cambiare?
Mi dicevano che avevo
bisogno
di una terapia dell’anima
ma a che pro
sintonizzare bene una stazione radio
quando dentro la mia testa
è un continuo cambiare di frequenze
e non si riesce a sintonizzare
mai niente?
Caos brusio
e rumore
e musica
convivono in me
e non trovo pulizia
dell’anima
Alina sta là
Ana chissà dove
Aleksia chi lo sa
ma che importa?
Gli amici perduti
le ragazze andate
gli annate che si mischiano
per non rischiarare più niente
e vedere quegli amici delle mie cugine
che una continuità
là sembrava esserci
qui
è tutto frantumato
a pezzi
e non basta raccogliere i cocci
tutto si frantuma
in questa maddalena dell’anima
Alina
e la lingua russa
che leggere Dostoevskij
in russo
mi faceva male già stamattina
depressione
brutti ricordi
pesantezza
non so se avrò voglia di
Dostoevskij
in italiano
il libro sta lì
ma so già che non mi dirà niente
se c’è una chiave di volta
è in me
nel mio passato
nel mio presente
nel mio futuro
ich denke
soggettivismo
totale
che quasi esclude ogni divinità
studi dell’anima
che si disperdono per sempre
non si trova una soluzione
e per non pensare
ho solo due scelte
o l’incanto ipnotico
coranico
o quel libro russo
in italiano
non so dove andrò a finire di questo passo
se in manicomio ancora
o troverò
un luogo che mi appartiene
intanto la maddalena dell’anima
che è la musica
mi fa rivivere
tutto me stesso
dall’estate del 1999
all’infanzia e dopo
tutto qui
tutto qui attorno
come è piccolo questo mondo
come è piccola quest’anima
e smisurata
maddalena dell’anima…

Ispirazioni, Poesie, Visioni

E posso di nuovo essere…

È cambiato tutto quel giorno
Jewish Museum
ripristino di me stesso
le lacrime giudaiche
il ritorno
alla ricerca del messia
tutte le religioni
che si fanno una
e ritrovare me stesso
quel museo che mai avrei voluto
visitare
quandoe ero qui
e tutta l’anima che si smuoveva
tra quei luoghi
alla Neue Synagoge
al Jewish Museum
ritrovare me stesso
in un pianto
all’aeroporto di Schoenefeld
verso il tempio
era tutto lì
e non me ne rendevo conto
un viaggio
che è stato ed è un viaggio nell’anima
dove c’è tutto
seconda guerra mondiale
shoah
guerra fredda
medio oriente
e le puttane dei bordelli
che non ho voluto visitare
vedere ora lo schifo
e non voler più
fare il barbone
dopo quello che ho visto
non degradarsi più
non perdermi più in me stesso
come i primi giorni
quando ero tormentato
da chi ero
basta fare il barbone
di voler essere per forza
nella classe popolare
vivi nelle case popolari?
Mi chiedevano
una volta
no!
e sono stufo dello schifo
perdersi verso quella direzione
e ritrovarsi
il tempio
che le parole registrate di ieri
di rabbì C.
erano più rivelatorie
di qualsiasi altra cosa
dopo il Jewish Museum
dopo la Neue Synagoge
ritrovare me stesso
e non lo schifo
non la barbonaggine
che non mi va più di mangiare
in posti schifosi
tra gente
che non capisce niente
non mi va più di lavorare tra i trogloditi
di sentire discorsi che non stanno in piedi
puntare in alto
come quel giovane
che apriva le porte
al Jewish Museum
e dimenticare le porte di Babilonia
di quelle due ragazze
che ora invece si mostrano
tra tutta quella gente
turisti
al Pergamon Museum
viaggio dell’anima
anche all’Altes Museum
tra quei quadri
ogni quadro un ricordo
Segantini e il ritorno al villaggio
dopo un funerale
le lacrime
le donne
e quadri erotici
l’icona del salvatore
in me
che salvava ogni cosa
e le lingue
le parole
come quelle della giovane ragazza olandese
le parole che salvano
le immagini
le icone
e un salvatore che ora si rivela
e non mi fa più impazzire
viaggio dell’anima
in una città dell’anima
che vive ancora in me
che se solo sapessi bene il tedesco
se solo avessi un lavoro
là ci vivrei
lontano dai miei
da questa periferia
che ogni periferia è meglio di qua
come là in albergo
se non fosse che stamattina
facevo la mia camminata
solo per fermarmi
nella chiesa
e inginocchiarmi
davanti alla trasfigurazione
in una chiesa di periferia
turista dell’anima
anche nei paesi più dimenticati da Dio
e viaggia ancora la mia anima
che per un po’ non avrò più bisogno di niente
di nessuno
se non perdermi
nel me stesso ritrovato
viaggio dell’anima
che serviva
ad ogni cosa
città splendida
dei ricordi dei fantasmi
dei traumi comuni
e dei traumi personali
risanati
svetta ora solo il salvatore
in me
al di là di ogni storia e metastoria
e non temo più niente
non temo più nessuno
la follia di una volta
è andata
via
che vedere altre immagini
non mi fa niente
l’arte che salva
la cultura
le lingue
che sono davvero io
con tutte le mie religioni
e non nessun altro
aspetterò ancora
prima di sentirmi
con chi mi segue
non ce n’è bisogno
è ancora tempo di riposo
e di incorporare
questa vacanza
dimenticare lo schifo
e la follia
là dove l’arte
la cultura
le religioni
salvano
e mi perdo e mi perdo
solo per ritrovare me stesso
ripristino dell’anima
dannata
che ora si accorge essere salvata
e non mi va più di sentire e vedere lo schifo
accorgersi ora
delle differenze
di questo mondo
non è tutto uguale
indifferente
interscambiabile
ci sono livelli e livelli di umanità
e di modi d’essere
ero stanco dello schifo
ed è ora del ritorno…
wanderlust
icone
centri giudaici
e musei
che salvano
per ritrovare me stesso
per essere di nuovo
me stesso
e non più disperso
tra mille identità
e personalità
il ritorno…
il ripristino…
wanderlust
icone
centri giudaici
musei
che salvano
e mi perdo nell’orizzonte
un punto di fuga
dove si essenzia
il mio essere
il tempio
ritrovato
il salvatore
un viaggio dell’anima
che rivive ancora in me
quadri infiniti
arte infinita
e posso di nuovo essere…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Come una lontana dissolvenza…

C’è più filosofia in questi quattro giorni a Berlino che in tutta la vita… la coscienza di classe… chi sono io? Un turista? Ma quale turista? Quello che alloggia in Brandenburger Tor o che va a pranzare al Sony Center o quello che alloggia in periferia e mangia da Doner? O sono ancora più simile a certi barboni che gravitano attorno ad Alexander Platz? Uno zingaro? Sono nella via di mezzo… troppe sigarette, troppo caldo… che danno alla testa… sentirsi respinto anche solo a mangiare al minimarket qui a fianco… barbone… imbisstube… Doner… che il momento più bello di ieri era andare alla ricerca di una moschea, in periferia, per incontrare i soliti turchi del Doner, dei turchi tra i tanti, che quando chiedevo una vita facevano i diffidenti, non rispondevano, ma quando poi chiedevi della moschea subito ti dicevano dove era, all’angolo, in dem Korner… trovavo la moschea, facevo due foto, e tornavo da loro a cenare per ringraziarli, da dove vieni, mi chiedevano, sei musulmano? No! Ma qualche volta ascolto il Corano, ho letto il Corano qualche volta, in Italia le moschee non ci sono, non ci sono le moschee in Italia!? Mi chiedevano, no! Rispondevo… in Italia… e il più giovane faceva lo sguardo incantato apposta, come se si ricordasse di qualcuno, qualcosa di bello, e a me veniva in mente mia cugina Sara… lei, che lavora in Svizzera, sposata con il grande capo svedese dell’Allianz… la coscienza di classe… che mi venivano in mente le parole del Barresi, le sue case popolari, i malati, gli eroinomani, i delinquenti, le puttane, i suoi discorsi da case popolari… la coscienza di classe… che non sono Barresi, né mia cugina Sara, ma chi sono? Coscienza di classe, via di mezzo… sono solo un turista, un ex sbandato, tra puttane, alcol, ricovero psichiatrico e delinquenza minorile, non un santo, non un drogato, non il CEO dell’Allianz, non un barbone, non un figlio di buona famiglia che fa le vacanze, forse sì, questo sì, ma non uno che viaggia con i suoi o con la tipella dal cuore, come ne vedi tanti in giro, qui, a Berlino… chi sono? La coscienza di classe, la via di mezzo, non un barbone, non uno con il suo gruppo di amici, non il fidanzato romantico di qualche tipella, non un drogato, solo un ex puttaniere, con le sue paranoie, le sue ipocondrie, i drogati, i malati, quelle storie da case popolari che fanno rabbrividire, non l’upper class di mia cugina Sara, chi sono? La coscienza di classe, la via di mezzo… un figlio semi disoccupato figlio della classe media, in caduta libera, laureato non troppo giovane con poca esperienza lavorativa, non un cosomopolita, poliglotta impiegato d’ufficio o di social media o altre cose chic, le mie conoscenze linguistiche? Tedesco di base, russo intermedio, buon inglese, tutto quanto un po’ arrugginito soprattutto nel parlare, d’alòtronde sono un linguista… o anche un po’ depresso, ansioso, a volte un po’ schizofrenico, come tra ieri e oggi, il poco sonno la notte, l’aria fresca che non c’è, il caldo torrido di Berlino di quest’estate eccezionale, a volte un po’ ipocondriaco, sintomi vari, nuove paure tra malattie, declassamento sociale, paura di impazzire, tutte cazzate! Paranoie pure… sì, ufficialmente sono schizofrenico paranoico, e si vede da queste righe, poi, non si sa… sono anche italiano, come dicevo a quei due turchi, non sono albanese come quello dell’altro giorno, con la macchina con l’aquila rosso nera appesa allo specchietto, non sono albanese, non sono musulmano, anche se tra ieri e oggi solo ascoltare il Corano mi dava pace, quelle sure su YouTube dove c’era anceh scritto: “Watch every day sura Taha against stress…”… le suer del Corano e la pace… che l’altra visione di oggi era l’islamica, giovane con il velo, Kopftuch, che vendeva bibite e dolci, visioni, altro che Miryam! Visioni, “Das ist genug!”, diceva, sì, è abbastanza, anche continuare a girare di qua e di là, dopo quattro giorni, la stanchezza, il caldo, la fatica che mi immango la Mecca a quaranta gradi, ich hore manchmal den Kuran, ich ben sehr religios, wie ein sufi… l’abisso infernale nel mezzo… ArRahman, ArRahim, il Clemente, il Misericordioso… naechster Urlaub in der Turkei… ArRahman, ArRahim… le parole e gli articoli sbagliati, fa niente, basta farsi capire… la giovane islamica con il velo grigio in testa… il Corano… i Sufi… la pace… dimenticare la storia, la coscienza di classe, l’abisso che si spalanca, l’abisso infernale nel mezzo… ArRahman, ArRahim… dimentica gli amici, lo psichiatra, Maria Teresa, tua cugina Sara, tuo padre, tua madre, ArRahman, ArRahim, la giovane islamica con il velo in testa… ArRahman, ArRahim, dimentica gli amici, i colleghi, Maria Teresa, Saverio, ricordati forse la voce di tuo padre… decidere cosa fare dopo… allora c’è anche un dopo? Il mondo non finisce qui? Alle porte dell’inferno? Nell’abisso infernale innominabile? ArRahman, ArRahim… imam Sò e e le sue parole, il Sufi, il Mahdi, la giovane islamica con il velo in testa, la giovane turca di due giorni fa, gente che non so perché sento più vicina, più vicina di questi tedeschi e tedesche, forse perché anche loro sono immigrati, io per ora non sono un immigrato, chi sono? Identity issue, mi dicevano… ArRahman, ArRahim, i Sufi… i turchi… la giovane islamica con il velo… e si disperde così ogni visione… cosa fare dopo… le parole di mio padre, non tutte le cose assieme… mia cugina Sara… la coscienza di classe… l’abisso infernale che si spalancava… Brandenburger Tor… das sowjetisches Ehrenmal… Москва… masjid al haram… le parole in arabo sul cellulare di quel tipo in metrò… la camicia rosso nera a scacchi, al Qur’an al mujeeb… sura Noor, la giovane islamica, i Sufi… la follia, la follia, la follia… e poi cosa fare dopo… cosa fare adesso… il caldo torrido, la Mecca, l’abisso a cui non voglio più pensare, le paroel malate degli amici, dell’amico, dei colleghi, dei parenti alla festa di battesimo, le parole del prete, non cose, ma persone, relazioni, la giovane islamica… la giovane turca… i sogni, le visioni, tra inferno e paradiso, non rievocare più cose brutte… al Qur’an e le giovani islamiche, e addio sogni di storia, di filosofia, di artistoidi, di barboni, drogati, puttanieri, alcolisti megalomani, discorsi da manicomio che si mascherano di alternatività, gli amici che forse hanno fatto il loro tempo, questo sentire inspiegabile, cosa fare dopo, Dio non è padre nell’Islam ma il padre è sempre una figura importante, cosa fare dopo… mahdi, mahdi, mahdi… rimandare ancora, sospendere, e lasciare che per ora tutto si dissolva, come una lontana dissolvenza…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Anche quando l’upper class arriva in campagna jam shqiptar!

L’upper class
arriva in campagna
e porta con sé
una festa di battesimo
da centosessanta persone
che non conosci
e rivedi le tue cugine
quelle italiane
che vedevi un po’ più spesso
quando eri piccolo e giocavi con loro
che mai avresti pensato
che una si sarebbe sposata
uno svedese
a capo di qualche megasocietà di assicurazioni
in Svizzera
upper class di chi ha conti a Dubai
aziende per il mondo
ed è di nazionalità svedese
ma è internazionale
in fin dei conti
e te che hai studiato e ti sei laureato
in relazioni internazionali e lingue
vivi quasi da mezzo disoccupato
in un paesino di periferia
dimenticato dal mondo
e dei tuoi studi
non sai che fartene
e rimani per tutta la durata della festa
isolato nel tuo angolo
con nessuno che ti parla e ti rivolge la parola
tu che non rivolgi la parola a nessuno
e ti sembra di essere il matto della situazione
che stare lì
in quello spiazzo circondato
da campi
in quella cascina
nel verde
non è tanto differente
che stare in un parco
di qualche mega residenza psichiatrica
non c’era differenza
nello stato d’animo
se non che l’unica vitalità
che sentivi
è quando vedevi passare
le tue cugine
tuo zio e tua zia
che in mezzo a quella baraonda
non eri nessuno
anzi eri forse
il semplice parente
un po’ fuori di testa
meglio lasciarlo stare
follia che avanzava
rinsavimento che ritorna
solo quando ti accorgi
dell’esistenza
di questi mondi paralleli
li puoi forse visitare
ma in fondo ne sei escluso
ti autoescludi
e ti escludono
e non ti senti nessuno
torni solo ad essere te stesso
quando finalmente
te ne allontani
e non sai neanche quando sarà la prossima occasione
nella quale
rivisiterai quei luoghi
e non te ne importa più di tanto
sei e sarai solo di passaggio lì
non hai le tue radici
come invece tuo padre
te sei di altrove
non sei di lì
e di lì ci sei sempre andato
solo di passaggio
ed è meglio dividere i mondi
che strano star lì a dormire
nella casa della zia
dopo pranzo
l’abbiocco
la siesta pomeridiana
con le foto del matrimonio
della cugina che ha fatto il colpaccio
il salto di qualità
starsene lì a cercare di dormire
ascoltando
the best of Bach
dal cellulare
mentre tuo padre nell’altra stanza
continuava a far zapping alla televisione
e ti sentivi un niente
un cosa ci facevi lì
che quasi anche tuo padre
si escludeva dalla festa
all’inizio
solo per rifarsi
dopo la cerimonia di battesimo
partecipare al buffet e alla festa
in mezzo agli altri
solo perché la zia
si era inalberata
perché se ne era andato
e con lui
noi
che ci faccio qui?
chi sono io?
Che ci faccio nella vita?
Cosa devo fare?
Perché tra queste canzoni d’amore
mi viene in mente solo Alina
e non come gli altri
la propria tipa
le coppiette varie di trentenne
chi sposato e chi con figli
cosa c’entro io?
Sono proprio a parte?
Gli altri non hanno passato
tutto quello che ha passato lei
i ricoveri psichiatrici della madre
nella mia infanzia
un padre sempre e solo occupato sul lavoro
i miei arresti domiciliari
il mio ricovero psichiatrico
percorsi scolastici sterrati
identità lavorativa precaria
e un’identità amorosa che si è sempre
rifatta solo sul modello di quelle
con un voto
forse segreto
di restare sempre per i fatti miei
dopo aver sognato la ragazza della mia vita
e ora non essere più neanche convinto
di trovare davvero
una relazione seria e duratura
come invece quelle giovani coppiette di ieri
se ne parlava l’altra notte
con gli amici
single convinti
che si danno forza tra di loro
una razza a parte
che non ha niente da condividere
con il 90%
degli altri
come quelle mie due cugine
come tutti gli altri là
a quella festa di battesimo
che era la roba più pacchiana del mondo
l’upper class arriva in campagna
e non sai che fartene di quel mondo
e ti ricordi solo te stesso
a guardare il vuoto
a stare in fissa
ad ascoltare la musica
e a non voler parlare con nessuno
facendo guerra al caldo
ai pensieri
alla musica
agli sguardi che ogni tanto ti andavano
come un ciclope
alle tue cugine
mondi a parte
che non si possono incontrare
non so quando le rivedrò di nuovo
non so quando ci si incontrerà di nuovo
non ci sarà niente da dire
niente da condividere
mondi a parte che non si possono incontrare
quando l’upper class arriva in campagna
e non sai che fartene di te stesso
della tua vita
che non sai neanche
perché stai andando a vagabondare
una settimana a Berlino
vagabondare per dimenticare
e non pensare più
stordirsi forse
come mi stordivo ieri
in quella festa sotto la musica
accorgersi che in questa vita
non c’è molto per te
non hai mai fatto niente
e continui a non volere niente
che neanche le parole di quel prete
del battesimo
ti salvano
solite antifone
in salsa diversa
che niente cambiano della tua vita
“la solita vita di merda
come tutti”
diceva la cugina
ed è proprio così
e non sai neanche a cosa puntare
ora che non rimane più niente
a cui puntare
l’assenza di scopi e obbiettivi
l’assenza di sogni
come se ogni sogno e obiettivo
se ne fosse ormai andato
e ti sembra oramai di vivere
solo di macerie
e di altre macerie che un giorno arriveranno
vita in perdita
la tua
contro quella a guadagnare
degli altri
di quelle due cugine
e dei loro amici
italiane che un tempo avrei odiato
con tutto il cuore
da diventare terrorista islamico
e farmi saltare in aria alla festa
che ieri invece
tutte queste cazzate si dissolvevano
e dicevi che in fondo
ti puoi anche riconciliare con le italiane
le tue cugine
anche se rimanete dei mondi a parte
dei mondi a parte
quando l’upper class arriva in campagna
e te ne stai qui
nella tua stanza a scrivere
con il freddo glaciale
dell’aria condizionata
in periferia
senza nessuna voglia di uscire
per il troppo caldo
aspetti il giorno della tua stupida vacanza
di cui non sai cosa fartene
e non rimane più niente
nessun obiettivo
se non quello forse di smettere di pensare
di non pensare più a niente
di fregartene di tutto
di ogni cosa
e vivere così
e ripeterti in fondo
jam njo shqiptar
ne Gjermani

che me ne frega!
Io nell’anima sono albanese
non so più neanche a che religione votarmi
qui
in questo paese
in quest’anima
non si capisce più niente
è saltato per aria tutto
e si può soltanto fregarsene di tutto
anche di se stessi
degli altri
di ogni cosa
anche di quei mondi di upper class
che arrivano in campagna
non è affare tuo
vivi per te
solo pensando a te
fregandotene di tutto
ne fund
jam shqiptar
individualist
menefreghista
non ci si può far influenzare del mondo
e da chi vi abita
ad ognuno il suo mondo
e la sua vita
chi se ne frega
jam nje shqiptar ne Gjermani
anche quando
l’upper class arriva in campagna
e io non c’entro niente
lasciatemi vivere la mia vita
vi vedrò tra non so quanti anni
fregatevene di me
come io me ne frego di voi
non abbiamo niente da condividere
a voi la vostra vita
a me la mia
e vado avanti lo stesso
a modo mio
jam shqiptar
come ieri notte e quella musica
di pura energia
che cancellava
le note banali
da mix italiano di youtube anno 2017-2018
siamo dei mondi a parte
a voi la vostra vita
a me la mia vita
anche quando l’upper class arriva in campagna
jam shqiptar!

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nei suoi occhi come brillanti tristi…

E bastava rivederla nella notte, quando l’insonnia si faceva sentire, due bicchieri di vino rosso che innestavano i sentimenti sopiti, quelli nascosti, a scacciare l’odio e il nervoso di una giornata che non sapeva di sé, che si perdeva in croci ortodosse viste sulla guida turistica di Berlino, disegni di palazzi signorili, foto di una città che vorrò visitare solo perdendomi, come un flaneur, senza guida, là dove mi porta l’anima… pomeriggio passato al parco per un attimo, in mezzo a gente di ogni sorta, ancora nel sole della giornata, nei trenta gradi che ancora non ricordano certe estati afose e irrespirabili, un caldo che alla sera si sopportava, anche quando finivo di vedere la partita Croazia-Russia, al di là di vittorie metafisiche di storie dei due paesi e culture, ricordi autoreferenziali, pensieri che mi accorgevo da tempo essere in tilt, schizofrenici, senza alcun nesso con la realtà, pensiero magico di cui mi liberavo nella notte, con quei due bicchieri di vino, nel silenzio e nell’ombra da cui scaturisce ogni parola, quando non hai più bisogno di musica che ottunda i pensieri, che non li faccia sentire, quando la notte e il silenzio ti invadono e tutte mille cose scompaiono, retaggi di modi d’essere passati, loop che non vogliono più ripresentarsi, qualcosa che si smuove e non so perché… estasiarsi di immagini erotiche dal paese più sexy del mondo e ritornare a sentire il desiderio, lanciarsi nella notte per cercare lei, o la sorella, in preda ad estasi e fantasie erotiche e ad immaginazione… la notte, lei, là, Ana, che non mi andava di parlarle, nella mia fantasia volevo la sorella, solo lei, che si confondeva con quelle immagini, e mi fermavo, là, da lei, solo per vedere che la sua bellezza non aveva niente a che fare con quella delle foto, rifare il giro, scambiare due parole, e sentire il bisogno di lei, di Ana, fare il giro e ripassare da lei, per parlarle, solo per parlarle… come va, hai ancora sonno, va bene, mi diceva, sì, ho già sonno, non mi vedi negli occhi? Quell’istante, quell’istante che faceva crollare il mondo, il suo volto, i suoi occhi di pura tristezza, e infondermi in quello sguardo, infondermi, che mi chiedevo come un attimo prima avevo potuto desiderare la sorella, perdermi nell’ovale del suo volto, nella sua bellezza, nella sua dolcezza, ed accorgermi di essermi perso un’altra volta, nel suo sguardo… non c’era più altro pensiero nella notte, tranne lei che mi diceva di fare come voglio io, di passare quando voglio io, come voglio io, quelle parole e quello sguardo che sarebbero bastati a far essere quella notte l’ultima, quel sonno l’ultimo, senza più bisogno di niente, di nessuno, tranne che di lei e la sua voce e la sua bellezza e quegli occhi come dei brillanti tristi che mi accompagnavano nel nero della notte, nella bellezza e nell’estasi erotica d’amore, quei suoi occhi come brillanti tristi… 

E il risveglio doveva essere fatto di apparizioni della notte prima di epigoni di profeti apparsi per caso, vecchie abitudini di pensiero, automatismi che si dissolvevano, e il solo ricordo erano ancora gli occhi di lei, che mille pensieri schizofrenici si manifestavano per quello che erano, figmenti dell’immaginazione… camminare verso il bar per bersi quel caffè e comprarsi quelle sigarette nel bar più anonimo del mondo, dove la bionda cinese quarantenne è lì solo per non dire niente, passare oltre quell’inferno del bar di una volta, da cui provenivano voci di partenopei anziani e saggi e pieni di vita e ironia, andare oltre, e bersi quel caffè al bar, vestito di nero, come quel monaco ortodosso in me che smetteva di esistere nel ricordo degli occhi di lei, nel suo volto, e incamminarsi dopo dimenticandosi anche quasi di accendersi una sigaretta, e la musica mi invadeva, altra musica, di quell’evanescenza che una volta segnava la fine di quella musica, un innesto di suoni tra il sacro e gli abissi, note norvegesi black metal, il tempo che smetteva di scorrere, un giorno alla volta, una notte alla volta, e la visione ancora di lei, di quel suo sguardo, di quelle emozioni che si risvegliavano ancora, riapparivano alla superficie, e i ricordi di libri d’autore di shakespeariana memoria che riapparivano, come quei sonetti, quasi come quelli di Eminescu l’altro giorno, la lingua inglese che mi invadeva di quell’aurea depressiva e malinconica e piena d’amore come ai tempi delle superiori, di quei sviamenti, di quegli amori adolescenziali un po’ suicidi, quello stesso sentire che riaffiorava solo per liberarmi da tutti i pensieri schizofrenici e lasciarmi immergere nelle note di canzoni d’amore italiane di quella Laura che pensavo fossero canzoni di depressi, e quante volte ho confuso la sofferenza d’amore con la depressione, e camminavo e camminavo, solo per specchiarmi un attimo nelle vetrine dei negozi, con quella mia camminata, quel vestito nero, solo per rendermi conto che il teatro dentro la mia mente, come se fossi nel mondo dei sogni, viveva solo dentro la mia anima, e fuori, là fuori, la gente mi vede solo dal mio sguardo, come io ieri notte mi vedevo negli occhi di lei, del suo volto, del perdermi nei suoi occhi come brillanti tristi… Non so di che materia sarà fatta questa giornata, forse dei sogni, di quel sogno d’amore che ora mi invade, di quella musica che ora mi invade, nel silenzio e dal profondo dell’anima, che perdo ogni riferimento, ogni lingua, ogni modo di pensare e mi infondo ancora negli occhi di lei, tristi come dei brillanti, e il mio pensiero si trasforma in poesia e in sentimento, e rimane solo lei, i suoi occhi come brillanti tristi…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Una luce che sa di musica e canto, lei…

Sono nell’aldilà
canto che mi gira in testa
vocalizzi
che non so più
se siano
un coro angelico
un canto funebre
una ninnananna
una voce dall’aldilà
me mendove kur e vrave kete dashni
pensavo a quando hai ucciso questo amore
jo nuk ta fal
dot une ty sta fal
dashni ma more
e ia dhe asaj
non ti perdono no
non ti perdono per niente
m’hai preso l’amore
lei ha m’ha fatto così
vederla libera
con la sua musica
amor gitana
amor gitana
amor gitana
che una volta risuonava
mi dicevano di dimenticarla
di dimenticare lei e la sua musica
la sua voce
ma ritorna sempre
e questo coro angelico
di voci che ora risuona
mi farebbe tornare

tra le spiagge del mare
per sentire musica orientale
in quella Ksamil
dove si sentiva cantare
il muezzin
solo per lasciarmi andare
a spiritualità bektashi
che non sai più
se sappiano di morte
d’amore
di sonno
o di paradiso
un amore che finisce
che viene ucciso
eppure che vive ancora
per lasciarla libera
di vivere come lei vuole
anche se io di lei
mi ricordavo tutto
e lei
tutto di me
amici o divorziati
conoscenti o amanti
della notte
della luna e delle stelle
e di amori che si possono solo sognare
come il canto e la musica
che ora mi invadono l’anima
mi invadono le lacrime
negli occhi
e rivedo il suo volto
e la bellezza di lei
che quelle canzoni
di una volta
di un paese che dovrebbe essere mio
mi gettavano
in un universo musicale
dove le lacrime
trovano tutta l’ispirazione e il canto
che nessun
musicista saprebbe trovare
con la sua arte matematica d’armonie
e solo il pianto
sa di musica
che ora non so che farmene
di questa giornata
dopo la notte insonne
a lottare con gli spiriti
e a lasciarsi andare
come ad un aldilà
che rientrava in questo mondo
in quest’anima
dove non c’è più nessun luogo
nessun segno
e una sola luce bianca
appare là dove una volta
appariva lei
nel suo desiderio
nella sua bellezza
vano è forse rifarsi la vista
con altre bellezze
che almeno distolgono dal disgusto
di altre ragazze
insipide
e tra la bellezza di lei
ricordata
e altre bellezze
l’anima si invola
in un canto
in un pianto
in una luce bianca
e vorrei solo
dormire
piangere
trasformarmi in musica
ed elevarmi al di sopra dei cieli
in universi d’aldilà
che non sanno più
se ricordano
quel lutto
o quell’amore
passa anche la voglia
di guadagnarsi da vivere
resterei giornate e nottate
disteso sotto dei portici
se solo il fresco dell’inverno
potesse tornare
in questa calura
che sfianca
se solo il mondo
non fosse fatto di voci e di rumori
che distolgono
dal canto e dalla musica dell’anima
e non esisterei più
disperso completamente
in questi suoni
e compare solo lei
per disperdersi in una luce bianca
e solo il pianto
sa di musica
e di lei
quel mare
che sapeva dell’aldilà
ora piange
al ricordo di lei
le parole non dette
ta dhash shpirtin une
vec lotet tash po mbaj
t’ho dato l’anima io
ora solo le lacrime mi restano
che l’anima
diventa mistica
sa di spiritualità
sufi
dove si icontrano
nello spirito
l’amore
la morte
l’aldilà
il paradiso
la vita
e non rimane più nessuna divinità
tranne
questa luce bianca
il ricordo di lei
e il canto
e il pianto
e la musica
si eleva l’anima mia
in questo aldilà
e rivive
tutta la vita
dove i nodi
passati dell’anima
irriconciliabili si slegano
Albania
dell’anima
dove c’era
il lutto
e dove c’era la lingua
delle canzoni d’amore
e c’è ancora lei
che si ricorda di me
e si disperde quest’anima
tra lutto e amore
un amore finito
l’amo ancora
ma non sono più innamorato
la lascerò libera
o forse non la amo più
non lo so più neanch’io
sa di nero
questa luce bianca
tra i corvini suoi capelli
e la perla della sua pelle
e la luce d’argento della luna
e delle stelle
dove rivedo lei
dove l’anima si infinita
ispirazione infinita
sa ancora di lei
l’anima mia
e si disperde
nella musica e nel canto
e nella bellezza
del ricordo di lei
dimenticare
non è possibile
sarebbe come uccidere
una parte di sé
si può solo cercare
di andare oltre
e la musica mi eleva
aldilà
come il canto
una luce bianca
è tutto ciò che rimane
una luce che sa di musica e canto
lei…