Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Una luce che sa di musica e canto, lei…

Sono nell’aldilà
canto che mi gira in testa
vocalizzi
che non so più
se siano
un coro angelico
un canto funebre
una ninnananna
una voce dall’aldilà
me mendove kur e vrave kete dashni
pensavo a quando hai ucciso questo amore
jo nuk ta fal
dot une ty sta fal
dashni ma more
e ia dhe asaj
non ti perdono no
non ti perdono per niente
m’hai preso l’amore
lei ha m’ha fatto così
vederla libera
con la sua musica
amor gitana
amor gitana
amor gitana
che una volta risuonava
mi dicevano di dimenticarla
di dimenticare lei e la sua musica
la sua voce
ma ritorna sempre
e questo coro angelico
di voci che ora risuona
mi farebbe tornare

tra le spiagge del mare
per sentire musica orientale
in quella Ksamil
dove si sentiva cantare
il muezzin
solo per lasciarmi andare
a spiritualità bektashi
che non sai più
se sappiano di morte
d’amore
di sonno
o di paradiso
un amore che finisce
che viene ucciso
eppure che vive ancora
per lasciarla libera
di vivere come lei vuole
anche se io di lei
mi ricordavo tutto
e lei
tutto di me
amici o divorziati
conoscenti o amanti
della notte
della luna e delle stelle
e di amori che si possono solo sognare
come il canto e la musica
che ora mi invadono l’anima
mi invadono le lacrime
negli occhi
e rivedo il suo volto
e la bellezza di lei
che quelle canzoni
di una volta
di un paese che dovrebbe essere mio
mi gettavano
in un universo musicale
dove le lacrime
trovano tutta l’ispirazione e il canto
che nessun
musicista saprebbe trovare
con la sua arte matematica d’armonie
e solo il pianto
sa di musica
che ora non so che farmene
di questa giornata
dopo la notte insonne
a lottare con gli spiriti
e a lasciarsi andare
come ad un aldilà
che rientrava in questo mondo
in quest’anima
dove non c’è più nessun luogo
nessun segno
e una sola luce bianca
appare là dove una volta
appariva lei
nel suo desiderio
nella sua bellezza
vano è forse rifarsi la vista
con altre bellezze
che almeno distolgono dal disgusto
di altre ragazze
insipide
e tra la bellezza di lei
ricordata
e altre bellezze
l’anima si invola
in un canto
in un pianto
in una luce bianca
e vorrei solo
dormire
piangere
trasformarmi in musica
ed elevarmi al di sopra dei cieli
in universi d’aldilà
che non sanno più
se ricordano
quel lutto
o quell’amore
passa anche la voglia
di guadagnarsi da vivere
resterei giornate e nottate
disteso sotto dei portici
se solo il fresco dell’inverno
potesse tornare
in questa calura
che sfianca
se solo il mondo
non fosse fatto di voci e di rumori
che distolgono
dal canto e dalla musica dell’anima
e non esisterei più
disperso completamente
in questi suoni
e compare solo lei
per disperdersi in una luce bianca
e solo il pianto
sa di musica
e di lei
quel mare
che sapeva dell’aldilà
ora piange
al ricordo di lei
le parole non dette
ta dhash shpirtin une
vec lotet tash po mbaj
t’ho dato l’anima io
ora solo le lacrime mi restano
che l’anima
diventa mistica
sa di spiritualità
sufi
dove si icontrano
nello spirito
l’amore
la morte
l’aldilà
il paradiso
la vita
e non rimane più nessuna divinità
tranne
questa luce bianca
il ricordo di lei
e il canto
e il pianto
e la musica
si eleva l’anima mia
in questo aldilà
e rivive
tutta la vita
dove i nodi
passati dell’anima
irriconciliabili si slegano
Albania
dell’anima
dove c’era
il lutto
e dove c’era la lingua
delle canzoni d’amore
e c’è ancora lei
che si ricorda di me
e si disperde quest’anima
tra lutto e amore
un amore finito
l’amo ancora
ma non sono più innamorato
la lascerò libera
o forse non la amo più
non lo so più neanch’io
sa di nero
questa luce bianca
tra i corvini suoi capelli
e la perla della sua pelle
e la luce d’argento della luna
e delle stelle
dove rivedo lei
dove l’anima si infinita
ispirazione infinita
sa ancora di lei
l’anima mia
e si disperde
nella musica e nel canto
e nella bellezza
del ricordo di lei
dimenticare
non è possibile
sarebbe come uccidere
una parte di sé
si può solo cercare
di andare oltre
e la musica mi eleva
aldilà
come il canto
una luce bianca
è tutto ciò che rimane
una luce che sa di musica e canto
lei…

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Dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

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“Are you Kane?” “No, I don’t know… Are you Lena?”… annihilation… rivedere lei, rivedere me, alla fine del film, quel nome, Lena, così vicino a lei, Alina, la metamorfosi, la fine di una storia, la trasformazione di questi due anni senza di lei, averla rivista, e aver rivisto la trasformazione mutante e aliena di me stesso, e di lei, non si è più gli stessi, non siamo più come prima, annullamento dell’anima e di se stessi, trasformarsi, e nell’ultima scena vedere un me stesso che non cantava più neanche l’amore nella sua lingua, ma in quella di un’altra, di un alieno in me, le canzoni d’amore in albanese che anche a lei piacevano, quella lingua albanese che mi ha trasformato, in questi due anni senza di lei, annichilimento, metamorfosi, trasformazione… non pensavo che questo film potesse darmi così tanta ispirazione, la follia aliena, l’alieno allo specchio, la metamorfosi dell’anima, che senza di lei tutto era impazzito, come un’area aliena nella quale ero finito, solo per stravolgermi e trasformarmi, ultima scena che toccava l’apice e rivedevo lei, che per tutto il film non avevo rivisto, identificazione finale che annullava ogni cosa, come il titolo del film, viaggio dell’anima attraverso le immagini solo come i bei film che ti toccano sanno fare, il me stesso alieno che non è più me stesso, quella canzone albanese che partiva da sé… nje perqafim i ngrohte… un abbraccio caloroso che erano solo le nostre ultime parole dopo due anni, senza sfiorarsi, ma toccarsi con l’anima e sognare ancora, la musica la stessa, le parole le stesse, un mondo da condividere che non ho mai trovato con nessun’altra, e forse non troverò mai con nessun’altra, metamorfosi dell’anima, trasformazione, annichilimento… che non rimane più niente, solo l’immagine di lei e l’ultima scena, rivivo in me quei momenti, rinasce in me la voglia di altre lingue, quelle di lei, e altre, senza di lei, la rivoluzione dell’anima e la follia, il giro del mondo dell’anima e la fine del mondo, come la fine di un film che apre le porte all’infinito, all’ispirazione infinita… non sono più io, lei non è più lei, a mendove kur e vrave kete dashni,  e pensavo a quando ho ucciso questo amore, parlo e ascolto musica aliena, ascolto parole aliene, non quelle della mia lingua, unica lingua rimasta per esprimere l’anima su queste pagine, ma dentro di me infinite lingue passano, infinite voci, come una civiltà aliena nei tanti racconti di fantascienza che alla fine finiscono per trasformare e alienare il sopravvissuto terrestre, tipica metafora e parabola fantascientifica della trasformazione, che avviene a contatto con altri mondi, con altre persone, con lei, e l’immagine della figura extraterrestre umanoide era un me stesso che cercava di rimanere umano, ma alla fine doveva solo abbandonarsi a questa trasformazione avvenuta, per lei, con lei, e senza di lei… non c’è modo di descrivere questa metamorfosi, si fermano le parole, non hanno più spazio, non hanno più senso, anche le immagini e le ispirazioni di una volta si guardano solo al passato, come segni di passaggi di metamorfosi avvenuta, e il tempo si arresta su quelle immagini, su quei segni, su quei simboli, per fare fermare il tempo, per far fermare la storia, per porre fine ad un’apocalisse dell’anima senza tempo, dove rimane solo lei, la ragazza, Alina, come quei rabbini giovani ebrei, quegli imam, quegli esperti dell’anima mi mostravano me stesso, come una fase a specchio, della trasformazione in me, elevazione divina dell’anima dove ricompare solo una ragazza, Alina, e me stesso, stravolto, rifatto, trasformato, annichilito, fan’a, dicevano i sufi, estinzione dell’anima nella divinità, in lei, come ieri notte a guardare il cielo e vedere qualcosa che va oltre il simbolo dell’islam, la falce di luna sottile nel cielo blu, e una stella, il cielo sopra di me, alla fine del periodo di digiuno e ripentimento e purificazione, in una notte che sarebbe potuta essere una laylut al qadr, una notte del destino, quando al profeta dettavano le prime sure del corano, e invece incontravo lei, per qualche cabbala oscura dell’anima e del tempo… finisce il mondo, si trasforma l’anima, ritrovo lei solo per perderla e non dimenticarla più, tutte le metafore e le ispirazioni parlano di lei, alla fine della metamorfosi, della trasformazione, dei linguaggi alieni ed altri, che vivono ora e sono me stesso, sotto un’altra forma, in un altro mondo che finisce, per lei, ispirazione infinita, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, e ritrovo me stesso in questa spiritualità bahaì shiita e bektashi, come un cantante albanese orientale che canta l’amore che finisce, l’amore che trasforma, l’amore che rinasce, la salvezza dell’anima, l’amore per lei, la perdita di lei e il ricordo di tutto l’erotismo, una lei che mai non sarà nessun’altra, e si estingue l’anima, tra il cielo stellato ed una falce di luna, si estingue l’anima, fan’a, in una canzone, in una scena di un film, che porta il suo nome, Alina, e si estingue e rinasce l’anima, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

Rivedere lei, Alina, quando uscivo la notte, disturbato da fantasie erotiche dove compariva Leida, il desiderio… rivedere lei, e dirmi, in me: “Amore…”, al rivederla… fare giri, qua e là, le romenine dall’altra parte, nessuna voglia di fermarmi da loro, e decidere di rivedere lei, Alina, fermarmi… “Andiamo?”, “Sì…”, come va, come non va, che mi faceva piacere rivederla, e sentivo il cuore che batteva, l’amavo forse ancora? Lei che mi diceva che ogni tanto c’è ancora, non sempre, che ormai ha trovato lavoro come baby sitter, come badante, e ogni tanto, la notte, è lì… la sua bellezza, da ragazza slanciata da lunghi capelli neri corvini, il suo ovale di bellezza, i suoi occhi, la sua voce, l’amore… come va, come non va, parlare quasi esclusivamente in italiano, la lingua russa dimenticata, io che le parlavo di Stas e Larisa, l’altra coppia ucraina, io che le dicevo che loro parlano sempre in moldavo/romeno, anche lei, diceva, ma poi precisava, il russo non è che lo so un po’, diceva, lo so bene, l’ho studiato, diceva, e mi ricordavo tutte quelle parole di una volta, con lei, in russo… lei che si ricordava di me, se avevo trovato lavoro con le lingue, se avevo finito di studiare, si ricorda ancora, pensavo, non me l’aspettavo… lei che mi chiedeva se avevo anche studiato albanese, no, le dicevo, non in università, l’ho imparato un po’ con le canzoni, con i film, ma non lo parlo mai, l’albanese, come faceva a saperlo, a ricordarsi? Com’è possibile trovare una ragazza che mi chieda così delle lingue, che non dica niente perché studio l’albanese, che ascoltava la mia stessa musica, Akcent, dalla suoneria del cellulare? Come si può trovare una ragazza così, mi dicevo, dove trovarla, un’altra, un’altra così, che mi accetta per quello che sono? Fermarsi lì, al solito posto, e non fare niente, non aver voglia di niente, solo di parlare, lei e sua figlia di dieci anni, che adesso ha finito la scuola, che forse Alina vuole portare in Italia per farle fare una vacanza, io che le chiedevo quando si trovava il miliardario e lei che diceva che non è tanto il miliardario che fa la felicità, i soldi risolvono i problemi, diceva, ma non danno la felicità, e che difficile trovare un vero uomo adesso, diceva, tutti gli uomini sono diventati dei bastardi, diceva, ognuno che pensa per sé, che vuole le cose solo come vuole lui, e non ascolta gli altri, non ascolta lei, che difficile trovare un vero uomo, diceva… e lei che mi chiedeva quando mi sposavo io, e ridevo, scherzavo, tutti che me lo chiedono, dicevo, e io che non ho voglia neanche di trovare, io che le raccontavo in due parole di Marina, di Ana, di Alesia, quelle relazioni che non dicono niente, e non dicevano niente, nei pensieri, in sottofondo, sempre lei, me ne accorgevo, io che le dicevo che ero stato male, ero stato triste dopo aver perso lei, quando le dicevo che mi ero innamorato, ma non era più così, “Hai visto? Te lo dicevo che ti passava!”, e si ricordava anche questo, possibile che si ricordasse tutto di me, delle mie parole, delle mie passioni, delle mie lingue, della mia musica? Non ci credevo, era come parlare con un’amica che non vedevi da tempo, e non ci credevo più neanch’io… e le serie televisive, “The vampire diaries”, che anche lei aveva finito di guardare, “The originals”, che lei guarda ancora, Klaus che ha avuto un figlio con Keily, lei, Alina, che non si ricordava il nome, e in quell’attrice vedere lei, e in quell’attore vedere me, fantasie… io che le dicevo che avrei guardato “The originals”, in russo, in inglese, non lo so, non saprei, e non saprei neppure se guarderò quella serie televisiva, non è più come una volta, quando guardavo “The vampire diaries” e poi la notte andavo da lei per parlarne, per darci all’erotismo, non è più come allora, tantopiù che lei ora non c’è sempre, non c’è quasi mai, e il mio desiderio per lei non c’è più, glielo dicevo: “Da Alina non tornerò mai più”, “Cosa ti ho fatto?”,  mi diceva, “Niente”, è solo che ricordavo quelle notti, dove la vedevo salire con altri uomini, come una catena di montaggio, il male, il dolore, la sofferenza, come quella musica che suonava ieri notte: “Amor gitana”, dal suo cellulare, la suoneria di qualcun altro che la chiamava, quella frase che avevo letto chissà dove, che la specie umana vuole la fedeltà per assicurarsi la crescita della prole, lei, l’ucraina, Alina, che mi ricordava le tante ragazze che Costanzo si fa in Ucraina, turismo sessuale, io che non vedevo più Alina come un oggetto sessuale, io che mi dicevo ancora, quando la rivedevo: “Amore…”… ma forse amore non era, era solo un’amica, rivista dopo tanto tempo, con cui si scambiavano film e canzoni ed erotismo, in quegli anni burrascosi della mia vita, in università, circondato da ragazze, da Eugenia, da tante altre, e con un sogno d’amore e di erotismo che ancora aveva il suo nome: Alina… le fantasie erotiche per Leida che scomparivano, al rivedere Alina, lei che abita ancora qua attorno, nei pressi di Milano, come me, un po’ più in là, quella mezz’oretta a parlare che bastava per rendersi conto che, a parte la musica, le serie televisive, l’interesse per le lingue, non c’era niente, ci si sarebbe annoiati a parlare assieme un pomeriggio intero, così come mi annoiavo con Marina quando la vedevo, così come mi annoiavo con Olimpia, e bastava solo rivedere la sua bellezza, la bellezza di Alina, una bellezza non da strada, ma qualcosa di più, per rendermi conto che tutto era finito, e dentro di me risuonavano ancora canzoni, tutto l’amore per lei di una volta, e il fatto che ora si è solo amici, che sia che lei eravamo contenti di rivederci, come dicevamo, dopo tanto tempo, come due amici… e ci si salutava così, con quelle parole, con io che le dicevo che ultimamente ascoltavo “Laskovij Maj”, non so se li conosceva, dicevo, come non li conosco? Certo che li conosco! Diceva, belyie rozy, beliye rozy, e si metteva a canticchiare, la sua voce, la sua vera voce, la voce vera di una ragazza che mi parlava in russo, non con la voce odiosa di Marina, era la sua voce, la voce di lei, di Alina, e poi “Sedaya noch”, e poi “Tayushij sneg”, canzoni malinconiche, tristi, vecchie, diceva lei, sì, anni ’80, anni ’90, dicevo io, canzoni che ti farebbero morire di overdose di eroina, ogni volta che le ascolti, e dietro tutto questo, ancora lei, Alina… ci vorrebbe la musica adesso, le dicevo, ma non metto la radio in macchina senò si scarica la batteria, il silenzio, le parole che non c’erano più, la musica in me che partiva, lei e il suo salutarmi, in russo, ci vediamo, è stato un piacere rivedersi, guardarla negli occhi e vedere la luce della notte, delle stelle, della luna, la sua bellezza, Alina, scomparire… e la notte sarebbe stata stanca, disperata, malinconica, e piena di niente, la musica che non volevo ascoltare, rivedere lei e non farsi storie, solo rendersi conto di quanto si ricordava di me, dei miei gusti musicali, delle mie passioni, di me, in parole povere, che mi accettava per quello che sono, così come io accettavo lei, con gli stessi gusti musicali, ricordare la sua voce, il suo sguardo, le sue parole, e ripensare, ripensare a quando la rivedevo, e mi dicevo: “Amore…” guardandola… e la notte mi avrebbe avvolto, avvolto nel suo niente, nel suo blu, nel suo argento, in quei brillanti che erano gli occhi di lei, in quella voce angelica che era la sua, in quella bellezza d’amore perduto, mentre le nostre strade ormai sono divise, e non si incrocebbero più, amore rubato alla notte dove le sue parole alla ricerca d’amore ancora dicevano che è difficile trovare un vero uomo, alla ricerca d’amore, io che le chiedevo del miliardario, lei che mi chiedeva quando mi sposavo, siamo ancora giovani! Scherzavamo sullo stesso vecchio scherzo, che in Russia a vent’anni se non ti sposi sei già vecchio, in Italia a 70 anni sei ancora giovane, e si scherzava, e lei che diceva che preferisce pensarla all’italiana, siamo ancora giovani… eppure le strade si dividono, la musica suonava, i miei film preferiti, il ricordo di lei e un senso d’amicizia che si disperdeva nella notte, nel blu, nell’argento, delle stelle, dei suoi occhi, del suo sguardo, della sua voce, e non rimaneva più niente, se non la notte che avvolgeva tutto, e lo sguardo e la voce e la bellezza di lei, Alina, persa e mai avuta per sempre, ragazza di passaggio, e la notte avvolge ancora tutto, in me, il buio, il blu, l’argento, le stelle e la luna, lei, e la musica, e la bellezza, e ancora lei, fino a dissolversi in un niente, Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

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Nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

E tutte le cose parlano di lei, anche in sogno, dove tornava in uno scambio di parole in russo, lei a scuola, forse in università, un ambiente mai visto, dove c’era lei, Alina, che si defilava e andava via dopo avermi detto quelle parole nella sua dolce voce russa, e mi guardava negli occhi, e vedevo il suo volto, i suoi lunghi capelli neri, le sue mani raccolte davanti al petto, che mi guardava con occhi d’amore, ma doveva andare via, voleva la sua libertà, la sua scelta di vita, lei, la ragazza ucraina con una figlia laggiù, la sua vita, la mia vita, che l’inizio di tutto non è tanto Katia e quella follia di dieci anni fa, ma è proprio lei, Alina, quando decidevo di lasciarla per smettere di bere e andare da lei, e amarla, che come diceva quel profeta “se non ami non sei nessuno”, e senza di lei, senza il ricordo e l’amore per lei non sono niente, e posso anche star qui a invocare divinità, smetterla di bere, bere meno caffè, fare tutto per essere un uomo migliore, ma senza il ricordo d’amore per lei non sono niente, sono un uomo vuoto, un uomo che vive di fantasticherie, di fantasie, di esoterismi e pensieri magici e superstizioni, mentre invece questo sogno di lei svela tutta la verità che sta nell’amore e nell’erotismo, che guardare ieri video dove comparivano russe dalla bellezza infinita e dai lunghi capelli neri corvini come lei potevano solo far tornare nei sogni il ricordo di lei e di tutto l’erotismo di una volta, svegliandomi e dormendo pieno d’amore e di passione, una passione oscura, tra il nero e il blu della notte, delle stelle e della luna, come ai tempi di lei, e la musica albanese che ieri scorreva nelle mie vene era la stessa che lei ascoltava, Sinan Hoxha, lei diceva, e tutto lo sviamento di questi due o tre anni era solo dovuto a lei, alla sua passione per i “Diari dei vampiri” che mi trasmetteva, quando ancora la lingua russa era una lingua quasi sacra, grazie alla sua dolce e suadente voce, che ora la Russia non la disprezzo, non la rigetto, non la temo più, ma rivive in lei e in me ancora una volta, pieno d’amore e d’erotismo come una volta, e se lei c’è ancora e non c’è poco importa, perché tornare indietro, cercare l’amore là dove non c’è può solo far male, come quelle parole che le dicevo: “Innamorarsi di te…”… che posso provare ad andare avanti, cercare mille scappatoie, credere di aver amato qualcun’altra, di essermi appassionato, ma era solo sviamento, fantasia, perversione, stordimento, cercare in tutti i modi di dimenticarla, cancellare i social, cancellare il diario, cancellare lei con altre ragazze, con altre fedi, con altri talismani e amuleti, ma alla fine dei conti lei ritorna sempre, anche in questo venerdì mattina, dove le parole di preghiera inglese parlano solo dell’amore perduto, e del desiderio di ricongiungersi con l’amata, al di là di tutto il delirio durato anche troppo, quasi tre anni, che lo sconvolgimento di perdere lei, cambiare palazzo dei folli e sheykh, e tutto il resto era solo una variazione sul tema di averla persa, di averla amata, di aver deciso di lasciarla e di lasciare quella via dissoluta, e anche i ricordi di Eugenia non sono niente, al di là della sua bellezza da fotomodella un po’ povera, perché tutta la passione giaceva là, tutto l’amore, tutto l’erotismo, nel ricordo di lei, che ora tutto mi è chiaro, che non serve a niente farsi di mille caffè per stare svegli, per stare “in alto”, perché nel profondo lei è ancora tutto, al di là delle mie paure di quella depressione che per un anno o due quasi mi prendeva, solo perché lei non c’era più, e ci sarebbe voluta un po’ di vitalità di Leida per farmi riprendere, ma non ci posso far niente se nel profondo lei e solo lei era la ragazza che ho amato, in russo, in tutte le lingue del mondo che poi scaturivano dall’averla perduta, e se “l’asse del mondo si spostava” quando la rivedevo era perché qualcosa e più di qualcosa lei per me aveva significato, e lo ha ancora, quando tutti gli amuleti e le superstizioni perdono di significato, e rimane solo il ricordo d’amore per lei, che né Leida né Ana possono sostituire e mi sveglio con questo spirito vampiresco, ancora una volta, ricordando il profondore dell’amore, della passione e dell’erotismo, anche nei sogni, dove compare lei, l’inizio di tutto, l’inizio di tutte queste pagine, nate dopo l’averla rivista, dopo che l’asse del mondo si spostava, e non c’è storia, vana immaginazione, elucubrazioni e teorie strane che mi possono salvare, perché davvero, come diceva quel profeta, “se non ami non sei nessuno”, e recupero me stesso, ricordo me stesso, sogno di lei, so chi sono, ora, l’uomo che l’ha amata, che si era innamorato, che soffriva e godeva e sperava e voleva vivere agli estremi, estremi ora raggiunti, sperimentati, provati, al limite della follia, e se rimangono questi amuleti da magia bianca attorno a me è per scacciare gli spiriti maligni come vampiri che potrebbero assalirmi di nuovo, se di nuovo cominciassi a pensare e desiderare solo lei, lei andata, perduta, ma non dimenticata, non rimossa dai miei abissi e dalle mie profondità, lei e il suo volto, la sua bellezza, la sua voce, la sua lingua, che peggio di tutto era pensare di ritrovarla in Marina, dalla voce non suadente, dalla bellezza non sopraffina, dalla banalità e normalità e ogni cosa senza passione, esperimento impazzito di sovrascrivere i ricordi e i sentimenti, hybris della ragione e dell’anima che pensava di rinascere con lei, di stordirsi con Leida, di ringiovanire con Ana, tutte variazioni sul tema per dimenticare lei, se ti dimentico, se ti dimentico, Alina… se ti dimentico, Alina, sono perduto, e solo nel sogno si doveva rivelare questa verità, la verità che mi fonda, dove tutte le religioserie smettono quasi di aver senso, se non fosse per la luce che mi deve guidare fuori dalle tenebre dei ricordi e dei sogni per lei, Alina, andare avanti senza più stordirsi, e non dimenticare mai lei, perché se non si ama si è perduti, è questo il fondamento di tutto, il resto è orpello, guide di condotta, niente di più, ma la base, il fondamento, l’amore per lei è ancora tutto, Alina… e con questa rivelazione mi sveglio, rinfrancato da una notte che stava impazzendo di nuovo, e solo il sogno e il ricordo e la passione e l’erotismo e l’amore potevano risvegliare il vero me stesso, nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

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E l’immagine di lei confonde favola, realtà, fantasia…

Tsk! Ivanka Trump… God bless America… e scoprivo così l’America,  con quelle parole del vecchietto altotesino amico di mio padre quando diceva “God bless America, dillo come lo dice Trump!”, e “Ivanka Trump”, la bionda, che mi ricordava Amalia, che mi ricordava Manuela, che vedevo nella stupida barista bionda del ristorante, con il tatuaggio sulla caviglia del Tao… classi popolari… filosofia antica cinese per il popolo, e chissà quali discorsi stupidi potrebbero saltare fuori se mai ci parlassi con quella… Ivanka Trump, sposata con un ebreo, Ivanka Trump, che vi vedevo Amalia, la russa, che ai tempi credevo figlia dello zar, Amalia, che nella follia per Manuela rivedevo lei… la ragazza… la ragazza che fa impazzire, con queste idee da mezzo folle che si inventa storie che non esistono, le altezze della storia e della politica internazionale che si riflettono su una che batteva la strada, una cassiera, e una barista… l’assurdità delle fantasie d’amore, la follia pura che indica però la strada: trovare moglie, o più semplicemente trovare una ragazza che ti faccia sognare come fanno sognare le immagini archetipe di una figlia dello zar, di una figlia di un presidente statunitense, assurdità di cui mi accorgo, che rimandano però al mondo della cultura, là dove cultura e follia d’amore si incontrano… e poi siamo qui, in questa periferia, io, in questa casa dipinta di bianco, in questa villetta, che dentro di me ho sempre chiamato la casa bianca, e ci sarebbero già elementi da farmi finire diretto in manicomio, se solo non mi accorgessi della follia d’amore… sì, perché in effetti basterebbe parlare un po’ con quella barista, come sarebbe bastato parlare con Manuela, come sarebbe bastato parlare con Amalia, per rendersi conto del divario tra fantasia e realtà, tra aspettative e vita vera e reale, tra queste fantasie di una follia passata e la realtà quotidiana di tutti i giorni… un lavoro umile, da niente, quello di tutti noi, quando si va al ristorante ad un pranzo di lavoro, e quelle delle servette, poco più che servette, le ragazze che fanno il marciapiede, la cameriera/barista, la cassiera, tutte figlie di un’economia di mercato che ha bisogno anche lei di lavori così, per fare andare avanti il sistema, e l’assurdità di vedere queste figure di tutti i giorni che si mischiano con la storia e la politica, tra politica, economia, storia ed erotismo… la follia dell’amore… e so che quando gli estremi si toccano si raggiunge il ridicolo, o il manicomio… che ho scoperto l’America così, nella visione di queste ragazze, nel sogno d’amore, in qualche parola detta in inglese, ascoltata in inglese alla Deutsche Welle in inglese, tra notizie internazionali e quotidiani tedeschi sulla politica, psicoterapia delle notizie tra molestatori sessuali e presidenti schizofrenici che annullano e poi riconfermano incontri di stato, figlie di presidenti che lavorano, sposate con qualche ebreo miliardario, e Israele e tutte le religioni del mondo, tra messia laicizzati di chi si occupa di diritti umani e cause umanitarie, templi che rimandano a infinite culture e ad altri messia più religiosi, rimandi ad un Iran inesistente, a qualche impero ottomano perduto, a qualche Zarathustra che ti ordina di dire, da oggi in poi: “Yes, I can!”… e altri messia che non possono niente e che però ti ricongiungono con il resto del mondo, uno tra tanti, io, in questa civiltà democratica dove uno è nessuno, è tutti, è centomila, e alla fine è anche un po’ se stesso… la singolarità nel marasma generale, cosa mi distingue dagli altri? Chi sono io? Perché proprio io? Perché proprio lei? E non vedermi in niente, in nessuno, uno tra tanti, uno che a fine giornata si mette a fare jogging come tanti altri per stare un po’ in forma, con le immagini di Men’s Health in testa, o le figure che popolavano la televisione a pranzo di quei calciatori super sportivi, e altri messia che invece si disperdono in visioni oniriche di una spossatezza che sa di litania coranica, una via di mezzo tra il sonno e la veglia, un dormire e sognare ad occhi aperti, di imperi ottomani dove la stanchezza e il torpore erano pane quotidiano, dove si fuma appunto come turchi, magari seduti al tavolino di un bar, tra gente che commenta le sue avventure erotiche e ti salva di più di mille esperti, con quel suo: “Una di più, una di meno, cosa cambia? E pensare che gliel’avevo presentata io a quel mio amico!”, “Si è autodistrutto”, “Io di giorno non torno a casa, che anche mia moglie lavora, cosa torno a casa a fare?”, la via tra il ristorante e il bar, tra le officine di lavoro, e quel computer che apre le porte dei mondi in tutte le lingue, l’assurdità del locale e del globale, il divario, il microcosmo che si confonde con il macrocosmo… e non sapere che fare in questa fine di giornata se non sognare e sognare una ragazza che non c’è, che abbia le vaghe apparenze di Ivanka Trump, Amalia, Manuela, la barista cameriera del bar, e poi nessuna, una, centomila… che te ne fai di una serata così, dove non sai neanche più se sia vigilia di shabbat, jalal, o semplicemente venerdì sera, quando le donne di strada fanno più soldi di tutta la settimana, a loro dire, e non hai voglia di vedere gli amici, di sentire nessuno, ma solo di sdraiarti sul letto, sognare, rilassarti dopo una settimana di lavoro, più stressante che faticosa, e già ti immagini il giorno dopo tra la biblioteca e l’altra pizzeria dei turchi, immerso nei tuoi sogni e nei tuoi libri, per staccare da quegli ambienti, dalle solite facce, dai soliti discorsi, e come è giusto ogni volta della giornata ti rimane solo la visione della giusta cameriera, una volta era Noemi, una volta era la romena, un’altra volta è questa Ivanka Trump rediviva che ti colora la giornata e fa parlare messia inascoltati, tra Zarathustriane memorie che ti ordinano di ripetere sempre: “Yes, I can!”, di non abbatterti, che ti ricordano quel maestro di karatè musulmano zingaro della tua adolescenza che ripeteva sempre: “Non si dice ‘non riesco’!”, e altri messia che si disperdono tra schermi televisivi, libri e immagini e icone, e buddha, madhi, e forse nessuno tra i tanti messianesimi secolarizzati e laicizzati che ti chiedi ancora cosa te ne fai della religione, se non per dire che alla fine: “Va bene così, sono vivo, respiro ancora, ho ancora tutta la vita davanti, e si sta bene insieme agli altri, e va già bene così…”, per poi concludere forse con quella frase del cameriere: “Cosa vuoi di più dalla vita? Un Amaro Lucano?”… la persuasione degli schermi mediatici e il mondo delle apparenze che si sovrappone alla realtà… e non sai che fartene della sera, troppo bella e stanca per sapere di musica, di litanie coraniche, di perle di saggezza dei libri, di stronzate con gli amici, di sogni di ragazze che sono tutte, nessuna, centomila, di mondi virtuali e immaginari che si confondo con la realtà, solo per poi alla fine accorgerti che non rimane niente, se non l’illusione e la fantasia, la fantasia che ritorna a significare come quei versi del poeta: bisogna romanticizzare il mondo, farlo diventare favola, mentre ti ripeti forse come quell’altro filosofo: “Quando il mondo vero diventa favola…”… e non ti ritrovi più, tra realtà e fantasia, e ti disperdi, nel mondo dei sogni, e scopri l’America là dove pensavi non l’avresti mai scoperta, e l’immagine di lei confonde favola, realtà, fantasia…

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E l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Impossibile da scrivere, le lacrime e il sangue, visione finale, di compiutezza di chi era dimenticata, Leida… ritornava tutto, in quelle lacrime, in quel sangue redentore di una crocifissione che diventava una canzone, una musica, un canto, il ricordo di lei, tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, e invece tornava, nei ricordi… non c’era modo di smettere di sentire lo spirito là dove pensavo fosse ormai perduto, e quel simbolo a lungo detestato, scacciato, che si voleva estirpare, tornava con forza, come l’unico simbolo religioso rimasto, l’aquila albanese… mia crocifissione e resurrezione personale, là dove non si capisce più niente, là dove c’era la chiesa cattolica, l’ateismo, la chiesa ortodossa, l’islam, là dove c’era lei, Leida, la senza religione, al di là della religione, in quel chiedersi cos’era lei, ed era solo amore… tornavo a casa da quella chiesa solo per vedere i miei in giardino, e mi sembrava ancora di essere là, in quegli istanti, in quei giorni al mare in Albania, dove la bandiera con l’aquila svettava in ogni dove, e mi sembrava di vedere loro due, dopo la storia mia con Xhuliana, dopo la morte della nonna, i miei genitori, ancora vivi, anziani, e il ricordo di una loro foto sui monti in Grecia mi ritornava, ancora vicini, nonostante i loro continui litigi, le discordie, ancora assieme, mentre io non ho più né Xhuliana, né Leida, né Alina, e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue… non serviva a niente bersi un altro caffè al bar, quello degli anonimi, né quello, né quell’altro bar, un bar di nessuno, un bar di niente, un bar del silenzio, un bar anonimo, un bar dell’assenza… non serviva a niente bersi quel caffè, lo spirito sprofondava di nuovo nelle lacrime e ricordavo la serata prima alla vicina pizzeria dei turchi, quando incrociavo un albanese, ti je mir?, va bene?, diceva, pascià!, all’amico suo turco, l’oriente, le canzoni turceasche, le cantilene coraniche, la musica albanese, stai bene? Come va? Shum mir, molto bene, diceva un altro albanese il giorno prima, davanti al bar dei cinesi e dei romeni, e tutto ritornava in questa spritualità linguistica nel ricordo del sangue di lei, Leida, lacrime e sangue, e parole di una lingua non mia, che si elevava nei cieli, e si disperdeva nell’etere… tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, rimuovendola, solo per tornare così, dal profondo dell’anima, una voragine, le lacrime e il sangue e l’aquila che porta su di sé tutti i mali e il bene del mondo, e ogni cosa che si fa per amore va al di là del bene e del male… ricordare ieri sera in pizzeria a vedere il matrimonio di Harry e Meghan, lustro di chi in chiesa non va per espiare, ma per sancire l’amore, Harry, la mia età, il matrimonio, l’amore, e perdersi in quell’ambiente, così lontano dai fasti reali, una pizzeria di periferia, tra i turchi e gli albanesi, a chiedere a mio padre al telefono se voleva che gli portassi una pizza, anche a mia madre, la pietà famigliare dopo una giornata passata a Paolo Sarpi con quell’amico per comprare il regalo all’altro amico, una bottiglia di whiskey giapponese, e l’ambiente estraneo, e gli sconosciuti, e le sconosciute, un senso di anonimità e insignificanza, un nessuno tra i tanti, dopo che il giorno di ieri era fatto di musica satanica e apparizioni di vecchie stelle al contrario, tra le corna di una divinità degli inferi, musica di una volta, il nero dell’anima, l’inabissarsi negli inferi, solo per risalire un attimo andando in biblioteca a prendere quei libri sulla Russia, sulla Cina, e scambiare due parole e dei sorrisi con i bibliotecari, Marco e Michela, sulle avventure di altri scrittori che avevano ospitato lì, personaggi particolari, simpatici, e la voglia di vivere e di andare incontro alla gente c’era ancora, dopo l’abisso e gli inferi, c’era ancora vita, che si rimanifestava in quella canzone albanese che canticchiavo, dopo il sorriso di lei, di Michela, a salutarsi per il fine settimana, c’era ancora vita, non c’era solo il nero dell’anima, l’abisso, la stella al contrario, le corna di una divinità degli inferi, la musica del metallo nero, c’era ancora vita… e la giornata di ieri sarebbe stata così, mai avrei potuto immaginare di rinascere tra lacrime e sangue quest’oggi, ricordando lei, Leida, tre anni andati via, Ana che non può darmi quello che mi dava lei, Alina che ormai c’è e non c’è, e non può ritornare come una volta, anche se si sposta l’asse terrestre dell’anima ogni volta che la vedo, e le lacrime e il sangue erano catartiche, purificatrici, mi facevano rinascere dalle ceneri di un oltretomba nero dalla musica di metallo e sotto il segno di una stella suicida, e non c’era bisogno di libri da cieli neri di paesaggi nordici, thriller norvegesi, il diavolo, certamente, di altri scrittori, ricordavo solo le pagine sulla Russia dell’altro giorno, il messianismo russo, tra comunismo e ortodossia, vecchie parole universitarie che finalmente non mi spaventavano più e non rievocavano depressione, ma ispirazione infinita, di un’aquila, delle lacrime, del sangue, di lei, di Leida, di Alina, di Katia, e di ogni cosa… ho ancora altri libri che rievochino ora quegli anni universitari passati a sognare una Russia che non c’è, che forse c’è solo sui libri e nell’anima, e la storia ancora ritorna, per finire nell’infinito, nel ricordo di lei, e dello spirito ritrovato tra lacrime e sangue, ed ogni cosa diventa ora sacra, purificata, linda, nel ricordo di lei… e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

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Nel cantilenare dell’anima…

E un altro sabato è passato, è quasi sera e la giornata stava per impazzire di nuovo, per colpa di Manuela, che mi manda in tilt, per quel sonno dopo pranzo che era meglio se non c’era, quelle parole di chi lavora anche il sabato, e quelle mura domestiche che mi soffocavano… e niente serviva andare in biblioteca, solo per tornare a casa, e poi dormire e poi svegliarsi con la mente sempre più confusa, provavo ad andare al parco, ma non bastava, non bastava nemmeno raccogliersi e invocare tutti gli dèi e i santi, stavo impazzendo… che mi drogavo di 5 mg di quella droga e mi stendevo sul letto, attendendo che quella droga facesse effetto… avrei dovuto davvero starmene fuori di casa, dalla mattina alla sera, il pomeriggio in biblioteca, senza incontrare le solite facce, le solite voci, ma ormai è andata così, per questo sabato… solo quando la droga faceva effetto mi riprendevo e tornavo in biblioteca, a leggere “Norwegia Wood”, e solo così mi calmavo, quasi da addormentarsi, sedato… non bastava un caffè, la gente attorno a me, le parole eccitanti del libro, ormai avevo preso la sensazione di languore e stanchezza che mi faceva sentire come un pascià… e leggevo un paio d’ore, solo per farmi venire la voglia di una pizza dai turchi, e andavo in pizzeria… non c’era nessuno, solo due marocchini, tunisini, non so, mi facevano sedere vicino a loro e non mi importava, dalle casse usciva qualche litania islamica, e rilassava ancora di più… immaginavo Abdul Bahà vestito di bianco, come l’imam nascosto che veniva a darmi le benedizioni, e il canto islamico rievocava preghiere e sure del corano, e trovavo la mia pace, nel desiderio lontano di una Manuela che non c’è… me ne stavo lì, mangiavo la mia pizza, guardavo i turchi mentre pulivano il locale, a quell’ora dove c’è poca gente, e mi sembrava di essere in Turchia, in un libro di Orhan Pamuk, lontano da tutto e da tutti, e mai più mi sarebbe venuta voglia di tornare a casa, di leggere ancora Murakami, e mi godevo solo quelle visioni dell’imam nascosto Abdul Bahà che mi aveva consigliato di prendere quella medicina, di non distruggermi, di star calmo che tutto si risolve, e mi godevo quel languore, quella visione, quella pace, quel modo di sentire che mi sembrava di essere un pascià… me ne andavo senza salutare, e mi dicevo che i prossimi sabati mai starò di nuovo a casa, con quel trambusto, quella gente che non ti dà pace, e mi promettevo di stare più attento a caffè, all’alcol, alla droga, e fare mille cose, ed essere frenetico e non fare le cose con calma e, sedato delle mie visioni e di quella droga, decidevo di bermi un altro caffè al bar lì di fianco, e comprarmi le sigarette… prendevo e poi mi fermavo ad un parchetto lì vicino, dove ora scrivo, un parchetto dove non c’è proprio nessuno, c’è solo il silenzio che tanto desideravo, e niente e nessuno che rompa le scatole, neanche la mia stessa voce che a volte diventa insopportabile… e mi rivedo in quella pizzeria, vestito di nero,  con la cantilena islamica che mi appacificava e il mio perdermi nell’infinito, nel desiderio lontano di Manuela, e dimenticato tutti, tutto e tutte e non avevo più bisogno di niente… se solo esistesse un’abitazione tutta mia, dove non sentire i miei, gli altri, i rumori della televisione, i soliti discorsi, quelle mura che a volte danno la claustrofobia, quel fracasso in me di voci, a stare a contatto con quella gente, quegli spazi, non avrei neanche bisogno di 5 mg di droga, e stasera non tentennerei a tornare a casa… ma è così, mi devo abituare, fin quando non sarà il momento, e potrò vivere lo stesso, tra visioni di imam nascosti, desideri lontani di Manuela, nel cantilenare dell’anima…

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Un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… 

E ci mancava di rivedere Manuela, al Carrefour, passare lì come sempre, nella solita corsia dove di solito sta Lieta a mettere a posto la roba, non riconoscerla subito, notare solo quei capelli biondi, più lunghi del solito, il suo vestito da lavoratrice, lei, china a mettere a posto la roba, di schiena, che mi chiedevo chi fosse, se fosse Lieta che aveva cambiato pettinatura e colore o chi, o un’altra, chissà… passare lì di fianco e vederla, vedere lei, Manuela, che non mi diceva niente, il silenzio, il silenzio che era meglio di ogni cosa, non osare salutarla, dopo le figure assurde che facevo con lei, e tutte che, ancora una volta, mi passavano davanti, Leida, Marina, Ana, Elena la shqiptare, Alesia, e tutte… che le mie parole per Manuela erano false, in quel periodo che stavo impazzendo per Leida, e non c’era niente da dire, neanche salutarla e dirle: “Ma non lavori più in cassa? Sei qui ora? O in pescheria?”, lasciar perdere, il silenzio valeva più di ogni cosa, la mia perdizione dell’anno scorso, che tutti forse conoscono bene, ci siamo passati tutti, il delirio erotico, lo stordimento, la follia erotica, che l’unica cosa da fare è stendere un velo pietoso, e non dire più niente, far finta di niente, perché comunque è tutto passato… e il silenzio valeva più di mille parole, quel suo sguardo che per un attimo si incrociava con il mio, le parole che avrei voluto dirle, “Guarda, sono un casinista, ho fatto un casino della madonna”, ma chi sono io per lei per dirle queste cose, chi è lei per me? Non è la mia ragazza, lei è già fidanzata e convive, e tutto ciò che è Manuela per me è solo come un riflesso della coscienza, che si presenta sotto la sua apparenza, e non c’è molto da dirle, ci siamo passati tutti, probabilmente, e le cose vanno avanti così… che ripensavo a come mi svegliavo stamattina, mezzo stordito da questi giorni fatti di Final Fantasy, Evangelion, notizie in inglese, e quel libro di Murakami, e quell’altro di Krishnamurti, che mi sembravo sempre più stordito, tra tutti questi schermi, questi libri, che ieri sera dovevo darci un taglio, mettermi in silenzio, bere due bicchieri di vino nel buio della stanza, e non ascoltare più la musica che mi ha stordito in quest’ultimo anno, non dovevo più scimmiarmi per i videogiochi, per i cartoni animati, per i libri, e ricercavo solo una quiete oscura… e il risveglio, il risveglio dove non avrei potuto sapere che avrei rivisto Manuela, che mi avrebbe smosso l’anima, e non sapevo che andare in biblioteca a cercare di leggere faceva solo male, faceva partire solo maledizioni inutili contro la gente che sta in casa da me, a fare lavori, maledizioni contro il sabato, mentre l’unica cosa da fare è stare anche qui, nel mio territorio, e ignorare chi mi sta attorno, e la giornata potrà ancora essere fatta di Final Fantasy, Haruki Murakami, Krishnamurti ed Evangelion, senza star lì a farsi troppe menate, si è liberi lo stesso, “Non sia così severo, così critico con sé stesso, senò non vive più”, mi dicevano, e accolgo questo sabato come si accoglie qualsiasi altro giorno, senza estremismi, fondamentalismi, che non so da quando avevano fatto un nido in me, e posso vivere questa giornata come qualsiasi altra giornata, anche qui, senza l’idea della maledizione che impenderebbe su questo luogo, mentre tutto deriva da me, dalla mia mente, da me stesso, e anche il tempo è un costrutto, così come lo spazio, e la quiete in me e il benessere sono al di là del tempo, al di là dello spazio, e posso ancora restare nel mio territorio e dedicarmi a ciò che mi piace di più, senza farmi condizionare da inutili menate estremistiche e fondamentalistiche, che altrimenti, davvero, non si vive più… e allora potrà cominciare la giornata, nel ricordo di Manuela, che alla fine è solo una ragazza, e poco importa se mi compariva al Carrefour anche il giorno di San Valentino, lì come un simbolo di un amore che non c’è, una relazione che non c’è, lei a significare tutto quello che non c’era e non c’è con Leida, Ana, Alesia e le altre, una figura, un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… e non so se la rivedrò, quando la rivedrò, cosa cambierà, lei che è solo un simbolo, una ragazza che neanche conosco, lei che non mi conosce, e anch’io forse che non conosco me stesso, e lei, non so come, sta smuovendo la coscienza più di qualsiasi altra ragazza, forse insieme a quelle altre cassiere, testimoni dello “scandalo”, che con le loro parole più volte mi hanno anche aiutato, come chi sa quanto si può impazzire per l’erotismo e l’amore, e trovo la mia coscienza, per assurdo, in un supermercato, insieme a tante donne e ragazze italiane, e la vergogna e la salvezza camminano passo a passo, insieme al simbolo d’amore che non c’è, lei, Manuela… e per un attimo mi sembra di finire in un universo dantesco, dove lei è la mia Beatrice, dove lei è la mia vita nuova, dove, con la sua sola presenza, riesce a risvegliare quella sete d’amore che ormai pensavo rinsecchita per sempre nell’anima, morta, mentre qui ancora si ha ancora la speranza di trovare un amore che non c’è, e tutto mi pesa di meno, mi accetto così come sono, non pretendo più da me stesso, non mi pongo più ideali irraggiungibili, mi rendo conto di me stesso, dei miei limiti, delle mie forze, dei miei sbagli e dei miei accorgimenti, e sogno solo una ragazza che mi possa capire, accettare così come sono, e io accettare lei e cercare di costruire qualcosa assiem, come Manuela sta facendo con il suo fidanzato… e si torna così alla normalità, senza volerlo, e lei rimane il simbolo di qualcosa che va al di là, qualcosa che non c’è, ed è bene che sia solo un simbolo, e che non divendi un’amica, una ragazza, va bene così, lei, nella sua magia, come un simbolo di qualcosa che va al di là, Manuela…

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Quella cinesina…

Dieci anni dopo, passare per di là, la stessa via, gli stessi ricordi, per andare a pranzare, il giorno della festa dei lavoratori… ero ancora immerso nel ricordo dell’aquila rosso nera a due teste, l’ortodossia, il cattolicesimo, l’islam, l’ateismo, il comunismo, e la libertà, e non si capisce più niente… passare per di là, la via dove vedevo sempre Alina, per andare al ristorante, gira a destra, dicevo a mio padre, il mondo celato dentro di me, i ricordi, Alina, là, vicino a quel ristorante, quella romena di una sera di infiniti anni fa, e là, dove stava e sta Ana, dove stava Alesia… lasciar perdere… entrare, lo sapevo bene, in un ristorante cinese dalla cucina italiana, cinese, giapponese, come va di moda adesso… i miei conflitti tra ricordi e mondi simbolici, l’aquila che non stentava a scomparire, il volto del signore… parole con mio padre, mia madre, Stas e Larisa, anche loro a mangiare con noi, ed entrare nel ristorante cinese, le foto delle cinesine appese ai muri, altre decorazioni rétro, francesi, Champagne e altro, una marea di gente, tutta attempata, a festeggiare fuori in un ristorante la festa dei lavoratori, il parcheggiatore albanese che ci lasciavamo alle spalle dopo essere entrati al ristorante, sedersi e attendere, stando ben attento a sedermi lontano, da mio padre, da mia madre, da Stas, da Larisa, l’angolo isolato della tavolata, di fronte a me nessuno, io e i miei vestiti di nero, da monaco ortodosso, forse da emo, forse da semidepresso, o vicino alla depressione, o non si sa che cosa, i pensieri che viaggiavano al cartone animato giapponese guardato la mattina: Evangelion… l’Oriente… la cinesina che serviva ai tavoli, in mezzo a mille altri camerieri e cameriere, italiani, cinesi, sudamericane, di tutti i generi, i negretti in cucina, di tutte le razze, la cinesina… che la guardavo per un attimo, dopo che tutti quanti noi sceglievamo attentamente cosa ordinare, tutti che optavano per la cucina italiana, a base di pesce, io no, per una volta che esco voglio la cucina cinese, mi dicevo, anche quella taroccata dei ristoranti, lo so bene che i cinesi non mangiano così, e mi ricordavo di quelle infinite giorante con i miei amici cinesi da adolescente, le ore e le giornate alla play, le uscite a Paolo Sarpi, l’amicizia, una settimana da loro a Torino, a dormire in sei in una stanza, l’amicizia che c’era, l’ultima volta che gli avevo visti a Milano, al loro bar, la vita dei cinesi immigrati, e la vita di quella cinesina? E calava il silenzio in me… cominciavo già a sognare, sognare soltanto che venisse lei a chiederci l’ordine, un po’ come quando sognavo Noemi all’altro ristorante, ma questa volta era qualcosa di più… il volto della cinesina che mi ricordava la visione di qualche notte passata, sotto quella musica new age e il volto del Buddha che mi compariva, e il suo volto, il volto di quella cinesina, che per un attimo sembrava il volto di Guanyin, la dèa della misericordia, solo per poi ricordarmi che era una semplice cinesina, che fa la cameriera, che fa la sua vita, che portava quella maglietta nera con la scritta in inglese: “Give me love…”… ed era lei ad arrivare lì, a chiederci cosa ordinare, per primo mio padre, e poi subito io, la cucina cinese, che era evidente di chi e che cosa avevo un certo languore, un certo desiderio, due portate e un antipasto, la voce di lei, pulita, italiano perfetto, senza accento, sarà nata forse qui, avrà fatto le scuole qui, eppure fa la semplice cameriera, la mia voce che già cambiava al parlarle, il modo di parlare, monosillabico e un po’ cantato, come quando provavo a imparare il cinese, messaggi di mille fenici che conversano fra loro per cercare le parole al di là del mondo, il suo sguardo, impassibile, il sorriso accennato… e si aspettava… si aspettava… le portate che non arrivavano più, la cinesina che continuavo a volere e quel cinese che mi portava l’antipasto, e poi il primo, il secondo altri camerieri, e i discorsi dei miei, di Stas e Larisa, niente da dire, niente di che, parole e parole, e io seduto su quel tavolo a giocare con le idee di suicidio, che già solo il pensiero salva, a volte, e continuare a guardare la cinesina, senza guardarla, sognando qualcosa che andasse al di là di Alina, al di là di Ana, e scomparivano loro come scompariva l’aquila albanese in me, e rimaneva solo quel drago rosso disegnato su quel piatto, e un sogno, un’altra chimera, ancora più forte, viveva in me… la cinesina… che non so perché a fine pasto ordinavo della panna cotta, per caso capitava lì lei, la cinesina, proprio lei, e ricordavo quei giorni in Repubblica Ceca, forse l’ultima volta che avevo mangiato della panna cotta, nel 2012, e ricordavo Tereza, l’ebrea ceca, che mi diceva: “Say it again! Panna cotta! We Czech don’t speak like this! I can hear the accent…”… panna cotta, c’è?, chiedevo alla cinesina, panna cotta… sì… e segnava quella stupida portata là sul foglietto… e mi ero già perso, il rimosso della lingua cinese tornava in me, gli amici cinesi, quella compagna di classe dell’università, Sissi, la cinesina, Paolo e Valeria, i miei amici cinesi, le volte che chattavo su QQ con gli altri amici, frasi e discorsi di amici, e la vita di una cameriera ventenne cinesina che sognavo, che mi figuravo, così intima e da tutti i giorni che vedevo il mondo intero come una linea infinita orizzontale, con le elevazioni non della mistica, ma di un amore sognato che non trova più distanze e separazioni, e la sua vita mi sembrava palese, di quella cinesina, che non c’era niente da scoprire e tutto il mondo da scoprire allo stesso tempo, lei vuole qualcosa di più, mi dicevano, e sognavo una storia, là dove Alina e Ana scomparivano, dove dieci anni mi passavano davanti, e un gioco del suicidio che giocava a volerla rivedere ancora, quella cinesina… ci si alzava dal tavolo, per andare via, dopo i caffè, mi alzavo, e lei era lì, che passava, e mi passava di fianco, io, come immobile per non sfiorarla, per vederla andare via, è andata via, mi dicevo, non la rivedrò forse mai più, ma lei, che il suo ambiente conosce bene, era già alla fine della sala dall’altra parte, e le passavo ancora di fianco, pan nà, diceva, allo stesso stupido modo che avevo detto io, con quel parlare che non ne vuole più sapere della musica italiana, e l’anima si smuoveva… e partivo in un’altra dimensione… final fantasy, i cartoni animati giapponesi, le ragazze asiatiche, quella ragazza asiatica, non da centri massaggi, quella cinesina che, quando le passavo affianco, mi tornava la voglia di baciare una ragazza dopo tempo immemore, quel qualcosa di più che davvero si risvegliava, e si riversava su di lei… quella cinesina… che non avevo più voglia di far niente una volta tornato a casa, forse solo dormire, forse solo scrivere, ascoltare quella canzone di dieci anni fa, 求佛, chiedendo al buddha, non so che cosa, di rivederci, come dice quella canzone, sognare di chiederle il cellulare, o non so che, sognare ancora, quella cinesina, o non sognare più niente, Sissi e il suo post di Facebook su Final Fantasy, i pomeriggi sognati passati a parlare, a conoscersi, a condividere la vita, quel qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e quella canzone, che avrei buttato via in nome di una forte tazzina di caffè, e tutte le altre che mi passavano davanti, e nessuna e tutte, e un qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e l’aquila che scompariva, ed Evangelion, e Final Fantasy, e ogni altra lingua, e solo un canto dell’anima orientale si risvegliava, il suicidio dell’anima che era qualcosa di più, la mistica cinese, tra numeri e sillabe, il delirio d’innamoramento, quella cinesina…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Lei, la musica e l’infinito…

Musica turceasca… il suo sguardo… io che la desideravo, lei che mi diceva che mi dovevo sposare, è vero, forse sbuffavo, come tutti gli italiani quando queste straniere e questi stranieri ti chiedono quando ti sposi, quando ti dicono che ti devi sposare… sposare… forse no… semplicemente trovare, trovare la ragazza giusta, è difficile, le dicevo, lo so, è difficile, diceva lei, e si guardava il vuoto davanti a noi, o forse ci si guardava solo con la paura di guardarsi, per non innamorarsi… il suo sguardo, la sua voce, che la notte e le stelle e la luna chiamavano lei, dopo che mi raccoglievo, per perdere le visioni del giorno, le parole altrui del giorno, le loro apparenze fenomeniche che si erano stagliate nella mia coscienza, andare oltre… andare oltre e trovare il vuoto, il nulla, l’assenza di immagini e la luce e la mia voce… non voglio computer, non voglio, celluare, musica, televisione, non voglio più niente, le dicevo, che bello, diceva, e ci si guardava, lei e i suoi capelli rossi, quasi viola, il suo volto di cui scorgevo i tratti, un’altra volta, lei che non era più Inna, lei che non era più Elvisa, lei che era solo lei, Ana… le sue labbra e il suo mettersi il rossetto, come un rossetto abbandonato in mezzo alla strada, le sue labbra… ero lì, non a pensare, ero lì a non volere più niente, neanche i discorsi con gli amici che ti dicevano cose senza senso, neanche i consigli di quelli sul lavoro, neanche le immagini andate in tilt di collegamenti che non esistevano, collegamenti in tilt dell’anima sempre pronti a impazzire… e la notte, e il giorno passare di lì solo per andare a un ristorante in mezzo alla via, i soliti cinesi che ti servono con indifferenza, quelle immagini al muro di cinesine, con lo sfondo bianco, candido, un’icona appesa al muro, e qualche ideogramma di “Diecimila cose e il senso della vittoria”, oppure, meglio: 万事胜意 may everything be better than you wish; all the best 萬事勝意, tutto il meglio di questa vita… “Che vita di merda”, diceva lei, invece, davvero, ci pensavo oggi, dicevo io, che vita di merda, la via non può fare così schifo, il lavoro, i soliti discorsi di politica, di lavoro, i soliti amici e i soliti discorsi, dicevo, e pensavo, niente che ti elevi, niente che vada oltre, quando l’oltre era davanti a me, era solo lei… “Volevo andare in Romania”, dicevo, “E vai…”, diceva lei, “Sei stato?”, “Sì, sono stato una vita fa, ’99, 2000, non mi ricordo, Iasi, con mio padre e un suo amico che poi si doveva sposare una romena, poi hanno divorziato… ma voglio tornare, non so, non a maggio, forse quest’estate…”, “Anch’io voglio andare quest’estate…”… e la fantasia… la fantasia… “Ascolti ancora quella musica?” “Sì, ogni tanto…”, diceva lei, la musica, che poi ci perdevamo davanti alla musica, con il suo cellulare su YouTube, la sua musica, i suoi cantanti preferiti, i suoi video che diceva che tutti stanno guardando, video stupidi, lei che rispondeva a sua sorella, la richiamava dopo, diceva, e la musica, cosa ascolto io, musica albanese, no, diceva lei, albanese no, neanche musica turceasca, internazionale, rap italiano, inglese, e via, musica su musica… che capitava quel video di quella canzone, “Mi ghenà”, canzone israeliana, remake di Super Sako, lei diceva che le piaceva, l’originale, di Maitre Gims, e su quel suo cantare “mi ghenà ghenà ghenà…”, e quel mio intonare “mi ghenà ghenà ghenà…” con quel nostro stupido intonare si dischiudeva l’infinito, l’infinito… musica isrealiana, che tutta la divinità si liberava e mi portavo la mano sugli occhi, come in preghiera, e l’infinito, l’infinito, lei e la musica… e lei e la lingua inglese, che diceva quando era stata in Spagna alcuni non sapevano, e li mandava a quel paese, lei che chiedeva informazioni, lei che diceva che l’inglese l’aveva studiato un po’ a scuola, e basta, quel giusto che basta per farsi capire e capire, e la musica inglese, e lei, e l’infinito e la musica… che non c’era fine a quella serata, cosa fai adesso? Vai in giro?, mi diceva, non lo so, dormirò in macchina, le dicevo, perché?, mi diceva, ascolta la musica, a me mi rilassa, stai a casa e ascolta la musica… la musica, e le sue parole, e perdersi nell’infinito… ritornare indietro, indovina cosa farò adesso, quale canzone ascolterò per prima? Non lo so, diceva, maitre gim, no? E sorrideva, e rideva, in una notte così, dove diceva che era arrivata tardi, e che non si sa mai, bacio, le dicevo, un semplice bacio, la buona serata che ci si augurava, e disperdermi…

La notte, la musica, il sonno, il mondo di visioni, sognare di suonare il piano, di fare musica, non so per chi, svegliarsi nel mezzo della notte, con la musica che andava ancora, all’infinito, e le cuffie gettate lì, e svegliarsi solo dal fresco, dal fresco primaverile, chiudere ogni cosa e tornare a dormire, a sognare, forse, dormire, nel ricordo di lei, nel suo incanto… e svegliarsi così, la mattina, ancora perso nel ricordo di lei, nella sua magia, girare di qua e di là, senza più bisogno di niente, di nessuno, neanche dei miei stessi pensieri, e c’era solo lei, solo lei, l’infinito e la musica… giornata lavorativa breve, poche cose, di questo venerdì, finire già nel primo pomeriggio, qualche tilt dell’anima di persone che non volevo sentire, e ritrovarsi solo in un salmodiare che richiamava ancora il canto, per liberarmi, e camminare, camminare altrove, fare un giro in paese per riconsegnare quei dvd, e ritornare indietro, e qualcuno su Instagram apriva una diretta, qualche adolescente albanese che metteva su della musica turca, musica turceasca… e ritornava lei, l’infinito e la musica… che camminavo ancora verso quel parchetto con la musica a tutto volume, senza curarmi minimamente di chi passava, perché lei, la musica e l’infinito riempivano l’anima e il mondo ed ogni cosa, ogni albero, ogni filo d’erba, ogni sorriso di quelle bambine che giocavano, e la voce di quella madre, e quegli altri adolescenti che passavano di lì, e gli anziani, e i padri di famiglia e la moglie e i figli, e ogni cosa andava verso l’infinito, verso il tempio, verso lei, sotto l’incanto di quella musica, musica turceasca che riempiva l’anima e la svuotava per lasciare spazio all’infinito e le parole si precedevano alle parole e le parole alle immagini dentro l’anima e non c’era più un singolo oggetto di pensiero perché tutto si dissolveva nel fluire delle note e del canto e della musica, e l’immaginavo forse con quelle parole mai dette, quegli sguardi accennati, tutto ciò che c’era e non c’è e ci sarà, e l’infinito mi prendeva, e la musica e il canto, e lei, lei, l’infinito e la musica… che non sapevo più quanto tempo passavo lì, un pomeriggio infinito, e andavo via solo per trovare l’ispirazione infinita, e dimenticare la mia follia, la mia follia che sa di una amore folle, là dove le parole non bastano più, dove si disperdono nel canto e nella musica, e le immagini e le parole si disperdono nell’infinito di una luce senza fine, dove compare lei, e rimane solo lei, la musica e l’infinito…