Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Un’aquila rosso nera…

Rudina che mi invita su Instagram, ci saranno foto da fare allora, forse, andando di qua, di là, magari al parco di Monza, in giro per Milano, una domenica, un sabato, magari fuori da casa, come mi diceva il dottore, staccare, staccare, farmi i fatti miei, la situazione destabilizzante con i nuovi coinquilini, oggettivamente destabilizzante, la chiamata di Almalaurea che quasi mi mandava in mania di persecuzione, tra lavoro regolare o no, la libido che ultimamente si spegne un po’ per via di altri impegni, ed è normale che sia così, superare quei tremori in testa che sentivo, attacchi d’ansia, con una ventina di gocce di valium, tutto questo sono io, alla fine dei conti, in un periodo un po’ così, destabilizzante oggettivamente, come diceva il dottore, e non sminuito come faceva Marina, o Dario, o altri, che poco possono capire… ritrovare me stesso in questo fine pomeriggio, riposando, non stressandomi troppo con troppe notizie, troppi libri, troppe pagine da scrivere, recuperare la voglia di scrivere così per così, per passare il tempo, per registrare liberamente le giornate, per confessarsi… quest’oggi che non ho lavorato, quest’oggi che forse l’idea di scappare, come diceva mia zia, l’idea di trovare altri mondi, con Maria Teresa, queste idee mi portavano fuori strada, quei suggerimenti sbagliati, e ogni volta ci casco sempre, nel caos di sempre, ma è finita, oggi la giornata è finita, la giornata lavorativa, gli impegni, i pensieri, sentirsi così libero la sera, rilassato, al caldo del condizionatore che spara aria calda, un letto su cui riposare, un giorno di malattia quasi, da star male, e la sera finalmente torno a stare bene, e che difficoltà, come diceva qualcuno, essere normali… dopo che ieri sera rivedevo Ana, rivedevo Alina, ma non mi fermavo da loro, mi perdevo solo in quei siti rosso neri ansiogeni di videoclip che è meglio se non guardo, quell’appendice nuova che è diventata il nuovo cellulare, e già una volta il dottore mi avvertiva delle appendici tecnologiche, quella volta era il tablet, e basta darsi delle semplici regole da seguire, seguire le spiegazioni oggettive di come sto, vedere il contesto, capire, e non farsi più sviare da modi di pensare impossibili da trasformare in pratica, riferiti a tempi e modi diversi di vivere, di stare al mondo, e insomma un periodo oggettivamente destabilizzante lo sto vivendo, e non si può negare, devo solo imparare ad adattarmi al nuovo periodo, tutto qui… e da domani si riprenderà forse a lavorare, chi lo sa, forse sarà meglio così che non stare qui a scervellarsi e a farsi troppe paranoie, e per due mesi potrò essere anche libero da CPS e CD, libero senza forzature, senza obblighi di alcun genere, libero, finalmente libero… e ritorna la veste grafica rosso nera che mi ricorda le belle foto di Rudina, di Aida, l’amicizia con Enkel, con Dorian, forse anche le ultime volte con Leida, ora che lei davvero non c’è più, e quanta libidine che c’era con lei, e quanta normalità in questa Albania che contiene tutte le fedi e nessuna, che sa di normalità e di amicizia, di gente comune, e di infinite cose, di libido, di piacere, di normalità, di bella musica, che il blu e il nero della depressione della notte con Alina non sta più in piedi, e neanche il blu e il nero delle notti con Ana, mi è bastato rivederle ieri sera per non provare più molto piacere, ma solo per sognare ancora un po’, adesso che sono qui a ripensarci, senza romanticizzare cose per niente romantiche, dopo il film del devasto di ieri sera: “On the road”, manifesto di un’epoca e di un periodo della vita dove ci si dà al devasto fino alla fine, ai piaceri smodati, alla disperazione, una lunga parabola, vissuta da tutti quelli che hanno vissuto veramente, una lunga parabola che porta poi al vuoto esistenziale, al vuoto del tutto, dove non si trova niente, e ci si calma allora, senza dimenticare i piaceri di una volta, la libidine, gli eccessi, la voglia di scrivere, raccontare, vivere, anche se poi ci si calma, come nell’ultima scena dove Sam si imborghesisce, sulla sua macchina, e guarda con distacco l’uomo tutto pulsionale, Dean, solo per dedicargli poi infinite pagine, tra chi vive veramente tutti gli eccessi e chi poi li razionalizza e ne fa materia di scrittura, questa la vita, dopo tutto, è così, che avrei ispirazioni infinite tra me, Nicolosi e Dorian, devastati da tutto, noi tre, tra amori, follie, droga, alcol, puttane, e poi ognuno si è trovato il suo modo di vivere alla fine, i più devastati di tutti, mezzi tipi da galera, Nicolosi in Irlanda, Dorian in Australia, io qui a cercare di mandare avanti il business, perché, a differenza di loro, ho ancora qualcosa da perdere, io che mi sento come il Sam imborghesito che guarda a distanza gli uomini tutti pulsioni, amici di una volta, Dorian e Nicolosi, e che mal si trova, al solo pensiero, con altri maniaci come Barresi, Fisichella e Costanzo, lasciamoli perdere quei degenerati, lasciamoli perdere e dedichiamoci al lavoro, allo studio, riassunti bene ancora dall’aquila rosso nera, “Work with your father!”, mi diceva Rudina, e quante pagine mi avrà visto sfogliare e leggere quell’aquila rosso nera, quante pagine da scrivere, che ogni volta è ispirazione infinita, che non posso lasciare mai, così come non posso lasciare, alla fine dei conti, un desiderio durato tre anni, come quello di Leida, non si può negare tutto questo, senza farne però nostalgia o malinconia… sta di fatto che Alina, anche al rivederla, non mi dà più nessun effetto, solo un desiderio lontano, ma che sa di volgarità, così come Ana, libido allontanata forse dalle loro lingue, dai loro paesi, che ora ho in casa, Ucraina e Romania che non sono più erotizzate come una volta, ma diventano vita normale, di tutti i giorni, e la libido,  il piacere, la voglia di vivere si sposta solo in Albania, là dove c’è la sorridente Rudina che mi parla in inglese, che mi invita su Instagram, che mi fa quasi venire la voglia di immagini, io che le immagini dentro di me le ho sempre odiate per un antichissimo pregiudizio dell’irrappresentabilità della divinità, una divinità tutta parole, tutta musica la mia, tutto ascolto e sentire, che le immagini cosa possono esprimere? Cosa possono comunicare? Come fermare a volte la valanga di immagini che mi colpisce? Come fa certa gente ad essere così convinta delle immagini, magari dei tatuaggi che si fa addosso? Qui le immagini a volte scorrono senza sosta, e non rimane mai niente, solo un point blank, la ricerca della libido e della positività, senza immagini, senza riflessi e distorsioni da immaginare, la mia fuga dall’arte del disegno e dei colori e delle immagini, solo per trovare le parole, e la musica, e il canto, fuga dalle immagini sigillate da quest’aquila rosso nera che ogni volta vuol dire infinite cose, ispirazione infinita… e va bene così, con il ricordo e le attenzioni di Rudina, il ricordo di Leida e di tutto il piacere con lei, la bellezza della musica albanese, la tranquillità che si trova nel rosso e nel nero dell’anima, e l’ispirazione infinita: un’aquila rosso nera…

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Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Traduzioni, Visioni

E lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

Haram

Veten time me nga ty se ndaj, nen lekure akoma t’maj
A thu kam faj?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Ref
Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don, dhe kur gabon…

Syte e mij me nuk shohin qart, se lotet m’i ke lan.
A kshu m’ke dasht?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don dhe kur gabon…

Proibito

Non riesco a separarmi da te, sotto la mia pelle ancora ti sento, e dici che è colpa mia? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

I miei occhi non riescono più a vedere chiaro, perché le lacrime me lo impediscono, è così che mi hai amata? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

 

Amore proibito, proibito, all’ascoltare questa canzone tutta la malinconia, il senso di perdita, e mi sento come una barca perduta nel mare senza di lei, senza Leida, nonostante tutto, che ora mi accorgo, mi accorgo finalmente di quanto mi ero legato a lei, nonostante tutto, nonostante una fosse una donna tutta inganni, che mi legava a sé, mi stregava, mi portava via… questa canzone che ascolto in giro, passeggiando, ora di qua e ora di là, con le tipe che mi guardano al sentire la musica uscire dal cellulare, un sogno d’amore ora che l’amore è perduto, che ogni volta mi vengono in mente le sue parole, non essere così chiuso in te, perché sei sempre così pensieroso? Sii più libero… che sono stufo di pensare e di scervellarmi, sono stufo anche di stare insieme a gente ottusa, solo per avere qualche soldo che ora non so più neanche come spendere, un lavoro che non va, il lavoro che lei diceva voleva cambiare, entro dicembre, e infatti lei ora là non c’è più… l’amore che non è solo sesso, e ora me ne rendo conto, sarebbe stato bello condividere con lei momenti, parole, se solo fosse stata la ragazza giusta, se solo lei non mi avesse portato via con la sua arte magica, da incantare chiunque, con le sue parole, con la sua seduzione… e ora rimango così, spogliato di tutto, anche dei sogni di altre ragazze, e non ne cercherò più per un po’, tutto quel delirio erotico di una volta, solo perché Leida non mi bastava mai, ci sarebbero volute ore e giorni e minuti, per sentirla mia, ma ora che non c’è più rimane questa malinconia delle canzoni, e un senso di liberazione dalle trame erotiche che mi stavano facendo impazzire… è finita forse l’epoca della mostruosità, e me ne accorgevo passando davanti a Manuela, quando apparivano tutte le ragazze dell’ultimo periodo, troppe, davvero, Leida, Marina, Ana, Isabela, Aleksia, la ragazza romena senza nome, che in quel delirio erotico non mi soddisfacevo mai abbastanza, ingordigia erotica senza fine, fino a trovare la sete acquietata, e la chiarezza dei pensieri e della visione, non più accecata dall’erotismo di Leida… mi rimane di lei la sua lingua, quella lingua che sto imparando non so neanch’io come, la malinconia e la tristezza, e la voglia forse ancora di buttarsi sempre di più nelle lettere, e farla finita con gente dalla visione corta e ottusa, sul lavoro, tra le amicizie, un po’ ovunque, e quasi dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, a fare chiarezza in me, a sfogarmi e cercare quella via che porta ad essere me stesso, tra libri e lingue e studi, che nessuno centro culturale né nessuna associazione di volontariato potrà mai far emergere… smettono anche di scorrere i pensieri di liberazione con Maria Teresa a cercare una via per liberarmi di me e di questo lavoro, per essere me stesso, la liberazione se avverrà avverrà solo in me, da me, senza bisogno di nessuno, quando io imparerò ad essere me stesso, ad accettarmi, ad accettare la fine di questa storia e forse di questo periodo, senza più alienarmi in dottrine e filosofie e ideologie altrui, quando non sarò più alienato dai mondi che leggo… vorrei davvero solo liberarmi, liberarmi e trovare me stesso, non essere più soffocato dal mondo, dal lavoro, dagli studi, da me stesso, dagli incontri con educatrici e dottori, liberarmi per due mesi e anche di più, in quel periodo che mi porterà al mio compleanno, dopo tre anni, senza di lei, senza Leida, due compleanni fa c’era lei, anche tre compleanni fa, il compleanno scorso c’era il sogno per Marina, che è stata una delusione, e dopo tre anni Leida non c’è e forse non ci sarà nessuna al mio trentatreesimo compleanno, forse ci saranno solo gli auguri sparsi di qualche amicizia virtuale, qualche augurio tra la gente che mi sta vicino, quella poca attorno a me e che si ricorda di me, ma sarà forse un compleanno spento, senza visioni religiose, senza fluttuazioni di senso, con la sola coscienza che Leida ora non c’è più… e non c’è più e per un po’ non ci sarà più nessuna come lei, forse solo casualmente, così chissà come, non mi importa più, attendo solo che il tempo faccia chiarezza, che tutti i nodi si risolvano, si dimentichino, si disfino, e andrà avanti tutto da sé, dopo quasi un anno di decompressione e compressione, sviamenti e deliri, che non mi fido neanche più delle parole che passano dentro di me, di quella della mia coscienza, non mi fido più delle parole e lascio a volte solo la musica e il canto coprire i pensieri, come una musicoterapia… e non mi fido neanche più a continuare questo post, queste pagine, lascio andare via i pensieri, non me ne curo più, solo il tempo mi guarirà, solo il tempo e la dimenticanza, e tutto andrà sempre meglio, di giorno in giorno, perdendo vizi e abitudini, pensieri automatici, stranezze, vivrò forse una vita normale, senza pensarci troppo, senza andare a cercare pensieri trascendentali, sulla storia, sul mondo, sul destino, è giunta l’ora di semplificare le cose, non scervellarsi più, e lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

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Nel velo di Maya, nella Grande Allucinazione di tutti i media…

Alienarsi con internet, di fronte al profilo perfetto, da vero postmoderno, di un ex collega di università, in Olanda, a lavorare per un’azienda chimica, sezione marketing e comunicazione, due master alle spalle, in Danimarca, in Olanda, lui che diceva voleva diventare giornalista, perdersi nel mondo dei media, dei social, fare comunicazione digitale, il sogno di tutti noi, quasi nativi digitali, invasati con l’inglese, con le lingue, e con internet, l’invidia… l’invidia da star male, ripensare ancora tutto, alienarsi nelle riviste, nei giornali, sul pc, di fronte ad altre lingue, il mondo della manipolazione che entra dentro di te, e più sei solo, più ti fai manipolare da tutto ciò che vedi e che leggi, e tutto sembra diventare una legge sacra, la legge sacra di essere costantemente aggiornato, di sapere tutto, tutte le lingue, tutte le storie di paesi lontani come Germania, Russia, Albania, Olanda, Inghilterra, sapere sempre tutto, essere costantemente aggiornati, ed alienarsi così tanto da voler quasi diventare giornalista te stesso, o almeno traduttore di notizie, diventare l’oggetto in cui ti perdi, non distinguendo più te stesso… che mi ricordava quella compagna di università, Berenice, con il lutto della madre alle spalle, sempre alienata nei quotidiani, nel mondo intellettuale, lei che voleva diventare giornalista, anche lei, ragazza sola, disturbata, alienata, che stavo facendo la sua stessa fine in questi ultimi giorni quando, al posto di stare in mezzo alla gente, mi volevo alienare sempre di più nel mondo fittizio delle immagini e della realtà mediata dai mezzi di comunicazione di massa, annullare me stesso nel mondo delle apparenze… ci voleva una domenica in compagnia con Stas, Larisa, Dmitrij, mio padre, mia madre, per uscire da quel mondo fittizio, che Viktor Pelevin racconta molto bene nel suo romanzo “Generation P”, il mondo fittizio, la televisione, le notizie studiate ad arte, il vendere patriottismo, sogni, ideologia, come un grandissimo velo di Maya sempre a nostra portata, in ogni istante, in ogni luogo, sul pc, sul cellulare, sul tablet, nel mondo della carta stampata, alla televisione, alla radio, immergersi completamente in questa realtà mediata, in questo velo di Maya, e diventare un inventore di notizie, di fattoidi, di fattacci, di tendenze politiche, diventare la mente dietro tutto questo mondo di apparenze, la mia perenne e antica allucinazione, il mondo delle apparenze, il velo di Maya da imporre, da controllare, da inventare, il mondo che avrei voluto scegliere come mio lavoro: inventare notizie, inventare storie, inventare il velo di Maya… e uscirne, uscirne solo con la vicinanza con altre persone, la lettura di qualche saggio filosofico esistenziale, la sapienza del Qohelet, icone dimenticate in me, la vicinanza con le persone dopo essere impazzito più volte, essere andato dai carabinieri per lamentarmi anch’io di non so cosa, loro che non potevano fare niente, perché non c’era niente da fare, niente che andasse contro la legge, solo sentire uno strano male alle parole Ucraina, alla vicinanza con gli ucraini, e rimettere a posto nei sentimenti la depressione di una volta per Alina, che si manifestava alla loro presenza, con strani sintomi, tutti dovuti ai sentimenti, alle emozioni, e la razionalità che sragionava continuando a lamentarsi di cose che non esistevano… il velo di Maya di questi mezzi di comunicazione, il velo dell’inganno, che ora che scrivo già mi accorgo di quell’altro virtuale che vorrebbe dettare le sue regole, dettarmi la sua visione del mondo, la sua ideologia, quando il trucco sta tutto nello staccare e nel distaccarsi da questi mondi fittizi fatti di immagini e parole e ideologie nascoste, e scopro dentro di me la mia spinta a studiare di sempre: immergersi nel velo di Maya per poter un giorno controllarlo da dietro le quinte, inventare programmi, inventare notizie, essere il capo della Grande Allucinazione… non era forse tutto qui la mia follia? Un mondo fatto di immagini, di inganni, di apparenze? E il mio profetismo altro non era che alienazione totale nel mondo fittizio, far diventare la propria vita come la storia che appare alla televisione, mania di tutti, di apparire, di essere sullo schermo, di comandare le storie, di inventare personaggi, di scrivere stando nell’ombra, di comandare, di manipolare gli altri, come se i mezzi di comunicazione di massa si rivolgessero a persone inermi e passive, che accolgono tutto senza critiche tutto ciò che gli viene propinato, come se potessi conquistare il mondo con l’inganno, inventando la Grande Allucinazione… mia follia di sempre, che ora riconosco, anche quando nel tempo libero ancora mi dò a letture e studi, ma non per fare di questa Grande Allucinazione il mio dovere, il mio compito, il mio lavoro, ma solo uno svago per non spegnere il cervello, senza che però tutta questa finzione diventi più vera della realtà… non mi chiedo più di diventare giornalista, dopo aver visto articoli su giornalisti uccisi dai poteri forti, dalle mafie, dopo aver visto un altro trentenne ieri in televisione, già giornalista, già anni di esperienza alle spalle, la sua parlantina di mondi fittizi, da televisione, mi accorgo solo della mania di tutti, apparire, apparire ovunque, non importa dove, alla televisione, su internet, diventare qualcuno, diventare un personaggio del mondo dello spettacolo, diventare un’immagine, un’icona, un personaggio della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, distorsione del mondo che inganna tutti, come quell’amico di una volta, genio incompreso, secondo lui, come quell’altro, che voleva scrivere, come l’altro che voleva diventare artista e musicista, tutti quanti presi nelle trame della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, i mezzi di comunicazione di massa… si ritorna alla realtà, così, stando in mezzo alla gente, diventando più concreti, diventando più umani, senza pretese di ogni sorta, senza aspirazioni diaboliche, senza superbie, ci si accorge dei propri limiti, e della propria umanità, stando insieme agli altri, di domenica, neanche fossero i tempi delle grandi domeniche con i parenti, ritorna però quel sentire, quel sentire che sa di vero, di realtà, e non più di alienazione nel mondo dei veli di Maya e delle Grandi Allucinazioni, che passa la voglia di alienarsi di nuovo, e viene invece voglia di guardare con più distacco tutto ciò che passa sul velo di Maya, come una semplice esercitazione per capire il mondo, per parlare con gli altri, per essere informato, ma trovo il nocciolo di tutta la mia follia: l’alienazione nel velo di Maya dei mezzi di comunicazione… e qui c’è tutto Pelevin e la sua “Generazione P”, tutto il suo buddhismo postmoderno, qui c’è tutta la mia follia, e la mia uscita dalla follia, qui c’è tutto, anche le brevi frasi di quel libro sulla manipolazione e sui media, che non costringono tanto, ma affascinano, come dei seduttori, in ogni campo, dalle notizie alla pubblicità, dai social, alla politica, e in ogni cosa, in ogni dove, che la realtà sta altrove, e la propria anima anche è solo dentro di me, non più trasmessa ad uno schermo, caricata nel mondo virtuale, rimangono le tracce dello stare male per Alina, le tracce della depressione, i ricordi, che poco alla volta stanno guarendo, rimangono i sogni di una Marta che stava seduta sui banchi di scuola, mentre la bionda prof di filosofia leggeva qualche brano come se fosse la sacerdotessa di dottrine esistenziali ed esoteriche allo stesso tempo, le immagini di un sogno tra l’onirico e l’esoterico, desideri d’amore sbiaditi e contraffatti dall’esistere nel sogno, come Marta, come la bionda prof di filosofia, nell’ambiente più rilassante del mondo per me, la scuola, là dove ancora l’umanità era a due passi, tra ragazze e ragazzi, senza lo stress del lavoro, di sapere, di diventare qualcuno, di dover apparire, di dover raggiungere per forza e subito il proprio traguardo di carriera, apparire, essere qualcuno, avere il potere di comandare e inventare tutto il velo di Maya e la Grande Allucinazione, solo nel sogno c’era ancora il ricordo di un amore e di parole vere, genuine, scaturite dalla voce di lei, la prof di filosofia, e dall’immagine di giovane bellezza di Marta, che mi visitava nel sogno, quasi a dirmi di nuovo di sentirla e vederla, se solo lei non fosse persa nelle sue regressioni tra vecchie donne di famiglia e affetti per gli animali domestici, e non si sa che cosa ancora, il solito periodo destabilizzante dopo l’università, dopo che tutto diventa qui e subito, lavorare, lavorare, lavorare, essere qualcuno, fare carriera, guadagnarsi un’identità lavorativa, diventare qualcuno, apparire, essere, diventare, qui e subito, qualcosa, qualcuno, non più rimandato ad un incerto “più in là dopo l’università”, quando tutte le pressioni del mondo si fanno sentire, e credi che tutti gli altri siano felici e realizzati, arrivati, quando ti confronti solo con chi è più in alto di te, quando ti confronti con i tuoi ideali di chi volevi diventare e chi volevi essere, sogni forse irraggiungibili, tanto vicini alla megalomania, ai deliri di onnipotenza, alla sete di potere e diventare, di essere, di apparire, la follia di sempre e di tutti in questo mondo tra il postmoderno e il virtuale… si esce così dall’inganno, e non te ne accorgi neanche, e non ti accorgerai neanche, se sbaglierai di nuovo, come ci entrerai di nuovo nel mondo delle finzioni, nel grande velo di Maya, nella grande allucinazione di tutti i mass media…

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La liberazione…

Sentirsi come ai tempi del ricovero, sdraiato sul letto, incapacitato di ogni pensiero e ogni attività, il sogno di una quiete ineffabile, il silenzio, un silenzio monastico, o da ospedale, corsia dei malati di mente, il silenzio, la quiete… passare un paio d’ore così, senza che il sonno arrivasse, alzarsi solo per uscire da quel luogo opprimente, la voce delle donne che facevano le pulizie in casa, l’ucraino che lavorava l’orto, i due lavoratori che installavano l’apricancello automatico, fuggire, fuggire di qui, prendere i soldi e fuggire, andare via, cambiare ambiente… fermarsi a comprare un paio di jeans neri, di ricambio, bersi un caffè alla macchinetta del supermercato, fumarsi una sigaretta, nel piazzale, guardando verso un Est irraggiungibile, senza dire niente, senza pensare a niente, nella quiete del primo pomeriggio… entrare nel supermercato e comprare un paio di cose che avevo lasciato in sospeso, uscire, prendere la macchina e andare al parco, verso la biblioteca, e un’aria di liberazione cominciava a lasciarmi libero… non dirigersi subito in biblioteca, alla ricerca di chissà quali libri, ma mettersi lì, sulla panchina del parco, dopo essermi fumato una sigaretta, e finire quel libro commerciale di Jo Nesbo, le ultime pagine, le ultime righe, che non dicevano più niente, neanche l’atmosfera di trepidazione da thriller… e la rivelazione, su quella panchina del parco, un po’ come stare sdraiati su quel letto che sembrava di ospedale, la sessomania, l’erotomania, il sesso eccessivo, in due parole, troppo sesso, troppo sesso ultimamente, da prendersi una pausa a tempo indefinito… il sesso e la libertà, la libertà da relazioni con le ragazze, dalla smania di cercare una ragazza che faccia per me, cambiare le immagini attorno a me, basta pensare alla Romania, basta, vedere in quell’aquila che ogni volta cambia immagine ai tratti l’icona di Cristo, ai tratti l’immagine di Madre Teresa, il ricordo di Leida, che ora finalmente non c’è più, la liberazione… ascoltarsi in automatismo una canzone di Nora Istrefi, bona gabime, ho sbagliato, ho sbagliato, troppo sesso, da stare male, la liberazione… il senso di libertà, il senso di liberazione e di salvezza dal sesso, come un’oscura dottrina rasputiniano o shabbatiana, la redenzione attraverso l’eccesso nella trasgressione, il Volto che mi acquietava… finire il libro di Nesbo e andare in biblioteca, senza pensare più alla nevrosi della mattina, quando scambiavo due parole con Miryam al bar, il Volto che mi salvava, e i libri da consegnare, altri da cercare… non più romanzi, per un po’ basta con le storielle, anche Hoffmann e i racconti horror non mi attraevano più, cercare qualcosa di saggistica, filosofia, scienze politiche, sociologia, come ai tempi dell’università, trovare i miei titoli, tre libri, dopo aver soppesato di prendere un fumoso libro sull’Islam, l’Islam di una volta, di altri luoghi, un Islam che non c’è più, lasciar perdere quella cultura e civiltà così diversa e così distante… la quiete del pomeriggio, scegliere libri con calma, leggere con tranquillità, non essere sospinto dalla camminata, già fatta la mattina, avere solo fame, la sera, cenare a casa, leggere altre pagine di quel saggio, pagine illuminanti, e la quiete, la liberazione da Leida, dal sesso, dalla Romania… finire di cenare e accogliere al cancello gli ucraini, con tutta la leggerezza del mondo, senza più l’oppressione della settimana lavorativa, dei soldi da aspettare, da spendere in malo modo, la liberazione dal troppo studio, dal rosso e il nero dell’anima, da quella lingua olandese che sentivo frusciare in me quando mi distendevo sul letto moribondo, nella quiete, nel silenzio, lingua piacevole da ascoltare, non altrettanto da capire e parlare, la voglia di parlare in lingue straniere che non c’era, la liberazione da troppi compiti e precetti, da troppi comandi e ingiunzioni, la liberazione… passare la sera così, dopo un decaffeinato al bar, un’altra sigaretta, e non pensare più ai soliti discorsi, la liberazione dal sesso, dalla Romania, da Eugenia, dal dover scrivere per forza qualche racconto, dal dover per forza “dare una mano”, dallo stare chiuso in casa/magazzino, cambiare prospettiva, spostarsi, muoversi, senza scappare da niente, se non dai miei demoni personali, senza eccedere nei libri, nei film, nella musica, cambiare luogo, cambiare prospettiva, fermarsi un attimo, riposare… il pomeriggio di quiete, la sera di quiete, che non so nemmeno che musica più ascoltare, che film più guardare, che lingua più leggere, forse solo la voglia del silenzio, niente più gesti occulti e nevrosi, il Volto, il Volto, la liberazione…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Drogarsi di musica, inebriarsi di bellezza, di sogni d’amore, follia senza fine…

Nimica, doar icoana-ţi, care mă învenină,
Nimic, doar suvenirea surâsului tău lin,
Nimic decât o rază din faţa ta senină,
Din ochiul tău senin.

Dimenticarsi del lavoro, drogarsi di musica, inebriarsi di bellezza, di sogni d’amore, follia senza fine…

Visione di bellezza che rasentava la follia, Aleksia, per strada, questo pomeriggio mentre facevo la mia solita camminata quotidiana, con le cuffie con la musica inglese che non mi piaceva più di tanto, camminare e guardare davanti a me, e vedere lei, forse lei, o non lei, non lo so, forse quei fianchi troppo larghi, ma comunque dalle belle curve, e il suo volto, con quel piercing sopra le labbra, a sinistra, tra le guance e le labbra, il suo sguardo, i suoi capelli biondi, la sua bellezza, i nostri sguardi che si incrociavano, non dire niente ai clienti, mi venivano in mente possibili frasi del suo pappone, non dire niente alle prostitute, dicevo io, anche se le incontri per strada, forse lei che era diretta a quel negozio di alimentari romeno, là dove c’era l’icona della Madonna, ma era lei, era lei nella visione più assurda di follia e bellezza, lei che mi passava davanti, incrociavamo lo sguardo, ma non ci si diceva niente, perché così forse vogliono le convenzioni, non dirsi niente, se ci si incontra per strada, al di là della notte che si vende a se stessa, non dire niente, e la follia della bellezza che poco alla volta mi invadeva, lei che abbassava lo sguardo, anch’io, senza dirci niente, un soffio al cuore, una bellezza dorata che inondava l’anima di follia, e passarci affianco, andare oltre, io per la mia via, lei per la sua, in queste camminate da promeneur solitaire… e la musica, quella musica inglese che non mi piaceva più, chiudevo il cellulare con la musica e andavo avanti, pensando non tanto all’ultima volta, all’ultima doppia visione pornografica, ma a tutto l’innamoramento che ultimamente sento per troppe ragazze, troppe, uno strano sentire che si innamora di tutte, anche quando arrivavo davanti al Carrefour, sul piazzale, e mi ricordavo di Manuela, anche quando tornavo indietro per andare in farmacia, per le pastiglie del colesterolo, sperando di incrociarla di nuovo, là, in quell’angolo della via, che ora mi sembra di impazzire, di impazzire di nuovo, nel desiderare folle di Aleksia e della sua bellezza… anche quando non so se era lei o no, come l’altro giorno, l’altro giorno, quando davanti la lavanderia mi sembrava di vedere Ana, seduta là, su quell’angolo della via, una ragazzina come tante, a stare lì a lavare la sua roba, che mi si spegne tutto l’intelletto usato finora nel leggere articoli in inglese, e si accende solo la follia che sa di Romania, e di musica manele… quella follia, quell’innamoramento che è un minimo tratto di psicosi, ma che ha la sua bellezza infinita, la bellezza della follia, quella che non provavo mai con Marina, quella che non provavo con Olimpia, né con le altre, ma sole le ultime, le ultime come la ragazza romena senza nome, Ana, Aleksia e Manuela, quella follia della bellezza, che non si sa cos’è… in the mood for love, mi verrebbe da dire, senza sapere chi amare, senza sapere cosa volere, senza sapere cosa immaginarsi di questa vita, quando poi, a conti fatti, non sapresti di cosa parlare, cosa dire, cosa fare, dove andare, senza un soldo, senza niente, che ti rimane solo la tua follia che si maschera di amore, di bellezza, visione unilaterale del mondo e follia che ricorda sempre Amalia e quel mio bacio con lei, gli attimi erotici, e quella prima follia che quei papponi per un attimo riuscivano a sistemare, la bellezza della follia, che torno a sentire di nuovo, quando mi inondo di musica nel camminare, che non smetterei mai di camminare, di ascoltare la musica, di lasciarmi andare a quei canti orientaleggianti ed ipnotici, con quel canto suadente, che porta via l’anima, che è una specie di droga, di oppiaceo, di ubriacatura dell’anima, di narcotico naturale, esaltato dalla musica, l’estasi della bellezza e della musica e dell’arte, quando poi risuonerebbe solo quella frase urlata e piena d’odio di Amalia una volta: “Ma ti sei guardato allo specchio?!!”… sì, il mondo non è fatto di sole visioni dentro di noi, di soli sentimenti, c’è poi tutto il resto, la vita reale, la vita materiale, l’esistenza, e non si può vivere di solo spirito e di soli sentimenti e fantasia e visioni, anche se con la loro bellezza ipnotica vorrebbero portarti via, in un sogno, in una visione tutta interiore fatta di puri estetismi, di arte, di musica, di bellezza femminile, che vorrebbe portarti via per sempre, fino alla follia, fino alla follia… e mi perdevo, mi perdevo e mi perdevo, con quelle canzoni manele di una volta, dulce amar, ce am avut ce am pierdut, lasa ma in pace, nu mai vreau, storie d’amore che finiscono, vere storie d’amore, quando non c’è niente in questa vita, come quando sembra di essere in Romania, senza lavoro, senza niente da fare, nessuna parte dove andare, pochi soldi, e ti rimarrebbero solo i sentimenti e la tua follia della bellezza, nell’incontrare per caso delle ragazze da strada notturne in mezzo ad una via di giorno, che impazziresti come l’eroe nazionale olandese, Van Gogh, suicida e impazzito per una puttana, sconvolto dal genio dell’arte, e della tua follia vorresti farne arte scritta, poesia, musica, canto, che ti perderesti all’infinito nei suoni, nel canto, nella musica, nelle parole, che correresti subito questa sera là in quell’angolo della via dove incontravi Amalia dieci anni fa, dove ora sta Aleksia, là vicino, solo per parlarle e chiederle se era lei quest’oggi su quell’angolo della via, sognando di incontrarla, di passare pomeriggi con lei, come quando sognavi Manuela e ti confondevi con Leida, con qualsiasi bionda, e ti dimenticavi di Aleksia, che avevi già incontrato all’inizio dell’anno, ma neanche ti ricordavi più, e cercheresti in queste pagine l’ultima volta che l’hai vista, e ti perderesti, e sogneresti una vita da romeni, senza soldi, con niente o poco lavoro, solo fatta d’amore, di sogni, di visioni, di sentimenti, senza niente, poco più che uno zingaro, con quella musica zingara che ti accompagna sempre, e non vorresti più niente, e in questo sentire ipnotico e oppiaceo smetteresti di usare la razionalità, e ti daresti a tutta la follia della bellezza, dell’arte, dimenticando ogni lavoro, ogni dovere, ogni cosa, e vivresti solo nel sogno e nelle visioni d’amore, della bellezza di Aleksia… e non sai che fare, sei indeciso se buttarti giù e farti sommergere dalla musica, dai canti ipnotici orientali, e smetteresti di usare quel minimo di cervello che ti resta, come quando ti dicevano che collegavi l’unico neurone rimasto, quello che va dalla bellezza delle ragazze alla musica, sempre la stessa, le solite melodie orientali, fino a farti impazzire, e solo qui ricordi quell’invito di Veronica S., “Non ascoltare manele…”, che mi viene in mente Eugenia, che mi viene in mente Ana, quando diceva che non le ascoltava, che è musica da zingari, come diceva Aleksia che è musica dei contadini, dei paesani, e che eppure vorresti farti sommergere, per lasciarti andare alla follia… ma se la follia della bellezza è con te preferisci ora, con uno sforzo immane, come un drogato di fronte alla sua dose, impossibilitato a prenderla, decidi di lasciar perdere quella musica e quella seduta di ipnosi musicale, e vuoi far funzionare la mente, in questa giornata senza lavoro, e preferisci lasciar perdere la follia della bellezza di Aleksia e l’ipnosi musicale, anche se sai che tutto questo vivrà in te, sarà un sentimento e un sentire che ancora durerà, nel sottofondo, con quella piacevolezza che da sola ti porta via, quel piacere che ti rende ancora vivo, e ti apre gli occhi, di fronte alla follia della bellezza del sogno d’amore… 

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica…

Nel sogno, un paesaggio immerso nella natura, in un tramonto, come quelle foto della natura incontaminata della Romania, le sfumature verde scuro, il cielo tra un rosso e un azzurro profondi, e una striscia azzurra che mi riconduceva agli occhi di Katia, la sua voce squillante, “Perché non fai le fotografie?”, e mi mettevo a scattare foto, in quel paesaggio immerso nel verde, che nell’immaginazione del sogno era vicino ad un mare ligure che si stagliava sulla costa con le sue onde, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, Katia, un altro sogno azzurro, di bellezza infinita, di ricordo senza fine dell’innamoramento con lei, il primo amore che non si scorda mai, il sogno azzurro di lei che ogni tanto la notte fa capolino, e mi invade l’anima con la sua bellezza… altri sogni d’altrove, in una specie di sgabuzzino dove erano presenti vari studenti e studentesse di mediazione, uno stanzino lugubre come un magazzino o una fabbrica abbandonata, intrappolati lì, senza poter fare niente per uscire, una giovane ragazza musulmana con il burka che quando dicevo “Allahu akbar”, non so perché si calmava e diceva, “Sì, lo so, non si può fare niente”, e l’immagine cambiava e mi trovavo per le strade di New York, sulla Hall of Fame, sotto dei portici maestosi di pietra, e parlavo ancora con Katia, nella ressa generale di persone che passavano, e dovevamo incontrarci con qualcuno, dei nostri amici, delle coppiette, e in quel sogno mi sembrava di vivere, mentre pensavo a chi dovevo incontrare, proprio come quando aspettavo Olimpia là a Milano, qualche settimana fa, e mi perdevo tra quegli sguardi e quella gente, e alla fine vedevo arrivare un gruppetto di persone, due o tre, e mi chiedevo se erano loro quelle ragazze da incontrare, quelle ragazze tutte sulle loro, un po’ chiuse, un po’ bigotte, e troppo brave, e il sogno si disperdeva in un’altra ambientazione, io che levitavo sopra il soffitto altissimo di una casa mai vista, e c’era Davide e sua madre Enza, che parlavano tra di loro e mi chiedevano come facevo ad atterrare sul pavimento, dove c’era un quotidiano aperto, e mi preparavo alla discesa, volando sopra il soffitto, inclinandomi come per atterrare come un’aquila sulla sua preda, e Davide mi diceva qualcosa, e poco alla volta il mio potere di volare svaniva e atterravo lentamente con i piedi per terra… c’era un tavolo con sopra tanti oggetti di pietra, fatti a mani, sculture di draghi, di saggi cinesi, di Confucio e altre cineserie di pietra, e mancava forse una statuetta, che qualcuno aveva rubato, per invidia, e io e Davide la cercavamo nella stanza, solo per trovare una statuetta con il volto di Confucio mezza rotta, qualcuno che l’aveva rubata e danneggiata, per dispetto, mentre mio padre vedeva come, quando volevo, ero in grado di creare statuette, di darmi all’arte, di darmi alla scultura, e creare immagini di un certo carisma, mentre io mi riempivo di orgoglio agli occhi di mio padre…

Che strani sogni, dopo che ieri sul lavoro mi rendevo più propositivo, più positivo, anche quando chiamavo quei corrieri per vedere l’ordine, anche quando cercavo di capire gli altri lavori, e mi sentivo soddisfatto a fine giornata, anche quando ritrovavo tutta la voglia di leggere in russo e in albanese, con tutta l’attenzione di cercare parole nuove, di leggere veloce e leggero, senza tempi lunghi e appesantimenti, e mi sentivo su di morale, pensando anche all’ultima nottata con Aleksia, alle ultime volte con la romena senza nome, e mi dicevo, d’ora in poi, di concentrarmi sulle cose positive, e di stare sempre sereno e di cercare di essere una persona normale, senza più quell’eccezionalità che pensavo fosse tutta mia, che invece non è, se non fosse per la mia smania e piacere infinito nello studiare le lingue… le lingue… che stamattina al bar cominciavo a sognare quando la cinesina diceva “Kafé lung?”, che sembrava una parola cinese, con quel suo accento così particolare, che mi sarei perso in infinite canzoni cinesi, dove ogni sillaba ha la sua nota diversa, se non fosse per la musica che suonava sotto, che per un attimo copriva quel sogno: I am wonderful, I am beautiful, I love my life, e il giusto senso di stare assieme agli altri e di parlare usciva dalla bocca di un cinquantenne lì al bancone con me, bevendo caffè, quando chiedeva alla cinesina se era da sola stamattina, se Paolo, Bruna e Miryam non c’erano, e lei rispondeva con un semplice: “Pulire”, e mi perdevo nel suo sguardo, nella sua esotica bellezza, in quella sua lingua che per un attimo parlava, non so con chi, che mi verrebbe ancora voglia di leggere in cinese, come tantissimo tempo fa, di ascoltare musica cinese, come tantissimo tempo fa, e di perdermi, mentre quella sua sillaba mi ricordava il drago cinese che i miei amici cinesi mi avevano regalato, quella statuina color bronzo, con il drago, e l’altra tartaruga, simboli imperiali di una volta, e mi ricordavo tutta la positività di quell’amicizia, le risate e le parole, l’amicizia, e il giusto sentire, che se quell’effetto del caffè non fosse stato così lento avrei cercato di dire almeno due frasi alla cinesina, che mi ispirava ancora, dopo il sogno di Katia, dopo quel sogno di statuine cinesi, e cominciavo a sognare, a sognare, a perdermi in me, in questa giornata che forse avrà tempi lunghi, perché mi pare non ci sia niente da fare per me, e voglio solo restare positivo, essere una persona normale, pur con questi sogni e questa ispirazione, che per un attimo, nel mio autismo letterario pensavo solo a dedicare una poesia a quella cinesina, mentre basterebbe ogni tanto dirle due parole, se solo non fossi così chiuso in me, così perso in me stesso a cercare collegamenti psicologici che non stanno in piedi, a combattere la mia sonnolenza mattutina, il mio caos addormentato di pensieri, e chissà quando tutte quelle parole impareranno ad uscire da me, a farmi smettere di essere così chiuso e autistico nel mondo delle parole e delle lingue e delle immagini in me, dei sogni, del mondo onirico, del mondo che pensa e riflette troppo, e mai dice una parola, se non quelle di circostanza e quando si è sul lavoro, e quanta concentrazione devo avere per cercare di essere sempre una persona normale, e non perdermi nei miei mondi metafisici e metapsicologici, metapsicopatici, se solo non fosse per tutta l’ispirazione del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica… e non so che farò, troverò piacere a leggere ancora tante cose, in non so che lingua, e troverò quel piacere che le altre persone non possono capire, quel piacere delle lingue che fa parte di me, che diventa il mio videogioco, il mio hobby, torna ad essere la mia passione, senza fissarmi troppo solo su inglese e russo, libero adesso, dopo l’università, di godere di ogni lingua che mi ha sempre affascinato, con tutta libertà, e trovare lì quel piacere che gli altri non trovano, ecco qui la mia particolarità, come quelle tre semplici sillabe della cinesina, che mi mandavano in un mondo fatto d’arte e di musica, di statuine cinesi e di arte imperiale, di un mondo fantastico come i wuxiapian, e volavo con l’anima, dopo il sogno azzurro con Katia, anche con la cinesina… e la giornata andrà avanti da sé, con o senza lavoro non importa, l’importante sarà stare svegli, stare attivi, stare positivi, e non perdere mai l’ultima ispirazione…

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Doppia visione pornografica senza fine…

Pomeriggio di grigliata, con Stas e i miei genitori, ieri, Stas che mi faceva desistere dallo scappare via di fronte al cibo non dietetico, i divieti estremi degli avventisti e di Eugenia che mi tornavano in mente, troppo forti, “Non ti fa niente mangiare così, resta qui…”, diceva Stas, il giusto sentire, stare in compagnia, non fare l’asociale, non buttarsi in letture afinalistiche solo per sentirsi male… stare bene, nel pomeriggio, a pranzare assieme, i famosi spiedini alla russa, le costine, le bistecche, mangiare per tre, ma almeno la domenica ci si può permettere di fare uno sgarro alla dieta… più tardi tornava anche Larisa, distrutta dal lavoro, anche di domenica, e un senso di profondità infinita mi prendeva, di pesantezza, che non sapevo neanch’io se quella fosse una sensazione giusta o sbagliata, una misericordia infinita, e uno strano sentirsi bene, forse troppo profondo… la musica manele non mi piaceva più nel pomeriggio, non mi faceva sognare né Ana, Andra, Larisa, Eugenia, la romena senza nome, nessuna, forse mi venivano in mente le parole di Alexia, che quella musica la ascoltano i contadini, i paesani, e che non è il massimo della musica… e mi veniva voglia di leggere qualcosa in romeno, qualche articolo, e mi perdevo un po’ così nel pomeriggio, con quella giusta ispirazione linguistica, nata dalle poche frasi di Stas con Larisa, con Silvia, con Dima, e mi accorgevo della profondità di quel sentire, della Romania, che mi ricordava appunto quei pranzi a Iasi in famiglia, dove una sensazione di cristianità ti avvolge, di povertà, di misericordia, dove non c’è niente da dire, dove è difficile parlare, superare la barriera linguistica, la diffidenza dell’estraneità, e dove poi alla fine si sta bene, si ride un po’, si scherza, e c’è pace e c’è requie, senza bisogno di quelle sofisticatezze che avrei cercato buttandomi a capofitto in degli studi che mi avrebbero fatto sentire solo più depresso, una depressione maligna, che non si fida più di nessuno, che maledice il mondo, ogni cosa, ed era un bene passare il pomeriggio così, come anche mi dicevo due settimane fa, in un’altra grigliata, almeno un po’ di compagnia, uno stare assieme in comunione, senza sentirsi superiore o inferiore, senza sofisticatezze, la semplicità tutta cristiana di questo mondo… e il pomeriggio andava avanti così, tra parole romene trovate in rete, la mia voglia di scoprire parole nuove che rinasceva, l’attenzione alle parole, alla ricerca di parole nuove, l’attenzione nel cercare di capire, e mi sentivo me stesso, dopo tanto tempo, perso in quell’Est, che se io non vado, viene da me, sensazioni di profondità infinita… e poi passavo alla lingua russa, la lingua russa del romanzo di Pelevin, senza capire molto quelle pagine difficili, ma ritrovando il piacere e l’esaltazione di un’altra lingua, l’Est, ancora una volta, che mi tornava anche voglia di sentire Marina, solo per rinnegare in un messaggio tutto ciò che avevo scritto nell’ultimo, il caos dell’anima, i sentimenti impazziti, l’irrazionalità pura… provavo anche a chiamarla, ma non rispondeva, e non sapevo più se quella profondità tra il malefico e il divino fosse cosa giusta, e alla fine mi arrendevo, senza neanche preoccuparmi più di tanto di Marina, che, come altre volte, provoca solo sentimenti negativi, che non so più a cosa siano dovuti, alla Russia, a quella lingua, o forse solo al mio stato d’animo, che ogni volta vede in cose diverse le cause dei suoi male, quando il male è nell’occhio di chi osserva… e mi ritornava la voglia, la voglia erotica, la voglia pornografica, dopo quel pomeriggio, e per rilassarmi da quel caffè di troppo ascoltavo un po’ di musica dance russa, quella musica che tenevo salvata lì nel pc, e mi mettevo ad ascoltare la musica, andando oltre Alina, oltre Katia, oltre tutte, e sognavo solo di una nottata erotica, che mi potesse ridare il piacere e la voluttà, dopo che per un attimo combattevo con quel sentire cristiano, troppo profondo, che toglie ogni voluttà… e uscivo la sera in macchina, per cercare non so chi, sapevo che Ana non ci sarebbe stata, Isabela non mi andava, le altre neppure, e alla fine decidevo per Aleksia, dopo un po’ di tempo, lei, vestita di rosso e nero, con tutta la sua sensualità… e avevo proprio voglia di guardarmi un porno, per scacciare forse quell’ansia, quel male sentire, inspiegabile, e mi eccitavo guardando quella teenager come serviva quell’uomo, che ancora adesso al solo pensiero godo ancora, e ritrovavo tutta la libertà dei sensi, e il piacere… facevo qualche giro di qua e di là, alla ricerca di lei, e alla fine mi fermavo da lei, da Aleksia, lei e i suoi capelli biondi, il suo viso dalla strana bellezza, il suo corpo da favola, i suoi vestiti sexy, che ancora adesso al pensiero, godo ancora… ci fermavamo là, in mezzo forse a della spazzatura, che lei poi diceva che era peggio della Romania, peggio dei campi degli zingari, dicevo io, ma c’era quella libertà, quella libertà oscura della notte, che ci invadeva… e lei cominciava a servirmi, a servirmi, che ad un certo punto volevo godere ancora di più, e mentre lei mi serviva riaprivo il cellulare, la pornografia, e godevo di quel sogno doppio, tra lei che mi serviva e io che godevo davanti a lei e a quella videoclip, e godevo come non mai, in quella trasgressione, in quella libertà, che non dovevo più pensare a sentimenti negativi, e godevo di quel porno e di lei, in quel mio desiderio di guardare ancora quelle videoclip, trasgredire ai miei comandi, essere più libero, godere di più… e la Romania mi salva e mi salvava ancora, Aleksia, questa volta, che mi rassicurava, mi diceva che a volte capita di aver bisogno di qualche porno, che succede, sopratutto quando si è un po’ giù, ma godevo e godo ancora di quell’istante nella notte, con la doppia visione pornografica, in tutta libertà… e solo la notte doveva portarmi via quel piacere, quando l’ansia di quel caffè troppo forte si faceva risentire, e avevo bisogno di qualche goccia di Valium per dormire, per scacciare troppi pensieri negativi, mentre ora mi rendo conto di aver goduto come non mai, in quella doppia visione erotica, che mi dà ancora la carica e l’energia che per un attimo pensavo perdute, ho trent’anni, ho ancora voglia di erotismo, ho ancora voglia di sensazioni trasgressive, ho ancora voglia di libertà, e non sarà nessuna ragazza che non mi piace a imporre il suo giogo su di me, finché ci sono ragazze come Aleksia, finché ci sono ragazze come la romena senza nome, finché ci sono ragazze giovani come Ana, pronte a servirti, che non c’è da scervellarsi troppo, e andare in paranoia, quando tutto l’erotismo e l’amore delle sue parole, delle parole di Aleksia, nell’erotismo e nella sensualità, possono salvare, che ancora godo di lei e di quella trasgressione, in tutta libertà, in tutta la libido che torna e fa piazza pulita di pensieri e parole negative… ah, se non ci fossero le puttane! Se non ci fossero sarebbe tutto davvero monotono e troppo profondo, troppo artificialmente profondo, una profondità forzata, un sentimento troppo religioso che fa male, mentre tutta l’energia erotica si risveglia in me, in quella libertà, in quella trasgressione, con la doppia visione pornografica senza fine, e il senso della Romania, della bellezza e della trasgressione, con il ricordo della ragazza romena senza nome, di Aleksia, doppia visione pornografica senza fine che si staglia ancora nella libertà di ogni giorno e di ogni notte…

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Dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

Pomeriggio al parco, dopo la camminata, la musica, la musica, la musica, albanese, da perdersi in un sogno, nel parchetto qua vicino, dove da bambini si giocava a calcio, dove da adolescenti si fumavano le prime sigarette, con la compagnia, si fumavano le prime canne, là dove da bambini i parchetti erano malfamati per la gente che si drogava, eroina, fine anni ’90, ora, tutto cambiato, da una decina d’anni ormai, i parchetti di una volta non ci sono più, c’è il circolino degli anziani, il campo da calcio è stato riempito di alberi, là dove una volta c’era la rotonda, dove si imparava ad andare in bicicletta, c’è ora l’area per i bambini e qualche panchina… pomeriggio al parchetto, con la musica albanese, che tirava via ogni pensiero, ogni nervosismo di fine settimana lavorativa, ogni nevrosi, con una dose di caffè inferiore rispetto al solito, e quella musica che mi ricordava Katia, che mi ricordava Manuela, quella sera al Carrefour, alla cassa, quando ci guardavamo negli occhi, conversavamo solo con gli sguardi, sguardi persi, d’amore, al ricordo d’Alina che trasportavo su di lei, gli umori sbagliati, tra quelli giusti, il nostro perderci nello sguardo, più mio che suo, che sapeva già come andava la storia, il caos di allora, Leida, le sue parole, la musica albanese che lei prendeva in giro, il mio primo triangolo d’amore alle medie, con Silvia, la ragazzina bionda che stava sempre seduta vicino a Dorian, il compagno albanese, il più simpatico della classe, l’Albania, cos’era e cos’è l’Albania? Ancora mi chiedo, cos’è? E’ forse sogno d’amore, è forse innamoramento, cos’è? Che quando mi presentavo a Elena, la mia prima ragazza, dicevo di essere albanese, e poi lei mi diceva che non era possibile che un albanese sapesse così bene l’italiano, così bene l’inglese, l’Albania, cos’è l’Albania? Il rosso e il nero dell’anima, quella musica orientale ipnotica, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e sognare ancora tutto il rosso e il nero dell’anima, la musica orientale e il canto orientale, ipnotico, da perdersi, da inventarsi una fiaba gotica dove un cantante e un musicista decide di rinchiudersi nella sua villa sperduta nella natura, per perdersi solo nel canto e nella musica e nei ricordi d’amore, per inventarsi la prossima melodia, la prossima canzone, solo perché alla fine i suoi amici e colleghi lo trovino impazzito, andato fuori di testa, fino alla follia, perso nei suoi ricordi e nella sua fantasia, imbevuto di immagini d’amore e di canto, da perdere l’uso delle parole, della ragione, da non riuscire più a parlare, ma solo a muoversi come su un palco e a parlare come se stesse cantando, non riuscendo più a emettere parole, ma solo tanti vocalizzi dalle infinite note, fino alla follia, fino alla follia… quel racconto gotico che in me si ispirava al sentire la musica, al sentirmi ipnotizzato dal canto, dalle note, fino a perdermi, perdermi completamente, nell’immagine di me stesso rossa e nera, come settimana scorsa al parco, a cercare di evocare quelle sensazioni che non riuscivo ad evocare, quando mi scambiavano per un pusher, e quanti ultimamente mi stanno scambiando per persone che non sono, losing my identity, diceva una canzone, e la sto perdendo ancora, di nuovo, dopo aver rivisto Manuela l’altra domenica per caso alla cassa, gente che oggi al Carrefour mi scambiava per un commesso, quasi mi chiedevano dov’erano certi prodotti, una ragazza convinta mi chiedeva dove erano le casse, e non so se è per quel vestire rosso nero, che sembra una divisa, pantaloni neri, felpa rossa con una scritta bianca della ditta automotive, non so se è per quello, o per quel mio modo d’essere in questi giorni, in questo pomeriggio, con il ricordo dello sguardo d’amore di Manuela, e il mio rivedere di fronte a lei tutte le ragazze dell’ultimo periodo, da sentirmi quasi un mostro, una belva insaziabile di sensualità ed erotismo, se non che quegli appetiti si perdono nello sguardo di lei, nel ricordo di lei, nella sua voce, nella mia voce quando vorrebbe cantare quelle canzoni impossibili da cantare, impossibile azzeccare tutte quelle parole albanesi, quasi monosillabi, ognuno dall’accento e dalla nota diversa, dalle combinazioni di parole impossibili, ma che fanno volare l’anima con il canto… oggi che mi scambiavano anche per un commesso da Bershka, al mio comprare una felpa rossa, un’altra felpa rossa, senza scritte automotive, una semplice felpa rossa, da indossare sui jeans neri, se non che mi perdevo prima in meditazioni sul senso del consumismo, su meditazioni sui soldi e sugli acquisti compulsivi, sul servire o no i clienti, sul lavoro di Manuela, e mi perdevo e mi divertivo, quando mi scambiavano, così come quando a volte mi scambiavano per uno straniero, per un mezzo albanese, per un mezzo italiano, o per quando mi scambiavano per un prete, anni e anni fa, in chiesa, durante il periodo delle confessioni, gente che mi scambia sempre per qualcos’altro, per qualcun’altro e non so più neanch’io, a momenti, chi sono, losing my identity, come diceva quella canzone d’amore… che non so neanch’io perché poi la gente su Facebook, la gente che mette i like ai miei post è tutta gente dell’Est, non lo so perché, forse perché con loro il mio atteggiamento è diverso, mi pongo in maniera differente, e forse risulto più affabile, più simpatico, più umano di quando non devo trattare con gli italiani e le italiane, come ieri da quei gommisti e meccanici, l’odio che mi sale e non so neanch’io perché, e come la prima volta che vedevo Manuela pensavo che fosse russa, dell’Est… e forse qui avviene il passaggio, o forse non avviene niente, so solo che mi perdevo nel mio stesso sguardo, davanti allo specchio in quel camerino, dove non vedevo me come un narciso, ma vedevo me quando guardavo Manuela negli occhi, e vedevo lei riflessa, e tutte le ragazze di sempre, e non so più neanch’io chi sono, chi sono veramente, quale dei miei eterni ritorni di umori sono quelli giusti, quale delle mie personalità è giusta, e so solo che al sentire quella musica, immerso nella natura, oggi e l’altra settimana, mi sentivo come in paradiso, al ricordare tutte le ragazze, al sognare e ricordare Manuela, a ricordare le parole buone di Leida, e lasciando perdere i divieti di ascoltare musica che ogni tanto mi sono stati detti da certe ragazze, perché nella musica mi perdo e mi trovo, anche nell’ipnosi senza fine di quei suoni, e la mia anima vola e si calma, comincia a sognare e sopporta tutta, diventa più affabile, non si lascia indisporre dal male del mondo, delle persone, anche quando andavo al bar dei mille, e Paolo il cinese mi serviva il caffè, mentre Bruna e Miryam parlavano tra loro, lasciando perdere i vari musulmani che incrociavo sul cammino, se non che quel canto orientale deriva in parte dagli ottomani di una volta in Albania, e c’è sempre questa ipnosi orientale di musica e canto, che poi si perde in tutte le ragazze, in un viaggio spirituale e d’estasi musicale che non ha fine, estasi d’amore e di sogni, di lingue lontane e sconosciute, incomprensibili, sogni d’amore senza fine, l’Est e il canto e la musica e l’Oriente, dove perdermi per sempre, nel ricordo delle ragazze e nell’ispirazione senza fine, ipnotizzato dalla musica, dai ricordi, dai sogni, immerso nella natura… e mi perderei, se solo fossi capace, a descrivere il sogno d’amore tra le note e il canto orientale, l’estasi musicale, l’estasi d’amore, l’ispirazione, la voglia che ci sarebbe di esprimere questo mio sentire attraverso il canto e la voce e i suoni, attraverso la musica, che quasi davvero mi verrebbe da scrivere quel breve racconto della follia sul canto, sull’amore, sulla musica, se solo avessi voglia di un altro racconto gotico, invece la mia anima si perde solo nel sogno di lei, di Manuela, dell’amore che ho visto in lei, un sogno, una visione, nell’estasi musicale…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Sogni, Visioni

Con tutta la naturalezza del mondo…

“A che ora finisci?” “Alla una” “Alla una, no, alla uno…”, parlavano così la guardia e la cassiera, ieri, alla uno, là dove mi avevano chiamato, dopo che una signora mi diceva che potevo andare anche senza aspettare la chiamata, “Ah! Si può già andare? Non lo sapevo!”, dicevo, non tanto convinto di quello che diceva la signora, che infatti veniva redarguita dalla cassiera più grande, che le diceva di aspettare… tornavo in coda solo per poi essere chiamato alla uno, già dove mi stavo dirigendo, senza chiamata, e recitavo quel personaggio che pensa solo a fare la spesa, a porre gli oggetti sul rullo, a porgere la tessera, a pagare, a mettere la roba nella borsa, e prendere l’eventuale resto, non una parola di più, niente… quel niente che la sera mi faceva sembrare di essere tornato ad essere un cyborg, un uomo senz’anima, senza voglia di scambiare parole con nessuno, forse solo un uomo stanco, mi rendo conto adesso, e non tanto “chiuso” come mi diceva Leida, come Maria Teresa mi diceva, non negativo come mi diceva Maria Teresa e Dario e Leida, ma semplicemente un uomo stanco, un uomo stufo, di ogni cosa, di questi inganni della mente, che se smetto di essere chiuso lascio via libera alla ‘paroliferazione’ di cavolate, di cose da dire agli altri, fuori luogo, cercando una simpatia che non c’è, e se il destino è quello di essere chiuso dentro di me va bene anche così, nessuno mi obbliga a parlare e fare l’estroverso, quando tutte queste cose non le sento come mie, non fanno parte del mio carattere, non fanno parte di me, e sono stufo di ingiunzioni superegoiche che mi dicono di fare il superuomo, che provoca solo stress, esaurimento, personalità che non sono mie, e sono stufo dei pensieri sul bar, sul supermercato, sulle prostitute, sulle letture forzate, sul dover essere, sugli ideali… no, sono stanco, sono stufo, e non mi interessa se dopo pranzo ho voglia di dormire, se alla sera, come ieri, non riesco a finire di vedere un film e mi butto sul letto per riflettere e pensare e rilassarmi, nessuno mi obbliga a niente, è un periodo così, un periodo stanco, e accetto con più naturalezza quello che sono, non sforzandomi di essere ciò che non sono, per non perdere la mia identità… il lavoro che in questa settimana ancora non è davvero iniziato, e non mi interessa, meglio riposare un po’, ci saranno altri momenti per lavorare, altri momenti per essere più attivo, e non me ne faccio più un pensiero, pensando di scappare altrove, di essere superattivo, di sentirmi importante o indispensabile, non mi interessa, va bene anche così, lavorare poco, ma essere almeno rilassato, e non seguire gli ideali irraggiungibili di una vita frenetica, fatta di lavoro, di film, musica, libri, ragazze, divertimento, adrenalina, energia, no! Se in questo periodo sono stanco va bene così, e non ho depressioni da temere, ho solo da temere eccessivi sforzi intellettuali per essere ciò che non sono, eccessivi sforzi che mi farebbero andare solo in nevrosi, e preferisco essere rilassato e anche un po’ senza energia, l’energia, quando vorrà, ritornerà, nel giusto equilibrio… e il pomeriggio in biblioteca, dopo la mia camminata quotidiana, mi rilassavo a leggere quella rivista Bahaì in biblioteca, che spiegava i fondamenti lapalissiani di quella religione, cose appunto scontate, ma non per questo da dimenticare o da negare, e ogni tanto anche il ripasso delle cose ovvie fa bene… mi prendevo due dvd, quando mi accorgevo che non avevo concentrazione per leggere altri libri, quando ero stufo di leggere, e la sera mi guardavo “East of Eden” con James Dean e l’altra attrice Julie, e mi perdevo in quel film… guardavo la prima parte verso sera, dopo cena, e a metà del film mi spegnevo, pensando a Manuela, al supermercato, al mio essere chiuso, al mio non parlare più con la gente, e mi spegnevo, mi spegnevo… mi addormentavo e facevo strani sogni erotici, dove una certa Vicky, giovane ragazza, del ’92, compariva e si  presentava, in un sogno che sembrava uscito da un film di fantascienza, un sogno che non ricordo neanche più, ricordo solo l’eccitazione per quella ragazza, e come mi svegliavo… mi svegliavo per prendere la mia medicina, che poi invece dimenticavo, e tornavo a dormire solo per risvegliarmi all’una di notte, per prendere la medicina, per finire di vedere quella seconda parte del film… il ragazzo discolo che cerca la madre, il conflitto con il padre, che freudianamente impone la legge della moralità, l’amore del fratello più omologato, che alla fine si perde per il sentimento verso la madre e decide di andare a combattere in Europa, la ragazza di lui che si innamora del fratello più ribelle, ma anche più intraprendente, quando decide di mettere su un business che frutta, e alla fine del film la riconciliazione, con il padre morente, sul letto di morte, e l’amore di quella ragazza… l’amore di quella ragazza, che in lei non vedevo nessun’altra tranne Eugenia, sì, Eugenia, il cui pensiero attraversava tutta la notte, l’amore che era stato per lei, e che forse è ancora, il vero amore, non le follie e l’innamoramento e le psicosi e l’erotismo, ma il vero e proprio amore che me la facevano desiderare come per sempre, al di là della sua bigotteria, al di là della sua bellezza da pubblicità di saponette, e nella notte c’era solo lei, lei che passava attraverso quell’attrice, l’amore di una volta, il vero amore che non ha niente a che fare con le artificialità moderne, l’amore che forse poteva vivere solo in un’altra epoca, non in questa… e davo un’occhiata al suo profilo Facebook, aveva condiviso quell’articolo sui grandi della Sylicon Valley che si stanno disconnettendo da internet per fare una vita più autentica, e mi veniva da sorridere, mentre pensavo alle foto della natura di cui mi sono cosparso, natura che ricordava Eugenia e quel parco, il suo amore per la natura, quella camminata nel verde ogni sera vicino al cimitero, quella naturalezza della quale sono alla ricerca, quella naturalezza al di là di tutte le artificiosità, e nel fondo della notte pensare e visualizzare solo lei, solo Eugenia, per dimenticarmi di tutte le opinioni e le parole di tutti, perché, in fondo alla mia anima, come scrivevo anche nel prologo, c’è solo lei, l’unica ragazza, la romena senza nome che vive in me, che ora ha un nome, Eugenia, l’unica ragazza che mi dava quella tranquillità e quella pace e quel giusto sentire, anche se a volte forse troppo fatto di divieti, che mi portava avanti, e se solo quei mesi d’estate fossero stati adesso mi sarei fatto un’idea più giusta di quei divieti, di quei consigli, e avrei accettato di più la pace dell’anima senza cercare eccessi, come allora cercavo con Leida, dopo Alina, e mi sarei messo in pace, e mi sarei arreso alla naturalezza dei sensi, senza cercare adrenalina ed estasi ed eccitazioni dell’anima, che una volta finita l’ubriacatura dei sensi, non ti lasciano più niente… ma quell’estate è passata, lei è ora in Malesia, andare dagli avventisti ora non ha senso, rischierei dei lavaggi del cervello e uno squilibrio che è già abbastanza forte così com’è, e senza lei, senza Eugenia, non avrebbe senso, mi bastava vederla sorridente e libera in Malesia, insieme ad altri giovani, a fare gli infermieri, le suore e i monaci laici, se questi termini si possono applicare a degli avventisti, e la lascio libera, la lascio libera e cerco di non dimenticarla da me, cerco solo di vivere così come sono, con più naturalezza, senza ideologie e forzature dell’anima, “Sia più naturale…” mi dicevano, ed è giunta l’ora davvero di dire basta ad ingiunzioni e ideali irraggiungibili, modi di vivere da pubblicità o da film thriller e d’azione, basta con le storture intellettualistiche e gli ideali superomistici, voglio solo stare più rilassato, essere più naturale, e non essere fregato ogni volta da quelli che mi dicono di fare di più, di essere così o cosà, di non essere ciò che sono, ora come ora voglio essere solo ciò che sono, con più naturalezza, e voglio lasciar perdere chi di me non capisce niente, e il ricordo va solo a lei, va solo a Eugenia, che si perdeva nell’attrice di quel film, e la lascio libera, ci lasciamo liberi, e con tutta la naturalezza del mondo, che va avanti da sé…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Manuela e quell’istante dove mi passavano davanti tutte…

C’è Manuela, pensavo passando di fianco agli scaffali perpendicolari rispetto a tutta la fila di casse, la nuova disposizione del Carrefour, con la chiamata automatica alle casse, senza più poter scegliere liberamente da chi fermarsi, strano, domenica pomeriggio, che passavo di lì solo per degli yogurt magri, che la dottoressa mi ha detto che posso mangiare liberamente, Muller, fate l’amore con il sapore, tutta la tranquillità, chissà che cosa vorrà la fortuna, andrò alla cassa di lei o alla cassa di Albina? Mi chiedevo, e mi fermavo lì, per aspettare il mio turno, e dopo qualche minuto chiamavano la cassa numero sei, la cassa di Manuela… facevo due passi ed ero già lì, vedevo lei che serviva due clienti con una torta con la panna montata, una delizia che non mi posso permettere, ma gli altri sì, e Manuela si alzava, se ne andava all’altra cassa, da Albina, non so per che cosa, forse per la moneta, per dei ticket, a chiederle qualcosa del lavoro, e diceva: “Albi…”…. Albi, Albania, Albert, come mi chiamava lei quella volta, pensava che mi chiamassi Albert, confondeva il mio nome, Aldo, le dicevo, Aldo… che ora a scrivere questo mio nome qualcosa in me si muove, mi fa chiedere chi io sia, per un attimo mi fa perdere, forse mi fa ritrovare, scompaiono le immagini dentro di me, il mondo dei sogni e delle suggestioni, della fantasia, e vedo il mio volto, mi vedo, e scompare la fantasia, scompaiono i ricordi… Manuela… che alla fine era il mio turno, posavo la confezione di yogurt sul rullo, e le porgevo la tessera, la passava sul codice a barre e me la riponeva subito, con lo stesso gesto della mia mano, la tessera tra le due dita, tra indice e anulare, in un attimo, senza neanche capire, dirsi ciao a vicenda, e in quell’attimo vedere il mondo, mentre mi tornava ancora quasi il coraggio di guardarla, senza desiderarla, senza impazzire, sì, la guardavo di nuovo e vedevo la sua bellezza, e dietro di lei questa volta non c’era Leida e i suoi incantesimi, non c’era solo lei, c’era Marina, Ana, Leida, Alina, Olimpia e la ragazza romena senza nome, e mi chiedevo quanto tempo era passato da quella sera, quando le dicevo che non riuscivo a togliermela dalla testa, anche se dovevo uscire con una, con Marina, il suo nome non glielo dicevo, ma non era importante, ciò che più mi colpiva era quell’attimo, quel muoversi della coscienza, rivedere tutte quelle ragazze dentro di me, da quando lei c’è, da quando mi sono accorto che forse di lei, almeno un po’, mi sono innamorato, o comunque ho di certo trasposto su di lei tutto ciò che nelle altre non riesco a trovare, forse perché la sogno, la fantastico, mi perdo nel suo volto, senza conoscerla, mi perdo nella sua voce, so che non è disponibile, so che è barrata, lei già fidanzata e convivente, il suo tipo geloso, eppure in quell’attimo, in quell’attimo mi passavano davanti tutte, e per un attimo, ancora, mi sentivo uno stupido, un folle, uno che non si sazia mai, con tutte queste ragazze, e solo lei, per un attimo, sembrava darmi quella pace, quella tranquillità, quel tutto che non c’è e cerco in una ragazza, quell’attimo dove mi passavano davanti tutte… “Sacchetto?” “No… fa niente…” e prendevo la mia confezione di yogurt Muller, fate l’amore con il sapore, contavo la mia moneta da darle, tre euro e zero nove, posavo la moneta sullo sportellino di plexiglas, e aspettavo il resto, un centesimo, e due scontrini, “Ciao” “Ciao” “Buona giornata” buona giornata… che penserò sempre a te e a quell’istante, altro che buona giornata, o forse buona giornata davvero? Come altre volte la buona serata, come… come… come non mai… come non mai… e andare via, senza dire niente, guardandola solo con la coda dell’occhio, dopo averla riguardata mentre tendeva la mano verso gli scontrini che uscivano dal registratore di cassa, con quella coda dell’occhio che notava i suoi lineamenti, i suoi capelli biondi, il suo viso, forse l’archetipo di quel primo amore delle medie, la biondina Silvia, che rivedevo forse ancora l’altro giorno in una bambina biondina, la bellezza illuminata non d’oro, ma di una luce che non so definire, non una luce allucinata questa volta, una luce quasi spirituale, o al di là dello spirituale, una luce senza aggettivi, di tutta la sua femminilità, di tutta la sua bellezza, una luce di bellezza e di coscienza in quell’attimo, in quell’istante… e tutte per un attimo andavano via, e rimaneva solo lei, Manuela…

Il pomeriggio, dopo un vasetto di quegli yogurt, i dieci chili che ho perso da quando forse impazzivo per lei e per la dieta e per le malattie e per Leida e tutto il casino di quei primi mesi di primavera, o gli ultimi dell’inverno, non ricordo, Muller, fate l’amore con il sapore, Carrefour, ti adoro, con il simbolo di un cuoricino… simboli, associazioni mentali libere senza significato ormai, che una volta sarebbero diventati sintomi psicotici, sincretismi di simboli e parole, niente di tutto questo, il pomeriggio… perdere la voglia di finire quel poliziesco a tutti i costi, perdere il mordente, il senso del thriller, trovare la quiete, trovare la pace, ritrovare il sogno, Manuela, che per un attimo avevo ancora paura di stare lì ad impazzire, a psicotizzare, come i mesi precedenti, buona giornata, davvero buona giornata che mi passava anche quasi la voglia di fumare, e mi dicevo e mi dico: “Ho già smesso”, anche se fumo ancora, anche se fumo di meno, Manuela, quell’istante, la sua bellezza, quell’attimo dove mi passavano davanti tutte, e quasi stendersi sul letto e non voler pensare più a niente, tutta la musica che perdeva di significato, così i libri, le poesie, i ricordi di Alina, il nero dell’anima, la psicosi, la fame, la sete, il tabacco, il senso di dover per forza studiare e leggere, di non dover buttare via il fine settimana, il demone dello studio e dei libri, del lavoro, le mistiche religiose, le esagerazioni razionali, gli automatismi e le compulsioni, ogni cosa svaniva, smetteva di avere importanza, senso e peso, e rimaneva solo lei e quell’istante, Manuela e quell’istante dove mi passavano davanti tutte… Che lei diventava la Norvegia e la Svezia, i capelli biondi, la Russia, l’Albania, l’Ucraina, la Romania, lei diventava tutto, tutto il resto, tutt’altro, tutta l’America, tutto l’altrove, le altre lingue, l’altra musica, diventava tutto e poco alla volta canzoni che pensavo dimenticate per sempre cominciavano a riaffiorare in me, canzoni italiane, forse un po’ stupide, Gigi D’Alessio e quel cd che regalavo ad Amalia dieci anni fa, le sue canzoni, anche lei bionda, lei che mi tornava in mente quando psicotizzavo davanti a lei alla cassa, Amalia e i protettori e i carabinieri e il pugno in faccia e Amalia che mi diceva: “Ma ti sei guardato allo specchio?!!”… guardarsi allo specchio, io, un ragazzo come tanti, niente più, niente meno, dimagrito in questi sette mesi, dalla capigliatura che non dice niente, gli occhiali fuori moda ma comunque passabili, la barba non da hipster, ma neanche il volto sbarbato, il mio sguardo, solo il mio sguardo, me stesso, Aldo, davanti a lei, davanti a Manuela, che si chiederanno qualcosa o si chiederanno niente quelli del Carrefour poco importa, diranno forse che sono un folle, che sono innamorato, che sono un po’ strano, che sono un rompiscatole, che forse non diranno niente, semplicemente mi ignoreranno, come mi ignoravano la notte prima a comprare quella bottiglia di Vodka solo per avere l’aquila di Katia in me, ma che senso aveva? Che senso aveva quando tutto l’alcol del mondo è stato bevuto per Alina e solo per Alina? Manuela… che portava via il nero dell’anima, il nero di Alina, quell’attimo dove mi passavano davanti tutte… le parole tra di noi che non ci sono e forse ci sarebbero, non ascoltarle, non immaginarle, lasciarle perdere, perdersi nelle canzoni che ora andavano a Gigi Finizio e ai suoi lamenti, ai suoi tormenti, alle sue vocalizzazioni, musica già migliore rispetto a Gigi D’Alessio, musica italiana, italiana come lei, come Manuela, che se chiodo scaccia chiodo questa volta il chiodo non l’ha scacciato un’altra di quelle, una straniera, ma un’italiana come Manuela, e la musica risuonava in me, e l’immagine di lei, senza desiderarla di nuovo, una domenica pomeriggio così, alla sua insegna, anche mentre camminavo nel solito giro del cimitero, anche quando me ne tornavo da me, senza troppa voglia di leggere, di ascoltare musica, di niente, insomma, di niente, solo la quiete, l’immagine di lei, senza psicotizzare, la quiete, la quiete e il sogno d’amore, Manuela e quell’istante dove mi passavano davanti tutte…

La sera, la cena sobria, la lettura leggera, qualche sigaretta, non di troppo, la musica di Denisa che non aveva più la magia di una volta, il sonno, l’abbandonare ogni lettura, ogni concentrazione, ogni cosa, lasciarsi andare, lasciarsi andare al sonno, lasciar perdere tutto, nella quiete, nel sogno d’amore, e quell’istante dove mi passavano davanti tutte…