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Se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana…

Ortodoxie, ortodoxie, ortodoxie dell’anima, ancora una volta, dopo Ana che è andata via, fin quando c’era lei tutto andava per il verso giusto, avevo anche viaggiato, con il pensiero di lei, frastornato da cantari islamici salmodiati che sviavano, ma in me c’era sempre lei, l’azzurro del suo vestire, i momenti erotici e l’amore… perché poi mi sia perso per sua sorella, per l’altra Alexia, per quella negretta, e sud americana, e cinese, non lo so neanch’io, perduto, per causa sua, che ogni volta cercavo lei, ma lei non c’era, e mi perdevo con le altre, pensare all’altra notte, quando camminavo dove lei stava, là, vicino alla basilica ortodossa dalla cupola azzurra, la sua via, la sua strada, la sua vita, perché mi sono perso non lo so, per via della sua musica, per via che ricordavo sempre Marina quando rivedevo lei, Marina che mi aveva sviato, anche lei, con il suo amore materno, non corrisposto da me, anzi il ripudio, quel ripudio che doveva farmi impazzire di erotismo cinese l’altra sera al bar, dopo due o tre vodke, non ricordo neanche, e questi pensieri schizofrenici di questi ultimi giorni, quando divinità lontane apparivano, Shiva, Vishnu, Krishna, Brahma, come delle immagini pescate dalla schizofrenia dell’anima di quella fede bahaì che comprende troppi dèi, tutti e nessuno, schizofrenia dell’anima, idolatria, a riesumare anche dagli anfratti della mente quello Zarathustra di Nietzsche che è solo pura schizofrenia, come le canzoni di ieri senza fine su RTL 102.5, radio di tutti i bar, musica su musica che per lo meno scacciava la lettura compulsiva di non so più che cosa, fumetti giapponesi, scritti nicciani, il Pelevin buddhista e induista russo, per una lingua che non è mia, non sento mia, la lingua russa con Marina che è uno schifo, confronto a quello che sentivo per Alina, ma lei è ormai passata da una vita, e c’è una nuova ferita che sa di luce bianca eterea e azzurra alla fine del tunnel, le vesti azzurre di Ana, che se ne è andata, e con lei l’amore, le canzoni raeggeton, il rap italiano, i cori ortossi, il desiderio e l’amore, e l’addio ad ogni ragazza, che per colpa sua mi sono ferita d’Africa, di Sud America e di Cina, e ora non voglio desiderare più nessun altra, non voglio più strafarmi di caffè, di musica, di libri, di film, là dove non ce n’è bisogno, puro consumismo culturale schizofrenico, e l’ortodossia dell’anima la ritrovo quando mi raccolgo in preghiera, ed esprimo parole, e vedo lei, Ana, dal lontano dei ricordi, delle ultime nottate con lei, della sua voce, del suo sguardo, del suo sorridere, e della sua stizza, a modo suo, che ora torno ad essere monaco ortodosso, ortodoxie dell’anima, vesti nere, penitenza e chiarore della luce interna in me, che non penso neanche all’operazione di domani, tre denti da togliere, l’anestesia, non mi interessa, finché sarò vestito di nero, finché questi capelli continueranno a crescere come un vero monaco ortodosso, finché questa barba ci sarà, e finché continuerò a visualizzare la fine di tutti i miei deliri, quel vero monaco ortodosso che si inchinava baciando la terra e mi benediceva poi con tra le braccia un’icona ortodossa, al di là della crocifissione, ortodoxie dell’anima, icone, al di là dell’antico ricordo della Romania, più di quindici anni fa con mio padre e Ruggero, Oana e le sue icone, Ruggero che la sposava, Romania dell’anima che l’unica lingua che ora voglio sentire è quella dei canti ortodossi, pentru suflet, al di là di Larisa e Stas e Dmitrij che hanno convissuto con noi per più di un anno, al di là del mio sviarmi sempre da luci fantastiche e sfavillanti, stelle immaginarie, luci bianche coraniche o semi coraniche, bahaì, non è lì la salvezza, ma nel nero dell’anima dell’ortodossia, che si era perso per il colore nero di quella negretta con la quale avevo goduto, quel nero delle mie vesti estive, e queste mie vesti, che a volte sono solo rosse e nere, come il diavolo alla fine dell’apocalisse, la luce, il nero che diventa luce, e l’azzurro come l’azzurro del cielo, del giorno, della notte, che sono stufo di politica, religioni alternative, sviamenti dell’anima, ricerche di salvezze e redenzioni altre, tra buddhismi, induismi, bahaismi, babismi e islamismi, e sufismi, e cattolicesimi tutti sociali e per niente spirituali e interiori, ortodoxie dell’anima, ortodoxie dell’anima dove compare lei, Ana… ortodoxie dell’anima che si risvegliava a rivedere quell’altro ortodosso, non un monaco cristiano, ma un rabbino ortodosso, dalla barba caprina, dal cappello nero, dal corpo magro e slanciato, ortodoxie, mi dicevo, ortodoxie, di fianco a Marina, anche lei ortodossa, sulla carta, ma non nell’anima, fin troppo ragazza russa decristianizzata, laica, che quando lei mi diceva che della chiesa non le interessava già la etichettavo come ragazza non mia, senza contare il desiderio che non c’era, anzi il ripudio, che dovevo capire già da prima, che ortodossa forse era anche Leida, anche lei che non c’è più, ma il gioiello di quest’anno rimane lei, Ana, al di là di tutte le altre e tutto il resto, che già a fine mese sto facendo il conto di un anno, il bilancio, l’unica cosa che salvo, lei, Ana, e il mio sentire ortodosso, che si risveglia ora, e si permea di tutto me stesso, quella tranquillità profonda e abissale nera e oscura che da sola riesce a invadere tutto, senza luci e illuminazioni e canti schizofrenici, e parole a casaccio, e ripetizioni di troppe parole, e quant’altro, ortodoxie dell’anima senza una chiesa, senza una messa, senza gerarchie ecclesiastiche, libero di vivere la mia ortodossia dell’anima che si richiama a lei, ad Ana, che non c’è più, e quanto mi ha fatto impazzire la sua mancanza, quanto l’ho cercata, e quanto mi sono sviato, come quella canzone di Ozuna che si diceva egoista, e pensava di stare bene andando con un’altra, invece… invece… quanti errori, quanti sbagli, quanti sviamenti, e solo con l’ortodossia dell’anima potrò ancora capire e orientarmi ancora nel mondo nell’anno prossimo, nel prossimo periodo, che non vedo l’ora di Natale, Natale cattolico, Natale ortodosso, 25 dicembre e 7 gennaio, periodo sacro che più della nascita del messia penso all’ascetismo dell’anima, alla chiara luce oscura che vive in me, lontano da immagini esterne che esternano punti segreti dell’anima, solo per farla impazzire di pulsioni in contrasto tra loro, ortodoxie dell’anima, senza nessuna magica icona a salvarmi, se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana… che non saprò che farmene dello Zarathustra che forse mi arriverà dai miei amici a gennaio, giorno del mio compleanno, giorno del Natale ortodosso, solo forse l’immagine, l’immagine falsificata di un cristo che non è un Cristo, lo Zarathustra tra tutte le altre false divinità, Vishnu, Krishna, Brahma, Shiva, Bahaullah, Abdul Baha, e chissà chi altro ancora, pantheon impazzito e schizofrenico, che ci voleva solo Ana alla fine a salvarmi, l’unica cosa, l’unica persona che salvo di quest’anno, l’unico sentimento, l’unico mio sentire, sentire vero, sentire nero di una chiara luce eterea a celestiale in me, ortodoxie dell’anima… e anche se Ana non c’è più, se n’è andata, in me continua a vivere il sentimento per lei, ortodoxie dell’anima, Ana…

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Perché dagli errori ci si riprende! E si va avanti!

Tutto lo stress di questi denti da togliere, tre denti, tra cui due del giudizio, impazzire in questo periodo, abuso di caffè, ragazze russe che non mi piacciono, serate a teatro per degli spettacoli che non mi interessavano, barista cinese bionda che scatenava ogni genere di libido, pur di scappare dalle ragazze russe che non mi piacevano, caffè al nuovo bar London la mattina, tutta la carica erotica, e poi esagerare con i caffè nel corso della giornata, da diventare schizofrenico, Dong Dong, detto anche Alex, l’amico cinese, che chiamava per sapere se ero interessato a lavorare da barista con lui, se ne riparlerà a gennaio, gli dicevo, giovedì ho questa operazione chirurgica e per un po’ sarò impossibilitato anche solo a parlare, per il dolore, per il gonfiore, e chissà che cosa, questi cinesi che ritornano e fanno casino con le ragazze russe, peggio che le videoclip di xvideos con le orientali e le massaggiatrici cinesi che ti ricordano tutti gli insegnamenti tantrici, stare male e di conseguenza stare male anche con l’erotismo, le spogliarelliste russe su Vkontakte che mandano la testa fuori giri, pur di rifarsi gli occhi con le ragazze russe che non mi piacciono, alcol che ogni volta fa male, depressione, stati mentali alterati, ed è meglio evitare l’alcol, come dicevano gli avventisti, i bahaì e gli islamici, e anche i dottori, e anche, se vogliamo, lo Zarathustra di Nietzsche, the water drinker… sentire gli amici su whattsapp per farsi regalare per il 34esimo compleano lo Zarathustra in inglese, quello con la copertina che sembra Gesù Cristo, numerologie e cabbale tutte personali, 34, come il canto dell’inferno dantesco, il 34esimo compleanno che in realtà mi aprirà al mio 35 anno di vita, come diceva Saverio, si è sempre un anno in più… il 19 quando lo incontrerò, 19 come il numero di volte che per cinque fa 95, il numero delle volte che devi invocare la divinità come formula scaramantica, gli islamici e i bahaì che contano il rosario del nome divino contando sulle dita, come mi insegnava anche Haruna, l’africano che lavorava da noi… dare i numeri, certo, come l’8, che in Cina porta fortuna, il numero dell’arricchirsi, che alle 8 c’è sempre la barista bionda cinese figa, che porti fortuna? E 8 che in cinese si dice “ba”, “ba”, come padre, le teorie psicanalitiche sul padre, che non si capisce niente, la divinità padre, dell’ebraismo, del cristianesimo, che Dio nell’islam non è padre, tutti questi deliri, questo dare i numeri e quant’altro, quest’oggi, e basta con le numerologie, che già lo capivo quando stavo a Berlino dall 1/8 al 8/8, 88 heil hitler, per i tedeschi di una volta, 88, baba! in cinese, usato come byebye! per salutarsi nelle chat, numeri su numeri, dar di matto come quando vedevo il rabbino ortodosso alto e dalla barba caprina con il cappello nero, “Rabbì! Mi divorzierebbe da questa ragazza russa?”, gli avrei chiesto quella sera, basterà non sentire più Marina, lei e il suo amore materno, le mie parole russe che non scorrono, anzi, che non vogliono affatto essere dette, dimenticare il russo, dimenticare, dopo Alina, lei e il suo “Не привязываться ни к кому! Лучше не любить!”, “Non legarti a nessuno! Meglio non amare!”, che stamattina ritornava, dopo il caos di ieri sera tra spogliarelliste online, due bicchieri di vino di troppo, venti gocce di valium e 5 mg di zolpeduar, casino della mattina dopo, che la barista alle 6.30 della mattina non bastava, caos su caos, nella giornata, non voler lavorare, lasciarsi andare a deliri sul cristianesimo anarchico, dopo che sentivo su rtl 102.5 Salvini che parlava, per favore! Fatelo stare zitto! Ah, no, basta cambiare stazione radio, ritornare a credere senza credere, the higher man, come leggevo l’introduzione stamattina dello Zarathustra scaricato online in inglese, the higher man, un uomo superiore, sì, che va a troie, che guarda le videoclip, che fuma come un turco, che spera solo di rivedere la cinese, che si fa di pasticche e gocce chimiche, che abusa di caffè, che non ha voglia di lavorare, che ha paura di un’operazione chirurgica ai denti, che si disperde in mille identità, basta! Quale higher man sarebbe questo? Un forsennato, un folle, un mezzo schizofrenico! Basta! Che per calmarmi dai troppi caffè dovevo ricorrere alla pratica imparata quest’estate: gocce e pasticche chimiche, e l’ascolto del Corano per non pensare più a niente, sdraiato sul letto come uno schizofrenico ricoverato, la follia, la follia, la follia! Risvegliarsi, risvegliarsi solo per fare quattro passi, per comunicare all’amico che la vodka per il mio compleanno non la voglio più, regalatemi lo Zarathustra di Nietzsche in inglese, per Dio! E spero che arriverà, tra un mesetto, il 7 gennaio, quando in Russia festeggiano Natale, e io avrò il mio libro tedesco in inglese, con l’immagine di uno che sembra Gesù Cristo sulla copertina, un semplice disegno, numerologie, numerologie, numerologie, che aveva proprio ragione Saverio quando mi diceva che più sto lontano dal lavoro più pensieri strani affiorano, è difficile stare da soli, è davvero difficile, ci si perde su internet, tra mille pensieri e letture compulsive, era ora di dire basta! E l’uomo superiore, al di là del concetto di peccato, di redenzione, di salvezza, di ogni cosa, potrà vivere in me, anche quelle stupide monete che lasciavo in chiesa stasera perché questa settimana sono venuti a benedire la casa e mia madre non avevo un becco di un quattrino per ricambiare, ricambiare così, sedersi a terra e pregare come quando pregavo per l’amore per Ana, Ana che se ne è andata e ha fatto casino più che mai, più di quando c’era, lei che stamattina mi tornava in mente, quando vedevo la cinese bionda, le canzoni di Ozuna romantiche, lei che mi tornava in mente, Ana, che non c’è più e ha fatto più casino dei dentisti, delle gocce e delle pasticche chimiche, e dell’alcol, e di Marina  e le ragazze brutte che non voglio, e tutte le lingue, le divinità, e mille altri pensieri, quanto si stava meglio quando lavoravo più regolarmente, tutto questo sciabordio di pensieri e di casini non c’era, ma ci si riprende, si va avanti, si superano queste cose capendo i propri errori, imparando dai propri sbagli, ed errare è umano, perseverare è diabolico, ma che ci posso fare se questa mia schizofrenia congenita mi costringe ogni tanto a corregere con la chimica? Cosa ci posso fare? E’ la mia croce questa follia, ed è già tanto che riesco a gestirla, e vado avanti lo stesso, vado avanti lo stesso! And I’ve got new rules! Come la canzone di Dua Lipa, “New rules”, niente spogliarelliste, niente alcol, niente abuso di caffè, chimica nella giusta dose, senza fare casino, ragazze da desiderare sì, ma senza smaniare, come degli ossessi, e non c’è peccato, ci sono solo errori, sbagli, da cui si impara, come c’era scritto in quel libro sul buddhismo, che non concepisce peccati, ma solo ignoranza ed errori, e si va avanti così, con la giusta idea di un uomo superiore, a higher man, che vinca tutto questo sciabordio di errori e di casino, e andrò avanti, andrò avanti, andrò avanti! Non so di che film sarà fatta la serata, di quali libri, di che cosa, non lo so, voglio solo stare bene, e per ora l’immagine di quel libro che arriverà è la mia ispirazione, dopo il Corano, dopo l’immagine di Cristo che visualizzavo in me questo pomeriggio, nelle mie ore di riprendersi dai vari errori, perché dagli errori ci si riprende! E si va avanti!

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E l’estasi continuerà a vivere in me…

Risveglio sufico, le sure del Corano in me, recitate, il ricordo, dhikr, della trascendenza, la luce bianca su luce bianca, il risveglio mattutino all’alba, e raccogliersi e sentire i pensieri svanire, evanescenti, la vana immaginazione e le inutili fantasie, cortocircuiti di input di cose da leggere, da fare, input tralasciati per andare al di là, lontano, che la divinità è lontana, verso quel tempio, quella terra santa, quei luoghi sacri, all’aperto, in ogni dove, raccogliersi e cominciare a sentire la tranquillità, la serenità, la calma e la pace, la vacuità della mente, e l’inconsistenza dell’essere… raccogliersi e incamminarsi verso il bar, della cinese bionda, e pensare a Zuckerberg e al rabbino che vedevo l’altra sera, a Zuckerberg, sposato con una cinese… libido originaria… che mi addentravo nel bar, per i soliti due pacchetti, e un caffè, buono, quasi come quello di casa, la cinese che mi serviva, e guardare il telegiornale, Macron, i gilet gialli, Trump e Xi Jinping, Putin… sorseggiare il caffè e avere uno scorcio della mattinata, dell’alba, lì, vicino alla pizzeria dei turchi, dove la direzione del tempio si trasforma in pura apertura, all’aperto, gli spazi sconfinati… io e altri due uomini che stavano lì a sorseggiare il caffè, italiani, visione orgiastica per un attimo, e sentire nel sottofondo le sure del Corano, ya musa…andare al di là… liberato… salutare e andare via, dopo il caffè, e sulla via del ritorno riprovare tutta l’energia erotica in me, la libido liberata, e tutta l’anima che si liberava sotto quelle sure, quel canto, e rabbì da lontano che sembrava dirmi che avevo fatto bene a lasciar perdere Marina, là dove di piacere non ce n’è, ed essermi lasciato andare, come ha fatto Zuckerberg… mistero dei piaceri dell’anima… che passavo davanti alla chiesa e quel predicatore di morte non aveva effetto su di me, ricordavo quando passavo all’oratorio, e vedevo quell’islamico vestito di bianco, anche lui che intonava le sure, Eterno Oriente dalle mille voluttà e spiritualità, il vero piacere, la vera estasi, l’Est Infinito… che tutto ritornava, da tempi remoti dell’anima, tutto si trasformava, tutto si trascendeva e si esaltava, si estasiava, e l’anima in me si liberava… non desiderare era sbagliato… lasciare che l’energia erotica si trasformasse in puro piacere dell’anima… il giusto modo per cominciare una mattina… che all’operazione non ci penso più, sono invaso di piacere e voluttà, e non mi curo del resto, e l’anima vola a Oriente, verso quei canti, quell’Oriente di mille voluttà, dove ritornano tutte… non so se farò come un fachiro, senza mangiare, mangiare poco, fumare poco, se mi darò ancora di più alla trascendenza, all’ascetismo di Lord Shiva e mille altre divinità, qui la divinità è invisibile, e si trasforma in energia, di cui non c’è più niente da temere, perché si libera… il consumismo culturale lo lascerò ad altri, ad altri giorni, consumismo impazzito che non sa più cosa leggere, cosa guardare, cosa ascoltare, non ho bisogno di niente, solo di questa energia e questo infinito oriente… questa estasi… che ora tutto diventa chiaro, si disvela ciò che era celato, e si libera… libido orientale… estasi orientale… e ogni tranquillità e pace… so ancora di caffè, sento lo stomaco bucato, e mi sembra che questo ascetismo non possa che farmi bene, e sento l’estasi in me, e ogni piacere… lontane le oscure cappe nere dell’anima, gli impulsi impazziti, gli stordimenti e pensieri come dei flipper impazziti, tutto ora è chiara luce, e non c’è bisogno di niente, l’energia si risveglia in me… è tutto pura luce ora, e paesaggi sconfinati si stagliano davanti a me, come una poesia di un paesaggio e di una vista sull’infinito, come quei quadri di Caspar David Friedrich a Berlino, come quel mihrab che guarda verso un punto sconfinato, lontanissimo, verso l’infinito e oltre… l’infinito in me… non so che farmene di questa mattina, di questo pomeriggio dove correrò e mi allenerò un po’, di questa giornata, di quei libri, quei film, quelle canzoni, non so che farmene, e l’infinito vincerà sulla noia… altre parole si apriranno, altre immagini, altre sensazioni, nate dall’arte, e l’estasi continuerà a vivere in me…

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Nel pantheon della mia fantasia, all’infinito, dalla cinese bionda, pura magia senza fine…

Pensiero magico a livelli esoterici, sensazioni e impressioni, suggestioni di ogni sorta, dopo quella sera al “Bar di Londra” dove c’era la cinese bionda, libido che si stagliava nell’anima come pura magia erotica, per andare oltre la serata con Marina al Piccolo Teatro, e insieme alle sue amiche, tutte Elena… libido che si stagliava come l’energia vitale, il “qi” di cui parlavano i testi taoisti, e un pantheon di divinità che si risvegliava in me, dall’asceta e sterminatore di mondi Shiva, dal vecchio rabbino, alto e smunto, dal volto arcigno, e dalla barba caprina, con il cappello nero, che mi passava davanti mentre ero là con Marina a Cadorna, oggi per loro è shabbat, giorno di riposo, giorno di sinagoga, per altri è Jalal, e tutte le religioni e le magie si rincorrono in questo istante, tutte le culture e i riferimenti magici e culturali… non c’è fine a questa ispirazione infinita, e le quattro vodka di ieri bastano a ricordare tutta la libido che si stagliava davanti alla cinese, per andare oltre Marina, una semplice amica, con la quale parlare in russo diventa complicato, per me, difficile esprimersi, facile capire quando lei parla… le prime parole di quella pièce, beato chi… beato chi… di evangelica memoria, riscoprire lo Zarathustra di Nietzsche, il tempo che ora non è più né lineare né circolare, ma è puro caos di sensazioni e suggestioni, insieme alle immagini e le parole che si presentano in me… difficile trovare la razionalità ora, che non si scaccerà l’incantesimo con il fumetto di “Ken – le Origini del Mito”. né con quel libro “Proletkult”, romanzo della prima epoca sovietica, dove all’irrazionalità ortodossa tutti i filosofi russi cercavano una filosofia onnicomprensiva, che descrivesse e razionalizzasse tutto, tutte filosofie molto fantasiose, come questa fantasia ora in me… che tutto diventa fiction e magia, e i le suggestioni si rincorrono senza sosta, è “la magia della cinese”… che ogni mattina mi sveglio sempre con questa aurea magica in me, ed è inutile cercare di razionalizzare tutto davanti a divinità lontane, nel pantheon della mia fantasia… Kaylani Lei, la cinese, i massaggi, Marina, la vodka, Abdul Baha, Yesus, Иисус Христос, questa follia nata chissà da dove, che non ha fine, forse per quell’intervento di questa settimana, forse per la visita il 19, altro numero magico, forse per il mio 34esimo compleanno a gennaio, il 7, giorno di Natale in Russia, dove vorrei solo lo Zarathustra di Nietzsche in inglese, che vorrei mi regalassero i miei amici, per scacciare questo dare i numeri, come l’altra volta in caserma il carabinier scriveva 1958 invece di 1985 sulla mia data di nascita, quando facevo la denuncia per il tablet rubato, questo dare i numeri che andrebbe bene per giocarseli al lotto, che solo ora mi accorgo di quanto aveva ragione Saverio, io e il mio esoterismo, io e il mio pensiero magico, io nel pantheon della mia fantasia… che ci deve essere un taglio a tutto questo, ed è difficile trovare la pura razionalità in questo susseguirsi di sensazioni, vedo tutto da lontano, sì, ma con difficoltà, e la cinese mi strega ancora, per liberarmi da Marina, strega scaccia strega… e tutto si disperde, tutto è una confusione totale, come quando si è ubriachi da troppa vodka, altra pozione magica che mi serviva per comprendere tutto questo caos, per portarlo all’estremo, per rendere evidente questa magia dentro di me, e questo pantheon della mia fantasia… che è inutile ascoltare il Corano, altra magia, magia su magia, canzoni cinesi, cori ortodossi, ripetizioni di nomi divini, esoterismi e magie, ed è l’ora di un’altra rivoluzione, un’altra apocalisse, un’apocalisse atea, una rivoluzione atea, nel nome di Zarathustra, nel nome della razionalità, e simboli antichi rimarranno lì, solo per ricordarmi di come l’anima a volte possa diventare magica… anima magica in me, tra Shiva l’asceta e sterminatore, il Buddha della compassione e della misericordia, e del vuoto dell’anima, il nulla della poesia e l’infinito, i fiori del male dell’alcol della vodka, là seduto, nel bar, come un quadro impressionista, tra Folies Bergères chinoises… la chinoise… le massage… Keylani Lei… la pornografia e la libido, la magia, l’amore materno di Marina, le divinità e la fantasia, in un’ispirazione infinita che non conosce fine, l’infinito nel pantheon della mia fantasia… farò ancora confusione di libri e letture? Di film e canzoni? Di cori e salmi sacri? Di amicizie e di amori? Di invaghimenti e cotte e superstizioni, e pensieri magici che vorrebbero ogni volta sovrascrivere un ricordo con un altro ricordo? La smetterò mai di essere una specie di stregone, di mago? E rabbì ieri che compariva era già abbastanza per rendermene conto, così come le parole di Saverio: pensiero magico, occultismo… la stella di David, la stella a Nove Punte Bahaì, la croce e il suo significato mistico, la svastika e l’induismo e il buddhismo, e le religioni asiatiche, e il vuoto di immagini del Corano, e della Torah, l’ambiente minimalista e arabescato delle sinagoghe a Berlino, là dove forse il pensiero magico si faceva ancora più forte, tra quelle sinagoghe, quei musei ebraici, quel Corano che ascoltavo, quelle stelle a cinque punte magiche, come il Natale e le sue decorazioni, le pasticche e le gocce chimiche per dormire e scacciare questa successione infinita di sensazioni, pensiero magico, ispirazione infinita, che mi rimanda a Katia e alla follia per lei, primo vero inizio di ogni follia e fantasia, che si risolve nell’Omega e nell’Alfa del niente, del vuoto, dell’infinito, un’infinito pieno di immaginazione e parole senza nessi, solo pura magia… Kaylani Lei, la cinese, il massaggio, Marina, la vodka e la barista cinese bionda, solo pura magia… adesso che Ana se ne è andata, anche Aleksia, e la libido si trasforma in magia e immaginazione, in Kaylani Lei, nell’Asia delle mille voluttà, alcol, pornografia, massaggi, fantasia, alcol, teatro, fantasia, e magie su magie per scacciare altre magie… non ci saranno immagini in me, che come un film, un video di qualche canzone, una clip, non ci saranno parole e musica e canto, tutto si infinita, questa magia infinita… Shiva, VIshnu, Brahma, Krishna, divinità disegnate come dei personaggi dei fumetti, supereroi… Zarathustra e andare al di là della fantasia e della fiction, altri personaggi che sono solo supereroi di massa, nessuna differenza più tra divinità e personaggi dei cartoni animati, film e musica, fantasia e fiction infinita… non trovo più me stesso, si è perso in questa fantasia, in questa magia cinese, in queste numerologie, in questi nomi divini, in questi calcoli e operazioni matematiche impazzite, e la cinese bionda mi incanta e mi incanta ancora, come se fosse la bellezza di Sissi, l’amica cinese di università, che dal lontano dei ricordi mi chiama… Eugenia che anche lei, senza saperlo, era un po’ magica, lei e la sua Bibbia e i suoi versetti, lei che si è data ad un asiatico, sposata, e cancellata da Facebook, anche lei, pura magia, andata via, la scia di magia lasciata da Ana, e Marina che non volevo, e la cinese bionda sì, invece, follia, magia, Kaylani Lei, la massaggiatrice cinese… la cinese bionda… Sissi… dov’è l’amore? Dov’è l’amore che si è perduto in questo incantesimo? In questa magia? Che sembrava un video uscito dai tempi degli Hippie quel “The power of love” che vedevo ieri sera al bar, tra una vodka e l’altra, tra la cinese bionda e quel bicchiere, Folies Bergères chinoses… la vodka, la cinese bionda, Kaylani lei, la massaggiatrice, la cinese bionda, la vodka, l’infinito, le divinità, i disegni delle divinità, i fumetti, i libri, i film, le canzoni, le fiction dell’anima, i film e i video dell’anima, le clip dell’anima, la fantasia, nel pantheon della mia fantasia, all’infinito, dalla cinese bionda… ci sarà un modo per fermare l’infinità fantastica in me? Ci sarà un  modo? E non voglio, voglio perdermi ancora e ancora in questo infinito, nel pantheon della mia fantasia, all’infinito, dalla cinese bionda, pura magia senza fine…

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Sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

Dopo la follia dei fiori del male, chimica variata in eccesso da chi ne capisce, salto al luogo dei folli per parlare con lei, la sciamana della chimica e delle parole, con due frasi risolveva le infondate paure trasmessemi da amici e conoscenti fuori di testa, “Sa bene che le sue paure sono infondate…”, estasi stratosferica velenosa che inondava l’anima di follia da fiori del male, trovare il rimedio tramite la chimica e non solo, altro salto dai pizzaioli turchi dopo la seduta sciamanica chimica, bastava poco per riprendermi e non farmi sentire più in un loop di negatività senza fine, di memoria dimenticata dallo shock, riprendere quei libri e accorgersi di stare esagerando con le parole scritte da altri ultimamente, dover riprendere tutto da capo quando sarà il momento, ma non ci pensavo, entravo nella pizzeria per prendermi una vegetariana, come forse avrebbe preso Eugenia che adesso si è sposata con un asiatico, e ha lasciato il mondo virtuale, io che stamattina mi svegliavo con una visione di lei e la musica di un’osanna nell’alto dei cieli, passare per la chiesa ed evocare divinità con parole frenetiche impazzite, il sacerdote nero là sull’altare, l’altro laico che mi guardavano da lontano, invocare una divinità e tutte le divinità del mondo per salvarmi, ma c’era bisogno della sciamana della chimica per riprendermi, e potevo scambiare due parole con l’altro Mustafa, “Arrivederla, arrivederla, in un’altra vita!”, diceva, “Un’altra vita! Addirittura!”, gli dicevo, e ripensavo a quel libro di Orhan Pamuk, “La vita nuova”, nell’aldilà, dopo la visione della morte e dell’aldilà, di una luce alla fine del mondo, di un fantasma bianco immerso su uno sfondo nero, il mahdi, il messia, il salvatore del mondo degli inferi, l’aldilà che si rinnova solo in una nuova vita quando pensa all’amore di una ragazza che c’era non c’è più e c’è ancora in te, eterna resurrezione dell’anima tra follia e inferi… gustare la mia pizza e attendere che la nuova chimica facesse effetto, i soliti giri del sabato, tra spesa e bar, al supermercato dove incrociavo la quarantenne bionda cinese barista, una bella donna, ma non per me, la luce alla fine del mondo, le parole e la chimica, e un pomeriggio che sarebbe stato di un film apocalittico che non diceva niente, “The day after tomorrow”, film inutile, io che dicevo a mio padre che ero stato dalla sciamana della chimica e che tutto era risolto, lui che ieri sera mi consigliava di andare là per risolvere, ma non c’era nessuno, ieri sera, per fortuna stamattina sì… pomeriggio passato su quel film inutile in inglese, l’unica visione alla fine del mondo una crocifissione della trinità di Masaccio, una divinità padre che tutto comprende e ascolta, anche la mia maledizione da fiori del male, visioni pornografiche e maledette ed estasianti allo stesso tempo dell’ultima notta con quella cleptomane che sarà meglio lasciar perdere, lasciata nel dimenticatoio dell’anima per sempre… finire di vedere il film e cenare, prendere tutto e andare a fare quattro passi, la corsa sarà a domani, quattro passi sotto la musica albanese dal cellulare, musica vagamente islamica ed estatica, il ricordo di Alina di quando mi diceva: “Ascolti ancora musica albanese?”, lei che mi capiva, lei con la quale era tutto da condividere, dove ogni parola, ogni gesto, ogni movimento, ogni visione era pura poesia erotica, il ricordo di lei che salvava dagli inferi, l’estasi della musica, ancora una volta, e dell’amore erotico di una volta, il ricordo di Leida, che finché c’era tutto era estasi, dopo solo follia, con Ana, con Aleksia, con altre di passaggio, nella mia maledizione eterna che trovava sollievo solo nella musica, nella luce bianca di queste voci quasi spirituali albanesi, come un bektas estasiato e danzante su se stesso alla ricerca della divinità mentre intonva quella musica e quelle canzoni che risvegliavano l’anima… non parlare più mentalmente con lo sciamano dei divieti e delle critiche, stanco delle sue parole e dei suoi consigli, altri alleati come quelle sciamane donne sono meglio, e la visione da setta bektas dell’anima, con i nomi divini da invocare, nomi mistici che si risolvono nel ricordo e nell’immagine di lei, di Alina, di Leida, di Ana, trinità erotica in me che vince ogni altra antica divinità e prostituzione sacra ed estasi da fiori del male, musica senza fine di un paese non troppo lontano, tra Turchia, medioevo cattolico ed ortodosso, impero ottomano, impero sovietico, che ora mi guarderei un altro film di tempi andati, “The hunt for Red October”, per rifarmi la vista dopo essermi rifatto il senso dell’ascolto e dei suoni, setta bektas dell’anima estasiata dalla musica e dai ricordi erotici, che Marina solo lontanamente mi sfiora, anche dopo che ieri notte mi rispondeva che era stata fuori con degli ex colleghi a mangiare una pizza, e pensare che lei non è tanto più bella di Leida, anche se la sua carica erotica e seduttiva è lontana anni luce da Alina, Ana, Leida, e tante altre, che l’anima mia si invasa di ricordi e di luce su luce, di musica e di canzoni e di intonazioni d’altrove, che l’anima non vorrebbe ora mai spegnersi ed inondarsi di musica e di ricordi, alla ricerca di un nome divino che si risolve nell’amore erotico andato e in tutte le estasi e gli abissi dei fiori del male, aldilà degli esorcismi sciamanici e chimici di chi mi ha liberato da false voci di amici che non sono mai stati amici, solo conoscenti, gente con cui si esce assieme, ma che non può capirmi e che io non posso capire… spero solo di rifarmi una vita, un’altra vita, come diceva Mustafa, provando a uscire con Marina e con i suoi amici, le sue amiche, c’è un’altra vita che mi aspetta, e se non sarà lì l’altra vita sarà forse nella musica, nell’arte, nelle immagini, nei suoni e nelle parole, di libri e film da guardare una volta alla volta, senza strafarsi di nozioni e intrichi dell’anima, come mi diceva la sciamana, testi troppo impegnati che danno alla testa se non dosati, liberarsi e sognare con la musica, nei ricordi erotici di sempre, non persi, se non solo su carte perse come quei libri andati, ma l’estasi va oltre tutto questo, e si eleva l’anima nella musica e nei ricordi erotici, e la chimica sciamanica va oltre gli erebi di voci falsamente amiche sfalsate, andare oltre, al di là, ancora più in alto, sempre più su, in un estasi senza fine, sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

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La mia follia da fiori del male…

Il demonio, il demonio, il demonio che si impadroniva di me ieri, al mescolare le carte delle immagini a cui ispirarsi, una luce bianca con il nome divino, e nove scie di luce a formare una stella, le convulsioni, i denti stretti a urlare quasi da camicia di forza, i muscoli contratti, la follia da fiori del male… pasticche e gocce chimiche, per sedarmi, la luce bianca che andava a toccare i punti di pressione cerebrali della sessualità, la voglia di Elma Sallahu, le videoclip, la follia, e stare in piedi su quello spiazzo, sotto gli occhi di tutti in potenza, e nell’atto non fare niente, concentrarsi solo su quella stella a cinque punte di natale, quella regalata dalla suora, e fare svanire la follia delle immagini erotiche pervasive… perdersi nei libri sulle immagini, operazione di sconquasso libidico e mentale, il demonio che mi ordinava di leggere, anche senza capire, l’iconoclastia dell’anima impazzita, operazione da camicia di forza… da ospedale psichiatrico, quasi farsi internare… il pomeriggio che andava via liscio dopo la chimica, e sentire Saverio, in tilt gli dicevo, tilt totale, Evgenij Onegin da guardare con Marina, a fine mese, è lunga ancora, diceva, e Pushkin, il nome, che sembrava sinonimo di desiderio d’amore, la paura della morte, del dolore, il dentista in ballo che non aiuta, lo stress… passare un pomeriggio così, sdraiato come ricoverato, sul letto, a sentire il corano, aspettando che la chimica facesse effetto, sedazione e indemoniamento… andare al bar per guardare la partita del Milan, nella frenesia patologica di quella gente al bar, che scommette, che guarda le partite, i passi veloci della gente, gente viva, frenetica, indemoniata… e i miei sogni di mondi paradisiaci che andavano via, nessuna parola, nessuna visione… solo il demone della frenesia… il demone dei fiori del male che si sarebbe scatenato nella notte: bersi bicchieri di alcol, altra chimica,  la visione erotica di quelle ragazze, Sexy Russia, la voglia di evacuare, di liberarmi, e trattenermi invece alla ricerca di una puttana… uscivo e vedevo quella sud americana figa, seni prominenti, bel corpo, fattezza orientali del volto, le sue gambe di pura bellezza ed erotismo, caricarla su, con quella sua voce orgasmica… fermarsi là e cominciare a godere, indemoniato, frenetico, toccarla, lei che mi toccava nel mio stato indemoniato, giri di corpi, seni scoperti, parole volgari, estasi dei sensi, lei che non giocava come volevo io, indemoniato dall’alcol, dalla chimica, dalle allucinazioni, dallo stato mentale alterato, giocare, scoprirle i seni, le parti intime, le gambe, visione pornografica ed estasi sopra ogni limite, indemoniato, la follia dei fiori del male… estasi erotica che si protraeva nella notte, quante gocce, quante sigarette nell’estasi addormentarsi… svegliarsi con il terrore di quegli amici e le loro malattie chimeriche, io e le mie ipocondrie, le mie maledizioni, e l’estasi che mi pervadeva, lontano anni luce dalla quiete, altra chimica in maniera spropositata… accasciarmi sul letto dopo aver cercato invano Saverio, ma la chimica faceva da sé, per contenere il tilt del demonio dei fiori del male… addormentarsi e svegliarsi a mezzogiorno, solo per mangiare un po’ di pasta, bere un caffè forte, fumare una sigaretta, l’estasi, l’agitazione, il ricordo erotico e la voluttà, l’estasi dei sensi, e la follia tra morte ed erotismo, le regole sconquassate, il tilt dell’anima, le paure funeree e virali, paranoie d’amici, ipocondria trasformata in estasi erotica, i solti buttati al vento, jam shqiptar! Niente mi può scalfire! L’immagine al muro che indica solo che la quiete, presto o tardi, arriverà comunque, dopo l’estasi, sentirsi da dio dopo essere indemoniato, vita spericolata, al di là della noia, della quiete, quiete funerea, ebrezza dei sensi… caffè, chimica, sigarette, Saverio non risponderà, tilt dell’anima estasiata e indemoniata, attendo la quiete su scritture spirituali in inglese, in officina leggere ad alta voce, da solo, per scacciare i demoni… i fiori del male, poesia scapigliata, estasi dei sensi, estasi della notte, senza più un soldo, sono ancora vivo, jam shqiptar! La chimica, la chimica, la chimica! L’estasi, testi religiosi senza senso, scacciare i demoni, l’obiettivo? La pace e la quiete dell’anima, sentirsi da dio quando sarà il momento, attendere quell’ora, quelle giornate, quei giorni, intanto l’anima è estasiata, come altre volte, e non ha voglia di evacuare energia, impazzisce l’anima mia come dei fiori del male e anelo ad una quiete che non sa quando sarà, mia follia eterna, la mia condanna, la mia follia da fiori del male…

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Solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

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Là, nella piana dei morenti, edificio maestoso, internato di bianco, poche figure, gente sparsa qua e là, edificio postmoderno che accoglie tutti, viventi e morenti, camminando qua e là, nell’attesa della propria visita, esame, operazione… attendere… attendere stando seduto su una panchina ai fianchi dei larghi spazi, e perdersi sul tablet sugli interni di templi bahaì e di moschee, spazi immensi, decorazioni arabescate, natura qua e là, fiori e rami, tappeti rossi, mihrab azzurri, colonne viola, arabeschi interni di moschee dove liberare l’anima, e non sapere che farsene di quel bianco del tempietto dell’ospedale dove un crocifisso che vinceva la morte sembrava una presa in giro all’estetica trascendentale, fantasmatica, di quegli altri templi, che il sublime lì non si trovava, si trovava soltanto la paura, la paura di sempre… morire… un morto crocifisso che vince la morte, e uno spazio infinitesimale confronto agli spazi di moschee e altri templi, alla loro sublimità di decorazioni astratte, che stando lì seduto l’unica figura dal bianco nulla che emergeva era quella del mahdi, che avrebbe potuto camminare lì solo per benedire e per dire che al di là di essere ancora vivi niente conta veramente, è tutta vanità, nel suo silenzio, nel suo camminare e nei suoi gesti ieratici, che non c’era più niente da desiderare, se non sentire le uniche parole che si trasformavano in un respiro, respiro ancora, il cuore batte ancora, il nome divino che è solo un soffio, e voci di dhikr islamici che cantilenavano la vita, al di là di ogni cosa, e i nomi divini… non c’era più niente da desiderare in quegli istanti, se non la vita stessa, e il sonno e la stanchezza di una mattina cominciata troppo presto voleva forse solo un buon caffè di quelli lunghi, per riprendere una parvenza di vita, che si sarebbe scoperta solo poi vanità da sovraeccitazione… stavo lì, andavo dove facevo i prelievi e dopo due ore d’attesa potevo bermi il mio agognato caffè al bancone del bar, carico di vita, troppo pieno tra nicotina e caffeina, all’ospedale, dall’ospedale scappare via per quelle visioni trascendenti dell’aldilà, e quelle visioni… andare via e tornare a casa, confuso, frastornato, non sapere da che parte rigirarmi, e lasciarsi andare a troppa nicotina, che quasi quasi metterei il cartello “vietato fumare” nella mia stanza, troppe sigarette, e l’ultimo rimedio: la pasticca chimica… accasciarsi sul letto e lasciarsi andare alle salmodiature coraniche, aspettando che la chimica facesse il suo effetto, e ad un certo punto sentire la breccia nella propria mente, tra quelle invocazioni coraniche e quella chimica che rilassavano la mente, la gettavano in un profondo stato di sonno, anestetizzato, sedato, mi addormentavo tra quelle salmodiature di sure coraniche, e la seconda metà della mattina se ne andava via così… mi svegliavo più rintontito di prima, come in un altro mondo, solo per mangiare e tornare a letto, non dando ascolto a quei pensieri di morte, a quella luce bianca, la luce perpetua, fantasmatica, dall’aldilà, senza dare ascolto a quei pensieri eppure ancora volere quella luce, e solo quella luce, dall’aldilà, quei salmi, non volere più niente, non pensare neanche a come mandare il messaggio a Marina che avevo comprato il biglietto del teatro per “Evgenij Onegin”, per andare con lei e qualche suo ex collega, non me ne importava più, volevo solo sedarmi ancora, non pensare più a niente, solo accogliere quella luce perpetua in me, eppure il sonno arrivava di nuovo, e mi riaddormentavo… altro sonno, che mi risvegliavo di nuovo ancora più rintontito di prima, e mi bevevo un caffè, solo per andare poi al bar e bermene un altro, e nel pomeriggio me ne sarei bevuto un altro ancora, prima di fare quel lavoro da niente in officina, dopo che mio padre e Marco se ne andavano in altre officine a fare assistenza, un lavoro da niente, pulire un macchinario, fare due o tre test di altri macchinari, e niente di che, un’ora neanche di lavoro, dopo essere stato al supermercato a prendere due cose, e la giornata di lavoro era già finita, senza pensare alle cose ultime, alla fine del lavoro, alla pensione che oggi accennavano quegli infermieri, alla fine di ogni cosa, delle cose ultime, la luce perpetua, il mahdi, l’aldilà e nient’altro… delle cose ultime, quando di fronte alla fine siamo finalmente tutti uguali, che non mi importa più di niente, mi accascerei di nuovo e dormirei di nuovo, dopo essermi sedato anche troppo stamattina, dopo l’alcol che è meglio non bere, dopo che quella chimica e quell’alcol mi hanno fatto capire che con gli stati mentali è meglio non scherzare… lavorare ed evitare i pensieri da cose ultime, finire di lavorare e andare a correre, allenarsi un po’ con esercizi di karatè, calci di taekwondo, anche sotto la lieve pioggia, anche superando correndo un altro che correva oggi in modo più costante di me, sentirmi stanco, eppure scattare alla fine, e superarlo, e poi allenarmi al parco sotto la pioggia, anche con quella ragazzina e quel ragazzino che stavano assieme sotto l’altalena per ripararsi, continuare ad allenarmi, e finire la mia ora di ginnastica correndo verso casa, con una sola idea: comprarmi un orologio usa e getta di quelli che trovi dai cinesi, per avere sott’occhio l’ora e non portarmi sempre dietro il cellulare, anche quando corro e mi alleno… tornare a casa, distrutto, docciarmi, prendere su e andare all’Aumai per quello stramaledetto orologio, rosso e nero, che quasi quasi mi veniva pure voglia di comprarmi il calendario del Milan che avevo visto al Carrefour, ma sarà per un’altra volta, o forse mai, comprare quell’orologio usa e getta e ritrovare i soliti colori, il rosso e il nero, il bianco della luce perpetua, le sure coraniche, la luce alla fine del mondo, il respiro, la vita, nelle preghiere, e fregarsene di Marina, di quell’amicizia, delle altre amicizie, delle partite del Milan che vedrò o non vedrò poco importa, al bar o dove, dello spettacolo di Evgenij Onegin, del regalo per l’altro amico, delle altre uscite con gli altri amici, non rimane più niente qui, solo la stanchezza di un allenamento che per un attimo mi aveva anche troppo esaltato, non rimane più niente qui, solo le riflessioni sulle cose ultime, la luce alla fine del mondo, un mahdi dall’aldilà, e parole e pensieri che si trasformano nell’unica cosa che c’è, quel respirare quel soffio vitale, che annulla tutte le immagini e le parole all’interno dell’anima, e non rimane più niente, solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

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In questa rapsodia tra follia e quiete…

Raccogliersi
per scacciare gli spiriti
l’assenza di amuleti
e la follia
bianca
terrore panico
al risveglio
dopo che la notte
riportava al ricordo primigenio
il ricordo di lei
di Katia
l’amore impossibile
di una volta
il vero primo amore
e la vera prima follia
desiderio erotico
di una lei
che si confondeva
con quella compagna di università
le stesse fattezze
le stesse curve
lo stesso sorriso
e il bel viso
adornato dei suoi capelli castani
forse un po’ rossi
la sua voce che sfiorava le altezze
e il sogno di una Russia
durato sette anni e di più
il periodo di tutti gli studi
dopo la follia
non si può dimenticare
tale periodo
vissuto nell’ispirazione infinita
di lei
che appare sempre
come il vero inizio
che dà la pagina
a questo scrivere virtuale
l’inizio
lei
Katia
che si sovrappone a tutte le ragazze di sempre
e a quella compagna
che lei mi ricordava
piena di vita
d’amore
di bellezza
che per gli scherzi del destino
non ha voluto
vederci assieme
histori na ndau
la storia ci ha separato
e quella bandiera che svettava nel sogno
aquila rosso nera
simbolo di un eterno ritorno
del sogno d’amore erotico
là dove il desiderio
fa valere la sua verità
di fronte all’anima che a volte si perde
sovreccitata di caffè
di lavoro
di alcol
di studi
di niente
di un niente che vorrebbe avanzare
e annichilirti
o votarti alla più insana
follia
l’estasi mistica bianca
non può più portarmi via
là dove nel sogno erotico
si perderebbe la ragione
e poi si deve tornare
alla vita di tutti i giorni
al di là dell’amore erotico
giornata che sarà
tra parenti e genitori
tra amici forse
tra conoscenti
con il ricordo di lei
certo
ma senza che invada l’anima
fino a farla impazzire
e gli amuleti della stanza
che vedono ogni giorno
e ogni notte
il mio risveglio e il mio addormentarmi
servono a sigillare
pensieri e visioni e parole
e immaginazione
che altrimenti mi invaserebbero
come un oracolo
fuori di testa
alla ricerca di una divinità
che faccia estasiare
e perdere la ragione
e svenire di follia
come il più perduto
degli ebbri
ubriachi
e febbrecitanti
d’amore
ho ancora il controllo delle parole
e di questa mia anima
che a volte va fuori di sé
non temerò
il confronto con chi mi segue
riportato alla normalità
dopo l’eterno mio girovagare
e impazzire di sensazioni
tra caffeina e alcol in eccesso
alternati
come l’anima s’alterna
a stati d’animo alterati
estremi
senza vie di mezzo
tra chimica e non chimica
psichedelica
che a volte salva
e più spesso
invece
danna
quella giusta via di mezzo
nel ricordo di ciò che è verità
di ciò che può salvare l’anima
come nei miei raccogliementi
dove si svela
il vero
al di là di tutti gli idoli
e le fantasie sovrannaturali
e mistiche
ed erotiche
Katia
rimane
nel lontano sottofondo
e tutte le ragazze con lei
lei
ricordo primigenio
l’inizio
di ogni follia
che spalanca le porte
all’infinito
che vive in me
in questo mondo dove il limite
è necessario
per non impazzire
s’invola così e si estasia
l’anima mia
pur restando saldo
alla terra
sono ancora qui
sono sempre io
sono sempre me stesso
con me e con gli altri
comincio a conoscermi anche troppo bene
e quanto vorrei e non vorrei
questo eterno ritorno
questo ciclo infinito
tra abissi ed estasi
tra piattume e terrore panico
tra tranquillità illuminata
e nervosismi
e sovraeccitazioni
e rabbia
e odio
e amore per il mondo intero
e solo per lei
ragazze che mi fanno sentire
vivo
e mi fanno dannare
ed estasiare
e perdere e ritrovare
là dove solo una luce bianca
ed un volto
un mahdi
figura di pura luce
che porta la tranquillità
là dove c’era la follia
eterno alternarsi di sensazioni
che mi travolgono
vivere la follia
ogni giorno
senza impazzire
eterno alternarsi di sensazioni
che mi dannano
e mi fanno sentire vivo
allo stesso tempo
non c’è quasi mai tregua
in questo sciabordìo
dell’anima
e a volte mi sembra
di essere appeso ad un filo
tra lo squilibrio
che si scatena
solo per poetare
o raccogliersi
unici momenti
dove la salvezza ancora mi visita
per darmi pace
e benedizioni
non c’è fine alla follia
al ricordo primigenio
Katia
il primo amore
la prima follia
e vivo con questo infinito
in me
in questa
rapsodia
tra follia e quiete

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A questa estasi che colora l’anima…

La musica manele, dopo essere stato con lei, la notte, Aleksia, la sorella di Ana, che Ana chiedeva se volevo stare con lei o con lei, la voglia di lei, nella fantasia della prof di russo ucraina, Liana che si dava a me, la fantasia, l’estasi, voler godere del suo corpo, delle sue forme, delle sue curve, e godere come non mai, dopo i sogni di una notte stanca tra luci bianche che davano la giusta mistica dell’amore, tra tarikiya sufi e invocazioni di luci e colori dell’estasi, godere con lei come non mai e addormentarsi tra i giusti suoni di quelle canzoni manele che lei mi diceva di mettere, ma che solo suonavano dentro di me, quelle voci dolci, orientali, che accompagnavano i sogni e il sonno, nell’estasi mistica ed erotica ritrovata, che risvegliarsi era un’invocazione all’estasi dei ricordi del volto di lei, che si confonde sempre con quella cantante, e alla libertà dell’erotismo di poter godere di Aleksia, che cancelleva inutili fantasie passate, nell’estasi erotica che da sola può vincere ogni colore oscuro dell’anima, nel mio vestire di nero, da sufi che invoca la luce, tra il rosso e il bianco di una bandiera turca che evoca tutti i misticismi del mondo, e la voglia di perdermi in favole mediorientali, come quella musica e quei sogni che mi visitavano stanotte, sogni che non ricordo più, ma di un fascino irrappresentabile, come l’estasi di lei e la musica, che mi ritrovo qui a colorare l’anima e i colori dell’anima, con l’uscita di ogni fantasia verso quell’oriente mistico fatto di luce, dove ogni pensiero e inutili parole si elevano in un sogno mistico ed erotico, dove ritrovo il suo volto, e il volto di lei, nottata estatica, tra il desiderio e il sogno, e la voglia di lei, e antiche fantasie divenute voluttà, che non c’è altro spazio che nei sogni e nei misticismi di luci bianche al di là delle parole del giorno, e delle parole della notte, che risuonano in me e fuori di me, estasi erotica, che il giorno si colora di rosso, bianco e blu, al di là di quell’oriente che dà la luce, e mi infonde i colori e le forme e le curve delle due ragazze, i loro sorrisi, la loro leggerezza, le loro e le nostre parole romene, al di là delle canzoni e dei ricordi inabissati che ora risalgono la superficie dell’estasi, e si fanno pura bellezza, al di là di inutili storie di ragazze e anime impegnate, la libertà dei sensi, della fantasia, dell’estasi, con lei, che il desiderio ancora si fa sentire, e l’estasi sopra ogni cosa, che non c’è fine a questo sciabordio di colori dell’anima, il nero che invoca il bianco, e il bianco il rosso della luna, e il blu della notte e delle loro figure, che non c’è fine a questa estasi che colora l’anima, e vorrei ancora infondermi di colori e ricordi e figure, e parole d’altrove, e l’anima come una canzone, una poesia, una storia erotica che ieri lei accennava, e che cancellava inutili storie dell’anima mia dimentica di ogni estasi, la libertà erotica della notte, e delle stelle e della luna, e dei loro volti, e delle loro figure, che la mia anima sa di colori e musica e armonie estatiche, nella loro magia di colori e voci, musica d’oriente che risuona in me e che non può manifestarsi se non nel recondito dell’anima, al rievocare loro e la loro bellezza, la loro leggerezza, che non c’è fine alla loro magia e a questa estasi che si perde in ogni angolo della mia anima, e sempre ricorderei loro, la luce bianca, i colori estasiati, le parole romene uscite dai ricordi antichi, senza più paure e nessi andati in tilt e fuori senso, si colora l’anima estatica, e sa di musica e delle loro figure… si rischiarerà sempre in una luce dell’anima questa giornata e le prossime, e ogni dove e ogni quando, nell’evocare quella luce mistica che mi conduceva a loro, e ogni dolore è dimenticato, ogni cosa rivive e rinasce sotto i loro colori e il loro volto e le loro figure, estasi oltre ogni tempo e oltre ogni parola, estasi di musica e di colori e di voluttà, che non c’è fine, non c’è fine, neanche nell’invocazione più sentita, a questa luce bianca e di colori che inonda l’anima, che l’estasi erotica e musicale di colori è l’essenza di questo sentire, al di là di ogni cosa, questa estasi che colora l’anima…

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Si può ancora sognare…

Testi divini
che ridanno forma all’anima
caduta
tra la gente che sembra
uscita
da un girone infernale dantesco
è quella la realtà
a volte peggiore dell’inferno
ci si eleva
con un’invocazione
mattutina
che continua
l’onirismo della notte
e il ricordo di lei
che una volta faceva perderti
Diana
e le sue canzoni
la notte
e quelle canzoni manele
a chi una volta
desideravi
e sognavi
suoni suadenti
e sogni incantatori
testi divini
che danno spazio e fantasia
al tuo sentire
non più imbrattato
dalla volgarità e animalezza
che a volte ti circonda
estasi dell’anima
all’alba
elevazione
al di là di ogni cosa
che ritornare alla realtà
prosaica
non è più
paura e panico
sai come va il mondo
anche al di là di quei testi
geopolitici
terribili
che non danno spazio ai sogni
si colora
di favola
la tua anima
e solo con la poesia
dei testi divinamente ispirati
si salva
se non ci fosse la poesia
la divinità
i sogni di lei
questo mondo sarebbe perduto
e invece
rinasce ogni volta
nella fantasia dei sogni
e di quel sentire incantato
tra diverse estasi
è solo così
che si può andare avanti
tra utopie di mondi perfetti
armonie
e sogni d’amore
che quasi malediresti
il giorno
che la divinità
ha inventato il lavoro
per scacciarti dal paradiso
ritrovato
nei sogni e nell’estasi
di loro
delle ragazze
e di tutte quelle persone
che ancora sanno sognare
e non si imbrattano l’anima
e le parole
per sentirsi più grandi
più forti
quando appaiono solo
nella loro volgare debolezza
sognare
è segno vitale
di fronte a questo mondo
asfaltato
di cemento armato
di metallo
questo mondo irredento
che si salva solo attraverso i sogni
e la fantasia
e le estasi
ci sono le ragazze di sempre
e la musica
e la divinità
che ancora non ti abbandona
da lì
tutto diventa infinito
e anche il sottofondo
di demoni goliardici
è pura nullità
e insignificanza
confronto ai sogni della vita
e alle estasi
è solo così che si ritrova
la voglia di vivere
con i sogni
questo mondo che deve diventare favola
per non cadere in trame fittizie
di chi sogna la razionalità
quel sogno della pura razionalità
e cinismo
che generano mostri
sembrano dire
noi non crediamo più
alle favole
ai sogni
e si condannano da soli
all’inferno
e non sanno
che sognare
la poesia
e la fantasia
sono la salvezza
del mondo
anima elevata
oltre ogni cosa
nell’estasi
nell’infinito
al di là
dello schifo e della spazzatura
e dei sogni mostruosi della ragione
dei testi
tutt’altro che divini
che tutto vorrebbero spiegare
ci si innamora ogni giorno
ogni ora
dell’amore
come diceva l’antica
maestra di filosofia
è dai sogni
che arriverà la salvezza
è dall’estasi
e nell’anima vive ancora lei
un sogno lontano
persa tra quella sua musica
tra quei canti
e niente spaventa più
nell’estasi dei sogni
e dei testi divini
si può ancora sognare…