Descrizioni, Pensieri liberi, Visioni

Alla sete di conoscenza, che ritorna, finalmente, in questo fresco settembre…

Guardarsi dei film della CIA in inglese, “Argo” e “Zero dark thirty”, dopo gli ultimi deliri apocalittici/filosofici/teologici/politici, sentirsi come un agente dell’intelligence, con quei pensieri, la politica, la storia, i soliti ricordi ricorrenti di eventi politico mediatici, i personaggi, ogni cosa, e perdersi questo primo pomeriggio nelle letture delle ultime news dal mondo, in inglese, in italiano… quel film su Osama Bin Laden e la donna della Cia che alla fine riesce a farlo catturare, quell’altro film sull’Iran nell’ondata esaltata subito dopo la rivoluzione, contro gli Stati Uniti, film che stimolavano il cervello, finalmente, con questa temperatura giusta che lo permette, la mente che torna a funzionare, chiara, limpida, pulita… il poco sonno, certo, ma meglio così che continuare a dormire o a stordirsi come facevo nelle settimane precedenti, stare sveglio e leggere, leggere stamattina “I fratelli Karamazov”, arrivare al paragrafo del Grande Inquisitore, quel passaggio memorabile che fa notare il passaggio da potere spirituale del Messia al potere temporale delle Chiesa e dello Stato, il concetto di potere, e le sue manifestazioni nel corso della storia… la volontà di potenza… la geopolitica… il corso della storia… la storia passata e la storia contemporanea… la forza di volontà… il potere, al di là di tutti i deliri mistici religiosi che ad un certo punto, come sempre, svaniscono, anche dopo i deliri d’amore, di innamoramento… le regole, il potere e la forza di volontà di darsi delle regole, decidere, capire se stessi, capire il mondo… e me ne andavo a prendermi una pizza take away lì dai turchi, non c’erano i soliti, c’erano lì altri due, mi prendevo la mia pizza e me ne andavo, solo per tornare a casa, pranzare e bermi il mio caffè, impossibile dormire dopo pranzo, per fortuna… era circa la una del pomeriggio e sentivo arrivare giù in cortile i tre fratelli meccanici, che stavano lì a parlare con mio padre per qualcosa da acquistare, il loro fare informale, un po’ ingenuo, da sempliciotti, ma comunque da gente che lavora, loro che ridevano e scherzavano con l’operaio, ma si sa, io di sabato non voglio lavorare affatto… prendevo e me ne andavo, con il mio tablet, al parco di fianco alla biblioteca, che avrebbe aperto più tardi, un’oretta e mezza dopo, mi perdevo nelle notizie internazionali, e mi liberavo dall’aria oppressiva di quell’officina, come diceva Saverio: “Si muova!”… e faceva bene muovermi, cambiare aria, cambiare letture, dopo questo Dostoevskij che stava diventando opprimente, quei monasteri, quei pensieri tutti ortodossi, e da quelle notizie nasceva qualcosa, la voglia ancora di studiare, quando mi sentivo quasi un agente della CIA in segreto, e per dare sfogo alla mia mente serviva solo una qualche rivista di geopolitica, e la trovavo: “Limes”… limes… che la bibliotecaria mi portava nell’aula di geografia dove c’erano tutti gli ultimi numeri: Turchia, Vaticano, Iran, Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia, Italia… che ne avrò da leggere ancora per un po’, pensavo, altro che solo Dostoevskij e notizie online dal mondo, per fortuna c’è anche Limes! Pensavo… e mi perdevo subito nel numero sugli Stati Uniti, recuperavo le ultime notizie, espandevo un po’ di conoscenze, facevo il punto della situazione, in quella settantina di pagine che leggevo, e mi sembrava di essere tornato in università, con la differenza che allora pensavo solo a Russia e Stati Uniti, mentre ora mi disperdo anche nel mondo arabo e in quello italiano, e anche altrove, ovunque, e non mi limito più a Russia e Stati Uniti, dopo anche gli ultimi film sulla CIA, tra Pakistan e Iran, ed espandevo la mente, oltre gli stretti confini che mi ero imposto non mi ricordo più quando… e la mia mente assetata di conoscenza riprendeva a spiccare il volo, e non mi tormentavo più di cose senza senso, e alla religiosità e alla spiritualità entravano le ragioni di stato, le ragioni politiche e storiche, una visione più esterna e più astratta, meno emotiva, meno spirituale, e in quel frangente mi sembrava di dare ragione una volta e per sempre a Nietzsche e a Gramsci, a Marx, se non fosse per quell’attimo che poi scambiavo due parole con la bibliotecaria, con un altro tipo lì che studiava in biblioteca, davanti al suo portatile, c’è ancora la divinità che mi segue, al di là di tutte le cose che mi possono venire in mente, al di là della razionalità, i sentimenti ancora vivi, la voglia di andare incontro agli altri, e nel frattempo seguire i miei ragionamenti su quelle righe scritte… fino a quando non mi andava assieme la vista, verso le cinque e mezza, orario di una volta quando staccavo, sabato pomeriggio come tanti dell’ultimo anno, in biblioteca, a far funzionare quella testa che a volte non sembra più funzionare, con tutto il piacere intellettuale di questo mondo, senza neanche rispondere agli amici che chiamavano, che tanto li avrei sentiti più tardi, ma intanto ritrovavo me stesso, la stessa lucidità e interesse di una volta, come ai tempi dell’università, anche se l’università è finita, ma i libri ci sono ancora, e la voglia di imparare, di tenersi aggiornato, di continuare a capire il mondo, che per i prossimi mesi ho letture garantite: altre riviste di Limes da leggere, mentre andrò avanti ancora per un po’ a Dostoevskij, e a film di ogni genere…

E così arriva il sabato sera, dove ho sinceramente voglia di uscire con gli amici, scambiare due parole, togliere lo sguardo dai libri, dai film, dall’officina, dalla musica, da ogni cosa ripetitiva, per scambiare e confrontarsi con gli altri, per andare oltre i miei pensieri che a volte vanno in tilt e poi si riprendono sempre… e fa niente che questo post non abbia niente di poetico, sia più una pagina di un diario, come una volta in effetti scrivevo, non sempre per cercare la poesia, ma per cercare la limpidità della mente, e va bene così, non c’è alcuna ispirazione infinita in tutto questo, è tutto nei limiti della ragione, nei limiti finiti della razionalità, e l’infinito sta solo nei sentimenti di ragazze andate, di amicizie e altre persone, che ora ricordo, ora ne faccio a meno per darmi ancora alla sete di conoscenza, che ritorna, finalmente, in questo fresco settembre…

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Descrizioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

Risveglio primo pomeridiano di un sonno che vorrebbe fosse infinito, dalla stanchezza, dal caldo, da ogni cosa… vacanze già iniziate in pratica da tempo non definito, ora più che mai, niente da fare, nessuna voglia di far niente, e aspettare solo di partire, mettere a posto le valigie, le cose da portare via, stare attento ai documenti vari, e pensarci senza star lì a pensarle tutte… ritornare ieri notte dalla giornata in provincia di Mantova dalle mie cugine, festa alla grande per il battesimo di mia nipote, la figlia di mia cugina, 160 persone… sì, perché molto probabilmente offriva tutto il marito dell’altra cugina, la sorella di questa, svedese che lavora in Svizzera e da quello che è ho capito è una specie di capo megagalattico delle Zurich, e tutta la sua famiglia è una di quelle delle elite, altri parenti che lavorano a Dubai, New York, insomma upper upper class che ha deciso di sposarsi mia cugina, che aveva studiato economia lì a Mantova, era andata a lavorare in Spagna in qualche azienda di finanza e là ha conosciuto e poi sposato questo… due figlie, due nipoti, da parte di lei, una nuova nipote da parte dell’altra cugina invece, ieri… sentirsi un po’ così, degradato, annullato, insignificante, che le parole di mia cugina, quando mi salutava, mi diceva sorridendo: “Come va? Solita vita di merda, come tutti?”, “Eh sì…”, e quindi più di tanto quel mio senso di inferiorità si espandeva alle altre 160 persone lì presenti, amici e parenti non capivo di chi, tutti italiani, tutti mantovani, tra gente di sessant’anni e altri di trenta o quaranta, con qualche bambino e bambina al seguito, festa megagalattica per una bambina di qualche mese che non capisce ancora di dove è finita… e che strano, stare in mezzo a quei parenti e a quelle cugine che non avevano neanche il tempo di guardarti, di scambiare due parole, e sentirmi sempre più alienato, in mezzo a quella gente che non conoscevo, l’assenza totale di scambiare due parole con qualcuno, starmene per i fatti miei, a contemplare il nulla, a stare in fissa, o forse solo ad ascoltare la musica che usciva dal DJ set di Raffo, l’animatore che metteva su musica italiana degli ultimi anni, Baby K, Giusy Ferreri e un po’ di raggaeton, e tutta quella roba lì, che mi perdevo nella musica, guardavo il vuoto, e mi sentivo a mio agio in quegli spazi così ampi della cascina, un chilometro quadrato di spazio tutto per noi, circondato da campi, con l’edificio della ex stalla trasformato in un megaristorante a buffet che sembrava la festa dell’unità, e la strada sterrata e lo spiazzo là, circondato da campi, e l’erba verde era il teatro di tutto il nostro star lì a goderci questa festa, perdendoci sempre di più, con gente che in fondo non è che scambiasse più di tanto tante parole con chi non conoscevo, ognuno diviso nel suo gruppeto di al massimo una decina di persone, ed era come uscire in un locale dove non conosci nessuno e non hai neanche voglia di consocere nessuno, e te ne stai lì ad ascoltare la musica, a cercare di sentirti pronto quando per caso adocchiavi tua cugina o l’altra, la loro madre, o loro padre, che non si sa mai che vengano a dirti o a chiederti qualcosa, e devi avere la risposta pronta, e non puoi stare lì a crogiolarti nel tuo nulla, nella tua sofferenza da caldo atroce e gente sconosciuta, e musica che più di tanto non ti va giù, e gente varia, a combattere anche con il tuo senso di inferiorità perché tu non sei un megadirettoregalattico della Zurich, a momenti non hai neanche un lavoro, non hai una ragazza, non hai voglia di parlare italiano e neanche quel loro dialetto, e ti senti annullato in quella massa, sotto quella musica, che gli unici pensieri andavano solo al Sacro Volto o a qualche monaco ortodossa, dimensione nera dell’anima che non si sa divertire, e per un attimo visualizzava improbabili terroristi islamici che si sarebbero fatti saltare in aria in quella baraonda di persone e musica, e roba da bere e mangiare, antipasti, sangria, angurie, torte che sarebbero arrivate, risotti, e ti accorgevi di stare mica tanto bene a fine serata, quando prima una, e poi l’altra cugina ti passavano affianco e ti chiedevano: “Tutto a posto?”, “Sì, sì, tutto a posto!”, evocavi la tua voce migliore, anche se dentro di te c’era un’altra baraonda, un altro malessere, che non riuscivi nemmeno a spiegare, quel malessere di essere in mezzo a 160 persone e sentirsi più solo che mai… e altri fantasmi mi attraversavano per un attimo, io che per un certo periodo avevo pensato che quella cascina e quelle persone le avrei riviste solo a qualche prossimo funerale di non so chi, come quando succedeva cinque anni fa, per mia nonna, e invece stavolta si era lì per un battesimo, dopo che la funzione della cinque del pomeriggio mi permetteva di fare un giro in chiesa, vedere gli affreschi, San Giuseppe, Gesù Cristo lavoratore, San Pietro crocifisso, il Cuore Sacro di un’altra statua di Gesù, e la targhetta commemorativa di Papa Francesco nei confronti di Don Primo Mazzolari, una specie di eroe di quel paesino lì, e la messa non c’era neanche, non era neanche la solita messa comunitaria con intermezzo di battesimo, era una specie di cerimonia privata, che il don aveva concesso per impegni famigliari, e visto anche la tanta gente presente, che poteva essere considerata come comunità, visto che il battesimo introdurrebbe alla vita comunitaria di ogni cristiano… le benedizioni, i simboli dell’acqua e dell’olio, la vita che è una battaglia contro il male, le nuove generazioni che sono indifferenti alla fede perché la generazione prima non ha saputo trasmettere la fede, ed è colpa nostra, ed è colpa loro, e chissà se la fede avrà qualche revival nelle prossime generazioni, e intanto il don chiedeva a tutti noi di essere dei buoni educatori, nella fede, e spendeva altre parole di una funzione che non durava più di mezz’ora… tanta gente, sì, davvero tanta gente, che non so neanche se fosse lì per il battesimo o per l’esaltazione di far parte di qualcosa che aveva il vago sentore di un’elite, con quelle due cugine che nella vita, due cugine di campagna, sembrano davvero aver voluto puntare in alto, ed essere arrivate, sopratutto la cugina che lavora in Svizzera, e quasi quasi ero lì per lì di fare pace con tutte le italiane di questo mondo, con l’universo femminile, e pensavo a come la cultura, dopo gli anni sessanta, si sia sempre di più femminilizzata, con la loro emancipazione, che ora sembra quasi che comandino le donne, anche con tutte quelle canzoni, se vogliamo, un po’ esplicite, o comunque fanno da corollario, che qualsiasi integralista islamico che fosse passato di lì, o anche un cattolico di 70 anni fa avrebbe avuto molto da ridire, con queste donne che fanno il bello e il cattivo tempo, che puntano in alto, e tutti i miei libri si dissolvevano in quell’istante, dal corano alla bibbia al superuomo di Nietzsche, con quelle superdonne e superuomini, lavori in Svizzera, una barca di soldi, vite piene di vita e di eventi, forse rimaneva una qualche riminiscenza protestante della sacralità del lavoro e della famiglia, e di questi eventi che dovrebbero unire, anche se per quasi tutta la giornata di ieri mi sentivo schiacciato da questa maestosità made in Sweden… e che differenza di giornata se pensavo alla prima parte di ieri, la mattinata, quando si stava in casa di mia zia anziana, Lucia, e sua figlia Mara, una casa semplice di campagna, con una piccola bottega dove preparare le bomboniere, e lì non c’era niente, c’era solo quel discorrere in dialetto tra mia zia Lucia e mio padre, di mia madre e mia zia Mara, ed ero sempre più sovrastato da quella cappa nera dentro di me, forse per il poco sonno della notte prima, con i soliti discorsi degli amici, Fizi e Barre, forse per il caldo, forse per la paura inconscia che avevo della messa, di quelle 160 persone, per lo stress di dover fare le ultime cose per organizzare il viaggio in Germania, lo stress di dover parlare, esistere, farmi vedere, quando in questo periodo vorrei solo scomparire, e l’unica tranquillità che trovo è quella di adesso dove sto scrivendo, nella mia stanza studio, sotto l’aria condizionata, senza nessun calore, senza nessun lavoro da fare, senza niente da leggere, e guardando alla giornata di ieri e alla sua maestosità finalmente con un certo distacco… e passeranno ancora altri anni, altri anni da quando rivedrò le mie cugine, che anche loro ormai hanno la loro età, 35 anni giù di lì, un po’ come me, ormai sistemate, felicemente sposate, ma ancora molto belle e sensuali, se è vero che in fondo l’altra cugina che ieri battezzava la figlia aveva anche partecipato a Miss Italia ormai quindici anni fa, e che strano era vedere quelle due perle di bellezza in mezzo a tutta quella gente sconosciuta, che strano avere come unico punto di riferimento loro due, e poi sì, i loro genitori e il contadino storico della cascina, e nessun altro, in mezzo a quella baraonda, mentre i ricordi di quando ero bambino e andavo là in cascina a trovare le mie cugine si disfacevano, si dissolevano, come un’età ormai totalmente andata, come è andato ormai il modo che avevano quei parenti di rivolgersi a me, un disorientamento totale di identità e tempi e cognizione delle cose, che non sapevo più chi ero, cosa apparivo ai loro occhi, cosa sembravano a me quelle due cugine italiane, forse delle aliene, o delle persone normali con alte ambizioni, o forse niente, io che ero un niente, io che dentro di me mi ricordavo le mie ferite, tutte quelle cose che ho passato che la gente comune non ha passato, e non sapevo se sentirmi un anti eroe o un semplice pazzoide, o un fallito, o non so che cosa, o un turista, o un parente tra i tanti, un po’ strano, e tutti questi anni senza contatti, tutta quella gente sconosciuta, i miei ultimi deliri e divagazioni, non aiutavano a definire il mio ruolo lì, e mi disperdevo, mi disorientavo, ancora di più del solito, e non capivo più niente, ed era forse questa evidenza che faceva dire alle mie due cugine, sul finire della serata: “Tutto a posto?”… tutto a posto, sì, certo, ma lontano da qui, che non si capisce niente, disorientamento totale, voi e il vostro dialetto, la vostra upper class, la vostra vita che sta tra un film di Bergmann e uno di Ermanno Olmi, upper class che arriva nella campagna di periferia, straniamento cognitivo totale, tra gli anni che passano, contatti che non ci sono più, legami sperduti, e anche un certo senso di distacco e superiorità da parte loro, con neanche il tempo di parlarti e dirti due cose, e io da non voler dire due cose a loro, forse l’unica figura vicina era quella di Elia, il padre delle due, contadino e coltivatore da una vita, che forse non ha mai cambiato il suo modo d’essere, e sua moglie, Maria, contenta di certo delle sue due figlie e nipoti, ma non tanto di noi, la mia famiglia che prendeva e se ne andava a pranzo, quando lei ci aspettava, degli outsider, della gente con disturbi caratteriali, un po’ fuori di testa, poveri e fuori di testa, degli scarti umani di fronte a quella maestosità, e io che non mi sapevo più ricollocare, individuare, sperduto, disorientato in mezzo a quella baraonda, che per fortuna ora quella festa è finita e lì non ci dovrò tornare più per un po’, non so quando, e i nostri mondi rimangono separati, ed è giusto così, ed è bene che sia così, per non disorientarci più… quelle due cugine insomma, quelle due cugine italiane, lo specchio di questo mondo, ma non lo specchio del mio mondo, che al viaggio di ritorno in macchina e la notte a dormire evocavo ancora le mie canzoni pop albanesi preferite, quelle che prendono un po’ i suoni dalla musica orientale, e la mia musica non era la loro musica, e la mia musica non era neanche la musica dei miei amici, e mi perdevo in quei suoni, nella stanchezza del caldo, nel caos e nel disorientamento, e solo adesso si creava un sipario, una cortina di ghiaccio tra quel mondo e il mio, un mondo che si divide, per non disorientarci più, quel mondo delle cugine italiane e il mio, forse in pace con quel mondo, non più in aperta guerra, ma di certo io di quel mondo non ne faccio parte, e non mi disoriento più, su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

Descrizioni, Pensieri liberi, Visioni

L’apatia, il colore nero, la luce bianca diafana…

Diventare apatico, così me ne rendevo conto, passando per caso in piazza Duomo a Milano, dove c’era Salvini che teneva il suo comizio… passare e non sentire niente, non provare niente, anche ora che mi informavo e sapevo che nel pomeriggio ci sono stati scontri tra quelli di destra e di sinistra, non provare più niente… essere indifferente, senza colori, senza niente, anche quando entravo alla Feltrinelli per vedere magari di comprarmi qualche libro, ma niente, sfogliare i libri di filosofia e avere l’impressione di sapere già tutto, di aver già letto tutto, che non c’era più bisogno di alcun libro, non c’era più bisogno di niente… non mi smuoveva neanche entrare in quella gelateria dove ero stato con Marina, non farsi prendere dall’ipocondria, dalle paranoie, non provare più niente… e sfogliare i libri, Cacciari e le sue icone, Agamben e la sua creazione anarchica delle opere d’arte, Heidegger e il concetto di tempo, e l’altro libro di Jankelevitch sul tempo, sulla noia, sull’avventura, anche altri saggi sul neomodernismo, al posto del postmodernismo, e altri libri ancora, non di filosofia, ma di narrativa, i soliti libri, i soliti autori, e la poesia, e la sociologia, e la religione, e la psicologia, cosa c’è da leggere ancora? Cosa c’è da sapere ancora? Basta così… e non mi divertivo neanche in biblioteca, a leggere altri saggi su musulmani ed europei, quel libro di Limes, che mi veniva a noia, dovevo cambiare, spostarmi un po’, uscire dai soliti schemi, ed era così che decidevo di andare a Milano, con la vaga idea di vedere un po’ di gente, per trovare chissà quale ispirazione, ma niente non mi diceva niente, e mi sentivo apatico, e me ne fregavo anche di come apparivo, di cosa dicevo, di come sembravo, niente mi smuoveva più, apatia totale… una giornata buttata via così, senza voglia di leggere, senza voglia di nuovi libri, senza voglia di niente, l’unica emozione era in treno, forse, con quel giovane romeno che parlava, diceva qualcosa ai suoi amici, capivo le parole, e mi veniva in mente Ana, e la sua lingua, che leggiucchiavo ora sul cellalure con le poesie di Eminescu, ma poi, niente, neanche le ragazze che si siedevano lì mi dicevano più qualcosa, quelle italiane che parlavano di lavoro al bar, o di serie televisive sulla vendetta e sugli amori alla beautiful, che mi ricordavano vagamente “I diari dei vampiri”, non c’era più niente, e mi accorgevo di star diventando apatico… neanche l’idea di scontri e di manifestazioni, di queste elezioni, di quegli scontri a Torino mi smuovono più, niente di niente, il vuoto assoluto, l’apatia, il disinteresse, l’indifferenza… che non so cosa farmene di questa serata ormai, di questi giorni, non so più cosa farmene di questi giorni, una volta che adesso che la situazione religiosa in me è stata normalizzata, che l’ultima follia che doveva svanire per Miryam non c’è più, ora che di Ana non ho più nemmeno tanta voglia, non so più cosa farmene di questa serata, e dei commenti di ieri sui post di rav C., e delle parole di oggi di quella gente che cercava la villa vicino al parco, gente incontrata per caso, e tutto diventa apatico, monotono, senza interesse, indifferente, e l’unico colore che porto è il nero, il nero della fine di ogni emozione, e non so più cosa farmene di questa serata, e intanto l’apatia avanza, e vesto di nero, come un’oscura tranquillità, come quella musica metal che quasi ascolterei, se non disturbasse l’umore, e la vita dell’anima si unifica in un solo personaggio che ora mi sento vero, vivo e in me, come quando non c’era differenza tra lo stare in biblioteca, in casa, a Milano, alla stazione, sul lavoro per un attimo, quando non c’è più il delirio che parte ogni volta per ogni cosa, e ritrovo me stesso, in questa apatia, in questo colore nero, in quella luce bianca diafana…

Descrizioni, Riflessioni, Visioni

Tra nuovi film e nuovi discorsi… 

E ieri sera per fortuna chiamava il Barre, che era da una vita che non lo sentivo, e si parlava, si parlava, sopratutto di film, film d’autore, per un’ora, e scoprivo un sacco di nuovi film, e mi tornava l’ispirazione per guardare roba un po’ seria… non avevo voglia di farmi di musica albanese, bastava il ricordo di lei, e c’era proprio bisogno di un film, di qualche film strano, dal significato metaforico, e trovavo quel film nei consigli di Barre, “The lobster”, film greco che racconta di un uomo che va in un hotel dove tutti i clienti sono alla ricerca di una compagna, e se entro 45 giorni non la si trova si viene trasformati in un animale a propria scelta… film surreale, dalle tinte alla Saramago di cecità, un fantastico metaforico, un film molto lento, dalle musiche a volte stridenti, che percorre tutte le fasi dell’innamoramento, della ricerca della partner, del desiderio… ed era interessante vedere come all’inizio è tutto regolamentato, dentro quell’hotel, tra coppie che si danno al desiderio, ad altre che pensano di aver trovato la compagna grazie a delle caratteristiche comuni che servono a saldare la relazione della coppia… ma ad un certo punto, tutto questo piano studiato viene meno, quando il protagonista uccide la propria compagna, dopo che tutto sembrava andare liscio, quando scopre che lei gli aveva ucciso il fratello, e lui decide di scappare dall’hotel, dall’esperimento… si ritrova nei boschi, con dei ribelli e delle ribelli, che si rivoltano contro la logica dell’hotel, contro le loro coppie, le loro persone, per vivere in libertà, e solo lì il protagonista scoprirà il vero amore, quello che nasce per caso, e non per calcolo, e dopo numerose vicende sarà il protagonista a diventare simile alla sua amata, per sua scelta, questo tema del diventare simile alla persona amata che ricorre spesso nelle storie sull’amore, e pensavo a ieri, a me stesso, quando ieri rivolgevo la parola a Noemi, quanto il mio diventare simile all’amata sia passato attraverso le lingue, lingue di ogni genere, e a quel mio parlare italiano così semplificato che a volte, probabilmente, mi fa apparire come uno straniero in terra straniera, e allora sì, anch’io, a modo mio, sono diventato simile a tutte le ragazze che ho amato… film davvero bello, interessante, un po’ troppo lento forse, dall’inglese comprensibile, piatto, standard, musiche dissonanti, scene asettiche, tutta sulla tinta di grigi, ma un film ben fatto, che quasi quasi riguarderei per non perdermi i particolari che ho perso, che forse riguarderò più avanti…

E intanto ieri sera c’erano anche le dirette di rav C., che insegnava delle cose base, il “non desiderare” che non esiste, l’ascolta israele che in realtà è un comprendi israele, e che l’esperienza è la madre di tutti gli insegnamenti, di tutte le comprensioni, l’esperienza e il fare, e non lo studio fine a se stesso, e che le persone veramente eretiche sono quelle che non riescono a vivere insieme a tutti… insegnamenti base, che mi ricordavano le parole di mio padre: “Bisogna saper stare in mezzo agli altri, in qualunque caso, non ci si può isolare”, e che “Devi imparare a fare qualcosa, solo dopo capisci, non puoi studiare fino a 40 anni”, e quelle due traduzioni errate su cui avevo costruito castelli in aria scomparivano, così come l’inesistenza di un “pensiero ebraico”, come se l’ebraismo fosse una cosa a parte nel mondo, un modo diverso di vivere, non c’è, siamo tutti sulla stessa terra, nello stesso mondo, uomini e donne, e non c’è alcuna differenza, e la smettevo con i misticismi dell’ascolta che si disperdevano nella musica e con i buddhismi del non desiderio, perché se c’era e c’è una cosa che mi tiene ancora in vita è proprio il desiderio, per quanto posticipato, per quella nuova ragazza albanese, e non c’è verità più vera del capire la vita tra lavoro, studio, amicizie, colleghi, genitori e parenti, conoscenze varie, ragazze, e tutta la filosofia, come vedevo scritto una volta, che si risolve molto nel capire l’eros, di quanto tutto sia collegato, e non c’è fine a tutto questo intersecarsi di cose, a questo mosaico infinito…

E pensavo anche a certe frasi del film, sulle coppie, sulla compatibilità delle coppie, cosa a cui non avevo molto pensato negli ultimi anni, quando tutto andava bene con tutte quelle ragazze, mentre con le altre trovavo sempre una qualche nota dissonante, ed era proprio qui il nocciolo, la famosa incompatibilità, al di là del desiderio, che comunque ci deve essere, ma anche lo stile di vita, il modo di pensare, e un sacco di altre cose, che come mi dicevano la ragazza può essere bella quanto vuoi, ma se poi non riesci a starci assieme diventa un inferno, e a quel punto mi dicevano che rimpiangerò un giorno il periodo in cui ero single… ma per ora va bene così, con questa nuova ragazza albanese che già mi ha fatto qualche scherzo, con il pensiero che Miryam non mi dà desiderio, ne c’è compatibilità, dopo quel parlare forzato e senza elevazioni, che Noemi è anche lei una ragazza come tante, e se è difficile trovare la ragazza giusta almeno mi diverto con chi ascolta la mia stessa musica, con chi mi dà desiderio, e mi sento ancora libero nell’amore, senza pensarci troppo…

E non so cosa farò quest’oggi, lontano dal lavoro, perché i due sono andati a Mantova, forse mi riposerò, come avevo voglia stamattina di dormire e solo di dormire, di riposare, di riprendermi dallo stress già di ieri, dalla fantasia di quella ragazza, mi riposerò e leggerò qualcosa, forse quella collezione di saggi tra europei e islamici, quel numero di Limes, o leggerò altre cose, o guarderò altri film che Barre mi ha consigliato, o non farò niente, o penserò a quanto è difficile anche solo trovare amici con cui condividere interessi e poter fare discorsi che, a pensarci bene, essere amico di Barre e Fizi è quasi una benedizione, visto i non-discorsi che spesso mi capitano tra tutta l’altra gente, ed era davvero una benedizione poter parlare con Barre ieri, che di chiacchierate così non ne capitano davvero mai, e spero di poterli rivedere presto questi amici, per fare due chiacchiere, e non perdermi sempre nella musica, nei libri, nelle ragazze, nel lavoro, nelle paranoie e in un sacco di altre cose, senza dover sempre lamentarmi, trovare sempre qualcosa che non va, e potrò vivere meglio, così, in questo mosaico infinito, tra nuovi film e nuovi discorsi… 

Descrizioni, Pensieri liberi, Ricordi

Spossatezza natalizia…

Sono in coma, in questo pomeriggio di Natale, che mi ricorda i tanti natali passati a casa di mia zia a Milano, quando c’era mia nonna, quella tipica spossatezza da Natale, quando non hai voglia di fare niente, ma assolutamente niente, e ti cade addosso un sonno e una stanchezza come se dovessi riposare da tutti i 365 giorni dell’anno, riposarli tutti in un pomeriggio sul letto a dormire… e mi ricordo di quei natali noiosi, pesanti, ed oggi è praticamente lo stesso, dopo che ieri notte mi veniva una voglia assurda di Leida, che non c’è più, e oggi non ho neanche la voglia di stare veglio… non so cosa fare, ogni libro, ogni lingua, ogni canzone mi sembra pesante, e non so neanch’io perché ho chiamato Barresi e Leo per vederli magari più avanti, i cinesi al bar il 27, che già non ho più voglia, e neanche di vedere Barresi, e neanche di augurare il buon natale a Marina, Anna Maria e Olimpia, alle quali ho mandato un semplice messaggio di auguri… sono spossato, stanchissimo, che non so dove troverò le energie per leggere qualcosa, mentre pensieri pesanti e religiosi mi invadono, come se dovessi di botto diventare cristiano, senza alcun desiderio per le ragazze, che non mi riconosco più… passerei l’intera giornata sul letto a riposare, ma poi so che mi sentirei peggio, ancora più rincoglionito di adesso, e quindi è meglio se mi tengo occupato con qualcosa, e non penso troppo, non mi lascio troppo andare a questa spossatezza e a questi ricordi di natali passati quando la pesantezza e la stanchezza si facevano sentire in tutta la loro potenza… e non so cosa leggerò, non so a cosa mi dedicherò, non lo so ancora, e temo già una giornata di domani ancora più noiosa, con quell’amico di mio padre, Ruggero, che non vedo da una vita, quello che si era sposato una romena, e poi aveva divorziato… non so se si parlerà ancora di donne, né domani, né il 27 con gli amici cinesi, né più avanti, nel 2018, con Barresi, sta di fatto che in questo periodo voglio davvero prendermi un po’ di riposo, e dimenticare le mille occupazioni di quest’anno che passa: Leida, Alina, Ana, Marina, le lingue tedesche, albanesi, olandesi, e quante notizie, e quante letture, e quanta ricerca di lavoro, e quanto lavoro, e quanta follia, che non ne posso più… sono assuefatto da tutto, spossato, stanco da morire, e questo Natale sembra proprio come i natali di tanti anni fa, con una stanchezza impossibile da esprimere, e forse allora leggerò qualcosa in tutta calma, senza pensare troppo, senza strafarmi di canzoni, senza buttarmi in raccoglimenti dai quali non esce niente, se non ancora pensieri stanchi e spossati, lontani dalla realtà poi quotidiana che riprenderà… e quanto sarebbe stato bello avere delle persone con le quali parlare, passare la giornata, persone con le quali trovarsi, e forse è anche per quello che sentivo Anna Maria, Olimpia, Marina e poi anche Leo e Barresi, anche se non ci sono, un po’ come ieri notte l’avrei voluta passare insieme a Leida, che non c’è… e non so quando mi riprenderò da queste vacanze, da questo relax sopra ogni limite, e non so come comincerà l’anno nuovo, cosa mi porterà, forse niente di nuovo, forse niente di che, anche perché è solo una convenzione che l’anno cominci tra dicembre e gennaio, e non c’è niente da stravolgere… e con questa spossatezza infinita proverò ora ad aprire un libro, quasi per non addormentarmi, quasi per cercare un risveglio che non trovo, per non intirizzirmi ancora di più da questa spossatezza natalizia…

Descrizioni, Pensieri liberi, Riflessioni, Sogni

In questo settembre che è come se fosse iniziato…

Andare a dormire stanco, stanco della televisione tedesca e di quel film tv che stavo guardando, stanco ma contento di cominciare a capire il tedesco, di cominciare a seguire le varie battute che gli attori e le attrici si scambiavano… e addormentarsi così, e sognare… sognare di essere in una specie di laboratorio in qualche città sperduta, che assomigliava a Silent Hill, solo che non era nebbia quella che mi circondava, ma il gelido vento di qualche posto polare, o siberiano, o un mondo distopico dove la temperatura della terra era scesa sotto livelli invivibili, e ci trovavamo lì, in quel laboratorio, io e altre persone a fare delle ricerche… e succedevano cose strane, alcuni colleghi che rimanevano là fuori oltre l’orario prestabilito, e cominciavano ad assiderarsi, e una specie di demone o mostro colpiva gli altri colleghi che, poco alla volta, si trovavano tutti morti, e solo qualcuno era salvato, in quel laboratorio siberiano… e mi svegliavo, svegliavo sdraiato sul letto, e avevo freddo, semplicemente freddo, e decidevo di mettermi le coperte, neanche fosse settembre inoltrato, dove il tempo comincia a diventare più fresco, e tornavo a dormire… e questa volta era un sogno strano, mi trovavo nella vietta dietro al Carrefour, in quella piccola zona industriale, e c’erano due pakistani che camminavano con i loro due figli, che giocavano a pallone, e tiravano la palla più in là, più lontano, verso quella via in discesa, e pensavo che il pallone sarebbe scivolato giù di lì, nella via, mentre invece anche l’altro ragazzino tirava un calcio all’altro pallone, e i due palloni seguivano il percorso della via, e scivolavano via verso l’altra traversa, e si salvavano dalla discesa… e mi trovavo con mio padre in un’officina, dove un negretto che lavorava aveva scoperto un nuovo metodo per usare quei macchinari strani, un macchinario che andava posizionato su un camper, per misurare i freni, o gli ammortizzatori, o non so che cosa, visto che era un attrezzo mai visto, inventato, presente solo nei sogni, che avvolgeva tutto quel camper, e il negretto spiegava agli altri lavoratori come far funzionare quello strumento, e io e mio padre eravamo grati a quell’operaio che aveva scoperto il nuovo metodo… alla fine del lavoro il negretto ci diceva qualcosa, e io e mio padre andavamo via e ci trovavamo per le vie di Tokyo, a cercare il piccolo albergo nel quale eravamo ospitati, e mia madre era ancora in giro, in una delle sue crisi deliranti di schizofrenia, e più di tanto non ci facevamo caso, io e mio padre, perché ormai eravamo abituati a quel suo star male, e lei dormiva in un’altra stanza dell’albergo, da sola, continuando a parlare da sola, mentre io e mio padre eravamo sistemati in una piccola stanza d’albergo, dove c’era spazio solo per cinque letti, e mio padre si stendeva sull’estrema sinistra, e io sul letto d’estrema destra, e potevamo dormire dopo la lunga ed estenuante giornata di lavoro… e mi svegliavo dal letto, e mio padre e mia madre erano scomparsi, c’erano dei miei amici giapponesi che mi dicevano che volevano fare qualcosa nell’albergo, stuprare una tipa, o picchiarla, per vendetta, come in una specie di yakuza per giovani, e anch’io mi dirigevo verso una stanza d’albergo, dove giacevano due ragazze, a dormire, una occidentale sul letto di destra, e Sissi, la cinesina, sul letto di sinistra, e sognavo di andare nel letto con lei, per svegliarla, per dirle qualcosa, forse solo per dormire affianco a lei, ma mi diceva qualcosa, che aveva il ragazzo, anche se non rifiutava il mio abbraccio… e poi gli amici giovani giapponesi, che ricordavano Satoshi e Yusuke mi chiamavano di fretta, c’era del lavoro da fare, e ci movimentavamo per le vie di Tokyo, alla ricerca di non so chi, di non so cosa, per compiere qualche azione criminale, tra bande, e mi perdevo nel fracasso della città, della metropoli, perso fra le mille persone, fra le mille pubblicità sui grattacieli, e mi disperdevo anche da Satoshi e Yusuke, mentre nel sogno era fissa quell’idea di aver bruciato i fumetti giapponesi di una volta, dove compariva solo la copertina di qualche manga anni ’80…

E mi svegliavo da questi strani sogni, mi svegliavo per scoprire che erano già le otto, c’erano cinquanta euro sul mio comodino, ed ero contento di avere la ricarica di quei soldi, il tempo di svegliarsi, di bere il nescafé, lasciar perdere raccoglimenti dell’anima, per andare subito al supermercato e al bar, a bere un caffè, a comprare le sigarette, e pensare al modo di salvare al meglio i soldi che mi sarebbero rimasti… e cominciavo a pensare in tedesco, in quell’andare via e venire, da un posto all’altro, e mi dicevo che era anche ora di impegnarsi seriamente sullo studio, nelle ore libere, di cercare di imparare davvero il tedesco, e di non spegnere troppo il cervello come negli scorsi giorni, anche quando dovrò lavorare… certo, forse ero un po’ teso e lo sono ancora, per via di riprendere a lavorare, per via che il tempo manca per imparare tutto quello che vorrei imparare, il tedesco, l’albanese, non dimenticare il russo, ma l’idea di guardare la televisione in lingua su internet mi salva ora dalle letture compulsive di articoli, e la televisione è un buon mezzo per distrarsi e imparare, e dovrò tenerne conto l’utilizzo o forse il consumo… e sono forse un po’ teso, di certo non rilassato, estasiato forse dalla lingua tedesca che ieri capivo, e mi perderei tutto il giorno nella televisione, nello studio, con tutta tranquillità, se solo non ci fosse da lavorare, da portare a casa i soldi, da staccare un attimo da questo studio ossessivo, che non so se mi dà l’energia per non spegnere il cervello o se è solo una strana mania… e devo calmarmi, rilassarmi, la televisione in lingua non scappa, così come anche gli articoli, e nessuno mi corre dietro, certo sarebbe bello fare tutto questo per soldi, altro che lavoro in mezzo a trogloditi ignoranti, ma al giorno d’oggi, come leggevo sul quotidiano ieri, il lavoro è un privilegio e non posso farmelo scappare… spero solo che questa settimana o settimana prossima quelli dell’Esselunga chiamino, per un altro colloquio, così magari di poter iniziare davvero a lavorare altrove, in maniera giusta, e liberarmi da questo tormento del lavoro di mio padre… intanto nei prossimi giorni riprenderò a cercare, parlerò con il dottore forse per capire quando sarà la prossima visita, e cosa sarebbe meglio che facessi per fare delle mie passioni linguistiche e culturali un qualche lavoro, oppure se continuare a coltivarle nel tempo libero, per non spegnere troppo il cervello, per staccare dal lavoro, e mi accorgo ancora che questo è davvero un periodo difficile, da quando è finita l’università, ed è davvero un tormento trovare un nuovo equilibrio tra vita privata, hobby e lavoro… devo soltanto non esaurirmi alla ricerca della ricetta definitiva, coltivare il tempo libero più spensieratamente, impegnarmi per imparare il tedesco, per godere di questa lingua così come dell’albanese, del russo, e non straziarmi troppo, non caricarmi di troppi pesi, ma neanche lasciarmi andare alla rilassatezza più estrema che si risolve sempre in visioni pseudospirituali che non portano da nessuna parte… e sì, settembre è come se fosse iniziato, riprendo con tutta l’energia del mondo, e ho tante cose da fare, in questo settembre che è come se fosse iniziato, dove non mi va più di scrivere romanzi, di scrivere poesie, non penso più alle migliaia di pagine scritte in questi dieci anni, si sono dissolte con la voglia di Alina, di Leida, con altri pensieri più importanti, e le ragazze che riempivano quelle pagine vivono ancora in me, non ho più voglia di scrivere, dopo aver letto quanto sia difficile sfondare, quanto molte persone siano nella stessa mia situazione, e usino instagram e altri social per pubblicizzarsi, il mondo è già strapieno di aspiranti scrittori e scrittrici, e uno in più o uno in meno non fa differenza… trovo la mia voglia di studiare, di capire il mondo, di filosofare, e i libri e i quotidiani e le notizie e la gente comune mi dà sempre lo spunto per capire di più il mondo dove vivo, e forse solo così, se avrò voglia, potrò scrivere davvero qualcosa, solo vivendo come fanno tanti altri… e ora posso anche cominciare a guardare un po’ di tv tedesca, perdermi nelle immagini, nelle parole, e conciliare lavoro e studi, di nuovo, un’altra volta, in questo settembre che è come se fosse iniziato…

Descrizioni, Ispirazioni

Per non pensare più e vincere l’insonnia…

Strana insonnia, questa, dai pensieri antichi che non voglio più sentire, loop di religioni e pensieri di paternità che non stanno in piedi, pensieri religiosi dopo che vedevo il film scioccante di Aranofsky “Requiem for a dream”… film dal finale nichilistico, scrivevano, ma non più di tanto, film che parla di questa madre con il figlio che si dà allo spaccio di droga con il suo amico negro e la sua tipa flippata, la stessa madre che è tutta rincoglionita per un programma televisivo, al quale le promettono di partecipare, e nasce tutta una storia che porterà la madre alla follia, tra pasticche di un medico che le promette di dimagrire con la dieta, la madre che voleva dimagrire per apparire meglio alla televisione, e finisce con le allucinazioni del frigorifero e del figlio che lei crede lavori in qualche ditta di import export, madre che finisce in psichiatria dove la sottopongono anche ad elettroshock, perché le altre cure non avevano funzionato, e viene rappresentato il peggio dei dottori, quelli che pensano solo a prescrivere farmaci e a fare cure, senza interessarsi delle persone, mentre la madre, vecchia e sola, senza marito, senza figlio in casa, si disperde sempre di più nella sua follia dello show televisivo, interessanti le riprese che fanno vedere la parte psicotica del tutto, tra riprese flash di cibi e bevande, come a rappresentare la vera e propria pulsione al consumo, gli effetti sonori che disturbano, l’ambiente psicotico… e non va meglio ai tre giovani, che finiscono in un brutto giro, dipendenti dalla droga, dopo l’euforia iniziale tra consumo e spaccio, un sacco di soldi, e si ritrovano con delle crisi d’astinenza terribili, che porteranno il protagonista a trovarsi con un braccio amputato, per la cancrena a furia di farsi di eroina, il negro costretto a lavorare per un niente, e lei che alla fine si prostituisce, anche qui sono terribili le scene flash che rappresentano l’impulso al consumo di droga, la fase di preparazione, l’iniezione letale, e altrettanto discordanti sono i suoni e le musiche… film che si divide in tre parti, estate, autunno e inverno, e la primavera non c’è, tutto si arresta con la madre impazzita, il negro costretto a lavorare, lui con il braccio amputato, e lei che fa la prostituta che gode dei suoi soldi guadagnati, l’unica speranza? Una primavera che non si sa se arriverà, oppure le ultime scene, il negretto che ricorda l’infanzia e sua madre, e lo stesso protagonista che abbraccia la madre nella fantasia di quella partecipazione a quello show televisivo, l’innocenza perduta, una primavera che non si sa se ci sarà… finale allora non del tutto nichilista, ma che forse lascia una speranza, non si sa, mentre tutto il film è dalle tinte fosche, disturbante, scioccante, molto peggio di trainspotting, davvero disturbante…

E oggi avevo anche guardato un altro film, “The secret scripture”, film più recente, di questa vecchia internata in ospedale psichiatrico, per la presunta uccisione del suo neonato… film ambientato nell’Irlanda degli anni ’80, dove un medico decide di riconsiderare il caso di questa anziana, e il film si sviluppa tutto in dei lunghi flashback, basati sul diario che la vecchia aveva scritto, dentro una bibbia, e si viene a sapere del suo passato, un amante durante la guerra, con il quale si era sposata con tutto l’amore del mondo, poco prima che i dissidi tra cattolici e protestanti, nel periodo di guerra, non portassero via lei e suo marito, mentre un prete la faceva internare apposta in ospedale psichiatrico per salvarla, accusandola solo di ninfomania… la vicenda si sviluppa poi su di lei che scappa dall’ospedale psichiatrico, non vuole lasciare il marito, che crede ancora in fuga, vorrebbe tenere il bambino, ma durante la fuga si tuffa in mare e, mentre la inseguono, finisce in una grotta tra le scogliere, dove la vedono dalla barca mentre sembra che uccida il suo neonato appena dopo il parto… in realtà non è così, come si scoprirà, sarà il prete a salvare il neonato, ma all’ospedale psichiatrico la terranno dentro per 40 anni, con la stessa accusa, lei che nel frattempo era peggiorata perché le avevano detto che il marito intanto era stato ucciso, e si mostrano tutte le pratiche violente della psichiatria di una volta, tra elettroshock e disciplina da carcere, da caserma, che non tiene conto dell’umanità delle persone… ma alla fine del film ci sarà il colpo di scena, il medico che deve riesaminare il caso dopo quarant’anni scoprirà di essere il figlio della signora, e il finale è di certo commuovente, con quel pendaglio a forma di croce che era già del marito di lei, e anche del padre adottivo di lui, una croce che si passa da famiglia a famiglia, e dopo quarant’anni la povera signora ha finalmente diritto a trovare una vera “casa”, non più le istituzioni e la storia che la opprime, un viaggio attraverso una certa follia tutta femminile, tra il marito e il figlio, gli affetti più cari, ma anche una riflessione sul trauma della seconda guerra mondiale, il conflitto in Irlanda tra cattolici e protestanti, una riflessione sui metodi, una volta brutali, di certa psichiatria, che andava troppo a braccetto con la polizia e una visione da forze dell’ordine, davvero un bel film…

E davvero quasi mi riconciliavo con mia madre dopo questi film, mi riconciliavo con la mia famiglia, sopratutto dopo “The secret scripture”, e vedevo solo nei parenti e nei famigliari l’ancora di salvezza al mio sentirmi strano di ultimamente, e mi ricordavo anche degli ospedali, di mia madre malata, della mia degenza, della degenza di mia nonna prima di morire, e mi sembrava che davvero solo la famiglia potesse salvare, potesse dare quella tranquillità che l’irrequietezza di quest’ultimo periodo mi stava facendo dimenticare, e quasi mi riconciliavo anche con il mio essere cattolico, dopo che l’eroe del film era in sostanza un prete che voleva bene a quella donna… sì, era un film che mi faceva sentire bene, o comunque mi dava la visione della mia famiglia, e mi faceva anche pensare ad una mia possibile famiglia futura, e tra le ragazze che vedevo la romena e Leida scomparivano, senza alcuna possibilità di storia, e cercavo ancora quel qualcosa di più che non riesco a trovare, e trovavo solo nelle lacrime per aver troppo a lungo dimenticato i miei e i miei parenti…

Ma poi non bastava, non potevo arrendermi, e rovinavo infatti tutto con quel film scioccante di Aranofsky, che faceva perdere quasi tutte le speranze, se non con quelle due scene finali, il ricordo della madre, di fronte ai mali del mondo, all’andare fuori strada, e non so neanch’io come partivano invece altri pensieri religiosi, tra quella primavera che non c’era, quel salvatore che non c’era, quella specie di attesa o invocazione messianica alla fine del film, che mi usciva dall’anima, e lì partiva tutto un delirio in me, i soliti deliri religiosi, e se sto scrivendo è proprio perché non li voglio più ripetere in me…

Ed è venerdì notte, e mi sembra strano star qui a scrivere e non desiderare nessuna, solo prima, per un attimo, desideravo Manuela, ma non di un desiderio erotico, ma solo di una fantasia, di una visione di un amore che non c’è, non ci può essere, ma potrebbe essere, con una ragazza che non dia solo passione erotica, ma anche tutto l’amore a 360 gradi, quel “qualcosa di più” che non so immaginare, non so esprimere, a cui non so più credere, e credo che se troverò il sonno lo troverò solo con il pensiero di lei, e non con quello di Leida o della romena, e neanche con i pensieri religiosi che ritornavano…

E rimango così, con questa giornata fatta di questi due film, mentre nel pomeriggio mi ero divertito a leggere “Difference and repetition” di Gilles Deleuze, la filosofia della differenza, e non del platonismo, alcuni temi che riguardano la temporalità, Bergson, Nietzsche e tanti altri, tanti temi, tra memoria ed eterno ritorno, le origini che non ci sono, il gioco di simulacri, il continuo espandere discorsi tra ciò che si ripete e ciò che si differenzia, ed è una lettura interessante, che mi apre la mente, se solo poi, come spesso mi è successo, non mi dimentichi delle cose che leggo, come anche per esempio quest’oggi mentre leggevo delle pulsioni secondo Freud, tra eros e thanatos, e trovavo qui in quelle righe quella spiegazione psicanalitica che mi indicava anche quella dottoressa, che non si può essere sempre in fase erotica, e in questo periodo sono davvero in “fase funerale”, thanatos, ed è fisiologico che sia anche così, e non mi va di preoccuparmi più di tanto…

E continuerò la lettura domani di quel saggio, e chissà, forse mi darò ad altri film, ad altre letture, ad altro, e non mi va di dilungarmi troppo, che se dovessi scrivere tutto ciò che mi passa per la mente, tutto ciò che mi è passato per la mente, riempirei centinaia di pagine, e mi va solo di non pensare più, non pensare più…

Descrizioni, Pensieri liberi, Riflessioni

Le tracce prima delle parole…

Ah, e finalmente sono più rilassato, dopo che ieri non aprivo un libro, non aprivo internet, me ne stavo tutto il giorno ad ascoltare musica, senza aver paura di chissà quali influssi negativi del canto e delle note, e anche incrociare Annalisa e Monica non mi dava fastidio più di tanto, dicevano come al solito di fare un salto al CD, per giocare a tennis, ci salutavamo a distanza io e Maria Teresa e la cosa importante era che mi dicevano di andare al CD non per parlare, ma per svagarmi un po’, rompere la routine e giocare a tennis, e magari incontrare un po’ di gente nuova… all’inizio me la prendevo, perché ero molto chiuso in me, con quei soliti pensieri delle ragazze, ma poi me ne fregavo, lasciavo perdere il CD e pensavo solo alla musica, ripristinando l’idol di Era Istrefi nella stanza, la presenza di una ragazza virtuale, di una tipa, che può essere tutte e nessuna, e la giornata andava avanti così, senza libri sul comunismo, sulla Russia, e mi immergevo nella musica di ogni genere, di ogni nazionalità, pop e R&B, e la sera, dalla rilassatezza, cantavo anche un po’, così, per liberarmi… e mi veniva in mente il discorso di Rousseau sulle lingue emozionali, piene di accenti, e quelle prive di accenti e intonazione, e ricordavo vagamente la filosofia della traccia di Derrida, là dove le parole e i discorsi non bastano più, il parlare a se stessi, che leggevo anche nel commento di rabbì C. sulla Torah e che Mosè “si parlava” davanti al roveto ardente, mentre nella filosofia di Derrida tutta questa parte logorroica e della parola piena di sé non c’è, e c’è solo la traccia psichica che mette assieme le parole, le tracce che precedono le parole, e la smettevo di raccontarmi storie, e individuavo solo le ultime tracce psichiche, e non mi mettevo lì più a scrivere, a pensare, a parlare con me stesso, a diventare logorroico… e stamattina mi svegliavo più rilassato, con qualche voglia erotica lontana, un po’ spenta, e anche ieri notte mi dicevo di riposare un po’, di lasciar perdere quelle ragazze, e mi addormentavo tranquillamente, senza sensi di colpa di aver fatto poco durante la giornata, se non essere andato a lavorare per un paio d’ore la sera, e già mi rallegravo ieri perché sapevo che oggi non avrei lavorato, e non c’è niente di meglio di questo riposo per riprendermi da quella specie di esaurimento dell’ultimo periodo… anche stamattina passare al Carrefour era una passeggiata, canticchiavo tra me e me quelle canzoni di ieri, e non avevo problemi a passare due volte da Anna, la cassiera, a farmi domandare di mia madre, e tutto il resto, e non c’è miglior risveglio di quello di oggi, senza le solite paranoie e i soliti pensieri ossessivi… e quasi quasi mi verrebbe da leggere Derrida stamattina, là dove l’avevo lasciato non so quanto tempo fa, “Scrittura e differenza”, perché di leggere ancora sulla Russia, o leggere in tedesco, o non so in quale lingua non mi va, ma non so neanche se ho voglia di leggere Derrida, ora che mi torna in mente la sua filosofia della traccia oltre le parole, che ultimamente erano ebbre ed ubriache e stanche e logorroiche, e mi voglio liberare dagli ultimi pensieri, ricominciare non daccapo, ma da un altro punto, e recuperare pensieri e ricordi e fantasie che non so come si erano disperse nel corso dell’ultimo periodo… e la giornata comincia così e andrà avanti così, potendo riposare ancora per qualche giorno, senza dovermi preparare chissà quali discorsi per la visita di martedì, senza strapensare troppo alle ragazze, a me stesso che diventa un medico pazzo, uno scienziato pazzo, e prendo la giornata più alla leggera, ora che so che con Maria Teresa non c’è più discorso, per fortuna, ora che ho superato i demoni delle educatrici, che parlano tanto per parlare, e mi sento più di buon umore, come ieri sul lavoro, rilassato, a parlare del più e del meno, e dei discorsi altrui mi viene in mente solo una frase del Dalai Lama: “Non lasciare che il comportamento degli altri disturbi la tua pace interiore”, e delle filosofie e dei modi di pensare altrui me ne devo fregare, vado avanti per la mia strada, rilassato e contento, e non mi va più di diventare logorroico con me stesso, quando le tracce psichiche precedono i discorsi e le parole, e adesso posso anche leggere Derrida senza troppi problemi…

Descrizioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Oltre il rosso e il nero dell’anima…

Passare al Carrefour, la mattina, senza Manuela, dopo che ieri sera, mentre camminavo, la pensavo, e un bagliore di contentezza mi prendeva, passare la mattina al Carrefour, fare la spesa, incontrare alla cassa Elena, che tirava via cinque o sei birre da un cliente, perché non aveva la tessera, e quindi non aveva lo sconto, diceva poi che per le tessere possono anche essere licenziate, e mi veniva in mente Manuela, come magari le mie sceneggiate avessero potuto farle rischiare il posto di lavoro, ma poi mi veniva in mente una sua frase: “Non ti preoccupare!”, e non mi preoccupavo… tornavo a casa più contento, più leggero, non avevo neanche voglia di fermarmi al bar a comprare le sigarette e bere il caffè, l’avrei bevuto dalla macchinetta dell’ufficio, e mi rallegravo ancora di più perché mio padre e Marco erano già usciti assieme, il che significava che per oggi non avrei lavorato, meglio così, meglio un periodo di riposo e relax, dopo lo stress delle ultime settimane… non avevo neanche voglia di scrivere stamattina, quei sogni strani di stanotte, dove si sacrificava un toro con le corna, una specie di capro espiatorio, o di diavolo, insieme ad un mio amico dei tempi dell’ITIS, Alessandro D., con il quale assieme ascoltavamo musica black metal, ed era un sogno strano, dove c’era un macello, una specie di rituale satanico, quel toro che per un attimo prendevo a cavalcare, solo per andare a scontrarmi con il rosso, nel nero del sogno… il rosso e il nero, i colori ai quali pensavo ieri notte, quando la fantasia e l’immaginazione di Leida spariva, quando tornava il ricordo di Alina, come qualche notte fa, il nero della notte, e nessun sogno o immaginazione lucente, bianca, sulla quale si disegnavano fantasie e desideri, non rimaneva più niente da immaginare, guardavo solo il nero della notte, e dentro quel nero c’era una striscia di rosso, che non sapevo spiegare, i capelli rosso neri di Alina, o la passione per Leida, o le parole russe per Marina, alla quale scrivevo un messaggio su Facebook poco prima, senza neanche crederci troppo… non sono innamorato, ecco il punto, e per quanto mi sforzi di non crederci il colpo forte che mi ha dato Alina si sente ancora, ogni tanto, come quelle ultime due notti che sono passato di lì, e l’ho vista ancora per strada, un colpo che una volta causava depressione, mentre ora mi fa solo vedere il nero della notte, senza farmi più sognare e pensare, immaginare ad occhi aperti, e i sogni per Leida, Marina e Manuela svaniscono così, nel nero della notte, tutti i pensieri e le riflessioni e la fantasia, e rimane solo il rosso e il nero… per un po’ non mi va di vedere Leida, è già stata bella l’ultima volta, quell’inebriarsi di vino rosso e delle sue parole, della sua immagine, della sua voce, del suo dirmi che tra tre mesi non ci vedremo più, finalmente, forse, o purtroppo, non si sa, non ci voglio pensare, tanto più che a lei penso solo quando ho veramente voglia di quelle cose lì, e adesso non è il periodo, meglio così, capire che con Alina era tutto finito, che quell’immagine di lei che saliva e scendeva da una macchina all’altra, come una catena di montaggio, a prostituirsi, quell’immagine ha lasciato un solco profondo dentro di me, quando muore l’amore, una volta per tutte… ed era proprio un tentativo inutile cercare di recuperare le parole russe con Marina, come se l’amore che moriva per Alina potesse risorgere da un giorno all’altro con le parole di Marina, in russo, le mie e le sue, parole russe che scoprivo poi diventavano solo stress, e una grande quantità di emozioni negative legate alla Russia… i gulag, il comunismo, il sogno dell’URSS e l’utopia degli anni sessanta, il terrorismo rosso, gli anarchici, le politiche della rivolta e dell’utopia, sogni passati, fascinazioni passate per il comunismo, storia della seconda guerra mondiale elevata a narrazione sacra, con la vittoria comunista sopra il nazismo, narrazione metafisica, dove la Shoah sembra una sorta di crocifissione, o di apocalisse, l’apocalisse o la rivoluzione dell’anima dopo quella tesi sulla Russia, sulla storia, dopo il collasso per Alina, un insieme di cose dalle quali mi devo ancora riprendere, e quella specie di resurrezione che avveniva non per Marina, non per Leida, non per Alina, ma per quella cassiera, Manuela, che nel mio delirare depresso degli ultimi mesi prima e dopo la laurea lei sembrava una ragazza russa, nella mia fantasia, alla quale dedicare tutti i sentimenti positivi che rinascevano, e qui mi torna in mente una frase che mi avevano detto, una frase che sentivo oggi tra le casse: “Donne e buoi dei paesi tuoi…”, perché Manuela è italiana… e tuttavia l’interesse per la Russia ritorna, dopo l’ultimo romanzetto, dopo quei film che mi consigliava Marina, dopo quel romanzo che cominciavo ieri, di Ken Follett, letture leggere, “L’uomo di San Pietroburgo”, che parla dei primi del Novecento, ancora in epoca zarista, ed era bello leggere di quel personaggio semplice, anarchico, criminale, che mi sembrava di vedere me stesso, o certi miei pensieri negativi, mentre lì, in un romanzetto da niente, è rappresentato come l’antagonista, e i buoni sono invece i nobili inglesi e la loro famiglia, metà inglese, metà russa… e certo che era bello pensare a Marina tra quelle righe, sognarla, ricordare la sua bellezza, lontana, sperduta, un po’ come il ricordo di Katia, ma che strano era sentirsi giù, ritrovare tutto il nero dell’anima quando le scrivevo, quando mi accorgevo che in fondo di lei non me ne importa molto, è solo una ragazza come tante, una ragazza russa come tante, e ci vorrà del tempo perché le cose decantino, come dicevo l’altro giorno a Saverio, ci vorrà del tempo, non solo una settimana, o un mese, come mi dicevo, ed è inutile spremersi le meningi per capire, lo capirò solo vivendo, vedendo quante volte ancora mi tornerà la voglia di andare da Leida, cosa sentirò se passerò al Carrefour e incrocerò di nuovo Manuela, cosa risponderà Marina e se usciremo assieme, quando sarà tornata dalla Russia, non ci si può spremere le meningi su queste cose, non c’è decisione da prendere, come mi dicevano, c’è solo da far decantare le cose e vedere come si svilupperanno, non dipende tutto dal mio ragionare in questo caso, dipende dalla vita, dagli umori, dalle ragazze, dal destino… e oggi dovrebbero arrivare le educatrici a fare quattro chiacchiere con mia madre, nel primo pomeriggio, educatrici che non so se evitare andando via da casa o rimanere qui e scambiare due parole, anche se la prospettiva del terzo grado e delle loro proposte di iniziative al CD non mi allettano, ho anch’io una dignità, e non mi va di essere accomunato a gente che ha l’invalidità, che non è laureata, che è trattata come dei minorati mentali, dei bambini, e credo proprio allora che me ne andrò via, nel primo pomeriggio, al parco, per non sentire parole e proposte che mi fanno venire solo la depressione, e anche l’ansia di dover sviare cose su di me che non mi va di dire a loro, cose che non ho neanche capito neanch’io, e che non desidero capire, ma piuttosto dimenticare, o lasciar decantare, senza sforzarmi più, e su questo mi aiutano le parole di Saverio dell’altro giorno, che diceva di aver parlato con la Beretta ed era al corrente degli aggiornamenti, così che non devo più riassumere niente a lui, e neanche sforzarmi di creare un racconto razionale degli ultimi eventi fuori e dentro di me… e sarà rilassante andare al parco, forse continuare quel libro di Ken Follett, in italiano, sulla Russia, cercando di decondizionare i pensieri neri da quel paese, da quella tesi, da quella storia, cosa che riesce un po’ a Marina quando non la sento, quando la penso e basta, come se lei non mi dovesse più parlare o rispondere più, come se fosse una ragazza lasciata, ricordando anche le parole della Beretta: “E’ una cosa che può aprirsi a tutto, potete rimanere amici, si può sviluppare in altro modo, o può decidere di chiuderla lì, non ci sono decisioni da prendere, lasci aperte le possibilità…”… e va bene così, senza pensarci troppo, senza neanche pensare alle strane voci che sentivo ieri notte, in sottofondo, urla di voci di attori di quel film sovietico che ieri guardavo, “12 Stul’ev”, voci infernali, di quei film sovietici disumani, ideologici, e neanche le immagini di quel film russo contemporaneo “Poslednee leto”, che parlava di una banda di criminali giovani, alla quale si aggiunge uno studente ricco che odia il padre e i suoi compagni di università, che sceglie come altre vittime da derubare, per odio, per rabbia, non si sa, e il calarsi in quel film drammatico e criminale, in quelle parole russe lontane dalla lingua letteraria, il senso dell’amicizia che finisce in omicidio, il desiderio per una ragazza che finisce in galera, quell’immaginario nero non aiuta di certo a farmi una bella idea della Russia… la Russia, che evoca ultimamente solo emozioni negative, che non riesco a capire come quelle compagne di università ci vedano il paese dei sogni, il paese dei balocchi, anche quella lingua russa che non mi va più di parlare, è già tanto se mi sento soddisfatto a comprenderla quasi al cento per cento, e l’altra destinazione, l’Albania, quella di ripiego non è da meglio, anzi, se provo a pensare di continuare a sentire Leida, anche se lei, come dice, smetterà di fare quel lavoro, non mi aiuta, perché mi crea solo film mentali neri e oscuri, della mafia albanese che mi segue, di lei che chiede soldi, mi fa immaginare di finire in un film drammatico e criminale russo come quello che guardavo ieri pomeriggio, mentre l’ansia di sapere l’albanese è andata via con l’immagine passata di Rudina che mi consigliava di studiare questa lingua, ansia antica, passata, oramai quasi sepolta, anche se ora, ogni tanto, quando passo di fianco agli albanesi, al bar, in giro, comincio a captare qualche parola, così come mi succede per il romeno, lingue abbozzate e lasciate lì, senza approfondirle tanto come ho fatto per cinque anni e di più con il russo… e anche ieri, al leggere Ken Follett, per un attimo mi veniva voglia di leggerlo in inglese, e provavo a leggere in quella lingua, ma una strana sensazione mi prendeva, anche lì il nero dell’anima, un po’ come quando leggevo Ayn Rand o Yukio Mishima in inglese, una lingua che non mi piace più, se non per certi articoli e research papers di storia o di sociologia o di psichiatria, ma la lingua letteraria inglese comincia a darmi fastidio, ed è già tanto se la capisco quando la parlano nei film, sì, perché ora come ora quelle lingue le sopporto solo nei film, e l’idea di prendere in mano un libro letterario in qualsiasi lingua mi dà pensieri ed emozioni negative… non mi va neanche di aprire le notizie, non importa in quale lingua, in tedesco, come prima quasi mi sembrava di avere voglia, voglio riposare un po’ da troppo stress, troppe lingue, troppi compiti da fare, e leggere in italiano Ken Follett o quei libri sul Sessantotto mi aiutano a capire un sacco di cose, a far sparire tanti deliri e idee sbagliate passate, e ora come ora è terapeutico leggere qualcosa in italiano, qualcosa di leggero, e accorgersi di vivere nel 2017 in Italia, e non più nel ’68 francese, o nell’Ottocento decadente, o in altre epoche o in altri luoghi, e tutto ciò che mi ricollega al presente e alla vita normale è immaginare quella vita, che fa adesso Manuela, tra il Carrefour e la sua vita, ed è l’unico pensiero che mi dà ancora speranza e luce, oltre il rosso e il nero dell’anima… e continua questo periodo di allentamento di compiti e cose da fare, questo periodo di riposo, che voglio far durare a tempo non ben definito, e voglio lasciar decantare alcune cose, non pensarci più, e vivere di più nella semplice luce che il pensiero di Manuela mi dà, oltre il rosso e il nero dell’anima…

Descrizioni, Prosa Poetica

Sono stufo di sognare ad occhi aperti…

Madò, che nottata ieri, la voglia di rivedere Leida, ancora, la febbre per i soldi, per il lavoro, tutta la scarica d’energia che andava avanti troppo, io che giravo di qua e la notte, nell’abitazione, per trovare le mie chiavi e i soldi, troppo stanco e troppo eccitato per tornare già da Leida, meglio così, non essere andati, ci sarà un’altra giornata, come diceva quella volta Alina, “Vieni qui un altro giorno”, i pensieri per Marina che sparivano, anche per Manuela, ritrovare la razionalità, pensare che forse sarebbe bello uscire con Marina una qualche sera, in macchina, in qualche pub, parlare, fare qualcosa in macchina, ovviamente, come tutte le coppiette di questo mondo, ma poi ricordarsi che con Marina non si riesce a parlare liberamente, c’è ancora troppo ghiaccio, la barriera linguistica, e lasciar perdere quei pensieri che venivano fuori durante la camminata… fare la camminata e poi trovarsi di notte ad abbuffarsi, stando attento alla dieta, trasgressione che mi dà ancora più forza per rimettermi a dieta stretta sul serio, ora che stamattina per fortuna non ho neanche fame… recuperare i soldi la mattina, per le sigarette, il caffè, il salto al Carrefour passando da Marco Herzl, scalare i punti, non fatemi venire la febbre della cassa, non mi devo emozionare così, altrimenti salta il motel, salta il lavoro, cerchiamo di rimanere più rilassati, pur con tutta l’energia che Leida mi ha dato, lasciar perdere strane trinità o triadi di Marina, Manuela e Leida, lasciarle perdere, senza più il rincoglionimento di tutta quella musica ascoltata la sera, musica che non ascoltavo, senza raccontare più la mia giornata a Marina, sai quanto gliene frega, senza bisogno di sfogarmi con Leida, senza bisogno di istanti magici in quei tre secondi alla cassa con Manuela, senza bisogno di perdersi in languori e sogni ad occhi aperti di giorno, tra libri, lingue e altro, telefonare il CD per sbaglio, quando invece dovevo telefonare il CPS, per ordinare le medicine, chi se ne frega, sentire Giuseppe, salutarlo, salutare Maria Teresa, ora come ora ho solo voglia di lavorare e di fare i soldi, aspettare questa giornata di riposo, senza lavoro, con gli altri in fiera, per cercare di vivere una giornata più normale, senza incanti di musica e altro, forse solo una lettura curiosa a Emilio Praga, una sorta di Beaudelaire italiano dell’800, non rincoglioniamoci troppo con notizie in chissà quali lingue, lingue che portano tutte il nome di Leida, e la lingua russa che forse, una volta per tutte, si disperde, insieme a quella inglese, non parlatemi più di lingue da parlare e call center e customer service, non parlatemi più di Facebook, lasciamo perdere simili stronzate, voglio solo lavorare, fare i soldi, divertirmi con Leida o con quelle, essere attivo ed energico, non sognare più, non inlanguidirmi più, se non nelle nottate, forse, dopo essere stato con Leida o Anna, non mi va più di emozionarmi, di farmi prendere da strane febbri, voglio anche risparmiare qualcosa, mettere da parte qualcosa, e se con Marina non va, tanto meglio, tanto di guadagnato, non provavo e non provo niente per lei, in questo momento, aspettare il fine giornata per andare al CPS a prendere le medicine, rimettermi in pista con la dieta ferrea, senza pensarci troppo, giornata così, che quasi quasi era meglio andare in fiera, se solo poi non mi avesse annoiato a morte, tra la strada, il caldo della fiera, le altre assistenze da fare, chi se ne frega, lavorare e lavorare, quando avrò i soldi per Leida, a casaccio, andrò, senza voler fare tutto perfetto, senza farmi venire la febbre, lasciar perdere Marina, se vuole, sarà lei a chiamare, a farsi sentire, anche se tra una decina di giorni andrà poi in Russia, fatti suoi… e spero solo di non rincoglionirmi troppo con i libri quest’oggi, con le troppe letture, i troppi pensieri, la visita che sarà tra una ventina di giorni, che mi importa, dover passare a ritirare la ricetta, che mi importa, non addormentarsi più, non sognare più ad occhi aperti, essere attivo e sveglio, le parole di Leida, sui soldi, altro che monaco e cristianesimo, altro che rinuncia, la competizione, lottare, stare in piedi, non sognare più ad occhi aperti, guadagnare, lavorare, e negli attimi di pausa leggere qualcosa, informarsi, smettere di frequentare amicizie un po’ strambe, malaticce, non sognare più ad occhi aperti, l’energia, l’energia, l’energia, che solo Leida mi può dare, sono stufo dei sogni ad occhi aperti, della fantasia, della febbre e delle emozioni negative, più forte, più vivo, più deciso, sono stufo di sognare ad occhi aperti…