Poesie, Visioni

Oltre questa vita che è sogno e follia…

Una quotidiana guerra
con la razionalità
ma va bene pur che serva
per farmi uscire
come mai
ma chi sarai
per farmi stare qui
qui seduto in una stanza
pregando per un sì

ma cosa mi viene in mente?
Il sorriso di lei
la pubblicità nel sottofondo del bar
turkish airlines
allahu akbar
imam Sò
che lei mi vedeva
mentre io mi incupivo
nei miei pensieri
sorseggiando il caffè
e subito
lanciava dello zucchero
a Paolo
non l’hai beccato?
Le dicevo
non in testa
diceva lei
stupida marocchina
calabro saudita
Miryam
ancora una volta
due semplici parole
e poi dirle
che stamattina
avevano lasciato sola
Valeria
tutta incasinata
con i clienti al bar
stamattina?
Diceva lei

paura e panico
no
nessuna paura e panico
tranne Miryam e i suoi sorrisi
che spaziano al di là
di quando mi perdevo
per Katia
e l’islam
che Saverio aveva ragione
sono innamorato
ma non so di chi
di tutte
di nessuna
di tutte tranne che tutte
come diceva una volta
l’amico Alex
perché mi perdo
in dei bicchieri d’acqua?
Perché sono sempre sull’orlo
della follia
anche quando per dimenticarla
me ne vado al Carrefour
a comprarmi delle scarpette da ginnastica
rosse
che si abbinino sempre al nero
rosso e nero
la maglietta del Milan
di Higuain
l’argentino
il Milan
il diavolo
la croce
che stare a messa stamattina
era una noia
finché non arrivava Miryam
a fare casino in me
troppi caffè?
Ricordare Aleksia
l’altro giorno al bar
o Ana?
O chissà chi?
Impazzire di nuovo
fare acquisti
il consumismo
che risveglia sempre esoterismi
e simbolismi di colori
di abbinamenti
di vestiti
neanche fossi una tipa
mezza impazzita
il diavolo veste Prada
dicevano
e impazzire sempre e di nuovo
che l’unico sigillo alla follia
era vedere
quel pakistano grosso
vestito di bianco
rasulullah
tutte cazzate
queste
tutti sviamenti dell’anima
infantilismi
come quelle scarpette non così rosse
come volevo
sembrano rosa?
Come quelle scarpette di una volta
quando c’era Desirée?
Ed Elena?
Non mi consideravo
allora
albanese
a modo mio?
L’islam e l’Albania
che riesumavo
come ogni volta
sii un uomo
in nome di Dio!
Ma come fare quando si impazzisce?
Quando ci si innamora
e non ce se ne rende conto?
Innamorato dell’amore
diceva una volta
la prof di filosofia
il mito romantico
il mito folle
la follia
uh uh la folie
c’est la folie
che vedere quelle coppiette
giovani al Carrefour
all’ipermercato
mi chiedevo con quale leggerezza
vivevano e vivono loro
la loro storia
frasi scontate
atmosfera leggera
stupide frasi con le loro madri
e uno sguardo sognante
e leggero
so anch’io di non essere così
dopo Leida
dopo Ana
dopo gli eccessi di passione e follia
di Katia
eppure a volte
questo demone etereo impazzito
mi visita
a colorare l’immaginario
a renderleo schizofrenico
insicuro
infantile
immaturo
è la follia dell’innamoramento
di quando non ci si sente
sicuri di sé
anche quando senti parlare
russo dagli acquirenti
lì al supermercato
signore di una certa età
che niente hanno a che vedere
con le sublimità di una volta
della lingua russa
quella stessa sublimità
perduta
che se ne è andata con Marina
ragazza come tante altre
senza nessuna follia
solo la noia di quella lingua
che anche adesso
leggere Dostoevskij
non mi dà niente
eppure so
che non è innamoramento
per Miryam
ha già il ragazzo
Valeria è già sposata con figli
e Paolo
non so chi mi ricorda
forse nessuno
forse l’amico Alex
serio e deciso
come un vero comunista cinese
il comunismo…
quello sovietico
quello albanese
quello cinese
roba da gente con le palle
non fighette
che a volte mi trovo a sentirmi così
ci vuole più concretezza
più durezza
basta con questi sogni arabescati
e follie sognanti impazzite
e psicotiche
di esoterismi
e simbolismi
da artisti da quattro soldi
ritorniamo alla realtà
alla concretezza
ma quanto sono insidiosi
i sogni
e le follie
le allucinazioni
gli incanti della mente
gli incanti
che a volte me ne accorgo
davvero
ma non so mai come uscirne
e non vorrei uscirne
perché sono come una droga
eccitante
stimolante
che ti aprono le porte della percezione
e poi ti fai d’opiio
pensando alla religione
tra sesso innamoramenti e religioni
mi perdo sempre
poeta mancato
di una follia perennemente presente
è la mia guerra continua
ogni giorno
ogni momento
con la mia follia
e le ragazze
e i sogni
e il lavoro
e le lettere e film e la musica
che non so mai come uscirne
anche quando mi perdo in un ipermercato
solo per dare più spazio alla follia
per evitare di tornare
al bar e impazzire di nuovo
basta che mi dicono due parole
quelle ragazze
e subito il vulcano della follia
irrompe
e non c’è modo di contenerlo
neanche distraendosi
ma quanto è insinuante
quella follia per le ragazze
psicotico naturale
che non cambierei mai con niente
e non si riesce più a leggere
più a concentrarsi su niente
ma sempre meglio che stare al bar
e andare in fissa sul nulla
bevendosi una stupida bottiglietta
d’acqua
a sentire altri
che dicono scemenze
che fanno impazzire
e risvegliano canzoni d’altri tempi
d’altre follie
come l’ultima volta
scappare fuggire
cercare il varco
del tempio
dove tutto finisce
ogni spazzatura dell’anima
e psicosi
e follia
anche la fantasia
ha il suo punto di fuga
e la follia
dove tutto si riassesta
in un bianco di una luce
dall’aldilà
che ti fa dire
tutto è vanità
e sogno
si apre come sempre
l’infinito
ispirazione infinita
e mi ritrovo
solo dopo essermi perso
il bianco
il nero
il rosso
colori di follia
domata
il blu e il bianco di divinità lontane
e il verde della natura
e tutti i colori
che si stagliano
su questa bianca luce
d’aldilà
dove finisce ogni
fenomeno
immagine
suono
parola
shqipnì
moj moj arberì
non so perché
sia così
è così e basta
la follia mi accompagna sempre
e la sua uscita
di scena
ci convivo
con le estasi
con le follie
con i sogni
ah
se non ci fossero
quanto sarebbe
piatta la vita
questa vita che è sogno e follia
e ritorno alle mie carte
per non impazzire
più
per andare oltre
questa vita
che è sogno e follia…

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Prosa Poetica, Visioni

Là dove c’è solo il niente, il vuoto, la divinità, lei e l’infinito…

Svegliarsi fisso alle cinque della mattina, non sapere che fare durante la giornata, e le antiche ossessioni che si impadroniscono di te, tanto che per capirci mando curriculum a mediaset, rai e servizi segreti italiani, tanto sono troppe le notizie internazionali, le riviste di geopolitica, infoholic, mi verrebbe da dire, completamente rincretinito dalle notizie internazionali, che poi non puoi neanche candidarti ai servizi segreti per quella tua condanna minorile, lottare con la fantasia che è in te, la troppa fantasia, che te ne accorgi quando stai in officina e vedi il tuo fantasma, il tuo sosia in quella stanza di casa, quel tuo doppio che si perde davanti al pc, che ciclicamente sposta oggetti e immagini nella stanza, come per esorcizzare i propri fantasmi, portarli fuori, e ogni volta distruggerli per rendere la stanza spoglia, priva di immagini, di riferimenti, di oggetti-ricordo, che alla fine te ne stai lì senza fare niente, avendo lavorato poco o niente, che non riesci neanche a riposarti di giorno perché ti ricordi sempre la prof di inglese che diceva: “Don’t get depressed”, e quella di russo che diceva: “Ne spite!”, “Non dormite!”, e non sai che fartene del giorno, maledici tuo fratello che ieri ti whattsappava per chiederti se avevi provato quella tale agenzia di lavoro, e oggi che ti perdevi con i cv, dopo un bel periodo di tempo nel quale ti eri calmato, eri sceso a patti con la realtà, come ti diceva Saverio, mentre ci voleva lo zampino di tuo fratello ieri per farti sentire male, e ti imbottivi di roba chimica per non andare fuori di testa, e ti facevi due shottini di vodka al bar, per trovare il sonno, quel sonno che non trovi la mattina alle cinque, quando diventa impossibile continuare a dormire e ti svegli e bevi il tuo caffè e sai già che non dormirai fino a tarda serata, e butterai via un’altra giornata, e non avrai voglia di leggere Dostoevskij, che non sai neanche più perché leggi e dovresti leggere, e l’unico momento che ti fa passare la giornata è quando sei in trattoria e mangi la tua pizza e il cameriere ti ricorda Ana senza farlo apposta, e ricordi di lei tutto quanto, e ti perderesti nella voglia di lei, l’unica cosa bella rimasta, oltre l’immagine della sua doppia, quella cantante romena da quattro soldi, che non dice niente, “every girl” ti verrebbe di chiamarla, e non sai che fartene di queste pagine da imbrattare, e maledici anche quei tuoi amici e quelle loro idee stupide, e i loro discorsi, impregnati di fantasia e di irrealtà e di ignoranza, ma d’altronde dov’è che si trova la verità se non in te, e chiunque all’infuori di te è un falsario a suo modo, come lo sei anche tu certe volte, quando ti perdi nelle fantasie, in cose non vere, in credenze non appurate, nel tuo mondo di credenze che serve a dare un senso alla vita, e ognuno va avanti a modo suo, è così che si va avanti, e prendi anche con filosofia ogni cosa che ti capita, così come diceva anche Saverio, mentre ti ricordi degli ultimi bei momenti con Ana, e può bastare, e prendi con filosofia il fatto che il lavoro non c’è, che con Ana una storia mai sarà, anche se sei innamorato di lei e lei è l’unica che ti fa sentire in pace, che un lavoro non c’è, che dai dottori in ogni caso dovrai andarci per delle scemenze, ma comunque ci dovrai andare, e ricordi Ana, e del resto non ti interessa niente, e sei già soddisfatto del film che ti sei guardato stamattina, “Blade Runner 2049”, con quella scena del padre e della figlia, che ti faceva capire più di tutto ogni cosa, e non sai che fartene di altro tempo per guardare altri film, non sai che fartene della corsetta e dell’allenamento di domani, di quei caffè per tenerti sveglio e non farti cadere in depressione, e non sai che fartene di questa scrittura, del corso di scrittura dell’amico, alle parole non ci credi più, non credi più neanche all’alfabeto, non credi più a niente, a nessuno, e vivi la tua vita così come viene, in questo vuoto che avanza, e non sai che fartene delle serate, dei giorni, del lavoro che non c’è, della tua fantasia e della tua realtà, e dei tuoi progetti, e dei tuoi ex sogni da studente universitario, e dei tuoi libri, e delle tue invocazioni, e dei tuoi fantasmi e dei tuoi spettri, e vai avanti così, nel vuoto che avanza che sa di divinità, nel ricordo di lei, solo lei, in quella stanza spoglia che è ogni dove e nessun dove, senza alcuna differenza, spogliato di un’anima, di un luogo, di una personalità, delle tue conoscenze, quel vuoto che sa di divinità e di lei… e ti confronti con le tue ex colleghe universitarie, con i tuoi ex colleghi, chi ha trovato un lavoro, chi non l’ha trovato, vite di persone comuni, senza le storie inventate degli amici di gente che è arrivata chissà dove, dei miti degli amici di “fare la svolta”, non c’è nessuna svolta, è solo la vita che va avanti, nella sua scontatezza e semplicità, nel suo squallore a volte, e non ci sono vie d’uscita, non ci sono orizzonti di epoche messianiche e utopiche da attendere, l’unico obiettivo nella vita è rimanere contento, vuoto, felice, non sai neanche tu come dire, svuotato di false e vane immaginazioni, di chimere, e guardi in faccia la realtà, la verità, la vita, la concretezza e i tuoi sogni impregnati di lei e del niente, dell’infinito, e te ne freghi di tutto, di ogni cosa che rimanda a chimere e sogni passati, in questo giorno della settimana che è il tuo giorno preferito, perché qui si colloca tutto e niente, dove c’è te stesso, dove c’è il niente, dove c’è lei, dove c’è la divinità, dove c’è l’infinito… e lasci perdere ideali passati e sforzi di voler troppo da se stessi che alla fine si scoppia, come ti dicevano, e vivi così come viene e sorridi a ogni discorso altrui, piccolezze, stupidaggini, cose da niente, chimere, immaturità varie, infantilismi, e la tua stanza spoglia è riflesso di ciò che racchiudi dell’anima, un niente infinito che sa di lei… e del resto non ti importa più niente, assolutamente niente, che se solo non facesse male non fare niente ti sdraieresti e dormiresti e sogneresti, dormire e sognare, dormire e sognare, e non far niente, non voler niente, non desiderare più niente e nessuno e attendere forse solo la fine che sfocerà ancora di più nell’infinito, e non sai che fartene di quella giornata da estasiato in chiesa e poi da lei e poi nel mondo dei sogni e delle fantasie dei giorni dopo, le estasi, i sogni, renderti conto che sei così innamorato che di niente ti importa di niente, nada te parece interesante, al di fuori di lei, e vivi in questa dimensione e non sai che fartene del giorno, della notte, del tempo, che il tempo svanisce come un’apocalisse giunta al suo termine, là dove l’apocalisse cancella il tempo e comincia l’infinito… ed è così che finisce il mondo, ed è così che finisce il mondo, ed è così che finisce il mondo, e tutto è vanità, e tutto è sogno, e tutto è niente, in questi mondi tra realtà e virtualità, tra frasi fittizie e sogni e fantasmi e chimere e spettri ed elevazioni ed estasi e abissi, là dove c’è solo il niente, il vuoto, la divinità, lei e l’infinito…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Tra amori, libri e compagne, un sogno da studente, un sogno che è la vita…

Nel sogno, un’aula di università, le tante compagne, i sogni da studente innamorato delle lingue, il prof che non arrivava, e la classe in subbuglio, degli ex compagni che passavano di lì, in classe, ex studenti, che raccontavano di come adesso se la vivevano bene, avevano trovato lavoro, e commentavano sui libri usati, chi raccontava di aver venduto i libri a 250 euro, quelli delle medie, e anche se sembrava un sogno da università i compagni che apparivano sembravano quegli studenti delle superiori che visitano le medie per ritrovare i propri professori, o i compagni più piccoli, loro, ormai grandi, con la tipa, con una vita, con quei vecchi libri che commentavano e dicevano che c’era chi li aveva venduti spacciandoli per nuovi, mentre invece avevano solo cancellato le pagine scritte a matita, chi aveva usato lo sbianchetto, chi aveva barrato con il nastro bianco molte righe, libri di lingue, altri libri, e tutta la classe era incantata a vedere quei vecchi compagni ormai diventati grandi, e c’era un’aurea incantata, come di chi ritorna a scuola, ormai cresciuto… i miei sogni di studente, di quando in questo periodo tornavo a scuola, dopo una vita di eccessi bagordi, il sogno incantato della scuola, un ambiente dove studiare e darsi alle lettere, alla storia, ai sogni, alle geografie, un ambiente pieno di sogni, e intanto l’inserviente arrivava nella nostra aula, in università, e ci diceva che il prof ci attendeva in un’altra aula, che era stata spostata, P5, diceva… io che raccoglievo i miei libri sparsi sul banco, dentro la cartella, libri di cinese, libri di albanese, libri di russo, e io che mi confondevo con quei dizionarietti, con la compagna che scambiava quei libri per i suoi, no! Le dicevo, sono miei, gli albanesi una volta andavano d’accordo con i cinesi! Dicevo, l’antica storia dell’unione sovietica, la compagna di classe cinese, Xixi, l’altra albanese, Aida, la bellezza loro, il mondo incantato, quel ricordo di quella compagna delle superiori, Jenny N., che rivedevo per caso l’altro giorno su Facebook, ma la lasciavo libera, senza chiederle l’amicizia, io che scoprivo libri di cinese che avevo lì, completamente scritti in cinese, libri di linguistica dei tempi del comunismo, e un altro libro di linguistica albanese, in un mondo sognatore tutto sovietico, che ricordavo le parole dell’altra sera dell’amico: “Tu sei un cinese russo!”, “Grazie!”, gli rispondevo, “Ora so chi essere!”, mentre un attimo prima dicevo che ero filo americano, che prendevo la coca cola zero solo perché la cantante Inna l’avevo vista fare la pubblicità, “E’ arrivato il capitalismo anche in Cina, anche in Russia!”, dicevo, “Sì! Ma un capitalismo diverso!”, rispondeva l’amico, e intanto nel sogno mi precipitavo a raccogliere i miei libri, come un film hollywoodiano dove lo studente sognatore si innamora della compagna di classe più bella, e grazie all’amore e allo studio riesce a fare grandi cose nella vita, la compagna di classe più bella, Jenny N., la biondina, quegli amori dei tempi della scuola, quei film hollywoodiani… che mi svegliavo nel fondo della notte, pieno di questo sogno, di quell’aurea incantata delle lingue e dell’unione sovietica, che un tempo sentivo, e mi immergevo nell’atmosfera da sogno, quasi dovessi tornare a scuola anche quest’anno, tra i libri, tra i sogni, tra gli amori per le compagne… quanto mi mancano quelle sensazioni, quelle percezioni di essere sempre innamorato, di tutte le compagne, innamorato dei libri, delle lingue, lontano dalle ultime follie degli ultimi giorni, anche se ora risuonano in me quelle canzoni latino americane che danno gioia, anche la gioia che si può trovare a capire di quanto Ana ultimamente mi stesse giocando strani scherzi, di quanto la singola foto di Jenny N. vista su Facebook sia bastata a farmi ritornare a quei tempi incantati della scuola e dell’università, quando la mia mente non impazziva e non si perdeva in bicchieri d’acqua, non sentiva porcherie da compagni, amici, colleghi, quando tutto era incantato, tra libri, scuola e compagne… e il prof nel sogno mi chiamava per cognome, guardandomi come se fossi destinato a fare grandi cose, come in un film hollywoodiano, e io, assieme alla compagna, mi precipitavo fuori dall’aula, per andare a lezione, insieme alla compagna dei sogni sconosciuta… il risveglio, e il sogno in me a cancellare gli incubi di ieri, mente che andava in tilt e si riprendeva solo la sera, con la giusta musica, lontana da strani tilt dell’anima causati dal sottofondo di Ana, dagli incubi di certi racconti degli amici, che ora cerco di scacciare dalla mente, perdendomi solo nella foto su Facebook di quella compagna di una volta, un innamoramento vero, da scuola, quella Jenny che si sovrappone alla Jenny dell’università, quella Jenny H. che ha lasciato Facebook, sempre più invasata di Dio e del suo avventismo, e io mi perdo in questo sogno da università, da compagne, di libri, quel mondo sognatore che vorrei ritrovare aprendo i libri di cinese, di albanese, se poi tutto questo non si disperdesse in gente orribile da bar, da ricordi e connessioni truffaldine, e avrei bisogno di un amore vero, di quelli veri da scuole superiori, quegli amori quasi innocenti, incantati, e non delle schifezze dell’ultimo periodo, se solo non ci fosse ancora Ana che a volte fa sognare, con la sua giovane età, con quegli scherzi dell’anima che mi sta facendo, e rispetto al degenero dei pensieri e gli incubi del giorno serbo in me questo sogno incantato, tra libri, scuola e compagne, e cerco di dimenticare i tilt dell’anima del giorno, causati da porcherie di parole altrui… la lingua cinese, gli ideogrammi incantati, la linguistica, un sogno sovietico, quel sogno nato forse dalle parole dell’amico: “Tu sei russo! Tu sei cinese!”, sogno di un mondo inesistente, di amici forse più morali di altri, sposati, con figli, quegli amici cinesi, quel sogno della Russia ortodossa, tra Dostoevskij e mondi perfetti di moralità e felicità a venire, senza devasti, senza fiori del male, quel sogno della notte che può ancora farmi vedere la vita nella sua bellezza, nel suo sogno, in quella specie di paradiso perduto che si trova solo nei sogni, se non fosse per il ricordo della bellezza di Jenny N., la compagna perduta, il suo sorriso, la tipica ragazza più bella della classe, quei sogni da studente, quei sogni tra i libri, tra le compagne, un mondo perduto che vive in me nei sogni, un paradiso che ritorna, almeno in sogno, e una musica di gioia che risuona in me, il mondo dei primi amori, quella Russia e quella Cina e quel mondo sovietico sognato, come neanche nei tempi utopici dei primi anni sessanta, un sogno di armonia, di pace, d’amore, di aule universitarie, un sogno da studente, quei libri che una volta erano magici, quelle compagne magiche, quell’atmosfera magica, un sogno da studente innamorato, un sogno holliwoodiano, la bellezza di Jenny, un sogno che ridà vita alla mia mente impazzita di ieri, a quei demoni, tu sei russo! Tu sei cinese! Mi dicevano per scherzare, quei sogni di una volta… quei sogno di una volta… tra amori, libri e compagne, un sogno da studente, un sogno che è la vita…

Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Innamorato di lei, Ana…

Innamorato di lei
di Ana
che ora ogni cosa si spiega
invece di inutili capogiri dell’anima
alla ricerca
del punto che saldasse la mente
e la facesse uscire
dalla follia
Ana
era il centro di ogni cosa
di ogni follia
la sua musica
la sua bellezza
la sua voce che mi mancava
la sua arte
che solo ieri pomeriggio
nel camminare
mi si manifestava questa verità
perché lei è davvero innamorato
di questa ragazza
mi dicevano
e tutto tornava
ed ogni altra cosa
era periferia dell’anima
che non voleva accettare
questo fatto
l’amore per lei
così folle
anche più di Alina
follia pura
tra ascolti di corano
e canzoni dimenticate
follie dell’anima
ed eccessi
parole in eccesso
follie
e solo la notte
avrebbe portato
a compimento
l’amore per lei
là dove io
in una chiesa
accovacciato
e inondato d’amore
la rivedevo
come l’unica vera ragazza
che mi abbia fatto impazzire così tanto
nell’ultimo periodo
e la notte
la notte
la notte c’era lei
che mi parlava
che mi chiedeva dell’altra amica
che è meglio dimenticare
come le dicevo
perché sono innamorato di Ana
non dell’altra
che ogni altro perdermi per altre ragazze
sembrava quasi un peccato
contro il mio amore per lei
se solo il peccato non esistesse più
e tutto è anarchia dei sensi
e amore
anche quando
accovacciato in una chiesa
sentivo l’amore per lei
e per tutte le altre
ma sopra tutte
lei
Ana
che mi perdevo e mi perdevo
anche andando a trovare Manuela
prima di rivedere Ana
vedere la bellezza di lei
e anche lì sentire l’amore
i suoi capelli biondi più lunghi del solito
più lunghi
come i miei capelli
dell’ultimo periodo
da quando c’è Ana
e si sorrideva e si parlava
e si gustava la nostra dolce voce
con Manuela
mentre passavo di lì da lei
come tante altre volte
questa volta
inondato d’amore
e la notte
la notte
l’avrei rivista
avrei goduto con lei
sfiorandole i capelli
il corpo
perdendomi nel suo volto
nella sua voce
che ricordava ora vagamente
anche l’altra ragazzina romena
andata via dal ristorante
dove faceva la cameriera
Cristina
che in lei rivedevo sempre
Ana
sempre e solo lei
Ana
che tutto tornava
in quegli attimi
in quell’estasi erotica alcolica e musicale con lei
che la notte non sarebbe mai finita
quell’estasi erotica
che si perdeva
nell’alcol e nella musica
e la musica
la musica
la musica
la sua musica
che liberava l’anima
Ana
lei ritrovata
l’amore e l’estasi ritrovate
che tutto era proprio così
perché lei è innamorato di quella ragazza
mi dicevano
e visioni di antiche biseriche ortodoxe
andavano via
trascinate e inondate dall’amore
per lei
da quella sua musica
da quell’estasi
alcolica erotica e musica
e tutto l’amore mi invadeva
perché lei è innamorato di quella ragazza
mi dicevano
ed è proprio così
ritrovo me stesso
e l’estasi in me
non ha fine
l’estasi continua
e mi infonderò ancora nella sua musica
inondato dall’amore
innamorato di lei
Ana

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E tutto l’amore che mi inondava, Ana…

Devastato, da quelle clip latine, devastato e impazzito, che mi servivano i giusti tranquillanti per andare oltre quella mente impazzita, per liberarmi in un’estasi dionisiaca che poi si gettava a dormire nei sonni più pesanti di sempre… svegliarsi nel primo pomeriggio, completamente disorientato, i libri che non mi davano più niente, neanche la musica, ogni cosa sapeva di niente, e mi perdevo ed era anche inutile la camminata sotto il sole cocente, che faceva sudare, e non mi permetteva di correre, la mente in visibilio, e solo quella camminata che mi dava la soluzione di tutto: Ana… era proprio lei a farmi impazzire, con la sua musica reaggeton, le sue parole, la sua voce, la sua bellezza, quella mancanza di lei da troppo tempo che tutto agosto e parte di inizio settembre mi stava mandando fuori di testa, facendo perdere la mia personalità, mi stava disorientando, l’assenza di lei, la sua mancanza… e me ne tornavo a casa dopo che nella passeggiata avevo sentito la solita signora romena dire qualcosa: credinciune! Credente, sarebbe, io, vestito di nero di vesti belle larghe, quasi come un monaco, camminare e camminare e sentire questa voce, e pensare solo ad Ana, e ricordare le mie visioni recenti, di monasteri ortodossi, di voci di cori bassi, delle letture di “Fratelli Karamazov” e il personaggio Alyosha, vera ispirazione, e mi dicevo e mi ripetevo che avevo solo bisogno di lei, di Ana… me ne tornavo a casa solo per cenare, con quel mal di denti atroce su ogni cibo o bevanda fredda, un dolore insopportabile, e sdraiarsi sul letto intontito dalle troppe pasticche, per far passare il mal di testa, per stare a posto con la testa, e un dolore ineffabile mi sopraffaceva, che avrei desiderato stare lì così a dormire, a soffrire, quando accendevo la musica classica e mi lasciavo trasportare da altre note che non quelle del regetton, e quella musica, e qualche bicchiere di vino rosso mi facevano sentire ancora vivo, e il pensiero, il desiderio, e l’amore per Ana mi avvolgeva del tutto… e bevevo, ed ascoltavo musica, e soffrivo, e sentivo la sua mancanza, e capivo che tutti i miei guai dell’ultimo periodo era perché lei non c’era, perché non la trovavo mai, o perché mi dicevo che era meglio non vederla, e così, senza saperlo, scatenavo la mia follia… mi rialzavo solo verso le sette e mezza e andavo in chiesa, facevo il segno della croce bagnandomi con l’acqua, mi avvicinavo alle panchine, ma non ce la facevo, cadevo prostrato con il volto a terra, come i monaci ortodossi, e dentro di me vedevo solo lei, solo Ana, e il vago ricordo di Alina, e la sorella Aleksia, e tutte, e una sensazione di amore, misericordia, sofferenza e gioia mi invadevano, in quello stato estatico causato dall’alcol, dalle medicine, dalla musica, e l’amore per Ana mi invadeva, e non mi interessava che qualcuno passasse di lì, il diacono, il prete, che parlavano tra loro, le letture: l’esaltazione della croce… e me ne stavo lì, accovvacciato, che quando alzavo lo sguardo, stando seduto, vedevo il mondo girare attorno a me, come una specie di allucinazione da funghetti velenosi, vedevo la chiesa girare dappertutto, e se mezz’ora prima mi sembrava di star morendo dal dolore, ora mi sembrava di star svenendo dall’estasi, ed ero ancora inondato d’amore per Ana… seguivo la messa, poche persone il venerdì sera, seduto poi sulla panchina, giovani e anziani, poca gente, le letture, e l’amore per Alina e per Ana che si rivelavano più forti che mai, per Aleksia, le mie visioni e i miei canti ortodossi, e l’anima era piena d’amore, e tutte quelle parole scorrevano mellifluamente, e nessun oggetto mi spaventava, nessuna voce, perché sapevo che l’amore mi inondava… e me ne tornavo a casa solo per fare un salto al Carrefour e comprarmi qualche birra, alla cassa, lei, Manuela, altro amore perduto, che compravo due bottigliette senza dire granché, le solite frasi tra cliente e cassiera alla cassa, giusto per comprare, eppure vedevo il suo sguardo, vedevo quei suoi capelli biondi che ora sono lunghi, vedevo la sua bellezza, e la bellezza delle nostre voci, e ancora una volta l’amore mi inondava… me ne andavo, e dentro di me si aprivano le porte della musica raggeton, quella musica di Ana, e mi perdevo completamente nella mia stanza, tra alcol e musica, tra estasi musicale ed alcolica, e l’amore mi indondava di nuovo e sempre di più… e non ce la facevo più, avevo bisogno di lei, di Ana, perché le visioni di Manuela se ne stavano andando via e avevo bisogno di Ana… saranno state le dieci o giù di lì, prendevo la macchina, mezzo ubriaco, mezzo allucinato, con il mondo che girava, io che ci vedevo doppio, ma non mi importava, ero ancora inondato d’amore… e la trovavo là, di fianco a sua sorella, “Chi vuoi? Vuoi me o vuoi lei?”, “Voglio te”, le dicevo, “Posso fumare?”, “Fuma! Fuma!”, e la facevo salire in macchina dopo che abbassavo il finestrino per farla fumare in tranquillità, e l’amore mi inondava… siete state in Romania? Sì, adesso siamo tornate, e te? A Berlino! Bello! Sì! Tua sorella adesso parla un po’ di più o sbaglio? Sì, adesso parla di più, lo sai, sto impazzendo, sono mezzo ubriaco ed è colpa tua, mi sveglio alle tre di notte e ascolto al tua musica, mi perdo con altre ragazze, ed è colpa tua, le dicevo, tranquillamente, con quella calma che solo l’amore può dare, è colpa mia? Diceva lei, e sorrideva, e mi diceva di parcheggiare di là, non al solito posto, e ci si lasciava andare, come sta la tua amica, mi chiedeva, quale amica? Quella che mi dicevi, meglio dimenticarla, e godevo già del suo corpo, della sua bellezza, e da lì a poco avrebbe cominciato la sua pura arte, che sognavo da tempo, la sua arte di muoversi qua e là, di farmi godere, e godevo di lei, della sua voce, della sua bellezza, anche quando si tirava su un attimo e si mostrava il suo volto, così simile alla cantante Inna, e godevo di lei, di quella mia voce preferita ritrovata, di quel piacere ritrovato, di quell’arte, della sua bellezza, e l’amore mi inondava ancora… godevo come non mai, e mi sentivo libero, innamorato, liberato, estasiato, un’estasi alcolica erotica e musicale che non provavo da tempo, grazie all’amore per Ana che mi inondava, e lei che mi diceva altro, la musica raggeton, rap italiano, di andare da sua sorella ogni tanto, così, e tutto era come se fosse la cosa più naturale del mondo, perdersi nel pomeriggio e ritrovarsi e godere la sera da lei, con quella sua voce che mi mancava da tempo, con quella sua bellezza, quell’amore che mi inondava, Ana…

E la notte non sarebbe finita più, tra questi ricordi e visioni, tra questi giramenti di testa e stati estatici, inondato d’amore compravo un altra birra con la speranza di rivedere Manuela, ma non c’era a quel giro, e mi accontentavo della bellezza di Ana, della sua voce, dell’erotismo ancora vivo in me, e tutto si sarebbe estasiato in un’altra estasi che continuava, estasi alcolica erotica e musicale nella notte, musica reggeton senza fine, innamorato di lei, di Ana, e ogni cosa che è fatta per amore va al di là del bene e del male, e tutto l’amore mi inondava, Ana…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Nella musica di Ana, e non dormo più…

Ascoltare musica raeggeton
a caso
svegliarsi alle tre di notte
con la musica in testa
il pensiero di Ana
vagamente innamorato
da non capire più niente
lei là
in mezzo ad una via
come tante
come l’altra dal volto asiatico
dell’altra notte
saltano tutte le categorie
e si decentra l’anima
anche quando voleva cantare
ciò che non sa cantare
jinn dell’anima
che mi portano fuori identità
scritte che sono solo
macchie di inchiostro
o segni
senza più alcun referente
x sconosciuta
al di là delle lettere
la realtà
la concretezza
che si dissolve
e rimane quest’anima
a poetare sul niente
là dove
il mondo reale
si è fatto favola
recuperare il sonno
in una mattina da niente
il sonno
questo grande assente
in quest’ultimo mese
la mancanza di Ana
e lei che in ogni caso
non potrebbe darmi niente
solo ancora più confusione
non so più se sono innamorato
come Raskolnikov
di Sonya
e chi sia questa Sonya
Alina o Ana
o chissà chi
forse innamorato di un amore che non c’è
e l’assenza di obiettivi
non cambia niente
sembra quasi
una parvenza di libertà
che si vive ascoltando musica
buttando via le giornate
mi rimane lì
quel libro
quell’altro
dei film che non so quali vedere
l’anima impazzita
che si risolve
in una divinità
che non ha più senso invocare
il dissolversi dei pensieri
dei riferimenti
tutto sa di musica
ora
anche il pensiero
che diventa come un rumore
di sottofondo
a cui non dare più ascolto
tutto va
tutto passa
e non so più
a cosa
a chi
riferirmi
solo forse
i discorsi con gli amici
con i colleghi
mi riportano
alla ragione
poi
nella solitudine
il pensiero
impazzisce
e si fa rumore
solo per smettere di ragionare
innamorato di Ana
come mi sentivo questa notte
alle tre
svegliarmi
e vedere solo lei
quei momenti passati
quelle parole
la sua musica
ragazza vuota
che mi ha traghettato
da una musica all’altra
da un mondo all’altro
anima impazzita
che non sa più cosa farsene di se stessa
e si dissolve
i poeti di oggi
fanno le pubblicità
fanno i film
scrivono discorsi
ed organizzano eventi politici
pubblicitari
che ce ne facciamo
di queste quattro righe
sulla rete
infinita
dispersa
tra miliardi di utenti?
Non si sa
eppure ogni tanto
si deve scrivere
qualcosa
come spazzatura dell’anima
come sfogo
non si sa
Ana si dissolve
rimane la sua musica
e per non impazzire di musica
ci sarà forse qualche libro
qualche scritta
qualcosa che mi riporti
ancora
alla normalità
non dormo più
vedo solo lei
voglio solo lei
e non c’è
questa ragazza vuota non c’è
le profondità di Alina
sono acqua passata
non so più di chi sono innamorato
forse di lei
Ana
forse di nessuna
non si sa
so solo che non si capisce più niente
e non dormo più
per buttare via il tempo
ci sarà
altro a cui interessarsi
per distrarsi
il lavoro
al quale non penso neanche più
non ha più senso neanche dire
vivo alla giornata
il tempo sembra essere finito
tutto si dissolve
comincia l’infinito
innamorato di Ana
non dormo più
la ragazza vuota
che ha svuotato l’anima
anche di antichi ricordi
metropolitani ortodossi
non ha più senso
si dissolve la musica
ogni cosa
era pura astrazione
libere associazioni
dell’anima folle
tutto diventa infinito
innamorato di Ana
non dormo più
e ogni cosa era pura favola
senza consistenza
puro etere di sentimenti
e pensieri
infinito
che ora mi prende
innamorato di Ana
non dormo più
e potrei scrivere e scrivere
continuando a dire il niente
fino all’infinito
non sapendo che farmene
di questo infinito
servirà solo forse
a non impazzire di più
a far sfumare ogni follia
che si dissolve
innamorato di Ana
della sua musica
della sua voce
del suo volto
del suo corpo
del suo sguardo
di tutto ciò che evoca
e di quanto mi ha svuotato
liberato di me stesso
trovando l’infinito
non dormo più
innamorato di Ana
non dormo più
e trovo solo l’infinito
e non so che farmene
forse solo
per non perdermi ancora
nella follia
come ai tempi di Katia
ricordo lontano
passato
primordiale
quando tutto diventava
inconsistente
costruivo castelli in aria
per anni
in università
quei castelli sono crollati
non c’è più nessun obiettivo
non credo più a niente
forse solo
a lei
alla ragazza vuota
Ana
e all’infinito
sorseggio questo caffè
e sono qui
la mia mente vagherà ancora
in questo vuoto
in questo niente
che sa di infinito
nella musica di Ana…

Prosa Poetica, Visioni

In questa estasi erotica…

La voluttà della notte, oltre la follia della superrazionalità che mi faceva credere un agente della CIA sotto copertura, quei testi di geopolitica internazionale, la follia di saper tutto, di poter decidere tutto, di capire tutto, la nottata che era andata alle stelle con gli amici, i vari discorsi, io che spiegavo all’amico la forza dell’irrazionale che si scatena, oltre le leggi storiche e scientifiche dell’Unione Sovietica nel film “Stalker”, le forze irrazionali che sono pronte a irrompere là dove la follia razionalista raggiunge il suo apice, le forze irrazionali… tornare a casa la notte dopo una bella serata a Milano, i locali, le insegne luminose, la tante gente, più o meno giovane, in mezzo a noi, noi in mezzo agli altri, e i nostri discorsi, tra film e arte e business, e discorsi sulla gente, ciò che ci contraddistingue, ciò che rende noi davvero noi… una bella serata, e la notte tornavo a casa alla una quasi, dopo essermi fermato al solito bar a comprare le sigarette, a vedere lì davanti i due cassieri giovani del Carrefour che evidentemente erano in pausa, ricordarsi di Manuela, l’anno scorso, la follia erotica per Leida… e tornare a casa all’una di notte e perdersi in spuntini vari, qualche sigaretta di troppo, due bicchieri di vino bianco, e la follia della superrazionalità che tornava, quei discorsi da prof di politica internazionale, quei soliti demoni personali tra follie politiche e religiose… mi ricordavo di come leggevo dell’ISIS in inglese su wikipedia, e si apriva un folle desiderio: capire di più il mondo islamico tramite wikipedia, come una volta facevo per la filosofia, per la cultura russa, per la storia contemporanea occidentale, quella follia che mi portava ieri in biblioteca a leggere “Lo stato del mondo”, riassunto e al tempo stesso espansione di quelle notizie online che si trovano sulla politica internazionale, razionalizzare, espandere, ripassare, ordinare i fatti e le interpretazioni, e sentirsi esaltato come ai tempi dell’università, come ai tempi di Alina… la notte doveva continuare così, con quei pensieri impazziti, quando sapevo che l’unica via d’uscita da quella follia da manicomio, da quel loop senza fine poteva sfociare solo nell’erotismo, nella carica erotica, nella libido che si scatena, le forze dell’irrazionale… farsi ispirare dalle solite ragazze russe su VK, pura bellezza sublime erotica, pura carica erotica che si liberava, e la notte era mia… uscire alla ricerca di Ana, o di Aleksia, anche se era notte inoltrata, quasi le due e mezza, e tutta la carica erotica era lì pronta a liberarsi, a godere… e vedevo lei, la ragazzina dal volto orientale, non più grande di Ana, sui vent’anni, lì, pronta ad attendere nella via che una volta era solo di Alina, e il desiderio si scatenava in me… al diavolo esorcismi spirituali che soffocano l’anima e la mente, che la opprimono, che fanno sentire più male che bene, mi dicevo, e facevo un altro giro per vedere se c’era qualcuna di meglio, i fiori del male della notte… non c’era nessuna e tornavo da quella, dalla ragazzina dal volto orientale che vagamente mi ricordava Nora Istrefi, i suoi lunghi capelli neri, crespi, il suo vestire di nero attillato, le sue belle gambe, i seni, lei che non era più alta di Ana, i suoi stivaletti di pelle nera, la sua bellezza erotica… fermarmi lì da lei e volerla con me… poche parole, quasi nessuna, solo il suo nome: Vanessa… e sentire la carica erotica e tutto lo sconvolgimento dell’anima, a rifare quella via che una volta era di Alina, fermarsi un po’ prima, a casaccio sulla via, da vera anarchia dell’anima, lasciarsi andare lì… e lei che mi incitava subito, e io che accendevo la luce solo per vedere meglio il suo volto orientale, le sue labbra colorate di rossetto, godere del suo corpo, della sua pelle di pesca, e lasciarsi andare a tutto il piacere, con tutto il tempo del mondo, che la notte ormai era finita, ed era quindi infinita… godere della sua pelle, come non mai, perdersi in quel godere erotico, tra voglia di smetterla e voglia di trasgredire ancora di più, lei che mi incitava e mi eccitava, con poche parole, come se fosse la cosa più semplice e comune di questo mondo, lei che cominciava a toccarmi, dappertutto, quel suo massaggio sul mio corpo che mi eccitava, mi dava un senso di feeling, di fianco alla ragazza dal volto asiatico, godere e godere ancora adesso… e poi, lei, la sua arte erotica, godere del suo corpo, della sua arte delle labbra, di quelle fantasie in me, di quella visione pornografica ed erotica della notte, che vinceva tutti i demoni, carica erotica lanciata oltre ogni confine, e le sue labbra, la sua bocca, le sue mani che mi toccavano, che mi sfioravano, e la sua arte selvatica che si impadroniva di me… godere del suo corpo, della sua pelle di pesca, godere di quei suoi capelli neri lunghi e crespi sopra di me, godere come non mai della sua arte… lei che con un gesto apriva la portiera e sputava fuori, da vera puttana, da vera puttana trash sublime, il suo volto erotico, il suo corpicino sfizioso che non aveva niente di meno che Ana, e godere come non mai, l’erotica liberata, la notte… andare via, carico di me stesso e liberato dalla mia follia razionalistica, estasiato nei sensi dalla notte e dalle fantasie inceppate chissà dove dell’anima, nodi inconsci che si liberavano, immagini tra sogni e fantasie, ragazzina dal volto orientale di pura ispirazione erotica che liberava l’anima, e i sensi, e mi salvava dalla follia, pura delizia della notte… lei, la sua arte erotica… e tornare a casa nel fondo della notte solo per rinfrscarsi e lavarsi, andare a dormire e liberare tutta l’energia erotica dell’anima in me, pura estasi erotica tra lei e la sua arte… un sonno che sapeva di voluttà… e risvegliarsi… risvegliarsi poi con la coscienza erotica, l’estasi ancora viva in me, la follia che non era più razionalità impazzita, ma follia da pura estasi erotica, che inebriava la mente e i sensi, là dove i pensieri non sapevano più di oppressione o quietismo, né di razionalità da agente della CIA sotto copertura, estasi erotica che inondava l’anima di energia e voluttà e piacere, e mi faceva sentire vivo, me stesso, estasiato, di nuovo me stesso estasiato, da lei, dalla sua arte, che potevo anche fare a meno di mettermi lì a pensare e riflettere tutte le assurdità di questo mondo, Dostoevskij e la geopolitica, ultime letture, e tutto era estasiato e supersonico, tutto si comprendeva al di là delle parole, ed era tutto un’intuizione erotica che liberava i sensi, e un’estasi senza fine… che ancora adesso si scatena in me… quella energia erotica che mi fa ritrovare l’estasi dei sensi, quella che serve per capire la realtà ora mi si presenta sul portale dei mondi, con tutta la carica erotica e lo slancio vitale e intellettuale estasiati, estasi erotica che mi porta là dove mi portava una volta, come ai tempi di Alina: lingua russa, arte, geopolitiche, inglese, albanese, un’infinità di desideri estasiati, e la giusta razionalità estasiata dalla sua arte erotica, da quel desiderio di lei, da quella voluttà, dalla notte, che l’estasi erotica fa intuire più che mille digressioni, la mia anima si libera, si libera l’energia, in questa estasi erotica…

Descrizioni, Pensieri liberi, Visioni

Alla sete di conoscenza, che ritorna, finalmente, in questo fresco settembre…

Guardarsi dei film della CIA in inglese, “Argo” e “Zero dark thirty”, dopo gli ultimi deliri apocalittici/filosofici/teologici/politici, sentirsi come un agente dell’intelligence, con quei pensieri, la politica, la storia, i soliti ricordi ricorrenti di eventi politico mediatici, i personaggi, ogni cosa, e perdersi questo primo pomeriggio nelle letture delle ultime news dal mondo, in inglese, in italiano… quel film su Osama Bin Laden e la donna della Cia che alla fine riesce a farlo catturare, quell’altro film sull’Iran nell’ondata esaltata subito dopo la rivoluzione, contro gli Stati Uniti, film che stimolavano il cervello, finalmente, con questa temperatura giusta che lo permette, la mente che torna a funzionare, chiara, limpida, pulita… il poco sonno, certo, ma meglio così che continuare a dormire o a stordirsi come facevo nelle settimane precedenti, stare sveglio e leggere, leggere stamattina “I fratelli Karamazov”, arrivare al paragrafo del Grande Inquisitore, quel passaggio memorabile che fa notare il passaggio da potere spirituale del Messia al potere temporale delle Chiesa e dello Stato, il concetto di potere, e le sue manifestazioni nel corso della storia… la volontà di potenza… la geopolitica… il corso della storia… la storia passata e la storia contemporanea… la forza di volontà… il potere, al di là di tutti i deliri mistici religiosi che ad un certo punto, come sempre, svaniscono, anche dopo i deliri d’amore, di innamoramento… le regole, il potere e la forza di volontà di darsi delle regole, decidere, capire se stessi, capire il mondo… e me ne andavo a prendermi una pizza take away lì dai turchi, non c’erano i soliti, c’erano lì altri due, mi prendevo la mia pizza e me ne andavo, solo per tornare a casa, pranzare e bermi il mio caffè, impossibile dormire dopo pranzo, per fortuna… era circa la una del pomeriggio e sentivo arrivare giù in cortile i tre fratelli meccanici, che stavano lì a parlare con mio padre per qualcosa da acquistare, il loro fare informale, un po’ ingenuo, da sempliciotti, ma comunque da gente che lavora, loro che ridevano e scherzavano con l’operaio, ma si sa, io di sabato non voglio lavorare affatto… prendevo e me ne andavo, con il mio tablet, al parco di fianco alla biblioteca, che avrebbe aperto più tardi, un’oretta e mezza dopo, mi perdevo nelle notizie internazionali, e mi liberavo dall’aria oppressiva di quell’officina, come diceva Saverio: “Si muova!”… e faceva bene muovermi, cambiare aria, cambiare letture, dopo questo Dostoevskij che stava diventando opprimente, quei monasteri, quei pensieri tutti ortodossi, e da quelle notizie nasceva qualcosa, la voglia ancora di studiare, quando mi sentivo quasi un agente della CIA in segreto, e per dare sfogo alla mia mente serviva solo una qualche rivista di geopolitica, e la trovavo: “Limes”… limes… che la bibliotecaria mi portava nell’aula di geografia dove c’erano tutti gli ultimi numeri: Turchia, Vaticano, Iran, Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia, Italia… che ne avrò da leggere ancora per un po’, pensavo, altro che solo Dostoevskij e notizie online dal mondo, per fortuna c’è anche Limes! Pensavo… e mi perdevo subito nel numero sugli Stati Uniti, recuperavo le ultime notizie, espandevo un po’ di conoscenze, facevo il punto della situazione, in quella settantina di pagine che leggevo, e mi sembrava di essere tornato in università, con la differenza che allora pensavo solo a Russia e Stati Uniti, mentre ora mi disperdo anche nel mondo arabo e in quello italiano, e anche altrove, ovunque, e non mi limito più a Russia e Stati Uniti, dopo anche gli ultimi film sulla CIA, tra Pakistan e Iran, ed espandevo la mente, oltre gli stretti confini che mi ero imposto non mi ricordo più quando… e la mia mente assetata di conoscenza riprendeva a spiccare il volo, e non mi tormentavo più di cose senza senso, e alla religiosità e alla spiritualità entravano le ragioni di stato, le ragioni politiche e storiche, una visione più esterna e più astratta, meno emotiva, meno spirituale, e in quel frangente mi sembrava di dare ragione una volta e per sempre a Nietzsche e a Gramsci, a Marx, se non fosse per quell’attimo che poi scambiavo due parole con la bibliotecaria, con un altro tipo lì che studiava in biblioteca, davanti al suo portatile, c’è ancora la divinità che mi segue, al di là di tutte le cose che mi possono venire in mente, al di là della razionalità, i sentimenti ancora vivi, la voglia di andare incontro agli altri, e nel frattempo seguire i miei ragionamenti su quelle righe scritte… fino a quando non mi andava assieme la vista, verso le cinque e mezza, orario di una volta quando staccavo, sabato pomeriggio come tanti dell’ultimo anno, in biblioteca, a far funzionare quella testa che a volte non sembra più funzionare, con tutto il piacere intellettuale di questo mondo, senza neanche rispondere agli amici che chiamavano, che tanto li avrei sentiti più tardi, ma intanto ritrovavo me stesso, la stessa lucidità e interesse di una volta, come ai tempi dell’università, anche se l’università è finita, ma i libri ci sono ancora, e la voglia di imparare, di tenersi aggiornato, di continuare a capire il mondo, che per i prossimi mesi ho letture garantite: altre riviste di Limes da leggere, mentre andrò avanti ancora per un po’ a Dostoevskij, e a film di ogni genere…

E così arriva il sabato sera, dove ho sinceramente voglia di uscire con gli amici, scambiare due parole, togliere lo sguardo dai libri, dai film, dall’officina, dalla musica, da ogni cosa ripetitiva, per scambiare e confrontarsi con gli altri, per andare oltre i miei pensieri che a volte vanno in tilt e poi si riprendono sempre… e fa niente che questo post non abbia niente di poetico, sia più una pagina di un diario, come una volta in effetti scrivevo, non sempre per cercare la poesia, ma per cercare la limpidità della mente, e va bene così, non c’è alcuna ispirazione infinita in tutto questo, è tutto nei limiti della ragione, nei limiti finiti della razionalità, e l’infinito sta solo nei sentimenti di ragazze andate, di amicizie e altre persone, che ora ricordo, ora ne faccio a meno per darmi ancora alla sete di conoscenza, che ritorna, finalmente, in questo fresco settembre…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E mi perderei e mi perderei ancora in questo veleno dell’anima, Alina…

Infinito dei pensieri e delle sensazioni, lacrime all’accennarmi di Raskolnikov e Sonya, rivedere in lei Alina, la sua immagine là, in piedi, sulla strada, sul marciapiede, “Perché Raskolnikov in fondo era innamorato di quella ragazza”, tilt dell’anima, lacrime, non capire più niente, tutto per colpa di lei, che non posso stare qui ad elencare ogni guaio in me, ogni cambiamento, ogni pensiero ed emozioni, in questo lungo periodo dopo di lei, tra Leida e Ana e Aleksia e tutte le altre e nessuna, sempre lei, Alina… che mi ritrovo a leggere vecchi manuali di filosofia delle superiori, che prima non riuscivo mai a leggere, Kant, Fichte, Hegel, l’infinito, i limiti della ragione, lo sforzo verso un infinito che non si raggiunge mai, l’io creatore, e una sete di poesia dell’anima per vincere lo sciattume di questa realtà, e pensieri che ogni tanto vanno in tilt rievocando vecchie urla e suoni depressivi e riff di chitarra black metal, enthrone the dark angel, quando quegli italiani al bar parlavano di droga, gli albanesi che spacciavano al bar, i marocchini, i meridionali che parlavano di calcio, un giro all’inferno dal quale uscivo solo con la musica, musica infernale, che per risciacquare i sensi dei suoni dovevo ricorrere al corano, a quelle cantilene, a quell’effetto ipnotico per non sentire più le urla dentro di me, monologo interiore che si protreava fino alla visita, e anche dopo, monologo interiore di un cattivo infinito che mi distoglieva dal rileggere “I fratelli Karamazov” e mi faceva approdare a certi monologhi che neanche un professore di storia o filosofia potrebbero immaginare, perso nel cattivo infinito dei pensieri… mi ritrovavo solo con la musica, che scaccia pensieri, musica pop albanese, e il senso della realtà, della concretezza, del lavoro, così come diceva anche Saverio, per fermare questo cattivo infinito che a volte si impadronisce di me, viaggi negli inferi dove neanche Alina salva, e niente e nessuno, una voglia infinita di infinito tramite l’arte, la poesia, la musica, i libri, i film, consumismo culturale a volte, a volte mania compulsiva di consumare infinito, a volte pura esigenza dell’anima… e mi ritrovo così, dopo un’invocazione che riapriva le porte dell’infinito, dopo la Germania è difficile capire se devo invocare con le parole arabe islamiche, italiane cristiane, o inglesi bahaì, o ebraiche, non si capisce più niente, e per comodità mi rimetto a quelle invocazioni che le richiamano tutte, con uno sguardo volto ad un monastero ortodosso visto dall’esterno, come un quadro romantico, di una pace e infinito dell’anima che neanche “Monch am Meer” riuscirebbe a trovare, o altri quadri di monasteri che vedevo a Berlino, o l’isola dei morti, o l’abbazia oscura di Caspar David Friedrich… si perde così la mia anima nell’infinito, tra crisi mistiche e monologhi di epoche passate, che rivedono la storia e le notizie del mondo, e il proseguire della storia, verso un senso e uno scopo che non c’è, così come non c’è storia se non scegliendo fenomeni e altri scartandoli, alla fine sono sempre io che costruisco storie, e la storia va avanti senza che vari io scelgano cosa raccontare, visione astorica del mondo, così tutto si risolve, non c’è storia, non c’è fine, e già Imam Sò mi diceva che qui si è troppo fissati con la storia, storia che era anche l’origine della mia depressione ai tempi della tesi magistrale, ora, al posto della storia ci sono le immagini di Berlino, la città, i monumenti, un viaggio fattosi concretezza, e le migliaia di turisti che ognuno la vede a modo suo, e tutto diventa evanescente, come quando vedevo quelle giovani turche a Berlino, quei giovani turchi, al di fuori di ogni cosa, elemento esterno che relativizza tutto, tra i tanti, e un canto dell’anima che ne fa a meno di troppi pensieri e astrazioni… mi perderò forse ancora in Alina, se non fosse per quel napoletano che sentivo ieri al bar: “E’ acqua passata…”, diceva, già, è acqua passata, anche al di là delle lacrime tra Sonya e Raskolnikov evocate da Saverio, è acqua passata, la tesi, la Russia, il monumento sovietico, e tutto ora si risolve in un infinito che si disperde su un quadro di un monastero… e lotto ancora con i miei demoni, a vedere quelle ragazze ortodosse da strada, senza sapere quando le vorrò ancora, Aleksia e Ana, ieri notte, quando il sonno vinceva, e quel canto islamico che dava la pace, le foto erotiche trovate qua e là, il desiderio che si ribella alla pace dell’anima, schizofrenia personale che si risolve in una visione di un monastero, alla ricerca di un infinito che si era perduto all’inferno a causa di Alina, e a causa mia, sempre qui a rivangare quell’infinito che doveva farsi inferno, inferno senza fine, mentre ora vedo la luce alla fine del tunnel, luce su luce! Luce su luce! E vado oltre cercando di non mischiare più roba chimica con alcol, musiche e canzoni strane, visioni d’altrove, simboli e oggetti che rimandano a chissà che cosa, in fondo è solo l’io artistico che a volte si disperde in troppe fantasie, e dimentica la realtà, la concretezza, quell’io che vorrebbe farsi oppio dell’anima, io creatore e artistico che va via come una striscia di oppio, e che mi avvelena, come altre volte le icone di quelle ragazze avvelenavano l’anima… c’è la gente al bar, invece, le parole semplici dei baristi, e degli altri clienti al bar, la realtà, la realtà, la realtà, come diceva Saverio, la realtà che non devo dimenticare, mentre spesso vorrei perdermi in un mondo infinito di arte, come oppio, un mondo infinito di sentimenti, simboli e sensazioni, drogato della propria anima che si disperde… alla fine del tunnel c’è una luce, e c’è il mondo là fuori, al di là dei voli artistici di quell’io infinito creatore, come una striscia di oppio, al di là di quel cattivo infinito, la realtà, la vita, la concretezza, e il mondo che va avanti, e l’anima poetica in me che sopravvive e coesiste solo per avvelenarmi di più, nel ricordo di Alina… tutte le arti diventano infinito… e mi perdo e mi perdo solo per ritrovarmi, e l’anima che non conosce più il tempo, come se fosse avvenuta l’apocalisse una volta per tutte, si diletta a questo passare di immagini e parole ed emozioni, costante flusso in divenire, che non sa che farsene di questo veleno dell’anima, che a volte diventa catartico, e la vita va avanti, e l’infinito in me, e mi perderei e mi perderei ancora in questo veleno dell’anima, Alina…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E trovare l’accordo dell’anima dopo sogni e visioni…

Compresso, il lavoro che comprime le attività libere, che toglie l’energia, svegliarsi, più intito del solito, la prima settimana di lavoro, la stanchezza, troppi caffè, troppe sigarette, svegliarsi e andare in tilt nell’evocazione di preghiere lontane, troppo automatici i movimenti, le invocazioni, in tilt, solo nel sottofondo la musica, la musica albanese, e il ricordo di ieri notte quando volevo andare a trovare Aleksia, la sorella di Ana, ma la voglia si diluiva nel sonno e nella stanchezza e quella spogliarellista online bastava già così, per tolgliermi di dosso una giornata che aveva rotto il cazzo, ritornare a casa, la notte, e vedere mio fratello che parlava con mio padre, non so perché erano lì, poi, capivo, una volta arrivato, gli aveva portato i sensori di parcheggio della nuova auto, da installare, no! Mi dicevo, anche alle undici di sera questi parlano di lavoro, che nervoso! Lasciatemi dormire e riposare, tanto più che le mie droghe stanno già facendo effetto, e cadrò in un sonno così pesante che voi umani non conoscete neanche! E la notte e i sogni… già la notte prima era stata piena di sogni, ero là, in Spagna, con degli amici, a cercare lavoro, a trovare lavoro, e ad un certo punto compariva Marcello, che diceva che si trovava bene lì, anche se c’erano i suoi lati negativi, e mi sorrideva… capivo dopo, quando me ne stavo con una ragazza e nei sogni la carica erotica si spostava su di lei, che facevo mia, e subito dopo c’era come un bivio, una scelta, in un’atmosfera spagnola che per tutto il sogno non era solare, ma blu, blu come la notte, come un quadro di Picasso o di Goya, e a quel vibio al di sopra dei grattacieli c’erano due discese, una che garantiva il piacere della ragazza ma un futuro incerto, e l’altra che dava sicurezza sul lavoro, ma poi non si sapevano gli effetti collaterali, non sapevo dove farmi strisciare giù da questi due scivoli, e alla fine lasciavo la ragazza alla mia sinistra, che se ne andava con altri fricchettoni, lavori malpagati, atteggiamento giovanile predatorio sul lavoro e in ogni cosa, sugli affetti e le amicizie, e Marcello invece mi sorrideva quando arrivavo giù dall’altra rampa, quella del lavoro, e mi diceva: “Ora dovrai fare i conti con la burocrazia, la noia, la frustrazione, imparare a saper resistere…” e sorrideva e se ne andava, tra quelle piazze e quelle vie straniere che lui conosceva a memoria, talmente era da tanto tempo lì, e io mi disperdevo, nella città sconosciuta, vagando alla ricerca di un futuro che non vedevo…

E anche la notte di oggi era piena di sogni, con quei compagni delle medie che rivedevo, Taro, Carluschi, Pordenon, tutti che si erano sistemati con il lavoro, e si usciva per mangiare qualcosa, patatine fritte, hamburger, bere una birra, in un locale che non era né un MacDonald’s né uno Spizzico, ma una specie di pub all’americana, di quelli che vedi lungo la via, con i tavolini, il bancone, le cameriere pronte a servirti, e il sogno si disperdeva in ricordi lontani, l’ultima volta che li avevo visti, il quartiere su in collina del paese qua di periferia dove abitavano, una stanza nera dove ci sedevamo ai tavolini per parlare, di lavoro, di compagne, degli anni passati, e mi svegliavo solo per uscire da quell’incubo, quell’incubo di dover raccontare la mia vita così diversa dalla loro, così fuori dagli schemi, e mi svegliavo, un incubo…

Mi svegliavo solo per fumarmi la sigaretta delle cinque del mattino, in maniera automatica, senza neanche sentire il craving, per decidere cosa fare, se cercare a continuare a dormire o stare un po’ svegli e aspettare le sei e mezza, non aveva ancora albeggiato… tornavo a dormire, e altri sogni ritornavano, sogni erotici dalla carica intensa, e quel mondo dove mi perdevo, dove c’era un islamico frocio che si vantava della sua patria, perché finalmente anche loro avevano scoperto qualcosa nel campo scientifico, Enrico, l’amico di Benito, anziano, il padre di Andrea F., che faceva il carabiniere insieme ad altri carabinieri più giovani, e parlavano di qualche misfatto, di un certo romeno che era stato ospitato a casa di qualcuno in appartamento e aveva fatto una strage, stuprato o forse ucciso la figlia di questo, e il romeno stava lì a camminare nel corridoio che dà alla portineria, avanti indietro, un po’ disturbato di mente, mentre i carabinieri aspettavano ordini di trasferirlo in una prigione in Corea, non so perché, e mi ritrovavo poi a rivedere la strada di quell’appartamento, dal di fuori, e l’islamico frocio che si vantava dei successi scientifici del suo paese sorrideva, mentre compariva un altro personaggio, una specie di nobile chierico da libri fantasy, in un’atmosfera di libro fantasy, da fiera del libro, e il mondo dei libri, dei personaggi, si confondeva con il mondo degli scrittori e delle scrittrici, non si sapeva più quali fossero i personaggi inventati e quelli reali, in un mondo dei sogni dove tutto è tutto, e mi sedevo davanti alla scrittrice, guardavo il suo libro e le dicevo: “Questo libro mi ha fatto schifo!”, e lei mi guardava male… riprendevo soltanto un attimo nelle mani quel libro e lo sfogliavo, solo per ricordarmi i personaggi dei vari racconti, e subito mi accendevo, e mi correggevo, e gli dicevo che il personaggio islamico mi era piaciuto un sacco, anche l’altro terrorista che stava là in quell’appartamento, e quel chierico nobile da racconto fantasy, e la scrittrice giovane subito si lasciava andare, cominciavamo a parlare, su quel tavolino, e ci avvicinavamo e cominciavamo a sussurrarci qualcosa nelle orecchie, mentre io mi perdevo nei suoi capelli, nella sua chioma, e la abbracciavo, e ci abbracciavamo, e godevo del suo corpo, delle sue curve, della sua presenza, ed era un altro sogno erotico, tra i tanti di queste notti, e mi perdevo nei suoi capelli, come ieri avrei voluto perdermi nei capelli di lei, e mi svegliavo, mi svegliavo…

Il risveglio, che un caffè non bastava, due erano troppi e dovevo correggere con la droga, dovevo andarmene da quella stanza dove si sogna, dove si dorme, dove si prega, dove si studia, dove si guardano i film, dove si fanno troppe cose compresse, anche ascoltare la musica, e dovevo solo uscirmene e fare quattro passi, con le cuffie del cellulare con la musica pop albanese, solo per andare al bar a comprare le sigarette, e lì la visione si rivelava, una volta per tutte, Valeria, la barista, che mi sorrideva, lei e il suo corpo che mi ricordavano quello dove avrei voluto perdermi nella notte, il suo volto, il suo sorriso, che stamattina non ero lì a provare il mio modo d’essere ieratico e rilassato, ma solo per uscire dalla follia, da questa pressione e stanchezza lavorativa che fa sragionare, e lei mi sorrideva, mi dava le sigarette e potevo poi andarmene con la visione di lei, la musica nelle cuffie, camminare, camminare, spazieren, avere spazio per me e le mie visioni, non più tutto così compresso e impazzito, dove i sogni si mescolavano alle visioni, le parole alle intenzioni, la vista del mondo al caos in me, e camminavo quel giusto che bastava perché la droga faccesse effetto, e la musica, e i sogni, e le visioni, solo per sentirmi più rilassato, entspannt…

Tornavo qui ed era già ora di scrivere, con questo tempo che incalza e ti toglie l’energia per fare tutto quello che vorresti, leggere, scrivere, studiare, sognare, avere visioni mistiche, trovare la carica per lasciarsi andare alla chioma di lei, oppure semplicemente per stare più calmo e meno fuori di testa, come gli altri giorni, usciti dal relax e dalla meditazione, che sembrano già essere andati a puttane…

La giornata inizierà lo stesso, senza che il tempo incalzi ancora, il tempo rallenterà, e il mio modo d’essere, troverò ancora l’accordo dell’anima e non mi andrà più di impazzire, di scrivere come un forsennato, di sognare e maledire e avere visioni e benedire ed essere indifferente e fregarmene e impazzire e rinsavire e non sapere più neanche dove sia finito, cosa voglia, cosa stia facendo, perché mi devo stressare per avere i soldi per stare male, per stare bene, che non si capisce più, meglio non pensare, dimenticare le parole e i discorsi, e trovare l’accordo dell’anima dopo sogni e visioni…