Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Una luce che sa di musica e canto, lei…

Sono nell’aldilà
canto che mi gira in testa
vocalizzi
che non so più
se siano
un coro angelico
un canto funebre
una ninnananna
una voce dall’aldilà
me mendove kur e vrave kete dashni
pensavo a quando hai ucciso questo amore
jo nuk ta fal
dot une ty sta fal
dashni ma more
e ia dhe asaj
non ti perdono no
non ti perdono per niente
m’hai preso l’amore
lei ha m’ha fatto così
vederla libera
con la sua musica
amor gitana
amor gitana
amor gitana
che una volta risuonava
mi dicevano di dimenticarla
di dimenticare lei e la sua musica
la sua voce
ma ritorna sempre
e questo coro angelico
di voci che ora risuona
mi farebbe tornare

tra le spiagge del mare
per sentire musica orientale
in quella Ksamil
dove si sentiva cantare
il muezzin
solo per lasciarmi andare
a spiritualità bektashi
che non sai più
se sappiano di morte
d’amore
di sonno
o di paradiso
un amore che finisce
che viene ucciso
eppure che vive ancora
per lasciarla libera
di vivere come lei vuole
anche se io di lei
mi ricordavo tutto
e lei
tutto di me
amici o divorziati
conoscenti o amanti
della notte
della luna e delle stelle
e di amori che si possono solo sognare
come il canto e la musica
che ora mi invadono l’anima
mi invadono le lacrime
negli occhi
e rivedo il suo volto
e la bellezza di lei
che quelle canzoni
di una volta
di un paese che dovrebbe essere mio
mi gettavano
in un universo musicale
dove le lacrime
trovano tutta l’ispirazione e il canto
che nessun
musicista saprebbe trovare
con la sua arte matematica d’armonie
e solo il pianto
sa di musica
che ora non so che farmene
di questa giornata
dopo la notte insonne
a lottare con gli spiriti
e a lasciarsi andare
come ad un aldilà
che rientrava in questo mondo
in quest’anima
dove non c’è più nessun luogo
nessun segno
e una sola luce bianca
appare là dove una volta
appariva lei
nel suo desiderio
nella sua bellezza
vano è forse rifarsi la vista
con altre bellezze
che almeno distolgono dal disgusto
di altre ragazze
insipide
e tra la bellezza di lei
ricordata
e altre bellezze
l’anima si invola
in un canto
in un pianto
in una luce bianca
e vorrei solo
dormire
piangere
trasformarmi in musica
ed elevarmi al di sopra dei cieli
in universi d’aldilà
che non sanno più
se ricordano
quel lutto
o quell’amore
passa anche la voglia
di guadagnarsi da vivere
resterei giornate e nottate
disteso sotto dei portici
se solo il fresco dell’inverno
potesse tornare
in questa calura
che sfianca
se solo il mondo
non fosse fatto di voci e di rumori
che distolgono
dal canto e dalla musica dell’anima
e non esisterei più
disperso completamente
in questi suoni
e compare solo lei
per disperdersi in una luce bianca
e solo il pianto
sa di musica
e di lei
quel mare
che sapeva dell’aldilà
ora piange
al ricordo di lei
le parole non dette
ta dhash shpirtin une
vec lotet tash po mbaj
t’ho dato l’anima io
ora solo le lacrime mi restano
che l’anima
diventa mistica
sa di spiritualità
sufi
dove si icontrano
nello spirito
l’amore
la morte
l’aldilà
il paradiso
la vita
e non rimane più nessuna divinità
tranne
questa luce bianca
il ricordo di lei
e il canto
e il pianto
e la musica
si eleva l’anima mia
in questo aldilà
e rivive
tutta la vita
dove i nodi
passati dell’anima
irriconciliabili si slegano
Albania
dell’anima
dove c’era
il lutto
e dove c’era la lingua
delle canzoni d’amore
e c’è ancora lei
che si ricorda di me
e si disperde quest’anima
tra lutto e amore
un amore finito
l’amo ancora
ma non sono più innamorato
la lascerò libera
o forse non la amo più
non lo so più neanch’io
sa di nero
questa luce bianca
tra i corvini suoi capelli
e la perla della sua pelle
e la luce d’argento della luna
e delle stelle
dove rivedo lei
dove l’anima si infinita
ispirazione infinita
sa ancora di lei
l’anima mia
e si disperde
nella musica e nel canto
e nella bellezza
del ricordo di lei
dimenticare
non è possibile
sarebbe come uccidere
una parte di sé
si può solo cercare
di andare oltre
e la musica mi eleva
aldilà
come il canto
una luce bianca
è tutto ciò che rimane
una luce che sa di musica e canto
lei…

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Poesie, Visioni

In questa valle del nulla…

Benvenuto nel nulla
dove neanche la musica risuona più
neanche il canto
che stamattina
infiltrava la mente
fino a farla ammattire
delle solite melodie e armonie
è una discesa nelle sette valli
e nelle quattro valli
come quello scritto mistico
la fine di tutte le valli
la valle del nulla
che non ha più senso neppure
mettersi a invocare divinità
lontane
è finito il dialogo
rimane il silenzio
disturbato da suoni e parole
che non mi appartengono
ascolto di una sonorità
dell’anima
che sembra non essere più mia
eterno naufragare
di suoni
che si credevano parole
e ora sono solo
un eco lontano
che non ha più senso
è la valle del nulla
dove il desiderio
viene solo ricordato
e sembra disperdersi
in quell’eco
che tutto silenzia
nel nulla della valle
solo per far apparire
un lume di libertà
di poter essere altro
altrove
altra cosa
altra persona
dimenticati quasi i ricordi del passato
e le passate ragazze
che come un eterno ritorno
si ripresentano sempre
loro
e i simboli e i ricordi
a loro legati
forse mi portavano via
quelle parole dell’amico
ieri sera
vai altrove!
Staccati da lì!
Io la gente che è andata via
la vedo contenta
e nessuno di quelli che è partito
è più ritornato
un’altra vita
un’altra esistenza
un altro modo d’essere
dimenticare il passato
dimenticarle tutte
ricominciare daccapo
altrove
ripartire
se solo avessi
voglia di vivere
voglia di pormi un obbiettivo
trovati un obbiettivo!
Diceva l’amico
quale obbiettivo?
Che ora mi lascerei solo morire
nel silenzio
stando qui ad aspettare di marcire
e basta
aspettando la prossima apocalisse
apocalisse 6.0
che a quest’ora avrebbero dovuto inventarsi
una nuova religione
che non c’è
in questo nulla che avanza
in questa valle del nulla
che tutto sembra spiegare
il nulla al di là della divinità
dove compare tutta la libertà
d’essere
altrove
un’altra persona
altre persone
altri contatti
altre lingue
un altro mondo
ricominciare daccapo
e dimenticare tutto e tutti e tutte
se solo avessi voglia di vivere
lei non va verso qualcosa
mi dicevano
lei scappa da qualcosa
ma come si fa a scappare dal niente
e andare verso la libertà?
Viaggio immaginario
di soldi da sperperare
alla ricerca di un’isola che non c’è
o forse
della terra dei balocchi
ma intanto
sono quasi sul punto
di fare le valigie
senza sapere
dove andare
cosa fare
chi incontrare
cosa cercare
solo per dimenticare
e non so se scegliere
il nulla o la libertà
qui non c’è niente!
Diceva l’amico
cosa stai qui a fare?
E poi
puoi sempre tornare!
Hai una casa!
Io una casa non ce l’ho neanche!
È per quello che non parto
perché poi se torno
non ho davvero più niente
discorsi che invece
di far diventare interessante
una serata tra amici
la incupivano
e ritornava quasi nel tunnel
del voler andare via
tunnel che non so come era finito
c’era stata solo una luce
alla fine del tunnel
la luce del nulla
e sono ancora qui
mi dicevo:
smetti di ascoltare tutte le voci
non ascoltare più nessuno
e allora mi ritrovo
di nuovo
nella vera valle del nulla
dove non ascolto più
nemmeno
me stesso
chi è me stesso?
Chi è io?
Oggetti che mi dicevano
quello è lei
esoterico
albanese
e una volta che trovo me stesso
cosa me ne faccio
della vita?
Dov’è la voglia di vivere
ora che rivedere Alina
ha riportato di nuovo
via tutto?
Non mi va neanche di parlare
con chi potrebbe ascoltarmi
che ultimamente mi diceva
si rivolga ad altri
qui non sappiamo più che dirle
è la valle del nulla
e di nessuno
nemmeno io presente
si assenta
anche me stesso
e il nulla invade tutto
potrà la libertà
far rinascere
creare
qualcosa di nuovo?
Il deserto
la valle del nulla
quella gente che non posso più rivedere
quei discorsi
quel vecchiume
generalizzato
mi dicevo di credere
in qualche divinità
che in niente crede
e tutto sopporta
e scappo via dal sopportare
per andare verso il niente
dove forse dovrò sopportare
ancora di più
lei non va verso qualcosa
lei scappa da qualcosa
non c’è fine a questo dilemma
e preferisco silenziare ogni voce
pensiero
in questa valle del nulla…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

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“Are you Kane?” “No, I don’t know… Are you Lena?”… annihilation… rivedere lei, rivedere me, alla fine del film, quel nome, Lena, così vicino a lei, Alina, la metamorfosi, la fine di una storia, la trasformazione di questi due anni senza di lei, averla rivista, e aver rivisto la trasformazione mutante e aliena di me stesso, e di lei, non si è più gli stessi, non siamo più come prima, annullamento dell’anima e di se stessi, trasformarsi, e nell’ultima scena vedere un me stesso che non cantava più neanche l’amore nella sua lingua, ma in quella di un’altra, di un alieno in me, le canzoni d’amore in albanese che anche a lei piacevano, quella lingua albanese che mi ha trasformato, in questi due anni senza di lei, annichilimento, metamorfosi, trasformazione… non pensavo che questo film potesse darmi così tanta ispirazione, la follia aliena, l’alieno allo specchio, la metamorfosi dell’anima, che senza di lei tutto era impazzito, come un’area aliena nella quale ero finito, solo per stravolgermi e trasformarmi, ultima scena che toccava l’apice e rivedevo lei, che per tutto il film non avevo rivisto, identificazione finale che annullava ogni cosa, come il titolo del film, viaggio dell’anima attraverso le immagini solo come i bei film che ti toccano sanno fare, il me stesso alieno che non è più me stesso, quella canzone albanese che partiva da sé… nje perqafim i ngrohte… un abbraccio caloroso che erano solo le nostre ultime parole dopo due anni, senza sfiorarsi, ma toccarsi con l’anima e sognare ancora, la musica la stessa, le parole le stesse, un mondo da condividere che non ho mai trovato con nessun’altra, e forse non troverò mai con nessun’altra, metamorfosi dell’anima, trasformazione, annichilimento… che non rimane più niente, solo l’immagine di lei e l’ultima scena, rivivo in me quei momenti, rinasce in me la voglia di altre lingue, quelle di lei, e altre, senza di lei, la rivoluzione dell’anima e la follia, il giro del mondo dell’anima e la fine del mondo, come la fine di un film che apre le porte all’infinito, all’ispirazione infinita… non sono più io, lei non è più lei, a mendove kur e vrave kete dashni,  e pensavo a quando ho ucciso questo amore, parlo e ascolto musica aliena, ascolto parole aliene, non quelle della mia lingua, unica lingua rimasta per esprimere l’anima su queste pagine, ma dentro di me infinite lingue passano, infinite voci, come una civiltà aliena nei tanti racconti di fantascienza che alla fine finiscono per trasformare e alienare il sopravvissuto terrestre, tipica metafora e parabola fantascientifica della trasformazione, che avviene a contatto con altri mondi, con altre persone, con lei, e l’immagine della figura extraterrestre umanoide era un me stesso che cercava di rimanere umano, ma alla fine doveva solo abbandonarsi a questa trasformazione avvenuta, per lei, con lei, e senza di lei… non c’è modo di descrivere questa metamorfosi, si fermano le parole, non hanno più spazio, non hanno più senso, anche le immagini e le ispirazioni di una volta si guardano solo al passato, come segni di passaggi di metamorfosi avvenuta, e il tempo si arresta su quelle immagini, su quei segni, su quei simboli, per fare fermare il tempo, per far fermare la storia, per porre fine ad un’apocalisse dell’anima senza tempo, dove rimane solo lei, la ragazza, Alina, come quei rabbini giovani ebrei, quegli imam, quegli esperti dell’anima mi mostravano me stesso, come una fase a specchio, della trasformazione in me, elevazione divina dell’anima dove ricompare solo una ragazza, Alina, e me stesso, stravolto, rifatto, trasformato, annichilito, fan’a, dicevano i sufi, estinzione dell’anima nella divinità, in lei, come ieri notte a guardare il cielo e vedere qualcosa che va oltre il simbolo dell’islam, la falce di luna sottile nel cielo blu, e una stella, il cielo sopra di me, alla fine del periodo di digiuno e ripentimento e purificazione, in una notte che sarebbe potuta essere una laylut al qadr, una notte del destino, quando al profeta dettavano le prime sure del corano, e invece incontravo lei, per qualche cabbala oscura dell’anima e del tempo… finisce il mondo, si trasforma l’anima, ritrovo lei solo per perderla e non dimenticarla più, tutte le metafore e le ispirazioni parlano di lei, alla fine della metamorfosi, della trasformazione, dei linguaggi alieni ed altri, che vivono ora e sono me stesso, sotto un’altra forma, in un altro mondo che finisce, per lei, ispirazione infinita, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, e ritrovo me stesso in questa spiritualità bahaì shiita e bektashi, come un cantante albanese orientale che canta l’amore che finisce, l’amore che trasforma, l’amore che rinasce, la salvezza dell’anima, l’amore per lei, la perdita di lei e il ricordo di tutto l’erotismo, una lei che mai non sarà nessun’altra, e si estingue l’anima, tra il cielo stellato ed una falce di luna, si estingue l’anima, fan’a, in una canzone, in una scena di un film, che porta il suo nome, Alina, e si estingue e rinasce l’anima, dopo la metamorfosi, l’annientamento, l’estinzione, Alina, lei rivive nel canto…

Poesie, Visioni

E si infinita l’anima, Alina…

È finito il mondo
un’altra volta
oggetti amuleti
spazzati dalla stanza
che è una prigione
dhjet metra katror
beso
shpirt im
è Alina
solo lei
anche quando ti chiedeva
sai anche l’albanese?
Come quel carabiniere
la notte dell’arresto
sei albanese?
Come Olimpia
pensava che fossi
metà e metà
mistero
che ora compare solo lei
e la sua domanda
e io divento me stesso
solo nel pensiero di lei
altro che
ortodosso
sufi
bektash
bahaì
albanese
altro che
tutto questo
solo lei
il suo sguardo
la sua voce
la sua domanda
che cancelle quelle immagini
di Marina
quando ti chiedeva
cosa vuol dire l’amore per l’Est Europa?
Alina
che ascolta
canzoni
romene
albanesi
russe
come me
lei è tutto
e rimane tutto
ancora
tutto ciò che nelle altre
non riesco a trovare
e rimane solo lei
Alina
e un grande vuoto
si riempie
all’infinito
solo con lei
lei
unica
vera
ispirazione infinita
che l’inizio
non è mai stata
Katia
perché Alina
ancora una volta
sposta l’asse del mondo
e fa rinascere il tempo
che smette di esistere
e tutto ritorna
il cervello a puttane
per colpa di Leida
di Julia
altro che elevazioni celesti
in Gerusalemmi immaginarie
arcangeli Gabrieli
a dettare versetti
elevazione
che sa solo di lei
Alina
e nessun’altra
tutto ritorna
il mio non voler più
parlare russo
per colpa di lei
non guardare più
film di vampiri
per colpa di lei
non cercare più altre donne
per colpa di lei
e la musica depressiva
suicida
oggi mi invadeva
solo per diventare
esoterica
e poi russa eroinomane
con l’unica vera droga
che è lei
altro che discipline
dell’anima
e identità personali
da scoprire
piscoterapie da attuare
gira tutto
attorno a lei
ancora
a distanza di anni
e non mi ritrovo più
risuona la musica
le pareti bianche
della stanza prigione
accolgono
la luna e le stelle
della notte
e si infinita l’anima
Alina…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

Rivedere lei, Alina, quando uscivo la notte, disturbato da fantasie erotiche dove compariva Leida, il desiderio… rivedere lei, e dirmi, in me: “Amore…”, al rivederla… fare giri, qua e là, le romenine dall’altra parte, nessuna voglia di fermarmi da loro, e decidere di rivedere lei, Alina, fermarmi… “Andiamo?”, “Sì…”, come va, come non va, che mi faceva piacere rivederla, e sentivo il cuore che batteva, l’amavo forse ancora? Lei che mi diceva che ogni tanto c’è ancora, non sempre, che ormai ha trovato lavoro come baby sitter, come badante, e ogni tanto, la notte, è lì… la sua bellezza, da ragazza slanciata da lunghi capelli neri corvini, il suo ovale di bellezza, i suoi occhi, la sua voce, l’amore… come va, come non va, parlare quasi esclusivamente in italiano, la lingua russa dimenticata, io che le parlavo di Stas e Larisa, l’altra coppia ucraina, io che le dicevo che loro parlano sempre in moldavo/romeno, anche lei, diceva, ma poi precisava, il russo non è che lo so un po’, diceva, lo so bene, l’ho studiato, diceva, e mi ricordavo tutte quelle parole di una volta, con lei, in russo… lei che si ricordava di me, se avevo trovato lavoro con le lingue, se avevo finito di studiare, si ricorda ancora, pensavo, non me l’aspettavo… lei che mi chiedeva se avevo anche studiato albanese, no, le dicevo, non in università, l’ho imparato un po’ con le canzoni, con i film, ma non lo parlo mai, l’albanese, come faceva a saperlo, a ricordarsi? Com’è possibile trovare una ragazza che mi chieda così delle lingue, che non dica niente perché studio l’albanese, che ascoltava la mia stessa musica, Akcent, dalla suoneria del cellulare? Come si può trovare una ragazza così, mi dicevo, dove trovarla, un’altra, un’altra così, che mi accetta per quello che sono? Fermarsi lì, al solito posto, e non fare niente, non aver voglia di niente, solo di parlare, lei e sua figlia di dieci anni, che adesso ha finito la scuola, che forse Alina vuole portare in Italia per farle fare una vacanza, io che le chiedevo quando si trovava il miliardario e lei che diceva che non è tanto il miliardario che fa la felicità, i soldi risolvono i problemi, diceva, ma non danno la felicità, e che difficile trovare un vero uomo adesso, diceva, tutti gli uomini sono diventati dei bastardi, diceva, ognuno che pensa per sé, che vuole le cose solo come vuole lui, e non ascolta gli altri, non ascolta lei, che difficile trovare un vero uomo, diceva… e lei che mi chiedeva quando mi sposavo io, e ridevo, scherzavo, tutti che me lo chiedono, dicevo, e io che non ho voglia neanche di trovare, io che le raccontavo in due parole di Marina, di Ana, di Alesia, quelle relazioni che non dicono niente, e non dicevano niente, nei pensieri, in sottofondo, sempre lei, me ne accorgevo, io che le dicevo che ero stato male, ero stato triste dopo aver perso lei, quando le dicevo che mi ero innamorato, ma non era più così, “Hai visto? Te lo dicevo che ti passava!”, e si ricordava anche questo, possibile che si ricordasse tutto di me, delle mie parole, delle mie passioni, delle mie lingue, della mia musica? Non ci credevo, era come parlare con un’amica che non vedevi da tempo, e non ci credevo più neanch’io… e le serie televisive, “The vampire diaries”, che anche lei aveva finito di guardare, “The originals”, che lei guarda ancora, Klaus che ha avuto un figlio con Keily, lei, Alina, che non si ricordava il nome, e in quell’attrice vedere lei, e in quell’attore vedere me, fantasie… io che le dicevo che avrei guardato “The originals”, in russo, in inglese, non lo so, non saprei, e non saprei neppure se guarderò quella serie televisiva, non è più come una volta, quando guardavo “The vampire diaries” e poi la notte andavo da lei per parlarne, per darci all’erotismo, non è più come allora, tantopiù che lei ora non c’è sempre, non c’è quasi mai, e il mio desiderio per lei non c’è più, glielo dicevo: “Da Alina non tornerò mai più”, “Cosa ti ho fatto?”,  mi diceva, “Niente”, è solo che ricordavo quelle notti, dove la vedevo salire con altri uomini, come una catena di montaggio, il male, il dolore, la sofferenza, come quella musica che suonava ieri notte: “Amor gitana”, dal suo cellulare, la suoneria di qualcun altro che la chiamava, quella frase che avevo letto chissà dove, che la specie umana vuole la fedeltà per assicurarsi la crescita della prole, lei, l’ucraina, Alina, che mi ricordava le tante ragazze che Costanzo si fa in Ucraina, turismo sessuale, io che non vedevo più Alina come un oggetto sessuale, io che mi dicevo ancora, quando la rivedevo: “Amore…”… ma forse amore non era, era solo un’amica, rivista dopo tanto tempo, con cui si scambiavano film e canzoni ed erotismo, in quegli anni burrascosi della mia vita, in università, circondato da ragazze, da Eugenia, da tante altre, e con un sogno d’amore e di erotismo che ancora aveva il suo nome: Alina… le fantasie erotiche per Leida che scomparivano, al rivedere Alina, lei che abita ancora qua attorno, nei pressi di Milano, come me, un po’ più in là, quella mezz’oretta a parlare che bastava per rendersi conto che, a parte la musica, le serie televisive, l’interesse per le lingue, non c’era niente, ci si sarebbe annoiati a parlare assieme un pomeriggio intero, così come mi annoiavo con Marina quando la vedevo, così come mi annoiavo con Olimpia, e bastava solo rivedere la sua bellezza, la bellezza di Alina, una bellezza non da strada, ma qualcosa di più, per rendermi conto che tutto era finito, e dentro di me risuonavano ancora canzoni, tutto l’amore per lei di una volta, e il fatto che ora si è solo amici, che sia che lei eravamo contenti di rivederci, come dicevamo, dopo tanto tempo, come due amici… e ci si salutava così, con quelle parole, con io che le dicevo che ultimamente ascoltavo “Laskovij Maj”, non so se li conosceva, dicevo, come non li conosco? Certo che li conosco! Diceva, belyie rozy, beliye rozy, e si metteva a canticchiare, la sua voce, la sua vera voce, la voce vera di una ragazza che mi parlava in russo, non con la voce odiosa di Marina, era la sua voce, la voce di lei, di Alina, e poi “Sedaya noch”, e poi “Tayushij sneg”, canzoni malinconiche, tristi, vecchie, diceva lei, sì, anni ’80, anni ’90, dicevo io, canzoni che ti farebbero morire di overdose di eroina, ogni volta che le ascolti, e dietro tutto questo, ancora lei, Alina… ci vorrebbe la musica adesso, le dicevo, ma non metto la radio in macchina senò si scarica la batteria, il silenzio, le parole che non c’erano più, la musica in me che partiva, lei e il suo salutarmi, in russo, ci vediamo, è stato un piacere rivedersi, guardarla negli occhi e vedere la luce della notte, delle stelle, della luna, la sua bellezza, Alina, scomparire… e la notte sarebbe stata stanca, disperata, malinconica, e piena di niente, la musica che non volevo ascoltare, rivedere lei e non farsi storie, solo rendersi conto di quanto si ricordava di me, dei miei gusti musicali, delle mie passioni, di me, in parole povere, che mi accettava per quello che sono, così come io accettavo lei, con gli stessi gusti musicali, ricordare la sua voce, il suo sguardo, le sue parole, e ripensare, ripensare a quando la rivedevo, e mi dicevo: “Amore…” guardandola… e la notte mi avrebbe avvolto, avvolto nel suo niente, nel suo blu, nel suo argento, in quei brillanti che erano gli occhi di lei, in quella voce angelica che era la sua, in quella bellezza d’amore perduto, mentre le nostre strade ormai sono divise, e non si incrocebbero più, amore rubato alla notte dove le sue parole alla ricerca d’amore ancora dicevano che è difficile trovare un vero uomo, alla ricerca d’amore, io che le chiedevo del miliardario, lei che mi chiedeva quando mi sposavo, siamo ancora giovani! Scherzavamo sullo stesso vecchio scherzo, che in Russia a vent’anni se non ti sposi sei già vecchio, in Italia a 70 anni sei ancora giovane, e si scherzava, e lei che diceva che preferisce pensarla all’italiana, siamo ancora giovani… eppure le strade si dividono, la musica suonava, i miei film preferiti, il ricordo di lei e un senso d’amicizia che si disperdeva nella notte, nel blu, nell’argento, delle stelle, dei suoi occhi, del suo sguardo, della sua voce, e non rimaneva più niente, se non la notte che avvolgeva tutto, e lo sguardo e la voce e la bellezza di lei, Alina, persa e mai avuta per sempre, ragazza di passaggio, e la notte avvolge ancora tutto, in me, il buio, il blu, l’argento, le stelle e la luna, lei, e la musica, e la bellezza, e ancora lei, fino a dissolversi in un niente, Alina, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, e la musica che ora mi assale…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Prendere e andare a fare un giro a Milano, di domenica mattina, passare a Paolo Sarpi, mangiare dove si mangiava con l’amico, quei pochi soldi che bastano per comprarsi una giornata differente, stare al parco, sdraiarsi e non pensare più a niente, rilassarsi e dormire, svegliarsi e prendere un caffè lì vicino, in mezzo alla massa di gente che si rilassava, vicino al parco, padri di famiglia, vecchie, adolescenti, coppie di giovani, da ogni dove, la vita in comune con mille altre persone, il cittadino che sei, tra i tanti, disperso nella folla, nessuna differenza, visione comunista del mondo, un cittadino tra i tanti, un nessuno, uno, centomila, tu e le tue passioni, leggere lo Zarathustra in tedesco al parco, che differenza faceva tra me e altri che stavano lì sdraiati, coppiette a parlarsi, altre ragazze a leggersi qualcosa, a studiare, gente che prendeva il sole, tutti con mille modi di vivere, gruppetti di amici che giocavano a pallone, con le racchette e una pallina, Milano, i milanesi, le amiche a parlare tra loro, gli amici a parlare tra loro, il ricordo di Marina che svaniva, quelle giornate con lei a passare a parlare lì al parco, come due tra i tanti, nessuna differenza, uno, nessuno, centomila, disperso nella folla, che alla fine ti senti un nessuno anche se leggi lo Zarathustra in tedesco, chi è quello? Avrebbe chiesto qualcuno di me, è uno che legge qualcosa in tedesco ad alta voce, si vede che vuole imparare quella lingua, e sognare di mondi alternativi in Germania, a lavorare, qualche lavoro umile, a parlare con altra gente, o qualche vacanza improbabile di quindici giorni, dove staresti in albergo la maggior parte del tempo, a dormire, a riposare, per la spossatezza e il caldo dell’ultimo periodo, fare conoscenza, forse no, mangiare roba schifosa, altro che dieta, quindici giorni buttati via così, con l’illusione di un lavoro che non c’è, un lavoratore immigrato tra i tanti, che non ha neanche voglia di farsi una vita, non ha niente per cui vivere, non ha obiettivi, non ha scopi, non crede in niente, quello che ero io, a cercare di non bestemmiare contro mio padre e Stas, che se ne stavano in casa per l’ennesima grigliata che non potevo sopportare, conflitti domestici da quattro soldi, quelli che ti fanno venire in mente certe notizie che vedi alla tv: “Figlio disturbato stermina famiglia e conviventi, era in cura da anni”… così, questa sensazione, quando tornavo a casa a metà pomeriggio, che avrei voluto non vedere nessuno in quel giardino, ancora alle cinque del pomeriggio, a parlare del niente, i discorsi di mio padre, di Stas, che fanno venire il latte alle ginocchia, evitare quell’ambiente, quei discorsi, che non danno felicità e non ti arricchiscono di niente, era davvero meglio leggersi lo Zarathustra in tedesco al parco… prendere e andare via di nuovo, con istinti omicidi in me, girare ancora per i parchi qua vicino, affollati, troppe macchine, meglio non sostare, la chiamata dell’amico che arrivava a salvarmi, le parole, le chiacchiere, le risate, le parole che portavano via istinti omicidi e sensi di superiorità frustrata per leggere lo Zarathustra in tedesco, il mondo là fuori è indifferente, la domenica e la sua gente, lavoratori del mondo riposatevi, una giornata così, richiamare l’amico sulla via della pizzeria dei turchi, una macchina parcheggiata targata Albania, l’aquila che vedevo, la voglio anch’io! Mi dicevo, come qualcuno che si fa qualche tatuaggio, e la solita ragazza che passava, quella che chiede sempre le sigarette in quella via, parlare al telefono con l’amico, le solite cazzate, il mondo che non è come vorremmo, i sensi di superiorità o di “noi non siamo come gli altri”, di esclusivismo, di chi vuole fare l’artista, di chi avrebbe qualcosa da dire sempre sugli “altri”, la “gente”, noi che non siamo come loro, senso di comunanza, modi di pensare di sfiammate cerebrali andate in tilt, quando pensi che sia tutto una congiura, della divinità, dei servizi segreti, degli illuminati, quando vedi cose e persone e segni attorno a te che sembra che qualcuno ti stia mandando segni, in realtà è solo perché qualcosa esce fuori dalla routine, e ti sembra un segnale divino, una congiura, una cospirazione contro di te, se facessi il giro del mondo ogni giorno questi segni li chiameresti con un solo nome: “Coincidenze”, e non segni divini… ridere e scherzare con l’amico, fermarsi in pizzeria a mangiare un kebab, dai turchi, Ataturk, gli imam, Erdogan, la mafia turca, i turchi in Germania, le solite cose che vengono in mente, altri tre romeni pieni di vita che ridevano e scherzavano tra loro al tavolo, mentre si mangiavano una pizza, due tipe amiche di dubbia qualità che parlavano tra loro, ancora una volta essere uno, nessuno, centomila, in mezzo a quella via, in quella pizzeria… calmarsi, il buon cibo che rimette a posto l’umore, gli istinti omicidi che andavano via, il ricordo di come era iniziata la mattina, con quei tre americani in treno che facevano il giro dell’Europa, non si sa perché, tre giovani amici americani, anche loro gente come tanti, degli altri uno, nessuno, centomila, mentre una signora romena parlava al telefono, una banda di ragazzini e ragazzine sudamericani che ascoltavano reggaeton, quella signora sudamericana al parco che ti diceva: “Jesu te ama! Jesu! Jesu! Jesu!”, io che uscivo da un pomeriggio fatto di Nietzsche e pensieri orientaleggianti, il caos del mondo, le mille opinioni, le mille parole, i mille modi di pensare, eppure lì, nudi e crudi, senza orpelli di parole, tante persone in una domenica stanca e calorosa come tante, tanta gente, nessuno che si distingue, uno tra i tanti, dei tanti tra i tanti, tutti diversi e uguali allo stesso tempo… bersi un caffè al bar lì vicino ai turchi, un uomo che raccontava al barista cinese di come aveva voglia di farsi un tatuaggio, la sua paura che poi gli sarebbe venuta voglia di riempirsi, perché il pianoforte “aveva un significato”, altre cose no, quale significato? Io che a volte mi arrovello sul significato mistico di stelle religiose e aquile imperiali, quale significato? I tatuaggi che alcune religioni proibiscono, i vitelli d’oro del nuovo mondo, simboli e segni e significati, che non sono altro che lavaggi del cervello fai da te, per cercare dei punti fermi che non ci sono, cose piene di significato, là dove la vita è vuota di ogni significato, ultimo ricorso a strategie di sopravvivenza di significato, nel mare di simboli e parole di questa società, il barista cinese che parlava svogliatamente con quell’italiano, che poi proseguiva parlando della sua ragazza, mentre si beveva una birra, se io parlavo così con Miryam all’altro bar mi avrebbe direttamente mandato a quel paese cinque minuti dopo… Miryam, che tra l’altro sognavo stanotte, che le parlavo, che parlavo con sua sorella che era al bar anche lei, sogno di una relazione e di parole che non ci sono, sogno notturno che rimanda ad un amore che non c’è… e invece le uniche parole di ieri erano quelle con l’amico che rivedevo la sera, serata stanca per il troppo caldo accumulato, il sonno, la stanchezza, quel caffè che non bastava, i soliti discorsi di aspiranti artisti e sceneggiatori, parlare male dell’altro amico che propone di scrivere sceneggiature e poi non dice più niente, che si scopre lavora a tecnocasa o vende macchine usate, e fa il superiore, chiama gli altri subumani, si sente superiore, non si sa per che cosa, questo gruppetto di amici che si sente superiore agli altri, forse solo per diversificarsi, per differenziarsi, la differenziazione sociale, e poi sparare a raffica contro i figli dei “borghesi”, ammesso che i borghesi esistano ancora, che hanno soldi per fare la vita da artisti, tutti che vogliono fare gli artisti, gli scrittori, i registi, i fotografi, deliri vari sul “fare la svolta”, cambiare vita facendo l’artista e guadagnare soldi a palate, i soliti vaneggiamenti di quando si aveva forse vent’anni, e pensavi che con una laurea o studiando saresti diventato qualcuno, un artista, un miliardario, uno di Hollywood, deliri che riconoscevo, un po’ come i deliri da complotti e cospirazioni, micce cerebrali che scintillano nel modo sbagliato, le solite parole, quattro passi tra la natura che sembrava uscita da un film russo sovietico, i quartieri popolari, una gelateria da quattro soldi, ma dall’apparenza che sembra quasi bella, un gelato in più che la dieta non avrebbe voluto, chi se ne frega, ogni tanto si può sgarrare, questo mondo dove non rimane niente, solo la coscienza di essere un cittadino tra i tanti, uno, nessuno, centomila, senza un lavoro preciso, con qualche soldo in tasca che ti permette di passare una domenica rilassata, qualche parola tedesca in più che ricordi, il ripasso dello Zarathustra e le cose che ti avevano colpito allora, e quelle che ti colpiscono adesso, e un senso di vuoto, di niente, di normalità, io, come un albanese tra i tanti, un lavoro da niente, due soldi in tasca, che non conti niente comunque, uno tra i tanti, senza più grandi convinzioni, idee e ideologie o fedi particolari, il postmodernismo dei segni e dei simboli, quando tutto non significa niente e niente significa tutto, il caos in me, il caos stanco, uno tra i tanti, i tanti tra i tanti, la vita che va avanti, tra artisterie e giornate stanche, tra la gente comune, in questa visione comunista del mondo, visione democratica, la libertà di essere, eppure essere come tutti, tutti uguali e diversi allo stesso tempo, uno tra i tanti, nella libertà di una domenica…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

E tutte le cose parlano di lei, anche in sogno, dove tornava in uno scambio di parole in russo, lei a scuola, forse in università, un ambiente mai visto, dove c’era lei, Alina, che si defilava e andava via dopo avermi detto quelle parole nella sua dolce voce russa, e mi guardava negli occhi, e vedevo il suo volto, i suoi lunghi capelli neri, le sue mani raccolte davanti al petto, che mi guardava con occhi d’amore, ma doveva andare via, voleva la sua libertà, la sua scelta di vita, lei, la ragazza ucraina con una figlia laggiù, la sua vita, la mia vita, che l’inizio di tutto non è tanto Katia e quella follia di dieci anni fa, ma è proprio lei, Alina, quando decidevo di lasciarla per smettere di bere e andare da lei, e amarla, che come diceva quel profeta “se non ami non sei nessuno”, e senza di lei, senza il ricordo e l’amore per lei non sono niente, e posso anche star qui a invocare divinità, smetterla di bere, bere meno caffè, fare tutto per essere un uomo migliore, ma senza il ricordo d’amore per lei non sono niente, sono un uomo vuoto, un uomo che vive di fantasticherie, di fantasie, di esoterismi e pensieri magici e superstizioni, mentre invece questo sogno di lei svela tutta la verità che sta nell’amore e nell’erotismo, che guardare ieri video dove comparivano russe dalla bellezza infinita e dai lunghi capelli neri corvini come lei potevano solo far tornare nei sogni il ricordo di lei e di tutto l’erotismo di una volta, svegliandomi e dormendo pieno d’amore e di passione, una passione oscura, tra il nero e il blu della notte, delle stelle e della luna, come ai tempi di lei, e la musica albanese che ieri scorreva nelle mie vene era la stessa che lei ascoltava, Sinan Hoxha, lei diceva, e tutto lo sviamento di questi due o tre anni era solo dovuto a lei, alla sua passione per i “Diari dei vampiri” che mi trasmetteva, quando ancora la lingua russa era una lingua quasi sacra, grazie alla sua dolce e suadente voce, che ora la Russia non la disprezzo, non la rigetto, non la temo più, ma rivive in lei e in me ancora una volta, pieno d’amore e d’erotismo come una volta, e se lei c’è ancora e non c’è poco importa, perché tornare indietro, cercare l’amore là dove non c’è può solo far male, come quelle parole che le dicevo: “Innamorarsi di te…”… che posso provare ad andare avanti, cercare mille scappatoie, credere di aver amato qualcun’altra, di essermi appassionato, ma era solo sviamento, fantasia, perversione, stordimento, cercare in tutti i modi di dimenticarla, cancellare i social, cancellare il diario, cancellare lei con altre ragazze, con altre fedi, con altri talismani e amuleti, ma alla fine dei conti lei ritorna sempre, anche in questo venerdì mattina, dove le parole di preghiera inglese parlano solo dell’amore perduto, e del desiderio di ricongiungersi con l’amata, al di là di tutto il delirio durato anche troppo, quasi tre anni, che lo sconvolgimento di perdere lei, cambiare palazzo dei folli e sheykh, e tutto il resto era solo una variazione sul tema di averla persa, di averla amata, di aver deciso di lasciarla e di lasciare quella via dissoluta, e anche i ricordi di Eugenia non sono niente, al di là della sua bellezza da fotomodella un po’ povera, perché tutta la passione giaceva là, tutto l’amore, tutto l’erotismo, nel ricordo di lei, che ora tutto mi è chiaro, che non serve a niente farsi di mille caffè per stare svegli, per stare “in alto”, perché nel profondo lei è ancora tutto, al di là delle mie paure di quella depressione che per un anno o due quasi mi prendeva, solo perché lei non c’era più, e ci sarebbe voluta un po’ di vitalità di Leida per farmi riprendere, ma non ci posso far niente se nel profondo lei e solo lei era la ragazza che ho amato, in russo, in tutte le lingue del mondo che poi scaturivano dall’averla perduta, e se “l’asse del mondo si spostava” quando la rivedevo era perché qualcosa e più di qualcosa lei per me aveva significato, e lo ha ancora, quando tutti gli amuleti e le superstizioni perdono di significato, e rimane solo il ricordo d’amore per lei, che né Leida né Ana possono sostituire e mi sveglio con questo spirito vampiresco, ancora una volta, ricordando il profondore dell’amore, della passione e dell’erotismo, anche nei sogni, dove compare lei, l’inizio di tutto, l’inizio di tutte queste pagine, nate dopo l’averla rivista, dopo che l’asse del mondo si spostava, e non c’è storia, vana immaginazione, elucubrazioni e teorie strane che mi possono salvare, perché davvero, come diceva quel profeta, “se non ami non sei nessuno”, e recupero me stesso, ricordo me stesso, sogno di lei, so chi sono, ora, l’uomo che l’ha amata, che si era innamorato, che soffriva e godeva e sperava e voleva vivere agli estremi, estremi ora raggiunti, sperimentati, provati, al limite della follia, e se rimangono questi amuleti da magia bianca attorno a me è per scacciare gli spiriti maligni come vampiri che potrebbero assalirmi di nuovo, se di nuovo cominciassi a pensare e desiderare solo lei, lei andata, perduta, ma non dimenticata, non rimossa dai miei abissi e dalle mie profondità, lei e il suo volto, la sua bellezza, la sua voce, la sua lingua, che peggio di tutto era pensare di ritrovarla in Marina, dalla voce non suadente, dalla bellezza non sopraffina, dalla banalità e normalità e ogni cosa senza passione, esperimento impazzito di sovrascrivere i ricordi e i sentimenti, hybris della ragione e dell’anima che pensava di rinascere con lei, di stordirsi con Leida, di ringiovanire con Ana, tutte variazioni sul tema per dimenticare lei, se ti dimentico, se ti dimentico, Alina… se ti dimentico, Alina, sono perduto, e solo nel sogno si doveva rivelare questa verità, la verità che mi fonda, dove tutte le religioserie smettono quasi di aver senso, se non fosse per la luce che mi deve guidare fuori dalle tenebre dei ricordi e dei sogni per lei, Alina, andare avanti senza più stordirsi, e non dimenticare mai lei, perché se non si ama si è perduti, è questo il fondamento di tutto, il resto è orpello, guide di condotta, niente di più, ma la base, il fondamento, l’amore per lei è ancora tutto, Alina… e con questa rivelazione mi sveglio, rinfrancato da una notte che stava impazzendo di nuovo, e solo il sogno e il ricordo e la passione e l’erotismo e l’amore potevano risvegliare il vero me stesso, nel profondo dell’anima, ancora lei, Alina…

Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

In bilico tra magia bianca e magia nera…

Scacciare gli spiriti maligni, amuleti oggetto nella stanza, magia bianca che porta alla liberazione, le giuste letture che cancellano gli sbagliati ricordi di ragazze che è meglio tenere lontane dalla memoria, le parole con gli amici, i film da loro consigliati, la magia dell’arte, camminare per le vie del paese e notare gente qua e là, cittadini! Mi veniva da dire, se solo la mentalità civile fosse sufficiente, ragazze che potevano essere chiunque, anche loro in mezzo ad una strada, e invece erano solo ragazze, come tante altre, senza troppa cultura forse, ragazze comuni che non dicevano niente, la gente in giro, le solite parole, i vecchi e la politica locale, la gente al bar, la gente sotto i portici, là, fino alla grotta della Madonnina… tornare indietro, ricevere messaggi dall’amico, altri film, serata rimandata, pioverà, temporale, la sera che non sa di cosa sarà fatta, la stella a nove punte che mi seguiva nell’itinerario in macchina mentre andavo a prendere mio padre e Marco in officina, là dove avevano lasciato il furgone che li aveva lasciati a piedi, la tensione del guidare, i ricordi di Ana, di Alina, di Leida, i demoni ancora in macchina, scacciati dall’amuleto che non c’era, una preghiera che elevava, prima di partire, l’elevazione di quel libro ritrovato, amuleti e oggetti magici, magia bianca della liberazione, la parete bianca di una chiesa e la croce dell’anima, una pagina bianca in me… venerdì alle porte, ramadhan che non è la mia festa, il digiuno è tutto l’anno, tantopiù che ieri notte l’anima impazziva e non si sa perché, costante lotta contro i demoni, e costante magia bianca per far sparire i demoni… non rimane niente, solo il ricordo della strada, della camminata, là, oltre i ricordi, chi in macchina mette delle croci, chi delle stelle, chi non mette niente, come me, troppo superstizioso per mettere qualcosa, troppo esoterico per affidarmi ad un simbolo unico, l’esoterico, quello che sono e sono sempre stato, come mi dicevano, sono così e mi devo accettare così, è questa la mia vera natura dopo quei libri sul sufismo, alla ricerca della tranquillità… il vuoto in me, la voglia forse di vedere film che rilassano, lo stress del lavoro che non voglio, lo stress della serata, di uscire con gli amici, di chi mi dice che guido male, di chi mi dice che guido come un quarantenne esperto, di chi non mi dice niente, la mia guida fluida, la macchina segnata, il nero della macchina, la luce nera dell’anima nel sogno della quale in visione vedevo l’aquila nera su sfondo grigio e il simbolo ermetico che rimandava a magie, sempre alla ricerca di qualcosa, di un segno, di un simbolo, per non far impazzire la mente, per farla rimanere in riga, in pista, in linea, senza gli eccessi e gli estremi, quegli estremi che amo, il centro che non so più cosa sia, dove sia, chi sia, forse la figura di una divinità lontana come quella di un madhi sempre tardi ad arrivare, eppure sempre presente, sempre lontano e vicino, sempre presente e sempre rimandato ad un futuro, costante attesa dell’anima che trovi la sua pace… il sole che presto tramonterà, la notte e le sue stelle che si avvicinano, la tranquillità della notte, dopo questi giorni stanchi, spossati, sfiaccati, forse per il caldo, forse per lo stress, non si sa bene… magia nera e bianca che lottano sempre in me, quel me stesso esoterico che alla fine si riconosce per quello che è, accettiamoci così come siamo, accettiamo gli amici, come diceva Leida, accettiamo i parenti, i genitori, i conoscenti, chiunque, senza odii e deliri, di andare altrove, di parlare in altre lingue, di fare l’eccezionale e il misterioso e il particolare, tranquillità che trovo nel digiuno, nella dieta, nella musica, nei film, nelle parole con gli amici, la mistica della sessualità che non mi prende più, la purificazione e il desiderio allo stesso tempo, senza bisogno di grandi maestri, ma solo maestri lontani, trascendentali, lontani e vicini, le mie debolezze e le mie forze, in bilico tra magia bianca e magia nera, la notte che deve arrivare, il sonno e il riposo, l’assenza di ogni immagine in me, gli incantesimi e i ricordi e le visioni, uno scritto che doveva sapere di elevazione e invece sa di magia, ristabilirsi, riprendersi, semplici regole, semplici punti fermi, non uscire dai binari, in bilico tra magia bianca e magia nera, alla ricerca dell’elevazione e della tranquillità, in questa notte che deva ancora arrivare…

Prosa Poetica, Visioni

In questo devasto, attendendo la liberazione…

Devastato, la logica del tossicodipendente, dopo un litro di vino ieri notte, quaranta gocce di valium, 15 mg di roba chimica per sedarmi e non pensare più, non vivere più, solo addormentarsi e non pensare neanche al domani, dimenticando tutta la gente che mi attornia, la madre invadente e dalle idee strane, in cura da una vita in psichiatria, la sopportazione che raggiungeva i suoi limiti, l’altra bisbetica che fa i conti nella ditta di mio padre, che quando viene qui sembra che sia casa sua e si mette a dare ordini, non la maledico più come una volta, visto che ha la parente suora, e che ogni tanto mostra tratti umani, nonostante i difetti di tutti e tutte, gli operai ottusi leghisti, mio padre che dopo tutto ha grande pazienza con tutta questa gente che ci attornia, la famiglia ucraina illegale che ospitiamo, i loro consigli ignoranti, il loro mangiare al di là di ogni regola, la sopportazione, la pazienza, la sopportazione che raggiuge i suoi limiti, e sedarsi la notte per non pensare più, per non maledire più nessuno, sforare nella dieta e ricordare le parole di quelle due educatrici, che vedono le cose dal di fuori, e mi aiutano a cambiare prospettiva, la pazienza che ci vuole con questa gente per me, la mancanza di frequentazioni vive e vere della mia età, essere come imprigionato da questa gente che non mi va giù, eppure andare avanti, con pazienza, cercando di dimenticarla, di non farci caso, di non dover più scappare di casa per colpa loro, e ricordare quel detto del Buddha: “Do not let the behaviour of others destroy your inner peace”… e svegliarsi così, devastato, distrutto, senza alcuna voglia di lavorare, di vedere gente, di sentire anche solo parlare quella gente come quelle bisbetiche di ieri, e le parole ottuse della famiglia di mio fratello, “Questo non si fa! No! Non questo, non quello!”, “non” dappertutto, che non si può più vivere, gente che la libertà non sa neanche cosa sia, che non si è mai posta una domanda, gente che in filosofia prenderebbe sotto zero, e anche in consigli per stare bene mentalmente, per stare in pace con se stessi, gente materiale, gente povera di spirito, gente ignorante con cui devi convivere, e ignorarla, lasciarla perdere, non stare male per colpa loro, anche se ogni tanto mi verrebbe proprio voglia di prendere e andarmene via, per quindici giorni, lontano, solo per poter stare lontano da tutti e da tutto, dormire nella mia stanza d’albergo, senza l’incubo di dovermi svegliare e trovare il trambusto in casa e in officina, staccare da tutto e da tutti, e nella sedazione da cavallo della notte dimenticare anche l’eterno ritorno delle solite vecchie fantasie: fuggire all’estero, parlare inglese o altre lingue, far fruttare questa laurea che invece sta solo marcendo in mezzo all’ignoranza della gente… per fortuna ci sono gli amici, che ieri sera sentivo al telefono, ci si scambia film, si ride, si scherza, e se c’è qualcosa che mi tiene ancora in piedi è proprio la voglia di rivederli questo fine settimana, per ridere e scherzare con gente della mia età, con amici di vecchia data, e se c’è qualcosa che ancora non mi butta giù è ancora tutta la spiritualità che mi rimane, che attende sempre il momento dove le cose si aggiustano, tutto ritorna normale, pacifico, tranquillo, e non si ha più da morire di sedazione, o di rabbia, o di sonno, o di noia, o di deliri o di follia, eterno ritorno degli umori che sanno attendere il momento a partire dal quale si sta bene… e non rimane molto, non rimane niente, anzi, solo queste semplici regole che anche se non si rispettano non succede niente, si sta solo male, ma anche stare male fa parte della vita, stare attento alla dieta, non bere, lasciar perdere quelle ragazze, ricordarsi sempre di qualcosa di superiore, non prendersela, lasciar correre e avere tanta pazienza, e andare avanti così, nonostante tutto e smetterla di pensare a come scappare da questa situazione, che altrove forse è pure peggio che qui… e che mi rimane da fare in questa giornata, forse leggere notizie in tedesco in maniera svogliata, solo per riaccendere la mente, ignorare ogni cosa, lasciar perdere final fantasy che non ho voglia di giocare, stare attento ai caffè, alle sostanza psicotrope, a non agire più come la mentalità da tossicodipendente, ignorare tante cose e non riflettere più come cambiare la vita, la vita nuda e cruda che mi si presenta, spogliata di ogni orpello, ogni sovrastruttura, ogni ideologia o ideale, quando gli ideali muoiono e rimane solo la realtà… si vive così, sapendo solo che stai respirando, che sei ancora vivo, anche se ti sembra di star morendo, che sei sedato da stare male, che non hai più stimoli per lavorare, leggere, scrivere, studiare, forse solo attendi il momento di vitalità ritrovata, come ieri in quelle telefonate con gli amici, del resto non sai cosa fartene, né della laurea, né degli studi, né niente, dimenticare anche la tipa di ieri che serviva al ristorante, una tipa che ricordava a tratti Ana, a tratti Eugenia, romena anche lei, che cosa può dare? Niente, se non il sogno di qualcosa che non c’è più, e accorgersi che l’ottusità di Eugenia è diffusa, anche tra i non avventisti, vedi la famiglia di mio fratello, fatta di divieti e di dogmi, gente ignorante, che ti fa passare la voglia di parlare e di scambiare parole, se questa è la gente che ti circonda si può solo stare male… eppure andare avanti, sperare ancora che dentro di te e con i pochi con cui puoi parlare tu ti possa ritrovare e capire, scambiare parole, stare bene, e dimenticare che per il resto della giornata non hai stimoli, muori di noia, sei sull’orlo dell'”ormai mi chiudo in monastero, così non sento più niente, non vedo più nessuno”, ma poi ti riprendi e sai che alla tua libertà non puoi rinunciare, nonostante questi screzi che ora esageri, e sei fiducioso e speri che tutto possa tornare alla normalità, anche questi tuoi stati psichici alterati, che non ti fanno vedere bene il mondo e la realtà che ti circonda, e vai avanti così, e sai che la gente che ti circonda può essere salvezza e dannazione allo stesso tempo, e l’inferno non sempre sono gli altri, a volte è l’inferno che vive in te… eppure ti riprendi, vai avanti, in quella luce bianca alla fine del tunnel, di un mahdi che alla fine arriverà a dirti che in fondo va tutto bene, e che ogni male è solo passeggero, e vai avanti così, in questo devasto, attendendo la liberazione…

Pensieri liberi, Visioni

Di parole velenose altrui…

E non so neanche più perché mi metto a scrivere, che bisogno c’è, è forse solo un tic, un’abitudine, un passatempo, ora che trovo tutta la tranquillità nell’immaginare il wali, che non ce ne sono altri, altri protettori dell’anima, amici o parenti o dottori, tanto più che ultimamente mi sembra di poter dividere il mondo in due categorie: i dottori e gli ipocondriaci… e pensare che credevo che i peggiori fossero gli avventisti, con la loro fissa sulla salute, diecimila precetti dietetici e salutari, ma non è che la gente “normale” sia molto meglio, con tutti i loro consigli, le loro paure, i loro dogmi di salute, che non fanno altro che farti stare male, con le loro preoccupazioni che ti trasmettono… e me lo dicevano che sono un po’ come una spugna, che assorbo tutto, tutte le cazzate che gli altri dicono o che ti fanno pensare, e gli alti livelli di ipocondria erano dovuti al mio ascoltare troppe cazzate altrui, tutte quelle paure della gente che, per horro vacui, riempiono con le loro congetture, le loro paure, il loro modo malsano di vedere la vita… e non ne potevo più, per qualche acciacco dovuto al troppo camminare, al troppo correre, alla mangiata esagerata questo sabato tra i miei parenti, grigliate che non ho mai amato… e non poteva esserci di peggio che sentire la moglie di mio fratello, che comanda un “non” ogni cinque minuti, per ogni cosa, e lo stesso mio fratello, da quando è diventato padre, c’è un “non” ovunque, rivolto ai suoi figli, ad ogni cosa, ad ogni persona, e peggio ancora era la madre della moglie di mio fratello, una che diceva che voleva farsi suora quando era giovane, una che ha da ridire su tutto, gente perfettina e ossessionata dalle “cose giuste”, che non lascia un minimo di scampo alla libertà, e metterebbe lacci su ogni cosa, non lasciandoti vivere… per fortuna non mi sposo, non ne ho voglia, non mi va di finire come uno zerbino come mio fratello, ad ogni cazzata sentire cosa va bene e cosa non va bene, rigidità mentale e ignoranza che fa solo male e non ti lascia vivere, e io che pensavo che l’unica a pensare in quel modo fosse Eugenia e la sua combriccola di avventisti… si può essere peggio degli avventisti senza esserlo, e mi ricordo solo le voci tranquillizzanti dei dottori veri, quelli che ridono e sorridono ad ogni tua paranoia, e non mi va neanche di prendere loro come esempio, ma di darmi solo ad una spiritualità orientale, che più di tutto rilassa, e ti fa vedere le cose dal punto giusto, quella spiritualità che salva dall’inferno che sono gli altri e le loro parole, fobie, paure, rigidità mentali… non mi preoccupo neanche più del lavoro che non c’è, di quel poco lavoro che c’è, di altri consigli e paure di gente sul lavoro, mentalità da working class, con il risentimento tipico di chi non ha altro che il lavoro, e della sua schiavitù ne fa virtù, esaltandosi perché lavora, e disprezza tutta l’altra gente, che, secondo le loro parole, “non fa un cazzo tutto il giorno”, le cose sono due, o sei convinto che il lavoro nobiliti l’uomo, o sei convinto che il lavoro alieni l’uomo, io sono per la seconda, e dopo aver visto tutto il pensare malato che mi circonda rimpiango sempre di più l’università, e l’aria di libertà che tirava, e i discorsi interessanti, mentre qui attorno, in mezzo a questa gente, trovo solo povertà di spirito in ogni cosa, povertà di argomenti, menti dalle paure assurde, gente che fa terrrorismo psicologico senza rendersene conto, trasmettendoti paure che non ci sono, e quanto vorrei invece essere ancora circondato da gente dalla mentalità aperta come in università, sentire quei discorsi, quelle lezioni, e non svegliarmi invece con l’incubo del lavoro sotto casa, di quegli operai, di non sapere quando ci sarà da lavorare e quando no, e se solo fossi più impegnato con le cose che ho studiato, se solo i libri e le lingue potessero diventare la mia vera occupazione, ciò per cui ho studiato, tutto questo bailamme non ci sarebbe… e tuttavia devo sopportare, sopportare e avere pazienza con la gente che non mi piace, e ormai c’è poca gente che mi piace davvero, forse solo gli amici vanno bene per scambiare due idee e due parole, pur con tutti i limiti del caso, di certo gente migliore che la famiglia di mio fratello, i miei, i colleghi o altri, ma non mi metterò qui di certo a fare l’elogio dell’amicizia, visto che l’unica salvezza la trovo tra spiritualità e ragione, nella mia solutidine che riesce sempre ad arrivare alla tranquillità e alla verità, una volta che si estranea dalle parole velenose altrui… non mi va più neanche di rivedere Ana, o sua sorella, mi sono bastate le due ultime visioni di quel camion targato “Islamic Republic of Iran”, di quei carabinieri appostati là dove stanno loro due, mi è bastato rivedere meglio la nuova shqiptare, per capire che non ne valeva la pena, mi è bastato scambiare due parole con gli amici sull’erotismo e la sessualità, per capire che non ne vale la pena, e mi ricordo le parole di quella dottoressa, che in fondo molta gente non ha neanche bisogno di “quelle”, e mi trovo meglio così, anche se il desiderio a volte si ripresenta, ma non è più onnipervasivo e ossessionante come una volta, e mi trovo bene così, nella mia spiritualità che ha sempre meno bisogno di ogni cosa, e basta di per sé, in questa tranquillità che c’è, senza paranoie o ipocondrie di ogni tipo, di parole velenose altrui… e mi mettevo anche a sorridere quando vedevo che l’amico Fizi a settembre andrà a qualche corso di scrittura creativa, spendendo non so quanto, chiedendomi cosa abbia da raccontare, in questo mondo dove tutti hanno qualcosa da dire, qualcosa da raccontare, mentre qui non c’è più niente da scrivere, niente da leggere, niente da dire, e se non abbandono ancora la scrittura del tutto è solo perché la trovo un modo interessante per fare ordine nella mia testa, dopo il caos delle parole altrui… non starò qui a raccontare la maniacalità invece del Barresi, sempre convinto del suo voler fare il regista e il fotografo pornografico, con le sue storie di Budapest e altre puttane dell’Est, lo guardo con distanza, lo ascolto con distanza, sapendo bene qual è la verità, e lo guardo e lo ascolto solo con distacco… così come con distacco ultimamente vedo film e leggo libri, quel giusto distacco che serve per non farsi arretire da idee strane, bizzarrerie, dubbi che non stanno né in cielo né in terra, e mi accorgo sempre di più di quelle due grandi verità, che in fondo sono tutte delle cazzate, e che la gente in giro ne dice alla grande di cazzate, e la cosa migliore, come già scrivevo, era di non ascoltare più, di smetterla di ascoltare la gente e di assorbire tutte le cazzate scritte, e ora come ora ho solo bisogno di una grande pulizia dell’anima, che si può ancora incuriosire delle cazzate del mondo, ma guai a rimanervi invischiata… e così passo questa mattinata, dove forse un libro sul sufismo mi attende, uno dei più bei libri più interessanti letti nell’ultimo periodo, uno di quei libri che ti dà la tranquillità del mondo, la giusta ispirazione, e forse può essere che mi perderò in altre lingue straniere, se oggi non c’è niente di meglio da fare, per fare risciacquo di tutte queste parole velenose altrui, tra gente in giro e libri e film, e ho solo voglia di fare pulizia e risciacquo dell’anima, dalle parole velenose altrui…