Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Un’aquila rosso nera…

Rudina che mi invita su Instagram, ci saranno foto da fare allora, forse, andando di qua, di là, magari al parco di Monza, in giro per Milano, una domenica, un sabato, magari fuori da casa, come mi diceva il dottore, staccare, staccare, farmi i fatti miei, la situazione destabilizzante con i nuovi coinquilini, oggettivamente destabilizzante, la chiamata di Almalaurea che quasi mi mandava in mania di persecuzione, tra lavoro regolare o no, la libido che ultimamente si spegne un po’ per via di altri impegni, ed è normale che sia così, superare quei tremori in testa che sentivo, attacchi d’ansia, con una ventina di gocce di valium, tutto questo sono io, alla fine dei conti, in un periodo un po’ così, destabilizzante oggettivamente, come diceva il dottore, e non sminuito come faceva Marina, o Dario, o altri, che poco possono capire… ritrovare me stesso in questo fine pomeriggio, riposando, non stressandomi troppo con troppe notizie, troppi libri, troppe pagine da scrivere, recuperare la voglia di scrivere così per così, per passare il tempo, per registrare liberamente le giornate, per confessarsi… quest’oggi che non ho lavorato, quest’oggi che forse l’idea di scappare, come diceva mia zia, l’idea di trovare altri mondi, con Maria Teresa, queste idee mi portavano fuori strada, quei suggerimenti sbagliati, e ogni volta ci casco sempre, nel caos di sempre, ma è finita, oggi la giornata è finita, la giornata lavorativa, gli impegni, i pensieri, sentirsi così libero la sera, rilassato, al caldo del condizionatore che spara aria calda, un letto su cui riposare, un giorno di malattia quasi, da star male, e la sera finalmente torno a stare bene, e che difficoltà, come diceva qualcuno, essere normali… dopo che ieri sera rivedevo Ana, rivedevo Alina, ma non mi fermavo da loro, mi perdevo solo in quei siti rosso neri ansiogeni di videoclip che è meglio se non guardo, quell’appendice nuova che è diventata il nuovo cellulare, e già una volta il dottore mi avvertiva delle appendici tecnologiche, quella volta era il tablet, e basta darsi delle semplici regole da seguire, seguire le spiegazioni oggettive di come sto, vedere il contesto, capire, e non farsi più sviare da modi di pensare impossibili da trasformare in pratica, riferiti a tempi e modi diversi di vivere, di stare al mondo, e insomma un periodo oggettivamente destabilizzante lo sto vivendo, e non si può negare, devo solo imparare ad adattarmi al nuovo periodo, tutto qui… e da domani si riprenderà forse a lavorare, chi lo sa, forse sarà meglio così che non stare qui a scervellarsi e a farsi troppe paranoie, e per due mesi potrò essere anche libero da CPS e CD, libero senza forzature, senza obblighi di alcun genere, libero, finalmente libero… e ritorna la veste grafica rosso nera che mi ricorda le belle foto di Rudina, di Aida, l’amicizia con Enkel, con Dorian, forse anche le ultime volte con Leida, ora che lei davvero non c’è più, e quanta libidine che c’era con lei, e quanta normalità in questa Albania che contiene tutte le fedi e nessuna, che sa di normalità e di amicizia, di gente comune, e di infinite cose, di libido, di piacere, di normalità, di bella musica, che il blu e il nero della depressione della notte con Alina non sta più in piedi, e neanche il blu e il nero delle notti con Ana, mi è bastato rivederle ieri sera per non provare più molto piacere, ma solo per sognare ancora un po’, adesso che sono qui a ripensarci, senza romanticizzare cose per niente romantiche, dopo il film del devasto di ieri sera: “On the road”, manifesto di un’epoca e di un periodo della vita dove ci si dà al devasto fino alla fine, ai piaceri smodati, alla disperazione, una lunga parabola, vissuta da tutti quelli che hanno vissuto veramente, una lunga parabola che porta poi al vuoto esistenziale, al vuoto del tutto, dove non si trova niente, e ci si calma allora, senza dimenticare i piaceri di una volta, la libidine, gli eccessi, la voglia di scrivere, raccontare, vivere, anche se poi ci si calma, come nell’ultima scena dove Sam si imborghesisce, sulla sua macchina, e guarda con distacco l’uomo tutto pulsionale, Dean, solo per dedicargli poi infinite pagine, tra chi vive veramente tutti gli eccessi e chi poi li razionalizza e ne fa materia di scrittura, questa la vita, dopo tutto, è così, che avrei ispirazioni infinite tra me, Nicolosi e Dorian, devastati da tutto, noi tre, tra amori, follie, droga, alcol, puttane, e poi ognuno si è trovato il suo modo di vivere alla fine, i più devastati di tutti, mezzi tipi da galera, Nicolosi in Irlanda, Dorian in Australia, io qui a cercare di mandare avanti il business, perché, a differenza di loro, ho ancora qualcosa da perdere, io che mi sento come il Sam imborghesito che guarda a distanza gli uomini tutti pulsioni, amici di una volta, Dorian e Nicolosi, e che mal si trova, al solo pensiero, con altri maniaci come Barresi, Fisichella e Costanzo, lasciamoli perdere quei degenerati, lasciamoli perdere e dedichiamoci al lavoro, allo studio, riassunti bene ancora dall’aquila rosso nera, “Work with your father!”, mi diceva Rudina, e quante pagine mi avrà visto sfogliare e leggere quell’aquila rosso nera, quante pagine da scrivere, che ogni volta è ispirazione infinita, che non posso lasciare mai, così come non posso lasciare, alla fine dei conti, un desiderio durato tre anni, come quello di Leida, non si può negare tutto questo, senza farne però nostalgia o malinconia… sta di fatto che Alina, anche al rivederla, non mi dà più nessun effetto, solo un desiderio lontano, ma che sa di volgarità, così come Ana, libido allontanata forse dalle loro lingue, dai loro paesi, che ora ho in casa, Ucraina e Romania che non sono più erotizzate come una volta, ma diventano vita normale, di tutti i giorni, e la libido,  il piacere, la voglia di vivere si sposta solo in Albania, là dove c’è la sorridente Rudina che mi parla in inglese, che mi invita su Instagram, che mi fa quasi venire la voglia di immagini, io che le immagini dentro di me le ho sempre odiate per un antichissimo pregiudizio dell’irrappresentabilità della divinità, una divinità tutta parole, tutta musica la mia, tutto ascolto e sentire, che le immagini cosa possono esprimere? Cosa possono comunicare? Come fermare a volte la valanga di immagini che mi colpisce? Come fa certa gente ad essere così convinta delle immagini, magari dei tatuaggi che si fa addosso? Qui le immagini a volte scorrono senza sosta, e non rimane mai niente, solo un point blank, la ricerca della libido e della positività, senza immagini, senza riflessi e distorsioni da immaginare, la mia fuga dall’arte del disegno e dei colori e delle immagini, solo per trovare le parole, e la musica, e il canto, fuga dalle immagini sigillate da quest’aquila rosso nera che ogni volta vuol dire infinite cose, ispirazione infinita… e va bene così, con il ricordo e le attenzioni di Rudina, il ricordo di Leida e di tutto il piacere con lei, la bellezza della musica albanese, la tranquillità che si trova nel rosso e nel nero dell’anima, e l’ispirazione infinita: un’aquila rosso nera…

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Short Story

La villa signorile in periferia…

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Albert aveva da poco finito un grande lavoro per il mondo dello spettacolo, così mi raccontava qualche mese prima che si trasferisse in una grande villa signorile immersa nel verde, tanto che se dovevi arrivare sull’uscio di casa sua dovevi percorrere 7 minuti di orologio in macchina dalla grande cancellata che ti inoltrava nell’abitazione.
Se l’era scelta lui quella grande villa alla periferia della città, lontana dal centro, lontana dal chiasso della metropoli, perché diceva: “Così mi posso concentrare meglio, avere i miei spazi, dedicarmi completamente al mondo dell’arte e dello spettacolo, inventare personaggi, programmi, format, essere libero nella mia ispirazione…”. Così mi diceva qualche mese prima che si trasferisse, al termine di un duro lavoro che l’aveva allo stesso tempo esaltato, ma forse anche stressato, e il suo desiderio di staccare un po’, di cercare spazi per sé in una villa lontana, mi sembrava davvero un ottimo metodo, un ottimo modo di cambiare ili suo modo di lavorare e di vivere.
C’è da aggiungere però che c’era qualcosa che mi insospettiva, nell’ultimo periodo con la ragazza albanese, una biondina che aveva conosciuto al bar, nel quale lei faceva la cameriera, sembrava che le cose non andassero più nel verso giusto. Albert si lamentava che Leida, la ragazza del bar, ultimamente era diventata sempre più incontentabile, si lamentava spesso, pretendeva attenzioni da lui, voleva darsi ad una vita più agiata, visto le possibilità di Albert, mentre lui aveva scelto proprio una ragazza così per la sua semplicità, per la sua bellezza acqua e sapone, lontana dalla sofisticatezza delle ragazze del mondo dello spettacolo e della moda, ed erano ormai lontani i tempi in cui Albert mi raccontava della gioia di stare con Leida, degli attimi di passione e tenerezza, delle serate in pizzeria, delle uscite sul lungo lago, dell’intenzione di prendersi una quindicina di giorni di vacanza in Albania, magari a Butrinto, per osservare le mura archeologiche, la città antica, o anche, più semplicemente, per godersi il mare di Saranda e i paesaggi selvatici balcanici, bene descritti, mi diceva Albert, dal sommo poeta Lord Byron.
Non so se fosse una coincidenza la sua voglia di cambiare abitazione e la strana piega, appena accennata, che aveva preso la relazione tra Albert e Leida, sta di fatto, che erano ormai quattro mesi che di lui non sapevo più niente, né una telefonata, né un messaggio, né una conversazione sui social che usavamo tanto.
Avvenne per caso che un giorno, camminando io per le strade della città, nell’unico giorno libero infrasettimanale dal lavoro, e lavorare in una redazione di un quotidiano online può essere davvero, credetemi, stressante, fu per caso che un giorno incontrai sulla via che portava al negozio di alimentari dell’Est, Leida. “Allora, come va?” le chiesi, “Tutto bene, si tira avanti, e te?”, “Tutto bene, io, mentre Albert come sta? E’ da un po’ che non lo sento”, “Aah, Albert… non lo so neanch’io, l’ultima volta che ci siamo visti è stato qualche mese fa, poco prima che si trasferisse, in quella villa nuova, diceva che aveva bisogno di tempo per sé e per il lavoro, e anch’io ultimamente mi trovavo meglio da sola che con lui”, “Ah, ho capito, mi dispiace, te lavori ancora al bar dietro l’angolo?”, “Sì, sì, il lavoro non lo lascio, è una delle poche sicurezze che ho, altrove non troverei niente… adesso scusa, ma devo fare un salto al minimarket, che tra mezz’ora devo proprio essere al bar per iniziare”, “Ah, ho capito, vai al minimarket dell’Est?”, “Sì, lì trovo cose del mio paese, e costano pure poco, scusa, ma sono di fretta, devo proprio andare, ciao! Daniel!”, “Va bene, ciao, Leida, ci vediamo!”. Il suo modo di fare mi sembrava un po’ strano, più che una ragazza di fretta mi sembrava una ragazza alla ricerca di nascondere qualcosa, il suo sguardo continuava a fuggire, e i suoi occhi di ghiaccio sembravano volerti incantare per non farle più domande, per chiudere la conversazione al più presto possibile, ma non mi importava più di tanto, era la ragazza di Albert, non la mia, e mi preoccupava di più il silenzio assoluto che era calato su di lui da quattro mesi, ormai. Continuai la mia camminata per le vie della città senza incrociare più nessuno, smettendola anche di pensare alle ultime vicende che mi avevano tenuto incollato in redazione e finii la mia camminata sedendomi tranquillamente al parco fumandomi una sigaretta.

Fu due settimane più tardi che ebbi inaspettata notizia di Albert, mi aveva telefonato Walter, un suo collaboratore alla TV, che mi diceva che da una settimana Albert era irrintracciabile, al telefono, sul PC, ovunque. Walter mi chiese gentilmente di provare a sentirlo io, che ero il suo più vecchio fidato amico dai tempi delle medie, perché quel comportamento di Albert a lui appariva davvero strano. Gli dissi che avrei provato a sentirlo io, mentre Walter mi spiegava che stavano ormai lavorando da tre mesi ad un nuovo progetto molto importante, per una casa discografica e che si erano già incontrati diverse volte, nell’ultimo periodo,  nella villa di Albert, lui, Walter e la cantante Kinna, un astro nascente nel panorama della musica pop, e dovevano lavorare su testi, melodie e video, ma che da una settimana Albert era completamente irrintracciabile, non si sapeva più niente e i finanziatori del progetto gli stavano con il fiato addosso. Dissi a Walter che avrei fatto il possibile e glielo avrei comunicato e, dato che lui di Leida non aveva detto niente, non gli chiesi in merito.

Presi la macchina la sera stessa, visto che al telefono effettivamente Albert non rispondeva, tantomeno su Skype, e decisi di uscire fuori città e andarlo a trovare direttamente di persona alla sua nuova villa.
Kinna… pensavo, quella cantante che avevo visto l’altro giorno per sbaglio alla TV, girando i canali, quella ragazzina dalla pelle olivastra che, mi dicevano i colleghi di giornale, faceva tanto impazzire le giovani adolescenti di mezzo mondo, e ora in parte mi spiegavo l’assenza di notizie da parte di Albert: un progetto molto importante doveva essere, e mi chiedevo anche come avesse trovato nuova ispirazione le volte che lui e lei si erano visti nella sua nuova villa negli ultimi tre mesi.
Ci misi mezz’ora, tra le luci notturne della città, a uscire dal centro e ad arrivare in periferia alla villa di Albert, tra le strade poco trafficate della notte, che sembrava che le uniche macchine in giro fossero quelle che vedevo appostarsi di fianco alle prostitute qua e là per la città notturna, o qualche gruppo di giovani per uscire nel loro locale preferito durante la settimana.
Arrivai davanti all’enorme cancellata della villa di Albert verso le undici di sera, scesi dalla macchina e suonai al citofono, neanche troppo convinto di ottenere risposta, visto che quello che mi aveva detto Walter, eppure suonai…
“Ah! Ciao! Daniel! Cosa ci fai qui? E’ da un po’ che non ci si vede, vero?”, “Sì, Albert, ciao, ha telefonato Walter, il tuo collega, mi ha detto che sei sparito da una settimana, cosa succede con quel progetto su Kinna?”, “Guarda! Lascia perdere! Ho appena finito adesso di scrivere il progetto del video per Kinna e l’ho appena inviato a Walter, sai che fiato sul collo che mettono quei finanziatori! Comunque, vieni su, che facciamo quattro chiacchiere!”, “Va bene, arrivo…” e sentii e vidi la grande cancellata aprirsi, la grande cancellata della villa signorile in periferia…
Sette, sette minuti di orologio per arrivare, tra le piante, gli alberi, i grandi prati verdi sullo spiazzo di ghiaia che circondava la villa, dove trovavo la porta dell’uscio aperta. Scesi dalla macchina e mi avvicinai alla porta e da dentro sentivo una strana melodia pop e allo stesso tempo orientale, di una lingua che mi era sconosciuta e non riuscivo a decifrare e, con mia grande sorpresa, una volta entrato, vidi Albert e Leida seduti sul divano a bersi un drink sotto le note e la melodia orientale della musica. “Ciao! Daniel!” mi disse Leida, “Ciao! Che sorpresa vedervi qua! Assieme! Come va?”, “Tutto bene, tutto bene, alla grande” mi disse Albert aggiungendo “Ho appena finito di scrivere quel video e se non fosse stato per la splendida settimana con Leida non sarei mai riuscito a trovare le idee!” “Ah! Mi fa piacere, ecco perché eri sparito da una settimana!”, “Sì, sì, guarda, qua dentro c’è di tutto, una sala registrazioni, una sala prove, una sala cinematografica, ma senza Leida è come se non ci fosse niente! Me ne sono accorto dopo un po’, anche quando Kinna veniva a provare il canto, il video, ma non mi dava ispirazione, tutta l’ispirazione l’ho trovata lontano da tutti e solo con lei, con Leida…” e vedevo lo sguardo di lei illuminarsi, al sentire le sue parole, e mi venne spontaneamente da dire: “Vedo che allora le cose tra voi sono tornate a posto, no?”, “Sì…” disse Leida, “Abbiamo chiarito e da una settimana, diciamo così, ci siamo riavvicinati…”, “Bene, mi fa piacere!” dissi io, “Prendi! Daniel! Vuoi un drink anche tu? Raccontaci un po’ tu cosa hai combinato nell’ultimo periodo al giornale!”. Accolsi l’invito volentieri, mi presi un bicchierino di vodka e passammo tutta la serata a parlare di noi, del lavoro, della vita, del mondo dello spettacolo e di attualità e mai mi sembrava di aver visto Leida e Albert così felici assieme, così distesi e in sintonia, che quando finì la serata mi veniva quasi l’invidia per loro due, se non fosse che che il mio sentire per loro era pura amicizia.
Finimmo la serata verso la una di notte e ci mettemmo d’accordo per sentirci e vederci ancora, magari fuori, al vecchio pub del centro, per bere qualcos’altro.
Tornai a casa in macchina e la vita proseguì come sempre, tra le giornate in redazione, colleghi e colleghe, e passò un po’ di tempo prima che si sentissero di nuovo.

Avvenne circa una decina di giorni dopo, quando Walter e Leida si presentarono all’improvviso in casa mia allarmandomi: “Vai da Albert! Non so cosa gli è successo!” mi disse Leida tutta agitata e sconvolta “Deve aver esagerato con il lavoro! O con l’alcol, ma Albert sta male! Ha cominciato a delirare! Albert è andato come in trance! Non fa che ascoltare musica su musica, del mio paese! E non vuole smettere! Non vuole mettere piede fuori da quella villa e non fa entrare nessuno! Dice che sta lavorando a un progetto colossale, che cambierà la storia dei media, e che ha bisogno di ispirazione per completare il lavoro!”. “Musica? Che musica? Musica albanese?” chiesi io “Sì! Del mio paese! Gli avevo detto di non ascoltarla, che lo manda in una specie di stato di ipnosi, di trance, con tutte quelle melodie arabeggianti, me ne ero già accorta!”, “Ma non aveva finito con il progetto con Kinna?” “Sì, ma da allora è diventato sempre più strano, si era come invasato, infatuito per lei, mi aveva anche confessato che era stato a letto con lei, prima che decidesse di rivedermi, perché non trovava nessuna che le desse ispirazione come me! Ma da allora è strano!”, si agitava sempre di più Leida. “E cosa dovrei fare io?”, chiesi, “Non lo sappiamo! Tu sei il suo migliore amico dai tempi delle medie, magari con te ritrova il senno, chiamalo! Vallo a trovare! Non vogliamo che impazzisca per il lavoro! A noi due non risponde più!” mi disse Walter, che era anche lui, come Leida, visibilmente preoccupato, in agitazione, e mi stavano facendo temere per il peggio.
Decidemmo di prendere la macchina e andare tutti e tre direttamente alla sua villa, alla villa signorile in periferia.

In un attimo fummo là, attraversando la città, le vie, e ci trovammo di fronte alla grande cancellata che era però spalancata, e percorremmo subito la stradina tra il verde che portava alla villa, non sapevamo perché la cancellata fosse spalancata, e anche la porta della villa, si sentiva soltanto un frastuono immenso, le note orientali albanesi che invadevano l’aria, l’ambiente, il verde lì attorno, un frastuono tale provenire da dentro la villa, neanche fossimo al più caotico dei concerti.
Io, Walter e Leida ci precipitammo subito nell’abitazione e le nostre grida erano inudibili sotto quelle melodie allucinanti e ipnotiche, gridavamo il nome di Albert, ma non avevamo risposta, né nel nostre voci si udivano, né lui si vedeva, ovunque cercassimo. La melodia orientale era sempre più ipnotica e vedevo Leida con le lacrime agli occhi, impaurita, agitata, Walter correva dappertutto nella villa alla ricerca di Albert quando ad un tratto sentimmo la musica arrestarsi di colpo, il silenzio… il silenzio… “Albert! Dove diamine sei?!! Dannazione! Questa villa è immensa! Dove ti sei cacciato?!!” gridò Walter, mentre Leida ormai era scoppiata in pianto. Girammo ancora per tutta la villa, nella sala prove, nella sala di registrazione, ovunque, quando alla fine entrammo nella stanza matrimoniale con il letto a baldacchino rosso… là, appeso ad una trave del soffitto di legno trovammo appeso Albert, tra mille fogli di bozze di idee e di progetti per quel programma che stava studiando per rivoluzionare il mondo dei media…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Traduzioni, Visioni

E lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

Haram

Veten time me nga ty se ndaj, nen lekure akoma t’maj
A thu kam faj?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Ref
Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don, dhe kur gabon…

Syte e mij me nuk shohin qart, se lotet m’i ke lan.
A kshu m’ke dasht?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don dhe kur gabon…

Proibito

Non riesco a separarmi da te, sotto la mia pelle ancora ti sento, e dici che è colpa mia? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

I miei occhi non riescono più a vedere chiaro, perché le lacrime me lo impediscono, è così che mi hai amata? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

 

Amore proibito, proibito, all’ascoltare questa canzone tutta la malinconia, il senso di perdita, e mi sento come una barca perduta nel mare senza di lei, senza Leida, nonostante tutto, che ora mi accorgo, mi accorgo finalmente di quanto mi ero legato a lei, nonostante tutto, nonostante una fosse una donna tutta inganni, che mi legava a sé, mi stregava, mi portava via… questa canzone che ascolto in giro, passeggiando, ora di qua e ora di là, con le tipe che mi guardano al sentire la musica uscire dal cellulare, un sogno d’amore ora che l’amore è perduto, che ogni volta mi vengono in mente le sue parole, non essere così chiuso in te, perché sei sempre così pensieroso? Sii più libero… che sono stufo di pensare e di scervellarmi, sono stufo anche di stare insieme a gente ottusa, solo per avere qualche soldo che ora non so più neanche come spendere, un lavoro che non va, il lavoro che lei diceva voleva cambiare, entro dicembre, e infatti lei ora là non c’è più… l’amore che non è solo sesso, e ora me ne rendo conto, sarebbe stato bello condividere con lei momenti, parole, se solo fosse stata la ragazza giusta, se solo lei non mi avesse portato via con la sua arte magica, da incantare chiunque, con le sue parole, con la sua seduzione… e ora rimango così, spogliato di tutto, anche dei sogni di altre ragazze, e non ne cercherò più per un po’, tutto quel delirio erotico di una volta, solo perché Leida non mi bastava mai, ci sarebbero volute ore e giorni e minuti, per sentirla mia, ma ora che non c’è più rimane questa malinconia delle canzoni, e un senso di liberazione dalle trame erotiche che mi stavano facendo impazzire… è finita forse l’epoca della mostruosità, e me ne accorgevo passando davanti a Manuela, quando apparivano tutte le ragazze dell’ultimo periodo, troppe, davvero, Leida, Marina, Ana, Isabela, Aleksia, la ragazza romena senza nome, che in quel delirio erotico non mi soddisfacevo mai abbastanza, ingordigia erotica senza fine, fino a trovare la sete acquietata, e la chiarezza dei pensieri e della visione, non più accecata dall’erotismo di Leida… mi rimane di lei la sua lingua, quella lingua che sto imparando non so neanch’io come, la malinconia e la tristezza, e la voglia forse ancora di buttarsi sempre di più nelle lettere, e farla finita con gente dalla visione corta e ottusa, sul lavoro, tra le amicizie, un po’ ovunque, e quasi dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, a fare chiarezza in me, a sfogarmi e cercare quella via che porta ad essere me stesso, tra libri e lingue e studi, che nessuno centro culturale né nessuna associazione di volontariato potrà mai far emergere… smettono anche di scorrere i pensieri di liberazione con Maria Teresa a cercare una via per liberarmi di me e di questo lavoro, per essere me stesso, la liberazione se avverrà avverrà solo in me, da me, senza bisogno di nessuno, quando io imparerò ad essere me stesso, ad accettarmi, ad accettare la fine di questa storia e forse di questo periodo, senza più alienarmi in dottrine e filosofie e ideologie altrui, quando non sarò più alienato dai mondi che leggo… vorrei davvero solo liberarmi, liberarmi e trovare me stesso, non essere più soffocato dal mondo, dal lavoro, dagli studi, da me stesso, dagli incontri con educatrici e dottori, liberarmi per due mesi e anche di più, in quel periodo che mi porterà al mio compleanno, dopo tre anni, senza di lei, senza Leida, due compleanni fa c’era lei, anche tre compleanni fa, il compleanno scorso c’era il sogno per Marina, che è stata una delusione, e dopo tre anni Leida non c’è e forse non ci sarà nessuna al mio trentatreesimo compleanno, forse ci saranno solo gli auguri sparsi di qualche amicizia virtuale, qualche augurio tra la gente che mi sta vicino, quella poca attorno a me e che si ricorda di me, ma sarà forse un compleanno spento, senza visioni religiose, senza fluttuazioni di senso, con la sola coscienza che Leida ora non c’è più… e non c’è più e per un po’ non ci sarà più nessuna come lei, forse solo casualmente, così chissà come, non mi importa più, attendo solo che il tempo faccia chiarezza, che tutti i nodi si risolvano, si dimentichino, si disfino, e andrà avanti tutto da sé, dopo quasi un anno di decompressione e compressione, sviamenti e deliri, che non mi fido neanche più delle parole che passano dentro di me, di quella della mia coscienza, non mi fido più delle parole e lascio a volte solo la musica e il canto coprire i pensieri, come una musicoterapia… e non mi fido neanche più a continuare questo post, queste pagine, lascio andare via i pensieri, non me ne curo più, solo il tempo mi guarirà, solo il tempo e la dimenticanza, e tutto andrà sempre meglio, di giorno in giorno, perdendo vizi e abitudini, pensieri automatici, stranezze, vivrò forse una vita normale, senza pensarci troppo, senza andare a cercare pensieri trascendentali, sulla storia, sul mondo, sul destino, è giunta l’ora di semplificare le cose, non scervellarsi più, e lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nel velo di Maya, nella Grande Allucinazione di tutti i media…

Alienarsi con internet, di fronte al profilo perfetto, da vero postmoderno, di un ex collega di università, in Olanda, a lavorare per un’azienda chimica, sezione marketing e comunicazione, due master alle spalle, in Danimarca, in Olanda, lui che diceva voleva diventare giornalista, perdersi nel mondo dei media, dei social, fare comunicazione digitale, il sogno di tutti noi, quasi nativi digitali, invasati con l’inglese, con le lingue, e con internet, l’invidia… l’invidia da star male, ripensare ancora tutto, alienarsi nelle riviste, nei giornali, sul pc, di fronte ad altre lingue, il mondo della manipolazione che entra dentro di te, e più sei solo, più ti fai manipolare da tutto ciò che vedi e che leggi, e tutto sembra diventare una legge sacra, la legge sacra di essere costantemente aggiornato, di sapere tutto, tutte le lingue, tutte le storie di paesi lontani come Germania, Russia, Albania, Olanda, Inghilterra, sapere sempre tutto, essere costantemente aggiornati, ed alienarsi così tanto da voler quasi diventare giornalista te stesso, o almeno traduttore di notizie, diventare l’oggetto in cui ti perdi, non distinguendo più te stesso… che mi ricordava quella compagna di università, Berenice, con il lutto della madre alle spalle, sempre alienata nei quotidiani, nel mondo intellettuale, lei che voleva diventare giornalista, anche lei, ragazza sola, disturbata, alienata, che stavo facendo la sua stessa fine in questi ultimi giorni quando, al posto di stare in mezzo alla gente, mi volevo alienare sempre di più nel mondo fittizio delle immagini e della realtà mediata dai mezzi di comunicazione di massa, annullare me stesso nel mondo delle apparenze… ci voleva una domenica in compagnia con Stas, Larisa, Dmitrij, mio padre, mia madre, per uscire da quel mondo fittizio, che Viktor Pelevin racconta molto bene nel suo romanzo “Generation P”, il mondo fittizio, la televisione, le notizie studiate ad arte, il vendere patriottismo, sogni, ideologia, come un grandissimo velo di Maya sempre a nostra portata, in ogni istante, in ogni luogo, sul pc, sul cellulare, sul tablet, nel mondo della carta stampata, alla televisione, alla radio, immergersi completamente in questa realtà mediata, in questo velo di Maya, e diventare un inventore di notizie, di fattoidi, di fattacci, di tendenze politiche, diventare la mente dietro tutto questo mondo di apparenze, la mia perenne e antica allucinazione, il mondo delle apparenze, il velo di Maya da imporre, da controllare, da inventare, il mondo che avrei voluto scegliere come mio lavoro: inventare notizie, inventare storie, inventare il velo di Maya… e uscirne, uscirne solo con la vicinanza con altre persone, la lettura di qualche saggio filosofico esistenziale, la sapienza del Qohelet, icone dimenticate in me, la vicinanza con le persone dopo essere impazzito più volte, essere andato dai carabinieri per lamentarmi anch’io di non so cosa, loro che non potevano fare niente, perché non c’era niente da fare, niente che andasse contro la legge, solo sentire uno strano male alle parole Ucraina, alla vicinanza con gli ucraini, e rimettere a posto nei sentimenti la depressione di una volta per Alina, che si manifestava alla loro presenza, con strani sintomi, tutti dovuti ai sentimenti, alle emozioni, e la razionalità che sragionava continuando a lamentarsi di cose che non esistevano… il velo di Maya di questi mezzi di comunicazione, il velo dell’inganno, che ora che scrivo già mi accorgo di quell’altro virtuale che vorrebbe dettare le sue regole, dettarmi la sua visione del mondo, la sua ideologia, quando il trucco sta tutto nello staccare e nel distaccarsi da questi mondi fittizi fatti di immagini e parole e ideologie nascoste, e scopro dentro di me la mia spinta a studiare di sempre: immergersi nel velo di Maya per poter un giorno controllarlo da dietro le quinte, inventare programmi, inventare notizie, essere il capo della Grande Allucinazione… non era forse tutto qui la mia follia? Un mondo fatto di immagini, di inganni, di apparenze? E il mio profetismo altro non era che alienazione totale nel mondo fittizio, far diventare la propria vita come la storia che appare alla televisione, mania di tutti, di apparire, di essere sullo schermo, di comandare le storie, di inventare personaggi, di scrivere stando nell’ombra, di comandare, di manipolare gli altri, come se i mezzi di comunicazione di massa si rivolgessero a persone inermi e passive, che accolgono tutto senza critiche tutto ciò che gli viene propinato, come se potessi conquistare il mondo con l’inganno, inventando la Grande Allucinazione… mia follia di sempre, che ora riconosco, anche quando nel tempo libero ancora mi dò a letture e studi, ma non per fare di questa Grande Allucinazione il mio dovere, il mio compito, il mio lavoro, ma solo uno svago per non spegnere il cervello, senza che però tutta questa finzione diventi più vera della realtà… non mi chiedo più di diventare giornalista, dopo aver visto articoli su giornalisti uccisi dai poteri forti, dalle mafie, dopo aver visto un altro trentenne ieri in televisione, già giornalista, già anni di esperienza alle spalle, la sua parlantina di mondi fittizi, da televisione, mi accorgo solo della mania di tutti, apparire, apparire ovunque, non importa dove, alla televisione, su internet, diventare qualcuno, diventare un personaggio del mondo dello spettacolo, diventare un’immagine, un’icona, un personaggio della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, distorsione del mondo che inganna tutti, come quell’amico di una volta, genio incompreso, secondo lui, come quell’altro, che voleva scrivere, come l’altro che voleva diventare artista e musicista, tutti quanti presi nelle trame della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, i mezzi di comunicazione di massa… si ritorna alla realtà, così, stando in mezzo alla gente, diventando più concreti, diventando più umani, senza pretese di ogni sorta, senza aspirazioni diaboliche, senza superbie, ci si accorge dei propri limiti, e della propria umanità, stando insieme agli altri, di domenica, neanche fossero i tempi delle grandi domeniche con i parenti, ritorna però quel sentire, quel sentire che sa di vero, di realtà, e non più di alienazione nel mondo dei veli di Maya e delle Grandi Allucinazioni, che passa la voglia di alienarsi di nuovo, e viene invece voglia di guardare con più distacco tutto ciò che passa sul velo di Maya, come una semplice esercitazione per capire il mondo, per parlare con gli altri, per essere informato, ma trovo il nocciolo di tutta la mia follia: l’alienazione nel velo di Maya dei mezzi di comunicazione… e qui c’è tutto Pelevin e la sua “Generazione P”, tutto il suo buddhismo postmoderno, qui c’è tutta la mia follia, e la mia uscita dalla follia, qui c’è tutto, anche le brevi frasi di quel libro sulla manipolazione e sui media, che non costringono tanto, ma affascinano, come dei seduttori, in ogni campo, dalle notizie alla pubblicità, dai social, alla politica, e in ogni cosa, in ogni dove, che la realtà sta altrove, e la propria anima anche è solo dentro di me, non più trasmessa ad uno schermo, caricata nel mondo virtuale, rimangono le tracce dello stare male per Alina, le tracce della depressione, i ricordi, che poco alla volta stanno guarendo, rimangono i sogni di una Marta che stava seduta sui banchi di scuola, mentre la bionda prof di filosofia leggeva qualche brano come se fosse la sacerdotessa di dottrine esistenziali ed esoteriche allo stesso tempo, le immagini di un sogno tra l’onirico e l’esoterico, desideri d’amore sbiaditi e contraffatti dall’esistere nel sogno, come Marta, come la bionda prof di filosofia, nell’ambiente più rilassante del mondo per me, la scuola, là dove ancora l’umanità era a due passi, tra ragazze e ragazzi, senza lo stress del lavoro, di sapere, di diventare qualcuno, di dover apparire, di dover raggiungere per forza e subito il proprio traguardo di carriera, apparire, essere qualcuno, avere il potere di comandare e inventare tutto il velo di Maya e la Grande Allucinazione, solo nel sogno c’era ancora il ricordo di un amore e di parole vere, genuine, scaturite dalla voce di lei, la prof di filosofia, e dall’immagine di giovane bellezza di Marta, che mi visitava nel sogno, quasi a dirmi di nuovo di sentirla e vederla, se solo lei non fosse persa nelle sue regressioni tra vecchie donne di famiglia e affetti per gli animali domestici, e non si sa che cosa ancora, il solito periodo destabilizzante dopo l’università, dopo che tutto diventa qui e subito, lavorare, lavorare, lavorare, essere qualcuno, fare carriera, guadagnarsi un’identità lavorativa, diventare qualcuno, apparire, essere, diventare, qui e subito, qualcosa, qualcuno, non più rimandato ad un incerto “più in là dopo l’università”, quando tutte le pressioni del mondo si fanno sentire, e credi che tutti gli altri siano felici e realizzati, arrivati, quando ti confronti solo con chi è più in alto di te, quando ti confronti con i tuoi ideali di chi volevi diventare e chi volevi essere, sogni forse irraggiungibili, tanto vicini alla megalomania, ai deliri di onnipotenza, alla sete di potere e diventare, di essere, di apparire, la follia di sempre e di tutti in questo mondo tra il postmoderno e il virtuale… si esce così dall’inganno, e non te ne accorgi neanche, e non ti accorgerai neanche, se sbaglierai di nuovo, come ci entrerai di nuovo nel mondo delle finzioni, nel grande velo di Maya, nella grande allucinazione di tutti i mass media…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Viaggio notturno, onirico ed erotico… 

Le tenebre, una luce blu, immaginaria, nella notte, una luce blu scura, I’ve got the blues, mi veniva da dire, e il pensiero che andava ad Alina, ora che non c’è più, ora che per lei ogni sopravvivenza d’amore non c’è più, le tenebre dell’anima e una luce blu, la stanchezza del giorno, abbandonarsi alle tenebre, e lasciarsi immergere dall’aurea oscura, per poi spegnersi… nel sogno, un sogno dorato, dove mi ritrovavo per vie nella notte, in macchina, su strade sconosciute, in mezzo ai campi, vicino a qualche stazione del treno, alla ricerca di Leida, il ricordo di lei, erotico, nella notte, il sogno erotico alla ricerca di lei, ora che anche lei non c’è più… fermarsi da una sua collega, che mi diceva: “Stai venendo troppe volte, lei è arrabbiata con te, sei andato troppe volte, devi darti una regolata…”, l’hybris, l’eccesso, trasgredire il limite umano, andare oltre il possibile, lo sguardo tecnico e religioso di un compagno delle superiori, dei tempi dell’ITIS, quando c’era ancora Luca, il suo sguardo che mi compativa, quasi, che già sapeva, del limite umano, trasgredito, il suo sguardo tecnico che mi diceva che il corpo umano non è una macchina, che ha costantemente bisogno di essere soddisfatta, ad ogni pulsione, l’erotomania, la sessomania, l’esagerazione, il suo sguardo che dava una prognosi: lo sguardo tecnico di chi comprende l’eccesso… “Devi darti una regolata, noi ci siamo dalle dieci alla undici, e nel pomeriggio dalla una in poi, fino alle cinque, non cercarci in altri orari, lei è arrabbiata con te, non ti vuole più…” Leida, il suo sguardo imbronciato, nel sogno, l’esagerazione e l’eccesso e il ricordo di lei, un desiderio spento, nostalgico, dopo la fine, la sopravvivenza di lei nel mondo onirico, nel mondo erotico dei sogni, un desiderio rimasto inappagato, il ricordo erotico di lei nei sogni, l’estasi erotica, l’eccesso erotico, e un sogno di voluttà… una colombiana che stava con me in un pomeriggio, a parlare, a sorridere, un’altra di quelle, il suo sorriso mentre le sciorinavo la mia vita, la mia relazione con Leida, lei che sembrava comprendermi, lontani da non so cosa, da non so chi, forse dalla presenza di Leida, in viaggio, fuori dalla macchina, su un campo come vicino ad un’autostrada, a parlare, per andare chissà dove, meta sconosciuta, in quel continuo viaggio notturno, onirico ed erotico…  svegliarsi così, con tutta la sensazione di aver perso la scia di Leida, di aver oltrepassato il limite, con quell’immagine di Aleksia che sembrava parlarmi, dicendomi di non oltrepassare più il limite, con il suo sguardo comrpensivo, come mi appariva prima del sogno, tra il ricordo di Alina e aver rivisto Ana e Aleksia per le strade di giorno, dove il desiderio non era più solo erotismo, ma bisogno di parola, di ascolto, di relazione, eppure non c’era niente, il silenzio della città, la città e il suo asfalto, il nulla che rimaneva dopo gli eccessi erotici, il nulla… non c’è niente al di fuori delle relazioni per le ragazze, dell’amore per loro, mi dicevo una volta, no, nessuno ti può amare tanto come Dio, diceva Eugenia, lasci perdere la filosofia, io non ci capisco niente di Freud e Lacan, è tutto una questione di figa, alla fine, diceva il dottore una volta, lasciar perdere al risveglio improbabili evocazioni divine fatte solo di nevrosi e gesti scaramantici, solite nenie ipocrite, giri dell’anima non in pace con sé, solo nel sogno e nel risveglio si manifestava la verità, la verità della perdita di Leida e dell’eccesso di tutto l’erotismo, pagare il fio di un hybris erotica che ora sfiora toni depressivi e malinconici, tra un ricordo delle tenebre di Alina e il viaggio onirico, erotico e notturno di una Leida che non c’è più… chiudere l’accesso a discorsi sempre uguali, a desideri senza fine ormai acquietati, la fame e la sete che non ci sono più, là dove le pulsioni si manifestano solo nel sogno, il mostro che mangerebbe infinite ragazze che si trasforma in un principe, la visione delle uniche ragazze rimaste, senza provar più smania, Ana, Aleksia, Manuela, Miryam, la giovane cameriera, cosa fa di ognuna di loro così speciale? Niente, ragazze pubbliche, tanto uguali l’una all’altra per la loro bellezza e per la loro interscambiabilità nel mare dei desideri, mostro assetato che si trasforma in una creatura mitologica sublime, sogno di bellezza, sogno di amore, là dove il solo erotismo ha ecceduto, nel sogno di Leida, di quelle ragazze, non lasciarsi andare a cavalli di Troia di pensieri che si infiltrano nell’anima per avvelenarla, una sigaretta che ricordava quell’ultima notte con lei, quel pacchetto di sigarette dalle immagini quasi da farsi suggestionare, se non fosse stato per lei, per Leida, per il piacere notturno, portarle altri due pacchetti, le sigarette giuste, l’ultima notte, l’ultimo sguardo, di una ragazza che cominciava a chiedere troppo da me, io troppo da lei, relazione portata all’eccesso, il ricordo nella notte, un desiderio inappagato, lo sguardo comprensivo e la voce comprensiva d’Aleksia, in macchina, “Non superare l’eccesso, vieni da noi meno spesso, non esagerare…”… le forze risucchiate fino al midollo, la giacenza di pensieri nelle tenebre di Alina, I’ve got the blues, in un sogno blu e nero che diventa dorato e mistico nella notte, comincio a essere stufo, ad essere stanco, a cercare qualcosa di più, là dove tutti i desideri sono stati esauditi fino al midollo, desiderio insaziabile che incontra il suo eccesso, per farsi strada solo nell’immagine di altre ragazze pubbliche che niente hanno da offrire se non la loro presenza, la loro immagine di bellezza che richiama ad un amore che mai sarà, e nel sogno, nel sogno del viaggio notturno, onirico ed erotico ritrovare lei, Leida, desiderio inconfessato, e svegliarsi con la coscienza dell’hybris, e il nulla, e la stanchezza di vivere…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

La liberazione…

Sentirsi come ai tempi del ricovero, sdraiato sul letto, incapacitato di ogni pensiero e ogni attività, il sogno di una quiete ineffabile, il silenzio, un silenzio monastico, o da ospedale, corsia dei malati di mente, il silenzio, la quiete… passare un paio d’ore così, senza che il sonno arrivasse, alzarsi solo per uscire da quel luogo opprimente, la voce delle donne che facevano le pulizie in casa, l’ucraino che lavorava l’orto, i due lavoratori che installavano l’apricancello automatico, fuggire, fuggire di qui, prendere i soldi e fuggire, andare via, cambiare ambiente… fermarsi a comprare un paio di jeans neri, di ricambio, bersi un caffè alla macchinetta del supermercato, fumarsi una sigaretta, nel piazzale, guardando verso un Est irraggiungibile, senza dire niente, senza pensare a niente, nella quiete del primo pomeriggio… entrare nel supermercato e comprare un paio di cose che avevo lasciato in sospeso, uscire, prendere la macchina e andare al parco, verso la biblioteca, e un’aria di liberazione cominciava a lasciarmi libero… non dirigersi subito in biblioteca, alla ricerca di chissà quali libri, ma mettersi lì, sulla panchina del parco, dopo essermi fumato una sigaretta, e finire quel libro commerciale di Jo Nesbo, le ultime pagine, le ultime righe, che non dicevano più niente, neanche l’atmosfera di trepidazione da thriller… e la rivelazione, su quella panchina del parco, un po’ come stare sdraiati su quel letto che sembrava di ospedale, la sessomania, l’erotomania, il sesso eccessivo, in due parole, troppo sesso, troppo sesso ultimamente, da prendersi una pausa a tempo indefinito… il sesso e la libertà, la libertà da relazioni con le ragazze, dalla smania di cercare una ragazza che faccia per me, cambiare le immagini attorno a me, basta pensare alla Romania, basta, vedere in quell’aquila che ogni volta cambia immagine ai tratti l’icona di Cristo, ai tratti l’immagine di Madre Teresa, il ricordo di Leida, che ora finalmente non c’è più, la liberazione… ascoltarsi in automatismo una canzone di Nora Istrefi, bona gabime, ho sbagliato, ho sbagliato, troppo sesso, da stare male, la liberazione… il senso di libertà, il senso di liberazione e di salvezza dal sesso, come un’oscura dottrina rasputiniano o shabbatiana, la redenzione attraverso l’eccesso nella trasgressione, il Volto che mi acquietava… finire il libro di Nesbo e andare in biblioteca, senza pensare più alla nevrosi della mattina, quando scambiavo due parole con Miryam al bar, il Volto che mi salvava, e i libri da consegnare, altri da cercare… non più romanzi, per un po’ basta con le storielle, anche Hoffmann e i racconti horror non mi attraevano più, cercare qualcosa di saggistica, filosofia, scienze politiche, sociologia, come ai tempi dell’università, trovare i miei titoli, tre libri, dopo aver soppesato di prendere un fumoso libro sull’Islam, l’Islam di una volta, di altri luoghi, un Islam che non c’è più, lasciar perdere quella cultura e civiltà così diversa e così distante… la quiete del pomeriggio, scegliere libri con calma, leggere con tranquillità, non essere sospinto dalla camminata, già fatta la mattina, avere solo fame, la sera, cenare a casa, leggere altre pagine di quel saggio, pagine illuminanti, e la quiete, la liberazione da Leida, dal sesso, dalla Romania… finire di cenare e accogliere al cancello gli ucraini, con tutta la leggerezza del mondo, senza più l’oppressione della settimana lavorativa, dei soldi da aspettare, da spendere in malo modo, la liberazione dal troppo studio, dal rosso e il nero dell’anima, da quella lingua olandese che sentivo frusciare in me quando mi distendevo sul letto moribondo, nella quiete, nel silenzio, lingua piacevole da ascoltare, non altrettanto da capire e parlare, la voglia di parlare in lingue straniere che non c’era, la liberazione da troppi compiti e precetti, da troppi comandi e ingiunzioni, la liberazione… passare la sera così, dopo un decaffeinato al bar, un’altra sigaretta, e non pensare più ai soliti discorsi, la liberazione dal sesso, dalla Romania, da Eugenia, dal dover scrivere per forza qualche racconto, dal dover per forza “dare una mano”, dallo stare chiuso in casa/magazzino, cambiare prospettiva, spostarsi, muoversi, senza scappare da niente, se non dai miei demoni personali, senza eccedere nei libri, nei film, nella musica, cambiare luogo, cambiare prospettiva, fermarsi un attimo, riposare… il pomeriggio di quiete, la sera di quiete, che non so nemmeno che musica più ascoltare, che film più guardare, che lingua più leggere, forse solo la voglia del silenzio, niente più gesti occulti e nevrosi, il Volto, il Volto, la liberazione…

Short Story

Giuditta e Oloferne

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Albert stava seduto sulla panchina, nel parchetto davanti la chiesa avventista, teneva la sua Bibbia in mano, dopo aver sfogliato senza voglia qualche pagina, solo per cercare di imitare quei giovani ragazzi e ragazze che aveva conosciuto da poco, da qualche sabato, quando, prima del sermone, c’era un’ora di letture condivise e di commenti. Non sapeva che lettura gli sarebbe capitata questo sabato, quali versetti, e non sapeva nemmeno lui bene perché fosse in quel parchetto, ad aspettare l’arrivo degli altri giovani, sapeva soltanto che aveva voluto cominciare a frequentare quella chiesa su invito di una sua compagna di università, Eugenia, e ora gli si era presentato il momento, dopo una storia finita un po’ male con un’altra ragazza che frequentava, e andare in chiesa gli sembrava un ottimo modo per prendere quello che gli altri chiamavano un periodo di riflessione. Stava seduto sulla panchina, con la sua Bibbia in mano, chiusa, la sua Bibbia dalla rilegatura rossa, tascabile e cattolica, e guardava gli altri adulti che arrivavano, in chiesa, mentre si fumava la sua sigaretta nel parco. Secondo gli standard avventisti fumare era inconciliabile con gli insegnamenti impartiti che mi mischiavano teologia e numerose ingiunzioni salutiste, dalla dieta a tutta una serie di altre regole, da perdere davvero la testa, ma non sapeva nemmeno Albert bene perché volesse dare un taglio netto alla sua vita, sapeva solo che aveva bisogno di un periodo di astinenza dall’alcol, dalla musica, dai cibi spazzatura, dal sesso con quell’altra ragazza che lo aveva fatto andare fuori di testa, o così credeva lui, forse era solo perché era attratto da quella compagna di università, Eugenia, eppure continuava a fumare. Eugenia quel sabato non ci sarebbe stata, come era già così da un paio di sabati, era estate e lei si era presa una vacanza in Romania, il suo paese natale, ma Albert aveva deciso lo stesso di frequentare la chiesa per non sembrare ipocrita, per mascherare quella specie di sentimento che provava per Eugenia, o forse per convincersi di doversi dare una regolata nella vita, aveva quasi raggiunto i trent’anni e si ricordava di tanti discorsi sentiti da gente più grande: “A vent’anni mi disfacevo, mi distruggevo, poi più avanti mi sono calmato…”. Dove stava tutto quel discorso? Era un discorso che reggeva? Era arrivato anche per lui il momento di darsi una calmata? Non lo sapeva e cercava le risposte tra quei versetti biblici e quei giovani avventisti che ora gli apparivano come un nuovo modello di stile di vita. Era una giornata calda, irrespirabile, una giornata calda di agosto e per fortuna aveva scelto una panchina nel parchetto che stava all’ombra, per non sentire il caldo afoso di Milano, anche se la mattina presto risparmiava un po’ i milanesi per lo più tutti diretti chissà dove, con i loro voli low cost o le loro destinazioni esotiche, o più semplicemente al mare in qualche località fra le tante del Salento o di Rimini. Alle vacanze lui non ci pensava, pensava a Eugenia, quando sarebbe tornata, lei che gli raccontava della bellezza della natura romena, dell’incontaminatezza dei paesaggi, lei che tornava a casa da lei, dai suoi parenti, una famiglia di dieci persone, tra madre e padre, e figli e figlie, una famiglia così numerosa che non si sapeva nemmeno lui spiegare, anche perché Eugenia gli aveva detto che i suoi genitori erano pure separati, sua madre viveva in Danimarca e suo padre invece si trovava in Italia, come lei, del resto, tranne che per questo periodo estivo dove lei si era presa le vacanze. E infatti vedeva il padre di Eugenia arrivare, camminando sul marciapiede, e fermarsi anche lui nel parchetto, solo per parlare con altre due donne romene sulla quarantina che stavano anche loro aspettando l’inizio del sabato, e Adrian, il padre di Eugenia, guardava per un attimo con occhio torvo Albert, squadrandolo, ma continuava poi a parlare nella sua lingua con quelle due signore romene, probabilmente qualcosa legato alla chiesa. Non gli andava di salutare quell’uomo sulla cinquantina, dai capelli bianchi, dal fisico affusolato e dal completo grigio con camicia bianca, gli sembrava proprio il modello sobrio di un protestante di una volta, con in più un certo fanatismo, come gli era sembrato di vedere qualche sabato prima, dopo il sermone, mentre parlava con altre donne e uomini e continuava a ripetere, in ogni frase, “Dumnezeu…” “Dumnezeu…”, il Signore, il Signore…

Stavano per diventare le nove in punto e Albert guardava il suo orologio, stava per decidersi ad attraversare la strada e a entrare in chiesa, quando vedeva un giovane uomo, dall’entrata della chiesa, guardare verso di lui, alzando il braccio con un saluto ieratico, quasi come per benedirlo, e per invitarlo in chiesa. Albert capiva sempre di meno cosa ci facesse lì, di sabato, tra Adrian che non gli rivolgeva la parola e sconosciuti che sembravano benedirlo con uno sguardo magnetico incomprensibile, e si chiedeva soltanto quando sarebbe tornata dalle vacanze la sua amata compagna di università, Eugenia, che ora cominciava quasi a maledire.

Attraversava la strada e attraversava la soglia della chiesa, passando oltre quel corridoio spoglio che aveva solo come unico disegno le pagine di un vangelo aperto e i versetti di Giovanni:

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.”

Questi versi gli erano sempre sembrati misteriosi, ma erano bastati a convincerlo, sin da piccolo, che nelle parole ci fosse qualcosa di magico, di sovrannaturale, di divino, e forse era per questo che si era iscritto alla facoltà di lingue straniere all’università, dove, insieme a Eugenia, avevano completato gli studi del trienno, diplomandosi entrambi a pieni voti, solo che lui aveva continuato gli studi, mentre lei si era fermata, trovando tutta la sua ragione di esistenza nella chiesa avventista, dove ormai si dava anche a piccole occupazioni di evangelizzazione. Non riusciva proprio a capirla, una ragazza così, così affascinante, che aveva anche lavorato come modella, brillante negli studi, tanto che il prof di linguistica generale con il quale aveva scritto la tesi le aveva quasi prospettato una carriera universitaria, non riusciva proprio a capire come una ragazza così, che per anni era anche sembrata capace di flirtare con lui, si fosse data così tanto alla religione, e forse si trovava in quella chiesa proprio per capire il mistero.

E alla fine del corridoio c’era lei, la giovane e bella sudamericana ventenne, anche lei studentessa universitaria, in marketing, che lo aspettava e lo accoglieva, davanti ad un quadro che racchiudeva una tessitura con scritto: “Dio è amore”. “Ciao Angie!” “Ciao Albert! Ci sei anche oggi? Oggi non c’è quasi nessuno…” “Vabbè fa niente, sono venuto lo stesso” “Sono quasi tutti in vacanza, ma bravo che sei venuto anche quando non c’è Eugenia” “Sì, è meglio così…”. E i due salivano le scale che portavano allo spazio sopra la chiesa, dove si teneva la scuola del sabato, dove si recitavano versetti e li si commentavano, anche se Albert non commentava mai, da quei sabati da quando aveva cominciato a frequentare quel luogo, stava lì solo ad ascoltare e a riflettere, cercando la soluzione a tanti suoi dilemmi, cercando solo forse un modo per autoindottrinarsi a cambiare vita. Salivano assieme le scale, passando oltre il refettorio, e quella porta che conduceva alle fondamenta della chiesa, un luogo che aveva visitato la settimana prima, quando stavano per fare dei lavori di ristrutturazione, delle fondamenta della chiesa che gli erano parse più delle segrete di un castello medievale, con quell’umidità che trasudava dalle pareti, e quegli oggetti sacri abbandonati lì sotto, tra tavoli e sedie varie, e oggetti di ogni tipo. Ma questo sabato doveva solo stare lì sopra, sopra con gli altri giovani, a sentire le lezioni bibliche e poi sentire il sermone. Angie diceva ad Albert di sedersi tranquillamente su quelle panchine e di aspettare gli altri, che lei andava a chiamare alcune altre persone.

Albert stava seduto lì e vedeva i fedeli arrivare, da sopra la chiesa, da quello spazio ricavato sul fondo della chiesa, che dava la vista sul pulpito, vedeva arrivare una decina di persone, qualcuno che si salutava, altri che sistemavano il proiettore per far apparire immagini e parole delle canzoni di chiesa sul muro, e se ne stava lì, seduto ad aspettare gli altri giovani. Vedeva anche arrivare un giovane, che si metteva sul pianoforte, intonava delle note, e poi si metteva a parlare con Marco, il giovane un po’ obeso che spesso conduceva la scuola del sabato, lui e sua moglie giovane, anche lei un po’ grassoccia, e si mettevano a confabulare qualcosa, con quel giovane al pianoforte che una settimana prima aveva intonato delle canzoni con una voce effeminata, acuta, ma effeminata, che veniva da chiedersi davvero se quelle canzoni fossero dedicate all’amore per Gesù o a qualche amante più terreno. Li vedeva lì giù, a parlare, mentre di Angie aveva perso traccia, e se ne stava seduto in tutta tranquillità, cercando di non lasciarsi andare a troppi pensieri, chiedendosi soltanto quando sarebbe tornata dalle vacanze Eugenia.

E alla fine arrivava qualcuno, Dario, con il quale scambiava due parole, e ritornava anche Angie, e altri ragazzi e ragazze di cui non aveva ancora imparato il nome, e si mettevano lì in cerchio pronti a iniziare la scuola del sabato e, tutti assieme, si alzavano in piedi, si tenevano per mano e Albert sentiva soltanto quanto era soffice la pelle di Angie, quando la toccava, una pelle soffice come una pesca, nonostante quel suo colore caffè, e gli sembrava di aver ritrovato se stesso quando insieme agli altri si metteva a pregare, dimenticando per una volta quell’altra ragazza con la quale tutto era finito.

“Va bene, abbiamo accolto così il sabato, adesso raccontatemi un po’ la vostra settimana”, introduceva Marco la lezione, e ognuno raccontava di sé, della sua settimana, e quando veniva il suo turno Albert non aveva niente da dire, tranne che si era rilassato, aveva studiato un po’ per un esame che doveva dare a settembre, e che non era successo niente di particolare. Marco stava continuando a introdurre il sabato pregando per i malati quando arrivava dalle scale il giovane pianista, si avvicinava a Marco e gli sussurrava qualcosa, mentre anche Angie si avvicinava a loro due, e dopo qualche parola lei e il pianista andavano via. “Bene, possiamo cominciare!” diceva Marco, “Oggi leggiamo questo versetto:

“Quando Giuditta ebbe cessato di supplicare il Dio di Israele ed ebbe terminato di pronunziare tutte queste parole, si alzò dalla prostrazione, chiamò la sua ancella particolare e scese nella casa, dove usava passare i giorni dei sabati e le sue feste. Qui si tolse il sacco di cui era rivestita, depose le vesti di vedova, poi lavò con acqua il corpo e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista”

E cominciavano a commentare, Albert non riusciva a seguire loro, i loro commenti, il loro perdersi tra mille parole, tra mille idee, tra innumerevoli ripetizioni della parola “Dio”, infilata un po’ ovunque per chiarire qualcosa, per spiegare qualcosa, per aprire frasi su frasi, in un continuo parlare di niente, se non di parole su parole, senza che ci fosse un riferimento concreto a qualcosa di preciso, un vuoto parlare, che non riusciva a comprendere, e Albert si perdeva sempre di più dentro di sé, pensando a Eugenia, a quando sarebbe tornata, e si chiedeva cosa ci facesse lì, in quella chiesa, se forse non era meglio ricominciare a sentirsi con quell’altra ragazza che aveva deciso di lasciare, si sentiva sempre più confuso e si chiedeva davvero se aveva intenzione di cambiare vita, abitudini, vizi, se smettere di essere libero oppure infeudarsi a nuove regole che si spacciavano per divine, e si perdeva sempre di più in quell’ambiente che a tratti gli pareva dorato, a parte troppo intriso del colore del legno di quel pulpito, di quella croce, e cercava delle risposte a delle domande che non riusciva neanche più a porsi.

E Albert perdeva la nozione del tempo, la scuola del sabato continuava ma lui non diceva una sola parola, stava lì solo a sentire tutti e presto sarebbe iniziato il sermone del pastore, quando ad un tratto si sentiva un urlo provenire da sotto un urlo straziante, una donna che aveva emesso un grido di terrore, un grido agghiacciante, che stordiva tutta la congregazione. Un po’ tutti cominciavano a scalpitare, a muoversi, a chiedersi cosa fosse successo, e io e Dario ci alzavamo per capire qualcosa di più, “Sotto! Sotto! Sotto le scale! Oddio!” gridava una donna, e io e Dario ci dirigevamo giù, scendevamo le scale e trovavamo davanti alla porta che conduceva alle fondamenta Adrian, con il suo sguardo immobile, chiuso in se stesso, intransigente, senza dire una parola, senza dire una sola parola, come a fare da guardia a quello scantinato. E poi, la visione terribile, la visione terribile, Angie che saliva le scale, da sotto, nell’ombra, nella mano destra un machete, e in quella sinistra la testa del giovane pianista.

Pensieri liberi, Sogni, Visioni

In tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…

Nel sogno, un tavolino del bar, di un bar all’aperto, un tavolino bianco rotondo, vicino al quale ero seduto io e, affianco a me, i miei genitori, il luogo all’aperto, tantissimi tavolini, tantissima gente, come un quadro impressionista… e vedevo arrivare una certa ragazza, Vincenza, mai vista prima, né nella vita, né nei sogni, completamente sconosciuta, una ragazzina, una teenager o poco più, che si lanciava verso di me e mi diceva: “Non mi riconosci? Aldo? Sono quella delle elementari!”, no, non ti riconosco, le dicevo, e le dicevo solo di sederci ad un altro tavolino, più in là, da soli, lontano dai miei genitori, che quando ci sono i miei genitori mi viene il blocco, non una parola mia devono sentire, e mi mettevo con lei a quel tavolino, mischiando nei sogni i ricordi di Eugenia e di Olimpia, le foto di Eugenia che avevo visto, lei, nel suo Health Center in mezzo alla natura selvaggia in Malesia, quando saltava, piena di gioia, sul letto, all’arrivo di sua sorella maggiore Veronica, ma su quel tavolino mi perdevo, forse in frasi d’amore, o frasi più ciniche, sotto come una musica classica che illuminava il pensiero e la ragione, e quegli occhi pieni di amore, di innamoramento, di eccitazione di quella ragazza nel sogno non mi dicevano niente, ed ero lì solo per negare l’amore di lei, ero lì solo per negare il legame con i miei genitori, per separarmi da tutto, ed essere me stesso…

Me stesso che mi sentivo ieri sera, quando le poesie di Mihai Eminescu diventavano troppo complicate, in romeno, per fare andare via tutta la visione folle di Aleksia, per portare la ragione dove c’è l’irrazionalità, quando mi accorgevo di aver studiato anche troppo ieri, con tutti quegli articoli in inglese, tutte quelle poesie in romeno, e decidevo di rilassarmi, di buttarmi giù, prima con della musica manele che non mi acquietava più, le solite canzoni, i soliti pensieri, la solita mania della Romania, che ad un certo punto non sopportavo più, anche se tutti i pensieri andavano al sogno d’amore con Aleksia, che incontravo ieri per strada, e mi mettevo sotto la musica classica della radi olandese, solo per trovare la razionalità in me, il vero me stesso, quello che si rivolge agli altri e alle altre come un uomo di trent’anni, come uno che ha studiato, come uno che tutte le fasi d’amore e di erotismo le ha vissute, in tutta libertà e coerenza, con i miei pensieri, e trovavo me stesso sotto quella musica classica che, priva di parole, permetteva alle mie parole vere di emergere, e di essere davvero me stesso…

Mi addormentavo, la sera, sul letto, solo per svegliarmi senza sonno e un po’ rincoglionito, pensieri da cestinare che ora affioravano, a cui non davo ascolto, e mi mettevo lì ancora una volta, di notte, a leggere le altre poesie in romeno, per usare un po’ quell’intelletto che non voglio che si spenga, che non voglio mi faccia andare verso regioni periferiche dell’anima, dove domina solo l’irrazionalità e la stupidità, e mi mettevo a posto, di notte, con quelle poesie, con quel sogno d’amore per Aleksia, che tutto il segreto dell’anima stava nell’amore e nella razionalità, impossibile da spiegare, ma la mia anima si sentiva giusta, e non voleva sbagliare più, in quella sensazione d’amore che mi invadeva, in quello stato d’animo che cerca l’amore…

I’m craving for love… cantava stamattina alla radio quella canzone, di fronte a Miryam, craving for love, ho desiderio infinito d’amore, mi veniva da pensare, anche quando Miryam stava davanti a me, e non le dicevo niente, cosa le dovevo dire? Che ieri ho incrociato sulla via Aleksia, una puttana che mi sono fatto domenica, e che ancora sto smaniando per lei, I’m craving for love, ecco la giusta traduzione, sto smaniando per l’amore… no, non le dicevo niente, a Miryam, cosa le dovevo dire, tra tutti i miei amori che si perdono tra Manuela e Ana, la romena senza nome, e Aleksia, cosa le dovevo dire di tutto questo casino, che non so più chi amo, amo tutte e non amo nessuna, e sono forse solo innamorato dell’amore, in questo sentire che mi fa sempre venire in mente in the mood for love… no, non le dicevo niente, per non lasciar partire frasi che non sono parte di me stesso, ma sono forzature per lanciarsi sugli altri in maniera sbagliata, frasi da cestinare, sentimenti e parole da cestinare, e mi perdevo solo al pensare al sogno di stamattina, amore puro e cinismo, di quella ragazza al tavolino di un bar, e non dicevo niente a Miryam, anche se era lei stavolta a salutarmi per prima, a stare in silenzio anche lei, con quel suo sguardo perso, che mi ricorda sempre come diceva che il suo nome è come quello della Madonna… ma lasciamo perdere le cose religiose, sarebbe ipocrisia, come diceva Olimpia, andare in chiesa, mettersi a pregare, nonostante i sogni, nonostante le visioni, cerchiamo di essere una persona normale, e non facciamo gli ipocriti, quando tutti i sogni vanno da Aleksia, quando tutto l’amore va per lei, e se c’è un modo per capire la mia anima basta seguire la scia dell’amore, dove va, da quale ragazza, da quali ragazze, fino a perdersi nell’infinito, nell’infinito davvero, dove non basta più nessuna musica, nessun libro, nessuna lingua, niente, nessuna arte, e mi perdo solo nel sogno di Aleksia, in quella visione di ieri al vederla camminare per le vie, diretta forse a quel negozio romeno, e sognare a come sarebbe stato il pomeriggio con lei, in mezzo ad altri romeni e romene, alienato forse da una lingua e da gente che non conosco, senza poter offrire niente a lei, se non il mio amore per tutte, che si risolve in amore per nessuna, è questa forse la sorte di noi puttanieri e puttane, amare tutte e non amare nessuna, aperti all’amore, ma soli dentro di noi, per scelta, aver scelto la libertà di non legarsi a nessuna in particolare, lasciare liberi i sentimenti di andare dove vogliono, senza forzature, senza niente, in tutta libertà…

E allora andavo via dal bar e non mi lasciavo andare a quella regressione e ipocrisia di passare in chiesa per tutti i santi, nonostante le visioni della notte prima, quando mi svegliavo da quel sonno sballato la notte, e mi dicevo solo che il sogno d’amore e il sogno di libertà sono parte di me stesso, e sotto una musica che non riconosco, una musica classica senza nazionalità, senza più fissazioni per chissà quali paesi o quali lingue, quali musiche, in tutta libertà posso essere me stesso nei miei sogni d’amore…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Drogarsi di musica, inebriarsi di bellezza, di sogni d’amore, follia senza fine…

Nimica, doar icoana-ţi, care mă învenină,
Nimic, doar suvenirea surâsului tău lin,
Nimic decât o rază din faţa ta senină,
Din ochiul tău senin.

Dimenticarsi del lavoro, drogarsi di musica, inebriarsi di bellezza, di sogni d’amore, follia senza fine…

Visione di bellezza che rasentava la follia, Aleksia, per strada, questo pomeriggio mentre facevo la mia solita camminata quotidiana, con le cuffie con la musica inglese che non mi piaceva più di tanto, camminare e guardare davanti a me, e vedere lei, forse lei, o non lei, non lo so, forse quei fianchi troppo larghi, ma comunque dalle belle curve, e il suo volto, con quel piercing sopra le labbra, a sinistra, tra le guance e le labbra, il suo sguardo, i suoi capelli biondi, la sua bellezza, i nostri sguardi che si incrociavano, non dire niente ai clienti, mi venivano in mente possibili frasi del suo pappone, non dire niente alle prostitute, dicevo io, anche se le incontri per strada, forse lei che era diretta a quel negozio di alimentari romeno, là dove c’era l’icona della Madonna, ma era lei, era lei nella visione più assurda di follia e bellezza, lei che mi passava davanti, incrociavamo lo sguardo, ma non ci si diceva niente, perché così forse vogliono le convenzioni, non dirsi niente, se ci si incontra per strada, al di là della notte che si vende a se stessa, non dire niente, e la follia della bellezza che poco alla volta mi invadeva, lei che abbassava lo sguardo, anch’io, senza dirci niente, un soffio al cuore, una bellezza dorata che inondava l’anima di follia, e passarci affianco, andare oltre, io per la mia via, lei per la sua, in queste camminate da promeneur solitaire… e la musica, quella musica inglese che non mi piaceva più, chiudevo il cellulare con la musica e andavo avanti, pensando non tanto all’ultima volta, all’ultima doppia visione pornografica, ma a tutto l’innamoramento che ultimamente sento per troppe ragazze, troppe, uno strano sentire che si innamora di tutte, anche quando arrivavo davanti al Carrefour, sul piazzale, e mi ricordavo di Manuela, anche quando tornavo indietro per andare in farmacia, per le pastiglie del colesterolo, sperando di incrociarla di nuovo, là, in quell’angolo della via, che ora mi sembra di impazzire, di impazzire di nuovo, nel desiderare folle di Aleksia e della sua bellezza… anche quando non so se era lei o no, come l’altro giorno, l’altro giorno, quando davanti la lavanderia mi sembrava di vedere Ana, seduta là, su quell’angolo della via, una ragazzina come tante, a stare lì a lavare la sua roba, che mi si spegne tutto l’intelletto usato finora nel leggere articoli in inglese, e si accende solo la follia che sa di Romania, e di musica manele… quella follia, quell’innamoramento che è un minimo tratto di psicosi, ma che ha la sua bellezza infinita, la bellezza della follia, quella che non provavo mai con Marina, quella che non provavo con Olimpia, né con le altre, ma sole le ultime, le ultime come la ragazza romena senza nome, Ana, Aleksia e Manuela, quella follia della bellezza, che non si sa cos’è… in the mood for love, mi verrebbe da dire, senza sapere chi amare, senza sapere cosa volere, senza sapere cosa immaginarsi di questa vita, quando poi, a conti fatti, non sapresti di cosa parlare, cosa dire, cosa fare, dove andare, senza un soldo, senza niente, che ti rimane solo la tua follia che si maschera di amore, di bellezza, visione unilaterale del mondo e follia che ricorda sempre Amalia e quel mio bacio con lei, gli attimi erotici, e quella prima follia che quei papponi per un attimo riuscivano a sistemare, la bellezza della follia, che torno a sentire di nuovo, quando mi inondo di musica nel camminare, che non smetterei mai di camminare, di ascoltare la musica, di lasciarmi andare a quei canti orientaleggianti ed ipnotici, con quel canto suadente, che porta via l’anima, che è una specie di droga, di oppiaceo, di ubriacatura dell’anima, di narcotico naturale, esaltato dalla musica, l’estasi della bellezza e della musica e dell’arte, quando poi risuonerebbe solo quella frase urlata e piena d’odio di Amalia una volta: “Ma ti sei guardato allo specchio?!!”… sì, il mondo non è fatto di sole visioni dentro di noi, di soli sentimenti, c’è poi tutto il resto, la vita reale, la vita materiale, l’esistenza, e non si può vivere di solo spirito e di soli sentimenti e fantasia e visioni, anche se con la loro bellezza ipnotica vorrebbero portarti via, in un sogno, in una visione tutta interiore fatta di puri estetismi, di arte, di musica, di bellezza femminile, che vorrebbe portarti via per sempre, fino alla follia, fino alla follia… e mi perdevo, mi perdevo e mi perdevo, con quelle canzoni manele di una volta, dulce amar, ce am avut ce am pierdut, lasa ma in pace, nu mai vreau, storie d’amore che finiscono, vere storie d’amore, quando non c’è niente in questa vita, come quando sembra di essere in Romania, senza lavoro, senza niente da fare, nessuna parte dove andare, pochi soldi, e ti rimarrebbero solo i sentimenti e la tua follia della bellezza, nell’incontrare per caso delle ragazze da strada notturne in mezzo ad una via di giorno, che impazziresti come l’eroe nazionale olandese, Van Gogh, suicida e impazzito per una puttana, sconvolto dal genio dell’arte, e della tua follia vorresti farne arte scritta, poesia, musica, canto, che ti perderesti all’infinito nei suoni, nel canto, nella musica, nelle parole, che correresti subito questa sera là in quell’angolo della via dove incontravi Amalia dieci anni fa, dove ora sta Aleksia, là vicino, solo per parlarle e chiederle se era lei quest’oggi su quell’angolo della via, sognando di incontrarla, di passare pomeriggi con lei, come quando sognavi Manuela e ti confondevi con Leida, con qualsiasi bionda, e ti dimenticavi di Aleksia, che avevi già incontrato all’inizio dell’anno, ma neanche ti ricordavi più, e cercheresti in queste pagine l’ultima volta che l’hai vista, e ti perderesti, e sogneresti una vita da romeni, senza soldi, con niente o poco lavoro, solo fatta d’amore, di sogni, di visioni, di sentimenti, senza niente, poco più che uno zingaro, con quella musica zingara che ti accompagna sempre, e non vorresti più niente, e in questo sentire ipnotico e oppiaceo smetteresti di usare la razionalità, e ti daresti a tutta la follia della bellezza, dell’arte, dimenticando ogni lavoro, ogni dovere, ogni cosa, e vivresti solo nel sogno e nelle visioni d’amore, della bellezza di Aleksia… e non sai che fare, sei indeciso se buttarti giù e farti sommergere dalla musica, dai canti ipnotici orientali, e smetteresti di usare quel minimo di cervello che ti resta, come quando ti dicevano che collegavi l’unico neurone rimasto, quello che va dalla bellezza delle ragazze alla musica, sempre la stessa, le solite melodie orientali, fino a farti impazzire, e solo qui ricordi quell’invito di Veronica S., “Non ascoltare manele…”, che mi viene in mente Eugenia, che mi viene in mente Ana, quando diceva che non le ascoltava, che è musica da zingari, come diceva Aleksia che è musica dei contadini, dei paesani, e che eppure vorresti farti sommergere, per lasciarti andare alla follia… ma se la follia della bellezza è con te preferisci ora, con uno sforzo immane, come un drogato di fronte alla sua dose, impossibilitato a prenderla, decidi di lasciar perdere quella musica e quella seduta di ipnosi musicale, e vuoi far funzionare la mente, in questa giornata senza lavoro, e preferisci lasciar perdere la follia della bellezza di Aleksia e l’ipnosi musicale, anche se sai che tutto questo vivrà in te, sarà un sentimento e un sentire che ancora durerà, nel sottofondo, con quella piacevolezza che da sola ti porta via, quel piacere che ti rende ancora vivo, e ti apre gli occhi, di fronte alla follia della bellezza del sogno d’amore… 

Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica…

Nel sogno, un paesaggio immerso nella natura, in un tramonto, come quelle foto della natura incontaminata della Romania, le sfumature verde scuro, il cielo tra un rosso e un azzurro profondi, e una striscia azzurra che mi riconduceva agli occhi di Katia, la sua voce squillante, “Perché non fai le fotografie?”, e mi mettevo a scattare foto, in quel paesaggio immerso nel verde, che nell’immaginazione del sogno era vicino ad un mare ligure che si stagliava sulla costa con le sue onde, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, Katia, un altro sogno azzurro, di bellezza infinita, di ricordo senza fine dell’innamoramento con lei, il primo amore che non si scorda mai, il sogno azzurro di lei che ogni tanto la notte fa capolino, e mi invade l’anima con la sua bellezza… altri sogni d’altrove, in una specie di sgabuzzino dove erano presenti vari studenti e studentesse di mediazione, uno stanzino lugubre come un magazzino o una fabbrica abbandonata, intrappolati lì, senza poter fare niente per uscire, una giovane ragazza musulmana con il burka che quando dicevo “Allahu akbar”, non so perché si calmava e diceva, “Sì, lo so, non si può fare niente”, e l’immagine cambiava e mi trovavo per le strade di New York, sulla Hall of Fame, sotto dei portici maestosi di pietra, e parlavo ancora con Katia, nella ressa generale di persone che passavano, e dovevamo incontrarci con qualcuno, dei nostri amici, delle coppiette, e in quel sogno mi sembrava di vivere, mentre pensavo a chi dovevo incontrare, proprio come quando aspettavo Olimpia là a Milano, qualche settimana fa, e mi perdevo tra quegli sguardi e quella gente, e alla fine vedevo arrivare un gruppetto di persone, due o tre, e mi chiedevo se erano loro quelle ragazze da incontrare, quelle ragazze tutte sulle loro, un po’ chiuse, un po’ bigotte, e troppo brave, e il sogno si disperdeva in un’altra ambientazione, io che levitavo sopra il soffitto altissimo di una casa mai vista, e c’era Davide e sua madre Enza, che parlavano tra di loro e mi chiedevano come facevo ad atterrare sul pavimento, dove c’era un quotidiano aperto, e mi preparavo alla discesa, volando sopra il soffitto, inclinandomi come per atterrare come un’aquila sulla sua preda, e Davide mi diceva qualcosa, e poco alla volta il mio potere di volare svaniva e atterravo lentamente con i piedi per terra… c’era un tavolo con sopra tanti oggetti di pietra, fatti a mani, sculture di draghi, di saggi cinesi, di Confucio e altre cineserie di pietra, e mancava forse una statuetta, che qualcuno aveva rubato, per invidia, e io e Davide la cercavamo nella stanza, solo per trovare una statuetta con il volto di Confucio mezza rotta, qualcuno che l’aveva rubata e danneggiata, per dispetto, mentre mio padre vedeva come, quando volevo, ero in grado di creare statuette, di darmi all’arte, di darmi alla scultura, e creare immagini di un certo carisma, mentre io mi riempivo di orgoglio agli occhi di mio padre…

Che strani sogni, dopo che ieri sul lavoro mi rendevo più propositivo, più positivo, anche quando chiamavo quei corrieri per vedere l’ordine, anche quando cercavo di capire gli altri lavori, e mi sentivo soddisfatto a fine giornata, anche quando ritrovavo tutta la voglia di leggere in russo e in albanese, con tutta l’attenzione di cercare parole nuove, di leggere veloce e leggero, senza tempi lunghi e appesantimenti, e mi sentivo su di morale, pensando anche all’ultima nottata con Aleksia, alle ultime volte con la romena senza nome, e mi dicevo, d’ora in poi, di concentrarmi sulle cose positive, e di stare sempre sereno e di cercare di essere una persona normale, senza più quell’eccezionalità che pensavo fosse tutta mia, che invece non è, se non fosse per la mia smania e piacere infinito nello studiare le lingue… le lingue… che stamattina al bar cominciavo a sognare quando la cinesina diceva “Kafé lung?”, che sembrava una parola cinese, con quel suo accento così particolare, che mi sarei perso in infinite canzoni cinesi, dove ogni sillaba ha la sua nota diversa, se non fosse per la musica che suonava sotto, che per un attimo copriva quel sogno: I am wonderful, I am beautiful, I love my life, e il giusto senso di stare assieme agli altri e di parlare usciva dalla bocca di un cinquantenne lì al bancone con me, bevendo caffè, quando chiedeva alla cinesina se era da sola stamattina, se Paolo, Bruna e Miryam non c’erano, e lei rispondeva con un semplice: “Pulire”, e mi perdevo nel suo sguardo, nella sua esotica bellezza, in quella sua lingua che per un attimo parlava, non so con chi, che mi verrebbe ancora voglia di leggere in cinese, come tantissimo tempo fa, di ascoltare musica cinese, come tantissimo tempo fa, e di perdermi, mentre quella sua sillaba mi ricordava il drago cinese che i miei amici cinesi mi avevano regalato, quella statuina color bronzo, con il drago, e l’altra tartaruga, simboli imperiali di una volta, e mi ricordavo tutta la positività di quell’amicizia, le risate e le parole, l’amicizia, e il giusto sentire, che se quell’effetto del caffè non fosse stato così lento avrei cercato di dire almeno due frasi alla cinesina, che mi ispirava ancora, dopo il sogno di Katia, dopo quel sogno di statuine cinesi, e cominciavo a sognare, a sognare, a perdermi in me, in questa giornata che forse avrà tempi lunghi, perché mi pare non ci sia niente da fare per me, e voglio solo restare positivo, essere una persona normale, pur con questi sogni e questa ispirazione, che per un attimo, nel mio autismo letterario pensavo solo a dedicare una poesia a quella cinesina, mentre basterebbe ogni tanto dirle due parole, se solo non fossi così chiuso in me, così perso in me stesso a cercare collegamenti psicologici che non stanno in piedi, a combattere la mia sonnolenza mattutina, il mio caos addormentato di pensieri, e chissà quando tutte quelle parole impareranno ad uscire da me, a farmi smettere di essere così chiuso e autistico nel mondo delle parole e delle lingue e delle immagini in me, dei sogni, del mondo onirico, del mondo che pensa e riflette troppo, e mai dice una parola, se non quelle di circostanza e quando si è sul lavoro, e quanta concentrazione devo avere per cercare di essere sempre una persona normale, e non perdermi nei miei mondi metafisici e metapsicologici, metapsicopatici, se solo non fosse per tutta l’ispirazione del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica… e non so che farò, troverò piacere a leggere ancora tante cose, in non so che lingua, e troverò quel piacere che le altre persone non possono capire, quel piacere delle lingue che fa parte di me, che diventa il mio videogioco, il mio hobby, torna ad essere la mia passione, senza fissarmi troppo solo su inglese e russo, libero adesso, dopo l’università, di godere di ogni lingua che mi ha sempre affascinato, con tutta libertà, e trovare lì quel piacere che gli altri non trovano, ecco qui la mia particolarità, come quelle tre semplici sillabe della cinesina, che mi mandavano in un mondo fatto d’arte e di musica, di statuine cinesi e di arte imperiale, di un mondo fantastico come i wuxiapian, e volavo con l’anima, dopo il sogno azzurro con Katia, anche con la cinesina… e la giornata andrà avanti da sé, con o senza lavoro non importa, l’importante sarà stare svegli, stare attivi, stare positivi, e non perdere mai l’ultima ispirazione…