Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore…

“Oh, listen to them
The children of the night
What sweet music they make”
[From Bram Stoker’s “Dracula” (1897)]

May dreams be brought that I might reach…
The gentle strains of midnight speech
And frozen stars that gild the forest floor

Through the swirling snow
Volkh’s children come
To run with me, to hunt as one
To snatch the lambs of Christ
From where they fall…

From where they fall… to snatch the lamb of Christ… ancora, ancora una volta, tutta l’estasi di essere stato con Ana, la ragazzina romena che mi diceva che andrà in Inghilterra a settembre, che raccontava delle sue serie tv turche, quelle telenovela dove si amano, si ammazzano, finiscono in prigione, si lasciano… la Romania, l’Inghilterra, da romanzo ottocentesco, Dracula, il drago, il serpente, il demonio, quello che mi ha portato via nell’ultimo periodo, da quando decidevo di andare con sua sorella Alexia, e tutto il caos di impormi di non vederla più, Ana… Dracula, drac, che ora diventa drag, dragostea, amore, le sottili differenze di altre lingue, come quella canzone, dragostea din tei, amore dei gigli, m-amintesc ochii tai, mi ricordano i tuoi occhi, come Eugenia che è ritornata a farsi sentire su Facebook, su Instagram, lei che è scappata negli Stati Uniti a sposarsi come Oana era scappata in Italia, come Ana scapperà in Inghilterra, come quel film, Occident, di donne che prendono e lasciano tutto e scappano via, per sposarsi, per andare via dalla Romania, “In Romania si sta male”, diceva Ana una volta… e questa musica, che fa cortocircuito tra Ortodossia dell’anima e Black Metal inglese, la bandiera con la croce inglese, e la croce di Sant’Andrea, come l’altro fratello di Ana, di un anno, Andrei… tutto ritorna, il cerchio si chiude, dopo essere stato in un’altra dimensione da settembre a marzo, tra terrori chirurgici ed evasioni estremo orientali, ci voleva il volto di Ana, la sua bellezza, le sue parole, a farmi tornare a provare il piacere e il languore di essere con lei, l’erotismo e il languore… che tutto ora diventa un flusso di immagini e associazioni, come ogni volta capita dopo l’erotismo, quando il languore si impadronisce di te, e non sai più se ti stai facendo crescere i capelli per assomigliare a un cantante black metal e o ad un monaco ortodosso, quando non rimane più niente intorno a te, quando il mondo finisce e rimane solo l’amore per lei, come quando la vedevi seduta là nella macchina di sua sorella targata Romania, ad aspettare la fine della notte, nei suoi abiti da ragazza normale, quella draculità dell’anima che porti dentro, tra erotismo e languore, e sogni depressivi e neri, note black metal e canti ortodossi, quando ti vesti di nero perché non rimane più niente, neanche le icone ortodosse di quella chiesa dove cadevi in estasi, vent’anni fa, quando un’altra ragazzina romena ti si presentava davanti mentre tu stringevi il tuo dizionarietto di cinese italiano, come se fosse un grimoire esoterico da cui trarre le parole, e vent’anni dopo quel sogno si realizza nell’erotismo con lei, con Ana, che oggi al finire di leggere 1Q84 di Murakami vedevi in Aomame, lei, Ana, anche quando si suicidava, anche quando il protagonista Tengo andava al di là di suo padre, di sua madre, per cercare lei, chiunque lei sia, e qualcosa di più profondo del solo erotismo e del sole languore ti colpiva… quasi barcollare dall’estasi e dallo sviamento, dal languore, non sentire più bisogno di caffè che gli altri giorni ti facevano partire i nervi, insieme all’alcol, facendoti sentire dentro una canzone black metal, dove si urla come infestati dal demonio, e l’anima non ha pace, saltano tutti i nervi, e ogni connessione, solo per riprovare esperienze estatiche dove capivi che tutto era dovuto a quel demonio che ti infestava, anche le altre volte nei periodi dove stavi male, indipendentemente dalla notte, dalla strada, perché l’altro giorno altro non eri che al parco e in biblioteca, a farti, come un black metallaro, di alcol e caffè, senza riuscire a dormire come un barbone sulla panchina del parco, tra le piante, tra la natura, e il demonio si impossessava di te, come troppe volte nell’ultimo periodo… al di là del black metal, al di là dell’ortodossia dell’anima, c’era solo Ana e tutti i sentimenti e la carica erotica per lei, la ragazzina romena che ti ha sviato più di tutte nell’ultimo periodo, al di là di oggetti magici da posizionare attorno alla stanza che non è più tua, come dei cerchi magici, perché ora non c’è più luogo, tutto si apre come una primavera che sboccia, e non c’è più differenza tra giorno e notte, aperto e chiuso, e ti senti l’anima invasa di un languore che non sai definire, e ritrovi tutto il languore di un tempo, e non sai che fartene dei caffè, dell’alcol, della musica, e vivresti solo di queste sensazioni, perso per sempre tra le sue parole e quelle degli amici, e delle altre persone che ti sono passate affianco, e dei consigli altrui, e tutto era solo per lei, solo per lei, Ana, che fa rinascere il tempo e chiude il circolo indemoniato dell’ultimo periodo… non ti perderai come i tuoi amici dietro sogni e utopie di successo e fama e soldi, o di ragazze conosciute davanti ad uno schermo di un cellulare, a perderti inseguendo miraggi di puro ed esclusivo erotismo, ti perderai invece al confine tra un cantante black metal e un monaco ortodosso, dilaniato tra l’amore e il demonio, drac si dragoste… e perdi e riacquisti ancora la tua identità, dopo le ultime prove, gli ultimi giri nei mondi dei demoni, e rinasci a nuova vita in una domenica che non sai più neanche come chiamare, delle emozioni che non sai più come definire, e non scapperai più da te stesso alla ricerca di quieti d’altrove che non esistono, perché tutto era in te, per lei, Ana… e non saprai che fartene del pomeriggio, della notte, dei discorsi degli amici, di quelli con gli altri e dei tuoi genitori, andando oltre tutto, le parole parole della politica, gli stessi libri e le stesse altre dottrine, l’immaginario che scaturisce in te da questo languore, lo sviamento, la costruzione di divinità che diventavano idoli d’oro, oggetti magici, talismani, grimoire, quando in te vive solo l’amore per lei, e il demonio che si insidiava sempre sembra ora in esilio… con delle ali dorate su delle vesti nere cadi, from where they fall, cadi come un angelo caduto per sempre questa volta per lei, non per Alexia, non per Leida, non per Alina, e ti ricordi di allora, di quando c’era Katia, e non c’era la scuola, non c’era il lavoro, e le vertigini della libertà, delle giornate e delle settimane senza paletti, senza punti fissi, pura vertigine della libertà ti faceva provare lo stesso sviamento di oggi, tra litanie coraniche e canti ortodossi, deliri dell’anima e ricerche spasmodiche di sensi mistici, quando tutto era dovuto all’erotismo e al languore… ma non vorrai più perderti ora che hai trovato l’orientamento dell’anima, al di là di lei, dei periodi oscuri, del demonio che ti tormentava, e anche nelle vertigini della libertà sai ora trovare l’equilibrio… come quella gente che vedevi passeggiare ieri notte là a Milano tra le vie dell’Isola, coppiette varie, innamorati, non angeli caduti e perduti come me, disperati a volte di trovare un senso e una direzione in questa vita, capivi loro, il loro perdersi, il loro cadere, e il loro non perdersi più, tra le parole degli amici che scivolavano via, come insignificanti, appartenenti a mondi che non hanno conosciuto sviamenti, demoni sussurranti, abissi e vette, solo per rinascere insieme agli altri, alle altre nel ricordo di lei, in quel bicchiere di vino rosso che rifiutavi al Nord-Est, al di là di quell’altro barista dai capelli lunghi come Cristo che ti serviva la birra il giorno prima, al di là della stessa cameriera bionda, delle donne che vedevi stamattina al bar, del silenzio che fa parte di te, per non perderti e disorientarti tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore… che ti vengono in mente mille cose come fasci di luce e sinestesie musicali e linguistiche, tutto che fa parte del languore quando il demonio stessa si dissolve in un languore senza fine, e l’angelo caduto in te sembra tornare a sentire la divinità, tutto per lei, per l’erotismo per Ana, al di là di tutte quelle che ricordi, Andra, Xhuliana, Alina, Leida, Alexia, Katia… ti ricordi ancora le estasi dello sviamento, del languore, dell’estasi, sai dove va sempre la tua anima ogni volta, e questa volta si libera, sa di essere se stessa, sa che basterebbe pensare a lei, ad Ana, dove sarà, cosa farà, quando sarà, chi sarà, come, come ai tempi di Katia, lo sviamento in te e la sua realtà là fuori, chissà dove, la fantasia e i deliri senza limiti, i mondi paralleli, le cose che non esistono e la fine del mondo, della fantasia, dell’irrealtà, là dove cala un sipario nero e una luce bianca, tra le vertigini della libertà, l’erotismo e il languore, perderti ancora e ritrovarti, in tutto il languore per lei, Ana…

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E mi perderò ancora in lei, Ana, al di là delle parole e dei pensieri…

Bersi un caffè e comprarsi le sigarette al bar, come ogni mattina, dopo l’altro caffè della mattinata, rito propiziatorio della giornata, dopo che ieri sera rivedevo Ana e tutto l’erotismo tornavo in me, quando godevo con lei, che scacciava i vecchi pensieri di quella demone cinese, 妖怪,e il mondo poteva ricominciare… non c’erano oggetti amuleti magici nella mia stanza, tutto era fatto di vuoto e di luce, come quelle pagine sullo zen che sto leggendo, che non ha più neanche senso perdersi in domande inutili, come quel libro intitolato: “Dio esiste?”, che vedevo là in biblioteca ieri, quando andavo a guardarmi il film cinese
倩女幽魂, la versione vecchia dell’87, e quella nuova, del 2011, e poi ricominciavo 神雕侠侣, la lingua cinese che suonava più bella della lunga e noiosa lingua russa, le parole che scorrevano più dolcemente, nel ricordo anche di Valeria, e quella lingua che mi era più congeniale, più bella, più pulita, ora che in questo periodo vado sempre al ristorante cinese giapponese a mangiare, e la voglia di Oriente ritorna… mangiare lì e per un attimo perdermi in paranoie sulla dieta, come quando ieri andavo dalla dottoressa di base per capire se dovevo perdere chili o meno, un po’ fuori di testa, che quella capiva, alla fine della visita, chea avevo davvero bisogno della mia chimica giornaliera… e poi le parole di chi mi passava di fianco quando correvo, chi diceva di andare a donne, chi mi passava di fianco correndo, con un pallone, tutta l’energia che in me risiedeva, pronta a esplodere, e la tranquillità, e le parole di Maria Teresa sul lavorare ogni giorno, la mia tesi più difficile: impegnarmi costantemente sul lavoro… e lavorare… chiamare ieri sera mio fratello per fare gli auguri di compleanno a mio nipote, 13 anni, i suoi regali, l’inter che ha vinto sul milan, una pizzata insieme quando sarà, in compagnia… giocare l’altro giorno a “King of fighters”, come ai tempi degli amici cinesi, godere ancora di quel gioco, dal nemico finale imbattibile, ma godere ancora di tutte quelle mosse, quegli effetti speciali, come un ragazzino, giocare a quel gioco che per me era come se fosse nuovo, forse innervosirsi dopo un po’, ma divertirsi lo stesso… Cina, Giappone, Estremo Oriente, che in questo periodo mi piacciono i libri sullo zen, quell’arte buddhista, tutto il pantheon di divinità, che è qualcosa di nuovo da apprendere, e quella riflessione sull’illuminazione che scaccia via tante sovrastrutture costruite sul niente, drammi sentimentali passati, vacuità delle illusioni che si presenta in sé lasciando spazio all’anonimità dei pensieri, alla loro inconsistenza, a le false credenze spazzate via dal desiderio e dalla bellezza di Ana, che ieri sera rivedevo… godere della sua bellezza, della sua voce, del suo viso, anche quando mi chiedeva della mia amica russa, Marina, che scompariva come scompariva anche Alice, la 妖怪,quando rivedevo il volto di Ana, così simile a Inna, davanti a me, la sua bellezza che mandava via anche discorsi inutili degli amici, le loro fisse, e io che mi perdevo in lei, che era quasi la chiave di volta di tutto, pensarla ancora, immaginarla ancora là all’angolo di una via, con i suoi pantaloncini, le calze, la sua maglietta rosa, la sua bellezza di fianco a sua sorella Alexia, e tutto l’erotismo che si liberava, e la tranquillità dell’anima che sto imparando da quei libri zen, l’assenza di immagini, di distrazioni, di concetti e astrazioni, tutto che si liberava così, che ancora adesso l’unico pensiero va a lei, alla sua bellezza, alla sua voce, al suo corpo erotico… e poi lei, che mi diceva che ero un po’ triste nell’ultimo periodo, io che le dicevo che in quest’ultimo periodo stavo cercando di riflettere, o meglio, fare mente locale, spazzare via un sacco di cose, fare chiarezza, e che ero stato tranquillo nell’ultimo periodo, anche senza la mia amica russa, che non mi piace, né nel parlare, negli argomenti, nella lingua, nell’aspetto, quando diceva che aveva intenzione di sposarsi, e tutto veniva spazzato via dal volto e dalla voce di Ana, dal suo volto, dalla sua bellezza, ogni cosa veniva lanciata nel tunnel del passato, che non mi va neanche a stra qui di ricordare, e tutto me stesso si colorava della sua bellezza… anche quando stamattina andavo al bar, e mi ricordavo Bruna quando mi guardava e diceva fra sé: “Kelly…”, come ad indicare una ragazza che non c’era più, quella ragazza che era Ana… adesso essere ancora un po’ stordito da quel doppio caffè, che i pensieri affiorano e vanno via all’impazzata, se non ci fosse il pensiero di Ana che da tutta la tranquillità, il dolce ricordo, la sua bellezza, che inutile star lì a invocare divinità lontane, che mi assicurino la giornata nei suo vari aspetti, e anche andare al ristorante cinese non è più niente, demoni femminili ormai sigillati dal ricordo di Ana, da quel film sui fantasmi cinesi, da quelle immagini di Buddha e quel libro sullo zen, quelle pagine di Haruki Murakami, che la vita va avanti lo stesso, al di là della tristezza che Ana vedeva in me, al di là della tristezza che io vedevo in lei, al di là degli umori un po’ gravi, che vincevano attraverso le parole con lei e tutto l’erotismo… Ana, Ana, che ci voleva proprio lei, ci voleva proprio lei e per un po’ andrà bene così, senza astrazioni e convinzioni sbagliate, senza sovrastrutture inventate per spiegare la mia vita, la mia vita è semplice, è fatta di lavoro e studio, di gente con cui parlare, e niente di più, nel ricordo di Ana, che anche tutti i battibecchi immaginari con le persone che incontro non esistono più, spazzati via dalla voglia di lei e da lei, Ana, che mi sembrano stupidi tante di quelle pensate che nell’ultimo tempo affioravano in me… e forse è vero come mi dicevo ieri, quando mi ispiravo allo zen per cercare l’illuminazione in me, che non aveva più bisogno di paradisi artificiali fatti da chimica, alcol, estasi mistiche, ma era solo la voglia di lei che faceva girare ancora tutto me stesso… e continuerò così, appacificato dall’Estremo Oriente, a continuare a studiare quei libri, leggere ideogrammi, guardare serie tv cinesi, leggere Murakami, guardarmi quell’arte buddhista, al di là di ogni divinità, ortodossia immaginaria dell’anima, che nascondeva solo Ana e forse anche sua sorella Alexia, e tutto evaporerà da sé, ogni costrutto immaginario e artificiale, finché ricorderò Ana e la sua bellezza e l’erotismo con lei… non so che farò stamattina, prima di lavorare, guarderò forse come ormai è abitudine qualche telegiornale, in inglese, francese, italiano, russo forse, mi perderò nelle immagini, nelle parole, forse senza pensare a niente, forse solo ad Ana, a nient’altro, alla vacuità che è in me, all’inconsistenza di cose del passato che dovranno svanire, e tutto si perderà via così, come un sogno, come un ricordo di Ana, e invece di costruire astrazioni le vedrò andare via, evaporare, lasciare il velo di Maya, lasciar perdere la voglia di leggere questo, sapere quello, impormi una disciplina ferrea tra dieta e sigarette, perché tutto se ne andrà via da sé, si perderà nell’aria, senza più l’attaccamento a concetti e astrazioni nate dal nulla, oggetti magici, parole magiche, ora che la voglia di Ana fa evaporare gli ultimi terribili mesi, adesso che sono di nuovo appacificato con l’Estremo Oriente, e con l’Oriente, e potrò ancora darmi alla Cina e al Giappone, alla Russia, a ogni cosa, finché il volto e la bellezza di Ana faranno sparire ogni astrazione, e la vacuità dimorerà in me… guarderò la tv, leggerà libri, guarderò film, lavorerò, mangerò, fumerò come ogni giorno, forse di meno, in quell’ascetismo che fa parte di me, e mi perderò ancora in lei, Ana, al di là delle parole e dei pensieri…

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Tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

E ci voleva la giornata di ieri a Paolo Sarpi e zona Garibaldi per uscire dai soliti loop, andare a fare quattro passi con Barresi lì a Milano, forse esagerando di caffè, vedendo il tipo di gente che frequentava la Sozzani, con quella mostra di Fukase che però era chiusa, i libri strani di fotografia, tra il perverso e il commerciale, come quel libro su Kurt Cobain, il tipo di gente che era lì, camerieri del bar dai capelli lunghi biondi, e un hipster con la barba lunga a vendere libri, una ragazza milanese come tante che faceva presenza davanti all’entrata della mostra, i discorsi perversi di Barresi, la sua invidia per chi ha più soldi, i suoi discorsi di miliardarie che ospitano mostre private, lui e la sua mania della gente con i soldi, lui che vive nelle case popolari e lo stacco lo deve sentire più di chiunque altro, la frustrazione, il degrado, la differenza, come quando raccontava della sua battuta sulla merda tra Alba Parietti e un chitarrista famoso assieme ad una modella, che dopo quella battuta gli dava cinquanta euro, il denaro e la merda, associazione tipicamente freudiana, o, se vogliamo, come diceva Lutero, i soldi sono lo sterco del demonio… girare di qua e di là, con gente che non sapeva perché era in Corso Como, alla Sozzani, passanti vari, vicino a quel non-luogo che è Piazza Garibaldi, tra quei grattacieli finti e le vetrate dei nuovi edifici, un luogo che sembra un aeroporto senza arei, vuoto, artificiale, asettico, senza anima, puro luogo nato dalla razionalità geometrica, che per un attimo mi sembrava di camminare nel quartiere della finanza di Berlino, l’assoluta anonimità, l’assoluta artificialità di quel luogo… ed era catartico invece camminare poi per le vie di Paolo Sarpi, lasciando perdere il bar di Dong Dong, quello di Paolo, tra tutti quei negozi cinesi ed estremo orientali, i cinesi… le cinesi… sono tanti, tutti uguali, tutti indifferenti, anche le cinesine carine, che mi salvavano dal pensare sempre a Valeria, ad Alice, a GuanYin, alla cinese che serve alla Fabbrica dei Sapori, i cinesi, le cinesi, così tanti e così tante, anche loro anonimi, che per salvarmi dai soliti loop infernali basta pensare agli spazi aperti di Milano, di Paolo Sarpi, e non ai soliti loop prigione di quando sono qui, tra la biblioteca del mio paese, quella del paese vicino, la pizzeria dei turchi, il parco di Cesano, quello del mio paese, il Carrefour e i soliti luoghi, le solite persone, che ci voleva davvero uscire un attimo e cambiare giro, svagarsi e distrarsi, uscire dai soliti luoghi loop e prigione, e ricordare anche il Rasputin dell’anima, quando in quella galleria mi sentivo un pesce fuor d’acqua, un poveraccio, uno che non ci capiva niente di fotografia ed arte, anche quando lasciavo andare il ricordo di quando passavo con Marina lì, a Corso Como, e tutta l’ortodossia dell’anima la sentivo in quell’istante, lontano da tutti e da tutto, dai discorsi artistici del Barresi, dalla galleria, dalle sue fisse per Paolo Sarpi e per la Cina, e per i film cinesi e le mogli cinesi, e quant’altro, tutta quell’Ortodossia spirituale dell’anima che sentivo anche quando uscivo dal Piccolo Teatro nell’intervallo di Evgenij Onegin, quando andavo là con Marina, l’assenza di luoghi, di persone, di attaccamento, di volizione, e un puro spirito dell’anima senza parole, una pura mancanza di sigarette, interessi, caffè, attaccamenti dell’anima, fisse, pura spiritualità ortodossa che fa a meno di cibo, di astrazioni, di intellettualismi, di fissazioni, di competizione con gli altri, di mostrare chi è più intelligente, chi ne sa di più, quella continua smania che distrugge sempre Barresi, e lui a volte me con i suoi discorsi, e sentirsi come un monaco ortodosso camminare per quelle vie, per quei luoghi e tra quelle persone che non mi appartengono, liberarsi di se stessi e del mondo lì attorno con quella sensazione, privato di tutto, delle patacche in casa del Barresi, puro gusto popolare, lui e la sua abitazione, la sua macchina, io e la mia stanza con simboli para-religiosi, liberato da tutto e ogni cosa, dai libri, dai film, dalla musica, pura spiritualità ortodossa nera oltre i confini del sonno depressivo black metal, anche se il passaggio a volte tra i due stati d’animo è quasi impercettibile, Rasputin dell’anima che si aggira tra quei luoghi, tra quelle persone, tra quei mondi, senza alcun interesse, tirandosi fuori dai giochi, alienandosi nel suo nulla spirituale, non appartenere… e svegliarsi così, dopo un pomeriggio andato un po’ a male per colpa dei troppi caffè di ieri, che perdevo quella sensazione spirituale, per colpa della musica cinese, di quella lingua che una volta mi teneva incollato al computer, ai film, nel cercare di decifrarla, come quando andavo a Paolo Sarpi quando ero preadolescente, con Dong Dong, con Liao sui miei vent’anni, fissa cinese che si era insidiata in me da una vita, una volta che sentivo una speciale connessione tra me e la Cina, per via di Dong Dong, di Liao, e ora che le relazioni sono andate a farsi fottere per quell’esperienza del bar e quelle puttane, non sento più alcuna speciale connessione con i cinesi, anche il bar di Paolo è come se fosse solo un altro bar tra i tanti di quelli di Paolo Sarpi, un altro locale, e io con la Cina c’entro poco o niente, al di là dei miei studi, delle mie amicizie andate a male, e invece della Cina dovrò sempre ricordare quella sensazione di spiritualità ortodossa che mi rileva da ogni appartenenza, fissazione, interesse, che per liberarmi ieri mi sarei comprato anche due birre giapponesi, per uscire dalla Cina, mentre poi nel pomeriggio andavo al bar per comprarmi due Heineken e far fuori l’effetto di tutti quei caffè, al diavolo la musica cinese, mi dicevo, le cantanti cinesi, che mi ricordavo quando uscivo a Paolo Sarpi più di dieci anni fa, con gli amici e le amiche cinesi di Liao, a cercare di provarci con delle cinesi, che schifo, liberatemi da quella gente, già mi dicevo, e mi liberavo pensando a come all’università non sceglievo la lingua cinese, ma quella russa, anche per l’esperienza con Katia, che era uno spartiacque epocale della mia vita, al di là della scuola di giapponese, degli ideogrammi zen, e tutta l’ortodossia dell’anima era l’unica ricetta per uscire da quelle fissazioni, attaccamenti, manie estremo orientali, e tutta quest’ortodossia dell’anima la sento stamattina, dopo l’alcol di ieri per stemperare i caffè, al di là delle venti gocce di valium che altrimenti impazzivo, e per fortuna lunedì vedrò Saverio, non so perché, e di quel luogo, ora come ora, mi ricordo quella croce ortodossa che là resta appesa, nel palazzo dei folli, a indicare tutta quella spiritualità perduta tra quei negozi schifosi, quei centri massaggi, quei ristoranti, quelle facce asiatiche, quei miliardari di Corso Como e zona Garibaldi, e mi distacco da tutto, trovo la mia spiritualità e la mia evasione che mi salvano… e fa niente se ho bevuto un po’ e se sono dovuto ricorrere a venti gocce di Valium, è stato terribile ma era necessario, e almeno stamattina mi sento bene, senza colazione, senza troppi caffè, senza troppe sigarette, senza patacche nella stanza, senza notiziari in chissà quale lingua, canzoni di chissà quale tipo, libri, e congetture varie, l’assenza di ogni fissazione e mania e interesse mi salvano, con questa sensazione spirituale che sento partire da me stesso, queste mancanze che ti fanno sentire meglio di non aggiungere mille cose, avere mille idee e pensieri, come dice sempre il Barresi nel suo mondo perverso e artistico e maniacale, liberarsi da tutto, da quel me stesso che anch’io ero una volta come il Barresi, fissato con l’Estremo Oriente, con Paolo Sarpi, con quei suoi discorsi d’odio e di invidia e di senso di rivalsa, tra miliardari, cinesi stronzi, Estremo Oriente idealizzato, manie di ragazze orientali, fisse artistiche che non sono neanche artistiche, ma pura spazzatura dell’anima, e mi dissocio da quei mondi, da quei luoghi, da quelle persone, per trovare me stesso nella mancanza, nella spiritualità, nelle assenze, e non mi interessa più parlare cinese, sapere tutti gli ideogrammi, uscire con Marina in Corso Como, andare a vedere Fukase, fare amicizia con Paolo o chissà chi, con Valeria, ricucire i rapporti con Dong Dong e Liao, non mi interessa più, né di Ana, né di Alice, né di Aleksia, e ricordo solo quella città, aperta, quei negozi, quell’apertura al mondo, quella chiesa ortodossa lì, tra Alice e Ana, e tutta l’ortodossia dell’anima, che mi salva da ogni maniacalità estremo orientale di una volta, che Saverio sapeva riassumere in poche parole: “Lo sa che a Paolo Sarpi c’è un bar chiamato Cincin bar?”, vizi inutili, maniacalità inutili, e se c’è qualcosa che mi salva è questo svago e questa spiritualità dell’anima, queste mancanze, e lasciar perdere ogni interesse, ogni smania, ogni fissazione, e sentirsi sempre all’aperto, lontano da tutti e da tutti, lontano da ogni luogo e persona, lontano dal mondo e dalle sue logiche perverse, a parte, nel mio svagarmi e nella mia spiritualità, che non mi interessa più niente, più nessuno, nessuna cosa, nel mio svago e nella mia spiritualità…

Non so adesso cosa starò dicendo lunedì a Saverio, non è importante, so solo che là al palazzo dei folli là vicino si vede il campanile, si sentono la campane, c’è quella croce ortodossa là appesa, e tutto il Rasputin dell’anima che è in me vince su ogni cosa, sempre vestito di nero, barba non fatta, capelli lunghi, vesti nere, al confine tra l’ortodossia e il black metal dell’anima, non mi interessa niente, e continueranno solo questi esercizi spirituali, al di là di ogni cosa e fissazione, sempre esasiato dalle privazioni, lontano dai discorsi e la gente perversa, lontano da mille oggetti e patacche che fanno andare in tilt l’anima, tutta l’ortodossia e l’evasione dell’anima…

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E guardiamo avanti…

E ci voleva un pomeriggio al parco, anche solo due ore, per liberarsi da quel loop infinito dal quale non riuscivo ad uscire, da quel disorientamento di quando mi aggiravo per la biblioteca dell’altro paese qua affianco senza sapere neanche che libro prendere, dopo che vedevo disposti dei libri su Cina e Giappone, mia ultima ossessione di questo periodo, tra Valeria che dà le sigarette sbagliate, quelle con il pacchetto sbagliato, e l’ultima cinese che faceva schifo, insieme ad Ana, ad Alexia e tutte le altre, compresa Marina e la sua voce di merda, la sua lingua di merda… mi riprendevo dallo sviamento del valium, che avevo la testa che girava senza nessuna direzione, come un derviscio rotante che ha perso di vista il suo punto d’orientamento, giravo su me stesso, metafisicamente, senza trovare più una fine allo sciabordio di enti dell’anima che mi passavano in testa, senza trovare l’Essere e l’Io, me stesso, sovrano sopra tutto lo scorrere degli enti pensabili… ci voleva solo un tramonto, il sole, la fine della giornata, l’inizio di un’altra, la vigilia di Naw Ruz, per ritrovare me stesso, tra quei poveri barboni disoccupati che parlavano di Call Center e lavori precari in Polonia e in Inghilterra, anche per rendermi conto che in fondo sto abbastanza bene con questi lavori nelle officine, e non sono ridotto come loro, per ritrovare me stesso tra quei vecchietti che parlavano in dialetto, quella coppietta, negretto e italiana che cicalavano, quelle due madri un po’ rotonde che portavano il bambino nel passeggino, quella coppia di quarentenni che parlava di vacanze a Rimini, dove si annoiavano, e ci voleva quel silenzio, quando il parco era già chiuso, e non girava più nessuno, c’era solo il silenzio, me stesso e il tramonto, e l’immagine chiara di una luce bianca, di tutto il sufismo dell’anima, libro mio eterno compagno come quando ero in Germania, per ritrovare l’orientamento e me stesso, per fumarmi l’ultima sigaretta del parco e andare verso l’uscita… incontravo due anziani, due guardiani del parco, che mi dicevano che il parco era già chiuso da mezz’ora, e io che dicevo loro che aspettavo il disco di chiamata d’uscita, e avevo anche controllato l’orario su google, che mi diceva che il parco avrebbe chiuso alle 19:00, no, mi dicevano, è l’orario estivo quello, oggi chiudeva alle 17:00 e il disco è rotto… mi avviavo verso l’uscita, dove avevo la macchina parcheggiata, e mi dicevano che sarebbero arrivati dopo ad aprire… mi appostavo davanti al cancello d’uscita, dove c’era un gruppo di anziani pensionati che parlavano e scherzavano e sorridevano, uno con l’accento mantovano, gli altri brianzoli, forse emiliani, quattro anziani che parlavano di multe, di come si fa ad andare in camporella con la moto, delle loro mogli e di altri loro compagni ormai andati, sempre con il sorriso, con quello sguardo che sa tutto della vita, e scambiavo due parole con loro, e trovavo tutta la luce dell’anima, al di là di ogni sufismo e religione e luce trascendentale, forse perché quel vecchietto aveva l’accento mantovano, come molti miei parenti paterni… aspettavo lì una mezz’oretta, chiacchierando, uscendo dai miei loop, e poi arrivavano i guardiani che aprivano, che mi sconsigliavano di scavalcare, che dieci quindici minuti sono ammessi, ma non mezz’ora, ma comunque ci si salutava con il sorriso, e mi dicevano che con l’ora legale chiuderanno alle diciannove, erano le sei passate… e me ne tornavo a casa solo per scribacchiare quello sciabordio di pensieri senza nesso che scrivevo nello scorso post, e per trovare la fine di tutto nella luce, in questo pomeriggio inoltrato dove il sole è già tramontato e il Naw Ruz è ufficialmente iniziato, la primavera… che non faccio il conto e il bilancio dell’anno, archivio soltanto tutto quello che c’è stato fin qui: mix di alcol e chimica, puttane perse, lavori andati, e tutta la luce dell’anima dell’anno nuovo si confonde tra un’immagine di GuanYin bianca e una luce e i suoi raggi che ricordano il centesimo nome, e tutta la luce del sole… continuerò la dieta, proverò a passare alle sigarette elettroniche, non sarò più ossessionato da Valeria e le sue sigarette, il suo caffè, la sua lingua, il suo aspetto, non mi farò più fregare da mix chimici, che oggi mi facevano dormire troppo, mi facevano girare su me stesso, non ascolterò più le parole di Saverio, di mio fratello, di Alex, e di chissà chi, silenzierò le loro voci, i loro commenti, e aspetterò soltanto che la scia di pensieri se ne vada e raggiunga per nature il suo termine, là dove c’è il silenzio, la luce e il tramonto, come oggi al parco… lascerò perdere i disorientamenti virtuali di corsi di lingua cinese, giapponese, di vacanze in Svizzera in qualche campo internazionale di volontariato, vacanze in Norvegia d’estate, acquisti online, e l’unica immagine sarà sempre quella dei maestri sufi, là dove tutte le parole cessano e c’è solo luce e silenzio… mi andrà di iniziare l’anno primaverile così, con meno sigarette, meno caffè, meno cibo, meno puttane, meno pensieri sul lavoro e sullo studio, meno paranoie quando capitano giornate dove non si lavora, e mi ricorderò forse di quei discorsi schifosi di quelli oggi al parco, tra lavori precari, vite da madri rotondette, vecchietti dialettali, e quarantenni massificati, per distinguermi da loro, come mi distinguo da quegli altri nelle officine, e da quegli amici un po’ narcisisti, perversi e ipocondriaci, e poi dicono che sono io il folle della situazione, ma chiunque impazzirebbe, forse più di me, in queste condizioni, quando dalla mattina alla sera non si sa bene cosa c’è da fare, se c’è da fare, quando c’è da fare, cosa c’è da fare, ed infatti mi perdo sempre, per capire dove mangiare, a casa o fuori, se potermi dare a qualche libro, a qualche telegiornale, a qualche film, oppure dormire di giorno, che sarebbe meglio di no, riposare o darsi da fare, su che cosa poi non si sa, come oggi quando non avevo voglia di leggere alcun libro, neanche di riprendere la tetralogia di Yukio Mishima, “Il mare della fertilità”, anche se oggi in quella biblioteca vedevo tutti libri ispirati a Cina e Giappone… Cina e Giappone… le pornoattrici asiatiche, le puttane cinesi, GuanYin, Valeria, i cartoni animati, le foto artistiche di Barresi, gli ideogrammi, e via dicendo, brainstorming che non mi va di avviare, mi basta l’immagine bianca di GuanYin, ora come ora, Madonna ritrovata dopo lo sviamento erotico… non mi andrà di fare l’islamista estremo che toglie tutti gli oggetti dalla stanza, quello che andrebbe in camera del Barresi come in camera mia a togliere gli oggetti, i miei, i suoi, e di qualsiasi altra persona, come se fossero degli idoli da eliminare, neanche le nostre stanze fossero dei santuari, ho già il mio santuario privato, la mansarda, abbandonata a se stessa, quasi senza decorazioni, che mi serve da luogo di raccoglimento, e non mi va di fare della mia stessa stanza un altro santuario… non mi andrà di sentire le voci di tutti, le silenzierò quando servirà, continuerò a ripetermi: “Don’t listen to them! Don’t listen to them!” e quando la follia incalzerà saprò aspettare, aspettare e aspettare la luce e il silenzio, senza chiamare Saverio, senza scappare di qua e di là, senza farmi di Valium o di altro, e aspetterò che l’effetto follia vada via da sé… non mi preoccuperò più dei due chili messi su, due chili quasi, di pesarmi ogni mattina, di pesarmi solo ad una certa data, starò solo attento a mangiare alla fabbrica dei sapori, mi saprò contenere, così come saprò fare ginnastica e diminuire le sigarette, tutto con calma e senza forzature ed estremismi, e quando sarà il momento saprò anche dire basta e sapermi rilassare e svagare, come oggi al parco, tra quei vecchietti e quella gente… e mi ricorderò ancora di quello sviamento, che mi ha accompagnato da quest’estate, anche quando ero in Germania, sviamento da Zolpeduar, da Valium, dove non si capisce niente, ti gira la testa e non trovi niente su cui concentrarti, che ti sembra di essere un drogato, e non trovi più niente a cui dedicarti, e non c’è concentrazione, e i libri ti sembrano cartaccia dove ci sono macchie d’inchiostro incomprensibili, e i film sequenze di immagini con suoni e parole che non riesci a comprendere, e tutto è vago, indefinito, indifferenziato, e senti solo delle lagne cantilenate dentro la tua testa, e ti sembra di stare andando a pezzi, tu con il tuo cervello da buttare via, basta farsi di Zolpeduar e di Valium e di alcol e di Olanzapina, l’ho capito fin troppo bene dalla Germania, attraverso la mania paurosa e infondata per il dentista, l’eccesso di puttane, e il caos che c’era in quella settimana al bar, che se adesso ritornassi forse sarebbe diverso, adesso che sono più in me stesso, certo, dopo aver buttato via un’esperienza di lavoro, una macchina, tutti i dati di un pc, delle relazioni pericolose con delle puttane, ma anche certi conflitti sul lavoro e con gli amici, che c’è qualcosa che ho perso, ma anche qualcosa che ho guadagnato, più stabilità e più serenità e meno paranoie inutili, problemi inesistenti… che per assurdo vedevo me stesso in certe persone che incontravo per caso per le vie, tra quegli adolescenti che davano dei guardoni ai loro amici, chi diceva per scherzo di scopare di più, quell’adolescente musulmana che canticchiava fulminata le canzoni che sentiva dal suo mp3, quell’altra trentenne italiana che diceva l’Ave Maria al ciglio di un marciapiede, con una bottiglietta d’acqua in mano, quell’altro che camminava a passo così svelto da fare impressione, e poi si metteva a correre fumando, tutte versioni di me stesso quando nella mia stanza per esempio pregavo di non fumare, di non bere, ossessionato, quando cantavo fulminato canzoni albanesi, quando dicevo agli amici di andare più spesso a puttane, quando mi facevo d’acqua per non bere, quando camminavo e poi correvo e poi fumavo, ossessionato dalla dieta, dall’alcol, dalle sigarette, basta con tutte queste esagerazioni! Basta! Perché la perfezione quando diventa ossessione è peggio che dimenticarsi di cercarla… e allora andrò avanti così d’ora in poi, meno fanatico, meno ossessionato, più elastico e meno fiscale, e poi andrà come andrà, tra un lavoro e un altro, un’uscita o una chiamata con gli amici, qualche libro da leggere, qualche film da vedere, qualche notizia in lingua, un po’ di relax e un po’ di sport, un minimo di dieta senza essere ossessionati, e un po’ più di libertà, senza fare di tutto aurea sacrale inviolabile, accettando le minime cadute e certi minimi sbagli, è questo ciò che mi propongo con quest’inizio di primavera, che quando andavo in università questo era il periodo dove mi lasciavo più andare, abbandonavo i libri, le letture, e dormivo quasi tutto il giorno, preparavo solo gli esami per l’estate, e in università quasi non ci andavo più… ma quel periodo è passato, ora si lavora, si continua a studiare e interessarsi, e l’unica data lontana che per ora ho in mente è quando i miei capelli saranno lunghi come quelli di un black metallaro, come quando avevo 17 anni, è questa l’unica variabile del tempo che sposto in avanti, non più la laurea, non più quando troverò un lavoro, non più quando emigrerò all’estero, ma semplicemente quando tornerò ad avere i capelli lunghi come un tempo, ed è tempo indefinito e infinito, l’unico modo per uscire da quel mio continuo sguardo al passato che non torna più, o all’eterno presente, o ad un mondo senza tempo, apocalittico, che continua a rigirarsi su se stesso, sempre e completamente indefinito e indifferenziato, puro caos dal quale voglio uscire… me ne fregherò se a giorni avrò voglia di ascoltare musica pop inglese, albanese o di chissà dove, musica black metal o sinfonica, o classica, o ascoltare il silenzio o no, me ne fregherò delle lingue, di quello che capita, e la smetterò di cercare una legge indelebile a tutto, dalla quale non si può sgarrare, una sharia lapidaria dell’anima non la voglio più, più elasticità, meno fiscalità, più libertà, meno fanatismo, e forse imparerò a vivere meglio, senza falsi problemi… non mi andrà per un po’ di cercare tipe, puttane o no, me ne fregherò di Marina, Alice, Ana e Alexia, me ne fregherò, dimenticate per sempre con l’anno vecchio, e me ne fregherò degli amici e dei loro social vari, delle loro teorie sulle tipe, delle loro fisse e delle loro perversioni, vivrò bene così, per un po’, senza troppe troie attorno… e me ne fregherò delle parole da dire al bar, nelle officine, in biblioteca, o ovunque mi trovi, qualcosa di superiori mi indicherà cosa dire, cosa non dire, quando sorridere o no, me ne fregherò di chi mi vuole diverso, di chi mi dice che devo cambiare, che mi devo porre obiettivi, me ne fregherò di tante cose, di tante persone, e andrò avanti così come viene a me, per la mia strada… e tante altre cose ancora, che scriverò, penserò, non scriverò, dimenticherò, cancellerò e rivedrò, c’è tutta una vita ancora davanti, lasciamo perdere gli ultimi terribili sei mesi, e guardiamo avanti…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima, la luce e il silenzio dopo il disorientamento…

Girare a vuoto, completamente, saranno le 20 gocce di valium di questa mattina, a sclerare, tra gli oggetti della stanza e Valeria che mi dava le sigarette stamattina, GuanYin e il drago, GuanYin e l’infante, Madonna cinese… sclerare da impazzire, girare su me stesso questo pomeriggio, niente lavoro, girare tra una biblioteca e l’altra, nessun libro, un libro che non è un libro, il sufismo, girare su me stesso senza obiettivi… fumare, dormire, girare a vuoto, nessun obiettivo, le puttane dimenticate, la primavera che domani arriva, le invocazioni che non servono più a niente, correre, correre, correre, in questi giorni per dimenticare il troppo cibo, la dieta, l’assenza di obiettivi, smettere di fumare, bere, mangiare, dormire di giorno, caffè, perfezione che non esiste, il cruccio di non lavorare al bar, farsi di Valium e andavo al bar, senza obiettivi, il disorientamento totale… lavorare sì, lavorare no… assenza di obiettivi… il lavoro che c’è e non c’è… la gente al parco, barboni, che parlano di lavoro, reddito di cittadinanza, 150 euro al mese in Polonia, Barresi e le sue foto artistiche giapponesi, Ravens, le puttane orientali, gli amici altoborghesi di Fizi, questi qua al parco che parlano delle case dell’Aler, dell’Inghilterra e degli incentivi, dei call center, barboni… il parco senza senso, i soldi da buttare via, i libri che non mi va più di leggere… la primavera, Naw-Ruz alle porte, da stasera, la religione e l’intossicazione chimica, Valium, la gente che corre al parco, le sigarette, le agenzie lavorative dei barboni qua affianco, basta! Le puttane che non voglio più, i soldi da buttare, il lavoro che c’è e non c’è… il parco dove mi vedevo con Elena, 15 anni fa… rimescolare le carte dell’anima, disorientarsi… i vecchietti che parlano in dialetto, l’assenza di obiettivi, il lavoro al bar buttato via, le stelle, il Cristo, la lampada al led minimalista, l’aquila albanese, i Bahaì, l’Islam, le lingue, France24, Deutsche Welle, Rossija24, Sky TG24, le sigarette, i caffè, il drago, GuanYin, le preghiere, correre, camminare, Barresi, Fizi, il lavoro nelle officine, il lavoro al bar, i pranzi di lavoro esagerati, la dieta, il peso, la bilancia, fuori da quella stanza! I libri, i film, true detective, black mirror, thirteen reasons why, tutti gli enti pensabili di questo mondo, l’Essere, Dio, l’Io e il Non-Io, la filosofia, il nulla, le vacanze, la primavera che arriva, la gente che parla delle vacanze, la gente che sta zitta, le calorie da bruciare, la dieta, la stessa sensazione di quando ero in Germania, girare su me stesso, Marina, che schifo! Alice, che schifo! Ana, basta! La cameriera cinese quarantenne, GuanYin, Valeria e le sigarette, la sigaretta elettronica, le tipe che non voglio, gli amici, che rottura! Le definizioni su wikipedia in inglese dei disturbi di personalità, schizoide, borderline, depressione, la musica black metal su Spotify, il sonno che non c’è, dormire 12 ore tra domenica e lunedì, le messe che è meglio non andare, i soldi e la creazione di problemi, le creazioni carnevalesche, barboni qua affianco che continuano a parlare di soldi, poveracci, di lavoro dipendente, di disoccupazione… i testi attitudinali ai colloqui che mi fregano sempre, sempre le presenze oscure, le presenze bianche allucinate, la luce e le tenebre, i disoccupati che se ne vanno via, per fortuna, Elena che studiava alla Bocconi, la ricchezza, la povertà, le tipe russe che quando passano affianco a me sulla via mi fanno schifo quando parlano russo, lingua e paese di merda, Marina, che schifo, una coppietta di adolescenti, un negretto e un’italiana che parlano, chiacchiericcio flirtante… Valeria, GuanYin, i soldi, le sigarette, le puttane, la musica e chi ti passa affianco per le via, chi ti sembra impazzito, come quella ragazza adolescente musulmana con il velo con le cuffie mp3 in testa a canticchiare estasiata la sua musica preferita, neanche fosse musica albanese per me, sonorità che ti entrano in testa e ti fanno impazzire, l’altra ragazza che pregava al ciglio del marciapiede davanti al bar chiuso, con la bottiglietta d’acqua in mano, un’Ave Maria, quell’altro quando uscivo di casa, un adolescente, che non so a chi diceva: “Scopate di più!”, un altro che diceva: “Guardone!”, la pornografia dentro una stanza, la pornografia sul cellulare per strada, prima di andare dalla massaggiatrice cinese, il rosso e il nero, evocare la cinese e godere, sto fuori come una mina, non c’è più differenza tra dentro e fuori, dormire sul proprio letto come se dormissi su una panchina in mezzo alla strada, l’effetto droga Valium, Zolpeduar, Alcol, Vodka, Olanzapina passato, periodo evanescente e psichedelico da dopo il ritorno dalla Germania, il sufismo, le sedute dal dentista, l’operazione, la flebo, le divinità indù, la vodka, Rasputin, Abdul Baha, l’archimandrita greco, Dong Dong e il lavoro al bar, le puttane, GuanYin, Valeria, le sigarette, Allahu Abha, il sufismo, girare su me stesso, il sufismo e i 100 nomi… il centesimo nome inesprimibile, Gloria, Gloria a Dio nell’alto dei cieli, for who the bell tolls, Bonfanti e la sua Maserati, il suo: “Ci mancava anche Maometto adesso!”, lui che ora non c’è più, pregare con Haruna, Ramadan Bahaì finito, la Quaresima che continua, il tempo che non basta più, l’Apocalisse, gli Avventisti che non c’è Pasqua, non c’è Natale, solo dieta e Vangelo tutto l’anno… i bambini che corrono al parco, i pedofili dei film criminali, true detective, le madri un po’ rotonde che portano i bambini nel passeggino, i carabinieri che metafisicamente mi controllano più di Saverio, io e la mia stanza e i miei oggetti, la stanza che è solo la cabina di bordo di questa nave pirata che è la vita, salpare, salpare, salpare, mai stare troppo nella cabina di bordo, salpare… oggetti maledetti, stesse facce, stessi discorsi, loop, vizi, impossibile spezzare le catene, girare su se stessi, disorientarsi, sufismo dell’anima, Naw-Ruz, primavera, il sole che sta per tramontare qui al parco, la sera che calerà e una preghiera al nulla, la gente che mi parla senza saperlo, quando vado in giro per le vie, KGB, FBI, CIA, carabinieri dell’anima, Truman Show e Giorni della marmotta, loop e routine dell’anima, gli oggetti nella mia stanza, gli oggetti nella stanza del Barresi, l’adolescenza dell’anima che svanisce, l’assenza di ogni cosa, di ogni persona, quelli che parlavano di lavoro, barboni disoccupati, il silenzio che cala sul parco, il tramonto, il sole che riscalda, Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima… il vuoto, il nulla, la luce bianca, l’assenza di puttane, di oggetti, di persone, di immagini, di compulsioni, la luce, la luce, la luce! Disorientamento e sufismo dell’anima, non girare più su me stesso, Naw-Ruz, girare per il parco, la fine dei pensieri, l’assenza di suoni, di parole, di concetti, il nulla, il vuoto, la luce, il silenzio… e tramonta il sole, Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima, la luce e il silenzio dopo il disorientamento, che la sera passa dove piace al giorno, Naw-Ruz, disorientamento e sufismo dell’anima, la luce e il silenzio dopo il disorientamento…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Tutta l’oscurità dell’anima…

Nero dell’anima, ancora una volta, ieri sera, al tornare dalla biblioteca, sdraiarsi sul letto e voler solo morire… i canti ortodossi che mi accompagnavano… gli amici che squillavano per uscire, io che non rispondevo, continuare a dormire, di un sonno depressivo, nero, l’oscurità della camera che era l’unica visione, le immagini e i pensieri della mente che sparivano, per lasciare spazio solo alle tenebre, e al silenzio… black metal dell’anima senza musica… addormentarsi di un sonno profondo… svegliarsi, nel sogno, sognare di stare barcollando, come l’altra volta quando sognavo Miryam, barcollare e le gambe che mi cedevano, nel sogno, capitombolare a terra con le gambe che non reggevano più, e sentirsi addosso una maglietta che era come una camicia di forza, squarciare a brandelli la maglietta bianca di karate nel sogno, strapparla via con forza, e liberarsi da quella prigione, sognare Ana, il mio desiderio per lei, sognare lei, e svegliarsi alle dieci di sera… Ana, nel sogno, il sonno depressivo, il sogno allucinato, il desiderio per lei, l’orario quasi di uscire con gli amici, alle dieci, chiamarli per vedere se uscivano veramente, sì, mi dicevano, ok, ci vediamo più tardi… svestirsi e rivestirsi di nero, con quella felpa che mi ricordava Ana, quella felpa nera, jeans neri, felpa nera, giubbottino nero, scarpe nere, i lunghi capelli, la mia magra figura, lo sguardo perso nel vuoto e nell’oscurità, andare da Ana o uscire con gli amici? Il nero dell’animo che mi invadeva, ricordarsi che l’altro giorno è morto Bonfanti, il collega di mio padre e Marco, schiacciato sotto un ponte sollevatore di automobili, incidente sul lavoro, un altro morto, dopo il suicidio del padre di Marco vent’anni fa, dopo il Lissoni e le sue troppe sigarette, adesso anche Bonfanti, un altro morto, nella schiera di quella gente più grande di me, lavoratori, disperati, ricordarsi vagamente le parole di Bonfanti, quando c’era: “Dai! Barista! Dai! Lavoratore! Su! Forza! Ci mancava anche Maometto adesso!”, andato, via, trapassato, sul lavoro… questo lavoro che sa di morte e noia mortale… “Ci potranno essere delle cadute, ma non resettano ogni cosa, lavori!”, diceva Saverio, impegnarsi ogni giorno ad andare alla stessa ora, stare sul lavoro, quel lavoro che non dà soddisfazioni… l’oscurità dell’anima e la mancanza di voglia di uscire con gli amici, l’oscurità e il ricordo di Ana, la pubblicità russa: “Иногда получается так… а иногда получается так…”, la sessualità e la sua maledizione, Ana, Alice, Aleksia, la negretta, le ultime avventure, disavventure… donne e motori, gioie e dolori, la macchina distrutta, la nuova macchina con la quale non mi trovo, il lavoro disastrato al bar, la barba lunga, i capelli lunghi, la mia magra figura, i vestiti neri, l’oscurità, la morte, l’amore, il sesso… senso di morte e di caduta dalla grazia, fallen from grace… black metal dell’anima… lasciar perdere, non uscire con gli amici, sarà per un’altra volta, fa niente se poi mi daranno del depresso e dello psicopatico, un po’ di tutto questo è anche vero… cambiarsi di nuovo, lasciar perdere le sigarette da evitare, il digiuno forzato, oscurità dell’anima che mi invadeva, risdraiarsi sul letto e sapere che per altre tre ore, fino alla una di notte non avrei dormito… era proprio così… lasciar scorrere i pensieri, le visioni, i collegamenti di pensieri senza nesso, aspettare che il sonno arrivasse da sé, e arrivava, nero, come l’oscurità… svegliarsi la mattina, un caffè, pesarsi, accorgersi di aver messo su chili, in questi ultimi due mesi, troppi pasticci, il nero dell’anima che mi invadeva… andare al bar, un caffè, senza parole, al diavolo le sigarette! Tornare a casa solo per raccogliersi, le solite richieste ad una divinità sempre più lontana: pochi caffè, poche sigarette, poco cibo, poche puttane, poco alcol, pochi miscugli di medicine, attività fisica… e poi? Cosa rimane a parte questa disciplina straziante dell’anima? Cosa rimane? Gli amici che non vuoi vedere, la gente con cui non vuoi parlare, Ana che ti deprime e basta, anche Alexia, anche Alice, non sapere che farsene dei due tre like di ieri su Instagram, Alice C., Noemi G., ex compagne di università, di russo, per una foto di una street art con un gatto diabolico, non sapere che farsene, black metal dell’anima… la musica che mi invadeva, sonorità depressive, l’assenza di parole e pensieri, la morte di Bonfanti, il desiderio per Ana che si mostra solo nella notte, nei sogni allucinati, e va bene, sì, rispetto a quando pesavo dieci chili di più, rispetto a quando mischiavo alcol, sigarette, caffè, valium, sì, va bene, ma è solo una base, e il resto della vita? Dell’esistenza? Cosa farmene quando non c’è nessuno con cui uscire? Nessuna? Lo schifo per Marina e la sua pancia gonfia, il ribrezzo, i suoi discorsi da russa per bene, senza un minimo di sentimento, il suo sguardo, il suo volto che non mi sono mai innamorato, solo Ana, solo Ana, solo Ana, lei che se ne andrà in Inghilterra, con il suo “cliente”, a “lavorare”, a fare altro, l’Inghilterra, i Cradle of Filth, Dracula e il Black Metal dell’anima, la Romania e l’Ortodossia, tutta l’oscurità dell’anima… leggere senza voglia “Fasciocomunista”, dopo che la sera scorsa guardavo “22 July” sul terrorista di destra Breivik, film in inglese, la morale? Se sei di estrema destra sei un mostro, sei da solo, se sei di sinistra e hai amici e una brava famiglia sei salvo, lo sconforto… non sentirsi né di destra né di sinistra, solo credente, di un credo oscuro, tutta l’oscurità dell’anima… leggere a vuoto e non sapere cosa fare, decidere di passare in chiesa per sentire la messa, la domenica del perdono, i mostri della Chiesa Cattolica che sono apparsi nelle ultime notizie, dimenticati, solo Cristo, non mi confesso con nessuno, non faccio l’Eucarestia, me ne frego degli altri in chiesa, guardo solo le icone, icone ortodosse, e cerco conforto là dove non ce n’è, Ortodossia dell’anima, tutta l’oscurità dell’anima, Ana… uscire dalla chiesa per niente sollevato, fumarsi una sigaretta che non dava piacere, tornar a casa e chiamare gli amici sul cellulare, “Lo sai che Aldo è mezzo psicopatico, è per quello che non è uscito!”, diceva l’amico un po’ maniaco, sempre perso nel mondo virtuale, h24 davanti al pc, a inseguire chimere di successo hoolliwodiano tramite le sue foto “artistiche” su Instagram, a sognare di scrivere sceneggiature e di fare film, di diventare, ricco, famoso, miliardario, con delle tipe tutte modelle… h24 davanti al pc, nessuna differenza per lui tra fantasia e realtà… ossessionato, maniaco di pornografia, uno psicopatico che dà dello psicopatico ad un altro psicopatico… psicopatico… come quei criminali nei libri di Jo Nesbo, Norvegia dell’anima, black metal dell’anima, tutta l’oscurità dell’anima… Ana che mi fa deprimere, il lavoro anche, i colleghi anche, la gente che muore, cercare di dimenticare la puttana cinese Alice con i poster del comunismo di Mao Zedong, il lavoro da Alex, il salto là tra quelle icone e quella gente, chiesa, la chiamano, decidere di andare all’Aumai a comprarsi una bilancia digitale, per tenere almeno il peso sotto controllo nei prossimi mesi, il digiuno, il mese di Bahà, la quaresima, l’apocalisse, là dove il tempo non esiste più, né sacerdoti, né santi, né niente, solo Cristo, e tutta l’oscurità dell’anima… i genitori che litigano, il lavoro che fa schifo, i colleghi pure, gli amici anche, l’altro amico che chiamavo che diceva anche lui che l’altro è sempre chiuso nella sua stanza, davanti al pc, vita alienata… la mia biblioteca, le mie officine, i miei telegiornali in cinque lingue diverse, la mia musica, i miei canti, la mia vita che non c’è, la compagnia che non c’è, le tipe che non voglio più, Alice che veniva sovrascritta da quella commessa cinese all’Aumai che mi passava la bilancia, “Vuoi un’altra?”, “Un’altra cosa?”, “La batteria c’è dentro”, “Ah, allora basta!”, la moglie di Alex, la moglie di Leo, il sole rosso, 红太阳, Mao Zedong, la tipa cinese, la commessa dell’Aumai, lo sviamento da ottobre, per quel dentista maledetto, l’alcol, i caffè, le puttane, Marina e lo schifo, l’altra barista cinese, la vodka, il valium, i mix chimici, il devasto, tutta l’oscurità dell’anima… il black metal dell’anima, le troppe sigarette stamattina, il peso da controllare, lo sport da fare, i libri da leggere, il lavoro, Saverio da vedere venerdì, il mese di Bahà, la Quaresima, l’Apocalisse, la morte, l’amore, il sesso, Ana che non voglio più vedere, l’altro che è morto, il tempo che non esiste più, il consumismo culturale, i soldi da mettere da parte, Marina che mi fa schifo al solo pensiero, gli amici che non c’è più niente da discutere, sì, quello lì è h24 nella sua stanza davanti al pc, mondo virtuale, altro che biblioteca, come diceva ieri un comunista lì alle bibliotecarie, mondo virtuale, l’oscurità dell’anima, l’assenza di pensieri, l’assenza di visioni, una schermata nera cala su di me, il silenzio, l’assenza di parole, tutta l’oscurità dell’anima, e un mondo che non ha più senso, il tempo non esiste più, Apocalisse dell’anima, la fine del mondo, tutta l’oscurità dell’anima…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

Liberarsi in questo piacere delle mancanze…

Vista offuscata, dalla lettura dell’ennesimo Jo Nesbo’s Harry Hole, al parco, in biblioteca, cercare di levarsi di dosso le sigarette, fare qualche tiro dalla sigaretta elettronica, una volta ogni paio d’ore, stare in biblioteca e finire il libro, aggirarsi per le sale della biblioteca come un bulimico di parole e libri, vedere quel libro “Da Bisanzio a Instanbul”, le solite cose, icone e mosaici, mosche, un dizionario delle religioni del medio-oriente, sfogliare le pagine e accorgersi di sapere quasi tutto, ma poi oggi c’è wikipedia, e i dizionari tematici non servono più, un libro strano: “Ka”, tra induismo e buddhismo, lasciarlo perdere, aggirarsi nell’altra stanza e ricordarsi di quel libro sul sufismo, un libro che non è un libro da leggere, ma a cui ispirarsi, la spiritualità nella pratica, l’assenza di libri, i suoni e i canti del corano, un libro che non è un libro, un libro che elimina tutti i libri e tutte le parole scritte, la vista offuscata dalle lettere che andava via, pensare di comprarsi un corano in arabo, una bibbia in ebraico, un’altra in greco, da non sfogliare neanche, da tenere lì solo sulla mensola, libri che non sono libri, per vincere l’offuscamento da parole, lasciar perdere, basta quel libro sul sufismo… e tornare a casa dopo essere passato al supermercato per comprarsi qualcosa da mangiare quando il craving del cibo si fa forte, dei semplici yogurt bianco per fare colazione, e per non mischiare brioche e caffè come stamattina, vincere i craving, come voglio vincere questo craving di sigarette anche a costo di sentire il demone dell’altra sera, quello della fame che si mangerebbe l’intero all you can eat, ricordarsi che è falso, come un vero e falso, come una verifica, la voglia di fumare sigarette normali, che non è vero che ho così una forte dipendenza da nicotina, è tutto un gioco psicologico, e cercare di disciplinarsi adesso che stasera comincerà il mese di Bahà, il mese di digiuno, un mese di digiuno che sarà solo una porta verso un digiuno perenne, perché dopo l’apocalisse il tempo viene abolito, e non ce n’è più bisogno, un po’ come il display dell’orolgio in macchina che la notte non si illumina, e chi se ne frega, il tempo non esiste più… cercare di trovare qualcosa per fare passare il tempo questa sera, o leggersi quella monografia sulla Turchia di Erdogan o lasciarsi andare alla musica albanese, come ieri pomeriggio, lasciarsi andare… non aspettare la chiamata del Barresi questa sera, che diceva ieri stasera si sarebbe usciti, meglio così, non mi va di uscire stasera, forse neanche domani sera, e fregarsene del sabato e della domenica, i giorni peggiori, quando non c’è niente preciso da fare, e le letture non possono durare h24… ricordarsi di bersi meno caffè domani, meno cibo, meno roba in generale, meno roba c’è meglio si sta: il piacere delle mancanze… e non sapere che farsene di questa sera, di questo tardo pomeriggio, il fastidio che cominciano a provocarmi i cinque caffè di oggi, uno di troppo, stare attento domani e dopodomani, dopo le crisi esagerate dell’ultimo periodo, non ispirarsi più a Rasputin, ad Abdul Baha, a Gesù Cristo, all’archimandrita ortodosso, trovare un’ispirazione più razionale, più scientifica, il darsi delle regole un po’ ascetiche e continuare a grandi linee su questa strada, il piacere delle mancanze… dimenticare ormai Ana, dimenticarsi della pizzeria turca, dell’All you can eat almeno per i prossimi due giorni, essere abbastanza soddisfatti del lavoro, di questa settimana lavorativa, di queste regole che sono riuscito a tenere, continuare così, nel piacere delle mancanze… darsi forse alla musica, e lasciarsi andare, riposare e godere dei suoni, liberarsi in questo piacere delle mancanze…