Descrizioni, Visioni

E lasciarsi andare tra questa luce e questo nero dell’anima, tra attacchi di depressione e un’oscura tranquillità…

Eccolo lì, di nuovo, tutto il nero dell’anima, che mi invadeva ieri sera alla fine dell’allenamento, vesti nere, tra Rasputin e i cantanti Black Metal, sonorità depressive, gravi, pesanti, basse, camminare per le strade del paese e pensare: “Non mangio più, non fumo più”… anorexia nervosa… depressione… vicino a questi limiti… mangiare qualcosa per non appesantirmi dopo essermi fatto di cibo all’all you can eat qua a due passi dove adesso andiamo per i pranzi di lavoro, il capo cinese del ristorante che guardavo come se fosse un mafioso, il mio capo, tutto sicuro di sé e deciso, serio, nell’ordinare ai vari suoi dipendenti, neri, pakistani, indiani, albanesi, come ordinare i cibi posati sui vassoi del self service… andare via dal ristorante ieri pomeriggio con un obiettivo: portare la macchina a Como per far cambiare il cassetto laterale, quello del passeggero, che restava sempre aperto… tornare a casa carico, bersi un caffè per preparare la corsa, l’allenamento, e poi allenarsi, stanco, senza forza all’inizio, le forze che ritornavano poco alla volta durante l’allenamento, provare calci volanti, rotatori, quello al volo del passo sul muro lì nel parchetto, tra vecchie moldave e spacciatori marocchini, non considerarli, andare avanti nell’allenamento… tornare a casa appunto e farsi una doccia, fare quattro passi con il nero e la stanchezza dell’anima che mi invadevano, non fumerò più, non mangerò più, tra qualche giorno è il mese di Bahà, mese di digiuno, tra un po’ è Quaresima, è periodo di digiuno, in ogni caso, ma se dopo l’apocalisse il tempo non esiste più allora sarà digiuno per sempre… il nero dell’animo che mi invadeva, fare voto di farsi crescere i capelli lunghi, come un capellone, un cantante Black Metal, un monaco ortodosso, come quel capellone che vedevo l’altra domenica al bar, o quello che quasi mi scontravo in macchina l’altro giorno nella rotonda, i capelli lunghi, come Ozzy Ozbourne, quello che nominavano l’altro giorno quegli operai in officina, Ozzy Ozbourne, il diavolo nella musica old style… c’era bisogno di Cradle of Filth, ieri pomeriggio, dopo l’allenamento, dopo il salto al bar per comprare quelle sigarette che non vorrei più comprare, quel cibo che non vorrei più mangiare, cibo che compravo al supermercato, muoversi per le vie del paese come se fosse già primavera, vesti nere, a piedi, senza giubbotto, solo una felpettina, tutta la stanchezza e il nero dell’anima, la musica del primo disco dei Cradle of Filth che mi invadeva, The principle of evil made flesh, the midnight speech, from where they fall, from where they fall… quella voce che anche oggi a pranzo risentivo, del disco, non in screaming, non in growling, voce pulita, ma depressiva, come uno che si fa di eroina e adora il demonio, la depressione e l’anoressia, quel nero dell’anima che anche oggi mi invadeva sempre lì, all’all you can eat, mentre si mangiava tra Marco, mio padre e Rizzi, discorsi da vecchi, e i miei pensieri che diventavano neri, nella testa quella musica depressiva, da crisi di astinenza da eroina, dove i cantanti urlano, dove le note sembrano un funerale sinfonico, quegli altri dischi che ascoltavo ieri sera, sdraiato sul letto, stanco morto, morto, funeral dusk, cradle of filth, mid autumn nights, and I entitled it: a dirge, musica sinfonica depressiva, e un sonno depressivo sotto quelle note, e il silenzio, e l’oscurità della notte, e un sonno che non sarebbe mai finito se non stamattina quando andavo al bar a prendermi un caffè e sentirmi dire da Bruna: “Ciao! Collega! Quasi quasi glielo dico”, mi diceva, “Andrò in pensione tra novantanni”, mi diceva e io che le rispondevo quasi con un sorriso dal profondo dell’anima: “Collega?!! Magari!!! Ormai faranno quota 2000!”, e io che me ne andavo con l’amarezza e la contentezza di aver scambiato due parole, mentre il nero e la depressione dell’anima ancora mi avvolgevano, nonostante la voglia lontana di Ana appena mi svegliavo la mattina, prima di tornare a dormire e continuare a fare i miei sogni allucinati, tra depressione, stanchezza e anoressia e nero dell’anima e non so bene che cosa, astinenza da alcol, sigarette, valium, non lo so neanch’io, che ora come ora mi lascerei solo svenire in piedi, senza cibo, senza caffè, senza sigarette, senza niente, e mi farei solo crescere i capelli lunghi come un cantante black metal, come Rasputin, per cercare ancora il nero e l’oscura tranquillità dell’anima, il rimorso di aver lasciato andare quel lavoro da barista, quella crisi depressiva, che ora riconosco come tale, che mi prendeva quel giorno al bar, quando mollavo tutto, attacchi di depressione e oscure tranquillità dell’anima… che anche oggi all’all you can eat mi stavano venendo attacchi di depressione, che avrei voluto lavorare lì, piuttosto che in officina, ma poco importa il luogo di lavoro, l’officina sotto casa, le officine in giro, il bar o il ristorante, quando gli attacchi di depressione ti vengono poco importa il dove, sai solo che molleresti tutto, ti accasceresti e ti metteresti ad ascoltare i cori ortodossi, il corano, la musica black metal, e ti lasceresti andare a quei sonni depressivi e stanchi che solo tu conosci, per dimenticare il mondo, ogni obiettivo, ogni cosa, e dimenticare tutto, non leggere più niente, solo dormire e ascoltare sonorità extrasensoriali, estatiche, che ti portano in altre dimensioni, piene di luce o piene di tenebre, stati fisici e mentali alterati… che anche adesso sto resistendo alla tentazione di accasciarmi sul letto e dormire, ascoltare la musica black metal che quell’imam mi diceva di non ascoltare più, che metafisicamente avevano decapitato i cantanti black metal, di non ascoltare più quella musica da eroinomani e drogati e disperati e depressi e anoressici, ma piuttosto di ascoltare la musica un po’ turca albanese, canzoni d’amore, di sensualità ed erotismo, ma quelle note non le ritrovo più in me… e non so cos’è, se la stanchezza del lavoro, la mancanza di prospettive, o la stabilizzazione da oscura tranquillità che mi invade, lavoro ogni giorno, cerco, come se ogni giorno dovessi andare al bar a lavorare, salvo che poi qualcuno mi fa ricordare dei contributi, della pensione, del lavoro ufficiale, e mi rodo l’anima pensando che con un po’ più di volontà avrei potuto fare il barista, preparare i caffè, parlare con la gente, preparare i centrifugati, e forse fare come mi diceva Alex: vincere la depressione lavorando al bar… ma non è andata così, la depressione ancora mi assale, l’oscurità dell’anima, e mi deprimo allo stesso modo lavorando nelle officine, mentre le notizie in cinque lingue diverse non mi catturano più, sono solo dei sottofondi in altre lingue, una serie di immagini, altre parole, di cose che non interessano a nessuno, con cui non puoi parlare con nessuno, e una volta al bar, in quel bar, forse ne avresti potuto parlare, con quei milanesi, e invece qui niente, i soliti macchinari, i soliti libri, la solita musica, le solite persone, e quel rimorso del bar, quell’errorre di quelle puttane, la macchina distrutta, nessuno che mi aveva avvertito che ci sarebbero potuti essere dei momenti “no”, attacchi di depressione e tranquille oscurità… il colore nero, quello che veste sempre anche Bruna, anche lei che mi accennava alla sua depressione qualche mese fa, ormai superata, il colore nero e l’oscurità dell’anima, la stanchezza, il sonno depressivo, la musica black metal, quella da evitare, i mix tra alcol, valium, sigarette, caffè, allenamento, lavoro, uscite, giri in giro e quant’altro, trovare un giusto equilibrio in questa oscurità che vuole farsi luce, mentre il tempo là fuori cambia, il cambio di stagione, il rimorso del bar, che quasi mi verrebbe da fare il cameriere in mezzo a pakistani e albanesi, in quel ristorante di Mister Hu, che oggi mi guardava con uno sguardo che sembrava dirmi: “Stai sveglio! Forza! Attento!”, come se mi stesse controllando, come se fosse lui il mio capo, mentre mi aggiravo tra i vassoi del self service non per servire, ma come per controllare i vassoi, come se stessi lavorando lì, e ormai ovunque vada è come se stessi cercando di imparare il mestiere, di barista, di cameriere, di tecnico, di meccanico, di venditore, di commesso, non c’è più stacco e vorrei lavorare ovunque e da nessuna parte, solo per avere degli orari e dei compiti, qualcosa da fare per vincere la depressione e per non avere troppi tempi morti durante la giornata, la sera o la notte, o la mattina, e cercare di disciplinarsi e andare in officina tutti i giorni alle nove, e vedere cosa c’è da fare, se c’è qualcosa da fare, pensare al domani come se: “Ok, riposiamoci un attimo, ma teniamo un po’ di energie per domani, domani alle nove si comincia, come se fossi al bar alle sei di mattina”, cercare di tenere il ritmo, cercare di tenere il passo, regolarsi, darsi degli orari, dei compiti, e del tempo libero che è solo il tempo tra un orario di lavoro e un orario libero, le camminate, l’allenamento, il lavoro, i raccoglimenti, trattenersi dai vizi, non lasciarsi ad attacchi di depressione tra il black metal e l’eroinomane, cercare di stare in piedi, di resistere, non buttarsi giù, tra questo nero dell’anima e questa oscura tranquillità… e ricordare lo sguardo di Mister Hu, l’energia, la forza di andare avanti, non buttarsi giù, fare come se lavorassi al bar, con gli stessi orari, in officina, non lasciarsi andare a musica depressiva, a mix letali da mentalità da eroinomane, la luce dell’anima, la musica, non la depressione, e cercare di stare in piedi, senza farsi prendere dal rimorso del bar, senza farsi tentare di andare a fare il cameriere dai cinesi, cercare di lavorare nelle officine come se lavorassi al bar, con degli orari, con un minimo di orientamento di regole, precetti quasi religiosi di come condurre la giornata e la serata, e lasciarsi andare tra questa luce e questo nero dell’anima, tra attacchi di depressione e un’oscura tranquillità…

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