Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

La sera… dopo una leggera giornata di lavoro, il libro “Aleph” di Paulo Coelho, leggerezza di cose senza senso new age, lo spirito del mondo, lo spirito della pace, l’amore… arrivare a sera e aver voglia di rifarsi di quella vodka gettata via nel lavandino, recuperare una nuova bottiglia al supermercato, prendere la macchina e andare… arrivare là, prendere la bottiglia di vodka standart e andare alla cassa… l’etichetta antifurto che era sopra il codice a barre, la cassiera che diceva che bisogna essere proprio stupidi, quattro chiacchiere prima che arrivasse l’altro commesso che avrebbe dovuto recuperare un’altra bottiglia, con il codice a barre libero, due parole con la cassiera, sull’altro Carrefour 24h che chi ci va la notte a fare la spesa? Neanche quelli che tornano dalla discoteca, al massimo vanno dai panettieri notturni a prendersi una pizzetta, una brioche, come si faceva ai tempi con gli amici… il commesso che ritornava e diceva anche lui, come mi aspettavo, che quella era l’ultima bottiglia rimasta, e quindi un’altra non ce n’era, meglio così, pensavo, salutavo, si scusavano, ed ero contento per quella bottiglia in meno… tornavo a casa, mi prendevo la mia olanzapina e cercavo di riposare, mentre il craving dell’alcol, delle sigarette, si faceva sentire, a niente serviva pensare ai monaci, ai santi, stare lì un’oretta sdraiato, ad orari ora più umani, verso le dieci di sera non già dormire, e verso le undici riprendere la macchina per andarsi a comprare una keglevich, che andava bene lo stesso, all’altro Carrefour, aperto 24h… prendere la macchina, partire, e neanche a metà strada girare dall’altra parte, per andare a trovare Ana, e non la cassiera del Carrefour, che solo vedere quel negozio mi faceva venire la depressione, fregarsene del cassettino passeggeri della nuova macchina sempre aperto, siamo in Romania, pensavo, il mondo ideale non esiste più… arrivare là da lei, e dirle che le davo tot, andava bene e saliva in macchina, Ana… che solo risentire la sua voce per un attimo provavo piacere, avevo voglia di parlarle, delle mie disavventure degli ultimi mesi, il dentista, la macchina distrutta, il lavoro al bar dell’amico cinese, l’amica russa che non significa niente, la puttana cinese, le partite al bar, l’alcol, il mix di alcol, valium, caffè, sigarette, zolpeduar, canti ortodossi, canti islamici, che da settembre, da quando avevo deciso di non rivederla più, Ana, era stato un continuo cadere sempre più in basso, un casino totale, lei che sorrideva… lei che mi raccontava che anche lei con il nuovo anno non è iniziato bene, il poco lavoro, in generale, i suoi che sono separati, loro, le due sorelle, che hanno due macchine e quando escono la sera decidono o una o l’altra, non importa, lei e le sue serie televisive turche, come in Albania, le dicevo, anche là guardano telenovela turche, sottotitolate, una volta c’erano i turchi, in Albania, in Romania, cinquecento anni fa, le dicevo, Dracula… lei che diceva che sapeva un po’ di parole turche, io che ne sapevo solo una, le dicevo: “Sevi seviyorum”, “Ti amo”, diceva lei, io che mi perdevo nel suo sguardo, nella sua voce, lei che per un attimo, con quella voce lì, che mi ricordava Eugenia, lei e la sua bellezza nel parlare un’altra lingua, l’italiano, come fosse la sua, con tutta la leggerezza e la dolcezza del mondo, lei che mi diceva che aveva 21 anni, giovanissima, le dicevo, lei che a settembre vorrebbe andare in Inghilterra, che qua ormai non c’è niente, c’è un cliente di 28 anni che là la ospiterebbe, ha altri parenti, zii, cugini, a Londra, lei che mi diceva di andare anch’io, che l’età non conta, io che le dicevo che ormai ho 35 anni, se avessi avuto dieci anni di meno forse sarei andato, cosa ho studiato a fare lingue? Era meglio che dieci anni fa prendevo e andavo, avrei imparato di più, per che cosa poi? Lei che comunque andrebbe là non per amore della lingua, ma per i soldi, lei che continuerebbe a fare quel lavoro, più un altro lavoro, per guadagnare di più, come Alina, pensavo, che ogni tanto faceva la notte, altri lavori da giovane ucraina di giorno, lei che mi parlava di voler andare in vacanza in Turchia, anch’io le dicevo, Istanbul, dopo che quest’estate ero stato a Berlino, la capitale della Turchia, come diceva Mustafa, e avevo voglia di visitare Istanbul, che tanto a Berlino i posti dove mangiare sono tutti turchi, le moschee, le cantilene islamiche, quella canzone romena in inglese: “Lost in Istanbul”, che anche lei conosceva, lei e le serie turche, le parole turche, le storie di chi si innamora, si ammazza, finisce in galera, tanti episodi, lei e i suoi orari assurdi, lavorare dalle dieci all’una di notte, tornare a casa e guardare le serie tv fino alle sette, addormentarsi e svegliarsi alle quattro del pomeriggio, pulire la casa, fare lavori, e neanche il tempo di far altro e tornare subito al lavoro, circolo così, vizioso, di una vita un po’ depressa, come lei, senza sorriso, con quella voce dolce e disperata allo stesso tempo, lei che non riesce a dormire come me, io che l’altra notte mi svegliavo alla una e non dormivo fino alle sei, quando andavo al bar, prendevo il caffè, e me ne tornavo a casa a dormire fino alle nove, come per cercare di rimettere a posto il ritmo del sonno, non si può addormentarsi alle otto e svegliarsi alle quattro di mattina, io che con lei parlavo una ventina di minuti, di tutto questo, di andare via, di stare qua, dei soldi, delle serie turche, che mi ricordavano l’Albania, le volte che mi ubriacavo al Bar London e poi andavo in pizzeria turca, London e la Turchia, i sufi, l’alcol, lo sviamento, l’annebbiamento dei pensieri, come lei, per la mancanza di sonno, la depressione strisciante di entrambi, l’infelicità… non c’era altro da aggiungere, neanche pensare a Eugenia, ormai persa, io che la riportavo là dove sua sorella attendeva un altro cliente, quella macchina che si fermava lì, a caricare tutte e due le sorelle, prendere e andare via, dopo averla salutata, il suo sguardo infelice, triste, depresso, senza piacere, la voce dolce e stanca, senza sonno, il mio sviamento, il suo volto, la sua voce, la sua bellezza da ragazza 21enne, la Romania, l’Inghilterra e la Turchia, e Ana che traduceva “Ti amo”, “Sevi seviyorum”… girare e tornare a casa, essere ancora indeciso se bere o no, pensieri offuscati, voglia di una scarica di qualcosa, andare al bar e prendersi una bottiglia di birra, dopo aver vagato in casa in cerca di alcol, quella birra dopo mezzanotte, qualche sigaretta di troppo, pensieri affuscati e annebbiati che vagavano qua e là, lo sviamento dell’ultimo periodo, tra puttane, bar, alcol, partite, russe, cinesi e romene e sud americane e romene, io che pensavo ad Ana, lei che forse partirà per Londra a settembre, come diceva, io che mi dicevo, perché partire? E pensare che una volta il desiderio di stare qua era dovuto a lei, non partire per Londra proprio perché c’era il desiderio per Ana, o così credevo, la depressione strisciante di entrambi, la notte, un po’ d’alcol, leggero, la musica che non partiva in me, forse “Perseri” di Greta Koci, e il piacere che non c’era, il dispiacere di una notte così, i miei amici che mi davano ultimamente del depresso emo, la notte fatta di una bottiglia di birra e di un bicchire di malvasia, al di là di tutte le storie religiosi, dei proibizionismi isterici, la leggerezza che si trasformava nella pesantezza della notte, la depressione strisciante di noi due, me ed Ana, la notte e il dispiacere, sentirsi lasciato in nome di quel suo amico che l’ospiterà in Inghilterra, vite da migranti, in nome di pochi soldi, in nome del lavoro che qua dicono tutti che non c’è, io che pensavo al lavoro di mio padre, ai soldi che non so neanche come spendere, all’infelicità, alla depressione strisciante di noi due, la notte, la musica che non c’era, il piacere in esilio, il dispiacere che pervadeva ogni cosa, senza bisogno di vodka standart o keglevich, al di là dei notiziari e di tutte le lingue di questo mondo, della musica di tutto il mondo, delle tipe da tutto il mondo, una visione, ancora una volta, della chiesa a Iasi, l’iconostasi, il catapeteasma, là dove finisce il mondo, l’archimandrita greco che con la sua presenza mi diceva che era meglio evitare Ana, caffè, alcol, sigarette, riprendersi dopo questo periodo di devasto e confusione, con questa depressione strisciante di noi due, Ana che tornerà in Romania a Pasqua, 28 aprile, secondo il calendario ortodosso, una settimana, Pasqua, come i canti che sentivo l’altro giorno, di quei monaci di Valaam, ortodossi, la sensazione pasquale che provavo l’altro giorno, lontano dai circoli viziosi, liberato per un attimo, dai caffè, sigarette e alcol, quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana… che non c’è musica, forse solo quella di Mahmoud, adesso di moda, dopo San Remo, volevi solo soldi, soldi, soldi, wali di wali di habibi, h b, abha, bahà, la gloria, gloria al padre al figlio allo spirito santo, Слава Отцу, Сыну и Святому Духу, l’ortodossia che non c’è, perdersi tra la luce bianca bahaì e il nero oscuro dell’ortodossia, il catapeteasma, la Pasqua di Ana, la nostra depressione strisciante, una Londra che non c’è, e l’assenza di musica, e quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

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