Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Dopo una notte di devasto…

Vodka, la notte, dalla una alle tre di notte, bere, fumare camel white, avevano solo quelle in quel bar ieri sera quando si usciva con Barrezi, vodka standart russa, di quelle più raffinate, più buone, come quella che bevevo al bar london, quando mi ubriacavo, nella notte, la voglia di una chesterfield rossa, la vodka che mi aveva regalato l’amico, insieme ai poster della propaganda cinese comunista dei tempi di mao tse tung, regali di compleanno arrivato dopo un mese e mezzo, giocare a spostarli di qua e di là nella stanza, ubriacarsi, pensare a Rasputin, ad Ana, all’ortodossia dell’anima, prendere la macchina nel mezzo della notte e andare al bar a comprarsi le chesterfield rosse, dopo che spezzavo e buttavo via le camel white, comprare le chesterfield rosse al distributore automatico… tornare in casa, bersi qualche goccio ancora, fumare una sigaretta, buttarla via, prendere la bottiglia di vodka e svuotarla nel lavandino, buttarla via, prendere le chesterfield rosse e buttarle via, dopo averle spezzate, prendersi venti gocce di valium alle quattro e mezza della notte, per dormire, pensando ad Ana, a non so chi, a non so che cosa, ai discorsi fatti forse insieme all’amico, prendi e vai via, emigra, sai le lingue, fai import export, vai in Russia, anch’io mi sveglio la mattina e non so cosa fare, mi devo organizzare la giornata, la vita priva di senso, io inseguo il piacere nelle cose che faccio, quello è il mio criterio, il piacere? Bere alcol fino ad ubriacarsi, sette caffè al giorno, trenta gocce di valium, non so quante sigarette, cibo a volontà, e ogni tanto le puttane, se questo è inseguire il piacere, meglio non basarsi sul piacere per andare avanti, qualcosa che mi piace? Non c’è più, né le lingue, né lo studio, né il lavoro, vagamente Ana, Alexia, lontanamente, forse l’unico piacere che provo ora è l’ascetismo, l’ascetismo di fare a meno di quei circoli viziosi, anche se sbagliavo a buttare via la vodka e le sigarette, soldi buttati, sprecati, non si buttano via le cose, un po’ come quando nella depressione totale nel 2016 buttavo via tutti i fumetti, cancellavo il vecchio diario ispirazione ultima, mi cancellavo dai social, nella depressione ogni tanto ci sono queste manie distruttive, manie di buttare via la roba, come per liberarsi da un peso, e ogni volta che butti via qualcosa per un attimo ti sembra di esserti liberato dal peso, poi viene il senso di mancanza, e il peso torna comunque anche senza quegli oggetti di cui ti sei liberato, dinamica della depressione, distruttività… e poi perché depressione? E’ davvero depressione questa? Non si sa, i termini psichiatrici vanno presi con le pinze, meglio non darsi nessun nome, bipolarismo, schizofrenia, disturbo della personalità, depressione o quant’altro, l’antipsichiatria insegna che queste etichette funzionano poi come delle profezie che si autoavverano, quindi le etichette meglio evitarle… depressione perché gli amici così scrivevano su whattsup, e dopo questi regali Aldo non ha più scuse per fare l’emo depresso, ce ne manca ancora, scrivevano, emo depresso che ha ereditato, scrivevano, cazzate, tutte cazzate, quello che bastava però per farmi ripensare a come mi sentivo la mattina, dopo che sentivo i canti ortodossi e per un attimo mi sembrava di vivere il tempo di pasqua, lo stesso ascetismo, le lacrime, quello stesso sentire spirituale che non aveva più bisogno di niente, né di caffè, né di sigarette, né di alcol, né di Ana, né di libri, né di musica, né di cibo, né di film, né di niente, pura vita così, senza parole, puro sentire, puro respirare, pensiero vuoti e profondità sconfinate senza parole, senza musica, niente di niente, pura spiritualità ortodossa, eppure gli amici dicevano “emo depresso”… pranzavo, andavo a bermi il caffè al bar di Paolo, da Olga, non avevo voglia di parlare, alla radio davano una vecchia canzone anni ’90, pre 11 settembre, sex bomb, canzone stupida, dei tempi di Clinton e Bush, e poi davano, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… meglio questa canzone, anche se di solitudine non ne sento e non c’è nessuna che sia il mio rimedio, però le canzoni nuove le preferisco, suoni e canto più avvolgenti… e in quel momento guardavo Olga, mi vedevo riflesso nello specchio del bancone del bar e volevo solo farmi crescere i capelli lunghi, come un vero monaco ortodosso, o come un musicista metal, o un musicista, un artista, un cantante, non lo so, so solo che volevo farmi crescere i capelli e non avevo voglia di parlare con nessuno, né, come dicevo ieri sera, di fare niente, privo di senso ogni cosa, volevo forse solo recuperare le ore di sonno perdute nella notte a causa dell’alcol, o dei discorsi con l’amico, o non so che cosa ancora, ma il sonno, una volta arrivato a casa non arrivava, arrivava solo una schermata nera in me, il ritorno dei cori ortodossi che sentivo, memorie e ricordi vari, l’assenza di ogni senso, la lista delle possibili cose da fare, persone da vedere, luoghi dove andare, finiva la lista, finiva il mondo, schermata nera, e forse risuona solo questa canzone ancora, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… e non so perché in me si smuovono parole da black humor da liceo linguistico, good mourning, this is a disease deceased, solo per raffinare l’orecchio, la musica, il canto, come se fossi un madrelingua inglese che non sono, senza contare che ieri sera in quel locale mi davano fastidio quei due froci di fianco al nostro tavolino che parlavano in inglese, e di andare in Inghilterra a Londra mi faceva schifo, apprezzavo solo le bariste italiane che ci servivano, tutte more, e avrei voluto sentire il loro profumo, dimenticare le ultime puttane, o forse infondermi di incenso per non sentire gli strani odori che sento ultimamente, purificarmi con la bellezza e i profumi, parlarle e dirle due cose, come le dicevo, come se fossero mie colleghe, io e miei discorsi soliti dell’ultimo periodo, la macchina distrutta, il lavoro al bar andato a male, la non voglia di emigrare, la mancanza di senso, di obiettivi, la musica che mi invade, la bellezza delle bariste, la bellezza di Milano la notte, dimenticarsi della notte fatta di vodka e sigarette e valium, i cori ortodossi, la depressione e gli emo, e solo questa canzone risuona ancora, e forse la voglia di lingua inglese, lingua russa, come ai tempi dell’università, o la voglia di niente, solo di ascetismo da periodo pasquale, o forse niente di questo, dopo una notte di devasto, svaporare con una kurv, come la chiamo io quella sigaretta logic, curv, come una puttana, come quella canzone, nuk ka dashni per njo kurv si ti, Leida, non c’è amore per una puttana come te, Leida, svaporare un po’, dopo una notte di devasto, kurv…

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