Descrizioni, Visioni

E lasciarsi andare tra questa luce e questo nero dell’anima, tra attacchi di depressione e un’oscura tranquillità…

Eccolo lì, di nuovo, tutto il nero dell’anima, che mi invadeva ieri sera alla fine dell’allenamento, vesti nere, tra Rasputin e i cantanti Black Metal, sonorità depressive, gravi, pesanti, basse, camminare per le strade del paese e pensare: “Non mangio più, non fumo più”… anorexia nervosa… depressione… vicino a questi limiti… mangiare qualcosa per non appesantirmi dopo essermi fatto di cibo all’all you can eat qua a due passi dove adesso andiamo per i pranzi di lavoro, il capo cinese del ristorante che guardavo come se fosse un mafioso, il mio capo, tutto sicuro di sé e deciso, serio, nell’ordinare ai vari suoi dipendenti, neri, pakistani, indiani, albanesi, come ordinare i cibi posati sui vassoi del self service… andare via dal ristorante ieri pomeriggio con un obiettivo: portare la macchina a Como per far cambiare il cassetto laterale, quello del passeggero, che restava sempre aperto… tornare a casa carico, bersi un caffè per preparare la corsa, l’allenamento, e poi allenarsi, stanco, senza forza all’inizio, le forze che ritornavano poco alla volta durante l’allenamento, provare calci volanti, rotatori, quello al volo del passo sul muro lì nel parchetto, tra vecchie moldave e spacciatori marocchini, non considerarli, andare avanti nell’allenamento… tornare a casa appunto e farsi una doccia, fare quattro passi con il nero e la stanchezza dell’anima che mi invadevano, non fumerò più, non mangerò più, tra qualche giorno è il mese di Bahà, mese di digiuno, tra un po’ è Quaresima, è periodo di digiuno, in ogni caso, ma se dopo l’apocalisse il tempo non esiste più allora sarà digiuno per sempre… il nero dell’animo che mi invadeva, fare voto di farsi crescere i capelli lunghi, come un capellone, un cantante Black Metal, un monaco ortodosso, come quel capellone che vedevo l’altra domenica al bar, o quello che quasi mi scontravo in macchina l’altro giorno nella rotonda, i capelli lunghi, come Ozzy Ozbourne, quello che nominavano l’altro giorno quegli operai in officina, Ozzy Ozbourne, il diavolo nella musica old style… c’era bisogno di Cradle of Filth, ieri pomeriggio, dopo l’allenamento, dopo il salto al bar per comprare quelle sigarette che non vorrei più comprare, quel cibo che non vorrei più mangiare, cibo che compravo al supermercato, muoversi per le vie del paese come se fosse già primavera, vesti nere, a piedi, senza giubbotto, solo una felpettina, tutta la stanchezza e il nero dell’anima, la musica del primo disco dei Cradle of Filth che mi invadeva, The principle of evil made flesh, the midnight speech, from where they fall, from where they fall… quella voce che anche oggi a pranzo risentivo, del disco, non in screaming, non in growling, voce pulita, ma depressiva, come uno che si fa di eroina e adora il demonio, la depressione e l’anoressia, quel nero dell’anima che anche oggi mi invadeva sempre lì, all’all you can eat, mentre si mangiava tra Marco, mio padre e Rizzi, discorsi da vecchi, e i miei pensieri che diventavano neri, nella testa quella musica depressiva, da crisi di astinenza da eroina, dove i cantanti urlano, dove le note sembrano un funerale sinfonico, quegli altri dischi che ascoltavo ieri sera, sdraiato sul letto, stanco morto, morto, funeral dusk, cradle of filth, mid autumn nights, and I entitled it: a dirge, musica sinfonica depressiva, e un sonno depressivo sotto quelle note, e il silenzio, e l’oscurità della notte, e un sonno che non sarebbe mai finito se non stamattina quando andavo al bar a prendermi un caffè e sentirmi dire da Bruna: “Ciao! Collega! Quasi quasi glielo dico”, mi diceva, “Andrò in pensione tra novantanni”, mi diceva e io che le rispondevo quasi con un sorriso dal profondo dell’anima: “Collega?!! Magari!!! Ormai faranno quota 2000!”, e io che me ne andavo con l’amarezza e la contentezza di aver scambiato due parole, mentre il nero e la depressione dell’anima ancora mi avvolgevano, nonostante la voglia lontana di Ana appena mi svegliavo la mattina, prima di tornare a dormire e continuare a fare i miei sogni allucinati, tra depressione, stanchezza e anoressia e nero dell’anima e non so bene che cosa, astinenza da alcol, sigarette, valium, non lo so neanch’io, che ora come ora mi lascerei solo svenire in piedi, senza cibo, senza caffè, senza sigarette, senza niente, e mi farei solo crescere i capelli lunghi come un cantante black metal, come Rasputin, per cercare ancora il nero e l’oscura tranquillità dell’anima, il rimorso di aver lasciato andare quel lavoro da barista, quella crisi depressiva, che ora riconosco come tale, che mi prendeva quel giorno al bar, quando mollavo tutto, attacchi di depressione e oscure tranquillità dell’anima… che anche oggi all’all you can eat mi stavano venendo attacchi di depressione, che avrei voluto lavorare lì, piuttosto che in officina, ma poco importa il luogo di lavoro, l’officina sotto casa, le officine in giro, il bar o il ristorante, quando gli attacchi di depressione ti vengono poco importa il dove, sai solo che molleresti tutto, ti accasceresti e ti metteresti ad ascoltare i cori ortodossi, il corano, la musica black metal, e ti lasceresti andare a quei sonni depressivi e stanchi che solo tu conosci, per dimenticare il mondo, ogni obiettivo, ogni cosa, e dimenticare tutto, non leggere più niente, solo dormire e ascoltare sonorità extrasensoriali, estatiche, che ti portano in altre dimensioni, piene di luce o piene di tenebre, stati fisici e mentali alterati… che anche adesso sto resistendo alla tentazione di accasciarmi sul letto e dormire, ascoltare la musica black metal che quell’imam mi diceva di non ascoltare più, che metafisicamente avevano decapitato i cantanti black metal, di non ascoltare più quella musica da eroinomani e drogati e disperati e depressi e anoressici, ma piuttosto di ascoltare la musica un po’ turca albanese, canzoni d’amore, di sensualità ed erotismo, ma quelle note non le ritrovo più in me… e non so cos’è, se la stanchezza del lavoro, la mancanza di prospettive, o la stabilizzazione da oscura tranquillità che mi invade, lavoro ogni giorno, cerco, come se ogni giorno dovessi andare al bar a lavorare, salvo che poi qualcuno mi fa ricordare dei contributi, della pensione, del lavoro ufficiale, e mi rodo l’anima pensando che con un po’ più di volontà avrei potuto fare il barista, preparare i caffè, parlare con la gente, preparare i centrifugati, e forse fare come mi diceva Alex: vincere la depressione lavorando al bar… ma non è andata così, la depressione ancora mi assale, l’oscurità dell’anima, e mi deprimo allo stesso modo lavorando nelle officine, mentre le notizie in cinque lingue diverse non mi catturano più, sono solo dei sottofondi in altre lingue, una serie di immagini, altre parole, di cose che non interessano a nessuno, con cui non puoi parlare con nessuno, e una volta al bar, in quel bar, forse ne avresti potuto parlare, con quei milanesi, e invece qui niente, i soliti macchinari, i soliti libri, la solita musica, le solite persone, e quel rimorso del bar, quell’errorre di quelle puttane, la macchina distrutta, nessuno che mi aveva avvertito che ci sarebbero potuti essere dei momenti “no”, attacchi di depressione e tranquille oscurità… il colore nero, quello che veste sempre anche Bruna, anche lei che mi accennava alla sua depressione qualche mese fa, ormai superata, il colore nero e l’oscurità dell’anima, la stanchezza, il sonno depressivo, la musica black metal, quella da evitare, i mix tra alcol, valium, sigarette, caffè, allenamento, lavoro, uscite, giri in giro e quant’altro, trovare un giusto equilibrio in questa oscurità che vuole farsi luce, mentre il tempo là fuori cambia, il cambio di stagione, il rimorso del bar, che quasi mi verrebbe da fare il cameriere in mezzo a pakistani e albanesi, in quel ristorante di Mister Hu, che oggi mi guardava con uno sguardo che sembrava dirmi: “Stai sveglio! Forza! Attento!”, come se mi stesse controllando, come se fosse lui il mio capo, mentre mi aggiravo tra i vassoi del self service non per servire, ma come per controllare i vassoi, come se stessi lavorando lì, e ormai ovunque vada è come se stessi cercando di imparare il mestiere, di barista, di cameriere, di tecnico, di meccanico, di venditore, di commesso, non c’è più stacco e vorrei lavorare ovunque e da nessuna parte, solo per avere degli orari e dei compiti, qualcosa da fare per vincere la depressione e per non avere troppi tempi morti durante la giornata, la sera o la notte, o la mattina, e cercare di disciplinarsi e andare in officina tutti i giorni alle nove, e vedere cosa c’è da fare, se c’è qualcosa da fare, pensare al domani come se: “Ok, riposiamoci un attimo, ma teniamo un po’ di energie per domani, domani alle nove si comincia, come se fossi al bar alle sei di mattina”, cercare di tenere il ritmo, cercare di tenere il passo, regolarsi, darsi degli orari, dei compiti, e del tempo libero che è solo il tempo tra un orario di lavoro e un orario libero, le camminate, l’allenamento, il lavoro, i raccoglimenti, trattenersi dai vizi, non lasciarsi ad attacchi di depressione tra il black metal e l’eroinomane, cercare di stare in piedi, di resistere, non buttarsi giù, tra questo nero dell’anima e questa oscura tranquillità… e ricordare lo sguardo di Mister Hu, l’energia, la forza di andare avanti, non buttarsi giù, fare come se lavorassi al bar, con gli stessi orari, in officina, non lasciarsi andare a musica depressiva, a mix letali da mentalità da eroinomane, la luce dell’anima, la musica, non la depressione, e cercare di stare in piedi, senza farsi prendere dal rimorso del bar, senza farsi tentare di andare a fare il cameriere dai cinesi, cercare di lavorare nelle officine come se lavorassi al bar, con degli orari, con un minimo di orientamento di regole, precetti quasi religiosi di come condurre la giornata e la serata, e lasciarsi andare tra questa luce e questo nero dell’anima, tra attacchi di depressione e un’oscura tranquillità…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Finché la pura luce vive in me…

Cercare di smettere di fumare, diminuire, sentirsi strano, tra il depresso e l’insonne, dopo la leggera dose di vodka di ieri sera, qui ascoltando RTL 102.5, a cercare di sovrascrivere il ricordo dell’ultima ubriacatura al bar Lndn di qualche tempo fa… la presenza oscura di Rasputin che è solo un muro nei confronti del mondo, mutismo nero, regola del silenzio che diventa muro di fronte agli altri, e me ne accorgo ogni mattina andando al bar a bere il caffè, quando gli altri parlano e io faccio scena muta, non ancora in grado di esprimermi liberamente, di aprirmi verso gli altri, “Sei chiuso”, mi diceva Leida a suo tempo, anche Maria Teresa, anche Alex, l’ultima volta… e che fatica cercare di uscire da questo muro, muro dal quale uscivo forse l’altro sabato, quando andavo al bar per guardare la partita Atalanta-Milan, e c’era lì Miryam, che chissà perché nell’ultimo periodo credevo che ce l’avesse con me, per qualche incomprensione, non lo so, e non era così… si parlava di qua e di là, ordinava lei per me un decaffeinato, si scherzava con Bruna della mia esperienza al bar di Alex, e scambiavo due parole con Miryam, lei che ha lasciato il bar per fare un corso di assistente odontoiatrica, assistente alla poltrona, e ne parlava con gioia, che guadagnerà di più, che tanto l’esperienza come barista ce l’ha, e può sempre ritornare lì al bar quando vuole… perdermi per un attimo negli occhi di lei, io e le mie fantasie allucinate islamiche, che avrei ritrovato nelle notti dopo, quando anche litigavo con mio padre per trasferirmi in mansarda, là dove ogni volta prego, e che è diventata allo stesso tempo la mia moschea e la mia palestra privata… e stavo davvero strano in questi giorni, tra la notte che non dormivo, e la mattina, e i troppi caffè, e i sogni allucinati, e l’astinenza non si capisce più da che cosa, da Miryam, da Ana, da Valium, da vodka, da caffè, da nicotina, non si capiva più niente, che mi lascio ancora una quindicina di giorni a stare attento a Valium, caffè, nicotina, vodka, e discorsi con le ragazze, per cercare di capirci qualcosa di più, o dimenticare, dimenticare anche forse l’ascesi bahaì, cristiano ortodossa, islamica… che giravo attorno sempre alle stesse cose, e tutto era forse dovuto a loro due: Miryam e Ana, e nient’altro, il lavoro al bar, il caos del dentista, le altre puttane, la spossatezza e la stanchezza da questi allenamenti che sto facendo nell’ultimo periodo: corsa, karatè, taekwondo, dieta molto leggera, che forse brucio più calorie di quelle che consumo, e aspetto ancora una quindicina di giorni per capire cosa ci sia di viziato in tutto questo mio stato anormale di cose: il caffè? La nicotina? Il Valium? Miryam? Ana? La vodka? Le puttane? La depressione del lavoro andato male? Del lavoro che non si trova? Del lavoro che in fondo c’è (come ho lavorato questi giorni nelle officine)? Mia madre che dà fastidio, come mi faceva notare Saverio l’ultima volta? Il litigio con mio padre? L’indecisione sempre uguale del non sapere cosa voler fare? E forse mi basta stare attento alle parole di Maria Teresa: “Non ti lamentare… hai il lavoro sotto casa, pensa a quelli che si devono alzare la mattina alle cinque per andare al lavoro, non arrivano a fine mese, hanno il conto in rosso, e tu ti lamenti, sei il figlio del capo, e ti lamenti, non ti lamentare…”… e quello che diceva anche stupidamente quello che incontravo al bar l’altra volta, da ubriaco: “Il lavoro c’è! Basta accontentarsi! Fare il lavapiatti, il manovale, il lavoro c’è!”… e Ana che diceva invece che qui in Italia ormai non c’è più niente, che lei andrà in Inghilterra, forse con un suo compagno cliente italiano, a cercare di fare qualcosa, sempre lo stesso lavoro, più qualcos’altro, per guadagnare di più, soldi… soldi… da me volevi solo soldi, soldi, e mi viene in mente la canzone di Mahmoud, quella che ha vinto a San Remo, come l’ascoltavo l’altra sera, e mi veniva in mente Ana, e la depressione che lei portava, che se non era per le due parole con Miryam l’altra sera e la vittoria del Milan, e le fantasie allucinate da mistica islamica per lei, per andare oltre mio padre, oltre il Faraone, verso la Terra Promessa, come Mosè, Musa, che se non era per il salutare in albanese di Paolo, e poi in arabo, lì al bar, forse mi sarei perso per colpa di Ana, che non mi va più di rivedere… e anche quella semplice parola, mentre bevevo il caffè, l’altra mattina, di non so chi, “Allah!”, pronunciata come pronuncerebbe un imam che conduce una preghiera, mentre mi perdevo per un attimo a guardare Olga mentre bevevo il caffè, che se non era per quella parola magica, per Miryam, per la luce che mi guida, come anche oggi si illuminava Bruna mentre parlavo di Miryam, se non era per tutta quella luce mi sarei perso di nuovo… e pensavo a come il bar sta diventando una specie di seconda casa, come anche domenica passavo di lì a pranzo a mangiare un toast, nella dispersione tipica della domenica pomeriggio, se non era per il bar, per Miryam, mi sarei perso sempre di più, e se trovo un modo per andare avanti è proprio passando di lì, sentendo i discorsi e le frasi della gente, scambiare due parole, uscire dal solito loop di discorsi intellettualoidi con gli amici, discorsi di lavoro con Marco e gli altri, se non fosse per il bar, per Miryam, per quella luce, mi sarei perso completamente… e vorrei solo scambiare due parole in più, essere più luminoso, meno nero ortodosso murato nel silenzio e nello sguardo in fissa sul mondo, chiuso in me stesso, non sono un monaco ortodosso, sono un figlio della luce, grazie a Miryam, grazie al bar dove si saluta in albanese e in arabo, dove si convive tra tutte le etnie, e se non fosse per quella luce mi sarei perso, anche nei discorsi svianti di Saverio, delle lingue, di inseguire passioni che non ci sono più, ispirazioni che non ci sono più, che sono morte come è morta la relazione con Alina, con Leida, e ora con Ana… e se non fosse per quel bar, per Miryam, per quella luce, mi sarei davvero perso, che Miryam diventa una sorta di Beatrice che mi conduce al di là dell’inferno, verso viaggi di mondi di passaggio, come il purgatorio e il paradiso, e anche se lei mi parla del suo ragazzo non mi fa niente, perché per lei non c’è desiderio, c’è solo magia e luce, un qualcosa di mistico e trascendente che mi conduce alla visione della Luce e della divinità, là dove tutto il nero dell’anima diventa pura luce… pura luce… e non so se domani tornerà Valeria, se berrò il caffè, quante sigarette fumerò, cosa leggerò, con chi starò parlando, non mi importa, finché la pura luce vive in me…

Poesie, Visioni

E la sua triste bellezza, Ana…

Un circolo che si chiude
rivedendo Ana
da settembre
lo sviamento
senza di lei
il caos da quando mi ero deciso
a non rivederla più
la paura dell’operazione
le partite di calcio
io che ora butto via le sigarette
getto via la vodka nel lavandino
io e questa mia depressione strisciante
anche la sua
di cui mi faccio carico
lei e sua sorella
vendute in mezzo ad una via
una Londra che non mi affascina più
se mai mi ha affascinato
lei che andrà là
con qualche suo amico
dai suoi parenti
per soldi
per lavoro
io che butto via le sigarette
getto via l’alcol
non so cosa farmene
di questa depressione
che sembrava un amore
lei che mi chiede sempre
dell’amica russa
che non c’è niente
solo Grigorij Rasputin
e l’ortodossia dell’anima
che è un amore erotico che finisce
per lasciare spazio
all’amore depresso
di chi ama
come me
una ragazzina di ventuno anni
già devastata dalla vita
l’infelicità
il non senso
lei che diceva che capisce
l’inglese
ma non riesce ancora a parlarlo
imparerà meglio
là sul posto
lei e la sua voce
dolce
triste
come quella di Eugenia
lei che come lei
ha imparato così bene
l’italiano
da stupirmi
da dove tanta bellezza?
E io che sono laureato
ma non ho più voglia di parlare
neanche in italiano
cosa me ne faccio delle lingue
dell’inglese?
Del russo?
Andare dove?
Là a Londra?
Là a Mosca?
Per trovare che cosa?
La non voglia di parlare
come era l’altra volta
con l’amica russa
non voler mettere assieme
neanche due parole
e le parole in inglese
lingua estranea
che non avevo voglia di parlare
con Ana
lost in Istanbul
l’unica cosa
i sufi turchi
che mi dicono di non bere
di non fumare
io che butto via le sigarette
butto via la vodka
e la depressione strisciante
che sembrava amore
e amore è
di quelli che finiscono
e lasciano tutto essere
disarmato dalla sua bellezza
di quando mi parlava di Pasqua
una Pasqua dell’anima che non c’è
neanche il piacere
che nasce dall’ascetismo
le lacrime
e lo spirito
un amore andato via
che ora le uniche figure a guidarmi
sono Rasputin
Abdul Baha
e l’archimandrità ortodosso greco
che quando lo vedevo
pensavo a lei
ad Ana
e volevo buttare via la sigaretta
come mi passava affianco
parliamo un po’ di Ana
dirò forse la prossima volta da Saverio
che da settembre
da quando avevo deciso di non vederla più
solo caos
operazione
partite
troie
cinesi
russe
bar
macchina distrutta
il lavoro che non c’è
le lingue inutili
la depressione strisciante
quella di noi due
di me e di Ana
l’infelicità
e l’ortodossia
ascetica senza parole
nera
quella vodka che oggi non comprerò
al supermercato
quella bottiglia di birra
che già bastava
la notte
per farmi venire il mal di testa
io che mi sento come nel periodo
quando lasciavo Alina
un nero che avvolge tutto
una depressione
che è lì per cominciare
forse
gli amici che mi davano
dell’emo depresso
l’insignificanza di uscire la sera
e sentire i consigli dell’amico
di prendere e andare
come anche diceva Saverio
andare dove
a Londra?
Per trovare Ana
che se ne sta là
tra i suoi parenti e il suo amico
lei che va là per soldi
qua dove non rimane più niente
i soldi
il lavoro
la felicità
le lingue
l’amore
la depressione
l’ortodossia dell’anima
Rasputin
l’archimandrita
Abdul Baha
uniche guide rimaste
un senso di nero che mi avvolge
non sperare di trovare
la felicità
solo astenendomi
da alcol e sigarette
e caffè
o grazie alla chimica
non cambierebbe niente
c’è solo il pensiero
e la visione di lei
di Ana
la sua bellezza
la sua voce dolce e triste
il suo sguardo perso
l’offuscamento e l’annebbiamento della vista
di chi non dorme più
lei come me
orari sballati
devasto e sviamento
il nero dell’anima
che avvolge tutto
io che non ho neanche voglia di andare al bar
a prendermi un caffè
per non vedere Miryam
lei e il suo stupido caffè
lei che mi versava la vodka
le visioni delle ultime ubriacature
che tornavano ieri sera
la vodka e la barista
cinese
l’amica russa
la libido impazzita
d’Oriente
e il caos alcolico
e l’infelicità
l’assenza di Ana
forzarmi a non volere più lei
per chissà quanto tempo
da settembre
il caos da allora
lo sviamento
il devasto
come ai tempi dove decidevo di lasciare Alina
Ucraina
Romania
Ortodossia dell’anima
un’anima nera
e bianca
eterna lotta tra luce e tenebre
e nella notte
lei
la triste bellezza rimasta
Ana
la nostra depressione strisciante
andare dove?
Parlare quale lingua?
Perché?
L’alcol
le sigarette
il devasto
la depressione strisciante
Ana
e lei
la triste bellezza rimasta
come ai tempi di Alina
mi vestirò ancora di nero
farò crescere i capelli
come un vero monaco ortodosso
la barba
sì o no
poco importa
l’aspetto
il mio
finché nella notte e nel giorno
rimane
la sua triste bellezza della notte
Ana
e una figura oscura
che mi segue in questo inferno nero
la figura dell’archimandrita ortodosso
di Rasputin
della luce di Abdul Baha
una luce che non ritrovo più
oscurità dell’anima
blu della notte
la falce di luna
la sua triste bellezza
che ricordava Eugenia
Ana
e così fino a perdersi all’infinito
dove tutto si dissolve
e l’oscurità
avvolge tutto
e la sua triste bellezza
Ana…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

La sera… dopo una leggera giornata di lavoro, il libro “Aleph” di Paulo Coelho, leggerezza di cose senza senso new age, lo spirito del mondo, lo spirito della pace, l’amore… arrivare a sera e aver voglia di rifarsi di quella vodka gettata via nel lavandino, recuperare una nuova bottiglia al supermercato, prendere la macchina e andare… arrivare là, prendere la bottiglia di vodka standart e andare alla cassa… l’etichetta antifurto che era sopra il codice a barre, la cassiera che diceva che bisogna essere proprio stupidi, quattro chiacchiere prima che arrivasse l’altro commesso che avrebbe dovuto recuperare un’altra bottiglia, con il codice a barre libero, due parole con la cassiera, sull’altro Carrefour 24h che chi ci va la notte a fare la spesa? Neanche quelli che tornano dalla discoteca, al massimo vanno dai panettieri notturni a prendersi una pizzetta, una brioche, come si faceva ai tempi con gli amici… il commesso che ritornava e diceva anche lui, come mi aspettavo, che quella era l’ultima bottiglia rimasta, e quindi un’altra non ce n’era, meglio così, pensavo, salutavo, si scusavano, ed ero contento per quella bottiglia in meno… tornavo a casa, mi prendevo la mia olanzapina e cercavo di riposare, mentre il craving dell’alcol, delle sigarette, si faceva sentire, a niente serviva pensare ai monaci, ai santi, stare lì un’oretta sdraiato, ad orari ora più umani, verso le dieci di sera non già dormire, e verso le undici riprendere la macchina per andarsi a comprare una keglevich, che andava bene lo stesso, all’altro Carrefour, aperto 24h… prendere la macchina, partire, e neanche a metà strada girare dall’altra parte, per andare a trovare Ana, e non la cassiera del Carrefour, che solo vedere quel negozio mi faceva venire la depressione, fregarsene del cassettino passeggeri della nuova macchina sempre aperto, siamo in Romania, pensavo, il mondo ideale non esiste più… arrivare là da lei, e dirle che le davo tot, andava bene e saliva in macchina, Ana… che solo risentire la sua voce per un attimo provavo piacere, avevo voglia di parlarle, delle mie disavventure degli ultimi mesi, il dentista, la macchina distrutta, il lavoro al bar dell’amico cinese, l’amica russa che non significa niente, la puttana cinese, le partite al bar, l’alcol, il mix di alcol, valium, caffè, sigarette, zolpeduar, canti ortodossi, canti islamici, che da settembre, da quando avevo deciso di non rivederla più, Ana, era stato un continuo cadere sempre più in basso, un casino totale, lei che sorrideva… lei che mi raccontava che anche lei con il nuovo anno non è iniziato bene, il poco lavoro, in generale, i suoi che sono separati, loro, le due sorelle, che hanno due macchine e quando escono la sera decidono o una o l’altra, non importa, lei e le sue serie televisive turche, come in Albania, le dicevo, anche là guardano telenovela turche, sottotitolate, una volta c’erano i turchi, in Albania, in Romania, cinquecento anni fa, le dicevo, Dracula… lei che diceva che sapeva un po’ di parole turche, io che ne sapevo solo una, le dicevo: “Sevi seviyorum”, “Ti amo”, diceva lei, io che mi perdevo nel suo sguardo, nella sua voce, lei che per un attimo, con quella voce lì, che mi ricordava Eugenia, lei e la sua bellezza nel parlare un’altra lingua, l’italiano, come fosse la sua, con tutta la leggerezza e la dolcezza del mondo, lei che mi diceva che aveva 21 anni, giovanissima, le dicevo, lei che a settembre vorrebbe andare in Inghilterra, che qua ormai non c’è niente, c’è un cliente di 28 anni che là la ospiterebbe, ha altri parenti, zii, cugini, a Londra, lei che mi diceva di andare anch’io, che l’età non conta, io che le dicevo che ormai ho 35 anni, se avessi avuto dieci anni di meno forse sarei andato, cosa ho studiato a fare lingue? Era meglio che dieci anni fa prendevo e andavo, avrei imparato di più, per che cosa poi? Lei che comunque andrebbe là non per amore della lingua, ma per i soldi, lei che continuerebbe a fare quel lavoro, più un altro lavoro, per guadagnare di più, come Alina, pensavo, che ogni tanto faceva la notte, altri lavori da giovane ucraina di giorno, lei che mi parlava di voler andare in vacanza in Turchia, anch’io le dicevo, Istanbul, dopo che quest’estate ero stato a Berlino, la capitale della Turchia, come diceva Mustafa, e avevo voglia di visitare Istanbul, che tanto a Berlino i posti dove mangiare sono tutti turchi, le moschee, le cantilene islamiche, quella canzone romena in inglese: “Lost in Istanbul”, che anche lei conosceva, lei e le serie turche, le parole turche, le storie di chi si innamora, si ammazza, finisce in galera, tanti episodi, lei e i suoi orari assurdi, lavorare dalle dieci all’una di notte, tornare a casa e guardare le serie tv fino alle sette, addormentarsi e svegliarsi alle quattro del pomeriggio, pulire la casa, fare lavori, e neanche il tempo di far altro e tornare subito al lavoro, circolo così, vizioso, di una vita un po’ depressa, come lei, senza sorriso, con quella voce dolce e disperata allo stesso tempo, lei che non riesce a dormire come me, io che l’altra notte mi svegliavo alla una e non dormivo fino alle sei, quando andavo al bar, prendevo il caffè, e me ne tornavo a casa a dormire fino alle nove, come per cercare di rimettere a posto il ritmo del sonno, non si può addormentarsi alle otto e svegliarsi alle quattro di mattina, io che con lei parlavo una ventina di minuti, di tutto questo, di andare via, di stare qua, dei soldi, delle serie turche, che mi ricordavano l’Albania, le volte che mi ubriacavo al Bar London e poi andavo in pizzeria turca, London e la Turchia, i sufi, l’alcol, lo sviamento, l’annebbiamento dei pensieri, come lei, per la mancanza di sonno, la depressione strisciante di entrambi, l’infelicità… non c’era altro da aggiungere, neanche pensare a Eugenia, ormai persa, io che la riportavo là dove sua sorella attendeva un altro cliente, quella macchina che si fermava lì, a caricare tutte e due le sorelle, prendere e andare via, dopo averla salutata, il suo sguardo infelice, triste, depresso, senza piacere, la voce dolce e stanca, senza sonno, il mio sviamento, il suo volto, la sua voce, la sua bellezza da ragazza 21enne, la Romania, l’Inghilterra e la Turchia, e Ana che traduceva “Ti amo”, “Sevi seviyorum”… girare e tornare a casa, essere ancora indeciso se bere o no, pensieri offuscati, voglia di una scarica di qualcosa, andare al bar e prendersi una bottiglia di birra, dopo aver vagato in casa in cerca di alcol, quella birra dopo mezzanotte, qualche sigaretta di troppo, pensieri affuscati e annebbiati che vagavano qua e là, lo sviamento dell’ultimo periodo, tra puttane, bar, alcol, partite, russe, cinesi e romene e sud americane e romene, io che pensavo ad Ana, lei che forse partirà per Londra a settembre, come diceva, io che mi dicevo, perché partire? E pensare che una volta il desiderio di stare qua era dovuto a lei, non partire per Londra proprio perché c’era il desiderio per Ana, o così credevo, la depressione strisciante di entrambi, la notte, un po’ d’alcol, leggero, la musica che non partiva in me, forse “Perseri” di Greta Koci, e il piacere che non c’era, il dispiacere di una notte così, i miei amici che mi davano ultimamente del depresso emo, la notte fatta di una bottiglia di birra e di un bicchire di malvasia, al di là di tutte le storie religiosi, dei proibizionismi isterici, la leggerezza che si trasformava nella pesantezza della notte, la depressione strisciante di noi due, me ed Ana, la notte e il dispiacere, sentirsi lasciato in nome di quel suo amico che l’ospiterà in Inghilterra, vite da migranti, in nome di pochi soldi, in nome del lavoro che qua dicono tutti che non c’è, io che pensavo al lavoro di mio padre, ai soldi che non so neanche come spendere, all’infelicità, alla depressione strisciante di noi due, la notte, la musica che non c’era, il piacere in esilio, il dispiacere che pervadeva ogni cosa, senza bisogno di vodka standart o keglevich, al di là dei notiziari e di tutte le lingue di questo mondo, della musica di tutto il mondo, delle tipe da tutto il mondo, una visione, ancora una volta, della chiesa a Iasi, l’iconostasi, il catapeteasma, là dove finisce il mondo, l’archimandrita greco che con la sua presenza mi diceva che era meglio evitare Ana, caffè, alcol, sigarette, riprendersi dopo questo periodo di devasto e confusione, con questa depressione strisciante di noi due, Ana che tornerà in Romania a Pasqua, 28 aprile, secondo il calendario ortodosso, una settimana, Pasqua, come i canti che sentivo l’altro giorno, di quei monaci di Valaam, ortodossi, la sensazione pasquale che provavo l’altro giorno, lontano dai circoli viziosi, liberato per un attimo, dai caffè, sigarette e alcol, quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana… che non c’è musica, forse solo quella di Mahmoud, adesso di moda, dopo San Remo, volevi solo soldi, soldi, soldi, wali di wali di habibi, h b, abha, bahà, la gloria, gloria al padre al figlio allo spirito santo, Слава Отцу, Сыну и Святому Духу, l’ortodossia che non c’è, perdersi tra la luce bianca bahaì e il nero oscuro dell’ortodossia, il catapeteasma, la Pasqua di Ana, la nostra depressione strisciante, una Londra che non c’è, e l’assenza di musica, e quella Pasqua che in me oggi non ritrovo, solo una pagina nera, e la depressione strisciante di noi due, me ed Ana…

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Dopo una notte di devasto…

Vodka, la notte, dalla una alle tre di notte, bere, fumare camel white, avevano solo quelle in quel bar ieri sera quando si usciva con Barrezi, vodka standart russa, di quelle più raffinate, più buone, come quella che bevevo al bar london, quando mi ubriacavo, nella notte, la voglia di una chesterfield rossa, la vodka che mi aveva regalato l’amico, insieme ai poster della propaganda cinese comunista dei tempi di mao tse tung, regali di compleanno arrivato dopo un mese e mezzo, giocare a spostarli di qua e di là nella stanza, ubriacarsi, pensare a Rasputin, ad Ana, all’ortodossia dell’anima, prendere la macchina nel mezzo della notte e andare al bar a comprarsi le chesterfield rosse, dopo che spezzavo e buttavo via le camel white, comprare le chesterfield rosse al distributore automatico… tornare in casa, bersi qualche goccio ancora, fumare una sigaretta, buttarla via, prendere la bottiglia di vodka e svuotarla nel lavandino, buttarla via, prendere le chesterfield rosse e buttarle via, dopo averle spezzate, prendersi venti gocce di valium alle quattro e mezza della notte, per dormire, pensando ad Ana, a non so chi, a non so che cosa, ai discorsi fatti forse insieme all’amico, prendi e vai via, emigra, sai le lingue, fai import export, vai in Russia, anch’io mi sveglio la mattina e non so cosa fare, mi devo organizzare la giornata, la vita priva di senso, io inseguo il piacere nelle cose che faccio, quello è il mio criterio, il piacere? Bere alcol fino ad ubriacarsi, sette caffè al giorno, trenta gocce di valium, non so quante sigarette, cibo a volontà, e ogni tanto le puttane, se questo è inseguire il piacere, meglio non basarsi sul piacere per andare avanti, qualcosa che mi piace? Non c’è più, né le lingue, né lo studio, né il lavoro, vagamente Ana, Alexia, lontanamente, forse l’unico piacere che provo ora è l’ascetismo, l’ascetismo di fare a meno di quei circoli viziosi, anche se sbagliavo a buttare via la vodka e le sigarette, soldi buttati, sprecati, non si buttano via le cose, un po’ come quando nella depressione totale nel 2016 buttavo via tutti i fumetti, cancellavo il vecchio diario ispirazione ultima, mi cancellavo dai social, nella depressione ogni tanto ci sono queste manie distruttive, manie di buttare via la roba, come per liberarsi da un peso, e ogni volta che butti via qualcosa per un attimo ti sembra di esserti liberato dal peso, poi viene il senso di mancanza, e il peso torna comunque anche senza quegli oggetti di cui ti sei liberato, dinamica della depressione, distruttività… e poi perché depressione? E’ davvero depressione questa? Non si sa, i termini psichiatrici vanno presi con le pinze, meglio non darsi nessun nome, bipolarismo, schizofrenia, disturbo della personalità, depressione o quant’altro, l’antipsichiatria insegna che queste etichette funzionano poi come delle profezie che si autoavverano, quindi le etichette meglio evitarle… depressione perché gli amici così scrivevano su whattsup, e dopo questi regali Aldo non ha più scuse per fare l’emo depresso, ce ne manca ancora, scrivevano, emo depresso che ha ereditato, scrivevano, cazzate, tutte cazzate, quello che bastava però per farmi ripensare a come mi sentivo la mattina, dopo che sentivo i canti ortodossi e per un attimo mi sembrava di vivere il tempo di pasqua, lo stesso ascetismo, le lacrime, quello stesso sentire spirituale che non aveva più bisogno di niente, né di caffè, né di sigarette, né di alcol, né di Ana, né di libri, né di musica, né di cibo, né di film, né di niente, pura vita così, senza parole, puro sentire, puro respirare, pensiero vuoti e profondità sconfinate senza parole, senza musica, niente di niente, pura spiritualità ortodossa, eppure gli amici dicevano “emo depresso”… pranzavo, andavo a bermi il caffè al bar di Paolo, da Olga, non avevo voglia di parlare, alla radio davano una vecchia canzone anni ’90, pre 11 settembre, sex bomb, canzone stupida, dei tempi di Clinton e Bush, e poi davano, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… meglio questa canzone, anche se di solitudine non ne sento e non c’è nessuna che sia il mio rimedio, però le canzoni nuove le preferisco, suoni e canto più avvolgenti… e in quel momento guardavo Olga, mi vedevo riflesso nello specchio del bancone del bar e volevo solo farmi crescere i capelli lunghi, come un vero monaco ortodosso, o come un musicista metal, o un musicista, un artista, un cantante, non lo so, so solo che volevo farmi crescere i capelli e non avevo voglia di parlare con nessuno, né, come dicevo ieri sera, di fare niente, privo di senso ogni cosa, volevo forse solo recuperare le ore di sonno perdute nella notte a causa dell’alcol, o dei discorsi con l’amico, o non so che cosa ancora, ma il sonno, una volta arrivato a casa non arrivava, arrivava solo una schermata nera in me, il ritorno dei cori ortodossi che sentivo, memorie e ricordi vari, l’assenza di ogni senso, la lista delle possibili cose da fare, persone da vedere, luoghi dove andare, finiva la lista, finiva il mondo, schermata nera, e forse risuona solo questa canzone ancora, I believe I believe I believe that loneliness is my disease, I believe I believe I believe that you are my remedy… e non so perché in me si smuovono parole da black humor da liceo linguistico, good mourning, this is a disease deceased, solo per raffinare l’orecchio, la musica, il canto, come se fossi un madrelingua inglese che non sono, senza contare che ieri sera in quel locale mi davano fastidio quei due froci di fianco al nostro tavolino che parlavano in inglese, e di andare in Inghilterra a Londra mi faceva schifo, apprezzavo solo le bariste italiane che ci servivano, tutte more, e avrei voluto sentire il loro profumo, dimenticare le ultime puttane, o forse infondermi di incenso per non sentire gli strani odori che sento ultimamente, purificarmi con la bellezza e i profumi, parlarle e dirle due cose, come le dicevo, come se fossero mie colleghe, io e miei discorsi soliti dell’ultimo periodo, la macchina distrutta, il lavoro al bar andato a male, la non voglia di emigrare, la mancanza di senso, di obiettivi, la musica che mi invade, la bellezza delle bariste, la bellezza di Milano la notte, dimenticarsi della notte fatta di vodka e sigarette e valium, i cori ortodossi, la depressione e gli emo, e solo questa canzone risuona ancora, e forse la voglia di lingua inglese, lingua russa, come ai tempi dell’università, o la voglia di niente, solo di ascetismo da periodo pasquale, o forse niente di questo, dopo una notte di devasto, svaporare con una kurv, come la chiamo io quella sigaretta logic, curv, come una puttana, come quella canzone, nuk ka dashni per njo kurv si ti, Leida, non c’è amore per una puttana come te, Leida, svaporare un po’, dopo una notte di devasto, kurv…

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Sogni d’amori adolescenziali e di vivere altrove…

Nel sogno ecco che ricomparivano loro due, Carola e Serena, i due amori dei tempi delle superiori, ritrovarsi ancora a scuola, là con loro, nel sogno incubo di dover dare ancora la maturità, una seconda maturità, e io che chiedevo in segreteria lì a Paderno se era possibile legalmente essere in possesso di due maturità, solo perché volevo andare a scuola e sedermi tra i banchi, tra Serena e Carola… quello strano sentire adolescenziale che provavo per loro, come nel mondo dei sogni, per Carola, la biondina, e Serena, quella dai lunghi capelli castani, che ci ritrovavamo in una classe dove noi tre eravamo i più grandi, non di tanto, appena maggiorenni, in mezzo a tutti quegli adolescenti e quelle adolescenti, che ogni tanto mi capita di vedere quando vado in giro, i gruppetti al parco, le adolescenti sull’autobus l’altro giorno, quando tornavo da Bollate, e quella ragazzina che mi ricordava i tempi del Gadda, la scuola, e anche i video di instagram di quelle ragazzine in Albania, i sogni adolescenziali, gli amori adolescenziali, quelli con la testa costantemente tra le nuvole, e i puri sogni di bellezza di quelle ragazze, i sorrisi, le parolette, come quando si andava in Inghilterra in vacanza studio, e c’erano sia Carola che Serena, e anche Desirée, quei sogni adolescenziali che stamattina accompagnavano il risveglio, e questa canzone stanca, che solo lontanamente mi ricorda Xhuliana, con la voce di Kaltrina Selimi, o forse Aida, l’altra delle altre scuole superiori, quando frequentavo e avevo 24 anni, in mezzo alle diciottenni, non so come facevo, eppure quel sogno c’era ancora, forse, nel sottofondo, di avere ancora la testa tra le nuvole per quegli amori adolescenziali, pieni di fantasia e di visioni armoniche… e poi la stanchezza, la stanchezza di oggi, dopo l’allenamento di ieri pomeriggio, la stanchezza neanche avessi fatto due ore di palestra, due ore di taekwondo, e nessuna voglia di fumare, neanche dopo il caffè, e la fantasia di questo giorno senza lavoro che ritorna a scuola, tra gli autobus da prendere, le strade da fare, le classi, le parole alle fine delle lezioni, ricordi di amori adolescenti a scuola… che non so che farmene di  questo giorno dove l’unico pensiero va alla macchina nuova lunedì, al contratto che forse firmerò lunedì per mettermi a posto con il lavoro, l’ossessione del bar cinese che non c’è più, neanche la voglia di andare a bere un caffè da Miryam stamattina, le preghiere inutili, la sigaretta elettronica che anche quella è meglio non fumare, gli amici che non si sa se uscirò questa sera, un sabato dove non mi devo neanche allenare, ma solo riposare, e forse sarà fatto di biblioteca, andare là a piedi, tornare, buttare via un pomeriggio, forse andare dal kebabbaro stasera, ma ci sono già stato in settimana, e desiderare muoversi, andare di qua, di là, nelle scuole, che se non fosse per gli ulteriori esami da dare quasi quasi mi verrebbe da fare il professore nelle scuole superiori, solo per vedere quegli adolescenti e quelle adolescenti che vedo in giro, che vedo su instagram, che mi ricordano i miei anni al Gadda, i primi amori adolescenziali, in sogno, come Carola e Serena… ragazze italiane, che da allora non mi sono forse più innamorato di altre italiane, a parte forse vagamente Marta e Greta all’università, ma non erano già più amori adolescenziali, non c’era più la testa tra le nuvole, c’era la noia di uscire la sera a cena assieme, tra le altre idee, vivere assieme, come poi ha fatto Greta con il suo ragazzo, trovare lavoro, come Marta ha fatto trovandosi una scuola privata dove insegnare inglese, e di sogni adolescenziali, di amori adolescenziali non c’era più neanche traccia, forse solo nelle canzoni, nei ricordi, nei sogni come quelli di stanotte, nell’incubo sogno mio ricorrente di dover recuperare gli anni di scuola perduti… e altrove non c’è altro, altri lavori, altri bar, che ieri passavo da quel bar, bar XVIII, di cui mi parlava Alex, là, un altro cinese, un’altra cinese, come tanti, in un bar, a prendere le sigarette che non fumavo, le cartucce che non usavo, e quel bar un bar come tanti, come quello di Paolo, o di chissà chi, far sfumare la fissa del bar, delle sigarette, del lavoro con Alex, se non si trova nient’altro tanto vale mettermi in regola con l’officina di mio padre e Marco, mentre ieri avrei voluto continuare a vagare e vagare, senza meta, senza dover tornare più a casa, vagare senza meta, senza l’orientamento di casa mia, dei miei, cambiare casa, andare a vivere altrove, stare lontano dalla cucina, da questa sensazione di fame alterata, per le sigarette in meno, cambiare casa e non essere tutto concentrato lì in quella stanza, lavoro, casa, preghiera, studio, svago, avere duemila chilometri quadrati da qualche altra parte, una specie di villa e parco di Monza tutti per me, lontano da tutti, mentre Saverio mi faceva ricordare come il lavoro da Alex avrebbe potuto implicare cambiare abitazione, vivere altrove, lontano dai miei, e nei sogni infatti viaggiavo, mi muovevo, ero in moto, a scuola, un altrove dove stare, un altrove che non la solita stanza, la solita mansarda, la solita officina, vagare e muoversi, lontano dai miei, come mi faceva notare Saverio l’altra volta… che poi se non era per l’allenamento che mi disfaceva sarei impazzito in quelle mura, come una prigione, mentre ora tutta la stanchezza del taekwondo, karate e della corsa, non mi fanno sentire il bisogno di prendere e andare, camminare, vagare, perdermi, perdermi magari in una grande metropoli come Londra, o Sydney, o Berlino, solo per stare fuori dai soliti giri, soliti luoghi, solite persone, che non so più neanche quanto mi svaghino le uscite a Milano con i miei amici… mentre la maledizione della casa, come anche mi faceva intuire Alex, è presto trovata: lavoro in officina, casa dove c’è sempre mia madre, o mio padre, il frigo e la cucina dove poter sempre pasticciare, nonostante la dieta, le sigarette senza fine, la claustrofobia di una stanza dove libri, musica e film non bastano più, la mancanza vera di spazi dove sentirsi libero e da solo, non più pressato dal lavoro, dagli altri, e vivere davvero altrove che diventa un sogno, non di quelli notturni dove compaiono Carola e Serena, ma un sogno ad occhi aperti per avere spazi solo per me, e non dover più farmi di valium e olanzapina per sforzarmi di stare sul letto e riposare, dormire, per vincere la fame, la voglia di sigarette, il caos di musica e film, e ora come ora l’unica cosa che non mi fa sentire quella follia è la spossatezza dell’allenamento… non so quando si farà sentire Saverio, diceva presto, non so per che cosa, mandare via mia madre, andarmene via io, o se aspetterò lunedì, la commercialista, la macchina nuova, per far tornare tutto come prima o meglio, e dimenticarsi del sogno di vivere altrove, come diceva Alex, lavorare altrove, come diceva Alex, e non vivere più di sogni di amori adolescenziali, e di sogni di vivere altrove, di lavorare altrove, di essere indipendente, autonomo, con una mia vita solo mia, lontano da tutti e da tutte, come in questa prima mattina dove non c’è nessuno, ci sono solo io e i miei pensieri, ed è forse per questo che mi sveglio così presto, per avere un tempo tutto per me, ed essere lontano da tutti, mentre questi sogni di vivere altrove e questi sogni d’amori adolescenziali si manifestano in me, e vorrei solo un altrove…

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L’estasi della leggerezza e delle sottrazioni…

La leggerezza della mattina dopo il devasto, camminare per le fredde vie del paese, verso il bar, per bersi il secondo caffè della mattinata, visualizzare la divinità al mio fianco, per liberarmi dagli errori di ieri, gocce in eccesso, alcol, caffè senza fine, chimica e troppe sigarette, da uscire rimbambito la notte, e dover evocare Kaylani Lei per cercare un sonno che altrimenti non sarebbe mai arrivato… e sentire invece la leggerezza della mattina, il giogo leggero della divinità, dell’ascetismo, che si sta meglio senza niente, senza brioche, senza troppe sigarette, senza troppi caffè, letture, visioni di notizie, meno roba c’è meglio si sta, e tutta la leggerezza della mattina al bar bastava per cominciare bene questa giornata… so anch’io che lo spirito di gravità vorrebbe che mi facessi ancora di gocce, di non so che cosa, per sentire quella pesantezza che ti fa sentire pieno, profondo, di un altro mondo, ieratico, ma ora come ora preferisco solo la leggerezza di una mattina di una giornata che non si sa di cosa sarà fatta, come tutte le giornate, del resto, e lo spunto per stare bene è anche dovuto alla macchina che presto o tardi dovrò ritirare, indipendentemente da Ana e Aleksia, da loro e da ogni altra, e voglio solo che questa leggerezza mi accompagni anche quando Saverio si farà sentire, vero o no che sia, al di là dei discorsi dell’altro giorno, dello star male dei miei intrugli, delle condizioni ambientali dove vivo, tra mia madre, mio padre e Marco e ogni altra cosa, e spero solo che non si parli più di comunità o ricoveri per mia madre, o altre cose estreme, là dove tutto il male era nel mischiare intrugli, nei giochi inconsci che mi hanno fatto andare male sul lavoro, al continuo rimuginarci sopra, all’ossessione per le ragazze e il piacere, l’ossessione del piacere, che siano scariche erotiche, scariche psichiche nate dall’alcol, dalla chimica, come un drogato, ossessionato dalle estasi alcoliche, erotiche, musicali, e ultimamente anche chimiche, come se l’estasi fosse il fine di ogni cosa, non importa come… no, il giogo sarà ora più leggero, fatto di astinenze, di mancanze, di leggerezze, di accontentarsi così come si sta, anzi, il fine sarà proprio l’evitare di ricercare l’estasi con l’alcol, le sigarette, la chimica, il cibo, l’erotismo, i caffè, la ricerca dell’estasi avverrà ora per sottrazione, non per addizione, e quest’ascetismo, solo quest’ascetismo mi potrà salvare… e andava già bene la mattinata, con quel saluto a Olga, due sguardi con Antonio e Paolo, il silenzio e il fresco delle strade dei primi di febbraio, l’inverno che avanza, le poesie di Holderlin lette ieri notte, ancora lì sul comodino, l’assenza di cose che richiamino qualche estasi, l’estasi per sottrazione e la leggerezza saranno la nuova via da percorrere, e da qui non se ne esce, salvo impazzire di nuovo, stare male, cercare soluzioni magiche là dove la chiave di tutto sta nella sottrazione, nella mancanza, nella privazione, nell’ascetismo, e non nel ricercare di aggiungere, aggiungere e correggere, e togliere, e mischiare, e fare calcoli, e progettare tutto, calcolare tutto, no! Meglio non pensarci, lasciare andare avanti la giornata, fare a meno, e l’estasi, il piacere, lo stare bene avverranno solo con leggerezza e sottrazione, e di quest’ascetismo ne faccio leggerezza…

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E del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita…

Prendere i pacchetti di sigarette albanesi, ricaricati con le sigarette comprate in Italia, Chesterfield rosse, e spezzarle, buttarle via… settimana di transizione dalle sigarette normali a quella elettronica, settimana di transizione passata, domani è venerdì, ultimo giorno della settimana… bere quattro bicchieri di vino rosso, in ricordo dell’Ortodossia, al di là dei canti coranici che sento in me, che non andrebbero molto d’accordo con l’alcol, giornate tremende, queste di ieri e di oggi, tra decine di gocce di valium, olanzapina in eccesso, insonnia, miscugli e intrugli vari, discorsi con Saverio, crisi da panico, che ieri si parlava con Saverio sul fatto di andare via, andare in comunità, o ricoverare mia madre, rapporto difficile da sempre, lei che ultimamente sta male, e io neanche me ne ero accorto, so solo che ultimamente non la sopportavo più, discorsi istintivi, animali, di spazi, di distanze, come dicevo a Saverio, che l’altro giorno andavo in pizzeria proprio per stare lontano da casa, questa casa che ora non ospita più neanche una mia sigaretta che fumo da dieci anni, da quando quella sera, a casa di Luca, provavo la prima sigaretta, una Chesterfield rossa… basta… basta… basta… sorseggio ancora il quarto bicchiere di vino rosso, pensando all’ortodossia, ricordandomi di come stavo fumando quando quel monaco archimandrita ortodosso mi passava di fianco l’altra sera, alla serata ecumenica, che senso ha andare a messa cristiana e continuare a fumare? Continuare con i vizi? Non è un controsenso? E allora, come dicevo a Saverio, meglio concentrarsi sull’ascetismo, e smetterla con questi vizi da bar… vizi da bar… il bar… quello dove dovevo lavorare, quello dove ogni mattina mi sveglio per andare a bere il caffè, esagerando anche con i caffè, la mattina, un caffè alla macchinetta in casa, un altro al bar, un altro alla macchinetta dell’ufficio, quando non scatta anche un nescafè, basta… anche con i nescafè basta, anche con le macchinette in casa e in ufficio basta, gli unici caffè che mi permetterò saranno quelli del bar, del ristorante, e basta… nuove regole, nuovi orientamenti, per non uscire fuori di testa, come questi intrugli chimici tra psicofarmaci, caffè, sigarette, e-vaping, alcol, che mi dico sempre di darmi una regolata, e poi non riesco mai, circoli viziosi di umori alti e bassi, gioco da drogato, come diceva Saverio: “Fa come quelli che si prendono l’eroina per farsi passare l’effetto della cocaina”… drogato… chimica… addicted me, addicted Aldo… basta… basta… basta… che anche adesso, tra un sorso e l’altro di vino rosso, mi verrebbe da accendermi una sigaretta, e il bello è che non ci sono più, e la sigaretta e-vape non è proprio la stessa cosa… leggere libri sul misticismo, sulla new age, qualcosa di Paolo Coelho, senza trovarvi granché, lasciare nell’anticamera dei ricordi la divina commedia, quel libro sulla storia del nulla, qua solo l’ortodossia mi sembra salvarmi, e qualcosa tra avventisti e bahaì, nonostante questo errore del vino rosso, ma era per festeggiare l’aver buttato via le sigarette… basta… basta… basta… un altro sorso di vino rosso… l’icona cattolica di Gesù Cristo, nascosta chissà dove, quella che prendevo in pellegrinaggio a Caravaggio, simboli religiosi ovunque, attorno a me, l’unica icona vera nascosta, come la divinità che ama nascondersi… il sufismo che va al di là di tutto, che non c’è più bisogno di nessun libro, nessun film, niente, smetterla con i caffè in eccesso, basta macchinette, con le sigarette, con l’alcol, quando sarà il momento, tranne rare eccezioni, certo, bisogna anche essere elastici con le regole… fregarsene della nuova macchina che arriverà, una Citroen del 2006, C3, se non sbaglio, macchina da puttana, macchina grigia, come la punto grigia di Ana e Alexia, non puntare sulla Volkswagen Polo, marchio creato da Hitler, marchio che mi sta antipatico, neanche sulla Ford Fusion, troppo grande, va bene la Citroen, come già pensavo, una Citroen nuova, bianca, e invece avrò una Citroen vecchia, grigia, meglio così, più la macchina fa schifo meglio mi sento, è anche graffiata, usata, meglio così, alla macchina non ci tengo, e poi la Francia, Derrida e i filosofi francesi, la rivoluzione, la macchina che aveva anche quel mio amico, Francesco Gentile, che l’altro giorno mi faceva passare mentre attraversavo la strada, va bene così, una Citroen, va bene così, non importa quando arriverà definitivamente… lasciare perdere le puttane, e dietro a questi bicchieri di vino ci sta anche l’ortodossia e l’amore che provavo per Ana, come quando decidevo quella macchina, e pensavo solo a lei, magari rivederla, scambiare due parole, lei che l’ultima volta parlava di pasqua, di Romania, e mi ricordavo il Catapeteasma, la chiesa di Iasi, il monachesimo ortodosso, questo che sa del sapore di questo vino rosso… e me ne frego del lavoro che oggi non c’è, delle elucubrazioni che tutto si risolveva nel buttare via le sigarette, nel ricordare l’amore per Ana, dell’ortodossia, e per tutto il mondo, e tutte le fedi e le religioni, e gli ascetismi, e smetterla con intrugli di caffè, chimica e alcol e tabacco, basta… basta… basta… che fumerei due tiri di e-vaping, ma posso aspettare, guarderei il notiziario in romeno, non penserei alla comunità dove Saverio mi vorrebbe spedire, e che mi diceva che per uno come me non va bene, laureato, abbastanza razionale, non stupido, abbastanza da capire, come mi diceva, del perché mischiavo Valium e Olanzapina, perché? Per ritardare la prossima sigaretta, per dormire, per non vivere, per non leggere, e invece bastava buttare via le sigarette, e darsi a quattro bicchieri, quattro, numero della morte, quattro bicchieri di vino rosso… una sigaretta… no… basta… basta… basta… che oggi non mi allenerò, troppo provato da questa settimana di passaggio, di prove, di stati alterati della psiche, oggi non è giorno da correre, neanche da camminare, neanche da fare taekwondo, karatè, no, per questa settimana riposerò, o almeno per oggi, forse domani, non lo so, domenica, o sabato, non lo so, non ha importanza, continuiamo la dieta, continuiamo l’ascetismo… gli allenamenti ogni tanto possono essere saltati, come quando anche si va in palestra… una sigaretta… no… basta… basta… basta… del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita, della fine delle sigarette, di intrugli chimici e caffeinomani, di alterazioni degli stati mentali, basta con la mistica, con i libri, con la musica, con i pacchetti di sigarette albanesi, e del sapore di questo vino rosso ne faccio ispirazione infinita…

Pensieri liberi

Il mio mondo che non cambia mai…

Il mio mondo: la Russia, l’ortodossia, la tesi su Svetlana Aleksievic, Katia, Marina, il bar di Alex, Brera, i caffè, le sigarette, il bar di Paolo, la pizzeria turca, il sufismo, le religioni, il misticismo, la musica albanese, l’aquila a due teste, l’islam, i bahaì, la chiesa, la messa, le puttane, la Romania, la chiesa ortodossa, le manele, la musica di discoradio, il black metal, la depressione, il sonno, il corano, i cori ortodossi, il lavoro nelle officine, il lavoro al bar che non so perché ho buttato via, le parole che non so dire alla gente, lo spostare gli oggetti nella stanza, le sigarette, l’alcol, la lotta contro l’alcol e le sigarette e i caffè, la dieta, l’allenamento, il cps, il centro diurno, Saverio, Maria Teresa, Benito che è meglio non andare, in quel bar, il bar di Luna, Luca, Giovanni e Daniela, la pizzeria turca, la Russia, Katia, Marina, le uscite con gli amici, il Nord Est, l’Isola, il Frida, Barresi e Fisichella, il buddhismo, la figura di Avalokitesvara, Guan Yin, la lingua cinese, le serie televisive cinesi, la massaggiatrice cinese, la pornografia, i libri di Pelevin, i libri di Jo Nesbo, il Carrefour, quello grande, quello piccolo, la lingua inglese, la Deutsche Welle, France24, Rossiya24, la tesi su Aleksievic, la mansarda dove pregare, l’immagine del tempio Bahaì, la calligrafia islamica, la tesi sull’Albania, Greta e Discoradio, Rtl102.5 e la vodka al bar, Miryam e l’islam, i Bahaì, la chiesa, l’ortodossia, Rasputin, l’archimandrita greco, le sigarette da non fumare più, la sigaretta elettronica, i soldi da mettere da parte, la macchina e le puttane, i soldi da spendere, la pizzeria turca, il bar, le serate con gli amici, il lavoro nelle officine, mio padre, Marco, mio fratello e i miei nipoti, la famiglia paterna a Bozzolo, mia cugina Morena, sposata con una figlia, mia cugina Sara, sposata in Svizzera con uno svedese, due figlie, mia cugina materna, a Montecarlo, i parenti di mia madre a Brugherio, mia zia materna, i vestiti nuovi, quelli da cambiare, quelli da mettere, il cimitero, la morte che verrà, il lavoro che non ci sarà, la fine di ogni cosa, l’ortodossia, l’apocalisse, la croce, la fine, mondo finito, fine del mondo, eterno loop di sempre le stesse cose, il lavoro al bar andato male, per mia volontà ancora da capire, la barba da non tagliare, il mio aspetto, i capelli da far crescere o da non far crescere, l’ortodossia, Alina, Leida, Ana, Xhuliana, Katia, la massaggiatrice cinese, Elena, Aleksia, Andra, Amalia, Julia, gli Evanescence, i Cradle of Filth, i Dimmu Borgir, il diavolo e il demonio, le donne, il lavoro, lo studio, i libri, la musica, i film, gli amici, le notizie 24h, i siti di notizie in altre lingue, le lingue straniere, albanese, russo, cinese, ebraico, francese, inglese, tedesco, romeno, spagnolo, russo, olandese, norvegese, giapponese, i cartoni animati, i fumetti on line, gli amici, i soliti discorsi, la macchina nuova, le puttane, il Carrefour, il parco, la biblioteca, nuovi libri, cercare lavoro su internet, nessuno che chiama, la laurea e la tesi sulla Russia, sull’Albania, le lingue straniere, la mediazione culturale e il bar multiculturale, turchi, cinesi, maghrebini, napoletani, calabresi, italiani, le officine, i concessionari, le bilanciatrici, gli smontagomme, gli assetti, i pc, i ponti, i crick, le parti di ricambio, Bergamo e il suicidio del padre di Marco, il centro Minotauro, il mio arresto, Nicolosi, Dorian, gli amici delle medie, gli studi interrotti e poi ricominciati, la laurea, le ragazze, Shirin, Priscilla, Alex, Leo, l’ortodossia, i Bahaì, i cattolici, Skanderbeg, l’aquila albanese, l’aquila russa, l’Unione Sovietica, i libri di Pelevin, il buddhismo, Guan Yin e Avalokitesvara, le serie Wuxia in cinese, il libro in cinese, gli ideogrammi da imparare, Valeria e dirle niente, dirle due cose, Miryam e l’islam, Olga e l’ortodossia, Bruna e il lavoro da barista, i mille argomenti da bar, la politica, Rasputin, la religione, Marina, Saverio, le puttane, le pasticche chimiche, il sonno, il corano, i canti ortodossi, il lavoro da cercare, il monachesimo, cambiare carattere, essere chiuso, la crocifissione e la tesi su Svetlana Aleksievic, la Russia e l’Unione Sovietica, la serie su Sofia e Costantinopoli, l’Ucraina, l’Albania e l’archimandita greco, la chiesa ortodossa romena, Ana, Aleksia, Andra, tutte le puttane, gli amici, la musica che la loro non l’ascolto, i libri che loro non leggono, la biblioteca, due passi a piedi, un giro in macchina, la mia stanza, le letture, la musica, i film, la mansarda, le invocazioni, la chiesa, la messa, il lavoro in officina, il lavoro che non c’è, niente da fare, il bar, il bar, il bar, che avrei potuto lavorare da barista, la barba che non mi facevano tenere, il mio atteggiamento teso, il mio aspetto, imparare a montare il latte, lo sconforto, Shirin e le parole dietro, le parole di Alex, la pressione di dover un giorno aprire, un giorno chiudere il bar, “Let’s work together” al bar di Paolo, Bruna, il resto che mi offrivano Bruna e il pizzaiolo turco, il lavoro al bar, la macchina distrutta, la mia follia per senza barba, il mio aspetto, i miei capelli, l’ortodossia, la tesi su Svetlana Aleksievic, il messia e l’ebraismo, rabbì C., la Shoah, la Germania e la lingua tedesca, il viaggio a Berlino, la Deutsche Welle, il prof Reale, la politica, Paderno Dugnano, Leida, Katia, Rasputin, le capsule del caffè, il lavoro nelle officine, i bar e il lavoro, gli amici, le sigarette, il tempo libero, la biblioteca, i libri, il lavoro che non si trova, il lavoro che cerchi su Infojobs e non c’è, le sigarette elettroniche, no, le Chesterfield rosse, l’Albania, la morte di mia nonna, Rudina, la musica albanese, Katia, Amalia, Julia, le puttane, Valentina M., la prof di francese, la musica e il canto, l’estasi e Plotino, la filosofia di Cacciari, il cristianesimo, Dio e l’estasi, il superuomo di Nietzsche, il comunismo, l’Unione Sovietica, l’Ortodossia, la tesi su Svetlana Aleksievic, la laurea, la depressione, Leida, le puttane, Alina, Ana, la Romania, l’Ortodossia, i Bahaì, le sigarette, l’alcol, il caffè, gli avventisti, Eugenia e la lingua russa, la lingua romena, le lingue come modo per raggiungere la divinità, il computer, le notizie, i film, la musica, le puttane, l’estasi erotica, alcolica, musicale, il blog che non c’è più, la poesia perduta, l’università che non c’è più, il prima Katia, il dopo Katia, il dopo Xhuliana, dopo Alina, dopo Leida, dopo il lavoro al bar, dopo la macchina distrutta, il solito giro di oggetti nella stanza, le notizie, i Bahaì e il cristianesimo, l’Ortodossia, le tesi dell’università, la mediazione culturale, gli immigrati, il bar dei cinesi, la pizzeria turca, l’all you can eat, il Carrefour, l’Aumai, i vestiti nuovi, quelli da buttare, quelli da comprare, quello che è meglio non comprarli, i soldi da mettere da parte, le sigarette, i soldi da spendere, le puttane che non c’ho più voglia, le tesi sull’Albania, sulla Russia, gli studi, gli esami da dare per diventare professore, la macchina da comprare, i soldi, da mettere da parte, da guadagnare, da spendere, il lavoro che non c’è, il lavoro che non si trova, il lavoro al bar buttato via, un cambiamento che non c’è mai, sempre le stesse cose, sempre le stesse persone, sempre gli stessi luoghi, sempre gli stessi discorsi, una breccia in questo loop infinito di sempre le stesse cose, gli stessi luoghi, le stesse persone, i soliti discorsi, i soliti vizi, le solite abitudini, Eugenia e i circoli viziosi, qua non si esce dal Samsara, non c’è differenza tra Samsara e Nirvana, non c’è liberazione che non si già avvenuta, non rimane più niente, sempre le stesse cose, le stesse persone, gli stessi luoghi, lavorare al bar avrebbe potuto significare un cambiamento, che cambiamento? Non lo so, il cambiamento non c’è stato… ed eccomi ritornare al solito giro, al solito giro, sempre le stesse cose, le stesse persone, le stesse abitudini, gli stessi vizi, libri, musica, film, il computer, i libri, il tablet, il cellulare, i calendari d’altre religioni, il tempo organizzato diversamente, io che sono padrone del tempo e dello spazio, ich denke, la filosofia, Cacciari, il neoplatonismo, il cristianesimo, la tesi su Svetlana Aleksievic, l’ortodossia, la Russia, la tesi che non voglio rileggere, la depressione del 2016, Leida e il risveglio, un nuovo inizio, 2017, e 2019, poteva essere un nuovo inizio, un cambiamento, il lavoro al bar, il cambiamento, il ritorno degli amici cinesi, il lavoro al bar, e invece no, Cps, mia madre e la sua visita, Cps e medici e dottori e psichiatri ed educatrici, il mio aspetto inadeguato, il mio lavorare male, la mia sete di caffè, di valium, di sigarette, di zolpeduar, di dormire, di corano, di cori ortodossi, di sonno, di riposo, quando non si dorme la notte, quando ci si sveglia alle quattro e non si riesce più a dormire, caffè, sigarette, musica, bar, stanza, casa, lavoro, amici, il lavoro al bar che poteva cambiare le cose, io che me la sono giocata male, il sorriso che non c’è, il sorriso che non c’è, in Russia non si sorride, l’Ortodossia, la tesi su Svetlana Aleksievic, i corsi di cultura russa, l’Ortodossia e Solzhenicyn, e Dostoevskij, la serata a teatro con Marina, Pushkin e Evgenij Onegin, il bar di Alex, il teatro, il bar che poteva cambiare le cose, Marina e la sua insignificanza, il cambiamento che non c’è, il cambiamento che non c’è, la frustrazione, il mio aspetto, la barba, i capelli, la macchina distrutta, i Bahaì, la musica albanese, l’aquila a due teste, la tesi sull’Albania, sulla Russia, Svetlana Aleksievic, Leida, Aleksia e Ana, la Russia e l’Ortodossia, l’archimandrita greco, l’Albania, l’islam e il cattolicesimo, la figlia di Alex dai Salesiani, la serata ecumenica, l’archimandrita ortodosso, l’Ortodossia e la Russia, i cori ortodossi, il sonno, l’apocalisse, la fine del tempo, la fine del mondo, il cambiamento che non c’è, il bar di Alex, il bar di Paolo, Valeria, Antonio, Valentino, Olga, Bruna, Miryam, le solite persone, i soliti luoghi, i soliti discorsi, la Russia e la tesi su Svetlana Aleksievic, l’Ortodossia e l’Apocalisse, la fine del tempo, la fine del mondo, l’archimandrita greco, Rasputin, l’Ortodossia, i Bahaì, la chiesa cattolica, la chiesa ortodossa, le sigarette, i caffè, il bar, il bar e il cambiamento che poteva esserci, altri discorsi, altra gente, qualcosa da fare, qualcosa da imparare, il teatro, i miei capelli, la mia barba, il mio aspetto, Shirin e Priscilla, Luca e Francesco, Alex e Leo, le pornoattrici filippine, asiatiche, le puttane sulla via, la voglia che non c’è, i soliti discorsi, la pizzeria turca, il tempio, le sigarette, le invocazioni, la stanza, la mansarda, le sigarette, i caffè, il bar, le sigarette, i caffè, le gocce di valium, il sonno, i cori ortodossi, il corano, Miryam e il bar, la pizzeria turca, i soldi da spendere, i soldi da buttare via, i soldi da guadagnare, il lavoro che non c’è, il lavoro nelle officine, le serate con gli amici, i discorsi con gli amici, Marina e la sua insignificanza, il teatro, il lavoro al bar, il cambiamento che non c’è, loop senza fine, Maria Teresa, il cps e il centro diurno, la macchina che non c’è, la macchina nuova, il lavoro che è andato male, il lavoro che c’è, le sigarette e i caffè, il bar, e via così all’infinito, loop senza fine, cosa scrivo a fare? Il mio mondo che non cambia mai,..
Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Ricordi, Visioni

Estasi musicale, estasi di ricordi…

La musica…
la musica…
la musica…
quella giusta
per me
orientale
shqip
il canto che si estasia
e i ricordi che tornavano
Leida…
l’ultima notte
quella dove le compravo le sigarette
da Antonio
al bar
Marlboro Touch
l’ultima notte

in quell’intersecarsi
tra
Alina
e Leida
e Ana
il desiderio erotico
che allora andava oltre ogni confine
e ritrovare nell’anfratto dei ricordi
queste visioni
di allora
la musica che estasiava
e mi faceva ricordare
ritornare all’estasi di allora
estasi
erotica
e musicale
che non c’era bisogno
di quella targhetta che vedevo oggi
psicoterapeuta donna tal dei tali
quale sarebbe il motivo della psicoterapia?
Recuperare la memoria?
E tutta la memoria si era fermata là
a quando c’era Alina
e la rivedevo
a fine 2016
mi faceva cancellare ogni cosa
tutte le scritte di una volta
2016
anno più buio della mia vita
e solo lei
era la luce
comparsa per caso
nella mia follia di allora
2017
quando cominciavo a scrivere
l’ispirazione infinita
c’era Leida
ispirazione erotica senza confini
si te harroj 2017
come dimenticarti
là dove tutta l’estasi andava per lei
e dietro quell’aquila
ogni volta
c’è l’infinito
l’ortodossia
il cattolicesimo
l’islam
Katia
l’amore
l’erotismo
la morte
l’estasi
dei sensi
della musica
e dell’amore
anche quello perduto
anche quelli perduti
ormai
Alina
Leida
Katia
che Ana era solo un passaggio
insieme ad Alexia
all’altra Alexia
e a tante altre passate lì per caso
perché avevo dimenticato
Leida?
Alina?
L’altro giorno Saverio mi chiedeva
cosa l’ha fatta andare avanti
nell’ultimo anno di università
quando era cotto?
Alina…
Leida…
l’estasi erotica
orientale
tutto qui
ed era dimenticato
completamente
e solo grazie alla musica
stasera ricordavo
raccoglievo i frammenti perduti
di questa tempesta
Leida

non c’è più
ma c’è il ricordo di lei
e il desiderio per lei
che oggi vagavo per le vie del paese
completamente
perduto
senza senso era stare lì a leggere
a guardare film
perché legarsi così tanto a quella stanza
a quelle letture?
Non ne potevo più
dovevo liberarmi
liberarmi
e solo vagando per due ore
tra le vie
senza pensare a niente
lasciando andare la mente via
solo così mi
mettevo ad allenarmi
poi dopo
sul pomeriggio tardi
solo per rilassarmi la sera
con la musica
la musica che faceva tornare i ricordi
i ricordi perduti di Leida
di Alina
lei che andava d’accordo con questa musica
Leida
di meno
e questo canto orientale
che ogni volta mi estasia
è segno di quel ricordo
sperduto nella memoria
nell’estasi
che ritorna
sottoforma di musica
e di immagini
che ristabiliscono la mente
l’anima
bastava non leggere più
come un automa
guardare la tv
come un fanatico di parole d’altrove
bastava solo
passeggiare
a casaccio
vagare per le vie del paese
liberarsi
e nella sera solo lei
tornava
Leida
la musica orientale
quell’aquila
che va sotto il nome
di ortodossia
islam
cattolicesimo
amore
erotismo
morte
estasi
Leida
Alina
quando la follia erotica e l’estasi
erano tutto in me
l’antico ricordo di Katia
primigenia follia erotica
lei e la sua aquila
cucita
sulla borsetta di stoffa
quella non del lavoro
quella della vita
ricordo primigenio
l’inizio
la follia originaria
l’erotismo
che è più magico dell’amore per il mondo
l’erotismo
perduto
le ragazze perdute
il desiderio
che non sa più dove andare ora
ma che si estasia con la musica
estasi musicale
estasi di ricordi
Leida
Alina
Katia
e la musica e il canto
possono ancora continuare
ad invadermi
in questa estasi…