Pensieri liberi, Visioni

E scelgo solo l’attesa in questo grande caos sotto il cielo…

Non sapere più cosa leggere, in quale lingua leggere, se leggere l’arte buddhista, il libro sullo zen, il siddharta di Hesse, il Batman Apollo di Pelevin in russo, le poesie di Holderlin in tedesco, il Tao Te Ching… non sapere più che film guardare, se The man in the high castle o qualche film sul natale, natale che non sento, non so più in quale lingua guardare il telegiornale, in francese, tedesco, spagnolo, russo, inglese, italiano, non sapere più che medicine prendere, tra zolpeduar e valium, in eccesso, sintomi da astinenza, insonnia, aver sempre sonno e non dormire, lasciare che i sintomi da astinenza passino, che torni la mente lucida tra qualche giorno, senza contare il raffreddore che sembra un’influenza che ho preso, senza febbre, ma stanchezza, mente non lucida, tutto offuscato, i pensieri non chiari, la mente che vaga tra canti ortodossi e sure del corano salmodiate, i salmi letti in italiano su quella bibbia rossa, andare al supermercato a fare la spesa del sabato e distrarsi un attimo, avere qualcosa da fare, e poi ritornare nell’oblio, una sigaretta dopo l’altra, mangiare, fumare, dormire, svegliarsi, andare al bar solo per vedere la nuova cinese sorridente come una divinità femminile buddhista, al posto di Miryam che ormai se ne è andata, anche da loro, in quel bar, c’è scritto: “Cercasi barista”… barista, barista, barista… dappertutto, e nel bar della cinese bionda, che cerca una barista donna, io maledetto quel giorno che ho chiesto a Marina se aveva intenzione, ma lasciamo perdere, e anche Dong Dong che mi offriva di lavorare da barista con lui, nel suo negozio di ravioli e bar, lui che vuole ingrandire, e Saverio che quasi mi consigliava che era meglio lavorare da barista che lavorare nelle autofficine, almeno non in nero, almeno con degli orari, dei compiti precisi, una tabella di marcia, uno stipendio, e non più quel senso di precarietà lavorando qui a spizzichi e bocconi in un’officina che non fa per me… barista, barista, barista, ovunque “cercasi barista”, che è diventato un tormento, i baristi, le bariste e i cinesi e le cinesi, che se non avessi letto due righe sullo zen crederei a tutte queste parole e fenomeni, che in realtà sono vuoti, inconsistenti, nulli… barista, barista, barista, che sono strafatto di caffeina, sono insonne da giorni, ho mischiato valium con zolpeduar con caffeina e alcol, e sentito cose inascoltabili in altre lingue, un miscuglio di sensazioni, un caos di emozioni e sensazioni, tra amiche russe e cinesi, bariste e baristi, amici e parenti, feste che non sento e che eppure ci sono, caos totale sotto il cielo, e non sapere più cosa fare… cercasi barista, cercasi barista, cercasi barista, che è diventato un mantra, un mantra ovunque in ogni bar, di cinesi, e italiani, che non mi va di pensarci, di dire parole ai clienti quando lavorerò, alle clienti, cosa dire, cosa non dire, cosa servire, la parte più difficile? Mi dicevano… il rapporto con il pubblico, imparare a servire è una cazzata, ti insegniamo noi, mi dicevano… ritrovarsi a fare lavori da immigrati, qua in magazzino, come Haruna l’africano islamico, quando era qua, l’aiutante di Marco sul furgone, come Jean Pierre il sud americano giovane tamarro, non faccio quello che mi sarebbe più naturale, stare davanti al pc a inserire fatture come faceva quel giovane italiano una volta, poi licenziato, casini che aveva fatto, pornografia sul pc che era comparsa, e chissà cos’altro, ancora, tre o quattro anni fa, quando mio padre voleva ampliare l’attività, con quel suo amico, Della Rosa, che poi invece vinse la causa per dei soldi dati o non dati, il bello e il brutto del business, delle attività in proprio, dei collaboratori, i soldi in ballo, le responsabilità e il rischio, e ritrovarsi così a fare dei lavori da immigrati, proposti da immigrati, il manovale o il barista? Che dilemma, e io che avrei voluto fare il traduttore di testi scritti, proprio perché lì non hai davanti nessuno, sei solo tu davanti a dei testi, a delle parole, non hai contatto con la gente, non la vedi e non la senti neanche parlare, vaffanculo tutti quanti! Come vedevo scritto su un post di facebook di un gruppo virtuale di traduttori: “I am not antisocial, I’m just a translator…”… niente vita sociale, solo tu e i testi, tu e le parole scritte, nessuno che può fracassarti l’anima, tu che non puoi fracassare l’anima a nessuno, per fortuna, altro che contatto con il pubblico, mi sono bastati quei meccanici e gommisti, gente dell’altro mondo, e al bar non credo possa essere peggio, ma chissà, e intanto non so cosa fare, grande caos sotto il cielo, non so cosa leggere, cosa guardare, cosa ascoltare, cosa pensare, cosa non pensare, chi pregare, cosa dire, in quale lingua leggere o vedere le notizie, ascoltare musica, non so più cosa fare, cosa decidermi di fare, e alla fine rimane il niente, scelgo il niente in questo grande caos sotto il cielo, e mi metterei solo a dormire, se non infrangesse quel ritmo circadiano ormai andato a farsi fottere una volta e per tutte con tutta la chimica, l’alcol e la caffeina dell’ultimo periodo, e allora leggerò meccanicamente quel romanzo in russo di Pelevin, solo per distrarmi, salvo poi passare a poesie lette senza capire, o Holderlin o Marino, o Omero, in italiano, così, leggere a vuoto, come quando, dieci anni fa, ero al cra, disintossicandomi dai veleni dell’anima che dieci anni dopo ritornano sotto forma diversa, veleni che non esistono, sono solo io a crederli tali, in questo grande caos sotto il cielo dove scelgo il niente… e niente mi soddisfa, mi acquieta, mi distrae più, non rimane più niente, solo questo grande caos, e l’attesa che questo caos possa finire, l’attesa che il ritmo circadiano torni al suo stato normale, che ci sia qualcosa di preciso che mi interessi, qualcosa di preciso da fare, a cui dedicarsi, un mondo che non sappia solo di noia e di vuoto e di caos dove rimane sempre il niente, l’ultima e unica scelta, il niente in questo grande caos, al di là dei baristi, delle bariste, dei cinesi e delle cinesi, di Final Fantasy a cui ieri giocavo solo per pubblicare su Facebook quel post sperando piacesse a quella compagna di università cinese, Sissi, che infatti metteva il “like”, e niente di più, anche Final Fantasy oggi serve a poco o a niente, lavorare dai cinesi, non lavorare, lavorare nelle officine, non lavorare, festeggiare, non festeggiare, cosa fare, cosa non fare, disintossicarsi, aspettare, e scelgo solo l’attesa in questo grande caos sotto il cielo…

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