Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Dove il mio io estinto si ritrova, alla vista del profeta, una volta sigillato l’inferno…

Viaggo all’inferno di nemesi adolescenziali di demoni cinesi che mi perseguitavano, anche là, a bere il caffè dalla nuova cinese più grande di me, il sorriso di Valeria, il suo servirmi il caffè stamattina, che tutto tornava ad essere angelicato, e le pozioni magiche da far impazzire in me tra alcol e gocce e pasticche chimiche e immagini erotiche olografiche di chi è europea ma sta all’estremo oriente dell’Europa, per rifare la vista e gli occhi di quella ragazza che era un obbrobrio, come diceva anche ieri Saverio, il mio maestro, che mi intimava anche di non mischiare e mischiare e mischiare chimica su chimica, che i medicinali sono fatti per i sintomi, e non si può interpretare tutto come un sintomo, ogni minima variazione, l’alcol che scorreva nell’estasi di poter cambiare lavoro e lavorare dal mio amico cinese là nel suo bar, piuttosto che nelle officine, mio padre che acconsentiva, io che ci pensavo, lui che mi diceva che lo devo sapere io, indecisione che da estasi alcolica si trasformava in abisso infernale chimico, perso tra canti ortodossi di monaci vestiti di nero, e litanie coraniche che fanno girare la testa, canzoni black metal che fanno sprofondare sempre di più, assurda e assordata la mia anima che impazziva, e neanche una camminata riusciva a risparmiarla dall’inferno, ci voleva ancora della chimica per ammazzare il caffè, e una doccia, e una preghiera ad una divinità lontana, che non mi dicesse di segregarmi là al palazzo dei folli solo per scappare di casa e non vedere più i soliti lavoratari sotto il balcone là in officina, che certe volte mi verrebbe da dirgli: “Tornatevene a casa vostra, bergamaschi di merda!”, con lo stesso odio che loro hanno per gli immigrati, e invece qui è tutto indifferenziato di ogni etnia, tra repulsioni, attrazioni fatali e follie, disorientamenti dell’anima, che davvero mi perdo in questa scia infernale dalla quale solo ora mi sembra di uscirne, senza consultarmi con il maestro, ma invocando direttamente quella divinità che non conosce altri suoi tramiti… e le sure del corano rieccheggiano ancora in me, la decisione per il bar è rimandata a più avanti, dopo le vacanze di natale, quando avrò imparato a non mischiare più l’alcol e la chimica e le immagini olografiche, e le ragazze con cui divertirsi, quando la follia sarà più sotto controllo, solo allora, tra una settimana mi farò sentire dal mio amico cinese, per vedere e capire meglio cosa fare, cosa non fare, e andare oltre l’esaltazione di ieri e l’abisso di oggi… che se non c’era la divinità mi sarei perduto per sempre, mi sarei consegnato nelle braccia di chi ti mette la camicia di forza e ti fa qualche puntura per sedarti e portarti in ospedale psichiatrico, dove passare le vacanze di natale, ma quel sigillo della divinità è lì solo per indicare un prima e un dopo, un dopo la follia, e la follia di prima sta relegata ad un passato da dimenticare, da resettare, che qui se non riparto daccapo con nuove regole semplici da rispettare rischio davvero la follia come dieci anni fa, e visto che nei miei occultismi a volte sto attento ai numeri è meglio che non si ripetano strane combinazioni e operazioni matematiche di pensieri impazziti, a richiamare assurdi inferni e paradisi… è questo il mio viaggio all’inferno che si conclude con il cielo stellato di un tardo pomeriggio dicembrino, tra il freddo che picchia, e un cielo che non ha niente da dire, forse solo l’immagine di quella nuova barista cinese che di me non sa niente, e io niente di lei, perfetti sconosciuti in questo nuovo mondo dopo l’università, una scia interetnica di relazioni senza lasso di discontinuità, tra barbieri turchi, massaggiatrici cinesi, ragazze del marciapiede di ogni dove, amici cinesi, e ragazze russe dell’università, senza contare tutto il mondo contro tutto questo, quei salviniani dei vari collaboratori, e gli amici cinesi del bar, da perdere la testa e non capire più niente, a quali riferimenti culturali farsi, a quale divinità votarsi, a quale lingua darsi, a chi dar ragione nel marasma di opinioni, scherzi, odii e amori, simpatie e antipatie, da far perdere la testa e da far perdere quella mia personalità mai ben definita che come una spugna assorbe tutto solo per perdersi ancora di più, e non essere mai neanche vagamente definita, costretta a navigare e affogare tra le mille onde diverse di suoni e persone e immagini e lingue e parole e colori della pelle, che mi ci perdo e non mi ritrovo mai più, fino alla follia… è questo il mio viaggio all’inferno personale, che spero sia finito e presto possa rivelarsi solo come una cosa del passato, una cosa superata, che non abbia lasciato segni e tracce indelebili, che siano solo screzi da niente, che sia solo come la pelle di un serpente, che una volta che è cambiata è più forte di prima… e non vedo l’ora di quei giorni dove non ci saranno lavoratori qua attorno, dove non ci sarà da perdersi in mistiche ortodosse o islamizzanti o buddhiste, o di ogni sorta, dove la volontà di vivere torni a farsi sentire, e non quel quietismo che spesso assomiglia ad un abisso dove non c’è vita, anzi solo sete e pulsione di morte, che non si risolve in un semplice dormire, ma vorrebbe proprio farla finita con la vita stessa, diventata invivibile, insopportabile, impossibile da percepire, macchiata da troppe ferite e screzi, che non sa come redimersi se non sapendo aspettare il momento della rivelazione, dell’ispirazione, della liberazione, che avverrà da sé, con tutta la pazienza del mondo, da un attimo all’altro, da un giorno all’altro, evitando forse di mischiare chimica e alcol e chimica su chimica là dove non c’è da mischiare niente, neanche con la caffeina e la musica e le immagini erotiche, e altre sensazioni e percezioni su percezioni, da perdere la testa, da far impazzire l’anima bombardata di sensazioni, che non si trova più un minimo di ordine al caos, e neanche la quiete, e neanche la voglia di vivere, solo la voglia di sdraiarsi, nel silenzio più assoluto, come in un letto d’ospedale da convalescente, ricoverato al CRA a tempo indefinito, nell’attesa che qualcuno ti dimetta non si sa per quale motivo, e te non sapresti comunque come organizzare la tua vita, sempre più allo sbando… ma si parla di un prima e di un dopo, prima e dopo l’inferno, e voglio quel sigillo a coprire il prima e il dopo la follia di quest’anno, che tutto si risolve in quell’Ana che c’era e poi non c’era più, il disorientamento, perdersi completamente, andare alla deriva e perdersi sempre di più, tra le occupazioni di una giornata che non c’erano, e il vuoto da riempire, a volte in maniera sbagliata, per fare ancora più male a quest’anima impazzita, prima e dopo il viaggio all’inferno… fr che rimane ancora una serata che non sa nemmeno lei di cosa sarà fatta, che rimarrano ancora giorni, che non si sa di cosa saranno fatti, forse solo del leggero non dimenticarsi di non mischiare la chimica, essere pazienti, aspettare, e non farsi prendere da mille impulsi e pulsioni contraddittorie, in un marasma infernale schizofrenico dal quale non si sa mai come uscirne, là dove il rimedio è peggio del male, là dove la chimica fa più male della follia stessa, è questo l’inferno, l’inferno da quando a settembre sono tornato in Italia dopo Berlino, un mondo che non mi andava più, i soliti loop che tornavano, la dipendenza dalla chimica, e una voglia di staccare da quel lavoro, di cambiare vita, questa vita che non si riesce mai a cambiare, e allora, ecco, se non si può cambiare la vita, cambiamone la sua percezione: chimica su chimica, e alcol su alcol, stordimento su stordimento, e la vita è lì, sempre la stessa, indifferente, e tu con i tuoi viaggi all’inferno sei solo pieno di più cicatrici di prima, che non sai come farai a rimarginare, e che forse un giorno scorderai… incontri ravvicinati del terzo tipo, affari interetnici, discorsi salviniani, vivere in un mondo di contraddizioni, e persone le une contro le altre, senza sapere che partito prendere, giocare a dare ragione a tutti, ad accomodare tutti, a non andare contro le loro opinioni e i modi di vedere, fino a perdere il proprio io che non si trova più, estinto nell’estasi della follia chimica… il proprio io estinto in questa scia, in questo marasma, in questo inferno vivente che si ha da chiudere, da sigillare, come si sigilla l’accesso al mondo dei demoni, con qualche formula magica, con qualche segno o scritta magica, dove i demoni non passeranno più, e neanche l’inferno… il proprio io estinto in questa scia, in questo marasma, in questo inferno vivente che si ha da chiudere, da sigillare, come si sigilla l’accesso al mondo dei demoni, con qualche formula magica, con qualche segno o scritta magica, dove i demoni non passeranno più, e neanche l’inferno… compare così il profeta, il profeta seduto nella quiete più estrema, pensieroso e pronto a benedirti, per andare al di là del sigillo sull’inferno e sui demoni, per riprendere a vivere, quel profeta che alla fine mi compare e dischiude ogni accesso all’inferno, al mondo dei demoni, dove il mio io estinto si ritrova, alla vista del profeta, una volta sigillato l’inferno…


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