Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

E liberare l’anima, e dire addio ad ogni casino in me…

Le canzoni di Indila, tra cori angelici in sottofondo e vocalizzi da far impazzire l’anima di spirito, il parcheggio del Carrefour, tra la gente che andava e veniva a fare acquisti per Natale, jingle bell in sottofondo, dal centro commerciale, e io che mi perdevo in quella musica, in quei vocalizzi, e desideravo il cielo, il mondo intero, gli spazi aperti, e non il chiuso di quella casa che in fine settimana diventa sempre una specie di cella di galera, tra quegli oggetti lasciati in mansarda, come quando finisce un’epoca, l’epoca di Ana… e non ci sarà Marina, non ci sarà, perché con lei è difficile parlare per me, in russo, capisco tutto quello che dice, in russo, ma io non riesco ad esprimermi liberamente, ed è una tortura, è masochismo uscire con lei e non poter parlare liberamente, senza contare che l’altra sera al bar volevo solo la cinese, per compensare al desiderio che lei mi fa rigettare… la cinese… che l’unico cinese rimasto a fare da tutore, è l’amico di una volta, Dong Dong, che ora lavora nel suo bar rinnovato a Milano, dove fa anche i ravioli al vapore, ed è una specie di fratello maggiore per me, come Mustafa il turco della pizzeria, tutti e due poco più grandi di me, sposati, con figli… altro che Barre e Fisi, il primo un segaiolo seriale invasato di immagini, l’altro un filosofo mancato, un raccontaballe seriale, un maniaco di Tinder, e un ipocondriaco, due amici che sono amici solo tra loro due, per me rimangono solo due con cui uscire, per parlare di film, e nient’altro… mai considerati veri amici, loro e le loro puttanate, gli altri amici sbandati, gli altri un po’ più stupidi, come quel Luca che metteva il mi piace su facebook all’immagine di Shiva, una divinità che sembra uscita dai fumetti a colori cinesi di una volta… Shiva… che vedere l’altra sera quell’alto rabbino ortodosso mi faceva ricordare tutto, e dimenticare quella divinità creata da me stesso come un vitello d’oro vero e proprio, che con la scusa del freddo smetterò anche di andare in mansarda a raccogliermi, che non ce n’è più bisogno, al di là dello Zarathustra di Nietzsche, al di là dei cori ortodossi, dell’ortodossia dell’anima, che altro non era che amore mancato per Ana, ora che lei non c’è più, e non c’è più nessuna… rimane solo il vago desiderio, il ricordo dell’ultima volta, quell’invocazione erotica di nome Kaylani Lei, l’attrice filippina… filippina come la nuova barista al bar di Dong Dong, anche lei filippina, che con il suo sguardo, il suo sorriso, bastava a liberarmi l’anima… e tornerò forse a scrivere, più spesso, e a raccogliermi di meno, che non ce n’è bisogno, come non c’è bisogno del Corano, e lontani sono tutti quei marocchini che vedevo sempre al bar di Paolo e Miryam, basta! Basta con quel bar e quei marocchini, non ne potevo più, andrò ora al bar London, là dove c’è la cinese bionda, e basta, ambiente più anonimo, più formale, più distaccato, dove non ci lascio l’anima, che non mi coinvolge, e solo a volte forse tornerò da Paolo, o da Benito, così per cambiare, così come oggi ho cambiato supermercato, basta anche con Manuela e il solito giro dei soliti prodotti, sempre la stessa spesa, sempre gli stessi giri e le stesse routine, da andare di matto, che oggi ciò che mi salvava era non leggere niente, riprendermi da tutta quella vodka bevuta ieri, ed esagerare un po’ con i caffè, ascoltare la musica pop israeliana, e incrociare per caso Francesco dello Charme lì nel parcheggio del centro commerciale, salutare, dopo aver finito di ascoltare Indila, e incrociare anche la cassiera Cinzia, la donna giunonica cassiera del Carrefour là nell’altra città, e dovevo proprio uscire dal loop, rimanere nello spazio aperto, e liberarmi di quell’immagine che faceva diventare la stanza una cella di prigione, rimane solo il regalo, il regalo di quella specie di fratello maggiore, Dong Dong, il drago cinese, il drago del Dottor Drago, di una volta, e non c’è più oggetto, idolo, immagine di ogni sorta, non c’è più niente, c’è la stanza vuota come quando sono fuori, in giro, per lavoro, per commissioni, per divertimento, per svago, nessuna immagine fissa, niente di più, e anche quel bar mi ricorda l’aperto, l’aperto del bar di Dong Dong dove c’è sempre viavai di gente, ed è un continuo andare e venire di persone, un mondo aperto, all’aperto, che non ne può più di loop e prigioni… senza contare che quell’immagine appesa era diventata come una specie di monitor sempre acceso con l’immagine fissa di una stella e un nome di una divinità che non voleva dire niente, robe troppo da marocchino, come direbbe Alex, e non ne potevo più… basta anche con quel libro sui sufi, sul sufismo, ora che Miryam non la posso più vedere, ora che quel caffè di quel bar faceva davvero schifo, così come tutta quella gente, ed era ora di dire basta, di dire basta e cambiare la routine, uscire dal loop… che sono già stanco stasera, che sono stufo di tutti questi caffè, che domani mattina ne berrò uno solo al bar, e lascerò perdere la macchinetta che ho in casa, il Nescafè, i quattro o cinque caffè al giorno, che mandano in tilt il cervello, e cercherò di stare più calmo, come mi faceva notare oggi quella cassiera del centro commerciale, “Non ti sto mandando via…”, “Eh… sono sempre di fretta…”, e non so neanch’io perché, dove corro, dove vado, da cosa scappo… basta con tutti quei caffè, quella chimica di medicine per compensare, tutto quell’alcol, e quel Corano, e quella musica, e quelle serie televisive che non mi piacciono, e la fissa di parlare in russo, e mille altre fisse, uscite strane dell’anima, che non ne potevo davvero più, insieme a quei calendari alternativi, ai giorni spostati al venerdì, al sabato, a dare i numeri, a cercare un’alterità che era costruzione di divinità fai da te, da impazzire… stufo, stanco, basta, non ne potevo più, aspetterò quest’operazione che mi attende con tranquillità, mi ricorderò forse di Berlino, dove ero sempre in giro, nonostante i trenta gradi e oltre, il caldo torrido, ma almeno ero sempre all’aperto, e non nella cella di una stanza a giocare con le immagini e gli oggetti, basta! Basta! Basta! Ana se ne è andata e la follia con lei, come le canzoni da adolescenti che sentivo quest’oggi lì vicino al parco, dove avevano installato una mini pista per pattinare sul ghiaccio, e le adolescenti e gli adolescenti erano tutti lì, passeggiare poi per l’altro centro commerciale, là dove ci sono le cineserie, i vestiti e di tutto e di più, una specie di Aumai, i cinesi e le cinesi, le antiche invocazioni, e gli amici cinesi a farmi da tutori alle mie manie… Gesù Cristo! Che casino, che casino, un casino che doveva scemare via così, con meno caffè, meno puttane, meno incasinamenti, tutto per dire addio ad Ana, che non c’è più, e neanche l’ortodossia immaginaria dell’anima, che era solo innamoramento e desiderio per lei, che era lei in fondo, era lei, e non Marina, di quell’altra giornata, non era lei, non era lei, e per rifarmi gli occhi immagino ora solo attrici giuste, e distolgo dalla mente chi non mi piace… perché me lo dicevano che se una ragazza così non mi piace è meglio mandarla via, mi dicevano che la religione è meglio lasciarla perdere, mi dicevano che tutto era frutto della mia mente impazzita, e ora non voglio più fare mix strani tra chimica, vocalizzi e salmi e musica, e idoli, e fisse dell’anima, che esco solo ancora più vivo e più forte da tutta questa follia dell’ultimo anno, durata anche troppo… Ana non c’è più, basta, ed è giusto che sia così… finalmente… e non so che farmene di questa sera dove non si uscirà con gli amici, e andrò forse a bermi una coca cola zero al bar di Benito, per stare all’aperto, per non chiudermi di fronte a questo monitor, per svagarmi ancora di più, per dimenticare l’alcol di ieri sera, per avere un po’ di fresco in me, e non pensare più a niente, e liberare l’anima, e dire addio ad ogni casino in me…

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