Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E questo sogno sembra essere diventata la vita…

E il caos se ne è andato, dopo una bella corsa, dopo qualche esercizio di karate e taekwondo… scene mirabili allenarsi nel parco, tra le foglie arancioni che sembrava autunno, le raffiche di vento che sembravano corrispondere allo zen dell’anima marziale, la vacuità di ogni cosa, delle scene da cartone animato giapponese, da pubblicità… giocare un po’ con il nuovo cinturino che conta le calorie consumate, ma che in realtà non le conta, dà i numeri e basta, altri conti si trovavano su internet, mypersonaltrainer, e poi si brucia anche una volta finito l’allenamento, e chissà quanti altri fattori contano, l’importante che il peso sia stabile, l’importante è sentirsi bene, l’importante è continuare la dieta con tutta tranquillità… e poi… le cinque del pomeriggio di domenica, orario tipico dove chissà perché mi viene sempre voglia di andare dai barbieri turchi, sempre a quest’ora, dilemmi sulla propria immagine, riflessa tra quelle di divinità e profeti, con la barba più o meno lunga, guardare gli altri italiani e la loro barba, dopo che Alex mi diceva che dovevo tagliare la barba… no… non mi convince, per niente… l’accorcerò un po’ domani, la curerò e basta, e nell’immagine mia allo specchio un po’ di narcisismo si confonde con le immagini dei giovani profeti, le loro acconciature, e gli sguardi di quelle ragazze di ieri al bar, in quell’atmosfera sognante, innamorata della vita, mentre i miei capelli continueranno a crescere… per un attimo non sentivo neanche più la voglia di fumare, tutto andava via, liscio, tutto scorreva, e anche l’immagine ricordo della cinesina di ieri si disperdeva, e mi sentivo invaso dalla divinità, sopra ogni altra cosa, e tutto il mondo diventava sogno, anche Bruna che stava lì a parlare con gli altri del bar lì vicino, quello dei marocchini, e l’immagine di Abdul Baha da sola bastava a vincere ogni delirio religioso, tra paura di testimoni di Genova e altri pensieri paranoici, che adesso che devo essere impegnato ad imparare un mestiere, vanno via come il vento, e niente mi può lasciar perdere questa atmosfera incantata e illuminata dalla divinità… andrò là più presto di quello che mi ha detto, per essere corretto, per cominciare il lavoro insieme agli altri, anno nuovo, vita nuova, come si dice, e prenderò tutto questo daffare con filosofia, con chiarezza e lucidità, con tranquillità… e qui i testi zen e i momenti di meditazione sufica bastano a vincere ogni cosa, che davvero mi perdo in questa luce bianca incantata, dove tutto ora scorre, insieme alle immagini delle belle ragazze di ieri, e alla cinesina erotica della notte, insieme alle immagini incantate di Kaylani Lei, come quella giovane madre filippina che vedevo, tutto il fascino delle ragazze asiatiche… che davvero tutto scivola via e si dissolve, là dove non c’è più bisogno di musica, dove la musica la sento dentro di me, e le immagini dei film svaniscono dentro di me, in questo film che scorre in me che sembra così essere diventata la vita, e mi ricordo solo dell’altra cinesina di ieri, di quando compravo la camicia nera, e già tutto l’erotismo era pronto per darsi alla notte… tutto va avanti così, in maniera tutta soft, dopo che di Ana mi sono innamorato così tanto che tutto diventa sogno, persino lei, diventa un sogno tra le tante, e tutto si disperde, tra le ragazze asiatiche e le altre del bar… solo stando tranquillo e rilassato andrò avanti, qualunque cosa succeda, la vita va presa con filosofia, e così mi abbandono a questo sogno che sembra essere diventata la vita, e tutto scorre e va avante, tutto svanisce e si dissolve… non so che cosa starò facendo stasera, dopo cena, se qualche film mi catturerà o meno, chissà in quale lingua, non so come mi distrarrò, forse continuerò quel libro sullo zen, leggendolo un po’ così, di sfuggita, senza davvero leggerlo, sfogliarlo e guardare le parole, che si dissolveranno da sé, perché i veri momenti di illuminazione sono stati quelli invocando divinità sufiche, e tutte le ragazze del mondo, è lì che si perde l’anima mia, e si ritrova e questo sogno sembra essere diventata la vita…

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Quiete erotica del silenzio…

Я философ… я как Распутин… я не техник, не инженёр, нет, я православный человек… и это понял я вчера в баре, когда с китайским другом говорили о всём, когда с клиентами в баре разговарывали, о культуре, об итальнянской культуре, с поваром мусульманец, который жил в Франции, в Париже, и он говорил, что ты никогда не остановить знать город, а Милан совсем другой город… когда с итальянкой говорили про Китаю, о революции… когда с другой итальянкой говорили про футболь, о Неста, итальянский футболист, который мне дал вспомнить о моей первой девушке, Элена… Элена… Алина… Алина… Ана… все православные девушки в которых я влюблился… и потом другие девушки, из Бразили, “Бразиу!”, я сказал, и они кивнули головой… и все другие, филиппинка которая работает в баре, она дала мне вспомнить о Марианн, о Кейлани Лей, о любви, как много я задумался в Марианн в школе, когда она говорила по английскому, любовь… как следующий раз напротив Кейлани Лей, моё вдохновение… Милан… Милан… Милан… город который я люблю, где я учился, где я встретил самый интересные люди в мире, из всего мира, международный город, где я настоящий я…

И потом вечер… после бара, где я согасился с другом попробовать работать там, все слова во мне проходили, все воображаемые разговоры, до бреда… слишком много кофе, я знаю…

E poi la sera, fatto di vino, tre bicchieri di vino rosso, passare al bar qua vicino a me, là dove c’è sempre la cinese bionda, vera ispirazione erotica, bersi una vodka, stare lì un attimo e liberare la mente…

La sera, perdersi, rilassarsi, darsi all’erotismo di quell’altra cinese, dopo che i video di Kaylani Lei mi avevano ispirato, lasciarsi andare a tutto il piacere del mondo, perdersi e ritrovarsi, e non delirare più, nel piacere erotico più intenso, e dopo lei che mi offriva un mandarino, e sorridendo ci si salutava, e la notte dormire in macchina, nella prima notte, nel silenzio, era l’estasi dei sensi che si diffondeva ovunque…

Tornare a casa nel mezzo della notte, con l’anima estasiata, il tantrismo che aveva svelato l’estasi, e le parole in me che non c’erano più, quiete erotica del silenzio… 

Svegliarsi, solo per fare un attimo il punto della situazione, e non pensare più, accendere i canali 24h in altre lingue, perdersi nelle immagini, in altre parole che non siano le mie, vulcano di parole e battute che potrei vendere a qualche poeta, la quiete erotica del silenzio vinceva su tutto…

Cambiare due o tre canali, e poi andare a bersi un caffè dalla cinese bionda, vera estasi, ancora una volta, al di là di quei discorsi in me che non potevo più ricordare e ascoltare, veder dissolvere persone e discorsi altrui, perdermi nella quiete erotica del silenzio, del gusto del caffè, di una radio che emette giusti suoni, in quel caffè che sapeva di ogni voluttà…

E la quiete erotica del silenzio vince ancora, si trasforma in parole scritte, in altre che ascolterò alla radio, alla televisione, non importa in quale lingua, per me sono tutte indifferenti, belle allo stesso modo, mondo dove perdermi all’infinito…

E la quiete erotica del silenzio saprà ancora di voluttà, di ogni piacere, di ogni me stesso ritrovato in questo infinito, e questo erotismo che invade tutto, che si fa quiete erotica, là dove mille parole scorreranno, solo per dissolversi, come il sottofondo di una musica…

Anima liberata, che non sa più cosa sia il tempo, eterno infinito, quiete erotica del silenzio, dove mi perdo…

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Tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

Ricevere insulti online nei commenti, chi odia la Romania, delirio diffuso, e pensare che c’è sull’Espresso l’antiitaliano, Saviano, ma al di là della politica un mondo si apriva dopo che guardavo France24, dopo che cambiavo su Digi24, la tv online romena di notizie 24 ore su 24… il ricordo, il ricordo principe, da cui discende tutta la mia anima, ortodossia dell’anima compiuta, la chiesa di Iasi, catapeteasma… ieri le parole con Francesco, quello dello Sharm, il ristorante, le parole di Rizzi sulla politica, lavorare e fare l’inventario, passare il tempo in officina, farsi male da solo a cercare di non fumare, pensare a quando comincerò a lavorare al bar, tra altra gente, altre persone, tutt’altra cosa, e domani mattina che dovrò andare a parlare con Alex per capire quando cominciare… combattere contro il sonno, quel sonno profondo e depressivo che mi prende a cavallo tra mezzogiorno e il primo pomeriggio, sforzarsi di non buttarsi giù, prendere un caffè al di là dei due consentiti, tre, il numero perfetto… stare in piedi, ascoltare le notizie online solo per sentire la lingua romena, senza neanche stare attento e capire, un bel sottofondo, e nella visione dell’anima solo lei, lei che ha fatto più casino di ogni altra, questa volta, Ana… che era inutile ritornare a Eugenia, ad Alina, o forse ci ritornavo con i pensieri, con l’anima, senza farlo apposta, la mia anima vagava in tutto questo, anche quando pensavo a Noemi, e Cristina, le due cameriere dello Sharm che oramai se ne sono andate… e vedere ieri al ristorante una ragazzina, neanche diciottenne, le cui fattezze non erano tanto differenti da quelle di Ana, e provare un desiderio, un desiderio differito fino all’infinito, un desiderio che si elevava sopra i cieli, e un desiderio che mi faceva lasciare Ana come quando un uomo decide di farsi monaco ortodosso, per ritrovare l’anima perduta in sé… Ana… farò crescere questi capelli, questa zazzera, la barba sarà sempre la solita, i pensieri gli stessi, l’assenza di pensieri, ascoltare e parlare con tutti, sentire tutte le opinioni, tutte le lingue, senza appartenere a niente, come quell’aforisma di Cioran sulle ragazze pubbliche, quelle che ascoltano tutti senza appartenere a niente e nessuno,

“Philosophie et prostitution.”

” Le philosophe, revenu des systèmes et des superstitions, mais persévérant encore sur les chemins du monde, devrait imiter le pyrrhonisme de trottoir dont dont on fait montre la créature la moins dogmatique : la fille publique. Détachée de tout et ouverte à tout, épousant l’humeur et les idées du client, changeant de ton et de visage à chaque occasion ; prête à être triste ou gaie, étant indifférente ; prodiguant les soupires par souci commercial ; portant sur les ébats de son voisin superposé et sincère un regard éclairé et faux, – elle propose à l’esprit un modèle de comportement qui rivalise avec celui des sages. Être sans conviction à l’égard des hommes et de soi-même, tel est le haut enseignement de la prostitution, académie ambulante de lucidité, en marge de la société comme de la philosophie. “Tout ce que je sais je l’ai appris à l’école des filles”, devrait s’écrier le penseur qui accepte tout et refuse tout, quand à leur exemple, il s’est spécialisé dans le sourire fatigué, quand les hommes ne sont pour lui que des clients, et les trottoirs du monde le marché où il vend son amertume, comme ses compagnes, leur corps. “

Cioran,
“Précis de décomposition” (1949).
pp. 651 et 652.

Si risolve tutto in questo aforisma, il mio preferito di una volta, c’è solo una differenza, che in quel niente trovo quell’ortodossia dell’anima che prima mi mancava, quella che mi salva, quella che non mi lascia nelle mani della follia o dell’infinito indefinito dove tutto è uguale o indifferente, rimane solo l’ortodossia dell’anima, e le mille parole e convinzioni degli uomini e delle donne, che alla salvezza forse non sono mai pervenuti, privati di quelle apocalissi che da sole possono salvare l’anima… riparto daccapo, e finisco daccapo, l’Alfa e l’Omega sono completati, non rimane nient’altro, il tempo è finito, non esiste più, l’infinito si staglia in me e si fa persona, e non rimane più nient’altro, pensieri magici, follie da scienziato pazzo, da filosofo mago e stregone, alchimismi e altre magie, in quel niente dove ritrovo me stesso e l’infinito, tra Ana, Eugenia e Alina… si trovava tutto qui me stesso, e ora mille parole e lingue altrui possono tornare a scorrere, e niente cambierebbe, semplici opinioni altrui, calcoli matematici altrui fatti di parole e idee, ma là dove il mondo finisce e comincia solo l’ortodossia dell’anima niente può essere scalfito… quel monaco ortodosso che mi benediceva, allora, più di dieci anni fa, l’immagine di Rasputin, le icone ortodosse, e questo niente che sa di infinito dove si svela e scompare la sua immagine, Ana, nella notte prima della vigilia, è la fine del tempo e l’inizio dell’infinito… Hristos a inviat… non credo tornerò più da lei, neanche per parlare, non credo tornerò più da sua sorella Aleksia, neanche per parlare, perché in me vivono le loro immagini, Eugenia, Alina, Ana, e come le tre donne dei Vangeli finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e si apre l’infinito… ultima ispirazione… ispirazione infinita…

Non so di cosa starò parlando domani mattina con Alex, del bar, di servire ai tavoli o al bancone, alla cassa, non lo so, e poco mi importa, non mi importa del nuovo applicativo delle fatture online che vedevo ieri usare da mio padre, tutti quei numeri, quei numeri, e quel lavoro che vale come qualsiasi altro, io che l’altro giorno gli dicevo: “Non ho un motivo per vivere, quindi non trovo neanche un motivo per lavorare…”… e mi viene da dire che allora sia il lavoro per il lavoro, come una volta si diceva, l’arte per l’arte, un lavoro vale un altro, in officina, al bar, che differenza fa? Non mi va neanche più di maledire colleghi o persone o altri, no, non c’entra niente, erano solo movimenti dell’anima che andavano verso l’infinito, passaggi infernali, da cui si esce e si va oltre, oltre quel libro sullo zen, oltre quello stesso libro sullo Zarathustra che forse arriverà il giorno del mio compleanno, il 7 gennaio, craciun ortodoox pe stil vechi… finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e comincia l’infinito… non so più che farmene dei libri, degli stessi libri di Emil Cioran, rimane solo questo suo aforisma, e il ricordo della sua lotta contro l’ortodossia, che invece, a me, riesce a salvarmi… nel ricordo di Ana, Eugenia, Alina… e oltre… le parole con Alex, con Francesco, un altro mestiere da imparare, darsi da fare, essere se stessi, più naturali, come mi dicevano una volta, e tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia trovo me stesso… non so di cosa starò parlando domani con Alex, non so cosa starò facendo, se mi perderò ancora in crisi mistiche obbliate come il giorno di Natale, qui in casa da solo, a sentirmi parlare da solo dentro di me, in me stesso, quasi alla follia, mi poteva salvare solo un romanzo scritto in cinese, che risvegliava la mente, mi poteva solo salvare due o tre bicchieri di vino, dei notiziari, ma tutto questo è già passato, come è già passato quel regalo di mio fratello, l’orologio power band che conta calorie e un sacco di altre cavolate salutiste, da gente fissata, con la salute, con la tecnologia, deliri diffusi tra i nuovi, che vanno di moda, come le parole della moglie di mio fratello ai suoi figli, parole da donna serpente, che rimpiangevo Eugenia quando dava gli stessi consigli, ma con tutto un altro fare, lei e i suoi consigli salutisti, non i suoi ordini rigidi, della moglie di mio fratello con i suoi figli, i miei nipoti, che un giorno o l’altro di certo scoppieranno, tira la corda, tira la corda, e un giorno farai scoppiare il mondo… non sono fatti miei… qui si va avanti lo stesso, al di là dei consigli dei più anziani, di altri giovani della mia età, di altri delle officine, di voci e ricordi e suggestioni passate, di sogni e incubi notturni, come quelli di queste notti, si va avanti lo stesso, sperando che un giorno migliore arrivi, con la pazienza di chi aspetta un messia che è già arrivato, là dove c’è la salvezza, tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia… tutto passa in questo mondo, ogni cosa, e ora come ora le uniche regole semplici mi aiutano ad andare avanti, cercare di non dormire di giorno, bere al massimo tre caffè, fare un po’ di movimento ogni tanto, guardare i notiziari in altre lingue, aprirsi a tutte le opinioni del mondo, lasciarsi andare tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, là dove trovo solo Eugenia, Alina e Ana, e poi andare oltre a loro, per trovare me stesso, e il nulla, e l’infinito, e l’ortodossia… è tutto qui, non rimane nient’altro, forse altre parole e immagini della televisione mi accompagneranno, per non perdermi in deliri monologanti da crisi mistiche e oblii dell’anima, ci sarà da darsi da fare, probabilmente quei libri sul buddhismo e sullo zen non serviranno più, neanche i libri di Cioran, neanche il lavoro, le persone, gli amici, le tipe, la musica, i film, tra il niente, e l’infinito e l’ortodossia si aprono mondi dell’anima dove tutto convive e niente rimane permanente e certo, tutto si muove, tutto scorre, e ritrovo solo me stesso tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

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E si libera la prigione in me, Ana…

Voglio lei, voglio solo lei, è tutto il giorno che ci penso, per questo amore mi sono perso…

Delirio notturno da insonnia, pensieri folli senza nesso, rimanere chiuso in me stesso, nelle mie parole, diventate prigione, e non sapere come uscirne… e decidere di andare a fare un salto là, dove c’era lei, Ana, a vedere là vicino se c’era la massaggiatrice cinese, salto nell’inferno dopo la prigione delle parole… c’era una macchina, là dove c’era lei, e dentro una ragazza, che non si capiva chi era, forse una nuova? Non lo so… parcheggiavo più in là, indeciso o no se entrare o meno dalla massaggiatrice cinese, camminavo sulla lunga via, con il freddo di dicembre che pungeva l’anima… vedevo davanti a me camminare una famiglia di islamici, un uomo e due donne, e andavo oltre tutti quei pensieri religiosi, quella prigione di parole che mi ero creato, quella gabbia, e andavo anche oltre quel centro massaggi, volevo vedere chi c’era là in quella macchina, non la solita, quella di sua sorella Aleksia, un’altra macchina? Un’altra ragazza? Mi avvicinavo a piedi, e lei, era lì, seduta sul posto del passeggero, con una gamba appoggiata sul sedile, l’altra che la lanciava nello spazio del posto passeggeri, lei che era lì con il suo cellulare, lei, Ana, era lei, e la vedevo, vedevo il suo volto, l’ovale del suo volto, le sue curve, le sue linee, i suoi occhi, il suo sguardo, sentivo la sua voce, era lei, Ana, era tutto per colpa sua… “Ciao! Pensavo che eri andata via!”, “No! Vado via tra un anno!”, “Tra un anno! E io che pensavo che non c’eri più! Quando passavo non ti vedevo mai, ora sei sulla macchina!”, “Sì, ora soo sulla macchina!”, “Vabbè, quand’è che vai via allora?”, “A Pasqua!”, “A Pasqua! Allora c’è tempo!”, “C’è tempo…”, “Magari ci vediamo più avanti, adesso ti lascio lavorare…”, “Va bene, ciao!”, “Ciao…”, e rivedevo il suo volto, e la follia di questi mesi, lo star male, perché lei non c’era, era sparita, e rivedere il suo volto, risentire la sua voce mi ridava vita, riappariva la luce dell’anima, tutto si disfaceva, tutto quel castello di pensieri impazziti, e mi perdevo nel suo volto, nel suo sguardo, nei suoi occhi, nella sua voce, e la cinese smetteva di esistere, e rimanevano solo le mie parole che avrei potuto usare al bar se mai facessi il barista e mi rivolgessi a delle ragazze, là, al bar dei miei amici cinesi a Milano… la romena… come mi diceva anche Don Don, la romena… sì, la romena, Ana… che tutta la follia era solo per lei… e per chi mi aveva instillato il dubbio di non desiderarla davvero… maledetta gente… maledetta zizzania… e quel mio desiderio per lei che era impazzito… me ne tornavo verso la macchina, superando come niente quel centro massaggi, non pensando più ai musulmani che mi erano passati accanto quando avevo scambiato due battute con Ana, e sapevo che quella notte sarei riuscito a dormire… e l’incantesimo delle parole come gabbia si spezzavano, nella notte sognavo solo lei, continuavo a rivederla, a ripetere il suo nome, a sognare il suo viso, la sua voce, e il solo suo pensiero mi dava quella calma, quel sogno, quella luce che andava al di là della velocità del suono di parole e discorsi impazziti in me, tra Maitreya e divinità, nomi sacri, e teologie senza sosta, discorsi impazziti di un professorino ammattito, solo lei, solo lei, solo Ana mi ridava quel sonno che non conosco più da mesi ormai, da quando l’avevo persa per colpa di quell’operazione, di quel caos, da quando mi sono accorto che da lei voglio qualcosa di più che il suo corpo, qualcosa come la sua voce, il suo sguardo, la sua musica, il suo stare lì come una povera zingara romena la notte ad aspettare chissà chi, senza avere niente, spogliata di tutto, di ogni cosa, pura nudità della vita e delle parole, pura luce dei miei occhi, pura mia ispirazione infinita, Ana… e l’avrei sognata tutta la notte, che tutti quei libri, quei film, quei pensieri che erano una prigione si liberavano da me, e il sogno di lei mi faceva andare oltre ogni cosa, e mi perdevo in quella visione, nella visione di lei, e rimandavo il desiderio ad un giorno che sarà, ad una notte che sarà, ma intanto tutto veniva superato solo dal suo sguardo, dalla sua presenza, e mille angeli avevano solo il suo volto nei sogni la notte, solo lei, Ana…

Non so perché mi svegliavo come al solito alle sei di mattina, ormai l’abitudine è questa, e tutto smetteva di aver senso, la camminata al bar per il caffè, i libri, i miei pensieri prigione, le preghiere, le divinità, tutti quei testi, quei film, quei libri, e solo la musica mi invadeva, musica che avevo lasciato nell’armadio dei ricordi, dai tempi di Alina, forse, dai tempi di Xhuliana, e mi sarei perso, come i vicini innamorati napoletani, in musica su musica, dimenticando ogni cosa, e visualizzando solo lei, solo Ana, la mia voglia di lei, che forse ieri sera avrei fatto bene a fermarmi da lei, a scambiare due parole di più, perché di lei ho bisogno come non mai, non di amici, non di lavoro, non di dottrine e libri e film, ma solo di lei, della sua voce, del suo sguardo, delle sue curve di pura bellezza, della sua semplicità, e chissà perché mi ero perso così senza di lei, per colpa di quell’operazione che mi aveva fatto perdere la testa, solo perché ascoltavo le parole false, come al solito, degli altri, di chi mi diceva che avrei sentito un male della madonna, mentre invece non era vero… sarebbe bastato stare lì, mettersi calmo ed aspettare, non perdere Ana, non perdere la visione di lei, che non sarei impazzito… e invece… lei è ancora lì, sulla via del niente, Ana…

Non dormo ancora, ancora non dormo, ma tutte le cose degli altri giorni smettono di aver senso, e aveva ragione Mandzato quando diceva che tutto dipendeva dalle ragazze, e anche loro avevano ragione, tutto per colpa di una ragazza, che tutti i deliri e le gabbie dell’anima si risolvono sempre così, per una ragazza, e questa volta è lei, è Ana, c’è solo lei alla fine del tunnel, e non rimane nient’altro e nessun’altra… che ora sarà difficile passare una giornata così, dei giorni così, senza lei, a non sapere che farmene della giornata, dei libri, della musica, dei film, non saprò che farmene del tempo, senza lei, senza Ana, e solo attenderla potrà forse salvarmi, o forse niente, perché al di là di lei forse c’è il niente, ma almeno esco da quella gabbia di pensieri, e non impazzisco più per cose che non sono, era la follia, la follia per lei, per Ana, e ritrovo me stesso ritrovando lei, il suo volto, il suo sguardo, la sua voce, e si libera la prigione in me, Ana…

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E scelgo solo l’attesa in questo grande caos sotto il cielo…

Non sapere più cosa leggere, in quale lingua leggere, se leggere l’arte buddhista, il libro sullo zen, il siddharta di Hesse, il Batman Apollo di Pelevin in russo, le poesie di Holderlin in tedesco, il Tao Te Ching… non sapere più che film guardare, se The man in the high castle o qualche film sul natale, natale che non sento, non so più in quale lingua guardare il telegiornale, in francese, tedesco, spagnolo, russo, inglese, italiano, non sapere più che medicine prendere, tra zolpeduar e valium, in eccesso, sintomi da astinenza, insonnia, aver sempre sonno e non dormire, lasciare che i sintomi da astinenza passino, che torni la mente lucida tra qualche giorno, senza contare il raffreddore che sembra un’influenza che ho preso, senza febbre, ma stanchezza, mente non lucida, tutto offuscato, i pensieri non chiari, la mente che vaga tra canti ortodossi e sure del corano salmodiate, i salmi letti in italiano su quella bibbia rossa, andare al supermercato a fare la spesa del sabato e distrarsi un attimo, avere qualcosa da fare, e poi ritornare nell’oblio, una sigaretta dopo l’altra, mangiare, fumare, dormire, svegliarsi, andare al bar solo per vedere la nuova cinese sorridente come una divinità femminile buddhista, al posto di Miryam che ormai se ne è andata, anche da loro, in quel bar, c’è scritto: “Cercasi barista”… barista, barista, barista… dappertutto, e nel bar della cinese bionda, che cerca una barista donna, io maledetto quel giorno che ho chiesto a Marina se aveva intenzione, ma lasciamo perdere, e anche Dong Dong che mi offriva di lavorare da barista con lui, nel suo negozio di ravioli e bar, lui che vuole ingrandire, e Saverio che quasi mi consigliava che era meglio lavorare da barista che lavorare nelle autofficine, almeno non in nero, almeno con degli orari, dei compiti precisi, una tabella di marcia, uno stipendio, e non più quel senso di precarietà lavorando qui a spizzichi e bocconi in un’officina che non fa per me… barista, barista, barista, ovunque “cercasi barista”, che è diventato un tormento, i baristi, le bariste e i cinesi e le cinesi, che se non avessi letto due righe sullo zen crederei a tutte queste parole e fenomeni, che in realtà sono vuoti, inconsistenti, nulli… barista, barista, barista, che sono strafatto di caffeina, sono insonne da giorni, ho mischiato valium con zolpeduar con caffeina e alcol, e sentito cose inascoltabili in altre lingue, un miscuglio di sensazioni, un caos di emozioni e sensazioni, tra amiche russe e cinesi, bariste e baristi, amici e parenti, feste che non sento e che eppure ci sono, caos totale sotto il cielo, e non sapere più cosa fare… cercasi barista, cercasi barista, cercasi barista, che è diventato un mantra, un mantra ovunque in ogni bar, di cinesi, e italiani, che non mi va di pensarci, di dire parole ai clienti quando lavorerò, alle clienti, cosa dire, cosa non dire, cosa servire, la parte più difficile? Mi dicevano… il rapporto con il pubblico, imparare a servire è una cazzata, ti insegniamo noi, mi dicevano… ritrovarsi a fare lavori da immigrati, qua in magazzino, come Haruna l’africano islamico, quando era qua, l’aiutante di Marco sul furgone, come Jean Pierre il sud americano giovane tamarro, non faccio quello che mi sarebbe più naturale, stare davanti al pc a inserire fatture come faceva quel giovane italiano una volta, poi licenziato, casini che aveva fatto, pornografia sul pc che era comparsa, e chissà cos’altro, ancora, tre o quattro anni fa, quando mio padre voleva ampliare l’attività, con quel suo amico, Della Rosa, che poi invece vinse la causa per dei soldi dati o non dati, il bello e il brutto del business, delle attività in proprio, dei collaboratori, i soldi in ballo, le responsabilità e il rischio, e ritrovarsi così a fare dei lavori da immigrati, proposti da immigrati, il manovale o il barista? Che dilemma, e io che avrei voluto fare il traduttore di testi scritti, proprio perché lì non hai davanti nessuno, sei solo tu davanti a dei testi, a delle parole, non hai contatto con la gente, non la vedi e non la senti neanche parlare, vaffanculo tutti quanti! Come vedevo scritto su un post di facebook di un gruppo virtuale di traduttori: “I am not antisocial, I’m just a translator…”… niente vita sociale, solo tu e i testi, tu e le parole scritte, nessuno che può fracassarti l’anima, tu che non puoi fracassare l’anima a nessuno, per fortuna, altro che contatto con il pubblico, mi sono bastati quei meccanici e gommisti, gente dell’altro mondo, e al bar non credo possa essere peggio, ma chissà, e intanto non so cosa fare, grande caos sotto il cielo, non so cosa leggere, cosa guardare, cosa ascoltare, cosa pensare, cosa non pensare, chi pregare, cosa dire, in quale lingua leggere o vedere le notizie, ascoltare musica, non so più cosa fare, cosa decidermi di fare, e alla fine rimane il niente, scelgo il niente in questo grande caos sotto il cielo, e mi metterei solo a dormire, se non infrangesse quel ritmo circadiano ormai andato a farsi fottere una volta e per tutte con tutta la chimica, l’alcol e la caffeina dell’ultimo periodo, e allora leggerò meccanicamente quel romanzo in russo di Pelevin, solo per distrarmi, salvo poi passare a poesie lette senza capire, o Holderlin o Marino, o Omero, in italiano, così, leggere a vuoto, come quando, dieci anni fa, ero al cra, disintossicandomi dai veleni dell’anima che dieci anni dopo ritornano sotto forma diversa, veleni che non esistono, sono solo io a crederli tali, in questo grande caos sotto il cielo dove scelgo il niente… e niente mi soddisfa, mi acquieta, mi distrae più, non rimane più niente, solo questo grande caos, e l’attesa che questo caos possa finire, l’attesa che il ritmo circadiano torni al suo stato normale, che ci sia qualcosa di preciso che mi interessi, qualcosa di preciso da fare, a cui dedicarsi, un mondo che non sappia solo di noia e di vuoto e di caos dove rimane sempre il niente, l’ultima e unica scelta, il niente in questo grande caos, al di là dei baristi, delle bariste, dei cinesi e delle cinesi, di Final Fantasy a cui ieri giocavo solo per pubblicare su Facebook quel post sperando piacesse a quella compagna di università cinese, Sissi, che infatti metteva il “like”, e niente di più, anche Final Fantasy oggi serve a poco o a niente, lavorare dai cinesi, non lavorare, lavorare nelle officine, non lavorare, festeggiare, non festeggiare, cosa fare, cosa non fare, disintossicarsi, aspettare, e scelgo solo l’attesa in questo grande caos sotto il cielo…

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Dove il mio io estinto si ritrova, alla vista del profeta, una volta sigillato l’inferno…

Viaggo all’inferno di nemesi adolescenziali di demoni cinesi che mi perseguitavano, anche là, a bere il caffè dalla nuova cinese più grande di me, il sorriso di Valeria, il suo servirmi il caffè stamattina, che tutto tornava ad essere angelicato, e le pozioni magiche da far impazzire in me tra alcol e gocce e pasticche chimiche e immagini erotiche olografiche di chi è europea ma sta all’estremo oriente dell’Europa, per rifare la vista e gli occhi di quella ragazza che era un obbrobrio, come diceva anche ieri Saverio, il mio maestro, che mi intimava anche di non mischiare e mischiare e mischiare chimica su chimica, che i medicinali sono fatti per i sintomi, e non si può interpretare tutto come un sintomo, ogni minima variazione, l’alcol che scorreva nell’estasi di poter cambiare lavoro e lavorare dal mio amico cinese là nel suo bar, piuttosto che nelle officine, mio padre che acconsentiva, io che ci pensavo, lui che mi diceva che lo devo sapere io, indecisione che da estasi alcolica si trasformava in abisso infernale chimico, perso tra canti ortodossi di monaci vestiti di nero, e litanie coraniche che fanno girare la testa, canzoni black metal che fanno sprofondare sempre di più, assurda e assordata la mia anima che impazziva, e neanche una camminata riusciva a risparmiarla dall’inferno, ci voleva ancora della chimica per ammazzare il caffè, e una doccia, e una preghiera ad una divinità lontana, che non mi dicesse di segregarmi là al palazzo dei folli solo per scappare di casa e non vedere più i soliti lavoratari sotto il balcone là in officina, che certe volte mi verrebbe da dirgli: “Tornatevene a casa vostra, bergamaschi di merda!”, con lo stesso odio che loro hanno per gli immigrati, e invece qui è tutto indifferenziato di ogni etnia, tra repulsioni, attrazioni fatali e follie, disorientamenti dell’anima, che davvero mi perdo in questa scia infernale dalla quale solo ora mi sembra di uscirne, senza consultarmi con il maestro, ma invocando direttamente quella divinità che non conosce altri suoi tramiti… e le sure del corano rieccheggiano ancora in me, la decisione per il bar è rimandata a più avanti, dopo le vacanze di natale, quando avrò imparato a non mischiare più l’alcol e la chimica e le immagini olografiche, e le ragazze con cui divertirsi, quando la follia sarà più sotto controllo, solo allora, tra una settimana mi farò sentire dal mio amico cinese, per vedere e capire meglio cosa fare, cosa non fare, e andare oltre l’esaltazione di ieri e l’abisso di oggi… che se non c’era la divinità mi sarei perduto per sempre, mi sarei consegnato nelle braccia di chi ti mette la camicia di forza e ti fa qualche puntura per sedarti e portarti in ospedale psichiatrico, dove passare le vacanze di natale, ma quel sigillo della divinità è lì solo per indicare un prima e un dopo, un dopo la follia, e la follia di prima sta relegata ad un passato da dimenticare, da resettare, che qui se non riparto daccapo con nuove regole semplici da rispettare rischio davvero la follia come dieci anni fa, e visto che nei miei occultismi a volte sto attento ai numeri è meglio che non si ripetano strane combinazioni e operazioni matematiche di pensieri impazziti, a richiamare assurdi inferni e paradisi… è questo il mio viaggio all’inferno che si conclude con il cielo stellato di un tardo pomeriggio dicembrino, tra il freddo che picchia, e un cielo che non ha niente da dire, forse solo l’immagine di quella nuova barista cinese che di me non sa niente, e io niente di lei, perfetti sconosciuti in questo nuovo mondo dopo l’università, una scia interetnica di relazioni senza lasso di discontinuità, tra barbieri turchi, massaggiatrici cinesi, ragazze del marciapiede di ogni dove, amici cinesi, e ragazze russe dell’università, senza contare tutto il mondo contro tutto questo, quei salviniani dei vari collaboratori, e gli amici cinesi del bar, da perdere la testa e non capire più niente, a quali riferimenti culturali farsi, a quale divinità votarsi, a quale lingua darsi, a chi dar ragione nel marasma di opinioni, scherzi, odii e amori, simpatie e antipatie, da far perdere la testa e da far perdere quella mia personalità mai ben definita che come una spugna assorbe tutto solo per perdersi ancora di più, e non essere mai neanche vagamente definita, costretta a navigare e affogare tra le mille onde diverse di suoni e persone e immagini e lingue e parole e colori della pelle, che mi ci perdo e non mi ritrovo mai più, fino alla follia… è questo il mio viaggio all’inferno personale, che spero sia finito e presto possa rivelarsi solo come una cosa del passato, una cosa superata, che non abbia lasciato segni e tracce indelebili, che siano solo screzi da niente, che sia solo come la pelle di un serpente, che una volta che è cambiata è più forte di prima… e non vedo l’ora di quei giorni dove non ci saranno lavoratori qua attorno, dove non ci sarà da perdersi in mistiche ortodosse o islamizzanti o buddhiste, o di ogni sorta, dove la volontà di vivere torni a farsi sentire, e non quel quietismo che spesso assomiglia ad un abisso dove non c’è vita, anzi solo sete e pulsione di morte, che non si risolve in un semplice dormire, ma vorrebbe proprio farla finita con la vita stessa, diventata invivibile, insopportabile, impossibile da percepire, macchiata da troppe ferite e screzi, che non sa come redimersi se non sapendo aspettare il momento della rivelazione, dell’ispirazione, della liberazione, che avverrà da sé, con tutta la pazienza del mondo, da un attimo all’altro, da un giorno all’altro, evitando forse di mischiare chimica e alcol e chimica su chimica là dove non c’è da mischiare niente, neanche con la caffeina e la musica e le immagini erotiche, e altre sensazioni e percezioni su percezioni, da perdere la testa, da far impazzire l’anima bombardata di sensazioni, che non si trova più un minimo di ordine al caos, e neanche la quiete, e neanche la voglia di vivere, solo la voglia di sdraiarsi, nel silenzio più assoluto, come in un letto d’ospedale da convalescente, ricoverato al CRA a tempo indefinito, nell’attesa che qualcuno ti dimetta non si sa per quale motivo, e te non sapresti comunque come organizzare la tua vita, sempre più allo sbando… ma si parla di un prima e di un dopo, prima e dopo l’inferno, e voglio quel sigillo a coprire il prima e il dopo la follia di quest’anno, che tutto si risolve in quell’Ana che c’era e poi non c’era più, il disorientamento, perdersi completamente, andare alla deriva e perdersi sempre di più, tra le occupazioni di una giornata che non c’erano, e il vuoto da riempire, a volte in maniera sbagliata, per fare ancora più male a quest’anima impazzita, prima e dopo il viaggio all’inferno… fr che rimane ancora una serata che non sa nemmeno lei di cosa sarà fatta, che rimarrano ancora giorni, che non si sa di cosa saranno fatti, forse solo del leggero non dimenticarsi di non mischiare la chimica, essere pazienti, aspettare, e non farsi prendere da mille impulsi e pulsioni contraddittorie, in un marasma infernale schizofrenico dal quale non si sa mai come uscirne, là dove il rimedio è peggio del male, là dove la chimica fa più male della follia stessa, è questo l’inferno, l’inferno da quando a settembre sono tornato in Italia dopo Berlino, un mondo che non mi andava più, i soliti loop che tornavano, la dipendenza dalla chimica, e una voglia di staccare da quel lavoro, di cambiare vita, questa vita che non si riesce mai a cambiare, e allora, ecco, se non si può cambiare la vita, cambiamone la sua percezione: chimica su chimica, e alcol su alcol, stordimento su stordimento, e la vita è lì, sempre la stessa, indifferente, e tu con i tuoi viaggi all’inferno sei solo pieno di più cicatrici di prima, che non sai come farai a rimarginare, e che forse un giorno scorderai… incontri ravvicinati del terzo tipo, affari interetnici, discorsi salviniani, vivere in un mondo di contraddizioni, e persone le une contro le altre, senza sapere che partito prendere, giocare a dare ragione a tutti, ad accomodare tutti, a non andare contro le loro opinioni e i modi di vedere, fino a perdere il proprio io che non si trova più, estinto nell’estasi della follia chimica… il proprio io estinto in questa scia, in questo marasma, in questo inferno vivente che si ha da chiudere, da sigillare, come si sigilla l’accesso al mondo dei demoni, con qualche formula magica, con qualche segno o scritta magica, dove i demoni non passeranno più, e neanche l’inferno… il proprio io estinto in questa scia, in questo marasma, in questo inferno vivente che si ha da chiudere, da sigillare, come si sigilla l’accesso al mondo dei demoni, con qualche formula magica, con qualche segno o scritta magica, dove i demoni non passeranno più, e neanche l’inferno… compare così il profeta, il profeta seduto nella quiete più estrema, pensieroso e pronto a benedirti, per andare al di là del sigillo sull’inferno e sui demoni, per riprendere a vivere, quel profeta che alla fine mi compare e dischiude ogni accesso all’inferno, al mondo dei demoni, dove il mio io estinto si ritrova, alla vista del profeta, una volta sigillato l’inferno…


Ispirazioni, Pensieri liberi, Riflessioni

In questa nuova estetica vacuità guerriera…

E ormai è un dato di fatto, mi sveglio alle quattro, alle cinque di mattina e non ho più bisogno di dormire, non mi va neanche di raccogliermi e raccontarmi le solite cose, che non servono a niente, stare calmo, diminuire sigarette e caffè, stare attento all’alcol, evitare intrugli chimici e le solite cose, non me le devo ripetere più ogni volta come un rituale, non serve a niente, me le devo solo ricordare durante il resto della giornata… al diavolo la massaggiatrice cinese, ci volevano delle belle immagini di sexy russia per farmi riprendere, e nonostate tutto il casino di ieri, tra chimica in eccesso e alcol e caffè alla fine mi sono ripreso, al di là di superuomini e divinità… ci voleva la musica dei Dimmu Borgir, i loro primi quattro dischi per stare lotnano da quei libri che mi avevano incantato e che volevo tenere su una mensola che stava per diventare un altare, un altare pesante di oggetti pesanti, tra quell’incenso di Avalokitesvara e quella strausata aquila albanese, ero e sono stufo di questi oggetti e dell’inconoscibile nome divino sulla parete, da oggi non mi dirò più che adotterò un’estetica islamica del niente, ma quella invece zen del wabi, la desolazione, la tristezza e il vuoto, senza oggetti a trasformarmi in un loop vivente, non ne potevo più, e un giorno dopo aver ordinato quel libro sullo zen su Amazon mi sento anche contento, che quel libro, pieno di caratteri cinesi e giapponesi è davvero una figata, e mi ricorda anche quando andavo a scuola di lingua giapponese, dieci anni fa, forse undici, e non ho niente da rinnegare, visto che la lingua cinese e giapponese me le ricordo quel poco che basta anche dopo dieci anni, e l’egemonia russa e inglese avevano rotto le scatole ultimamente, lingue dell’università, mentre ora mi perdo ogni tanto anche nei notiziari 24h in inglese, francese, romeno, albanese, tedesco, spagnolo, e voglio così espandere la mia mente, e andare al di là dei confini di Russia e Inghilterra e America, e dimenticare o comunque andare oltre gli anni di università e i suoi studi… sono anche stufo di stare nei soliti luoghi a leggere come un automa, un robot, un autistico, un cyborg, mi devo muovere ogni tanto, fare quattro chiacchiere con le altre persone, come succedeva ieri con Marco, mio padre, Rizzi e mia zia che veniva a trovarci, anche quando sono fuori di me, anche quando nel mio sottofondo c’è un caos infinito, stordimento totale, tra alcol e chimica in eccesso come ieri, che mi sembrava di essere ricoverato in psichiatria talmente ero fuori di me, salvo poi riprendermi la sera, e questa mattina appena mi svegliavo… e devo prendere un po’ dai jihadisti e dai samurai zen, devo essere più guerriero, nonostante gli sbagli, e meno religioso sempre pronto a farsi venire paranoie per una divinità indifferente, e combattere, combattere, combattere… interessante anche la serie televisiva “The man in the high castle”, che sto guardando in inglese, facendo un po’ di fatica a seguire, visto che la narrazione è lentissima, e spesso mi perdo tra una scena e l’altra in miei viaggi mentali, ma l’ambientazione di quella serie tv è davvero una figata per me, un mondo, un universo, una storia parallela, che fa riflettere su un sacco di cose, e mi perderei ancora nelle prossime puntate che devo guardare… e stamattina comincerò però con i notiziari, France24, e poi qualcos’altro, e lascerò perdere il raccoglimento, che non serve a niente, e anche il caffè e le sigarette alle 6:30 precise della mattina, là al bar della cinese, e se berrò un caffè e comprerò le sigarette sarà solo a metà mattinata, quel giusto caffè di mezza mattinata, prima dell’ultimo che mi concedo nel giorno, quello dopo pranzo… dovrò andare da Saverio oggi, raccontargli un po’ di cose e non raccontargli niente, forse accennargli a questa strana insonnia che mi fa svegliare presto la mattina, e poi non dormo più, forse è anche un modo per svegliarsi e non cominciare subito con il lavoro sotto casa, o con il bar, è un modo per aver tempo per me, la mattina, senza per forza leggere o guardare film, ma solo per rievocare quelle lingue straniere che sempre mi tengono compagnia, al di là delle divinità indù che in questo periodo mi avevano circondato, andare al di là… e per fortuna che ora con il dentista sono a posto, con tutti quei marocchini del bar che non vedo più e Miryam sarò meno estasiato dall’islam e dai suoi derivati, anche dall’ebraismo e quant’altro, e anche dalla musica pop che ultimamente suonava come una sirena che ti fa sviare, e davvero ieri c’era bisogno di un po’ di black metal dei Dimmu Borgir, quel giusto mix di cacofonia, accompagnamenti strumentali e chitarre e bassi elettrici, per andare oltre la soavità sirenante delle canzoni pop, che ero stufo mi incantessero come una medusa, e per fortuna che c’è ancora il black metal ogni tanto… non mi andrà più di fare mix chimici, sono stufo di star male, non mi andrà più di andare oltre l’estetica del wabi-sabi, 侘寂, tutto sarà transitorio, mujyou 無常, e non ci saranno trofei o oggetti simbolici da reinventare, rimarrà solo quel drago cinese e quella tartaruga, regalo di amici cinesi, a ricordarmi l’estremo oriente, e la sua estetica, e forse anche il ricordo di quei miei genitori che litigavano dallo psichiatra che aveva la stessa statuetta, il dottor Drago, ma non mi va di diventare psicanalitico, e i ricordi di infanzia li lascio nel passato e nella dimenticanza… e con calma ora mi lascerò a qualche libro, nei prossimi giorni, senza più quella pulsione alla lettura che mi stava facendo impazzire, quella mente impazzita di mille pulsioni, da disturbo multipolare, schizofrenia, ogni tanto bisogna davvero stare lì e non fare niente, non pensare a niente, che sia sdraiarsi e ascoltare la musica, o stare in piedi in officina e ascoltare la musica, quando c’è poco lavoro da fare o quando non ce n’è niente, e non posso essere sempre impegnato e stressato in qualcosa, che quando non leggo scrivo, o guardo la tv, o ascolto la musica, o vado ad allenarmi o chissà cos’altro, mi devo ricordare che cè anche la possibilità del niente, rilassarsi ogni tanto, staccare, e non essere sempre iperattivo, senza un attimo di sosta… e ci voleva un po’ di vuoto, di niente, per riprendermi dallo stress senza fine di tutti questi tre mesi tra dentisti e ospedali, e adesso che sono stato operato è tutto finito, anche se mi dispiace che nel frattempo è anche finita la storia con Ana, e quella con Marina, come se un capitolo si fosse chiuso, o anche di più di un capitolo… continuerò a lavorare, ogni tanto, quando serve, lascerò perdere Dong Dong e il suo invitarmi a lavorare nel suo bar, nella sua nuova ravioleria, non fa per me fare il barista, né tanto più lavorare da un cinese, anche se mio amico da una vita, si rovinerebbero i rapporti, e non voglio legami monetari con altre persone, tanto più vivere a Milano città e pagar loro un affitto, sarebbe più quello che ci perdo che quello che ci guadagno, e non fa per me… e allora niente, ecco ciò che mi sarei detto in un raccoglimento, mentre stavolta ho affidato tutte queste parole a questa specie di diario, e non c’è niente da aggiungere, ho già detto troppo, e non mi va di sprecare parole, mi godrò un’altra sigaretta e poi passerò ai notiziari in altre lingue, risciacqui linguistici per andare oltre le catene di questo pensare in italiano, e la mattinata inizierà comunque, al di là del lavoro e di Saverio nel pomeriggio, di sexy russia e la chimica, i caffè, i cinesi, i marocchini, gli amici, i libri e gli oggetti magici, gli altari e le estetiche, la musica pop e black metal, le divinità e i profeti, e mille altri pensieri, sempre gli stessi, e nessuno alla fine, in questa nuova estetica vacuità guerriera…

Poesie, Visioni

Fading away…

Staring into infinity
sounds and music
cover my thoughts
fading into nothingness
I don’t want to get into the same loop
over and over again
I need only the divinity
far away
no other god beside him
and the temple
and the sublime meditation
words that come out
of people
speaking truth
as if they were joking
I don’t need the same places
the filthy car repairs
where you meet
only subhumans
who cannot even speak
their own language
places of hellish disaster
no solidarity and empathy with them
sometimes
I’d only like to be
with myself all the time
communing with a divinity far away
and the masters that fade away
those teachers of spiritual truths
who guided me out of hell
I would like to be invaded by music
and nothing else
perhaps only words
from those news channels
which are white noise
and a gate to infinity
where common words of the rabble
don’t reach at me anymore
and I’m invaded by foreign sounds
my only salvation
from that common sense
illeterate and obtuse
which strangles me
I want to get out
to be among common people
those similar to me
or distant from me
away from parents and relatives
and half relatives
relationships strangling me out of my liberty
that I’d like to become a barman
among common people
rather than staying among those
whose ideas are something of the past
another generation
another social class
another background
sometimes it’s really difficult to get on well with them
and I’d like to seclude myself in my own world
playing the distant servant
of a bar
saying nothing
empty words
not hearing and seeing bestial things anymore
forget them!
I say to myself
forget them
it’s you that choose your way to hell
and now that you are out of it
just begin to understand!
That is not the work for you
those are not the people you were looking for
nor are their ideas yours
what’s to be done now?
Eternal question
I answer
with
staring into infinity
and sounds
and words aren’t there anymore
all fades away
and I forget myself
and everyone
the only thing subsisting
is the divinity
and the infinity of sounds
eternal visions
without vision
and pure absolute nothingness
into which I fade
and with me
all the world in me
all the people
and their ideas
an entire world
fading away
staring into infinity
I finally fade away…

Pensieri liberi, Visioni

Niente di niente, pura noia su pura noia, e niente di niente, dopo tutto questo stress…

Liberazione dell’anima, dopo l’operazione, tre denti che se ne sono andati via, ed era meglio così, io che mi aspettavo una flebo più psichedelica, e un’anestesia locale meno invadente, gonfiore senza fine ora, ma nessun dolore più, dopo che il giorno prima sentivo il dolore dal profondo delle radici di quel dente ormai marcio… schifezze passate che non volevo nemmeno vedere quanto era malconcio quel dente anche quando il chirurgo finiva l’operazione, insieme alla sua assistente, e mi chiedeva se volevo vedere quel dente, “Vendili come reliquie”, gli dicevo, e basta, addio, stop, fine… stordimento generale dopo l’anestesia, una ventina di minuti passati lì, sdraiato sul lettino operatorio, con quel camice verde che mi sembrava di essere un antico romano vestito di verde, invece che di bianco, con quel saio… io che quando finivo l’operazione invocavo tutte le fantastiche divinità hindù sul tablet, sul cellulare e sul pc, senza sapere perché, senza sapere perché nei giorni prima mi perdevo su wikipedia e sull’induismo, forse a prospettarmi qualcosa di psichedelico, per via dell’anestesia, niente di tutto questo, invece… tutto che poi tornava alla normalità, tra ieri e oggi, basta con ken il guerriero, il libro sull’Iran, sul proletkult, inondarmi di notizie tra notiziari h24 in francese, inglese, spagnolo, la Russia ha rotto le scatole un’altra volta, e la sua ortodossia, e anche Marina, che nella notte sognavo invece Rudina, Aida, le due albanesi e Maryann, la filippina, segno che la mia anima erotica va altrove… passare oggi all’Aumai, per comprare il copriletto e la coperta andati a fuoco due giorni prima dell’operazione, per colpa di una sigaretta accesa fuori dal portacenere, tra lo sconquasso generale di un film cinese stupido di Wong Karwai, senza neanche finire di vederlo, la serie russa “Sofia” che non mi prende più, non capisco le parole russe, e non le voglio capire, al loro posto ci sta ora il canale di notizie albanese, Top Channel, e della Russia voglio completamente liberarmene, idolo passato di una lingua che non fa per me, non ne voglio più sapere, neanche di Rossiya24, e di Marina, e le sue amiche, e il teatro e quant’altro… voglio solo riposarmi, per un mesetto ancora, fino all’anno prossimo secondo il calendario gregoriano, quello internazionale, al quale non credo neanche più, come oggi non festeggio l’Immacolata, e me la sono spassata invece all’Aumai per quella coperta e quelle lenzuola comprate, potlatch dell’anima insieme ad un nuovo paio di jeans neri, e al diavolo chi mi dice che vesto sempre di nero, è il colore più rilassante, e se quelli che mi criticano si vedessero come si vestono e come sono conciati avrei qualcosa da dire anche a loro, ma non gli dico niente, per educazione… eccesso di caffè ancora questa mattina, che mi svegliavo anche stamattina alle cinque, come quando ero in Germania, nonostante le gocce di Valium e lo Zolpeduar la notte prima, sigarette in eccesso, caffè in eccesso, nuovo bar dove mi trovo meglio, senza nessuno che commenta e dice cavolate, bar di cinesi, come l’Aumai, tutti cinesi… programmino di musica cinese sul computer che non va più, cercare altre canzoni online, senza sapere perché, Dong Dong Alex che non gli risponderò nemmeno sul lavorare con lui al bar, non se ne parla neanche, e ora come ora il lavoro è l’ultimo pensiero, penso solo a rilassarmi, a riposare, e a mettere da parte un po’ di soldi, per spenderli l’anno prossimo, e basta… che non mi interessa neanche rivedere i miei nipoti e mio fratello settimana prossima, mio nipote che ieri aveva il compleanno, mio padre, suo nonno che gli farà una bustina con un regalo, qualche soldo, e via così, ha già undici anni, e andrà bene così, altro che videogiochi e libri, soldi, soldi, soldi, che sto diventando una specie di cinese, che pensa solo ai soldi e al lavoro, e al resto non credo quasi più… se mi raccolgo ancora in preghiera è per una strana abitudine, ma ora che vedo meno marocchini al bar, meno arabi, e sopratutto non c’è più Miryam tutto quanto sta scemando, e continuare a raccogliersi non mi serve più, fa solo casino inutile, sopratutto dopo la rilettura dello Zarathustra di Nietzsche, dopo RTL 102.5, very normal people, tutti indifferenti alle religioni, che ora come ora voglio solo diventare normale, non perdermi più in metafisicismi, leggere libri strani, ascoltare musica strana, perdermi nei miei pensieri tra rabbini e monaci ortodossi, e imam al mahdi islamici o paraislamici, sono stufo di questa spazzatura nella mente, che quasi quasi, se non era festa, avrei riportato indietro anche tutti quei libri della biblioteca, che ora come ora voglio solo rilassarmi dallo stress di questi tre quattro mesi che non finivano più, per colpa dei dentisti, sono stufo, stanco, stressato, e ho bisogno di relax, che non credo più neanche alle parole che vengono fuori da me, caos totale, pulsioni di letture e visioni completamente in tilt, senza nesso, troppi file aperti nella mia mente, piste di pensieri che voglio abbandonare, sopratutto dopo che ieri, dopo aver ascoltato il corano e aver riletto quel libro sui sufi, le prime sure del corano in italiano, mi sentivo strano a camminare per le vie e incrociare marocchini, pakistani e gente di ogni genere, che cosa c’entro io con loro non lo so, senza contare che questa antica mania di raccogliermi era nata dall’antica follia per Katia, dieci anni fa, e sono stufo di tutto questo, ora che le puttane non esercitano più chissà quale fascino, dopo Xhuliana, Alina, Leida e Ana… voglio solo rilassarmi, e vorrei solo diminuire ora i caffè, le sigarette, vivere più rilassato, senza mille impulsi di letture di libri, visioni di film, ascolti di canzoni, metafisicismi spirituali isterici e dannati, c’è tanta spazzatura nella mia mente, che voglio abbandonare… è già tanto che questi denti non facciano più male, è già tanto che mi sto accorgendo di tutto questo, è già tanto che mando a quel paese Marta e le mie chattate con lei, ragazza italiana che insegna inglese senza aver mai messo piede né in Inghilterra né in America, come va il mondo non lo sa nessuno, voglio mandare a quel paese Marina e le sue parole russe, antico idolo di non so cosa, dell’ateismo, del comunismo, dell’ortodossia, di chissà quale bellezza passata di Katia, Amalia, Julia, che da una vita non ci sono più, ragazze come tante altre poi, a ben vedere, ma che mi davano allora tutto l’erotismo, senza dimenticare Alina, ormai acqua passata… che non mi va neanche di allenarmi quest’oggi, correre e fare arti marziali, se riprenderò l’attività fisica la riprenderò domani, magari domani mattina, domani sera, non oggi, e anche gli amici sono rimandati a settimana prossima, loro che si sono visti ieri sera… e le lingue, quanto caos per le lingue, che tutte le lingue del mondo si risolvono ora nei film, nelle canzoni, nei notiziari internazionali h24, lingue da capire, da leggere, ma non da parlare, che parlare proprio non mi va, se non forse in inglese, unica lingua che salvo, ma qui dalle mie parti non è che ci sia molta gente con cui parlare inglese, e non me ne frega niente, che non so neanche come certi miei amici siano potuti emigrare a Londra, in Australia, non fa per me scappare, non ho niente da ricercare, non ho ambizioni, non ho bramosie, e mi va bene stare qui, tra un giorno lavorativo e un altro, un giorno di riposo e un altro, senza aspettarmi niente, senza volere nessuna, senza volere niente, senza credermi chissà chi per quella laurea che non serve a niente, è anzi solo un peso, di cui mi voglio liberare, e mi accorgo solo di quanto la mia vita sia vuota, di vere amicizie, di veri discorsi, di coinvolgimento e quant’altro, e ora come ora voglio solo riposare e rilassarmi dopo tutto questo stress per l’operazione… non c’è quasi più poesia in me, non c’è più niente, c’è solo una fiumana di stimoli di cose da fare, da leggere, da ascoltare, da guardare, senza la vera voglia di niente, noia che sa di noia, e che noia sia… non voglio più niente, non voglio più nessuno, nessuna, che non saprò neanche che farmene di quello Zarathustra che forse arriverà il giorno del mio compleanno, non mi va di cercare lavoro, di lavorare, di cercare troie, di uscire con gli amici, di leggere notizie, libri, guardare film, ascoltare canzoni, uscire con tipe, andare al cinema o vedere spettacoli a teatro, frequentare chiese, allenarmi, correre, raccogliermi, pensare, riflettere, niente di niente, pura noia su pura noia, e niente di niente, dopo tutto questo stress…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana…

Ortodoxie, ortodoxie, ortodoxie dell’anima, ancora una volta, dopo Ana che è andata via, fin quando c’era lei tutto andava per il verso giusto, avevo anche viaggiato, con il pensiero di lei, frastornato da cantari islamici salmodiati che sviavano, ma in me c’era sempre lei, l’azzurro del suo vestire, i momenti erotici e l’amore… perché poi mi sia perso per sua sorella, per l’altra Alexia, per quella negretta, e sud americana, e cinese, non lo so neanch’io, perduto, per causa sua, che ogni volta cercavo lei, ma lei non c’era, e mi perdevo con le altre, pensare all’altra notte, quando camminavo dove lei stava, là, vicino alla basilica ortodossa dalla cupola azzurra, la sua via, la sua strada, la sua vita, perché mi sono perso non lo so, per via della sua musica, per via che ricordavo sempre Marina quando rivedevo lei, Marina che mi aveva sviato, anche lei, con il suo amore materno, non corrisposto da me, anzi il ripudio, quel ripudio che doveva farmi impazzire di erotismo cinese l’altra sera al bar, dopo due o tre vodke, non ricordo neanche, e questi pensieri schizofrenici di questi ultimi giorni, quando divinità lontane apparivano, Shiva, Vishnu, Krishna, Brahma, come delle immagini pescate dalla schizofrenia dell’anima di quella fede bahaì che comprende troppi dèi, tutti e nessuno, schizofrenia dell’anima, idolatria, a riesumare anche dagli anfratti della mente quello Zarathustra di Nietzsche che è solo pura schizofrenia, come le canzoni di ieri senza fine su RTL 102.5, radio di tutti i bar, musica su musica che per lo meno scacciava la lettura compulsiva di non so più che cosa, fumetti giapponesi, scritti nicciani, il Pelevin buddhista e induista russo, per una lingua che non è mia, non sento mia, la lingua russa con Marina che è uno schifo, confronto a quello che sentivo per Alina, ma lei è ormai passata da una vita, e c’è una nuova ferita che sa di luce bianca eterea e azzurra alla fine del tunnel, le vesti azzurre di Ana, che se ne è andata, e con lei l’amore, le canzoni raeggeton, il rap italiano, i cori ortossi, il desiderio e l’amore, e l’addio ad ogni ragazza, che per colpa sua mi sono ferita d’Africa, di Sud America e di Cina, e ora non voglio desiderare più nessun altra, non voglio più strafarmi di caffè, di musica, di libri, di film, là dove non ce n’è bisogno, puro consumismo culturale schizofrenico, e l’ortodossia dell’anima la ritrovo quando mi raccolgo in preghiera, ed esprimo parole, e vedo lei, Ana, dal lontano dei ricordi, delle ultime nottate con lei, della sua voce, del suo sguardo, del suo sorridere, e della sua stizza, a modo suo, che ora torno ad essere monaco ortodosso, ortodoxie dell’anima, vesti nere, penitenza e chiarore della luce interna in me, che non penso neanche all’operazione di domani, tre denti da togliere, l’anestesia, non mi interessa, finché sarò vestito di nero, finché questi capelli continueranno a crescere come un vero monaco ortodosso, finché questa barba ci sarà, e finché continuerò a visualizzare la fine di tutti i miei deliri, quel vero monaco ortodosso che si inchinava baciando la terra e mi benediceva poi con tra le braccia un’icona ortodossa, al di là della crocifissione, ortodoxie dell’anima, icone, al di là dell’antico ricordo della Romania, più di quindici anni fa con mio padre e Ruggero, Oana e le sue icone, Ruggero che la sposava, Romania dell’anima che l’unica lingua che ora voglio sentire è quella dei canti ortodossi, pentru suflet, al di là di Larisa e Stas e Dmitrij che hanno convissuto con noi per più di un anno, al di là del mio sviarmi sempre da luci fantastiche e sfavillanti, stelle immaginarie, luci bianche coraniche o semi coraniche, bahaì, non è lì la salvezza, ma nel nero dell’anima dell’ortodossia, che si era perso per il colore nero di quella negretta con la quale avevo goduto, quel nero delle mie vesti estive, e queste mie vesti, che a volte sono solo rosse e nere, come il diavolo alla fine dell’apocalisse, la luce, il nero che diventa luce, e l’azzurro come l’azzurro del cielo, del giorno, della notte, che sono stufo di politica, religioni alternative, sviamenti dell’anima, ricerche di salvezze e redenzioni altre, tra buddhismi, induismi, bahaismi, babismi e islamismi, e sufismi, e cattolicesimi tutti sociali e per niente spirituali e interiori, ortodoxie dell’anima, ortodoxie dell’anima dove compare lei, Ana… ortodoxie dell’anima che si risvegliava a rivedere quell’altro ortodosso, non un monaco cristiano, ma un rabbino ortodosso, dalla barba caprina, dal cappello nero, dal corpo magro e slanciato, ortodoxie, mi dicevo, ortodoxie, di fianco a Marina, anche lei ortodossa, sulla carta, ma non nell’anima, fin troppo ragazza russa decristianizzata, laica, che quando lei mi diceva che della chiesa non le interessava già la etichettavo come ragazza non mia, senza contare il desiderio che non c’era, anzi il ripudio, che dovevo capire già da prima, che ortodossa forse era anche Leida, anche lei che non c’è più, ma il gioiello di quest’anno rimane lei, Ana, al di là di tutte le altre e tutto il resto, che già a fine mese sto facendo il conto di un anno, il bilancio, l’unica cosa che salvo, lei, Ana, e il mio sentire ortodosso, che si risveglia ora, e si permea di tutto me stesso, quella tranquillità profonda e abissale nera e oscura che da sola riesce a invadere tutto, senza luci e illuminazioni e canti schizofrenici, e parole a casaccio, e ripetizioni di troppe parole, e quant’altro, ortodoxie dell’anima senza una chiesa, senza una messa, senza gerarchie ecclesiastiche, libero di vivere la mia ortodossia dell’anima che si richiama a lei, ad Ana, che non c’è più, e quanto mi ha fatto impazzire la sua mancanza, quanto l’ho cercata, e quanto mi sono sviato, come quella canzone di Ozuna che si diceva egoista, e pensava di stare bene andando con un’altra, invece… invece… quanti errori, quanti sbagli, quanti sviamenti, e solo con l’ortodossia dell’anima potrò ancora capire e orientarmi ancora nel mondo nell’anno prossimo, nel prossimo periodo, che non vedo l’ora di Natale, Natale cattolico, Natale ortodosso, 25 dicembre e 7 gennaio, periodo sacro che più della nascita del messia penso all’ascetismo dell’anima, alla chiara luce oscura che vive in me, lontano da immagini esterne che esternano punti segreti dell’anima, solo per farla impazzire di pulsioni in contrasto tra loro, ortodoxie dell’anima, senza nessuna magica icona a salvarmi, se non la chiara luce nera in me dell’ortodoxie dell’anima, Ana… che non saprò che farmene dello Zarathustra che forse mi arriverà dai miei amici a gennaio, giorno del mio compleanno, giorno del Natale ortodosso, solo forse l’immagine, l’immagine falsificata di un cristo che non è un Cristo, lo Zarathustra tra tutte le altre false divinità, Vishnu, Krishna, Brahma, Shiva, Bahaullah, Abdul Baha, e chissà chi altro ancora, pantheon impazzito e schizofrenico, che ci voleva solo Ana alla fine a salvarmi, l’unica cosa, l’unica persona che salvo di quest’anno, l’unico sentimento, l’unico mio sentire, sentire vero, sentire nero di una chiara luce eterea a celestiale in me, ortodoxie dell’anima… e anche se Ana non c’è più, se n’è andata, in me continua a vivere il sentimento per lei, ortodoxie dell’anima, Ana…