Riflessioni, Visioni, Sogni, Ricordi, Pensieri liberi

E così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

Nel sogno, la compagna di banco che avevo rimosso, una volta e per sempre, sogno erotico di lei, di quella Federica dai capelli mori, che viveva in un monolocale collocato sotto l’entrata di una scuola elementare, simile nei miei sogni alla mia scuola elementare, lei che viveva con il suo tipo, e sotto le scale di emergenza c’era questa specie di monolocale che si vedeva dal di fuori, perché le pareti erano di vetro, lei che viveva da commessa di un negozio di profumi, e lei che si lamentava che da poco le erano entrati i ladri in casa, scassinando l’entrata delle vetrate della scuola… lei che si confidava con il suo tipo, ma io che sentivo ancora nel sogno tutta quella carica erotica che ai tempi delle superiori scaricavo con Andra, eppure lei nel sogno emanava una freschezza di vita e una sensualità senza pari, una vitalità femminile dell’erotismo che si trasmetteva quando le stavo di fianco al banco, e sognavo e sognavo di farla mia, ma non so perché allora mi disciplinavo a non provarci con le compagne di classe, forse perché più piccole di me, forse per non creare casini dentro di me, forse perché allora ero fissato con l’ebraismo, con la fede, anche se non esitavo a vedermi con Andra, la ragazza romena che mi ispirava sogni e mi faceva godere, come il quadro dell’Olimpia di Manet… non so perché nei sogni tornava ancora lei, Federica, so soltanto che il sogno non aveva una linearità, si risolveva tutto nell’immagine di quel locale di vetro sotto le scale antincendio della scuola, ed era carico di energia erotica… mi svegliavo, mi svegliavo e notavo come tutto fosse diventato una fiction, le divinità, i film, quell’Indiana Jones che ieri guardavo in inglese, quelle immagini di calligrafie divine, quell’intera mattinata e primo pomeriggio di ieri passati ad ascoltare il corano, incantato come un serpente da quel canto e quel suono, nelle mie crisi di depressione e scoraggiamento, in vista dell’operazioe chirurgica, in vista di rivedere Marina non so quando, forse settimana prossima, scoraggiato perché non c’era da lavorare, mentre ora me ne rallegro, che più sto lontano da quei vecchi parafascisti meglio sto, loro e la loro politica, i loro discorsi e doppi sensi, la loro animalità, che trovo la verità nella fiction, sia che siano i fumetti vecchi e nuovi di Kenshiro, che siano i film di Indiana Jones, che sia la fiction delle storie delle divinità, e la mia anima si riapre e si riaccende in questo sciabordio di immagini e immaginazione, che niente di fisso rimane più, forse la voglia di rivedere gli amici, la voglia di uscire con Marina e le sue amiche a vedere il dramma di Pushkin, la serie televisiva russa storica su Sofia, la prima dinasta della Terza Roma, Mosca… che l’immaginario ora mi invade, oltre all’immaginale religioso, le due sfere si mescolano, immaginario filmico e immaginario onirico, immaginale religioso che dà un senso e una tranquillità alla vita, tra sogni dell’aldilà, di fantasmi e profeti che mi compaiono per confortarmi, di visioni dell’oltretomba, di storie di profeti che distruggevano gli idoli e venivano ispirati, mentre ora tutto l’immaginario e l’immaginale si confondono, per dare vita a una fiction dell’anima che mi ripara e mi salva dalla brutta realtà di quel lavoro che mai farà per me, tra quella gente ignorante e volgare, e  mi chiedo ancora cosa ho studiato a fare e cosa vivo a fare se poi mi devo ridurre a fare il manovale… ritorna ancora la voglia di lingue straniere, di fare risciacquo linguistico con nuove lingue, senza più fisse o idee di lingue sacre e superiori, quelle lingue che servono per dissipare i discorsi ignoranti e i doppi sensi elementari e le associazioni di parole di chi non sa che la propria lingua o il dialetto della propria stupida madre, gente ignorante… che anche ieri quando il vecchio amico di mio padre diceva “Vamos a matar los rojos”, citando la divisione di Francisco Franco, per un attimo la mia mente volava ancora alla storia, alle lingue, alle culture, mentre lo stupido operaio si risolveva a ritradurre in dialetto la frase spagnola, lui e quella puttana bergamasca di sua madre, sempre lì ritorna, lui e la sua amata Italia di cui sente parlare in quelle trasmissioni che anche mio padre la sera guarda, discorsi idioti su discorsi idioti, gente che riempie la propria ignoranza e il proprio vuoto con un regurgito di patriottismo postmoderno xenofobo… la xenofobia, la voglia di casa, di Blut und Heimat, come quell’altoatesino che in confronto agli altri è un professore di lingue e di storie, ma che anche lui è attaccato al territorio, gente anziana, un’altra generazione, gente che non può comprendersi con la mia generazione multiculturale e ricca di elementi esterni ed estranei, ed è normale che scatti lo scontro, il conflitto, tra due mentalità che non si possono capire, una legata alla terra e al territorio, l’altra deterritorializzata, che vive di immagini e immaginari altri, fatta di altre lingue, internazionale, multiculturale, giovane e nuova, mentre il vecchiume da dialetti e cimiteri e patriottismo velleitario fanno solo venire noia e depressione, scoraggiamento, nessuno davvero con cui parlare, e anzi lo stress a volte si fa sentire, perché quella gente non la puoi mandare a quel paese, o non puoi neanche parlare liberamente di altro, perché tanto non capirebbero, limitati come sono nei loro riferimenti culturali e di senso… ma è così, speravo di fare il mediatore linguistico e culturale con stranieri, russi e inglesi, altri, mentre invece ti ritrovi a farlo con una generazione italiana più vecchia, la cosa che detestavi di più, tu che sei nato per il multiculturalismo e la xenofilia… che mi passa la voglia di lavorare, in questo ambiente vecchio, non ci sono stimoli, è solo una specie di tortura, di tormento, che ricorda quasi i campi di lavoro forzati dell’Unione Sovietica, la rieducazione tramite il lavoro sembra, peccato che a volte sia più un campo di concentramento, e non per il lavoro, ma per l’ideologia che sta dietro a quelle persone… un vero campo di concentramento e di rieducazione tramite l’ignoranza… ma per fortuna c’è la televisione, c’è la Deutsche Welle, ci sono i film, la musica, le canzoni, altri immaginari, altre divinità, altre religioni, e nel mio piccolo, tra amici e amiche continuo la mia vita parallela, fatta di interessi e immaginari comuni, condivisi, se non del tutto almeno in parte, e la fantasia può ancora salvare da quella ignobile realtà… ricorderò sempre i sogni erotici di Federica, il ricordo della scuola, le mille discipline insegnate, i mille immaginari differenti, i ricordi delle ragazze passate, l’attesa di vedere Marina e lo spettacolo, le cavolate che si dicono con gli amici, i film di cui si parla, i libri, i fumetti, e così la fantasia e i ricordi e le amicizie mi eleveranno dal resto…

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Pensieri liberi, Ricordi, Sogni, Visioni

L’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…

Fiumi di alcol ieri, dopo la visita, musica shqip e tanta fantasia di ricordi di Alina che sembravano dare la pace da poeta maledetto, le sinestesie di suoni e immagini in me, la dannazione, e l’inconsistenza della chimica che non sarebbe servita a niente, l’immagine della bottiglia e altre solite immagini come a ricordarmi qualcosa che non serve ricordare o rievocare, stendersi sul letto dopo mezza bottiglia e ascoltare la passione di Bach, che risentivo l’altra sera dopo aver visto “The killing of a sacred deer” insieme ai miei amici al cinema, film diabolico lo definivano i presentatori, e pensare che io ci vedevo la divinità sacrificata, il figlio innocente sacrificato, con la chiusura del film con Herr, Unser Herrscher di Bach, e l’amico che mi diceva appunto che quella era davvero la giusta interpretazione… dolori vari, fisici e mentali, nel resto dei giorni, la chimica inefficace, ininfluente, che non serviva più a contenere i miei stati d’animo alterati, ritrovavo la pace grazie alla religione e alla filosofia, senza neanche più bisogno di leggere mille libri come stavo facendo ultimamente, evidentemente molto stressato da varie cose, che adesso mi chiedo cosa ci facciano in sospeso tutti quei libri, lo Zarathustra, Leopardi, il libro di Pelevin in russo, la filosofia delle immagini e il buddhismo, e un sacco d’altre cose che non hanno più senso… quella serata a vedere Pushkin al Piccolo Teatro che non s’ha da fare, perché Marina non rientra nei miei pensieri, nei miei desideri, per un po’ le donne è meglio lasciarle perdere, tutto stress e nessun piacere, nessuna felicità, anche dopo che questa mattina mi svegliavo con la bocca riarsa dalla pizza che fa sempre venire sete, dopo che sognavo Ana e Aleksia che incontravo a piedi nel sogno mentre loro andavano al lavoro, e si fermavano davanti alla cancellata di qualche ditta, che evidentemente nel sogno era d’accordo con loro, svegliarsi con il bel ricordo della sera prima, in pizzeria dai turchi a vedere Croazia-Spagna, la tranquililtà dopo una giornata alcolica e fatta di musica, la tranquillità dei turchi che rievocano sempre la tranquillità di quell’imam Sò che mi insegnava il sufismo, quella tranquillità che mi dice quasi di riportare tutti i libri in biblioteca, di non stressarmi più con quelle letture, di non bere più caffè per essere pronto a leggere chissà che cosa, come se fosse il mio lavoro stressarmi davanti ai libri, due parole sulla partita con i turchi, e poi tornarsene a casa solo per finire di vedere la partita e andare a dormire… incubi che se ne stanno andando via dopo le ultime nottate da fiori del male, le invocazioni, le preghiere, le visualizzazioni di mahdi e di luci bianche, le sure del corano, la pace dell’anima e nient’altro che possa influire sul mio umore, comportamento, le mie paure, le mie fobie, le mie ansie, tutte dimenticate, ora vive solo la tranquillità e nessun pensiero, nessun dovere, niente di niente, che non so neanche cosa avrò da dire quest’oggi a Saverio, e come mi dirà di trovarmi, lui che in fondo, giustamente, neanche ci fa caso ai miei sbalzi d’umore, alle mie follie, alle mie paure, e Alessandra dell’altra giornata che ha fatto il suo dovere di tranquillizzarmi, e io che mi risolvo in un evitare donne, evitare alcol, troppe sigarette, troppi libri, troppi caffè, e che mi rimetto tutto a stare solo tranquillo e rilassato, e il resto non conta neanche più di tanto, nemmeno la dieta ferrea, e gli allenamenti, interrotti per tre giorni per via di un dolore all’inguine, causato da quei posti troppo stretti del cinema, che mi facevano fare movimenti sbagliati… le uscite con gli amici che non so se saranno di nuovo questo fine settimana, forse non ce n’è bisogno, non ne sento il bisogno, i soldi che si stanno scialacquando in questo periodo, e più di tanto non mi pesa, la chiesa che non ha più bisogno di esistere, e i suoi insegnamenti, luogo destinato a vecchiette e vecchietti impauriti dalla morte e dalle malattie, e ligi a chissà quale tradizione, quell’islamico che vedevo quella volta uscire dall’oratorio, intonando qualche sura, il sufismo di quel libro che mi fregava quando parlava di donne e desiderio erotico, la puttana eva di sempre e il redentore che non corre dietro alle donne per non impazzire, vita vuota e tranquilla, vacua, assente di ogni pensiero ed eccesso di libri e scritture, la pace si trova senza niente, e non si può impazzire ogni volta per dare frenesia alla noia, non è questo il metodo per trovare pace, non è questo il metodo per vincere la noia, temere forse qualche parola perturbante di Saverio, che a volte ci sa davvero fare per metterti a disagio, questo dottore che quasi cambierei, per rivolgermi ad un altro da capo, che non mi conosce, per ripartire da zero e azzerare tutti i discorsi passati, inutili, cervellotici, fatti di troppi ingiunzioni e comandi, qua dove di comandi non ce ne sono più, dove non ci sono più neanche divieti, perché dove tutto diventa evanescente e vuoto smette anche di essere comando o divieto, semplicemente svaniscono i fatti, si perdono nel nulla, e rimane l’inconsistenza del vuoto e della tranquillità… una giornata che passerà senza passare quest’oggi, come i prossimi giorni, senza neanche attendere l’intervento, senza neanche pensare troppo alla salute, alle malattie, mio vero tallone d’Achille dell’ultimo periodo, che doveva risolversi in vero terrore ipocondriaco ormai passato, svanito, che non rimane più niente per andare al di là della noia, e non volere più neanche parlare con Saverio, non ascoltarlo più, non sentire più i suoi consigli che non aiutano, e quanto sarebbe bello tornare indietro nel tempo, quando tutto filava sempre liscio, ma poi è già così, fila liscio anche adesso, basta andare oltre certi miei incubi nati da attacchi d’ansia e schizofrenia, basta stare più tranquilli e vivere come un post-ricovero dove non si ha più voglia e motivo di rischiare di perdere la ragione un’altra volta… Ana e Aleksia e Marina dimenticate, anche l’altra Aleksia, al di là dei commenti maliziosi di certa gente sul lavoro, parole che non sopporto più e un laicismo al quale non mi darò, cultura antireligiosa del mondo che non conosce la pace, ma adora gli eccessi, sono stufo di tutto questo, è giunto il momento di una certa ieraticità, che visualizzo nei grandi maestri sufi sempre pronti a darti la calma, dall’aldilà,  bektashi immaginario di me stesso, al di là degli idoli e delle sovraeccitazioni, e degli abissi, via di mezzo tra le vette e gli abissi, visti a distanza, e un andare oltre tutto questo senza neanche bisogno di troppi libri o sure del corano, o versetti biblici, o chissà cos’altro ancora, non fare più niente, non lasciarsi fregare dalla mentalità di questo territore che dice sempre di fare qualcosa, che bisogna fare qualcosa, saper fare qualcosa, mentalità paesana che non conosce pace, e che si fonda tutta sul lavoro e sul fare, mentalità che mi ha sempre dato fastidio, insieme al suo sciovinismo, il suo essere ligio alla legge, alle regole, al buon costume, al buon pensierio, al moralismo, mentalità ottusa, chiusa e rigida di certe persone sul lavoro, che non sopporto più, anche le critiche al mio eccesso di spiritualismo, alla mia pace che posso trovare, alle battute che non mi va di fare, ai doppi sensi, alle cazzata che devo sentire, gente perduta, ignorante e volgare che non mi deve più influenzare, così come il mio cercare di essere come loro, che non voglio più, io sono altro dagli altri, lasciatemi nel mio spiritualismo e nella mia pace, e non infangatemi più con le vostre parole, misericordia su di voi e sulla vostra ignoranza, qua vince solo la ieraticità e il sufismo dell’anima, e niente più mi può scalfire, niente più mi deve sovraeccitare, non c’è bisogno di mille letture, film, canzoni, consumismo culturale fine a se stesso, che anzi fa solo male, sforzando e stressando la mente là dove non serve, che tanto non devo più fare lo studente o il professore, e voglio solo vivere in pace… bar dei perduti che non avrò più tanta voglia di visitare, quei caffè in eccesso, quella cartina tornasole dell’anima sfalsata, che anche con quella gente lì non c’è discorso, voglio solo un periodo di pace, serenità e tranquillità, un periodo indefinito, che non sappia neanche di donne e neanche di sofisticazioni intellettuali, di stralavoro, di eccitazioni di ogni sorta, di immagini da adorare, simboli occulti dell’anima, è l’ora della vacuità e della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza, e al diavolo ogni eccitazione o eccesso, sono davvero stufo… e che cosa farò ora, solita domanda di sempre, cosa fare, cosa fare, cosa fare, caos che nasce dalla noia, spinta solita di eccitarsi e darsi da fare, fare, fare, fare, la vera religione di questa gente qui attorno, incapace di stare lì e non fare niente, sempre frenetica, che ti sprona ogni volta a fare, ma perché non fare più niente? Stare lì e stare tranquilli, ed evitare eccessi, è così semplice vivere in pace, in serenità, nella vuotezza dell’anima, e non mi tormenterò più per vincere la noia ed eccitarmi, ed esaltarmi, stanco degli eccessi, è l’ora della vacuità, della pace, della vuotezza dell’anima, della dimenticanza…

Prosa Poetica, Ispirazioni, Visioni, Sogni, Ricordi, Pensieri liberi

Sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

Dopo la follia dei fiori del male, chimica variata in eccesso da chi ne capisce, salto al luogo dei folli per parlare con lei, la sciamana della chimica e delle parole, con due frasi risolveva le infondate paure trasmessemi da amici e conoscenti fuori di testa, “Sa bene che le sue paure sono infondate…”, estasi stratosferica velenosa che inondava l’anima di follia da fiori del male, trovare il rimedio tramite la chimica e non solo, altro salto dai pizzaioli turchi dopo la seduta sciamanica chimica, bastava poco per riprendermi e non farmi sentire più in un loop di negatività senza fine, di memoria dimenticata dallo shock, riprendere quei libri e accorgersi di stare esagerando con le parole scritte da altri ultimamente, dover riprendere tutto da capo quando sarà il momento, ma non ci pensavo, entravo nella pizzeria per prendermi una vegetariana, come forse avrebbe preso Eugenia che adesso si è sposata con un asiatico, e ha lasciato il mondo virtuale, io che stamattina mi svegliavo con una visione di lei e la musica di un’osanna nell’alto dei cieli, passare per la chiesa ed evocare divinità con parole frenetiche impazzite, il sacerdote nero là sull’altare, l’altro laico che mi guardavano da lontano, invocare una divinità e tutte le divinità del mondo per salvarmi, ma c’era bisogno della sciamana della chimica per riprendermi, e potevo scambiare due parole con l’altro Mustafa, “Arrivederla, arrivederla, in un’altra vita!”, diceva, “Un’altra vita! Addirittura!”, gli dicevo, e ripensavo a quel libro di Orhan Pamuk, “La vita nuova”, nell’aldilà, dopo la visione della morte e dell’aldilà, di una luce alla fine del mondo, di un fantasma bianco immerso su uno sfondo nero, il mahdi, il messia, il salvatore del mondo degli inferi, l’aldilà che si rinnova solo in una nuova vita quando pensa all’amore di una ragazza che c’era non c’è più e c’è ancora in te, eterna resurrezione dell’anima tra follia e inferi… gustare la mia pizza e attendere che la nuova chimica facesse effetto, i soliti giri del sabato, tra spesa e bar, al supermercato dove incrociavo la quarantenne bionda cinese barista, una bella donna, ma non per me, la luce alla fine del mondo, le parole e la chimica, e un pomeriggio che sarebbe stato di un film apocalittico che non diceva niente, “The day after tomorrow”, film inutile, io che dicevo a mio padre che ero stato dalla sciamana della chimica e che tutto era risolto, lui che ieri sera mi consigliava di andare là per risolvere, ma non c’era nessuno, ieri sera, per fortuna stamattina sì… pomeriggio passato su quel film inutile in inglese, l’unica visione alla fine del mondo una crocifissione della trinità di Masaccio, una divinità padre che tutto comprende e ascolta, anche la mia maledizione da fiori del male, visioni pornografiche e maledette ed estasianti allo stesso tempo dell’ultima notta con quella cleptomane che sarà meglio lasciar perdere, lasciata nel dimenticatoio dell’anima per sempre… finire di vedere il film e cenare, prendere tutto e andare a fare quattro passi, la corsa sarà a domani, quattro passi sotto la musica albanese dal cellulare, musica vagamente islamica ed estatica, il ricordo di Alina di quando mi diceva: “Ascolti ancora musica albanese?”, lei che mi capiva, lei con la quale era tutto da condividere, dove ogni parola, ogni gesto, ogni movimento, ogni visione era pura poesia erotica, il ricordo di lei che salvava dagli inferi, l’estasi della musica, ancora una volta, e dell’amore erotico di una volta, il ricordo di Leida, che finché c’era tutto era estasi, dopo solo follia, con Ana, con Aleksia, con altre di passaggio, nella mia maledizione eterna che trovava sollievo solo nella musica, nella luce bianca di queste voci quasi spirituali albanesi, come un bektas estasiato e danzante su se stesso alla ricerca della divinità mentre intonva quella musica e quelle canzoni che risvegliavano l’anima… non parlare più mentalmente con lo sciamano dei divieti e delle critiche, stanco delle sue parole e dei suoi consigli, altri alleati come quelle sciamane donne sono meglio, e la visione da setta bektas dell’anima, con i nomi divini da invocare, nomi mistici che si risolvono nel ricordo e nell’immagine di lei, di Alina, di Leida, di Ana, trinità erotica in me che vince ogni altra antica divinità e prostituzione sacra ed estasi da fiori del male, musica senza fine di un paese non troppo lontano, tra Turchia, medioevo cattolico ed ortodosso, impero ottomano, impero sovietico, che ora mi guarderei un altro film di tempi andati, “The hunt for Red October”, per rifarmi la vista dopo essermi rifatto il senso dell’ascolto e dei suoni, setta bektas dell’anima estasiata dalla musica e dai ricordi erotici, che Marina solo lontanamente mi sfiora, anche dopo che ieri notte mi rispondeva che era stata fuori con degli ex colleghi a mangiare una pizza, e pensare che lei non è tanto più bella di Leida, anche se la sua carica erotica e seduttiva è lontana anni luce da Alina, Ana, Leida, e tante altre, che l’anima mia si invasa di ricordi e di luce su luce, di musica e di canzoni e di intonazioni d’altrove, che l’anima non vorrebbe ora mai spegnersi ed inondarsi di musica e di ricordi, alla ricerca di un nome divino che si risolve nell’amore erotico andato e in tutte le estasi e gli abissi dei fiori del male, aldilà degli esorcismi sciamanici e chimici di chi mi ha liberato da false voci di amici che non sono mai stati amici, solo conoscenti, gente con cui si esce assieme, ma che non può capirmi e che io non posso capire… spero solo di rifarmi una vita, un’altra vita, come diceva Mustafa, provando a uscire con Marina e con i suoi amici, le sue amiche, c’è un’altra vita che mi aspetta, e se non sarà lì l’altra vita sarà forse nella musica, nell’arte, nelle immagini, nei suoni e nelle parole, di libri e film da guardare una volta alla volta, senza strafarsi di nozioni e intrichi dell’anima, come mi diceva la sciamana, testi troppo impegnati che danno alla testa se non dosati, liberarsi e sognare con la musica, nei ricordi erotici di sempre, non persi, se non solo su carte perse come quei libri andati, ma l’estasi va oltre tutto questo, e si eleva l’anima nella musica e nei ricordi erotici, e la chimica sciamanica va oltre gli erebi di voci falsamente amiche sfalsate, andare oltre, al di là, ancora più in alto, sempre più su, in un estasi senza fine, sensazione bektas sufica dell’anima, i nomi divini, i ricordi erotici e la musica…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

La mia follia da fiori del male…

Il demonio, il demonio, il demonio che si impadroniva di me ieri, al mescolare le carte delle immagini a cui ispirarsi, una luce bianca con il nome divino, e nove scie di luce a formare una stella, le convulsioni, i denti stretti a urlare quasi da camicia di forza, i muscoli contratti, la follia da fiori del male… pasticche e gocce chimiche, per sedarmi, la luce bianca che andava a toccare i punti di pressione cerebrali della sessualità, la voglia di Elma Sallahu, le videoclip, la follia, e stare in piedi su quello spiazzo, sotto gli occhi di tutti in potenza, e nell’atto non fare niente, concentrarsi solo su quella stella a cinque punte di natale, quella regalata dalla suora, e fare svanire la follia delle immagini erotiche pervasive… perdersi nei libri sulle immagini, operazione di sconquasso libidico e mentale, il demonio che mi ordinava di leggere, anche senza capire, l’iconoclastia dell’anima impazzita, operazione da camicia di forza… da ospedale psichiatrico, quasi farsi internare… il pomeriggio che andava via liscio dopo la chimica, e sentire Saverio, in tilt gli dicevo, tilt totale, Evgenij Onegin da guardare con Marina, a fine mese, è lunga ancora, diceva, e Pushkin, il nome, che sembrava sinonimo di desiderio d’amore, la paura della morte, del dolore, il dentista in ballo che non aiuta, lo stress… passare un pomeriggio così, sdraiato come ricoverato, sul letto, a sentire il corano, aspettando che la chimica facesse effetto, sedazione e indemoniamento… andare al bar per guardare la partita del Milan, nella frenesia patologica di quella gente al bar, che scommette, che guarda le partite, i passi veloci della gente, gente viva, frenetica, indemoniata… e i miei sogni di mondi paradisiaci che andavano via, nessuna parola, nessuna visione… solo il demone della frenesia… il demone dei fiori del male che si sarebbe scatenato nella notte: bersi bicchieri di alcol, altra chimica,  la visione erotica di quelle ragazze, Sexy Russia, la voglia di evacuare, di liberarmi, e trattenermi invece alla ricerca di una puttana… uscivo e vedevo quella sud americana figa, seni prominenti, bel corpo, fattezza orientali del volto, le sue gambe di pura bellezza ed erotismo, caricarla su, con quella sua voce orgasmica… fermarsi là e cominciare a godere, indemoniato, frenetico, toccarla, lei che mi toccava nel mio stato indemoniato, giri di corpi, seni scoperti, parole volgari, estasi dei sensi, lei che non giocava come volevo io, indemoniato dall’alcol, dalla chimica, dalle allucinazioni, dallo stato mentale alterato, giocare, scoprirle i seni, le parti intime, le gambe, visione pornografica ed estasi sopra ogni limite, indemoniato, la follia dei fiori del male… estasi erotica che si protraeva nella notte, quante gocce, quante sigarette nell’estasi addormentarsi… svegliarsi con il terrore di quegli amici e le loro malattie chimeriche, io e le mie ipocondrie, le mie maledizioni, e l’estasi che mi pervadeva, lontano anni luce dalla quiete, altra chimica in maniera spropositata… accasciarmi sul letto dopo aver cercato invano Saverio, ma la chimica faceva da sé, per contenere il tilt del demonio dei fiori del male… addormentarsi e svegliarsi a mezzogiorno, solo per mangiare un po’ di pasta, bere un caffè forte, fumare una sigaretta, l’estasi, l’agitazione, il ricordo erotico e la voluttà, l’estasi dei sensi, e la follia tra morte ed erotismo, le regole sconquassate, il tilt dell’anima, le paure funeree e virali, paranoie d’amici, ipocondria trasformata in estasi erotica, i solti buttati al vento, jam shqiptar! Niente mi può scalfire! L’immagine al muro che indica solo che la quiete, presto o tardi, arriverà comunque, dopo l’estasi, sentirsi da dio dopo essere indemoniato, vita spericolata, al di là della noia, della quiete, quiete funerea, ebrezza dei sensi… caffè, chimica, sigarette, Saverio non risponderà, tilt dell’anima estasiata e indemoniata, attendo la quiete su scritture spirituali in inglese, in officina leggere ad alta voce, da solo, per scacciare i demoni… i fiori del male, poesia scapigliata, estasi dei sensi, estasi della notte, senza più un soldo, sono ancora vivo, jam shqiptar! La chimica, la chimica, la chimica! L’estasi, testi religiosi senza senso, scacciare i demoni, l’obiettivo? La pace e la quiete dell’anima, sentirsi da dio quando sarà il momento, attendere quell’ora, quelle giornate, quei giorni, intanto l’anima è estasiata, come altre volte, e non ha voglia di evacuare energia, impazzisce l’anima mia come dei fiori del male e anelo ad una quiete che non sa quando sarà, mia follia eterna, la mia condanna, la mia follia da fiori del male…

Prosa Poetica, Visioni, Sogni, Ricordi, Pensieri liberi

Loop senza fine…

Estrarre il solito libro sufico tra immagini pervasive di un tempio, di un’aquila, di un buddha e delle tesi di laurea su Russia e Albania, la fame di una pizza dai turchi, altro che sufi e sufi! L’allenamento spossante di ieri, sotto la pioggia, e aver fame dopo aver controllato il consumo calorico e le calorie di una pizza… andare dai turchi e ordinare una margherita, sedermi al tavolo e aspettare la pizza, mentre alla tv c’era la Juve contro il Manchester, commentata in turco… stare lì e poco dopo arrivare la mia margherita, aspettavo che si raffreddasse mentre guardavo la partita e commentavo con Mustafa, di Pogba, la Juve, Higuain, la Champions, il Besiktas, Ozil e Calhanoglu, il Milan, i fascisti tedeschi contro Ozil, come diceva Mustafa, e il decoder di Sky, e altro, mentre mi gustavo la mia pizza, e all’altro tavole c’era solo una bambina con un suo padre… andare via, salutare, andare via e chiedermi se anche alla tv italiana c’era la Juve, stare in casa, soddisfatto nell’appetito e di aver scambiato due parole, la strana sensazione che si prova sempre con gli estranei, tanto più se stranieri… la Germania, la Turchia, l’islam, strane associazioni di immagini inquietanti, e per dimenticare guardarmi la partita su Rai1, a casa… togliere gli oggetti! Sì, togliere i soliti oggetti, loop di immagini che rieccheggiavano le parole di Leida di una volta: “Sposto gli oggetti nella stanza…”… guardare la partita e aspettare la risposta di Marina su Whatts’up, io che le dicevo che avevo comprato il biglietto di Evgenij Onegin per il teatro, lei che non so cosa doveva rispondere… la partita che finiva 2-1 per il Manchester, inaspettatamente, Mourinho che è il solito genio… c’era quasi da aspettarselo… Marina che rispondeva solo con una foto del suo biglietto, un ok, abbiamo i biglietti, adesso bisognerà vedere se andare o no allo spettacolo, e mentre scrivo mi chiedo: “Perché no?” Non lo so, notte movimentata di sogni e immagini erotiche, cercare Ana la notte, non c’era, sognare una antichissima compagna delle superiori, Stefania, l’amica di Carola, lei che faceva la porno attrice nel sogno, e amici juventini che mi volevano portare via, sogni erotici disturbati, un’altra pasticca chimica per dormire, troppi caffè ieri… svegliarmi intontito, presto, verso le sei, dopo che mi addormentavo alla una, con la chimica, la stanza finalmente priva di oggetti, muri bianchi, tabula rasa, un’altra volta… andare al bar per le sigarette, per il caffè, routine limbica… tornare a casa e provare a raccogliermi, niente… immagini e parole senza nessi, l’assenza di senso… rialzarmi e provare a leggere quei libri, “Filosofia delle immagini”, “Iconoclastia: contro le immagini”, riflessioni sulle immagini mentali, gli schemi, e l’arte, gli oggetti scaramantici, la visione limbica di quella stanza spoglia, libri da comprere, questi sulle immagini, quanti libri, tra buddhismo, immagini, Umberto Eco, Limes, ne ho per un bel po’… non farcela più a leggere, troppe sigarette, sigarette e caffè, sigarette e caffè, sigarette e caffè… attendere l’operaio, niente lavoro per oggi, via con mio padre, loro due, poter riprendere a leggere, in officina, attendere il corriere, lontano da qui muri bianchi sui quali disegnare sempra le stesse figure falsamente apotropaiche, idoli… un altro caffè, un’altra sigaretta, e ancora libri, il silenzio… l’officina, l’assenza di immagini, per uscire da questo limbo, io che vorrei ancora una pasticca chimica e il sonno, ma poi si rimane intorpiditi, l’officina, il silenzio, i libri, l’assenza di immagini, e sogni erotici dimenticati, serate che saranno, immagini e parole, in me, in questo stato dell’animo indescrivibile, le solite immagini, una divinità che non c’è, e nuove parole, gli stessi fenomeni, come serrato in una gabbia delle stesse cose, all’infinito, senza una via d’uscita se non muri bianchi, cantile, tabula rasa, l’assenza del tutto, con l’irrequietezza di chi non sa cosa fare, csa dire, cosa pensare, come decidersi, ci sono i libri, evadiamo dalle solite immagini, pensieri, abitudini, loop senza fine…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

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Là, nella piana dei morenti, edificio maestoso, internato di bianco, poche figure, gente sparsa qua e là, edificio postmoderno che accoglie tutti, viventi e morenti, camminando qua e là, nell’attesa della propria visita, esame, operazione… attendere… attendere stando seduto su una panchina ai fianchi dei larghi spazi, e perdersi sul tablet sugli interni di templi bahaì e di moschee, spazi immensi, decorazioni arabescate, natura qua e là, fiori e rami, tappeti rossi, mihrab azzurri, colonne viola, arabeschi interni di moschee dove liberare l’anima, e non sapere che farsene di quel bianco del tempietto dell’ospedale dove un crocifisso che vinceva la morte sembrava una presa in giro all’estetica trascendentale, fantasmatica, di quegli altri templi, che il sublime lì non si trovava, si trovava soltanto la paura, la paura di sempre… morire… un morto crocifisso che vince la morte, e uno spazio infinitesimale confronto agli spazi di moschee e altri templi, alla loro sublimità di decorazioni astratte, che stando lì seduto l’unica figura dal bianco nulla che emergeva era quella del mahdi, che avrebbe potuto camminare lì solo per benedire e per dire che al di là di essere ancora vivi niente conta veramente, è tutta vanità, nel suo silenzio, nel suo camminare e nei suoi gesti ieratici, che non c’era più niente da desiderare, se non sentire le uniche parole che si trasformavano in un respiro, respiro ancora, il cuore batte ancora, il nome divino che è solo un soffio, e voci di dhikr islamici che cantilenavano la vita, al di là di ogni cosa, e i nomi divini… non c’era più niente da desiderare in quegli istanti, se non la vita stessa, e il sonno e la stanchezza di una mattina cominciata troppo presto voleva forse solo un buon caffè di quelli lunghi, per riprendere una parvenza di vita, che si sarebbe scoperta solo poi vanità da sovraeccitazione… stavo lì, andavo dove facevo i prelievi e dopo due ore d’attesa potevo bermi il mio agognato caffè al bancone del bar, carico di vita, troppo pieno tra nicotina e caffeina, all’ospedale, dall’ospedale scappare via per quelle visioni trascendenti dell’aldilà, e quelle visioni… andare via e tornare a casa, confuso, frastornato, non sapere da che parte rigirarmi, e lasciarsi andare a troppa nicotina, che quasi quasi metterei il cartello “vietato fumare” nella mia stanza, troppe sigarette, e l’ultimo rimedio: la pasticca chimica… accasciarsi sul letto e lasciarsi andare alle salmodiature coraniche, aspettando che la chimica facesse il suo effetto, e ad un certo punto sentire la breccia nella propria mente, tra quelle invocazioni coraniche e quella chimica che rilassavano la mente, la gettavano in un profondo stato di sonno, anestetizzato, sedato, mi addormentavo tra quelle salmodiature di sure coraniche, e la seconda metà della mattina se ne andava via così… mi svegliavo più rintontito di prima, come in un altro mondo, solo per mangiare e tornare a letto, non dando ascolto a quei pensieri di morte, a quella luce bianca, la luce perpetua, fantasmatica, dall’aldilà, senza dare ascolto a quei pensieri eppure ancora volere quella luce, e solo quella luce, dall’aldilà, quei salmi, non volere più niente, non pensare neanche a come mandare il messaggio a Marina che avevo comprato il biglietto del teatro per “Evgenij Onegin”, per andare con lei e qualche suo ex collega, non me ne importava più, volevo solo sedarmi ancora, non pensare più a niente, solo accogliere quella luce perpetua in me, eppure il sonno arrivava di nuovo, e mi riaddormentavo… altro sonno, che mi risvegliavo di nuovo ancora più rintontito di prima, e mi bevevo un caffè, solo per andare poi al bar e bermene un altro, e nel pomeriggio me ne sarei bevuto un altro ancora, prima di fare quel lavoro da niente in officina, dopo che mio padre e Marco se ne andavano in altre officine a fare assistenza, un lavoro da niente, pulire un macchinario, fare due o tre test di altri macchinari, e niente di che, un’ora neanche di lavoro, dopo essere stato al supermercato a prendere due cose, e la giornata di lavoro era già finita, senza pensare alle cose ultime, alla fine del lavoro, alla pensione che oggi accennavano quegli infermieri, alla fine di ogni cosa, delle cose ultime, la luce perpetua, il mahdi, l’aldilà e nient’altro… delle cose ultime, quando di fronte alla fine siamo finalmente tutti uguali, che non mi importa più di niente, mi accascerei di nuovo e dormirei di nuovo, dopo essermi sedato anche troppo stamattina, dopo l’alcol che è meglio non bere, dopo che quella chimica e quell’alcol mi hanno fatto capire che con gli stati mentali è meglio non scherzare… lavorare ed evitare i pensieri da cose ultime, finire di lavorare e andare a correre, allenarsi un po’ con esercizi di karatè, calci di taekwondo, anche sotto la lieve pioggia, anche superando correndo un altro che correva oggi in modo più costante di me, sentirmi stanco, eppure scattare alla fine, e superarlo, e poi allenarmi al parco sotto la pioggia, anche con quella ragazzina e quel ragazzino che stavano assieme sotto l’altalena per ripararsi, continuare ad allenarmi, e finire la mia ora di ginnastica correndo verso casa, con una sola idea: comprarmi un orologio usa e getta di quelli che trovi dai cinesi, per avere sott’occhio l’ora e non portarmi sempre dietro il cellulare, anche quando corro e mi alleno… tornare a casa, distrutto, docciarmi, prendere su e andare all’Aumai per quello stramaledetto orologio, rosso e nero, che quasi quasi mi veniva pure voglia di comprarmi il calendario del Milan che avevo visto al Carrefour, ma sarà per un’altra volta, o forse mai, comprare quell’orologio usa e getta e ritrovare i soliti colori, il rosso e il nero, il bianco della luce perpetua, le sure coraniche, la luce alla fine del mondo, il respiro, la vita, nelle preghiere, e fregarsene di Marina, di quell’amicizia, delle altre amicizie, delle partite del Milan che vedrò o non vedrò poco importa, al bar o dove, dello spettacolo di Evgenij Onegin, del regalo per l’altro amico, delle altre uscite con gli altri amici, non rimane più niente qui, solo la stanchezza di un allenamento che per un attimo mi aveva anche troppo esaltato, non rimane più niente qui, solo le riflessioni sulle cose ultime, la luce alla fine del mondo, un mahdi dall’aldilà, e parole e pensieri che si trasformano nell’unica cosa che c’è, quel respirare quel soffio vitale, che annulla tutte le immagini e le parole all’interno dell’anima, e non rimane più niente, solo la luce perpetua e dei suoni che non si fanno neanche parole…

Pensieri liberi, Prosa Poetica

E questo silenzio forzato mi uccide…

Non c’è più nessuno con cui parlare, anche stamattina, andare al bar, senza sapere perché, senza niente da dire, comunicazione interrotta, anche quando Miryam per un attimo mi stava davanti dopo che mi serviva il cappuccio, che non so neanche perché bevevo, con queste paroanoie ipocondriache, che ieri sera mi accorgevo di cosa ho veramente paura in quella nottata di Halloween: le malattie… sì, da quando sono stato in metabolica, due anni fa ormai, il terrore, il terrore di tutte le malattie del mondo, e versarmi una bustina di zucchero era terrore, un po’ come ieri sera bersi due bicchieri di vino rosso, ed essere tentato poi di andare a comprare la vodka al supermercato, e ci andavo, salvo poi tornare indietro e riposare la bottiglia una volta che ero in coda alla cassa, le malattie… che adesso con questa storia dell’operazione per i denti del giudizio è ancora peggio, e non so più neanche di cosa parlare quando vedo in giro la gente, è giusto parlare di questo? E’ un argomento appropriato? Devo o non devo parlare con le bariste? Quali argomenti stupidi tirerò fuori? E stare invece in silenzio, evitare la comunicazione, e mi ricordo le frasi di Leida: “Sei chiuso! Dici sempre le stesse cose!”… e non mi aiutano queste frasi, che anche Maria Teresa mi diceva… non è rimasto più nessuno, gli argomenti con gli amici sono sempre gli stessi, e non mi soddisfano più, essere arrivato al punto della non-comunicazione, e perdersi in libri, fumetti, film, canzoni, in un universo quasi autistico, dove non c’è spazio per parlare con gli altri, come stamattina notavo quando non c’era più niente da dire, il giovane seduto al tavolino perso nel suo cellulare, Miryam che si dava al suo cellulare, alle sue comunicazioni, e io che rimanevo lì nel mio silenzio ridondante di argomenti, di cui non posso parlare con nessuno, i libri su Israele, l’iconoclastia islamica e bizantina, i fumetti che ho perso nello stramaledetto 2016, anno della tesi, fumetti che sto ora recuperando tramite mangaeden, forse solo per parlarne con gli amici, quegli amici che, ripensandoci, è meglio che forse non mi faccia regalare una bottiglia di vodka al mio compleanno, liquore che mi getterebbe ancora di più nel turbine autistico di me stesso, senza più parlare con nessuno, e mi sento solo, sempre più solo, come diceva anche Saverio una volta: “Lei è solo, non ha nessuno…”… e se sul lavoro ti salvi parlando di lavoro e politica, se con gli amici lasci loro tirare fuori gli argomenti, e poi un argomento tira l’altro, io da solo non so mai cosa dire, e rimango chiuso in me stesso, che per rifarmi quasi quasi tornerei apposta al bar a parlare, salvo poi essere deluso come sempre, dalla lontananza di Miryam e gli altri, se non fosse che l’altro giorno due parole con Bruna su Halloween le scambiavo, ma sta di fatto che sono sempre più solo, e una bella conversazione come si deve non la scambio più da una vita… a questo punto era meglio quando c’era l’università, lì c’era sempre qualche argomento in comune, ed era più facile parlare, corsi condivisi, stessi professori, stessi interessi, c’era sempre qualcosa da dire, mentre invece, fuori dall’università, tutto diventa più complicato, e finisco per chiudermi in me stesso… a niente bastano questi libri, queste letture, per far passare il tempo, diventa una specie di tortura, sapere mille cose e poi non parlarne con nessuno, che davvero mi dico se ho così tanti argomenti perché non ne parlo? Mentre gli altri hanno due argomenti stupidi, e al bar ne parlano sempre, e non so mai se è meglio stare zitti o cercare di attaccare bottone, salvo poi pentirsi per ogni forma di delusione, eppure non c’è più nessuno… non c’è più nessuno e temo questi quattro giorni di vacanza che saranno invasati di letture, dei soliti discorsi con gli amici forse il sabato sera, e per il resto niente, niente e nessuno, il nulla, il vuoto, e una voglia matta di discutere e parlare, senza poter trovare nessuno… che mi sembra assurdo ora quello che facevo l’altro giorno, rimettermi a studiare cinese, come se studiando il cinese per magia mi sarei messo a parlare con Valeria, quando non riesco neanche a parlare italiano con chi è più vicino a me, e so già che è difficile trovare momenti al bar dove parlare, persone con cui parlare, e rimango sempre più solo, chiuso in me stesso… che quasi quasi per parlare me ne andrei al pronto soccorso, solo per scambiare due parole con qualcuno, eppure non c’è nessuno, non c’è niente, non c’è nessuno, e ultimamente sono anche paranoico al bar, dove non so cosa gli altri pensino di me, se sono un matto o che cosa, se sono chiuso o che cosa, e avrei solo voglia di trovare qualcuno, qualcuna con cui parlare sul serio… ormai Ana è andata, con tutto questo stress di ospedali e dentisti, ubriacature, parole con gli amici, lavoro che c’è e non c’è, parenti assenti o fin troppo invadenti, mix di caffè, sedativi, alcol e ancora caffè, che l’umore non è mai stabile, è un continuo sali e scendi di sensazioni, e sono sempre più murato in me stesso, e non c’è via d’uscita…trovo solo conforto in qualche parola, qualche invocazione, nelle pagine di questo stupido diario, dove parlo con il nulla, mi confesso a chi non c’è, penso scrivendo, eppure la sostanza non cambia, la solitudine, la solitudine, la solitudine… vorrei trovare qualcuno, qualcuna, al di là di quei soliti discorsi, amici, parenti, puttane, colleghi, medici, ci sarebbero appunto le bariste, ma non bastano, e con Miryam non mi trovo, c’è troppa ambiguità di mezzo quando le parlo, e sembra che ci sto provando, e non mi va di apparire così, e che strani questi bar di cinesi, dove non sai mai cosa dire e cosa non dire, che quasi quasi era meglio Benito, dove almeno la buttavi sulla politica e ti salvavi, salvo poi sentire bestemmie contro comunisti, fascisti e divinità, e di stare in mezzo ai nevrotici non mi va… sempre più chiuso in me stesso, sempre più chiuso, comunicazione interrotta, dove non rimane più nessuno, più nessuna, e questo silenzio forzato mi uccide…