Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Un’oscurità senza voce, il silenzio, e suoni d’altrove…

Aver quasi dimenticato come si scrive, quasi che torno a non credere più nell’alfabeto, la lingua cinese che ieri mattina si impossessava di me, come uno spirito demoniaco, dopo l’uscita al bar ed essere servito da Valeria, la lingua cantonese delle canzoni, i sogni e gli incubi, questo sentire cupo come il tempo che cambia, Rasputin dell’anima che si guardava le otto puntate della miniserie in russo, finalmente, riuscire a finirla senza pensare a Marina, ad Ana… e andare oltre, tra queste invocazioni perdute, levatacce mattutine che non ho più voglia di andare a dormire, caffè su caffè, che non mi fa niente, corse serali per scaricarsi, forse troppo, completamente stanchi, senza nessuna voglia di vivere, nessuna voglia di lavorare, guardare quei lavoratori e dirsi ancora: “Il lavoro aliena l’uomo”… girovagare con la mente qua e là durante il giorno, non aver voglia di aprire più una sola pagina, non importa in quale lingua, desideri politicanti dispersi, voglie andate, demoni che mi tormentano, Ana che non mi va più di vederla, forse neanche sua sorella, sogni erotici occulti dopo una dormita procurata con 5 mg di zolpeduar e l’ascolto del corano che ti mandava in un’altra dimensione, tra il grigiume di questo tempo e il mio stato d’animo sempre più nero, halloween davvero si avvicina e il sentire, vuoi o non vuoi, è proprio quello… quelle ragazze per un po’ lasciate lì, come dicevo l’ultima volta, quando c’era anche la ragazza spagnola, che solo per un giorno mi evocava canzoni dell’Ovest, del Sud America, piene di vita, di ballo, di passione, poi il niente, la lingua russa che tornava, la lingua cinese, le vodke bevute al bar, immergendosi in stati d’animo antecedenti, il ricordo di Alina, sentirla e vederla stamattina al bar, sotto quella canzone: “I believe you are the remedy…”, ma lei non c’è più, e anche se ci fosse niente cambierebbe… libri d’altrove, l’islam e il terzomondismo, Israele e lo stato per i soli ebrei, Baudolino e il regno d’Oriente che non c’è, film come “La dolce vita” e quel mostro, e quella statua di Gesù Cristo, e la ragazzina sorridente, film devastati di Wong Kar Wai, l’amore e la passione e l’autodistruzione, come le mie vodke al bar, quante sigarette… quanti caffè… quanto mangiare… che sarebbe ora di porre fine a questo circolo vizioso, a questo samsara caotico di vette e abissi, colori e oscurità, ma il nirvana, non so perché, sembra ancora lontano da raggiungere, sentirlo per un attimo come nel sonno, tra quel corano lontanissimo e il silenzio, e i sogni erotici che sembravano venuti dall’oltretomba, stato d’animo sempre più oscuro che non so se resisterà a quest’autunno… telefilm “Sofiya” da guardare, in russo, la caduta di Costantinopoli, Mosca terza Roma, il turco della pizzeria che diceva che il futuro è la Russia, la Cina, che la Turchia sta con la Russia, e che chissà cosa si sognava ancora in quelle parole, parole occulte, forse niente, e io che mi sono deciso a sospendere per un po’ Ana e Aleksia… questi ospedali mi stanno straziando, con tutti queste visite e appuntamenti, e ogni volta che si entra in quei luoghi il pensiero va a tutte le malattie, a tutte le morti, che ti verrebbe proprio di andare dal medico e farti prescrivere direttamente l’eutanasia in Svizzera, così, per farla finita una buona volta per tutte, e vorresti smettere di bere, mangiare, fumare, e vorresti solo dormire, neanche più leggere libri, guardare film, uscire con gli amici, lavorare, parlare con gli altri, chiuderti nella tua stanza, sdraiarti sul tuo letto e dormire, sognare, forse morire, essere o non essere? E non sai più neanche te come vai avanti, come vuoi andare avanti, a momenti alterni, che ti dimentichi pure come si fa a pensare, che i tuoi pensieri sono solo suoni e musica, e nient’altro, attacchi di sonno più forti di te, oscurità dell’anima che avanza… ed è già pomeriggio, primo pomeriggio, ora, che non ti va di andare al bar, berti un altro caffè, ascoltare musica, studiare chissà cosa, vedere quale film, uscire con l’amico per il regalo dell’altro amico, recuperare qualche libro, dedicarsi a qualcosa, e suonano lontanissime le frasi di tuo fratello: “Voglio sapere se hai ambizioni…”, o quelle dell’altro giovane dottore: “Hai quasi la mia stessa età, hai tutta la vita davanti, sei ancora giovanissimo…”, quale età? Quali ambizioni? Quale tutta la vita davanti? Per fortuna non so neanche più contare, ma mi sono già stancato di vivere e non mi va di immaginare nessun futuro, l’unico futuro che vedo è quello da monaco ormai privo di tutto, legato solo alla morte, con il mio saio nero, i miei lunghi capelli e la mia barba, perso nella regola del silenzio, senza consumare più niente, libri, film, musica, senza bisogno di scrivere, consumato dalla mia oscurità e dalla mia luce, senza possedere più niente, e non vedo altro, non vedo niente, non c’è voglia di vivere, di lavorare, di parlare, di fare discorsi, di mettere assieme parole, di imparare nuove parole da altre lingue, non c’è più voglia di credere a niente, è solo questa oscurità che avanza e porta via tutto, anche questo post, senza senso, e non rimangono neanche più le parole, i pensieri, le immagini, i sogni e gli incubi, i passatempi, gli interessi, attendo solo la fine, anche se è già la fine, apocalisse compiuta, è finito il tempo, è finito il racconto, sono finite le parole, è tutto finito, e niente ricomincerà, ma qui le parole smettono di aver senso, come questi schermi da cui si fa suono di segni creduti alfabeto, lingua, significato e senso, si va oltre tutto ciò e non rimane più niente, un’oscurità senza voce, il silenzio, e suoni d’altrove…

Advertisements
Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

E rimane solo il sogno della notte…

Il documentario sul ’68, in inglese, la liberazione individuale e la collettività che si perde, storie già sentite, quella parabola utopica che darà poi sull’individualismo, scrittori e filosofi vari, da tutto il mondo, la rivolta globale, il mondo di adesso… camminare la sera dopo aver sentito il Barre che mi diceva del regalo da comprare a Fizi per il suo compleanno, passare davanti al bar, dove si sentiva la voce di Miryam da fuori, i maghrebini che parlavano animatamente, il bar dei neri, dei terroni, dei cattolici, dei polentoni, dei vecchi e vecchie, degli albanesi e dei romeni, gestito da cinesi, bar multiculturale, dove mi ritrovo ogni volta, come l’altro giorno che passavo il pomeriggio più alcolico mai vissuto, quattro bicchieri di vodka dalle quattro del pomeriggio fino alle sette, con Miryam che ogni volta versava come se fosse la cosa più normale del mondo, perdermi nel suo sguardo, vedere quasi la divinità, perdermi nei miei pensieri e nei miei sogni, stando lì, seduto su quella sedia e vicino a quel tavolino che danno sulla strada, l’assenza di pensieri, il giro d’estasi dell’alcol, stare vicino a lei, a Miryam, e vedere il mondo dal suo punto di vista, la varia gente che mi passava affianco, chi scommetteva, chi si ubriacava, chi fumava, e io lì, seduto a contemplare l’infinito, senza sapere più perché stavo lì, forse perché ero innervosito da chi invade la casa, e lì in casa non ci potevo più stare, io che avrei voluto il silenzio, di tomba, per dormire, in quel primo pomeriggio dove il sonno si fa più sentire che la notte, perdermi in quell’alcol, in quella vodka come da tempo immemore, e gustare quell’estasi alcolica come non gustavo da tempo, grazie allo sguardo di Miryam e a lei che versava… camminare ieri sera, un po’ ancora stanco dagli allenamenti dell’ultimo periodo, il martedì, il sabato, mezz’ora di corsetta militare e mezz’ora di allenamento di taekwondo, karate, per scacciare i pensieri, per sentirmi vivo, ripassare l’altro giorno le forme grazie a video di youtube sul cellulare, camminare ieri sera pensando soltanto di tornare a casa la sera e ascoltarmi un po’ di musica pop giapponese da Kugou, che dopo dieci anni ho reinstallato, per sentire un po’ di musica diversa, le radio che ultimamente cambio sempre e che mi capita di sentire, discoradio, rtl 102.5, r101, la radio che mio padre ascolta sempre: radio24… le onde sonore, il sottofondo, Bruna che mi diceva che lei tiene sempre accesa in casa la televisione, per fare compagnia, per non sentire il silenzio, il silenzio di tomba, inquietante, diceva, lei che lascia sempre accesa la televisione, anche se non l’ascolta e non la guarda, e io, invece, il silenzio, il silenzio ovunque, che mi ricordava il silenzio della morte, il silenzio da cui scaturiscono le parole e le invocazioni a qualche divinità sperduta… e inondarsi così di musica anche quando non ce n’è bisogno, e del silenzio delle preghiere non sapere più che farsene quando la vera personalità è ora presente, unità di se stesso ritrovata, non andare più fuori di personalità quando c’è Miryam, o qualcun’altro, o qualcun’altra, sempre me stesso, anche con gli amici, in questo tempo che sa di noia e di calma, in ballo tra una cosa e l’altra… camminare la sera e tornare nella propria stanza ad ascoltare la musica J-Pop, quasi addormentarsi, e spegnere e chiudere tutto, e andare a dormire vestito, dopo quei suoni e quel canto pieno di vita ed energia, canzoni che non comunicano niente, se non proprio solo l’energia e la voglia di vivere, l’altezza dell’umore, e il niente… andare a letto vestito, dimenticando che oggi mi avrebbero fatto lavorare, mentre invece ho da vedere Saverio per raccontare le ultime vicende, e meglio così, riposarsi un po’, e lasciare anche andare via la vodka dell’altro giorno, che andando al bar l’altra mattina mi compariva la divinità al di là del bancone, di fronte a tutte le bottiglie di alcol, due parole con Bruna, con Paolo, e la mattinata poteva cominciare bene… non aver più quasi voglia di leggere niente, stanco delle solite geopolitiche che però te ne fanno sapere di più di chi vorrebbe spiegarti, e guardi la gente da lontano, come quei colleghi, quegli amici con i quali non c’è più molto in comune, loro e la loro musica, io e la mia musica, i miei amori, il mio mondo al di là di tutto, oltre le parole dei più, e accorgersi quasi di aver sempre vissuto in un mondo di interessi autonomi, di altre esperienze che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo rispetto agli altri, tra quel viaggio in Romania, quegli amici cinesi, quel maestro di Karatè musulmano e tutta la sua famiglia, la musica black metal, le ragazze dell’Est e la loro musica, quella bandiera albanese che è la mia vera bandiera, e dell’Italia non me ne è mai fregato niente, e continua a non fregarmene niente, anche dopo i discorsi con amici e colleghi, il mio mondo, me stesso, che niente ha da condividere con gli altri, con le altre, distante anni luce… quella letteratura contemporanea italiana che leggevo, la leggerezza, l’inutilità di quelle parole, quegli scrittori tutti di sinistra all’italiana, romanzi non miei ispirati da un’educatrice troppo, troppo italiana, non mi ritrovo e non mi sono mai ritrovato, e non mi piace per niente, vivo su altre note, su altri mondi, in un universo tutto mio, multiculturale, deterritorializzato, decentrato, che trovare qualcuno con i miei stessi interessi e gusti è impresa ardua, se non impossibile… e mi ritrovo così a essere me stesso, finalmente, in questa mia identità distante anni luce dagli altri, da tutto, e le parole quasi non mi escono più, le tengo per me, e non credo mai di trovare una persona con cui potermi aprire, tutto rimane sigillato, ermetico, distante anni luce… e quando credevi che Ana fosse dimenticata eccola riapparire in sogno, con la sua carica erotica, in un sogno dove lei viveva a casa mia, e alle 21:37 di sera non era ancora tornata, lei e la sua libera vita, lei che fumava sigarette e le buttava per terra nella mia stanza, in un viavai di gente e persone, come in un casino, vita completamente sbandata e libera, che l’email che diceva che quella spiritualità alternativa non mi interessava più era la via d’uscita da sensazioni passeggere e inutili, se non fosse per quando sei sul lavoro, e allora lì un po’ di disciplina dello spirito ti serve, per il resto no, forse solo per evitare i tilt dell’anima, gli alcolismi eccessivi, l’idolo dell’erotismo che nella notte e nel sogno si ripresentava, riportandomi alla memoria anche un’altra ragazza, quella Lorusso compagna di banco, la più figa tra tutte le ragazze, la più stupida, in un sogno erotico che quasi mi chiedo perché più di sette anni fa non ci provavo, non le dicevo niente, ma allora c’era Andra, ed era un’altra storia, io che forse mi dovevo ancora riprendere dal ricovero, dopo due anni, io che mi sentivo religioso ebraico, io che ancora l’orgia di sensazioni albanesi e dell’Est le dovevo ancora provare, Alina, Xhuliana, Leida, Ana, ancora non c’erano state, e ritornando indietro qualche parola in più l’avrei detta a Lorusso, che nel sogno mi appariva come una compagna, compagna erotica, compagna di relazioni, che allora anche non la volevo perché neanche maggiorenne, quinta superiore, e pensare che Franza mi chiedeva perché, che differenza fa l’età? Lei e il suo sguardo, il mio desiderarla a volte che il prof se ne accorgeva sempre, il tempo che è passato, il sogno che è passato, svegliarsi e ricordarsi che ormai ha da poco avuto un figlio, queste giovani delle classi popolari, così sexy, così genuine, sbandate, senza regole, e svegliarsi e ricordarsi ancora che nei sogni Marina non compare mai, con lei c’è la noia, l’oppressione, l’oppressione di un matrimonio, come sentivo ieri dire a Simone De Beauvoir in quel documentario sul ’68, lasciamo la sessualità libera, e non cerchiamo relazioni forzate e senza slanci vitali, dimentichiamo e ricordiamo invece la carica di quel sogno… svegliarsi e andare al bar, come ogni mattina, senza la voglia di dire niente, solo prendersi un caffè, comprarsi le sigarette, habitué, ormai, con il vuoto nell’anima e lo schifo e la forza dei sogni, non sapere cosa starò dicendo quest’oggi a Saverio, forse niente, forse tutto, cosa salterà fuori, che sarebbe stato meglio vederlo stamattina, levarselo di torno, che non so perché invece in questo periodo mi viene sempre più in mente lei, Lorusso, e quel prof di italiano, Franza, un po’ fascista, del Giornale, unico stimolo per provare ancora a leggere qualche romanzo italiano contemporaneo, dopo tutto anche se dell’Italia non me ne frega niente non sono albanese come quei lavoratori che vedevo ieri allo Sharm, che c’entro io con loro, altro che tesi e tesi sull’Albania, tra Albania e Italia, e me ne accorgo proprio stando lì al bar, tra maghrebini, neri, cinesi, meridionali, e di tutto e di più, cosa c’entro io ad andare a vedere le partite del Milan come l’altra volta, che c’entro io con Miryam, che è solo una con cui dire due parole, non parlarci come fa quel cinquantenne della security che anche lui è sempre lì, a scambiare parole con Miryam neanche fossero una compagnia di adolescenti, tra social e altro, personaggio che nessuna penna potrebbe inventare, il rudi della situazione, e io che c’entro? Io e i miei libri, i miei studi, le mie lingue che non mi va più di parlare, quasi neanche di leggere, e quanto vorrei davvero una relazione come quella di questo sogno, una relazione, anche devastata, come Ana che mi buttava le sigarette per terra nella mia stanza, e se ne andava, e non tornava, o quella Lorusso e la sua carica, e non di certo quello sguardo da finta madonna di Miryam, lei e il suo parlare calabrese, un po’ saudita, un po’ cattolico, che c’entra lei? Che c’entro io con lei, e quella vodka era solo segno che una volta mi ubriacavo bene, desiderando Alina, che non c’è più, e fa niente se ritornava in quell’estasi alcolica, con le sue canzoni dei Laskovij Maj, che se ne sono andate, non rimane più niente di allora, solo forse un’estasi alcolica ritrovata, in quest’ultimo periodo, lì al bar, tra gente che va e che viene, lontano dalla mia stanza che a volte sembra una prigione, a volte una cella monastica… uscire, uscire, uscire, come mi diceva Saverio, e fa niente se l’ultimo periodo ho visto di più il bar che l’officina, avevo voglia di stare lì, per vedere la gente comune, la nostra povertà, e i discorsi, più sensati a volte, nei loro sprazzi, di mille altri discorsi con gli amici, sempre tesi a dimostrare di essere superiori, alternativi, senza rendersi conto così di sembrare un po’ strani, al di fuori della norma, che invece incontri sempre al bar, nelle officine, la vera gente… che non so che farò stamattina, andrò forse in biblioteca a cercare un libro che non c’è? Mi perderò ancora sulla Deutsche Welle in inglese? Aprirò quel libro che non mi interessa più? L’islam e la sua storia? Geopolitica italiana? I pittori di una volta che non so neanche perché ho preso quei libri, temerò ancora di leggere combinazioni sbagliate di parole che accendono la miccia del tilt in sottofondo, sempre pronto a sfiammare l’anima e il cervello? Sono stufo di parole, di lingue, di politica, ci vorrebbe qualcos’altro, forse altra musica, e se ascoltassi ancora un po’ di musica asiatica pop? Ma la mattina non è meglio il silenzio? O c’è discoradio, o cosa c’è ancora? Non c’è niente, c’è forse solo il silenzio di una stanza, di un laboratorio, di un’officina, la voglia che non c’è di andare al bar, quel libro che sbaglierei a scegliere in biblioteca perché poi ogni volta dopo che vedo Saverio e parlo l’anima si smuove, sensazione di limbo, di stallo, in questo tempo del niente non so più cosa fare… e ricordo solo quel sogno, di una Lorusso, di una Ana, quel sogno di una relazione che non c’è, e cercherei riparo nella figura di quel prof, Franza, che tanto mi spingeva e mi dava coraggio e sicurezza, che scatterebbe davvero un qualche libro italiano, ma non so quale, non so neanche perché sognavo un’antologia che vendevano in edicola a 31 euro, piena di immagini e di hyperlink cartacei, come un manuale di letteratura delle superiori, non so perché mi perderei e lascerei al cimitero dell’anima tutte le altre lingue, ora che mi sono venute a noia, ora che non c’è più niente a cui interessarsi, e rimane solo il sogno della notte, Lorusso, Ana…

Poesie, Visioni

In una luce diafana alla fine del mondo dopo le ore terribili…

The dreadful hours
caffè in eccesso
insonnia
alcol
nella notte
dopo le parole
degli amici
i discorsi
il volto di lei
come un bagliore accecante
dei suoi occhi
l’insonnia
il risveglio
e quei caffè di troppo
abbastanza
per fare andare di nuovo in tilt
la mia anima impazzita
sedarsi di chimica
per dormire
e stare peggio
il risveglio
circolo vizioso
di caffè e chimica
e non riuscire a stare nella stanza
dove proiettavano la partita al bar
scappare via
come alla ricerca di un luogo
di un letto
lontano da tutti e da tutto
in mansarda
come se fosse il mio giaciglio
nella pensione di un manicomio
le invocazioni
che si sussurravano nell’anima
come dei mantra
dei rosari
per non pensare più
non cogliere elementi sbagliati
quando tutto era un gioco di chimica
cerebrale
andata in tilt
tra chimica e caffè
ricorrere ad altri dieci gocce
e sdraiarsi lì
nell’attesa che quelle ore terribili
terminassero
avevo già levato dalla stanza
tutti gli idoli
c’era solo il bianco delle mure
incontaminate
depurate
da idoli e immagini
che facevano andare solo in tilt
ogni cosa
e ancora
la rivelazione
negli ampi spazi di una mansarda
fatta apposta per scacciare
quelle voci di casa
le vecchie che parlavano con mia madre
allontanarsi da tutto e da tutti
e la rivelazione
ancora
dopo la notte
il volto di lei
il suo sguardo magnetico
le ore terribili
che mostravano il suo volto
alla fine della follia
riprendersi
come se la gerenza
in manicomio
fosse durata
solo una mattina
e un primo pomeriggio
e tornare al bar
con la fame
con la voglia di prendere qualcosa
riscrivere le cattive impressioni
nate dalla follia sovraeccitata
le sigarette in eccesso
mai come in questo periodo
impazzito
gente che non conta niente
perduti
del mondo
a guardar delle partite in un bar
altra gente che giocava a carte
altri che bevevano
e il niente che avanzava
e una luce dell’anima
che non aveva più parole
solo la divinità che mi invadeva
di quiete
e lontananza da tutti e da tutto
le ore terribili
erano passate
finalmente
passeggiare ancora di qua e di là
finire di guardare quel film
di Hong Kong
2046
quel finale che avevo dimenticato
che ricordavo
la puttana dannata
i soldi buttati via
i ricordi del tempo che dal 2046
non si esce mai
He didn’t turn back.
It’s as if he boarded
a very long train headed
for a drowsy future
through the unfathomable night
un futuro che non si conosce
perché il tempo
già finisce
il passato si dischiude
avvolto
da una falce di luna
nel blu dell’alba
non resta più niente
solo una luce
al di là di ogni fenomeno
e nessuna parola
nessuna voce
che commenti
il vivere dell’anima
non so più che farmene
di tutti quei caffè
dopo quelle ore terribili
non so che farmene
di un colloquio
che non avrà da dire niente
se non raccontare
tilt su tilt
degli ultimi periodi
e la luce
alla fine delle ore terribili
rimango così
in questa inutile notte
a scribacchiare
parole che non servono
a tentare di accogliere il sonno
a disfarmi di libri
e film e musica
che non voglio più
l’anima è invasa dalla luce diafana
di una divinità immaginaria
e non ha più dove fuggire
dove impazzire
dopo le ore terribili
ricomincerà un’altra stupida settimana
là dove il tempo
già non esiste più
e vorrò forse solo evitare
altri circoli viziosi
tra alcol
caffè
e chimica
e invocazioni
e follie
cercare una stabilità
che mai come in questo periodo
sembra una chimera
non so che farmene
di libri scritti d’altrui
altre immagini
altri suoni
mi hanno dato alla noia
ai loop impazzit dell’anima
che non mi va più
di buttarmi in circoli viziosi
accoglierò la notte
il sonno
le tenebre
e l’assenza di immagini e suoni
là dove il tempo non esiste
più
stanza spogliata di idoli
luoghi inesistenti
al di là
del tempo e dello spazio
al di là
della vita di oggi che vedevo
gente al bar
gente all’oratorio
gente all’expo
distrazioni di tutti
di luoghi
che non hanno niente da offrire
camminare tra quei dove
come un osservatore
distaccato
un commentatore
di una realtà che non è la sua
cercando di dimenticare
i discorsi
fuori
di testa
degli amici
starei bene
poi ci sono gli altri che parlano
l’inferno sono gli altri
starei bene
poi c’è la caffeina
l’alcol
la chimica
e i tilt dell’anima
e le ragazze
e i loro volti
a dannarti fino alla follia
fino al manicomio
come al solito
ne esco sempre salvo
non si sa come
in una luce diafana
alla fine del mondo
dopo le ore terribili

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Ricordi, Sogni, Visioni

In questa rapsodia tra follia e quiete…

Raccogliersi
per scacciare gli spiriti
l’assenza di amuleti
e la follia
bianca
terrore panico
al risveglio
dopo che la notte
riportava al ricordo primigenio
il ricordo di lei
di Katia
l’amore impossibile
di una volta
il vero primo amore
e la vera prima follia
desiderio erotico
di una lei
che si confondeva
con quella compagna di università
le stesse fattezze
le stesse curve
lo stesso sorriso
e il bel viso
adornato dei suoi capelli castani
forse un po’ rossi
la sua voce che sfiorava le altezze
e il sogno di una Russia
durato sette anni e di più
il periodo di tutti gli studi
dopo la follia
non si può dimenticare
tale periodo
vissuto nell’ispirazione infinita
di lei
che appare sempre
come il vero inizio
che dà la pagina
a questo scrivere virtuale
l’inizio
lei
Katia
che si sovrappone a tutte le ragazze di sempre
e a quella compagna
che lei mi ricordava
piena di vita
d’amore
di bellezza
che per gli scherzi del destino
non ha voluto
vederci assieme
histori na ndau
la storia ci ha separato
e quella bandiera che svettava nel sogno
aquila rosso nera
simbolo di un eterno ritorno
del sogno d’amore erotico
là dove il desiderio
fa valere la sua verità
di fronte all’anima che a volte si perde
sovreccitata di caffè
di lavoro
di alcol
di studi
di niente
di un niente che vorrebbe avanzare
e annichilirti
o votarti alla più insana
follia
l’estasi mistica bianca
non può più portarmi via
là dove nel sogno erotico
si perderebbe la ragione
e poi si deve tornare
alla vita di tutti i giorni
al di là dell’amore erotico
giornata che sarà
tra parenti e genitori
tra amici forse
tra conoscenti
con il ricordo di lei
certo
ma senza che invada l’anima
fino a farla impazzire
e gli amuleti della stanza
che vedono ogni giorno
e ogni notte
il mio risveglio e il mio addormentarmi
servono a sigillare
pensieri e visioni e parole
e immaginazione
che altrimenti mi invaserebbero
come un oracolo
fuori di testa
alla ricerca di una divinità
che faccia estasiare
e perdere la ragione
e svenire di follia
come il più perduto
degli ebbri
ubriachi
e febbrecitanti
d’amore
ho ancora il controllo delle parole
e di questa mia anima
che a volte va fuori di sé
non temerò
il confronto con chi mi segue
riportato alla normalità
dopo l’eterno mio girovagare
e impazzire di sensazioni
tra caffeina e alcol in eccesso
alternati
come l’anima s’alterna
a stati d’animo alterati
estremi
senza vie di mezzo
tra chimica e non chimica
psichedelica
che a volte salva
e più spesso
invece
danna
quella giusta via di mezzo
nel ricordo di ciò che è verità
di ciò che può salvare l’anima
come nei miei raccogliementi
dove si svela
il vero
al di là di tutti gli idoli
e le fantasie sovrannaturali
e mistiche
ed erotiche
Katia
rimane
nel lontano sottofondo
e tutte le ragazze con lei
lei
ricordo primigenio
l’inizio
di ogni follia
che spalanca le porte
all’infinito
che vive in me
in questo mondo dove il limite
è necessario
per non impazzire
s’invola così e si estasia
l’anima mia
pur restando saldo
alla terra
sono ancora qui
sono sempre io
sono sempre me stesso
con me e con gli altri
comincio a conoscermi anche troppo bene
e quanto vorrei e non vorrei
questo eterno ritorno
questo ciclo infinito
tra abissi ed estasi
tra piattume e terrore panico
tra tranquillità illuminata
e nervosismi
e sovraeccitazioni
e rabbia
e odio
e amore per il mondo intero
e solo per lei
ragazze che mi fanno sentire
vivo
e mi fanno dannare
ed estasiare
e perdere e ritrovare
là dove solo una luce bianca
ed un volto
un mahdi
figura di pura luce
che porta la tranquillità
là dove c’era la follia
eterno alternarsi di sensazioni
che mi travolgono
vivere la follia
ogni giorno
senza impazzire
eterno alternarsi di sensazioni
che mi dannano
e mi fanno sentire vivo
allo stesso tempo
non c’è quasi mai tregua
in questo sciabordìo
dell’anima
e a volte mi sembra
di essere appeso ad un filo
tra lo squilibrio
che si scatena
solo per poetare
o raccogliersi
unici momenti
dove la salvezza ancora mi visita
per darmi pace
e benedizioni
non c’è fine alla follia
al ricordo primigenio
Katia
il primo amore
la prima follia
e vivo con questo infinito
in me
in questa
rapsodia
tra follia e quiete

Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Sciabordìo dell’anima…

Torture ottomane
dell’anima
tra capelli e barba da tagliare
appuntamenti dal dentista
alcol a fiumi
tra una giornata al bar
tra vodka
e partite di calcio
in mezzo agli sconosciuti
a parlare dei calciatori nuovi
delle scommesse
angelo caduto
che si ritrova tra gli ultimi
dopo le altezze
e le vette
orizzontalità
senza fine
di gente perduta
che non ha neanche un cervello
per pensare
uscivo così
dai miei loop
dopo quelle righe
di quel libro
sul poeta folle
dei canti orfici
il folle del paese
lo scemo
il poeta
che aveva paura a parlare
con le bariste
scambiare due parole con Miryam
chiederle di versarmi altra vodka
perdermi quasi
nel suo sguardo che mai si capisce
tra quel suo sognare
e invocare divinità sconociute
e la volgarità
e l’ignoranza
di quella gente
che anche scambiare
due parole con il turco
sembrava un’altra tortura
i turchi emigrati a Berlino
diceva
a ripopolare la Germania
battute
che neanche a Tirana
pensavo di trovare
e invece è qui
uno scorcio di periferia
tra canzoni turche
che si aprono a fine seduta
dal barbiere
suoni medio orientali
dal peggiore dei film
d’orrore
che si possa immaginare
neanche fosse un libro
surreale di
Ismail Kadaré
si va avanti così
tra l’officina
il bar
il supermercato
il barbiere
il dentista
la biblioteca
e le uscite con gli amici
che ultimamente non ci sono
mentre becchi la sera
la romenina
che lavora al Carrefour
là fuori a fumarsi una sigaretta
una tipa come tante
una stupida come tante
che neanche potrebbe cantare
I’m lost in Instambul
Na nana na na nana
I’m lost in Instambul
che non so perché non mi va più
di leggere Orhan Pamuk
territori d’altrove
dove ci si può perdere
straniamento
tra baristi e bariste cinesi
clienti maghrebini
e meridionali
è quello il luogo per me?
O mi sto alienando
trovando parole dure
che neanche dall’amico cinese
invasato di regime
pensavo di trovare
quanto è lontana l’Italia
in queste note
perso nei miei esotismi
o forse solo alla ricerca
di quelle sensazioni di multiculturalismo
che fanno impazzire
il miscuglio delle culture
il nocciolo della mia anima
che però
come Malinowski
l’antropologo
a volte il controtransfer
di tutta questa gente d’altrove
altre razze altre lingue altre culture
a volte si fa sentire
e invocheresti quasi
l’infanzia perduta
quando tutto era così di casa
mentre ora
è tutto così
unheimlich
estraneo
alienante
affascinante
dove ci si perde
tra ragazze albanesi
di una volta
rubate alla strada
sorelle romene
russe di tempi andati
Alina che non c’è più
e altri orrori
ed esotismi
non c’è più l’aurea infima
di purezza
dell’angelo che una volta
toccava le vette del cielo
ora quell’angelo sembra caduto
in questa bettola di periferia
dove gente di ogni tipo razza cultura religione
si incontra
e resistere a questo trasformarsi
del mondo
è pura follia
di chi sogna
una purezza
che non c’è più
che non andrò per sentirmi di nuovo a casa
leggi
in claustrofobia
al bar dei vecchi fascisti
grand Italia
quando mai
è la nuova generazione che avanza
il futuro
il mix di razze culture linge religioni
il bar dei cinesi
dei maghrebini
dei meridionali
dei tamarri
è la periferia che avanza
tra battute di ragazze da strada
è altre volgarità che poi trovi
quotidianamente
quando vai a lavorare
nelle officine
è lontano quel mondo
tutto incantato di film
canzoni musica
libri
degli amici
che per distinguersi
fanno gli snob
o gli alternativi
solo per diventare ancora più alienati
da una realtà
che non ha pietà
non ci si può barricare
nei propri mondi di fantasia
e ti ritrovi
in bettole
officine
trattorie dei lavoratori
come l’altra volta
là dai cinesi
che mi sembrava che il comunismo
sovietico
cinese
si fosse davvero realizzato
qua in periferia
anziani
stranieri
muratori
lavoratori da quattro soldi
tutti assieme al ristorante
dove sembrava che una stella rossa
si elevasse al di sopra di tutto
la vita in società
tra le sue schifezze
le sue bassezze
le sue battute
da quattro soldi
i suoi sfottò
è questa la vita
e non c’è modo di immaginarsi
alte società che non esistono
non vivo nell’ambiente
dei Rotschild
e neanche in quello degli Agnelli
è la vita di periferia
tra il suo squallore
e le sue altezze
i suoi orrori
la sua sensibilità
unheimlich
che l’innocenza
e l’incanto di una volta
sono perduti
caduta
dai cieli
per una ragazza da strada
dove una volta c’era la poesia
ora c’è solo
la più volgare delle battute
mentre in un angolo
ancora rimasto dell’anima
provo a coltivare
quella sensibilità
l’unica cosa rimasta
che ti possa elevare
al di là
dello squallore
tra libri
e libri
e musica
si può rimanere uomini e diventare uomini
tra inferno
e paradiso
che era inutile
cercare stati mistici e alterati dell’anima
ci pensano gli altri e le altre
a farteli raggiungere
in questo caos
di sensazioni
dove le parole non bastano più
e sembra quasi di risolversi
l’enigma di una volta
vengono prima le parole
o i fenomeni?
Prima le parole
o le immagini?
Le immagini
ti sembra di dire
le parole arrivano solo dopo
per cercare di dare un ordine al caos
un ordine che non c’è
ma che devi trovare
se non vuoi
impazzire del tutto
vita di infima periferia
che il paradiso è perduto
e riguadagnato
allo stesso tempo
ci si fa la pelle dura
la scorza
la corazza
non si cede
alle debolezze
si va avanti
si diventa e si rimane uomini
così
al di là di quei mondi virtuali
nei quali tutti si perdono
per sfuggire alla realtà
mondi personali
inventati
per sfuggire
allo squallore
che non capisci più
quelle ragazze di università
in che mondo vivevano e vivono
come quei post
di quella che una volta
quasi ti faceva sognare
che di certo nella vita di periferia
non durerebbe un giorno
mondi a parti
siamo a volte
differenze di classe
di luogo di ambiente
d’età
di percezioni
di modo di stare al mondo
in questo sconquasso
dove non mi va neanche di cercare
l’amata della vita
nella nuova app
pubblicizzata
a mezzogiorno in trattoria
alla televisione
come si fa ancora a credere nell’amore
dopo questo mondo caduto
tra inferno e paradiso
dove l’orizzontalità
diventa tutto
e le altezze mistiche
solo dei lontani ricordi?
Si frantuma il mondo
il ciclo di creazione
conservazione
distruzione
si riapre ancora
e porta questo stare con i piedi per terra
che gli amici ormai
non li capisci più
loro che vivono in stadi precedenti
dell’anima
ancora alienati
nel loro mondo personale
fatto di virtualità
e ideali
e teorie
da loro solo immaginate
la vita da periferia
porta via tutto
tra il prosaico
e il sublime
tra misticismi
e concretezze
che non sai neanche te
come ti ritrovi
invochi solo una divinità perduta
perché ti aiuti ad andare avanti
e sai già che la giornata
ti aiuterà da sé
se avessi sonno
voglia di vivere
di scherzare
di lavorare
studiare
scambiare due parole
sentire cazzate
la vita non è quello che ti succede
ma il modo in cui
tu reagisci alle cose
attorno a te
forse far niente
rilassarsi
pensare
elevarsi
o trovare quel vuoto dell’anima
dove tutto
sfuma via
e si dissolve
e diventa evanescente
non rimane più niente
non credi quasi più a niente
in questo infinito
sceso in terra
tra inferno e paradiso
tra misticismi
e concretezze
di periferia
ed elevazioni
che sarebbe impensabile trovare
qui da queste parti
vai avanti così
come un angelo caduto
tra paradiso perduto
e paradiso riguadagnato
in questa scia di colori
e sensazioni
persone
sciabordìo dell’anima…