Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E trovare l’accordo dell’anima dopo sogni e visioni…

Compresso, il lavoro che comprime le attività libere, che toglie l’energia, svegliarsi, più intito del solito, la prima settimana di lavoro, la stanchezza, troppi caffè, troppe sigarette, svegliarsi e andare in tilt nell’evocazione di preghiere lontane, troppo automatici i movimenti, le invocazioni, in tilt, solo nel sottofondo la musica, la musica albanese, e il ricordo di ieri notte quando volevo andare a trovare Aleksia, la sorella di Ana, ma la voglia si diluiva nel sonno e nella stanchezza e quella spogliarellista online bastava già così, per tolgliermi di dosso una giornata che aveva rotto il cazzo, ritornare a casa, la notte, e vedere mio fratello che parlava con mio padre, non so perché erano lì, poi, capivo, una volta arrivato, gli aveva portato i sensori di parcheggio della nuova auto, da installare, no! Mi dicevo, anche alle undici di sera questi parlano di lavoro, che nervoso! Lasciatemi dormire e riposare, tanto più che le mie droghe stanno già facendo effetto, e cadrò in un sonno così pesante che voi umani non conoscete neanche! E la notte e i sogni… già la notte prima era stata piena di sogni, ero là, in Spagna, con degli amici, a cercare lavoro, a trovare lavoro, e ad un certo punto compariva Marcello, che diceva che si trovava bene lì, anche se c’erano i suoi lati negativi, e mi sorrideva… capivo dopo, quando me ne stavo con una ragazza e nei sogni la carica erotica si spostava su di lei, che facevo mia, e subito dopo c’era come un bivio, una scelta, in un’atmosfera spagnola che per tutto il sogno non era solare, ma blu, blu come la notte, come un quadro di Picasso o di Goya, e a quel vibio al di sopra dei grattacieli c’erano due discese, una che garantiva il piacere della ragazza ma un futuro incerto, e l’altra che dava sicurezza sul lavoro, ma poi non si sapevano gli effetti collaterali, non sapevo dove farmi strisciare giù da questi due scivoli, e alla fine lasciavo la ragazza alla mia sinistra, che se ne andava con altri fricchettoni, lavori malpagati, atteggiamento giovanile predatorio sul lavoro e in ogni cosa, sugli affetti e le amicizie, e Marcello invece mi sorrideva quando arrivavo giù dall’altra rampa, quella del lavoro, e mi diceva: “Ora dovrai fare i conti con la burocrazia, la noia, la frustrazione, imparare a saper resistere…” e sorrideva e se ne andava, tra quelle piazze e quelle vie straniere che lui conosceva a memoria, talmente era da tanto tempo lì, e io mi disperdevo, nella città sconosciuta, vagando alla ricerca di un futuro che non vedevo…

E anche la notte di oggi era piena di sogni, con quei compagni delle medie che rivedevo, Taro, Carluschi, Pordenon, tutti che si erano sistemati con il lavoro, e si usciva per mangiare qualcosa, patatine fritte, hamburger, bere una birra, in un locale che non era né un MacDonald’s né uno Spizzico, ma una specie di pub all’americana, di quelli che vedi lungo la via, con i tavolini, il bancone, le cameriere pronte a servirti, e il sogno si disperdeva in ricordi lontani, l’ultima volta che li avevo visti, il quartiere su in collina del paese qua di periferia dove abitavano, una stanza nera dove ci sedevamo ai tavolini per parlare, di lavoro, di compagne, degli anni passati, e mi svegliavo solo per uscire da quell’incubo, quell’incubo di dover raccontare la mia vita così diversa dalla loro, così fuori dagli schemi, e mi svegliavo, un incubo…

Mi svegliavo solo per fumarmi la sigaretta delle cinque del mattino, in maniera automatica, senza neanche sentire il craving, per decidere cosa fare, se cercare a continuare a dormire o stare un po’ svegli e aspettare le sei e mezza, non aveva ancora albeggiato… tornavo a dormire, e altri sogni ritornavano, sogni erotici dalla carica intensa, e quel mondo dove mi perdevo, dove c’era un islamico frocio che si vantava della sua patria, perché finalmente anche loro avevano scoperto qualcosa nel campo scientifico, Enrico, l’amico di Benito, anziano, il padre di Andrea F., che faceva il carabiniere insieme ad altri carabinieri più giovani, e parlavano di qualche misfatto, di un certo romeno che era stato ospitato a casa di qualcuno in appartamento e aveva fatto una strage, stuprato o forse ucciso la figlia di questo, e il romeno stava lì a camminare nel corridoio che dà alla portineria, avanti indietro, un po’ disturbato di mente, mentre i carabinieri aspettavano ordini di trasferirlo in una prigione in Corea, non so perché, e mi ritrovavo poi a rivedere la strada di quell’appartamento, dal di fuori, e l’islamico frocio che si vantava dei successi scientifici del suo paese sorrideva, mentre compariva un altro personaggio, una specie di nobile chierico da libri fantasy, in un’atmosfera di libro fantasy, da fiera del libro, e il mondo dei libri, dei personaggi, si confondeva con il mondo degli scrittori e delle scrittrici, non si sapeva più quali fossero i personaggi inventati e quelli reali, in un mondo dei sogni dove tutto è tutto, e mi sedevo davanti alla scrittrice, guardavo il suo libro e le dicevo: “Questo libro mi ha fatto schifo!”, e lei mi guardava male… riprendevo soltanto un attimo nelle mani quel libro e lo sfogliavo, solo per ricordarmi i personaggi dei vari racconti, e subito mi accendevo, e mi correggevo, e gli dicevo che il personaggio islamico mi era piaciuto un sacco, anche l’altro terrorista che stava là in quell’appartamento, e quel chierico nobile da racconto fantasy, e la scrittrice giovane subito si lasciava andare, cominciavamo a parlare, su quel tavolino, e ci avvicinavamo e cominciavamo a sussurrarci qualcosa nelle orecchie, mentre io mi perdevo nei suoi capelli, nella sua chioma, e la abbracciavo, e ci abbracciavamo, e godevo del suo corpo, delle sue curve, della sua presenza, ed era un altro sogno erotico, tra i tanti di queste notti, e mi perdevo nei suoi capelli, come ieri avrei voluto perdermi nei capelli di lei, e mi svegliavo, mi svegliavo…

Il risveglio, che un caffè non bastava, due erano troppi e dovevo correggere con la droga, dovevo andarmene da quella stanza dove si sogna, dove si dorme, dove si prega, dove si studia, dove si guardano i film, dove si fanno troppe cose compresse, anche ascoltare la musica, e dovevo solo uscirmene e fare quattro passi, con le cuffie del cellulare con la musica pop albanese, solo per andare al bar a comprare le sigarette, e lì la visione si rivelava, una volta per tutte, Valeria, la barista, che mi sorrideva, lei e il suo corpo che mi ricordavano quello dove avrei voluto perdermi nella notte, il suo volto, il suo sorriso, che stamattina non ero lì a provare il mio modo d’essere ieratico e rilassato, ma solo per uscire dalla follia, da questa pressione e stanchezza lavorativa che fa sragionare, e lei mi sorrideva, mi dava le sigarette e potevo poi andarmene con la visione di lei, la musica nelle cuffie, camminare, camminare, spazieren, avere spazio per me e le mie visioni, non più tutto così compresso e impazzito, dove i sogni si mescolavano alle visioni, le parole alle intenzioni, la vista del mondo al caos in me, e camminavo quel giusto che bastava perché la droga faccesse effetto, e la musica, e i sogni, e le visioni, solo per sentirmi più rilassato, entspannt…

Tornavo qui ed era già ora di scrivere, con questo tempo che incalza e ti toglie l’energia per fare tutto quello che vorresti, leggere, scrivere, studiare, sognare, avere visioni mistiche, trovare la carica per lasciarsi andare alla chioma di lei, oppure semplicemente per stare più calmo e meno fuori di testa, come gli altri giorni, usciti dal relax e dalla meditazione, che sembrano già essere andati a puttane…

La giornata inizierà lo stesso, senza che il tempo incalzi ancora, il tempo rallenterà, e il mio modo d’essere, troverò ancora l’accordo dell’anima e non mi andrà più di impazzire, di scrivere come un forsennato, di sognare e maledire e avere visioni e benedire ed essere indifferente e fregarmene e impazzire e rinsavire e non sapere più neanche dove sia finito, cosa voglia, cosa stia facendo, perché mi devo stressare per avere i soldi per stare male, per stare bene, che non si capisce più, meglio non pensare, dimenticare le parole e i discorsi, e trovare l’accordo dell’anima dopo sogni e visioni…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

Nel sogno, ritrovarmi non so dove, in una specie di aeroporto, vestito di nero, con il cappello nero da rabbino ortodosso, camminare per quel non-luogo, vagare, e vedere passare davanti a me vetrine, negozi, luoghi di culto che non avevano differenza con quel dell’aeroporto, e una schiera di rabbini anziani mi seguiva, vestiti di nero, con le lunghe barbe bianche, la visione di una sinagoga, tra palazzi e castelli antichi, e quella facciata, e mille turisti, e le lacrime e il pianto giudaici, con quei rabbini nei quali mi confondevo, camminando per l’aeroporto, nel sogno, le lacrime e la sinagoga e i turisti e il ricordo vago di Berlino… mi ritrovavo nel corridoio di un hotel, perduto tra quei piani e quei corridoi, i tappeti rossi che davano sulle stanze, e in un corridoio c’erano ragazze che aspettavano fuori dalle porte, si sapeva che ragazze erano, e fermarmi da una di quelle, con tutta la carica erotica di questo mondo, e perdermi in lei come mi perdevo l’ultima volta da Aleksia, la sua bellezza, i suoi capelli biondi, il corpo e le curve dove perdersi, il piacere smisurato e infinito, e la bellezza di lei, un sogno, come Aleksia, ricordo e sogno erotico…

Mi svegliavo, nel fondo della notte, ancora in preda a quelle visioni, tra religiosità ed erotismi, al fresco della notte, riprendersi un attimo e uscire nel giardino di casa, a osservare il verde, e il blu della notte, ricordavo come la sera prima mi ero perso in canzoni albanesi, nel ricordo di Rudina, il desiderio per lei, quel vino rosso che si scioglieva in bocca, quella musica che mi esaltava, quel sogno di lei, di una vita, di un lavoro, di un matrimonio, un sogno e un desiderio di festa, che mi dava la carica, e perdersi in quei vocalizzi, come sempre, Ohrwurmen, earworms, tormentoni, solite note ripetute all’infinito, come quella musica che ascoltavo sul lavoro, l’estasi musicale, e la bellezza di Rudina, e il sogno di lei, un sogno di vita… mi addormentavo solo con le sure del Corano, per risciacquare suoni che davano alla testa, la visione della luce alla fine del mondo, e la scomparsa di visioni d’amore, di matrimonio, di vita, di carica dionisiaca e apollinea allo stesso tempo, mi perdevo in quelle sure, in quel salmodiare, e trovavo il sonno… il sonno, i sogni, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, che nella notte altri sogni si ritrovavano in me, come in una stanza rettangolare, piena di banchi, a ferro di cavallo, l’insegnante sconosciuta che chiedeva di chi fossero quelle foto, noi che avevamo fatto un compito di fotografia, vari album, e l’insegnante chiedeva di chi erano le foto di “Stalker”, e io indicavo il mio amico, quello che vorrebbe sempre fare la svolta nel mondo dell’arte, “Stalker”, dicevo, “E’ lui!”, e indicavo l’amico, che confermava all’insegnante, e lei gli diceva che quelle foto erano interessanti, e aveva contatti giusti per immetterlo nel mondo dell’arte, finalmente, il suo sogno poteva realizzarsi, in quel sogno, e poi faceva forse un altro nome, l’insegnante, forse una compagna, una compagna delle superiori, Paola, e mi perdevo in un sogno dove volavo su fabbriche abbandonate, tipo quell’enorme complesso abbandonato qua in periferia, tra ciminiere e capannoni dismessi, volavo sopra quel complesso che sembrava Chernobyl, o il film di Tarkosvskij “Stalker”, e vedevo a gruppi di persone che erano vestite in Cosplay, c’era come una fiera, una manifestazione, e ad ogni capannone sorvolato dall’alto c’era un gruppo di persone, vestite come Tekken, Final Fantasy, Gundam, Giappone dell’anima otaku che si ritrovava in quelle fabbriche dismesse, e al di sopra di tutto io volavo…

Finivano forse i sogni, per la notte, per il giorno, che mi svegliavo con la consapevolezza che un altro giorno di lavoro mi aspettava, che Dostoevskij letto ieri poteva anche aspettare, per un po’, la voglia di sentire la lingua albanese al telegiornale, i raccoglimenti mistici per ritrovare me stesso, tra religiosità ritrovate ed erotismi liberati, il ricordo onirico dei sogni, il fascino della mistica e dell’onirico, infinita ispirazione, e mi ritrovavo a invocare i sogni, i ricordi, i desideri, e tutto si disperdeva nell’evanescenza, in quella spiritualità alternativa che sa come affrontare il mondo e la vita, e serbare, come un meccanismo di difesa, la propria personalità in mezzo a quelle persone e quel mondo, che a volte vorrebbero portarti via, come quel sogno del collega che mi chiedeva perché leggevo di Abdul Bahà, e non era per niente contro, diceva solo che sono le stesse cose della chiesa, e mi ritrovavo come in un oratorio, in mezzo alla gente, ognuno a vivere la religiosità come gli viene, a modo suo, così è la vita, così è anche la spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, e mi perdevo e mi perdevo, e mi perdo ancora, e non so più trovare un punto fermo, quando tutto diventa infinito, e Dostoevskij potrà aspettare, e gli altri libri, e gli altri film, e gli amici, e chi mi segue, ed ogni persona ed ogni cosa, in questo tempo che a volte si comprime solo per scatenare desideri più forti, e voglie, e interessi, il tempo rubato al piacere che si dà alla realtà, e la realtà che invoca il piacere, libri, musica, film, uscite, arte, spiritualità alternative, questo modo di vivere che fa parte di me…

E me ne andavo al bar, come sempre, ogni mattina, il solito caffè, le solite sigarette, incrociare persone, sentirle ridere, scherzare, parlare, la musica e il telegiornale alla televisione, la gente che fumava, il risveglio tra gli altri, che lasciavo perdere il caffè bevuto in ufficio o in casa, senza gente attorno a me, vivere assieme agli altri, e conservare se stessi, nella propria spiritualità alternativa, tra erotismi e onirismi, ritrovare se stessi, come ieri quando pensavo a quell’aquila albanese che ricorda sempre l’eterna lotta tra Islam e crisianesimo, Vlad Tepes, Skanderbeu, medioevo dell’anima e ispirazione infinita, là dove trovo me stesso, e non mi perdo più se non nell’infinito, nell’ispirazione infinita, nella mia spiritualità alternativa, tra onirismi, visioni ed erotismi, ispirazione infinita…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

E sembra quasi settembre, sembra quasi tempo di tornare a scuola, come ormai quasi nove anni fa, quando tornavo alle superiori per recuperare gli anni persi, le compagne, i compagni… che la notte sognavo la compagna di banco, la più figa della classe, la mora e magrolina LoRusso, che mi eccitava sempre, con quel suo fare sbarazzino e stupido, coi lunghi capelli neri, pugliese, che solo il cognome era un programma, LoRusso, come una vera russa, come Katia, e poi Federica, il suo nome, tutta eccitazione, che mi ricordavo quelle volte che ero eccitato e il prof di italiano gridava: “Lorusso!”, forse perché lei se ne accorgeva, anche lui, non so, ma era rimasto un desiderio così, lontano, che nella notte si risvegliava, in un sogno da favola medievale… ero come su un largo ponte, sospeso nella foresta incantata, e sotto quel ponte c’era come un portone sacro, pieno di immagini e bassorilievi, e incatenata a quel portone c’era lei, che aspettava un incantesimo che la liberasse, non so perché mi gettavo in un piccolo lago lì vicino, e quando scendevo sott’acqua potevo respirare tranquillamente, anzi anche meglio che si fosse aria, era un lago magico… e mi perdevo tra quei fondali, nel sogno che era fatto di verde e blu scuro, nel fresco di settembre, e alla fine della prova, dell’incantesimo, c’era lei che si rivelava essere una creatura minuscola, non più grande del palmo della mia mano, e lì stava tutto l’incantesimo, l’avevo vinta, ma la sua maledizione era di rimanere una ragazza piccola, e io troppo grande per lei, la desideravo, come lei desiderava me, ma alla fine dell’incantesimo, per liberarmi da quel ponte, da quel lago, dovevo rivolgermi verso il portone incantato al di sotto del ponte… mi voltavo verso di esso e lasciavo perdere Federica e il suo incantesimo, e quel portale si schiudeva per lasciar spazio a raggi dorati e blu e argentati, dove compariva un altro mondo, tutti i compagni e le compagne, quella Jessica di una volta, anche poi compagna dell’università, e si apriva un mondo dove qualcuno mi parlava di cartine geografiche, storia, il corso del mondo, e compariva mio padre che diceva che Trump gli aveva lasciato un messaggio, chiedendogli dove mangiava quest’oggi, in quale ristorante, e lasciavo alle mie spalle l’incantesimo di Federica, del portale, del ponte, del bosco incantato, di tutte le fate come Jessica e Federica, e sognavo ancora delle fate e mi perdevo poi in quei fasci di luce bianca, argentata e blu…

Mi svegliavo, erano le sei di mattina, un orario decente per non tornare a dormire, e gustavo la luce dell’alba, e sognavo ancora l’incanto di lei, di Federica, della Lorusso, e dentro di me sentivo da lontano l’unica vera voce russa che mi ha mai ispirato in questi lunghi anni di studi russi: la voce acuta di Katia, la voce splendente di Katia, persa nei ricordi e negli anfratti della memoria… Lorusso, Katia… le due fatine dei miei sogni… e mi svegliavo, consapevole di doverla smettere con le troppe droghe di questo periodo che ho davvero esagerato, con i troppi caffè, le troppe sigarette, ma non ne facevo come al solito legge al di sopra di me stesso, non mi imponevo ideali irraggiungibili, mi dicevo solo che era meglio non pensarci, e vivere più liberamente, senza il peso di leggi inarrivabili che fanno solo stare male… ripensavo alle letture di ieri, quell’arte russa e quelle chiese ortodosse, ricordavo quando vedevo il prete passare davanti alla chiesa, con il suo saio nero, che ricordava quello di certi popi ortodossi visti in foto, ricordavo la follia di ieri mattina, che attribuivo a Miryam, ad un sacco di altre cose, mentre ogni volta può essere una cosa o una persona diversa, ma è solo la mia anima che va in tilt, che ogni volta dà colpa a cose e persone diverse, ricordavo le troppe droghe prese, che attundevano tutta la giornata, e non bastavano poi i caffè a recuperare, e altre droghe ancora per riprendersi dal caffè… ricordavo le due ore passate, nel pomeriggio, lì al bar, seduto su quella sedia là fuori, a guardare la gente che passava, a bermi la mia acqua e a fumarmi un paio di sigarette, tutto il relax, e la salvezza dell’anima che arrivava di giorni solo grazie alle sure del corano, che mi rilassavano, che davano efficacia alle droghe prese per non impazzire, e mi riprendevo pensando a come la sera ero ormai completamente uno straccio, solo il pensiero della divinità mi salvava, mentre una sensazione di morte e di follia mi prendeva, e mi sentivo come quando ero ricoverato, completamente perso e privo di riferimenti, e mi sdraiavo sul letto, come se non ci dovesse essere un domani, come se il domani fosse ancora in ospedale a tempo indefinito, e visualizzavo la figura bianca della divinità, alla quale mi rivolgevo per trovare il sonno, e la quiete dei sensi, e liberarmi dalla follia e dal male… la notte, appunto, la notte che portava i suoi sogni, un sogno erotico e di settembre, tra Katia e Federica, la voglia ancora di perdermi nell’arte  nella letteratura russa tradotte in italiano, il giusto sentire di una volta, il settembre e la voglia di studiare, di vivere tranquillamente, di avere ancora tutto il tempo del mondo, senza più sentirmi alle strette, il sollievo di non aver incontrato quegli amici e la pesantezza dei loro discorsi, le loro stupidaggini, e settembre si faceva sentire, nei sogni, nel tempo, nell’aria e nell’atmosfera, e nell’anima, che sembrava che il tempo ricominciasse daccapo, fino alla fine dei tempi, lo sguardo sul passato che cambiava, e i ricordi, e il futuro, e il presente, tutto prendeva un’altra forma, e mi sentivo me stesso, ritrovato, con i ricordi di quella sinagoga a Berlino, i ricordi del settembre al Pasolini, Federica, Jessica, le tante ragazze, la lingua e la cultura russa che allora desideravo tanto, rimandate sempre ad un’università a venire, il ritorno della Russia, la voce di Katia, la sua bellezza, il caos che si ritrovava, la leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica… 

Non so che farò quest’oggi, mi perderò forse nei libri, di nuovo, e non mi perderò, mi ritroverò, avrò ancora voglia di Russia, al di là dei commenti di chi non capisce, avrò ancora voglia di cultura e libri, e di stare bene, consapevole che i libri da soli non salvano, che c’è qualcosa al di là dei libri, al di là dello studio e del lavoro, delle amicizie e dei discorsi, qualcosa che trovo la mattina al risveglio, all’alba, invocando quella divinità che mi faccia trovare me stesso per tutta la giornata, e vorrei sempre vivere così, con questo sentire, con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Il sole, dopo le nuvole… Aleksia…

Ortodossia dell’anima
Aleksia
rivederla
stamattina
al bar
alle sei di mattina
a bere il caffè
seduta là
al tavolino
di fianco alla solita vecchia
un quadro impressionista
lei
sorridente
di quel sorriso di luce del sole
che sa che l’amore
è inganno
e allora tanto vale
amare tutti
e non amare nessuno
uno sguardo
sei proprio tu?
Il mio
e lei
un cenno
del capo
sono proprio io
come l’ultima notte
ho capito
le dicevo
con lo sguardo
tra clienti e prostitute
non si può parlare
al di fuori
del lavoro
nella vita
chiunque
potrebbe essere chiunque
e nessuno
Aleksia
che mi portavo alla cassa
del cinese più grande
quello sposato
con figli
troppo indaffarato
a preparare il bar
alle sei e mezza della mattina
allora
mi avvicinavo al bancone
per bere il mio caffè
arrivava Miryam…
caffè?

dopo che avevo pregato
come un monaco ortodosso la mattina
per non farmi andare fuori di testa
al mio fianco
lì c’era
Aleksia
che beveva il suo caffè
hai visto Miryam
con chi me la faccio?
Mi veniva da dirle
è lei e quelle come lei
il mio amore
come la notte prima
a capire che tutto
dipendeva
da Alina
come rivederla
l’altra notte
l’amore
le stelle
la luna
scapigliatura dell’anima
tra
ortodossia dell’anima
e follia
e sentimento
ritrovato
un sentimento
che si colora
di monasteri ortodossi
russi
non più dove entrare
ma semplicemente da guardare
come guardavo quei quadri
alla Neue Galerie
di Berlino
quei quadri di un monastero
dove perdermi…
Aleksia…
beveva il suo caffè
mormorava qualcosa
e prendeva il suo cellulare
e se ne andava via
di sfuggita
come una gatta
e mi lasciava lì da solo
con Miryam
che preparava il caffè
altro che islam
altro che…
Aleksia
che incasinava tutti i piani del giorno
di stare con la famiglia
ad una grigliata
che non faceva per me
tornavo a casa
e la musica manele
risuonava in me
come la notte prima
Aleksia
quell’altra
la sorella di Ana
siete tornate?

siamo state in Romania
ah, va bene
ci vediamo una di queste sere
il saluto
il suo volto
la Romania
là dove ogni volta finisce il mondo
per me
e ogni volta non lo capisco
quel ricordo
di quella chiesa ortodossa
l’iconostasi
che ritorna sempre in mente
quel viaggio di quando
avevo quattordici anni
con mio padre
e il suo amico
che si doveva sposare una romena
quella chiesa ortodossa
che ritorna sempre in mente
anche adesso con quel libro
sull’arte russa
tra icone e chiese
e monasteri
non lo so perché
non lo so…
che chiunque accusa sempre i romeni
e le romene
di ogni crimine e misfatto
i fiori del male…
i fiori del male…
i fiori del male…
ognuno
alberga
dentro di sé
un romeno
un albanese
un assassino
uno stupratore
un ladro
e chi si crede meglio di loro
solo perché è italiano
e non si dà ai crimini
e si sente migliore
quando nell’odio
li eguaglia e forse li supera
Христос!
Христос!
Христос!
Come dicevo quella notte
a lei
i martiri e il loro sangue
la vittima sacrificale
la violenza sacra
sui martiri
su di lui
la violenza sacra
come la festa del sacrificio islamica
di questi giorni
violenza sacra
l’omicidio
e i capi espiatori
la violenza
di chi odia il mondo
e vorrebbe sterminarlo
odia la gente
eppure qualcuno si offre come sacrificio
per redimere il male e la violenza
violenza sacra
Христос!
Христос!
Христос!
Che mi viene in mente quell’icona sacra
là in chiesa
quell’icona ortodossa
del battesimo di Cristo
e mille altri
Salvator Mundi
e
Rasputin
la sua dottrina
tra peccati innominabili
e redenzione
che da sola può
avvenire
dopo i crimini
violenza
e sesso
e redenzione
Aleksia
e ogni ortodossia dell’anima
che la musica manele
scorreva e scorreva
questa mattina
quando mi decidevo
a tradire i parenti
e andare al parco
immerso nella musica romena
manele
muzica turceasca
al diavolo
la grigliata
i discorsi da cinquantenni italiani
la mania del cibo
e dei vini
la musica manele
e Aleksia
vincevano su tutto
io una bambina
diceva
eppure vive lo stesso
nonostante
sia
l’ultima della società
disprezzata da tutti
puttana
con una figlia
come Alina
eppure il suo sorriso
di sole
ancora c’è
Aleksia
che il suo nome
riscrive
antichi mali dell’anima
con il sole del suo volto
dupa nori va rasari si soare…
Denisa
Aleksia
dell’anima
sorriso e volto raggiante
il sole
dopo le nuvole…
che non smetterei mai di cantarla
anche a fine giornata
qunado
stare là a Milano al parco
era un tormento
peggio che Berlino
per il caldo assurdo
e dormire dopo pranzo
su un prato che mi dava solo asfissia
e sudore
scappare
scappare da lì
quando ormai la musica
era finita
e cercare quel treno
con l’aria fresca…
tornare a casa…
la magia…
l’aria fresca…
le canzoni manele…
quattro bicchieri di vino rosso
e tutta l’ortodossia
dell’anima
in Aleksia…
che non c’era più altra relgione
l’amore che fallisce
e che vince
bisogna amare
basta amare
Alina
Aleksia
Ana
Romania dell’anima
manele
e vino rosso
e ortodossia…
non rimane più niente
indescrivibile
questo sentire
che mille libri e mille parole
non basterebbero
forse
delitto e castigo
e Sonya
e il suo biglietto giallo
il crimine
l’odio
la violenza
la prostituzione
la povertà
la redenzione
il sole del suo volto
Aleksia
e l’ortodossia
dell’anima…
non so perché
quella romena sulla via
mi chiamava
parinti…
monaco…
sarebbe
o quell’altro muratore romeno
diventa padre!
Mi diceva
e non so più
se sono un Rasputin
o solo un suo discepolo
tra le mie follie e i miei studi
so solo che
Dostoevskij
e l’arte
russa
mi terrà compagnia
ancora per parecchio
ortodossia dell’anima
sole dell’anima
Aleksia
e il suo volto
senza quasi desiderare
solo immaginare
che un giorno
anche lei
sarà cantata da qualche monaco
al suo funerale
nonostante la sua vita
al di là delle regole
prostituta
dal volto solare
e dalla voce
che sapeva di manele
ortodossia dell’anima
e amore…
bisogna amare…
Aleksia…
che non so che farmene
di questa giornata
i soldi buttati via
non rimane più niente
solo un caffè per domani mattina
non so che farmene
delle pagine da leggere
là dove le parole
ancora una volta
non bastano più
Alina
Aleksia
Ana
ortodossia dell’anima
e mi perderei
mi perderei
e mi metterei lì
davanti ad un monastero
ortodosso
a contemplare
la vita
l’amore
la morte
il desiderio
e l’inganno
e la redenzione
e così all’infinito
bisogna amare
ancora una volta
ortodossia
dell’anima
Alina
Aleksia
Ana
e non finirei più di scrivere
e intanto l’anima
è ebbra di amore
e di musica
e del volto di lei
il sole
dopo le nuvole
Aleksia…

Poesie, Visioni

Sull’orlo della follia e della salvezza, apocalissi quotidiane e ispirazioni infinite…

La salvezza passa attraverso
gli islamici
mi verrebbe
da scrivere
un nuovo vangelo
quando oggi vedevo
quel pakistano
vestito di bianco
che si fumava una sigaretta
e fumo ancora
come un turco
sei musulmano?
Mi chiedevano
a Berlino
i paninari
no!
ma mi lascio liberamente
ispirare
come quel libro sul sufismo
che porto sempre con me
nessun altro dio
al di fuori di Dio
e tutti gli idoli
se ne vanno
nel dimenticatoio
come quelle immagini sacre
che non erano sacre
ma erano frutto di nevrosi
che per poco non mi facevano impazzire
impedendomi
di ritrovare il sonno
di un Morfeo
che ultimamente mi gioca
gli scherzi
solo attraverso
quell’islamico trovavo
il principio
dell’assenza di figure
di eccesso di immagini
di idoli
e l’unico idolo rimasto
è quell’aquila
ancora una volta
il suo nero
sul rosso
come il rubino
di un’apocalisse
che sa ancora di minareto
e chiamata sacra
di non c’è niente
più grande della divinità
e quel bianco
vestito
rimandava ai profeti
che non vietavano
l’amore
ma anzi si circondavano
di concubine
e Salomone
e Davide
e tutte le loro donne
mi rifacevano visita
al ritorno dal sonno
riposato
da questo periodo drogato
tra troppe pasticche chimiche
e alcol che
schizofrenizza
anche in piccole quantità
mi serviva la lezione
dell’educatrice
le parole forti
il suo redarguirmi
che quel palazzo dei folli non fa per me
e lo vedevo con i miei occhi
gente perduta
a non sapere perché era lì
a camminare in uno spiazzo impazzito
dove non c’è più neanche quel verde
che una volta c’era
il bosco nell’ospedale
del parco naturale
qua
della zona
e da lì dovevo solo fuggire
per girare in tondo e in giro e in tondo
non capendo più se dovevo
pellegrinare
a Milano e al suo parco
o chissà dove
mangiando anche prima che la fame
mi colpisse
due cose del supermercato
un po’ di riso in insalata
qualche spuntino
per scacciare i demoni della gola
facevo pellegrinaggio al palazzo dei libri
dove finalmente
senza paura
prendevo quei libri ortodossi
di immagini e parole
ortodossia dell’anima
che sa anche lei di litanie
e antifone
senza prediche
intellettuali
e dalla voce intrusiva
puro canto sacro dell’anima
che riviveva in me
e immagini
di una chiarezza evanescente
che da sole
eguagliano
tutti gli arabeschi
eterna antica lotta
orientale
tra chi vedeva crollare
l’impero bizantino
e l’islam
che conquistava il mondo
solo per far sorgere
la Terza Roma
battaglia apocalittica
perenne
tra ortodossia
che si congiunge con l’islam
Vlad Tepes
Skanderbeu
Cid Campeador
che dalla battaglia apocalittica
si trova ogni volta
la soluzione dell’anima
tra ortodossia
islam
e bahaì
e non c’è divinità al di fuori
della Divinità
che non mi tormento più
per erotismi andati
coazioni a ripetere
di ragazze che non ispirano più
e dell’erotismo non ne faccio più
divinità assoluta
ma passaggio
tra un salto di nervi e un altro
ho anch’io le mie cose
certe volte
e le ultime follie e nevrosi
sono bastate a farmi capire
che con la chimica
e gli idoli non si scherza
per non far saltare i nervi all’anima
mi diceva lei
che ogni lavoro
è uno schifo
che anche i suoi capi
non la stimano e
lei con loro non va d’accordo
la pensano diversamente
come anche qui da me ogni volta
lavoro che fa star male
colleghi e ideologie
e opinioni differenti
non si può avere tutto dalla vita
e mi lamentavo pure
sopportazione nel limite del possibile
è vivere anche così
il mondo perfetto non esiste
non ho più diciott’anni
che si pensa e si sogna un mondo
perfetto
un lavoro perfetto
tutto perfetto
come si vuole
pieno di ideali
e sogni
non sono più un giovane
sono ormai un uomo che deve venire a patti
con la realtà
e se la divinità in questo mi aiuta
che ci sia spazio per lei
e non per le mie nevrosi
e i miei ideali irraggiungibili
l’erotismo che c’è e che fu
la tranquillità
oscura
nera sul carminio
fulva apocalisse
dell’anima
ogni volta che rivivo
e terrore
panico
e schizofrenia
e crisi da impazzire
solo per ritrovarmi
la chimica può anche bastare
un mese di intossicazione
è bastato
riprendiamo gli orari normali
tra sonno e veglia
e non tormentiamoci più
di ideali e severità
irraggiungibili
che fanno solo impazzire
troviamo la vita così com’è
rilassiamoci e dedichiamoci
alle mie letture di cultura
che è anche questo parte di me
come mi dicevano
ho ritrovato la mia personalità
in tutto questo
tra i miei esoterismi
e le mie credenze
e le parole degli amici
sono solo altre verità
valide per loro
ognuno poi
la vive come vuole
come va da sé
mi aspettano ancora pagine
di tranquillità
senza paura
quiete dell’anima
dopo l’ennesima apocalisse
si impazzisce e ci si riprende
senza bisogno di chiudersi in monasteri
o palazzi dei folli
si vive così
sempre
sull’orlo della follia e della salvezza
e l’infinito
si apre ora in me
tra l’ultimo impero
che non si sa quale sia
impero ottomano
bizantino
zarista
sovietico
romano
eterna battaglia storica e metafisica
di ispirazioni infinite
che vanno sempre al di là del mondo
e dell’anima
non so quando ricomincerà
il ritmo
il rientro
e la sua follia
mi lamenterò di meno
forse
per ora voglio solo stare bene
disintossicarmi
da troppa chimica
e sonno che non c’era
e c’era anche troppo
chi mi consiglierà consiglierà
così come può
stai attento a loro
mi dicevano
dottrine umane
e consigli umani
di chi il mondo e la vita
non la vive come me
si va oltre
verso qualche oscura
ed evanescente
dottrina
esoterica che da sola mi salva
la salvezza passa per i musulmani
mi veniva da scrivere
un altro vangelo
l’assenza di idoli
il crollo degli idoli
e la pura vita
senza tutte quelle immagini
di cui parla sempre l’amico
dannato
chi di apocalissi
non ne ha mai vissuta
neanche una
da me l’apocalisse
è la quotidianità
sull’orlo della follia e della salvezza
andrò forse ancora in chiesa
quando sarà vuota
assente la voce
di chi con la sua vecchiaia spaventa
e ha dottrine ancora parziali
che si introducono
troppo
e creano
pensieri intrusivi
la bellezza dell’assenza e del vuoto
e qualche figura evanescente
e qualche litania
salmodiata
che da sola salva
il colore bianco
il fulvo sullo scuro
apocalisse eterna
evanescente
sull’orlo della follia e della salvezza
e si va oltre i ricordi erotici
e le filosofie
fai da te
e le paure
e gli escapismi
e le chiusure dell’anima
e i rimproveri
e le critiche
e gli ideali irraggiungibili
così come sono
ancora
me stesso
sull’orlo della follia e della salvezza
apocalissi quotidiane
e ispirazioni infinite…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Ricordi, Visioni

Maddalena dell’anima…

Regressione
estate 1999
tra medie e superiori
la musica di allora
lunapop
c’è qualcosa di grande tra di noi
la compagna della compagnia
dell’albero
la nostra
poco più che adolescenti
lei
Katia
e Dorian
i due innamorati
lei
la bionda
lui
l’albanese
lei
l’altra bionda
Silvia
e lui
Dorian
l’albanese
adolescenza da periferia
le puttane che sostavano sulla via
i giochi tra le strade
la musica
della compagnia
le litigate
per il fumo
con i musulmani
che facevano i gangsta
della situazione
la periferia semi-islamica
di allora
i primi odii
i primi amori
regressione
nella musica d’allora
per colpa della radio
che suonava quest’oggi

al palazzo dei folli
non sono di Milano
sono di qui
della periferia
e niente mi serviva
visitare
la tomba islamica
di quei parenti
del mio maestro di karate
ieri
tutto ritornava
come ritornava
quando andavo a visitare
la chiesa ortodossa
qua in periferia
religioni periferiche
canti di sottofondo
orientaleggianti
l’antichissima rivalità
tra cristianesimo e islam
irresolubile
Vlad Tepes
Cid Campeador
Skanderbeu
tutta la storia del mondo
qua
nella periferia
del 1999
che ancora vive in me
prendere in prestito un libro
di Russia
come le storie che raccontava
quella vecchia prof
alle medie
Russia che ritornava
dopo che ieri notte
rivedevo lei
Alina
e l’anima si sconquassava
un’altra volta
un semplice saluto
e mille nervi saltati
in nome dell’erotismo
ascoltare il corano
come una litania
nell’improbabile pratica ascetica
che apra le porte del paradiso
ora che non rimane più nessuna
lei di Milano
Alina
l’altra di qui
Aleksia
l’altra ancora
Ana
Romania dell’anima
che ora tutto il mondo e la storia
si concentrano qui
in quell’estate del 1999
e da lì sembra che io non mi sia mai mosso
sembra solo tutta una grande espansione
di un’estate
e una compagnia che non c’è più
sensazioni di una volta
che rinascono
grazie alla ricerca del tempo perduto
per colpa di una canzone
alla radio
maddalena dell’anima
la periferia cinese
la periferia
islamica
che mi sembra di ritrovare
ogni volta
in quel bar
l’estate 1999
gli amici cinesi
i nemici islamici
gli amici nemici albanesi
i compagni e le compagne italiane
la musica italiana di allora che risuona
effetto nostalgia
che quasi verrebbe da fare una
rievocazione
come diceva una volta
quell’amico
Taro
non torna più niente
tutto va a puttane
si confonde il tempo
e il tempo non inizia più
nell’altra città
dal nome paterno
ma comincia prima
qui dove sono ora
in periferia
non tanto differente
dalla periferia di Berlino
solo che là
non c’erano i miei ricordi
non c’era la mia vita
non c’erano i miei amori
come quando vedi i tuoi ritornare
al loro sperduto
paesino d’origine
i legami
di una vita
che si fanno sentire
è proprio vero
è difficile abbandonare
il proprio paese
c’è qualcosa che resta
anzi
c’è tutta la tua vita
viaggio nel passato
a causa di una canzone
italiana d’allora
c’era la mia adolescenza
e tutto me stesso
e tutta la mia vita
e tutti i miei amori
maddalena dell’anima
che ora non so
come avrò voglia di leggere ancora
un libro di Russia
dopo averla rivista
Alina
e cancellare questa maddalena dell’anima
con storie altrui
che non mi va neanche di leggere
scriverei l’intera mia biografia
e le parole non basterebbero
oltre Katia
prima di Katia
e oltre
tra le parole magiche
e le parole scientifiche
di film che rivedevo ieri sera
Stalker
dell’anima
alla ricerca della Zona
dentro di me
tutta la filosofia
e il modo di stare al mondo
ich denke
la rivoluzione copernicana
kantiana
la soggettività
da cui nasce tutto
una divinità sperduta
declinata in mille modi
India e Oriente dell’anima
e oltre e altrove
oltre il drago cinese
e i suoi antichi ricordi
di studi psichiatrici
dove i miei
dal dottor Drago
litigavano
filosofia atea
che quasi mi viene solo da credere
alla neuropsichiatria
se non fosse per questa
maddalena dell’anima
che rieleva tutti i ricordi
e l’essere di allora
e di sempre
a che pro leggere ancora
qualcosa?
A che pro
scrivere ancora qualcosa?
Non sono forse stufo delle storie mie
e delle storie altrui
ora che la versione di tutte le storie
sembra cambiare?
Mi dicevano che avevo
bisogno
di una terapia dell’anima
ma a che pro
sintonizzare bene una stazione radio
quando dentro la mia testa
è un continuo cambiare di frequenze
e non si riesce a sintonizzare
mai niente?
Caos brusio
e rumore
e musica
convivono in me
e non trovo pulizia
dell’anima
Alina sta là
Ana chissà dove
Aleksia chi lo sa
ma che importa?
Gli amici perduti
le ragazze andate
gli annate che si mischiano
per non rischiarare più niente
e vedere quegli amici delle mie cugine
che una continuità
là sembrava esserci
qui
è tutto frantumato
a pezzi
e non basta raccogliere i cocci
tutto si frantuma
in questa maddalena dell’anima
Alina
e la lingua russa
che leggere Dostoevskij
in russo
mi faceva male già stamattina
depressione
brutti ricordi
pesantezza
non so se avrò voglia di
Dostoevskij
in italiano
il libro sta lì
ma so già che non mi dirà niente
se c’è una chiave di volta
è in me
nel mio passato
nel mio presente
nel mio futuro
ich denke
soggettivismo
totale
che quasi esclude ogni divinità
studi dell’anima
che si disperdono per sempre
non si trova una soluzione
e per non pensare
ho solo due scelte
o l’incanto ipnotico
coranico
o quel libro russo
in italiano
non so dove andrò a finire di questo passo
se in manicomio ancora
o troverò
un luogo che mi appartiene
intanto la maddalena dell’anima
che è la musica
mi fa rivivere
tutto me stesso
dall’estate del 1999
all’infanzia e dopo
tutto qui
tutto qui attorno
come è piccolo questo mondo
come è piccola quest’anima
e smisurata
maddalena dell’anima…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

La via verso l’infinito, la luce bianca dell’anima, e la liberazione erotica, Aleksia…

E sarà ormai una decina di giorni che mi sveglio sempre alle cinque, e non riesco più a dormire, pensieri mi attraversano, ossessioni, che stamattina mi svegliavo con il sogno di una ragazza islamica velata, in macchina con me e con l’altro amico Marcello, di una volta, era tempo di superiori, e si andava tutti quanti assieme a scuola, ridendo e scherzando, chiacchierando, e si discuteva sul velo, non tanto come oppressione maschile, ma come identità femminile di un altro mondo che vuole rendersi manifesta, per far capire a chi e a chi no è disponibile una ragazza così, un avvertimento, un modo di distinguersi in questo mondo multiculturale, e la ragazza rideva, e non sapevo più se era Miryam, sua sorella, o qualsiasi altra islamica che vedevo ai tempi dell’università…

Mi svegliavo, e solo vagamente ricordavo la notte prima, con Aleksia, la bionda, non la sorella di Ana, il mio risvegliarmi nella notte dalla tomba di teologie fai da te e filosofie, guasti dell’anima che si risanavano solo con l’erotismo, con la carica erotica, e finivano i deliri, e i discorsi immaginari con chi è meglio non parlare affatto, rivedevo nel mio abisso antiche clip pornografiche, che solo al ricordarle la mia anima si liberava da tutta quella religiosità pesante che ultimamente mi opprimeva, la chiesa e i suoi discorsi, l’ebraismo, e le regole religiose, e i divieti di Saverio, e quel bacchettone di Marco, che tra Don Piero, Saverio e Marco mi sembrava di avere davanti a me tre colossi, tre carri armati che schiacciavano ogni slancio vitale, che opprimevano, come l’antico adagio freudiano della religione e della cultura come oppressione della libera sessualità… e me ne liberavo, dopo che il drago in me avrebbe cominciato a sputare fuoco e veleno su di loro, su tutti, se non fosse stato per quell’altra scienziata, e quell’altra ancora, che mi dicevano di non chiudere la via all’erotismo, al desiderio, alla voglia, e solo così, solo così cominciavo a liberarmi… mi prendevo una giusta pasticca chimica che poteva dare la tranquillità e decidevo di raccogliermi come ogni mattina, all’alba, ormai da una ventina di giorni, e lì si svelava tutto… non avere altri padroni al di fuori della divinità, e i tre colossi, i tre carri armati andavano via, ricompariva imam Sò, il sufi, che anche se mi diceva che non siamo conigli mi diceva anche se non pensavo mai alle ragazze musulmane, e ricordavo l’adagio di quell’altro libro sufi, dove si diceva che l’erotismo è libero di andare, e che non ci può essere oppressione, e la croce svaniva, e così tutte le preghiere cristiane, e quei discorsi da chiesa, e quel vecchiume, quell’aria moribonda e mortifera, e ricordavo la mosche di Berlino, Ibn Rushdi, aperta a LGBT e ad altri praticanti più liberali, una sorta di emanazione di un islam più libero sulla scia del movimento Gulen, e mi liberavo, tra pensieri sufi e bahaì, al di là della divinità che non è padre, ma puro spirito, pura essenza invisibile e nascosta, manifesta e nascosta, e l’anima ascendeva… mi liberavo di vecchie identità in cui il mondo attorno del conformismo vorrebbe incasellarmi, ed ero libero di essere me stesso, con il mio modo di vedere e sentire, e le sure del Corano, che dicevano di non avere altri protettori al di fuori della divinità liberavano la strada alle porte della percezione, e mi liberavo da quei massi, dall’oppressione, e quei tre colossi e carri armati si volatilizzavano per lasciare spazio a pura luce bianca esoterica, che liberava e innalzava… avevano ragione anche le altre due scienziate, non chiuda la via all’erotismo, ma non esageri neppure, non siamo conigli, come diceva Sò, ma non siamo neanche angeli o essere immateriali che non sentiamo il desiderio, la voglia, lo slancio, e sopprimersi è solo l’anticamera della follia che stamattina provavo… ricordavo e ricordo ancora la notte di ieri, quando tra clip del giorno prima di ragazze dalla bellezza di Eugenia comparivano di fronte a me, in quello spogliarello soft che liberava il desiderio per Eugenia, così a lungo occultato, e si liberava l’anima al piacere e alla bellezza femminile, e la mia anima si smuoveva e si liberava… ricordavo il giorno prima, quando con mia cugina e mia zia riuscivo a parlare, ridere e scherzare liberamente, come non mai, come mai prima, e mi sentivo me stesso, libero, vero, vivo, con tutto il piacere del mondo, bypassando i discorsi anziani di mio padre, e quelli da demenza senile di mia madre, e ridevo e scherzavo con loro, ogni volta cercando di recuperare il discorso quando si impantanava nelle parole di mia madre fuori posto, o in quelle di mio padre, c’era da correggere ogni tanto l’andatura dei discorsi, e si finiva sempre per ridere e scherzare, e stare bene assieme… una bella giornata, un bel ferragosto… che sul pomeriggio, quando eravamo ormai tornati dal ristorante, in cortile da noi, nel giardino, sentivo la musica raeggeton dei giovani vicini con figli piccoli, che giocavano in piscina, e quella musica, così come quella musica raeggeton italiana che sentivo al ristorante, quella musica raeggeton sud americana mi riportavano ad Ana, al mio desiderio per lei, ad un sogno ad occhi aperti di averla mia, di poter parlare con lei, passare del tempo con lei, al di là di tutto quello che gli altri hanno detto, e mi liberavo al pensare a lei, e sognavo, e mi perdevo nella musica, e nel canto, che adoravo quella musica… la sera, poi, una pizza in compagnia con i genitori, come ogni tanto è giusto che sia… e invece, ieri notte, ieri notte, scegliere di risollevarsi da quel letto e quegli incantesimi neri, quella cappa nera su di me, quei deliri teologici e religiosi, e cercare nel ricordo di videoclip antiche il desiderio ancora vivo, da non smorzare, e mi liberavo alla ricerca di lei… ritrovavo Aleksia, la bionda, il suo bel corpo, la sua bellezza, il suo sorriso, le sue belle gambe, i seni prominenti, un bocconcino tutto da gustare… e mi fermavo, perché sapevo che ne avevo bisogno, la vita non è un porno, ma ogni tanto l’erotismo vuole la sua parte… mi fermavo e le sorridevo, e anche lei sorrideva, si parlava delle vacanze, quando saliva su, e si parlava di niente e di tutto, mentre godevo già del suo corpo, delle sue gambe, della sua bellezza, e sarebbe stata una nottata fatta così, a godere delle sue curve, dei suoi seni, dei suoi fianchi, delle sue gambe, perdermi nel corpo di lei anche quando mi diceva che aveva una figlia piccola, mentre lei mi serviva con una mano incantata che spezzava l’incantesimo oscuro di immagini virtuali che richiamavano Eugenia e sua sorella, e mi perdevo nel corpo di lei, di Aleksia, nella sua bellezza, nella sua voce, che godo ancora adesso al ricordo, e spezzavo ogni cappa oscura, si frantumava, e potevo godere ancora di lei, dopo questo mese di ascesi forzata che mi stava facendo scoppiare, tra il caldo, il cambio di temperatura, la vacanza a Berlino, i ritmi sballati, e godevo di lei, ricordando come anche altre volte, con altre ragazze non si erano fatti fuochi d’artificio, ma semplice erotismo libero in ogni sua forma, per ridare vita alla vita, bellezza e piacere, e non sentirsi più oppresso, chiuso in se stesso, con la cappa nera addosso di chi, anche senza volerlo, ti toglie le ali… e godevo di lei, che avrei ascoltato mille manele una volta, ma mi bastava la sua mano incantata e il suo corpo e la sua bellezza per redimermi da troppo sentire chiuso e opprimente, da ascesi forzate di uno come me che un monaco non potrebbe mai essere, e mi liberavo, e godevo, anche senza sentire quell’ondata immensa di piacere che sentivo ai tempi di Xhuliana, di Alina, di Leida, quando l’erotismo mi travolgeva, e la carica erotica, e il piacere, ma era comunque una liberazione, una liberazione erotica, dopo quella cappa nera… Aleksia… e la lasciavo lì, con la sua bella voce, la sua tranquillità, la sua arte e il suo modo di fare che erano la cosa più naturale del mondo, l’amore tra due sconosciuti, io e lei, che va bene così, sentirsi bene, a proprio agio, nello stesso modo, liberi, liberi nell’amore e nell’erotismo, senza cappe oscure, come tutta la spiritualità alternativa, l’erotismo libero, il piacere e la via verso l’infinito, la luce bianca dell’anima, e la liberazione erotica, Aleksia…

Ispirazioni, Poesie, Visioni

E posso di nuovo essere…

È cambiato tutto quel giorno
Jewish Museum
ripristino di me stesso
le lacrime giudaiche
il ritorno
alla ricerca del messia
tutte le religioni
che si fanno una
e ritrovare me stesso
quel museo che mai avrei voluto
visitare
quandoe ero qui
e tutta l’anima che si smuoveva
tra quei luoghi
alla Neue Synagoge
al Jewish Museum
ritrovare me stesso
in un pianto
all’aeroporto di Schoenefeld
verso il tempio
era tutto lì
e non me ne rendevo conto
un viaggio
che è stato ed è un viaggio nell’anima
dove c’è tutto
seconda guerra mondiale
shoah
guerra fredda
medio oriente
e le puttane dei bordelli
che non ho voluto visitare
vedere ora lo schifo
e non voler più
fare il barbone
dopo quello che ho visto
non degradarsi più
non perdermi più in me stesso
come i primi giorni
quando ero tormentato
da chi ero
basta fare il barbone
di voler essere per forza
nella classe popolare
vivi nelle case popolari?
Mi chiedevano
una volta
no!
e sono stufo dello schifo
perdersi verso quella direzione
e ritrovarsi
il tempio
che le parole registrate di ieri
di rabbì C.
erano più rivelatorie
di qualsiasi altra cosa
dopo il Jewish Museum
dopo la Neue Synagoge
ritrovare me stesso
e non lo schifo
non la barbonaggine
che non mi va più di mangiare
in posti schifosi
tra gente
che non capisce niente
non mi va più di lavorare tra i trogloditi
di sentire discorsi che non stanno in piedi
puntare in alto
come quel giovane
che apriva le porte
al Jewish Museum
e dimenticare le porte di Babilonia
di quelle due ragazze
che ora invece si mostrano
tra tutta quella gente
turisti
al Pergamon Museum
viaggio dell’anima
anche all’Altes Museum
tra quei quadri
ogni quadro un ricordo
Segantini e il ritorno al villaggio
dopo un funerale
le lacrime
le donne
e quadri erotici
l’icona del salvatore
in me
che salvava ogni cosa
e le lingue
le parole
come quelle della giovane ragazza olandese
le parole che salvano
le immagini
le icone
e un salvatore che ora si rivela
e non mi fa più impazzire
viaggio dell’anima
in una città dell’anima
che vive ancora in me
che se solo sapessi bene il tedesco
se solo avessi un lavoro
là ci vivrei
lontano dai miei
da questa periferia
che ogni periferia è meglio di qua
come là in albergo
se non fosse che stamattina
facevo la mia camminata
solo per fermarmi
nella chiesa
e inginocchiarmi
davanti alla trasfigurazione
in una chiesa di periferia
turista dell’anima
anche nei paesi più dimenticati da Dio
e viaggia ancora la mia anima
che per un po’ non avrò più bisogno di niente
di nessuno
se non perdermi
nel me stesso ritrovato
viaggio dell’anima
che serviva
ad ogni cosa
città splendida
dei ricordi dei fantasmi
dei traumi comuni
e dei traumi personali
risanati
svetta ora solo il salvatore
in me
al di là di ogni storia e metastoria
e non temo più niente
non temo più nessuno
la follia di una volta
è andata
via
che vedere altre immagini
non mi fa niente
l’arte che salva
la cultura
le lingue
che sono davvero io
con tutte le mie religioni
e non nessun altro
aspetterò ancora
prima di sentirmi
con chi mi segue
non ce n’è bisogno
è ancora tempo di riposo
e di incorporare
questa vacanza
dimenticare lo schifo
e la follia
là dove l’arte
la cultura
le religioni
salvano
e mi perdo e mi perdo
solo per ritrovare me stesso
ripristino dell’anima
dannata
che ora si accorge essere salvata
e non mi va più di sentire e vedere lo schifo
accorgersi ora
delle differenze
di questo mondo
non è tutto uguale
indifferente
interscambiabile
ci sono livelli e livelli di umanità
e di modi d’essere
ero stanco dello schifo
ed è ora del ritorno…
wanderlust
icone
centri giudaici
e musei
che salvano
per ritrovare me stesso
per essere di nuovo
me stesso
e non più disperso
tra mille identità
e personalità
il ritorno…
il ripristino…
wanderlust
icone
centri giudaici
musei
che salvano
e mi perdo nell’orizzonte
un punto di fuga
dove si essenzia
il mio essere
il tempio
ritrovato
il salvatore
un viaggio dell’anima
che rivive ancora in me
quadri infiniti
arte infinita
e posso di nuovo essere…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E vivo ancora in questa città, e questa città vive in me…

Il ritorno, dopo una settimana a Berlino, le lacrime giudaiche, da muro del pianto, dopo una vita, tornare a se stessi, grazie alla visita del museo giudaico, Israele e Gerusalemme, che non mi sembra di essere andato a Berlino, ma in qualche paese medio orientale, con tutti quei turchi dove mangiare, quelle ragazze con i capelli coperti dal velo, l’atmosfera internazionale, il ristorante hotel armeno dove alloggiavo, il fresco della mattina, quando mi svegliavo presto, la musica armena pop dal ristorante, così medioorientale, la sensazione di aver oltrepassato i fantasmi della storia, il monumento sovietico, quello della Shoah, la porta di Brandeburgo e i resti del muro, che tutto era a Berlino, la seconda guerra mondiale, la Shoah, la guerra fredda, Israele e il Medio Oriente, tutto me stesso, tutta la storia ed ogni cosa, la religione, la filosofia, la storia, la politica, tutti i miei interessi e le mie passioni in una sola città, che dal profondo sentivo chiamare me stesso verso il muro del pianto, verso Est, verso quei templi, tra moschee proibite e sante, templi di Israele, e chiese, ed ogni cosa… la sensazione che ora le immagini sfalsate di me si rifaranno sui ricordi di questa città, delle molte persone e turisti lì presenti, di ogni nazionalità, come quella ragazza olandese che sentivo parlare all’altes museum, wanderen, lingua olandese che mi salvava da un viaggio dell’anima tra tutti quei quadri, in ognuno di quali vedevo una parte della storia di me, immagini su immagini, ricordi su ricordi, sensazioni su sensazioni visive, e quelle sue parole, wanderen, quell’accento olandese più bello dell’accento tedesco che risuonava in me, e mi salvava, che risentivo dentro di me quell’accento, quelle canzoni norvegesi, quell’accento nordico, come la ragazza svedese del primo giorno, come tutte quelle ragazze con i capelli coperti, vestiti all’islamica, che ogni volta vederne una era un sogno, era volere la luna, era sentire l’anima che viaggiava verso paradisi, ed ogni lingua lì parlata era un piacere del sentire, che si sfilacciavano tutti i pensieri, i soliti modi di pensare, e mi rigeneravo… guardare l’esposizione di Gerusalemme nel piano superiore del museo ebraico, dopo i luoghi fantascientifici dell’esposizione, le stanze grigie e i corridoi disturbati, da film di fantascienza, il suolo inclinato che dava una sensazione di spaesamento, di giramenti di testa, quelle colonne di marmo erette a ricordo, quelle luci psichedeliche, quei volti di ferro da calpestare, come se si entrasse nella casa dell’inferno del Cancro dei Cavalieri dello Zodiaco, Gerusalemme da cui rinasce tutto, le parole di rabbì C. che diceva che per molti lo stato ebraico ha riparato in parte ogni distruzione, e da lì si può rinascere, ci si può salvare dopo ogni genere di trauma, il trauma collettivo della seconda guerra mondiale, che in me si era innestato non so quando, forse da piccolo, non so quando, le elementari, qualche paura, qualche trauma di me con mia madre che stava male e il trauma collettivo della seconda guerra mondiale, e rinascere a Berlino, tra Medio Oriente, religioni, seconda guerra mondiale, monumento sovietico, monumento della Shoah, politica, democrazia, cristianesimo, il piacere di viaggiare, le tante ragazze, trauma collettivo e rigenerazione collettiva tra tutti quei turisti, io, come tanti altri a Berlino, per gli stessi motivi, per rinascare, che ora quelle immagini di là si sovrapporranno ai miei fantasmi passati, ormai oltrepassati… che ieri potevo anche sentire le registrazioni di rabbì C. di Tishà be Av, la commemorazione della distruzione del tempio, da cui nasce il consolatore, il giorno secondo il quale nascerebbe il messia, il salvatore, e se c’è bisogno di un salvatore vuol dire che c’è qualcosa da salvare, e rinascevo tra tutti quei discorsi, quei ricordi, quelle voci salmodiate in ebraico, quella lingua che sentivo anche a Mon Bijou Park, dove due israeliane mi passavano a fianco, due giovani amiche, una giovane madre con la carrozzina, la loro lingua ebraica pura, vicino alla sinagoga della notte dei cristalli, che nessuno dimenticherà mai, visitare il centro giudaico e sentire anche lì, anche lì le lacrime da muro del pianto, che facevano rinascere, perdizione nata allora, non ricordo più quando, e ritorno all’origine… che rinascevano in me voglie di altre lingue, quella lingua olandese che sentivo da quella ragazza, là al museo dove c’erano le opere anche di Caspar David Friedrich e di Bocklin, i miei pittori tedeschi preferiti, perdersi in quelle immagini, sognare, viaggi dell’anima, i veri viaggi sono quelli dentro se stessi, scrivevo una volta, e lì viaggiavo in effetti, viaggiavo con l’anima, il monaco sul mare, l’isola dei morti, il viandante sulla nebbia, quelle immagini di paesaggi dove perdersi, l’orizzonte infinito, e un punto immaginario, la linea d’orizzonte, dove incanalare tutti i pensieri e se stesso, come se fosse il punto che segna la direzione del tempio, il mihrab al Pergamonmuseum, la qiblih da trovare in ogni dove, l’est, Mizrahi, verso Est, verso quel punto nell’orizzonte, come un tempio, dove si perdeva e si trovava tutto me stesso… quei quadri e quella lingua, la lingua olandese, e la lingua ebraica, non solo quella ascoltata in quelle notti, in quei giorni, Eden Ben Zaken, la musica mizrahi, i sogni erotici di Sarit Hadad, così simile a quell’altra ragazza, il desiderio, il perdersi e trovarsi, il caldo torrido, la stanchezza, il poco sonno e le mattine piene di fresco, la tranquillità anche senza dover leggere niente, anche se non riuscivo più a pensare chiaramente in nessuna lingua, quella lingua tedesca che si innestava sull’inglese, sull’italiano, sulle altre lingue che sentivo, scambiare due parole con sconosciuti, dov’è di qua, dov’è di là, un’informazione, tedeschi, francesi, inglesi, americani, armeni, turchi, quei turchi che si risvegliavano quando chiedevo loro dov’era la moschea, che in Italia non ci sono moschee, mentre prima, quando chiedevo solo la strada, non mi rispondevano, ma come chiedevi della moschea subito si prestavano contenti e disponibili, le sure del corano ascoltate per calmarmi, il Medio Oriente a Berlino, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, ed ogni cosa era proprio lì, che rivive ancora in me questa città, questa storia, questo sentire, ogni cosa è là, ed è qui dentro di me, che non mi sembra di aver fatto una vacanza, un semplice viaggio, ma quasi un pellegrinaggio verso non so neanch’io che cosa e dove, forse verso una specie di Gerusalemme in me, o qualcosa oltre, di più… e rivivono in me quei ricordi, quelle immagini, quella gente, quelle lingue, quei luoghi da visitare, quei luoghi visitati, e le lacrime da muro del pianto, e ogni cosa si disperde nel ricordo di questa città, di me stesso ritrovato, e mi sento rigenerato… che ora, fino a fine mese, non ci sarà molto da fare, non mi va di sentire per ora nessuno, né di vedere nessuno, mi godo ancora il ricordo di questa città e di queste sensazioni che faranno il nido dentro di me, per rigenerarmi di nuovo, e vivo ancora in questa città, e questa città vive in me… 

Prosa Poetica

L’inferno che evapora, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole, i sogni…

Xhensila, musica albanese al parco Mon Bijou, sapore di casa, per un attimo, giramenti di testa, musica degli albanesi sdraiati sull’erba, poco più in là un gruppo di mediorientali, donne con i capelli con il velo, Mon Bijou Park, vicino alla Nuova Sinagoga, quella della notte dei cristalli, la visita in mattinata al Jewish Museum, giusta esperienza, che per un attimo impazzivo, entrare o non entrare? La tesina delle superiori sulla Shoah e Israele, diploma turistico, Maria Teresa che andrà in Israele, Saverio che diceva che Schindler’s List, in fondo, è solo un film, come i video di Hitler, superare le paure, un uomo con la cartella con una toppa: “No fear!”, alla fine entrare, ed era giusto così… cancellare le paroanoie del giorno prima, il caldo che dava alla testa, una giornata fresca, oggi… per fortuna… il museo e il suo equilibrio precario, il suolo sbilanciato, come in dislivello, un senso di spaesamento, di giramenti di testa, di testa pesante, come quando la depressione era forte, superare le paure, è solo un museo per turisti… le colonne alte sette metri, di marmo, lo spaesamento, il gruppo di turisti coreani e il Buddha che non c’è, i film di Kim Kiduk a darmi forza, l’uomo della security, una specie di Netanyahu, il giovane che introduceva al museo, con la barba, che mostrava sensibilità, il giro tra i ricordi della Shoah, non più i miei demoni storici, ma le immagini e gli oggetti e le esposizioni del museo, un giro grigio, psichedelico, nero e spaesante, una catarsi fatta museo… e poi il piano superiore, Isreale, Gerusalemme, Jerusalem in Berlin, le solite cose, Al Isra, Muhammad, al Buqra, The temple mount, israeliani e palestinesi, interviste televisive di gente comune, chi aspetta il Messia e chi vorrebbe costruire il terzo tempio, dipinti di antichi ebrei in preghiera, icone ortodosse, la cristianità orientale, cartole di pace all’uscita, libri sul sionismo, scontati, in tedesco, oggetti vari, scontati, niente di interessante da comprare, ma un’esperienza che del nero si fa immagine del museo, e si fa luce di Gerusalemme… oltre i miei demoni… rabbì C. e le sue parole… il Nome… il silenzio… le lacrime… uscire e sentirsi rigenerato… di nuovo me stesso, e le parole degli amici si rivelavano per  quello che erano: intrusive…  il silenzio da cui nascono le vere parole… me stesso… mangiare al poco affollato Doner, in pace, hallumi e turkische pizza, sazio… rilassato… al fresco di una giornata come si deve… camminare per lo Stadtmitte fra mille turisti, la zona più bella insieme alla via che porta a Brandenburger Tor, l’isola dei musei,  Berliner Dom, Monbijou park,  die Neue Synagoge… sdraiarsi a Mon Bijou park, in tutto relax, come molti altri, atmosfera rilassata, sole leggero, fresco e ombra, una bella giornata, la bellezza, senza dover temere niente e nessuno, dormicchiare… svegliarsi, dove andare? Cosa c’è alla Neue Synagoge? Chiedersi, Centrum Judaicum, un’altra esposizione, voler vedere la sinagoga, ancora una volta oltre i fantasmi miei personali… entrare… il Nome… e silenzio, lacrime, il Nome… guerra tra le voci che finiva, quelle voci tra case popolari e amici e il battesimo di mia nipote, la mia famiglia! La mia comunità! Quei 160 ospiti del ricco benestante, quello svedese svizzero, più ricco di certi ebrei, come si crede, la ricchezza, la responsabilità, la serietà, il decoro, il Nome, il silenzio, le lacrime, le parole dell’abisso, a sigillare l’inferno, le parole di quel rabbì all’esibizione, how to leave hell… liberarsi… rinascere… piangere tutte le parole sbagliate, tsaddiq… lo balaganist… tsaddiq… l’inferno che evaporava, how to leave hell, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole… storie personali e la storia e la famiglia e la serietà, il decoro, visioni di liberazione, inferni evaporati, l’inferno che evaporava, how to leave hell, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole…

E ora sono qui, nel pergolino che dà sulal strada, dell’hotel, a sentire in sottofondo la musica pop mediorentale armena, sognando ancora la ragazza turca del ristorante dell’altro giorno, la medioroentale con i capelli coperti dal velo, a sognare, a sognare ancora, quel medioriente fatto di musica, di recitazioni salmodiate, al quran, Israel, mia cugina, la famiglia, l’inferno che evapora, il Nome, le lacrime, il silenzio, le parole, i sogni…