Descrizioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

Risveglio primo pomeridiano di un sonno che vorrebbe fosse infinito, dalla stanchezza, dal caldo, da ogni cosa… vacanze già iniziate in pratica da tempo non definito, ora più che mai, niente da fare, nessuna voglia di far niente, e aspettare solo di partire, mettere a posto le valigie, le cose da portare via, stare attento ai documenti vari, e pensarci senza star lì a pensarle tutte… ritornare ieri notte dalla giornata in provincia di Mantova dalle mie cugine, festa alla grande per il battesimo di mia nipote, la figlia di mia cugina, 160 persone… sì, perché molto probabilmente offriva tutto il marito dell’altra cugina, la sorella di questa, svedese che lavora in Svizzera e da quello che è ho capito è una specie di capo megagalattico delle Zurich, e tutta la sua famiglia è una di quelle delle elite, altri parenti che lavorano a Dubai, New York, insomma upper upper class che ha deciso di sposarsi mia cugina, che aveva studiato economia lì a Mantova, era andata a lavorare in Spagna in qualche azienda di finanza e là ha conosciuto e poi sposato questo… due figlie, due nipoti, da parte di lei, una nuova nipote da parte dell’altra cugina invece, ieri… sentirsi un po’ così, degradato, annullato, insignificante, che le parole di mia cugina, quando mi salutava, mi diceva sorridendo: “Come va? Solita vita di merda, come tutti?”, “Eh sì…”, e quindi più di tanto quel mio senso di inferiorità si espandeva alle altre 160 persone lì presenti, amici e parenti non capivo di chi, tutti italiani, tutti mantovani, tra gente di sessant’anni e altri di trenta o quaranta, con qualche bambino e bambina al seguito, festa megagalattica per una bambina di qualche mese che non capisce ancora di dove è finita… e che strano, stare in mezzo a quei parenti e a quelle cugine che non avevano neanche il tempo di guardarti, di scambiare due parole, e sentirmi sempre più alienato, in mezzo a quella gente che non conoscevo, l’assenza totale di scambiare due parole con qualcuno, starmene per i fatti miei, a contemplare il nulla, a stare in fissa, o forse solo ad ascoltare la musica che usciva dal DJ set di Raffo, l’animatore che metteva su musica italiana degli ultimi anni, Baby K, Giusy Ferreri e un po’ di raggaeton, e tutta quella roba lì, che mi perdevo nella musica, guardavo il vuoto, e mi sentivo a mio agio in quegli spazi così ampi della cascina, un chilometro quadrato di spazio tutto per noi, circondato da campi, con l’edificio della ex stalla trasformato in un megaristorante a buffet che sembrava la festa dell’unità, e la strada sterrata e lo spiazzo là, circondato da campi, e l’erba verde era il teatro di tutto il nostro star lì a goderci questa festa, perdendoci sempre di più, con gente che in fondo non è che scambiasse più di tanto tante parole con chi non conoscevo, ognuno diviso nel suo gruppeto di al massimo una decina di persone, ed era come uscire in un locale dove non conosci nessuno e non hai neanche voglia di consocere nessuno, e te ne stai lì ad ascoltare la musica, a cercare di sentirti pronto quando per caso adocchiavi tua cugina o l’altra, la loro madre, o loro padre, che non si sa mai che vengano a dirti o a chiederti qualcosa, e devi avere la risposta pronta, e non puoi stare lì a crogiolarti nel tuo nulla, nella tua sofferenza da caldo atroce e gente sconosciuta, e musica che più di tanto non ti va giù, e gente varia, a combattere anche con il tuo senso di inferiorità perché tu non sei un megadirettoregalattico della Zurich, a momenti non hai neanche un lavoro, non hai una ragazza, non hai voglia di parlare italiano e neanche quel loro dialetto, e ti senti annullato in quella massa, sotto quella musica, che gli unici pensieri andavano solo al Sacro Volto o a qualche monaco ortodossa, dimensione nera dell’anima che non si sa divertire, e per un attimo visualizzava improbabili terroristi islamici che si sarebbero fatti saltare in aria in quella baraonda di persone e musica, e roba da bere e mangiare, antipasti, sangria, angurie, torte che sarebbero arrivate, risotti, e ti accorgevi di stare mica tanto bene a fine serata, quando prima una, e poi l’altra cugina ti passavano affianco e ti chiedevano: “Tutto a posto?”, “Sì, sì, tutto a posto!”, evocavi la tua voce migliore, anche se dentro di te c’era un’altra baraonda, un altro malessere, che non riuscivi nemmeno a spiegare, quel malessere di essere in mezzo a 160 persone e sentirsi più solo che mai… e altri fantasmi mi attraversavano per un attimo, io che per un certo periodo avevo pensato che quella cascina e quelle persone le avrei riviste solo a qualche prossimo funerale di non so chi, come quando succedeva cinque anni fa, per mia nonna, e invece stavolta si era lì per un battesimo, dopo che la funzione della cinque del pomeriggio mi permetteva di fare un giro in chiesa, vedere gli affreschi, San Giuseppe, Gesù Cristo lavoratore, San Pietro crocifisso, il Cuore Sacro di un’altra statua di Gesù, e la targhetta commemorativa di Papa Francesco nei confronti di Don Primo Mazzolari, una specie di eroe di quel paesino lì, e la messa non c’era neanche, non era neanche la solita messa comunitaria con intermezzo di battesimo, era una specie di cerimonia privata, che il don aveva concesso per impegni famigliari, e visto anche la tanta gente presente, che poteva essere considerata come comunità, visto che il battesimo introdurrebbe alla vita comunitaria di ogni cristiano… le benedizioni, i simboli dell’acqua e dell’olio, la vita che è una battaglia contro il male, le nuove generazioni che sono indifferenti alla fede perché la generazione prima non ha saputo trasmettere la fede, ed è colpa nostra, ed è colpa loro, e chissà se la fede avrà qualche revival nelle prossime generazioni, e intanto il don chiedeva a tutti noi di essere dei buoni educatori, nella fede, e spendeva altre parole di una funzione che non durava più di mezz’ora… tanta gente, sì, davvero tanta gente, che non so neanche se fosse lì per il battesimo o per l’esaltazione di far parte di qualcosa che aveva il vago sentore di un’elite, con quelle due cugine che nella vita, due cugine di campagna, sembrano davvero aver voluto puntare in alto, ed essere arrivate, sopratutto la cugina che lavora in Svizzera, e quasi quasi ero lì per lì di fare pace con tutte le italiane di questo mondo, con l’universo femminile, e pensavo a come la cultura, dopo gli anni sessanta, si sia sempre di più femminilizzata, con la loro emancipazione, che ora sembra quasi che comandino le donne, anche con tutte quelle canzoni, se vogliamo, un po’ esplicite, o comunque fanno da corollario, che qualsiasi integralista islamico che fosse passato di lì, o anche un cattolico di 70 anni fa avrebbe avuto molto da ridire, con queste donne che fanno il bello e il cattivo tempo, che puntano in alto, e tutti i miei libri si dissolvevano in quell’istante, dal corano alla bibbia al superuomo di Nietzsche, con quelle superdonne e superuomini, lavori in Svizzera, una barca di soldi, vite piene di vita e di eventi, forse rimaneva una qualche riminiscenza protestante della sacralità del lavoro e della famiglia, e di questi eventi che dovrebbero unire, anche se per quasi tutta la giornata di ieri mi sentivo schiacciato da questa maestosità made in Sweden… e che differenza di giornata se pensavo alla prima parte di ieri, la mattinata, quando si stava in casa di mia zia anziana, Lucia, e sua figlia Mara, una casa semplice di campagna, con una piccola bottega dove preparare le bomboniere, e lì non c’era niente, c’era solo quel discorrere in dialetto tra mia zia Lucia e mio padre, di mia madre e mia zia Mara, ed ero sempre più sovrastato da quella cappa nera dentro di me, forse per il poco sonno della notte prima, con i soliti discorsi degli amici, Fizi e Barre, forse per il caldo, forse per la paura inconscia che avevo della messa, di quelle 160 persone, per lo stress di dover fare le ultime cose per organizzare il viaggio in Germania, lo stress di dover parlare, esistere, farmi vedere, quando in questo periodo vorrei solo scomparire, e l’unica tranquillità che trovo è quella di adesso dove sto scrivendo, nella mia stanza studio, sotto l’aria condizionata, senza nessun calore, senza nessun lavoro da fare, senza niente da leggere, e guardando alla giornata di ieri e alla sua maestosità finalmente con un certo distacco… e passeranno ancora altri anni, altri anni da quando rivedrò le mie cugine, che anche loro ormai hanno la loro età, 35 anni giù di lì, un po’ come me, ormai sistemate, felicemente sposate, ma ancora molto belle e sensuali, se è vero che in fondo l’altra cugina che ieri battezzava la figlia aveva anche partecipato a Miss Italia ormai quindici anni fa, e che strano era vedere quelle due perle di bellezza in mezzo a tutta quella gente sconosciuta, che strano avere come unico punto di riferimento loro due, e poi sì, i loro genitori e il contadino storico della cascina, e nessun altro, in mezzo a quella baraonda, mentre i ricordi di quando ero bambino e andavo là in cascina a trovare le mie cugine si disfacevano, si dissolevano, come un’età ormai totalmente andata, come è andato ormai il modo che avevano quei parenti di rivolgersi a me, un disorientamento totale di identità e tempi e cognizione delle cose, che non sapevo più chi ero, cosa apparivo ai loro occhi, cosa sembravano a me quelle due cugine italiane, forse delle aliene, o delle persone normali con alte ambizioni, o forse niente, io che ero un niente, io che dentro di me mi ricordavo le mie ferite, tutte quelle cose che ho passato che la gente comune non ha passato, e non sapevo se sentirmi un anti eroe o un semplice pazzoide, o un fallito, o non so che cosa, o un turista, o un parente tra i tanti, un po’ strano, e tutti questi anni senza contatti, tutta quella gente sconosciuta, i miei ultimi deliri e divagazioni, non aiutavano a definire il mio ruolo lì, e mi disperdevo, mi disorientavo, ancora di più del solito, e non capivo più niente, ed era forse questa evidenza che faceva dire alle mie due cugine, sul finire della serata: “Tutto a posto?”… tutto a posto, sì, certo, ma lontano da qui, che non si capisce niente, disorientamento totale, voi e il vostro dialetto, la vostra upper class, la vostra vita che sta tra un film di Bergmann e uno di Ermanno Olmi, upper class che arriva nella campagna di periferia, straniamento cognitivo totale, tra gli anni che passano, contatti che non ci sono più, legami sperduti, e anche un certo senso di distacco e superiorità da parte loro, con neanche il tempo di parlarti e dirti due cose, e io da non voler dire due cose a loro, forse l’unica figura vicina era quella di Elia, il padre delle due, contadino e coltivatore da una vita, che forse non ha mai cambiato il suo modo d’essere, e sua moglie, Maria, contenta di certo delle sue due figlie e nipoti, ma non tanto di noi, la mia famiglia che prendeva e se ne andava a pranzo, quando lei ci aspettava, degli outsider, della gente con disturbi caratteriali, un po’ fuori di testa, poveri e fuori di testa, degli scarti umani di fronte a quella maestosità, e io che non mi sapevo più ricollocare, individuare, sperduto, disorientato in mezzo a quella baraonda, che per fortuna ora quella festa è finita e lì non ci dovrò tornare più per un po’, non so quando, e i nostri mondi rimangono separati, ed è giusto così, ed è bene che sia così, per non disorientarci più… quelle due cugine insomma, quelle due cugine italiane, lo specchio di questo mondo, ma non lo specchio del mio mondo, che al viaggio di ritorno in macchina e la notte a dormire evocavo ancora le mie canzoni pop albanesi preferite, quelle che prendono un po’ i suoni dalla musica orientale, e la mia musica non era la loro musica, e la mia musica non era neanche la musica dei miei amici, e mi perdevo in quei suoni, nella stanchezza del caldo, nel caos e nel disorientamento, e solo adesso si creava un sipario, una cortina di ghiaccio tra quel mondo e il mio, un mondo che si divide, per non disorientarci più, quel mondo delle cugine italiane e il mio, forse in pace con quel mondo, non più in aperta guerra, ma di certo io di quel mondo non ne faccio parte, e non mi disoriento più, su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

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