Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Il sonno, vagabondare e buttare via le giornate, in questa vuotezza alla base di tutto…

Riprendere il corso d’ebraico così per ripassare un po’, fare risciacquo linguistico dopo questi giorni di full immersion in inglese, il libro di Jo Nesbo, le serie di “The Originals”, i libri di Knut Hamsun, la Deutsche Welle in inglese… riprendere a leggere qualcosa dopo che la giornata di oggi era assonnata, persa tra quelle canzoni mizrahi che mi davano la rilassatezza necessaria, dopo lo sclero di ieri, quando non ne potevo più di stare in casa, in officina, in ufficio, prendere e andare ancora al parco, Parco Sempione… andare là e dimenticare tutto, dimenticarsi anche di quei cinquecento metri quadrati su tre piani, spazio ampio, di certo, ma non abbastanza per me quando vado fuori di testa e vado in tilt e sclero e ho bisogno di andare via, prendere e andare via… e mi fermavo alla solita pizzeria dei turchi, dove mi mangiavo una pizza, mentre c’era il corano di sottofondo, venerdì mattina, verso mezzogiorno, con il solito pizzaiolo e suo figlio di sei o sette anni, che alla fine si prendeva pure i cinque euro che gli dovevo per una pizza e per una bottiglietta d’acqua, che strano stare lì in quella pizzeria con il corano in sottofondo, cercando di fare ordine nella testa, in quel caos dentro di me, e dare quei cinque euro a quel bambino mi faceva ricordare delle donne, di sposarsi, avere figli, come i primi sonetti di Shakespeare, “Unless thou beget a son…”, le donne… e prendevo e andavo via, mi bevevo il mio caffè al bar lì di fianco e me ne andavo verso Milano, dopo che un vecchio che accompagnava una nera, non so chi fossero, mi chiedevo dov’era la fermata dell’autobus che porta ad una città qua vicino, là dove abitava Leida, là dove a volte i miei ricordi vanno in tilt… e me ne fregavo e andavo avanti, convinto di liberarmi della giornata, di ogni cosa, mentre pensavo dentro me che forse un giorno potrei davvero fare questo di mestiere, semplicemente vagabondare, con pochi soldi in tasca, e passare le giornate a non fare niente, semplicemente chiedere l’elemosina e liberarsi di tutti quegli stress del lavoro, degli amici, delle ragazze, degli studi, dei parenti e colleghi, e semplicemente vivere di niente, come un barbone, buttando via le giornate, rinunciando a tutto, lasciando anche perdere l’idea di trovare un buon lavoro in linea con i miei studi, e fregarmene una buona volta proprio di tutto… e arrivavo lì al parco, i soliti neri che facevano segno se volevo un po’ di hashish, un gruppetto di giovani che si fumava una canna, coppiette varie di giovani che parlavano seduti su una panchina, turisti francesi sparsi un po’ ovunque, e sotto il caldo, io, alla ricerca di un posto all’ombra dove dimenticare me, dimenticare il mondo, dimenticare ogni cosa… e trovavo un posto all’ombra, e combattevo contro il craving di una bottiglia di birra, per fermare il nervoso che sentivo in me, e solo alla fine decidevo di prendermi quella nuova pastiglietta che si scioglie in bocca, che m’ha dato il dottore, pastiglietta che finalmente mi mandava nel mondo dei sogni, io lì, sdraiato sull’erba, all’ombra, con solo il mio zaino pieno di roba ad accompagnarmi, senza più voglia di leggere niente, di vedere nessuno, solo e da solo in mezzo a non so quante migliaia di metri quadrati di parco, spazio abbastanza grande da non farmi venire la claustrofobia, da solo mi rilassavo e non pensavo più a niente, tutto svaniva, tutto si dissolveva… mi svegliavo forse due ore dopo, con la sola voglia di trasgredire un po’ la dieta ferrea, e mi permettevo una coca cola zero, e poi me ne stavo lì, ancora sull’erba, sdraiato, a non pensare a niente, a cuocere forse sotto il sole, e pensare che delle giornate così potrebbero essere anche quelle a Berlino tra qualche giorno, giornate spese al parco senza fare niente, giornate buttate via così, lontano da tutti e da tutto, riposo totale… e mi alzavo solo per andare a mangiare qualcosa, verso le sei del pomeriggio, orario in cui di solito mangio, ceno, e mi permettevo un hamburger di quelli strong al Burger King lì in stazione, solo per ritornare poi al parco, e accorgermi che ormai la giornata era andata via così… i turisti, le coppiette, i giovani, tutto nella norma, e già mi piaceva fare quel giro qua e là, vedendo facce nuove, sentendo lingue diverse, e vedendo anche forse il mio futuro possibile: quel barbone seduto sulla panchina che si gedeva il suo panino, mentre un altro in bicicletta poco prima passava e mi vedeva, e mi diceva, con accento italiano: “You can totally do it!”, do what? Mi chiedevo, prendere e andare via? Parlare inglese, prendere e decidere cosa fare di questa vita? Fare cosa? E non c’era risposta, segni che a volte il mondo mi manda, ma che smetto ormai di interpretare… e pensavo anche a quella specie di sogno che facevo, quando pensavo magari di aprire un negozio o un’attività con qualche soldo da parte, ma che cosa? Una libreria? Una fumetteria? Rilevare un’edicola? Ma chi legge e compra ancora il cartaceo? Anzi, chi legge ancora? E mi accorgevo che era un’idea che non aveva né capo né coda… e me ne tornavo a casa, con la giornata buttata via così, ma dove almeno mi ero rilassato una buona volta per tutte, e non mi sentivo più in tilt con me stesso… me ne tornavo, sul treno, con il caldo addosso, con la sola idea di tornare a casa e farmi una doccia rinfrescante, e sdraiarmi poi sotto l’aria condizionata in camera e non pensare più a niente, dimenticare il caldo, l’estate, ogni cosa… e chiamavano gli amici, la solita uscita serale, chiacchierare e fare quattro passi, e dimenticare ancora di più, dimenticare, dimenticare ogni cosa… e si usciva la sera, si rideva, si scherzava, si parlava, ci si confrontava, dicevo dei miei giorni che saranno in vacanza, a Berlino, altri giorni da buttare via che saranno, e non pensavo al domani, ad andare al battesimo di mia cugina, rivedere i parenti, sentire discorsi noiosi, dover parlare di me e altre cose che non mi fanno per niente piacere alla sola idea, e non ci pensavo, non ci volevo pensare, anche quando la sera tornavo e pensavo solo al fresco dell’aria condizionata, questo caldo che non ti permette di pensare, di fare niente, questo caldo che dà alla testa, e mi pascevo solo nel fresco della notte, al di là anche dell’eclissi di luna, e mi perdevo nelle immagini erotiche di quelle ragazze che da sole possono farmi scaricare dal nervoso, da ogni cosa, da ogni pensiero, e pensavo ancora ad altre giornate da buttare via, a non fare niente, a sperimentare l’assaggio di una vita da barbone, da vagabondo, senza neanche lavorare come fanno invece in quei romanzi di Hamsun i vari vagabondi, sempre che cercano lavoro, che cercano un modo per sopravvivere, mentre a me non interessa più niente ormai, mi andrebbe solo di vagabondare e buttare via i giorni, perché un senso qua non lo trovo più, lo trovo solo nel nonsenso generale di qualche religiosità che sa di nulla, di vuoto, di assenza, se non fosse per quel corano che sentivo dai turchi, quel bambino che vedevo, e quella madre a cui pensavo, ma poi mi eclissavo, mi eclissavo anch’io come la luna della notte di ieri, e volevo solo dormire… e dormivo… dormivo e mi svegliavo più rintronato di sempre, con le idee confuse, come ultimamente mi capita, che mi sveglio e non so più neanch’io perché mi sveglio, forse solo per invocare una qualche divinità che svuoti tutti i pensieri, solo per prendere e andare poi a fare il mio giro al bar la mattina, per le sigarette, e la solita camminata di un’oretta, forse il momento più bello di tutta la giornata, senza nessuno attorno a me con cui parlare, io da solo, a camminare, per i fatti miei, a prepararmi a vagabondare e a non fare più niente, non credere più a niente, non voler più vivere, solo vagabondare in eterno, senza una meta, senza uno scopo, dimenticando gli studi, ogni lingua, ogni cosa imparata, non dando più peso a niente, annullando tutto e tutti e vagabondare e solo vagabondare e non fare più niente, e buttare via le giornate… camminavo e camminavo solo per poi tornare in casa e decidere quest’oggi di riposare, aria condizionata, musica israeliana mizrahi, e nessuno, e niente, e accettare questi miseri cinquecento metri quadrati per tre piani di questa casa, come diceva l’amico delle case popolari della sera prima, che lui già sarebbe felice con così tanto spazio, a me sembra solo una prigione, una prigione molto spaziosa, e provavo ad accontentarmi di questo spazio, almeno per il fresco, e distendermi sul letto e dormire, e non pensare più a niente, trasportato via dalla musica, dai suoni, dal canto, fino al sonno, ennesimo sonno, che tra vagabondare e buttare via le giornate sono diventati le costanti di quest’ultimo periodo, e mi lasciavo trasportare dalla musica, da quella lingua strana che spezza i denti e spezza ogni ascolto, e mi perdevo nei miei misticismi linguistici, di una lingua originaria che non esiste, pura sonorità dalla quale scaturisce ogni lingua, ogni suono, ogni combinazione di parole, solo per trovare il nulla da cui ogni pensiero, ogni idea nasce, quel nulla fatto di suoni che ti permette di capire che tutto nel mondo è completa vuotezza di senso e significato, di scopo e meta, e mi perdevo in quei suoni, in quella musica, in quel canto… e andava via quasi metà mattinata e il primo pomeriggio, mi svegliavo solo per risciacquare ancora di più il suono e le lingue in me, solo per buttarmi in quel corso di ebraico per principianti, così, per annullare ogni idea, ogni pensiero, ogni lingua, ogni costruzione astratta, lo stato, una nazione, il popolo, una lingua nazionale, cose a cui non credevo più, filosofie di vita, ideologie che possano motivarti, filosofie d’ogni genere, niente, non rimaneva più niente, solo il sonno, la voglia di vagabondare e di buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente… in quella vuotezza generale, vuotezza su cui si fondano diecimila cose del mondo, nessuna vera, nessuna con alcuna consistenza, con nessuno scopo, e in quella vuotezza mi perdevo e mi perdo e c’è solo voglia di sonno, di vagabondare e buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente, in questa vuotezza che alla base del tutto…

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s