Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Impressioni di una periferia e sogni d’altrove…

The godess of imaginary light… svegliarsi così, con questo canto evanescente in mente, la visione verso il tempio, di quella luce che salva, dalle porte mistiche e trascendentali, il ricordo della giornata passata, per uscire dalle tenebre di quella stanza che portava delirio, fare il giro della città, come se fossi già a Berlino, girare la città come se fossi uno straniero, un turista, per non cadere nell’incantesimo da magia nera e rossa, che ricordava un’estate depressa di qualche anno fa, uscire e spezzare le catene, per fiondarsi in biblioteca la mattina, e leggere con tutta calma il libro di Knut Hamsun “Fame”… lettura che rilassava e distendeva, questo giovane vagabondo alle prese della ricerca di un lavoro, di come vivere, a fine ottocento, in Norvegia, la fame e l’impossibilità di trovarsi un vero lavoro da giornalista, scrivere un sistema filosofico, lavorare da uomo tuttofare da contabili, lavori in nero, pur di sopravvivere, con idee velleitarie di scrittore, e poi trovare e sognare l’amore di una ragazza, e sfinirsi quasi alla follia, la fame che attanaglia, i soldi che non ci sono mai, e finire la vita buttando via tutte le carte, l’amore e tutti i lavori, e prendere e partire come marinaio su una nave mercantile in Inghilterra, i sogni di gioventù da scrittore che se ne vanno via, buttati via, e l’amore, anche quello, la dura realtà del mondo che cambia, che ha bisogno di soldi, e vedere me dopo la laurea, dopo Alina, venire a patti con la realtà e non con i mondi dei sogni di chissà quali lavori intellettuali e chissà quale scrittura… lettura piacevole che portava via tutta la giornata, duecento pagine che si leggevano come niente… e girare e girare, di qua e di là, al parco, in biblioteca, al supermercato, in casa per un attimo con l’aria condizionata, e non trovare mai pace… fare un giro al centro commerciale quando minacciava temporale e qualche goccia in effetti scendeva, fermarsi a comprare una piadina e una bevanda rinfrescante, e vedere la gente in giro, quella del centro commerciale, ragazzine con la famiglia, gruppetti di adolescenti, uomini e donne sposate a fare acquisti, musulmani vari, belle ragazze poco vestite e indipendenti, gruppetti di amici, tutto lo scibile umano consumista nel tempio del consumismo, il sabato pomeriggio, e muoversi in quegli spazi vestito di nero, come un monaco che non ha niente da condivedere con loro, e fermarsi lì, su una specie di panchina di forma rotonda attorno ad un enorme vaso di una pianta, fermarsi lì e vedere la gente andare e venire, senza domandarsi perché, solo per rilassarsi, in quel tempio del consumismo, e non pensare più a niente, solo distendersi e non aver più bisogno di niente, provando a immaginarsi in un’altra giornata vuota come quella magari a Berlino, quando non avrò niente da fare, nessun posto dove andare, liberato del demone che mi possiede quando a volte sto in casa troppo, per lavoro o per studio, in officina, liberarsi di quelle immagini, di quei demoni, e rilassarsi così, nel tempio del consumismo… tornare a casa a cena e non aver neanche voglia di mangiare, i miei che uscivano con un amico di mio padre a cena, io che non avevo dove andare chiamavo l’amico rimasto, per sentire magari anche l’altro, accordarsi per un’uscita, per svagarmi, per interrompere la solita routine di cose e pensieri e persone… parcheggiarsi lì, in quel parchetto delle “tre torri”, i palazzoni quasi case popolari di questa città, la gente che faceva passeggiare il cane, gente working class, dall’aspetto, dalle parole, pensieri semi depressivi che mi prendevano, e vedere me stesso da un’altra prospettiva, aver passato quasi trent’anni sempre all’ombra dei miei, non aver costruito relazioni durevoli, con qualche ragazza, non aver costruito niente, e guardarmi nel riflesso del tablet che avevo davanti a me, e sentirmi quasi un mostro, eppure poi rilassarmi… cominciare a leggere in inglese “Wanderers” di Knut Hamsun, un altro libro dei suoi, e perdersi in quelle descrizioni dei lavori nella foresta, e lì, immerso nel verde, ricordavo quelle estati in vacanza nei vari campi di volontariato, la bellezza della foresta, del verde, lontano dalla città, come diceva il libro, e quasi immaginavo una vita come guardia forestale, all’aperto, nelle foreste norvegesi, a parlare inglese e lavorare, lontano da qui, dalla città, che quasi mi pentivo di aver scelto la città di Berlino come destinazione per una vacanza, e sognare invece il verde, la foresta, il silenzio, la natura selvaggia, lontano dal fracasso della città… leggevo ad alta voce, in inglese, per recuperare la voce, per fare l’attore che leggeva, e stare lì, all’aperto, mi distendeva, lontano dalle mura di casa, che avrei voluto diventare nomade, muovermi in continuazione, non avere più dimora, perdere l’orientamento di questi luoghi, liberarmi una volta e per tutte, mentre mi accorgevo di vivere proprio in una periferia da working class, con quella gente delle tre torri, quel quartiere in mano a turchi, pakistani e cinesi, un quartiere pieno di parole volgari e ignoranti, ma forti, come quelle tre ragazzine da niente che uscivano dai palazzi, loro e loro parole e i loro discorsi e le loro voci che in un libro ottocentesco le avrebbero definite come “gergo da prostitute”, ragazze da niente, né più né meno di Ana, le ragazze… quelle che vedevo passeggiare al centro commerciale, le commesse dei negozi di abbigliamento, quell’altra che parlava con il managere del negozio di alimentari, diciannove anni, diceva, studiava marketing e pubblicità all’università, col sorriso sul volto, quel sorriso di una luce falsa, come le tante ragazze di plastica che vedevo al Carrefour, le ragazze di plastica, che non fanno venire nessuna voglia, né di amore, né di niente, solo indifferenza, ragazze di plastica, che questo vestire estivo a volte mi urta, con quei loro tatuaggi insignificanti sul corpo, quelle loro gambe al vento, quei fianchi, quel niente che mostrano, con questo caldo e sudore e afa che mi dà quasi lo schifo dei sensi, se non ci fosse la calma che va oltre queste ragazze di plastica…  e la serata poi arrivava, dopo le letture, dopo essersi svagato e liberato, una serata a chiacchierare con l’amico, per lo più di fotografia, imparare un sacco di cose, la fotografia non come specchio della realtà ma come sua consapevole distorsione e rielaborazione, concetti filosofici che saltavano fuori, il cubismo e la scomposizione delle immagini in un solo concetto, la differenza e la ripetizione nella sequenza di foto, il ciclo kali yuga di creazione, conservazione e distruzione, e di nuovo da capo, i discorsi tra realtà, percezione e interpretazione, le tirate agli altri amici, il disprezzo per quelle notti bianchi di un altro quartiere periferico, con qualche band tributo per il più famoso cantante italiano, conformista travestito da ribelle, e la break dance per i poveri, e uno svago che non sapeva di niente, altra quasi depression di vivere in posti così, tra gente da niente, divertimenti da niente, tutto da niente, e sorvolare, andare oltre, in ogni caso… le nostre parole che si protraevano fino a mezzanotte quasi, la stanchezza e il sonno che si facevano sentire, la voglia di rinfrescarsi con una bella doccia una volta tornato a casa, accendere l’aria condizionata e dimenticare tutto e tutti, lo spuntino di mezzanotte che sostituiva la cena saltata, la stanchezza e il mal di testa, il caldo, l’incantesimo dell’estate, tra queste ragazze di plastica, quartieri periferici squallidi, svaghi da niente, gente da niente, solo con quel giusto sentire che mi davano quei libri di Hamsun, le parole con l’amico, i giri durante la giornata per non essere sopraffatto dai demoni della depressione, le parole in inglese, la voglia di girare e non stare fermo, muoversi, muoversi e fare esperienza del mondo, raccoglie e catturare momenti, immagini, muoversi e sognare ad occhi aperti, raccogliere impressioni, senza fine, senza fine, quel canto dell’anima che partiva a volte, sognare di essere già là, in vacanza, visitare qualche luogo sacro o no, impressioni, visite, movimenti, in movimento con l’anima, raccogliere impressioni, le ragazze di plastica, i quartieri periferici squallidi, l’orrenda gente senza niente da dire, le parole inglesi e sogni d’altrove, impressioni di una periferia e sogni d’altrove…

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