Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nei suoi occhi come brillanti tristi…

E bastava rivederla nella notte, quando l’insonnia si faceva sentire, due bicchieri di vino rosso che innestavano i sentimenti sopiti, quelli nascosti, a scacciare l’odio e il nervoso di una giornata che non sapeva di sé, che si perdeva in croci ortodosse viste sulla guida turistica di Berlino, disegni di palazzi signorili, foto di una città che vorrò visitare solo perdendomi, come un flaneur, senza guida, là dove mi porta l’anima… pomeriggio passato al parco per un attimo, in mezzo a gente di ogni sorta, ancora nel sole della giornata, nei trenta gradi che ancora non ricordano certe estati afose e irrespirabili, un caldo che alla sera si sopportava, anche quando finivo di vedere la partita Croazia-Russia, al di là di vittorie metafisiche di storie dei due paesi e culture, ricordi autoreferenziali, pensieri che mi accorgevo da tempo essere in tilt, schizofrenici, senza alcun nesso con la realtà, pensiero magico di cui mi liberavo nella notte, con quei due bicchieri di vino, nel silenzio e nell’ombra da cui scaturisce ogni parola, quando non hai più bisogno di musica che ottunda i pensieri, che non li faccia sentire, quando la notte e il silenzio ti invadono e tutte mille cose scompaiono, retaggi di modi d’essere passati, loop che non vogliono più ripresentarsi, qualcosa che si smuove e non so perché… estasiarsi di immagini erotiche dal paese più sexy del mondo e ritornare a sentire il desiderio, lanciarsi nella notte per cercare lei, o la sorella, in preda ad estasi e fantasie erotiche e ad immaginazione… la notte, lei, là, Ana, che non mi andava di parlarle, nella mia fantasia volevo la sorella, solo lei, che si confondeva con quelle immagini, e mi fermavo, là, da lei, solo per vedere che la sua bellezza non aveva niente a che fare con quella delle foto, rifare il giro, scambiare due parole, e sentire il bisogno di lei, di Ana, fare il giro e ripassare da lei, per parlarle, solo per parlarle… come va, hai ancora sonno, va bene, mi diceva, sì, ho già sonno, non mi vedi negli occhi? Quell’istante, quell’istante che faceva crollare il mondo, il suo volto, i suoi occhi di pura tristezza, e infondermi in quello sguardo, infondermi, che mi chiedevo come un attimo prima avevo potuto desiderare la sorella, perdermi nell’ovale del suo volto, nella sua bellezza, nella sua dolcezza, ed accorgermi di essermi perso un’altra volta, nel suo sguardo… non c’era più altro pensiero nella notte, tranne lei che mi diceva di fare come voglio io, di passare quando voglio io, come voglio io, quelle parole e quello sguardo che sarebbero bastati a far essere quella notte l’ultima, quel sonno l’ultimo, senza più bisogno di niente, di nessuno, tranne che di lei e la sua voce e la sua bellezza e quegli occhi come dei brillanti tristi che mi accompagnavano nel nero della notte, nella bellezza e nell’estasi erotica d’amore, quei suoi occhi come brillanti tristi… 

E il risveglio doveva essere fatto di apparizioni della notte prima di epigoni di profeti apparsi per caso, vecchie abitudini di pensiero, automatismi che si dissolvevano, e il solo ricordo erano ancora gli occhi di lei, che mille pensieri schizofrenici si manifestavano per quello che erano, figmenti dell’immaginazione… camminare verso il bar per bersi quel caffè e comprarsi quelle sigarette nel bar più anonimo del mondo, dove la bionda cinese quarantenne è lì solo per non dire niente, passare oltre quell’inferno del bar di una volta, da cui provenivano voci di partenopei anziani e saggi e pieni di vita e ironia, andare oltre, e bersi quel caffè al bar, vestito di nero, come quel monaco ortodosso in me che smetteva di esistere nel ricordo degli occhi di lei, nel suo volto, e incamminarsi dopo dimenticandosi anche quasi di accendersi una sigaretta, e la musica mi invadeva, altra musica, di quell’evanescenza che una volta segnava la fine di quella musica, un innesto di suoni tra il sacro e gli abissi, note norvegesi black metal, il tempo che smetteva di scorrere, un giorno alla volta, una notte alla volta, e la visione ancora di lei, di quel suo sguardo, di quelle emozioni che si risvegliavano ancora, riapparivano alla superficie, e i ricordi di libri d’autore di shakespeariana memoria che riapparivano, come quei sonetti, quasi come quelli di Eminescu l’altro giorno, la lingua inglese che mi invadeva di quell’aurea depressiva e malinconica e piena d’amore come ai tempi delle superiori, di quei sviamenti, di quegli amori adolescenziali un po’ suicidi, quello stesso sentire che riaffiorava solo per liberarmi da tutti i pensieri schizofrenici e lasciarmi immergere nelle note di canzoni d’amore italiane di quella Laura che pensavo fossero canzoni di depressi, e quante volte ho confuso la sofferenza d’amore con la depressione, e camminavo e camminavo, solo per specchiarmi un attimo nelle vetrine dei negozi, con quella mia camminata, quel vestito nero, solo per rendermi conto che il teatro dentro la mia mente, come se fossi nel mondo dei sogni, viveva solo dentro la mia anima, e fuori, là fuori, la gente mi vede solo dal mio sguardo, come io ieri notte mi vedevo negli occhi di lei, del suo volto, del perdermi nei suoi occhi come brillanti tristi… Non so di che materia sarà fatta questa giornata, forse dei sogni, di quel sogno d’amore che ora mi invade, di quella musica che ora mi invade, nel silenzio e dal profondo dell’anima, che perdo ogni riferimento, ogni lingua, ogni modo di pensare e mi infondo ancora negli occhi di lei, tristi come dei brillanti, e il mio pensiero si trasforma in poesia e in sentimento, e rimane solo lei, i suoi occhi come brillanti tristi…

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