Pensieri liberi, Visioni

Per un mondo che per un po’ sarà meglio far eclissare…

Caldo assurdo, il giorno prima della partenza, cercare di non farsi influenzare dalle parole dell’amico, quello delle case popolari, con storie di criminali e drogati che non ti mettevano di certo il buon umore la sera prima, e i pensieri di quell’upper class delle mie cugine che ti spiazzavano, pensieri contrastanti, ai due estremi della scala sociale, stare in mezzo… che confronto alle paure metafisiche e storiche qua si parla di paure ed emozioni più concrete, l’invidia che suscitano quelli che stanno più in alto di te, le paure che ti comunicano quelli più in basso, la paura di degradarsi, la paura di non essere mai all’altezza, i due estremi… e prendere e decidere di fare questo viaggio per stare un po’ lontano da questa perifieria, da quei paesi di campagna, lontano, in una megalopoli, dove in fondo poi, come diceva Rudina, la mia amica albanese, tutto il mondo è paese… e combattere a volte con la fame, il desiderio di sentirsi da dio, gli umori altalenanti, il caldo che non ti fa capire più niente, e voler smettere di pensare, di pensare troppo a cose che di solito d’estate, con questo caldo, mi gettano in una specie di depressione, prendere e andare, visitare la città, i vari quartieri, e non fossilizzarsi sulle solite cose… pensare che poi potrò parlare con Maria Teresa al ritorno, potrò rivedere i miei amici in altre circostanze, non ci sarà più da sorbirsi l’operaio per un po’, e i suoi discorsi salviniani che vorrebbero fare piazza pulita del male nel mondo con la sola politica, mi veniva in mente un testo delle canzoni black metal: “Reconcile with the fear of the snake and embrace as your own”, il male del mondo… che non è possibile fare fuori il male nel mondo, che è la domanda fondamentale di ogni teologia, se c’è dio, perché allora c’è il male? Domanda senza risposta, a cui è meglio non pensarci, che si trovano solo note depressive, e nessuna soluzione, e se si comincia a pensare al male nel mondo ci dovremmo tutti quanti suicidare, tra l’invidia di chi è più in alto e la paura di chi è più in basso, contrastato tra due estremi senza trovare la mia via d’uscita, la mia via di mezzo… eppure la via di mezzo sta proprio qui, nel sentire questi pensieri come sottofondo, non come superficie, non come modo di rivolgersi agli altri, e andare avanti comunque, che l’unico pensiero di oggi sarà come passare la giornata, cosa fare, cosa leggere, nel mentre che aspetterò di partire domani mattina, molto presto, sperando di non farmi prendere da miei demoni personali, storie strane, senza la paura di impazzire, cercando di godersi questa settimana altrove, visitando la città, stando un po’ lontano da tutti e dai soliti discorsi, le solite facce, rifarsi gli occhi, tra nuova gente e nuovi luoghi, e non sentirsi più recluso in questi paesini, che poi tutto il mondo è paese, e i miei pensieri, il mio modo d’essere lo porto sempre con me, e non c’è rivoluzione o apocalisse che possa farmi rinascere, deve essere sempre così, tutto bilanciato, con tutte le variazioni del caso, i cambi d’umore, ma niente mi può più travolgere, cercando di stare sempre in piedi e sempre bene… e i prossimi giorni saranno fatti di relax, di giri per la città, lontano dalle solite voci, i soliti discorsi, le solite facce, che non vedo l’ora di andare via e lasciarmi alle spalle un mondo che per un po’ sarà meglio far eclissare… e sarà una bella settimana, che non sconvolgerà la mia vita, ma che mi farà passare almeno una settimana diversa, con questo caldo che per fortuna ottunderà i pensieri, con questo sentire tutto medio orientale, tra mezze visioni causate dal caldo e la dimenticanza di ogni cosa che ti passa per la testa, così, andando avanti con questo caldo, tra questo girare la città, con il diario da scrivere a penna se vorrò, un tappetino per raccogliersi se vorrò, e tanti luoghi da visitare, e posti diversi dove stare, per interrompere e scardinare alcuni automatismi nascosti, i soliti luoghi, le solite persone, il bisogno di vacanza che alla fine, dopo tanto tempo, si è fatto sentire, partire, partire, partire… che non so cosa farò quest’oggi, forse niente, butterò via il tempo, magari leggerò qualche notizia su internet, in non so quale lingua, mi distrarrò così, spensierato, incurante, a modo mio, per un mondo che per un po’ sarà meglio far eclissare…

Advertisements
Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Anche quando l’upper class arriva in campagna jam shqiptar!

L’upper class
arriva in campagna
e porta con sé
una festa di battesimo
da centosessanta persone
che non conosci
e rivedi le tue cugine
quelle italiane
che vedevi un po’ più spesso
quando eri piccolo e giocavi con loro
che mai avresti pensato
che una si sarebbe sposata
uno svedese
a capo di qualche megasocietà di assicurazioni
in Svizzera
upper class di chi ha conti a Dubai
aziende per il mondo
ed è di nazionalità svedese
ma è internazionale
in fin dei conti
e te che hai studiato e ti sei laureato
in relazioni internazionali e lingue
vivi quasi da mezzo disoccupato
in un paesino di periferia
dimenticato dal mondo
e dei tuoi studi
non sai che fartene
e rimani per tutta la durata della festa
isolato nel tuo angolo
con nessuno che ti parla e ti rivolge la parola
tu che non rivolgi la parola a nessuno
e ti sembra di essere il matto della situazione
che stare lì
in quello spiazzo circondato
da campi
in quella cascina
nel verde
non è tanto differente
che stare in un parco
di qualche mega residenza psichiatrica
non c’era differenza
nello stato d’animo
se non che l’unica vitalità
che sentivi
è quando vedevi passare
le tue cugine
tuo zio e tua zia
che in mezzo a quella baraonda
non eri nessuno
anzi eri forse
il semplice parente
un po’ fuori di testa
meglio lasciarlo stare
follia che avanzava
rinsavimento che ritorna
solo quando ti accorgi
dell’esistenza
di questi mondi paralleli
li puoi forse visitare
ma in fondo ne sei escluso
ti autoescludi
e ti escludono
e non ti senti nessuno
torni solo ad essere te stesso
quando finalmente
te ne allontani
e non sai neanche quando sarà la prossima occasione
nella quale
rivisiterai quei luoghi
e non te ne importa più di tanto
sei e sarai solo di passaggio lì
non hai le tue radici
come invece tuo padre
te sei di altrove
non sei di lì
e di lì ci sei sempre andato
solo di passaggio
ed è meglio dividere i mondi
che strano star lì a dormire
nella casa della zia
dopo pranzo
l’abbiocco
la siesta pomeridiana
con le foto del matrimonio
della cugina che ha fatto il colpaccio
il salto di qualità
starsene lì a cercare di dormire
ascoltando
the best of Bach
dal cellulare
mentre tuo padre nell’altra stanza
continuava a far zapping alla televisione
e ti sentivi un niente
un cosa ci facevi lì
che quasi anche tuo padre
si escludeva dalla festa
all’inizio
solo per rifarsi
dopo la cerimonia di battesimo
partecipare al buffet e alla festa
in mezzo agli altri
solo perché la zia
si era inalberata
perché se ne era andato
e con lui
noi
che ci faccio qui?
chi sono io?
Che ci faccio nella vita?
Cosa devo fare?
Perché tra queste canzoni d’amore
mi viene in mente solo Alina
e non come gli altri
la propria tipa
le coppiette varie di trentenne
chi sposato e chi con figli
cosa c’entro io?
Sono proprio a parte?
Gli altri non hanno passato
tutto quello che ha passato lei
i ricoveri psichiatrici della madre
nella mia infanzia
un padre sempre e solo occupato sul lavoro
i miei arresti domiciliari
il mio ricovero psichiatrico
percorsi scolastici sterrati
identità lavorativa precaria
e un’identità amorosa che si è sempre
rifatta solo sul modello di quelle
con un voto
forse segreto
di restare sempre per i fatti miei
dopo aver sognato la ragazza della mia vita
e ora non essere più neanche convinto
di trovare davvero
una relazione seria e duratura
come invece quelle giovani coppiette di ieri
se ne parlava l’altra notte
con gli amici
single convinti
che si danno forza tra di loro
una razza a parte
che non ha niente da condividere
con il 90%
degli altri
come quelle mie due cugine
come tutti gli altri là
a quella festa di battesimo
che era la roba più pacchiana del mondo
l’upper class arriva in campagna
e non sai che fartene di quel mondo
e ti ricordi solo te stesso
a guardare il vuoto
a stare in fissa
ad ascoltare la musica
e a non voler parlare con nessuno
facendo guerra al caldo
ai pensieri
alla musica
agli sguardi che ogni tanto ti andavano
come un ciclope
alle tue cugine
mondi a parte
che non si possono incontrare
non so quando le rivedrò di nuovo
non so quando ci si incontrerà di nuovo
non ci sarà niente da dire
niente da condividere
mondi a parte che non si possono incontrare
quando l’upper class arriva in campagna
e non sai che fartene di te stesso
della tua vita
che non sai neanche
perché stai andando a vagabondare
una settimana a Berlino
vagabondare per dimenticare
e non pensare più
stordirsi forse
come mi stordivo ieri
in quella festa sotto la musica
accorgersi che in questa vita
non c’è molto per te
non hai mai fatto niente
e continui a non volere niente
che neanche le parole di quel prete
del battesimo
ti salvano
solite antifone
in salsa diversa
che niente cambiano della tua vita
“la solita vita di merda
come tutti”
diceva la cugina
ed è proprio così
e non sai neanche a cosa puntare
ora che non rimane più niente
a cui puntare
l’assenza di scopi e obbiettivi
l’assenza di sogni
come se ogni sogno e obiettivo
se ne fosse ormai andato
e ti sembra oramai di vivere
solo di macerie
e di altre macerie che un giorno arriveranno
vita in perdita
la tua
contro quella a guadagnare
degli altri
di quelle due cugine
e dei loro amici
italiane che un tempo avrei odiato
con tutto il cuore
da diventare terrorista islamico
e farmi saltare in aria alla festa
che ieri invece
tutte queste cazzate si dissolvevano
e dicevi che in fondo
ti puoi anche riconciliare con le italiane
le tue cugine
anche se rimanete dei mondi a parte
dei mondi a parte
quando l’upper class arriva in campagna
e te ne stai qui
nella tua stanza a scrivere
con il freddo glaciale
dell’aria condizionata
in periferia
senza nessuna voglia di uscire
per il troppo caldo
aspetti il giorno della tua stupida vacanza
di cui non sai cosa fartene
e non rimane più niente
nessun obiettivo
se non quello forse di smettere di pensare
di non pensare più a niente
di fregartene di tutto
di ogni cosa
e vivere così
e ripeterti in fondo
jam njo shqiptar
ne Gjermani

che me ne frega!
Io nell’anima sono albanese
non so più neanche a che religione votarmi
qui
in questo paese
in quest’anima
non si capisce più niente
è saltato per aria tutto
e si può soltanto fregarsene di tutto
anche di se stessi
degli altri
di ogni cosa
anche di quei mondi di upper class
che arrivano in campagna
non è affare tuo
vivi per te
solo pensando a te
fregandotene di tutto
ne fund
jam shqiptar
individualist
menefreghista
non ci si può far influenzare del mondo
e da chi vi abita
ad ognuno il suo mondo
e la sua vita
chi se ne frega
jam nje shqiptar ne Gjermani
anche quando
l’upper class arriva in campagna
e io non c’entro niente
lasciatemi vivere la mia vita
vi vedrò tra non so quanti anni
fregatevene di me
come io me ne frego di voi
non abbiamo niente da condividere
a voi la vostra vita
a me la mia
e vado avanti lo stesso
a modo mio
jam shqiptar
come ieri notte e quella musica
di pura energia
che cancellava
le note banali
da mix italiano di youtube anno 2017-2018
siamo dei mondi a parte
a voi la vostra vita
a me la mia vita
anche quando l’upper class arriva in campagna
jam shqiptar!

Descrizioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

Risveglio primo pomeridiano di un sonno che vorrebbe fosse infinito, dalla stanchezza, dal caldo, da ogni cosa… vacanze già iniziate in pratica da tempo non definito, ora più che mai, niente da fare, nessuna voglia di far niente, e aspettare solo di partire, mettere a posto le valigie, le cose da portare via, stare attento ai documenti vari, e pensarci senza star lì a pensarle tutte… ritornare ieri notte dalla giornata in provincia di Mantova dalle mie cugine, festa alla grande per il battesimo di mia nipote, la figlia di mia cugina, 160 persone… sì, perché molto probabilmente offriva tutto il marito dell’altra cugina, la sorella di questa, svedese che lavora in Svizzera e da quello che è ho capito è una specie di capo megagalattico delle Zurich, e tutta la sua famiglia è una di quelle delle elite, altri parenti che lavorano a Dubai, New York, insomma upper upper class che ha deciso di sposarsi mia cugina, che aveva studiato economia lì a Mantova, era andata a lavorare in Spagna in qualche azienda di finanza e là ha conosciuto e poi sposato questo… due figlie, due nipoti, da parte di lei, una nuova nipote da parte dell’altra cugina invece, ieri… sentirsi un po’ così, degradato, annullato, insignificante, che le parole di mia cugina, quando mi salutava, mi diceva sorridendo: “Come va? Solita vita di merda, come tutti?”, “Eh sì…”, e quindi più di tanto quel mio senso di inferiorità si espandeva alle altre 160 persone lì presenti, amici e parenti non capivo di chi, tutti italiani, tutti mantovani, tra gente di sessant’anni e altri di trenta o quaranta, con qualche bambino e bambina al seguito, festa megagalattica per una bambina di qualche mese che non capisce ancora di dove è finita… e che strano, stare in mezzo a quei parenti e a quelle cugine che non avevano neanche il tempo di guardarti, di scambiare due parole, e sentirmi sempre più alienato, in mezzo a quella gente che non conoscevo, l’assenza totale di scambiare due parole con qualcuno, starmene per i fatti miei, a contemplare il nulla, a stare in fissa, o forse solo ad ascoltare la musica che usciva dal DJ set di Raffo, l’animatore che metteva su musica italiana degli ultimi anni, Baby K, Giusy Ferreri e un po’ di raggaeton, e tutta quella roba lì, che mi perdevo nella musica, guardavo il vuoto, e mi sentivo a mio agio in quegli spazi così ampi della cascina, un chilometro quadrato di spazio tutto per noi, circondato da campi, con l’edificio della ex stalla trasformato in un megaristorante a buffet che sembrava la festa dell’unità, e la strada sterrata e lo spiazzo là, circondato da campi, e l’erba verde era il teatro di tutto il nostro star lì a goderci questa festa, perdendoci sempre di più, con gente che in fondo non è che scambiasse più di tanto tante parole con chi non conoscevo, ognuno diviso nel suo gruppeto di al massimo una decina di persone, ed era come uscire in un locale dove non conosci nessuno e non hai neanche voglia di consocere nessuno, e te ne stai lì ad ascoltare la musica, a cercare di sentirti pronto quando per caso adocchiavi tua cugina o l’altra, la loro madre, o loro padre, che non si sa mai che vengano a dirti o a chiederti qualcosa, e devi avere la risposta pronta, e non puoi stare lì a crogiolarti nel tuo nulla, nella tua sofferenza da caldo atroce e gente sconosciuta, e musica che più di tanto non ti va giù, e gente varia, a combattere anche con il tuo senso di inferiorità perché tu non sei un megadirettoregalattico della Zurich, a momenti non hai neanche un lavoro, non hai una ragazza, non hai voglia di parlare italiano e neanche quel loro dialetto, e ti senti annullato in quella massa, sotto quella musica, che gli unici pensieri andavano solo al Sacro Volto o a qualche monaco ortodossa, dimensione nera dell’anima che non si sa divertire, e per un attimo visualizzava improbabili terroristi islamici che si sarebbero fatti saltare in aria in quella baraonda di persone e musica, e roba da bere e mangiare, antipasti, sangria, angurie, torte che sarebbero arrivate, risotti, e ti accorgevi di stare mica tanto bene a fine serata, quando prima una, e poi l’altra cugina ti passavano affianco e ti chiedevano: “Tutto a posto?”, “Sì, sì, tutto a posto!”, evocavi la tua voce migliore, anche se dentro di te c’era un’altra baraonda, un altro malessere, che non riuscivi nemmeno a spiegare, quel malessere di essere in mezzo a 160 persone e sentirsi più solo che mai… e altri fantasmi mi attraversavano per un attimo, io che per un certo periodo avevo pensato che quella cascina e quelle persone le avrei riviste solo a qualche prossimo funerale di non so chi, come quando succedeva cinque anni fa, per mia nonna, e invece stavolta si era lì per un battesimo, dopo che la funzione della cinque del pomeriggio mi permetteva di fare un giro in chiesa, vedere gli affreschi, San Giuseppe, Gesù Cristo lavoratore, San Pietro crocifisso, il Cuore Sacro di un’altra statua di Gesù, e la targhetta commemorativa di Papa Francesco nei confronti di Don Primo Mazzolari, una specie di eroe di quel paesino lì, e la messa non c’era neanche, non era neanche la solita messa comunitaria con intermezzo di battesimo, era una specie di cerimonia privata, che il don aveva concesso per impegni famigliari, e visto anche la tanta gente presente, che poteva essere considerata come comunità, visto che il battesimo introdurrebbe alla vita comunitaria di ogni cristiano… le benedizioni, i simboli dell’acqua e dell’olio, la vita che è una battaglia contro il male, le nuove generazioni che sono indifferenti alla fede perché la generazione prima non ha saputo trasmettere la fede, ed è colpa nostra, ed è colpa loro, e chissà se la fede avrà qualche revival nelle prossime generazioni, e intanto il don chiedeva a tutti noi di essere dei buoni educatori, nella fede, e spendeva altre parole di una funzione che non durava più di mezz’ora… tanta gente, sì, davvero tanta gente, che non so neanche se fosse lì per il battesimo o per l’esaltazione di far parte di qualcosa che aveva il vago sentore di un’elite, con quelle due cugine che nella vita, due cugine di campagna, sembrano davvero aver voluto puntare in alto, ed essere arrivate, sopratutto la cugina che lavora in Svizzera, e quasi quasi ero lì per lì di fare pace con tutte le italiane di questo mondo, con l’universo femminile, e pensavo a come la cultura, dopo gli anni sessanta, si sia sempre di più femminilizzata, con la loro emancipazione, che ora sembra quasi che comandino le donne, anche con tutte quelle canzoni, se vogliamo, un po’ esplicite, o comunque fanno da corollario, che qualsiasi integralista islamico che fosse passato di lì, o anche un cattolico di 70 anni fa avrebbe avuto molto da ridire, con queste donne che fanno il bello e il cattivo tempo, che puntano in alto, e tutti i miei libri si dissolvevano in quell’istante, dal corano alla bibbia al superuomo di Nietzsche, con quelle superdonne e superuomini, lavori in Svizzera, una barca di soldi, vite piene di vita e di eventi, forse rimaneva una qualche riminiscenza protestante della sacralità del lavoro e della famiglia, e di questi eventi che dovrebbero unire, anche se per quasi tutta la giornata di ieri mi sentivo schiacciato da questa maestosità made in Sweden… e che differenza di giornata se pensavo alla prima parte di ieri, la mattinata, quando si stava in casa di mia zia anziana, Lucia, e sua figlia Mara, una casa semplice di campagna, con una piccola bottega dove preparare le bomboniere, e lì non c’era niente, c’era solo quel discorrere in dialetto tra mia zia Lucia e mio padre, di mia madre e mia zia Mara, ed ero sempre più sovrastato da quella cappa nera dentro di me, forse per il poco sonno della notte prima, con i soliti discorsi degli amici, Fizi e Barre, forse per il caldo, forse per la paura inconscia che avevo della messa, di quelle 160 persone, per lo stress di dover fare le ultime cose per organizzare il viaggio in Germania, lo stress di dover parlare, esistere, farmi vedere, quando in questo periodo vorrei solo scomparire, e l’unica tranquillità che trovo è quella di adesso dove sto scrivendo, nella mia stanza studio, sotto l’aria condizionata, senza nessun calore, senza nessun lavoro da fare, senza niente da leggere, e guardando alla giornata di ieri e alla sua maestosità finalmente con un certo distacco… e passeranno ancora altri anni, altri anni da quando rivedrò le mie cugine, che anche loro ormai hanno la loro età, 35 anni giù di lì, un po’ come me, ormai sistemate, felicemente sposate, ma ancora molto belle e sensuali, se è vero che in fondo l’altra cugina che ieri battezzava la figlia aveva anche partecipato a Miss Italia ormai quindici anni fa, e che strano era vedere quelle due perle di bellezza in mezzo a tutta quella gente sconosciuta, che strano avere come unico punto di riferimento loro due, e poi sì, i loro genitori e il contadino storico della cascina, e nessun altro, in mezzo a quella baraonda, mentre i ricordi di quando ero bambino e andavo là in cascina a trovare le mie cugine si disfacevano, si dissolevano, come un’età ormai totalmente andata, come è andato ormai il modo che avevano quei parenti di rivolgersi a me, un disorientamento totale di identità e tempi e cognizione delle cose, che non sapevo più chi ero, cosa apparivo ai loro occhi, cosa sembravano a me quelle due cugine italiane, forse delle aliene, o delle persone normali con alte ambizioni, o forse niente, io che ero un niente, io che dentro di me mi ricordavo le mie ferite, tutte quelle cose che ho passato che la gente comune non ha passato, e non sapevo se sentirmi un anti eroe o un semplice pazzoide, o un fallito, o non so che cosa, o un turista, o un parente tra i tanti, un po’ strano, e tutti questi anni senza contatti, tutta quella gente sconosciuta, i miei ultimi deliri e divagazioni, non aiutavano a definire il mio ruolo lì, e mi disperdevo, mi disorientavo, ancora di più del solito, e non capivo più niente, ed era forse questa evidenza che faceva dire alle mie due cugine, sul finire della serata: “Tutto a posto?”… tutto a posto, sì, certo, ma lontano da qui, che non si capisce niente, disorientamento totale, voi e il vostro dialetto, la vostra upper class, la vostra vita che sta tra un film di Bergmann e uno di Ermanno Olmi, upper class che arriva nella campagna di periferia, straniamento cognitivo totale, tra gli anni che passano, contatti che non ci sono più, legami sperduti, e anche un certo senso di distacco e superiorità da parte loro, con neanche il tempo di parlarti e dirti due cose, e io da non voler dire due cose a loro, forse l’unica figura vicina era quella di Elia, il padre delle due, contadino e coltivatore da una vita, che forse non ha mai cambiato il suo modo d’essere, e sua moglie, Maria, contenta di certo delle sue due figlie e nipoti, ma non tanto di noi, la mia famiglia che prendeva e se ne andava a pranzo, quando lei ci aspettava, degli outsider, della gente con disturbi caratteriali, un po’ fuori di testa, poveri e fuori di testa, degli scarti umani di fronte a quella maestosità, e io che non mi sapevo più ricollocare, individuare, sperduto, disorientato in mezzo a quella baraonda, che per fortuna ora quella festa è finita e lì non ci dovrò tornare più per un po’, non so quando, e i nostri mondi rimangono separati, ed è giusto così, ed è bene che sia così, per non disorientarci più… quelle due cugine insomma, quelle due cugine italiane, lo specchio di questo mondo, ma non lo specchio del mio mondo, che al viaggio di ritorno in macchina e la notte a dormire evocavo ancora le mie canzoni pop albanesi preferite, quelle che prendono un po’ i suoni dalla musica orientale, e la mia musica non era la loro musica, e la mia musica non era neanche la musica dei miei amici, e mi perdevo in quei suoni, nella stanchezza del caldo, nel caos e nel disorientamento, e solo adesso si creava un sipario, una cortina di ghiaccio tra quel mondo e il mio, un mondo che si divide, per non disorientarci più, quel mondo delle cugine italiane e il mio, forse in pace con quel mondo, non più in aperta guerra, ma di certo io di quel mondo non ne faccio parte, e non mi disoriento più, su la cortina di ghiaccio tra quel mondo delle due cugine italiane e il mio, per non disorientarmi più!

Poesie, Visioni

Alla ricerca del niente eterno, vagabondare eterno…

In questa vuotezza
alla base di tutto
vagabondare
dormire
e buttare via
le giornate
vedersi come un barbone
a chiedere l’elemosina
e buttare via le giornate
là dove più niente ha senso
non c’è scopo
non c’è meta
gli studi che voglion essere dimenticati
le lingue
che si risolvono
in un ronzio
senza più alcun senso
senza voglia dire più niente
a nessuno
parlare ancora con gli amici

solo per annullare ogni senso
nei loro discorsi dentro me
e fingere
e recitare
di dare ancora un senso ai discorsi
recitando un personaggio
che non sono io
a niente servono i discorsi
di chi mi diceva
che nella vita
c’è
qualche vocazione
a qualche mestiere
non fatemi parlre in altre lingue
non parlate di me
niente ha più senso
e in questo non senso
non mi perdo più come due anni fa
nella disperazione
più nera possibile
allora non mi muovevo
mi ubriacavo
e rimanevo in questa prigione
che sono questi
cinquecento metri quadrati
per tre piani
di cui non so cosa farmene
adesso
girovago
vado in giro
solo per trovare il niente
e i libri e le letture
e i film e la musica
servono solo a coprire i pensieri
di chi un senso non lo trova
più
e si immagina già un settembre
un agosto
fatto di niente
vagabondare ancora
per le strade di Berlino
senza una meta
per una settimana
solo per tornare qui
e vagabondare ancora
senza meta
senza scopo
andrei quasi in India
non per trovarmi
ma per perdermi
e dimenticare il mondo
parli
perché hai la pancia piena
mi dicevano gli amici
nella vita bisogna
trovare un modo per sopravvivere
per vivere
qua niente ha più senso
ed è solo una liberazione questa
non è più una condanna
è solo una liberazione
del nonsenso
e del vuoto che avvolge tutto
che fonda ogni cosa
non mi va più di sentire discorsi
motivatori
e motivazioni
la verità e la salvezza
stanno nella vuotezza
che stanno alla base di tutto
e niente più mi smuove
mi dà un senso
cercheranno forse di motivarmi
di farmi discorsi
ma io ormai penso solo a vagabondare
a dormire
a buttare via le giornate
e a non perdere
la visione del nulla
alla base di tutto
come un vagabondo
vivo questa vita
pronto già a perdere tutto
quando già niente non ho più
gli amori di una volta
sono dimenticati
le passioni
i desideri
mi tengono forse ancora in vita
ma non sono più
una meta
un obiettivo
è l’epoca del vuoto
non fatemi più lavorare
non fatemi più credere
di sapere le lingue
di volerle parlare
di cercare un lavoro
o di emigrare
scappare
cercare un altro lavoro
qui niente ha più senso
è il vuoto e la vuotezza divina
che tutto fonda
da qui
non c’è altra via
è tutto niente
niente è tutto
e se per sbaglio
delle sure del corano
ascoltate in una pizzeria turca
sembrano dare senso
ad un bambino
alla sua madre
e a suo padre
è una visione fuggente
di una vita che non fa per me
lasciatemi nel nulla
che se fossi vissuto nel medioevo
avrei fatto
il vagabondo eterno
alla ricerca del niente eterno
senza più volere niente
da me
dalla vita
da ogni persona
da ogni discorso
non mi interessa più niente
lasciatemi
dormire
vagabondare
buttare via le giornate
niente ha più senso
se non il nulla
che sta alla base di tutto
che fa sfumare via
anche le parole di questo poemetto
perché senza senso
parole istituzionalizzate
nel corso dei secoli
pura polvere sonora
che per altre persone è niente
come ogni suono
ogni cosa
pura sonorità
dal nulla da cui scaturiscono le parole
ognuna più insignificante dell’altra
come la vita stessa
l’esistere
ed ogni cosa
la vita
alla ricerca del niente eterno
vagabondare eterno
senza più alcun senso
alcuna meta
dormire
vagabondare
buttare via le giornate
alla ricerca del niente eterno
vagabondare eterno

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Il sonno, vagabondare e buttare via le giornate, in questa vuotezza alla base di tutto…

Riprendere il corso d’ebraico così per ripassare un po’, fare risciacquo linguistico dopo questi giorni di full immersion in inglese, il libro di Jo Nesbo, le serie di “The Originals”, i libri di Knut Hamsun, la Deutsche Welle in inglese… riprendere a leggere qualcosa dopo che la giornata di oggi era assonnata, persa tra quelle canzoni mizrahi che mi davano la rilassatezza necessaria, dopo lo sclero di ieri, quando non ne potevo più di stare in casa, in officina, in ufficio, prendere e andare ancora al parco, Parco Sempione… andare là e dimenticare tutto, dimenticarsi anche di quei cinquecento metri quadrati su tre piani, spazio ampio, di certo, ma non abbastanza per me quando vado fuori di testa e vado in tilt e sclero e ho bisogno di andare via, prendere e andare via… e mi fermavo alla solita pizzeria dei turchi, dove mi mangiavo una pizza, mentre c’era il corano di sottofondo, venerdì mattina, verso mezzogiorno, con il solito pizzaiolo e suo figlio di sei o sette anni, che alla fine si prendeva pure i cinque euro che gli dovevo per una pizza e per una bottiglietta d’acqua, che strano stare lì in quella pizzeria con il corano in sottofondo, cercando di fare ordine nella testa, in quel caos dentro di me, e dare quei cinque euro a quel bambino mi faceva ricordare delle donne, di sposarsi, avere figli, come i primi sonetti di Shakespeare, “Unless thou beget a son…”, le donne… e prendevo e andavo via, mi bevevo il mio caffè al bar lì di fianco e me ne andavo verso Milano, dopo che un vecchio che accompagnava una nera, non so chi fossero, mi chiedevo dov’era la fermata dell’autobus che porta ad una città qua vicino, là dove abitava Leida, là dove a volte i miei ricordi vanno in tilt… e me ne fregavo e andavo avanti, convinto di liberarmi della giornata, di ogni cosa, mentre pensavo dentro me che forse un giorno potrei davvero fare questo di mestiere, semplicemente vagabondare, con pochi soldi in tasca, e passare le giornate a non fare niente, semplicemente chiedere l’elemosina e liberarsi di tutti quegli stress del lavoro, degli amici, delle ragazze, degli studi, dei parenti e colleghi, e semplicemente vivere di niente, come un barbone, buttando via le giornate, rinunciando a tutto, lasciando anche perdere l’idea di trovare un buon lavoro in linea con i miei studi, e fregarmene una buona volta proprio di tutto… e arrivavo lì al parco, i soliti neri che facevano segno se volevo un po’ di hashish, un gruppetto di giovani che si fumava una canna, coppiette varie di giovani che parlavano seduti su una panchina, turisti francesi sparsi un po’ ovunque, e sotto il caldo, io, alla ricerca di un posto all’ombra dove dimenticare me, dimenticare il mondo, dimenticare ogni cosa… e trovavo un posto all’ombra, e combattevo contro il craving di una bottiglia di birra, per fermare il nervoso che sentivo in me, e solo alla fine decidevo di prendermi quella nuova pastiglietta che si scioglie in bocca, che m’ha dato il dottore, pastiglietta che finalmente mi mandava nel mondo dei sogni, io lì, sdraiato sull’erba, all’ombra, con solo il mio zaino pieno di roba ad accompagnarmi, senza più voglia di leggere niente, di vedere nessuno, solo e da solo in mezzo a non so quante migliaia di metri quadrati di parco, spazio abbastanza grande da non farmi venire la claustrofobia, da solo mi rilassavo e non pensavo più a niente, tutto svaniva, tutto si dissolveva… mi svegliavo forse due ore dopo, con la sola voglia di trasgredire un po’ la dieta ferrea, e mi permettevo una coca cola zero, e poi me ne stavo lì, ancora sull’erba, sdraiato, a non pensare a niente, a cuocere forse sotto il sole, e pensare che delle giornate così potrebbero essere anche quelle a Berlino tra qualche giorno, giornate spese al parco senza fare niente, giornate buttate via così, lontano da tutti e da tutto, riposo totale… e mi alzavo solo per andare a mangiare qualcosa, verso le sei del pomeriggio, orario in cui di solito mangio, ceno, e mi permettevo un hamburger di quelli strong al Burger King lì in stazione, solo per ritornare poi al parco, e accorgermi che ormai la giornata era andata via così… i turisti, le coppiette, i giovani, tutto nella norma, e già mi piaceva fare quel giro qua e là, vedendo facce nuove, sentendo lingue diverse, e vedendo anche forse il mio futuro possibile: quel barbone seduto sulla panchina che si gedeva il suo panino, mentre un altro in bicicletta poco prima passava e mi vedeva, e mi diceva, con accento italiano: “You can totally do it!”, do what? Mi chiedevo, prendere e andare via? Parlare inglese, prendere e decidere cosa fare di questa vita? Fare cosa? E non c’era risposta, segni che a volte il mondo mi manda, ma che smetto ormai di interpretare… e pensavo anche a quella specie di sogno che facevo, quando pensavo magari di aprire un negozio o un’attività con qualche soldo da parte, ma che cosa? Una libreria? Una fumetteria? Rilevare un’edicola? Ma chi legge e compra ancora il cartaceo? Anzi, chi legge ancora? E mi accorgevo che era un’idea che non aveva né capo né coda… e me ne tornavo a casa, con la giornata buttata via così, ma dove almeno mi ero rilassato una buona volta per tutte, e non mi sentivo più in tilt con me stesso… me ne tornavo, sul treno, con il caldo addosso, con la sola idea di tornare a casa e farmi una doccia rinfrescante, e sdraiarmi poi sotto l’aria condizionata in camera e non pensare più a niente, dimenticare il caldo, l’estate, ogni cosa… e chiamavano gli amici, la solita uscita serale, chiacchierare e fare quattro passi, e dimenticare ancora di più, dimenticare, dimenticare ogni cosa… e si usciva la sera, si rideva, si scherzava, si parlava, ci si confrontava, dicevo dei miei giorni che saranno in vacanza, a Berlino, altri giorni da buttare via che saranno, e non pensavo al domani, ad andare al battesimo di mia cugina, rivedere i parenti, sentire discorsi noiosi, dover parlare di me e altre cose che non mi fanno per niente piacere alla sola idea, e non ci pensavo, non ci volevo pensare, anche quando la sera tornavo e pensavo solo al fresco dell’aria condizionata, questo caldo che non ti permette di pensare, di fare niente, questo caldo che dà alla testa, e mi pascevo solo nel fresco della notte, al di là anche dell’eclissi di luna, e mi perdevo nelle immagini erotiche di quelle ragazze che da sole possono farmi scaricare dal nervoso, da ogni cosa, da ogni pensiero, e pensavo ancora ad altre giornate da buttare via, a non fare niente, a sperimentare l’assaggio di una vita da barbone, da vagabondo, senza neanche lavorare come fanno invece in quei romanzi di Hamsun i vari vagabondi, sempre che cercano lavoro, che cercano un modo per sopravvivere, mentre a me non interessa più niente ormai, mi andrebbe solo di vagabondare e buttare via i giorni, perché un senso qua non lo trovo più, lo trovo solo nel nonsenso generale di qualche religiosità che sa di nulla, di vuoto, di assenza, se non fosse per quel corano che sentivo dai turchi, quel bambino che vedevo, e quella madre a cui pensavo, ma poi mi eclissavo, mi eclissavo anch’io come la luna della notte di ieri, e volevo solo dormire… e dormivo… dormivo e mi svegliavo più rintronato di sempre, con le idee confuse, come ultimamente mi capita, che mi sveglio e non so più neanch’io perché mi sveglio, forse solo per invocare una qualche divinità che svuoti tutti i pensieri, solo per prendere e andare poi a fare il mio giro al bar la mattina, per le sigarette, e la solita camminata di un’oretta, forse il momento più bello di tutta la giornata, senza nessuno attorno a me con cui parlare, io da solo, a camminare, per i fatti miei, a prepararmi a vagabondare e a non fare più niente, non credere più a niente, non voler più vivere, solo vagabondare in eterno, senza una meta, senza uno scopo, dimenticando gli studi, ogni lingua, ogni cosa imparata, non dando più peso a niente, annullando tutto e tutti e vagabondare e solo vagabondare e non fare più niente, e buttare via le giornate… camminavo e camminavo solo per poi tornare in casa e decidere quest’oggi di riposare, aria condizionata, musica israeliana mizrahi, e nessuno, e niente, e accettare questi miseri cinquecento metri quadrati per tre piani di questa casa, come diceva l’amico delle case popolari della sera prima, che lui già sarebbe felice con così tanto spazio, a me sembra solo una prigione, una prigione molto spaziosa, e provavo ad accontentarmi di questo spazio, almeno per il fresco, e distendermi sul letto e dormire, e non pensare più a niente, trasportato via dalla musica, dai suoni, dal canto, fino al sonno, ennesimo sonno, che tra vagabondare e buttare via le giornate sono diventati le costanti di quest’ultimo periodo, e mi lasciavo trasportare dalla musica, da quella lingua strana che spezza i denti e spezza ogni ascolto, e mi perdevo nei miei misticismi linguistici, di una lingua originaria che non esiste, pura sonorità dalla quale scaturisce ogni lingua, ogni suono, ogni combinazione di parole, solo per trovare il nulla da cui ogni pensiero, ogni idea nasce, quel nulla fatto di suoni che ti permette di capire che tutto nel mondo è completa vuotezza di senso e significato, di scopo e meta, e mi perdevo in quei suoni, in quella musica, in quel canto… e andava via quasi metà mattinata e il primo pomeriggio, mi svegliavo solo per risciacquare ancora di più il suono e le lingue in me, solo per buttarmi in quel corso di ebraico per principianti, così, per annullare ogni idea, ogni pensiero, ogni lingua, ogni costruzione astratta, lo stato, una nazione, il popolo, una lingua nazionale, cose a cui non credevo più, filosofie di vita, ideologie che possano motivarti, filosofie d’ogni genere, niente, non rimaneva più niente, solo il sonno, la voglia di vagabondare e di buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente… in quella vuotezza generale, vuotezza su cui si fondano diecimila cose del mondo, nessuna vera, nessuna con alcuna consistenza, con nessuno scopo, e in quella vuotezza mi perdevo e mi perdo e c’è solo voglia di sonno, di vagabondare e buttare via le giornate, e non credere assolutamente più a niente, in questa vuotezza che alla base del tutto…

Pensieri liberi, Visioni

Collezionista di sensazioni…

Uscire, in questo sabato senza senso, dopo esser tornato a vedere la serie tv di vampiri “The Originals”, che Alina mi consigliava di vedere, la lingua inglese che prendeva spazio in me, si liberava, il piacere di guardare ancora quella serie leggera, il sabato, fatto di strani pensieri, permettersi di riposare dopo pranzo, dopo questi ultimi giorni impazziti dagli orari fuori dagli schemi, andare a dormire alle otto di sera per svegliarsi alle cinque di mattina, completamente fuori di me, il lavoro che non c’è, le inutili paure per quel viaggio a Berlino che sarà, le solite maledizioni quando bastava uscire, uscire per andare in quel parco dell’ex ospedale psichiatrico, un’atmosfera da film di Dario Argento, il silenzio e il solo suono dei grilli e delle cavallette che inondava il parco, nel buio e nel fresco dell’ombra sotto le stradine alberate, un paio di adolescenti in bicicletta, due o tre negri rifugiati, vestiti come rapper, una coppia di giovani italiani, lui e lei, su una BMW, e quella via che conduceva alla chiesa ortodossa romena, che avrei voluto visitare, visto che l’ultima volta era chiusa, mi avvicinavo sempre di più a quella chiesa di una volta, e il canto dei grilli e delle cicale si faceva sempre più sentire, e immaginavo scene ancora da film di Dario Argento, la paura di qualcosa di estraneo, di differente, e le immagini dentro di me, le solite immagini loop religiose che si disinfestavano poco alla volta, mi avvicinavo alla chiesa solo per cominciare a udire i canti liturgici ortodossi, un coro che cantava l’alleluia, così lontano dalle sonorità di Bach o di altri musicisti barocchi o occidentali, dei cori che non erano neanche gregoriani, ma ortodossi, carichi di pesantezza e gravità, che al solo avvicinarmi mi passava la voglia di entrare a vedere la chiesa, l’iconostasi e chi celebrava quella liturgia e chissà quali fedeli… me ne tornavo indietro, con la sensazione sempre più forte di essere finito in un film di Dario Argento, e intanto i grilli e le cicale intorno a me, il fresco del parco e l’ombra mi indondavano sempre di più, mi accendevo una sigaretta… riguardavo la coppia di innamorati che si era seduta su una panchina, davanti alla loro BMW, gli altri due adolescenti in bicicletta passavano e mi ricordavano la mia adolescenza, quando con i miei amici andavamo a fare macello in quel luogo già allora abbandonato, scalare i tetti, immergersi in improbabili tunnel, perdersi nell’immenso parco, tra luoghi abbandonati e nel verde lì attorno, e intanto io ero lì, vent’anni dopo, quasi, pensando a chi se ne è andato in Inghilterra, chi lavora ancora qui, chi nel frattempo è andato a convivere, e pensavo anche a quella notizia, forse falsa, che Johnny Depp era stato lì a girare una scena di un film, in quel parco dell’ex ospedale psichiatrico, e subito un’amica di Facebook aveva ripostato la fake, indicando la grandezza di questo paese dimenticato da Dio… e intanto le vecchie insegne con il nome dei vari reparti erano ancora lì, imbrattate senza fine da tagger da pochi soldi, e lì attorno c’erano invece adolescenti, gente perdua, negri alla ricerca di un futuro, e me ne ritornavo verso la chiesa invece, dove questa volta vedevo uscire un uomo ben vestito, giacca e cravatta, con la moglie e il suo lungo vestito rosso come una vestaglia, e il loro piccolo o piccola, non so, di tre o quattro anni, giù di lì, e mi dicevo che allora forse quei canti non erano così gravi e pesanti, se c’era qualcuno lì ad ascoltarli, una giovane famiglia come un’altra… e me ne andavo via dal parco dell’ex ospedale psichiatrico, senza sapere dove me ne sarei andato… prendevo la macchina e me ne andavo verso l’altro parco, nell’altra città qua in zona, e decidevo di fare un altro giro in quella città che una volta mi vedeva assieme alla mia prima ragazza, più di dieci anni fa, rivisitavo ancora quella zona, giravo qua e là, visitavo la ex chiesa trasformata in piccolo spazio per esposizioni d’arte, e vedevo quei quadri che ricordavano vagamente Klimt e Schiele, quadri dalla carica erotica, quasi tutti soggetti femminili, sirene e cappucetti rosso, qualche Cleopatra, dei disegni che sembravano dipinti, dai colori accesi, dei Klimt trasformati quasi in fumetti dai colori accesi, e dalla carica erotica che ben si stagliava in quella chiesa sconsacrata, all’uscita dell’esposizione vedevo l’artista che mi salutava, e me ne andavo rispondendo al saluto… entravo un attimo nella chiesa là davanti, quella vera, e mi accorgevo di come certi luoghi mi diano fastidio, dopo tutto, al di là dell’ultima visione di quella giovane famiglia all’uscita della chiesa ortodossa, non sono luoghi per me, e temo già una noia infinita settimana prossima, quando dovrò andare al battesimo di mia nipote, la figlia di quella mia cugina quasi mia coetanea, ma non mi importava, andavo oltre… e mi dirigevo verso quel centro commerciale che una volta, più di dieci anni fa, era vivo e pieno di vita, dove i miei amici, quando eravamo adolescenti, “andavano a caccia”, ovvero a cercar di fare colpo sulle tipelle che passavano di lì, e dieci anni dopo e oltre quel centro commerciale era un semplice grande magazzino alla cinese, dove c’è di tutto e di più, a poco prezzo, e l’unica perla era una t shirt di tiger man, una t shirt rossa con la maschera di tiger man e la scritta tigermask in giapponese, roba da dire all’amico invasato per le robe giapponesi, per il resto non c’era niente, a parte un altro alimentari generico, un negozio di bigiotteria che si spacciava per gioielleria, e i soliti marocchini lì fuori, ad ubriacarsi, le famose città multiculturali… me ne andavo ancora di qua e di là, notando, dopo dieci anni e di più, come le cose cambiano, anche la stazione dei treni di una volta non c’era più, dismessa, la nuova stazione spostata più avanti, lontano dal centro, e mi giravo ancora quel negozio di una volta, quel negozio che vendeva magliette metal e oggettini esoterici vari, ancora lì, dopo dieci anni e di più, quel negozio che guardavo solo dalla vetrina… me ne andavo a cenare ad un turkish kebab, in un ambiente migliore di quello del mio paesino, e mi dicevo che quella città a pochi chilometri da me è già più vivibile di questa periferia degradata, e mi godevo la mia cena, guardando i teleschermi piatti con le immagini di Instanbul della Turkish Airlines, dicendomi che un giorno forse davvero potrò visitare la Turchia, se mai mi verrà davvero voglia, e pensavo a tutte le possibili future mete, adesso che entro di più sempre nella fase turista, o collezionista di sensazioni… e mi liberavo, mi liberavo all’idea di muovermi, di girare qua e là, di non stare inchiodato all’officina, ai libri, a internet, al tablet, mi liberavo, pensando magari di fare un giro il giorno dopo in città, in centro a Milano, per muovermi un po’, per togliermi la muffa di dosso, per cambiare prospettiva, angolazione, per uscire da quei soliti loop che a volte mi prendeno, e me ne liberavo, tra le immagini di una Turchia alla televisione e una chiesa ortodossa e i suoi canti, e la visione di una città dieci anni dopo e anche di più, che quel giro poteva bastare per oggi, era solo la dimostrazione che basta un po’ muoversi, cambiare aria, cambiare atmosfera, e si può quasi rinascere, sentirsi vivi, o, per lo meno, imparare a uscire da certi loop che a volte mi tormentano, e come mi dicevo ultimamente è sempre più vero: “Non ce la faccio più a stare qui…”… e allora meglio muoversi, cambiare, girare, diventare collezionista di sensazioni, e uscire dai loop, e tutto il resto verrà da sé, ovunque mi troverò, in qualunque lingua parlerò o sentirò parlare, in ogni dove, qualunque persona che incontrerò, e allora muoversi, cambiare, cambiare prospettiva, angolazione, girare di qua e di là, muoversi e collezionare sensazioni…

Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Il futuro? Una pagina nera…

Sei come piazzato
tra un muro dietro di te
che è il passato
e una vetrina davanti a te
che è il futuro
la vedi
ma non la puoi raggiungere
diceva l’amico
beato lui
che un futuro lo vede
e ha il passato
barrato
dietro di sé
a me il passato
mi travolge
vivo ancora dentro di esso
e mi distrugge
giorno dopo giorno
avvolto nelle trame del passato
relazioni perdute
amicizie scomparse
sensi di piacere che una volta
erano e
ora
si sono trasformati
in incubi
il futuro?
Una pagina nera davanti a me
nessuna visione
avvolto dal nero del passato
che mi tormenta
provare a risentire
quella ragazza romena avventista
che era in Indonesia
l’anno scorso
quest’anno
è
negli Stati Uniti
viaggiare
viaggiare
diceva
girare il mondo
e ci si sente bene
e io sono ancora qui
dopo trentacinque anni
mentre vedo la gente
di università
che va e viene
e gira il mondo
e si costruisce una vita
io
ancora qui
senza aver costruito
niente
senza niente da costruire
solo con le macerie
di un passato che non c’è più
a perdermi
tra i relitti e i rottami
e le scorie
di qualcosa che ora mi avvelena
il nero passato
in cui sono avvolto
e un futuro che non c’è
inutilmente diceva all’amica
romena
che sarei andato a Berlino
in vacanza una settimana
a cercare cosa non lo so
forse a smuovere l’anima
ma se ogni volta che l’anima si smuove
devo drogarmi di farmaci psichici
mi pare che qualcosa stia andando
non per il verso giusto
5 mg di ansiolitici
10 mg di antipsicotici
e sentire ancora l’inferno
e la schizofrenia
in me
aver anche ricontattato
quella russa dell’anno scorso
quella disinteressata ragazza per me
che subito dopo
averle mandato il messaggio
la schizofrenia
si faceva sentire
cancella quel messaggio!
Non la sentire più!
E ancora non ha risposto
meglio così
meglio ancora se non risponderà
perdersi in immagini di ragazze erotiche
per richiamare alla mente
il desiderio
la romena senza nome
che tanto avrei rivoluto
in quegli istanti
pura voluttà
pura distruzione e stordimento
erotico
pur di non pensare alla vita
qui
la gente che gira il mondo
e io sempre incollato qui
a San Francesco
sempre incollato ai libri
in altre lingue
a film in altre lingue
con il sogno di una volta di viaggiare
di scappare da qui
che ora sembra solo fiction
e non mio vero desiderio e visione
da attuare
vai, fai, disfa!
Diceva l’amico
se me ne potessi andare io!
Avrei un mondo che si apre
per le cose che voglio fare!
Io non voglio fare niente
non ho voglia di fare niente
aspetto solo la morte
che porti via questi deliri
questo malessere
e questa sete di autodistruzione
attendo forse la follia
per farla finita
con tutto e con tutti
e l’unica direzione che riesco a concepire
è quella che mi si para davanti
nella direzione del tempio
lì posso morire
prima del tempo
posso annullare tutto e tutti
e non far rimanere più niente
non ho obiettivi
non ho uno scopo
non ho una visione per il futuro
altro che vetrine!
Qui è una pagina nera
che non può essere neanche scritta
neanche disegnata
avvolto completamente nel nero dell’anima
e nelle macerie del passato
che quasi ora tornerei
ad ascoltare musica di magia nera
perché so già che quelle pasticche prese
mi butteranno in dimensioni
oscure alternative
non facendomi vivere più
sdraiato su un letto
sedato e assonnato
pur di non vedere la realtà
chiudere gli occhi e sperare che così
il mondo stesso possa scomparire
non ho voglia di lavorare
non ho voglia di leggere
tanto più che mi rendevo conto
di quanto ero incollato a quei libri
a quel tablet
letture automatiche
come uno struzzo che caccia
la testa nella sabbia
pur di scomparire
e in America ora c’è lei
e non i libri e i film
c’è lei che vive
c’è lei che viaggia
e io sono qui
a morire nel nero velo
del passato che mi tormenta
senza più alcuna visione
mi chiedevano in università
cosa avrei voluto fare dopo la laurea
nessun piano
dicevo
mentre le ragazze intorno a me
tutte sapevano più o meno
cosa volevano fare
non tutte sono certo andate
negli Stati Uniti
ma qualcuna a Parigi o a Kiev
ci va
per lavoro
un’altra è andata a Londra
un’altra di Genova ha trovato a Milano
la gente che va e che viene
si sposta
progetta viaggia
ha idee per il futuro
e le mette in pratica
io?
una pagina nera
che è la mia visione del futuro
total nothingness
glued to books and movies
to escape reality
e il mondo mi sfugge
le relazioni mi sfuggono
tutto mi sfugge
e l’alcol andava bene
per risvegliare
desideri erotici
di bellissime ragazze
droga naturale
che estasia l’anima
solo per farti svegliare
con il senso di lei
che è altrove
che vive
come l’altra
la gente che vive
che lavora
che ha progetti per il futuro
che ha visioni del futuro
io?
una pagina nera
nella quale sono avvolto
dal velo nero del passato e dei suoi fantasmi
non si riesce a fare un passo avanti
e anche viaggiare per una settimana altrove
non sa di niente
non ha aspettative
è solo un giro turistico
senza scopo
dove forse impazzirò
mi annoierò
o non succederà niente
o odierò il posto così come odio qui
intanto la droga psichica
farà il suo effetto
e ora come ora
voglio solo
dormire
sdraiarmi
non pensare più a niente
allo schifo che sono diventato
a questa autodistruzione
che annulla il mondo
tra incubi e sogni
e non mi va più di vivere
non mi va più di progettare
voglio morire
in questo velo nero di macerie del passato
accompagnato da musica di magia nera
e non credere più a niente
a nessuno
e buttarmi via
e lasciarmi andare al nero e al male del mondo
che ora mi travolge
il futuro?
Una pagina nera…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Impressioni di una periferia e sogni d’altrove…

The godess of imaginary light… svegliarsi così, con questo canto evanescente in mente, la visione verso il tempio, di quella luce che salva, dalle porte mistiche e trascendentali, il ricordo della giornata passata, per uscire dalle tenebre di quella stanza che portava delirio, fare il giro della città, come se fossi già a Berlino, girare la città come se fossi uno straniero, un turista, per non cadere nell’incantesimo da magia nera e rossa, che ricordava un’estate depressa di qualche anno fa, uscire e spezzare le catene, per fiondarsi in biblioteca la mattina, e leggere con tutta calma il libro di Knut Hamsun “Fame”… lettura che rilassava e distendeva, questo giovane vagabondo alle prese della ricerca di un lavoro, di come vivere, a fine ottocento, in Norvegia, la fame e l’impossibilità di trovarsi un vero lavoro da giornalista, scrivere un sistema filosofico, lavorare da uomo tuttofare da contabili, lavori in nero, pur di sopravvivere, con idee velleitarie di scrittore, e poi trovare e sognare l’amore di una ragazza, e sfinirsi quasi alla follia, la fame che attanaglia, i soldi che non ci sono mai, e finire la vita buttando via tutte le carte, l’amore e tutti i lavori, e prendere e partire come marinaio su una nave mercantile in Inghilterra, i sogni di gioventù da scrittore che se ne vanno via, buttati via, e l’amore, anche quello, la dura realtà del mondo che cambia, che ha bisogno di soldi, e vedere me dopo la laurea, dopo Alina, venire a patti con la realtà e non con i mondi dei sogni di chissà quali lavori intellettuali e chissà quale scrittura… lettura piacevole che portava via tutta la giornata, duecento pagine che si leggevano come niente… e girare e girare, di qua e di là, al parco, in biblioteca, al supermercato, in casa per un attimo con l’aria condizionata, e non trovare mai pace… fare un giro al centro commerciale quando minacciava temporale e qualche goccia in effetti scendeva, fermarsi a comprare una piadina e una bevanda rinfrescante, e vedere la gente in giro, quella del centro commerciale, ragazzine con la famiglia, gruppetti di adolescenti, uomini e donne sposate a fare acquisti, musulmani vari, belle ragazze poco vestite e indipendenti, gruppetti di amici, tutto lo scibile umano consumista nel tempio del consumismo, il sabato pomeriggio, e muoversi in quegli spazi vestito di nero, come un monaco che non ha niente da condivedere con loro, e fermarsi lì, su una specie di panchina di forma rotonda attorno ad un enorme vaso di una pianta, fermarsi lì e vedere la gente andare e venire, senza domandarsi perché, solo per rilassarsi, in quel tempio del consumismo, e non pensare più a niente, solo distendersi e non aver più bisogno di niente, provando a immaginarsi in un’altra giornata vuota come quella magari a Berlino, quando non avrò niente da fare, nessun posto dove andare, liberato del demone che mi possiede quando a volte sto in casa troppo, per lavoro o per studio, in officina, liberarsi di quelle immagini, di quei demoni, e rilassarsi così, nel tempio del consumismo… tornare a casa a cena e non aver neanche voglia di mangiare, i miei che uscivano con un amico di mio padre a cena, io che non avevo dove andare chiamavo l’amico rimasto, per sentire magari anche l’altro, accordarsi per un’uscita, per svagarmi, per interrompere la solita routine di cose e pensieri e persone… parcheggiarsi lì, in quel parchetto delle “tre torri”, i palazzoni quasi case popolari di questa città, la gente che faceva passeggiare il cane, gente working class, dall’aspetto, dalle parole, pensieri semi depressivi che mi prendevano, e vedere me stesso da un’altra prospettiva, aver passato quasi trent’anni sempre all’ombra dei miei, non aver costruito relazioni durevoli, con qualche ragazza, non aver costruito niente, e guardarmi nel riflesso del tablet che avevo davanti a me, e sentirmi quasi un mostro, eppure poi rilassarmi… cominciare a leggere in inglese “Wanderers” di Knut Hamsun, un altro libro dei suoi, e perdersi in quelle descrizioni dei lavori nella foresta, e lì, immerso nel verde, ricordavo quelle estati in vacanza nei vari campi di volontariato, la bellezza della foresta, del verde, lontano dalla città, come diceva il libro, e quasi immaginavo una vita come guardia forestale, all’aperto, nelle foreste norvegesi, a parlare inglese e lavorare, lontano da qui, dalla città, che quasi mi pentivo di aver scelto la città di Berlino come destinazione per una vacanza, e sognare invece il verde, la foresta, il silenzio, la natura selvaggia, lontano dal fracasso della città… leggevo ad alta voce, in inglese, per recuperare la voce, per fare l’attore che leggeva, e stare lì, all’aperto, mi distendeva, lontano dalle mura di casa, che avrei voluto diventare nomade, muovermi in continuazione, non avere più dimora, perdere l’orientamento di questi luoghi, liberarmi una volta e per tutte, mentre mi accorgevo di vivere proprio in una periferia da working class, con quella gente delle tre torri, quel quartiere in mano a turchi, pakistani e cinesi, un quartiere pieno di parole volgari e ignoranti, ma forti, come quelle tre ragazzine da niente che uscivano dai palazzi, loro e loro parole e i loro discorsi e le loro voci che in un libro ottocentesco le avrebbero definite come “gergo da prostitute”, ragazze da niente, né più né meno di Ana, le ragazze… quelle che vedevo passeggiare al centro commerciale, le commesse dei negozi di abbigliamento, quell’altra che parlava con il managere del negozio di alimentari, diciannove anni, diceva, studiava marketing e pubblicità all’università, col sorriso sul volto, quel sorriso di una luce falsa, come le tante ragazze di plastica che vedevo al Carrefour, le ragazze di plastica, che non fanno venire nessuna voglia, né di amore, né di niente, solo indifferenza, ragazze di plastica, che questo vestire estivo a volte mi urta, con quei loro tatuaggi insignificanti sul corpo, quelle loro gambe al vento, quei fianchi, quel niente che mostrano, con questo caldo e sudore e afa che mi dà quasi lo schifo dei sensi, se non ci fosse la calma che va oltre queste ragazze di plastica…  e la serata poi arrivava, dopo le letture, dopo essersi svagato e liberato, una serata a chiacchierare con l’amico, per lo più di fotografia, imparare un sacco di cose, la fotografia non come specchio della realtà ma come sua consapevole distorsione e rielaborazione, concetti filosofici che saltavano fuori, il cubismo e la scomposizione delle immagini in un solo concetto, la differenza e la ripetizione nella sequenza di foto, il ciclo kali yuga di creazione, conservazione e distruzione, e di nuovo da capo, i discorsi tra realtà, percezione e interpretazione, le tirate agli altri amici, il disprezzo per quelle notti bianchi di un altro quartiere periferico, con qualche band tributo per il più famoso cantante italiano, conformista travestito da ribelle, e la break dance per i poveri, e uno svago che non sapeva di niente, altra quasi depression di vivere in posti così, tra gente da niente, divertimenti da niente, tutto da niente, e sorvolare, andare oltre, in ogni caso… le nostre parole che si protraevano fino a mezzanotte quasi, la stanchezza e il sonno che si facevano sentire, la voglia di rinfrescarsi con una bella doccia una volta tornato a casa, accendere l’aria condizionata e dimenticare tutto e tutti, lo spuntino di mezzanotte che sostituiva la cena saltata, la stanchezza e il mal di testa, il caldo, l’incantesimo dell’estate, tra queste ragazze di plastica, quartieri periferici squallidi, svaghi da niente, gente da niente, solo con quel giusto sentire che mi davano quei libri di Hamsun, le parole con l’amico, i giri durante la giornata per non essere sopraffatto dai demoni della depressione, le parole in inglese, la voglia di girare e non stare fermo, muoversi, muoversi e fare esperienza del mondo, raccoglie e catturare momenti, immagini, muoversi e sognare ad occhi aperti, raccogliere impressioni, senza fine, senza fine, quel canto dell’anima che partiva a volte, sognare di essere già là, in vacanza, visitare qualche luogo sacro o no, impressioni, visite, movimenti, in movimento con l’anima, raccogliere impressioni, le ragazze di plastica, i quartieri periferici squallidi, l’orrenda gente senza niente da dire, le parole inglesi e sogni d’altrove, impressioni di una periferia e sogni d’altrove…

Prosa Poetica, Visioni

L’ortodossia nera dell’anima, e gli occhi di lei, ispirazione infinita…

Pagine bianche da riempire, insuonato da sonetti shakespeariani e musica d’altrove, passando momenti al parco per espandere la mente, e lo spirito, al di là delle sempre più strette mura di casa, automatismi di luoghi che mandano in tilt, espandeva l’anima e lo spirito per prepararsi a vagabondare ancora, per 7 giorni in un altrove che non conosco, sognando una volta e per sempre di liberarmi di me… sonetti che evocavano la sua figura, finché c’era l’incanto, spezzato da visite in casa di chi non avrei voluto, antiche voci di chi vuole saperla più lunga e comandare, sperando di far comandare gli altri, volontà di potere là dove solo Dio comanda… eterno dormire di luci nere che apparivano dall’abisso, apocalissi o crocefissioni di amori sperduti, una stanca aurea e sonno m’attanagliava al ricordo di lei, come lei dormire in questa vita che non dà niente… musica che si accendeva in me per non ascoltare pensieri maledizioni, cambiare luogo per disinfestare l’anima dagli spiriti che regnano a volte in me, eterno loop di luoghi che ha bisogno d’un taglio, quanto mi piacerebbe andare a vivere altrove, da solo, per spazzare la mappa mentale dell’anima, liberarmi di me e dei miei luoghi, ricordare come lei diceva di non dormire altrove, ma solo di lasciarsi andare alla musica, e lei sconfina oltre ogni dove… divinità d’amore al di là del tempo e dello spazio… sognare una serata al di là di tutto, di luoghi e persone, di discorsi e parole, lascali parlare, loro e la loro filosofia, che è già stata attuata, cordone ombelicale spezzato già prima del tempo, grazie a Katia, e non c’è bisogno di ripetere ciò che è già accaduto, convivenze di comodo là dove non si hanno obiettivi, se non capire come liberarsi, là dove però il desiderio va solo ad Ana, e non concepisce più nessun’altra… come innamorarsi delle più che non mi ispirano niente? L’amore non va a comando, a forzature, e l’anima mia è salva anche senza amare, senza filosofie che risvegliano solo i serpenti dell’anima, lasciali parlare… qui in questo parco, come un principe barocco, in mezzo a tutti e nessuno, senza desiderare più niente, con le sole visioni di un mezzodì che rivelava la redenzione attraverso l’ortodossia e il canto evanescente, che non ci sono più altre dottrine, pensieri magici, psicologismi, che la mia anima volava in una chiesa ortodossa, dove venivo unto di un saio nero come un monaco folle di lei, come l’estate scorsa, icone di lei… là dove l’amore è sommerso dall’estasi spirituale dei giorni dopo, non importa più il desiderio mio, ma la sua vita, scelta in disparte dagli altri, ai margini di una via, per salvare non si sa chi, visione di un Jean Val Jean, o Resurrezione… ritrovo lei in me, ortodossi dell’anima nera che porto sempre con me, ovunque, con chiunque, si disperdono false identità e sono io, libero di non comandare niente… rimandato è il cosa fare nella vita, è già tanto sapere di essere salvi, in ogni caso, l’amore che redime che l’anno scorso non riconoscevo, Leida e i suoi incantesimi, Marina e lo sviamento… l’anima mia finisce sempre in Romania, là dove finisce il mondo, e nasce l’ortodossia dell’anima nera… non ho bisogno di chiese, di preghiere, sono libero di essere me stesso, sempre, ovunque, i discorsi altrui non influiranno più, e la sua visione, i suoi che occhi sapevano di poesia rinascevano nei sonetti shakespeariani, non vedi i miei occhi? Perdersi in lei, in quello sguardo e tutta la poesia mi invadeva, fino all’ortodossia nera dell’anima, e gli occhi di lei, ispirazione infinita…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nei suoi occhi come brillanti tristi…

E bastava rivederla nella notte, quando l’insonnia si faceva sentire, due bicchieri di vino rosso che innestavano i sentimenti sopiti, quelli nascosti, a scacciare l’odio e il nervoso di una giornata che non sapeva di sé, che si perdeva in croci ortodosse viste sulla guida turistica di Berlino, disegni di palazzi signorili, foto di una città che vorrò visitare solo perdendomi, come un flaneur, senza guida, là dove mi porta l’anima… pomeriggio passato al parco per un attimo, in mezzo a gente di ogni sorta, ancora nel sole della giornata, nei trenta gradi che ancora non ricordano certe estati afose e irrespirabili, un caldo che alla sera si sopportava, anche quando finivo di vedere la partita Croazia-Russia, al di là di vittorie metafisiche di storie dei due paesi e culture, ricordi autoreferenziali, pensieri che mi accorgevo da tempo essere in tilt, schizofrenici, senza alcun nesso con la realtà, pensiero magico di cui mi liberavo nella notte, con quei due bicchieri di vino, nel silenzio e nell’ombra da cui scaturisce ogni parola, quando non hai più bisogno di musica che ottunda i pensieri, che non li faccia sentire, quando la notte e il silenzio ti invadono e tutte mille cose scompaiono, retaggi di modi d’essere passati, loop che non vogliono più ripresentarsi, qualcosa che si smuove e non so perché… estasiarsi di immagini erotiche dal paese più sexy del mondo e ritornare a sentire il desiderio, lanciarsi nella notte per cercare lei, o la sorella, in preda ad estasi e fantasie erotiche e ad immaginazione… la notte, lei, là, Ana, che non mi andava di parlarle, nella mia fantasia volevo la sorella, solo lei, che si confondeva con quelle immagini, e mi fermavo, là, da lei, solo per vedere che la sua bellezza non aveva niente a che fare con quella delle foto, rifare il giro, scambiare due parole, e sentire il bisogno di lei, di Ana, fare il giro e ripassare da lei, per parlarle, solo per parlarle… come va, hai ancora sonno, va bene, mi diceva, sì, ho già sonno, non mi vedi negli occhi? Quell’istante, quell’istante che faceva crollare il mondo, il suo volto, i suoi occhi di pura tristezza, e infondermi in quello sguardo, infondermi, che mi chiedevo come un attimo prima avevo potuto desiderare la sorella, perdermi nell’ovale del suo volto, nella sua bellezza, nella sua dolcezza, ed accorgermi di essermi perso un’altra volta, nel suo sguardo… non c’era più altro pensiero nella notte, tranne lei che mi diceva di fare come voglio io, di passare quando voglio io, come voglio io, quelle parole e quello sguardo che sarebbero bastati a far essere quella notte l’ultima, quel sonno l’ultimo, senza più bisogno di niente, di nessuno, tranne che di lei e la sua voce e la sua bellezza e quegli occhi come dei brillanti tristi che mi accompagnavano nel nero della notte, nella bellezza e nell’estasi erotica d’amore, quei suoi occhi come brillanti tristi… 

E il risveglio doveva essere fatto di apparizioni della notte prima di epigoni di profeti apparsi per caso, vecchie abitudini di pensiero, automatismi che si dissolvevano, e il solo ricordo erano ancora gli occhi di lei, che mille pensieri schizofrenici si manifestavano per quello che erano, figmenti dell’immaginazione… camminare verso il bar per bersi quel caffè e comprarsi quelle sigarette nel bar più anonimo del mondo, dove la bionda cinese quarantenne è lì solo per non dire niente, passare oltre quell’inferno del bar di una volta, da cui provenivano voci di partenopei anziani e saggi e pieni di vita e ironia, andare oltre, e bersi quel caffè al bar, vestito di nero, come quel monaco ortodosso in me che smetteva di esistere nel ricordo degli occhi di lei, nel suo volto, e incamminarsi dopo dimenticandosi anche quasi di accendersi una sigaretta, e la musica mi invadeva, altra musica, di quell’evanescenza che una volta segnava la fine di quella musica, un innesto di suoni tra il sacro e gli abissi, note norvegesi black metal, il tempo che smetteva di scorrere, un giorno alla volta, una notte alla volta, e la visione ancora di lei, di quel suo sguardo, di quelle emozioni che si risvegliavano ancora, riapparivano alla superficie, e i ricordi di libri d’autore di shakespeariana memoria che riapparivano, come quei sonetti, quasi come quelli di Eminescu l’altro giorno, la lingua inglese che mi invadeva di quell’aurea depressiva e malinconica e piena d’amore come ai tempi delle superiori, di quei sviamenti, di quegli amori adolescenziali un po’ suicidi, quello stesso sentire che riaffiorava solo per liberarmi da tutti i pensieri schizofrenici e lasciarmi immergere nelle note di canzoni d’amore italiane di quella Laura che pensavo fossero canzoni di depressi, e quante volte ho confuso la sofferenza d’amore con la depressione, e camminavo e camminavo, solo per specchiarmi un attimo nelle vetrine dei negozi, con quella mia camminata, quel vestito nero, solo per rendermi conto che il teatro dentro la mia mente, come se fossi nel mondo dei sogni, viveva solo dentro la mia anima, e fuori, là fuori, la gente mi vede solo dal mio sguardo, come io ieri notte mi vedevo negli occhi di lei, del suo volto, del perdermi nei suoi occhi come brillanti tristi… Non so di che materia sarà fatta questa giornata, forse dei sogni, di quel sogno d’amore che ora mi invade, di quella musica che ora mi invade, nel silenzio e dal profondo dell’anima, che perdo ogni riferimento, ogni lingua, ogni modo di pensare e mi infondo ancora negli occhi di lei, tristi come dei brillanti, e il mio pensiero si trasforma in poesia e in sentimento, e rimane solo lei, i suoi occhi come brillanti tristi…