Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

E l’immagine di lei confonde favola, realtà, fantasia…

Tsk! Ivanka Trump… God bless America… e scoprivo così l’America,  con quelle parole del vecchietto altotesino amico di mio padre quando diceva “God bless America, dillo come lo dice Trump!”, e “Ivanka Trump”, la bionda, che mi ricordava Amalia, che mi ricordava Manuela, che vedevo nella stupida barista bionda del ristorante, con il tatuaggio sulla caviglia del Tao… classi popolari… filosofia antica cinese per il popolo, e chissà quali discorsi stupidi potrebbero saltare fuori se mai ci parlassi con quella… Ivanka Trump, sposata con un ebreo, Ivanka Trump, che vi vedevo Amalia, la russa, che ai tempi credevo figlia dello zar, Amalia, che nella follia per Manuela rivedevo lei… la ragazza… la ragazza che fa impazzire, con queste idee da mezzo folle che si inventa storie che non esistono, le altezze della storia e della politica internazionale che si riflettono su una che batteva la strada, una cassiera, e una barista… l’assurdità delle fantasie d’amore, la follia pura che indica però la strada: trovare moglie, o più semplicemente trovare una ragazza che ti faccia sognare come fanno sognare le immagini archetipe di una figlia dello zar, di una figlia di un presidente statunitense, assurdità di cui mi accorgo, che rimandano però al mondo della cultura, là dove cultura e follia d’amore si incontrano… e poi siamo qui, in questa periferia, io, in questa casa dipinta di bianco, in questa villetta, che dentro di me ho sempre chiamato la casa bianca, e ci sarebbero già elementi da farmi finire diretto in manicomio, se solo non mi accorgessi della follia d’amore… sì, perché in effetti basterebbe parlare un po’ con quella barista, come sarebbe bastato parlare con Manuela, come sarebbe bastato parlare con Amalia, per rendersi conto del divario tra fantasia e realtà, tra aspettative e vita vera e reale, tra queste fantasie di una follia passata e la realtà quotidiana di tutti i giorni… un lavoro umile, da niente, quello di tutti noi, quando si va al ristorante ad un pranzo di lavoro, e quelle delle servette, poco più che servette, le ragazze che fanno il marciapiede, la cameriera/barista, la cassiera, tutte figlie di un’economia di mercato che ha bisogno anche lei di lavori così, per fare andare avanti il sistema, e l’assurdità di vedere queste figure di tutti i giorni che si mischiano con la storia e la politica, tra politica, economia, storia ed erotismo… la follia dell’amore… e so che quando gli estremi si toccano si raggiunge il ridicolo, o il manicomio… che ho scoperto l’America così, nella visione di queste ragazze, nel sogno d’amore, in qualche parola detta in inglese, ascoltata in inglese alla Deutsche Welle in inglese, tra notizie internazionali e quotidiani tedeschi sulla politica, psicoterapia delle notizie tra molestatori sessuali e presidenti schizofrenici che annullano e poi riconfermano incontri di stato, figlie di presidenti che lavorano, sposate con qualche ebreo miliardario, e Israele e tutte le religioni del mondo, tra messia laicizzati di chi si occupa di diritti umani e cause umanitarie, templi che rimandano a infinite culture e ad altri messia più religiosi, rimandi ad un Iran inesistente, a qualche impero ottomano perduto, a qualche Zarathustra che ti ordina di dire, da oggi in poi: “Yes, I can!”… e altri messia che non possono niente e che però ti ricongiungono con il resto del mondo, uno tra tanti, io, in questa civiltà democratica dove uno è nessuno, è tutti, è centomila, e alla fine è anche un po’ se stesso… la singolarità nel marasma generale, cosa mi distingue dagli altri? Chi sono io? Perché proprio io? Perché proprio lei? E non vedermi in niente, in nessuno, uno tra tanti, uno che a fine giornata si mette a fare jogging come tanti altri per stare un po’ in forma, con le immagini di Men’s Health in testa, o le figure che popolavano la televisione a pranzo di quei calciatori super sportivi, e altri messia che invece si disperdono in visioni oniriche di una spossatezza che sa di litania coranica, una via di mezzo tra il sonno e la veglia, un dormire e sognare ad occhi aperti, di imperi ottomani dove la stanchezza e il torpore erano pane quotidiano, dove si fuma appunto come turchi, magari seduti al tavolino di un bar, tra gente che commenta le sue avventure erotiche e ti salva di più di mille esperti, con quel suo: “Una di più, una di meno, cosa cambia? E pensare che gliel’avevo presentata io a quel mio amico!”, “Si è autodistrutto”, “Io di giorno non torno a casa, che anche mia moglie lavora, cosa torno a casa a fare?”, la via tra il ristorante e il bar, tra le officine di lavoro, e quel computer che apre le porte dei mondi in tutte le lingue, l’assurdità del locale e del globale, il divario, il microcosmo che si confonde con il macrocosmo… e non sapere che fare in questa fine di giornata se non sognare e sognare una ragazza che non c’è, che abbia le vaghe apparenze di Ivanka Trump, Amalia, Manuela, la barista cameriera del bar, e poi nessuna, una, centomila… che te ne fai di una serata così, dove non sai neanche più se sia vigilia di shabbat, jalal, o semplicemente venerdì sera, quando le donne di strada fanno più soldi di tutta la settimana, a loro dire, e non hai voglia di vedere gli amici, di sentire nessuno, ma solo di sdraiarti sul letto, sognare, rilassarti dopo una settimana di lavoro, più stressante che faticosa, e già ti immagini il giorno dopo tra la biblioteca e l’altra pizzeria dei turchi, immerso nei tuoi sogni e nei tuoi libri, per staccare da quegli ambienti, dalle solite facce, dai soliti discorsi, e come è giusto ogni volta della giornata ti rimane solo la visione della giusta cameriera, una volta era Noemi, una volta era la romena, un’altra volta è questa Ivanka Trump rediviva che ti colora la giornata e fa parlare messia inascoltati, tra Zarathustriane memorie che ti ordinano di ripetere sempre: “Yes, I can!”, di non abbatterti, che ti ricordano quel maestro di karatè musulmano zingaro della tua adolescenza che ripeteva sempre: “Non si dice ‘non riesco’!”, e altri messia che si disperdono tra schermi televisivi, libri e immagini e icone, e buddha, madhi, e forse nessuno tra i tanti messianesimi secolarizzati e laicizzati che ti chiedi ancora cosa te ne fai della religione, se non per dire che alla fine: “Va bene così, sono vivo, respiro ancora, ho ancora tutta la vita davanti, e si sta bene insieme agli altri, e va già bene così…”, per poi concludere forse con quella frase del cameriere: “Cosa vuoi di più dalla vita? Un Amaro Lucano?”… la persuasione degli schermi mediatici e il mondo delle apparenze che si sovrappone alla realtà… e non sai che fartene della sera, troppo bella e stanca per sapere di musica, di litanie coraniche, di perle di saggezza dei libri, di stronzate con gli amici, di sogni di ragazze che sono tutte, nessuna, centomila, di mondi virtuali e immaginari che si confondo con la realtà, solo per poi alla fine accorgerti che non rimane niente, se non l’illusione e la fantasia, la fantasia che ritorna a significare come quei versi del poeta: bisogna romanticizzare il mondo, farlo diventare favola, mentre ti ripeti forse come quell’altro filosofo: “Quando il mondo vero diventa favola…”… e non ti ritrovi più, tra realtà e fantasia, e ti disperdi, nel mondo dei sogni, e scopri l’America là dove pensavi non l’avresti mai scoperta, e l’immagine di lei confonde favola, realtà, fantasia…

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s