Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

ハ-ト, hato beer, 阿斗, atou, “Ato!”, diceva il cinese, ato, adou, lo scemo incompentente figlio di un regnante dei tempi antichi in Cina, una figura mitologica quasi, lo scemo, il folle, l’inetto, il mio nome cinesizzato: “Ato”, come mi diceva quel cinese una volta, Ato, Aldo, versione cinese del mio nome… quel cinese in quel negozio cinese di cibi, bevande, spezie, ciotole, tazze, cibi surgelati, incensi, birre e liquori estremo orientali, il Kathai, a Paolo Sarpi… Paolo Sarpi… che ci andavo sempre da adolescente, insieme ai miei amici cinesi, a comprare le cassette di musica cinese, i vcd di film cinesi, con la speranza e la voglia di imparare la lingua cinese, i miei anni con gli amici cinesi, altri, a cercare la ragazza che non arrivava mai, la ragazza cinese, quando ai tempi mi ero innamorato della vicina cinesina… tempi andati… “Paolo Sarpi, mi ricorda la mia prima gioventù, come facevo a uscire con i cinesi?”, dicevo al mio amico fumettista italiano, Barresi, “Eh, vabbè, ci sta…”, diceva lui, e il mondo si apriva… “Ato!”, diceva quel cinese quando compravo la birra giapponese al tè verde: Hato, traslitterizzazione giapponesizzante della parola inglese “Heart”, cuore, il mio nome cinese, Ato, la parola giapponese/inglese che diventava il mio nome, Ato, come mi chiamava quel cinese una volta, lo scemo, il folle, l’inetto, l’incompetente figlio di principi, il padre… il lavoro… la famiglia… nel nome del padre… il mio nome… il nome che nell’antica Cina cambiava, a seconda di chi ti nominava nella società, come in certe tribù africane, il nome nel mondo, nell’esistenza, nel vivere, non il nome della nascita, Ato, un altro mio nome, l’inetto, e Barresi che mi ricordava come mi chiamavano invece nella scuola giapponese di un tempo, Arudo, Arudo-san, アルドさん, ricordi di una vita precedente, di più vite precedenti… quando andavo alla scuola di giapponese, quando uscivo in Paolo Sarpi, quando uscivo con gli amici cinesi, quando studiavo cinese e giapponese, quando oggi, rivedendo tutti quei prodotti estremo orientali mi perdevo negli ideogrammi, nei simboli strani, nelle scritte giapponesi, come quel 白龍の酒, hakuryuu no sake, il saké del drago bianco… troppi ricordi… gli amici cinesi, l’ultima cinesina nel ristorante italo-cinese, Valeria la cinese che ogni lunedì mi serve il caffè al bar, Paolo e il suo vendermi le sigarette, Leo che mi parlava l’ultima volta della sua tipa, Alex che mi parlava della Cina… la Cina… l’Estremo Oriente… troppi ricordi… troppe suggestioni… come quella Kazaka estremo orientale che una volta mi facevo, là, vicino alle rotaie del tram, prima che comparisse Leida, poco dopo Diana la russa, forse tra Magda la polacca, e chi si ricorda più… le cinesi… le estremo orientali… i centri cinesi di massaggi che non vorrò mai frequentare, le cinesi che sono sacre, il primo amore, una cinesina, forse, la libido della mia prima giovinezza… Ato, il mio nome cinesizzato… tre bottigliette di birra, come tre lattine, tre bottigliette di birra giapponesi, e di fronte a quel cinese che mi diceva: “Ato!”, non dire niente, ritrovare solo nella sua pronuncia, nella sua voce, l’esatta pronuncia di quel cinese che una volta mi chiamava: “Ato”, cinese amico di cinesi, ai tempi di QQ, delle chat cinesi, delle amicizie, della follia ideogrammatica, delle lingue estremo orientali, l’infinito… e non dire niente a quel cinese oggi, guardarlo solo negli occhi, ridere, sapere che quel nome è un nome di un folle, e non dire niente, come spesso si usa in Cina, l’elisse delle cose, il non detto, il messo tra parentesi, il silenzio, una sospensione di parole che si fondano sul: “Non lo so”, “Non te lo dico”, “Non si può dire”… ridere e comprarsi tre birre, di fronte a quell’italiana che faceva la promoter, quella giovane ragazza, che mi diceva di assaggiare le patatine viola, di non so che tipo, assaggiarne una e dire: “E’ come le altre patatine”, “La patatina non si rifiuta mai”, diceva un cameriere una volta… e uscire da quel negozio solo con l’idea di dover fare un regalo al Barresi, il suo whiskey giapponese, Sunton o qualcosa del genere, da chiamare Fizi un pomeriggio e andare là a comprare questo benedetto whiskey, un giorno di questi… ma fa niente… pranzare con Barresi al ristorante cinese, involtini primavera, spaghetti di riso, vitello e soia, manzo e soia piccante, ravioli, pane cinese, che si mangiava tutti quanti assieme, dividendo le portate, e si mangiava bene, si mangiava tanto, forse pensando sempre all’affascinante proprietaria del Long Chang di Paolo Sarpi, la cinese già sui quarant’anni ormai, e si faceva finta di niente quando di fianco a noi si sedevano le milanesi upper class con la puzza sotto il naso, i discorsi radical chic, e si provava invece simpatia per la negretta con due figli che arrivava dopo, comunione tra le stessi classi sociali, simpatia per i poveretti, che Barresi manifestava apertamente, lui, eterno abitante di case popolari con la fissa di diventare miliardario e upper class, le classi sociali, Karl Marx, quel documentario sulla Cina che vedevo qualche giorno fa sulla televisione internazionale tedesca, documentario su Karl Marx, a dire il vero, dove però in Cina tutti conoscevano il suo nome, le basi del suo pensiero, e quel cinese dai capelli lunghi, artista, che preparava una scultura nuova di Karl Marx, la Cina, il comunismo, il socialismo, l’ateismo, e quella mia statua del drago cinese, l’Uno che diventa Due, come diceva quel filosofo, come diceva anche Mao Tse Tung, l’Uno che diventa Due, formule filosofiche quasi esoteriche, l’assenza della divinità e il mondo che da vertiale dell’Uno si fa pura orizzontale del Due, le relazioni con gli altri, pura orizzontalità d’essere, e sfacelo di ogni rapporto verticale e individuale con l’Assoluto, l’Uno, la divinità che non si può dire, il simbolismo della croce, orizzontale e verticale, e ogni cosa si risolve nell’orizzontalità, l’uno, dall’uno 一, yi, all’ 一起,yiqi, insieme, come quel cinese quando mi vedeva per quella cinesina, insieme, due, non più uno, orizzontalità infinita… e crollava di nuovo l’idolo di divinità da adorare, quando nel pomeriggio, a fine giornata passata a Paolo Sarpi, tutti i ricordi di una vita si ripresentavano: gli amici cinesi, gli amici italiani, l’eros con tutte le tipe, le conoscenze, le relazioni, e si manifestava quella verità fatta di agapè, e non più eros, di tutte le relazioni di una vita, che si manifestava il senso dell’assenza di eros in quel monaco che vedevo nella chiesa poco prima di Paolo Sarpi, l’eros di una volta e l’estasi dell’agapè, che l’ultima volta Ana mi diceva: “Sposati!”, proprio lei, maestra di eros… e tra eros e agapè mi perderei… che ritornava in mente tutto, ricordi di ogni genere, canzoni di ogni tipo, tutte le relazioni di una vita, tra amici, amate, amici andati, amici ritrovati, conoscenti di famiglia, tutte le persone viste quest’oggi, i cinesi e la Cina, l’Estremo Oriente, ogni religione che svaniva, solo un’estasi di eros e agapè senza fine, che non pensavo più neanche a quei discorsi classisti e d’odio tra quelle signore borghesi e quell’altra ragazzina che si lamentava del gas che non c’era più nel quartiere, lì al bar, che diceva del suo amico andato in Indonesia per tre mesi, non si sa a far cosa, l’Indonesia, che ricordavo le ultime letture di un paese molto musulmano, di Eugenia che è là a fare la missionaria avventista, e questa ragazzina invece faceva la snob, la borghese con la puzza sotto il naso, e Barresi poi partiva con un comizio di questi borghesi che non hanno il senso della consapevolezza, della realtà, di come in fondo dovremmo essere tutti uguali, di come Gaber cantava in “Barbera e Champagne”, la questione delle classi sociali, le divisioni, e io ritornavo sempre alla visione di quella chiesa, di quel monaco, di quel profeta andato, dalla barba e i capelli lunghi, e non ascoltavo più il rosso di Marx, e neanche della Cina, e nessun’altra cosa, nessun tempio lontano, nessun rosso russo, nessuna icona, e non ricordavo neanche più Marina, l’anno scorso, quando passavamo di lì, proprio di lì, a Paolo Sarpi, e niente di tutto questo mi veniva in mente, l’anno scorso, ai tempi di Ana, ai tempi di Leida, niente più di tutto questo… e non c’era più niente a fine giornata, non c’era più niente, solo un’estasi di ricordi di agapè e eros, e non bastavano più le canzoni, la musica, i ricordi, i desideri, e mi lasciavo andare, sotto quell’alcol che sarebbe meglio non bevessi, ma che oggi era solo la porta d’accesso alla verità: tutte le relazioni del mondo che salvano ogni cosa, l’agapè, la comunione con gli altri, la solidarietà, se vogliamo, in chiave ateistica, o le relazioni tra persone, al di là di ogni discorso classista e marxista, l’odio e gli scontri di classe, le invidie, ogni cosa si rivelava, come un’altra apocalisse, e smetteva di avere senso ogni divinità verticale e irraggiungibile, trascendentale, e tutto tornava all’orizzonte…. come ogni volta che guardo quel drago, l’Uno che si fa Due, il comunismo, il dio che non c’è, la pura orizzontalità dell’anima, e tutti i ricordi e le relazioni del mondo… la Cina… il comunismo… il socialismo… Benito il barista che diceva che Cristo, Maometto, Buddha e tutti gli altri sono tutti degli impostori, lui che si definisce sempre socialista, la sociabilità, la solidarietà, come diceva Leopardi l’ateo, l’orizzonte che vince sulla verticale, la comunione e la socievolezza, il simbolo mistico della croce, tra orizzontale e verticale, il volto di Cristo, e tutto tornava all’orizzonte… non c’è più Eugenia che con la sua mania perfettina mi vieta questo e quello, l’alcol, le sigarette, ogni cosa, non c’è più l’ossessione erotica in me quest’oggi, tutti i ricordi sanno ora di orizzonte, e non c’è più nessuna trascendenza, nessuna perfezione, abbandono i libri mistici, i libri d’altrove, i giochi, la musica, ogni cosa, mi immergo nei ricordi che sanno d’orizzonte, e non ho più bisogno di niente, di nessuno, forse solo di qualche cinesina lontana, come mi diceva Barresi: “Ma i tuoi amici cinesi non ti possono presentare una cinesina? O se le tengono per loro?”, la cinesina che non esiste, la musica cinese che non esiste, il mio nome, Ato, altra variante del mio nome, Arudo-san, gli altri miei nomi, il mio nome, io che non esisto più e mi perdo in questi ricordi di relazioni, come se fosse un’apocalisse, nell’attesa di altre relazioni, con la tipa giusta, “Sposati!”, mi diceva lei, “Quando ti sposi?”, mi dicevano i miei amici cinesi, mia madre che ai tempi dei miei 14 anni mi diceva: “Ti sposesarai con una cinesina, con una giapponesina…”… e tutti i ricordi di ideogrammi, altre lingue, cinese e giapponese, Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Non russo!”, e l’apocalisse, la fine di ogni cosa, quel monaco e quella chiesa, San Paolo Dedito, agapè, i ricordi, le relazioni, gli ideogrammi, tutta la gente del mondo, l’estasi dell’alcol, “Amo il mondo!”, si scherzava una volta su chi era un po’ ubriaco, perdersi nell’infinito orizzontale, l’agapè dei ricordi, la gente di quest’oggi, la vita, o le donne o la vita, mi dicevano, e perdersi, perdersi, perdersi, e il mondo che finisce un’altra volta nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

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