Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… 

E ci mancava di rivedere Manuela, al Carrefour, passare lì come sempre, nella solita corsia dove di solito sta Lieta a mettere a posto la roba, non riconoscerla subito, notare solo quei capelli biondi, più lunghi del solito, il suo vestito da lavoratrice, lei, china a mettere a posto la roba, di schiena, che mi chiedevo chi fosse, se fosse Lieta che aveva cambiato pettinatura e colore o chi, o un’altra, chissà… passare lì di fianco e vederla, vedere lei, Manuela, che non mi diceva niente, il silenzio, il silenzio che era meglio di ogni cosa, non osare salutarla, dopo le figure assurde che facevo con lei, e tutte che, ancora una volta, mi passavano davanti, Leida, Marina, Ana, Elena la shqiptare, Alesia, e tutte… che le mie parole per Manuela erano false, in quel periodo che stavo impazzendo per Leida, e non c’era niente da dire, neanche salutarla e dirle: “Ma non lavori più in cassa? Sei qui ora? O in pescheria?”, lasciar perdere, il silenzio valeva più di ogni cosa, la mia perdizione dell’anno scorso, che tutti forse conoscono bene, ci siamo passati tutti, il delirio erotico, lo stordimento, la follia erotica, che l’unica cosa da fare è stendere un velo pietoso, e non dire più niente, far finta di niente, perché comunque è tutto passato… e il silenzio valeva più di mille parole, quel suo sguardo che per un attimo si incrociava con il mio, le parole che avrei voluto dirle, “Guarda, sono un casinista, ho fatto un casino della madonna”, ma chi sono io per lei per dirle queste cose, chi è lei per me? Non è la mia ragazza, lei è già fidanzata e convive, e tutto ciò che è Manuela per me è solo come un riflesso della coscienza, che si presenta sotto la sua apparenza, e non c’è molto da dirle, ci siamo passati tutti, probabilmente, e le cose vanno avanti così… che ripensavo a come mi svegliavo stamattina, mezzo stordito da questi giorni fatti di Final Fantasy, Evangelion, notizie in inglese, e quel libro di Murakami, e quell’altro di Krishnamurti, che mi sembravo sempre più stordito, tra tutti questi schermi, questi libri, che ieri sera dovevo darci un taglio, mettermi in silenzio, bere due bicchieri di vino nel buio della stanza, e non ascoltare più la musica che mi ha stordito in quest’ultimo anno, non dovevo più scimmiarmi per i videogiochi, per i cartoni animati, per i libri, e ricercavo solo una quiete oscura… e il risveglio, il risveglio dove non avrei potuto sapere che avrei rivisto Manuela, che mi avrebbe smosso l’anima, e non sapevo che andare in biblioteca a cercare di leggere faceva solo male, faceva partire solo maledizioni inutili contro la gente che sta in casa da me, a fare lavori, maledizioni contro il sabato, mentre l’unica cosa da fare è stare anche qui, nel mio territorio, e ignorare chi mi sta attorno, e la giornata potrà ancora essere fatta di Final Fantasy, Haruki Murakami, Krishnamurti ed Evangelion, senza star lì a farsi troppe menate, si è liberi lo stesso, “Non sia così severo, così critico con sé stesso, senò non vive più”, mi dicevano, e accolgo questo sabato come si accoglie qualsiasi altro giorno, senza estremismi, fondamentalismi, che non so da quando avevano fatto un nido in me, e posso vivere questa giornata come qualsiasi altra giornata, anche qui, senza l’idea della maledizione che impenderebbe su questo luogo, mentre tutto deriva da me, dalla mia mente, da me stesso, e anche il tempo è un costrutto, così come lo spazio, e la quiete in me e il benessere sono al di là del tempo, al di là dello spazio, e posso ancora restare nel mio territorio e dedicarmi a ciò che mi piace di più, senza farmi condizionare da inutili menate estremistiche e fondamentalistiche, che altrimenti, davvero, non si vive più… e allora potrà cominciare la giornata, nel ricordo di Manuela, che alla fine è solo una ragazza, e poco importa se mi compariva al Carrefour anche il giorno di San Valentino, lì come un simbolo di un amore che non c’è, una relazione che non c’è, lei a significare tutto quello che non c’era e non c’è con Leida, Ana, Alesia e le altre, una figura, un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… e non so se la rivedrò, quando la rivedrò, cosa cambierà, lei che è solo un simbolo, una ragazza che neanche conosco, lei che non mi conosce, e anch’io forse che non conosco me stesso, e lei, non so come, sta smuovendo la coscienza più di qualsiasi altra ragazza, forse insieme a quelle altre cassiere, testimoni dello “scandalo”, che con le loro parole più volte mi hanno anche aiutato, come chi sa quanto si può impazzire per l’erotismo e l’amore, e trovo la mia coscienza, per assurdo, in un supermercato, insieme a tante donne e ragazze italiane, e la vergogna e la salvezza camminano passo a passo, insieme al simbolo d’amore che non c’è, lei, Manuela… e per un attimo mi sembra di finire in un universo dantesco, dove lei è la mia Beatrice, dove lei è la mia vita nuova, dove, con la sua sola presenza, riesce a risvegliare quella sete d’amore che ormai pensavo rinsecchita per sempre nell’anima, morta, mentre qui ancora si ha ancora la speranza di trovare un amore che non c’è, e tutto mi pesa di meno, mi accetto così come sono, non pretendo più da me stesso, non mi pongo più ideali irraggiungibili, mi rendo conto di me stesso, dei miei limiti, delle mie forze, dei miei sbagli e dei miei accorgimenti, e sogno solo una ragazza che mi possa capire, accettare così come sono, e io accettare lei e cercare di costruire qualcosa assiem, come Manuela sta facendo con il suo fidanzato… e si torna così alla normalità, senza volerlo, e lei rimane il simbolo di qualcosa che va al di là, qualcosa che non c’è, ed è bene che sia solo un simbolo, e che non divendi un’amica, una ragazza, va bene così, lei, nella sua magia, come un simbolo di qualcosa che va al di là, Manuela…

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