Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nel cantilenare dell’anima…

E un altro sabato è passato, è quasi sera e la giornata stava per impazzire di nuovo, per colpa di Manuela, che mi manda in tilt, per quel sonno dopo pranzo che era meglio se non c’era, quelle parole di chi lavora anche il sabato, e quelle mura domestiche che mi soffocavano… e niente serviva andare in biblioteca, solo per tornare a casa, e poi dormire e poi svegliarsi con la mente sempre più confusa, provavo ad andare al parco, ma non bastava, non bastava nemmeno raccogliersi e invocare tutti gli dèi e i santi, stavo impazzendo… che mi drogavo di 5 mg di quella droga e mi stendevo sul letto, attendendo che quella droga facesse effetto… avrei dovuto davvero starmene fuori di casa, dalla mattina alla sera, il pomeriggio in biblioteca, senza incontrare le solite facce, le solite voci, ma ormai è andata così, per questo sabato… solo quando la droga faceva effetto mi riprendevo e tornavo in biblioteca, a leggere “Norwegia Wood”, e solo così mi calmavo, quasi da addormentarsi, sedato… non bastava un caffè, la gente attorno a me, le parole eccitanti del libro, ormai avevo preso la sensazione di languore e stanchezza che mi faceva sentire come un pascià… e leggevo un paio d’ore, solo per farmi venire la voglia di una pizza dai turchi, e andavo in pizzeria… non c’era nessuno, solo due marocchini, tunisini, non so, mi facevano sedere vicino a loro e non mi importava, dalle casse usciva qualche litania islamica, e rilassava ancora di più… immaginavo Abdul Bahà vestito di bianco, come l’imam nascosto che veniva a darmi le benedizioni, e il canto islamico rievocava preghiere e sure del corano, e trovavo la mia pace, nel desiderio lontano di una Manuela che non c’è… me ne stavo lì, mangiavo la mia pizza, guardavo i turchi mentre pulivano il locale, a quell’ora dove c’è poca gente, e mi sembrava di essere in Turchia, in un libro di Orhan Pamuk, lontano da tutto e da tutti, e mai più mi sarebbe venuta voglia di tornare a casa, di leggere ancora Murakami, e mi godevo solo quelle visioni dell’imam nascosto Abdul Bahà che mi aveva consigliato di prendere quella medicina, di non distruggermi, di star calmo che tutto si risolve, e mi godevo quel languore, quella visione, quella pace, quel modo di sentire che mi sembrava di essere un pascià… me ne andavo senza salutare, e mi dicevo che i prossimi sabati mai starò di nuovo a casa, con quel trambusto, quella gente che non ti dà pace, e mi promettevo di stare più attento a caffè, all’alcol, alla droga, e fare mille cose, ed essere frenetico e non fare le cose con calma e, sedato delle mie visioni e di quella droga, decidevo di bermi un altro caffè al bar lì di fianco, e comprarmi le sigarette… prendevo e poi mi fermavo ad un parchetto lì vicino, dove ora scrivo, un parchetto dove non c’è proprio nessuno, c’è solo il silenzio che tanto desideravo, e niente e nessuno che rompa le scatole, neanche la mia stessa voce che a volte diventa insopportabile… e mi rivedo in quella pizzeria, vestito di nero,  con la cantilena islamica che mi appacificava e il mio perdermi nell’infinito, nel desiderio lontano di Manuela, e dimenticato tutti, tutto e tutte e non avevo più bisogno di niente… se solo esistesse un’abitazione tutta mia, dove non sentire i miei, gli altri, i rumori della televisione, i soliti discorsi, quelle mura che a volte danno la claustrofobia, quel fracasso in me di voci, a stare a contatto con quella gente, quegli spazi, non avrei neanche bisogno di 5 mg di droga, e stasera non tentennerei a tornare a casa… ma è così, mi devo abituare, fin quando non sarà il momento, e potrò vivere lo stesso, tra visioni di imam nascosti, desideri lontani di Manuela, nel cantilenare dell’anima…

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