Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

In questa ispirazione infinita…

Questa canzone, тающий снег, la notte, dopo la giornata passata nelle biblioteche, a consegnare libri, a prenderne in prestito altri, i dipinti di Piero della Francesca, l’icona russa della Bogoroditsa che mi salvava, delirio mattutino che si placava solo con quell’immagine, con le parole con Stas che lavorava, con mio padre, con una mattinata che aveva voglia di tutto, tranne che di vedere gente lavorare o alle prese con la vita… il pomeriggio, perdersi e ritrovarsi nel libro di Cioran, pe culmile disperarii, in inglese, ritrovare me stesso, ritrovare quella voluttà del nulla e dell’infinito, la voglia di disperdersi ancora in altre lingue, in altre parole, in altre sensazioni, e il pomeriggio, in quell’altra biblioteca, più moderna, minimalista, da XXI secolo, non più le aule di qualche villa antica, gli scaffali grigi, minimalisti, le mille insegne in biblioteca, i mille libri ben disposti, leggeri, e i ragazzi e le ragazze che studiavano, gente di università, gente delle superiori, e il bibliotecario giovane che era simpatico con tutti, da vero ragazzo del XXI secolo, laureato, lontano da quel modo di parlare di certe persone su con l’età dei soliti lavori, e sentirsi liberato, tra quelle letture di Cioran che mi ridavano me stesso e le filosofie mistiche del nulla, tra Plotino e i mistici cristiani, un’estasi di letture e parole e impressioni, un’altra vita, un altro paese, che mi veniva voglia di lasciare perdere per sempre il lavoro, e perdermi in infinite giornate nelle biblioteche, tutti i giorni, a contatto con gente della mia età, gente normale, e scrivere e leggere, e leggere e scrivere, che sbirciando tra gli scaffali alla ricerca di altri libri mi imbattevo nei poemi e nelle liriche di Pushkin tradotte in italiano, edizioni Adelphi, e mi perdevo nel ricordo delle ultime due belle russe incontrate per caso a Milano, e la voglia di Russia tornava, come ai tempi di Katia, di Alina, Marina dimenticata, e la bellezza sublime di quelle ragazze e la gente giovane che studiava in biblioteca mi faceva sentire ancora me stesso, come ai tempi dell’università, tra la mia malinconia e il mio estasiarmi nelle letture, il mio perdermi e ritrovarmi, che mi sentivo ancora bene come ai tempi dell’università…

Uscire dalla biblioteca con una fame senza fine, e mi fermavo alla pizzeria dei turchi, per prendermi un panino di quelli ben piccanti, unica pietanza toccata la sera, in nome della dieta, dei prossimi esami del sangue, e tutto quel gusto si impadroniva di me, e mi sembrava di considerare compagni tutti quelli della pizzeria, turchi e quella ragazza, quegli altri due, che mi sentivo me stesso, libero, quella libertà che scaturisce dal nulla mistico e infinito, e mi esaltavo nella libertà…

Tornare a casa, senza bisogno di cenare, sentirsi meglio con meno caffè durante il giorno, più rilassato, la gente che se ne andava dall’officina, io che chiedevo a mio padre se avesse ancora parlato di regolarizzarmi al lavoro, “Deve ancora parlare con la commercialista”, diceva, e non me ne importava più di tanto, solo nel sottofondo sentivo la gente che mi diceva: “E’ importante essere regolarizzati”, ma per ora mi interessava solo staccare, staccare da qualsiasi pensiero del lavoro…

La sera, quando non avevo più concentrazione per leggere Pushkin, o per continuare altre letture del nulla mistico, un bicchiere di vino rosso, i miei perdermi nell’anima, e quella musica, quella musica russa pop anni ’80, ’90, da overdose di eroina, perdersi in quei suoni e al contempo volersi risvegliare da quel languore, da quel torpore, e prendere e uscire in macchina, per stare lontano dalla solita musica, dai soliti libri, dai soliti film che quella musica evocava, serdze bumerang, tesnotà, film russi d’autore, tra il nulla e l’infinito…

Uscire la sera e andare prima verso di lei, la nuova shqiptare, era là, come sempre, presto, di sabato sera, la voglia erotica che si risvegliava al vederla, i suoi pantaloni neri attillati, che davano risalto alle sue curve, il suo volto che prometteva piacere senza fine, la musica albanese e l’estasi erotica e musicale, il ricordo dell’ultima volta con lei, a godere del suo corpo, di quell’estasi che ricordava vagamente Leida e l’oro dell’anima, passare e andare avanti, tornare, e sentire dentro di me una strana voglia, la voglia della sorella di Ana…

Girare così, la notte, senza estasi nate da troppa caffeina, con la rilassatezza dell’anima, che non so neanch’io perché uscivo, per non pensare, per liberarmi, e nel sottofondo dell’anima sempre quella canzone, da eroina, da overdose di eroina…

Arrivavo là da lei, da loro, là dove c’è sempre Ana, che come al solito rideva e scherzava parlando al telefono con qualche sua amica, sempre con il sorriso, con la grazia femminile addosso, il sorriso dell’anima, dopo che passavo oltre un’altra che non sapeva di niente, oltre Isabela… e girare lì, in quell’attimo, e notare le scarpine nere con il fiocco di Ana, i suoi vestiti neri attillati, la sua bellezza, e dall’altra parte della strada sua sorella, al fianco della sua maccina, dal volto più triste, più malinconico, quel volto che vedevo l’ultima volta che tornavo da Ana, e quella via sembrava l’accesso a qualche porta mistica, con le due sorelle ai lati della strada, come due angeli o due figure ultraterrene che aprivano le porte a dimensioni mistiche, e il cuore batteva, batteva come non mai, come quando rivedi la tua amata, come quando ritrovi l’amore… e facevo il giro, non mi fermavo subito, cercavo di capire l’anima dove stava andando, e facevo il giro, solo per ritornare, e vedere lei, la sorella di Ana, il suo volto di bellezza e malinconia, e decidere di andare con lei… lei che attraversava la strada di fronte a me, andando verso sua sorella, che mi guardava come indispettita, diceva qualcosa alla sorella, e lei saliva in macchina, con i suoi pantaloni grigio metallizzato, il suo giubbottino nero, i suoi capelli castani non oltre le spalle, i suoi capelli laccati, e il suo ovale del volto, che dava piacere al solo guardarla, come quell’icona dorata che cessava di avere un’esistenza nel blu e nel nero della notte, una favola blu, il colore della notte, della luna, delle stelle, l’argento e l’oro, e la sorella di Ana, quasi a giocare a far indispettire le due sorelle, quasi a ricordare Eugenia e sua sorella, Veronica, questo sogno delle due sorelle che si ripresentava, per darmia ancora l’ispirazione infinita… le prime parole, che non c’erano, lei, la sorella, che si vede che fa da poco questo lavoro, la sua distanza, il suo non capire l’italiano, forse il suo non sentirsi proprio a suo agio, le parole che non decollavano, quel suo “Eh?” ad ogni battuta, eppure tutta la poesia, tutta l’estasi erotica viveva, e volevo solo lei… cominciavo a toccarle le gambe, a godere di lei, anche prima di fermarmi, anche una volta fermi, con il riscaldamento acceso della macchina, il silenzio e la voluttà della notte… godere del suo corpo, del suo viso, della sua bellezza, della sua arte, dei suoi capelli, di quel piacere immenso senza fine, e sentire qualcosa dal profondo dell’anima, sentire qualcosa… le parole al ritorno, le prime parole mie, in romeno, quando lei non capiva, parole alternate tra italiano e romeno, il suo chiedermi: “Stii rumun?”, “Putin… pentru ca… ascult manele… manele de dragoste… manele vechi”, e tutte le migliaia di ore passate ad ascoltare quella musica, quelle parole tornavano in me, e sentivo ancora quel piacere dal profondo, come le prime parole ai tempi di Alina, le prime parole in russo, questa volta, le prime parole in romeno, “Si tu? Ce asculti?”, “Manele!”, diceva, contenta, liberata, liberata da quella sua paura, da quella sua distanza, da quel suo fare distante, come quando diceva che lavorava al computer, in Romania, ma per i soldi, per i soldi era venuta in Italia, “Mai mult banii in Italie!” “Sì…”, e quando diceva Manele, quando diceva Manele sembrava che cantasse, sembrava la liberazione della sua anima, l’estasi, e aver trovato la compagna dell’anima, “E bine…”, “Va bene, amore…”, e se ne andava via, così come era venuta la voglia di lei durante la notte, sotto quella musica, e l’anima sapeva di musica, di musica senza fine, e di silenzio, e del volto di lei, e del piacere, e della voluttà senza fine, e la notte, la notte e il suo silenzio e la sua voluttà avvolgevano l’anima…

Me ne andavo in giro, ancora, la notte, dopo essere passato di fronte a loro due, di nuovo, i due angeli delle porte mistiche, Ana e sua sorella, e l’anima si liberava, si inabissava di malinconia e di piacere, e la notte era solo da spendere a dormire in macchina, senza musica dalle cuffie, ma musica soltanto dentro di me, nel ricordo di lei, di Ana e di sua sorella, di quelle due parole, bravissimo, amore… bravissimo, amore… che la notte era senza fine, un’estasi d’infinito senza fine, un perdersi nel sonno e nel rumore della pioggia, nell’oscurità e nella voluttà, e addormentarsi in macchina, tra sogni senza fine e il ricordo estatico di lei mi dava quel piacere che non provavo dai tempi dell’università, quel languore e quella voluttà senza fine, là, in quel parcheggio, in quella via che una volta era la via della casa di Dorian, e in quel mescolarsi di ricordi, tra le prime volte con Amalia, Katia e Julia, tra Alina e Ana e sua sorella e la nuova shqiptare, e tutte quante, tutte quante mi avvolgevano l’anima, ma solo lei sapeva di quella canzone russa da eroina, e quelle canzoni manele che sentivo in me, e non c’era fine alla voluttà…

La notte, la notte che mi svegliavoo sudato in macchina, tra il freddo e il caldo, tornare a casa solo per coricarsi sul letto, nel silenzio, nell’oscurità, e sapere ancora del profumo di lei, del suo amore, della sua bellezza, che andavo a letto vestito, di nero, così come ero vestito, e non c’era più niente che mi interessasse, più niente tranne il sogno d’amore di lei, e quelle parole romene che mi invadevano l’anima, e la voglia, la voglia ancora di poesia, altre lingue, quella lingua russa che si mischiava alla lingua romena, il volto di lei, la musica, la musica, tra quella canzone russa e quelle manele, che non c’era fine, non c’era fine neanche quando mi svegliavo, perso in quel ricordo della notte, tra quelle due canzoni che andavano avanti all’infinito, anche quando andavo al bar, solito giro mattutino, e al vedere Miryam mi veniva in mente solo la parola amore, nel ricordo di lei, della sorella di Ana, del suo piacere, della sua voluttà, che ora mi perderei ancora come mi sono già perso in questa musica senza fine, in questa ispirazione infinita…

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