Prosa Poetica, Visioni

L’estasi che tornava…

Il sonno, dopo la nottata impazzita, due bicchieri di vino che mandavano in sensazioni rasputiniane, l’abisso, le parole sbagliate della giornata, l’idolo politico che crollava, emanazione errata di una rivelazione eterna che non può essere sostituita con logiche umane, l’abisso, e dall’abisso ritrovare l’energia, la voglia ancora di vivere, bersi un caffè di quelli forte la notte, dopo le gocce di droga calmante, chiamare gli amici, al telefono, le impressioni sulla politica, le parole comiche di indignazione di Fizi, “Era meglio se c’era Kim Jong-un!”, le risate, “La gente che si merita quello che vota! L’ignoranza che vince!”, cercare altri alleati, altri garanti metapsichici, il partito del nulla è meglio che il partito del veleno, Di Maio e i cinque stelle, vago sentore di anarchia napoletana, di emozioni, di vita per le strade, di libertà incondizionata, la vera vincitrice… chiamare anche Barresi e perdersi in un’ora di conversazione telefonica, a base di film, di arte, altre parole politiche da niente, non è importante la politica, la gente che ha solo tre argomenti: la figa, la politica, il calcio, tra tutti è meglio la figa, come già mi dicevano, e le parole di quel film, Attenberg, dell’iniziazione erotica, dell’amore, di The Lobster, film greci su cui Fizi scherzava, consigli dell’amico un po’ strano, rinchiuso nel suo mondo d’arte infinito, abdicando dalla massa e dalla gente che lavora con quei tre argomenti e basta, forse di più solo l’attacamento ai soldi, al lavoro, i conflitti inevitabili tra colleghi, gli odi, la gente che non ce la fa più, e ridere e scherzare, e tirarsi su il morale dall’abisso nero dove ero caduto, quel mondo tutto interno fatto di troppe letture, cioraniane, filosofiche nichiliste, la storia del nulla, il vago ripetersi dell’anno scorso, Rasputin e Marina, la Russia e mille altre parole, non pensarci, e ricordarsi che se l’unica cosa che contava erano le ragazze decidersi di darsi a loro… uscire la notte, per non sentire le parole politiche della televisione, il mondo dei vecchi, il mondo dell’odio, e lanciarsi come non mai alla ricerca di Ana… ritrovarla là, subito, esaltato dei discorsi, forse un po’ in ansia, per quegli strani intrugli di vino, valium e caffè, il disorientamento della giornata, dopo le votazioni, quei garanti metasociali e metapsichici che cambiavano, il disorientamento, le parole dai doppi sensi senza significato sul lavoro, le risate, e fregarsene di ogni cosa… andare con lei, con Ana, “Sono stato con tua sorella…”, “Me l’ha detto…”, e nella disperazione buttarsi da lei, sempre vuota di parole, sempre con il suo cellulare a chattare con chi sa chi, “Chattare con le amiche?”, “Sì…”, il silenzio della notte, quel silenzio carico d’ansia, dopo le parole vive e accese con gli amici, i mezzi complessi, e la voglia di superarli… fermarsi là, al solito parcheggio, e giocare con lei, con le parole, con il freddo, con il riscaldamento, “Lascia acceso…”, “Che mani fredde che hai…”, “Adesso mi riscaldo…”, perdersi nel suo corpo, nel suo seno, nei suoi fianchi, nelle sue gambe, sentire l’esaltazione e la voglia, la voglia di lei, di Ana, come una musica pop di Inna che risuonava in me, e infinite manele… giocare un po’ con il proprio membro, e lasciare che lei cominciasse la sua arte erotica, “Non ti puoi slacciare?”, “No…”, “Vabbè sì, ho due pantaloni…”, lei che mi faceva godere del suo corpo, della sua bellezza, e farsi venire la voglia, “Facciamo trenta… te li dò dopo…”, la voglia di recuperare quel ricordo della romena senza nome, e andare oltre, nonostante l’ansia, i troppi pensieri, quell’eccitazione sperduta, non pensare più a niente, tranne che godere di lei e della sua bellezza… lei che si spogliava, anch’io, vedere le sue gambe e il suo corpo, i suoi seni, che non erano più di sublime bellezza di come li ricordavo dall’estate scorsa, periodo d’estasi dionisiaca, da recuperare da questi abissi dai quali voglio solo risalire, e godere di lei, penetrarla, godere del suo corpo, per poi uscire, e farmi godere ancora di lei, del suo corpo nudo, delle sue gambe, dei suo fianchi, mentre mi serviva con la mano fatata, e godere ancora, ritrovare tutta l’ispirazione, nonostante quel suo volto e quel suo rossetto un po’ scuro dal volto mi ricordavano ancora troppo una Elvisa più giovane, più magra, e niente di più, una tipa scarsa, come avrebbe detto qualcuno, e quei seni cadenti, quella visione volgare che non eccitava più, quel “Non c’ho voglia…”, che non si dice mai, come mi diceva una volta il maestro di karatè islamico, “Non c’ho voglia, non ci riesco, non si dice!”, e farsi tornare la voglia, e penetrarla ancora, di un’estasi che stentava a eccitarsi, le troppe volte, le forzature, ma la voglia di andare oltre quel ricordo, quel blocco, e provarci, e darci dentro, e non mollare, e godere di lei, e infine godere ancora della sua mano fatata, del suo corpo da toccare, del suo corpo morbido, di pura bellezza, di pura estasi, e godere e godere, nel disorientamento, nella perdizione, nella voglia di andare oltre, e godere di lei, di quel suo corpo, di quei suoi orifizi che ispiravano eccitazione, il suo corpo, una fonte di estasi, e l’orgasmo e la voluttà e il piacere, e le parole di lei: “Bravissimo!”… ritrovare l’ispirazione e la voglia, l’estasi, rivestirci con calma e tranquillità, dopo che una macchina dietro di noi passava, ci illuminava quando lei mi serviva con le labbra, quella sguinzica tutta mia, quella sguinzica, come la chiamavano, un po’ vuota, come una bambola gonfiabile che non abbia parole, se non quelle del distacco e della lontananza, della non partecipazione, del fare tutto così, che le parole calde di Leida sono lontante una distanza siderale, la sua arte dell’eccitarmi, di farmi sentire a mio agio, mentre l’ansia ieri impazziva tra gli abissi e le vette, e la non curanza, e i troppo pensieri e i troppi disorientamenti, e rieccheggiare quella sua parola: “Bravissimo!”, per aver vinto le mie paure, l’ossessione e le troppe volte, l’eccitazione forzata, eppure godere e godere, nonostante l’ansia, che tutti i ricordi andavano alle ultime ispirazioni, e quelle volte infinite con Alina, quando più o meno succedeva così, ed era del tutto normale, tutto nella norma, tutto nella magia… il suo lento rivestirsi, i lunghi stivali neri, i pantaloni attillati, doppio strato, quel sabato notte di neve che lei non c’era, come diceva, troppo freddo, il suo maglionicino rosa, la sua sciarpa grigia, il suo giubbottino nero, “E’ così, fa freddo…”… e in quei silenzi non avere neanche la voglia di nominare la musica, come sempre, “Che silenzio…”, “Sì…”, diceva lei, e la strada del ritorno, e il suo cellulare con quell’immagine di quella modella dai lunghi capelli neri, quella foto in bianco e nero, quell’esaltazione di bellezza, il sorriso di sua sorella, della sorella di Ana, mentre la riportavo indietro, e il suo salutarmi, il suo “Buona serata…”, “Anche a te…”, e l’andare via disorientato, perduto, con la sola voglia di aver goduto, di aver superato le paure, e la musica di Inna che mi inondava, e la prossima volta che non si sa quando sarà, quando starò meglio, sarò più rilassato e più eccitato, meno indaffaratao tra pensieri del lavoro, delle visite, della dieta, degli studi, dei modi per rimanere in pista…

La notte, la notte senza fine nel deserto d’asfalto, parcheggio dalle distese sconfinate, lasciarsi andare a pensieri positivi, un po’ di sesso è sempre meglio che niente sesso, anche se la perfezione appunto non esiste, la voglia di aver goduto, il piacere, la musica di Inna che mi inondava, e il giorno dopo che non esisteva, come ai tempi dell’università, la musica e la musica, e la voglia di bere qualcosa, al di là delle regole, e lanciarsi nella notte al negozio dei turchi, la pizzeria, e lasciarsi andare poi sul parcheggio ad una bottiglia di birra, nella pura anarchia di suoni e pensieri, la vita come artista, la vita come un’opera d’arte, e abbandonare quei pensieri soliti, disorientarsi in un luogo che non è più lo stesso, il cambio di prospettiva, e tutta la voluttà e il piacere che mi inondava, sotto la musica, sotto l’alcol, estasi alcolica erotica e musicale come ai tempi che furono, nel ricordo lontano di Alina… am o fire de artist, mi dicevo, che sognavo vite da teatro, vite d’arte, dopo che capivo quelle parole di quel giovane romeno davanti alla pizzeria, “Nu stie, ma deranjeaza…”, le sue parole che parlavano di qualche relazione sentimentale, con qualche tipa, qualche disaccordo, la vita, la vita, la vita, lo sguardo sicuro e che mi dava giustizia del turco alla pizzeria, lo sguardo da uomo, da fratello, da amico, da compagno di avventure e disavventure, la comprensione in uno sguardo, e una birra che sapeva di estasi… la musica di Inna, di Inna, di Inna, la notte che non esisteva il giorno dopo, l’estasi erotica alcolica e musicale, il lavoro che non esiste più, il disorientamento, non pensare, non pensare, non pensare, gli squilibri dell’anima e non pensarci più, un giorno migliore arriverà, un periodo migliore, basta lasciarsi andare e non ascoltare ogni voce dell’anima, rilassarsi e distendersi, ogni tanto lasciarsi andare all’estasi, al piacere, alla voluttà, senza ideali di perfezione, la notte sapeva già così di erotismo e di estasi, “Bravissimo!”…

E la notte andava via così, sotto la musica, all’una o forse alle due di notte, cercare ancora l’estasi della musica e dirsi che il giorno dopo non sarebbe iniziato mai, come se non ci fosse un domani, l’estasi alcolica erotica e musicale, l’ispirazione sotto estasi, che non controllavo le parole, nella notte, non controllavo la musica, e nel profondo della notte lasciarsi andare così, nell’oscurità, vestito di nero, all’estasi, alla musica e non ricordare più niente…

Svegliarsi così, alla solita ora, come sempre, abitudine ormai incorporata, il ricordo di Ana che quasi non c’era, eppure c’era, accendersi una sigaretta, farsi di Valium e tornare a dormire, dormire… fino a mezzogiorno, la una… la libertà…

Pranzare e bersi un caffè, la visione dell’anima che mi inondava di divinità e di Ana, dopo l’estasi alcolica erotica e musicale trovare l’estasi mistica, al di là delle filosofie terrene, le filosofie celesti, la divinità, le sensazioni di piacere e voluttà infinite, i pensieri di sottofondo che tornavano a posto da sé, non perdere la giusta porta dell’anima, verso il paradiso…

Accompagnare la madre al palazzo dei folli, per la sua iniezione, e sentirsi inondato di piacere e voluttà e libertà, di estasi quasi mistica ed erotica allo stesso tempo, Ana, Ana, Ana, e l’addio ai pensieri terrestri, alle logiche matematiche del mondo, l’estasi dell’anima, e quel dottore che mi chiedeva come va, “Un po’ di… squilibrio, ma me ne accorgo, cerco di stare in pista…”, “Va bene, ci vediamo venerdì…”, venerdì… giorno sacro, giorno d’estasi, giornata di oggi che doveva sapere solo di voluttà e languore ed estasi di nuovo…

Ritornare a casa per invocare la giusta divinità, la giusta estasi, regolarsi per non bere più eppure per vedere nelle bevande inebrianti delle porte sul paradiso, raccogliersi e invocare l’estasi dei sensi, e andare oltre tutti i sottofondi dei pensieri, liberarsi e godere, e uscire per quella camminata che sapeva di caffè, forse di troppo, al bar, al supermercato, l’estasi dei sensi, la divinità, l’erotismo di Ana, l’estasi che continuava, e camminare e camminare, e lasciarsi andare, e vivere di quell’estasi, di quell’ispirazione che tornava, e del paradiso, Ana e sua sorella, i loro sorrisi, “Bravissimo!”, l’estasi che tornava…

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