Prosa Poetica, Sogni

Quell’oscurità senza fine che avrebbe donato sogni vivacissimi…

Notte piena di sogni, dove comparivo in una tavolata aziendale piena di persone, una tavolata che non finiva più, e di fronte a me c’erano due ragazze, una che non riconoscevo, ma che era una qualche vecchia conoscenza, e l’altra era Serena, quella compagna di classe di cui mi ero quasi innamorato ai tempi delle superiori, e la rivedevo dopo anni, dopo che sapevo che lei ormai conviveva e si era quasi sposata, la guardavo negli occhi, e anche lei mi guardava con un certo odio, con un certo risentimento, chiudevo gli occhi per un attimo, mi concentravo, lasciando perdere il piatto davanti a me, e decidevo di mandare tutto a quel paese, riaprivo gli occhi, guardavo Serena negli occhi, con odio, e le dicevo: “Giappone di merda!”, la sua passione, il Giappone, e lei se la prendeva, mi guardava con disprezzo e diceva: “Bugiardo!”, si alzava e se ne andava dalla tavolata, e tutti mi guardavano male, come se fossi stato un bastardo dentro, un folle, tutti mi guardavano male e con sospetto, si sgomentivano, mi alzavo e me ne andavo… e sognavo la classe delle superiori, dove l’unica compagna con la quale riuscivo ad andare d’accordo era Federica R., anche lei bocciata, come me, e dicevo cose simpatiche, cazzate, e lei rideva, e sembrava quasi venirmi dietro, ma quel sogno di risate e follie finiva per ritrovarmi in una cella d’ospedale psichiatrico, o forse una prigione, dove era rinchiuso anche Andrea Ballicu, il compagno delle medie, e anche Alice C., Martina C., le compagne siciliane dell’università, e si stava dormendo assieme, uomini e donne, in quella cella con quattro o cinque letti, nel profondo della notte, e tutti ci svegliavamo come dei sonnambuli, dei pazzi della notte, per spostare tutti i letti, mentre dentro di me sentivo che se c’era una stanza mista si poteva fare qualcosa con le ragazze, ma eravamo tutti impazziti, tutti sedati, tutti fuori di noi, e spostavamo i letti di ferro, e forse ci portavano da mangiare dalla porta della cella, con quei vassoi di plastica con dentro la sbobba, e tutti si lamentavano, e nessuno mangiava, il mangiare diventava uno schifo, Andrea faceva il pagliaccio, le altre due tipe siciliane sembravano fuori di melone, e a un certo punto vedevo il crocifisso ortodosso appeso alla parete, e ci vomitavo sopra, e il crocefisso si scioglieva, spariva, “Non sopporto il crocefisso!”, urlavo, e ci ritrovavamo tutti in quella cella, seduti per terra, con i letti spostati, a guardare i nostri vassoi schifosi con la sbobba, e sembrava davvero una scena da manicomio… mi ritrovavo per le strade di Londra con Laura B, l’altra siciliana, che mi guardava con occhi dolci, lei, innamorata di Londra, e andavamo a spasso per la città, mentre lei mi mostrava tutti gli angoli di quell’immensa City, e i suoi occhi erano illuminati, brillavano d’amore, quando ad un certo punto, su una panchina, vedevo Marina che mi aspettava per un appuntamento, e mi sedevo di fianco a lei, su quella panchina di pietra, senza schienale, e cominciava a farmi delle domande, a guardare nel vuoto, come intenta a studiarmi, e le dicevo qualche parola, любов… любов кончается e poi innestavo qualche parola albanese, per dirle che non era lei quella che amavo, quella che volevo, mentre nel sogno il suo volto appariva più femminile che mai, e compariva un’altra scena, dove questa volta ero solo spettatore di un programma tv mai visto, dove c’era un giovane vestito in giacca e cravatta, con i capelli lunghi, che era un mix tra Fabrizio Corona, Berlusconi da giovane e Leonardo di Caprio, e il servizio alla televisione diceva che quel giovane mafioso e imprenditore era stato ucciso dai suoi compari mezzi mafiosi, e si vedevano scene di repertorio, dove lui, con totale informalità parlava con i giovani boss albanesi, con gli altri suoi compari in affari, e con i carabinieri, e si vedeva questo giovane imprenditore del successo in tutti i luoghi, tra un caveau di una banca, in macchina con i carabinieri, in un’altra banca, vestito con giacca e cravatta e le pantofole rosse, che sembrava un mix tra il figlio di Berlusconi, un cantante trash albanese, Leonardo di Caprio in The wolf o wall street, e sembrava che doveva diventare lui presidente d’Italia, con i suoi soldi, i suoi giri loschi, il suo fare del tutto informale, la sua libertà, e il servizio continuava a dire che quel miliardario, quell’imprenditore libero e fuori dagli schemi, quel liberale totale, al di là della legge e di ogni regola, era stato ucciso…

Mi svegliavo, carico di sogni, ancora, ripresomi dalle ore di sonno infinite da ieri sera, quando nel nero dell’anima non mi riconoscevo più, quando, dopo aver letto i primi racconti di “Anime nere” mi accasciavo sul letto per non pensare più a niente, per buttarmi giù, per lasciarmi andare a pensieri di suicidio, che erano solo pensieri di stanchezza e di tanto sonno, e mi svegliavo solo a metà serata, quando sognavo Ana e la sua bellezza, sua sorella, la voglia di erotismo, e prendevo la macchina per fare un giro, solo per fare un giro, dicendomi che per questa settimana il sesso l’ho già avuto, con la sorella di Ana, e non c’è bisogno per almeno un’altra decina di giorni, e me ne andavo da casa solo per non sentire più le parole dei politici alla tv, dalla cucina dove stavano i miei genitori, e mi ripetevo che domani era venerdì, che domani non esisteva, che volevo ancora riposare, che non volevo più lavorare, e lasciavo andare tutti quei pensieri, deliri di sottofondo lontani che ho imparato a non ascoltare più, e mi lasciavo immergere dal nero e dall’oscurità della notte, dalla stanchezza e dalla voglia di sonno, senza temere più quei comandi delle due prof di inglese e di russo, “Non dormite!”, “Non deprimetevi!”, e me ne fregavo, anche dopo il giro in macchina, e la sera non facevo più niente, niente di niente, dormivo e basta, mi accasciavo sul letto senza pensare più a niente, e lasciavo che l’oscurità mi avvolgesse, per non pensare più, quell’oscurità senza fine che avrebbe donato sogni vivacissimi…

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