Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Sogni, Visioni

In tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

Riposo di languore, ieri dopo pranzo, nel bianco delle nuove vesti, liberato, il languore e il senso di vuoto che mi invadeva, un bianco nulla in cui perdermi, la voglia di stare per giorni e giorni così, disteso sul letto, a contemplare la vuotezza, a riposare, a lasciarmi andare alla stanchezza, e all’assenza di pensieri, una strana voluttà, uno strano languore che non finivano più, e un senso di aurea mistica e spirituale, nella voluttà del nulla… alzarsi di nuovo, ricordando vagamente la breve giornata lavorativa, l’ispirazione della luce bianca e della sua vuotezza, bersi un Nescafé e far ricominciare il mondo, là dove era finito… ricordarsi ancora del tempio, e dell’ispirazione infinita di quell’aquila albanese, l’oriente a cui ispirarsi, e andare in biblioteca a prendere in prestito “Occultismo islamico”… non aver voglia di stare lì in biblioteca, tra ragazzini e madri in cerca di libri, a fare i compiti, giovani universitari che studiavano, e altra gente, voler stare in pace, nel languore del nulla a leggere quel libro sull’occultismo islamico, quel libro di filosofia che mi dava ispirazione, in una giornata vuota, una lettura altrettanto vuota, al di là delle estasi plotiniane, al di là degli altri riferimenti al taoismo, all’induismo, quel nulla da cui scaturiscono tutte le cose, e la voluttà della lettura… quel libro andava come niente, per tutto il pomeriggio, e mi sentivo rigenerato in quel languore, che la sera potevo anche cominciare a leggere Guénon, senza paura di occultismi che chissà dove mi avrebbero portato, lo stile leggero, la critica all’occidente sempre più materialista e razionalista, scientista, quell’utopia scientifica e tecnica che rende arida l’anima, la despiritualizza, la spoetizza, mentre l’oriente è ancora pieno di ispirazione infinita, gustarsi quelle pagine e veder dissolversi l’idolo dei pensieri scientisti in me che erano solo deliri e recuperare quella visione di un tempo, quella mistica orientale che va al di là del tempo, dello spazio, delle parole, di tutti i racconti che ci possiamo fare, e ogni discorso, ogni parola, ogni immaginazione si dissolveva come si dissolverebbe un racconto fantasy, una fiction, una fantasia e un film dell’anima, nell’infinito delle parole e delle immagini… la sera… guardare quel film di cui ho regalato il libro a mio nipote: “Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo”, bel film, quasi disneyano, pulito, che con una storia piacevole rievoca i miti greci, tra idre, meduse e mangiatori di loto, discese negli inferi, scontri tra dèi evitati, una bella visione, in un inglese semplice e pulito, la bellezza delle lingue straniere, della mitologia, dei film fatti bene e leggeri, un piacere senza fine e il ricordo di chiedere qualcosa a mio nipote quando magari ci si rivedrà, tra film e libro, così, per curiosità, ed essere contento di aver regalato quella storia, sempre su onde disneyane, ma al di là di Topolino, per crescere, le amicizie dell’adolescenza, gli scontri con i più grandi, la ragazza e l’amico, la voglia di combattere le meduse, le idre, le discese negli inferi, i mangiatori di loto, metafore antiche di religioni antiche, che sono tutte narrazioni di come a volte l’anima possa perdersi e riprendersi, e andare avanti… la notte… strani voci di sottofondo in me, esoterismi ritrovati che si lasciavano andare nel sottofondo, tra visioni personali e giochi di parole, giochi di voci, evocazioni di altri modi di vivere, degli strani giri dell’anima nel sottofondo, e voler uscire la notte alla ricerca di qualcuna, solo per uno sguardo, solo per non perdermi in me la notte… il giro in macchina, in tutta libertà, là fuori, nella libertà della notte, le ragazze che non c’erano, Ana e sua sorella, il vago pensiero di un venerdì santo da non ricordare, la libertà della notte, la vitalità, dopo tante sensazioni spente e degli abissi dell’ultimo periodo, la luce bianca dell’anima nella notte, e la lucidità… girare ancora e vedere la nuova shqiptare, bellezza da case popolari, lei, con quei pantaloncini jeans non più lunghi della vita, la maglietta nera, i suoi capelli biondi, visione di una Laura Nexha di tutti, e la voglia di lasciarla lì, in libertà, mentre mi fermavo a fare benzina, e un’altra macchina la riportava a casa… strana ispirazione notturna, che per non sentire più le mie strane voci di sottofondo, molto lontane, da un sonno che non voleva arrivare per la vitalità ritrovata, ascoltavo qualche canzone albanese, nella notte, e mi liberavo… la notte, nei sogni, il sogno erotico di Xhuliana, dispersa nel tempo e nello spazio, visione di puro erotismo, pura voluttà, puro ricordo, il sogno erotico di lei… svegliarsi, la mattina, con il ricordo di lei, Xhuliana, quel piacere infinito che una volta c’era, la visione della nuova shqiptare, altra vuotezza che mi avvolgeva, l’infinito dei pensieri e delle suggestioni, delle ispirazioni, in tutta la voluttà dell’ispirazione infinita…

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Pensieri liberi, Visioni

Nella liberazione della pura luce bianca…

Bianco, il colore della liberazione, dopo le vesti nere da penitenza e da viaggio negli inferi, bianca, la luce che vedevo alla fine del tunnel, di pensieri e sensazioni andate in tilt, giri in chiesa per una pasqua che non significa niente, la caduta del tempo verso l’eternità, le giuste sure che risuonavano in me, il ricordo di imam so, il tempio, la preghiera, stare lì, sullo spiazzo del magazzino, a viaggiare con la mente al di là dei pensieri andati in tilt, il tempio verso cui orientarsi e i pensieri che si liberavano nell’aria, oltre i ricordi di ieri con gli amici a chiacchierare, come veri amici, in tutta tranquillità dopo tanto tempo, bianca, la luce che mi permetteva di andare oltre Ana, sua sorella, la nuova shqiptare, oltre tutti i ricordi di sempre, quelli dell’inizio, dei tempi con Katia, i ricordi di allora e di sempre, al di là di tutte le fedi, principio inconoscibile di purificazione, al di là delle feste e dei sacrifici e delle icone, gettare via le vesti nere da penitenza e da pesantezza dell’anima, liberarsi verso un giorno che non si sa quando sarà e smetterla di raccontarsi i tilt dell’anima, cercare soluzioni psicanalitiche e teologiche, deliri religiosi e psicanalitici, che non portano da nessuna parte, e ti fanno solo racchiudere in te, liberarsi, là fuori, il mondo intero, il tempio e il mondo là fuori, non più sigillato dentro di me, la liberazione dell’anima, e Ana che non si sa quando sarà e poco importa, si libera l’anima con la prossima uscita che sarà con gli amici, fine settimana, si libera l’anima ancora in Albania, dove non si capisce quale sia la fede, ortodossa, islamica, cattolica e forse nessuna, forse solo le forze dell’eros e del thanatos che si disperdono tra colori e luci varie, solo per darmi una bianca luce che tutto illumina e non mi fa più pensare ai giri dell’anima di ieri, con quella lingua tedesca che stava esagerando, quel pc che mi stava consumando, internet e la sensazione di chiusura in quattro mura e di più, no! Là fuori, con gli amici, con i colleghi, il mondo là fuori, il tempio, che porta tutto al di là del tempo e dello spazio, la liberazione, le frasi che non sono più da dire, attendere la liberazione e trovarla e sentirsi da dio… andare a comprare vestiti bianchi che da tempo cercavo, vesti da quattro soldi, un bel risparmio, oltre i prezzi assurdi che mi dicevano in altri negozi di marca, trovare l’arte in questa moda, in questi colori, il modo di esprimere se stessi e di liberarsi, di andare oltre le vesti nere, le insonnie, i strani giri dell’anima che ultimamente avevano flirtato troppo con l’ortodossia e la penitenza e il senso di errore, liberarsi, liberarsi nella luce bianca e non pensare più nemmeno ai possibili lavori come traduttore, come interprete, che quella compagna mi proponeva nei suoi gruppi di Facebook, la primavera che arriva, lo strano sentire, il tempo che non si sa quando fa freddo, quando piove, quando c’è il sole, il solito tempo impazzito dell’inizio di primavera, una pasqua che non sento più, al di là di tutte le festività religiose, oltre ogni festa, oltre ogni religione strutturata, la pura spiritualità della luce bianca… e attendere, attendere ancora, quando forse ci sarà Ana, quando non ci sarà, poco importa, andare avanti senza, senza obblighi di lavorare, di tradurre, di sapere, di tenersi informati, di leggere per forza cose che non mi vanno, il pure sentire la luce bianca senza far niente, non lavorare troppo, non studiare troppo, non pensare troppo, non desiderare troppo quelle ragazze, la liberazione della pura luce bianca… dei diari che non hanno più senso, così come le parole, il senso della temporalità, un mondo che finisce e si libera nella luce bianca, me stesso liberato, nella liberazione della pura luce bianca…

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Le spiritualità oscure e le allucinazioni dorate……

OstrovUn altro film ortodosso, “L’isola”, Ostrov, di Pavel Loungine, la lingua russa, epurata dalle parole dei notiziari ventiquattro ore su ventiquattro, dopo la giornata passata a studiare tedesco, i documentari sul Giappone, le notizie in inglese, Hyperion in tedesco, che non riuscivo a concentrarmi per più di cinque capitoli, e la lingua russa mi invadeva, dopo che l’altra sera mi invadeva con la musica da eroina anni ’80 dei Laskovij Maj, vedere post su Facebook dove la prof russa celebrava l’anniversario di tre anni con un ex studente, sorridente, televisivo, il giorno della sua laurea, il ricordo dei miei anni di università, il ricordo dei tempi di Alina, di Eugenia, del dopo di loro, alle prese con chissà quali malevoli spiriti, il nero dell’anima despiritualizzato, una spiritual black dimension che non aveva niente a che vedere con questo nero che ora porto, un nero dei vestiti come per espiare e non farmi più allucinare da visioni di luci abbaglianti dell’anima… le luci abbaglianti dell’anima… che non riuscivo a finire di vedere il film, Ostrov, avevo bisogno di raccogliermi, di pensare a me un attimo, di distaccarmi da quel pc, quelle troppe immagini, quelle troppe parole, e mi sdraiavo sul letto, nell’oscurità, e continuavo a perdermi sul volto in bianco e nero del Cristo morto, quello che c’è là in chiesa da me, come il volto di un monaco, le icone, la vera pace dell’anima nera, che pensavo anche ad andare in Kosovo, in qualche campo di volontariato dove leggevo l’anno scorso che c’erano dei monaci ortodossi, forse serbi, con cui spendere una quindicina di giorni d’estate, controllavo il sito, quel campo non c’era più, come non c’era nessun campo in Romania, e non pensavo più neanche a scappare in vacanza chissà dove, in Romania, in Norvegia, chissà dove, tanto più da solo, che da soli molto spesso si viaggia in compagnia del maligno, se non fosse che se si tiene un sentimento di penitenza tutto è possibile, anche diminuire di fumare, per esempio, come ieri, senza concentrarsi sulle cose, sui libri, su internet, sui pc, sulle immagini, su strane connessioni cerebrali e di immagini e di parole, se si esce dal mondo, in quella vera dimensione spirituale oscura ci si salva davvero… arrivava Stas poi ieri notte, che era stato via tutta la giornata, a rifare il codice fiscale, gli aprivo il cancello, la porta, ci si salutava e ci si augurava una buona notte, intanto mia madre aspettava mio padre che sarebbe tornato la notte, da Fuerte Ventura, e io mi perdevo per un attimo mangiando tre biscotti di troppo, un bicchiere di vino rosso di troppo, una sigaretta di troppo, e mi veniva in mente l’inferno avventista, quelle loro regole scientiste che non portano da nessuna parte, i divieti assoluti, le regole inderogabili, il fatalismo delle leggi scientifiche, l’inferno della scienza che vincevo solo con un grano di fede in quella dimensione spirituale oscura che archivia la razionalità scientifica ottusa, e apre mondi su mondi, e continuavo a immaginare il volto… mi perdevo… ritornava in mente la prof di filosofia, il sogno erotico allucinato, la luce dorata e bionda dei suoi capelli, il desiderio erotico, e la voglia di uscire si faceva sentire, andare forse a cercare la sorella di Ana, parlare romeno, ricordare l’ultima apocalisse privata, e mezzo fleshato uscivo di notte in macchina… non c’erano, né lei, né sua sorella, troppo tardi, forse, mezzanotte di lunedì, che vedevo Isabela e la sua amica camminare sulle rotaie del tram per tornarsene a casa, altre non ce n’erano, qualche sudamericana più in là, qualche negra, niente di che, la sorella di Ana non c’era, Ana non c’era, e mi dicevo, come mi ero promesso, di non desiderare tutte, ma di restare fedele solo a una, a lei, ad Ana, e non lasciarmi ingannare dalle altre, da strane voglie, da strani desideri, e che strano in una notte sentire la dimensione spirituale oscura e l’allucinazione dorata… che tutto doveva completarsi con lei, Aleksia, che rivedevo, la bionda allucinante che sembrava uscita dalle foto erotiche di VK, un’allucinazione che sapeva di pornografia, la stessa allucinazione di quando aprivo quei siti, e ricordavo l’ultima volta con lei, quando godevo della doppia visione pornografica, tra quei video e lei che mi serviva, e l’esaltazione erotica si faceva sentire, mentre vedevo altre due macchine che passavano di lì, parlare e non fermarsi, forse scherzare, mentre quando le passavo affianco sorrideva, di quei sorrisi incantatori e sinceri allo stesso tempo, mentre ballava la notte, mentre il suo volto irradiava piacere e una luce dorata nella notte, quella del suo sorriso, del suo sguardo, del suo vivere così la normalità della notte, e la sua follia, tra dimensioni spirituali oscure e allucinazioni dorate… rimaniamo fedeli ad Ana, mi dicevo, e andavo oltre, giravo ancora di qua e di là nella notte, fino a quando anche Aleksia se ne andava, era tardi, sono appena stato da Ana, ho appena vissuto un’apocalisse privata per sua sorella, per il ricordo della Romania e dell’ortodossia, per la salvezza dell’anima, in queste settimane sante prima di pasqua e, con o senza religione, ci vuole moderazione, in ogni cosa, ci vuole spirito, e quiete, tra dimensioni spirituali oscure e allucinazioni dorate… tornavo a casa, il buio della notte, io che volevo liberarmi di tutto, eppure nella notte solo la visione allucinata di lei mi dava quella quiete che mi permetteva di dormire… il risveglio… il disorientamento di essersi deciso di non pregare più divinità nate da qualche demiurgo artistico dell’anima, capire cosa fare, seguire delle semplici regole, non tornare a dormire, non pregare, bersi un caffè al bar, fumarsi una sigaretta dopo il caffè, e aver voglia di vedere la fine di quel film, Ostrov, fare il giro al bar e rimettersi a guardare il film, dopo che la mattina notavo le valigie di mio padre lasciate lì in sala, la mattina, il risveglio, il film in russo che non sembrava neanche una lingua così complicata, anzi scorreva come la più bella e semplice delle lingue, le immagini dell’isola, dei monaci, delle donne che chiedono soccorso al monaco carismatico, un generale sovietico e la figlia forse epilettica, le belle immagini della natura incontaminata, i toni tra il nero, il bianco e un azzurro che tende verso il grigio, le voci profonde, le icone, le preghiere, che questo film mi salvava da viaggi in monasteri, da raccoglimenti fai da te, da inutili intrichi dell’anima, e l’allucinazione dorata notturna passava, mi immergevo ancora in quella dimensione spirituale oscura, dove se c’è un minimo di pratica e di fede è possibile smuovere le montagne, la dieta, il fumo, le ragazze, i pensieri fuori di sé, gli odi e le incomprensioni, dimensione spirituale oscura che vince sulle allucinazioni dorate, e poi, ancora, l’apocalisse privata da non dimenticare, Ana, sua sorella, la notte, la mattina, tra dimensioni spirituali oscure e allucinazioni dorate, che in fondo anche la recensione del film diceva così, tra lo sfarzo del consumo e le apparenze della Russia postcomunista, venduta al commercio, trovare ancora un minimo di spiritualità, per non impazzire di consumi, come pornografia pura come Aleksia, immagini su immagini, consumo smodato di cibi, canzoni, sigarette, principio di piacere al suo estremo, che non si asseta mai, insaziabile, il consumo in ogni cosa, insaziabile, e ritrovare invece nell’assenza di bisogno di immagini virtuali, parole e scritte, ragazze come Aleksia, vista come un’immagine da VK, e non come una ragazza che vive come tutte, come quando la incrociavo di giorno sulla strada, là, vicino alla pizzeria, vederla come una ragazza normale, e non come una ragazza da consumare come un video pornografico, vedere in lei ancora la vita, la semplice vita, andare oltre il consumo, oltre le allucinazioni, e ricordare i sentimenti profondi, l’apocalisse privata per la sorella di Ana, la settimana santa, il monastero, tutte cose a cui ispirarmi per sentirmi vivo e vero, e allora decidere di moderarmi, senza i due estremi, le allucinazioni dorate consumiste e le dimensioni spirituali oscure, lasciar perdere i pensieri, ricordare le belle immagini del film, le belle riprese, la ricerca di quella contemplazione che va oltre lo scientismo, oltre il consumo, oltre le allucinazioni, trovare la salvezza nell’aver meno bisogno di tante cose, fare senza, più si è liberi dalle cose più si è salvi, e l’immagine di lei, di bellezza e di vita, della notte, di Aleksia, come un’icona dorata, ancora mi salva, e vado oltre le dimensioni spirituali oscure e le allucinazioni dorate… lei, una ragazza, come tante, la vita, al di là degli estremi, un’icona dorata nella notte che vedo ancora nei miei ricordi camminare per le vie, senza salutare, senza parlare, e l’apocalisse privata in me, la notte e il giorno in me, le vesti nere, le spiritualità oscure e le allucinazioni dorate…

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Come ai tempi di Alina, inspiegabile, ora che c’è Ana…

Leggere Cioran, gli sbalzi d’umore, la mattinata a far benedire l’ulivo, per tradizione, senza capire più a cosa io stia credendo, ricordando la nascita della coscienza per la sorella di Ana, le lacrime, il senso di colpa, che poi Ana neanche si sente gelosa, lasciamo perdere le apocalissi private, se non che le preghiere a divinità artistiche oramai non servono più, demiurghi sbagliati di divinità fai da te, torna quasi tutto come ai tempi di Alina, la sensazione di star amando, forse Ana, forse anche la sorella, amare, di nuovo, dopo Alina, allo stesso modo, dal profondo dell’anima, amare in quella maniera libera che non lega nessuno, con le parole di Alina: “Non legarti a niente, non legarti a nessuno…”, l’insegnamento che si ripete sempre nelle pagine di Cioran: non credere a niente.. rimane il desiderio, e l’assenza di desiderio, la riflessione e la conoscenza, accorgersi di una vita poco all’avventura, troppo a volte relegata negli stessi luoghi, senza tanta adrenalina, gli sbalzi d’umore, per i colleghi, per i coinquilini, sbalzi d’umore che poi passano, sforzarsi di stare di buon umore, di stare calmo, vaga ispirazione di un messia che non si sa chi sia, eterno domandarsi sulla fede e sulla filosofia, dove vanno gli umori, dove vanno i pensieri, è così, e così sarà ancora per tutta la vita, ci si confronta ogni giorno, ogni momento con gli umori che vanno e vengono, con le arrabbiature, la serenità, i momenti no, i momenti sì, eterno ritorno degli umori, come chiamavo un tempo, si torna quasi ai tempi di Alina, allora come adesso, senza divinità fai da te, solo con la vaga sensazione che l’eros gioca strani scherzi, come qualcuno mi faceva notare, ma non si vive di solo amore, di solo erotismo, c’è anche il lavoro, la vita, gli amici, il tempo libero, le ore in silenzio a leggere, il tempo per guardare film o ascoltare canzoni, il tempo per lasciarsi andare ai ricordi o alla malinconia, il tempo per riflettere in pace e fare ordine… non aspetterò la pasqua, cattolica o ortodossa poco importa, mi bastava andare in chiesa stamattina per capire che le chiese non sono più il mio ambiente, mi sono bastate, la chiesa cattolica, quella avventista, la mia religione fai da te vagamente ispirata all’islam, ai bahaì, a Plotino, tutto si risolve ora in uno strana anima piena di Ana, altre da non desiderare, “Va sempre dalla stessa?”, una volta mi chiedevano, e non c’è di meglio che cercare sempre lei, solo una, per non cadere in poligamie dell’anima che fanno solo male, si ritorna come ai tempi di Alina, solo che non c’è più l’alcol, non c’è più l’università, non c’è più Eugenia e non ci sono più quelle mille compagne di corsi, è una situazione diversa, e non vivo più immerso nelle lingue straniere, nella poesia e nei corsi universitari, il mio ambiente naturale di una volta, e quanto mi piacerebbe dedicarmi ancora a tempo pieno alle lingue, alle culture, tradurre, leggere come stavo anche leggendo Mihai Eminescu in romeno, si ritorna come ai tempi di Alina, senza più quell’ingenuità di una volta, la conoscenza porta via un po’ di amore, vedevo scritto, ed è proprio così, ma intanto c’è sempre Ana, anche se ieri sera non la trovavo, né lei, né sua sorella, ma ci sarà, quando non si sa, delle semplici regole: non bere, fumare di meno, bere pochi caffè, lasciarsi del tempo tra una visita e l’altra di Ana, non esagerare, concentrarsi sul lavoro, stare in mezzo alla gente, non lasciarsi prendere dagli sbalzi d’umore e dai deliri, non incollarsi a libri e film e canzoni come l’ultima ancora di salvezza, in una parola: moderazione, e il ricordo di lei, e un messia senza nome al quale ispirarmi, per non andare fuori di me, per non perdere quell’identità vaga che mi dicono sempre che non ho, quella personalità che non si sa chi sia, vaga reminiscenza di scritte buddhiste lette nell’adolescenza dove non si può mai dire “io”, il dissolvimento di se stessi nel tutto, nell’infinito, dove si rischia di perdersi, il perdersi nell’Altro scrivevano gli psicanalisti come la metafora delle psicosi, stare attenti allora, stare attenti allora a non perdersi, a non dare ascolto sempre all’ultimo che parla, mi dicevano che sono una spugna, che assorbo tutto quello che gli altri dicono, cercare di essere me stesso, senza sapere però su cosa costruire me stesso, tra tutte queste filosofie, religioni, politiche, stati d’animo e umori, ragazze, esperienze, amicizie, eppure cercare l’equilibrio, cercare me, e non dimenticare i viaggi dell’anima per Ana, che mi sembra di tornare ai tempi di Alina, quando forse ero davvero me stesso, se non che mi perdevo nell’alcol, nelle poesie, nel languore e nella voluttà, e nei diari dei vampiri, e nelle parole di lei, e nella sua estasi… manca forse la stabilità di allora, troppe cose ogni tanto mi mandano fuori, questo lavoro che non sembra il mio, questi colleghi, questi coinquilini, le mie indecisioni, una vita più confortevole come ai tempi dell’università, ma intanto so una cosa, già una volta mi sentivo così, come ai tempi di Alina, e ora è per Ana… lasciamo perdere i momenti e le persone no, andiamo avanti, non lasciare che il comportamento degli altri rovini la tua pace interiore, vedevo scritto da qualche parte, Dalai Lama o qualche detto buddhista, non perdiamoci più in invocazioni di divinità che girano su stesse, create ad arte ogni volta che succedono apocalissi private, lacrime di sentimenti e sconvolgimenti dell’anima, basta con queste apocalissi private, andiamo oltre, e ricordiamoci che se in fondo mi sento come ai tempi di Alina va bene anche così, molto più semplicemente, mi dicevano, non è che di quella ragazza era innamorato? Così, come ai tempi di Alina, come ora con Ana… che non ricordo più neanche che ieri stavo da mio fratello a trovare i miei nipoti, a portare quel regalo a Marco, un libro da quattro soldi, di quei libri fantasy da cui traggono i film, cose commerciali, non meno commerciali dei Topolino che ancora legge, in prima media, pensare che smettevo già in quarta o quinta elementare, passando a Spiderman, a Dragon Ball, ad altra roba, non tutti evidentemente cresciamo allo stesso modo, e se non leggerà mio nipote poco importa, libertà, libertà nel crescere, non si può forzare niente, non si può forzare nessuno, siamo liberi, e se ora mi sento come ai tempi di Alina è proprio perché comincio a sentirmi più libero, anche se vorrei ancora l’università, le sue lezioni, le sue ragazze, le sue lingue, Eugenia con cui provarci, vivere di soli sentimenti e parole e lingue e arte, e non di un lavoro che non sembra fatto per me, con gente che non mi sta proprio simpatica, ma forse si tratta solo di tornare a non credere a niente, come allora, e lasciare la libertà di essere sia a me sia agli altri, è il bello di non credere a niente, forse neanche all’amore, se di amore si può parlare per delle ragazze così, mistero inspiegabile dell’anima e dei sentimenti, e non mi importa, se ora mi sento come ai tempi di Alina, ora che c’è Ana, e non so dove andrò a finire, se forse mi impegnerò a cercare studi di traduzione, a guardare quel gruppo di Anna Maria, di traduttori, buttarmi forse in qualcosa per cui ho studiato, qualcosa che ho nell’anima, la mia vera vocazione, come mi dicevano, o se imparerò altri lavori, e per ora non mi interessa, è domenica, e anche se non fosse domenica mi sentirei comunque così, come ai tempi di Alina, libero, “Non legarti a niente, non legarti a nessuno…”, mi diceva, “Sei gelosa di tua sorella?”, chiedevo ad Ana, “No…”, la libertà, le eresie libertare di cui leggevo, trovare me stesso in questo vuoto pieno di lei che sento, e quella sensazione, come allora, come ai tempi di Alina, inspiegabile, ora che c’è Ana…

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E questa tranquillità oscura mi invade, nel ricordo di lei, Ana…

Dupa-dealuriDupa dealuri, oltre le colline, questo film che ieri sera riguardavo, a distanza di anni, volevo un monastero ortodosso, e lo trovavo nel film, dopo che nel pomeriggio mi perdevo nelle poesie romene di Mihai Eminescu, liberando l’anima… la lingua romena, questa lingua incomprensibile quando viene parlata nella sua forma colloquiale, come quel film dove capivo solo poche parole, al di là di tutte quelle delle poesie, per assurdo più semplici, e sognavo guardando questo film, sentivo una quiete oscura di quelle mai sentite… pensavo ad Ana, a sua sorella, e non pensavo più a niente, mi lasciavo andare ai pensieri di una quaresima che fa a meno di tante cose, e ascoltavo qua e là le frasi del monaco e delle monache, spogliarsi di tutto, non essere più dipendente da cose esterne, liberare l’anima… e non ricordavo neanche il film, dove la ragazza epilettica e schizofrenica finisce per morire, dopo che cercano di esorcizzarla, dopo che il medico dice alle monache di farla riposare in monastero, leggendole le scritture, mentre là la sottopongono ad una disciplina monastica che una ragazza disturbata e senza vocazione non riesce a rispettare… film drammatico, tragico, se vogliamo, in cui non si capisce di chi sia la colpa, del male di questa ragazza e del bisogno di affetti, la sua amica monaca che era sua compagna in orfanotrofio, lei che cerca sempre gli affetti, i soldi, il lavoro in Germania, le sue ossessioni di natura sessuale, il suo bestemmiare le cose sacre, i monaci e le monache che non la capiscono, i dottori che la curano con indifferenza, la mentalità un po’ sovietica e statale e burocratica degli addetti alla polizia, in ospedale, e la mentalità tutta popolare degli altri abitanti della città, dei vari parenti laici della ragazza, un film dove davvero non si capisce più di chi sia la colpa, perché c’è questo male nel mondo, e delle riflessioni ortodosse che fanno capire la severità di questa dottrina, il contrasto con l’occidente, spaccato di una Romania, spaccato dell’anima che cerca requie, ma se è malata trova solo la distruzione… bel film, che avevo voglia di rivedere, davvero, e che mi dava tutta la tranquillità dell’anima, con quel monaco immaginario al quale mi ispiro, Rasputin, che diventava il monaco del film, anche lui alla fine accusato di omicidio, insieme alle altre monache, e non si sa di chi sia la colpa, a questo punto, eppure quei consigli cristiani mi aiutavano ad appacificare l’anima… le vesti oscure di penitenza, la quaresima vissuta in modo giusto, eppure tutto il mio amore per Ana che si librava oltre tutto questo, come stamattina, nello svegliarmi e pensare a lei, solo a lei, non alla sorella, alla nuova shqiptare, o ad altre, la coscienza che si libera nell’amore, e nel giusto sentirsi a posto senza più dover invocare chissà quali divinità, restare in piedi e pensare a lei, trovare la sicurezza dell’anima, senza bisogno di rituali, di musiche o preghiere, o automatismi, svegliarmi solo per sentire che forse domani andrò alla domenica delle palme, come ogni anno, a far benedire l’ulivo, a portarne di nuovi in casa, e magari andare da mio fratello, che ieri chiamava per sentire come stavamo, io che gli dicevo che papà è andato alle Canarie con Ruggero, quel collaboratore, gli dicevo, con cui era anche andato in Romania assieme, che aveva sposato una romena e che mio padre aveva fatto da testimone, un matrimonio finito male, dopo due anni, il divorzio, e Ruggero che è rimasto solo, come diceva mio padre, dopo la morte, qualche mese fa, di sua madre, e che ora stava tentando di riprendersi un po’ con questo viaggio, la Romania dell’anima, i sentimenti, la visione intera di una vita, morte e matrimonio, e la visione di Ana, che rimane solo lei, o forse nessuna, o forse niente, o forse solo la mia anima che si libera e non voleva più ascoltare manele, come diceva lei, per differenziarmi da sua sorella, per ricordare le parole di Veronica che mi diceva anche lei di non ascoltare manele, di guardare film romeni piuttosto, Romania dell’anima che si perdeva in questi ricordi, e questi ricordi e queste visioni si liberavano nel film, solo per darmi una tranquillità oscura la notte, e al risveglio, al di là di ogni cosa… pensavo anche ad Ana stamattina al bar, quando Miryam mi rivolgeva la parola, con il sorriso, mi salutava, io che pensavo ce l’avesse con me, io che mi ero comportato un po’ strano le ultime volte, nel caos delle tre ragazze, tra lavoro e paura degli esami del sangue, prima che “l’apocalisse” per la sorella di Ana si manifestasse in me, prima dei libri di Cioran, delle poesie di Eminescu, del monastero ortodosso di questo film, prima che tutto si risolvesse in qualche penitenza che in realtà vorrebbe solo Ana e non si sa perché, e impazzisce e si ritrova allo stesso tempo, Romania dell’anima, che mi ricorda anche Eugenia e il suo quasi diventare monaca anche lei, una specie di monaca avventista, sperduta chissà dove, il sostrato ortodosso di queste ragazze romene che si convertono all’avventismo e ad altre sette più fondamentaliste, storia di altrove, Romania dell’anima e libertà della coscienza, come quando Ana mi diceva che non è gelosa di sua sorella, come quando mi diceva che sua sorella ha paura ed è spaventata, all’inzio, come lei, e che comunque l’aiuta, e la libertà dell’anima si librava ancora, e ai ricordi e alle visioni della Romania dell’anima ci voleva questo film, e forse serviranno altre poesie, altri momenti dove non c’è bisogno di computer, pc, tablet, internet, libri, musica, preghiere, riflessioni, scritte, dove non c’è bisogno di niente, stare in pace con sé, con i propri ricordi, le proprie visioni, la propria anima, e vorrei solo forse passare una domenica pomeriggio con i miei nipoti, niente di più, e lasciarmi andare ancora a qualche bella poesia, qualche bel libro, altri film che per ora non ho voglia di guardare, dopo questo di ieri sera, e trovo una tranquillità oscura, il sorriso di Miryam, il ricordo e la visione di Ana, e riesco ad andare al di là della Romania dell’anima, dove non so chi trovo, anche i ricordi di mio padre e Ruggero in Romania, ora che sono alle Canarie, eppure rimango sempre qui, con la Romania nell’anima, con Ana nelle mie visioni, il caos d’amore per lei, e tutta la Romania dell’anima mi invade e mi dà questa tranquillità oscura che forse andrà via per un attimo questa domenica, alle palme, o dai miei nipoti, o non so quando, e questa tranquillità oscura mi invade, nel ricordo di lei, Ana…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

La luce delle stelle e della luna, la notte, Ana…

Ah! E finalmente un buon risveglio, dopo la notte, la notte con lei, con Ana, la ragazza, che non ci sono più quei pensieri in cortocircuito degli altri giorni, non ci sono più intrichi, in questa settimana dove mio padre manca dal lavoro e sento la responsabilità di andare avanti per i fatti miei… c’era bisogno dell’amica, ieri notte, dopo il caos di questi giorni, i pensieri neri e in tilt in vista della pasqua, dopo il NawRuz, dopo quei troppi caffè che mi mandavano in tilt, ripulendo però stupide ossessioni e tilt di parole e di teologie e di credenze strane… ritornava da Ana, dove non c’era sua sorella, e anche loro avevano capito che la combinazione delle due sorelle portava male, non faceva andare avanti il lavoro, e glielo dicevo, con tutta calma, come se fosse l’amica di sempre, con tutta la tranquillità del mondo, e anche lei mi parlava, da amica, mentre poi mi diceva che le manele non le ascoltava mai, canzoni tristi, dicevo, ed era vero se qualcuno mi diceva che era meglio non ascoltarle quelle canzoni tristi… non scopriva altra musica, non diceva più di dover tornare in Romania per fare la patente, mi diceva solo che come sua sorella anche lei all’inizio aveva paura, sapeva poco l’italiano, e mi sentivo bene quando chiedevo di sua sorella e le mie impressioni si rivelavano giuste, una ragazza impaurita che non sa l’italiano, e ricordavo per un attimo l’ultima volta che le parlavo metà in romeno, metà in italiano, e lei, Ana, mi diceva, davvero? Sì, due parole, ma che apocalisse dopo di lei, le dicevo, ed è meglio se stanno lontane, visto che la sorella adesso lavora più in là, lontano da lei… ed era come ritrovare l’amica del cuore, la notte, per scambiare due parole e sentirmi a mio agio, e godere del suo corpo, della sua arte, che ancora non mi capacito del piacere senza fine ritrovato, senza contare che poi, la notte, era fatta di musica, non manele, ma altra musica internazionale, che mi dava le ali e mi liberava dal solito ambiente, dalle solite facce, una notte che cominciava con la luna e le stelle nel cielo, di una libertà assoluta, dopo che mi immergevo in musica senza fine, che però non bastava a scacciare l’intrico di pensieri… c’era bisogno di lei, dell’amica, della ragazza, della sguinzica, liberata della falsa coscienza nata dall’ultima volta con sua sorella, quel male apocalittico che avevo sentito, quegli strani pensieri che vertevano sul religioso, mentre avevo solo bisogno di una pausa, per liberarmi dalle tre funeste e desiderare solo lei, solo una, sempre la stessa, la solita ragazza, sempre lei, Ana, che ancora mi dà tutta la positività dell’anima e la leggerezza, e il piacere senza fine, e la voluttà e la liberazione… comincia così questa mattinata, pensando a lei, che non c’è bisogno di immergersi in psicologie della profondità o strani pensieri magici che vorrebbro dire di questo o di quello che sono impuri, che portano sfortuna, pensieri superstiziosi, prelogici che non portano da nessuna parte… e mi basta lei, mi basta Ana a colorare il giorno come la notte e le stelle e la luna, e la sua voce tranquilla, la sua energia, la sua sicurezza, come le dicevo, la sua scelta che la fa sembrare la ragazza più libera del mondo, sempre a parlare con le amiche al telefono, sempre irradiante luce, e lei e la sua arte mi liberavano da quell’incantesimo oscuro della sorella, da quegli strani abissi, e riparte la magia, la leggerezza, e il ricordo del piacere che ancora mi avvolge, che non saprei più che farmene di strani libri di metafisicherie, di lingue complicate da studiare, di strani rituali per scacciare i cattivi pensieri e ritrovare il bello dell’anima, basta pensare a lei, alla ragazza, ad Ana, e vivere con più leggerezza, senza strane storie che non mi va neanche di riportare, mentre stamattina mi bevevo il mio cafferino al bar, stando sulle mie, perso in me e nel ricordo di lei, che non c’era bisogno di parlare con le bariste, o con Paolo, o con nessuno, salvato nel mio mondo dove c’è  il pensiero di lei, dell’amore e dell’erotismo e di un’amicizia nata sulla strada, che sa dove agire per farmi sentire bene, come una magia bianca erotica e d’amicizia, Ana… che non mi andrà più di maledire questi luoghi, il lavoro, i genitori, i colleghi, i coinquilini, la politica, le lingue, i libri, le medicine, i dottori e le educatrici, e la caccia al colpevole che non si trovava mai, mentre tutta la leggerezza stava in Ana, e nella sua magia bianca erotica e d’amicizia, che ieri notte era già un piacer sapere che presto o tardi la rivedrò, mentre lei continua a invadermi l’anima di una luce bianca come le stelle della notte, come la mezzaluna della notte, e non c’è pensiero, non c’è intrico, non ci sono neanche più oscure vesti nere monastiche di qualche personaggio ritrovato negli anfratti della mente, o strane combinazioni di personaggi a cui ispirarmi, vaghi personaggi per non perdere la testa, se non in altri momenti, mentre adesso l’anima si libera che è come se vivesse in spazi sconfinati, senza limiti, senza muri, senza differenza tra spazi chiusi e aperti, al di là del tempo e dello spazio solo lei, solo Ana, e la sua voce, e la sua amicizia, e la sua arte, e la sua estasi, e la musica di lei, vera ispirazione della notte, e l’abisso che si lascia al silenzio, per ridare la luce delle stelle, la luce della luna, Ana… e la giornata inizia così, detratto il tempo dai suoi schemi, i pensieri dai loro automatismi, gli schemi saltano, ritrovo me stesso che si libera di se stesso solo per trovare lei, la luce delle stelle e della luna, la notte, Ana…

Poesie, Sogni, Visioni

L’azzurro e la luce dell’anima…

Watching the dark
nell’oscurità
ieri notte
gettare quel vino rosso di estasi mancate
gli abissi oscuri dell’anima
che rimandavano
a quel cantare scritto
di vitalità balcaniche
anarchiche di una volta
l’energia dell’est
e la sua ispirazione
dove Laura Nexha
era in realtà
la nuova shqiptare
e viceversa
una luce nell’oscurità della notte
rimandata a non si sa quando
la penitenza
senza più bisogno di alcol
di sigarette
il coro ortodosso
che risuonava dalle cuffie
e quella stanza
che era diventata
la cella monastica
di un monaco ortodosso oscuro
il coro senza percussioni
pura voce e puro canto
che facevano risalire dall’abisso
le ultime notti
con le due sorelle romene
a spazzare via
il sentire ottuso
di quella avventista romena
Eugenia
che si è insidiata come un tiranno
suadente
nella mia anima
con i suoi consigli
i suoi divieti
a liberarmi una volta per tutte
da quella visione razionale
e logorroica
di una fede troppo
cerebrale
solo per immergermi
nell’infinito
dell’abisso
dell’oscurità
dell’assenza di idee e parole
solo per riemergere in una luce
dove compariva
la luce balcanica mediterranea
della nuova shqiptare
e nel sogno
lei
l’origine dell’anima
Katia
ritrovata in sogno
come il primo amore d’estasi
d’abisso
e di vette
come un paesaggio
di montagna
che si confonde
tra Balcani
e quei di Como
dove lei
nel sogno
abitava
a spazzare via
il sogno d’amore calcolato
dell’altra
che di sublimità
non aveva niente
e neppure la grazia e la voce
e la bellezza
e l’incanto di lei
che sfiorare anche solo con allusioni
il suo ricordo
il suo sogno
è sfregiare l’anima
e la sua origine
là dove lei appare
come un angelo
sterminatore
di oscurità e abissi
solo per farmi rinascere in una luce
che si confonde tra paesaggi
e suggestioni di altre ragazze
la nuova shqiptare
Katia nel sogno
gli abissi che diventavano luce
e paesaggi
il nero e il bianco
l’oscurità e la luce
la città e le montagne
i ricordi e i sogni
le ispirazioni
i pensieri e le idee inabissate
nell’oscurità
il coro
la luce azzurra e bianca
come i suoi occhi
il suo vestire
Katia
lei
un sogno
all’origine dell’anima
e l’oscurità e la luce
la nuova shqiptare
i paesaggi dell’anima
la sua origine
e così
all’infinito
all’infinito
tra sogno e veglia
tra sogni e realtà
tra desideri e ricordi
tra abissi e vette
tra paesaggi e volti di ragazze
e la bellezza
e le suggestioni
e penitenza e ascensioni
all’origine dell’anima
lei
Katia
immagine dell’eternità
e il collocarmi ancora nel tempo
la nuova shqiptare
oltre le due sorelle romene
immagini
di oscurità ortodosse monastiche
dalle quali emerge solo lei
Katia
nel sogno
a dare immagine e forma
a questo sentire
sconvolto
da digiuni perenni
sconvolgimenti simbolici
puntelli del tempo
che non si sa più se cessa di esistere
o se ricominci
un nuovo inizio
quell’inizio
dove c’è sempre lei
Katia
per spazzare via
lo sviamento senza fine
dell’anno scorso
tra Ana
Leida
e Marina
e Manuela
quel ricordo infinito
all’origine dell’anima
Katia
che prende forma un nuovo tempo
colorato di azzurro
e bianco
come i suoi occhi
nel sogno
e il paesaggio balcanico
rivive in me
come un paradiso ritrovato
dove infinite lingue si parlano
anche quelle rimosse
dall’anima
dove si innestavano le voci
dei parenti antichi
e il mio esistere
fatto di lingue diverse
coesistenza nell’anima
della molteplicità
e dell’ultima e prima e infinita
ispirazione
dove lei appare sempre nel sogno
a ridestare gli equilibri
tra luci e tenebre
la nuova shqiptare
immagine delle notti
e lei
dell’origine dell’anima
e quell’oscurità
nella quale mi immergevo
sa ora di luce
di paesaggi di montagne
celesti
e del sogno di lei
Katia
tra oscurità, luci e sogni
tra il nero e il bianco
tra il cristallino e l’azzurro
l’anima si colora
la nuova shqiptare
Katia
i paesaggi balcanici
il sogno di lei
le montagne e i laghi
l’azzurro e la luce dell’anima

Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

All’origine dell’anima…

Nel sogno, ancora lei, dal profondo dell’anima, il sogno di lei, azzurro come i suoi occhi, Katia, che mi vedevo a riguardare i contatti del cellulare e ritrovavo lei, riapparsa sulle applicazioni virtuali, la voglia di rivederla, non so quando, riguardare le sue foto, di pura bellezza, la sua grazia tutta femminile, leggera, il suo corpo aggraziato e snello, il suo volto dall’ovale perfetto, i suoi capelli castani, non più lunghi delle spalle, la sua voce dalle tonalità alte, acute, la sua grazia, la sua bellezza, Katia… che la richiamavo, e le dicevo se ci potevamo vedere, dopo tanto tempo, lei che mi diceva di sì, che abitava a Como, non più a Milano, che aveva tanto lavoro, tanti clienti, una vita libera, e la immaginavo in quei di Como, tra le sue foto di Instagram e Facebook, e sognavo già di farla mia, di recuperare il sogno di una volta, il sogno di lei, sperduto nell’anima, il sogno erotico dell’inizio, la sublimità, il piacere, il desiderio, l’estasi… e nel sogno ero convinto di potermi svegliare e riprendere il cellulare e chiamarla, vedere le sue foto, aspettarla, venerdì, mi diceva, ci saremmo dovuti vedere venerdì, il tempo di recuperare il senno e le forze, la voglia di lei, il sogno di Katia, e il risveglio, accorgersi che quello era solo un sogno, e che Katia era sperduta nei miei ricordi, all’inizio, all’origine dell’anima…

Ed era solo un sogno, solo un sogno che aveva più significato e importanza della realtà, la vera origine dell’anima, l’unica idea che mi poteva salvare, lei, Katia, e quel suo dire: “Rossiya! Rossiya!”, dopo che ieri sera leggevo quel libro su storia e utopia e parlava della Russia, della sua missione messianica, della sua idea, l’idea russa che salverà il mondo, e la notte era fatta di quelle parole, dopo che uscivo solo per rendermi conto che la nuova shqiptare può aspettare, dopo che la confondevo con Laura Nexha ancora una volta, e ricordavo la prima e l’ultima volta con lei, piacere intenso, estasi senza fine, e come settimana scorsa mi davo alla sorella di Ana, solo per vivere un’apocalisse questa settimana, fatta di monachesimo ortodosso, di libri di Cioran, e di una penitenza da vesti nere… la sera ero stremato, dopo che tutto il giorno mi ero perso a rileggere poesie in francese, francese, quella lingua rimossa che ritornava, che ritornava l’altro giorno, quando, andando al Carrefour a fare la spesa e comprare una torta per la festa del papà vedevo quella sbrisolona, di Mantova, le origini di mio padre, di mia nonna defunta, e ricordavo tutte le volte che sentivo parlare dialetto mantovano, e la lingua francese si innestava in me, che non sapevo se stavo più ascoltando il dialetto, cercando di capirlo, o se i pensieri, non so per quale motivo, si trasformavano in lingua francese, la lingua francese, il rimosso, le refoulé, che ritornava, e tutta la poesia del mondo, al di là dei poemetti di Pushkin dell’altro giorno, di quelle visioni di monti e paesaggi balcanici che non so più se mi riportavano alla nuova shqiptare o all’oramai andata Leida, o a quel viaggio in Albania dopo la morte di mia nonna, con le foto dei miei genitori in Grecia, e quel paesaggio mediterraneo albanese e greco che sapeva di paradiso, dopo il mondo dei morti… e quel paesaggio ancora mi invade l’anima, e i pensieri oscuri ieri sera diventavano evanescenza, mentre ascoltavo horul bisericii ortodoxe, e senza il battere della batteria di canzoni pop, solo quel canto celestiale e abissale allo stesso tempo dava quella quiete oscura nella quale mi immergevo, in un fare d’ascetismo ortodosso, osservando l’oscurità, lasciando perdere quel bicchiere di vino rosso, quella sigaretta Chesterfield, il cui pacchetto albanese, pirja e duhanit vret, ancora mi rimanda a ricordi antichi, ai paesaggi balcanici, alla nuova shqiptare, a Leida, a Rudina, e infine anche a Katia, lei e la sua borsetta con l’aquila albanese, lei e il suo dire: “Anche noi abbiamo quest’aquila, Rossiya! Rossiya!”… e il viaggio dell’anima, all’origine dell’anima, era compiuto solo nel sogno, dopo che tutta la notte dormivo ancora vestito, di nero, lasciandomi trasportare dalle evanescenze e dagli abissi dell’anima, che si perdevano nell’oscurità, e nel canto monacale, come ad espiare le ultime volte con Ana e Alesia, elevate a viaggio dell’anima, ragazze che non volevo più vedere, per un po’, ricordando le parole romene scritte in inglese, italiano, francese, di Cioran, mia guida in questo nuovo mondo sconvolto da nuovi capi politici, da una dieta a base di soli due caffè, e non tre o quattro, l’abbandono del Valium e dell’alcol, la quiete da esami del sangue andati bene, che non temo più di dover fare chissà quale dieta esagerata, dopo i ricordi della Romania che si confondeva con le parole ottuse di Eugenia e la sua bellezza ammaliante, che porta fuori strada, dopo quei ricordi e quel viaggio nell’abisso dove ritrovo Cioran, da leggere e rileggere, come a farmi da guida in questa oscurità nella quale mi immergo, in questa penitenza da vesti nere che porto, in questo mio continuo evocare un monachesimo ortodosso che va al di là delle feste di Pasqua, il primo aprile, l’otto aprile, il ventuno marzo, equinozio di primavera, queste feste religiose che ormai significano poco, perché il tempo è caduto, se non fosse che a data indefinita mi dico di fare penitenza, e di continuare a osservare l’oscurità, e a immergermi nelle mie vesti nere, non so fino a quando…

C’è solo una luce, una luce ancora, il paesaggio balcanico e la nuova shqiptare, Laura Nexha dell’anima, il suo canto, l’aquila albanese, il ricordo e il sogno di lei, di Katia, all’origine dell’anima, che spazza via tutte le altre ragazze russe, tutte, che non mi va neppure di nominarle, visto che rimane solo lei, solo Katia, all’origine dell’anima, e il paesaggio balcanico si disperde tra quell’aquila, un’invocazione alla Russia, il sogno e il ricordo di Katia oltre il tempo, che mi chiedo dove sia ora, e mi vengono in mente altri sogni di lei, in qualche appartamento affittato, mentre esce da casa, e vive libera, la sua vita, che mi accorgo che sono passati dieci anni da lei, eppure è come se lei fosse l’immagine dell’eternità, l’immagine della gioventù, l’immagine di sempre, all’origine dell’anima, che sognarla a Como era più forte di quel giro fatto là sul lago l’anno scorso con l’altra, che non dice niente, che due ragazze russe incrociate a caso l’altra settimana a Milano erano più forti, con la loro bellezza e sublimità, di qualsiasi stupida storia d’amore programmata, perché la sublimità non c’era, c’era solo in loro due, c’è solo in lei, in Katia, all’origine dell’anima, di tutti i sogni dove lei compariva, anche quando faceva da guida in qualche nuova fabbrica russa, la sua bellezza, il suo sogno, all’origine dell’anima, che all’oscurità nella quale mi immergevo ieri notte prende posto una luce azzurra e bianca, come i suoi occhi, il suo vestire, i suoi jeans, la luce di lei nell’anima, oltre anche l’oscurità della notte e della nuova shqiptare, oltre i paesaggi balcanici, oltre ogni ricordo, la sublimità, la luce, l’origine dell’anima, Katia, la Russia, ispirazione infinita…

E sono così combattuto tra l’oscurità e la luce dell’anima, tra l’origine dell’anima dove lei compare, tra queste vesti nere e il rosso e il bianco e l’azzurro che lei evoca, e mi sento ancora di dovermi immergere in questo sogno, in questa origine, sempre alla ricerca di lei, dimenticando parole e pensieri e idee, lasciandole svanire, e non si capisce più se la luce sia paradiso o ricordo d’origine, di un inizio perduto che cerco ogni volta di ritrovare, dove lei compare sempre, in sogno, a spazzare via ogni pensiero e idea di periferia dell’anima, che tutto si inabissa nell’oscurità, solo per risorgere nella luce, all’origine dell’anima, Katia…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Nella visione paradisiaca di un paesaggio balcanico…

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Dov’è Leida?
Là dove una volta c’era il tempio
appare lei
liberata da se stessa
riscattata
in giro chissà dove
nella sua nuova vita
lei
la bionda
che tanto mi aveva fatto impazzire
leggere
“Il prigioniero del Caucaso”
e ritrovare in quelle descrizioni poetiche
di paesaggi selvaggi
la natura nella quale mi perderei
per dimenticare lei
l’amore abbandonato
perduto
che ti lascia senza niente
se non la forza del paesaggio selvaggio
e di quei popoli bruti
che ancora hanno la vitalità nelle vene
e tu
solo contemplatore
della selvaticità
a essere indifferente
a chi l’amore ancora lo chiede
si rimane
vuoti
liberati
e abbandonati
a se stessi
allo stesso tempo
e nell’anima scorrono fiumi di poemi
da Ruslan e Ljudmila
al prigioniero
al pellegrinaggio di Childe Harold
all’Iperione
di quei paesaggi greci
e albanesi
dal carattere e dalla luce mediterranea
che illuminano i ricordi
e ti fanno chiedere
dov’è Leida?
È andata
non c’è più
come non c’è quasi più voglia di loro
dopo il viaggio nel mondo dei morti
di ieri
marchiato Romania
dalle vesti nere
la penitenza
e viaggi dell’anima senza fine
lacrime e santi
dai quadri che recuperavi dalla memoria
di quel Rinascimento
da Piero della Francesca
tra il Battesimo di Cristo
e la Resurrezione
che si rimane inondati
di una luce bianca
e non resta più niente
se non la luce di lei
non nel ricordo
ma nel chiedersi
dov’è Leida?
Che ti sembra assurdo
andare a cercare i sentimenti di ieri
da vesti nere di pentimento
tra viaggi antichi romeni
e ultimi languori
e voluttà
perché ora come ora
ti chiedi solo
dove sarà Leida?
Cosa starà facendo?
Come sarà la sua nuova vita
e tu ti ritroveresti soltanto
davanti ad un paesaggio
balcanico inondato di luce
a contemplare
la selvaticità della natura
e il fragore delle montagne
non bastano poemi
non bastano liriche
non bastano neanche più filosofie
che si ispirano
a trascendenze religiose
al luogo del tempio
compare la sua figura
che mi salva
da antiche ossessioni
anche di chi
forse sa
l’amore
cosa fa
chi diceva
indirettamente
“Le ricordava un amore della gioventù”
chi era
Manuela?
Chi era dietro di lei?
dietro Leida?
dietro l’Albania e la Grecia?
Un lutto non ancora elaborato
di quell’antica parente
prima del viaggio in Albania?
Le uniche foto dei genitori
in quel viaggio
in Grecia?
C’è l’anima
in questi paesaggi
e c’è il paradiso
e la resurrezione
dal mondo dei morti
e dai languori e dalle voluttà
che tutto diventa etereo
inconsistente
immateriale
come un’immagine candida
come il Battesimo
di Piero della Francesca
una fine del mondo dei morti
con la bandiera
e il Cristo Risorto
e oltre tutto questo
il vagheggiare
di un Eden ritrovato
con il solo ricordo di lei
e i paesaggi dell’anima senza fine
selvatici
non mi so spiegare
il caos avvenuto in me
il caos che vive in me
e ora sembra risolversi
in eterea visione
impossibile spiegare
l’avvicendarsi
dei sentimenti
tra morti risorti in paesaggi
e altri luoghi
ragazze vagheggiate
come Manuela
che richiamavano Leida
che richiamavano le altre
anche se ora rimane
solo lei
e il paesaggio balcanico
paradisiaco
non basteranno poemi
non basteranno canzoni
e melodie
neppure il nero dell’anima
e le vesti di pentimento
a rischiarare luce su luce
e ancora più luce bianca
come un battesimo dell’anima
come una risurrezione personale
nei paesaggi paradisiaci
solo lei
e il paesaggio balcanico
paradisiaco
sembra qui finire il mondo
il tempo smette di contare
diventa
eternità e infinito
e pura libertà
la sua
la mia
di dove sarà lei
di dove sarà io
separati per sempre
nella nostra libertà
e l’anima è un paesaggio
è un poema
e si chiede solo
dove lei sia
dov’è Leida?
E rimane
solo lei
e quel paesaggio balcanico paradisiaco
dove rivedo i miei
dove rivedo la defunta
ora per sempre ascesa
a ultraterrene dimensioni
un paesaggio dell’anima
paradisiaco
dove s’arresta
il tempo
s’arresta il mondo
e scorre l’eternità e l’infinito
dov’è lei?
Dov’è Leida?
E il tempo non lo segno più
tempo per sempre perduto
in questa luce accecante
che non permette più ad alcuna altra immagine
di intromettersi
rimane solo l’immaginazione
la fantasia
che si chiede dove lei sia
e si confonde
con l’altra Manuela
che non è niente
in fondo
solo una ragazza
solo una cassiera
e lei
una albanese
se solo quel paesaggio balcanico
non fosse già diventato tutto
e l’infinito
senza sapere perché
là dove l’anima risorge
e non ci si interroga più
e tutto finisce
nella visione paradisiaca
di un paesaggio balcanico

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Il demiurgo sbagliato dell’anima, l’ascetismo da vesti nere, e quelle ragazze…

La rivelazione, nella notte, loop di pensieri sul tempo, il delirio, la pasticca chimica, alle tre di notte, per smetterla, il demiurgo sbagliato che ancora invocavo, a fare ordine, là dove non c’era, il risveglio, lontano da quella stanza, “Esci da questa stanza!”, avrebbe detto un esorcista, e dovevo uscirne… la mattina, a camminare avanti e indietro nel parcheggio davanti il laboratorio, vestito di nero, come un monaco ortodosso oscuro, i pensieri che andavano via da sé, dopo che avevo fatto il solito giro, bar, Carrefour, ritrovare i pensieri nel silenzio, liberarsi dalla troppa nicotina, avere in disgusto il fumo, sentire la pancia vuota, da vero digiunatore dietetico, metodi d’ascetismo, l’astinenza da sigarette, da prima colazione, il monaco ortodosso in me vestito di nero si liberava, per liberarmi dalle ossessioni, dai pensieri andati in tilt, nessuna ragazza da pensare, vagamente all’ultima, Alesia, lasciata a chissà quando, decidere di parlare un po’ con Stas, aiutarlo sul lavoro, attendere mio padre, attendere Marco, riconciliarmi con il mondo, non più rinchiuso in biblioteche o stanze dove leggere macchinalmente, fino ad arrivare ai loop di pensieri, ai deliri, la pasticca chimica e il poco caffè che aveva il suo effetto, ascetismo… la mattinata che scivolava via, mangiare al ristorante, allo Charme, come sempre, e Noemi che non diceva più niente, lei e il suo vestito nero con il grembiule rosso porpora, come il mio giubbotto, come le mie scarpe da ginnastica Everlast, la sua scollatura già primaverile, la sua schiena forse un po’ troppo larga, antiestetica, un seno che non dice molto, e neanche le altre fattezze del corpo, le curve, il suo volto, tutto lì, la bellezza, eppure concentrarsi ancora sull’ascetismo, sul mio vestito nero da monaco ortodosso, i pensieri che smettevano di esistere, e le parole che si scambiavano con gli altri mi salvavano… il pomeriggio in laboratorio, qualche compito da niente, e attendere l’ora fatidica, andare a recuperare quel libro che non volevo, “La caduta nel tempo”, fotocopiato e spiralato, come ai tempi dell’università, ricordi che mi sfioravano, come quelle dispense, quelle fotocopie, come ai tempi dell’università, e dopo due anni dire di nuovo: “Università” e sentire tutte le emozioni di una volta, le belle sensazioni che quella parola mi evoca, e poter aggiungere, dopo due anni: “Sono laureato” all’idea di università, forse grazie a quei discorsi filosofici con Fizi e Barre, gli amici ritrovati, l’università, i libri fotocopiati, le ragazze, i libri, l’ascetismo, la poesia dell’anima, l’ispirazione infinita, l’ultima ispirazione, il tempo che non era finito, un’altra volta, non era un’altra apocalisse, o forse sì, era solo un’altra apocalisse, come le altre tante, un’altra “fine del mondo”, come diceva Saverio, non chiamare e aspettare che la fine del mondo finisse, per essere più riflessivo, più attento, più libero, più ascetico, e trovare le risposte e le soluzioni dentro di me…

Andare a ritirare quel libro fotocopiato, camminare sulla solita via, un’oretta tra andare e tornare, camminata della giornata compiuta, e sulla via del ritorno accorgersi di aver speso quanto un libro nuovo, fa niente, mi dicevo, un libro in meno da comprare, e aver voglia di altri due titoli: “Il funesto demiurgo”, “La tentazione di esistere”, il demiurgo del male, il demiurgo sbagliato, e liberaci dal male, un dio costruito a mia immagine e somiglianza, un dio personale, “Prega il tuo dio che mi faccia stare bene”, diceva mia madre prima di andare dall’oncologa questo pomeriggio, il mio dio, proprio ora, che mi sentivo monaco ortodosso, il demiurgo errato, che la notte scatenava deliri tra le parole tempo e tempio, divinità fai da te, demiurgo funesto, e l’ascetismo che salvava… tornare a piedi a casa e decidersi di andare a Milano, dopo che controllavo che la Feltrinelli era aperta fino alle 21:30…

Tornare a casa e chiedere i soldi per i libri, che riceverò domani, altri ce ne avevo da parte, comprare i biglietti del tram dal barista sbagliato, ma fa niente, non lo rivedrò più, e poi il figlio e la nuora sono più bravi, anche la moglie, far finta di niente, andare avanti e decidersi appunto di andare in tram, non il solito giro treno e passeggiata, ma collegamento direttto con il centro di Milano, dalla fermata davanti a casa mia, a due passi… prendere il tram dopo che mi chiedevo fino a che ora ci fossero i tram del ritorno, una signora non lo sapeva, lo sapeva invece il controllore sul tram, “Fino alle 20:05”, mi diceva, “Poi ci sono gli autobus, no?”, “Sì”, mi diceva, allora ero libero, libero… salire sul tram e viaggiare, che mi venivano in mente le parole del prof di cultura americana, “Cosa fai quando succede qualcosa? Fai un viaggio!”, un viaggio, sì, per me che sono poveraccio non è un viaggio, quanto un salto in centro, un giro in centro, è sempre e comunque viaggiare, a modo tuo, e l’anima in effetti viaggiava, con l’anima in viaggio partivo verso il centro e mi liberavo… quella via, al rivederla, là dove una volta c’era Leida, là dove una volta c’era Katia, là dove una volta c’era Alina, da un’altra prospettiva, là dove ora ci sono Alesia e Ana, da un’altra prospettiva, e aprire instagram per guardare le foto di Inna, di altre cantanti, altre immagini, e viaggiare ancora verso il centro di Milano, per quei libri che mi ispiravano… viaggiare e arrivare in centro, uscire dalla metrò e godersi lo spettacolo del Duomo di sera, illuminato, della galleria Vittorio Emanuele, della statua equestre, il Duomo di sera, uno spettacolo che non vedevo da tempo, e anche l’altra gente in giro, stranieri, due francesi in metrò che parlavano, da film francese, la Francia e Cioran, l’ispirazione per guardarsi chissà quale film di Godard questa sera, altro che lo stupido film russo contemporaneo di ieri sera, altro che, la Francia! La Francia! La Francia! Le mauvais démiurge, il demiurgo errato e la laicità contro ogni divinità mistica fai-da-te… camminare per la piazza illuminata sotto la notte, il piacere di vedere turisti intorno a me, turiste, di ogni genere, di ogni nazionalità, la bellezza di una grande città, la bellezza di Milano, altro che la periferia, e una libreria che stava aspettando le mie ispirazioni, dopo che ieri controllavo quali libri mi mancavano, la tentazione di esistere, quella spinta a essere, a esistere, a essere un’altra persona da quello che sono, i consigli sbagliati di Maria Teresa di allora, il forzarsi di provarci con Manuela, la tentazione di esistere e il funesto demiurgo, tutto ciò che non mi faceva essere me stesso, ma mi voleva far essere qualcun’altro, “Vogliono cambiarti il carattere!”, diceva sempre mia madre quando ero piccolo, e ancora Maria Teresa e Magnati mi volevano davvero cambiare, “Sii più positivo!”, “Sei negativo!”, “Sei tetro!”, “Sii più propositivo!”, “Leggi libri normali!”, mi dicevano, mentre Saverio mi diceva: “Io non la trovo tetro, e non sono tanto convinto di questa cosa del trovare pensieri belli! Ha ascoltato quello giusto, a credere che sia solo la parte fisiologica neurologica a influire! Non ascolti Mandzato, è un animale…” mentre rideva per una scena dell’altro giorno, quando questo medico qua si perdeva per un’altra psicologa, scenette comiche raccontato da un medico che ha Leopardi al posto del crocifisso, o al posto del crocifisso la foto della moglie con il bambino, ci sono varie scuole di pensiero anche lì, evidentemente, a me per ora basta sentirmi ascetico, da monaco ortodosso, oscuro, quasi un Rasputin che non si interessa più di politica, mentre posso rileggere i miei libri, i miei, sottolineo, miei libri preferiti, i libri filosofici di Cioran, che ti insegnano a non credere più a niente, più a nessuno, a cercare davvero te stesso di fronte a tutte le cazzate e le voci del mondo… entrare in libreria dopo aver fatto un paio di foto che mettevo su Instagram, meno male che Rudina mi ha invitato, anche l’occhio vuole la sua parte in questo mondo, ed essere immerso di luci sotto la galleria, quell’effetto di luci che rendevo anche con quei filtri semplici di Instagram, le luci evanescenti dell’anima dopo l’ascetismo… entrare in libreria e lanciarsi là, dove c’erano quei libri di Cioran, che era già due o tre settimane che vedevo lì, immutati, i soliti, tra cui c’era appunto “Il funesto demiurgo” e “La tentazione di esistere”, ma qualcosa era cambiato questa volta, c’erano altri titoli, nuovi titoli, altri e mi sembrava che il mondo cambiasse volto, un’altra impressione, quasi nuovi cieli e nuova terra, e ritrovavo comunque più in là “La tentazione di esistere”, e chiedevo subito al commesso se c’era per caso “Il funesto demiurgo”, “Aspetti che guardo… era uno di quelli piccoli vero?”, “Sì, due giorni fa l’avevo visto lì, sarà andato via…”, “E’ andato via mi sa”, e mentre guardava i libri ne spostava un altro: “Storia e utopia”, “Vabbè, prendo questo, storia e utopia, che non ho ancora letto” “E’ bello anche questo, ce li ho anch’io”, “Grazie, le casse sono di là?”, “In fondo a sinistra!”, “Grazie!”, storia e utopia, storia e utopia, storia e utopia, con quella tesi sulla storia della Russia e dell’URSS, l’utopia sovietica, le mie utopie personali, le mie apocalissi personali, c’era tutto in quel titolo, c’era tutto in quel libro, e mi avvicinavo alla cassa per pagare e andare via…

Il ritorno… sulla metrò e sul tram verso i quartieri della periferia, tutta altra gente rispetto alle parlate americane e francesi che sentivo in centro, africani, maghrebini, un Athan che partiva dal cellulare di qualcuno, la preghiera della sera, come al suo paese forse si sente sempre da qualche moschea vicina, gli italiani che si scambiavano battute, i controllori da veri impiegati pubblici, quasi da Unione Sovietica, il senso del comune, il senso dei sovietismi, la vita gettata in pubblico, eppure la vita privata al di là dei soliti giri tra officine, laboratorio e Carrefour e bar e i soliti giri, e rivedere quella via già sotto la notte, con tutti i ricordi di Leida, tre anni, mi dicevo, tre anni con lei andati via, che neanche me ne rendevo conto, tre anni, là dove c’era Alina, là dove ci sono ora Alesia e Ana, là dove non mi va più di andare per un po’, in nome di qualche ascetismo dell’anima, di qualche visione da monaco oscuro, in nome di qualche pagina da leggere di Cioran, in nome di questi vestiti neri…

Tornare a casa e cenare, pensare di recuparare altri due libri in fine settimana nella libreria qua della periferia, ordinarli, “La storia del nulla” e “Il funesto demiurgo”, che in qualche modo recupererò, per ora mi basta essermi accorto della divinità fai da te che implode e impazzisce su se stessa, di quel demiurgo sbagliato che era in me da anni, di qualche mia utopia e apocalissi privata, trasposta a divinità, il demiurgo sbagliato dell’anima e l’ascetismo di queste vesti nere bastano a salvarmi la giornata…

Non c’è molto da fare ora, forse solo riprendere là dove avevo lasciato quelle pagine, ricordare ancora vagamente Alesia, Ana, Alina, Leida, lasciarle lì, nel sottofondo dei ricordi e dei pensieri e delle emozioni, con qualche musica manele che non risuona più come risuonava oggi in me in viaggio, c’è ancora l’ascetismo da vesti nere in me, e la notte è ancora su di noi per potermi far leggere qualcosa, o guardare qualche film francese come mi dicevo, di Godard, non lo so, e per ora mi basta essermi reso conto del demiurgo sbagliato dell’anima, dell’ascetismo da vesti nere e dall’evanescenza di quelle ragazze…