Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Solo l’infinito…

Risveglio incantanto, da cui mi devo ancora riprendere, dopo le canzoni di ieri notte, di Lyric Master, e aver riveduto lei, la nuova shqiptare, senza volermi fermare, rivedere in lei la cantante che stamattina ascoltavo là all’ospedale, dove accompagnavo mia madre, una sensazione di libertà da tutto quanto, di relax, che mi tornavano in mente le montagne dei Balcani, il paesaggio, e tutto l’anima si infondeva in quella visione, che non c’era più bisogno di niente, e mi liberavo della mia stanza, dell’officina, del lavoro, di ogni pensiero, e mi perdevo solo nel volto di lei che rivedevo in questa canzone, in questa cantante, e non mi andava di pensare più a niente, mi sentivo solo un albanese, dove al mio paese una volta c’erano i comunisti, una volta i cattolici, gli ortodossi e poi i musulmani, e non c’era più niente di sensato, tutto si sfaldava, e ogni preghiera smetteva di aver senso, anche con quella coppia di quarantenni musulmani, moglie e marito, che non capivo più da che parte stavo, se con i miei, con l’altra donna italiana nel corridoio, con mia madre, o con il ricordo di Rudina, o non so più con chi, con quel vecchio che incontravo all’entrata che mi diceva che aveva fatto l’operazione alla gola un paio di anni fa, perché fino a 62 anni aveva continuato a fumare, un pacchetto al giorno, e mi veniva voglia di rimandare, di smettere, di diminuire, e non era difficile in quelle ore all’ospedale, dove addocchiavo di nuovo Angela e l’altro con i capelli lunghi, pazienti del CD, che non mi riconoscevano, non mi vedevano, e tutto si colorava di bianco, come di una luce estiva mediterranea, come una chiesa ortodossa colorata di bianco e di azzurro, con le sue cupole, e la luce del giorno sembrava una dolce primavera o una bianca estate, e non pensavo più a niente, i pensieri si sfaldavano, tutto smetteva di avere senso, tutto si impastava, nel ricordo di Rudina, e richiamavo alla mente le parole di chi mi diceva che tutto dipende dalle ragazze, e il resto sono solo elucubrazioni, rimuginazioni senza senso, loop della mente che va in tilt, e tutto si sfaldava proprio su questo punto, dove in Albania, al mio paese, una volta c’erano i comunisti, gli atei, e poi gli ortodossi, e i cattolici e i musulmani, e tutto smetteva di avere un senso logico, che mi tornava in mente la favola di Adamo ed Eva, dove quell’albero della conoscenza non permette più di distinguere il bene dal male, il vero dal falso, e tutto si impasta, e sembra non esserci modo per tornare a fare in modo che la vita abbia un senso, una spiegazione, una logica, e tutte le cornici saltavano, tutte le categorie, ed ero immerso da visioni della natura, dei paesaggi Balcani e dei paesaggi mediterranei, e non c’era verso di recuperare vecchi miei modi di trovare un senso, una motivazione, una carica, perché tutto si sfaldava, e anche il ricordo della notte, quando avrei voluto avere per me Ana, non mi dava più niente, quando mi svegliavo alle tre di notte, completamente rilassato e perso nelle note di Lyric Master e del suo canto, di quella lingua albanese una volta incomprensibile, e ora piena di significati, mezzi dispersi, mezzi trovati, il piacere di un’altra lingua, di altre parole, che mi sentivo anche a mio agio con quella coppia di arabi là all’ospedale, come ieri al bar da Paolo, quando dicevo due parole a Viviana, la cinese, xinnian, alla fine, xinnian festeggiato? E il marito sorrideva con lo sguardo, per un attimo, diceva qualcosa alla moglie, e poi lei: “Già passato…”, “Già passato…”, che controllavo il significato del nuovo anno cinese e mi perdevo in quella cultura per un attimo, e mi rendevo conto dell’utopia senza senso dei bahaì e di fondare una nuova cultura, una nuova religione, un nuovo mondo, come se tutti dovessero abbandonare la propria cultura, il proprio modo di vedere, i propri riferimenti culturali, per abbracciare una nuova rivelazione che non conduce da nessuna parte, perché il mondo alla fine è e rimane diviso, tra tutte le sue culture, che si mescolano ma fino ad un certo punto, e tutto il resto è pura utopia di un mondo che sia fatto di una sola nuova cultura, mentre tutto si mischia, e non si capisce più il male dal bene, il giusto dallo sbagliato, l’opinione dalla verità, e mi disperdo anch’io tra queste culture, queste ragazze, questa gente, e non mi ritrovo più, sempre più disorientato, che l’utopia era sempre trovare qualcosa di saldo e di preciso, qualche riferimento culturale preciso a cui far sempre riferimento, che possa dare senso, che possa dare la carica, che possa dare un significato, mentre invece qui tutto si disperde e non ritrovo più me stesso, e i miei riferimenti culturali e identitari vanno in loop, vanno in tilt, si disperdono come la visione di una montagna d’estate, come un’infinita visione dove tutto va in dissolvenza, e vecchie abitudini sembrano solo i resti e le sopravvivenze di follie passate, modi di motivarsi passati, riferimenti passati che si svuotano di significato e senso, per lasciare spazio solo al niente, al tutto e all’infinito, che mi disperdo ancora che non so più chi sia la causa di questo, se Viviana, i miei genitori, rav, la ragazza albanese di ieri sera, Ana, Rudina, la coppia araba quest’oggi, il vecchietto che aveva smesso di fumare, o quelli del CD, o i dottori o le educatrici, o il quotidiano che ieri leggiucchiavo, o il Dylan Dog, o il libro di Nesbo, o gli scritti Bahaì, o l’apocalisse che leggevo in russo, e questo continuare a muovermi tra culture diverse, diverse lingue, diverse canzoni, diverse ragazze di vari paesi, tutti questi riferimenti culturali mi spaesano, mi disorientano, mandano tutto in dissolvenza, finché non rimane davvero più niente, forse solo la voglia di una ragazza, come quella di ieri notte, o il desiderio di Ana, rimandato a non si sa quando, e di certezze non rimane più niente, solo vaghi consigli di salute mentale e fisica per non andare troppo fuori pista, anche quando non mi ritrovo più, e sono sempre più disorientato e più perso, e non trovo più niente di stabile, e mi perdo e mi perdo e mi perdo… cosa rimane allora? Rimane quella frase che una volta mi dicevano, l’Albania, si apre una voragine, quella è lei, là, quel mio paese dell’anima dove una volta c’erano comunisti, atei, cattolici, musulmani, ortodossi, là, quel mio paese dove c’è Rudina che mi dice di lavorare con mio padre, dove c’è la bionda dell’altra notte che rivedo in questa canzone, là dove c’era il primo amore ai tempi delle medie, là dove tutto si spaesa e si disperde, si dissolve, e forse questo sono io, senza più ottusismi e automatismi di letture, di gesti, di preghiere, di ideologie, e tutto si sfalda in questa rilassatezza e questa visione infinita di montagne d’estate e di luci eteree e diafane, e rimane solo il ricordo di lei, di quella ragazza, di quella shqiptare, e il ricordo di lei, di Rudina, e la sua luce, le sue parole inglesi e albanesi, e una strana voglia di lingua albanese, e di relazioni, di parole, di sorrisi, di sguardi, di parole straniere, e tutto si disperde, si dissolve e mi disorienta in questa luce mediterranea estiva dell’anima, e le canzoni continuano a risuonare in me, con la loro dolcezza, e non mi ritrovo più, mi disperdo e mi disperdo e mi dissolvo nell’infinito, e rimane solo lei, la nuova shqiptare, la musica, il desiderio sperduto per Ana, il ricordo di Rudina, le montagne, la luce mediterranea, e così all’infinito, all’infinito mi disperdo e mi dissolvo, e mi sento me stesso solo quando l’Albania mi invade l’anima, anche nella notte, a sognare cantanti mai esistite con croci ortodosse al collo e il loro canto albanese quasi incomprensibile, e nelle visioni la mattina, e nei pensieri deliranti che stanno ormai in sottofondo, e la musica mi invade, e le visioni, e le montagne albanesi rendono tutto infinito, e il ricordo di Rudina, e così, avanti, avanti all’infinito, che non mi ritrovo più, e mi dissolvo e rimane solo l’infinito…

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