Prosa Poetica, Visioni

Tra i sogni di una luce di un paesaggio estivo mediterraneo di giorno e una luce argentea e blu la notte…

Mattinata impazzita ieri, allo svegliarmi, i giramenti di testa, il disorientamento, che andare al bar non serviva a molto, e neanche camminare per cercare l’edicola e leggere il giornale… camminavo e camminavo e arrivavo all’edicola, dove una strana ansia mi prendeva, ed ero indeciso se prendere o no il giornale e Dylan Dog… mi mettevo ad ascoltare canzoni albanesi, pensando a come, la notte prima, avevo rivisto la nuova shqiptare, ma non mi ero fermato, perché dovevo fare benzina… il disorientamento, un senso strano di malessere, che mi sarebbe venuta quasi la voglia di chiamare l’ambulanza per farmi ricoverare, ma poi passava un negretto, un rifugiato, che mi chiedeva una sigaretta, e gentilmente gliela offrivo, accorgendomi di come ancora avevo voglia di stare in mezzo alla gente… e mi riprendevo, mi avvicinavo all’edicola, spegnevo le canzoni albanesi dal cellulare, ed entravo in edicola per comprare LaRepubblica e L’espresso e Dylan Dog… c’era il solito edicolante, quello dei miei anni dell’adolescenza, quanti fumetti! E sua moglie, la bella mora, compravo quello che dovevo comprare e mi sentivo meglio e sulla strada del ritorno continuavo ad ascoltare musica albanese… tornavo a casa, ancora mezzo disorientato, e mi davo ad una serie di canto su canto, sotto la musica, nella mia stanza, che la mia anima si liberava grazie alla forza del canto, e non pensavo più a niente, se non alle montagne dei Balcani, ai paesaggi, alle chiese ortodosse, cattoliche e alle moschee dell’Albania, e l’anima sembrava un paesaggio estivo, sospeso tra Albania e Grecia, con tutta quella luce che ci può essere solo d’estate in quei paesaggi mediterranei… pranzavo con i miei genitori, e sentivo tutta la pace del mondo, la domenica, dove si mangia assieme, dove si è lontano da tutti e si è vicini, e provavo a pensare a chi si sarebbe potuta sedere con noi a tavola, non Leida, non Alina, forse neanche Rudina, che lasciavo perdere nei pensieri, e mi dicevo che andava bene così, e non avevo più bisogno di niente e di nessuno… finivo di pranzare e mi sdraiavo sul letto, come solo la domenica e i giorni di riposo mi permetto di fare, e mi lasciavo andare, al sonno, ai pensieri trasognanti di una luce estiva mediterranea, e mi sembrava di ritrovare la mia anima ortodossa, che si sentiva salvata, e non si comportava più come un’anima impazzita sotto sempre le stesse note, ascoltate fino all’eccesso, quando diventi una specie di robottino che ripete tutto, tutte le note, fino a diventare scemo, e il sonno mi guariva, mi portava via un sacco di pensieri, e potevo godermi la domenica… mi svegliavo nel primissimo pomeriggio e andavo subito al bar per bermi un caffè, per riprendermi, e camminavo e camminavo, senza neanche essermi cambiato con i vestiti ufficiali, e non me ne curavo, entravo al bar e vedevo Paolo, che subito si girava come per preparare i pacchetti di sigarette, “No! No!” gli dicevo, “Solo caffè!”, “Ah, è vero, sei passato stamattina!”, “Sì, sono già passato stamattina”, e sorrideva, e anch’io mi sentivo in pace… andavo al bancone dove c’era Bruna, e nel sottofondo sentivo la canzone di Inna, dalla radio, “Nirvana”, e una voglia incredibile, un impulso incredibile, di rivedere Ana, si esaltava, e godevo di quelle note, di quella musica, e rivedevo tutta la bellezza di Inna, che mi ricordava anche però di come certa bellezza commerciale e pubblicitaria per quelle settimane mi aveva guastato l’immaginario, sognando troppi colori vivi, troppi centri commerciali, troppi acquisti da grande centro commerciale, e non ci pensavo più di ripristinare la sua immagine da idolo pop, e Bruna cominciava a parlarmi… mi parlava del lavoro, si lamentava, con fare leggero, così, tanto per dire due parole, parlava del riposo, della settimana che si alterna con Miryam, una settimana la sera, una settimana la mattina, e io bevevo il mio caffè… attaccava poi a parlare del suo cane, quando entrava uno con un cane di razza, non capivo bene il nome, e si parlava così, dei cani di razza, delle feste che ti fanno, delle preferenze di gatti e di cani, di vecchi ricordi infantili, dove si capiva che lei era spaventata dai gatti, e io dai cani, eppure mi felicitavo quando lei diceva che i cani fanno le feste, e che è un piacere camminare un’oretta e mezza al giorno, quando vai a spasso con il tuo animale, ed era una conversazione così, piena di sorrisi, di gioia, che neanche me ne rendevo conto… la salutavo e le dicevo di aspettare ancora un’ora, di avere pazienza, e poi si sarebbe potuta riposare, finalmente, e lei mi diceva “Ti lascio…”, con il sorriso, per non tirare avanti troppo una conversazione che non si sapeva dove iniziava e dove finiva, e me ne andavo via, dal bar, verso casa, convinto che dovevo leggere il giornale, i libri, guardare le notizie, e mille altre cose… e arrivavo a casa, e mi sentivo una specie di robottino, di cyborg, come una volta i miei amci mi avevano appellato, un cyborg, un automa, che voleva solo leggere, che scappava da Bruna in nome di un quotidiano e di una rivista, di letture automatiche che mi facevano sentire una specie di autistico, e mi veniva quasi da maledire quella stanza, quei giornali, quelle riviste, e non capivo più cosa ci facevo, e avrei desidarato soltanto tanta compagnia, tante parole, con Bruna o con altre o con altri, insieme, la voglia di parlare, di avere relazioni umane, e non sempre di rimanere impazzito tra lavoro, studio, musica e ragazze, avrei voluto un pomeriggio pieno di vita e di parole, di relazioni umane, e invece ero lì, solo come un cane, con i miei quotidiani e le mie riviste… mi sdraiavo e cercavo di non pensare più a niente, cercando ancora qualche sfumare dei pensieri nell’immaginario di uno scenario mediterraneo e della sua luce, ma quel caffè aveva fatto diventare me una sorta di robottino, ancora di più, e per smorzare la tensione mi prendevo una ventina di gocce di valium… e mi rilassavo… mi rilassavo e potevo prendere in mano il quotidiano, cominciare a sfogliarlo, con tutta la calma del mondo, senza l’ossessione di leggere, senza neanche l’ossessione di dover stare in mezzo alla gente e parlare, magari ritornando al bar dove ora ci sarebbe stata Miryam e forse Paolo, o non so chi, tra i due estremi delle letture automatiche e delle relazioni umane forzate sceglievo di stare tranquillo nella mia stanza, e leggere così, come veniva, cominciando dagli articoli internazionali, senza farmi prendere dalla foga di leggere in maniera eccessiva, senza la mania ossessiva di dover leggere tutto, quotidiani albanesi on line, il libro di Knut Hamsun, le cose comprate, e quant’altro, no! Mi mettevo a leggere, articolo per articolo, pensando e riflettendo con calma e tranquillità, gustandomi le letture, non più automatiche, e sentendo tutto il piacere e la rilassatezza di questo mondo, senza conflitti, senza manie, e così, tra un articolo e l’altro passavano due o tre ore, cenavo, riprendevo a leggere e finivo solo verso le nove di sera… le nove di sera, ora in cui mi sdraiavo sul letto per non pensare più, contento delle mie letture in tranquillità e dei contenuti, che anche ora ricordo, che mi avevano dato l’ispirazione per capire l’importanza della dimenticanza sulla memoria, che mi avevano fatto chiarezza sulla situazione politica internazionale, che mi avevano dato informazioni sui nuovi libri, ed ero contento, soddisfatto e rilassato, che dimenticavo la strana mania mattutina di quelle canzoni albanesi, ma non ricordavo neanche quella luce mediterranea di paesaggi pieni di luce…

Arrivava la notte, e un intrico di pensieri mi pervadeva, mi imperversava nella mente, e non sapevo più che fare, andare o no a cercare la nuova shqiptare? Andare o no a rivedere Ana? Perché lo sapevo che quei pensieri possono andare via solo con una ragazza, solo con il piacere, e la notte uscivo…

Uscivo e giravo di qua e di là, solo per rivedere la nuova shqiptare, che non era più bella come la ricordavo, e andavo oltre, e andavo da Ana, dove prima ero passato e lei non c’era, e la rivedevo là, sulla strada, a gridare qualcosa a sua sorella, in macchina, compagna di lavoro, e facevo il giro, e vedevo la bellezza di Ana, che mi tornava la voglia di passare un po’ di tempo con lei… la facevo salire in macchina, e lei chiudeva la conversazione al cellulare, in italiano, mi chiedeva solo come stava, tutto bene, le dicevo, e anche lei diceva tutto bene, non ero pieno di parole, non avevo molto da dirle, le toccavo solo le gambe mentre guidavo, ed ero ancora confuso… e poi ci fermavamo lì, come al solito, godevo di lei, del suo corpo, lei mi serviva, che godevo come non mai, e la ritrovavo, la ritrovavo solo per vederla e vedere la sua bellezza, dopo la settimana andata fuori di sé per la nuova shqiptare, e la musica in me non partiva, non c’era musica che mi desse qualche ispirazione, c’era solo la voglia di chiederle se aveva ascoltato musica nuova, e diceva di no, le chiedevo di Sferaebbasta, che ormai si sente dappertutto, e lei diceva che sì, l’ascoltava ancora quello “sfigato”, e le chiedevo perché, e mi faceva vedere le immagini del cantante su Instagram, immagini da ragazzino che fa il figo, che si vestiva da pappone, con il pelo rosa come Era Istrefi sul giubbotto, sempre a fumare, “Sempre a fumare canne”, come diceva lei, e avevo ancora voglia di lei, delle sue parole, delle sue immagini, del suo sorriso, del suo gridare a sua sorella di parcheggiare meglio, della sua giovinezza, del piacere che mi può dare, e ritrovavo l’energia e la voglia di vivere, la lucentezza e il piacere di una luce diafana blu e bianca della notte, dopo la luce da paesaggi estivi mediterranei del giorno… e potevo andarmene via, con il piacere provato e l’anima salvata dalla follia, in una notte e in una giornata un po’ stanca, dove la voglia tornava da sé, senza che volessi, e tutto il piacere riveva in me, che dentro di me non c’erano più né canzoni albanesi né pesanti suoni black metal, la notte sapeva di silenzio, e il sonno poteva arrivare da sé…

Mi svegliavo la mattina, con il piacere ancora in me e quei pensieri sbagliati che andavano via, c’era ancora Ana, c’era ancora lei da desiderare, al di là dei ricordi passati, delle vie traverse dell’anima, c’era ancora una mattina che avrebbe saputo di purificazione dei pensieri, di semplificazione, e guardavo alla giornata e alla settimana e al tempo con più positività, e accoglievo la giornata come si accoglie qualsiasi altro giorno, contento delle mie letture di ieri, delle parole con Bruna, della musica, di Ana ritrovata, e di quelle luci immaginarie nei pensieri, di giorno e di notte, che non c’era più bisogno di niente, e la mia anima poteva dirsi acquietata tra i sogni di una luce di un paesaggio mediterraneo estivo di giorno e una luce argentea e blu la notte, e ancora avrei voglia di Ana, e solo di Ana…

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