Prosa Poetica, Sogni

E che strano, il giorno di San Valentino, aver sognato la follia e aver rivisto Manuela…

E nel sogno ero disperso in qualche pronto soccorso inventato, grigio, dalla lunga rampa che porta alle ambulanze, un edificio enorme, nel grigiume di un cielo nero, che sembrava ottobre, di notte, sotto una fitta pioggia… entravo nel pronto soccorso per sciorinare tutti i miei problemi, ma non ero lì per visitare dottori, non so perché ero lì, so solo che parlavo al telefono gridando, forse parlando con mio fratello, di consegne e ritiri da fare con il furgone, e mi scaldavo quando parlavo di un container in Corea, che si era bloccato in mezzo a qualche via, e gridavo e gridavo sempre di più, sciorinando i miei problemi sentimentali, fino ad impazzire, che ad un certo punto un infermiere coreano mi si avvicinava, mi guardava, mi prendeva il braccio e mi iniettava una qualche siringa, gli chiedevo per che cosa fosse, gridando, impazzendo, mentre quell’asiatico dal volto impassibile faceva solo un cenno con il capo, dopo dieci secondi perdevo conooscenza… mi ritrovavo in una stanza di ospedale, nella notte, insieme ad altre cinque o sei persone, tutte sdraiate nel letto, di notte, e c’era anche Leo nel letto davanti a me, che mi chiedevo cosa ci facesse, e mi diceva alcune cose della sua vita da cinese in Italia, e quando si accendeva la luce vedevo un altro italiano quarantenne che al risveglio mi aveva rubato i vestiti e si vestiva di rosso e di nero, con il mio maglione, i miei pantaloni… gli gridavo subito di togliersi quei vestiti di dosso, che erano i miei, ma lui insisteva, faceva il gradasso, il pezzo di merda, e diceva che quei vestiti se li teneva… e uscivamo dalla stanza, per il primo controllo della mattina, ancora dovevo capire perché ero stato ricoverato, e all’uscio della porta inchiodavo quell’uomo al muro, stringendogli la gola forte, sul pomo d’adamo, per strozzarlo, e lo minacciavo di ridarmi i vestiti, con tutta la violenza e l’odio possibili di questo mondo, e lui, spaventato, minacciato, diceva di arrendersi, e di ridarmi i vestiti al più presto… ci allontanavamo dall’uscio e mi trovavo in una grande sala, come una sala d’aspetto, di quell’immenso edificio dell’ospedale, e mi sedevo, aspettando che arrivassero i dottori, per dirmi per che cosa ero stato ricoverato, e intanto deliravo… era giorno di votazioni, e dal corridoio che usciva dalle scale vedevo arrivare Valentina T. e sua madre, quelle sempre impegnate in politica, con il loro rispettivo padre e marito che chissà quante volte ha provato a diventare sindaco nel nostro paesino, e si avvicinavano a me, le due donne, con il volto sereno e convinto di fare del bene, e mi dicevano che oggi era giorno di votazioni, e che, se volevo, potevano accompagnarmi al seggio, anche lì, dentro l’ospedale, per votare… e Valentina T. mi prendeva per il braccio, e a braccetto ci incamminavamo su un giardino dell’ospedale, parlando, mentre le chiedevo ora in che partito fosse suo padre, il movimento cinque stelle o il PD, e lei gentilmente mi accompagnava, con fare comprensivo, mentre dentro di me continuavo a sentire un delirio che non finiva, e non sapevo chi votare, cosa pensare, mentre lei era affabile e voleva sinceramente assicurarsi un voto da una vecchia amicizia scolastica come la mia, e camminavamo e camminavamo, a braccetto, in quel giardino incantato dell’ospedale… non so cosa succedeva poi, il delirio continuava, e le immagini si sovrapponevano, quelle dell’edificio grigio e nero dell’ospedale di notte d’inverno, e l’oscurità della mia stanza di notte, le immagini si sovrapponevano e non capivo più se fosse realtà o sogno, se ero stato davvero ricoverato per follia o se invece ero tranquillo nella mia stanza, e dopo giochi e giochi di sovrapposizioni di immagini, mi svegliavo, sconvolto, nella mia stanza…

Il delirio mattuttino, come sempre, ricordare come ieri sera mandavo una mail alla prof che si occupa di tirocini formativi per diventare insegnante di inglese, ieri sera e il mio delirio inglese, dopo che tutto il giorno lo passavo a leggere “Mysteries” di Knut Hamsun in inglese, e non riuscivo più a pensare in italiano, neanche a pensare al lavoro, ad ogni cosa, e mi ricordavo come la notte bevevo un bicchiere di vino rosso, mangiavo una frisella, dopo che rav C. mi diceva che nella sua comunità insegnavano anche l’ebraico… ma l’ebraico non mi interessava, di notte, pensavo solo alla depressione da San Valentino, a quella finta depressione che è solo malinconia, mal di vivere, e sognavo quest’oggi di andare alla trattoria solo per vedere Noemi, dopo aver passato un’intera mattinata in biblioteca, a leggere ancora in inglese… ma la mattina non era così, non mi capacitavo più dei miei sogni serali, di fare il professore, di vedere Noemi, e di ogni altra cosa, sentivo solo una strana ansia, che quelle gocce di valium non erano bastate a portare via, dopo i quattro o cinque caffè di ieri, ed era tutto un misto di malinconia e uno strano malessere, un’ansia da prima mattina, quando mi fumo due o tre sigarette, per andare al bar, per andare a fare la spesa, e non ero neanche sveglio che già c’erano i soldi per fare un salto al Carrefour, per comprare le sigarette, mentre stamattina mio padre e i suoi dovevano andare in un’officina a consegnare una macchina importante…

Andavo al bar, senza dire niente, a Bruna, a Paolo, a Valeria, senza dire niente, solo bere quel caffè di cui probabilmente neanche avevo bisogno, e lasciavo perdere la sigaretta del dopo caffè, mi lanciavo subito al Carrefour in macchina, con una fretta che non sapeva neanche lei perché, e non pensavo al solito pattern che mi coglie in questo periodo dell’anno, San Valentino, quando, riguardando le mail, vedevo come in questo periodo mi rivolgevo a gruppi religiosi di altro tipo, ebrei e bahaì, come esattamente un anno fa, nello stesso giorno, mandavo una mail alla prof per diventare insegnante di inglese, con il sogno mezzo sbiadito e gli attacchi di malinconia che quella ragazza, Marta, ogni tanto mi dava, era sempre la solita pattern, San Valentino, la religione dell’amore, e poi il periodo di ascetismo che segue, in teoria, che quest’anno non ho voglia di seguire la solita pattern, non ho voglia di farmi fregare ancora una volta dal tempo e dalle sue date, che altri calendari hanno altre date, altre culture non hanno neanche il tempo, e neanche i calendari, e mi veniva da sorridere a riguardare quelle email, quella follia dell’anno scorso sui miei post, questa pattern sempre uguale che non vuole più ripetersi…

E facevo la mia spesa, non pensando a niente, pensando solo a finire presto la spesa, scrivere il sogno strano che avevo fatto stanotte e stamattina, scrivere e solo scrivere, e non pensare più a niente, forse prendermi altri gocce di valium per calmarmi, per quel caffè di troppo, ma poi sapevo che era solo un po’ così, una specie di malinconia da San Valentino che stava facendo il suo effetto, e più di tanto non pensavo a rimedi, a deliri, a strane vie dell’anima, e facevo la mia spesa, non pensando a niente, e facevo la fila prima delle casse, una fila che non finiva più, tra anziani e gente di ogni tipo, e alla fine chiamavano anche me… la cassa due, che mettevo la solita roba sul rullo, la solita tessera, i soliti sacchetti, tutto sempre il solito, mentre dentro di me ribolliva una qualche principio di delirio, che non voleva che si facesse parole su parole… e poi… lei… Manuela… che la cassiera Katia la chiamava non so per che cosa, e lei compariva, al di là della cassa, dall’altra parte, lei, Manuela, con i suoi capelli biondi più lunghi del solito, il suo volto che al guardarlo una luce intensa mi appariva in me, lei che guradava Katia e rispondeva, senza guardarmi, solo forse notando che l’avevo guardata, l’avevo rivista, lei e quel suo volto che per un attimo mi tornava in mente Aleksia, quel suo strano volto dalle labbra carnose, il bel disegno del volto, i suoi occhi castani, quel suo sguardo che guardava Katia ma forse per un attimo voleva girarsi e guardare me, e io che rimanevo senza parole, senza capire cosa si dicessero le due cassiere, e per un attimo mi passava in mente Aleksia, Leida, l’ultima ragazza albanese, Ana, e tutto il casino di un anno, tutte le ragazze, ancora una volta, al rivedere Manuela, che però ora non lasciava partire sogni di ogni sorta, deliri, anzi mi calmava, mi faceva pensare che lei in fondo era solo una cassiera, dimenticavo quello scambio di sguardi impazzito, mi vergognavo quasi della mia condotta dell’anno scorso, se non fosse che l’amore è di per sé follia, e quella follia era forse terminata, o comunque si era acquietata, dopo un anno, e non c’era desiderio erotico e sunsuale, non so che desiderio c’era, forse non c’era nessun desiderio, non c’era niente, c’era solo lei, una semplice cassiera, che mi raccontava della sua convivenza e del suo ragazzo geloso, e non la pensavo più, non la desideravo più, lasciavo perdere Leida, Aleksia e la nuova shqiptare, e non avevo niente da dirle, niente da perdermi, una semplice ragazza, una semplice cassiera, Manuela, che non pensavo neanche che lavorasse ancora lì al Carrefour, e me ne andavo, senza capire cosa le due si fossero dette, qualcosa del lavoro, mi davano i bollini non so per che cosa, agende, valigie, borse, non so, e me ne andavo, senza seguire lei, senza cercarla ancora, senza fare il cane innamorato che innamorato non è, e che strano, il giorno di San Valentino, aver sognato la follia e aver rivisto Manuela…

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