Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

I paradisi artificiali dell’infinita femmininità…

La sera, al bar, un bicchierino di vodka, dopo che scambiavo due parole con Bruna, “E’ venerdì sera ma per te non cambia niente…”, “Ah, finalmente qualcuno che mi capisce, tutti che mi dicono finalmente è venerdì sera, e gli butterei una bottiglia in testa!”, “La rabbia…”, i turni che lei e Miryam non fanno, i cinesi che non gli danno le vacanze, i giorni liberi, le solite cose, chiacchiere… e sedersi lì, al tavolino rotondo, in fondo al locale, proprio per avere tutta la visione del bar, gente che andava e veniva, negri, negretti, donne, anziani, altri uomini, pochi giovani, un po’ strani, la tranquillità, e spaesarsi con un bicchierino di vodka, cambiare prospettiva, e cominciare a ricordare tutte le notti che passavo di lì, a prendere le sigarette, quando c’era Leida… Leida… che mi immergevo nel ricordo di lei, sotto quell’alcol, sotto quella musica albanese che ascoltavo, e la mia anima si librava nei cieli dei paradisi artificiali, ricordandomi i quadri impressionisti, “Assenzio”, e “Les folies bergères”, la prostituta seduta a bere, la barista e il gioco di specchi, visione ottocentesca e impressionista di me stesso, che mi visualizzavo nel bar ai passanti, che quasi avrei voluto che mi facessero una foto, io, vestito di nero e di rosso, a gustarmi la vodka come non facevo da tempo, per dimenticare gli strani effetti dell’ultima ubriacatura, che non era stata piacevole, e lì si riscriveva la storia, sotto quell’alcol, sotto quella musica, che mi sentivo in compagnia di altre persone, di Bruna, dei cinesi, della gente che passava di lì, e mi sentivo come tutti gli altri, senza più megalomanie o strani pensieri che prendevano la tangente, e anche l’islam immaginario dell’anima si fanculizzava, con quel marocchino che continuava a ripetere: “Vaffanculo!”, e neanche l’immagine di Miryam aveva più senso, mentre mi visualizzavo l’ultima volta che parlavo con lei, disperso nella mia mente convinto di sentire una qualche spiritualità che non c’entrava niente, e mandavo anche a quel paese le parole di Eugenia, la sua fissa sulla salute, che diventava solo ipocondria, e mi sembrava di aver raggiunto l’Albania immaginaria dell’anima, libero la sera, dopo il lavoro, il fine settimana, libero di bermi qualcosa per rilassarmi, senza sforzarmi più di pensare a quelle ragazze, che ritornavano solo come ricordi, i ricordi di Leida e di lei che non c’era più, e la sua lingua cantava nella musica che mi inondava… uscivo a fumarmi una sigaretta, dopo il primo bicchierino, e già sapevo che me ne sarei bevuto un altro, e poi basta, così come dicevo a Bruna dopo aver pagato, e stare lì, seduto, la mia anima si drogava di paradisi artificiali, per dimenticare la giornata, per ricordare, solo alla fine dei pensieri, che finché non trovo altro è meglio continuare quel lavoro, come mi dicevano, che va bene anche così, e che nessuno mi obbliga ad andare da Ana o da altre se non mi va, mentre i discorsi altrui dicevano che in fondo è tutto legato alle ragazze, ogni pensiero, ogni delusione, ogni elevazione, e ricordavo Leida e quel periodo di eccessi e di piacere infinito, di ubriacatura dell’anima, e mi rendevo conto che lei non c’era più, e lasciava una malinconia infinita, che si disperdeva negli abissi, solo per ritrovare l’infinito femminino, dove comparivano Noemi, Ana, Miryam, Leida, e tutte le altre degli scorsi anni, e non c’era fine al cercare la ragazza giusta, che c’era e non c’era, era tutto uno smuoversi di sentimenti, e ricordavo vagamente i giusti commenti e gli scambi di battute con altri al lavoro, le donne che sono tutte puttane, come mi dicevano, tranne la madre, e che la storia è fresca, come dicevo, ottobre, il mese in cui Leida se n’è andata, e mi dicevo che finché è così è meglio non avere il telefono facile e chiamare dottori quando non serve, che non serve scappare dalla mamma finta che è diventata Maria Teresa, perché mi trovi il lavoro ideale, la vita ideale, una vita che non c’è, e l’unica via d’uscita è forse continuare a cercare lavoro, mandare altri curriculum, magari domani, nel corso della settimana, per sperare ancora di trovare qualcos’altro, anche se il lavoro in sé più di tanto non mi dà fastidio, se mi metto con la giusta attitudine, e dovrei imparare a lamentarmi di meno… e mi godevo quel secondo bicchierino di vodka, e me ne andavo via senza salutare, ormai in un momento della serata dove non c’era quasi più nessuno, solo una tipa che passava, e diceva “Salvatore”, e un’altra che diceva “L’avete presa qui, che affare che avete fatto!”, e non sapevo a chi o cosa si riferivano, e non mi importava neanche… me ne uscivo e facevo la mia solita camminata serale, là, fino alla villa, e tornavo indietro, ancora pieno di musica, pieno di estasi alcolica ed erotica, e mi sentivo in un paradiso artificiale di infinità femminina, tra i ricordi, e camminavo e camminavo, anche senza musica, dopo che l’ultima canzone “Kuq e zi”, rosso e nero, mi liberava l’anima, e camminavo e camminavo, pieno di ispirazione che avrebbe voluto farsi scrittura, e sulla via del ritorno incrociavo anche la gente di chiesa, quella che forse suona e canta, o legge assieme, e salutavo il laico, senza più conflitti dentro di me, convinto solo che se un giorno troverò moglie, forse solo allora riprenderò a frequentare la chiesa, mentre tutta l’anima mia era invasa di infinità femminile, del ricordo di Leida e delle sue parole, della sua arte, della sua estasi, che poi continuava ancora una volta a casa, quando non avevo le forze e la concentrazione per scrivere, estasiato fino all’inverosimile dalla musica, che continuava ancora, elevandomi ai paradisi artificiali di infinita femmininità… e la musica continuava e continuava, dhe zemren ndal, e il cuore si ferma, e il canto e la musica mi elevavano a cieli mai visti e mai sentiti, o forse dei cieli ritrovati, come ai tempi d’oro dell’università, e le cavolate di Eugenia se ne andavano via, i pensieri religiosi, i comandamenti e i divieti, gli schizzi di coscienza, l’inutilità di certe preghiere, e mi sentivo di nuovo me stesso, di nuovo libero, di nuovo pieno d’amore, cambiando prospettiva di una serata altrove, senza i soliti riferimenti, il pc, il tablet, il cellulare, gli oggetti della stanza, quelle quattro mura dalle quali uscivo, e mi sentivo libero, che avevo scoperto l’Albania immaginaria dell’anima, quella che libera, che mi fa staccare, che mi fa stare altrove, che libera l’anima ai paradisi artificiali dell’infinita femmininità… e il ricordo di Leida ancora mi travolge, che non c’è spazio per Ana, nata forse da una giornata assieme con quella ragazza che non mi diceva e non mi dice niente, e mi sento libero di stare così, in questi paradisi artificiali di infinita femmininità…

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