Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Di questo languore che mi avvelena per risalire ancora una volta e cercare lei al di là di tutte…

Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, sa nuk te kam… come una nave persa nel mare oggi sono io, che non ci sei… Leida… il dopo Leida, chi se lo poteva immaginare, un caos senza fine, che a raccontare della perdita recente a chi non mi conosce dicevo una grande verità su di me, è recente, dicevo, ottobre, e allora non ne parliamo, mi dicevano, come io dicevo che era meglio non parlarne, non avevo voglia di parlarne, il caos, tra Marina, Ana e Leida, ma finché c’era lei tutto poteva andare bene, finché c’era lei, che ora mi ritrovo a sognare delle ragazze senza sognarle, di un sogno che è un veleno, tra quella barista marocchina e il suo sorriso, Noemi e il suo prendermi in giro, Ana che mi dà poco, o forse mi dà tutto, e non lo so più… lottare ogni giorno contro i troppi caffè, le gocce ansiolitiche, i pensieri che vagano, le divinità che fanno più casino che dare pace, e l’assenza totale di voglia di lavorare, e la frustrazione di sapere le lingue e non potere usarle, un ambiente che mi soffoca, e quelle regole di lavorare sempre, ogni giorno, di non chiamare mai i dottori, saltano queste regole, e mi fanno ancora più casino, che sovrascrivere la Norvegia immaginaria dell’anima, depressiva e munchiana, con libri e romanzi a poco è servito, quando ritornava quella musica black metal, e tutto il male, e la regola di non parlare mai con mio padre resta ancora lì, anche nei sogni dove incontro io mio padre e mia madre sotto altre vesti, solo per insultarli e odiarli, non sapendo più a che cosa e a chi dare la colpa per questo sentirmi male, sentirmi male da dio… e a poco serve il sorriso di Miryam quando poi la vedo ridere e scherzare con gli altri, che non mi ricordo più neanche come si fa a ridere, a sorridere, a scherzare, il mio volto ha dimenticato il sorriso, la risata, e mi sto avvelenando giorno dopo giorno che passa, e non c’è più sollievo, nella musica, nelle preghiere, nel riposo, nelle letture, in ogni cosa che mi sembra inutile, e non mi va neanche di scappare altrove, Inghilterra o paesi scandinavi, perché non so cosa troverei, forse solo altri pensieri neri che si fondono nella musica, e la follia, e nient’altro, che per qualche giorno lascerò perdere il lavoro, ogni cosa, mi perderò forse in infinite parole, lasciando andare il languore, e non cadrò più nell’errore di cercare di capire l’amore, là dove non si capisce niente, e lascerò questi pensieri di sottofondo andare via, anche là dove l’automotivazione non basta più per andare avanti, e anzi, fa solo male, e non ci credo neanche più alle parole che mi dico e che mi racconto… e che difficoltà stare in piedi, cercare di non dormire, di non lasciarsi andare, di non buttarsi giù, anche quando nei sogni erotici compare Ana, o quell’altra modella cinese dell’università, Miranda Li, che nei sogni con lei parlavo, mi sorridevo, le pizzicavo i fianchi godendo del suo corpo, dopo un altro sogno dove ero finito in una specie di isola sotto dittatura, dove non si poteva sorridere e ridere, pena la fucilazione, insieme ad altri discorsi che mi spiegavano erano proibiti, un’isola che sembrava una Nord Corea al cubo, irregimentata, come Cuba una volta, come la Bielorussia, dittatura dell’anima dove non si può dire niente, e solo da quel sogno nasceva un sogno erotico fatto di Miranda Li e altre ragazze, e poi lei, Ana, che non sopporto più le battute altrui, non mi va più di ridere e sorridere, mi lascerei andare solo a questa malinconia senza fine, a questo languore, ed eviterei la compagnia di chiunque, fregandomene di ogni cosa, e mi stufo anche di far finta di lavorare, di voler imparare, quando la mia vocazione è tutt’altro, eppure rispetto a fare qualcos’altro preferisco non fare niente, il niente, il niente, il niente, piuttosto che qualcosa, e questo languore mi avvelena… che non vedo l’ora di domani, passare la giornata lontano da qui, tra biblioteca e ristorante, a leggere, sentire musica, svagarmi, sognare, scrivere, a non pensare più a niente, liberarmi delle catene ed essere me stesso, e non recitare più, mentre questo languore continua ad avvelenarmi, e non ho più voglia di ridere, di scherzare, di sorridere… se solo potessi tornare indietro agli anni di università, i periodi migliori, se solo non mi ricordassi che c’era stato un periodo depressivo, un buco nero nei ricordi, il dopo Alina, che non ricordo più niente, e ora ci mancava il dopo Leida, chi se lo poteva immaginare, che l’unica cosa che mi salva è pensare forse ad Ana ogni tanto, se altre ragazze non si intromettessero, o forse nessuna, che mi sembra solo di essere stato scacciato dal paradiso, e ora comincia l’epoca del veleno, che anche se altri che mi dicono che ho la strada spianata, che questo lavoro lo sanno fare in pochi, altri con i quali stranamente riesco a parlare, anche se mi dicono queste cose la voglia non c’è, e tantomeno la prospettiva di cominciare e continuare, perché non ce la faccio più, e non mi va di parlarne con nessuno, mi va solo di prendermi dei giorni liberi, non si sa fino a quando, e non pensare più, e lasciarmi andare a questo languore, a questo veleno, senza più sentire la gente che mi sta con il fiato addosso… e scapperei, scapperei davvero questa volta, altrove, senza far niente, vorrei che fosse un eterno sabato e un’eterna domenica per sempre, poter vivere del mio veleno e del mio languore, senza rendere conto a nessuno, dimenticando davvero che l’inferno, a volte, sono le altre persone… e non mi va più niente di niente, solo di vivere di questo languore che mi avvelena per risalire ancora una volta e cercare lei al di là di tutte…

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