Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

E la rilassatezza dopo l’estasi e le periferie dell’anima nel ricordo della sorella di Ana…

Giro di pensieri e fantasia che si liberava nella mattinata, dopo le prime manele di una volta a risuonare in me, andare via dalla biblioteca e fare un salto in pizzeria, per una margherita, per una bottiglietta d’acqua, mangiare voracemente, senza dar peso agli immigrati turchi, ai muratori che passavano di lì per mangiarsi un panino, ritrovare le regole dell’anima in quel parcheggio che al massimo poteva durare un’ora, mentre l’anarchia dell’anima mi diceva che niente sarebbe successo, niente di niente contava, e passavo lì in pizzeria una mezzoretta, solo per poi prendermi un caffè al bar lì vicino, non al solito, le solite facce, il solito giro, che non ne potevo più, c’era l’altra cinese, più bella, più affascinante, anche se un po’ attempata per i miei gusti, ma comunque seducente, mi bevevo quel caffè e recuperavo me stesso, dopo le quaranta gocce di valium di ieri notte, che mi facevano dormire fino a metà mattinata, e ripartivo con la macchina alla ricerca di un luogo dove poter continuare a estasiarmi di musica manele, che però perdeva il suo mordente una volta arrivato là al parco dove una volta c’era Andra, e arrivavo lì solo per fumarmi una sigaretta e partire via subito, con la musica dell’anima che si faceva di nuovo albanese, più energia, più energia, dopo quel caffè e quella pizza che ci voleva… tornavo a casa da me, senza badare più alle periferie dell’anima, che mi dicevano di andare in qualche centro anarchico, in qualche centro ribelle, per non lavorare più, per fare l’artista, per fare del teatro, per scrivere dei dialoghi e delle scene immaginarie ispirate alla vita quotidiana, tra i reietti e gli ultimi, tra i primi e gli ultimi di questo mondo, e la periferia dell’anima svaniva, come svanivano i discorsi immaginari con chi troppe volte mi ha lodato, mi ha mandato fuori strada, quei discorsi con le educatrici, con gli amici cinesi, i primi discorsi del Barresi, le frasi del dottore, di seguire le mie passioni, come una volta diceva, e altre frasi ancora e altre periferie dell’anima incantate, fatte di vite da film d’artisti, vita da artisti, e giri dell’anima a non finire che sapevano ancora di lei, della sorella di Ana, della sua bellezza, dell’estasi erotica che mi sapeva dare, e che viaggiava in me già da come mi svegliavo stamattina e tutta l’estasi andava avanti per tutto il giorno, solo per sparire all’entrata di quell’altro parco, dove incrociavo la bibliotecaria cinica, che non salutavo, che non mi salutava, mantenendo quelle distanze che ci sono tra gente di una certa età, tra dipendente pubblica e cittadino, al di fuori dell’ambiente della biblioteca, e non ero più in ragazzino alla ricerca di libri come ai tempi delle medie, ero solo io, con i miei trentanni, ricco di immagini e visioni ed estasi della notte prima con la sorella di Ana, la romena, che mi ispirava paradisi erotici dentro di me e viaggi alle periferie dell’anima… me ne tornavo a casa solo per trascrivere la mia ultima ispirazione nata in quell’aula della biblioteca, libero da me stesso, dai luoghi, dagli oggetti, dalle visioni, dai simboli, da altri misticismi dell’anima che si risolvono sempre e solo ed ogni volta in erotismi, e la sorella di Ana mi invadeva ancora l’anima… e me ne stavo lì, solo per andare in officina dopo e trovare un ambiente tranquillo e cordiale, senza le paranoie del giorno prima, gli sbalzi di umore, dall’esaltato al depresso, alle paronoie, alle vette mistiche, non c’era più niente di tutto questo se non un parlare diretto e franco senza troppi giri di pensieri, e me ne stavo lì qualche ora, solo per sbrigare due faccende tra computer e posta elettronica tra internet e telefono che non andavano per qualche guasto che neanche al servizio clienti sapevano derimere, e me ne fregavo… mi bevevo forse un caffè di troppo, per gustare il sapore, quel sapore da dipendenza, da coffeinomane, solo per darmi la carica e leggere le ultime pagine di “The Snowman”, il solito pazzo nato da qualche semplificazione freudiana da letteratura davvero commerciale, le ultime pagine, gli ultimi capitoli, quelli pieni di azione e dove si svela alla fine la trama del tutto, come è tipico di tutti quei romanzi di Jo Nesbo, la solita pattern del romanzo, quelle ultime pagine che si divorano perché vuoi arrivare alla fine, alla soluzione, alla fine di tutte quelle elucubrazioni di personaggi prima, i vari sospettati, le varie teorie che crollano e ti trovi di fronte alla soluzione, e alla parte di azione finale, dove l’eroe vince sempre, tra intemperie varie, e puoi dire fine alla lettura, ti puoi finalmente rilassare, dopo pagine e pagine di thriller, un thriller che non ti dà niente, ma solo l’idea di certi tuoi pensieri che potrebbero essere appartenuti ai pazzi omicidi del libro, quelli come che tutte le donne sono puttane, anche la madre, e che tutti noi, come mi dicevano, soffriamo in qualche modo di disturbi della personalità, disturbi di umore, senza per forza diventare omicidi, folli o psicoterapeutizzati, anche farmacologicamente, e quelle varie rivelazioni qua e là bastavano a dire chiuso quel libro di Nesbo, tra vari altri spunti, personaggi negativi che mostrano i lati negativi della personalità e dei pensieri, quel qualcosa che si può imparare anche dai libri commerciali, e per un po’ andava bene così, senza più letture forzate, senza più niente… me ne uscivo a piedi per un attimo, per fare la mia camminata giornaliera, ma il freddo era troppo forte, troppo da neve, da aria gelida, che ti invade le ossa, e per evitare di prendere freddo non camminavo neanche venti minuti e me ne tornavo subito a casa, per stare rilassato, prendermi venti gocce di Valium e farmi una doccia, e non pensare più a niente, se non alla ragazza di ieri, alla sorella di Ana, senza musica, senza immagini, senza niente, ripulendo la mente da misticismi e automatismi, da regole senza elasticità di comportamenti, cancellazioni di persone e personaggi immaginari con cui parlare, senza la mania di nuovi libri, nuove letture, nuovi film, nuove lingue e aggiungere e aggiungere ancora, senza un attimo di tregua, senza neanche andare a pescare i pensieri che stavano alle periferie dell’anima, ripulendo i pensieri, i gesti, i riti, e semplificando tutto, avere un attimo di tregua, e ricordare solo l’ovale del volto di lei di ieri notte, della sorella di Ana, la romena, che mi veniva in mente anche sul pianerottolo, quando incrociavo Stas che stava andando a buttare la pattumiera, al di là dei suoi discorsi sul lavoro, degli albanesi che non vengono pagati, e a volte neanche lui, il lavoro nero e i ricatti di chi ti paga quando vuole, quel lavoro che a volte c’è a volte non c’è, precariato esistenziale, un po’ come il mio, che a volte si lavora, a volte non si lavora, e chi se ne frega a questo punto, lasciamo gli ideali ad altri tempi, ad altri luoghi, ad altre persone, di lavori burocratizzati perfetti, di vite tutte regolari e regolate, e l’anarchia dell’anima si risvegliava ancora, solo per avere semplice regole di condotta, con tutta quell’elasticità che serve per non andare in paranoia quando qualche regola viene bypassata, e ricordarsi di quel libro di antropologia che leggevo ai tempi della vera tesi, quell’Alì al di fuori della legge che ti dà tutta l’anarchia del vivere, e quella mentalità descrittiva sul mondo che ti fa diventare scettico, che non ti fa credere più a niente, se non alle cose che credono gli altri, solo per descriverle e annotarle mentalmente, non credendo più a niente, diventando scettico e un po’ nichilista allo stesso tempo, ma almeno attento a descrivere il mondo senza laccature, senza misticismi, senza strani sbalzi d’umore, con quel giusto cocktail di irrazionalità, periferie dell’anima, regole ed elasticità, anarchie e libertà e aperture mentali, e buon senso, e ribellione e trasgressione quando serve, e anche quella giusta dose di menefreghismo e privazione del senso di qualsiasi autorità, se non la tua voce che commenta e ragiona e comprende, e il piacere, e la rilassatezza, e le gocce di valium che facevano il loro effetto, al di là di chi diventa drogato, di chi si droga con il valium, e chi se ne frega, il mondo è pieno di drogati, e meglio un po’ di valium che ondate di caffeina, o all’opposto di eroina, e potersi riposare e pensare a tutto questo, alle periferie dell’anima, alle estasi e alle descrizioni, liberato da ogni cosa e persona, da un sacco di idee e persone e personaggi immaginari con cui dialogare o meglio non dialogare, e liberarsi di tutto, e stare tranquilli, senza più dover leggere, studiare, ascoltare musica, guardare film, lavorare, scrivere, invocare chissà chi o che cosa, perdersi in rimuginazioni, in metafisicismi, in astrazioni, senza più niente di niente, neanche le solite lezioni imparate a memoria di filosofie politiche o religiose o esistenziali, niente di niente, il sottofondo dei pensieri che svaniva, che si dissolveva, e la rilassatezza dopo l’estasi e le periferie dell’anima nel ricordo della sorella di Ana…

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Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

L’estasi, la follia, la sorella di Ana…

Caffè, un’esagerazione, il nuovo taccuino, Moleskine, regalo del Carrefour, ora che la follia per Manuela è passata, scrivere, per dare ordine al caos, fuggire dal lavoro, da casa, insopportabili solite facce, i discorsi filofascisti, la vecchiaia, l’ignoranza dopo una giornata, quella di ieri, passata a leggere “The Snowman”, Jo Nesbo, attento, concentrato, che mi sembrava di trovare la tranquillità, nessuno che disturbava, nessuno, riesumando dall’anticamera dei ricordi l’aquila imperiale rosso nera, cercare di essere me stesso, come mi dicevano, funzionava per un po’, l’energia, la carica, essere me stesso, ci dovevano essero solo i discorsi altrui a minare la certezza e la tranquillità, l’inferno sono gli altri, dicevano, è proprio così, una quiete temporanea, che sapeva di porte mistiche alle quali inchinarsi, delirio di immagini e oggetti, “Ho spostato gli oggetti della mia stanza”, diceva una volta Leida, la follia, trovare l’immagine giusta, quelal che salda i conti, che dà certezza, il delirio di immagini, che a sera ero stanco di stare lì a leggere “The Snowman”, troppe pagine, l’ultima parte lasciata a un giorno che verrà, il delirio sotto due bicchieri di vino rosso, l’aquila e la chiesa ortodossa, cattolica, l’islam, i bahaì, loop di religioni, di garanti metasociali, il papa, l’imam, il sultano, i rabbini, me stesso, la serie di Sorrentino sul papa, Rasputin, la storia come spirito, Hegel, la politica, il voto, delirio metafisico, politico e religioso, la sessualità rimandata, “Non si dica di no”, mi diceva la dottoressa, “Non si dica di no”, al di là delle parole volgari sul lavoro, gli scherzi, l’ignoranza, le parole del Barresi, autoerotismo maniacale, il suo, ricercare la libido dove c’era solo il delirio, volerla farla finita con quela gente, con il lavoro, e cominciare a sognare un’Inghilterra fatta di gente giovane, un lavoro normale, gente normale, la lingua inglese, “Staccati!”, mi dicevano gli amici cinesi, “Staccati da lì, cosa hai studiato a fare?”, le opinioni discordanti, di tutti, Magnati, la prof di diritto, i cinesi, i dottori, le dottoresse, e le educatrici, mio padre, il comando “Lavori lì finché non trova qualcos’altro!”, il delirio inglese, la preghiera verso la porta mistica che scardinava un vaso di Pandora, maledetta la mia stanza, le immagini, gli oggetti, i bicchieri di vino, l’anima in tilt, un sonno che non sarebbe arrivato, la follia, e uscire la notte…
la nuova shqiptare, le rotonde della perdizione, dove tutte sembravano in vacanza, nessuna presente, le rotonde della perdizione vuote, “Quali vantaggi le dà questo lavoro?”, “…”, il silenzio come risposta, “Nessuno…”, e poi un “lavori finché non trova qualcos’altro”, le contraddizioni, fregarsene di tutto questo, la notte, nelle rotonde della perdizione, l’energia e l’aquila albanese, certi deliri che non vanno detti, a nessuno, soprattutto alle ragazze “Nuk me interesoj probleme e tuaj”, “Non pensarci”, l’energia, l’aquila albanese, “Vaffanculo!” a tutti quanti! Fascisti, ignoranti, lasciali perdere, non pensare alla politica, destra, sinistra, cinque stelle, dio, loop di pensieri, l’aquila albanese, sono io! … la notte… la nuova shqiptare che non c’era, la solita pattern di 15 giorni prima della visita, la crisi, “Dottore! Aiuto!”, gridava l’altro giorno un quarantenne al bar, non c’è bisogno di chiamare il dottore, le dottoresse, pensieri che si dissolvono da sé, io non lavoro! L’università! Ritrovare l’ispirazione di una volta, la libertà, l’anarchia albanese, l’energia dell’anima, al di là di tutti i lacci, un madi che invoca libertà… al di là delle rotonde della perdizione, girare ancora e cercare Ana, in the way of love, lei che non c’era, Isabela e l’altra sua compagna ventenne, la sorella di Ana, in macchina, il bel volto dai capelli castani, l’ovale femminino, quasi bambinesca, lei che appare più grande di lei, una ventina d’anni e qualcosa, girare e girare, il delirio che continuava… fermarsi davanti al Carrefour, non il solito, l’altro, là, davanti alla fabbrica abbandonata, la desolazione, l’evocazione virtuale di erotismo, la voglia, una ragazza dell’Est, la sorella di Ana, altro che le sorelle di Eugenia, romene, l’incesto immaginario, l’esaltazione, l’eccitazione, la voglia, il desiderio di erotismo, soffocato troppo da ultimi deliri mistici, la voglia di lei, la sorella di Ana… ed era là, in piedi, stavolta, fuori dalla macchina, ad attendere, non passavano più nei vari tragitti le macchine dei carabinieri, volanti, la sicurezza, la liebertà, l’erotismo, le ragazze dell’Est, l’erotismo, la sorella di Ana… “Andiamo”… l’eccitazione, la trasgressione, le poche parole, Ana che lavorava, diceva, il freddo, il freddo, il freddo, la sua voce senz’anima, da lavoratrice da strada da poco iniziata al mestiere, la solita via, senza chiedere, come era la solita via l’altra notte, a rievocare il periodo con Alina, il nome della sorella di Ana, Alesia, non lei, un’altra, la sorella di Ana, la voglia di toccarla, di godere, di liberarmi, le parole silenziate, il delirio che si calmava, come una tempesta, l’eccitazione virtuale, che diventava eccitazione vera, la sua figa sotto, i pantaloni, le sue gambe, i suoi seni, il suo sguardo, la sua voce, il suo volto la notte sotto la luna, e la sua arte, i suoi capelli da sfiorare, il suo cullare con la testa e con le labbra, il piacere che si diffondeva, la liberazione, momenti infiniti, dove i suoi capelli castani a caschetto erano magia, la sua lacca, le sue ciocche, accarezzare una bambola e godere, piacere immenso, diffuso, a non delirare più, le immagini e i pensieri e i deliri sparivano, e l’agitazione, e l’orgasmo, tra le sue labbra, il piacere… non troppe parole, limba italiana este mai tare, sì, diceva, il distacco e l’incanto del suo viso, la magia, il piacere, la sorella di Ana, il silenzio, la notte, riportarla là, i saluti, la buona nottata, la notte e la strada, liberarmi una volta per tutte degli oggetti, delle immagini della stanza, dei post religiosi su FB, la pagina bianca dell’anima, senza nessun luogo, una sigaretta, la notte, dopo di lei, la sorella di Ana, l’erotismo che vinceva i deliri, 20 gocce di Valium, appena tornato, un letto dove dormire, dove evocare ancora l’erotismo, calmarsi, distendersi, sognare e immaginare, liberarsi, l’odio altrui che non può vincere sull’incanto, la liberazione, l’estasi, la follia, la notte, la sorella di Ana…

Il risveglio, senza capire più, i sogni di luoghi e persone olandesi, il loro accento, la vita libera di Amsterdam, la lingua tedesca, le lingue scandinave nel sogno, paesaggi dell’anima di altrove, altri volti, e il ricordo di lei, della sorella di Ana, il suo ovale, la sua bellezza, la notte erotica, la liebrtà delle immagini, del solito giro, bar, stanza, lavoro, uscire dagli schemi, scappare, altrove, altrove, la sorella di Ana nell’anima, la luce della mattina, il parco, l’ampia aula della biblioteca, deserta, altra gente, la normalità, la voglia di parole vere, di “staccarmi”, come dicevano i miei amici cinesi, come ai tempi dell’università una giornata che è più di un venerdì o di un sabato, l’addio al lavoro, alla prigione che è la mia stanza, casa mia, il lavoro, i genitori, i colleghi, i collaboratori, via! Via! Via! Che stai male! Il ricordo della notte, l’estasi, la follia, la sorella di Ana, una giornata libera, perché lo spirito non ha luogo, non ha spazio, non ha tempo, è al di là, la luce della giornata, quasi primaverile, altrove, altrove, l’estasi, la follia, la sorella di Ana…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Solo l’infinito…

Risveglio incantanto, da cui mi devo ancora riprendere, dopo le canzoni di ieri notte, di Lyric Master, e aver riveduto lei, la nuova shqiptare, senza volermi fermare, rivedere in lei la cantante che stamattina ascoltavo là all’ospedale, dove accompagnavo mia madre, una sensazione di libertà da tutto quanto, di relax, che mi tornavano in mente le montagne dei Balcani, il paesaggio, e tutto l’anima si infondeva in quella visione, che non c’era più bisogno di niente, e mi liberavo della mia stanza, dell’officina, del lavoro, di ogni pensiero, e mi perdevo solo nel volto di lei che rivedevo in questa canzone, in questa cantante, e non mi andava di pensare più a niente, mi sentivo solo un albanese, dove al mio paese una volta c’erano i comunisti, una volta i cattolici, gli ortodossi e poi i musulmani, e non c’era più niente di sensato, tutto si sfaldava, e ogni preghiera smetteva di aver senso, anche con quella coppia di quarantenni musulmani, moglie e marito, che non capivo più da che parte stavo, se con i miei, con l’altra donna italiana nel corridoio, con mia madre, o con il ricordo di Rudina, o non so più con chi, con quel vecchio che incontravo all’entrata che mi diceva che aveva fatto l’operazione alla gola un paio di anni fa, perché fino a 62 anni aveva continuato a fumare, un pacchetto al giorno, e mi veniva voglia di rimandare, di smettere, di diminuire, e non era difficile in quelle ore all’ospedale, dove addocchiavo di nuovo Angela e l’altro con i capelli lunghi, pazienti del CD, che non mi riconoscevano, non mi vedevano, e tutto si colorava di bianco, come di una luce estiva mediterranea, come una chiesa ortodossa colorata di bianco e di azzurro, con le sue cupole, e la luce del giorno sembrava una dolce primavera o una bianca estate, e non pensavo più a niente, i pensieri si sfaldavano, tutto smetteva di avere senso, tutto si impastava, nel ricordo di Rudina, e richiamavo alla mente le parole di chi mi diceva che tutto dipende dalle ragazze, e il resto sono solo elucubrazioni, rimuginazioni senza senso, loop della mente che va in tilt, e tutto si sfaldava proprio su questo punto, dove in Albania, al mio paese, una volta c’erano i comunisti, gli atei, e poi gli ortodossi, e i cattolici e i musulmani, e tutto smetteva di avere un senso logico, che mi tornava in mente la favola di Adamo ed Eva, dove quell’albero della conoscenza non permette più di distinguere il bene dal male, il vero dal falso, e tutto si impasta, e sembra non esserci modo per tornare a fare in modo che la vita abbia un senso, una spiegazione, una logica, e tutte le cornici saltavano, tutte le categorie, ed ero immerso da visioni della natura, dei paesaggi Balcani e dei paesaggi mediterranei, e non c’era verso di recuperare vecchi miei modi di trovare un senso, una motivazione, una carica, perché tutto si sfaldava, e anche il ricordo della notte, quando avrei voluto avere per me Ana, non mi dava più niente, quando mi svegliavo alle tre di notte, completamente rilassato e perso nelle note di Lyric Master e del suo canto, di quella lingua albanese una volta incomprensibile, e ora piena di significati, mezzi dispersi, mezzi trovati, il piacere di un’altra lingua, di altre parole, che mi sentivo anche a mio agio con quella coppia di arabi là all’ospedale, come ieri al bar da Paolo, quando dicevo due parole a Viviana, la cinese, xinnian, alla fine, xinnian festeggiato? E il marito sorrideva con lo sguardo, per un attimo, diceva qualcosa alla moglie, e poi lei: “Già passato…”, “Già passato…”, che controllavo il significato del nuovo anno cinese e mi perdevo in quella cultura per un attimo, e mi rendevo conto dell’utopia senza senso dei bahaì e di fondare una nuova cultura, una nuova religione, un nuovo mondo, come se tutti dovessero abbandonare la propria cultura, il proprio modo di vedere, i propri riferimenti culturali, per abbracciare una nuova rivelazione che non conduce da nessuna parte, perché il mondo alla fine è e rimane diviso, tra tutte le sue culture, che si mescolano ma fino ad un certo punto, e tutto il resto è pura utopia di un mondo che sia fatto di una sola nuova cultura, mentre tutto si mischia, e non si capisce più il male dal bene, il giusto dallo sbagliato, l’opinione dalla verità, e mi disperdo anch’io tra queste culture, queste ragazze, questa gente, e non mi ritrovo più, sempre più disorientato, che l’utopia era sempre trovare qualcosa di saldo e di preciso, qualche riferimento culturale preciso a cui far sempre riferimento, che possa dare senso, che possa dare la carica, che possa dare un significato, mentre invece qui tutto si disperde e non ritrovo più me stesso, e i miei riferimenti culturali e identitari vanno in loop, vanno in tilt, si disperdono come la visione di una montagna d’estate, come un’infinita visione dove tutto va in dissolvenza, e vecchie abitudini sembrano solo i resti e le sopravvivenze di follie passate, modi di motivarsi passati, riferimenti passati che si svuotano di significato e senso, per lasciare spazio solo al niente, al tutto e all’infinito, che mi disperdo ancora che non so più chi sia la causa di questo, se Viviana, i miei genitori, rav, la ragazza albanese di ieri sera, Ana, Rudina, la coppia araba quest’oggi, il vecchietto che aveva smesso di fumare, o quelli del CD, o i dottori o le educatrici, o il quotidiano che ieri leggiucchiavo, o il Dylan Dog, o il libro di Nesbo, o gli scritti Bahaì, o l’apocalisse che leggevo in russo, e questo continuare a muovermi tra culture diverse, diverse lingue, diverse canzoni, diverse ragazze di vari paesi, tutti questi riferimenti culturali mi spaesano, mi disorientano, mandano tutto in dissolvenza, finché non rimane davvero più niente, forse solo la voglia di una ragazza, come quella di ieri notte, o il desiderio di Ana, rimandato a non si sa quando, e di certezze non rimane più niente, solo vaghi consigli di salute mentale e fisica per non andare troppo fuori pista, anche quando non mi ritrovo più, e sono sempre più disorientato e più perso, e non trovo più niente di stabile, e mi perdo e mi perdo e mi perdo… cosa rimane allora? Rimane quella frase che una volta mi dicevano, l’Albania, si apre una voragine, quella è lei, là, quel mio paese dell’anima dove una volta c’erano comunisti, atei, cattolici, musulmani, ortodossi, là, quel mio paese dove c’è Rudina che mi dice di lavorare con mio padre, dove c’è la bionda dell’altra notte che rivedo in questa canzone, là dove c’era il primo amore ai tempi delle medie, là dove tutto si spaesa e si disperde, si dissolve, e forse questo sono io, senza più ottusismi e automatismi di letture, di gesti, di preghiere, di ideologie, e tutto si sfalda in questa rilassatezza e questa visione infinita di montagne d’estate e di luci eteree e diafane, e rimane solo il ricordo di lei, di quella ragazza, di quella shqiptare, e il ricordo di lei, di Rudina, e la sua luce, le sue parole inglesi e albanesi, e una strana voglia di lingua albanese, e di relazioni, di parole, di sorrisi, di sguardi, di parole straniere, e tutto si disperde, si dissolve e mi disorienta in questa luce mediterranea estiva dell’anima, e le canzoni continuano a risuonare in me, con la loro dolcezza, e non mi ritrovo più, mi disperdo e mi disperdo e mi dissolvo nell’infinito, e rimane solo lei, la nuova shqiptare, la musica, il desiderio sperduto per Ana, il ricordo di Rudina, le montagne, la luce mediterranea, e così all’infinito, all’infinito mi disperdo e mi dissolvo, e mi sento me stesso solo quando l’Albania mi invade l’anima, anche nella notte, a sognare cantanti mai esistite con croci ortodosse al collo e il loro canto albanese quasi incomprensibile, e nelle visioni la mattina, e nei pensieri deliranti che stanno ormai in sottofondo, e la musica mi invade, e le visioni, e le montagne albanesi rendono tutto infinito, e il ricordo di Rudina, e così, avanti, avanti all’infinito, che non mi ritrovo più, e mi dissolvo e rimane solo l’infinito…

Descrizioni, Pensieri liberi, Visioni

L’apatia, il colore nero, la luce bianca diafana…

Diventare apatico, così me ne rendevo conto, passando per caso in piazza Duomo a Milano, dove c’era Salvini che teneva il suo comizio… passare e non sentire niente, non provare niente, anche ora che mi informavo e sapevo che nel pomeriggio ci sono stati scontri tra quelli di destra e di sinistra, non provare più niente… essere indifferente, senza colori, senza niente, anche quando entravo alla Feltrinelli per vedere magari di comprarmi qualche libro, ma niente, sfogliare i libri di filosofia e avere l’impressione di sapere già tutto, di aver già letto tutto, che non c’era più bisogno di alcun libro, non c’era più bisogno di niente… non mi smuoveva neanche entrare in quella gelateria dove ero stato con Marina, non farsi prendere dall’ipocondria, dalle paranoie, non provare più niente… e sfogliare i libri, Cacciari e le sue icone, Agamben e la sua creazione anarchica delle opere d’arte, Heidegger e il concetto di tempo, e l’altro libro di Jankelevitch sul tempo, sulla noia, sull’avventura, anche altri saggi sul neomodernismo, al posto del postmodernismo, e altri libri ancora, non di filosofia, ma di narrativa, i soliti libri, i soliti autori, e la poesia, e la sociologia, e la religione, e la psicologia, cosa c’è da leggere ancora? Cosa c’è da sapere ancora? Basta così… e non mi divertivo neanche in biblioteca, a leggere altri saggi su musulmani ed europei, quel libro di Limes, che mi veniva a noia, dovevo cambiare, spostarmi un po’, uscire dai soliti schemi, ed era così che decidevo di andare a Milano, con la vaga idea di vedere un po’ di gente, per trovare chissà quale ispirazione, ma niente non mi diceva niente, e mi sentivo apatico, e me ne fregavo anche di come apparivo, di cosa dicevo, di come sembravo, niente mi smuoveva più, apatia totale… una giornata buttata via così, senza voglia di leggere, senza voglia di nuovi libri, senza voglia di niente, l’unica emozione era in treno, forse, con quel giovane romeno che parlava, diceva qualcosa ai suoi amici, capivo le parole, e mi veniva in mente Ana, e la sua lingua, che leggiucchiavo ora sul cellalure con le poesie di Eminescu, ma poi, niente, neanche le ragazze che si siedevano lì mi dicevano più qualcosa, quelle italiane che parlavano di lavoro al bar, o di serie televisive sulla vendetta e sugli amori alla beautiful, che mi ricordavano vagamente “I diari dei vampiri”, non c’era più niente, e mi accorgevo di star diventando apatico… neanche l’idea di scontri e di manifestazioni, di queste elezioni, di quegli scontri a Torino mi smuovono più, niente di niente, il vuoto assoluto, l’apatia, il disinteresse, l’indifferenza… che non so cosa farmene di questa serata ormai, di questi giorni, non so più cosa farmene di questi giorni, una volta che adesso che la situazione religiosa in me è stata normalizzata, che l’ultima follia che doveva svanire per Miryam non c’è più, ora che di Ana non ho più nemmeno tanta voglia, non so più cosa farmene di questa serata, e dei commenti di ieri sui post di rav C., e delle parole di oggi di quella gente che cercava la villa vicino al parco, gente incontrata per caso, e tutto diventa apatico, monotono, senza interesse, indifferente, e l’unico colore che porto è il nero, il nero della fine di ogni emozione, e non so più cosa farmene di questa serata, e intanto l’apatia avanza, e vesto di nero, come un’oscura tranquillità, come quella musica metal che quasi ascolterei, se non disturbasse l’umore, e la vita dell’anima si unifica in un solo personaggio che ora mi sento vero, vivo e in me, come quando non c’era differenza tra lo stare in biblioteca, in casa, a Milano, alla stazione, sul lavoro per un attimo, quando non c’è più il delirio che parte ogni volta per ogni cosa, e ritrovo me stesso, in questa apatia, in questo colore nero, in quella luce bianca diafana…

Pensieri liberi

Losing my religion…

Quelle giornate che: “Mollo tutto e divento monaco ortodosso…”… ortodosso alla Rasputin, si intende… togliere di torno ogni immagine, ogni oggetto che manda stress, liberarsi di tutto, prendersi venti gocce di valium, bersi due bicchieri di vino rosso e non pensare più a niente, forse solo alle tipe andate, quelle che saranno, quando tornerà la voglia, e lasciarsi andare, lasciar perdere le letture, le invocazioni, le canzoni, i film, i romanzi, ogni cosa, ogni amicizia, ogni cosa, ricordare solo la lezione di rav C., sulle immagini, sulla divinità che non può essere detta, di cui non ci si può far immagini mentali, non solo fisiche, ma anche concettuali, una sorta di teologia negativa, per la quale non si può dire cosa è la Trascendenza, ma solo cosa non è, e si aprono le porte della relazione, come nella santissima trinità, come nell’immagine di due cherubini, uomo e donna, una relazione, l’apertura agli altri, alle altre, unico modo vero per scoprire la divinità, e non rimane nient’altro, forse solo contemplare le tipe passate, i momenti passati, il ricordo di Eugenia, più forte che mai, quando c’era ancora lei in università e mi sembrava di esserne innamorato, quando sembrava che quella relazione potesse essere vera, viva, naturale, finché c’era lei, finché c’era Alina, finché c’era Leida, le cose con Ana non decollano, troppo è lei legata al ricordo di Marina, lei e i suoi colori, la sua russità pop, da anni duemila, io che stasera cambiavo vestiti, tutto nero, ogni cosa, ogni colore dimenticato, il rosso e il nero, il rosso e il blu e il bianco, dimenticati, tutto si risolveva in vestiti neri, per non pensare più a niente, per non essere più stressato da canzoni pop, immagini di cantanti, da idoli adolescenziali, come l’aquila rosso nera e le canzoni albanesi, le associazioni con l’islam albanese, dopo le letture geopolitiche di europei e musulmani, dopo libri commerciali ritirati in biblioteca, non si sa neanche perché, forse solo per l’ideale mancato di voler diventare commerciale, smetterla di essere così religioso, o tendente al religioso, ma dopo i video di Bashar Al Assad e le sue preghiere, dopo le letture sull’islam fondamentalista, lasciavo perdere strani rituali di preghiere imparate con il fai da te da internet e con visioni e deliri mistici passati, ero stufo e sono stufo di queste stranezze, e non rimane più niente, nemmeno la voglia di continuare a credermi bahaì, per non soccombere alla naturalità che sento del cristianesimo ortodosso, all’associazione con Rasputin e le sue donne, e la sua fede, due bicchieri di vino rosso che bastavano a farmi partire per il vero sentire di me stesso, tra ricordi e suggestioni di Alina e di Ana… bum, stop, si arresta il pensiero, e va tutto alle relazioni perdute, forse solo alle parole da niente che scambiavo con Bruna anche quest’oggi, cavolate da niente per rompere l’imbarazzo del bere il caffè da solo al bancone, tra occhiali da vista appannati e discorsi sull’orientamento e il disorientamento, “Adesso… ci vedo!!!”, dicevo alla fine, e lei rideva, non si sa perché, riferimento biblico nascosto, battuta da niente, con quel parlare che non sa di niente e sa di tutto, con quelle parole con Miryam ricordate che hanno scatenato l’innamoramento psicosi che doveva far crollare il castello di carte dei Bahaì e dell’islam immaginario, della fede immaginaria, che l’unica melodia che ora sento è la canzone: “Losing my religion…”, di non so neanche quale gruppo inglese o americano, e quel commento sulle immagini faceva di più di tutto il resto, liberando la mia mente da un sacco di riflessioni alla ricerca di assoluti che non ci sono, e che tutto esiste in rapporto alle relazioni umane, e ogni strapensare e pensare teologico-filosofico è pura astrazione destinata a soccombere come un castello di carte, losing my religion… che non so più che farmene del pc, delle canzoni, dei social, e vorrei solo un mondo fatto di amicizie e parole, di parole vere, forse con Ana, con gli amici, con qualche ragazza interessante e che scateni il desiderio, e non so più con chi, mentre invece tutto si colora di nero e perdo la mia religione, solo per ritrovare me stesso…

Prosa Poetica, Visioni

Ma intanto il sorriso dell’anima mi pervadeva…

E aveva proprio ragione Leida quando mi dicevo che ero troppo chiuso, e Dario quando mi diceva che ero troppo negativo, come in tanti mi dicevano, e mi liberavo, mi liberavo stasera, alla fine del lavoro, andando al bar e incontrando Bruna… già stamattina passavo al bar, dove incontravo Paolo e Valeria, ma non c’era molto da dire, a parte che il locale era vuoto, e mi sembrava strano, Paolo pensava che gli facevo quell’osservazione perché non c’era Miryam, ma più che altro pensavo al locale vuoto, cosa inconsueta, e poi sì, mi diceva anche che Miryam non c’era perché il suo ragazzo era all’ospedale, o qualcosa del genere, “Ho capito!”, dicevo, e in quell’attimo mi passava alla mente quella volta che il suo ragazzo l’avevo visto lì al bar, e che mi ero dimenticato che lei aveva il ragazzo, e in quell’attimo i pensieri salivano alle stelle, in un millesimo di secondo, e ritrovavo le ultime volte con Ana, per salvarmi l’anima… ho capito, dicevo, e me ne andavo via, salutando, mentre Paolo mi augurava una buona giornata di lavoro… me ne tornavo a casa, e una specie di attacco d’autismo, come dice sempre il dottore, mi prendeva, rimettermi a leggere in cinese, solo per augurare poi un nuovo anno a Valeria, un nuovo capodanno cinese, xinnian kuailè, che mi dimentico sempre di dirglielo, già da una settimana, e ciondolavo nella mia stanza come un folle, a cercare di capire come spostare gli oggetti, cosa leggere, in quale lingua leggere, a quale divinità votarmi, a quale idolo, e riconoscevo questo genere di follia che mi prende sempre quando sto troppi giorni di seguito in casa, nella stanza, a leggere, tra i miei libri e le mie canzoni, e mi dicevo che l’unica soluzione, come diceva il dottore, era quella di andare a lavorare, e di lasciar perdere certe tangenti che ogni tanto prendo quando sto troppo tempo da solo… e la giornata di lavoro iniziava, senza grandi cose, ma già stare in officina senza fare niente, lontano dal pc, dai libri, da quella stanza, mi rilassava, mi allontanava dal mio mondo autistico, che secondo le definizioni che sentivo in università e leggevo sul giornale è un rinchiudersi nel proprio mondo, oppure un rapportarsi alle persone come se fossero delle cose, e volevo liberarmi, aprirmi, non essere più chiuso, come diceva Leida, e mi buttavo a lavorare, dando una mano a Stas, a mio padre, a Marco… e la mattina andava avanti così, nell’attesa di addocchiare poi Noemi al ristorante, senza poi dirle niente, ma facendo una lotta inutile contro il mio sguardo, che qualunque parte Noemi se ne vada per il ristorante, ogni volta il mio sguardo cade su di lei… e solo il pomeriggio, il lungo pomeriggio, il lavoro iniziava, e alla fine della giornata potevo dirmi soddisfatto, stanco ma soddisfatto, con un po’ di mal di testa, che correggevo con un po’ di tachipirina, e un’uscita al bar per incontrare Bruna e superare lo stress da ultime ore di lavoro… mi prendevo un caffè e Bruna mi stava servendo quando un altro al mio fianco le chiedevo un Montenegro… non capivo cosa mi diceva Bruna, sembrava indecisa, non capivo, un po’ come a pranzo non capivo quando l’altra cameriera portava l’arrosto, e diceva: “Arrosto?”, per chi? Inteso, n-are rost, che mi veniva in mente questa parola romena, n-are rost, che voleva dire? Ah, l’arrosto, dicevo, era per mio padre e per Marco, eppure, non so perché, mi sembrava per un attimo che quella cameriera avesse parlato in romeno… e non capivo cosa diceva Bruna al di là del bancone, capivo solo quando era lì con la bottiglia di Montenegro in mano e un bicchiere, e allora capivo che mi stava chiedendo che cosa avesse ordinato quello là, “Un Montenegro”, le dicevo, ah, anche a me sembrava di aver capito Montenero, “Sì, sì, Montenegro, almeno, così mi è sembrato di capire”, ah, diceva lei, versiamo! Al massimo lo rimettiamo dentro, diceva lei, e mi veniva da ridere, e poi, da serio, le dicevo: “Adesso arriva qua e dice: ‘Io avevo chiesto altro!'”, diciamo: “E’ colpa sua!”, diceva Bruna, e mi faceva sorridere ancora, che non mi ricordavo neanche più da quanto tempo non mi veniva da sorridere, e in fondo pensavo, nei retropensieri, che bisogna essere anche sgamati per fare la barista, capire bene le cose, e che sicuramente Bruna aveva capito, data l’esperienza, ma giocava con me con quelle frasi, forse, tanto per scambiare due parole, e stavo al gioco, un po’ come nello stesso momento l’altro cinese del bar chiedeva a Bruna chi avesse messo 1 kg di caffè nella macchinetta, e mi tornavano in mente i discorsi di Alex, l’altro mio amico cinese, quando mi raccontava del caffè e delle miscele, robuste e forti, eccetera, e riempiva la macchina anche lui… che strano, pensavo, fare il barista, tutti i pro e i contro, in un attimo, e che è bello sempre vedere lavorare da fuori, giocare per un attimo a interessarsi del lavoro degli altri, ma poi, vabbè, basta così, da fuori è sempre tutto bello, da spettatore, e quando ci si è dentro è tutta un’altra cosa… e poi quello lì del Montenegro alla fine si avvicinava al bancone, dal quale si era allontanato un attimo per rispondere al telefono, e prendeva il suo bicchierino, tirava giù in un solo sorso il suo alcolico e se ne andava dicendo: “Basta! Per stasera basta così! Ho digerito!”, e se ne andava… io mi finivo il mio caffè e vedevo Bruna che ritornava, mi preparavo la mia sigaretta e mi dicevo soltanto che dovevo almeno salutare, “Era giusto alla fine!”, dicevo a Bruna, “Era giusto?”, “Sì! Ci vediamo! Ciao!”, e la salutavo con il sorriso, con il pollice alzato, e anche lei mi salutava con il sorriso, e potevo andare via dal bar, senza più mal di testa, con il sorriso dell’anima che si espandeva, con alle cuffie la musica di Inna, e il sorriso dell’anima in me, e mille pensieri che andavano via, scacciati come niente, e mi godevo la mia camminata serale, dopo cena, dopo il caffè, dopo un semplice scambio di parole, e mi sembrava di essere la persona più felice del mondo, come si sta bene in questo bar, pensavo, e ripensavo anche a Miryam, alle varie parole con lei, a quando avevo rivisto i miei amici cinesi di una volta al loro bar a Milano, ai discorsi sul lavoro, sul bar, e quant’altro, e potevo camminare con il sorriso dell’anima, e alleggerirmi i pensieri… pensavo anche a quando avevo rivisto Valeria mentre se ne usciva dal bar la sera, poco prima di rivedere Bruna, a quanto ancora dubitavo se dirle o no: “Xinnian kuailè!”, ma alla fine la salutavo con il sorriso, come lei a me, con un semplice “Ciao!”, e bastava così… e ripensavo a quanto mi sentivo bene, con questa cineseria dell’anima che mi andava di ricambiare quanto gli amici cinesi una volta mi avevano dato, e mi sembrava davvero di essere me stesso, non più chiuso, non più negativo, ma aperto e positivo e felice, e quanto sarebbe bello sentirsi ogni giorno sempre così, aperto verso gli altri e positivo… e facevo la mia camminata, e dopo un’oretta ero ancora a casa, con la musica di Inna che non diceva molto, ascoltata in sottofondo, e solo il sorriso dell’anima mi permeava, e una strana sensazione di felicità, che davvero sarebbe bello fosse sempre così, e la serata forse finiva, forse iniziava, non si sa, ma intanto il sorriso dell’anima mi pervadeva…

Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Nell’infinito delle visioni…

E mi devo ancora svegliare, vivo come incantato nel mondo dei sogni, da ieri sera, quando dopo cena andavo a dormire, e non mi svegliavo più, immerso nei sogni, di quando c’era Carola ai tempi delle superiori, tempo lontanissimo, che lei ricompariva ancora una volta nel mondo onirico, dopo che si era laureata, dopo che aveva cominciato a fare la fisioterapista, un mondo incantato, di una ragazza ritrovata, di cui forse mi ero innamorato ai tempi e di cui non ricordavo più niente, immersa nei meandri dell’inconscio, e non so perché la sognavo e non so perché la sogno, come un sogno d’amore di quando ero giovane, quando le parlavo, quando ci parlavamo, in classe, quando eravamo in Inghilterra, quando la rivedevo all’areoporto al ritorno, e pensavo che lei potesse essere una, o forse non lo pensavo, non me ne accorgevo, ed ero alle prese con la prima tipa, Elena, e un caos infinito c’era in me, tra tutte quelle ragazze, Desirée e Serena, un tempo di un mondo sognante, che non so perché ritornava in questi giorni, questa notte, con dei ricordi che pensavo assopiti… ricordi ancora che emergevano ieri pomeriggio, dopo aver visto Noemi al ristorante, lei e i suoi nuovi capelli meshati di biondo, sullo sfondo dei suoi capelli corvini, un po’ come Ana, ed ero indemoniato ieri mattina, ancora estasiato dalla notte prima con Ana, e anche l’altra bella ragazza che vedevo, oltre a Noemi, mi scatenava fantasie erotiche del corpo femminile, e mi sembrava quasi di impazzire, quasi a pensare al demonio erotico in me, dopo che la mattina alla radio sentivo di quel prete esorcista in Sicilia, delle patologie psichiatriche, degli ascoltatori cattolici che credevano nel demonio, e io derubricavo tutto quello in ignoranza e fantasia, superstizione e folclore, quando so bene che l’unico demone che c’è è quello dell’erotismo e dell’amore, che anche ieri mi faceva impazzire… e passavo un pomeriggio così, libero, dove le letture non mi attiravano più, dove era impossibile rimanere concentrato, concentrarsi, perché tutti i miei pensieri andavano alle ragazze, queste nuove che mi fanno sognare e quelle di una volta che ritornavano sottoforma di ricordi che pensavo assopiti per sempre, e invece una valanga, una nuova ondata di ricordi si riversava su di me, e inutilmente cercavo di recuperare sui fogli perduti il loro ricordo, a sprazzi tornavano tutte, come un’ultima ispirazione espansa all’infinito, e mi perdevo e mi perdevo… mi facevo 24 gocce di Valium, e mi sdraiavo sul letto, per non pensare più, per non forzarmi su quel romanzo che non dice più niente, e forse solo ora mi rendevo conto che questo deve essere un incantesimo da magia bianca di Ana, che ora penso solo a lei, neanche fosse la mia ragazza, nonostante tutto, nonostante tutto il turbinare di fantasie, ricordi e desideri, che vanno da Carola nei sogni, a Noemi di giorno, a tutte le altre, come l’ultima shqiptare, al desiderio impazzito per Leida, ai ricordi di Alina di ieri, e di Xhuliana, e di tutto l’erotismo impazzito, che non ricordo invece neanche più le prime tre russe, ed Elena, e chissà chi, tutta un’ondata di amori vissuti, andati e perduti ancora mi avvolge, mentre il desiderio di Ana si dissolve in un sogno, che cercare di capire il mondo dei sogni che vive anche nella veglia è impossibile, ed ogni istante mi sembra di sognare, che il tempo si scardina e tutto coesiste in un’altra dimensione, e non c’è più inizio, e non c’è più fine, non ci sono più comandi o divieti, tutto diventa sogno, e non ho voglia di far niente, se non di continuare a sognare… e che strano è svegliarsi la mattina e non rendersi conto di star dormendo ancora in piedi, immerso nel mondo onirico, che andare al bar è come andare in cucina appena ti svegli, per farti un caffè, e non noti la gente attorno a te, o la noti, e ti sembra la gente più famigliare di sempre, che non hai niente da dirle, niente per cui farti vedere, e tutto diventa più libero, più non curante, e sei immerso nella materia di cui sono fatti i sogni, ancora una volta, e non ti ricordi più i pensieri di ieri, perché qui i pensieri si sfaldano, diventano musica e canzoni e sogni, diventano fantasia e visioni e ricordi, e non c’è più un filo logico del discorso, come un film senza nessi di immagini e trama, e tutto si sfalda, e vivi come in un perpetuo sogno… non so se sia innamoramento o che cosa, non si capisce più, mi perdo solo nel pensiero di Ana, per non perdermi per altre ragazze, forzare le parole, forzare i rapporti, anche dopo le scene comiche di Noemi ieri, di quel suo cameriere compagno di lavoro, di lei che ogni volta che chiede qualcosa al tavolo fa ridere, con quella sua gentilezza forzata, quel suo dare del lei o del voi che sembra uscito da un manuale per cameriere dell’ottocento, mentre dimostra tutta la sua inesperienza, il suo non riuscire ancora a giocare bene il suo ruolo, e fa sorridere davvero, che per fortuna ieri non facevo la battuta più stupida del mondo: “E’ saltato il piano cottura perché Noemi si è fatta le mesh bionde!”, e per non perdermi, per non perdermi in Manuela, in Noemi, in Miryam e in chissà chi ancora, nella nuova shqiptare, in altre, in ogni ragazza carina che vedo, rimando tutto ad Ana, senza desiderarla davvero, ma continuando a sognarla, mentre il sogno di lei mi rimanda ad infiniti altri sogni e ricordi di altre ragazze, che non controllo più il mio inconscio, i miei sogni e la mia anima, e vivo in un mondo che si è fatto una sfera di cristallo di immagini, dove diventa impossibile concentrarsi e dividere i pensieri e il tempo e le persone, e tutto va in dissolvenza continua, come un sogno che non finisce mai, e continua a proiettare visioni su visioni, fantasie su fantasie, ricordi su ricordi, che non mi riconosco più… e non so come inizierà questo giorno, come andrà avanti la giornata, i prossimi giorni e chissà quando, perché il tempo smette di contare, e mi proietto nell’infinito delle visioni, dove il tempo non c’è più, e sogno, sogno, sogno ancora lei, Ana, che è solo la fonte di tutte le visioni, fino all’infinito, e mi disperdo e mi disperdo, e non c’è fine a questo onirismo infinito…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

E vivrei solo della materia di cui sono fatti i sogni…

Una luce mediterranea estiva
sui paesaggi balcani
un sogno
di una giornata d’estate
con il solo suono delle campane
di domenica
e il canto del meuzzin
là in Albania
sul mare
tra le isole e le coste
il sogno lucente di una chiesa ortodossa
dai colori bianchi e azzurri
più della celestialità
un sogno di una luce
che mi portava verso altri mondi
là dove non c’è chiasso
del giorno
il risveglio del primo pomeriggio
e le parole a casaccio con la barista
desiderare un mondo appacificato
dove ci sia tanta gente
con cui discutere e parlare
e sorridere
in tutta la quiete del mondo
sogno invernale di un’estate
che non si sa quando mai sarà
la mia meccanicità
e automatismi
nel leggere e nello studiare
nel mio ascoltare canzoni
fino alla demenza
automatismi
che si rivelavano nella loro
follia
e la voglia di vita
di vivere
di persone
con cui ridere e scherzare
e la voglia di lettere
di ispirazione infinita
di farla finita
con i soliti conflitti della vita
e immergersi in quelle luci
dell’anima
e sognare la vita…
e poi la solitudine
quella che ti fa leggere
e ti chiude sempre di più in un mondo
che se non fosse ispirazione
ed essenza per la mente
sarebbe già diventato
follia
la tranquillità del pomeriggio
e di quel dolce pensare
perdersi tra le lettere e sognare
e non agitarsi più
la domenica più bella
che la follia sarebbe comparsa solo la notte
con la voglia di lei
di Ana
del suo ritorno
dopo che una canzone
dalla radio al bar
richiamava la sua bellezza
a coprire melodie depressive
e nere
la luce ancora della notte
una luce blu e argentea
come la luna
dopo il sogno d’estate mediterranea
con i suoi bianchi e i suoi azzurri
la notte impazzita
che sapeva di mille lingue e di nessuna
di mille parole e conversazioni
immaginarie
di mondi inesistenti
di relazioni inesistenti
se non nella follia
e scacciare la follia
con la voglia di lei
con la voglia di amore
quando lei
ancora vivace nella notte
gridava per strada
con la sorella
che non riusciva a parcheggiare
la vita là dove ancora vive
e c’è
tra le sue conversazioni interrotte al telefono
e una vita buttata per strada
che dopotutto sa ancora di vita
e di voglia di vivere
nonostante tutto
la notte
la notte
la notte
e lei
Ana
che ridavano piacere all’esistere
semplificava i pensieri
e le traversie dell’anima
e la musica automatica
smetteva di essere ascoltata
e le fisse
e l’anima si liberava
di giorno come di notte
per non sapere più di niente
se non di sogno e di vita
che ancora mi ritrovo a sognare
la mattina dopo
dimentico del mondo e del suo rumore
strane le immagini di quel cantante
che ora spopola
sul suo cellulare
e le sue parole leggere
vuote
come vuota è lei
una vita che non possiede niente
se non la leggerezza
di continuare a vivere
nonostante tutto
al di là di mille intrichi dell’anima
la liberazione
la luce estiva di un’estate
e la luce argentea di una notte
ispirazione infinita
che ancora mi chiedo
cosa ci faccio qui
che vorrei essere già per sempre
con l’epitaffio di una poesia
giacere in un mondo di sogni e fantasia
dimenticando il chiasso del mondo
che non so più cosa farmene della vita
se non farla diventare sogno
e desiderare lei
ancora lei
Ana
per notti infinite
al di là dei ricordi
e dei desideri imbizzarriti
che ora si perdono nei sogni
e vivono di una quiete
mai sentita
sono forse all’orlo di un abisso
e di una vetta
sono al di là del disorientamento
e dei capogiri
del sentirmi male
e di provare questo languore
che vive come se non ci fosse più un domani
di questo incanto
che sa di lei
che continua a vivere
nonostante tutto
e le invidie e i conflitti
sono dimenticati
relegati all’inferno dell’anima
che a volte sono gli altri
e che non esistono più
dissolti come materia di un sogno
estasiato in lei
che sognerei e basta
e smetterei di vivere nel mondo
solo per sognare
sognare lei
e ancora lei
al di là del tempo
dell’ispirazione infinita
e vivrei di sogni
di luci estive e di luci notturne
argentee come la luna
chiare come
un paesaggio mediterraneo estivo
e si dissolve
la mia follia di lettere
musica e ragazze e lavoro
svaniscono gli automatismi
e le ottusità dell’anima
e vivrei solo della materia
di cui sono fatti i sogni
nel ricordo di lei

Prosa Poetica, Visioni

Tra i sogni di una luce di un paesaggio estivo mediterraneo di giorno e una luce argentea e blu la notte…

Mattinata impazzita ieri, allo svegliarmi, i giramenti di testa, il disorientamento, che andare al bar non serviva a molto, e neanche camminare per cercare l’edicola e leggere il giornale… camminavo e camminavo e arrivavo all’edicola, dove una strana ansia mi prendeva, ed ero indeciso se prendere o no il giornale e Dylan Dog… mi mettevo ad ascoltare canzoni albanesi, pensando a come, la notte prima, avevo rivisto la nuova shqiptare, ma non mi ero fermato, perché dovevo fare benzina… il disorientamento, un senso strano di malessere, che mi sarebbe venuta quasi la voglia di chiamare l’ambulanza per farmi ricoverare, ma poi passava un negretto, un rifugiato, che mi chiedeva una sigaretta, e gentilmente gliela offrivo, accorgendomi di come ancora avevo voglia di stare in mezzo alla gente… e mi riprendevo, mi avvicinavo all’edicola, spegnevo le canzoni albanesi dal cellulare, ed entravo in edicola per comprare LaRepubblica e L’espresso e Dylan Dog… c’era il solito edicolante, quello dei miei anni dell’adolescenza, quanti fumetti! E sua moglie, la bella mora, compravo quello che dovevo comprare e mi sentivo meglio e sulla strada del ritorno continuavo ad ascoltare musica albanese… tornavo a casa, ancora mezzo disorientato, e mi davo ad una serie di canto su canto, sotto la musica, nella mia stanza, che la mia anima si liberava grazie alla forza del canto, e non pensavo più a niente, se non alle montagne dei Balcani, ai paesaggi, alle chiese ortodosse, cattoliche e alle moschee dell’Albania, e l’anima sembrava un paesaggio estivo, sospeso tra Albania e Grecia, con tutta quella luce che ci può essere solo d’estate in quei paesaggi mediterranei… pranzavo con i miei genitori, e sentivo tutta la pace del mondo, la domenica, dove si mangia assieme, dove si è lontano da tutti e si è vicini, e provavo a pensare a chi si sarebbe potuta sedere con noi a tavola, non Leida, non Alina, forse neanche Rudina, che lasciavo perdere nei pensieri, e mi dicevo che andava bene così, e non avevo più bisogno di niente e di nessuno… finivo di pranzare e mi sdraiavo sul letto, come solo la domenica e i giorni di riposo mi permetto di fare, e mi lasciavo andare, al sonno, ai pensieri trasognanti di una luce estiva mediterranea, e mi sembrava di ritrovare la mia anima ortodossa, che si sentiva salvata, e non si comportava più come un’anima impazzita sotto sempre le stesse note, ascoltate fino all’eccesso, quando diventi una specie di robottino che ripete tutto, tutte le note, fino a diventare scemo, e il sonno mi guariva, mi portava via un sacco di pensieri, e potevo godermi la domenica… mi svegliavo nel primissimo pomeriggio e andavo subito al bar per bermi un caffè, per riprendermi, e camminavo e camminavo, senza neanche essermi cambiato con i vestiti ufficiali, e non me ne curavo, entravo al bar e vedevo Paolo, che subito si girava come per preparare i pacchetti di sigarette, “No! No!” gli dicevo, “Solo caffè!”, “Ah, è vero, sei passato stamattina!”, “Sì, sono già passato stamattina”, e sorrideva, e anch’io mi sentivo in pace… andavo al bancone dove c’era Bruna, e nel sottofondo sentivo la canzone di Inna, dalla radio, “Nirvana”, e una voglia incredibile, un impulso incredibile, di rivedere Ana, si esaltava, e godevo di quelle note, di quella musica, e rivedevo tutta la bellezza di Inna, che mi ricordava anche però di come certa bellezza commerciale e pubblicitaria per quelle settimane mi aveva guastato l’immaginario, sognando troppi colori vivi, troppi centri commerciali, troppi acquisti da grande centro commerciale, e non ci pensavo più di ripristinare la sua immagine da idolo pop, e Bruna cominciava a parlarmi… mi parlava del lavoro, si lamentava, con fare leggero, così, tanto per dire due parole, parlava del riposo, della settimana che si alterna con Miryam, una settimana la sera, una settimana la mattina, e io bevevo il mio caffè… attaccava poi a parlare del suo cane, quando entrava uno con un cane di razza, non capivo bene il nome, e si parlava così, dei cani di razza, delle feste che ti fanno, delle preferenze di gatti e di cani, di vecchi ricordi infantili, dove si capiva che lei era spaventata dai gatti, e io dai cani, eppure mi felicitavo quando lei diceva che i cani fanno le feste, e che è un piacere camminare un’oretta e mezza al giorno, quando vai a spasso con il tuo animale, ed era una conversazione così, piena di sorrisi, di gioia, che neanche me ne rendevo conto… la salutavo e le dicevo di aspettare ancora un’ora, di avere pazienza, e poi si sarebbe potuta riposare, finalmente, e lei mi diceva “Ti lascio…”, con il sorriso, per non tirare avanti troppo una conversazione che non si sapeva dove iniziava e dove finiva, e me ne andavo via, dal bar, verso casa, convinto che dovevo leggere il giornale, i libri, guardare le notizie, e mille altre cose… e arrivavo a casa, e mi sentivo una specie di robottino, di cyborg, come una volta i miei amci mi avevano appellato, un cyborg, un automa, che voleva solo leggere, che scappava da Bruna in nome di un quotidiano e di una rivista, di letture automatiche che mi facevano sentire una specie di autistico, e mi veniva quasi da maledire quella stanza, quei giornali, quelle riviste, e non capivo più cosa ci facevo, e avrei desidarato soltanto tanta compagnia, tante parole, con Bruna o con altre o con altri, insieme, la voglia di parlare, di avere relazioni umane, e non sempre di rimanere impazzito tra lavoro, studio, musica e ragazze, avrei voluto un pomeriggio pieno di vita e di parole, di relazioni umane, e invece ero lì, solo come un cane, con i miei quotidiani e le mie riviste… mi sdraiavo e cercavo di non pensare più a niente, cercando ancora qualche sfumare dei pensieri nell’immaginario di uno scenario mediterraneo e della sua luce, ma quel caffè aveva fatto diventare me una sorta di robottino, ancora di più, e per smorzare la tensione mi prendevo una ventina di gocce di valium… e mi rilassavo… mi rilassavo e potevo prendere in mano il quotidiano, cominciare a sfogliarlo, con tutta la calma del mondo, senza l’ossessione di leggere, senza neanche l’ossessione di dover stare in mezzo alla gente e parlare, magari ritornando al bar dove ora ci sarebbe stata Miryam e forse Paolo, o non so chi, tra i due estremi delle letture automatiche e delle relazioni umane forzate sceglievo di stare tranquillo nella mia stanza, e leggere così, come veniva, cominciando dagli articoli internazionali, senza farmi prendere dalla foga di leggere in maniera eccessiva, senza la mania ossessiva di dover leggere tutto, quotidiani albanesi on line, il libro di Knut Hamsun, le cose comprate, e quant’altro, no! Mi mettevo a leggere, articolo per articolo, pensando e riflettendo con calma e tranquillità, gustandomi le letture, non più automatiche, e sentendo tutto il piacere e la rilassatezza di questo mondo, senza conflitti, senza manie, e così, tra un articolo e l’altro passavano due o tre ore, cenavo, riprendevo a leggere e finivo solo verso le nove di sera… le nove di sera, ora in cui mi sdraiavo sul letto per non pensare più, contento delle mie letture in tranquillità e dei contenuti, che anche ora ricordo, che mi avevano dato l’ispirazione per capire l’importanza della dimenticanza sulla memoria, che mi avevano fatto chiarezza sulla situazione politica internazionale, che mi avevano dato informazioni sui nuovi libri, ed ero contento, soddisfatto e rilassato, che dimenticavo la strana mania mattutina di quelle canzoni albanesi, ma non ricordavo neanche quella luce mediterranea di paesaggi pieni di luce…

Arrivava la notte, e un intrico di pensieri mi pervadeva, mi imperversava nella mente, e non sapevo più che fare, andare o no a cercare la nuova shqiptare? Andare o no a rivedere Ana? Perché lo sapevo che quei pensieri possono andare via solo con una ragazza, solo con il piacere, e la notte uscivo…

Uscivo e giravo di qua e di là, solo per rivedere la nuova shqiptare, che non era più bella come la ricordavo, e andavo oltre, e andavo da Ana, dove prima ero passato e lei non c’era, e la rivedevo là, sulla strada, a gridare qualcosa a sua sorella, in macchina, compagna di lavoro, e facevo il giro, e vedevo la bellezza di Ana, che mi tornava la voglia di passare un po’ di tempo con lei… la facevo salire in macchina, e lei chiudeva la conversazione al cellulare, in italiano, mi chiedeva solo come stava, tutto bene, le dicevo, e anche lei diceva tutto bene, non ero pieno di parole, non avevo molto da dirle, le toccavo solo le gambe mentre guidavo, ed ero ancora confuso… e poi ci fermavamo lì, come al solito, godevo di lei, del suo corpo, lei mi serviva, che godevo come non mai, e la ritrovavo, la ritrovavo solo per vederla e vedere la sua bellezza, dopo la settimana andata fuori di sé per la nuova shqiptare, e la musica in me non partiva, non c’era musica che mi desse qualche ispirazione, c’era solo la voglia di chiederle se aveva ascoltato musica nuova, e diceva di no, le chiedevo di Sferaebbasta, che ormai si sente dappertutto, e lei diceva che sì, l’ascoltava ancora quello “sfigato”, e le chiedevo perché, e mi faceva vedere le immagini del cantante su Instagram, immagini da ragazzino che fa il figo, che si vestiva da pappone, con il pelo rosa come Era Istrefi sul giubbotto, sempre a fumare, “Sempre a fumare canne”, come diceva lei, e avevo ancora voglia di lei, delle sue parole, delle sue immagini, del suo sorriso, del suo gridare a sua sorella di parcheggiare meglio, della sua giovinezza, del piacere che mi può dare, e ritrovavo l’energia e la voglia di vivere, la lucentezza e il piacere di una luce diafana blu e bianca della notte, dopo la luce da paesaggi estivi mediterranei del giorno… e potevo andarmene via, con il piacere provato e l’anima salvata dalla follia, in una notte e in una giornata un po’ stanca, dove la voglia tornava da sé, senza che volessi, e tutto il piacere riveva in me, che dentro di me non c’erano più né canzoni albanesi né pesanti suoni black metal, la notte sapeva di silenzio, e il sonno poteva arrivare da sé…

Mi svegliavo la mattina, con il piacere ancora in me e quei pensieri sbagliati che andavano via, c’era ancora Ana, c’era ancora lei da desiderare, al di là dei ricordi passati, delle vie traverse dell’anima, c’era ancora una mattina che avrebbe saputo di purificazione dei pensieri, di semplificazione, e guardavo alla giornata e alla settimana e al tempo con più positività, e accoglievo la giornata come si accoglie qualsiasi altro giorno, contento delle mie letture di ieri, delle parole con Bruna, della musica, di Ana ritrovata, e di quelle luci immaginarie nei pensieri, di giorno e di notte, che non c’era più bisogno di niente, e la mia anima poteva dirsi acquietata tra i sogni di una luce di un paesaggio mediterraneo estivo di giorno e una luce argentea e blu la notte, e ancora avrei voglia di Ana, e solo di Ana…

Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Solo per sognare Eugenia e l’amore perduto…

Riposare come non mai, ieri, che ero ancora disperso nel ricordo di Manuela, l’umore che andava di qua e di là, nel pomeriggio stanco, che aveva solo voglia di dormire, leggere svogliatamente “Pan” in inglese di Knut Hamsun, o meglio, rileggere, con più attenzione, anche se non mi prendeva come “Mysteries”… leggere e leggere e alla fine non farcela più, troppo inglese, troppa lettura fa male, sdraiarsi sul letto e cercare di non pensare a niente, e l’immagine di Cristo nel deserto, l’immagine di Kramskoj mi ritornava in mente, il deserto, in contatto con il demonio, quando non hai niente da fare, e vorresti rifare tutta la tua vita, avere qualcosa di preciso da fare, qualcosa a cui dedicarti, qualcosa che ti tenga impegnato sempre, con passione e dedizione, eppure non c’era… le parole che mi dicevano, che quando non c’è lavoro c’è un senso di precariato, i pensieri che prendono la tangente, e ogni volta alla fine è così, quando capita la giornata senza lavoro, e mi mettevo a mandare cv su internet, cercando lavori qua e là, con la sicurezza della lingua inglese… la prof dei crediti per fare l’insegnante che non rispondeva, e mai risponderà, quel sogno di professore che si ripeteva intorno a questi giorni anche l’anno scorso, quando sogni un lavoro e una vita che tu possa amare, il ritorno di Marta nei pensieri, che non portava da nessuna parte, solo malessere, e lasciarla andare via, lei e tutti i pensieri… riposare e dormire, ieri, stanchissimo, ancora abbagliato dall’ultima visione di Manuela, e dormire, e riposare la sera, in una valanga di sogni senza fine… quel ponte dove vedevo gli uomini della Corghi che mi dicevano che loro votavano a sinistra, per un’Italia senza fascismo, per un’Italia più libera, e io che sognavo il PD e qualche visione politica per contenere l’insorgere delle destre, che ormai non me ne frega più niente poi di quel teatro che è la politica, e non mi va più neanche di leggere quotidiani o approfondimenti politici, per non alimentare il conflitto psichico… mi svegliavo, di notte, per prendere la mia medicina, nel freddo della notte, quando la temperatura si abbassa, e stare sdraiati sul letto senza coperte diventa un fastidio… alzarsi, prendere la medicina, bersi un po’ d’acqua fresca e tornare a dormire… altri sogni, sogni su sogni, dove compariva Eugenia distesa sull’erba, in qualche parco, noi due assieme a studiare, non si sa che cosa, io che l’abbracciavo, lei che sorrideva, lei che parlava, lei che forse indicava un’altra chiesa, la sua avventista, ma di un altro aspetto, nei sogni della notte, una chiesa quasi gotica, che si slanciava all’infinito verso l’alto, e lei che mi abbracciava, e mi diceva che presto sarebbe tornato Claudio C., e lei che si esaltava, e io che la desideravo, e io che la perdevo… altri sogni, sogni su sogni, dove con Dennis ero stato ad un parco divertimenti chiamato “Oslo City”, un nuovo parco divertimenti di cui mi chiedeva rav C. nel sogno, mentre faceva lezione a me e ad altre persone, che ci chiedeva come si mangiava al ristorante del parco, e noi che ci ricordavamo del dolce di cioccolato, quasi un tiramisù, dallo squisito sapore, e ci lamentavamo dei prezzi alti del ristorante, nonostante la qualità, e sognare ancora di star parlando con un occhio chiuso e l’altro semiaperto, la goffaggine, da cui mi volevo svegliare, e mi svegliavo…

Della mattina ricordavo solo il sogno di Eugenia, il sogno erotico, dove il suo corpo si confondeva con quello di Ana, e la sua voce con la sua, lasciar perdere quel sogno eppure serbarlo in me, pensando a come una volta mi sentivo innamorato di lei, di Eugenia, eppure lei non c’è più, non è nemmeno in Italia, è chissà dove, e poi da una ragazza avventista estremista non ci si può aspettare niente, eppure vivevo con quel sogno, con la voglia sperduta forse di Ana, nello strano malessere della mattina dopo troppe e troppe ore di riposo, quando comincio a prendere strane tangenti di pensiero, di idee, di musica, e per stare in pista facevo i soliti giri, bar, Carrefour, e mi dicevo di no alla musica di prima mattina, e mi raccoglievo un attimo per ritrovare il filo del discorso, perso ieri tra tutto quel sonno e quelle fantasie, quelle false visioni di Manuela, neanche fosse una Beatrice dantesca, e mi riprendevo, tornavo con i piedi a terra, ricordandomi delle cose che mi dicevano, il senso di precariato, la mancanza di compiti specifici sul lavoro, l’andare e passare degli umori, la ricerca di altri lavori che non si sa dove finiranno, le semplici regole per stare in pista e non disperdersi, e in effetti quelle considerazioni erano giuste, che ogni volta che comincio a perdere il senno è perché mi ritrovo da solo nel deserto, senza un’occupazione specifica, senza delle certezze, senza dei paletti precisi come quando ero in università, e di allora recuperavo solo nel sogno l’amore per Eugenia, e quella stessa sensazione di libertà e di piacere che nasce dal riposo, e dall’accontentarsi e dal non pensare troppo nel deserto, e di questa mattina salvo solo il sogno di Eugenia, la voglia lontana di Ana, e forse quel romanzo che continuerò a leggere, nel frattempo, mentre magari oggi si lavorerà, nonostante la non voglia, come ieri, eppure sarebbe meglio, anche se mi sa che anche oggi non ci sarà niente da fare… e allora mi terrò impegnato su quel libro, aspetterò il sabato con la sua voglia di letture, di mangiare fuori, di stare fuori da casa, magari in mezzo ad altri giovani, in biblioteca, un sabato così, che spezza la routine, quel riposo di ieri che forse è stato eccessivo, eppure ci voleva, per cercare lavoro, per fare ordine dove Manuela mi aveva innalzato a vette mistiche, solo per sognare Eugenia e l’amore perduto…