Pensieri liberi, Visioni

E spezzo le catene e volo verso l’infinito…

Dopo l’incanto della musica, la musica israeliana, egiziana, il sogno impazzito per Miryam, tornare a casa domenica pomeriggio tardi, sul fare della sera, e guardare il video live su Facebook di Rav C., lui, con la kippa in testa, a suonare il violino insieme al suo gruppo di musicisti classici, a Genova, una rivelazione, la musica sacra, la vera musica, senza quelle melodie ipnotiche orientali, quella musica che salvava, quella musica di cui avevo bisogno, che avvolgeva a faceva dissolvere la musica ipnotica orientale, e mi ridava la visione d’infinito, la visione d’insieme, e mi faceva uscire da quel tunnel prepsicotico che mi stava prendendo, quel rav e i suoi musicisti che con la vera musica scacciavano anche i pensieri del giorno della memoria, della musica pop e della musica orientale… e mi decidevo a fare un salto dagli amici cinesi di una volta, quelli che hanno il bar a Milano, cercando di dar sfogo a quel bisogno di estroversione che ogni tanto salta fuori al bar di Paolo, di Miryam e di Valeria, e già la mattina andavo al bar dei mille e chiedevo a Paolo come mai avessero appeso il calendario cinese con la scritta 福, fu, fortuna, e Paolo mi indirizzava verso Valeria, dopo che le diceva qualcosa nel loro dialetto e da lei captavo la parola 幸福, xingfu, che ripetevo, felicità, fortuna, e lei mi diceva che quella scritta cinese era bella, e le dicevo di sì, mentre pensavo proprio a fare un salto di nuovo da Leo e Alex, mentre poi lei riprendeva a parlare nel suo dialetto con quella sua amica cinese nel bar… ed avevo voglia di essere estroverso ieri, e alla fine chiamavo Leo e gli dicevo che sarei passato di lì in mattinata, e così facevo, prendevo il treno, dopo che chiacchieravo con un vecchietto in stazione, dopo che vedevo un giovane con lo zaino i simboli cuciti dei vari paesi che aveva visitato, Polonia, Norvegia, Russia, e tanti altri ancora, e mi decidevo a fare quel salto a Milano, dopo che una domenica così chiusa non la volevo più sentire, una domenica e un sabato così imprigionati, che avevo bisogno di uscire un po’ e fare quattro chiacchiere… ed arrivavo là, a Lanza, e trovavo subito il bar, mi fumavo una sigaretta davanti al Piccolo Teatro e poi entravo nel bar, dove Alex neanche mi riconosceva all’inizio, e poi sì, mi riconosceva… e si cominciava a parlare, del più e del meno, si cominciavano a dire cazzate, a scherzare con la sud americana giovanissima che preparava i panini, si parlava di tipe, di viaggi, di Cina, di America, dei testimoni di genova che ogni tanto gli fanno visita, del lavoro, di uscire, della laurea, del fatto che io dovrei uscire di più e andare via e non stare sempre nell’officina di mio padre, evitavo troppi discorsi sulle tipe, sviavo i discorsi, non parlavo direttamente delle tipe passate, e Alex, dopo due ore di chiacchierata se ne andavas scherzando su una accennata romena del cuore, e gli dicevo che era arrivato al punto, e aveva capito tutto… c’erano anche altri che andavano e venivano nel bar, un marocchino giovane, altri italiani, di ogni tipo, e un po’ di tipe qua e là, e poi passavo a parlare con Leo, più o meno delle stesse cose, Leo che scherzava un po’ meno di Alex, Leo che parlava della sua tipa che lavora al quadrilatero della moda, Leo che ha imparato il cinese ufficiale e lo parla con lei, Alex che invece prendeva lezioni private per imparare il cinese, io che mi buttavo per un attimo sul suo quaderno e provavo a ricordarmi qualcosa, come c’era scritto 猴子, houzi, scimmia, 黄色, huangse, giallo, e Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Altro che russo!”, ma non mi importava più di tanto, né dell’inglese, né del russo, né del cinese, né di niente, e neanche dell’arabo quando ritornava il marocchino e me ne uscivo con la mia pronuncia araba di Muhammad, solo per riportarmi al numero di giri normali del cervello, che era un po’ su di giri ieri mattina, e tutto ritornava anche alla normalità con quelle ragazze che più di tanto non mi consideravano, quella giovane sud americana, quelle altre che passavano di lì, e me ne tornavo a casa verso la una, quando oramai c’era troppo casino al bar dove Leo aveva dato il cambio ad Alex, e me ne andavo, pieno delle parole scambiate, dei discorsi fatti, e della bella sensazione di aver parlato ancora con amici di vecchia data, con un sacco di cose da dire, amici di amici di una volta, vite degli altri, lavoro, tipe, cazzate, risate e scherzi vari, che alla fine era un lunedì speso bene, anche senza lavoro, anche senza digressioni mie personali e private sul lavoro, su come portare avanti la vita, su me stesso, che non c’era più molto da pensare, dire o fare, se non tornare a casa e starmene in pace in quel lunedì che aveva sostituito il sabato e la domenica impazziti di solitudine, e me ne tornavo a casa con quella giusta sensazione, con quel giusto consiglio, di uscire un po’ dagli schemi, di spezzare quella mappa del mio mondo confinata alla casa, all’officina, ai bar, alla biblioteca, al porto delle sirene e alle rotonde della perdizione, ai pub dell’Isola, a Milano, a chissà dove, verso l’infinito e oltre, senza luoghi, senza spazi, verso l’infinito dell’anima, rompendo gli schemi, rompendo gli spazi, e liberandomi, come sentivo stamattina, verso l’infinito dei pensieri, là dove non la musica o il canto liberano, ma dove infiniti spazi e luoghi e persone e tempi si dissolvono in una visione generale che non riesce a contenere tutto, e spezzo le catene e volo verso l’infinito…

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