Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Lei e il suo sguardo di luce cristallina…

E alla fine è ritornata, Ana, come mai mi sarei aspettato, passare la giornata di ieri a leggere ancora “Il leopardo” di Jo Nesbo, in inglese, lettura serrata, pur di non dormire, e passare la mattina a fare una foto di me stesso dal fotografo, per avere una foto per mia madre in una cornice, per avere una foto decente sul profilo dei social, e passare a pagare la multa di quella notte dove vedevo Ana, ormai a metà dicembre, una multa che non era niente, niente di cui preoccuparsi, al di là degli scherzi degli amici sull’ereditiere, perché non mi preoccupavo affatto di una stupida multa della velocità… e il giorno andava avanti così, leggendo, leggendo ad alta voce in inglese, concentrandomi sul libro, che sembrava non ci dovesse essere altra preoccupazione, mentre il lavoro era già sfiorato la mattina, quando il grosso camion non poteva fare lo scarico delle merci nel piccolo spiazzo della nostra officina… giornata libera, pensavo, giornata libera, tanto più che mio padre e il suo collega sono fuori a Parma e fino alla sera non si vedranno… giornata libera, che mi strafacevo di caffè e di sigarette, che la sera riposavo e dormivo un po’, impazzendo ancora sulle immagini del tempio e sulle immagini di Inna, e sul restyling di foto e sfondi vari nei mondi virtuali, quasi da perdersi, ma fino a riscrivere la Norvegia non più come un luogo oscuro, ma un paese come tanti, con la sua cultura, le sue città, non solo i fiordi, i racconti di Harry Hole, la vita come in tanti altri paesi, e non più la visione adolescenziale di band oscure e black metal, la Norvegia come un paese come tanti altri, e non più la patria del True Norwegian Black Metal, e della depressione, e dei pensieri oscuri, c’era invece la luce, la luce dell’intelletto che comprendeva il libro di Harry Hole in inglese, che seguiva la trama, che immaginava gente normale, una lingua come tante, come quel film, “Headhunters”, in norvegese, e tutto andava anche meglio quando nel pomeriggio andavo a ritirare la foto nel negozio, una foto venuta bene, che quasi non mi ricordavo più che il volto umano può ancora sorridere, come mi sforzavo di fare nella fotografia, e dove alla fine riuscivo anche a sorridere, per piacere, nel corso della giornata, a quell’amico siciliano, quell’altro albanese, e quella ragazza romena incontrata per sbaglio una volta a Milano… e la notte, la notte che non voleva più saperne di stare ancora lì a leggere, avevo già macinato duecento pagine, e di più non potevo fare, allora mi vestivo, prendevo i soldi e uscivo, uscivo alla ricerca di qualche ragazza che mi poteva ispirare… un altro giro, non alla solita via dell’antico porto delle sirene, ma là, nelle rotonde della perdizione, vicino dove abita quell’amico di tempo fa, nessuna vera bellezza presente, solo una ragazza bionda, dal volto slavo, da vera puttana, come Leida, che mi sembrava Leida rediviva, o Amalia, o uno strano incrocio tra una delle due, una ragazza come tante, una ragazza come tante al lato di una strada… e giravo e giravo, tra le rotonde della perdizione e il porto delle sirene, dove la notte si popolava di ragazze come quelle, sparse davvero dappertutto, come ai vecchi tempi, e rivedevo la ragazza simile alla Meroni, l’ultima, e l’altra mora dal volto da puttana, che per un attimo mi veniva voglia di andare da lei, mi scatenava quel desiderio che quasi vedevo in quella bionda tra Amalia e Leida, che alla fine non ribeccavo più, e passavo oltre, oltre la mora, per rivedere Isabela, un’altra sconosciuta, le solite negrette qua e là, e la notte era piena di sirene, piena come ai vecchi tempi… e poi, lei, lei, sì, lei, Ana, era tornata, là dove prima non la vedevo, non c’era, non l’avevo vista, era là, di fianco ad una nuova, un’altra giovanissima, passavo davanti ad Ana non convinto di aver voglia, di desiderarla, e l’immagine di Inna che mi era impressa nell’anima si stagliava sul volto di lei, di Ana, per notare tutte le differenze, un volto che non ricordava per niente Inna, ma un volto più sensuale, dalle labbra più carnose, dai capelli meshati di castano e di biondo, un corpicino più sensuale, uno sguardo da vera ragazza che sa cosa voglio da lei, e la voglia tornava, al di là di tutte le visioni, al di là di tutti gli automatismi che stavano scattando nel cercare quelle, resti di pensieri deliranti di una volta, che notavo, che controllavo, e che archiviavo… e poi sì, alla fine, mi fermavo da lei, da Ana, e lei, con la sua voce da ragazzina, il suo sguardo da ragazzina, mi prendeva ancora, che pensavo alle ultime parole dette alla visita, quando dicevo che la stavo aspettando, la stavo aspettando, e pensavo sarebbe tornata solo a febbraio… saliva in macchina e si parlava, della patente, che non ha ancora fatto, che non fa per lei, che ritornerà forse due o tre gironi, solo due o tre giorni, pensavo, per fortuna, mentre cercavo di parlare con il sorriso, con la voglia di lei, con la sete di amore per una ragazza così, anche quando le dicevo che ormai ascoltavo anch’io reggaeton, e lei si accendeva, si svegliava, il volto le si illuminava, e dimostrava tutta la sua età, la voglia d’amore, e la voglia di musica… diceva che ormai non ascoltava più reggaeton, ma si era data al rap italiano, come quei ragazzi e quelle ragazze sedicenni o giù di lì che vedevo una volta al parco, in giro per le strade, quest’estate, con la musica rap dal cellulare, e le compagnie di giovani persi ad ascoltare quella musica, i primi amori, le prime esperienze, i primi sviamenti, che mi sembrava di tornare giovane, ventenne o giù di lì, con quella musica disperata e giovanile, con quei suoni così simili a certe canzoni rap albanesi, con quei testi disperati, e sognavo e sognavo e mi perdevo già nel mondo della musica, che già la notte, da me, aveva cominciato ad infestarmi… la musica, la musica e fermarsi lì con lei, con Ana, al solito posto, al solito parcheggio, e godere di lei, dei suoi seni, della sua voce, del suo sguardo, “Ero disperato, pensavo che tornavi più avanti, a febbraio!”, “No, dicevo che tornavo a febbraio, ma ho voluto tornare prima…” “Meglio così, che non sapevo come fare…”… e lei si spogliava, per lasciarmi godere dei suoi seni, del suo corpo, quel volto che avrei voluto baciare, ma non avevo il coraggio di baciare, quei miei pensieri un po’ depressivi, un po’ ansiosi che andavano via, ritrovando la voglia in me, e poi la sua arte, la sua arte e toccare il suo corpo, guardare il suo corpo e toccarlo, lei più bella di qualsiasi immagine di ragazze di VK, e godere con lei, del suo ritorno, delle sue parole, del suo corpo, della sua musica, del mio desiderio ritrovato, della mia attesa che finalmente conosceva requie, e tutto il piacere di questo mondo si liberava nella sua bocca, sulla visione dei suoi capelli, del suo corpo, dei suoi gesti, del suo accendersi e illuminarsi al parlare di musica, anche quando diceva Arcangel, pronunciando bene la “g”, alla spagnola, e ripetevo anch’io, Arcangel… e godevo e godevo con lei, del suo ritorno, che avrei speso una notte intera a parlare con lei, a starle affianco, ad ascoltare la musica, e tiravo fuori il mio cellulare, per ascoltare e farle ascoltare quella canzone, “Egoista”, di Ozuna, per vedere se lei quella canzone la conosceva, le piaceva, o che cosa, “No! E’ troppo lenta, non mi piacciono le canzoni lente, le voglio più veloci…”, “Allora spegniamo…”, “Io ascolto queste adesso…”, con il suo volto illuminato, il suo sguardo nei cieli, ed erano canzoni rap, proprio quel rap da adolescenti, “Figli di papà”, “Tran Tran”, quella musica libera e disperata, leggera e allo stesso tempo che racconta storie di vita, vita vera, e non sciorinate semipoetiche di canzone dalle parole sempre uguali in combinazioni diverse, e lei si metteva lì, ad ascoltare la sua musica, a ripetere le parole, che sembrava sapeva a memoria, e glielo dicevo, “Ormai le sai a memoria le parole!”, “Sì…”, e tornavamo indietro, io pieno di lei, del suo ritorno, della sua musica, della libertà della notte, del piacere provato, della voglia di rivederla ancora, di ascoltare la sua musica e quella degli adolescenti, “Allora mi infomerò sul rap italiano”, le dicevo, “Sì…”, e lei guardava avanti, nascosta dalla sua sciarpa, che le si vedeva solo il nasino, e il suo sguardo perduto di luce cristallina, e la sua voce come un arcangelo mi stava affianco, per l’amore ritrovato, il desiderio, la voglia, l’attesa che era finita e ora sapeva di lei e di musica, della sua voce, della sua musica, del suo corpo, della sua bellezza, e la lasciavo lì, “Ci vediamo!”, “Ciao! Buona notte!”, “Anche a te…”… e la lasciavo lì solo per vedere come lei scendeva dalla macchina, sbirciare ancora il suo corpo e vedere dal retro dello specchietto come un’altra macchina subito le si avvicinava, un altro abituale, pensavo, ma non mi importava, perché ero pieno di lei e della musica, della libertà della notte e del piacere, e facevo il giro dell’isolato, per tornare indietro… tornavo indietro e lei era ancora là, chissà cosa le aveva chiesto quello, chi se ne frega, era ancora là, a guardarmi e io a guardarla mentre lei accennava movimenti con le gambe, quelle gambine dai fuseaux neri, dai lunghi stivali neri, che esaltavano il suo corpo, e il suo sguardo di luce cristallina, il suo sorriso, le sue labbra, la voglia di lei mi lasciava nella notte con quel ricordo di lei, al margine di una via, con la sua musica, la mia musica, la sua bellezza…

La notte, la notte in macchina, là dove mi fermavo ai tempi di Xhuliana, tra il cimitero e il parco, la musica che mi invadeva, e il ricordo e il desiderio di lei, una sigaretta, quella che ci sta sempre dopo l’erotismo, e il sogno di lei, di rivederla, di riassaporare quei momenti, di riviverli, di volerla ancora, desiderarla ancora con i giusti tempi, la musica che ascolterò, la sua musica e la mia dentro di me nella libertà della notte, nella voluttà dopo l’erotismo, dopo di lei, le parole che raccontavo che ritornavano, quelle frequentazioni femminili, mi dicevano, mi parli di questa ragazza, di Ana, che le parole sui social con altre ragazze non volevano dire più niente, perdevano di senso, e così la lontananza dal computer, dal tablet, dal cellulare che avrebbe emesso soltanto musica, se la musica già non mi invadeva, dentro di me, insieme ai suoi occhi di luce cristallina, all’amore ritrovato, al desiderio, all’attesa che aveva giunto il suo termine…

Un’oretta così, in macchina, sdraiato, a ricordare lei, la sua bellezza, il senso che ritornava, il giorno dopo che non esisteva, non sarebbe esistito, e quei troppi caffè del girono che si facevano sentire, insieme alle troppe sigarette, ma non mi importava più, ora che lei era ritornata, ora che lei c’era ancora, lei e i suoi occhi di luce cristallina…

Tornare a casa per dormire, una sigaretta di troppo, la notte, senza gustare quel piacere immenso che provavo una volta, è diventata una cosa tra le altre, un’altra parte dell’infinito mosaico della vita, come alludevo alla visita, quel desiderio che non è più imbizzarrito e impazzito, mi dicevano, ed era così, e non avevo bisogno di alcol, di musica, di poesia, la notte, perché tutta l’ebrezza dell’anima viveva in me, e potevo andare a dormire, continuando a ripetermi che Ana finalmente era tornata…

Il risveglio, un risveglio tardo, che già la mattina mi partivano in automatico quei pensieri di quest’ultimo mese senza di lei, l’abitudine, l’abitudine dei cattivi pensieri, l’ansia e la depressione, le paranoie di un sentire non più vigoroso e intenso come una volta, le solite paranoie, che andavano via al pensare a lei, all’ultima notte, all’ultima ispirazione, e un risveglio che non sapeva più come quei risvegli intensi e avvolgenti dei tempi dell’università, o dell’estate scorsa, dell’anno scorso, un sentire forse non troppo libero, dovuto al lavoro, all’ora tarda, al corriere che sarebbe dovuto arrivare, al poco tempo per raccogliersi, per bersi un caffè al bar, per fumarsi un paio di sigarette, tutto di fretta, la mattina, nell’ansia del lavoro, di vedere altra gente che mi avrebbe forse fatto perdere l’ultima ispirazione, un senso di perdizione, al risveglio, eppure lei ancora c’era, c’era ancora quando andavo al bar a bermi il mio caffè, c’era ancora quando andavo in officina e poco dopo mezz’ora arrivava quel corriere per scaricare della merce, il lavoro, il lavoro, da solo, senza colleghi, per fortuna, senza mio padre, il lavoro da solo che per un attimo mi si velocizzava il battito cardiaco, e mi agitavo, in piccolo, per quelle operazioni di scarico, per quel lavoro con quel corriere probabilmente albanese, un lavoro che andava liscio, mentre dentro di me pensavo solo a lei e alle parole da trovare per non perdere l’ispirazione dell’ultima notte… il computer che non andava bene, quello in ufficio, quel computer che mi toglieva la privacy, quel quaderno che non andava bene per scrivere di me stesso, dei miei sentimenti, in un asettico ufficio, l’officina che non significava più niente, dopo aver messo a posto i bancali, e la voglia di ricordare lei, di ricordare Ana, di non pensare neanche a raccogliermi verso qualche lontana divinità, e poi lei, il pensiero di lei che ritornava quando, nel calore della mia stanza la poesia alla fine dell’età della tecnica sorgeva ancora per cantarla e ricordarla, Ana, lei e suoi occhi di luce cristallina, che ancora la voglio, la desiderio, la serbo nel mio cuore, e non voglio dimenticarla, dimenticare quei suoi passi, quella sua arte, quella sua bellezza, quel suo corpo, quella sua voce, che mi perderei ancora, ancora e ancora nel ricordo della notte con lei, e da oggi vorrei fumare di meno e bere meno caffè, smettere di attenderla, godere ancora con lei non si sa quando, non pensare più, come mi diceva lei, non pensarci, non pensare più al lavoro, a mille cose, a troppi pensieri, sii più libero, più libero di volerla ancora, di volere questa mia sguinzica, come mi diceva un napoletano a Milano una volta, “Lo so che hai la sguinzica…”, quel giorno che incontravo Olimpia, solo per pentirmi e ricordarmi che la notte prima o qualche notte prima c’era stata lei, Ana, la ragazzina romena ventenne, quella che era tutto anche nell’ultima visita, nascosta nel mio profondo, ora che l’attesa è finita e ricomincia forse un’attesa di quando la vorrò ancora, lei, la notte, la sua musica, la sua bellezza, lei e il suo sguardo di luce cristallina…

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s