Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Al sogno di Eugenia…

E ci voleva “Groundhog day”, il film, per farmi sognare di nuovo… un sogno dove compariva lei, Eugenia… Eugenia che sorrideva, che era ritornata in Italia, che mi sorrideva e raccontava di lei, il suo sguardo, il suo sorriso, la sua bellezza, la sua dolcezza, lei che era tornata dalla Malesia, mentre stavamo davanti ad una chiesa dove qualche attimo prima me ne stavo con quel mio amico giapponese, Satoshi, ad ascoltare musica pop dalla radio, fino a quando arrivava il prete che mi diceva che di fronte ad una chiesa non si ascoltava musica così… ed Eugenia parlava di sé, la vedevo in una chiesa con tre navate, e stavamo seduti su una panchina di legno, mentre lei continuava a sorridere e parlare, un po’ birichina, mentre al suo fianco c’era anche Antonino, un antico compagno di classe, che anche lui ci provava e lei, Eugenia, faceva la civetta… e poi mi trovavo come in una piscina, con l’acqua che ci arrivava a mezzo busto, e insieme a Eugenia giocavamo a pallamano, anche se lei diceva che preferiva la pallavolo, e continuava a sfuggirmi, Eugenia, ora che sorrideva, ora che andava via, ora che si disperdeva nel riflesso di quell’acqua della piscina dove il suo volto si irradiava, e mi sembrava di amarla, di volere solo lei, e poi il sogno si colorava della distanza, come un film dei “Diari dei vampiri”, dove Eugenia era di nuovo altrove, in Malesia, tra delle zebre colorate di tutti i colori dell’arcobaleno, mentre lei portava al piede destro una calza color marrone, e dall’altro capo del mondo Damon pensava a lei, alla sua amata, e vedeva anche lui delle zebre di tutti i colori, i colori più sgargianti, e sognava lei, Eugenia, sdraiata nella giungla tra le zebre, forse a dormire con loro, e Damon vedeva anche lui quei particolari, quelle zebre multicolori, e una calza color marrone, e su quella scena di pensieri e sogni a distanza, su quei sogni colorati, mi svegliavo…

Eugenia, pensavo, sarebbe da scriverle qualcosa, possibile che quel film romantico di ieri sera nascondesse dietro l’immagine di Rita proprio lei, proprio Eugenia? E la sognavo, con una vaga riminiscenza di erotismo, ancora ad occhi aperti, e pensavo a quanto sarebbe stato bello se fosse veramente ritornata in Italia, così da poterla vedere, poter parlarci, e invece no, è ancora in Malesia, e l’unico modo per sentirla è mandarle qualche messaggio… che per un attimo tutto ritornava, la mia depressione dopo i tre anni di università, quando lei c’era ancora, e senza di lei tutto diventava nero, anche quando mischiavo i miei sentimenti tra Alina e Leida, mentre Eugenia non c’era più a donarmi la quella luce e quell’ispirazione che mi faceva andare avanti… e la sognavo ancora ad occhi aperti e sognavo la sua lingua inglese, non mi dava fastidio che era romena, e anzi dietro la Romania non scoprivo più né Ana, né quel viaggio, né la cantante Inna, né nessun’altra, ma solo lei, nascosta in qualche angolo della mia anima, con quel sogno d’amore ancora vivo, anche se spento, per la distanza, per una vita che provavo a immaginare, una vita che non mi piaceva, fatta di un lavoro che non mi rende affatto felice, nonostante i soldi, e cominciavo a sognare di una vita diversa, dove io, come lei, prendevo e decidevo di andarmene, non so dove, ovunque basta che sia lontano da casa, da questo lavoro, da questa gente… e riprendevo a sognare i vari altrove, l’Olanda, la Germania, l’Inghilterra, i paesi scandinavi, là dove si parla inglese, là dove c’è gente della mia età, con le mie stesse idee, passioni, lo stesso modo di sentire, e pensavo a tutti i compagni e le compagne che se ne sono andati via, lasciando il deserto dietro di loro, e non riuscivo proprio più a immaginare un futuro qua, tra quell’officina, quella casa, quei colleghi, e mi dicevo: “Non voglio più lavorare…”… sognavo un altrove, perché ogni volta che penso ad un futuro con una ragazza non riesco a far altro che escludere quel lavoro, quell’abitazione, e un futuro qui lo vedo solo colorato di nero, senza nessuna voglia di neinte, e sognavo davvero un altrove, quell’altrove che per ora posso solo trovare nei libri di Jo Nesbo in inglese, nei sogni di Eugenia, nel vedere gli altri andare via, all’estero, parlare in inglese, o in qualsiasi altra lingua, ma non qui, non qui, e ricordavo come ieri, in un attacco di depressione, maledicevo quel lavoro e quella gente, riprendevo in mano i volantini di EasyLondon, maledicevo quel caffè di troppo che avevo bevuto nel pomeriggio, mentre, camminando verso il bar, sognavo il re di Norvegia e mi veniva da salutarlo così: “Goude dag, norske flagge…”, la bandiera norvegese che sembrava la croce della fine dei mondi, Norvegia immaginaria dell’anima, ancora, un po’ depressiva, ma fatta di un altrove che qui non posso trovare, e ricordavo le parole di quell’amico, quando mi diceva che dovrei andarmene là, Norvegia, Danimarca, Svezia, mentre per ora in quei posti c’è solo la musica metal depressiva e i romanzi polizieschi… e pensare che l’altra sera guardavo pure “Headhunters”, film norvegese tratto da un romanzo a parte di Jo Nesbo, ed era un bel film, tutto un dramma sulla paternità e sull’amore con una donna, un thriller simbolico, sui generis, che mi dava alla fine quel giusto conforto, senza contare il sogno d’amore nato dal film di ieri sera, “Groundhog day”, che vedevo forse da piccolo, in italiano, e riguardavo ora in inglese… e un po’ mi riprendevo dalla depressione di ieri, dai pensieri oscuri, da quella musica che provavo a riascoltare, senza che mi desse niente, quei dischi degli Opeth, rumore, casino, non so come facevo ad ascoltare quella musica, ma neanche la musica pop salvata mi dava più quell’ispirazione, e il sogno di Ana si dissolveva, e rimaneva soltanto l’idea che se una ragazza come lei decide di emigrare facendo quel lavoro lì, alla sua età, allora tutte le strade migliori, con una laurea, possono essere aperte… ma non so ancora dove andare, come muovermi, cosa fare, ho solo la mezza idea di telefonare domani al CPS e dire che non voglio più lavorare, non voglio più stare qui, non voglio più provare questi attacchi di depressione e di nero, e non voglio che gli unici colori della vita siano limitati al mondo dei sogni dove rivedo Eugenia e il suo coraggio di partire per la Malesia… e poi, la lingua inglese, quella che assaporo nei film, nei libri, quella lingua che mi fa ancora sognare e mi sembra il passaporto più valido per andare altrove, per fuggire da qui, e non so più se questa sia depressione dovuta al poco lavoro di questa settimana o a quei colleghi che non sopporto più e ai quali è meglio non pensare… se solo ci fosse ancora la libido, l’erotismo, la voglia di quelle ragazze, mentre la gente sul lavoro mi fa passare la voglia di tutto, e io a vedermi fare quel lavoro tra non so quanto tempo proprio non mi vedo, e vedo solo un futuro condannato all’infelicità, perché una vita fatta di un lavoro che non mi piace e dei soldi solo per uscire con quelle o con gli amici, senza sentire nessuna gratificazione, nessun riconoscimento, nessun orgoglio a fare un lavoro così, nonostante i soldi, non mi permettono di andare avanti, e forse sto ricadendo solo in un baratro di quelli già provati l’anno scorso, quando le sole parole di Dario bastavano a tirarmi su: “Hai un lavoro! Non buttarti giù! Sii più positivo! Più propositivo! Hai un lavoro! Pensa a quelli che non hanno neanche un lavoro!”, e qui mi riprendo, ogni volta, pensando che in fondo un lavoro è già qualcosa, è già una sicurezza momentanea, e che forse la lingua inglese e i sogni delle ragazze sono limitati al tempo libero, al mondo della notte, dei ricordi, delle suggestioni, e il nero dell’anima è vinto soltanto dal sogno di Eugenia, dal sognare una vacanza di una settimana in qualche città del Nord Europa, e va bene sognare così, senza pensare a nient’altro, forse solo alle ragazze, e non ho voglia di vedere tutto nero di nuovo… e che siano i colori allora! Che ci siano i colori! I colori della vita! E lasciamo andare via i momenti no, i momenti scuri, i momenti fatti di musica-rumore adolescenziali, evadiamo ancora in vari mondi grazie alle letture, ai film, stiamo attenti all’evasione e alla realtà, e aspettiamo ancora una settimana prima di dare un giudizio negativo a questa esistenza, aspettiamo ancora un po’ e vediamo come mi sentirò ancora settimana prossima, e non pensiamo troppo, non cadiamo nei tranelli dell’anima dell’anno scorso, del bisogno di evadere, di scappare, di cercare mondi alternativi, proviamo ancora a credere di dover essere più positivi, più solari, di vedere i lati positivi, e non di cedere a fantasticherie di evasione, e pensiamo al bello e ai colori, al sogno di Eugenia, ed evitiamo il nero dell’anima…

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