Pensieri liberi, Visioni

La normalità…

Settimana senza lavoro, perdersi nelle 600 pagine di “Sete” di Jo Nesbo, lettura da incollarmi alle pagine, il nero della Norvegia, della musica depressiva, i Dimmu Borgir, pensieri omicidi camminando per le strade, pensieri suicidi fermandosi ogni tanto, per lasciar perdere tutto, sentire Marina così per sentirla, niente di più, la musica eroinomane degli anni ’90 russi, il remix dell’anima di tutte le canzoni, perdute le categorie che dividono i generi e le lingue, una visita che non diceva niente, a parte lo stare bene, grazie al lavoro, tanti pensieri in sottofondo, eco di vecchi deliri, che non si ascoltano più, ricercare il lavoro come passatempo, inviando curriculum, sapendo che nessuno ti risponderà, la noia, la non voglia di perdersi in pagine e pagine su internet in diverse lingue tra le notizie, sempre le stesse, alla fine dei conti, trovare in inglese l’intera serie dei libri di Harry Hole, non aver voglia di rimanere incollati in inglese su dei libri norvegesi che mi ricordano troppo le note depressive dei Dimmu Borgir, e che parlano di psicopatici assassini, ricolorare il mondo dopo questi giorni di oscurità, ritrovare la veglia e non il sonno depressivo, limitando da oggi i caffè, al massimo due, sapendo già che non mi addormenterò, il valium per tre sere di seguito per rilassare l’anima troppo provata da troppi caffè, tornare ad andarci piano, il pensiero di Ana che si mischiava con tutte le altre, la tentazione di tuffarsi in un viaggio metafisico con l’alcol, lasciare perdere, evitare, meglio evitare, il mondo che non ha più alcun interesse, i miei passatempi che sembrano usciti dalla noia e da qualche forma di follia, non scimmiarsi più davanti ad altre lingue, eppure avere ancora la voglia di leggere qualcosa, per passare il tempo, gli amici che non si fanno sentire, e non si sa quando si faranno sentire, basterebbe chiamarli, ma non ho voglia di rivederli, la giornata con i nipoti che andava bene, ma poi scattava di nuovo il senso del nulla, libri filosofici che è meglio lasciare dove sono, i soldi di cui non so cosa farmene, basta con gli acquisti compulsivi, le giornate che vanno avanti da sé, lisce, senza sbalzi, un po’ noiose, un po’ vuote, la musica che sa riempire il vuoto, come l’altra notte, remix dell’anima, i social network che non dicono più niente, gente superata, passata, relazioni interpersonali superate, datate, senza più nessuna fiamma, nessuno stimolo, l’apatia, la dieta che va ripresa, gli esami del sangue a marzo, le maledizioni quasi verso i dottori e le dottoresse, meglio non pensarci più, non parlare più mentalmente con loro, le giornate e i momenti no che passano da soli, basta aspettare, il dilemma di cosa fare in questi giorni, aprire qualche libro, sperare in qualche compito da fare sul lavoro, l’angoscia ogni tanto del lavoro, pensando in tempi ultradecennali, le mille cose da imparare, la poca voglia di stare in mezzo alla gente, di parlare, di imparare, le vie d’uscita che non ci sono, a niente servirebbe scappare in Inghilterra, o chissà dove, punto già chiarito, avere solo tanta pazienza quando non c’è niente da fare, cercare di non delirare e di non impazzire, di non prendere la tangente, rimanere con i piedi per terra, la voglia di quelle ragazze che è rimandata a non si sa quando, meglio così, un attimo di tregua, le sigarette che continuano ad essere troppe, come i caffè degli ultimi giorni, troppi, pur di star sveglio, per poi non dormire la notte, se non con il diazepam, la biblioteca che non è più luogo della fantasia e della voglia di leggere, sto bene anche a casa, in officina, a leggere, la biblioteca non è più indispensabile, salvo forse il sabato, quando c’è troppo viavai ancora di gente tra officina e casa, la settimana che sta già per finire, il senso del dovere ogni giorno, quando ci si alza, anche quando poi scopro che non c’è niente da fare, la carriera lavorativa segnata, che non potrà mai partire né decollare, lasciar perdere i confronti con altri e altre ex compagne, ho la strada spianata, come mi diceva qualcuno sul lavoro, la tranquillità, il pensiero di rimanere positivo delle parole di Dario, ho un lavoro, cosa voglio di più, la mania linguistica che sfuma via, anche quando per un attimo avrei aperto il corso fai da te di lingua norvegese, pur di sovrascrivere le sensazioni e la musica depressiva dei Dimmu Borgir, bastavano i libri di Jo Nesbo, l’erotismo in esilio, dopo la depressione, la voglia ritornerà, non si sa quando, meglio così, i bar che ormai non fa quasi più alcuna differenza, il vecchio bestemmiatore o il bar dei cinesi con alle spalle un sequestro del locale per spaccio, le bariste o le cameriere che non fanno alcuna differenza, le foto su instagram che non dicono più niente, le fote di VK che è meglio non farsi venire la dipendenza, Facebook che racconta di gente che ormai non me ne frega più niente, le giornate vuote, da riempire, le serate vuote, la voglia forse di fare un salto al bar, comprare le sigarette, bersi un caffè, andare a fare un giro al supermercato, per un paio di cose, il solito giorno che si ripete, libri che mi attendono, letture inglesi, fantascientifiche, forse altre lingue, per passare il tempo, questi vuoti che vanno riempiti, questi pensieri che vanno controllati, al di là degli antichi deliri in sottofondo, di epoche passate, stare bene e accorgersi della noia della normalità, sempre meglio che lo star male dei deliri, il tempo che va riempito, i vuoti che vanno riempiti, in una parola, la normalità…

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