Short Story

Trimurti e Nirvana…

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I – Dopo l’Inghilterra

Aldo era tornato dall’Inghilterra ormai da due settimane, là a Londra non gli era andata molto bene, era rimasto tre mesi alla ricerca di una nuova vita, dopo che aveva finito l’università a 29 anni suonati senza aver mai lavorato tranne qualche intervallo nell’officina di suo padre come operaio generico, come aiutante dell’altro collega di suo padre. Erano passate ormai due settimane e rimaneva in casa a bighellonare, a riposarsi da quella esperienza durata tre mesi, lontano da amici, dalle ragazze di strada, dai suoi genitori, sempre vicino invece ai ragazzi e alle ragazze dell’ostello nel quale alloggiava, sempre incasinato tra colleghi di lavoro nell’infimo hotel dove faceva il facchino e gli insopportabili inquilini dell’ostello. E non ne poteva già più, dopo tre mesi, il piano di costruirsi una vita altrove era oramai affondato, e si godeva quei giorni di relax in casa, senza far niente, con quei pochi soldi avanzati da tre mesi di lavoro a Londra, passando le giornate ad ascoltare musica e a leggere notizie sul web.

Ma non ne poteva neanche più di quei quindici giorni passati senza far niente, e aveva voglia di rivedere i suoi amici, per fare quattro chiacchiere, per raccontare le sue esperienze, per condividere qualcosa da quando se ne era andato, anche se era ormai tanto tempo che i suoi amici non li vedeva più, forse un anno, da poco dopo che aveva finito l’università e, visto che i compagni e le compagne di università ormai erano un ricordo lontano, un ricordo di una vita che non gli apparteneva più, non gli rimanevano che i genitori e gli amici da ritrovare.

Con i genitori non si era messo a parlare molto di Londra, gli aveva solo fatto sapere quando era ancora là che non ce la faceva più, che era pronto a ritornare e che piuttosto si sarebbe messo a lavorare di nuovo nell’officina di suo padre, tempo un paio di settimane permettendo, giusto per riprendersi dall’esperienza inglese, e aveva espressamente detto che non ne voleva parlare, voleva dimenticare, e i suoi, ormai in età avanzata, non avevano fatto più di tante domande.

E se ne stava lì in camera sua, ad ascoltare la solita compilation di canzoni pop, lasciandosi andare a strane fantasticherie, ad un relax che aveva la forma di un sogno, lui sdraiato sul letto a cercare di non pensare più a niente, a cercare di dimenticare, e si addormentava con la musica a palla nella stanza.

Si svegliava solo nel primo pomeriggio, mezzo intirizzito da quel sonno fuori orario, il tempo di prendersi un caffè e capire dove stava al mondo, senza più gli incubi di svegliarsi in ostello in mezzo a quella gente più giovane di lui e più casinista, e si era detto: “Oggi vado a fare quattro chiacchiere da Dorian”.

Finiva di bere il suo caffè, Nescafè, era l’unica cosa che gli era rimasta di Londra, non più l’espresso italiano del bar, ma un semplice caffè solubile in una tazza all’americana, molto più comodo che andare al bar o stare lì a complicarsi la vita con capsule da inserire nella macchinetta del caffè, finiva di bere il suo caffè, prendeva la macchina e andava a trovare il suo amico Dorian.

“Uè! Aldo! Allora?”, gli dava il benvenuto Dorian, “Come va? Sei già tornato? Come è andata in Inghilterra? Racconta!”, lo accoglieva così in casa sua Dorian, che viveva da solo con la madre, mentre si accendeva una sigaretta e preparava il caffè della moka in quella specie di trilocale nelle case popolari. “Mah! Guarda! Un casino! Meno male che sono tornato, là era invivibile… otto ore di lavoro in hotel che ti sfiancano, il pensiero di tornare in ostello con gli altri che ti rompono le scatole, la stanchezza, non aver voglia di parlare con nessuno e, anzi, aver voglia solo di mandare tutti a quel paese e non poterlo fare… e poi, ti dico, l’inglese, altro che lingua della musica e lingua bella da parlare, sì, certo, l’ho studiata all’università nella facoltà di lingue, certo, ma non c’era quel piacere lì che hai quando ascolti la musica o guardi i film, sai, una cosa è l’arte, l’altra è stare in mezzo ad inglesi tutto il giorno a sentire una lingua che non è la tua, a dover parlare in una lingua che non è la tua… non ce la facevo più, meno male che sono tornato…”. “Ma quindi? Cos’è? Lavoravi? Hai guadagnato qualcosa almeno o no?”, “Tsk! Quattro spiccioli che  mi servivano solo per comprare le sigarette e mettere da parte qualcosa, ma poca roba, non mi saranno rimasti neanche 400 euro ora, dopo tre mesi, e stanno già per andare via…”. “Vabbè, ma quindi adesso che fai?”, “Mah, non lo so, settimana prossima provo a ritornare a lavorare da mio padre, dò una mano in officina che è molto più rilassante e più tranquillo, e al diavolo la lingua inglese e le lingue, altro che università! Quando mai! Era meglio se me ne andavo subito a lavorare con mio padre quando avevo vent’anni! Altro che studiare all’università!”. “Vabbè, dai, hai fatto la tua esperienza e hai visto com’è andata, no?” “Sì, sì, per quello sì… adesso capisco perché altri come Marcello e Roby erano tornati dall’Inghilterra, dall’Australia, dicevano davvero che dopo un po’ bisogna tornare, e adesso li capisco, lavoro duro, vita dura, e nessun divertimento, anzi, guarda, non vedo l’ora adesso di fare un salto da una di quelle, così da liberare l’anima…”. “Ahahaha, una di quelle! Giusto, ogni tanto ci vuole! Perché là con le tipe com’era messa la situazione?”, “Tsk! Ragazze d’ostello, una più rincoglionita dell’altra, un po’ francesi, spagnole, italiane, tante italiane, che tu sai che io non sopporto, e là erano ancora più insopportabili, con il loro inglese stentato e la loro idea di star facendo il salto di qualità del mondo, solo perché lavoravano come commesse o bariste in Inghilterra, tutta gente esaltata, piena di sé, che chissà cosa ancora voleva da Londra e dall’Inghilterra, gente pessima, che mille volte meglio sono le ragazze di strada…”. “Ahaha, vabbè…” “Te come va con Irene? Siete ancora assieme?”, “Sì, siamo ancora assieme, sono tre anni ormai, e le cose vanno avanti così, lo sai, continuo a fare l’operaio in quella fabbrica, lei la vedo soprattutto il fine settimana, anche lei lavora, lo sai no? Oggi è un miracolo che mi hai trovato in casa, di solito faccio il turno di giorno, ma oggi faccio la notte, e mi stavo rilassando in casa così, Irene l’ho sentita prima in pausa pranzo, diciamo che sì, va avanti così, adesso stavamo pensando di andare a vivere per i fatti nostri, ma è solo un’idea…”, “Dai, buono, mi fa piacere che bene o male le cose vanno avanti…” “Aahahahaha, sì…”.

E il pomeriggio andava avanti così, a casa di Dorian, a parlare del più e del meno, delle delusioni e della stanchezza di Aldo della sua impresa inglese, dei suoi sogni bruciati di università, delle lingue che ormai non sapeva più che cosa farsene, e parlavano di tipe, di film, di musica, delle vecchie amicizie di una volta, di come ormai si erano divisi tutti, e parlavano davvero come due amici che non si vedevano da una vita, e poi Aldo se ne tornava a casa, verso sera, per cenare.

Aveva ormai preso l’abitudine di cenare frugalmente, di stare a dieta, e si cucinava al microonde del pesce surgelato, con qualche verdura, e niente di più, e poi se ne andava a dormire, completamente esausto e sazio dalla giornata, che quasi non si ricordava più di essere mai stato in Inghilterra…

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II – Bahaì

E la settimana dopo cominciava a lavorare in officina da suo padre, non che c’era molto da fare, ma gli piacevano quelle giornate dove non pensava a niente, vedeva scorrere davanti a sé la sua vita nei momenti morti del lavoro, dove non doveva armeggiare in magazzino e in officina, dove c’erano strani momenti di quiete dove l’unica cosa che sentiva era la musica dalla radio, e i suoi pensieri cessavano del tutto, e si lasciava andare. Qualche giorno prima era anche andato da una ragazza di quelle ed aveva goduto quel giusto che bastava per farlo sentire di buon umore e più rilassato, e dopo quasi tre mesi di astinenza quel piacere era davvero diventato infinito, che si crogiolava spesso al pensiero di quelle, finalmente ritrovate. Ci aveva pensato tanto prima di partire, non poter fermarsi da quelle, lui che era ormai una decina d’anni che si serviva di quelle per godere, e aveva avuto anche una cotta per una, una volta, una storia finita poi così, come tutte quelle, che vanno e che vengono sempre, senza alcun criterio. E aveva goduto di quella ragazza più che mai, e ora lavorare in officina era un piacere, era una sorta di relax, dopo i tre mesi di inferno in Inghilterra, e si lasciava andare così, alla musica, alla reverie, al relax, che non aveva più niente da volere.

E finiva anche quella prima settimana di lavoro e se ne tornava a casa la sera solo per cenare e non pensare più a niente.

Il sabato aveva deciso di andare in biblioteca, come per riesumare i begli anni passati in università, in mezzo a gente giovane, tante ragazze, con la speranza di ritrovare quel giusto piacere nella lettura di libri, che per tanto tempo l’aveva accompagnato. Entrava in biblioteca e cominciava a guardarsi attorno a casaccio, scaffali di dvd, scaffali di libri, scaffali di riviste, tutti nuovi arrivi e non sapeva più dove rigirarsi, talmente tanta era la scelta. Alla fine posava lo sguardo su una strana rivista: “Opinioni Bahaì” e, incuriosito dal titolo e dalla copertina che raffigurava una strana porta orientale, si metteva a leggere quella rivista. Era una rivista di religione, i bahaì dovevano essere una specie di setta nata dall’islam, da quanto capiva, e si divertiva a leggere quelle opinioni sul multiculturalismo, sull’accoglienza dei migranti, sull’amore e la pace universale. Spendeva una mezz’oretta così, seduto su un tavolo della biblioteca e, quando stava per rimettere la rivita a posto un giovane sulla trentina, come lui, gli diceva: “Ah! Leggi opinioni bahaì, lo sai, io mi sono convertito!”, “Ah! E cos’è? Un’altra religione? Sai non capivo molto da quello che c’era scritto”, “Sì, siamo una religione nata dall’islam, il nostro fondatore è Bahaullah, il mahdi tanto a lungo aspettato dalla shiismo musulmano, Bahaullah predicava la pace universale e l’unità di tutte le religioni nel corso dei tempi. Noi non adoriamo Bahaullah, adoriamo Dio, quello stesso dio che si è rivelato a Krishna, Zoroastro, Mosè, Buddha, Gesù e Maometto e mettiamo assieme tutti i loro principi!”, “Ah! Sembra interessante!”, diceva Aldo guardando quel trentenne dai capelli scapigliati, vestito un po’ casual, con la barbetta di qualche giorno, dallo sguardo come perso in un altro mondo, “Se vuoi possiamo discuterne”, “Con piacere”, in verità Aldo non era molto convinto di quella discussione, ma visto che non aveva niente di meglio da fare decideva di uscire fuori, accendersi una sigaretta e parlare con quello strano giovane. “Lo sai, sarebbe meglio non fumare, fa male…” “Lo so, ma non riesco a smettere”, e i due se ne stavano lì, fuori dalla biblioteca, sotto i portici della vecchia villa, circondati da altri studenti ventenni, ragazzi e ragazze, un gruppo di cinque persone, che se ne stava lì beatamente a chiacchierare di esami universitari. “Lo sai, noi preghiamo sempre verso Israele, è là il santuario della nostra fede, sono i giardini Bahaì di Akka, e ci rivolgiamo verso là una volta al giorno, quando la preghiera è obbligatoria”, “Aha… e quand’è che c’è una messa, non so, qualcosa?”, “No, non ci sono messe, il nostro giorno sacro è il venerdì, ma qui in Italia ci incontriamo sempre di sabato a Milano, là dove ci riuniamo e discutiamo i testi bahaì e delle altre religioni” “E qual è il vostro testo sacro, la bibbia? Il corano?”, “Non c’è testo sacro, abbiamo gli scritti di Bahaullah, che sono dei commenti di altre religioni, e c’è anche un testo di preghiere, un altro con tutte le norme divine da lui indicate, le studiamo e ne discutiamo. Spesso parliamo anche di educazione universale, pace nel mondo, di mondi perfetti da costruire, e scambiamo le nostre opinioni, non c’è un’autorità ben precisa, siamo tutti liberi di dire la nostra e non c’è alcun clero, nessun sacramento, niente, solo la fede in unico dio”. Questi discorsi gli sembravano un po’ affettati, pensava Aldo, cosa rimane di una religione se non c’è rito, non c’è clero, se si risolve in una discussione utopica di mondi futuri di armonia e di pace, di regole da seguire per stare bene, e gli sembrava il tipico fenomeno di cui aveva sentito parlare: una psicosetta, ma non esprimeva queste parole al giovane che alla fine si presentava anche, “Ah, comunque mi chiamo Dario, piacere”, “Piacere, Aldo… e te cos’è? Lavori? Studi? Che fai?”, “Lavoro come informatico, e te?”, “Ah, no, io sono laureato in lingue, ma lavoro da mio padre in officina, non riesco a trovare lavoro, sono anche tornato dall’Inghilterra da poco, ho lavorato lì per tre mesi, ma mi sono subito stancato”, “Ah, ho capito… lo sai che Bahaullah diceva che ci doveva essere una lingua mondiale che tutti avrebbero dovuto studiare e conoscere per facilitare la cooperazione tra le nazioni? Molte sue idee sono state copiate nei secoli dopo da vari politici, e tra gli uomini che più di tutti stimavano Bahaullah c’era Lev Tolstoj”, “Ah! Tolstoj! Pensa che io sono laureato in russo e non ho mai letto niente di Tolstoj, né in russo, né in italiano… ma quindi, Bahaullah è dell’800?”, “Sì, è una religione che è stata fondata nell’Ottocento, a fine Ottocento, in Persia, ma poi i bahaì sono stati perseguitati e sono scappati in Israele, quando ancora c’era l’impero ottomano, solo lì sono riusciti a salvarsi”, “Ho capito, ho capito, molto interessante, sembra davvero affascinante…”, Aldo non la pensava davvero così, ma non sapeva più che dire davanti a questo che continuava a sciorinare articoli della sua fede, come se stesse facendo pubblicità, o forse proselitismo, e non sapeva più che cosa dire, come scrollarsi di dosso un simile personaggio. Pensava solo alla religione, a quante volte si era perso a cercare di capirci qualcosa, dai suoi vecchi studi di filosofia e cultura medievale al liceo, ma poi lasciava sempre tutto quanto perdere ricordandosi di come si era innamorato, e non tanto platonicamente, della sua prof di filosofia, e aveva concluso che tutti quei ragionamenti fanno solo andare il cervello a puttane, e che alla fine quello che davvero conta sono solo le tipe. E così gli veniva da chiedere: “Eh, come si dice, sai, io non sono molto religioso, sono cattolico sulla carta, ma non sono per niente d’accordo sulla morale sessuale, su alcune posizioni politiche, mi sembrano cose arretrate…”, “No, da noi c’è armonia tra scienza e fede, non siamo su posizioni così estreme come i cattolici su questioni come eutanasia, aborto e altro, però anche da noi si predica l’astinenza sessuale fino al matrimonio”, “Aha, ho capito…” e pensava a come fosse possibile una cosa simile, forse che la riforma protestante non era nata proprio da questo punto controverso? Lutero che non ce la faceva più a contenersi e alla fine sposava una suora? Ma non diceva niente, lasciava perdere, e ora che non sapeva più cosa dire Dario gli diceva: “Vabbè, adesso devo andare”, e tirava fuori dalla tasca il suo cellulare e si metteva a scrivere qualcosa, “Però se vuoi possiamo ancora incontrarci per approfondire gli argomenti, mi sembri interessato, lo sai, qui in città siamo in tre noi bahaì, possiamo vederci quando vuoi, hai un cellulare?” “Sì”, quando mai, pensava Aldo, e i due si scambiavano numero di cellulare, e si salutavano, mentre Dario andava via e Aldo rimaneva lì di stucco, sotto i portici, davanti alla biblioteca, per quello strano incontro, e si accendeva un’altra sigaretta… sconsigliato fumare? Chi se ne frega!

Se ne tornava in biblioteca senza la più pallida idea di cosa potesse leggere, di cosa potesse fare, ancora depistato da quello strano incontro, da quelle strane parole, dalla convinzione cieca di quel giovane, e sperava soltanto che quel numero non si sarebbe mai fatto sentire, per non ascoltare più discorsi che sviano e portano via, e decideva così di salire al piano superiore della biblioteca, alla ricerca di qualche romanzo per non pensarci più. Ripensava anche all’ultima volta che era stato con quella ragazza di strada, a come la sera prima si era perso in elucubrazioni politiche, alla ricerca dell’attore migliore, come chiamava lui, da eleggere alle prossime elezioni, perché alla politica non ci credeva, pensava fosse solo un siparietto, un sorta di teatro venuto male, dove i politici altro non erano che attori che interpretavano il ruolo di qualche ideologia o di qualche modo di essere, ma che in fondo fossero tutti uguali, sarebbe cambiata solo la storia che le televisioni e i giornali e internet avrebbero trasmesso sugli schermi, ma niente davvero sarebbe cambiato. Pensava a come si era perso dietro tali considerazioni qualche notte prima, solo per poi sprofondare nel profondo della notte in una sorta di allucinazione e delirio politico, che si infrangeva solo quando si lasciava sommergere dai ricordi di tutte le ragazze avute, di tutto l’erotismo di sempre, delle ultime immagini accattivanti che aveva visto, e il delirio da politico si era trasformato in delirio erotico e proprio quella notte aveva deciso di ritornare da una di quelle, per liberare l’anima che ogni tanto gli andava in tilt proprio su quegli argomenti. E non aveva più niente da pensare, si diceva, nessuno dei libri lì attorno a lui in biblioteca gli diceva qualcosa, né la letteratura tedesca, né quella francese, né quella italiana, niente di niete, non trovava ispirazione nei libri e oramai capiva che cercare di riesumare la passione che aveva per i libri come quando andava in università era del tutto inutile. Prendeva, scendeva le scale, salutava e se ne andava via dalla biblioteca…

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III – Il loft

Il giorno dopo, di domenica, poteva concedersi un attimo di relax ancora, lontano dal lavoro, e si piazzava davanti al suo pc nella sua stanza per guardare qualche notizia in tedesco, una lingua che non aveva studiato all’università, ma di cui si ricordava qualcosa dai tempi del liceo linguistico, e provava a guardare il mondo attraverso quel canale di notizie in tedesco. Gli piaceva assaporare quella strana lingua, così complessa e a per certi versi disarmonica, ma il piacere di comprendere l’incomprensibile era sempre stato più forte di lui e non era un caso che si fosse iscritto a lingue in università, proprio per continuare quella sua passione, e si perdeva così per un’oretta o due di fronte a quel mondo di suoni e immagini, salvo poi spegnere la connessione.
E gli veniva in mente quel discorso fatto con quel bahaì in biblioteca, quel Dario, che gli veniva voglia di indagare quella religione su internet, per saperne di più, ma di più non trovava, di più di quanto non gli avesse detto Dario, qualche particolare, certo, ma niente di più, e da un link all’altro, come gli succedeva ai tempi dell’università, approdava, non sapeva neanche lui come, alle divinità indù. E lo affascinava quel concetto della Trimurti, delle tre divinità, creatrice, distruttrice e ricreatrice, che gli sembrava di vedere tutta la sua vita fino allora, divisa per epoche e per rinascite, come il tempo prima dell’università, il tempo dell’università, e il tempo dopo l’università, e poi ancora il tempo prima dell’Inghilterra, in Inghilterra e dopo l’Inghilterra, che gli sembrava davvero che il mondo fosse un susseguirsi di tempi e epche che si aprono e si chiudono e si riaprono, e si diceva davvero che nonostante tutto un minimo di verità c’è anche in queste religioni strane.
Ma era stufo, dopo quattro ore passate al pc, di stare ancora davanti allo schermo, a rincitrullirsi sempre di più di fronte a nozioni a casaccio, da un discorso all’altro, senza capo né coda e decideva di sentire un suo amico che non vedeva da tanto, un altro di quegli amici lasciati prima che andasse in Inghilterra, prendeva il cellulare e digitava sopra ‘Stefano’.

Stefano, l’ideatore di pubblicità, il grafico, il disegnatore, l’uomo delle immagini, il suo esatto opposto, che Aldo era l’uomo delle parole per eccellenza, l’uomo delle lingue, ed era sempre affascinato dal lavoro tutto fatto per immagini di quel suo amico, che si chiedeva spesso come facesse a vivere in un mondo fatto di immagini quel suo amico, lui che le immagini le aveva sempre tenute a bada, per una sorta di paura di cominciare a delirare, come quando certe ragazze lo mandavano in visibiglio, nella fantasia, nelle immagini, e l’unico sollievo che trovava in quei momenti era immaginare mondi nati solo dalle parole, parole per lo più straniere, ed era da una vita ormai che si dedicava alle parole…

Si metteva d’accordo con Stefano che si sarebbero incontrati nella suo loft in perifieria, dove Stefano aveva uno studio, dove lavorava davanti al pc, alle sue illustrazioni, nel suo studio fotografico, e si sarebbero bevuti qualcosa assieme parlando dei bei vecchi tempi andati.
E Aldo arrivava nel loft del suo amico pubblicitario sul tardo pomeriggio, solo per essere accolto nel più tradizionale dei modi di quel suo amico, con la giusta distanza, con il suo senso di superiorità per i suoi lavori, i suoi studi. Aldo raccontava un po’ dell’Inghilterra, del suo essere ritornato qui, della sua decisione di vivere una vita più tranquilla, senza grilli per la testa, senza inseguire più quelle passioni linguistiche che lo avevano fatto scappare in Inghilterra, e Stefano lo fermava subito. “No! Ti sbagli! Avresti dovuto rimanere là, in Inghilterra! A Londra! Qua non c’è niente! Qua è tutto morto! Lo vedo anch’io con i miei lavori! Dove gira il grano è là in Inghilterra, in America, in Francia, qui non c’è niente! Siamo una generazione che è stata privata del suo futuro! Non c’è niente da aspettarsi qui! E te che sai le lingue non capisco cosa ci fai ancora qui! Perché sei tornato? Se io sapessi le lingue come sai te me ne sarei già andato da un pezzo, e invece vado avanti a pubblicità e illustrazioni. Ho appena lavorato per Armani, per un cortometraggio, ho avuto delle modelle qui nel mio studio, per delle foto concettuali, di semi nudo, e avevo bisogno della mia amica Mara per comprendere queste modelle che parlavano inglese, se io solo riuscissi a sapere le lingue come sai te! Me ne sarei già andato in Inghilterra, dove mi avevano proposto un sacco di cose vari studi d’arte e fotografici, e invece niente, sono qui, in Italia, a fare la fame per Armani e qualche agenzia pubblicitaria, ma non c’è niente, fidati! Qui, la nostra generazione è stata privata del suo futuro!”. Ad Aldo quel discorso catastrofista non piaceva per niente, quella solita retorica nata dopo la crisi, quella dei giovani senza futuro, a lui non sembrava proprio così, Stefano stesso, dopo tutto, un lavoro ce l’aveva, e anche Aldo un lavoro più o meno sicuro con suo padre ce l’aveva, non era vero che non c’era futuro, al massimo non c’era più il sogno di immaginarsi un futuro, ma la situazione non era mai cambiata, né da prima, né da dopo la crisi, era cambiato solo il modo di raccontare la realtà.

“Mah! Sai com’è! E’ vero sono stato in Inghilterra, so le lingue, ma sai cosa me ne faccio! Va bene, so capire, so parlare, ma a parte questo? Mi hanno fatto fare il cameriere, il facchino! Niente di più! Cosa speri di poter fare in Inghilterra? Senza gente che condivide i tuoi interessi, senza donne, senza soldi, non credere che ci sia un futuro semplicemente andando all’estero, c’è forse di meno anzi, perché devi costruire una vita completamente da zero, anzi forse da sottozero, e non sai se arriverai mai nemmeno a uno. Sono stufo di questo mio sogno delle lingue, di parlare inglese, di capire, era una passione giovanile, nata dalla musica, nata dai film, dalle canzoni, da quei campi di volontariato internazionale che avevo fatto, dove si parlava inglese con altri giovani, ma va bene finché è un paio di settimane, ma quando cominciano ad essere tre mesi e non sai più nemmeno quando smetterai di vedere quella gente in ostello ti assicuro che diventa un inferno, altro che lingue! Altro che Inghilterra!”. “Ma no! No! No! Non è vero, dovevi adattarti, cercare un altro lavoro, con la laurea, cercare di sistemarti là, là c’è un futuro, c’è la possibilità di qualcosa, là c’è ancora l’avvenire, secondo me hai sbagliato a tornare qua, te ne pentirai, così come ti pentirai di aver lasciato perdere le lingue!”.
E Aldo stava lì ad ascoltare quei discorsi, quando già aveva vissuto tutto dentro di sé negli ultimi quindici giorni prima di tornare in Italia, tutte le considerazioni, tutti i pensieri che ormai sapeva a memoria, tutti i passi falsi, le lacune nel pensiero di quel suo amico, che si sognava una realtà che non c’è, troppo perso nel mondo delle immagini per distinguere la realtà dalla fantasia, ma più di tanto non gli diceva niente, lo lasciava parlare, guardava attorno il suo loft pieno di foto di modelle, di pubblicità, di immagini e lasciava perdere le opinioni altrui perché, come per quel Bahaì incontrato in biblioteca, ognuno è libero di esprimere la propria opinione, ma ognuno è anche libero di tenersi la sua…

Trimurti

IV – Trimurti e Nirvana

E passava un’altra settimana di lavoro, lavoro pesante, lavoro che lo stancava, ma che non lo stressava più almeno come in Inghilterra, tra quella gente, quella lingua, quei pochi soldi per niente, e si apriva un altro fine settimana, che era la semplice continuazione del tempo, senza stacchi di nessuna sorta.

Aldo apriva un attimo quel social network e si metteva a chattare con quella sua amica che aveva conosciuto l’anno prima, prima di andare in Inghilterra, quella ragazza russa di nome Marina con la quale era uscito tre volte, e si metteva a raccontare un po’ di sé, e lei un po’ del suo nuovo lavoro al call center di lingua russa.
Non si spiegava più come una volta avesse potuto innamorarsi di una lingua così, di una ragazza russa ormai passata negli anni, quella prima ragazza che aveva conosciuto, Katia, che l’aveva mandato in visibilio con la sua bellezza e sensualità. Non riusciva più a spiegarsi l’incantesimo russo che una volta l’aveva sottratto dal mondo, e anche chattare, dopo mesi, con Marina, in russo, non gli dava più alcuna soddisfazione, non gli dava più alcun piacere, era solo un discorso come tanti, e niente di più.
Anche lei insisteva ancora sulle lingue, sui suoi studi, su tanti punti, condivideva con lui alcune canzoni, alcuni film, ma ad Aldo non piaceva niente di lei, né la sua musica, né i suoi film, e a dire il vero neanche l’aspetto di lei e la sua voce, e pensava che ci stava chattando solo per cercare di riallacciare il tempo con il tempo passato, in quella sorta di dimensione spazio temporale di creazione, distruzione e ricreazione, come la trimurti indiana.

E si diceva che era proprio così, era come se il mondo fosse finito e fosse stato ricreato, e ora aveva su di sé solo dei resti di un mondo passato, ormai distrutto, e nuovi resti fossero ancora lì per ricostruire un mondo, là dove né Dorian, né Dario, né Stefano, né Marina avevano più valore, loro con le loro idee e opinioni e niente di più, lui con il suo tempo frantumato tra un prima e un dopo l’università, un prima e un dopo l’Inghilterra, e in quell’istante al compuer a chattare con lei gli sembrava che il tempo si fosse come spezzato, una volta e per sempre, per lasciarlo solo in una dimensione dove si evoca il niente e nient’altro che il niente.

Pensare che una volta si era perso in un’altra dimensione, sospinto da quel suo amico albanese, Niko, che gli aveva fatto il lavaggio del cervello, portandolo a provare cocaina, hashish, escort, night club, e ripensava anche a quella sua ‘epoca dell’oro’, piena di ragazze e di eccessi, una decina di anni prima, ma anche quel mondo si era ormai dischiuso, e l’unica cosa che gli era rimasta di quel mondo era la musica albanese che lui continuava ad ascoltare tra le sue cuffie, e niente di più, senza perdersi più in quei concerti di cantanti albanesi che una volta frequentava, dieci anni prima, per lasciarsi andare allo sballo, al divertimento, alle orge dell’anima. Anche quell’epoca era finita, rimasugli di un mondo passato, come quelle macerie di ricordi per quella ragazza albanese con la quale aveva avuto una sorta di relazione, una relazione inaugurata e conclusasi per la strada, su un marciapiede di fianco a delle rotaie di un tram, e tutta quella scarica erotica e orgiastica di una volta, quell’esaltazione e quell’utopia erotica si era ormai risolta ad un ciclico ritorno fisiologico di energia erotica da scaricare su non importa quale altra ragazza di strada, non tanto differente da lei, da quella Leida conosciuta e persa di vista, che una volta appunto gli diceva: “Come me ce ne sono tante…”.

E rimaneva così, chiusa la parentesi della chat con Marina, chiusi i ricordi dell’epoca dell’oro, davanti a quel monitor che apriva ad un portale di mondi, nella sua virtualità, nella sua virtualità che sembrava tanto virtuale quanto i ricordi di Aldo, delle sue epoche, dei suoi mondi creati, distrutti e rigenerati, e non c’era assolutamente più niente, né prima né dopo, né un quando né un dove, non rimaneva assolutamente più niente, nessuna vera amicizia, nessuna vera ragazza, nessuna vera relazione, nessun interesse più, nessuno slancio vitale, niente più da desiderare, rimeneva soltanto, quel muro davanti al quale c’era un monitor, ora privo di immagini, spento, delle casse prive di musica, dei libri come dalle pagine bianche, senza parole, il ricordo di quell’aquila a due teste rosso nera che faceva da talismano nel ricordare i suoi genitori e la sua vacanza in Albania, degli altri libri che ormai conosceva a memoria, e l’immagine di una cantante, Inna, con il suo ultimo album Nirvana, quella sorta di vacuità che rimaneva, dopo la creazione e distruzione dei mondi, quella vacuità silente nella quale Aldo ormai si ritrovava a vivere dopo lo sconquasso dei mondi…

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Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Watching the infinite flow of thoughts…

And I was in a plane headed to Moscow, where the passengers cabin was full of people sit on their place, but there was something strange about this plane, there was no separated cabin for the pilot, who was commanding the aircraft from a normal place where people sit. And there was turbulence, as always, as some woman said, the same typical turbulence you get when you travel to Moscow, and there were thunders and lightnings in the atmosphere, and the sky was darkened by the night. “You’ll never get to Russia!”, I said to the captain, and he answered: “Look at how wise you are, you never get to Russia! That’s wisdom, man!”, and he started to talk with some other old men beside him, gossiping about some pop artist while reading a magazine, and there was a change in the pilot some minutes after, when a woman took command of the plane, as if it were possible to have a change in the air, in that dream made of science fiction. And I looked at the sky full of tempest, and I wondered how impossible it was to get to that land of dreams, Russia, and I lost myself into thinking about all those years spent to master the language, constantly dreaming of getting to that land, but nevere getting there, and now, even in a dream, it was impossible to reach that country of imagination, and visions of my teachers and other colleagues who, on the contrary, were used to go there, blurred my visions while another teacher told me: “Don’t worry! It always gets some trouble to get to Russia, most of the time because of horrible weather…”… and I saw airports terminal stuffed with people, passengers that waited an half life time, like an odissey, to get to Russia, and it was like a metaphysical trip, through the foulest of weather, to cross the air border between the West and Russia, and I lost myself into those visions…

And I didn’t get there in the end, there was no Russia in that dream, there was only a blue sky full of thunders, and a vague dream of some Russian woman who instead finally reach her mysterious country, and I looked around me to find myself in a sort of garden in front of a school, where I sit under a tree trying to find a power socket to connect my smartphone and listen to some songs, and I don’t know how there was a socket hidden in the trunk of that tree, and I lied there, under the tree, in front of a school, listening to some songs, and wondering how sooner or later my colleagues would enter that school early in the morning, to attend their lessons, and I was like an outsider, a man who attended school without getting stained by people and teachings that haunted that place, and I could take a step aside all that environment, where I felt I didn’t belong at all.

And then the vision changed again, I was trying to sing some absurd song, some black metal songs, in that kind of singing which was screaming and growling, and I tried to uttere some “Beautiful witch! Beautiful witch in the nightsky!” sung once by some favourite metal metal bands of mine, and I saw them, beyond the door of the corridor of the school, my favourite singers, who tried to teach me the secret of screaming and howling in the black of the night, and I kind of worshipped those long haired artists always dressed in black leather, and it was like an initiation towards a world which contained no hypnotic pop songs, no hypnotic singing that drives you in a land full of enchantment and wonder, where your brain doesn’t work anymore, utterly taken away by melodious songs and singing, like a thousand and one nights, while in that dream everything was made to wake me up from the slumber of reason and the hypnosis of pop songs, and I did wake up, in the end, with a vision of my adolescence, when those black metal artists were like my personal prophets, with remnants of their songs and screaming resounding in me…

And I woke up, still thinking about that dream, wanting to put it down on paper, and I disciplined myself to get back to that time where dreams were my constant preoccupation, as if I could find in them some transcendent meaning of my mind, but it wasn’t like that anymore, I just savoured the beauty of those dreams and I disciplined myself not to fall into that bad habit of creating some inner speech towards a deity which I don’t believe anymore, and I only looked into myself to find the right voice in me, the right vision, trying to understand what was happening in my mind, which I now feel is getting free from some bad ways of thinking… and I could swap all my thoughts into English, and I could say stop to automatic readings, to a lot of automatic bad habits that made everyday equal to any others, in a sort of hellish routine which couldn’t liberate me from obsessive thoughts and reasoning… and I just drank my coffee in the kitchen, a Nescafé, and then I got my espresso in the office, and I could wait to go to the bar to buy cigarettes, I still have all the time of the world, and I kind of put into practice that teaching that popped up in my mind yesterday: “Take your time and don’t hurry, you still have all the time of the world, and do as if the world and the things around you didn’t exist, just free your mind from old habits…”… and it worked, I was no more a slave of books, of the internet, of languages, of talismans and objects, I was no more a slave of a kind of yogi practice, which I thought could save me just by repeating over and over again the same mantra, the same gestures, the same old words to utter to a deity I don’t even know, and words and images in my mind started to change, and I had a different vision of time, of the day, of everything, and I was filled with imagination, and words, that now found all their time and space to live, without feeling pressed anymore by I don’t know what… and I still have all the time of the world, that I could shut down this portal of worlds, that I could spend my day doing completely nothing, just staring into the void inside and outside me, without getting distracted by every electrical pulse in my mind, driving me insane and crazy, and I could stay here all the day, watching the infinite flow of thoughts, doing nothing and contemplating all the time of the world…