Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Un nero dell’anima che si tinge dei suoi capelli e del sogno di lei…

Stine – Ma More Zemren

Refreni x2
Ma more zemren e ma dogje fare
Ma more shpirtin e me le pa fjal – e
Ma more zemren ti moj lozonjare
Ma more shpirtin more ndjenjat m’le beqar

Pa dashur une u afeksionova n’ty
Pa dashur une u fixova me ty
Pa dashur une shpejt ta thashe ne sy
Pa dashur une pa dashur u dashurova ne ty …

Pa dashur ti ma ktheve
Pa dashur me genjeve
Pa dashur pse sma the
Qe nje tjeter ke eeeeeee

Pa dashur u mashtrova
Me ty u dashurova
E veten time veten time
E londova …

Refreni x2
Ma more zemren e ma dogje fare
Ma more shpirtin e me le pa fjal e
Ma more zemren zemren ti moj lozonjare
Ma more shpirtin more ndjenjat m’le beqar

N’gela pa pune mbas teje ngela pa pune
Netet pa gjume s’kalojne netet pa gjume
C’faji kam une qe te dua shume
Gjithcka do jepja vetem te te kisha une …

Ma ke fixu me tipin
Te kom relax per shpirtin
O zemer si sma the per mua c’mendim ke

Pa dashur u mashtrova
Passs teje u dashurova
E veten time veten time e lendova

Refreni x2
Ma more zemren e ma dogje fare
Ma more shpirtin e me le pa fjal e
Ma more zemren zemren ti moj lozonjar
Ma more shpirtin more ndjenjat m’le beqar

Questa canzone, questa canzone, partiva, in quel momento, in quell’attimo dove lei passava, Noemi, ma more zemren e me le pa fjale, mi hai preso il cuore e mi hai lasciato senza parole, senza parole, che non capivo perché questa canzone tornasse dagli anfratti della memoria, senza parole, nessuna parola da dire, la poca voglia di parlare, di dire due cose di provarci, mentre lei diceva a mio padre che era una caffeinomane, che i caffè se li ricordava proprio per questo, una caffeinomane, un po’ come me, pensavo, chissà perché, sempre questo sonno, questa svogliatezza, questa voglia di non fare niente, assolutamente niente, forse solo di dormire e sognare, non pensare ad altro, continuare solo a sognare, a sognare ragazze come quelle ragazze che piacciono a me, quelle ragazze che sono cassiere, bariste e cameriere, e poi sì, anche le ombrelline in mezzo alla strada, le uniche ragazze che davvero mi fanno sognare, almeno i sogni sono più belli delle storie vere, l’innamoramento, lo sviamento, il sogno ad occhi aperti, rimanere senza parole, rimanere in un mondo di musica e canzoni, sognare e non fare più niente, assolutamente più niente, e la voglia forse solo di guardarla negli occhi ancora e cantare, solo cantare, cantare come quella volta che le dicevo semplicemente “Ciao” dal profondo dell’anima, non mi ricordo più nemmeno quando, a Noemi, forse venerdì, non mi ricordo, e continuare a sognare là dove nel mondo non resta più niente, forse solo la strana sensazione di star pensando a lei con questa canzone albanese, che non so se sa più di Leida o di Rudina, innamorarmi di Noemi come una volta mi innamoravo di Rudina, sempre così, con mio padre seduto con me sul tavolo, e qualcun’altro attorno a me, Marco, mia madre, altri clienti del ristorante, che chissà perché l’Albania c’è sempre, ogni volta che mi innamoro, dai tempi delle medie, con Silvia e Dorian, il compagno albanese, che ci provava con lei e io sognavo Silvia, con Elena, quando mi spacciavo per albanese, la prima ragazza, e poi, e poi, le scopate infinite con Xhuliana, con Leida, e poi non lo so più perché ogni volta che mi innamoro c’è sempre qualcosa di albanese, qualcosa legato alla musica, all’islam, alla stella di qualche divinità sconosciuta, alla luce dell’anima, alla musica angelica e ai suoni e a mille altri misticismi dell’anima che ora si perdono solo nel suo sguardo e nella sua voce, la sua voce stupida quando, prima di uscire dal ristorante, diceva che anche se guadagni tanto, e poi non finiva la frase, o forse la finiva quando ero già uscito, e mi promettevo a me stesso di non dirle niente, di non provarci, mi promettevo di lasciar perdere, di non tentarci, di essere solo me stesso, e mi ricordavo le frasi di una volta di un amico, che quando cominci ad essere assuefatto dalle tipe forse è la volta buona, come quell’altro cameriere che diceva: “Ah, ‘ste donne…”, che facevo eco alle parole di una volta di Leida: “Ah, le donne…”, le donne, mentre Noemi e l’altra cameriera preparavano un tavolo e parlavano di fiori, di fiori, per scherzare, che gli unici fiori che mi venivano in mente erano i fiori dei morti, al cimitero, o forse i fiori che stavano davanti ai discorsi di Ahmadinejad, o alle pietre che gli ebrei portano ai morti, sulle tombe, e gli unici fiori che mi venivano in mente erano proprio quelli, che i fiori mi sembravano simbolo di morte, e non c’era desiderio, c’era solo uno strano sogno di suoni anni ’80, quei suoni di quelle canzoni pop che ti viene subito da associare alle overdose di eroina, che quasi dopo pranzo era il mio unico pensiero, darmi alle canzoni anni ’80, a quei suoni, e farmi di eroina e morire e non provarci più, e la stella della divinità sconosciuta diventava quasi una stella diabolica se solo non fosse la porta che apre il mondo delle percezioni e dell’innamoramento come poi ascoltavo altre canzoni pop dalla radio sul lavoro, le solite ballate di Ed Sheeran, la nuova canzone di Kylie Minogue, e altre e altre ancora, che la lingua inglese diventava quasi la lingua sacra di un misticismo che passa attraverso i suoi occhi e la sua voce e il suo corpo di ragazza ventenne, non di meno che quel corpo di sirena di Ana, eppure non c’era desiderio erotico, o non c’era solo quello, o se c’era era lanciato via ad una distanza irraggiungibile, fino a sprofondare nell’abisso, quell’abisso che mi sembrava di vedere stamattina quando, andando in biblioteca, scoprivo il libro di Hamsun “Pan” che forse parla di un amore che non c’è più, e che non so neanche se leggerò in inglese, se avrò voglia di leggere in inglese dopo che stamattina mi rendevo conto del mio fare autistico davanti ai libri e alle scritte quando comincio a leggere, che mi sento incollato ai libri come un drogato, come una scimmia, come un robot che sa solo leggere a manetta senza capire troppo, macinando parole su parole, non importa in quale lingua, fumando un po’ come un ossesso, da un’ora all’altra, sognando un’Inghilterra che esiste solo nei miei deliri e nella mia macchinalità, che ne uscivo da quegli automatismi solo vedendo Noemi e sognando lei per tutto il pomeriggio, mentre si lavorava, adorando quasi ora la pausa pranzo di quel ristorante solo per vedere lei e non dirle niente, se non le cose che ordino a pranzo, e vedere quel suo sguardo che non so cosa vuol dire, quelle sue parole che forse mi prendono in giro, che non vogliono dire niente, mentre di lei non ho voglia di niente, neanche di provarci, solo di sognarla e sognarla e lasciar perdere, inventando forse solo discorsi che dicono di no a lei, non ce la faccio, dopo Alina, dopo Leida, mentre sono ancora inguiato con Ana che non capisco più che fine abbia fatto il desiderio di una volta e neanche me ne importa più, e sono ora invaso da canzoni albanesi che so che cambieranno la serata o la renderanno uguale a mille altre, là dove la musica classica infiltratasi con rav C. non basta più e non vuole bastare, in questi giorni senza troppa musica pop dopo gli eccessi di letture e di musica consumate in maniera autistica, e per lo meno esco dalle letture automatiche, dal solito canto che incanta il disco come su questa canzone che mi tornava alla mente nell’attimo in cui mi passava, nell’attimo in cui ricordavo quando pronunciavo male, forse apposta, la “i” di insalata mista, meista, dicevo forse, non so scrivere, non so parlare, non so pronunciare, sono analfabeta, non so contare, non so più che lingua parlo, che lingua ascolto, cosa me ne frega se lei è italiana e ventenne e a me vengono in mente canzoni albanesi, se tutte le tipe davvero avute e amate erano d’altrove, che si parlava e si parla sempre in un altro modo, che per un attimo, dopo Manuela, mi viene voglia di una ragazza italiana, ma neanche troppo, forse solo sognare, davvero sognare, e non pensare più a niente, solo ai suoi capelli neri corvini come la notte, al suo naso affilato, al suo corpicino da niente, al suo fare che non sapeva niente e sembra ora star imparando, visto che oggi prendeva anche le ordinazioni, e poi non c’è niente, ci sono solo queste ragazze che fanno le cameriere e quando parlano di fiori mi fanno venire in mente solo le tombe e i morti, che sa Dio perché non avevo mai pensato ai fiori da sostituire alle immagini dei morti, e ora i fiori mi sanno anche di morte e non solo di froceria o di quando volevo portare i fiori in cassa da Manuela, o non so più che cosa ancora, a quelli che li vendono con la ricerca contro il cancro, e io che non riesco a diminuire più di tanto di fumare, altro che Nicorette che volevo comprare, le cicce, basta lavorare un po’ e le ore tra una sigaretta e l’altra si fanno due, due e mezza, e poi che me ne importa se l’unica cosa che voglio è continuare a sognare e sognare Noemi, e nessun’altra, altro che Miryam e le canzoni egiziane e israeliane, altro che lei con quella sua pelle un po’ olivastra che non dice niente, che mi dà rigetto, senza essere razzista, questione di pelle, e non mi viene voglia di lei, ma solo di Noemi e della musica albanese che rinasceva, o forse di niente, del nero dell’anima, e dei sogni, e di Noemi e di continuare a sognare, e non raccogliersi più solo per trovare i sogni e la fantasia e il vuoto e le letture automatiche e le canzoni che alla fine ti rendono deficiente, e non c’è più niente, non c’è più niente, e vorrei solo continuare a sognare, drogarmi di musica, addormentarmi come in un sogno e forse non svegliarmi mai più, con l’immagine di fiori che mi evocano solo i morti, e un nero, un nero dell’anima che si tinge dei suoi capelli e del sogno di lei…

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Pensieri liberi, Visioni

E spezzo le catene e volo verso l’infinito…

Dopo l’incanto della musica, la musica israeliana, egiziana, il sogno impazzito per Miryam, tornare a casa domenica pomeriggio tardi, sul fare della sera, e guardare il video live su Facebook di Rav C., lui, con la kippa in testa, a suonare il violino insieme al suo gruppo di musicisti classici, a Genova, una rivelazione, la musica sacra, la vera musica, senza quelle melodie ipnotiche orientali, quella musica che salvava, quella musica di cui avevo bisogno, che avvolgeva a faceva dissolvere la musica ipnotica orientale, e mi ridava la visione d’infinito, la visione d’insieme, e mi faceva uscire da quel tunnel prepsicotico che mi stava prendendo, quel rav e i suoi musicisti che con la vera musica scacciavano anche i pensieri del giorno della memoria, della musica pop e della musica orientale… e mi decidevo a fare un salto dagli amici cinesi di una volta, quelli che hanno il bar a Milano, cercando di dar sfogo a quel bisogno di estroversione che ogni tanto salta fuori al bar di Paolo, di Miryam e di Valeria, e già la mattina andavo al bar dei mille e chiedevo a Paolo come mai avessero appeso il calendario cinese con la scritta 福, fu, fortuna, e Paolo mi indirizzava verso Valeria, dopo che le diceva qualcosa nel loro dialetto e da lei captavo la parola 幸福, xingfu, che ripetevo, felicità, fortuna, e lei mi diceva che quella scritta cinese era bella, e le dicevo di sì, mentre pensavo proprio a fare un salto di nuovo da Leo e Alex, mentre poi lei riprendeva a parlare nel suo dialetto con quella sua amica cinese nel bar… ed avevo voglia di essere estroverso ieri, e alla fine chiamavo Leo e gli dicevo che sarei passato di lì in mattinata, e così facevo, prendevo il treno, dopo che chiacchieravo con un vecchietto in stazione, dopo che vedevo un giovane con lo zaino i simboli cuciti dei vari paesi che aveva visitato, Polonia, Norvegia, Russia, e tanti altri ancora, e mi decidevo a fare quel salto a Milano, dopo che una domenica così chiusa non la volevo più sentire, una domenica e un sabato così imprigionati, che avevo bisogno di uscire un po’ e fare quattro chiacchiere… ed arrivavo là, a Lanza, e trovavo subito il bar, mi fumavo una sigaretta davanti al Piccolo Teatro e poi entravo nel bar, dove Alex neanche mi riconosceva all’inizio, e poi sì, mi riconosceva… e si cominciava a parlare, del più e del meno, si cominciavano a dire cazzate, a scherzare con la sud americana giovanissima che preparava i panini, si parlava di tipe, di viaggi, di Cina, di America, dei testimoni di genova che ogni tanto gli fanno visita, del lavoro, di uscire, della laurea, del fatto che io dovrei uscire di più e andare via e non stare sempre nell’officina di mio padre, evitavo troppi discorsi sulle tipe, sviavo i discorsi, non parlavo direttamente delle tipe passate, e Alex, dopo due ore di chiacchierata se ne andavas scherzando su una accennata romena del cuore, e gli dicevo che era arrivato al punto, e aveva capito tutto… c’erano anche altri che andavano e venivano nel bar, un marocchino giovane, altri italiani, di ogni tipo, e un po’ di tipe qua e là, e poi passavo a parlare con Leo, più o meno delle stesse cose, Leo che scherzava un po’ meno di Alex, Leo che parlava della sua tipa che lavora al quadrilatero della moda, Leo che ha imparato il cinese ufficiale e lo parla con lei, Alex che invece prendeva lezioni private per imparare il cinese, io che mi buttavo per un attimo sul suo quaderno e provavo a ricordarmi qualcosa, come c’era scritto 猴子, houzi, scimmia, 黄色, huangse, giallo, e Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Altro che russo!”, ma non mi importava più di tanto, né dell’inglese, né del russo, né del cinese, né di niente, e neanche dell’arabo quando ritornava il marocchino e me ne uscivo con la mia pronuncia araba di Muhammad, solo per riportarmi al numero di giri normali del cervello, che era un po’ su di giri ieri mattina, e tutto ritornava anche alla normalità con quelle ragazze che più di tanto non mi consideravano, quella giovane sud americana, quelle altre che passavano di lì, e me ne tornavo a casa verso la una, quando oramai c’era troppo casino al bar dove Leo aveva dato il cambio ad Alex, e me ne andavo, pieno delle parole scambiate, dei discorsi fatti, e della bella sensazione di aver parlato ancora con amici di vecchia data, con un sacco di cose da dire, amici di amici di una volta, vite degli altri, lavoro, tipe, cazzate, risate e scherzi vari, che alla fine era un lunedì speso bene, anche senza lavoro, anche senza digressioni mie personali e private sul lavoro, su come portare avanti la vita, su me stesso, che non c’era più molto da pensare, dire o fare, se non tornare a casa e starmene in pace in quel lunedì che aveva sostituito il sabato e la domenica impazziti di solitudine, e me ne tornavo a casa con quella giusta sensazione, con quel giusto consiglio, di uscire un po’ dagli schemi, di spezzare quella mappa del mio mondo confinata alla casa, all’officina, ai bar, alla biblioteca, al porto delle sirene e alle rotonde della perdizione, ai pub dell’Isola, a Milano, a chissà dove, verso l’infinito e oltre, senza luoghi, senza spazi, verso l’infinito dell’anima, rompendo gli schemi, rompendo gli spazi, e liberandomi, come sentivo stamattina, verso l’infinito dei pensieri, là dove non la musica o il canto liberano, ma dove infiniti spazi e luoghi e persone e tempi si dissolvono in una visione generale che non riesce a contenere tutto, e spezzo le catene e volo verso l’infinito…

Prosa Poetica, Visioni, Sogni

Nell’incanto dei sogni e della musica…

Ipnotizzato dalla musica, israeliana, dopo che ieri mattina scambiavo due parole con Miryam, lo strano senso di volersi perdere nella musica, in quel canto orientale, tra canzoni albanesi e isralieliane dalle sonorità islamiche, fare i soliti giri del sabato mattina, e perdersi poi nella musica, riposando, alzandomi solo dal letto per cantare e intonare quelle note, alla ricerca del giusto canto, che alla fine affiorava anche in me e si liberava in quella musica, la superiorità delle sonorità e del canto orientale… e non capivo più chi stessi sognando, Miryam, Ana, Noemi, non lo capivo più, ed ero ipnotizzato, anche quando nel pomeriggio mi aggiravo per la biblioteca, alla ricerca di qualche libro, di qualche romanzo norvegese non commerciale, ma d’autore, solo per trovare libri troppo ottocenteschi, libri troppo da quarantenne sposato con famiglia, solo per andare nella sezione italiana e vedere due universitari che parlavano dell’uscita con una tipa, alla quale ricollegavo subito la mia recente uscita con Ana, non era giorno per leggere… la biblioteca piena di libri sulla Shoah, e la mia anima ipnotizzata dalla musica israeliana e dalle ragazze, che per non perdermi in pensieri assurdi mi facevo invadere dalla musica e ancora ne sono invaso, solo per andarmene via dalla biblioteca, senza alcuna voglia di posare lo sguardo su nessuna lettera, per non rompere l’incantesimo… aggirarsi poi per il Carrefour, sbirciando le tute rosse dell’Adidas, quelle con le tre strisce magiche, di cui una volta Davide mi parlava, il fascino dell’abbigliamento sportivo, di vestirsi un po’ come fanno tutti quei cantanti alla MTV, un desiderio adolescenziale, io che non volevo sborsare centoventi euro o di più per un paio di pantaloni ed una felpa che poi metterei solo in casa, anche se quel look mi ricordava Armellini, un compagno di università straricco, sempre vestito in tuta, alla russa, pieno di soldi, sposato con una russa da niente, e che diceva di spendere 500 euro per una cena, vero giovane berlusconiano, e perché dover assomigliare a lui? La mia identità che stavo perdendo, e a niente sarebbe servito Pirandello e il suo “Uno, nessuno, centomila”, non è di quella identità o di quella personalità che sto parlando, quella che si perde, quando si cade in qualche ipnosi da bellezza di ragazze, una sorta di regressione… aggirarsi ancora per il Carrefour e incrociare Luca, con la sua tipa, lui che non mi vedeva, lui, vestito male, da vero ex musicista metallaro, scarpe da ginnastica, pantaloni grigi, un giubbotto forse di pelle, io che ieri ero invasato dai vestiti, come il più narcisista e sognatore di sempre, adocchiare la sua tipa, niente di speciale, anzi, davvero niente… e alla fine trovavo poi quei pantaloni rossi che tanto cercavo, dei jeans rossi, per il mio solito abbinamento rosso e nero, o anche rosso e bianco, capi che poi trovavo in un altro negozio, e poi dai cinesi, mentre mi chiedevo come mai uno strano tipo con il cappello nero, un giovane dalla pelle olivastra, vestito con cappello nero da cowboy, jeans e stivaletti, mi salutasse mentre uscivo dalla biblioteca, neanche mi conoscesse, e io gli ricambiavo il saluto, manco fosse un amico che riconoscevo, quel saluto che anche scambiavo con quella specie di spacciatore che è diventato il bibliotecario, e là dove i libri non salvavano mi perdevo nei vestiti, nei nuovi capi, nei nuovi colori, pensando di aver fatto l’affare, aver speso solo cinquanta euro per tre nuovi capi, rosso, bianchi e neri, come la tuta che volevo, ma almeno per dei vestiti normali da portare in giro in altre occasioni… strane le cassiere, che non mi degnavano di uno sguardo, strano il mio sentire, sognatore, incantato, ipnotizzato, che sognava ancora, anche nel narcisismo quando mi specchiavo una volta a casa, non più narcisista di chi continua a farsi selfie su Instagram e Facebook, con dei nuovi vestiti, come Valentina T., o altri, Pavel o Fabio F., e la smettevo con quella visione da specchio… cenavo, cenavo solo quando poi calavano le tenebre, e al posto del raccoglimento per fare il punto della situazione ero invaso dalla musica, dall’ipnosi per Miryam, dalle sonorità orientali, dal canto orientale, ed ero ormai ipnotizzato, da lei, da quella musica, che pensavo di essermi innamorato di lei, di Miryam, una ventenne marocchina che non ha niente da dire, niente da darmi, ma ormai era troppo tardi… la sera, che la musica di Edvard Grieg non salvava l’incanto e l’ipnosi della musica, e un sonno che arrivava presto, quando già mi stavo accorgendo di star andando in loop, loop di ogni tipo, che solo quella zyprexa salvava, e poi il sonno… il sonno dove non pensavo più alle ragazze, alla musica, ma dove facevo strani sogni, di vicini che si davano a lavori assurdi, vicini giovani che mio padre ospitava in casa, un po’ come gli ucraini, e sognavo in maniera strana anche quella compagna del liceo, del mio periodo più incantato, Serena P., che mi raccontava dei viaggi in treno, tra scuola e casa, del vedersi in faccia, di parlare, e mi incantava il suo sorriso, e sognavo lei come l’altra notte sognavo Carola, un’altra compagna del liceo, e non so più perché mi sto perdendo in questi sogni adolescenziali, in questi ricordi di una volta, che mi sembra di star tornando indietro nel tempo… ipnotizzato, ancora ipnotizzato dalla musica, da tutte quelle sonorità orientali, e ipnotizzato dai sogni, e se voglio uscire da questa ipnosi, da questo incanto, devo solo tornare a usare il cervello, leggere qualcosa, distarmi e impegnarmi, non pensare, pur nell’incanto dei sogni e della musica…

Prosa Poetica, Visioni, Sogni

A love dream where she appears…

It’s when you feel good that you don’t need to smoke, going back to the other bar, where there were no old men talking politics without nothing new to say, apart from the same old stuff, Italy, Italy, our money, the parties, nobody does nothing, always the same old stuff, going back to my home, where I collected myself invoking a far away god, to help me, to help me get out from hell, hell that is other people, and then getting up again and deciding to go to the other bar, where there is the Chinese woman, the Moroccan girl, many other people from all over the world, a multicultural environment, freedom and music… and while I was walking there the dream of the night came back, a dream about Aida, who’s now in London studying economics and law, and in that dream I bought her some necklace, some jewelry, and she wasn’t happy all the same, she wanted more, something more from, a proof that I really loved her, and she appeared like a dream come true, when I could have the right girl for me… and then it started, during the morning, the talk to myself in another language, English, where I could be free, where I could be myself, after yesterday night songs in Italian, Italian rap from the blocks of popular flats, drugs and money and sex and petty crimes, the same old stuff of the peoole class, nothing new, and I wondered if I really liked those songs just because Ana suggested to listen to them, I liked them as a doctor who studies pop songs, with a linguistic and semiotics look, but there was no beauty, there wasn’t nothing, and before going to bed I needed some other Italian songs, Erma Meta, an Albanian Italian singer who sings in Italian, normal pop songs, voodoo love… and I had made the same mistake yesterday night, contacting Marina after watching “Eternal sunshine of the spotless mind”, dreaming of love, discarding the idea of watching “The snowman” movie, go away from crime movies! Go away from that! And I could still dream of love, thinking of Ana, thinking of her, realizing how good I feel now that bizarre Leida isn’t there anymore, now that blackness for Alina has gone, and I enjoyed the movie, and my fantasies, and my desire for Ana… and then it was, there, in the bar, listening to the radio “Perfect”, the song that Aida liked, a love songs, the kind of songs that girls like, and I saw her, the Moroccan girl, Miryam, her beauty, her stupidity, her long black hair, no longer curly as before, I could have said that to her, but I kept silent, I didn’t want to ruin the right sensation of music going on, the smile of the Chinese woman, the normal people around me, and I thought of England, of London, the picture of Laura and her dreams, she drinking together with her British friends, London, another place, younger people, more open minded people, and the stupid videos on Instagram by Dua Lipa, a British hit, half Albanian, half British, like Aida in London, like the dream of her, a dream of love, like Miryam in the morning, like Aida in the night during my sleep, like the imagination and recollection and desire for Ana during the movie, while listening to other songs, and for a moment I still wanted to escape, escape to another country, another city, England, London, meet young people, listen to different speeches, talking to different people, be myself, be in a civilized country, among my peers, if only there wasn’t only the same old fear, meeting bad people, working class people in the shared apartments, ruining all the magic of English which always come out from songs and movies and books, literature, art, music, cinema, and it was like an infinite fiction of the mind, a dream which continued to live on me, from Ana to Aida to Miryam and back, from Miryam to Aida and Ana, girls, girls, girls, like dreaming of Inna yesterday night, this girl my age who always take pictures of her alone, in strange places, a girl who savours of emptyness to be filled, also when she was in a picture loving a stupid dog, sitting on the seaside, wearing stupid clothes, and I wonderd how it could be to talk to a pop star, trying to know her real wishes from life, just like talking to her like a fan in love with a girl that inspires love, and it was a continous dream, an infinite dream, from yesterday night until now, through Ana, Aida and Miryam and towards a girl who probably doesn’t even exist, a girl still to find, a dream of love that still lives, beyond working hours and rest hours and free time, and music still runs in my vein, the right music, the right imagination, that my mind is something between a radio giving out pop songs and an Instagram screen giving out all photos of singers and of girls, and I feel like a pop mind, liberated from emptiness and heaviness, and I still dream of London like a pop dream, where Aida lives, where other people have found their future, and if only there wasn’t work to be done, if only London was a place to stroll, meet people, talk, drinking some beers together with others, if only money didn’t exist, if only everything was just like a love dream, where Aida appeared, where Ana became Inna, where Miryam became Aida, where Marina and her Russian disappeared and it became the eternal sunshine of the spotless mind where Alina became coloured and my dreams pictured themselves like the last vision of Ana, and those rap songs give me nothing but a view of common teenagers, they still dream, they still have visions, and Ermal Meta sang about love, and what’s the difference between Italy and Albania, Ermal Meta, what’s the difference between England and Albania, Dua Lipa, and why Rudina is still there in Albania, suggesting me to work with my father, saying to me that it’s the same the world over, that there aren’t other different worlds, different countries, different world views, it’s just a dream, a dream of something which doesn’t exist, a dream of someone, of some girl who doesn’t exist, it’s just the world of dreams where I want to live, where all girls appear, where she appears again, Ana, and Aida, and Miryam, and all over and over again, like Inna in a poster, on a screen everywhere, a love dream… and I still dream of other languages, of other people, of other girls, and I still dream, dream in another language, in a world made of different sounds, of different images and visions, I still want to live in a dream world, made of sounds, made of visions, where she appears…

Poesie, Visioni

Della sua danza leggera e della sua bellezza…

Lei e il suo sguardo di luce cristallina
la sua musica
il suo viso
che non era Inna
non era Inna per niente
era solo la ragazza
la sguinzica
come mi dicevano
quella che tanto avevo aspettato
e alla fine ritrovavo
in una notte che non sperava neanche in lei
i battiti del cuore
dell’attesa finita
a cui neanche credevo
il rosso e il nero dell’anima
che si colorava di luce cristallina
dei suoi occhi
il blu della notte
la luna
oltre le rotonde della perdizione
al di là del porto delle sirene
in quella via piena di erotismo
che si pensava spento
e invece era vivo come non mai
pensieri automatici di resa
che svanivano al risveglio
automatismi dell’anima in tilt
cos’era cambiato?
Cos’è cambiato
in questo mosaico infinito del vivere
dove lei
è il tassello più vivo e acceso e colorato?
Difficile dirlo
so solo che sono pieno della musica di lei
della sua bellezza
della sua vuota danza
in mezzo ad una via
della sua voce soffice e leggera
del suo voler canzoni più veloci
sono pieno della sua arte erotica
della visione di lei
che cancellava ogni virtualità
anche quella fatta di parole
per ragazze che non dicono più niente
quel giorno e quella notte
dove ritrrovavo l’immagine di me
il desiderio per lei
quell’ondata di nuove immagini
che sanno ancora di un amore quasi ritrovato
al suo accendersi di musica
e di luce degli occhi
mi rimane questo di lei
della sua bellezza
e del piacere
che non temo più nemmeno di perdere
con le infinite ore di lavoro
con le incombenze
con le letture
e so solo che vorrò desiderarla ancora
quando sarà il momento
che attenderò
come ho atteso questo mese senza di lei
e vanno via i mille colori
di vestiti che non avrei saputo perché comprare
le mille parole da scrivere
a compagne senz’anima
i mille colori virtuali
e ogni combinazione assurda
di oggetti e talismani e rituali
per scacciare il demone dell’attesa
la voglia di lei
lo so che hai la sguinzica
mi dicevano
mi parli di lei
quel desiderio non più
imbizzarrito
quel lavoro che lei mi diceva
non pensarci
la notte come se fosse sempre l’ultima notte
senza un giorno dopo
senza l’agitazione da lavoro
la libertà della notte e di lei
il desiderio e il suo sguardo
la sua bellezza
che del resto non mi importa più
anche nell’infinito mosaico
della vita
le paranoie
che diventavano ipocondria
la dipendenza da chi ne sa di più
e da qualche assurda divinità
che nascondeva
solo l’attesa di lei
e il desiderio
e l’amore
e nient’altro
lei e il suo sguardo di luce cristallina
il suo corpo sensuale
più di qualsiasi virtualità
la sua musica e la mia musica
la musica che accompagna sempre
chi è innamorato
anche della propria disperazione
destino di lei che non conosco
il suo passato
il suo futuro
gettata in una via
con movimenti strani
di chi niente ha da perdere
niente da guadagnare
libertà erotica tsiganesca
come la Romania
il suo paese
che non ha niente da perdere
quel paese in cui non mi perderò più
in ricordi lontani di icone di chiese
e di paesaggi
e di musica turceasca
c’è ora lei
con la sua musica
Arcangel
con la giusta “g”
aspirata
il mio sguardo che era un sorriso
come la foto del giorno scorso
che mi ridà un’anima
che pensavo aver perduto
quell’anima che vuole solo lei
al di là di altre ragazze
che sembravano
una riminiscenza di altre ormai passate
di desideri imbizzarriti
e desideri profondi
come la lontananza
tra America e Russia
in una guerra fredda che non c’è più
al di là di altre ragazze
di altri raccoglimenti
di altre virtualità
c’è ancora il desiderio di lei
il ricordo di lei
l’ultima ispirazione
e l’ispirazione infinita
di lei
e del suo sguardo di luce cristallina
nella libertà della notte
della sua danza leggera
e della sua bellezza

Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Lei e il suo sguardo di luce cristallina…

E alla fine è ritornata, Ana, come mai mi sarei aspettato, passare la giornata di ieri a leggere ancora “Il leopardo” di Jo Nesbo, in inglese, lettura serrata, pur di non dormire, e passare la mattina a fare una foto di me stesso dal fotografo, per avere una foto per mia madre in una cornice, per avere una foto decente sul profilo dei social, e passare a pagare la multa di quella notte dove vedevo Ana, ormai a metà dicembre, una multa che non era niente, niente di cui preoccuparsi, al di là degli scherzi degli amici sull’ereditiere, perché non mi preoccupavo affatto di una stupida multa della velocità… e il giorno andava avanti così, leggendo, leggendo ad alta voce in inglese, concentrandomi sul libro, che sembrava non ci dovesse essere altra preoccupazione, mentre il lavoro era già sfiorato la mattina, quando il grosso camion non poteva fare lo scarico delle merci nel piccolo spiazzo della nostra officina… giornata libera, pensavo, giornata libera, tanto più che mio padre e il suo collega sono fuori a Parma e fino alla sera non si vedranno… giornata libera, che mi strafacevo di caffè e di sigarette, che la sera riposavo e dormivo un po’, impazzendo ancora sulle immagini del tempio e sulle immagini di Inna, e sul restyling di foto e sfondi vari nei mondi virtuali, quasi da perdersi, ma fino a riscrivere la Norvegia non più come un luogo oscuro, ma un paese come tanti, con la sua cultura, le sue città, non solo i fiordi, i racconti di Harry Hole, la vita come in tanti altri paesi, e non più la visione adolescenziale di band oscure e black metal, la Norvegia come un paese come tanti altri, e non più la patria del True Norwegian Black Metal, e della depressione, e dei pensieri oscuri, c’era invece la luce, la luce dell’intelletto che comprendeva il libro di Harry Hole in inglese, che seguiva la trama, che immaginava gente normale, una lingua come tante, come quel film, “Headhunters”, in norvegese, e tutto andava anche meglio quando nel pomeriggio andavo a ritirare la foto nel negozio, una foto venuta bene, che quasi non mi ricordavo più che il volto umano può ancora sorridere, come mi sforzavo di fare nella fotografia, e dove alla fine riuscivo anche a sorridere, per piacere, nel corso della giornata, a quell’amico siciliano, quell’altro albanese, e quella ragazza romena incontrata per sbaglio una volta a Milano… e la notte, la notte che non voleva più saperne di stare ancora lì a leggere, avevo già macinato duecento pagine, e di più non potevo fare, allora mi vestivo, prendevo i soldi e uscivo, uscivo alla ricerca di qualche ragazza che mi poteva ispirare… un altro giro, non alla solita via dell’antico porto delle sirene, ma là, nelle rotonde della perdizione, vicino dove abita quell’amico di tempo fa, nessuna vera bellezza presente, solo una ragazza bionda, dal volto slavo, da vera puttana, come Leida, che mi sembrava Leida rediviva, o Amalia, o uno strano incrocio tra una delle due, una ragazza come tante, una ragazza come tante al lato di una strada… e giravo e giravo, tra le rotonde della perdizione e il porto delle sirene, dove la notte si popolava di ragazze come quelle, sparse davvero dappertutto, come ai vecchi tempi, e rivedevo la ragazza simile alla Meroni, l’ultima, e l’altra mora dal volto da puttana, che per un attimo mi veniva voglia di andare da lei, mi scatenava quel desiderio che quasi vedevo in quella bionda tra Amalia e Leida, che alla fine non ribeccavo più, e passavo oltre, oltre la mora, per rivedere Isabela, un’altra sconosciuta, le solite negrette qua e là, e la notte era piena di sirene, piena come ai vecchi tempi… e poi, lei, lei, sì, lei, Ana, era tornata, là dove prima non la vedevo, non c’era, non l’avevo vista, era là, di fianco ad una nuova, un’altra giovanissima, passavo davanti ad Ana non convinto di aver voglia, di desiderarla, e l’immagine di Inna che mi era impressa nell’anima si stagliava sul volto di lei, di Ana, per notare tutte le differenze, un volto che non ricordava per niente Inna, ma un volto più sensuale, dalle labbra più carnose, dai capelli meshati di castano e di biondo, un corpicino più sensuale, uno sguardo da vera ragazza che sa cosa voglio da lei, e la voglia tornava, al di là di tutte le visioni, al di là di tutti gli automatismi che stavano scattando nel cercare quelle, resti di pensieri deliranti di una volta, che notavo, che controllavo, e che archiviavo… e poi sì, alla fine, mi fermavo da lei, da Ana, e lei, con la sua voce da ragazzina, il suo sguardo da ragazzina, mi prendeva ancora, che pensavo alle ultime parole dette alla visita, quando dicevo che la stavo aspettando, la stavo aspettando, e pensavo sarebbe tornata solo a febbraio… saliva in macchina e si parlava, della patente, che non ha ancora fatto, che non fa per lei, che ritornerà forse due o tre gironi, solo due o tre giorni, pensavo, per fortuna, mentre cercavo di parlare con il sorriso, con la voglia di lei, con la sete di amore per una ragazza così, anche quando le dicevo che ormai ascoltavo anch’io reggaeton, e lei si accendeva, si svegliava, il volto le si illuminava, e dimostrava tutta la sua età, la voglia d’amore, e la voglia di musica… diceva che ormai non ascoltava più reggaeton, ma si era data al rap italiano, come quei ragazzi e quelle ragazze sedicenni o giù di lì che vedevo una volta al parco, in giro per le strade, quest’estate, con la musica rap dal cellulare, e le compagnie di giovani persi ad ascoltare quella musica, i primi amori, le prime esperienze, i primi sviamenti, che mi sembrava di tornare giovane, ventenne o giù di lì, con quella musica disperata e giovanile, con quei suoni così simili a certe canzoni rap albanesi, con quei testi disperati, e sognavo e sognavo e mi perdevo già nel mondo della musica, che già la notte, da me, aveva cominciato ad infestarmi… la musica, la musica e fermarsi lì con lei, con Ana, al solito posto, al solito parcheggio, e godere di lei, dei suoi seni, della sua voce, del suo sguardo, “Ero disperato, pensavo che tornavi più avanti, a febbraio!”, “No, dicevo che tornavo a febbraio, ma ho voluto tornare prima…” “Meglio così, che non sapevo come fare…”… e lei si spogliava, per lasciarmi godere dei suoi seni, del suo corpo, quel volto che avrei voluto baciare, ma non avevo il coraggio di baciare, quei miei pensieri un po’ depressivi, un po’ ansiosi che andavano via, ritrovando la voglia in me, e poi la sua arte, la sua arte e toccare il suo corpo, guardare il suo corpo e toccarlo, lei più bella di qualsiasi immagine di ragazze di VK, e godere con lei, del suo ritorno, delle sue parole, del suo corpo, della sua musica, del mio desiderio ritrovato, della mia attesa che finalmente conosceva requie, e tutto il piacere di questo mondo si liberava nella sua bocca, sulla visione dei suoi capelli, del suo corpo, dei suoi gesti, del suo accendersi e illuminarsi al parlare di musica, anche quando diceva Arcangel, pronunciando bene la “g”, alla spagnola, e ripetevo anch’io, Arcangel… e godevo e godevo con lei, del suo ritorno, che avrei speso una notte intera a parlare con lei, a starle affianco, ad ascoltare la musica, e tiravo fuori il mio cellulare, per ascoltare e farle ascoltare quella canzone, “Egoista”, di Ozuna, per vedere se lei quella canzone la conosceva, le piaceva, o che cosa, “No! E’ troppo lenta, non mi piacciono le canzoni lente, le voglio più veloci…”, “Allora spegniamo…”, “Io ascolto queste adesso…”, con il suo volto illuminato, il suo sguardo nei cieli, ed erano canzoni rap, proprio quel rap da adolescenti, “Figli di papà”, “Tran Tran”, quella musica libera e disperata, leggera e allo stesso tempo che racconta storie di vita, vita vera, e non sciorinate semipoetiche di canzone dalle parole sempre uguali in combinazioni diverse, e lei si metteva lì, ad ascoltare la sua musica, a ripetere le parole, che sembrava sapeva a memoria, e glielo dicevo, “Ormai le sai a memoria le parole!”, “Sì…”, e tornavamo indietro, io pieno di lei, del suo ritorno, della sua musica, della libertà della notte, del piacere provato, della voglia di rivederla ancora, di ascoltare la sua musica e quella degli adolescenti, “Allora mi infomerò sul rap italiano”, le dicevo, “Sì…”, e lei guardava avanti, nascosta dalla sua sciarpa, che le si vedeva solo il nasino, e il suo sguardo perduto di luce cristallina, e la sua voce come un arcangelo mi stava affianco, per l’amore ritrovato, il desiderio, la voglia, l’attesa che era finita e ora sapeva di lei e di musica, della sua voce, della sua musica, del suo corpo, della sua bellezza, e la lasciavo lì, “Ci vediamo!”, “Ciao! Buona notte!”, “Anche a te…”… e la lasciavo lì solo per vedere come lei scendeva dalla macchina, sbirciare ancora il suo corpo e vedere dal retro dello specchietto come un’altra macchina subito le si avvicinava, un altro abituale, pensavo, ma non mi importava, perché ero pieno di lei e della musica, della libertà della notte e del piacere, e facevo il giro dell’isolato, per tornare indietro… tornavo indietro e lei era ancora là, chissà cosa le aveva chiesto quello, chi se ne frega, era ancora là, a guardarmi e io a guardarla mentre lei accennava movimenti con le gambe, quelle gambine dai fuseaux neri, dai lunghi stivali neri, che esaltavano il suo corpo, e il suo sguardo di luce cristallina, il suo sorriso, le sue labbra, la voglia di lei mi lasciava nella notte con quel ricordo di lei, al margine di una via, con la sua musica, la mia musica, la sua bellezza…

La notte, la notte in macchina, là dove mi fermavo ai tempi di Xhuliana, tra il cimitero e il parco, la musica che mi invadeva, e il ricordo e il desiderio di lei, una sigaretta, quella che ci sta sempre dopo l’erotismo, e il sogno di lei, di rivederla, di riassaporare quei momenti, di riviverli, di volerla ancora, desiderarla ancora con i giusti tempi, la musica che ascolterò, la sua musica e la mia dentro di me nella libertà della notte, nella voluttà dopo l’erotismo, dopo di lei, le parole che raccontavo che ritornavano, quelle frequentazioni femminili, mi dicevano, mi parli di questa ragazza, di Ana, che le parole sui social con altre ragazze non volevano dire più niente, perdevano di senso, e così la lontananza dal computer, dal tablet, dal cellulare che avrebbe emesso soltanto musica, se la musica già non mi invadeva, dentro di me, insieme ai suoi occhi di luce cristallina, all’amore ritrovato, al desiderio, all’attesa che aveva giunto il suo termine…

Un’oretta così, in macchina, sdraiato, a ricordare lei, la sua bellezza, il senso che ritornava, il giorno dopo che non esisteva, non sarebbe esistito, e quei troppi caffè del girono che si facevano sentire, insieme alle troppe sigarette, ma non mi importava più, ora che lei era ritornata, ora che lei c’era ancora, lei e i suoi occhi di luce cristallina…

Tornare a casa per dormire, una sigaretta di troppo, la notte, senza gustare quel piacere immenso che provavo una volta, è diventata una cosa tra le altre, un’altra parte dell’infinito mosaico della vita, come alludevo alla visita, quel desiderio che non è più imbizzarrito e impazzito, mi dicevano, ed era così, e non avevo bisogno di alcol, di musica, di poesia, la notte, perché tutta l’ebrezza dell’anima viveva in me, e potevo andare a dormire, continuando a ripetermi che Ana finalmente era tornata…

Il risveglio, un risveglio tardo, che già la mattina mi partivano in automatico quei pensieri di quest’ultimo mese senza di lei, l’abitudine, l’abitudine dei cattivi pensieri, l’ansia e la depressione, le paranoie di un sentire non più vigoroso e intenso come una volta, le solite paranoie, che andavano via al pensare a lei, all’ultima notte, all’ultima ispirazione, e un risveglio che non sapeva più come quei risvegli intensi e avvolgenti dei tempi dell’università, o dell’estate scorsa, dell’anno scorso, un sentire forse non troppo libero, dovuto al lavoro, all’ora tarda, al corriere che sarebbe dovuto arrivare, al poco tempo per raccogliersi, per bersi un caffè al bar, per fumarsi un paio di sigarette, tutto di fretta, la mattina, nell’ansia del lavoro, di vedere altra gente che mi avrebbe forse fatto perdere l’ultima ispirazione, un senso di perdizione, al risveglio, eppure lei ancora c’era, c’era ancora quando andavo al bar a bermi il mio caffè, c’era ancora quando andavo in officina e poco dopo mezz’ora arrivava quel corriere per scaricare della merce, il lavoro, il lavoro, da solo, senza colleghi, per fortuna, senza mio padre, il lavoro da solo che per un attimo mi si velocizzava il battito cardiaco, e mi agitavo, in piccolo, per quelle operazioni di scarico, per quel lavoro con quel corriere probabilmente albanese, un lavoro che andava liscio, mentre dentro di me pensavo solo a lei e alle parole da trovare per non perdere l’ispirazione dell’ultima notte… il computer che non andava bene, quello in ufficio, quel computer che mi toglieva la privacy, quel quaderno che non andava bene per scrivere di me stesso, dei miei sentimenti, in un asettico ufficio, l’officina che non significava più niente, dopo aver messo a posto i bancali, e la voglia di ricordare lei, di ricordare Ana, di non pensare neanche a raccogliermi verso qualche lontana divinità, e poi lei, il pensiero di lei che ritornava quando, nel calore della mia stanza la poesia alla fine dell’età della tecnica sorgeva ancora per cantarla e ricordarla, Ana, lei e suoi occhi di luce cristallina, che ancora la voglio, la desiderio, la serbo nel mio cuore, e non voglio dimenticarla, dimenticare quei suoi passi, quella sua arte, quella sua bellezza, quel suo corpo, quella sua voce, che mi perderei ancora, ancora e ancora nel ricordo della notte con lei, e da oggi vorrei fumare di meno e bere meno caffè, smettere di attenderla, godere ancora con lei non si sa quando, non pensare più, come mi diceva lei, non pensarci, non pensare più al lavoro, a mille cose, a troppi pensieri, sii più libero, più libero di volerla ancora, di volere questa mia sguinzica, come mi diceva un napoletano a Milano una volta, “Lo so che hai la sguinzica…”, quel giorno che incontravo Olimpia, solo per pentirmi e ricordarmi che la notte prima o qualche notte prima c’era stata lei, Ana, la ragazzina romena ventenne, quella che era tutto anche nell’ultima visita, nascosta nel mio profondo, ora che l’attesa è finita e ricomincia forse un’attesa di quando la vorrò ancora, lei, la notte, la sua musica, la sua bellezza, lei e il suo sguardo di luce cristallina…

Prosa Poetica, Visioni, Sogni

Al sogno di Eugenia…

E ci voleva “Groundhog day”, il film, per farmi sognare di nuovo… un sogno dove compariva lei, Eugenia… Eugenia che sorrideva, che era ritornata in Italia, che mi sorrideva e raccontava di lei, il suo sguardo, il suo sorriso, la sua bellezza, la sua dolcezza, lei che era tornata dalla Malesia, mentre stavamo davanti ad una chiesa dove qualche attimo prima me ne stavo con quel mio amico giapponese, Satoshi, ad ascoltare musica pop dalla radio, fino a quando arrivava il prete che mi diceva che di fronte ad una chiesa non si ascoltava musica così… ed Eugenia parlava di sé, la vedevo in una chiesa con tre navate, e stavamo seduti su una panchina di legno, mentre lei continuava a sorridere e parlare, un po’ birichina, mentre al suo fianco c’era anche Antonino, un antico compagno di classe, che anche lui ci provava e lei, Eugenia, faceva la civetta… e poi mi trovavo come in una piscina, con l’acqua che ci arrivava a mezzo busto, e insieme a Eugenia giocavamo a pallamano, anche se lei diceva che preferiva la pallavolo, e continuava a sfuggirmi, Eugenia, ora che sorrideva, ora che andava via, ora che si disperdeva nel riflesso di quell’acqua della piscina dove il suo volto si irradiava, e mi sembrava di amarla, di volere solo lei, e poi il sogno si colorava della distanza, come un film dei “Diari dei vampiri”, dove Eugenia era di nuovo altrove, in Malesia, tra delle zebre colorate di tutti i colori dell’arcobaleno, mentre lei portava al piede destro una calza color marrone, e dall’altro capo del mondo Damon pensava a lei, alla sua amata, e vedeva anche lui delle zebre di tutti i colori, i colori più sgargianti, e sognava lei, Eugenia, sdraiata nella giungla tra le zebre, forse a dormire con loro, e Damon vedeva anche lui quei particolari, quelle zebre multicolori, e una calza color marrone, e su quella scena di pensieri e sogni a distanza, su quei sogni colorati, mi svegliavo…

Eugenia, pensavo, sarebbe da scriverle qualcosa, possibile che quel film romantico di ieri sera nascondesse dietro l’immagine di Rita proprio lei, proprio Eugenia? E la sognavo, con una vaga riminiscenza di erotismo, ancora ad occhi aperti, e pensavo a quanto sarebbe stato bello se fosse veramente ritornata in Italia, così da poterla vedere, poter parlarci, e invece no, è ancora in Malesia, e l’unico modo per sentirla è mandarle qualche messaggio… che per un attimo tutto ritornava, la mia depressione dopo i tre anni di università, quando lei c’era ancora, e senza di lei tutto diventava nero, anche quando mischiavo i miei sentimenti tra Alina e Leida, mentre Eugenia non c’era più a donarmi la quella luce e quell’ispirazione che mi faceva andare avanti… e la sognavo ancora ad occhi aperti e sognavo la sua lingua inglese, non mi dava fastidio che era romena, e anzi dietro la Romania non scoprivo più né Ana, né quel viaggio, né la cantante Inna, né nessun’altra, ma solo lei, nascosta in qualche angolo della mia anima, con quel sogno d’amore ancora vivo, anche se spento, per la distanza, per una vita che provavo a immaginare, una vita che non mi piaceva, fatta di un lavoro che non mi rende affatto felice, nonostante i soldi, e cominciavo a sognare di una vita diversa, dove io, come lei, prendevo e decidevo di andarmene, non so dove, ovunque basta che sia lontano da casa, da questo lavoro, da questa gente… e riprendevo a sognare i vari altrove, l’Olanda, la Germania, l’Inghilterra, i paesi scandinavi, là dove si parla inglese, là dove c’è gente della mia età, con le mie stesse idee, passioni, lo stesso modo di sentire, e pensavo a tutti i compagni e le compagne che se ne sono andati via, lasciando il deserto dietro di loro, e non riuscivo proprio più a immaginare un futuro qua, tra quell’officina, quella casa, quei colleghi, e mi dicevo: “Non voglio più lavorare…”… sognavo un altrove, perché ogni volta che penso ad un futuro con una ragazza non riesco a far altro che escludere quel lavoro, quell’abitazione, e un futuro qui lo vedo solo colorato di nero, senza nessuna voglia di neinte, e sognavo davvero un altrove, quell’altrove che per ora posso solo trovare nei libri di Jo Nesbo in inglese, nei sogni di Eugenia, nel vedere gli altri andare via, all’estero, parlare in inglese, o in qualsiasi altra lingua, ma non qui, non qui, e ricordavo come ieri, in un attacco di depressione, maledicevo quel lavoro e quella gente, riprendevo in mano i volantini di EasyLondon, maledicevo quel caffè di troppo che avevo bevuto nel pomeriggio, mentre, camminando verso il bar, sognavo il re di Norvegia e mi veniva da salutarlo così: “Goude dag, norske flagge…”, la bandiera norvegese che sembrava la croce della fine dei mondi, Norvegia immaginaria dell’anima, ancora, un po’ depressiva, ma fatta di un altrove che qui non posso trovare, e ricordavo le parole di quell’amico, quando mi diceva che dovrei andarmene là, Norvegia, Danimarca, Svezia, mentre per ora in quei posti c’è solo la musica metal depressiva e i romanzi polizieschi… e pensare che l’altra sera guardavo pure “Headhunters”, film norvegese tratto da un romanzo a parte di Jo Nesbo, ed era un bel film, tutto un dramma sulla paternità e sull’amore con una donna, un thriller simbolico, sui generis, che mi dava alla fine quel giusto conforto, senza contare il sogno d’amore nato dal film di ieri sera, “Groundhog day”, che vedevo forse da piccolo, in italiano, e riguardavo ora in inglese… e un po’ mi riprendevo dalla depressione di ieri, dai pensieri oscuri, da quella musica che provavo a riascoltare, senza che mi desse niente, quei dischi degli Opeth, rumore, casino, non so come facevo ad ascoltare quella musica, ma neanche la musica pop salvata mi dava più quell’ispirazione, e il sogno di Ana si dissolveva, e rimaneva soltanto l’idea che se una ragazza come lei decide di emigrare facendo quel lavoro lì, alla sua età, allora tutte le strade migliori, con una laurea, possono essere aperte… ma non so ancora dove andare, come muovermi, cosa fare, ho solo la mezza idea di telefonare domani al CPS e dire che non voglio più lavorare, non voglio più stare qui, non voglio più provare questi attacchi di depressione e di nero, e non voglio che gli unici colori della vita siano limitati al mondo dei sogni dove rivedo Eugenia e il suo coraggio di partire per la Malesia… e poi, la lingua inglese, quella che assaporo nei film, nei libri, quella lingua che mi fa ancora sognare e mi sembra il passaporto più valido per andare altrove, per fuggire da qui, e non so più se questa sia depressione dovuta al poco lavoro di questa settimana o a quei colleghi che non sopporto più e ai quali è meglio non pensare… se solo ci fosse ancora la libido, l’erotismo, la voglia di quelle ragazze, mentre la gente sul lavoro mi fa passare la voglia di tutto, e io a vedermi fare quel lavoro tra non so quanto tempo proprio non mi vedo, e vedo solo un futuro condannato all’infelicità, perché una vita fatta di un lavoro che non mi piace e dei soldi solo per uscire con quelle o con gli amici, senza sentire nessuna gratificazione, nessun riconoscimento, nessun orgoglio a fare un lavoro così, nonostante i soldi, non mi permettono di andare avanti, e forse sto ricadendo solo in un baratro di quelli già provati l’anno scorso, quando le sole parole di Dario bastavano a tirarmi su: “Hai un lavoro! Non buttarti giù! Sii più positivo! Più propositivo! Hai un lavoro! Pensa a quelli che non hanno neanche un lavoro!”, e qui mi riprendo, ogni volta, pensando che in fondo un lavoro è già qualcosa, è già una sicurezza momentanea, e che forse la lingua inglese e i sogni delle ragazze sono limitati al tempo libero, al mondo della notte, dei ricordi, delle suggestioni, e il nero dell’anima è vinto soltanto dal sogno di Eugenia, dal sognare una vacanza di una settimana in qualche città del Nord Europa, e va bene sognare così, senza pensare a nient’altro, forse solo alle ragazze, e non ho voglia di vedere tutto nero di nuovo… e che siano i colori allora! Che ci siano i colori! I colori della vita! E lasciamo andare via i momenti no, i momenti scuri, i momenti fatti di musica-rumore adolescenziali, evadiamo ancora in vari mondi grazie alle letture, ai film, stiamo attenti all’evasione e alla realtà, e aspettiamo ancora una settimana prima di dare un giudizio negativo a questa esistenza, aspettiamo ancora un po’ e vediamo come mi sentirò ancora settimana prossima, e non pensiamo troppo, non cadiamo nei tranelli dell’anima dell’anno scorso, del bisogno di evadere, di scappare, di cercare mondi alternativi, proviamo ancora a credere di dover essere più positivi, più solari, di vedere i lati positivi, e non di cedere a fantasticherie di evasione, e pensiamo al bello e ai colori, al sogno di Eugenia, ed evitiamo il nero dell’anima…

Pensieri liberi, Visioni

In questo vuoto che non ha neanche voglia di essere riempito…

Любовь кончается, любовь кончается… frammenti di testo di una canzone, come se i testi delle canzoni avessero ancora significato, la notte, la musica, testi vuoti, parole vuote, solo la musica, di ogni genere, i troppi caffè del giorno che avevano bisogno di un paio di birre, per distendersi, non provare più l’ansia generale dell’ultima volta che mi ero ubriacato, eppure, per regola, l’alcol è meglio evitarlo, anche se ogni tanto uno sgarro ci sta… le porte delle percezioni che si aprivano mi davano l’immagine di Ana, a lungo sognata, a lungo custodita, e di tutte le ragazze, forse Alina, cosa costruire con loro? Niente, quando l’amore finisce, quando il desiderio va nei mondi onirici e aspetta di risvegliarsi, l’attesa di Ana che non mi dà la voglia di nessun’altra, girovagare per i centri commerciali ieri nel pomeriggio, per cercare di vincere pensieri depressivi e neri, alla ricerca delle giuste combinazioni di colori di una tuta che non avrei mai acquistato, antica scimmia adolescenziale delle tute di marca, scimmia confluita in me per colpa di amici più omologati, più commerciali, i pensieri che ne facevano di tutti i colori che sparivano nella notte, sotto la musica, sotto quella giusta quantità d’alcol che dava la tranquillità… il risveglio, i pensieri trascendentali che vanno oltre questo universo fatto di lavoro e di soldi, di consumismo, di niente, di piattume orizzontale senza nessuna elevazione dello spirito, andare al di là della musica, andare al di là delle tipe per trovare il nulla, o forse la trascendenza, o qualcosa non di questa terra, comprensibile con il linguaggio quotidiano che si usa tra le persone… un senso di malinconia, di tristezza, l’assenza della voglia di lavorare, di vivere, di leggere e studiare, anche se ieri per un attimo mi perdevo in quel libro che parlava d’Europa, d’America, di Russia, di Europa Centrale o Orientale, come la vogliamo chiamare, un libro che sembrava uscito dai miei corsi di studio sulla Russia, un libro che mi dava di nuovo la voglia di leggere, dopo le 600 pagine bruciate in quattro giorni del libro “crime” di Jo Nesbo… altri libri che aspettano forse di essere letti, in mancanza di meglio, libri in inglese, che forse mi faranno perdere il mordente di quei libri in italiano, che mi tengono incollato, come un drogato di quella scrittura, e un insieme di notizie in altre lingue che non mi dice più niente, basta quel libro tra Est e Ovest, quel saggio con più interventi, e di altre cose da leggere non ce ne sono più… le ragazze che rimangono sperdute in un’atmosfera onirica e metafisica, lontana, senza più richiamare quel desiderio erotico che una volta mi faceva impazzire, andare al di là delle ragazze, dei libri, della musica, dei film, e non sapere che fare in queste giornate, dove neanche il lavoro mi tiene più occupato… e se non mi butto a dormire è solo perché ricordo le parole della prof di esercitazione di lingua russa: “Не спите”… “Non dormite”, e quelle della prof di esercitazione di lingua inglese: “Don’t get depressed”… e dopo i mille colori di ieri, nati forse dal ricordo di Marina che diceva di amare tutti i colori di questo mondo, nei vestiti, come tutte le comuni ragazze russe, dopo i mille colori di ieri tornare a vestirsi di nero, casual, maglioncino nero e jeans neri, scarpe non eleganti, non sportive, una via di mezzo, nere, e tutti i colori vanno in esilio, dopo il farne di tutti i colori dei miei pensieri… e non sapere cosa fare e non chiedersi neanche più cosa potrei fare, non ho voglia di far niente, non ho voglia di scervellarmi per capire di trovare qualche lavoro che non ho voglia di fare, non vorrei fare niente, e non farò niente, neanche oggi, neanche aspettare gente che consegni del materiale in laboratorio, in officina, e non ho neanche quasi voglia di ricevere i soldi di fine settimana di domani, perché non so cosa farmene, ora che il senso delle ragazze è sperduto, ora che niente ha più senso, ora che niente mi risveglia più, e se solo non mi sentissi poi male mi tufferei sul letto, ad ascoltare musica, anche symphonic black metal, perché no? Ma poi vagherei in qualche dimensione oscura, dalla quale avrei fatica ad uscirne, e non mi va di far rimpallare l’anima da un estremo all’alto, dall’abisso alle vette, dagli estremi, e cerco solo di restare normale, nella giusta misura, senza eccessi di alcun tipo, anche se ciò significa noia e soprattutto apatia… ed era proprio vero che la zona più erogena era il cervello, e che ora, dopo eccessi di erotismo, arriva un periodo di tranquillità e rilassatezza, forse apatia, e non so neanche quando il desiderio si risveglierà… avrei forse bisogno di conoscere ragazze sexy e allo stesso tempo interessanti, dove si può parlare, discutere, ridere e scherzare, parlare di un po’ di tutto, magari anche di quegli studi che mi stanno tanto a cuore, magari di filosofia, magari di qualcosa al di fuori del solito piattume omologato di questa vita, che non esce mai dagli schemi, al di là dei discorsi comuni, dei luoghi comuni, di poca creatività e inventiva, ma ragazze così non ce ne sono, e non mi va di andare alla ricerca su qualche assurda app o social network pensato apposta per congiungere amanti, non fa per me, e tutto ciò che la vita mi ha riservato di brutto e di bello è sempre stato al di fuori di schermi e oggetti tecnologici, perché la vita vera si trova al di là della virtualità, e di videogiochini stupidi ne ho abbastanza da tempo… e che strano guardarsi nei camerini di un negozio di vestiti e rendersi conto dei trent’anni e di quelle tute sportive su di me che non hanno alcun significato, e del mio aspetto che non può dire molto alle ragazze, così come loro non possono dire niente a me, e comincia forse un’epoca di solitudine, di quiete, di apatia, se solo, nel profondo di me, non volessi che il desiderio ritornasse forte come una volta, per stordirmi, per sognare, per evadere da questo mondo che non mi dà più alcuna voglia di niente, più nessuno stimole, nessun obiettivo, niente, ed è già tanto accorgersi che in fondo è solo grande malinconia e apatia, che non sa di depressione clinica, ma solo di una nerezza che ogni tanto può avvolgere chiunque non si sa per quanto tempo… e in quest’apatia, in questa tranquillità, in questa malinconia non so davvero che fare, cosa pensare, cosa desiderare, come passare il tempo, quali scopi prefiggermi, con che cosa distrarmi, a cosa dedicarmi, quali libri leggere, quali film guardare, quali canzoni ascoltare, non so neanche che ragazza desiderio più, quale lavoro, quali amicizie, quali studi, perché tutto ciò che c’era sembra dissolversi, per lasciare spazio ad un vuoto che non ha voglia neanche di essere riempito… e non so come andrà avanti la giornata, non so come andranno avanti i giorni, le settimane, i mesi, gli anni, non lo so, forse con i soliti alti e bassi, la solita vita, niente di più, e non mi rallegro neanche forse di aver trovato una certa stabilità, forse perché troppo noiosa, e non è neanche una condizione clinica, è solo un apatico vivere che aspetta una qualche emozione che colori forse la vita, la giornata, qualche momento, e vivo in quest’attesa, in questo vuoto che non ha neanche voglia di essere riempito…

Pensieri liberi, Visioni

La normalità…

Settimana senza lavoro, perdersi nelle 600 pagine di “Sete” di Jo Nesbo, lettura da incollarmi alle pagine, il nero della Norvegia, della musica depressiva, i Dimmu Borgir, pensieri omicidi camminando per le strade, pensieri suicidi fermandosi ogni tanto, per lasciar perdere tutto, sentire Marina così per sentirla, niente di più, la musica eroinomane degli anni ’90 russi, il remix dell’anima di tutte le canzoni, perdute le categorie che dividono i generi e le lingue, una visita che non diceva niente, a parte lo stare bene, grazie al lavoro, tanti pensieri in sottofondo, eco di vecchi deliri, che non si ascoltano più, ricercare il lavoro come passatempo, inviando curriculum, sapendo che nessuno ti risponderà, la noia, la non voglia di perdersi in pagine e pagine su internet in diverse lingue tra le notizie, sempre le stesse, alla fine dei conti, trovare in inglese l’intera serie dei libri di Harry Hole, non aver voglia di rimanere incollati in inglese su dei libri norvegesi che mi ricordano troppo le note depressive dei Dimmu Borgir, e che parlano di psicopatici assassini, ricolorare il mondo dopo questi giorni di oscurità, ritrovare la veglia e non il sonno depressivo, limitando da oggi i caffè, al massimo due, sapendo già che non mi addormenterò, il valium per tre sere di seguito per rilassare l’anima troppo provata da troppi caffè, tornare ad andarci piano, il pensiero di Ana che si mischiava con tutte le altre, la tentazione di tuffarsi in un viaggio metafisico con l’alcol, lasciare perdere, evitare, meglio evitare, il mondo che non ha più alcun interesse, i miei passatempi che sembrano usciti dalla noia e da qualche forma di follia, non scimmiarsi più davanti ad altre lingue, eppure avere ancora la voglia di leggere qualcosa, per passare il tempo, gli amici che non si fanno sentire, e non si sa quando si faranno sentire, basterebbe chiamarli, ma non ho voglia di rivederli, la giornata con i nipoti che andava bene, ma poi scattava di nuovo il senso del nulla, libri filosofici che è meglio lasciare dove sono, i soldi di cui non so cosa farmene, basta con gli acquisti compulsivi, le giornate che vanno avanti da sé, lisce, senza sbalzi, un po’ noiose, un po’ vuote, la musica che sa riempire il vuoto, come l’altra notte, remix dell’anima, i social network che non dicono più niente, gente superata, passata, relazioni interpersonali superate, datate, senza più nessuna fiamma, nessuno stimolo, l’apatia, la dieta che va ripresa, gli esami del sangue a marzo, le maledizioni quasi verso i dottori e le dottoresse, meglio non pensarci più, non parlare più mentalmente con loro, le giornate e i momenti no che passano da soli, basta aspettare, il dilemma di cosa fare in questi giorni, aprire qualche libro, sperare in qualche compito da fare sul lavoro, l’angoscia ogni tanto del lavoro, pensando in tempi ultradecennali, le mille cose da imparare, la poca voglia di stare in mezzo alla gente, di parlare, di imparare, le vie d’uscita che non ci sono, a niente servirebbe scappare in Inghilterra, o chissà dove, punto già chiarito, avere solo tanta pazienza quando non c’è niente da fare, cercare di non delirare e di non impazzire, di non prendere la tangente, rimanere con i piedi per terra, la voglia di quelle ragazze che è rimandata a non si sa quando, meglio così, un attimo di tregua, le sigarette che continuano ad essere troppe, come i caffè degli ultimi giorni, troppi, pur di star sveglio, per poi non dormire la notte, se non con il diazepam, la biblioteca che non è più luogo della fantasia e della voglia di leggere, sto bene anche a casa, in officina, a leggere, la biblioteca non è più indispensabile, salvo forse il sabato, quando c’è troppo viavai ancora di gente tra officina e casa, la settimana che sta già per finire, il senso del dovere ogni giorno, quando ci si alza, anche quando poi scopro che non c’è niente da fare, la carriera lavorativa segnata, che non potrà mai partire né decollare, lasciar perdere i confronti con altri e altre ex compagne, ho la strada spianata, come mi diceva qualcuno sul lavoro, la tranquillità, il pensiero di rimanere positivo delle parole di Dario, ho un lavoro, cosa voglio di più, la mania linguistica che sfuma via, anche quando per un attimo avrei aperto il corso fai da te di lingua norvegese, pur di sovrascrivere le sensazioni e la musica depressiva dei Dimmu Borgir, bastavano i libri di Jo Nesbo, l’erotismo in esilio, dopo la depressione, la voglia ritornerà, non si sa quando, meglio così, i bar che ormai non fa quasi più alcuna differenza, il vecchio bestemmiatore o il bar dei cinesi con alle spalle un sequestro del locale per spaccio, le bariste o le cameriere che non fanno alcuna differenza, le foto su instagram che non dicono più niente, le fote di VK che è meglio non farsi venire la dipendenza, Facebook che racconta di gente che ormai non me ne frega più niente, le giornate vuote, da riempire, le serate vuote, la voglia forse di fare un salto al bar, comprare le sigarette, bersi un caffè, andare a fare un giro al supermercato, per un paio di cose, il solito giorno che si ripete, libri che mi attendono, letture inglesi, fantascientifiche, forse altre lingue, per passare il tempo, questi vuoti che vanno riempiti, questi pensieri che vanno controllati, al di là degli antichi deliri in sottofondo, di epoche passate, stare bene e accorgersi della noia della normalità, sempre meglio che lo star male dei deliri, il tempo che va riempito, i vuoti che vanno riempiti, in una parola, la normalità…

Prosa Poetica, Ispirazioni, Visioni, Sogni, Pensieri liberi

Di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…

Giornata senza un attimo di tregua, ieri, dalla mattina a finire di leggere il saggio “Psyche e techne”, finalmente compreso, finalmente da ricordare, che finivo di leggere in biblioteca il pomeriggio, quando in casa non riuscivo più a starci, e rilassarsi in biblioteca poi davanti a qualche video della Deutsche Welle, sulle notizie, sulla situazione in Bosnia, tra tensioni etnico religiose… tornare a casa alle sei, quando era arrivato mio fratello, con i suoi figli, sua moglie, lui che cercava già di collegare la playstation 4, ma non c’era il cavo giusto… scherzare, sul mio sfrisare le macchine durante la manovra, come l’ultima volta a mia cugina, io che ero strafatto di caffè per cercare di stare in piedi durante la giornata, senza sentire più quel sonno estremo di questa settimana di ripresa del ritmo, quando un sonno indescrivibile mi prendeva dopo pranzo… ricordarsi delle parole con il dottore, che mi trovava bene, meglio di un sacco di altre volte, e darmi da fare in mezzo ai nipoti per tenere l’atmosfera gioviale e divertente, mentre poi provavano tutti i loro giochi e gli consegnavo anche Fifa18, dicendo che l’aveva scelto la befana, che io non sapevo cosa c’era in quel pacchetto regalo… i nipoti contenti, i ringraziamenti, la serata che andava avanti tra un gioco e l’altro, tra le chiacchiere di mio fratello, sua moglie e i miei, loro che mi dicevano di ordinare una pizza, al trancio, e ordinavo sette tranci formato maxi dal pizzotto, una bella spesa che mi permettevo con i soldi guadagnati con questa settimana di lavoro, una sorta di altro regalo… i giochi con i nipoti, Minecraft, GT, Fifa18, Star Wars Lego, i sorrisi, le risate, i commenti, i giochi, atmosfera piena di vita, e la mia strana tensione da troppi caffè, da neanche un attimo di pausa, dopo che la mattina invece ero molto malinconico, ascoltando nuove canzoni Reggaeton, perdendomi nel ricordo di Ana, e la sera non avevo già più voglia di quelle canzoni, dopo che i miei nipoti erano andati via, quella musica che non significava più niente, una sorta di altra gamma di emozioni, di sentimenti, che non avevano più bisogno di alcun erotismo, di niente, ma solo di un sacco di riposo e tranquillità… uscire la notte per fare un giro, vedere chi c’era, Isabela o la Meroni puttana, altre ragazze, che non avevo voglia di uscire, c’era anche Aleksia… io che per un attimo mi perdevo in foto di VK di belle ragazze, ma non c’era desiderio, troppi caffè, troppo tempo con i nipoti, tutta un’altra gamma di sentimenti, e la voglia che non c’era, anche di fronte a una mora con i pantaloni grigio metallizzati e le scarpe rosse su calze nere, una bellezza dai capelli neri, che per un attimo risvegliava il desiderio, rimandato a non si sa quando… tornare a casa la notte, facendo sfumare quei ricordi della serata con i nipoti, pensando che forse la sera avrei fatto meglio a uscire al frida, in qualche pub, scambiare delle parole con altri, degli amici che non c’erano, e fermarsi invece la notte un attimo davanti al Carrefour Market dell’altro paese più in là, dove giovani di ogni tipo uscivano la sera, a scherzare, a parlare, a bere e fumare, e altri più adulti andavano invece a fare la spesa, di notte, mentre la notte andava avanti, tra pub, puttane, centri massaggi, negozi aperti 24h su 24, e la vita in tutte le sue forme mi si presentava la notte, che avrebbe voluto essere fatta di socialità e parole, al di là dei sentimenti con i parenti, al di là delle puttane in mezzo alla strada, mentre dentro di me musica su musica si manifestava, facendo sfumare i pensieri e immettendomi in un mondo di suoni e canto, una sorta di paradiso stanco… e la notte, la notte sognare un’officina dove c’era il prof Spano, quello di economia, che mi chiedeva se sapevo il russo o no, io che gli parlavo in russo, nel sogno, non so cosa dicevo, non mi ricordo più, che non c’era molto da dire, molto da sapere, e anche lui attaccava, dopo che faceva finta di non capire, con qualche discorso in russo, e mi spiazzava… mi spiazzava anche là in officina quando mi chiedeva della ragazza, e sembrava offrirmi una sorta di puttana russa, voleva incastrarmi, tra il lavoro, le puttane e la lingua russa, e sognavo invece di una ragazza tutta mia, una ragazzina che stava lì ad aspettarmi, la mia ragazza che nel sogno baciavo, ci baciavamo di un bacio appassionato, e non so perché quella ragazza nel sogno era siciliana, come le tre siciliane dell’università, come Desirée di una volta, e c’era tutto l’amore e tutto l’erotismo in quel sogno, anche se poi lei si accasciava a terra, come morta, e io ero preso tra l’officina e Spano che commentava, che mi voleva incastrare con quella ragazza, non so come, e temevo per me, e per lei, dalla quale mi allontanavo, lei sdraiata a terra come morta, che poi invece si riprendeva, ancora viva, e ci ritrovavamo con lei in qualche ufficio per qualche pratica, non so bene cosa, e lei mi stava vicino, e sentivo che mi amava, e che era la mia ragazza, e che io avevo superato il tranello che Spano mi aveva teso, lasciando perdere qualche puttana russa per dedicarmi alla mia ragazza, alla mia ragazzina che mi voleva bene… sogni erotici, come la notte prima dove sognavo un mondo distopico dove dei giovani come noi erano stati rapiti da una sorta di SS cyberpunk, che ci trasportava in un mondo sotterraneo per schiavizzarci e metterci alla prova, un po’ come Hunger Games o quei film distopici che vanno molto di moda adesso, e nel sogno compariva Anna K., la ragazza ucraina avventista, che anche lei sembrava innamorata di me, e voleva servirmi, e si voleva dare a me, e nel sogno la desideravo, come nel sogno desideravo quella ragazzina di questa notte, come un sogno d’amore, queste ragazzine ventenni dei miei sogni… e il risveglio, il risveglio che sapeva delle solite ossessioni, non capire più se era domenica o un giorno lavorativo, non ricordare più le giornate passate, ma immergersi solo nei sogni delle ragazzine ventenni, dei sogni d’amore, e la musica ancora mi invadeva, di una sorta di paradiso dei suoni e del canto, e non pensavo più ai libri di filosofia, alla televisione, alle lingue, a nient’altro, salvo andare al bar per vedere Miryam, un’altra ventenne ragazzina che ispira i sogni, e che trovavo lì al bar, lei, tutta alle prese con il fare caffè e consegnare tazzine, e Paolo che era lì al solito posto, dietro il bancone, ad aspettare la mia solita ordinazione di due pacchetti di sigarette e un caffè… Miryam che preparava subito il mio caffè, tra la ressa dell’altra gente, e mi facevo strada tra di loro per andare al bancone, dove Miryam diceva: “E’ per lui!”, posando la tazzina sul bancone, la sua strana bellezza marocchina e medioorientale, i miei pensieri negativi che si dissolvevano, e io che mi bevevo il mio caffè… lei che mi portava via il piattino, pensando fosse di qualche altro caffè lasciato lì da altri, no, le dicevo, lei che si scusava, un saluto e un sorriso e via, Miryam che dava già luce alla giornata, a quel sogno d’amore ventenne che si inoltra nel mio mondo onirico, tra queste ragazzine ventenni che non riconosco più, nei sogni e nella realtà, e quelle semplici parole con Miryam bastavano a fare andare via un sacco di inutili pensieri, per liberarmi in un mondo di luce diafana e spirituale, dalla quale nascono sogni d’amore, come altre due ragazzine che vedevo ieri in biblioteca, con le quali incrociavo lo sguardo, ragazzine carine, dei sogni, queste ragazzine ventenni che ancora ispirano sogni d’amore… e la mattina sarebbe fatta ancora solo di musica, quest’oggi, senza libri, fatta solo dei sogni d’amore che vanno oltre anche quel dovere di zio nei confronti dei nipoti, quel mio essere fratello e figlio, e mi verrebbe davvero di pensare ai miei trent’anni, se ciò non avesse alcun senso, di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…